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     12. Nota congiunturale - dicembre 2008

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

30.11.2008

 

Angelo Gennari

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Agli italiani non capita mai di capire per bene se devono ridere o piangere davanti al primo ministro Silvio Berlusconi[1]: è così, è vero, il NYT l’ha colto bene. Almeno per chi scrive è proprio così. L’impressione, sgradita, è stata subito che la battuta (leggete bene.. è una battuta anche questa) del nostro Burlesconi  (quella su Obama “abbronzato”) fosse non tanto, per chi non l’apprezzava, il titolo di iscrizione, come ha detto lui, alla scuola dei “coglioni”, quanto un’altra inevitabile caduta di stile di quelle a lui abituali che però – sembra ormai chiaro – sarebbe meglio trattare con un ma va là… o un vaffa sonoro piuttosto che montarla su senza il minimo senso dello humour

Quando ormai lo sappiamo tutti in questo paese, amici suoi e suoi nemici, seguaci e competitors, che quando lui fa dello spirito è proprio cretino. Il dramma, per noi non per Obama, è che magari il Cavaliere è davvero convinto che per far breccia su e stabilire un buon rapporto di lavoro col presidente russo basti essere “giovani, belli e abbronzati”. Insomma, come Fabrizio Corona, per fare a capirci… Ma con chi vogliamo prendercela se non con noi stessi e con i competitors del Berlusca se è lui che ci ritroviamo oggi a capo del governo e a trattare con Dmitry Medvedev e Barak Obama a nome nostro?

Vogliamo, invece, provare noi a fare una battuta – amara però, amara assai – sull’incoscienza, o peggio, chi sa?, la mancata coscienza, del varare un piano anticrisi italiano di 80 miliardi di € però non concentrato oggi, subito, a rilanciare la domanda quando ce n’è bisogno, ma diluito su due o tre anni. Insomma, adesso, niente detassazione della tredicesima, niente abbassamento dell’IVA, niente qualcosa che abbia effetto subito, domani e dopodomani a spingere quando serve consumi, investimenti e domanda. Ma si può essere più  cretini?

       La povertà relativa in Italia[2]

In Italia, le famiglie che nel 2007 si trovano in condizioni di povertà relativa sono 2.653.000 e rappresentano l’11,1% delle famiglie residenti; nel complesso sono 7.542.000 i poveri, il 12,8% dell’intera popolazione.

La stima è calcolata sulla base della “linea di povertà” che, convenzionalmente, individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita “povera” in termini relativi.

Casella di testo:  

 

Per una famiglia di due componenti, la soglia è rappresentata da una spesa media mensile per persona, che nel 2007 è risultata pari a 986,35 € (+1,6% rispetto alla linea del 2006). Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa media mensile pari o inferiore a tale valore vengono quindi classificate come relativamente povere. Per famiglie di ampiezza diversa il valore della linea si ottiene applicando una opportuna scala di equivalenza che tiene conto delle economie di scala realizzabili con l’aumento del numero di componenti.

 

La base del calcolo è la spesa familiare rilevata dall’indagine annuale sui consumi[3], condotta su un campione di circa 28.000 famiglie, estratte casualmente a rappresentare il totale delle famiglie residenti in Italia.

Così, nel 2007, l’11,1% delle famiglie italiane, sostanzialmente invariato negli ultimi cinque anni, risulta avere la caratteristica di reddito della famiglia povera. Fenomeno che continua ad essere maggiormente diffuso nel Mezzogiorno, con un’incidenza quattro volte superiore al resto del paese. Come, ovviamente, maggiore è il numero delle famiglie povere quando ci sono più figli, soprattutto se minorenni, o componenti anziani, con incidenza comunque superiore alla media.

La povertà, infine, si accompagna a bassi livelli di istruzione, a bassi profili professionali e anche  all’esclusione dal mercato del lavoro: la sua incidenza tra le famiglie che hanno due o più membri senza lavoro (ben il 35% sono in questa condizione in Italia) è quasi di quattro volte superiore a quella delle famiglie in cui nessun componente è alla ricerca di un posto di lavoro.

Voi dite – e confessiamo di prendere qui, è vero, una tangente; ma sempre del problema della povertà si tratta, no? – che a qualcuno nel nostro cosiddetto centro-sinistra verrà voglia di studiarsi – invece dei detti, dei motti e saggiucoli di Giavazzi, De Benedetti, Rossi e Boeri – la lezione di Obama? che, lui, si è presentato e – guarda un po’… – ha anche ha vinto promettendo esplicitamente che aumenterà le tasse ai più ricchi e le farà calare alla gran parte dei contribuenti che regolarmente le pagano, con una vera e propria redistribuzione degli oneri fiscali?

Ci credete, voi, che almeno lo studieranno, Obama? o avranno ancora e sempre ragione – ma  per quanto ancora? – i neo-lib-lab che imperversano egemoni negli ambienti della nostra cosiddetta opposizione poco o nulla facente e, soprattutto, poco o niente stringente?

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

       La genesi (in pillole) della crisi finanziaria

Con il tramonto, all’orizzonte, delle grandi minacce che avevano finora dominato il 2008 – prezzo del petrolio impennato e, inesorabilmente, maggiore inflazione, euro supervalutato e conseguente penalizzazione dell’export – lo scorcio d’anno che resta ed il 2009 avrebbero potuto anche andare meglio. Invece, va tutto all’aria con la crisi finanziaria mondiale che impazza: PIL che quest’anno va giù dello 0,1%, se basta, e l’anno prossimo almeno dello 0,2, con taglio drastico e costo in aumento dei mutui per le famiglie e del credito alle imprese per colpa specifica di banche e sistema finanziario e di chi l’ha lasciato volutamente, ideologicamente, senza briglie con la sua scelta della deregolazione sistemica.

Per mettersi a prestare quanto volevano, allo scopo naturalmente di farci sopra profitti, il sistema creditizio s’è inventato nuove non-regole in cui ciascuno, come in una vecchia ma sempre vegeta catena di Sant’Antonio riversava i suoi debiti e crediti in un calderone globale calcolato da algoritmi e formule matematiche tanto strane da sfiorare l’esoterismo. Ma che sistematicamente gonfiavano tutto.

Di questo sistema profondamente vuoto facevano parte integrante, e va ricordato, le agenzie di rating al di sopra delle parti (sghignazzo…). E tutti erano convinti della solidità complessiva di questa nuova “architettura finanziaria” che, come era inevitabile e anche corretto, è invece saltata quando è saltato il suo primo anello…

La scommessa a monte era tutta sul fatto che mai si sarebbe verificata insieme la crisi – di credibilità e di solvibilità – di tutti gli istituti e di tutte le banche. Certo, erano tutte esposte contemporaneamente. Ma calcolo delle probabilità e sofisticati algoritmi elaborati da matematici profumatamente pagati stavano lì a garantire che una crisi poteva esserci qui, poteva esserci lì. Ma mai, insieme, su più anelli della catena.

Per questo e alla ricerca di maggiori profitti, di maggiori e più lauti stipendi, di maggiori premi di produttività, di stock options e di grassi bonus per dirigenti e managers, bisognava aumentare, propriamente gonfiare, il fatturato. Comunque, buttandosi alle spalle ogni prudenza. Quando anche la sora Cesira, a Roma, o la sciura Matilde a Milano, che prestavano e magari prestano a strozzo un po’ di soldi nel condominio sapevano, avevano sempre saputo e anche oggi sanno, che la regola prima anche ai loro infinitesimali livelli è sempre stata, era ed è un po’ di prudenza…

Questo, in sintesi estrema e parafrasato da noi – speriamo abbastanza fedelmente – il ragionamento con cui un analista avveduto presenta in poche righe la genesi e “profetizza” gli sviluppi di questa crisi che incombe[4]: “grazie ai matematici, dimostro che ogni dieci prestiti ‘buoni’ ne posso fare altrettanti (o di più) che magari proprio buoni non sono”: per allargare il mio fatturato, i profitti (magari anche presunti), il mio stipendio, appunto, i  miei bonus. “Gioco sul fatto che non tutti questi impegni andranno male insieme. Lavoro sul calcolo delle probabilità, gioco al lotto. E, nell’attesa, incasso commissioni e provvigioni.

   Adesso, per evitare altri disastri, bisognerà trovare la forza di riportare le banche a fare le banche oculate, quindi a non prestare più soldi di quello che consente loro il patrimonio di cui dispongono. Fine dei giochi di azzardo. Il denaro, come doveva essere ovvio da alcuni secoli, va prestato con grande attenzione e grande prudenza. Ma le banche, è ovvio, faranno resistenza. Perché questo ritorno alla ragione significa ridimensionarsi, ridiventare più piccole e meno importanti”.

Ma questo bisognerà obbligarle a fare. E, guardate che il verbo è cogente (è il nostro, però non dell’A. citato, anche se ci sembra coerente e conseguente al suo ragionare: non convincerle, non pregarle, obbligarle.

L’11 novembre i future del petrolio a New York sono stati quotati sotto i 60 $ al barile e, dopo neanche dieci giorni, i 50 $: il più basso livello da oltre 20 mesi, coi prezzi che sono oggi quasi a 1/3 del tetto di 145,29 $ al barile del luglio scorso. Ma, adesso, l’IEA, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, una specie di grande Centro studi che lavora per i paesi consumatori dell’Occidente, mette in guardia: il problema della scarsità dell’offerta che quest’anno aveva spinto a tre cifre i prezzi del petrolio non è stato affatto risolto e si riaffaccerà prepotente appena l’economia comincerà a rilanciarsi[5].

A fine novembre, i componenti dell’OPEC, riuniti al Cairo a valutare il che fare sul nodo dei prezzi del petrolio che con la crisi vanno precipitando e le conseguenze che il fenomeno avrà sulle loro economie (alcune – come l’Arabia saudita – possono anche permettersi di aspettare…, altri – come Russia, Iran e Venezuela, ad esempio – proprio non possono).

Dopo sei anni di prezzi in crescita e di tensioni interne tenute ben sotto controllo, l’Organizzazione infatti vede crescere al suo interno una larga sfiducia tra i membri, specie verso l’Arabia saudita, sull’effettiva disponibilità, cui pure si è formalmente impegnata, a tagliare la produzione per cercare di frenare la caduta dei prezzi in un mercato che stagna: con un barile che costava a luglio 145 $, circa, e oggi è giù di un terzo, a 55 $.

Adesso, sintetizza il presidente dell’OPEC, Chakib Khelil, ministro dell’Energia e delle Miniere d’Algeria – ma non si capisce bene se davvero con l’assenso di tutti, di Riyad anzitutto (il cui ministro del Petrolio, Ali al-Naimi, si limita a dire che l’OPEC farà “tutto ciò che sarà necessario” (cioè?) per sostenere i prezzi – al prossimo incontro mensile in Algeria, e per la terza volta quest’anno, l’Organizzazione dei produttori di petrolio dovrà ancora tagliare la produzione[6].

L’OCSE rileva che il PIL complessivo dei suoi trenta paesi membri (i più ricchi, grosso modo, pro-capite al mondo) nel 2009 vedranno calare dello 0,4% il loro prodotto nazionale lordo sull’anno precedente, con “la recessione più seria che abbia colpito i paesi ricchi che compongono l’OCSE dal 1980”.

E, a veder bene, da prima della seconda guerra mondiale: infatti mai, da allora, c’è stato un anno che come il 2009 vedrà calare la produzione complessiva dei paesi che adesso formano l’area OCSE. Si cominciare a ricrescere – spera: non garantisce – forse sull’1,5% nel corso del 2010. L’anno prossimo sarà in calo forte anche l’eurozona – dello 0,6% dice l’OCSE – con una marginalissima ripresa dello 0,1% solo nell’ultimo trimestre dell’anno.

I paesi del lotto più esposti alla stretta globale del credito e alla caduta di valore delle abitazioni sono “Ungheria, Islanda, Irlanda, Lusssemburgo, Spagna, Turchia e Gran Bretagna”. Oltre, naturalmente, a bocce ferme, gli Stati Uniti, la cui economia è in calo accentuato quest’anno e  “perderà un punto di PIL, almeno, nel 2009”.

E prevede la necessità di stimoli pubblici ulteriori all’economia reale, con un tasso di disoccupazione medio per tutta l’area dei trenta che sale dal 5,9% di quest’anno al 6,9 il prossimo e nel 2010 toccherà il 7,2 (tutte stime molto prudenti che, malgrado ciò, portano a prevedere altri 8 milioni almeno di disoccupati nei 30 paesi per qualcosa di più, dice, di 42 milioni di senza lavoro nel 2010), con l’inflazione che continuerà a rallentare man mano che la crisi accelera e frena tutta l’attività economica.

Dice il capo economista dell’istituto internazionale più importante di ricerche economiche, Klaus Schmidt-Hebel, che c’è bisogna di una “pronta e massiccia azione pro-attiva” dei poteri pubblici a sostenere economie tutte asfittiche, bisognose di iniezioni di fiducia e capaci di fornire liquidità ad un settore bancario che pare essere riuscito comunque a “limitare con successo il periodo di massimo panico”, anche se moltissime banche non hanno ancora rimesso a posto gli equilibri dei libri contabili. “Questo processo di aggiustamento prenderà qualche tempo – aggiunge piuttosto eufemisticamente l’OCSE – e sarà d’ostacolo al quel flusso di credito che costituisce il fattore e chiave che condiziona l’attività dell’economia [7].uiditp

Su un altro piano, è riscoppiata come fa regolarmente, di tanto in tanto, e sempre senza effetto alcuno, la patata bollente del Congo: della guerra civile e di quella importata dai paesi vicini (il Ruanda) che sta flagellando, da anni e anni, quel povero popolo.

Ma, credete, la cosa peggiore è l’intervento ipocrita dei grandi dell’Occidente, qui soprattutto Inghilterra e Francia— anche delegati dal Grande Fratello, al momento in altro cose affaccendato. Il titolo di un articolo inglese descrive assai bene la tragicomica realtà dell’attenzione così assiduamente, e saltuariamente, portata davvero a questo dramma.

Quelle facce di bronzo dei due ministri degli Esteri britannico e francese, Miliband e Kouchner, che sfoderano le loro coccarde umanitarie a ogni occasione, con il codazzo indispensabile di inviati e televisioni al seguito (se no, desistono…) sono andati in tandem in Congo a fare proprio “chiaro come il fango” quel che descrive il titolo[8]: lanciare un avvertimento ai leaders

Già… quali? quelli del Rwanda, del Congo? della tribù A, B, C o D del Congo o del Rwanda? dei Tutsi o degli Hutu? E, poi, chi avvisa chi? con che cosa – quali truppe? quali forze rapide di intervento che non ci sono, visto che loro sono già sovraestesi nei Balcani e in Afganistan, quando non in Iraq e quando il Grande Fratello lo è ancora di più? Ma fateci il piacere…

in Cina

Nell’anno, ad ottobre, cresce del 22%, a un passo appena più lento di quello del mese precedente, il valore delle vendite al dettaglio. E, con la non irrilevante anche se contenuta frenata della produzione, l’inflazione scende ad ottobre al 4% dal 4,6 di settembre[9]. Comunque, il calo di crescita del PIL comincia a pesare

La città di Dongguan, nel Sudest della Cina, nell’area superindustrializzata di Guandong e Shenzen, con una popolazione di 12 milioni di residenti composta in larga parte da immigrati delle campagne, produce ancora buona parte delle scarpe, dei giocattoli, dei televisori fabbricati nella Cina meridionale. Negli ultimi anni, la sua economia era cresciuta a tassi costanti intorno al 15% ma adesso la crisi economico-finanziaria internazionale comincia a colpire anche la Cina e sembra l’ultima goccia a far traboccare un bicchiere già pieno, dopo che i costi del lavoro sono saliti e il rafforzamento dello yuan che ha cominciato a ridurre i margini di profitto consueti ad esportazioni industriali che, comunque, restano elevatissimi[10].

Nel corso di quest’ultima annata, venti gelati hanno spazzato in lungo e in largo il delta del Fiume delle Perle, dove è stata fondata ed è cresciuta Donghuan: 67.000 piccole aziende hanno chiuso nella prima metà del 2008, molte proprio qui nel manifatturiero, secondo l’Ufficio nazionale di pianificazione che ormai dà misure, però, quasi esclusivamente di indirizzo generale. Colpite, in particolare, le fabbrichette di giocattoli, da ondate di timori – quando giustificati e quando inventati ma con lo steso effetto dei primi – sulla sicurezza dei giocattoli stessi e da richiami massicci di prodotti già distribuiti.

Anche il tessile, dove i margini di profitto si sono fati spesso sottili come un’ostia, sta retrocedendo. Molte imprese di proprietà estera, poi, sono state colpite dalla riduzione del credito, specie in quest’area geografica e in quella, vicina, di Hong Kong. E, negli ultimi mesi, è arrivata la risacca violenta del calo della domanda di consumi in USA e in Europa ancora a frenare l’export.

La Camera di commercio americana che in quest’area rappresenta oltre un migliaio di imprese, piccole e grandi, predice che di qui a fine gennaio le tre grandi città vicine di Dongguan, Shenzen e Guangzhou (la vecchia Canton), perderanno per fallimenti e chiusure ancora una decina di migliaia di fabbriche sul totale attuale di circa 45 mila. Gli ordinativi non arrivano più… E la Cina, solo per mantenere il suo tasso di occupazione, ha bisogno di una crescita di almeno l’8%. Le perdite saranno concentrare nelle province come questa del Guandong…

“ ‘L’impatto sociale di questo fenomeno sarà importante. E i problemi stanno diventando sempre più grossi, dice il ricercatore dell’Università della California a Los Angeles Wooyeal Paik che studia sviluppo e crisi industriali di Dongguan. I lavoratori licenziati e, a dir poco, scontenti protesteranno più forte e su scala più vasta… manifestazioni, picchettaggi aumenteranno e, con essi,  probabilmente il rischio di violenze nei confronti dei capi— e in specie dei boss stranieri’ ” [11].

Obiettivamente sembra davvero difficile ogni ottimismo. Ed è la posizione delle grandi istituzioni bancarie e internazionali, come ad esempio la Standard Chartered di Shangai che annota come “i tre grandi motori della crescita – esportazioni, investimenti e consumi – hanno rallentato tutti: e tutti insieme[12].  

Pure, la maggior parte dei cinesi resta a lungo termine decisamente ottimista, di certo sulla base dell’esperienza dell’ultimo trentennio di aumento continuo e diffuso delle condizioni di vita. Gli stessi lavoratori migranti, tornati a casa per forza, sono certi di poter ritornare al lavoro tra qualche anno. “‘Se metto a confronto la situazione di quando sono arrivato qui, io già sono riuscito a trovare la mia pepita d’oro, dice Bob Li che, arrivato nel 1995 come manovale, quando come tutti nel mio villaggio avevo sentito parlare di una provincia, Canton, ricoperta d’oro ora gestisce una fabbrica della Richall, che fornisce di sacchi e sacchetti imprese come Wal-Mart, la Carlsberg e la Disney. Ma vedo chiaramente che siamo ancora solo al principio [13].

La Banca mondiale ha ufficialmente tagliato le previsioni di crescita della Cina nel 2009 dal 9,2 al 7,5%: il livello più basso dal lontano 1990[14]. Quest’anno il PIL aumenta al +9,4%, mentre nel 2007 era al +11,9%.

E al mondo (più correttamente, ai governi del resto del mondo) che chiede alla Cina di investire nei loro mercati finanziari (comprate titoli, comprate derivati, comprate dollari nostri…) il governo cinese risponde che preferisce investire nella sua economia reale e decreta un pacchetto di stimolo a consumi ed investimenti dell’ordine di quasi 500 miliardi di € (ne parliamo più in dettaglio nel capitolo sulla crisi finanziaria mondiale, sotto la rubrica STATI UNITI). Si può ben capire…

La risposta concreta, alla fine apprezzata e soprattutto, perché nessun altro in quella dimensione se la può oggi permettere anche invidiata, viene dal primo ministro, Wen Jabao, prima al vertice ASEM, Asia-Europa, di Pechino – dominato dalla crisi finanziaria internazionale – con l’annuncio che “il contributo più importante che la Cina può offrire al mondo” oggi è quello di mantenere la sua crescita forte e uniforme e, poi, appunto con i 500 miliardi di € di rilancio dell’economia interna[15]

Invece il vertice UE-Cina, che si sarebbe dovuto tenere a Parigi nella seconda metà di novembre, è stato rinviato a data da destinarsi su iniziativa cinese: che ha voluto così segnalare disapprovazione ed irritazione per l’incontro annunciato a dicembre del presidente francese con il Dalai Lama. Cioè: voi siete padroni di incontrare chi vi pare; ma noi siamo padroni di farvi sapere che non lo apprezziamo per niente.

Ma intanto, e subito, la Banca centrale di Cina provvede alla riduzione di un 1,08% (al 5,58%) del tasso principale di sconto[16], quello ad un anno, praticato alle singole banche ed al quale si legano tutti gli altri: il ribasso maggiore dalla crisi finanziaria asiatica di dieci anni fa ed il terzo dal 16 settembre.

D’altra parte, il capo economista della banca britannica HSBC, Qu Hongbin, che opera nella grande filiale cinese, in una nota di ricerca prevede che la Banca centrale abbasserà ancora i tassi di un altro 2-2,5% di qui a giugno prossimo e ridurrà di almeno altri 4 punti percentuali, il livello delle riserve bancarie obbligatorie.

La riduzione del tasso di interesse segue di un giorno le notizie di proteste di massa e anche violente da parte di centinaia, se non di migliaia, di persone vicino a Hong Kong e nell’area del Guandong, la più industrialmente sviluppata e quella che più soffre del rallentamento economico. E cinque giorni dopo che dal governo era stato detto che ogni minaccia alla stabilità sociale sarebbe stata “schiacciata”. Il regime cinese che negli anni recenti mette a radice della propria legittimità la grande crescita dell’economia, e non certo più l’ideologia maoista, è comprensibilmente preoccupato.

nei paesi emergenti

La campagna di presenzialismo condotta dalla nuova Russia di Medvedev – in continuazione con l’attuale primo ministro e suo predecessore Putin – lo ha portato in visita a Brasile, Cuba e Venezuela: ai limiti, cioè, del cortile di casa degli Stati Uniti d’America, accompagnato anche da tre navi da guerra russe[17]. Innervosendo qualche senatore e qualche commentatore: dimentichi, ovviamente, che loro, gli americani, ai confini del cortile di casa dei russi (nel Mar Nero, con la VI Flotta ad esempio, ci vanno un giorno sì e uno pure… come è del tutto normale tra paesi sovrani. A meno di pretendere di riesumare la vecchia dottrina brezneviana della sovranità limitata, esportandola dall’Europa alle Americhe. Dove, però, già è proclamata come in vigore da sempre sotto il nome di dottrina Monroe…

EUROPA

Recessione, come già aveva detto l’OCSE, sia nell’eurozona che nell’area dell’Unione europea dei 27 come tale, adesso ufficialmente proclamata anche dall’EUROSTAT. Solo la Francia dei grandi paesi dell’eurozona è riuscita a tenere senza scivolare tecnicamente nella recessione ma anch’essa sfiorandola[18].

L’inflazione nell’eurozona è scesa al livello più basso da un anno, ad ottobre, dell’1,1% e si ferma nell’anno al 2,1: i più bassp dall’agosto 2007 (Italia, 2,7; e nell’anno al 3,5%). La tendenza sembra proprio indicare per dicembre il raggiungimento del tetto BCE del 2% all’anno. Un fatto che potrebbe – dovrebbe – incoraggiare la BCE a un maggiore allentamento dei tassi di interesse. La disoccupazione è salita nella media dell’eurozona al 7,7%, sempre ad ottobre, dal 7,6 di settembre.

La Spagna è al top, col 12,8% dal 12,1 a settembre[19], un dato aumentato del 4,3% in un solo anno. Riprendendo il filo del discorso in tutta l’eurozona, il livello della disoccupazione è salito per sette mesi consecutivi e per un  totale complessivo di 884.000 posti di lavoro andati perduti. E’ l’impatto della crisi sull’economi reale dappertutto che si fa ormai sentire direttamente[20].

Per ora, la Banca centrale europea ha tagliato di mezzo punto il tasso di riferimento nella seduta del 6 novembre: misura che sottolinea le preoccupazioni perfino dei tremebondi banchieri centrali per la situazione dell’economia reale: al 3,25, dal 3,75%. Del resto, se non l’avesse fatto stavolta, con la recessione incombente, correva davvero il rischio di vedere Sarkozy capeggiare nel Consiglio europeo dei ministri un’ala decisa a costringere la BCE a un consistente sforbiciamento dei tassi[21]… E adesso dovrebbe, dunque, abbassare il costo del denaro ancora di più: nella nostra previsione, almeno dello 0,75%.…

La Banca d’Inghilterra si spinge più in là, partendo dal 4,50% e smantellando il tasso di sconto fino al 3%, il più basso dal 1954. Una mossa audace, stavolta, e corretta e concreta, dettata dalla stessa preoccupazione: di finire impiccati ai lampioni di Londra – metaforicamente, s’intende, ma poi non troppo… – se continuano a fregarsene dell’economia reale in nome della loro “stabilità monetaria”[22].    

Il presidente della BCE, Trichet, stavolta ha anche sottolineato nella conferenza stampa che è seguita all’annuncio come la Banca fosse ormai pronta a tagli ulteriori anche perché pare che abbia finalmente scoperto come “ormai l’aspettativa sia di tassi d’inflazione che continuano a scendere nei prossimi mesi”. E la Banca d’Inghilterra ha, con ritardo, dato anch’essa ragione alla minoranza che al suo interno da anni o almeno da parecchi semestri evidenziava che il timore maggiore era per la crescita, ormai, e non per l’inflazione, spaventapasseri per le allodole.

Ma se i governi non eserciteranno sufficienti pressioni, ora perché il sistema bancario trasferisca i tagli ai clienti e riapra il credito alle piccole imprese, neanche queste riduzioni serviranno a un granché. E ha subito trovato resistenze con tassi dei prestiti interbancari restati elevati e crescenti preoccupazioni su altri fallimenti in arrivo.

L’EADS, il consorzio europeo che fabbrica l’Airbus, grazie al rafforzamento del dollaro che ha portato alla netta rivalutazione di contratti fino a quel momento non redditizi, ha segnato nel terzo trimestre un profitto netto di 679  milioni di €, quando nel trimestre precedente aveva registrato una perdita di 776 milioni di €[23]. E’ molto probabile che i conti della Boeing, la concorrente diretta dell’Airbus, esattamente per lo stesso motivo registreranno, quando saranno resi noti, una perdita secca. Che è riuscita, però, a risolvere il pesante sciopero dei meccanici, 58 giorni, che l’aveva penalizzata, industrialmente e finanziariamente[24].

