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     12. Nota congiunturale - dicembre 2007

 

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

A fronte di prezzi di estrazione che, a partire dal Medio Oriente, continuano ad impennarsi e di una caduta accentuata del valore del dollaro (a metà novembre per un euro bisogna spendere ben 1,48 dollari), all’inizio della seconda settimana di novembre il costo del barile sul mercato di New York sfiora i 100 dollari.

Imputati sono la domanda assai forte di petrolio da Cina ed India (ma anche il fatto che non scende quella degli altri grandi paesi importatori) e la IEA, l’Agenzia internazionale dell’energia, un’agenzia plurinazionale semi-pubblica (Stati ed industrie) che coordina informazioni e funzionamento tra domanda ed offerta nel mondo e lo tiene informato, ha lanciato un appello ai paesi produttori, che non sono affatto solo quelli dell’OPEC, perché ricostituiscano presto le scorte[1].

Ma, all’OPEC, non sono convinti che le anticipazioni correnti sui consumi siano tanto azzeccate. Gli studi prodotti dal cartello sulla spesa necessaria di qui anche solo a dieci anni variano di ben 50 miliardi di dollari dal massimo al minimo[2].

E l’Agenzia internazionale dell’energia parla, da una parte, della “soglia 100 al barile”, come di un possibile punto di svolta – quando, forse, una massa critica di esponenti politici, di imprese petrolifere, di cittadini inc….ti, toccherà la soglia capace di mobilitare la volontà politica e la convenienza anche immediata di investire sulle energie alternative – e, dall’altra, di una revisione delle proiezioni di crescita della domanda, imputandole alla caduta dei consumi e all’alto livello dei prezzi. Che, nell’immediato, quindi accennano anche a deprimersi, anche se solo marginalmente per ora[3].

Comunque, c’è movimento nel cartello del petrolio. Infatti, si domandano ormai anche i giornali per bene, mainstream, non quelli estremistici, ed in base ad indicazioni attendibili, “i paesi del Golfo si sganciano da dollaro? Per adesso è solo un’intenzione, però il Consiglio di cooperazione di queste nazioni (Arabia Saudita, Emirati uniti, Qatar, Oman, Bahrain e Kuwait) ha annunciato per dicembre lo studio di una proposta che mira a rettificare il cambio tra le monete locali e il dollaro e magari ancorarlo a un paniere di valute[4].

Per dicembre…, uno studio…, rettificare…: sembrano le stesse ambasce che attanagliano l’Europa— che fare? conviene o non conviene mandare a fondo il dollaro?

Intanto, l’Iran – anche se lo fa reagendo in difesa all’attacco concentrico geopolitico, geostrategico, economico, finanziario che le ha scatenato contro Bush – ha già cominciato a lasciar perdere il dollaro da tempo e in molti altri paesi, tra quelli che fuori dell’OPEC detengono una montagna di dollari che perdono ogni giorno valore, cominciano a procedere su quella strada.

Come cominciano a fare, del resto, anche quelli dell’OPEC stesso.

Certo, quando poi come riassume la stessa fonte, leaders che magari su qualche cosa hanno anche ragione ma che coprono tutto col loro populismo demagogico, come Hugo Chavez del Venezuela e Mahmoud Ahmadinejad dell’Iran, proclamano che “l’impero del dollaro sta crollando” o che “combatteremo insieme fino alla fine per il crollo dell’imperialismo statunitense e del suo strumento di potere, il dollaro”, è chiaro anche ai pragmatici che sono al governo in Iran che con questo tipo di estremismo verbale quelli danno una mano alle cautele e alle frenate dell’Arabia saudita.

Ed ai paesi arabi e non arabi più attenti, diciamo, alle ragioni degli USA: proprio come è successo al vertice dell’OPEC, dove dopo le tirate estremistiche dei presidenti venezuelano e iraniano i sauditi sono riusciti a far togliere dal comunicato finale il riferimento alle “preoccupazioni” per la caduta di valore del dollaro. Anche se, comunque allarmante per Wall Street e la Casa Bianca, è restata la decisione di far studiare tecnicamente la questione[5].