Del resto, l’esempio lo danno Commissione e governi che, nei vertici europei che avrebbero dovuto preparare un approccio comune al G20, nella riunione dei ministri delle Finanze e poi in quella dei capi di governo a Bruxelles, si sono messi a premere sulla Francia e su Sarkozy perché “ripensassero” alle loro proposte tropo audaci tese ad unire maggiormente, e comunque a coordinare le politiche fiscali, cioè quelle di bilancio – e non solo le nuove regole finanziarie ma anche quelli delle politiche economiche reali – nei singoli paesi dell’Unione…

Ci vuole più tempo, ci vuole gradualità… Non ci possiamo mettere a ri-regolare troppo, dicono, dove fino a ieri trionfava la deregolamentazione (no, dunque, a registrare e valutare a livello europeo l’efficienza delle agenzie di rating…, no alla riduzione in tutta Europa di quegli incentivi che pungolano i gestori bancari a rischiare, a spese sempre e solo finora dei depositanti…, no ad una qualsiasi “armonizzazione dell’adeguatezza degli standard di capitalizzazione” delle banche  nei vari paesi— contraria la Gran Bretagna, anzitutto, come ha voluto la City ed eseguito ossequiente il governo)…

Insomma – come spiega con grande efficacia il ministro delle Finanze tedesco, Peer Steinbrűck, portando in luce una Germania che si va scoprendo fredda sull’integrazione europea anche se poi lascia Sarkozy libero di muoversi pure a suo nome su questioni di rilevo come, ad esempio, la Georgia e l’Ossezia – “noi non abbiamo bisogno di un governo economico europeo”— per cui via dal testo di bozza ogni accenno ad una “governance economica internazionale”.

In definitiva: avrebbe ragione l’euroscetticismo inglese. Non si possono trasferire, se non in tempi assai prolungati, a livello comune i poteri di coordinamento che oggi sono prerogativa dei singoli paesi… Stemperare, sopire, chetare e… rinviare ancora ogni seria integrazione dell’Unione europea.

Solo che la crisi dell’economia reale c’è subito, adesso, e non aspetta. Ma, certo, con queste premesse e il freno a coordinare checchessia che viene inevitabile dal Bush uscente – e, forse, chi sa?, anche dall’Obama subentrante a Washington – il G20 non promette granché.

Così, prudentemente, il ministro delle Finanze francese, Christine Lagarde, comincia ad abbassare a priori l’assicella: “Non dobbiamo certo super-regolare. Ma dobbiamo anche garantirci di non lasciare buchi nella regolamentazione”. Che già sarebbe qualcosa.

Il massimo cui sembra ridursi a puntare l’Europa pare, invece, sintetizzato nella dichiarazione con cui il ministro delle Finanze ceco, Miroslav Kalousek, il cui paese a fine giugno assume subito dopo il semestre francese, la presidenza a rotazione dell’Unione europea, dice che secondo lui l’UE deve puntare a “concordare con gli USA la necessità di coordinare princìpi e regole”: in linea di principio…

Più che altro bla-bla, insomma: coordinare la necessità di coordinare…; però, non coordinare subito e fino in fondo[25]… A meno di “forzature” da parte di Sarkozy, che in parte ci sono. E che non sono un bluff solo perché nessuno, tra gli euroscettici di turno, ha il coraggio di dirlo… Anche se, certo, così il presidente francese deve moderare – ma davvero non accantonare – le sue ambizioni, un po’ troppo “gallicane” ma che coincidono anche col rilancio obiettivo dell’Europa. L’unico che si riesca ad intravedere all’orizzonte e in grado – come nel caso Russia-Georgia – di trascinare gli altri.

Importante, anche se improbabile, sarebbe stato però che i G20 riuscissero a concordare tra loro almeno su quattro princìpi di fondo princìpi, non ancora ricette, vista l’impotenza o la poca voglia di troppi a concludere:

• il primo è che c’è ormai bisogno, a livello di sistema globale, di una riforma davvero strutturale: nel senso della ri-regolamentazione della finanza globale;

• il secondo è che non bisogna lasciare che la crisi del credito duri il minuto di più che affosserebbe l’economia reale. In altri termini, alle banche salvate che non aprono subito il credito a imprese e consumatori, bisogna revocarlo, il credito: adesso;

• il terzo è che bisogna immediatamente varare, tutti e tutti insieme, vasti programmi di stimolo dell’economia reale: la domanda aggregata, i consumi e gli investimenti; tutti insomma, sì, in deficit spending e, per l’Europa, da varare preferibilmente insieme perché siamo tutti ormai in recessione;

• il quarto è che è necessario ormai garantire che chi – banche, governi, autorità di regolazione ed esperti – che non hanno fatto nessuno il proprio dovere gridando al lupo, con buona ragione quando il tempo per rimediare era utile in modo meno doloroso, se ne vadano o siano mandati a casa: ma sarà difficile farlo, se adesso li ricoinvolgono nella stesura dei rimedi ai loro stessi casini…

Forzando con cautela, ma anche con uhaklche po’ di coraggio un po’ di coraggio una volta tanto – l’eccezione, certo, non la regola – il proprio mandato, ma con tutte le circonlocuzioni del caso – sempre che ci sia l’assenso. sottinteso, specie della Germania, finora la più restia sia ad aumentare possibili fondi comuni, sia a stanziare stimoli suoi propri consistenti – la Commissione ha proposto, a fine mese, un pacchetto di stimolo all’economia dell’Unione per 200 miliardi di €[26]: grosso modo, l’1,5% del PIL dell’UE, molto di più di quanto anche gli osservatori più ottimisti pensassero (ma, forse, il minimo di quanto quelli più pessimisti, cioè più realisti, pensassero necessario).

Però, c’è il trucco. Si tratta in gran parte, 170 miliardi, di soldi già stanziati da ogni governo per conto proprio e per la sua economia che solo a fini contabili, e di facciata, l’UE mette e calcola nel “proprio” pacchetto. 30 miliardi, soldi dell’Unione (accelerazione dei pagamenti dovuti) e della Banca europea degli investimenti – quel che resta – sembrano poca cosa davvero, a veder bene, di fronte a quello che parecchi economisti concordano ormai di dover chiamare, almeno dal punto di vista economico (PIL forse, chi sa, a +0,6% alla fine) l’anno perso d’Europa: il 2009.

Barroso ha tuonato, a chiarimento e precisazione dei “dubbi altrui” che “nessuno tocca le regole del patto di stabilità, nessuno può superare i tetti previsti dei deficit di bilancio”… però, ha aggiunto  – fra l’ilarità di chi l’antifona la conosce bene – che le regole in questa situazione saranno “applicate con la massima flessibilità”: cioè, appunto, non applicate… Spiega il commissario Almunia: resteranno i “richiami” formali; ma non ci saranno più “punizioni” automatiche e multe prefissate in un calendario…

A rafforzamento, proprio in coincidenza con l’annuncio del presidente della Commissione Barroso, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy firmano a due mani uno strano articolo su un grande organo di stampa tedesco che già dal titolo identifica questa come “La crisi maggiore della nostra storia recente[27]” e che, in sostanza, sostiene come oggi, per arrivare al fine – il superamento della crisi –sia necessario piantarla con i puntini sulle “i” dei mezzi.

Renderli, cioè, più flessibili anche se un poco più peccaminosi: proposta questa di allentare le briglie che, indirizzata alla Commissione ma anche alla BCE e firmata anche dalla Merkel e non più solo da quel misirizzi del presidente francese, diventa importante.

Sul breve, ma rilevante conflitto d’estate tra Georgia e Russia, in termini che diventano difficili da respingere persino agli americani (l’ala Cheney della Casa Bianca; mentre Rice e Gates e lo stesso Bush pare che avessero effettivamente messo in guardia il presidente Saakashvili dall’avventura), immaginate ai georgiani, arrivano notizie ed inchieste certe. Quelle dell’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, e dei suoi ispettori, in forma compiuta e ufficiale ad inizio ottobre.

Come chi voleva poteva sapere dal primo minuto, ad attaccare furono i georgiani, non ci fu aggressione ma reazione russa e i georgiani persero subito, già dalle prime ore, catastroficamente e definitivamente, la loro stupidissima guerra[28] (anche se avessero avuto ragione, si può attaccare in campo aperto chi è cento volte più forte di te?).

La cosa è importante non tanto per la cronaca e per la storia, ma soprattutto perché tra qualche giorno qualcuno riporterà alla ribalta l’inclusione nella NATO della Georgia. Quel qualcuno sarà, lo ha promesso a Tbilisi, il governo USA in uscita. Ma la frottole georgiane – oltre a McCain, la cui campagna era anche pagata e con dovizia dai lobbisti di Saakashvili a Washington, e poi per ragioni come diceva lui “antisovietiche” – le aveva bevute pure Obama, speriamo solo per opportunismo politico-elettorale, grazie a una stampa allora subito fattasi prona alla Casa Bianca.

Adesso, con questa documentazione alle spalle (l’OSCE che la considera ufficialmente segreta ha reagito alle “indiscrezioni” della stampa internazionale con un’e-mail della portavoce, Martha Freeman, al New York Times: “Siamo sicuri che le osservazioni dell’OSCE cui fate riferimento sono avanzate da personale esperto, accurate e senza alcun pregiudizio”: insomma, del tutto affidabili), sarà più facile agli europei che allora già osarono stoppare l’adesione della Georgia (Germania e Francia), rifarlo. Malgrado le pressioni degli USA. Perché mettersi in casa un provocatore almeno un po’ pazzo, nel senso che non sa fare i conti coi rapporti di forza reali e si butta alla cieca, non è salutare.

STATI UNITI

Il ministro del Tesoro, Henry M. Paulson Jr., a metà novembre, aveva già dichiarato di voler mettere in piedi, col rimanente ancora non sborsato dei 700 miliardi di $ del pacchetto di salvataggio (250 già spesi in ricapitalizzazioni di banche) un nuovo programma di prestiti ad imprese e persone gestito direttamente dalla Fed (cosa di per sé piuttosto impropria per la Banca centrale e il suo ruolo: ma siamo in emergenza assoluta…): bisogna forzare, in effetti, la mano alle banche che hanno fruito del piano di salvataggio federale, ma che continuano a tenere inchiavardato comunque il mercato del credito[29]

Subito dopo le elezioni presidenziali e quelle del Congresso a inizio novembre, col ristagno sempre in ebollizione del brodo tossico di coltura della crisi finanziaria e col peggioramento, neanche tanto graduale, dell’economia reale un po’ dappertutto, si vanno accumulando segnali sempre più preoccupanti di brusca frenata. E tornano a parlare del problema, stavolta in coro deponendo al Congresso, che ha appena riaperto i battenti, il segretario al Tesoro Paulson e il presidente della Fed Bernanke: il clima economico si va facendo ancor meno prevedibile e ancora più cupo.

Ci vorranno, insomma, molti più aiuti pubblici (Paulson li vuole considerare prestiti, però, non aiuti: perché questi sarebbero contro i princìpi del libero mercato, il Congresso però gli aveva dato un mandato diverso: e su questo punto sarà scontro) perché crescono, ad esempio, i proprietari di case a rischio di esproprio. E a rischio di esproprio anche, e proprio, perché le banche si tengono stretto in cassaforte il denaro ricevuto e non lo rimettono in circolazione. Ma il Congresso protesta e c’è resistenza a far allentare i cordoni del sussidio pubblico anche per le curiose resistenze “di principio” del segretario al Tesoro[30].

Dopotutto, la ragione per cui i legislatori, sotto pressione dell’esecutivo erano stati così generosi a inizio ottobre con banche e banchieri era stata proprio quella di rimettere in moto l’economia… altrimenti sarebbe stato il disastro globale. E adesso? perché, chiedono a Paulson, che mettono letteralmente “in graticola”, ci si limita, anche se come dice lui, in modo pressante, soltanto ad “invitare le banche” a riaprire il credito? Perché non viene loro invece “ordinato”, visto che i soldi non sono i loro? E Paulson borbotta che bisogna lasciar fare al mercato… causando anche, a questo punto, l’inevitabile ondata di deprimenti sghignazzi tra i parlamentari.  

Però, mentre diversi paesi del mondo dichiarano già la recessione ufficiale, gli USA non lo fanno ancora. A breve, saranno costretti anche loro a ufficializzarlo e, allora, il buco apparirà rosso e rovente a tutto il mondo. Col crollo dei consumi, specie delle vendite al dettaglio e dell’auto, e di dati e preoccupazioni crescenti sullo stato di malessere crescente del mercato del lavoro riprende, intanto, la solita altalena di borsa: che cala, recupera un po’ e, poi, scende nuovamente, quasi a picco[31].

E, a questo punto, Paulson è costretto a mollare. Sempre sotto il profilo del prestito, per mantenere il punto, il Congresso si vede presentare dal Tesoro un nuovo pacchetto di aiuti all’economia. Si tratta di ben 800 miliardi di $[32], stavolta non per aiutare le banche ma direttamente gli attori dell’economia reale per programmi, progetti, finanziamenti, rifinanziamenti ed acquisti di case, rinegoziazioni di debiti edilizi, gli stessi Big Three dell’auto di Detroit – a patto, se il Congresso terrà il punto – che le loro ristrutturazioni stavolta siano più a carico del prodotto che fanno, e che dovranno radicalmente cambiare e meno dei loro lavoratori – e per finanziare, su prestito, il college agli studenti.

La produttività cala nel terzo trimestre del 2008, o meglio ne cala l’aumento: all’1,1% dal 3,6 del secondo con la retromarcia innescata dalla brusca frenata dei consumi all’economia[33]. L’aspettativa di un discesa, accentuata e ripetuta ormai da qualche mese e ancora per diversi mesi, della spesa per consumi e della domanda globale, minaccia di portare, a breve, a un quadro che vede l’accumulo di scorte nei magazzini e il fermo delle vendite, grazie a prezzi al tracollo.

L’inflazione, ad ottobre, coi prezzi della benzina alla pompa che scendono del massimo in un mese da 61 anni, seguendo il crollo del prezzo del greggio – proprio come da noi, eh? – va giù di un secco 1% (non succedeva dal febbraio 1947[34]). Alle viste sono  il soffocamento degli investimenti e una situazione del lavoro che vedrebbe perdere posti su posti, per mesi o forse anche per anni.

Intanto crollano del 6,2% gli ordinativi di beni durevoli, da due anni il calo maggiore. E sale la disoccupazione: al massimo, qui, da quattordici anni. Ad ottobre, l’economia ha perso 240.000 posti di lavoro portando il tasso ufficiale al 6,5%, 10.100.000 disoccupati, il livello più alto dal 1994, penalizzando duramente famiglie ed imprese[35]. Gli ultimi tre mesi hanno visto sparire 650.000 posti di lavoro ufficiali e il doppio, 1.200.000, dal dicembre 2007.

La sottoccupazione – che è una misura più corretta della realtà, sempre ufficiale, cioè calcolata dalla stessa fonte, il BLS del Dipartimento del Lavoro, meno ufficializzata però anche più completa e più vicina al modo di contare, diciamo pure, “europeo” – arriva all’11,8% della forza lavoro (comprende i precari non volontari e parte dei milioni di lavoratori scoraggiati che non si danno pena neanche di iscriversi più alle liste ufficiali).

E, soprattutto, sta forse saltando in questo paese il patto sociale scontato per cui in disoccupazione si restava al massimo un mese o due: poi, sempre, si ritrovava un lavoro anche se non sempre agli stessi livelli di quello perduto: oggi, ad ottobre, sono al 22,3% i disoccupati da più di sei mesi.      

Gli unici settori dove l’occupazione tiene sono l’impiego pubblico e la sanità. Insomma, il lavoro è davvero in recessione profonda. In pratica, “questo stato delle cose si traduce nella realtà di milioni di famiglie i lavoratori delle quali non sono capaci di trovare il lavoro o le ore di lavoro di cui hanno bisogno, mentre quelli che un lavoro ce l’hanno vedono una crescita dei salari molto più lenta. La conseguenza di questa perdita di reddito si trasforma in rallentamento dei consumi— che qui costituiscono il 70% dell’economia[36].

Verso metà novembre Citigroup, il grande gruppo bancario, avverte che non solo non ha fatto profitti ma ha perso soldi a bizzeffe per quattro trimestri di seguito e che oltre ai 23.000 posti di lavoro che aveva già annunciato di tagliare a inizio d’0ano se ne aggiungeranno ora altri 52.000 col totale dei dipendenti che resta – per ora – a 300.000. E le azioni del gruppo hanno visto il loro valore precipitare del 50% in quattro giorni, dando in quattro giorni una bella spinta all’ingiù al Dow Jones, per la prima volta sotto gli 8.000 punti dal marzo 2003[37].

Crollano anche gli ordinativi dell’industria a settembre (del 2,5% da agosto, quando già erano andati giù su luglio del 4,2%…) con la riduzione degli acquisti di acciaio, computers e praticamente di tutto, nel mezzo ormai della crisi economica[38].

Crollo ad ottobre delle vendite al dettaglio, dei consumi cioè, con il -2,8% da settembre (ancora peggio del mese dopo l’attentato alle Torri gemelle del novembre 2001: un record assoluto) ed il     -4,1% dall’ottobre dello scorso anno[39]. Da sempre tutti i previsori sapevano di non scommettere mai contro il consumatore americano. Che, crisi o non crisi, comprava, comprava sempre... 

Non più. La gente ha smesso di andare nei supermercati e se non si tratta di bisogni reali non spende più. E, comunque, frequenta solo chi vende al ribasso, tipo i grandi ipermercati al dettaglio Wal-Mart. Ed è un’altra rivoluzione per le abitudine spenderecce e sprecherecce di questo paese: la crisi finanziaria, la crisi economica, la crisi del credito e, insomma, la paura che spinge qualcuno perfino a risparmiare un po’, appena può. E non è certo il fondo, con quelle indicazioni sulla disoccupazione in aumento…

Insomma, secondo non pochi osservatori, siamo alle soglie della recessione, della stagflazione, addirittura, e di certo della deflazione[40]. Era stata proprio questa, la deflazione, la caratteristica della Grande depressione degli anni ’30 così come del “decennio perduto” del Giappone negli anni ’80 del secolo passato. E questo oggi è il rischio, dicono molti economisti in America, anche molti di quelli che ieri giuravano sulle felici sorti del sistema, quando solo pochi mesi fa la prospettiva era, dicevano, quella esattamente contraria: petrolio alle stelle, derrate pure e a rischio inflazione.

Ora, mentre l’inflazione si sa bene come combatterla – strozzare il credito con gli alti tassi di interesse fa male, ma funziona – la deflazione è una bestia per la quale la cura è ben più complessa: in Giappone ci sono voluti dieci anni, anche a tassi zero di interesse, per cominciare a superarla… Col tasso di sconto all’1% da fine ottobre e il piano di salvataggio del Tesoro, gli americani stanno combattendo al momento il rischio deflazione.

Anche l’agenzia federale che ora supervisiona, nel tentativo di aiutare i proprietari di case che stanno per subire il pignoramento delle loro abitazioni, i due istituti di credito ipotecari semi-pubblici e semifalliti, Fannie Mae e Freddie Mac, ha delineato un piano che tende ad evitare gli espropri cosiddetti “prevedibili”: alle famiglie che abbiano già bucato tre o quattro rate di mutuo, potrebbe (potrebbe… e a quali condizioni?) offrire un aiuto rifinanziando le loro ipoteche a tassi inferiori e per periodi di tempo più lunghi, fino a quarant’anni (pare…). Ma il “piano” ancora non s’è concretato in un’offerta precisa. Il fatto è che gli espropri sono aumentati nel biennio passato del 150% e questo sta diventando un problema sociale esplosivo[41]

I termini del salvataggio del più grande assicuratore al mondo, la AIG, sono stati rinegoziati portando il pacchetto a 153 miliardi di $. A settembre il governo ha acquisito compartecipazioni per 80 miliardi e fornito alla compagnia assicurativa 85 miliardi sull’unghia per aiutarla a coprire il fallimento di Lehman Brothers. Ad ottobre ha sborsato altri 38 miliardi di $, anche se questo sembra ormai un pozzo senza fondo: l’AIG ha denunciato, infatti, un’altra perdita netta di 24,5 miliardi nel terzo trimestre e ne preannuncia altre nel futuro immediato[42].     

Cominciano ad esercitare forti pressioni i democratici che, a fronte di questi doviziosi aiuti all’economia di carta, reclamano i sussidi ed aiuti per 25 miliardi di $ anche per l’industria automobilistica di Detroit, sull’orlo del fallimento ormai dalla General Motors (le sue azioni sono tornate al valore di 65 anni fa) alla Ford (che, proprio come la GM del resto, sta dando fondo alle ultime riserve cash: per pagare salari e forniture), alla Chrysler[43]. Non glieli daranno subito[44] – il gruppo parlamentare democratico, che ha una maggioranza oggi ancora più larga, ha chiesto di ricevere dalle Big Three, entro poco più di una settimana, un piano dettagliato su come li useranno – ma, alla fine, glieli daranno.

Ha pensato bene Gordon Brown, il primo ministro britannico, di sentenziare la sera prima del vertice dei G20 a Washington  – da perfetto esponente della scuola lab-lib, dove solo il liberismo è rimasto e il laburismo pare a volte largamente scomparso – per fortuna non sempre e, magari, anche mentre spinge contraddittoriamente programmi come quelli che pare ora intenzionato a resuscitare di stimolo alla domanda – che ormai non bisogna salvare “le vecchie industrie condannate a un irreversibile declino nella competizione globale[45], né i posti di lavoro che esse garantivano: bisogna fornire invece, semmai, altri posti di lavoro nei settori più vivi dell’economia (già… ma quali? le banche? Brown tace… naturalmente).

Se, poi, questi posti si trovano – e nessuno lo garantisce, di certo – magari danno un reddito del 70% inferiore a quello precedente dell’industria dell’auto e, magari, anche precario… E allora? allora ciccia…, secondo dettami della scuola liberista. Ma pare che Brown abbia calcolato forse un po’ male l’azzardo e che Obama, ancor un po’ troppo lab, lui, e poco lib, se la sia presa un po’, per l’interferenza inappropriata e presuntuosa dell’inglese.

Si apre, però, un dibattito duro con l’altra ala dei democratici, quella più attenta all’ambiente che mette da tempo sotto accusa i fabbricanti sempre disattenti a ogni preoccupazione verde e chiede, ad esempio, di imporre a chi viene aiutato la condizione del cambio dei modelli prodotti nel senso di una maggiore responsabilità ambientale. Ferocemente contraria, però, a misure di questo genere (dicono che si intromettono in scelte di mercato che non competono al potere pubblico— come se dare decine di miliardi di dollari di liquidi alle banche non si intrometta…) è l’Amministrazione repubblicana ancora in carica e che controlla ancora la borsa: ma anche l’ala più “industrialista”, compresi alcuni sindacati (non tutti) dietro al partito democratico non vede granché bene condizioni “verdi”[46].

Intanto in Cina, la Geely (che fabbrica le auto di marca Panda) a nome di tutta l’industria automobilistica, reclama aiuti di Stato[47], come quelli americani, dal governo cinese che deve fare come quello americano e aiutare l’industria; proprio come fanno in Europa, e da noi (ci pensa, con Marchionne[48], la FIAT), tutti i difensori del libero mercato, reclamando i loro sussidi: se gli americani aiutano con soldi pubblici i loro fabbricanti di auto lo stesso devono poter chiedere, e ottenere, italiani, inglesi, tedeschi, ecc., ecc. E perfino Gordon Brown è costretto, a questo punto, a prestare qualche orecchio… E l’UE balbetta che forse sì, si può fare, data l’eccezionalità, ecc., ecc.

Sia chiaro, però, irrefrenabilmente ipocriti come sono, “senza falsare le regole del mercato” (come se immettervi aiuti pubblici per 130 miliardi di €, diciamo l’1% del PIL complessivo dell’Unione     – l’equivalente del suo bilancio totale – non fosse “falsare”…) con intromissioni a questo fine solo “mirate e temporanee[49]. Dove mirate, almeno come idea, si capisce (più o meno: condizionate alla costruzione di auto più ecologicamente compatibili, diciamo), Ma temporanee? qualcuno crede davvero che chi viene sussidiato restituirà mai questi soldi? Sarebbe meglio, sempre ipocrita ma forse un po’ meno, dire piuttosto una tantum: fino alla prossima volta.

Buttiamola lì, come ci viene al momento, per poi magari ridiscuterne. Ma perché, di grazia, non cercare con l’America di Obama l’accordo per far pagare il conto ai sovrapprofitti dei petrolieri?… Si può, non si può? e se no perché? se di sovrapprofitti immeritati si tratta….

Anche in America, soprattutto in America – è chiaro – si imporrebbero condizioni assai dure per un qualsiasi aiuto, miliardi e miliardi di dollari, ai grandi fabbricanti di auto, motivato dal fatto che da essi dipendono ancora 250.000 lavoratori, più di un milione di pensionati e di familiari e altri milioni di lavoratori dell’indotto (secondo alcuni studi[50] alla fine 1 su 10, quasi 14 milioni di operai, tecnici, ecc., americani; altri dimezzano questa cifra impone oggi condizioni dure.

Ma non si tratta – come la grande stampa di cosiddetta opinione che pende sempre, al dunque, per lor signori ipocritamente rivendica lì, e del resto da noi in occasioni simili – di costi da far pagare appunto a loro signori  col licenziamento dei massimi dirigenti, la proibizione di pagare dividendi agli azionisti, il tetto ai compensi dei managers.

No, al contrario di Obama – che sembra convinto di dover aiutare anche l’industria metalmeccanica e direttamente i metalmeccanici, visto che finora gli altri ma anche i suoi si sono fatti carico, senza tanti problemi, di aiutare le banche e banchieri e, assai meno, i bancari – qui i pennivendoli benpensanti denunciano il fatto che si voglia aiutare chi guadagna, come i lavoratori dell’auto, “perfino 57.000 $ all’anno[51]

E, per il bene dell’economia come la vedono loro – e tutti i loro confratelli economically correct in giro per il mondo – devono in prima persona farsi carico dei sacrifici per la salvezza di tutti… Infatti, non c’è mai tanta curiosità, né tanta indignazione, per i superstipendi, i super bonus e i paracadute d’oro di manager e dirigenti che lasciano abbattere le loro imprese ma loro si salvano sempre e con loro salvano i propri conti in banca, alla faccia dei cadaveri lasciati sul posto… 

E’ una manica di ipocriti, questa, ma in buona fede probabilmente perché neanche vedono l’incongruenza nel fare questi discorsi del non dirci mai quanto guadagnano loro, questi editorialisti del WP – o quelli di Repubblica che, per dire, quando da noi si parla di cassa integrazione fanno sempre anche loro l’identico ragionamento: sui lavori privilegiati e meglio pagati  – e quanti soldi pubblici, da loro come da noi, in varie forme siano andati a sussidiare i loro giornali come i loro stipendi…

Ma, certo, come condizione di ogni aiuto, nel caso dell’auto c’è anche la necessità di ristrutturare imprese cui i contribuenti sarebbero comunque chiamati a versare miliardi di dollari di aiuti. Prima condizione, assoluta, insomma è che GM, Ford e Daimler Chrysler cambino strada, arrendendosi al fatto che i loro prodotti, divoratori di ettolitri di benzina e di diesel, non sono più adatti al XXI secolo. Insomma, una ben altra efficienza energetica obbligatoria diventa ormai un prezzo da pagare al fallimento del libero mercato[52].

D’altra parte, sottolinea il nuovo premo Nobel dell’economia Paul Krugman[53], “le novità che vengono fuori dalla situazione economica sono peggiori ogni giorno… siamo già dentro un’economia della depressione in cui anche gli strumenti usuali delle politica economica, anzitutto la possibilità per la Fed di pompare l’economia tagliando i tassi, perdono capacità di trazione… Oggi, infatti, il tasso reale di riferimento, non quello ufficiale dell’1% che, per ragioni tecniche, non ha più alcun senso, oscilla in media sullo 0,3%. Per cui, sostanzialmente, da tagliare non c’è più niente…

   [Adesso] per tirarci fuori da questa spirale al ribasso il governo federale dovrà fornire uno stimolo economico nella forma diretta di una spesa più alta e di un aiuto maggiore a chi è in difficoltà… Ma, per arrivare in tempo ed in quantità sufficiente, bisognerà spingersi oltre diversi pregiudizi di stampo convenzionale.

   Uno è la paura di spendere in deficit… Un altro, è che la politica economica deve muoversi con cautela… Infine, che modestia e prudenza negli obiettivi sono di per sé cose buone. Il che è vero in tempi normali. Ma nelle condizioni attuali è molto meglio sbagliare per aver fatto troppo che per aver fatto troppo poco.. Se si sbaglia in questo senso, rilanciando troppo l’inflazione, allora sì un freno lo può sempre mettere la Federal Reserve, rilanciando i tassi di interesse...

   Le indicazioni sono che la nuova Amministrazione metterà in moto un pacchetto di stimoli di portata maggiore. Un calcolo buttato giù affrettatamente dice che si dovrà trattare di un grosso pacchetto, qualcosa nell’ordine dei 600 miliardi di $...”.

E’ proprio quanto terrorizza, ad esempio, la stampa benpensante (si fa per dire…) di ogni latitudine e longitudine. Per esempio. Il Financial Times trova che “gli economisti temono che il deficit di bilancio americano l’anno prossimo potrebbe [con Obama] raddoppiare a quasi 1.000 miliardi di $, con  serie preoccupazioni sul fatto che Obama possa poi mantenere le costose promesse fatte in campagna elettorale: come quella di 150 miliardi di $ di investimenti in energie alternative in un decennio e come il piano da 60-110 miliardi di $ di copertura sanitaria a tutti gli americani[54].

Un paio di osservazioni…Ma perché anche giornali così prestigiosi non prendono la buona abitudine di attribuire giudizi tanto cretini per nome e cognome a chi li profferisce, preferendo invece annegarli nell’anonimato inesistente del tutti “gli economisti” come se fossero un tutt’uno? E’ evidente, infatti, per dare la risposta più banale che viene in mente, che non c’è nulla di tecnico ma tutto di politico in queste preoccupazioni: perché basterebbe risparmiare anche solo un decimo della spesa militare tra Iraq e Afganistan per ritrovarsi a disposizione quanto si vorrebbe investire in quest’altro modo. Questione politica, dunque, sepolcri imbiancati, non tecnica…    

Intanto, certo, il crollo del prezzo del petrolio riduce anche il deficit commerciale degli Stati Uniti al più basso livello da quasi un anno. Ma il deficit negli scambi con la Cina sale al massimo di sempre. Il deficit resta ampiamente negativo, a 56,5 miliardi di $ ma scende dai 59,1 di agosto, con la riduzione del costo del greggio che incide per il 15,7% del ribasso, escluso il quale in effetti il deficit aumenta da 33,7 miliardi di $ ad agosto a 35,5 a settembre, per la riduzione concomitante dell’export americano sceso di 9,9 miliardi di $ nel mese (155,4 miliardi di beni e servivi esportati, -6% a settembre contro 211,9 miliardi di import, -5,6% nel mese: calo della domanda sia estera che interna)[55].

Comunque, mai dalla grande Depressione in poi tanti paesi si sono trovati tutti insieme di fronte a una crisi finanziaria diventata globale che così rapidamente e violentemente continua ad espandersi e ad infettare l’economia reale (la produzione, le vendite, i consumi e gli investimenti) come un virus in continua mutazione capace perciò di annullare ogni cura: anche quelle  sperimentali. Così la pandemia si diffonde, portandosi dietro un restringimento del credito. E la paura è forte. Ricordate il terremoto di Wall Street, il venerdì nero dell’ottobre 1987? Il Dow Jones andò giù di 1.000 punti. Ma se quello lo chiamarono crollo, questo cos’è?

Il 19 novembre, tutte le borse del mondo riprendono ad andar giù insieme, trascinate dall’Asia, trainata a sua volta da Wall Street[56], dove si tocca il punto più basso ormai da sei anni (Dow Jones a 7.997 punti: avendo perso il 50% dai 14.164 del 7.4.2008). Mentre l’interrogativo angoscioso che si impone a tutti i mercati finanziari, a tutti i governi e a tutti i paesi a questo punto è fino a quando, e fin dove si dovrà andare giù per toccare il fondo[57]

A metà mese, si è svolto il vertice dei G20, convocato di mala voglia da Bush su pressione anzitutto di Sarkozy e Brown, nel tentativo di trovare un consenso tra tutti i grandi paesi. Unico escluso in partenza, la Spagna: il fatto è che Bush continua a sfoggiare la sua visione meschina per cui se uno non è amico, secondo lui, degli Stati Uniti, cioè della sua politica, lui non ci parla: come se fosse un premio, parlarci… e lui non ha ancora perdonato a Zapatero di aver avuto ragione quando ha ritirato le truppe dall’Iraq subito dopo le elezioni spagnole del 2004: l’uomo, oltre tutto, è pure dannatamente permaloso e meschino…

Ma è stata la UE, in particolare proprio il suo presidente di turno Sarkozy, a fregarlo notificandogli che in ogni caso Zapatero sarebbe stato in ogni modo partecipe della delegazione dell’Unione al vertice… obbligandolo così a fare marcia indietro[58]. Salvandogli la faccia, in qualche modo, chiedendo pure, e con facile successo, che venisse associato alla riunione anche il primo ministro olandese, Balkenende, in forza del possente settore finanziario del suo paese che, pure, non farebbe mai parte del G20 sulla base dei numeri. E salvando così la serietà dell’incontro (la Spagna, al contrario dell’Olanda, è sicuramente nell’elenco dei G20 reali del mondo, prima del Canada e subito dopo l’Italia[59]).

Il clima del vertice è stato molto diverso da quelli passati, ordinari non come questo di emergenza del G20: già si vedeva ancor prima che lo riunissero[60]. Molto pesante l’approccio perché molto pesante è anche la situazione (e Obama ha declinato l’invito fattogli da Bush a presenziare: in questo paese, ha spiegato, “c’è un presidente alla volta” e adesso c’è ancora Bush: sgonfiando in partenza, così, con una motivazione impeccabile, anche aspettative che andavano inopportunamente gonfiandosi…).

Era impossibile, in pratica, che da questa riunione di Washington uscisse qualcosa appena appena di serio. Questo G20 non ha avuto nessuna preparazione se non quella dettata dall’urgenza di fare, o almeno di sembrar fare, qualcosa. Ma, come abbiamo accennato richiamando poco su un titolo del NYT, c’erano ben “venti agende diverse”, una per ognuno dei venti leaders

A inizio novembre un dirigente della Banca centrale di Cina ha rilevato come il suo paese abbia già cominciato a sentire il morso della crisi, con la pesante frenata  di produzione e profittabilità di cui abbiamo prima detto nel capitolo specifico sulla Cina. E, l’India, per la seconda volta in due settimane, ha tagliato il suo tasso di rifinanziamento bancario mentre la Russia ha ritirato dal suo fondo sovrano di investimenti (creato dopo il collasso del rublo nella crisi del 1998, subito prima della presidenza di Putin) 6,4 miliardi di $ per tamponare le perdite in borsa con aiuti d’urgenza.

E, dopo una settimana, mentre nel mondo tanti provvedono a tagliare e rinviare, o annunciano di investire ma poi lasciano a quello stato l’annuncio – sapete di chi, tra gli altri, stiamo parlando –  viene  comunicato un piano di stimolo per investimenti aggiuntivi, reali, in due anni di 586 miliardi di €: è il 14% del PIL (reale, a parità di potere d’acquisto, oltre 8.000 miliardi di $) da investire in un biennio in infrastrutture e in una serie di progetti di welfare che mirano a rilanciare un’economia comunque, al momento, obbligata soprattutto dal contesto a frenare[61].  

In Gran Bretagna Brown, in Francia Sarkozy (e in Italia Berlusconi, con voce inevitabilmente più fessa e, lamenta lui, poco “attenzionata”, come quasi sempre quando parla di cose serie), hanno cominciato a dire di una riforma radicale del Fondo monetario e della Banca mondiale (la Bretton Woods II) o della costituzione di un fondo sovrano unico europeo gestito, dice qualcuno, dalla Banca europea degli investimenti e vogliono discuterne (ma sono stati già sostanzialmente stoppati nei vertici europei, dalla Germania anzitutto).

E poi al G20 l’idea non passa, per la non volontà degli Stati Uniti, della Germania e di diversi altri dei partecipanti. Uno dei quali è arrivato perfino a chiedere, con falsa ingenuità, a Brown come può, proprio lui contrario ferocemente a dare poteri di co-decisione alla UE come tale, chiederne di più vasti ancora per un corpo tanto poco coeso come il G20…

Brown che ha sottolineato poi, con gran forza, la necessità di rifuggire dal protezionismo – gli americani per General Motors e Ford, come il Terzo mondo per le sue derrate agricole: tale e quale, naturalmente – a questo punto, se non altro per decenza, sembra anche aver ritenuto di dover spendere qualche parola sull’obbligo del Fondo monetario e della Banca mondiale di aiutare i paesi più poveri del mondo a svilupparsi. Ma loro dall’incontro di Washington restavano esclusi del tutto. India, Brasile e Cina, ormai, sembrano ammessi ma Madagascar, Togo e Botswana, per dire, resteranno fuori per sempre.

Del resto, è la stessa natura epidemica della crisi a costituire un freno pesante a ogni generosità internazionale, cioè anche ad ogni beninteso interesse pro se stessi a medio termine: da parte dei grandi che devono fare il mea culpa ma anche dei tanti paesi piccoli e medi che, fino a ieri quando le cose andavano bene – sembravano andare bene, tutti dicevano che andavano bene – non contavano nulla. Russia, Cina, Stati del Golfo, d’altra parte, finché hanno ancora i soldi, puntano su di essi per svilupparsi di più, certo, che per aiutare qualcun altro. Specie i re Mida che, adesso, sembrano trasformare del resto tutto quello che toccano in piombo.

Se emergerà mai un nuovo sistema finanziario globale dalle ceneri di quello attuale, non saranno più quelli di oggi tanto per dire i G7— ma corrisponderanno alla realtà della gerarchia dei PIL dei vari paesi a parità di potere d’acquisto: sempre per dire, Canada e Italia dai G7 spariscono subito e la Gran Bretagna avrà problemi a restarci. Cina, India, Brasile e quant’altri vorranno scendere in campo solo quando e se la nuova gerarchia verrà accettata. Col rischio, però, di far uscire qualcuno ed uscire qualcun altro senza che cambi il meccanismo ed il concetto del funzionamento dello strumento…

Molti esperti, anche tra quelli che, quando ancora la maggior parte di loro giurava che tutto andava bene, avevano indovinato quali fossero le secche in cui l’economia mondiale col suo gonfiamento finanziario andava a cacciarci tutti, dicono ora che, per uscire da una recessione che sarà lunga e penosa, servirà il contributo della Cina e di molti altri paesi emergenti.

Gli Stati Uniti sono riusciti quasi da soli a mandare all’aria i mercati finanziari globali, ma adesso ci vorrà il lavoro comune di Cina, anzitutto, India, Brasile e degli altri paesi emergenti che, insieme, rappresentano il 30% della produzione mondiale. Ma c’è anche chi, tra questi esperti, avanza qualche dubbio sulla capacità di trainamento proprio della Cina, indicando la percentuale ancora bassa di PIL che il paese investe in ricerca e sviluppo.

D’altra parte, la fiducia di alcuni – che alla fine saranno proprio gli Stati Uniti a tirarci fuori tutti da questa crisi – riposa su una fiducia enorme nella vitalità dell’America. Chi scrive non se la sente di escluderlo. Sa, però, che sarà proprio dura: dice, per esempio – ma non è il solo, è soltanto quello che la mette giù più chiaramente – un editore di pubblicazioni a specializzazione specificamente economica della Corea del Sud, Chang Dae Wan.

Chang, dice quasi provocatoriamente, ma molti gli danno ragione, che “per tirare fuori l’economia globale dalla crisi finanziaria globale” è necessaria “una spinta di dimensioni enormi all’economia americana che può venire solo da un pacchetto di stimoli americano, qualcosa dell’ordine forse di 2.000 miliardi di $. Finora se ne sono visti [stanziati e neanche tutti sborsati poi e in modo pure molto discusso, come s’è visto] solo 700. Il risultato pià probabile, però, è che l’anno prossimo ci si dovranno aspettare più guai e più paura[62].

Così il comunicato finale[63] del G20, in fondo, è proprio quel che si poteva pensare:

• dichiara all’unanimità che la crisi è seria e immediata (come se fosse necessario, come se qualcuno ne dubitasse);

• dichiara la necessità di misure per favorire la crescita, ma con dei partecipanti che annunciano di riservarsi la scelta dei modi, senza concordarla con altri;

• prevede – senza naturalmente far nomi – che, con Obama al posto di Bush, potrebbe essere più facile superare il baratro che all’OMC ha separato le due posizioni estreme: India ed America;

• prevede anche che bisogna aspettare Obama, ormai – il convitato di pietra di questa riunione – per poter anche solo cominciare a discutere di ri-regolamentazione del sistema finanziario internazionale— e ciò a fronte di un patetico, imbarazzante appello di George Bush, quasi piagnucoloso nelle circostanze, alla sacralità del mercati, alla necessità di rispettare i liberi verdetti del mercato… mentre firmava un altro sussidio a qualche banca fallita;

• quindi, un nuovo appuntamento tra qualche mese (con Obama stavolta);

• qualche aulica intenzione, ed anche alcune “decisioni” di massima, ma non operative subito né per tutti (tutte le misure del fare hanno a premessa il verbo should, condizionale di dovere: cioè, dovremmo, dovrebbero… niente, insomma, di impegnativo davvero...);

• oltre alla coscienza chiara che se bisognerà, e forse ormai bisognerà, puntare a una riforma sistemica della finanza internazionale, come dice Brown – vedendosi quasi a nuovo lord Keynes – a una Bretton Woods II, ci vorrà molta più preparazione: il primo round, nel 1944, fu preceduto da discussioni preliminari di due anni e mezzo e, allora, con una leadership e un’egemonia americana incontrastata che oggi, dopo Bush, non si dà certo più.

Il problema di fondo è sempre lo stesso e finché tutti, soprattutto gli americani, non capiranno che è colpa anzitutto loro e poi che è colpa di tutti, non se ne esce. Turani, l’opinionista di Repubblica, lo ha di recente ben descritto così. Negli ultimi cinquant’anni, in buona sostanza, “il mondo ha accettato il dollaro come valuta per i pagamenti internazionali, lasciando all’America la possibilità di stampare dollari a volontà. In questo modo gli Stati Uniti hanno finanziato le loro spese (scaricando i debiti sull’estero), consentendo al consumatore americano una vita al di sopra del giusto. Ma questa vita al di sopra del giusto è quella che ha fatto crescere il mondo perché è stata il centro della domanda mondiale di beni e servizi. Oggi questo schema si è rotto o si sta rompendo”.

E’ questo che dovrebbe davvero discutere il G20: ripristinare quel meccanismo, ma accollandosi adesso anche il fallimento finanziario degli Stati Uniti d’America oggi? O, se no, cosa? Ma non lo faranno. Farfuglieranno e rinvieranno… L’unica cosa che non farà l’Europa – e pare di capire che Turani abbia la stessa impressione – è fare come fa l’America: “Riapr[ir]e, in una parola, il grande cantiere americano [nel nostro caso europeo: strade, ponti, infrastrutture…]… mettersi a distribuire stipendi e a migliorare un po’ se stessi stampa[ndo] i soldi che servono per questo lavoro immane... L’Europa potrebbe fare esattamente la stessa cosa[64].

Ma non lo farà, appunto, perché per farlo avrebbe bisogno – prima – di farsi Europa: una voce sola, una sola politica fiscale, cioè di bilancio. E l’Inghilterra non vuole, la Polonia nemmeno, forse oggi neanche la Germania… tutte gelose scioccamente della propria piccola, ridicola, inutile, sovranità nazionale.

La verità, anche qui, per tanti difficile ma inevitabile poi da accettare, è che o ci salva Obama oppure non ci salva nessuno. Perché la chiave, in assenza di una Europa, è ancora l’America e oggi, per la prima volta forse, la gente si sente obbligata e capisce che dovrà finalmente mettere in prospettiva le proprie vite coi propri desideri e con i propri mezzi. L’era del commercialismo e del mercantilismo, per il futuro che si può prevedere, è finita. Ormai l’economia dovrà ripristinare l’equilibrio e focalizzarsi sulle necessità e, nell’ordine, sulle priorità più che sui desideri.

Ma questa è la necessità: una leadership forte. E democratica. E che si manifesti presto, adesso.

Questo è il punto che sostiene Sarkozy – il tempo che urge – deciso a battere il ferro finché è caldo. Dice che intende riconvocare una riunione dello stesso tipo – ma diversa, si capisce: non i G20 formali, ma neanche una riunione di studio e di approfondimento – a Parigi: ben prima di quella in calendario con Obama, proprio perché i tempi stringono – e vagli a dar torto – e non si possono aspettare quelli della transizione americana dei poteri dettata a fine ‘700. E parte il braccio di ferro.

Da una parte c’è il presidente francese, deciso a tenere in mano l’iniziativa e ad obbligare anche i più riluttanti tra gli europei a prendere in mano il coraggio necessario a mettere apertamente sotto accusa il capitalismo di stile americano o anglosassone, aggressivo e eccessivo soprattutto perché riluttante a ogni regola. Dall’altra, c’è il presidente più malvisto della storia americana, Bush, deciso a spendere le sue ultime settimane alla presidenza senza consentire agli europei, e specie ai francesi, di dettare l’agenda del dibattito sulla nuova regolazione finanziaria internazionale.

In mezzo, ci sono i tanti europei, forse stavolta anche gli inglesi, convinti che sul fondo Sarkozy abbia ragione – sull’urgenza… – ma anche restii a dare un altro schiaffo all’ “amico americano” e ad accelerare il processo.

Dietro il tutto ci sono due letture, divergenti se non opposte, dell’esito politico del G20. Bush ha sostenuto che il G20 ha riaffermato il valore dei liberi mercati e del libero commercio (sul “libero”, naturalmente, si possono avanzare fondate riserve…) e la primazia della regolazione nazionale di ciascuno per sé. Sarkozy ha parlato, invece, “di una vera e propria dislocazione del potere”, di un’ “Europa che per la prima volta ha espresso una sua chiara determinazione”, di “americani che mai prima, mai, avevano mostrato disponibilità a negoziare su questo tipo di mutamenti alla regolamentazione” finanziaria[65].

Sarà ora interessante vedere se, dal vertice di Parigi, dell’8-9 gennaio – che alla fine si terrà nella dimensione di un consesso, convocato da lui e dall’ex primo ministro inglese Blair, tra attori della politica e della scienza economica (su invito del presidente francese parteciperanno almeno due Nobel dell’economia come Joseph Stiglitz ed Amartya Sen, vicini ad Obama) – verranno esiti in qualche modo concreti. Non solo dotte relazioni, insomma, né solo buone intenzioni.

Intanto, gli ultimi singulti della presidenza di Bush, mentre tutti temono qualche sua alzata di testa pericolosa in campo internazionale, stanno cercando di diroccare tutto lo smantellabile in politica interna per via amministrativa.

Segnala il NYT, che l’Amministrazione “si sta dando disperatamente da fare a cambiare regole e interpretazioni dettate dalla legge in campi come l’ambiente, il rispetto delle libertà civili, il diritto all’aborto [quello che qui chiamano l’ambito del sociale]— e quasi mai per il meglio... Nel caso di Bush, stanno tentando di utilizzare come unico strumento la palla di ferro della rottamazione. Noi temiamo che potrebbero volerci mesi, od anni anche, perché il futuro presidente possa identificare e poi cancellare tutti i danni così perpetrati[66].

Perché, intanto, Bush (e neanche all’undicesima ora, ma a dieci minuti proprio dallo scoccare della dodicesima)

• ha provveduto ad allargare, per mano del suo ministro della Giustizia che ha firmato ordini esecutivi in tal senso fregandosene di ogni obiezione giuridica, i poteri intrusivi dell’FBI e dello spionaggio interno (costituzionalmente illegale);

• riducendo gli spazi delle libertà civili degli americani, in questi anni con l’alibi/motivazione dell’11 settembre, sotto Bush già largamente erosi;

• e in altri due campi, l’Amministrazione s’è in queste ultime settimane data un gran da fare a spaccare con la palla di ferro del demolitore, all’ingrosso, ogni protezione/diritto restante:

   = per l’ambiente, è stato amministrativamente ridotto ogni tentativo di costringere/convincere con la legge le industrie maggiormente inquinanti a ripulire l’aria e l’acqua che in quinano;

   = e, in campo sociale, come lo chiamano qui, ad esempio per il diritto all’aborto, ha ridotto per via di regolamenti e interpretazioni governative sempre più restrittive l’accesso all’aborto (questo è l’unico campo in cui i conservatori d’ogni tempo e ogni luogo credono fermamente nell’intervento regolativo);

• una cosa che Bush per via amministrativa non farà è chiudere, una volta per tutte, quello che è rimasto il simbolo più cocente della vergogna dell’America, Guantanamo: lo vuole Obama, lo vuole McCain, lo volevano Rice e Gates, segretari agli Esteri e alla Difesa e Bush stesso aveva detto ormai di volerlo; si opponeva Cheney, quasi da solo a quei livelli: questione di principio, diceva, perché l’America è l’America e ha tutti i diritti, essendo l’America, di trattare i suoi nemici come le pare... E Bush, alla fine, ha dato ragione a lui e torto perfino a se stesso.

E’ importante notare che Obama, meglio i suoi più vicini consiglieri e aiutanti, hanno già indicato che, con atti dello stesso tipo (ordinanze esecutive del presidente ma di segno opposto), provvederà a cancellare di peso quelli passati nell’altro senso dal predecessore evitando così “i mesi e gli anni” che sembrano tanto preoccupare, quasi fossero inevitabili, il NYT.

Solo che non lo sono, se i democratici – e con questa leadership sembrano pronti a farlo – sono, finalmente, decisi a rendere pan per focaccia ai conservatori[67]. Hanno bloccato per decreto il finanziamento pubblico della ricerca sulle cellule staminali? e noi con un altro decreto la sblocchiamo! hanno autorizzato, alla faccia di ogni protezione ambientale, e sempre per decreto, l’ulteriore trivellazione alla ricerca di greggio petrolifero e gas vicino alle coste? e noi la blocchiamo!

Insomma, il cambiamento, che quando venne proclamato sembrava per lo meno poco plausibile, è arrivato: anche se, finché non è proprio arrivato, erano – siamo stati – in molti a non crederci. E adesso aspettano, aspettiamo in tanti, tra tante speranze e anche diversi timori, di là e di qua del crinale: qua chi vuole davvero cambiare, là chi del cambiamento ha paura.

C’è, sicuramente, quello che fa notare con qualche ragione una frangia non irrilevante di quella che noi chiameremmo la sinistra estrema americana – anarcoide o quasi, in realtà, più che di sinistra; e, soprattutto, come tutti i puri e duri, insofferente delle mediazioni – cioè, che Obama non si segnala sempre per coerenza riformatrice e che, forse, specie in politica internazionale, più che una colomba è un falchetto più intelligente e astuto di quelli finora al potere…

E può anche essere che sia vero. Toccheremo man mano qualche punto di riserva, non ideologico ma concreto, che effettivamente emerge dalle posizioni assunte da Obama in campagna elettorale. Ma, per ora, la promessa e la speranza del cambiamento restano in primo piano.

Perché, per cominciare c’è il nome, Barak (Benedetto in swahili, la lingua del Kenya, benedizione in arabo, la lingua dell’Islam, ma anche in ebraico) Hussein (sic! il secondo nome più diffuso dell’Islam…) e Obama: che di americano suona proprio pochino. Il primo presidente nero d’America ma, e non dovremmo scordarlo perché serve rifletterci un momento sopra anche a noi, in realtà il primo presidente non bianco di tutto l’Occidente.

Poi il fatto: Obama è il figlio, nato in Hawaii, l’ultimo territorio a divenire uno degli Stati Uniti (il penultimo, è stato l’Alaska della Palin), da una ragazza del Kansas “figlia dei fiori” e del ’68 e da un ragazzo nero mussulmano che in Kenya pascolava le capre e che poi, studiando e lavorando, era diventato un professore universitario radicale e socialista, propriamente marxista ma non leninista a Nairobi, entrambi morti giovanissimi... E Obama è stato cresciuto dai nonni al di fuori dell’America stessa, anche in Indonesia, il più grande paese islamico del mondo ma come un ragazzino cristiano.

Quell’irsuto omaccione che si chiama Michael Moore e fa di mestiere il cinematografaro, in particolar modo il documentarista, e ha sistematicamente scioccato l’America e il mondo negli ultimi anni con terribili ed efficacissimi, anche se spesso striduli, documentari sulle malefatte di Bush e del sistema di Bush (Bowling for Columbine— sulla cultura e le mentalità dietro ai massacri giovanili nelle scuole d’America; Fahrenheit 9/11— sui dubbi che si accumulano su, e sono sepolti sotto, le macerie delle Torri Gemelle; Sicko— sul disastro della sanità americana…), ha sintetizzato così quello che legge in quest’elezione per la quale si è battuto con unghie affilatissime e denti assai aguzzi:

In una nazione come la nostra, fondata sul genocidio e costruita sulle spalle degli schiavi, è stato un momento inatteso, scioccante nella sua grande semplicità: Barack Obama, un brav’uomo, un nero, ha detto che avrebbe portato a Washington il cambiamento e alla maggioranza del paese l’idea è piaciuta. I razzisti sono stati presenti attraverso tuta questa campagna e nei seggi elettorali. Ma non sono più la maggioranza e ora, nel corso della nostra vita, vedremo sfrigolare la fiamma del loro odio[68].

Forse, in queste parole, manca solo la percezione che questo presidente non è solo il primo di leader di colore della storia americana, ma anche il primo leader post-etnico della storia mondiale, del nostro futuro comune.   

Sono righe che sembrano cogliere bene il senso vero di questa elezione che è proprio il rigetto della paura come fattore strutturante della vita e della politica americana. Tutta la campagna elettorale era stata basata sul modello della rielezione di Bush del 2004: gli americani si devono difendere dal mondo esterno che vuole loro male e li vuole distruggere per invidia sostanzialmente e per cattiveria (l’“asse del male”) ma anche da se stessi, dai nemici interni, affidandosi alle cure magiche, o più propriamente divinamente ispirate, del taumaturgo che viene dal Texas e dichiara apertamente di ricevere ordini direttamente dal padre celeste…

Anche stavolta, e stavolta ancora di più, diceva il messaggio, la minaccia è incombente: dovete aver paura di Obama, paura del nuovo che non conoscete, del diverso. Uno nero di pelle, o di color caffellatte (“abbronzato”, se volete), uno che si incontrerebbe alla pari anche coi nostri nemici, quelli che come lui magari si chiamano “Hussein”, uno che in passato ha “frequentato terroristi” e pastori protestanti estremisti vicini al “potere nero”, ha parlato con ogni genere di radicali che rifiutano di portare all’occhiello la spilletta smaltata della bandiera a stelle e strisce e di mettersi sull’attenti, mano sul cuore, al suono dell’inno nazionale, uno che non vede l’America “come io e voi vediamo l’America”, il paese che per il fatto stesso di chiamarsi America ha sempre e comunque ragione se sei americano… specie quando poi ha torto.