Ma è la forza delle cose che alla fine, inevitabilmente detterà gli esiti dello scontro, non la demagogia né l’ideologia, perché nessuno ci può stare a ingoiare risultati per cui i dollari che incassa, malgrado gli aumenti dei prezzi, gli rendono sempre meno come potere d’acquisto che viene falcidiato quotidianamente e se, insieme, come adesso sorge realmente la possibilità concreta di diversificare incassi e riserve in euro e yen…

Da notare c’è anche, in primo luogo, che una differenza sostanziale tra questa crisi e le due grandi crisi precedenti, quella del ‘73 e quella di inizio anni ‘80, è che stavolta lo shock petrolifero non è stato causato dall’interruzione dell’export  ma da una domanda crescente.

E, in secondo luogo, dall’accumularsi sul fronte del futuro prossimo venturo di pesanti nuvole di guerra: “questo – ha segnalato la Fondazione per le ricerche della politica energetica di Washington – è stato il primo shock energetico provocato dalla domanda e non da turbolenze nell’offerta”.

Almeno per ora, considerato quello che avviene in Iraq e minaccia di capitare in Iran[6]. E, poi, c’è il fatto, ormai palpabile, che tra i componenti del cartello, ma più in generale tra tutti i produttori e tutti i petrolieri del mondo, cominciano a diffondersi paure fondate di un rallentamento globale delle economie, di un dollaro in deprezzamento costante, di una preoccupazione crescente sugli effetti che bruciare combustibili fossili ha – e non più solo comincia ad avere – sul clima di tutto il pianeta.

In Brasile, hanno scoperto un enorme giacimento misto di greggio petrolifero e gas naturale, ha comunicato l’ente di Stato dell’energia, la Petrobas. Una scoperta in grado di fare del paese uno dei grandi produttori mondiali di idrocarburi che conterrebbe, pare, dai 5 agli 8 miliardi di barili di solo di petrolio[7].

Il 21 novembre, citando il ministro delle Finanze brasiliano, Guido Mantega, la stampa riporta che Brasile e Argentina si ripromettono – verbo indeterminato  quant’altri mai; sembra più che altro un impegno politico – di “sdollarizzare” entro il 2008 gli scambi tra i loro paesi con pagamenti nelle rispettive valute. Se l’impegno sarà mantenuto,si tratterà di un cambiamento significativo. Se[8]

L’Europa, quanto a competitività/produttività, sta superando complessivamente gli Stati Uniti: +1,5% nel 2006 rispetto al +1,4. Ma in Italia siamo ancora indietro, rispetto ala media dell’Unione, in realtà all’ultimo posto, +0,2[9].

E, secondo il panel di previsione dell’Economist, continua a deteriorarsi il quadro prossimo di sviluppo delle economie più ricche. In pratica, tutte meno l’Australia[10].

Dice che l’Italia ha vinto all’ONU la battaglia contro la pena di morte o – cala, cala – per una moratoria alla pena di morte. Non come fatto – cala, cala – ma come invito da parte dell’ONU a farlo.

Dice male, però, chi dice che la battaglia è vinta. E’, almeno, prematuro. Il voto ha premiato, sicuro, il lavoro dell’Italia, del ministero degli Esteri e della delegazione italiana all’ONU nel mettere insieme una coalizione che ha portato la terza Commissione dell’Assemblea generale (sociale, culturale e umanitaria) a votare 99 a 85 (52 no e 33 astensioni) per mandare, appunto, al voto dell’Assemblea plenaria a dicembre il voto di merito: quello che, sì, sarà decisivo.

Ricondotta alla sua dimensione reale, la vittoria è stata la prima in una corsa a tappe: che, almeno, avrà bisogno, per vincere davvero, di arrivare al traguardo vincenti alla tappa seguente e conclusiva: la seconda… ma se va bene.