E Obama è anche uno – fatto niente da poco in America, oggi – che non ha nascosto – ma malgrado ciò poi lo hanno eletto – di essere quel che si chiama un intellettuale: non solo laureato, con un master e con un insegnamento universitario alle spalle, ma uno estremamente curioso – appunto intellettualmente curioso – che vuole informarsi su tutti i dettagli che servono e, poi, mai d’acchitto, decide.

L’ultimo ad essere eletto che era così fu John Kennedy, uno che non aveva esitato a chiamare i cervelli del suo tempo nel suo gabinetto. Bill Clinton, un fior di cervello brillante lui stesso, s’era accuratamente mascherato dietro il suo populismo un po’ grasso da contadino dell’Arkansas, certo evoluto ma sempre contadino.

   Il fatto è che l’anti-intellettualismo è un percorso fisso della politica americana. Ma forse è stata proprio l’esperienza di Bush – che sistematicamente e ottusamente allontanava da sé chi faceva domande e esprimeva dubbi se appena appena insisteva a avanzarli, che disprezzava il know-how e scostava come inutili le sfumature – a riabilitare oltre alla lealtà cieca e sciocca l’intelligenza.

   E l’America – annota un osservatore severo ma che ha assolutamente ragione – ha bisogno di gente intelligente che capisca l’importanza oggi di una buona istruzione non solo d’élite a pagamento ma pubblica e di base e voglia agire davvero per fornirgliela: secondo i sondaggi, gli americani che credono nella teoria dell’evoluzione sono più o meno quanti quelli che credono nei dischi volanti e un quinto di loro è convinto che il sole orbiti intorno alla terra; metà dei giovani di questo paese in un sondaggio del 2006, non credevano affatto che fosse utile sapere dove si collocavano i luoghi del mondo dove si verificavano fatti nuovi e importanti. Con grande consolazione di Sarah Palin che, secondo Fox News, non si rendeva neanche conto del fatto che l’Africa è un continente e non un paese[69].

E anche questo è un fatto importante: che l’America voti per un intellettuale che non si vergogna di dire di esserlo.

Insomma, Obama è pericoloso, è strano, è diverso da me e da voi. Non vi potete fidare di Obama. E dicevano quasi tutti, del resto, anche per molto tempo quasi tutti i leaders dei democratici americani che, per vincere, Obama doveva spostarsi al centro. Cosa che, in parte, ha anche fatto. Adesso gli dicono che per governare deve spostarsi al centro, naturalmente. Ma non si rassegnano a prendere atto che, e va detto alto e forte, è stato lui a spostare il centro a sinistra. Verso le sue posizioni. E che, senza troppi strappi, continuerò anche al governo a fare così.

Tanto più che tutti quei bianchi che dicevano ai sondaggisti di volerlo votare e che poi alle urne non lo avrebbero fatto, non c’erano: semplicemente, lo hanno votato. E la percentuale di elettori bianchi maschi che ha, in effetti, votato per Obama è stata ben al di sopra di quanti avessero mai votato fra loro per un candidato democratico, compresi Jimmy Carter nel ’76 e Bill Clinton nel 1992 e nel ’96.

La gente è stata a sentire per mesi i predicatori della paura. E’ stata a sentire anche quelli della moderazione e della corsa al centro. E ha deciso, invece, di correre il “rischio”. E, ora, questa vittoria di Obama, è anche il rilancio del sogno americano, diventato ormai quasi un incubo, che l’egoismo sociale instaurato e promosso a valore negli Stati Uniti d’America istituzionalmente da Reagan in poi – ma quasi sempre anche se in forma meno dura, pure negli anni di Clinton, sembrava aver affossato per sempre.

Ma non era così. L’America non aveva perso del tutto, pare, la sua capacità di innovarsi e di innovare con se stessa anche il mondo. Di redimersi, perfino, stavolta. Forse… In fondo, del sogno americano come di ogni sogno non è che contasse poi di vederlo realizzato. Contava – e conta – che sembri possibile realizzarlo.

La speranza, insomma: parola chiave su cui il presidente-eletto ha costruito il proprio cammino e il proprio successo. Da Gaza, sempre per dire, dove si sono eletti liberamente una leadership che molti governi occidentali considerano e boicottano come terrorista – ma che i palestinesi nella loro disperazione si sono eletta, comunque, liberamente – vedono un paese di decine, centinaia di milioni di “cristiani bianchi” che vota liberamente e si sceglie per leader un nero di origini modeste, figlio di un mussulmano. C’è un posto sulla terra – chiamatelo America – dove queste cose possono accadere. E accadono.

Certo, questo è un paese che predica al mondo la democrazia e la giustizia—  ma poi, siccome il risultato di un’elezione che pure esso stesso riconosce libera non gli piace, dichiara e impone una guerra economica senza tregua a chi quel voto ha espresso democraticamente; un paese che predica giustizia e equità— ma sbatte in galera senza processo alcuno e sistematicamente tortura i suoi prigionieri di guerra; un paese che lancia una guerra disastrosa per liberarne, dice, un altro da un tiranno— ma poi moltiplica per dieci volte e più in otto anni le vittime che lui aveva fatto nel suo dominio trentennale; un paese che deliberatamente ignora, per fare soldi qui e ora, i problemi di un ambiente che continua metodicamente ad avvelenare e che, per avidità e fede ideologica dettata dall’avidità, trascina il mondo nel caos economico.

E che, pure, dopo tutto questo, è capace – sembrerebbe capace – di voltare le spalle agli ultimi suoi otto anni di crimini ed errori e cambiare direzione. Il mondo vede, e dice di vedere, che il paese cui spetta la responsabilità di aver indebolito specie, ma non solo, in questi ultimi anni nel mondo ogni forza democratica proclamando e conducendo una lotta per la democrazia a forza di invasioni  militari, bombardamenti al napalm e colpi di Stato – ufficiali e ufficiosi – ignorando e combattendo contro ogni risultato della scelta democratica che non gli piaceva, facendo affari e spalleggiando tutti i dittatori che gli dicessero signor sì, adesso sta lanciando nel mondo una luce intensa dal faro della sua vita democratica interna.

Insomma, la speranza. La speranza, come hanno scritto in un blog siriano, che Obama “riporti in primo piano la narrativa che tutti ed ognuno vogliono veder tornare— quella dell’America come terra di straordinarie opportunità e di ogni possibilità, dove fioriscono anche i miracoli[70].

No, non è vero che il mondo come ha raccontato Bush per otto anni odia l’America. Era vero che odiava la sua America, questo sì, garantito… Ma, se è così, adesso al-Qaeda ha un problema col quale non aveva proprio contato di dover fare i conti: il presidente eletto degli USA – che sprezzantemente il vice di bin Laden, il medico egiziano Ayman al-Zawahiri, tratta da traditore delle sue radici islamiche e chiama “negro di casa” (era Malcolm X che, negli anni ’60, distingueva nella storia dei neri americani tra questi, i fedeli al padrone e alla casa, e “i negri di campo”, quelli più sfruttati e ribelli) – è, appunto, prepotentemente diverso: e a lui, agli islamici fanatici, tocca assimilare un’elezione che la loro visione del mondo presumeva incredibile, oltre adesso all’onere della prova di dimostrare ai loro seguaci che è un “negro di casa”…

Certo, Obama è un presidente reso, anche se non principalmente, “possibile” dal fallimento manifesto di Bush e della sua presidenza senza di cui difficilmente un qualsiasi nero – così ai margini della vita “normale” d’America – avrebbe trovato lo spazio, prima, per vincere tra i candidati democratici e, poi, per sconfiggere il repubblicano, anomalo anche lui – un uomo di princìpi che per cercare di vincere, alla fine, li aveva buttati a mare – McCain.

Sicuro, questo fatto – che in un’ultima analisi lui è stato eletto anche per il fallimento abissale del presidente Bush e per il casino combinato dai repubblicani al governo più forse che per il suo fascino e le sue capacità prese in sé – peserà: se mostra segnali troppo immediati di scelte ideologiche o politiche, per dirla alla maniera nostra, troppo a sinistra, quelle contro cui puntava il dito McCain, potrebbe cadere in una trappola politica.

Ma se esiterà troppo ad agire – per esempio, a cancellare i provvedimenti di tipo amministrativo che noi chiameremmo decreti e che hanno valore di legge con cui Bush scavalcava regolarmente il Congresso in campo economico – restringendo, ad esempio, i diritti sindacali – ed in materia etico-sociale – per esempio ordinando restrizioni alle procedure abortive autorizzate – saranno le sue truppe a metterlo spalle al muro…

In sostanza, deve coltivare insieme l’immagine che ha sviluppato in campagna elettorale di un centrismo razionale e bipartisan, ma deve dar retta al messaggio forte di “cambiamento” che, al fondo, lo ha portato alla Casa Bianca.

In ogni caso, il fallimento epocale dei repubblicani associato alla crisi finanziaria ed economica catastrofica, ha causato, al di là anche dei meriti delle posizioni democratiche e di quelle di Obama, uno spostamento tettonico che sembra aver catapultato l’America oltre e fuori dei trent’anni di politica conservatrice e reazionaria inaugurata nel 1980 da Reagan. Non sarà il suo, quello di Obama, un governo che cercherà di fare tutto, anche se è sottoposto a una pressione continua diciamo così dal basso che lui stesso incoraggia.

La prima mossa, che non si sa bene se ha imposto o convinto a far propria alla sua squadra di transizione – accademici, professionisti della politica, ex funzionari governativi, ecc., ecc. – e che pare averli scombussolati non poco, è stata l’apertura di un sito www.change.gov che ha sostituito già quello elettorale ed è pieno di messaggi: l’idea di Obama è di tenerlo aperto alla base e, più in generale, ai cittadini.

Facendolo diventare parte della strategia di transizione e cementando, così, il mandato elettorale con uno strumento di partecipazione – Internet – che, dicono molti analisti, è stato davvero e per la prima volta nuovo e cruciale in un’elezione presidenziale e che, adesso, dovrebbe garantire un flusso costante e facile di partecipazione agli americani. Una piattaforma nuova per gli inter-Obamanauti e, insieme uno strumento politico potente.

E’, certo, uno scetticismo di fondo, il nostro, che viene dal fatto di essere stati scottati da qualche illusione in passato tanto da temerne un’altra, che obbliga a chiedersi – appunto, scetticamente – se poi, al dunque, il presidente Obama avrà il coraggio di ascoltare e dar anche retta alle idee di questi cittadini, o anche solo di qualcuno di loro, quando si tratterà magari, facendolo, di ignorare interessi e pressioni di quelli che qui in America chiamano i fat cats, i gatti grassi…, diremmo noi forse lor signori…

Anche su una questione che, in questo paese, acquista un valore tanto concreto quanto simbolico – l’accesso al potere della miriade di lobbies di cui pullula Washington, la più alta concentrazione del mondo nel chilometro quadrato che va dalla Casa Bianca al Campidoglio, i segnali sono qualche po’ ambigui. Come fa notare il NYT mentre, da una parte, Barak Obama ha imposto un codice strettissimo contro i conflitti di interesse alla squadra che prepara la transizione e li annuncia per il suo gabinetto e il team di consiglieri che collaboreranno con lui direttamente e più da vicino alla Casa Bianca, dall’altra nei fatti tra i collaboratori attuali si contano “dozzine di ex lobbisti”: ex, però, pur se è consentita, pare, qualche eccezione, avendo il presidente-eletto imposto a (quasi) tutti di dimettersi da tempo o avendoli obbligati a non interessarsi neanche da lontano di aree di policy sulle quali abbiano, loro o loro familiari, alcuna anche minima tangenza di interessi[71]

Staremo a vedere, dunque, anche noi sperando – un gerundio che, del resto, è parte integrante del programma di questo presidente – che se non farà tutto subito, come ha detto – e sembra credibile – farà senza quello che i cittadini non possono fare da soli. In politica estera e in quella interna:

• Per quel che riguarda l’Iraq, cercherà di metter fine presto – ma quanto presto? – ad una guerra ormai senza senso e senza fine nei termini che concorderà presto, subito, ma in maniera stringente con chi nominalmente l’America era andata a aiutare in Iraq ma che, per aiutarlo, ha letteralmente distrutto: quel macellaio di Saddam, pace all’anima sua, aveva fatto si calcola forse 100.000 morti negli anni della sua dittatura più il milione di soldati iracheni ammazzati nella inutile guerra con l’Iran— la guerra di Bush ha fatto oltre 4.000 morti americani e sicuramente almeno sei volti i morti iracheni sotto Saddam e 4 milioni di profughi interni ed esterni al paese.

Ma sarà proprio difficile anche per Obama uscirne… Nella sezione dedicata al tema sul sito web della campagna elettorale, Obama ha scritto che intende ritirare le truppe americane entro sedici mesi dalla sua inaugurazione, cioè a metà del 2010. Però specifica: “dobbiamo essere tanto prudenti nell’uscirne quanto siamo stati avventati nell’entrare in Iraq”. E aggiunge che “la rimozione delle truppe americane sarà condotta responsabilmente e gradualmente, guidata dai comandanti delle truppe sul luogo e in consultazione piena col governo iracheno”. Che ormai la chiede, ufficialmente, entro il 2011.

Obama parla anche di mantenere “una forza residua” di truppe americane per braccare e annientare i militanti in loco di al-Qaeda, proteggere l’ambasciata americana ed il personale civile degli USA nel paese. Nessuno sa quanto residua sarà questa forza militare e, lasciando così non specificata la questione, Obama si è voluto dare un evidente spazio di manovra. Mettendo insieme tutti questi fattori, insomma, diventa chiaro che il ritiro non sarà  completo entro metà del 2010.

Intanto, Amministrazione Bush e governo al-Maliki hanno raggiunto l’accordo di cui discutevano da mesi, l’accordo sullo status delle Forze armate americane in Iraq, che dal punto di vista del diritto internazionale, reso urgente dall’improbabilità dell’ennesimo rinnovo della copertura a posteriori dell’ONU (la “foglia di fico”) alla guerra della coalizione in Iraq. Ora, con l’accordo, esiste uno strumento giuridico bilaterale, se si accetta la legittimità del governo di Bagdad giuridicamente cogente, di vera e propria intesa internazionale sullo status delle forze armate americane.

In sostanza, viene regolato il dispiegamento delle truppe americane nel paese e, per la prima volta, con una novità straordinaria: qui, le Forze armate americane sono costrette ad accettare l’interferenza di un paese altro nelle cose loro. E sono le contraddizioni dell’Iraq: paese che dipende dall’America tal quale l’impiccato dipende dalla corda, per usare una figura retorica famosa in altro contesto; però capace anche di dettare condizioni all’onnipotente, ingombrante alleato: perché anch’esso quanto mai dipendente.

La bozza di accordo tra i due governi, approvata il 16 novembre[72], e ratificata dal parlamento iracheno a larga maggioranza anche se fra grandi turbolenze il 27[73], impegna ora le forze americane, 150.000 circa, e quelle di tutta la coalizione, un’altra decina di migliaia (i cui governi tra parentesi nessuno ha interpellato, ovviamente…), a ritirare le proprie truppe dalle zone urbane irachene entro l’estate del 2009 e dal paese tutto intero per fine 2011.

Dalla versione approvata in parlamento, quella finale, è assente la flessibilità e l’equivocità di linguaggio (a seconda della situazione…, secondo il parere congiunto dei due governi…, ecc., ecc.) che avrebbe voluto Bush, con una significativa vittoria negoziale per al-Maliki. Ma non di missione compiuta si tratta, stavolta, proprio di missione terminata del tutto, di cui si parla ancora ormai solo per anestetizzare il trapasso.

Anche il Senato americano, però, insiste nel valutare e rivendica il proprio diritto costituzionale – si tratta di un Trattato tra due paesi – ad approvarlo o respingerlo.

Ora, l’accordo – questo è il punto che vedrà la resistenza americana anche se proprio su questo il presidente Bush ha mollato – vede gli iracheni che d’ora in poi potranno perseguire nei loro tribunali i “crimini” di cui fossero accusati i soldati americani e, soprattutto, i loro mercenari, quelli che chiamano “contrattisti” e che finora godevano di fatto dell’impunità, di qualunque nefandezze si rendessero colpevoli; al governo iracheno spetterà anche il veto su ogni iniziativa militare degli USA nel paese e su qualunque incursione gli americani volessero intraprendere contro paesi vicini a partire dal loro territorio…

Un po’ meglio difeso, nella versione finale, è anche il diritto ad una protezione esplicita della vasta ricchezza petrolifera irachena e di altri assets di Stato da possibili rivendicazioni per miliardi di dollari da parte di chi ha interessi da far valere nei confronti del governo del defunto Saddam Hussein, o di quelli che lo hanno preceduto: specie, è il sottinteso, le compagnie petrolifere straniere[74]…   

Sia chiaro: in sintesi questo trattato chiarisce che ormai gli iracheni, e anche il governo che sa, sente, di essere sotto pressione da parte degli iracheni, vogliono vedere gli americani andarsene dal paese. Ed è Bush che, per poter restare un poco di più a Bagdad, fa loro concessioni mai fatte finora – va ripetuto e ben compreso – a nessuno dei paesi occupati dagli americani nel mondo, e neanche a paesi alleati (come l’Italia: ricordate il rifiuto di far processare ai tribunali italiani i piloti del Cermis, la strage della funivia del febbraio 1998? ma casi simili ci sono stati in Giappone, in Germania…). Però è difficile che questi diritti/privilegi per gli iracheni sopravvivano al vaglio del Congresso USA.

Del resto, che non ci siano più iracheni a chiedere agli americani di restare molto più a lungo lì a casa loro lo dimostra Ahmed Chalabi, addirittura: cioè il pifferaio imbroglione che s’è tirato dietro gli americani e che adesso – dopo i ringraziamenti dovuti – molla Bush e dice agli americani “Grazie, ma adesso potete andarvene a casa[75].

Lui, mica scemo, glielo dice dal suo esilio dorato di Washington. Lui, ex banchiere e bancarottiere, e adesso e ancora strapagato dalla CIA, dopo esserlo stato per anni prima del 2002 quando provvedeva a fornire a Cheney e Rumsfeld e Bush l’intelligence fasulla degli agenti segreti che aveva in Iraq. Neanche uno, sul campo, scoprì poi il Congresso.

Tutti lì a Washington, a creare documenti fasulli per quegli imbecilli che al Pentagono e alla CIA glieli pagavano a peso d’oro su armi di distruzione di massa, sul popolo iracheno pronto a sollevarsi contro Saddam e che avrebbe salutato i GI’s come liberatori: tutte le carte truccate che servivano a prendere per i fondelli gli americani— molto molto “bocconi” però, capaci di trangugiare tutto solo perché glielo diceva, sulla sua autorità sacrosanta, quell’imbroglione del presidente.

Bush sostiene che non è necessario far passare per il Congresso l’accordo sullo status delle Forze. Basta la sua firma…, se farà a tempo a metterla. Ma sono molti democratici a chiedere di discutere  e Obama è propenso a da retta a loro… Ma anche lui, per mettere in moto quell’“ordinato processo” di ritiro delle truppe che vuole iniziare al più presto, ha bisogno comunque di regolarizzare la presenza americana in Iraq dopo il prossimo 1° gennaio con un accordo sullo status delle Forze. Le difficoltà restano tute però, specie – e si può anche capire, no? – sull’estensione della giurisdizione riconosciuta ai tribunali iracheni sulle truppe americane...

Certo, l’altro accordo firmato e ratificato dal parlamento negli stessi giorni – l’accordo strategico quadro – dichiara che gli Stati Uniti non vogliono né richiedono alcuna presenza militare permanente in Iraq… ed è quel “permanente” ad aprire un nido di vipere: che vuol dire? un anno? cinque? più di cinquanta, come in Corea del Sud? o, magari, sono i famosi cent’anni di cui parlò in campagna elettorale il sen. McCain?

Qualche dubbio, forse anche serio, resta ad una lettura congiunta dei due accordi raggiunti sulla obbligatorietà degli impegni presi. Anche se i due governi sono, come dicevamo, legati a filo doppio, del governo di Bush, ma forse ancor più di quello di Obama, gli iracheni si fidano ormai proprio poco. Ma del governo iracheno sono molti gli americani che non si fidano più. Lo sfaldamento è già cominciato.

Da Washington avevano insistito, qualche tempo fa, quando ancora erano in grado di farlo – si direbbe – perché il governo al-Maliki accettasse di insediare una propria Commissione investigativa per scoprire che fine avessero fatto 13 miliardi di $ di aiuti americani e di altri “donatori” alla ricostruzione del paese andati “persi” per malversazioni, furti e sprechi di ogni ordine e genere.

Adesso, ha testimoniato uno degli ex investigatori di fronte al Congresso americano[76], il governo iracheno ha però provveduto, senza annunciarlo, a sciogliere semplicemente la Commissione composta da un investigatore, nominato dal parlamento, presso ogni ministero. Il governo, su presssanti richieste americane, ha promesso che saranno tutti rimpiazzati. Ma non più dal parlamento, ha chiarito: dal governo stesso, con nomine dirette e direttamente politiche che risponderanno solo al primo ministro… quello di turno, si capisce. Insomma, aumm-aumm…

E questo è un fatto. Dopo centinaia di migliaia – o milioni, nessuno mai lo saprà – di morti, feriti e storpiati, quattro milioni di sfollati e rifugiati, inclusi quasi tutti i cittadini iracheni più istruiti e preparati, dopo anni di tesori culturali ridotti in polvere da bombardamenti, furti ed incuria, di diritti delle donne e degli iracheni più “laici”, ma anche in qualche modo “diversi” (i cristiani copti, per esempio) calpestati dai fondamentalismi fanatici molto più di quanto lo fossero mai stati ai tempi di Saddam, dopo la distruzione di tutte le reti di servizi pubblici e di servizi sociali che, per le grandi masse dei cittadini, sotto Saddam funzionavano, torniamo alla casella iniziale di questo osceno e criminale gioco dell’oca. La differenza, l’unica vera differenza, è che Saddam adesso non c’è più.

E, alla fine di un periodo che sarà sicuramente caotico, forse anche più caotico di adesso, la probabile “soluzione” dell’Iraq sarà quella che, da oltre un anno, preconizza freddamente, e forse anche lucidamente il vicepresidente-eletto degli Stati Uniti, Joe Biden: la dissoluzione pura e semplice del paese. Torna in scena la vecchia trapunta a scacchi, fatta di feudi e sceiccati che, prima dell’unificazione voluta dal Regno Unito e poi, cucita e tenuta insieme, per amore e per forza, dal pugno di ferro di Saddam costituiva la Mesopotamia.

Ma nelle nuove condizioni ormai imposte dall’esperienza unitaria statuale durata decenni e dall’intervento americano e dalla necessità di dividersi, e come?, le spoglie della ricchezza petrolifera fenomenale di questo paese. Alla fine, l’Iraq potrebbe – dovrebbe, sostiene Biden anche se ha messo in campagna elettorale un po’ la sordina all’ipotesi che gli sta a cuore e di cui si era fatto il primo fautore in Senato – spaccarsi in tre entità statuali o parastatuali, il Nord curdo, l’Ovest sunnita e il resto del paese sciita e filo-iraniano, in una confederazione “unitaria” le cui linee e i cui poteri saranno alla fine, come sempre, definiti dalla realtà: cioè, dalla forza relativa delle milizie da ognuno schierate sul territorio.

Non sarà un paese filo-democratico, né filo-occidentale, né l’isola filo-israeliana nel mondo arabo che s’erano sognati nelle loro fantasie sconclusionate i neo-cons americani (inglesi e altri europei andati loro dietro…). Solo quando l’occidente se ne sarà andato del tutto, lasciando qui solo i suoi ambasciatori e qualche briciola, speriamo, di aiuto umanitario come in qualsiasi altro (o negli altri) paese sovrano del mondo, gli iracheni potranno cominciare con le proprie forze a ricostruirsi: se riusciranno a trovare un  qualche accordo tra loro. Solo che dopo le ferite terribili dell’invasione, dell’occupazione e della feroce resistenza questo resterà a lungo uno dei più infernali buchi neri della terra.

Francamente, questa guerra coi disastri umani che ha provocato – in definitiva riuscendo soltanto a liberare l’Iraq da Saddam e nient’altro di positivo e appena duraturo – non sembra neanche lontanamente accettabile: avendo per di più regalato, grazie alla dabbenaggine americana,  l’egemonia sull’Iraq all’Iran.

• Quanto proprio all’Iran, con Obama resta in piedi la possibilità di un intervento militare americano: anche se lui, e chi gli sta intorno, sembrano più avveduti, diciamo, della squadra che li ha preceduti. Qui, potrebbe esser utile se qualcuno dell’entourage del presidente richiamasse alla memoria della squadra tutta due riflessioni:

   = la prima, è sul perché l’Iran è oggi quello che è:

      a) c’era un governo democratico e secolare, quello di Mossadeq, che nei primi anni ‘50 nazionalizzo i campi petroliferi del paese;

      b) per questo, la CIA e il britannico MI6 gli montarono contro un colpo di Stato riportando sul trono e con poteri assoluti, il loro servo shah-in-shah, Reza Palevi;

      c) l’Islam, divenne così con Khomeini l’unico veicolo della protesta e della rivolta popolare: e siamo ad oggi.

= la seconda è la segnalazione che mai peggiore idea ha salutato l’inizio di una nuova presidenza che pure sembra aver aperto al mondo mille speranze. Mai, almeno dai tempi del piano di invasione di Cuba alla Baia dei Maiali che la CIA riuscì a vendere a John Kennedy all’inizio della sua presidenza e che lui improvvisamente, e “stupidamente” come poi confessò ad Arthur Schlesinger[77],  accettò nella speranza di levarsi di torno Castro, riuscendo invece a rafforzarlo nel sentire popolare come il difensore e vincitore dello yanqui invasore ed a consolidarlo, quasi, per l’eternità…

Sarebbe opportuno ricordarsi come quelle due avventure finirono … e pensare a come potrebbe finire – finirebbe – questa nuova iraniana: col caos totale a imperversare in tutto il Medio Oriente e specie in Iraq…; il blocco dello Stretto di Hormuz e il greggio, ancora una volta vicino almeno a 200 $ al barile…; lo sviluppo accelerato, segretissimo e sotterraneo, cioè a quel punto sì irrintracciabile, della Bomba iraniana…

Forse a Obama, ed a tutti, sarebbe più utile far esplorare l’idea – originariamente lanciata dall’ex sottosegretario di Stato Thomas Pickering e che a Teheran non aveva trovato orecchie sorde – di costituire un consorzio internazionale per l’arricchimento dell’uranio necessario a produrre energia lì, in Iran, quindi rispettando, da una parte, l’esigenza iraniana di pari dignità con ogni altro paese firmatario del Trattato di non proliferazione ma anche, dall’altro, garantendo che l’arricchimento non sia a fini militari attraverso la presenza sul luogo dei rappresentanti di tutto il consorzio[78]… e riprendere l’impegno cancellato, unilateralmente, da Bush al rispetto anche da parte americana del Trattato di non proliferazione anche per la parte che chiede alle grandi potenze nucleari di ridurre i loro arsenali atomici…

In definitiva, dopo che cinque presidenti americani cinque (Carter, Reagan, Bush I, Clinton e Bush il piccolo) hanno tentato, scornandosi invano, di arrivare a ridurre alla ragione – cioè, alla loro ragione – l’Iran di Khomeini e dei suoi successori col metodo della confrontation, forse sarebbe meglio cambiare proprio approccio (anche se Reagan fece e fece fare fior di quattrini con Teheran, nel corso del cosiddetto affare Iran/Contra, per i suoi feroci controrivoluzionari del Nicaragua e per i suoi amici della CIA e della Casa Bianca che “contrabbandarono” dai pasdaran di Khomeini ai tagliagole contra decine di migliaia di armi).

Anche perché altri modi di fare i conti con l’importanza geo-strategica crescente di quel paese non sembrano proprio esserci e perché (malgrado certe durezze verbali dello stesso Obama che in campagna elettorale ha anche detto, però, come non abbia senso alcuno rifiutare oggi di negoziare con l’Iran), altrimenti, non c’è modo di contenerne le ambizioni nucleari, in sé legittime, che sul piano esclusivamente civile Teheran stesso dichiara di accettare: ma autonomamente, per scelta propria, non per imposizione altrui.

E anche perché in fondo, forse la realtà oggi è ben riflessa in quel che ha raccontato a un’illustre e informale visitatrice statunitense un alto funzionario iraniano: “l’ayatollah Khomeini amava paragonare il rapporto tra Washington e Teheran a quello tra il lupo e l’agnello; e, qui, ce lo ricordiamo sempre; però, ormai sono passati quasi trent’anni, noi non siamo proprio più un agnellino e gli USA non sono forse più il lupo che erano una volta[79].  

Non sarà, in ogni caso, facile ricominciare a parlarsi. Anche perché ormai l’Iran, sbagliando secondo noi, sembra proprio avere l’impressione di ritrovarsi davvero di fronte a quella che Mao chiamava, una volta, una “tigre di carta”. Ma ancora di più, perché a informare il modo di pensare, la concezione che i due hanno dell’altro, c’è, al fondo, la difficoltà degli uni ad accettare l’altro com’è, con le sue ambizioni così come esse sono. O come sono state finora… Solo che Obama è stato scelto dagli americani anche per cambiare questo approccio, no?

• Tenterà anche di ridurre alla ragione i nemici dell’America in Afganistan: quella che qui, per distinguerla dall’insana avventura irachena, chiamano una guerra di necessità ma che gli americani e il resto del mondo, se vogliono vincerla, devono imparare anche a combattere in modo radicalmente diverso e sofisticato: non si possono continuare ad ammazzare coi raid aerei cinquanta civili in media per ogni talebano colpito e vincere allo stesso tempo i cuori e le menti degli afgani; e bisogna prender atto che il governo afgano stesso coi talebani ha deciso ormai di trattare.

Perché prima degli americani ha capito che si tratta anzitutto di una guerra civile politica lì, che finché si regge per sopravvivere su un’occupazione straniera che controlla poi sì e no un quinto del territorio nazionale non potrà mai imporre una pace e perché riconosce che anche i talebani sono, appunto, afgani.

• E cercherà, lo ha promesso, di far “ammazzarebin Laden: sbagliando linguaggio e messaggio, a parere di chi scrive e per fortuna anche di (pochi) altri, sul piano etico e pratico. Non tanto per il fatto in sé (gente fatta ammazzare o “desaparecire” su ordine di Washington, come del resto di Mosca o, per dire, a suo tempo anche di Roma – la strategia della tensione era stata questo, no? – in questi decenni ce ne sono stati a bizzeffe). Quanto perché uno come Obama deve pensare a quel che, parlando così, insegna ai giovani del pianeta.

Per cui perdonarlo si può solo pensando all’opportunismo associato alla necessità del farsi eleggere. E perché poi, attenzione, può anche scaturire un effetto boomerang da simili proclami… Meglio dire – e pensiamo che, prima o poi, lo dirà, al primo momento utile – che l’obiettivo è prenderlo e giudicarlo, Osama, non in un tribunale farsa come quelli di Guantánamo ma di fronte alla pubblica opinione degli Stati Uniti e del mondo con la possibilità di difendersi che, probabilmente – è vero, certo – lui negherebbe a un suo prigioniero.

• Cercherà, poi, di riaprire il dialogo e la cooperazione col resto del mondo sistematicamente schifato dall’unilateralismo di Bush: e non sarà facile perché anche Barak Obama è americano e il concetto dell’eccezionalismo dell’America è comune a quasi tutti gli americani.

Un nuovo fattore di insicurezza, di dubbio, di scetticismo – ma anche, e soprattutto di riflessione, e non solo per gli americani – viene seminato, intanto – e diventerà un fattore da considerare anche da parte del team di Obama – dalla nuova edizione, 2008, appena pubblicata, della valutazione geo-strategica-politica redatta congiuntamente dell’ormai famoso (dopo che un anno fa aveva testimoniato, segando le gambe alla retorica dei neo-cons, che l’Iran non stava  fabbricando né lavorando a fabbricare l’arma nucleare).

Il Rapporto del Consiglio nazionale di Intelligence, la revisione 2008 delle “tendenze globali al 2025[80], presenta un quadro perfino brutale delle minacce che il mondo del 2025, meglio di qui al 2025, si troverà ad affrontare. E la conclusione più forte, e più drammatica per gli Stati Uniti, è di qui ad allora, anno per anno, “gli Stati Uniti d’America non saranno più la potenza dominante nel mondo”. E, a livello mondiale, la competizione, la concorrenza, per “accaparrarsi combustibili, acqua, prodotti alimentari” innescherà “conflitti” che istituzioni come l’ONU “non riusciranno a frenare”.

Ma la cosa più destabilizzante, nota il NIC molto, diciamo pure “repubblicanamente”, allarmato è che sull’onda di questa crisi finanziaria globale e devastante, i cui effetti si sentiranno per molti anni, “potrebbe salire nel mondo l’attrazione verso il ruolo dello Stato” nell’economia: cosa, ovviamente, esecranda…

Questo seminare paura – peggio, questo contare di riuscire a seminare paura con argomentazioni di questo tipo – è, in sé, un atto profondamente politico e politico di parte. In preparazione da mesi, ma pubblicato stavolta con trenta giorni di ritardo, dopo le elezioni presidenziali, il Rapporto è anche un atto di politica politicante, al di là del suo merito – diciamo – scientifico.

Perché la previsione, non proprio originale, sembra comunque realistica. Anche se sembra anche preoccupata solo del proprio ombelico, quello dei vecchi Stati Uniti d’America che non ce la farebbero – non ce la faranno – più a mantenersi come superpotenza, assicurando ovviamente a se stessi anzitutto acqua, combustibili e derrate alimentari: come una volta.

Insomma, un bel po’ di arroganza. Comprensibile in chi vede avanzare egemonie potenzialmente diverse e temute: cinesi, arabi, terzomondismi, russi e, chi sa, perfino europei se mai riuscissero a mettersi insieme per contare anche loro…

Del tutto assente – questo è il peccato mortale di fondo – la comprensione anche solo intuitiva del fatto che, per vivere nel 2025 in un mondo un po’ più sicuro, dobbiamo cominciare a lavorare adesso, dal 2008, subito, per costruire – insieme – un mondo anche un tantino, diciamo, più equo.

All’interno, negli Stati Uniti, Obama dovrà – e ha detto che lo farà – ridare spazio all’agibilità democratica nella società americana che, sotto l’Amministrazione attuale, ha visto molte libertà civili burocraticamente schiacciate dall’insofferenza bushista e dall’intolleranza per il dissenso e per il dibattito stesso.  

Regolerà di nuovo con forza e autorevolezza l’economia, senza soffocarla; e cercherà con nuovi investimenti anche pubblici di rilanciarla.

• Dovrà assicurare una riforma dei flussi migratori in grado di garantire al paese la forza lavoro di cui ha bisogno e una coerenza di fondo con i valori che sono nel DNA di questo paese delle mille immigrazioni successive tutte, tutto sommato, poi integrate in progress.   

• Cercherà di ripulire aria e ambiente sia in America che riportando il contributo dell’America nel consesso mondiale (nel discorso di accettazione della sua elezione ha parlato di “un mondo in pericolo”, riferendosi chiaramente al problema dell’inquinamento atmosferico; e, adesso,fra tre settimane il presidente-eletto manderà un suo rappresentante, in assenza di quello ufficiale di Bush, alla riunione chiave convocata dall’ONU per l’1-11 dicembre a Poznań, in Polonia, sul cambiamento climatico).

• Proverà a garantire che il cibo sia genuino e che ogni americano abbia la possibilità di ricevere le cure di cui, se è ammalato, ha bisogno con un nuovo sistema sanitario che comunque sarà più inclusivo.

• Aiuterà ragazzi e ragazze d’America ad accedere all’istruzione, efficiente e di qualità  per, come molti e Obama stesso amano dire, competere meglio nel mondo globalizzato.

• E, come Obama ha già dichiarato – e la cosa con un presidente amico e una maggioranza larga al Senato dove quest’anno i repubblicani erano riusciti a stopparla con l’ostruzionismo – diventa ora possibile, il sindacato – che in America, pur con 13 milioni di iscritti è, in realtà, debole (solo il 10% dei lavoratori dipendenti) e ne ha bisogno – sarà aiutato da una nuova legge a rafforzarsi: è la legge che per le organizzazioni confindustriali americane costituiva un tabù. Anzi, per noi – ha dichiarato il presidente della Camera di Commercio americana – se passa, “questa è una legge da fine del mondo”.

La legge in questione, che i sindacati valutano esattamente al contrario, renderebbe più facile sindacalizzare i tantissimi lavoratori non sindacalizzati. La priorità numero uno del movimento sindacale è una legge chiamata Atto di libera scelta dei lavoratori dipendenti[81] che darebbe ai lavoratori il diritto ad organizzarsi in un sindacato sul luogo di lavoro non appena una maggioranza dei dipendenti firmassero la loro adesione.

Finora, in America, prima di formare un sindacato i lavoratori dovevano sottoporsi invece ad un referendum che, convocato dai padroni, confermasse al 65-70% (secondo gli Stati) la volontà dei dipendenti di sindacalizzarsi: esponendosi così ai ricatti e anche alle minacce di licenziamento e di delocalizzazione delle imprese…

Le altre priorità che il sindacato chiede ora ad Obama[82] di onorare (ha fornito e favorito contributi di suoi iscritti per decine e centinaia di milioni di $ alla sua campagna elettorale) sono quelle che lui ha già fatto sue: la copertura sanitaria pressoché universale per tutti i cittadini e i residenti degli Stati Uniti (come un diritto, non una concessione caritatevole) e un urgente programma di stimolo per creare lavoro e combattere la recessione.

Al fondo, è indispensabile a questo punto capire che questa è una crisi vasta, onnicomprensiva, un disastro non solo politico e finanziario ma anche profondamente, e forse soprattutto, sociale. Perché “l’America – come, purtroppo, l’Europa – dovrà fare i conti con la recessione, la disoccupazione in crescita, l’impoverimento delle classi lavoratrici e dei ceti medi.

   Durante gli anni di Bush la diseguaglianza è diventata il paradigma fondamentale della società americana: la produttività è aumentata del 20% ma il reddito da lavoro delle famiglie della classe media è diminuito in termini reali del 3%. Intanto, in seguito alla crisi dei mutui sub prime milioni di famiglie rischiano di perdere la casa di abitazione. La disoccupazione [contata in termini solo ufficiali: cioè restrittivamente e, in realtà, sempre sopra al dichiarato di almeno il 2-3%] ha superato il 6%, e se ne prevede la crescita fino all’8% e oltre. All’inizio di questo decennio, i disoccupati in America erano sei milioni, ora sono nove milioni e mezzo, e altri milioni sono destinati ad aggiungersi.

   Obama  promette di espandere l’indennità di disoccupazione oltre i sei mesi previsti, ma è una misura che rischia di rivelarsi insufficiente col prolungamento della durata della disoccupazione. [Ed è qui che] La crisi finanziaria s'intreccia con quella sociale. Alla crisi del 2001-2003, le famiglie sono state spinte a porre un illusorio rimedio indebitandosi con i mutui ipotecari e le carte di credito: oggi non è più possibile. Il crollo della domanda approfondisce la recessione in un circolo vizioso.

   La riduzione dei tassi d’interesse, ormai negativi considerata l’inflazione, non può dare altro aiuto. C’è bisogno di consistenti investimenti pubblici. Ma Bush ha dissipato l’avanzo di bilancio che aveva ereditato dagli anni ‘90, e il 2008 rischia di chiudersi con un disavanzo di 1.000 miliardi di $ che si somma al disavanzo commerciale e all’indebitamento delle famiglie.

   Obama ripristinerà le imposte sui ricchi che Bush aveva incredibilmente abbassato nel 2001 e nel 2003, e ridurrà le imposte su lavoratori e middle class. E' un segnale importante di svolta. Ma il rilancio dell'economia sarà possibile solo con un forte intervento pubblico. Il neo-presidente dovrà avere il coraggio di tornare alla politica che negli ultimi trent’anni è stata disprezzata come big government. Il Wall Street Journal ha scritto, con orrore, che si corre il rischio di “europeizzare” l’America.

   Obama si è anche impegnato a estendere la tutela sanitaria a una parte dei quasi 50 milioni di cittadini americani che ne sono privi: è una sfida che i Clinton persero nei confronti del complesso medico-assicurativo sostenuto da potentissime lobbies e, in modo bipartisan, da una larga parte del Congresso.

   Dovrà anche cercare di salvaguardare la parte delle pensioni che il 50 per cento dei lavoratori americani affida ai Fondi pensione e che la crisi dei mercati finanziari sta mettendo in ginocchio. [Cioé] senza un profondo cambiamento di indirizzi nella politica sociale, senza un rovesciamento dell’ideologia neoliberista che ha governato gli ultimi trenta anni, senza un nuovo New Deal, la crisi è destinata ad aggravarsi in America, e per i suoi inevitabili riflessi, nel resto del mondo[83].

Tutto questo – la coscienza che bisogna cambiare e in profondità – c’è in questa vittoria. Che nel mondo un po’ tutti hanno sentito come propria o come una propria sconfitta perché, nel mondo globalizzato, se vota l’America volenti o nolenti votiamo un po’ tutti: o, meglio, vota un po’ anche per tutti noi. E c’è anche il senso, diffuso nel mondo, che per la prima volta dalla lontana elezione di Kennedy l’America presenta al mondo un volto aperto ed intellettualmente curioso, disposto a discutere e non più solo a predicare e a ordinare quel che gli altri devono fare.

E, su un piano diverso, c’è anche molto di più: con l’elezione di Obama c’è la speranza e più che la speranza che la guerra civile americana sia finalmente finita. 147 anni dopo che la secessione proprio della Virginia desse il là nel 1861 alla rivolta armata, peraltro legittima, di 13 Stati votando democratico proprio alla maggioranza di elettori bianchi dello Stato per eccellenza sudista è toccato dare ad Obama i voti elettorali di cui aveva bisogno per andare oltre la soglia vincente dei 270. Sia chiaro. In America, la lotta per i diritti civili non è certo stata conclusa, ma riparte adesso da una base nuova e più avanzata.

A sottolinearlo c’erano le lacrime sul volto di Jesse Jackson— uno dei leaders storici della lotta per i diritti civili in questo paese che, ragazzino, era vicino a Martin Luther King (I have a dream e We shall overcome) quando, il 4 aprile del ’68, venne raggiunto a Memphis, in Tennessee, dalla pallottola assassina di James Earl Ray, poi condannato all’ergastolo e morto in carcere nel ’98 portandosi nella tomba i segreti “inconfessabili” di chi armò la sua mano.

Come diceva tutto, all’inverso, l’angosciata e quasi disperata espressione di quella ragazza che, al comizio di saluto di McCain piangeva e si rosicava le unghie: sicura che il suo mondo e quello dei suoi stesse finendo. Per capirci: il mondo del taglio alle tasse concentrato sui ricchi che si qualificava, autoelogiandosi virtuosamente, come il capo del country first— prima il paese. Ma come ha detto un americano qualunque (bianco tra l’altro e palesemente non “ricco”) a Times Square, “l’abbiamo finita con la designazione, non l’elezione dei presidenti, da parte di una clique di gatti grassi”.

La parola race in inglese, significa “corsa” e significa anche “razza”. Questa è stata la corsa più partecipata della storia americana (134 milioni di elettori: un’affluenza del 64% alle urne, tanto inusuale che la media di attesa per votare in fila ai seggi, anche per i complicatissimi e quasi paranormalmente assurdi sistemi di votazione – uno diverso dall’altro nei 50 Stati americani – è stata di quasi un’ora) ed è stata quella che ha visto eleggere un americano di colore, un afro-americano come li chiamano qui, alla presidenza.

Con la sconfitta del fattore R, il fattore razza, in Stati di tradizione sudista fortissima come la Virginia, o di impronta ispanico/messicana per vicinanza, si direbbe, ostile tradizionalmente ai neri o come la Pennsylvania dove maree di operai bianchi e, tradizionalmente sempre, riservati verso il diverso, il nero, hanno creduto nel cambiamento.

Obama è stato aiutato. Dal messaggio forte di novità e di speranza su cui ha costruito la propria sfida, in positivo; ed, in negativo, dalla catastrofe in cui Bush ed i suoi e, per associazione, McCain che ne raccoglieva la bandiera lacera e sconfitta, hanno affondato le finanze del paese e dei suoi cittadini.  

L’elezione di Obama ora è stata un momento sconvolgente per la storia di questo paese e, forse, anche di più. La reazione non di McCain – che una volta finita la corsa è tornato subito ad essere il signore un po’ iracondo e capace di spontaneità che si conosceva, capace di dire che il suo avversario solo per aver dato una speranza a tanti americani che si sentivano tagliati fuori dall’avere qualsiasi influenza sul proprio futuro e sul futuro del loro paese era da ammirare e costituiva già di per sé un evento di portata politica immensa – ma la reazione di quei repubblicani che erano riuniti a salutarlo a Phoenix è stata quasi belluina, feroce, di disprezzo e addirittura di odio: ed è uno dei problemi aperti, grossi, nel futuro di questo paese…

Il fatto che questa gente percepisce a pelle è che questo è sicuramente lo schieramento vincente più “a sinistra” che si sia mai visto andare al governo negli USA: quando McCain accusava in campagna elettorale Obama di essere un “socialista” gli lanciava contro un termine che qui equivale al peggio del peggio. Ma la vecchia America che aveva reagito riconoscendosi nell’accusa se l’è vista rovesciare in faccia, come uno schiaffo sonoro, da chi dei clichés s’era stancato.

Quando Obama ha detto al paese, rispondendo a “Joe l’idraulico” che bisognava diffondere tra i più, piuttosto che concentrare tra i meno la ricchezza del paese, ha detto qualcosa di politicamente ideologicamente, profondamente eversivo nella storia del paese. Qui tanti hanno parlato di uguaglianza: nessuno l’ha mai proposta come la spina dorsale di un programma politico realmente credibile.

Un altro fatto nuovo, importante, è che i democratici hanno aumentato il numero dei loro eletti sia alla Camera che al Senato e che l’Amministrazione Obama può contare su maggioranze solide che possono darle una sponda importante nel legislativo. Forse addirittura alla soglia dei 60 seggi su 100 che, al Senato, la blinderebbero contro ogni ostruzionismo. Ci sono, infatti, ancora due seggi da assegnare, infatti, e già ne hanno 58.

Uno in un’elezione posticipata che ci sarà solo il 2 dicembre in Georgia, l’altro è in Minnesota, per  l’ennesima volta in riconteggio e poi, ancora, forse, in riconteggio del riconteggio— tanta è la confusione in questo sistema di voto così diverso e frazionato, Stato per Stato, anche per l’elezione di cariche federali.

Si tratta di una possibilità teorica, però, perché qui ogni senatore vota sempre, come si dice, secondo coscienza: cioè, come vuole. Anche perché la scelta dei candidati non passa mai solo per la designazione del partito nominalmente di appartenenza ma sempre anche, e soprattutto, attraverso un’elezione primaria dove, in linea di principio, all’approvazione definitiva degli iscritti si può sempre presentare chiunque, anche un non iscritto al partito.

Il che vuol dire che, in teoria, se mancassero alcuni voti della maggioranza li potrebbero – ed è successo, neanche di rado – rimpiazzare alcuni della minoranza che, sulla questione specifica, possono votare e votano magari con la maggioranza stessa. Come, del resto, è sempre possibile che alcuni voti della maggioranza, passino di tanto in tanto alla minoranza…

Ora di certo, non al ritmo che impresse ai suoi primi 100 giorni Franklin Roosevelt nel 1932, ma con la forza di una maggioranza parlamentare alle spalle che è comunque solida, ben più larga di quella uscente, Obama cercherà di segnare i suoi primi tre mesi di governo con una legislazione diversa: l’analogia tra le due presidenze è forte e chiara.

Entrambe prendono la Casa Bianca in un momento di gravissima crisi economica, ma con la disfatta del fronte avversario e il suo evidente scoramento, trovandosi però contro gran parte dei poteri costituiti tradizionali. E qui – fate le corna ma bisogna dirlo: se non gli verrà impedito con i soliti mezzi “straordinari” – si vedrà, dunque, di sua virtute… Certo, ora, le aspettative e le paure sono straordinariamente elevate…

Attenzione, però. Obama è stato eletto perché la maggior parte degli americani ha detto no a una visione del mondo, quella repubblicana di Bush ma anche di McCain, secondo cui il perseguimento del benessere comune proviene automaticamente dal perseguimento dell’egoismo individuale di tutti in ogni campo della vita: anzitutto in economia e, poi, in tutto il resto. Che era solo la prima parte della lezione di Adam Smith, quella sui benefici della mano invisibile; la seconda, dimenticata e occultata dai neo-liberisti, essendo che, però, in nome del “bene comune”, la ragione pubblica, lo Stato, deve – non può, deve! – imporre regole e freni alla libertà del mercato: dei più forti sui più deboli, cioè, nel mercato.    

Ma Obama è stato eletto anche perché la maggior parte dei democratici, nello scegliere alle primarie lui invece che la Clinton aveva, prima, respinto la visione tradizionale del “bene comune” da sempre prevalente nel partito, soprattutto nella pratica del partito: la somma quasi aritmetica, cioè, di tutti gli interessi dei vari gruppi ognuno che reclama per sé la sua parte…  

Insomma, se forse è finita l’epoca democratica delle piattaforme senza priorità, sembra proprio arrivata alla fine l’era in cui gli stregoni repubblicani riuscivano ad irretire milioni di voti dei meno ricchi, dei disoccupati e perfino dei poveri per poter poi, letteralmente, tagliare le tasse ai miliardari. Come regolarmente, dal 1980 in poi, hanno fatto.   

E adesso hanno eletto Obama. E’ il 44° presidente degli Stati Uniti d’America ed il primo di colore. L’era dei ventott’anni repubblicani (e anche di non pochi democratici che, si può ben dire, hanno agito spesso come i repubblicani) è finita. E’ l’era di Reagan, di Milton Friedman, del populismo di destra che – occorre un po’ di cautela, qui – sembra davvero in crisi ma non è affatto morto il 4 novembre sera.

Questo è, comunque, un momento di massima crisi:

• Il debito estero degli Stati Uniti, il debito commerciale, il deficit di bilancio stanno arrivando al cielo.

• Milioni di americani vedono addensarsi su di loro il pericolo di perdere la propria casa perché saltano, magari, anche una sola rata del mutuo o dell’affitto.

• Milioni vedono chiudersi la possibilità stessa ormai di accedere al credito ipotecandosi una casa che vale sempre di meno.

• Milioni registrano che adesso le compagnie delle carte di credito non solo non offrono più loro i propri prodotti ma rendono più costoso, molto più costoso usare le carte e, quasi sempre, comunque tagliano radicalmente il credito coperto.

• Un milione solo nell’ultimo anno hanno ad aver perso il lavoro.

• E quasi dieci milioni se lo sono visto forzatamente ridurre o precarizzare.

Ha sottolineato Obama, nella sua prima conferenza stampa da presidente-eletto, “che oggi dobbiamo far fronte alla sfida economica più grande che si sia presentata all’America nel corso della nostra vita e che per risolverla dobbiamo agire con grande rapidità.

Poi ci sono i talebani che imperversano in Afganistan, il Pakistan già armato di bombe atomiche con l’acquiescenza dell’America che sta andando a rotoli, la guerra in Iraq che tiene impantanato un esercito intero, due conflitti che costituiscono di gran lunga la più lunga guerra della storia americana e che nessuno sa bene quando e come andranno a finire, mentre Bush ha preparato la strada a possibili altri fronti di guerra, con Iran e Corea del Nord.

La Russia, poi,  rialza la testa. Ha respinto una provocazione militare stupida e sconsiderata della Georgia al Sud Ossezia invadendo per qualche tempo la Georgia e riportandola a forza a miti ragioni, con l’America che sbagliando valutazione ed analisi è sembrata far il tifo per Tbilisi, l’aggressore. E gran parte del resto del mondo, con poche eccezioni perfino tra i governi alleati, pur sperando in Obama, detesta l’America che gli viene lasciata da Bush.

In definitiva, sembra che il compito che ha di fronte Obama vada “ben al di là dei pur gravi problemi economici e delle crisi che si addensano dall’estero all’orizzonte. Si prende sulle spalle un paese stanco del passato e impaurito per il futuro, scettico anche sul posto che ormai gli spetta nel mondo, cinico sul proprio sistema di governo e alla ricerca disperata di un qualche rimedio. 9 americani su 10 si dicono convinti di come fosse ormai ‘rovinosa’ la strada che andava percorrendo il paese, il punto di pessimismo più fondo mai raggiunto nella storia dei sondaggi in questo paese[84]. Che, per tradizione e per storia, è da sempre il più “ottimista” del mondo ma sembra essersi ormai trasformato in uno di quelli più a fondo depressi.

Osserva lo storico della presidenza Michael Beschloss, intervistato dal NYT appena citato, che “quest’ultimo decennio è stato durissimo per questo paese:è cominciato con un impeachment assai controverso [quello imposto contro Clinton per l’affaire Lewinsky dalla maggioranza repubblicana della Camera ma poi respinto al Senato in sede di tribunale], è continuato con il riconteggio [alle elezioni presidenziali del 2000 che fraudolentemente promossero Bush contro Gore], poi è proseguito coi fatti dell’11 settembre, le guerre in Afganistan e in Iraq, Katrina e, ora, con la crisi finanziaria”…

E se, come sempre e dovunque, le campagne elettorali sono in bianco e nero – scandite dal binomio amico/nemico – poi si governa sempre in grigio: il colore della mediazione e del compromesso con quel che è possibile e non solo con quel che è desiderato.

Infine, bisogna fare i conti anche con la campagna di “terrore finanziario”, con frequenti riferimenti alla Grande Depressione, che a cavallo di inizio ottobre presidente, ministro del Tesoro, leadership del partito repubblicano e di quello democratico hanno condotto a tappeto e all’unisono per convincere la Camera a votare il piano di salvataggio di Paulson, ha portato ad un’ondata consistente di ritiri di depositi da molte banche, di per sé irrazionale di fronte alle garanzie di copertura fornite dal governo… ma spiegabili col fatto che del governo ormai sono sempre di meno a fidarsi. “E il fatto è che l’esodo di contanti dalla borsa e da molte banche in difficoltà sta rimodellando l’industria finanziaria tanto rapidamente quanto il salvataggio governativo [85].