Questa volta – l’unica vera novità è questa – però è stato passato l’ostacolo che già due volte in precedenza aveva deragliato l’iniziativa prima del voto che conta: il voto finale, e che in ogni caso non sarà più di una raccomandazione.

Per questo ci è francamente sembrata patetica l’enfasi con cui, sull’onda di un titolo sbagliato dell’ANSA[11] corretto solo nel testo – che, come si sa, non conta per nessuno (o quasi) – tutti hanno detto e hanno scritto e prematuramente celebrato.

Duro attacco, in un qualificato studio dell’OCSE che ha dato vita ad una vivace tavola rotonda di esperti sul tema[12], a quanti (in prima fila Brasile e Stati Uniti) vogliono fare agrocombustibili con cereali, graminacee e quant’altro. E’ una produzione alternativa, e ovviamente sostitutiva, a quella alimentare, promossa come modo efficace di riduzione dell’inquinamento atmosferico e della dipendenza delle grandi economie industriali dai combustibili minerali: metano, petrolio, ecc.

E’ un’idea contro la quale si è nei mesi scorso violentemente ma argomentatamente scagliato Fidel Castro, ad esempio, rimproverando a Lula che è “un peccato mondiale, in un mondo dove da queste decisioni possono venir condannati a morte per fame e per sete 3 milioni di persone. E non si tratta di una cifra esagerata, è anzi molto prudente[13].

in Cina

Nella rete lanciata dalle autorità che cercano di controllare la produzione e la commercializzazione di cibo, medicine e derrate agricole insicure e/o anche pericolose, sono incappati nel corso degli scorsi due mesi – cioè sono stati arrestati senza prospettive di uscirne presto – 774 residenti cinesi, mentre le autorità stanno portando a termine, assicurano, la revisione completa delle metodologie di garanzia della sicurezza alimentare e, più in generale, della conformità agli standards internazionali del made in China[14].

A Guangzhou (Canton) tutti i residenti e stranieri ed i cinesi di Hong Kong, Macao e Taiwan che producono reddito in Cina dovranno d’ora in poi fare la denuncia dei redditi personali[15]. Per contro, la gran massa dei cinesi le tasse le paga ancora con un prelievo diretto alla produzione da parte dello Stato o con la ritenuta tipo sostituto di imposta.

Grande balzo in avanti del valore di borsa delle azioni della PetroChina: appena messe in vendita, e solo per il 2% del totale a Shangai (si vendono, da tempo, anche a Hong Kong e a New York ma per la metà più o meno di quel valore: a Shangai – la novità era questa – per la prima volta le azioni le potevano acquistare anche cittadini cinesi.

Lo hanno fatto in massa (e quando si dice massa, in Cina, si capisce bene cosa si dice), triplicandone il valore in un giorno, dai 16,7 yuan del prezzo di collocamento ai 48,62 prima di assestarsi a fine giornata a 43,96, superando il valore in dollari equivalenti al cambio ufficiale della capitalizzazione di titoli come Exxon Mobil e Shell combinati, sopra i 1.000 miliardi[16].

Proprio la PetroChina, secondo una fonte aziendale, annuncia di voler aumentare sia produzione che import di combustibili per alleggerire le carenze riscontrate ogni giorno nella distribuzione domestica. L’ordine a tutti gli impianti ed a tutte le filiali del gigante dell’energia è stato quello di incrementare ogni aspetto della loro attività. E il massimo ente che nel paese lavora alla raffinazione del greggio, la China Petroleum & Chemical Corp., ha progetti di aumento di produzione ed import per la stessa ragione[17].