E anche questo grazie a chi, se non a George Bush?

Le questioni che premono sul nuovo presidente, da studiare e affrontare davvero con urgenza e insieme con prudente saggezza, sembrano ridursi ad una manciata. Dove ciascuna, però, è di portata che definire risolutiva è banale. Obama si sta muovendo facendo leva nel corso del periodo di transizione su una squadra di esperti e consiglieri che fanno capo in buona parte alla vecchia Amministrazione di Clinton: esponenti della destra democratica (in primis, l’ex presidente della Fed, sotto Carter e per qualche anno anche con Reagan, Paul Volcker) come della sinistra (l’ex ministro del Lavoro, Robert Reich, che non restò nel secondo mandato di Clinton vedendolo scivolare troppo nel “moderatismo” della cosiddetta Terza via).

Ma l’idea non piace molto a parecchi, anche dei suoi sostenitori e consiglieri più vicini. Scrive un osservatore che si può permettere di farlo perché lo diceva già allora e, come s’è visto poi, con ragione – uno che non crede nelle regole dell’etichetta, del non fare mai nomi perché non sarebbe elegante e, quindi, li fa – “che se Barak Obama punta sul serio a cambiare le cose, allora non deve chiedere consigli economici agli economisti funzionari dell’era di Clinton: gli ex suoi ministri del Tesoro, Robert Rubin e Lawrence Summers, costituiscono con Greenspan il trio dei Grandi Sacerdoti dell’economia della bolla”.

Di Summers, torneremo a dire un poco più avanti. Di Rubin, già segretario al Tesoro di Clinton che larga parte dei democratici – d’accordo o no che, poi, siano – identifica, comunque, come il Deus ex machina dell’infornata economica di ministri e consiglieri decisa da Obama (Geithner al Tesoro, Summers al Consiglio dell’economia, Orszag direttore al Bilancio), non si può non rilevare – e parecchi, infatti, denunciano – le responsabilità: è stato finora a capo, il massimo decisore, del Citigroup, il leviatano bancario che qualche giorno fa praticamente collassò su se stesso per il peso neanche ben conosciuto e non valutabile dei propri debiti (tutti o quasi derivati, sui quali si è pesantemente esposto per voglia di profitti facili e subito).

E dalle peste è stato tirato fuori proprio dall’intervento pubblico. Ora la critica[86], puntuta e dura, è che gli stessi (Rubin, Geithner e Summers…) che si illustrarono negli anni ’90 per aver pontificato dell’opportunità e propagandato la redditività della deregolamentazione dei mercati finanziari, vengano ora nominati a ri-regolarli…  

Il fatto è che tutti, e da posizioni chiave già allora, furono grandi laudatori e propagandisti della deregulation che è alla base dell’economia della bolla. E vederli ora “al centro e in primo piano del gruppo di consiglieri economici di Obama, non  costituisce un cambiamento e di sicuro non appare come una politica in cui possiamo avere fiducia[87]. Chi fa questi duri appunti non è né un nemico personale, né un nemico politico, né un rivale accademico di questi economisti. E’ economista anche lui, che al contrario di loro però ha quasi sempre avuto ragione, proprio come loro hanno avuto torto. E per questo avrebbe diritto di essere ben ascoltato.

Poi, c’è la marea che ha affollato le urne per eleggere Obama, con chi ricorda – con rabbia anche – che Obama si è presentato, ed è stato votato, come il portatore di un cambiamento vero. Questo era il mandato da lui ricevuto, chiarissimo. “Invece – annota sgomenta un’elettrice che scrive al NYT[88]sta ricreando una specie di terza presidenza Clinton virtuale, tutta gente della sua macchina politica. Proprio il tipo di rinascita che molti di noi hanno lavorato duro per prevenire”.

Larry Summers, dopotutto, mentre è una delle intelligenze accademiche più brillanti d’America è anche un esperto tra i più testardamente restii a riconoscere i propri errori – sia al governo sia quando, come magnifico rettore di Harvard fu poi costretto a dimettersi per aver sostenuto senza poterlo poi  dimostrare, se non sulla base del “si sa” ed è “sempre stato così”, la tesi che per intelligenza “scientifica” le donne sono “geneticamente” inferiori all’uomo – s’era sempre dimostrato convinto di avere ragione, come i suoi soci.

Non c’era niente di sbagliato, diceva, nel gonfiarsi della bolla di borsa; né nell’ignorare, anzi nel negare, le possibili conseguenze della bolla edilizia; tanto meno nel sostenere l’opportunità di un dollaro superforte anche a fronte di un buco commerciale spropositato; e/o nel propagandare anche lui l’assoluta giustezza della deregolamentazione della finanza internazionale.

Quando a maggio del 1998, la Commissione federale di controllo della borsa, prima di procedere alla liberalizzazione chiesta da Rubin e sostenuta con passione da Greenspan, chiese a una serie di esperti una valutazione sul rischio presentato dai derivati, Summers che era vice segretario al Tesoro attaccò l’irresponsabilità della Commissione stessa per aver “gettato di fronte al Congresso l’ombra dl dubbio di qualche possibile incertezza regolatoria su quello che, invece, è un mercato fiorente e importante come quello dei derivati[89]… E adesso è il direttore del Consiglio nazionale economico della Casa Bianca, in una posizione assolutamente cruciale.

Anche l’attuale presidente della Fed, poi, Ben Bernanke, al di là del soffietto che i mercati – tanti operatori di mercato – gli vanno facendo in America alla disperata ricerca di qualcosa di solidamente autorevole cui rifarsi mentre vanno a picco tante autorevoli autorevolezze, non è proprio impeccabile. Scrive il WP che la [sua] risposta alla crisi finanziaria gli ha guadagnato il plauso dei parlamentari democratici che lo vedono come un personaggio pragmatico e non ideologico[90]: un tecnico, insomma…

Che può anche essere vero. Ma va anche detto che pure questo grande tecnico, al servizio però di quel presidente, aveva sbagliato tutto. Come il suo predecessore Greenspan aveva del tutto bucato la bolla di borsa dei dot.com di inizio decennio, lui ha completamente ignorato la bolla edilizia e, anche dopo che era scoppiata, ha continuato a sottovalutarne le conseguenze.

A marzo del 2007, è andato ad assicurare al Congresso che la caduta non sarebbe andata al di là del mercato dei prestiti sub-prime; dopo che nei primi mesi di quest’anno si registrò il fallimento della Bear Sterns, disse sempre al Congresso che non c’era nessun timore di veder ripetersi fallimenti di quel tipo; e poi è toccato, in maniera anche più catastrofica, a Lehman Brothers e alla AIG. Dice che un presidente di Banca centrale non deve mai spaventare i mercati… ma un responsabile di quel calibro che mente (per sopire, chetare, lenire…) a mercati e politici o, peggio, ignora che quanto quel va loro dicendo è fasullo, a noi sembra colpevole.   

Adesso, nel medio termine, la crisi finanziaria si propagherà all’Asia, verso quello che sta diventando ormai il centro di gravità dell’economia globale, con implicazioni geo-politiche a lungo termine di rilievo. Meno prevedibili, forse, le conseguenze a breve che includeranno ormai, con ogni probabilità, una regolazione internazionale più rigida e, forse, anche un inizio di riforma istituzionale: un diffondersi a livello mondiale di un sensibilità maggiormente protezionistica; una maggiore resistenza a misure che per salvaguardare il clima impongano ulteriori costi alla produzione, che malgrado la maggiore attenzione della presidenza Obama, minaccia di diluire pesantemente l’esito del dopo-Kyoto e tutto il processo di riduzione dell’inquinamento ad esso legato.

A medio termine, il tutto finirà pressoché inevitabilmente col focalizzarsi intorno a quattro questioni politiche familiari:

• le conseguenze politiche (ed alcune di quelle che potrebbero essere le risposte) al fenomeno dell’inflazione dei prezzi del combustibile e delle derrate alimentari in una serie di mercati emergenti: nell’ambito di quello che sarà un abbozzo di risposta alla crisi;

• le relazioni America-Russia, Europa-Russia, Occidente-Russia: alla luce dell’emergenza della passività della Mosca di Medvedev e Putin, o di Putin e Medvedev, e della sua richiesta di tornare a contare nel mondo;

• l’esito del confronto America-Iran e l’assetto che il Medio Oriente riuscirà a trovare se viene sciolto il nodo, grondante sangue e sofferenza perpetua ormai, della riconciliazione dei diritti forti di Israele e di quelli fragilissimi se non inesistenti – ma altrettanto sacrosanti – del popolo palestinese; e, infine,

• la minaccia, che non è certo scomparsa con la “guerra al terrore”, e anzi pare essersi diffusa e moltiplicata, del terrorismo internazionale.

Adesso è a Barak Obama che toccherà fare i conti coi fatti duri del rapporto tra America e mondo. E qui, su questo punto cruciale, non bisogna sbagliare analisi né farsi troppe illusioni a sinistra.

Obama non è un cane sciolto. E’ parte integrata e integrante di un modo di pensare assolutamente americano: quello che i padri fondatori dell’America chiamavano essi stessi l’“eccezionalismo” del loro paese e della sua posizione unica nel mondo. Loro, però, lo concepivano come qualcosa che avrebbe dovuto incitare gli americani a starsene per conto proprio (l’isolazionismo).

Perché, come scrisse George Washington nell’ultimo messaggio alla nazione prima di ritirarsi come Cincinnato a coltivare la terra nei suoi ultimi anni, gli americani sono speciali: “benedetti da Dio che li ha voluti separati da due grandi oceani dalle monarchie dell’Est”, in Europa, “e dalle satrapie dell’Ovest”, in Asia. E ammoniva severo che “la nostra vera politica è quella di tenerci lontani da ogni alleanza permanente con altri Stati o con ogni porzione di mondo straniero[91].

I suoi successori, quasi da subito però, a cominciare una ventina d’anni dopo da Monroe, trasformarono quell’unicità in una specie di missione salvifica per il mondo: di messianismo che lo avrebbe salvato anche se necessario da se stesso, dandogli la libertà, anche se non la capiva, e magari, non la voleva.

Niente, poi, di tanto eccezionale visto che era la stessa presunzione che Lenin avrebbe assegnato alla Russia come avanguardia della rivoluzione mondiale: salvare il mondo, in nome della dignità uguale di tutti gli esseri umani, dalle grinfie del capitale e della sua oppressione; anche se e quando il mondo non era magari d’accordo.

Ecco, la verità è che su molte questioni chiave della scena internazionale il presidente-eletto democratico è parte della lettura che delle cose del mondo, di quelli che sono i problemi e le possibili soluzioni accettabili che dà l’establishment americano. Insomma, non è un oppositore, né un distruttore del consenso medio largamente maggioritario degli americani.

A livello, diciamo così, ideologico Obama condivide quanto e come in pratica ogni americano – per la cultura che lo intride da quando è nato fino a quando muore – la certezza della missione unica salvifica che all’America spetta nel mondo proprio perché è l’America— certo in un modo che il governo Bush ha distorto e di cui ha abusato sfacciatamente. In sintesi, gli Stati Uniti hanno il dovere, e il diritto innato, a condurre il mondo, sia che esso voglia sia che risulti riluttante all’idea, sulla base dei valori che gli americani considerano i loro.

Idee che, come sempre, sulla base della tradizione, del folklore consensualmente vissuto come comune e dell’idea americana, implicita e considerata di per sé universalmente applicabile e di per sé palese e evidente, della benevolenza degli Stati Uniti d’America per ogni persona di buona volontà,  comunemente vigono in quel paese.

E, gli americani nella loro stragrande maggioranza sono convinti – anche tra i progressisti – di questa idea comune su base cosiddetta naturale anche ad ogni non americano che degli Stati Uniti non si senta nemico. Però, forse, ormai qualche dubbio lo cominciano ad avere anche loro— dopo la caduta verticale di credibilità che per l’America si sono trascinate dietro le sue ultime guerre e avventure all’estero un po’ in tutto il mondo…

Con Obama, al posto di Bush e, in misura minore, anche degli altri suoi predecessori. Come, del resto, di ogni suo possibile avatar (in lingua sanscrita, è la propria immagine, o incarnazione fantasmatica, nell’etere: pensate allo straordinario presidente progressista di West Wing, la serie televisiva politica più bella forse e significativa in epoca Bush: una specie di Obama, bianco però e straordinariamente liberal, quel “Jed” Bartlet che le sue missioni di bombardamento segreto all’estero le ordina comunque, in base alla sua visione del mondo: americana e perciò – anche per lui, perfino per lui – valida universalmente nel e per il mondo.

Ecco, la differenza – questa, con Obama, sicura – è che lui cercherebbe sempre, quando e se a suo modo di vedere fosse possibile, di raggiungere gli obiettivi che la Casa Bianca si dà in modo preferibilmente più consensuale— scontando un uso più discreto della forza militare e puntando di più sul potere soft dell’economia e della diplomazia.

Ma almeno la speranza che prima o poi – forse più poi che prima, però – troverà il coraggio di dire al paese, alto e forte, che la vita di un ragazzo iracheno o afgano vale tanto quanto quella di un ragazzo americano, forse, con lui può ancora essere possibile anche se neanche con lui appare proprio probabile…

D’altra parte, va anche sottolineata con forza la novità e la continuità, insieme, di quello che, esplicitamente, proprio Obama ha voluto dire, ai suoi ed a tutti, nel discorso di accettazione davanti a una folla immensa a Chicago e davanti a tutto il mondo: “A quanti ci guardano oggi al di là delle nostre sponde, dai parlamenti ai palazzi a quanti si serrano intorno alle radio negli angoli più dimenticati del mondo: le nostre sono storie singolari, individuali; ma il nostro è un destino condiviso: all’orizzonte si leva una nuova alba per la leadership americana[92]. Insomma, sempre di leadership si tratta. Anche se nuova… Neanche per sbaglio c’è un accenno a lavorare con e/o insieme agli altri... E’ più forte di loro…

Del resto, sarà messo presto alla prova: fermezza, flessibilità, intelligenza, capacità o incapacità anche di calarsi nei panni degli altri saranno il test. E già bussano alla porta della Casa Bianca di Obama.

Senza nessun indugio, il giorno dopo l’elezione di Obama, il presidente russo Medvedev che teneva  il suo primo discorso a tutto orizzonte dalla sua elezione alla Duma – una specie di messaggio sullo stato della Federazione – mette i puntini puntigliosamente su tute le “i” del rapporto strategico, militare, del suo paese con gli Stati Uniti d’America.

Parla anzitutto dello scudo spaziale, del sistema di difesa antimissilistico americano piazzato alle porte della Russia, in Polonia, a Redzikowo, e avverte che, alla luce della prolungata interruzione americana di ogni smantellamento dei propri missili e della nuova configurazione che si prepara ai confini russi, a Mosca stanno pensando anche loro “ad una nuova configurazione della forza armata del nostro paese”, che includerà se quella statunitense verrà effettivamente dislocata l’abbandono dei piani di smantellamento di alcuni reggimenti missilistici e lo “stazionamento di propri missili nell’enclave di Kaliningrad[93].

   Avevamo in programma – dice – di smobilitare tre reggimenti missilistici di stanza a Kozelsk  e di sciogliere la divisione stessa entro il 2010. Ma ho deciso di cancellare questi piani…   L’armamentario radioelettronico già piazzato nelle nostre regioni occidentali provvederà a disturbare il sistema di difesa nìmissilistico americano. Ed il sistema missilistico Iskander-M  [l’SS26 Stone nel codice NATO, a corto raggio incrementato sui 450 km. di gittata, reputato dagli esperti molto efficace come anti-missile e a distanza di volo, a 600 m/secondo di velocita (Mach-2, più o meno) a  forse due minuti da Redzikowo] sarà dispiegato nella regione di Kaliningrad per neutralizzare, quando sarà necessario, lo scudo missilistico.

   Queste misure, sia chiaro,ci sono state imposte. Abbiano ripetutamente detto ai nostri partners che vogliamo una cooperazione positiva, che vogliamo agire insieme per opporci a minacce comuni, che insieme vogliamo agire.

   Ma sfortunatamente non ci stanno a sentire.

Non detto, ma così chiarissimamente segnalato al nuovo presidente americano – diciamo pure mettendo subito le mani avanti con Obama, ora che se ne va Bush – è che la Russia non è disposta a sopportare dagli Stati Uniti d’America un approccio strategico e politico che gli altri, in Europa, chiamano unilaterale.

E Medvedev ha continuato, nel resoconto che della conferenza ha dato la Reuters, rilevando che la crisi finanziaria globale “è cominciata come un fatto straordinario localizzato nei mercati statunitensi e irresponsabilmente di lì lasciato diffondere in tutto il mondo…, che nella guerra di agosto con la Georgia c’è stata chiara l’istigazione almeno di una parte dell’Amministrazione americana all’avventuroso comportamento di Saakashvili…”, e che, in sostanza, tutto si cala “nella politica autoreferenziale dell’Amministrazione americana, che non tollera critiche e preferisce decidere sempre unilateralmente”…

E’ questo “credo di Washington  nel proprio giudizio come l’unico giusto ed indisputabile che, in fin dei conti, ha anche portato agli svarioni in campo economico”.

Subito dopo, a metà novembre, a Tallinn, in Estonia, il ministro della Difesa americano, Gates, in visita per mostrare “solidarietà” ai nuovi alleati dell’Est e, soprattutto, per far pressione indirettamente e visibilmente alla vigilia della riunione della NATO sugli alleati occidentali. Si tratta di convincerli, invano, a dare il via libera almeno all’inclusione dell’Ucraina, se non ancora della Georgia, nella NATO stessa. Che sarebbe, però, il regalo peggiore oggi per la NATO stessa e la sua sopravvivenza.

Ma anche e soprattutto, ci pare, per la Georgia e per l’Ucraina che si trasformerebbero dal giorno alla notte in vere e proprie linee del fronte, nel Mar Nero ad esempio, di un duro contenzioso, ad esempio, per la base navale di Sebastopoli, riaprendo per la Georgia i vulcani appena quiescenti delle regioni “irredente” e per l’Ucraina, magari, la piaga purulenta della popolazione mista, russo-ucraina, della Crimea.

C’è infatti da considerare, come ha fatto Merkel pressoché esplicitamente, che la grande maggioranza del popolo ucraino, come annotano anche gli osservatori filoatlantici, sembra contraria ad entrare nella NATO – i russofili, oltre un terzo abbondante e moltissimi altri, col governo stesso che non solo non c’è (è stato sciolto: ci saranno le ennesime, disperanti, elezioni tra poco) ma è dannatamente diviso anche su questo. Per questo Merkel – che non parlava di sicuro a titolo personale – ha potuto, tutto sommato facilmente  e pubblicamente, resistere alle pressioni americane: “non se ne parla, per il momento”, anche perché non si possono introdurre nell’Alleanza paesi che hanno ancora contenziosi territoriali aperti e roventi al loro interno e coi loro vicini).

E’ in questo contesto che Robert Gates ha pensato di andare a predicare “garantendo” che la Russia “non ha assolutamente nulla da temere da un possibile allargamento della NATO ad Est”. Il problema è che la Russia si dovrebbe sentire garantita però – improbabilmente – solo dalla autorevole parola del ministro americano[94].

Che, tanto per esser chiaro, assumendo il carattere pedagogico proprio troppo spesso nei rapporti internazionali agli americani, subito aggiunge come il piano di Medvedev – di piazzare, dopo averlo preavvertito per un anno di seguito, i missili a corto raggio russi nell’enclave di Kaliningrad, sulla costa baltica, in reazione alla dislocazione di missili antimissili americani dello scudo spaziale a qualche chilometro dalla frontiera russa in Polonia – è “provocatorio, non necessario e sbagliato[95].

Mentre ovviamente lo schieramento di missili antimissili americani che i russi vedono con sospetto piazzati lì, proprio alla loro frontiera – come se i russi, per dire, mettessero i loro in Messico o a Cuba – e non altrove fosse neutrale e del tutto innocente. Certo lo è, ma solo perché, ancora una volta, ipse dixit

E siamo al dunque. Come qualcuno ha voluto ricordare nella marea di commenti di questi giorni, i grandi presidenti – i grandi uomini politici, i grandi uomini di Stato (o donne, certo, anche donne) – non emergono quando tutto è tranquillo, ma nel mezzo del caos e delle crisi. Come oggi e domani… Insomma, è questione di leadership. E’ un bisogno profondamente connaturato alla natura umana, questo. E se poi è nel bene o nel male dipende dalla natura del leader e di chi lo segue.

Berlusconi, che pare essere riuscito a superare con Obama la disgraziata impressione lasciata dalla sua infelice battuta sull’abbronzatura del presidente eletto, e che con precisione – va detto – imputa a Bush – sempre suo amico, si intende – il rilancio della guerra fredda tra America e Russia, sottolinea che Barak Obama “non ha preso impegni con Varsavia sull’allargamento dello scudo antimissilistico”.

Che, detta così, magari è cosa imprecisa e non granché indicativa. Ma conferma voci che giungono dall’America sul fatto nuovo che, prima di andare avanti con lo sconclusionato e provocatorio piano di piazzare gli antimissili americani alle porte della Russia, Obama vuole, per lo meno e anzitutto, sapere, 1. se funzionano realmente, tecnicamente – cosa mai dimostrata finora – e, 2. se non è peggio “el tacon del buso”, la minaccia di una tensione coi russi evidentemente al rosso piuttosto che una vera arma contro una minaccia ipotetica, quella iraniana che, fra l’altro, sembra temere più certi americani degli ipotetici bersagli europei.

Comunque, una volta tanto, Berlusconi la spiega senza ripensamenti e senza, salvo smentite, “non mi avete capito”: “Io sono figlio della guerra fredda e, quando sento parlare di scudo spaziale in Polonia e di missili russi a Kaliningrad, mi vengono i sudori freddi. L’ho detto… a Medvedev e l’ho ripetuto a Vladimir Putin: smettiamola. E Putin mi ha risposto che per andare d’accordo bisogna essere in due, che loro finora hanno solo risposto a provocazioni[96].

E, alla faccia di tanti, pare che il Cavaliere sia convinto che anche l’avventura di agosto della Georgia sia stata una provocazione, tra l’altro pure fallita, contro la Russia… E ha ragione. Lo segue anche Sarkozy, adesso, sui missili chiamando, dopo qualche giorno, nell’incontro bilaterale Europa-Russia, apertamente “sbagliati” i piani americani di piazzarli in Europa, ai confini russi. E ha ragione anche lui. Certo, sarebbe stato meglio se tutti e due avessero parlato prima e più forte e più chiaro…

Ma c’è chi sul tema in Occidente pare avere le idee assai più offuscate di loro: chi parla ancora di “invasione della Georgia da parte della Russia”— malgrado le prove di subito e quelle più recenti dell’OSCE…; chi riesce a meravigliarsi, forse perfino sinceramente, del fatto che al vertice Russia-UE (Russia-Unione europea, ripetiamo) di metà novembre “gli americani non siano stati invitati”— come se fosse normale, invece, invitare un terzo – e che terzo! – a un vertice bilaterale…; chi si mette a gongolare del fatto che, secondo lui, “Putin adesso deve ingoiare la sua razione di umiltà”, dopo la crisi finanziaria che ha colpito la Russia allontanandola dall’Europa— come se la crisi di Wall Street avesse riavvicinato, invece, l’Europa all’America e come se, a mandar giù fiele adesso, non fossero proprio e soprattutto gli americani[97]

Come si può definire, questo comportamento, se non come gratuito servilismo, per non dire di peggio? Come si può valutare il tempismo, del tutto fuori di ogni razionale possibilità, con cui la Commissione europea propone – anzi: per la centesima volta ripropone, ma nello stesso modo di sempre, senza mai stringere su niente: puro flatus vocis – la necessità di liberare l’Europa dalla dipendenza energetica rispetto alla Russia?

Dunque, la situazione è questa: l’Europa oggi ottiene il 42% del gas naturale, del metano, che consuma, 1/3 del suo petrolio, 1/del carbone che usa dalla Russia. La Commissione stima che nel 2030 importerà, da quella e in subordine da altre fonti cui potrà avere accesso, l’84% del suo fabbisogno di gas naturale. Oggi, gli Stati baltici sono del tutto isolati dal resto dell’UE quanto a forniture energetiche e dipendono in toto da quelle russe, mentre cinque paesi dell’Europa centrale e l’Irlanda si trovano sono nelle identiche condizioni: con la Germania che è il cliente di gran lunga maggiore in Europa della Gazprom.

Ecco, in queste condizioni quell’arruffone di Barroso, presidente della Commissione, rivelatosi dal suo primo giorno a Bruxelles una specie di neo-con immemore delle sue radici e di piccole e ristrette visioni e ambizioni, alla vigilia del vertice russo-europeo di Nizza, pubblica un pacchetto di valutazioni e proposte sul tema, dove la valutazione è quella appena riportata e le proposte strategiche sono quelle di liberare l’Europa dalla sudditanza energetica verso la Russia.

Tanto ambiziose, stavolta, quanto del tutto vuote, senza neanche lo sforzo di calcolarne il costo e tanto meno la suddivisione del costo – finanziario, economico ma anche, e soprattutto, politico: le ripercussioni in tutti gli altri campi del rapporto Russia-Europa – richiesto solo per cominciare a dar loro qualche minima consistenza.

Parla di un consorzio europeo da costituire per importare con gasdotti che, però, non ci sono, dall’Azerbaijan via Turchia e Balcani in Austria, di qui al 2013, a costi che stima stratosferici ma non precisa, il gas di estrazione azera. Ignorando disinvoltamente il fatto che l’Azerbaijan – la fonte alternativa – ha appena concluso un accordo pluridecennale per fornire tutto il suo gas a prezzi garantiti alla Russia…

E la Commissione protesta perché prezzi garantiti in anticipo sarebbero – dice – una violazione della libera formazione dei prezzi in base alle leggi di mercato… ignorando che proprio in questo momento le compagnie occidentali mirano ad ottenere dalla Russia contratti identici e, poi, nel momento in cui il mercato va a farsi fottere, e sfottere, con le sue leggi, un po’  in tutto il mondo…

Parla della “priorità assoluta” di connettere (ancora una volta: come? esattamente da dove a dove, con chi e attraverso di chi?) i paesi del Baltico post-sovietici, Lituania, Lettonia ed Estonia, alle reti di distribuzioni europee: che non giungono, però, esse stesse neanche lontanamente vicine alle fonti russe se non per le connessioni che garantiscono a chi già è incluso (Germania, Austria, Italia, Svizzera, ecc.) una fornitura che per ora, e per anni, sarà ancora assolutamente vitale e non rinunciabile…

Quanto ai costi del progetto in sé e per sé, la Commissione neanche tenta di scorporarli. Ma li include tutti dentro un fantomatico programma mirante a costituire una “super-rete distributiva europea” che incorpori anche le, per ora inesistenti e chi sa mai quando realmente pensabili, fattorie dell’energia eolica del Mare del Nord e le fattorie solari del Mediterraneo, per ora anch’esse dotate della facoltà della totale evanescenza. Il tutto calcolato, in stime estremamente ottimistiche, con una spesa, da finanziare insieme come Unione europea, che costerebbe qualcosa come 2.000 miliardi di €: il bilancio globale della UE, come tale, nel 2008 è appena 1/20 di questa cifra[98]

Ma di che stanno parlando? E, questo libro dei sogni, senza che ancora esista la minima indicazione di un’effettiva, possibile, politica energetica comune europea… viene regolarmente approvato, con un’ora e mezza di dibattito dal Consiglio dei Ministri dell’Unione europea!!! Perché bisogna far vedere di essere uniti anche, e soprattutto, quando non c’è neanche qualcosa di minimamente serio su cui si è, invece, profondamente divisi[99]?  