La moltiplicazione per tre del valore delle azioni il primo giorno della vendita pubblica delle proprie azioni a Hong Kong, s’è verificato anche per un altra compagnia cinese di Internet, Alibaba: nome che, di per sé, è tutto un programma[18]

Sulla questione, delicata, dello squilibrio commerciale con l’Europa, la Cina reagisce alle richieste europee presentate a Pechino a fine ottobre – un riequilibrio negli scambi è necessario anche per noi, non solo per l’America – dicendo che ci sta, magari, ma subordinandola, diremmo noi, a quello che esige dev’essere un trattamento di pari dignità. Per esempio, al riconoscimento e, in pratica, alla rimozione dei mille ostacoli che regolamentazioni di sicurezza europee ed atlantiche ormai anacronistiche, dice Pechino, frappongono alle loro esportazioni di high-tech in Cina. Volete che importiamo di più, dicono? Vendeteci, allora, quel che vogliamo comprare…

D’altra parte, negli incontri diretti tra il Commissario europeo al Commercio, Mandelson, e il suo omologo cinese, Bo Xilai, è stato anche sottolineato come in realtà lo squilibrio degli scambi tra Europa e Cina sia contenuto, in considerazione della dimensione, diciamo, extra-large del’economia del paese. Nel 2006 un deficit di parte europea di 128 miliardi di euro che nel 2007, nella previsione finale, sale a 170 miliardi[19].

Sulla rivalutazione del renminbi, lo yuan, rispetto all’euro la Cina si è impegnata nel corso del vertice bilaterale – accogliendo cautamente parte delle richieste europee, ma facendo anche pesare non poco di intervenire sul mercato per farlo solo perché glielo chiedevano quelli che fino a ieri insistevano sul mercato come regolatore unico e sovrano “senza interferenze politiche”…) – a regolarne il cambio in modo da rivalere la sua moneta, ma solo gradualmente. Insomma, niente di nuovo.

Cominciano ad emergere, per il futuro della Cina, alcune preoccupazioni sulla crescita economica del paese. Il totale dell’attivo commerciale tocca ad ottobre i 212 miliardi di dollari, già oltre il record di tutto il 2006. Nel 2008 il PIL crescerà, secondo le previsioni, di uno strabiliante 11 e più per cento. Ma, dicono in parecchi ormai, che sono questi stessi fattori ad aver prodotto un grado significativo di fragilità nell’arco degli ultimi due-tre decenni.

• Il rallentamento dell’economia americana e del suo import comincia realmente a pesare: il 6% in meno di crescita delle esportazioni cinesi per un punto perso di crescita nell’economia statunitense. Questa, come è ovvio, da tempo dipendente da quella ma, come si vede, anche viceversa.

    Vero, qui la crescita più che dall’export è spinta da fattori come l’aumento di investimenti in infrastrutture e nell’edilizia urbanistica alimentato da una robusta quantità di risparmio sia privato che d’impresa disponibile a tassi di interesse reali negativi: in pratica, se è effettivamente reinvestito,  gratuitamente.

• Salgono i prezzi di alimentari e case e sale, anche, il costo del lavoro: a ritmi che, diventando strutturali, gli economisti governativi ritengono esporre il paese a rischi potenzialmente pesanti… Anche l’inflazione, coi prezzi al consumo che vanno su a settembre e ad ottobre a ritmo annuo del 6%, più del doppio del tetto ufficiale e porteranno con tutta probabilità la media annua ad assestarsi sul 4,6-4,7% (nel 2006, il 2%).

• Inoltre. la debolezza del dollaro lascia Pechino nei guai. Una larga quantità delle sue colossali riserve di valuta sono proprio in dollari. E il problema ormai è che, se per difendere il valore delle sue riserve, la Cina dovesse cambiarne, in euro o yen, una quantità appena significativa, il valore delle sue riserve in biglietti verdi andrebbe ancora più giù…

    E, poi, puntare sullo yen, per ragioni sia di ordine storico che politico, per la Cina è difficile; e l’ultima cosa che vogliono i paesi dell’euro è un altro apprezzamento della loro valuta come risultato di un altro rafforzamento sul dollaro causato da una spinta cinese.

• Il governo, l’autorità, la governance del paese pongono poi, oggi, la Cina post-maoista di fronte a un problema nuovo. Il governo sa di dover prendere di petto il macigno schiacciante – sulla crescita stessa – dell’inquinamento dovuto alla chimica, ma anzitutto alla quantità delle costruzioni che per questa ragione è sicuramente obbligata a frenare.

    Ma adesso, per la prima volta, compaiono esitazioni inconsuete in questo regime nell’imporre la stretta effettiva sulle fabbriche e le attività maggiormente inquinanti: proprio quelle che tirano di più l’espansione economica.

    Una buona governance del paese esige, dice il potere centrale, la costruzione di una “società armoniosa” – da almeno due anni la giaculatoria-slogan del regime, in continuità nazionale e confuciana – per tentare di diluire le disparità di ricchezza che spaccano la società (città-campagna, ad esempio, miliardari e gente che, tanta, se forse non soffre più tanto proprio la fame, comunque non si può permettere certo alcun companatico) in un sistema che non ha più, o non ha ancora, praticamente un welfare minimo né un sistema pensionistico appena adeguato.

• Il fatto è che la Cina sta diventando davvero una società a due velocità:

▫ col partito, il governo, il regime che insiste sulla necessità di frenare – di ridurre la crescita all’8%, di tagliare l’attivo commerciale, di controllare la liquidità, rallentare gli investimenti fissi e segare le gambe all’inflazione, riducendo la corruzione ed instaurando criteri più stretti, diciamo, di rendicontazione; e

▫ col settore economico e finanziario privato che, però, dà poco retta alle istruzioni dell’Ufficio politico e del governo; come, del resto fa, il settore economico e finanziario pubblico che, avendo ormai modernizzato radicalmente – e spesso anche licenziato in massa nel settore pubblico – si comporta, e mostra di pensarla, secondo i canoni e le fobie dell’economia di mercato; insomma, la novità è che in campo economico, diversamente già da quello politico, ordini e decisioni dell’autorità pubblica faticano a passare come una volta.

Finora, di fatto, i riflessi politici di questa insubordinazione non si sono visti. Il settore del business continua a concepirsi e ad operare, comunque, all’interno del sistema e, comunque, formalmente non lo contesta e le classi medie emergenti non mostrano segni – al contrario di certi settori del mondo rurale, di certi ambienti operai, del mondo studentesco – di ribellismo pro-democratico.

Ma emerge un altro fatto, del tutto nuovo. Come i suoi predecessori, il capo del partito, Hu Jintao, ha confermato col recente Congresso una grande quantità di poteri: presiede e dirige il partito, lo Stato – e anche con poteri concreti, reali: niente affatto cerimoniali – e le forze armate. Ma anche, per la prima volta, è successo che non riuscisse a far passare già oggi, come aveva programmato e, un po’ incautamente, annunciato, la sua scelta per la successione (nel 2012). E la cosa non può che odorare di un potere che è già meno potere, appunto, di quello dee predecessori.

Le sfide della, e alla, Cina, crescono ora che sta entrando nella seconda fase della sua prepotente modernizzazione. Ha già smentito, a ripetizione, le prediche – ideologiche quanto economicamente corrette – che ne garantivano il fallimento prossimo venturo. Per la prima volta nella storia, un paese ancora largamente povero, ha raggiunto un PIL che per potere d’acquisto (come insegna la CIA, il parametro che conta davvero) è ormai quasi pari a quello del paese più ricco del mondo, è  diventato una superpotenza economica che, se volesse, potrebbe far crollare la prima – ma non vuole, non le conviene – emergendo da una storia travagliata di trasformazioni, di conquiste e anche di errori radicali che le prospetta ormai un futuro di superpotenza anche e proprio globale.

Certo che la Cina verrà sfidata. Come la mosca sfida un pachiderma, in maniera asfissiante e mai conclusiva. Insomma, sì, dal Dalai lama e dagli studenti cinesi, non certo da una classe media che cresce e si sente satolla e contenta. Ma il Tibet resta cinese, inevitabilmente e, tutto considerato, anche provvidenzialmente per chi non considerava giusto che restasse affondato in un medio evo sociale e culturale di massa in nome di una tradizione anchilosante.