Qualcosa si muove anche, però, nel senso giusto. A Nizza, nel vertice euro-russo, dopo aver sentito l’intervento di Sarkozy dichiarare nettamente “sbagliati” i piani americani e dichiararsi d’accordo con la sua proposta di aprire una conferenza paneuropea sulla sicurezza di tutto il continente, Medvedev frena la sua stessa retorica per razionale che sia – voi vi muovete? voi suonate le vostre trombe? e noi ci muoveremo di conseguenza, noi suoneremo le nostre campane – e si limita a ripetere che “ogni paese dovrebbe evitare qualsiasi mossa unilaterale”.

Almeno prima di discutere – russi, europei e americani…  ma con Obama, allora, nella conferenza – di quel che Sarkozy aveva appena chiamato “una nuova architettura della sicurezza europea” magari in sede OSCE, a giugno o luglio prossimo aggiungendo con forza: “e di qui ad allora, per favore piantiamola tutti di parlare di sistema di difesa antimissile”.

Subito si è dichiarato critico – ma non a faccia aperta: nei corridoi del vertice… – il rappresentante del governo ceco cui, a giugno, toccherà disgraziatamente la presidenza di turno della UE. E’ un fatto che Sarkozy non aveva il mandato preciso da parte di tutta l’Unione ad esprimersi così nettamente. Ma è altrettanto un fatto che, così facendo – col peso europeo della Francia, mica della Lituania, e il sostegno implicito e anche esplicito di Germania ed Italia sul punto, e col silenzio inglese, stavolta assai meno presuntuoso del consueto chiacchiericcio accodato all’America – l’iperattivismo di Sarkozy ha efficacemente disinnescato la disputa sui missili. Fino, almeno, alla prossima volta[100]…     

In ogni caso, per quanto riguarda l’Europa, ormai anche l’Inghilterra (e, a ruota, perfino la Polonia) hanno lasciato cadere le loro precondizioni— del tipo che prima di riprendere il negoziato bilaterale con Mosca, per esempio alla ricerca di forniture energetiche più garantite, la Russia se ne deve andare da Ossezia e Abkhazia… Per realismo, se non altro, anche perché a chiedere qualcosa, qui, in tema di energia non è la Russia quanto l’Europa.

Quindi, con la sola minuscola e anche un po’ grottesca opposizione “di principio” della Lituania a riprendere i colloqui, l’Unione europea ha deciso di andare avanti: il tema non richiedeva l’unanimità e quindi l’obiezione di Vilnius non contava niente.        

Ma tornando sul tema all’agenda di Obama, questa dovrebbe essere un’altra priorità: il dialogo, il negoziato vero e proprio, da riaprire su basi diverse con una Russia risorta dal limbo impostole dall’ingordo gioco al rialzo voluto dalla politica stolta di confrontation di Bush ma, prima, anche di Clinton e Bush padre (a Gorbaciov, alla Russia che smetteva di essere Unione sovietica, erano stati loro a garantire solennemente e formalmente che non avrebbero spinto verso Est i confini della NATO… e, invece, proprio questo hanno fatto) e adesso reclama di essere ascoltata per quel che riguarda i suoi più diretti interessi almeno quanto ogni altro Stato sovrano di quel peso pretende.

C‘è stata subito anche la sfida del presidente iraniano Ahmadinejad che, al di là del rituale – cioè del suo sembra obbligatorio appello alla conversione – è sembrato anche in qualche modo un cauto sondaggio per “vedere” se qualcosa è potenzialmente cambiato. E, se sì, a quali condizioni…

Insomma, ora – al di là ed oltre la condanna di ogni atto di terrorismo (tutti e ciascuno, però: non solo quelli dei “nemici”: anche quelli propri e quelli degli “amici”, pena la perdita di ogni nuova possibile credibilità – bisognerebbe prestare attenzione, e discutere, oltre alle preoccupazioni, alle paure e alle fisime proprie, pure quelle del resto del mondo.

In definitiva, per mantenere il punto sul pessimismo di fondo che è sempre il nostro riferimento – non si vivrà granché bene, così, ma se ci si aspetta il peggio poi, nei fatti, le cose possono solo andar meglio – bisogna anche osservare che solo il tempo dirà se Obama è vero o se è, invece, troppo bello per essere vero… Già, ma quanto tempo gli diamo per non cominciare a sentirci delusi?

Però è anche vero quel che nota, con acutezza qualche po’ sbarazzina ma significativa, uno dei massimi ma anche dei più intelligenti opinionisti conservatori, anzi reazionari, d’America, William Kristol, quando scrive[101] dopo aver ascoltato il discorso di vittoria di Obama di aver avuto una specie di “epifania”, di rivelazione, quando, “qualche minuto dopo aver cominciato a parlare Obama, rivolto alle sue bambine se ne usciva dicendo ‘che si vi siete meritate un nuovo cagnolino che porteremo con noi alla Casa Bianca’ ”. E Kristol annota: “a sentirlo, un altro po’ mi strozzo”.   

Poi Obama “ha commentato asciutto che la questione canina aveva ‘generato più interesse sul nostro sito web praticamente di qualsiasi altra cosa’. E ha continuato: ‘Dobbiamo ora riconciliare due problemi. Uno è che mia figlia Malia è allergica, così il nostro cane dovrà essere ipoallergenico. E ci sono una serie di razze canine ipoallergeniche. D’altra parte, la nostra preferenza sarebbe quella di prendere con noi un trovatello ma, ovviamente, un sacco di cani trovatelli sono meticci come me. Così— così, se e come riusciremo ad equilibrare queste due cose, credo sia una questione pressante per la famiglia Obama’.

   Ecco, qui in poche frasi Obama ha fatto quanto segue: ha approfondito il proprio legame con chiunque in America ama i cani; si è identificato con ogni famiglia che ha cercato di immaginare c he tipo di cane prendersi in casa; ha toccato ogni genitore che ha un bimbo allergico verso i suoi piccoli amici; ha dimostrato compassione manifestando la sua preferenza per un trovatello; e ha dimostrato uno humor secco e qualche po’ vagamente scorretto con quel commento sui ‘tanti cani trovatelli che sono mulatti come me’.

   Non male, non  male. Secondo me saranno otto anni assai duri per noi conservatori”.

Ma, forse, poi neanche tanto. Le prime, e forse più importanti nomine nel gabinetto di Obama, quelle di Hillary Clinton[102] e Timothy Geithner rispettivamente a segretaria di Stato e segretario al Tesoro, insieme alla conferma del ministro della Difesa di Bush, Robert Gates100, sono segnali di netto privilegio, non dovuto e sbagliato per la base che ha portato Obama alla Casa Bianca – la sinistra del partito democratico – verso l’ala pragmatica del partito— che quella base preferisce chiamare, però, senza spina dorsale morale[103].

E sono vere entrambe le cose, il pragmatismo e, insieme, l’opportunismo:

• Hillary è la senatrice in carica che ha corso contro Obama nelle primarie e a cui molti democratici hanno trovato difficile “perdonare” il voto a favore della guerra in Iraq del 2002 (l’assegno in bianco rilasciato dal Senato a Bush). Un voto che ha continuato a rivendicare almeno fino al 2005, spiegando poi di essersi fidata troppo della parola, cioè delle menzogne, del presidente perché era il presidente— ma per molti, anche nel partito, proprio questa della fiducia cieca sulla parola è una colpa specifica;

• Gates, dopo il disastro del predecessore, Rumsfeld, il falco ideologizzante della presidenza di Bush, è uno che ha cercato con qualche difficoltà di salvarne la faccia: sempre falco è, ma raziocinante;

• Geithner, in un momento di turbolenza pratica dei mercati, è una scelta che, da una parte, appare sicuramente rassicurante ma, dall’altra, ha anche  cogestito, da presidente della Fed di New York e da dieci anni con le mani in pasta nelle cose del Tesoro, le scelte del piano di salvataggio di Paulson— che, a prescindere da ogni altra “colpa”, ha teso anzitutto a privilegiare con montagne di dollari di spesa pubblica le banche piuttosto che l’economia reale;

• così la squadra del presidente, non sembra proprio particolarmente nuova, completata poi sul fronte economico dal Summers di cui abbiamo sopra parlato, messo a capo del Consiglio nazionale dell’economia, e da Paul Volcker, il presidente prima di Greenspan della Fed e l’uomo che cercò, con qualche successo, di tenere giù l’inflazione con Reagan – il presidente più spendaccione, dopo Bush II, della storia d’America – nominato a capo del nuovo Consiglio della ripresa economica.

La verità vera è che Obama sta privilegiando (per ora?) i moderati nelle nomine del Gabinetto, sistematicamente. Forse perché convinto che meno passione e più pragmatismo possono alla fine rendergli di più come risultati concreti della legislazione che vuole far passare sotto la sua presidenza, specie subito nei primi mesi della cosiddetta “luna di miele”, dei cento giorni iniziali…

O, forse, perché la verità vera è quella del vecchio proverbio indiano – pellerossa – non si è mai saputo se vero od apocrifo ma reso famoso dal  presidente Johnson, uno che in politica interna fu davvero un grande riformatore, forse con Roosevelt il più incisivo di questo secolo, che amava molto citarlo: che è sempre meglio portarsi un “nemico” potenziale dentro la tenda con te, a sputare fuori, che tenerlo fuori, fuori la tua tenda, a sputarti dentro…

In realtà, qualsiasi giudizio è veramente assai prematuro. E’ già possibile, dire, ci sembra però, quanto alla politica estera di questa nuova presidenza, che se sicuramente Obama vuole vedere emergere idee e proposte nuove dal consesso e dal dibattito dei suoi ministri e dei suoi consiglieri, quando si tratterà di gestirle vuole vederle in mano a politici e tecnici tutti dell’establishment tradizionale, di grande esperienza e tutti, o quasi tutti, che partono dalle posizioni del consenso democratico centrista.

Vedremo:

• come e quando se ne va realmente dall’Iraq, Obama;

• come riprende in mano le redini sfilacciate di una guerra come quella dell’Afganistan che l’America non riesce a “vincere” ma che non si rassegna a mollare;

• come gestisce l’“alleanza” ambigua col caos del Pakistan;

• la sfida del e con l’Iran degli Ayatollah ma anche della popolazione più giovane in assoluto del mondo;

• la richiesta di giustizia per la Palestina e della sicurezza di Israele: non più di questa, a scapito sempiterno di quella che, a lungo, non regge e, di più, sta imbastardendo Israele nel paese dell’apartheid (pieni diritti per i cittadini ebrei, meno per quelli arabi, quasi nessuno per i palestinesi) come aveva denunciato due anni fa Carter, ma oggi riconosce anche l’ancora primo ministro israeliano Olmert;

• come rifonda, Obama, il rapporto con alleati coi quali ormai deve lavorare insieme ma non più sopra;

• e come reimposta il rapporto coi potenziali concorrenti e nemici: il rapporto con la Russia, con la Cina, col mondo che preme e che vuole contare…

Ci sembra, però, francamente improbabile riuscire a innovare, come l’America deve innovare in questi senso e specie in questo campo trincerandosi nelle posizioni centriste tradizionali che programmaticamente resistono alle novità e, soprattutto, alle rotture, invece necessarie proprio per poter ricominciare a rapportarsi col mondo in modo intelligente.

In una delle primissime interviste del dopo elezioni, il presidente-eletto ha “rivelato” le sue prime cinque priorità a una rivista on-line[104] della sinistra economico-politica tra le più prestigiose, così rielencando (e motivando) quel che essa gli aveva proposto: “la prima potrebbe essere quella di continuare a stabilizzare il sistema finanziario…”, senza di cui nulla poi si può fare; “la seconda  dovrebbe essere l’indipendenza energetica… che è anche questione di sicurezza nazionale e questione di posti di lavoro nuovi da creare…; la terza è la riforma del sistema sanitario… e  mi pare proprio che sia arrivato il momento; la quarta, parte di uno sforzo di riforma più vasto, che potrebbe diventare anche un pezzo però della priorità numero uno perché, con un secondo stimolo economico, costituisce sicuramente parte della stabilizzazione dell’economia, è tagliare le tasse alle classi medie, al 95% cioè degli americani che lavorano [l’altro 5%, quanti guadagnano più di 250.000 $ netti all’anno, pagheranno qualcosa di più]; e la quinta priorità tra quelle da voi indicate è— sarebbe, di garantire un sistema di istruzione che funzioni per tutti – tutti – i bambini d’America”.

Noterete, e si può anche capire nel clima di crisi sistemica finanziaria che preme, che Iraq, Afganistan e tanto meno Iran vengono ora elencate tra le prime cinque priorità e che proprio le conseguenze immediate della crisi su bilancio e risorse facciano scendere la priorità che era tra le prime del programma, quella del risanamento ambientale.

Anche se viene annunciato, proprio adesso, molto più accentuato – a fronte della frenata motivata dalla crisi economica di molti altri paesi che, per anni, hanno fatto i virtuosi rispetto al protocollo di Kyoto ma spesso solo a parole: noi italiani per primi – l’impegno di Obama a mandare suoi rappresentanti plenipotenziari al vertice di Poznań, col messaggio[105] che – proprio a causa della crisi e per uscirne – uno degli strumenti che lui intende privilegiare sarà la creazione di lavoro e di posti di lavoro nel risanamento ambientale. Che è esattamente il rovescio dell’approccio di Bush…

In questa tornata di elezioni presidenziali, secondo un istituto che si dedica autorevolmente a questi studi[106] (a ricercare ed analizzare, cioè, il flusso del denaro e le sue motivazioni nella vita politica degli Stati Uniti), alla fine i candidati e i loro partiti avranno raccolto qualcosa come 2 miliardi e 100 milioni di $ (oggi, con la recente rivalutazione alla faccia di ogni razionalità economica del $ a 1,28 per €, sono 1 miliardo e 641 milioni di €) col senatore Obama a fare la parte del leone, 620 milioni dall’annuncio della sua candidatura all’elezione del 4 novembre. McCain ha avuto contributi per 282 milioni di $. Insieme, i due, 892 milioni.

Se il conto si facesse globale, includendo cioè anche le spese per le elezioni dei congressisti (535, eletti ogni biennio) e il terzo dei senatori che verranno  scelti in questa tornata: un terzo ogni due anni, 99: il presidente del senato essendo ex officio il vicepresidente USA), sarebbero 5 miliardi e 300 milioni di $. Nell’un caso e nell’altro, le elezioni più costose della storia.

Pagate in minima parte con fondi pubblici, affidano la raccolta dei quattrini a donazioni private: di entità economiche (dati ufficiali: contributi di corporations, meno del 25%: es., industrie dell’energia, 76% ai repubblicani, 24% ai democratici; industrie connesse alle politiche di rinnovamento ambientale, 92% ai democratici e 8% ai repubblicani) e di donazioni individuali di privati cittadini: grandissima parte di quelle ad Obama in piccole donazioni individuali dai 10 ai 100 $. E, insieme ad Internet come strumento principale e ormai familiare di contatto e invio dei loro soldi, hanno davvero fatto la differenza.

GERMANIA

Anche Berlino va in recessione. Per ora, dopo l’Ufficio statistico federale tedesco, DESTATIS        (-0,4% nel secondo trimestre e -0,5 di PIL nel terzo), lo conferma l’OCSE[107] ed è la seconda recessione ufficiale in due anni che manda in frantumi la speranza di una possibile resistenza almeno di questa grande economia alla tendenza globale. I dati tedeschi sono i primi a confermare lo stato di recessione vera e propria (due trimestri di seguito). Ma Francia ed Italia, tra le economie dei grandi paesi, confermano anche loro questa comune situazione. Quanto alla Gran Bretagna è la Banca centrale a gettare l’allarme, scusate il gioco di parole, allarmatissima.

Intanto, cala al più basso indice da ben quindici anni a novembre, la fiducia del mondo degli affari secondo la stima consueta dell’IFO[108]. E la disoccupazione resta al 7,5% mentre l’inflazione cade secca a novembre su ottobre all’1,4% dal 2,4 di ottobre[109].

E, a seguire, i cosiddetti “cinque saggi”, i massimi consiglieri del governo per le cose economiche – un’autorità in Germania universalmente riconosciuta – criticano aspramente il cancelliere Angela Merkel per non aver fatto di più a stimolare l’economia in un paese che, hanno scritto subito prima degli ultimi dati ufficiali, “alla fine è stato colpito dalle ondate di shock della crisi finanziaria che è piombata è piombata sull’economia tedesca. Dopo un avvio sorprendentemente buono nel primo trimestre dell’anno, la situazione si è fatta così fosca che ormai siamo proprio sull’orlo della recessione…”. Avessero scritto solo due giorni dopo avrebbero detto “siamo in recessione”…

Anche a causa di questa situazione, l’IG-Metall, il sindacato dei metalmeccanici (3,6 milioni di iscritti), si è accordato col Gesamtmetall, l’organizzazione dei padroni metallurgici, su un aumento contrattuale del 4,2% in 18 mesi quando era partito da una richiesta dell’ordine del 7-8%. E il contratto IG-M, di fatto, fa da guida nel sistema della contrattazione per tutte le categorie, costituendo ogni volta l’incubo del direttorio BCE che ogni volta ne invoca la moderazione “dimenticandosi” sempre, però, di fare lo stesso per l’aumento dei prezzi al consumo[110].

La Volkswagen, proprio mentre la Mercedes-Benz mette in cassa integrazione per un mese i suoi dipendenti, diventa per qualche giorno la maggiore compagnia del mondo per capitalizzazione quando il valore delle sue azioni si impenna all’annuncio che la Porsche detiene il 74% del suo pacchetto azionario. Cioè, molto di più di quanto si pensasse. Ora, il 20% delle azioni VW sono per legge di proprietà del Land della Bassa Sassonia— l’UE non è, infatti, ancora riuscita, né riuscirà facilmente, a far prevalere la sua visione della concorrenza che vorrebbe proibirne la pubblica proprietà.

Così gli hedge funds di tutto il mondo, fiutato l’affare, si sono precipitati a comprare quel 6% di azioni che restava sul mercato, in borsa e dagli azionisti privati: facendone impennare enormemente il valore e pagandole molto care. Al che la Porsche ha messo nuovamente sul mercato il 5% delle sue azioni dopo aver lucrato, a spese di quegli avventurati fondi a rischio, della differenza di capitalizzazione[111].

FRANCIA

Della Francia, e del suo bollente presidente, si parla un po’ dappertutto – e piuttosto in positivo, è il caso di rilevarlo – un po’ in tutto il corso di questa Nota congiunturale: perché il da farsi di Nicolas Sarkozy è veramente, come dicono loro, tous azimuts

GRAN BRETAGNA

La recessione si avvia a peggiorare anche più del previsto, ammonisce il governatore della Banca d’Inghilterra, con la sterlina che tre mesi fasi si cambiava contro due dollari che scende sempre nei confronti del dollaro al massimo da sei anni e mezzo, sotto 1 a 1,50 e al minimo di sempre anche nei confronti dell’euro, 1 a 1,21. I tassi di interesse, dice il governatore King, dovranno scendere ancora parecchio al di sotto dell’attuale 3% per evitare che l’inflazione, oggi al 5,2%, precipitando per mancanza di crescita in due anni, affondi direttamente il paese nel baratro di una vera e propria deflazione.

Con un cambio assai brusco alle previsioni solo di due mesi fa, adesso la BoE dice che la crescita non solo si ferma ma cade di almeno il 2% solo nella prima metà del 2009 e che non si parla di alcuna ripresa sicuramente per tutto il prossimo anno. “E io non ho, nessuno ha, la minima idea di dove andrà nel 2010. E’ il mondo – ha aggiunto King, quasi a giustificarsi  – che è cambiato da agosto ad oggi, con la crisi bancaria che probabilmente si può definire ormai la maggiore dalla fine della prima guerra mondiale in poi”, peggio dunque di quella del ’29[112].

Una cosa, va detto, dobbiamo invidiare agli inglesi. Non sempre il loro governo e i loro politici, ma i loro “tecnici” la verità te la dicono papale papale, senza fronzoli, imbellettature o scuse ridicole… E riparte anche il dibattito se, forse, a questo punto al paese non converrebbe entrare nell’euro, di fronte all’infiacchirsi della sterlina che viene ad aggiungersi a tutti gli altri guai contro cui responsabilmente ammonisce la BoE.

E’ un discorso fuori tempo ed inutile, però, perché in base all’Art.121, pgg. 97 e sgg. del Trattato che fonda la Comunità europea vengono imposti sempre, per dirne una, due anni di transizione nel sistema di stabilità ad un tasso di inflazione che l’Inghilterra è assai lontana ancora dal raggiungere.

A fine novembre, La Gran Bretagna si prende una quota di maggioranza della RBS[113], essendo questa la Banca reale di Scozia, dopo che “gli investitori hanno bucato l’ultima vendita di azioni” per ricapitalizzare la banca. Insomma, un’ennesima banca nazionalizzata.  

Il tasso di disoccupazione (calcolato in base solo ai dati ufficiali di chi si iscrive alle liste di collocamento e, insieme, chiede un sussidio: metodo che sistematicamente e deliberatamente sottovaluta i dati reali) sale al massimo dal 1997: 5,8% e 1.840.000 unità[114]. L’ultima recessione del 1990 vide 31 mesi consecutivi di escalation della disoccupazione. E con la previsione di Mervin Allister King, il governatore della BoE sulla natura ben più profonda di questa recessione…

La fiducia dei consumatori è leggerissimamente migliorata a novembre: ma resta ancora intorno a livelli tra i più bassi di sempre, molto molto fragile come la chiamano i tecnici. Sale l’inflazione al 3,8% nel terzo trimestre, ma le aspettative anche qui sono per un ribasso non lieve dato il calo della crescita dei redditi da lavoro dipendente del 3,3[115] e il previsto, accelerato calo dei consumi e della domanda.

Malgrado questo dato, però, il board della BoE, che il 6 novembre ha abbassato al 3%, di ben 1½, il tasso di sconto prima di decidere ha a lungo dibattuto – si legge nel verbale della riunione – se tagliarlo addirittura in un botto di due punti – tale era ed è la preoccupazione per la recessione – rinunciandovi solo a fronte dello “shock che un azione talmente drastica per una banca centrale avrebbe potuto causare ai mercati[116].

Però qui il governo reagisce. Anche perché vuole sopravvivere e non lasciare campo più libero di quanto già abbiano all’opposizione conservatrice che da molti anni non era riuscita a giungere tanto vicina, come speranza certo, a Downing Street. Che, infatti, vede avanzare anche l’interpretazione maligna di chi dice che i conservatori stanno puntando tutto sul fallimento del rilancio dell’economia[117]; che, rivedendo radicalmente il suo passato blairista lib-lab, il governo spinge adesso dal lato della domanda, respingendo la stantia teoria e prassi monetarista del rilanciare dal lato dell’offerta. Per semplificare, a favore dei ricchi assai più che dei poveri.

La Camera dei Comuni ha visto il governo sapere e voler correre il rischio” che sta nel decidere una volta tanto in modo eterodosso e, fino a ieri, niente affatto scontato. In effetti “ha deciso che, siccome l’obiettivo adesso è il rilancio della domanda, bisogna operare sull’IVA”, anche se, come è noto, è di per sé ingiusto tagliare le imposte indirette, uguali per tutti e non proporzionate al reddito, però rispetto alle imposte dirette di efficacia sicuramente ben più immediata: “il nerbo della proposta è una temporanea riduzione dell’IVA al 15%, per un totale di 8,6 miliardi di sterline [oltre 10 miliardi di €], che valgono un’aggiunta alla domanda dell’1%: al momento quanto mai necessaria[118].

E, persistendo in una politica che i nostalgici lamentano come l’affossamento di quella del lib-lab blairita e del primo Gordon Brown, col risultato di riportare a galla per reazione la vecchia anima conservatrice dei… conservatori che, con Cameron, per progressisti si volevano far passare (tanto siamo tutti uguali, oggi in politica, no? destra e sinistra…).

Ma che, sulla proposta del Labour e del suo governo di ridurre, da una parte, ed alzare, dall’altra, ma anzitutto di redistribuire il carico fiscale un po’ più equamente reagiscono belluinamente, come reagiscono sempre le destre quando si tocca loro la “roba”. Ma trovano una secca “risposta in quella che sta diventando una delle nuove parole d’ordine favorite del governo: equità[119].

Il cancelliere dello scacchiere, ministro del Tesoro e numero due del governo – forse anche perché perfino questa serie di iniziative pro-active non sembrano riuscire a ridurre il distacco dei sondaggi dai tories dopo il crollo del laburismo tra Blair e Brown (il sondaggio Ipsos/Mori di fine novembre[120] conferma lo scetticismo del pubblico anche verso queste misure o, meglio, verso la loro reale efficacia) già mette le mani avanti e dice che, con tutta probabilità, già in primavera bisognerà incrementare questo pacchetto di interventi – riduzione dell’IVA e ridistribuzione del carico fiscale – con qualche cosa dello stesso ordine per superare, alla vigilia ormai delle elezioni politiche, il distacco di conservatori.

GIAPPONE

Nell’ultima sua riunione, il G7 a fine ottobre, ha convenuto in una “dichiarazione di emergenza” alquanto criptica sullo yen giapponese che l’“eccessiva volatilità” dei mercati valutari costituisce un a minaccia “grave” per l’economia mondiale. Ce l’avevano tutti, giapponesi compresi, con l’apprezzamento forte dello yen rispetto al dollaro (e non si capisce perché non, allora, se non per la solita deferenza misteriosa verso il biglietto verde, con il deprezzamento forte del dollaro rispetto allo yen…).

Il problema concreto è che lo yen forte sta riducendo l’export del paese del Sol levante. La Sony ha, di recente, dimezzato le sue previsioni di profitto in parte proprio a causa dell’impennata dello yen. Il governo di Tokyo ha parlato – per ora solo parlato: proprio come fa da un mese e mezzo abbondante, senza passare ai fatti, il governo italiano – di un pacchetto di stimolo. In questo caso, il secondo[121].

Il tasso di disoccupazione, inspiegabilmente, cala ad ottobre al 3,7% dal 4% di settembre. In realtà si spiega con “l’impatto della crisi finanziaria globale che comincia a minare la sicurezza dei posti di lavoro” e scoraggia, per paura forse di apparire troppo esigenti, in una società che premia “armonia” e conformismo (in questo, il Giappone è molto vicino alla Cina), perfino i senza lavoro dall’iscriversi ufficialmente ai registri della disoccupazione[122].

Le spese delle famiglie scendono del 3,8% in un nano e crollano del 10,4% nel terzo trimestre, rispetto al precedente, gli ordinativi di nuovi macchinari[123]. Un declino che fa il pari con quello, rovinoso nelle conseguenze, del 1998.

Il risultato è che subito, intanto, il PIL va giù nel terzo trimestre dello 0,4%, dopo la caduta dello 3,4 in quello precedente, con larga parte del crollo imputabile a una forte discesa degli investimenti nel settore privato e dunque con la proclamazione ufficiale della recessione.

E’, infatti, la prima volta dal 2001 che l’economia nipponica si contrae per due trimestri consecutivi, la definizione tecnica della recessione. E, come per le altre grandi economie, anche qui i dati fino a settembre non riflettono ancora le conseguenze peggiori del crollo finanziario che proprio a fine settembre ha affondato il mondo nella crisi[124].


 

[1] New York Times, 8.11.2008, R. Donadio, Obama Joke by Premier Has Italy in an Uproar La battuta del premier su Obama mette l’Italia in subbuglio.

[2] ISTAT: il testo di questo paragrafo, qualche po’ sintetizzato e parafrasato, è ripreso dal comunicato stampa del 4.11.2008 (cfr. www.istat.it/).

[3] Statistica in breve, 8.7.2008, I consumi delle famiglie Anno 2007 dell’8 luglio 2008)

[4] la Repubblica, 28.10.2008, G. Turani, Il nuovo shock (cfr. http://giuseppeturani.repubblica.it/).

[5] New York Times, 7.11.2008, J. Mouawad, Agency Predicts a Return of Triple-Digit Oil Prices— L’Agenzia [dell’Energia] predice un ritorno al petrolio a tre cifre; e New York Times, 20.11.2008, Agenzia Reuters, Oil Falls Below $50, Lowest Price Since January 2007— Il [costo del] petrolio cade al di sotto dei $50, al minimo dal gennaio 2007.

[6] New York Times, 30.11.2008, J. Mouawad, OPEC, struggling to move in concert, considers cutting output L’OPEC, cercando di muoversi di concerto, considera il taglio della produzione.

[7] OECD, Economic Outlook no. 84 Previsioni sull’economia, 25.11.2008 (cfr. www.oecd.org/document/18/0,3343,en _2649_33733_20347538_1_1_1_1,00.html/); e New York Times, 13.11.2008, D. Jolly, Tough Times Seen for Big Economies; Germany Contracts— Tempi duri per le grandi economie; la Germania in recessione; Guardian, 25.11.2008, L. Elliott, World’s worst recession since 1980s…— La peggiore recessione al mondo dal 1980

[8] Guardian, 2.11.2008, J. Borger e X. Rice, Stop killing in Congo or else, leaders warned Smettetela di ammazzare in Congo, oppure… L’avviso ai leaders.

[9] The Economist, 15.11.2008.

[10] Guardian, 1.11.2008, T. Branigan, Reverberations of world recession rock a city built on exports— Gli effetti della recessione a livello globale fanno tremare una città costruita tutta sull’export.

[11] Guardian, 1.11.2008, T. Branigan, Reverberations of world recession rock a city built on exportsI riflessi della recessione globale sconvolgono una città costruita sulle esportazioni.

[12]  New York Times, 6.11.2008, D. Barboza, Once Sizzling, China’s Economy Shows Rapid Signs of Fizzling— Una volta rovente, l’economia della Cina evidenzia segni di sfrigolamento.

[13] Cfr. Nota6 sopra (l’impatto sociale…).

[14] World Bank (IBRD), China Quarterly Update Aggiornamento trimestrale sulla Cina, 25.11.2008, China's Stimulus Policies are Key for Growth in 2009 and an Opportunity for More Rebalancing, says World Bank Update Le politiche di stimolo della Cina alla sua economia sono la chiave della crescita nel 2009 e l’occasione di un maggior equilibrio, dice l’aggiornamento della Banca mondiale (cfr. http://web.worldbank.org/WBSITE/EXTERNAL/COUNTRIES/EASTASIAPACIFIC EXT/CHINAEXTN/0,,contentMDK:21989619~pagePK:1497618~piPK:217854~theSitePK:318950,00.html/).

[15] The Economist, 1.11.2008.

[16] New York Times, 26.11.2008, K. Bradsher, China’s Central Bank Cuts Interest Rates La Banca centrale taglia i tassi d’interesse.

[17] The Economist, 29.11.2008.

[18] New York Times, 14.11.2008, M. Saltmarsh, Euro Zone Officially Is in Recession L’eurozona ufficialmente è in recessione.

[19] Guardian, 28.11.2008, K. Hopkins, Eurozone inflation falls sharply, unemployment grows— L’inflazione cala seccamente nell’eurozona, la disoccupazione cresce.

[20] Tutti dati EUROSTAT, 28.11.2008 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page?_pageid=1090,30070682,1090 _330 76576&_dad=portal&_schema=PORTAL/).

[21] New York Times, 7.11.2008, J. Werdigier, European Banks Cut Rates Sharply— Le banche centrali europee tagliano seccamente i tassi; e dichiarazione introduttiva alla conferenza stampa del presidente J.-C. Trichet, 6.11.2008 (cfr. www. ecb.int/press/pressconf/2008/html/is081106.en.html/).

[22] Guardian, 6.11.2008, A. Seager, J. Finch e J. Treanor, Shock as Bank of England slashes rates to 3% E’ shock con la Banca d’Inghilterra che taglia i tassi al 3%.

[23] The Economist, 22.11.2008.

[24] The Economist, 22.11.2008.

[25] New York Times, 4.11.2008, S. Castle, Europe Asks France to Rethink Fiscal Plan L’Europa chiede alla Francia di ripensare il suo piano teso ad unificare le politiche fiscali in Europa.

[26] New York Times, 26.11.2008, S. Castle e D. Jolly, Giant Stimulus Plan Proposed for Europe Pacchetto di stimolo economico gigantesco proposto per l’Europa.

[27] Frankfurter Allgemeine Zeitung, 26.11.2008, A. Merkel e F. Sarkozy, Größte Krise der jüngeren Geschichte— La crisi maggiore della nostra storia recente (cfr. www.faz.net/s/Rub99C3EECA60D84C08AD6B3E60C4EA807F/Doc~E396F965009 51 4E27 BD1CF008A 5559B8B~ATpl~Ecommon~Scontent.html/).

[28] New York Times, 7.11.2008, C. J. Chivers e E. Barry, Georgia Claims on Russia War Called Into Question— Le asserzioni georgiane contro la Russia per la guerra messe in questione [titolo debole ma contenuto, vi garantiamo, forte].

[29] New York Times, 12.11.2008, E. L. Andrews, U.S. Shifts Focus in Credit Bailout to the Consumer Gli USA spostano la loro attenzione dal salvataggio del credito al consumatore.

[30] New York Times, 18.11.2008, B. Knowlton e J. H. Cushman, Lawmakers Told More Is Needed to Aid EconomyI legislatori si sentono dire che c’è bisogno di più aiuto all’economia.  

[31] New York Times, 6.11.2008, M. M. Grynbaum, Stocks fall on Bleak Spending and Jobs Data I titoli di borsa vanno giù a causa della spesa in calo e dei brutti dati sull’occupazione.

[32] New York Times, 25.11.2008, J. Zeleny e J. Healy, U.S. Unveils New Programs to Ease Credit— Il governo americano annuncia nuovi programmi per facilitare il credito.

[33] New York Times, 6.11.2008, Agenzia Associated Press (A.P.), Worker Productivity Slowed in 3rd Quarter La produttività dei lavoratori rallenta nel 3° trimestre.

[34] New York Times, 20.11.2008,(A.P.), Consumer Prices Fall on Drop in Energy Costs— I prezzi al consumo cadono con la caduta dei costi dell’energia; e Dipartimento del Lavoro, Bureau of Labor Statistics (BLS), Consumer Price Index, 19.11.2008 (cfr. www.bls.gov/news.release/cpi.nr0.htm/).

[35] New York Times, 7.11.2008, P. S. Goodman e M. M. Grynbaum, Unemployment Rate at 14-Year High After Big October Losses Il tasso di disoccupazione al massimo da 14 anni dopo perdite forti ad ottobre; e per il testo del BLS sulla situazione occupazionale di ottobre 7.11.2008 (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/).

[36] Economic Policy Institute, 7.11.2008, Jobs Picture Il quadro dell’occupazione, presentazione e commento (cfr. www. epi.org/content.cfm/webfeatures_econindicators_jobspict_20081107/).   

[37] The Economist, 22.11.2008.

[38] New York Times, 4.11.2008, (A.P.), Factory Orders Fall as Businesses Cut Back Gli ordini alle fabbriche in calo coi tagli delle imprese.

[39] New York Times, 14.11.2008, J. Healy, A Record Decline in October’s Retail Sales—  Calo record ad ottobre delle vendite al dettaglio; e Dipartimento del Commercio, Ufficio del Censimento, 14.11.2008 (cfr. www.census.gov/marts/ www/marts_current.pdf/).  

[40] New York Times, 31.10.2008, P. S. Goodman, Specter of Deflation Lurks as Global Demand Drops Con una domanda globale in calo, incombe lo spettro della deflazione.

[41] The Economist, 15.2008.

[42] The Economist, 15.2008.

[43] The Economist, 15.2008.

[44] New York Times, 15.11.2008, D. M. Herszenhorn, Detroit’s Bid for Aid Fails – For Now— La richiesta di aiuto di Detroit bloccata – per ora.

[45] New York Times, 15.11.2008, M. Landler, At Global Finance Talks, 20 Different Agendas— Nei colloqui sulla finanza globale, venti agende diverse.

[46] The Economist, 15.11.2008.

[47] New York Times, 18.11.2008, K. Bradsher, Facing a Slowdown, China’s Auto Industry Presses for a Bailout From Beijing— L’industria automobilistica cinese, con le vendite che rallentano, preme su Pechino per un salvataggio.

[48] Corriere della sera, 20.11.2008, G. Ferrari, Affondo di Marchionne, “Aiuti all’auto? A tutti o a nessuno” [come se qualcuno, ancor oggi, potesse imporre agli USA regole davvero uguali per tutti…]     

[49] La Stampa, 20.11.2008, M. Zatterin, Bruxelles dice sì a un intervento. “Ma temporaneo”.

[50] Cui fa riferimento, ad esempio in quest’articolo, il Governatore del Michigan, signora Jennifer M. Granholm, difendendo la causa delle industrie di Detroit (CNNPolitics.com, 13.11.2008, Save automakers to help economy and security— Salvare l’industria dell’auto per aiutare l’economia e la nostra sicurezza (in base all’assioma che la governatrice dà per scontato che alla fine “sarà l’industria dell’auto il settore che aprirà la strada all’indipendenza energetica del paese”: fin ora certo è stato il contrario, ha prodotto mastodonti di aiuto che si ingozzano di benzina, cioè di greggio largamente importato, ma lei ci scommette su che, in futuro…); altri studi dimezzano queste cifre: forse 4-5 milioni di americane/i dipendono direttamente, o indirettamente, dall’industria dell’auto (New York Times, 17.11.2008, C. Rampell, How Many Jobs Depend on The Big Three?— Quanti posti di lavoro sono legati alle Tre Grandi dell’auto?): si tratta, comunque, come è evidente di un numero terrificante…

[51] Washington Post, 8.11.2008, edit., A Friend in Need— Un amico nel bisogno.

[52] New York Times, 15.11.2008, edit., Saving Detroit From Itself— Salvare Detroit da se stesso.  

[53] New York Times, 14.11.2008, P. Krugman, Depression Economics Returns— Torna l’economia della depressione.

[54] Financial Times, 9.11.2008, E. Luce, Obama set to push ‘big bang’ reform package Obama deciso a spingere il suo pacchetto di riforme da ‘ bing bang’ (cfr. www.ft.com/cms/s/0/3496c848-ae91-11dd-b621-000077b07658.html/).                                                                                                                         

[55] New York Times, 13.11.2008, J. Healey, Trade Deficit Shrinks on Lower Oil Prices Il deficit commerciale si riduce per i prezzi al ribasso del petrolio.

[56] New York Times, 19.11.2008, D. Jolly e B. Wassener, Markets in Europe and Asia Follow Wall Street Drop— I mercati in Europa e in Asia seguono la caduta di Wall Street.

[57] New York Times, 19.11.2008, J. Healy, Shares Near 6-Year Low, With More Losses Feared— I titoli al minimo da sei anni, con la paura di ulteriori perdite.

[58] El Pais, 15.11.2008, Bush se ha visto obligado a recibir a Zapatero a dos meses de dejar la Casa Blanca A due mesi dalla sua uscita dalla Casa Bianca, Bush si è trovato obbligato a ricevere Zapatero.

[59] C.I.A. World Factbook— Libro dei fatti della CIA 2007: è un calcolo per definizione approssimativo e soggettivamente determinato; ma, visto l’A., sicuramente attendibile; qui, espressi a parità di potere d’acquisto – quanto a New York si comprerebbe realmente con l’equivalente in dollari: cioè nel loro valore reale, effettivo, non calcolato in base a quello solo nominale del cambio – i primi PIL del mondo: USA, $13.780 miliardi (l’UE, calcolata globalmente, sarebbe sopra con $14.430); Cina, $7.099; Giappone, $4.272; India, $2.966; Germania, $2.807; Gran Bretagna, $2.130; Russia, $2.097; Francia, $2.075; Brasile $1.849; Italia, $1.800; Spagna, $1.361; Messico, $1.353; Canada, $1.271 miliardi (cfr. www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2001rank.html/).

[60] Guardian, 3.11.2008, edit., Falling on deaf ears Una voce che cade su orecchie sorde.

[61] New York Times, 9.11.2008, D. Barboza, China Unveils $586 Billion Economic Stimulus Plan— La Cina annuncia un progetto di stimolo economico da 586 miliardi di $ [datevi una regolata: pensate alla dimensione, oggi, di questa economia – alla potenzialità della sua egemonia in questo campo – facendo mente locale: per esempio al rilancio che potremmo avere se l’Italia fosse in grado di annunciare un piano di stimolo a consumi ed investimenti, all’economia, per l’equivalente in due anni del 14% del nostro PIL: cioè, il 14% di circa 4.200 miliardi di $, o 3.600 in due anni a parità di potere d’acquisto… O anche assai meno magari].

[62] New York Times, 18.11.2008, T. Redburn, Emerging Countries Called Key to Global Recovery— I paesi emergenti sono la chiave della ripresa globale.

[63] Testo integrale della Dichiarazione del vertice dei G20 su mercati finanziari ed economia mondiale, 15.11.2008 (cfr. www.nytimes.com/2008/11/16/washington/summit-text.html/) 

[64] Repubblica.it, 10.11.2008, blog di G. Turani, I dollari di Bernanke (cfr. http://giuseppeturani.repubblica.it/). 

[65] New York Times, 19.11.2008, M. Landler, Sarkozy’s Fiscal Meeting Raises Diplomatic Hackles— Il nuovo incontro sui problemi finanziari ed economici di Sarkozy provoca un vespaio diplomatico.

[66] New York Times, 3.11.2008, edit., So little time, so much damage Così poco tempo, così tanti danni.

[67] New York Times, 10.11.2008, J. Zeleny, Obama Weighs Quick Undoing of Bush Policy Obama valuta di disfare rapidamente le politiche di Bush.

[68] M. Moore, 5.11.2008, Pinch me… Datemi un pizzicotto… (cfr. www.michaelmoore.com/words/message/index.php?id =240/).

[69] New York Times, 9.11.2008, N. D. Kristof, Obama and the War on Brains— Obama e la guerra ai cervelli.

[70] Damasceneblog.com (Siria), 5.11.2008, A sigh of relief Un respiro di sollievo (cfr.  www.damasceneblog.com/the_damascene_blog/2008/11/a-sigh-of-relief.html#trackback/).

[71] New York Times, 14.11.2008, D. D. Kirkpatrick, In Transition, Tangle of Ties to Lobbying— Nella fase della transizione, un intrico di legami con le lobbies.

[72] New York Times, 17.11.2008, C. Robertson, Iraqi Cabinet Approves Security Pact With U.S.—Il gabinetto iracheno approva il patto di sicurezza con gli USA.

[73] New York Times, 27.11.2008, A. Rubin, C. Robertson, Iraq Backs Deal That Sets End of U.S. Role— L’Iraq sostiene l’accordo che fissa la fine del ruolo degli Stati Uniti [altra anomalia, diciamo così: il testo è stato reso subito pubblico, al contrario di quelli che regolano le condizioni della permanenza delle Forze armate statunitensi in Italia, Germania, Regno Unito, Corea del Sud, Giappone, ecc.,ecc., mai passati per un’approvazione parlamentare e, dai primi anni ’50, sempre rimasti segreti] (cfr. http://graphics8/nytimes.com/packages/pdf/world/20081119_SOFA_FINAL_AGREED_ TEXT.pdf/).

[74] New York Times, 24.11.2008, J. Glantz e S. Lee Myers, Iraqi Foes of Security Deal Seek to Shield Assets— Gli avversari iracheni dell’accordo di sicurezza cercano di proteggere i beni dello Stato iracheno.

[75] New York Times, 23.11.2008, Ahmad Chalabi, Thanks, but You Can Go Now.

[76] New York Times, 18.11.2008, J. Glanz e R. Mohammed, Premier of Iraq Is Quietly Firing Fraud Monitors— Il primo ministro iracheno licenzia silenziosamente gli investigatori governativi anti-corruzione.

[77] A.M. Schlesinger, A Thousand Days: John F. Kennedy, in the White House Mille giorni: John F. Kennedy alla Casa Bianca, Mariner Books edit., 6/2002.

[78] New York Review of Books, vol. 55, no. 4, 20.3.2008, T. Pickering, A Solution for the US–Iran Nuclear Standoff Una soluzione per lo stallo nucleare americano-iraniano (cfr. www.nybooks.com/articles/21112/) [una proposta, quella di Pickering, avanzata a firma anche di due altri esponenti dell’establishment diplomatico-militare statunitense, che parte dalla considerazione di come “le conclusioni della recente valutazione congiunta di tutte le agenzie dell’Intelligence statunitense – che Teheran ha fermato, dal 2003, tutti i suoi tentativi di sviluppo di un proprio armamento nucleare, insieme al calo significativo dell’attivismo iraniano in Iraq – hanno creato condizioni favorevoli per aprire negoziati diretti tra USA ed Iran su tutto il programma nucleare” di quel paese].

 

[79] Project Syndicate, 5.11.2008, S. DiMaggio, Obama and Iran (cfr. www.project-syndicate.org/commentary/dimaggio2  /English/).

[80] NIC, Global Trends 2025, A Transformed World Un mondo trasformato, 20.11.2008 (cfr. http://image.guardian.co. uk/sys-files/Guardian/documents/2008/11/20/GlobalTrends2025_FINAL.pdf/).

 [81] Cfr. Nota congiunturale 10-2008, in Nota49.

[82] New York Times, 8.11.2008, S. Greenhouse, After Push for Obama, Unions Seek New Rules— Dopo aver tanto spinto per Obama.i sindacati cercano nuove regole.

[83] Eguaglianza&Libertà, 5.11.2008, A. Lettieri, Le sfide di Obama (cfr. www.eguaglianzaeliberta.it/stampaArticolo.asp ?id=1022/).

[84] New York Times, 5.11.2008, P. Baker, No Time for Laurels; Now the Hard Part— Non c‘è tempo per i trionfi; adesso arriva la parte dura.

[85] USA Today, 2.11.2008, K. Chu e S. Block, Loss in confidence in banks causes huge shifts in deposits La perdita di fiducia nel sistema bancario porta a vasti spostamenti nei depositi (cfr. www.usatoday.com/money/industries/banking/2008-11-02-banks-safe-deposits_N.htm/).

[86] Observer, 30.11.208, E. Helmore, Obama criticised for economic team ‘s link to failed bank chief Obam

a sotto un’ondata di critiche per il legame della sua squadra economica con un banchiere fallito.

[87] Guardian, 10.11.2008, D. Baker, The high priests of the bubble economy I grandi sacerdoti dell’economia della bolla.

[88] New York Times, 24.11.2008, Lettere

[89] Washington Post, 15.10.2008, A. Faiola, E. Nakashima e J. Drew, What Went Wrong— Cosa è andato male.

[90] Washington Post, 10.11.2008, A. MacGillis e A. Scott Tyson, Sometimes Continuity Trumps Change— Qualche volta la continuità deve battere il cambiamento [che è un impeto del cuore tutto a favore proprio del tenico Bernanke].

[91] George Washington, Farewell Message Messaggio di addio [alla presidenza], pubblicato nel giornale American Daily Advertiser, 19.9.1796 (cfr. www.yale.edu/lawweb/avalon/washing.htm/).

[92] Discorso di ringraziamento del presidente-eletto Obama, Chicago, 5.11.2008 (cfr. www.change.gov/newsroom/entry/ president_elect_obama_speaks/).

[93] New York Times, 6.11.2006, E. Berry e S. Kishkovsky, Russia warns of missile deployment La Russia avverte che dispiegherà i suoi  missili.

[94] New York Times, 12.11.2008, T. Shanker e C. J. Levy, Gates Urges Russian Calm Over Expansion of NATO— Gates sollecita i russi alla calma a fronte dell’espansione della NATO.

[95] Guardian, 14.11.2008, T. Parfitt e J. Trainor, US rejects Kremlin's call to scrap missile shield— Gli Stati Uniti respingonp la richiesta del Cremlino di lasciar perdere lo scudo missilistico.

[96] Corriere della sera, 10.11.2008, F. Verderami, Berlusconi, gli amici russi e la telefonata con Barack.

[97] Guardian, 13.11.2008, S. Tisdall, Putin portion of humble pie— La razione di umiltà di Putin.  

[98] Bilancio UE 2008 (cfr. http://ec.europa.eu/budget/library/publications/budget_in_fig/dep_eu_budg_2008_it.pdf/).

[99] Europa Press Release, IP/08/1484, 10.10.2008, Council deal on energy package: a crucial step towards completing the internal energy market— L’accordo del Consiglio sul pacchetto energetico: un passo cruciale verso il completamento [il ‘completamento’?!?!?!] del mercato interno energetico [questi non hanno neanche il senso del ridicolo…] (cfr. http://europa.eu/ rapid/pressReleasesAction.do?reference=IP/08/1484&format=HTML&aged=0&language=EN&guiLanguage=en/).

[100] New York Times, 15.11.2008, S. Castle, Russia Backs Off on Europe Missile Threat La Russia fa un passo indietro sulla minaccia missilistica all’Europa [un titolo volutamente ambiguo: fa un passo indietro, certo, la Russia: dopo che, però, Sarkozy ha detto quel che ha detto e che l’A. si guarda bene dall’evidenziare nel titolo…]; e Guardian, 15.11.2008, I. Traynor e L. Harding, Sarkozy backs Russian calls for pan-European security pact Sarkozy appoggia l’appello russo per un patto pan-europeo di sicurezza [uno strano articolo quasi scioccato del, ma quasi altrettanto rassegnato al, fatto che i francesi osino tanto… e senza neanche preoccuparsi di quello che dicono gli americani oltre che loro, i britannici].

[101] New York Times, 10.11.2008, W. Kristol, G.O.P. Dog Days?— Giorni da cani per i repubblicani?

[102] Al 30.11., quando chiudiamo questa Nota congiunturale, l’annuncio – confermato ufficiosamente e scontato da tutti  ormai per entrambi – non è però ancora ufficiale. Lo sarà nei primissimi giorni di dicembre. Con l’ultimo dubbio, legato a fine mese per Hillary a certi “conflitti di interesse”: non suoi, però, ma di suo marito, l’ex presidente, per alcune donazioni di benefattori “segreti” alla sua Fondazione, i cui nomi Obama esige siano resi noti prima dell’incarico ufficiale ala senatrice Clinton.

[103] New York Times, 21.11.2008, D. E. Sanger, Obama Tilts to Center, Inviting a Clash of Ideas— Obama si sbilancia sul centro , aprendo la strada allo scontro di idee [e di ideali, dentro il partito].

[104] American Prospect, 6.11.2008, E. Klein, Priorities Priorità (cfr. www.prospect.org/csnc/blogs/ezraklein_archive? month=11&year=2008&base_name=priorities_6/).

[105] New York Times, 27.11.2008, edit., Save the Economy, and the Planet— Salvate l’economia, ed il pianeta.

[106] Center for Responsive Politics— Centro per una politica positiva, 30.10.2008 (cfr. www.opensecrets.org/news/200 8/ 0/us-election -will-cost-53-billi.html/).

[107] Cfr. qui Nota6.

[108] IFO, Istituto per le ricerche economiche dell’università di Monaco, 24.11.2008 (cfr. www.ifo.de/portal/page/portal/ ifoHome/a-winfo/d1index/10indexgsk?lang=e/).

[109] The Economist, 29.11.2008.

[110] New York Times, 12.11.2008, J. Dempsey, Powerful German Union Agrees to Modest Raises Forte sindacato tedesco [di categoria] concorda su aumenti modesti [magari fossimo in grado di conquistarceli qui in Italia, aumenti del 4%, tanto modesti]. 

[111] The Economist, 1.11.2008.

[112] Guardian, 12.11.2008, J. Kollewe e G. Wearden, UK recession to be deeper and longer than feared, Bank of England warns— La recessione in Gran Bretagna sarà più profonda e più lunga del temuto.

[113] New York Times, 28.11.2008, J. Werdigier, U.K. Takes Majority Stake in RBS.

[114] Guardian, 12.11.2008, A. Seager, Unemployment hits highest since 1997 La disoccupazione sale al masimo dal 1997.

[115] The Economist, 15.2008.

[116] Guardian, 19.11.2008, J. Kollewe, Bank of England considered two-point interest rate cut La Banca d’Inghilterra ha preso in seria considerazione un taglio dei tassi di due interi punti; Guardian, 19.11.2008, L. Elliott, Interest rates will fall again, Bank indicates Dalla Banca centrale, indicazioni di ulteriore ribasso dei tassi; e BoE, MinutesVerbale 6.11.2008 (cfr. www.bankof england.co.uk/publications/minutes/mpc/pdf/2008/mpc0811.pdf/)..

[117] Guardian, 24.11.2008, J. Ashley, Cameron is gambling that today's fiscal boost will fail— Cameron sta scommettendo che il rilancio fiscale fallirà.

[118] Guardian, 24.1.2008, W. Hutton, Bold, imaginative– and it might just work Audace, pieno di fantasia– e potrebbe anche funzionare [e Hutton che lo scrive è da tempo uno dei più duri critici laburisti del nuovo Labour, dei lib-lab].

[119] Guardian, 24.1.2008, J. Harris, Alistair Darling’s 45% plan: a revival of Labour's better instincts— Il progetto del 45% [di tetto massimo alle tasse sui redditi e, sotto le 175.000 sterline, a scalare…] di Alistair Darling [il cancelliere dello scacchiere, cioè il ministro del Tesoro]: la ripresa dei migliori istinti del Labour.

[120] Sondaggio per The Observer, 30.11.2008 (cfr. http://news.sky.com/skynews/Home/Politics/Tories-Opinion-Poll-Boost-Labour-Slide-Lib-Dems-Gain-In-Ipsos-Mori-Survey-For-The-Observer/Article/200811415166544?lpsos=Poli tics _First_Home_Article_Teaser_Region_4&lid=ARTICLE_15166544_Tories_Opinion_Poll_Boost%3A_Labour _ Slide%2C_Lib_Dems_Gain_In_Ipsos_Mori_Survey_For_The_Observer/).

[121] The Economist, 1.11.2008.

[122] New York Times, 27.11.2008, I. Austen, Unemployment rate falls to 3.7% Il tasso di disoccupazione cade al 3,7% [ma…].

[123] The Economist, 15.11.2008.

[124] New York Times, 16.11.2008, M. Fackler, Japan’s Economy, World’s Second Largest, Is in Recession— L’economia del Giappone la seconda del mondo [ma non a parità di potere d’acquisto, dove ormai seconda è la Cina…] è in recessione.