E gli studenti dovranno imparare a lavorare sulla tattica oltre che sulla strategia. Oggi, infatti, oltre al loro coraggio ed alla loro incoscienza, hanno a disposizione strumento come Internet difficile da domare anche per un potere politico forte e centralizzato come questo: comunque, e anche perciò, non più tanto potere come una volta, come nell’89 ai tempi di piazza Tienanmen; né più ormai tanto centralizzato com’era allora…

in Russia

Nel rapporto delicato ma cruciale tra mercati che intreccia, ormai, Russia ed Europa, una dichiarazione di Jean-Claude Juncker – primo ministro (e capo dei cristiano-sociali) dal 1995, ministro delle Finanze del piccolo Lussemburgo e consideratissimo, autorevole, presidente dell’Eurogruppo – ha ora offerto, forse, un contributo non scontato, diciamo, ad un chiarimento di cui c’è bisogno.

Juncker dichiara esplicitamente di sostenere l’iniziativa tedesca che mira a proteggere l’industria europea dall’“intrusione” di fondi di investimento di Stati non europei. “I paesi che isolano i loro mercati non dovrebbero attendersi di poter investire liberamente in Europa” e l’Europa ha il dovere di “mettere in atto le sue adeguate misure protettive”.

Detto questo, Juncker, però – con maggior coerenza di tanti altri che vorrebbero vedere la Russia (o, se per questo, la Cina, ecc., ecc.) aprirsi pressoché unilateralmente agli investimenti europei alle nostre condizioni soltanto e senza mai porne nessuna – è uno dei pochi che coglie, invece, anche dati i rapporti di forza reali e, dunque, l’esigenza di un comportamento realmente reciproco: tale da non impedire “artificialmente” alla Russia, per esempio, di acquisire pezzi della rete distributiva (gas e petrolio) nei  nostri paesi[20].

A fine ottobre, esperti americani e russi hanno condotto, in Russia, esercizi militari congiunti  cosiddetti di controllo e comando tesi a sperimentare operazioni congiunte di peacekeeping nei punti caldi del mondo che tali venissero dichiarati dai loro governi e dalle Nazioni Unite (nei comunicati che ne danno rispettivamente conto, quest’ultima parte “e dalle Nazioni unite” esiste soltanto, significativamente, nella versione russa…). L’esercitazione, coordinata dal comandante delle forze di terra russe, gen, Valery Yevnevich, e dal contrammiraglio americano John Bowling III, dicono, ha avuto successo[21].

Il 12 dicembre, se di qui ad allora i paesi NATO non ratificheranno come sono impegnati a fare dopo averlo firmato molti anni fa, il Trattato sulla limitazione delle Forze armate convenzionali in Europa, la Russia – avverte il presidente della Duma, il parlamento, Boris Gryzlov – farà scattare la sua “moratoria”.

Congelerà cioè la propria osservanza dei termini di un trattato che solo essa aveva effettivamente onorato, “anche troppo a lungo unilateralmente”. In altri termini, Mosca potrebbe aumentare il numero delle sue forze convenzionali. schierate nella Russia occidentale  

Ma prima di dare luce verde alla Russia, facendo finta di non capire e non dando alcun segnale di riconsiderazione delle sue ragioni, sarebbe anche bene ricordare, da parte nostra – ricontrollando opportunamente anche i conti – chi ci ha “guadagnato” e chi, avendo da solo onorato l’impegno, potrebbe adesso legittimamente “recuperare”, se gli altri non si muovessero. Perché è un fatto che per un missile terra-terra e un carro armato NATO distrutti secondo l’accordo, secondo l’accordo i russi ne hanno smantellati tre-quattro dei loro[22]

Anche sull’altro fronte dell’armamento nucleare, quello dei missili e delle testate atomiche di portata strategica, in grado di colpire cioè, partendo da un punto del mondo, in pratica qualsiasi altro punto del mondo, la Russia riapre i giochi.

Il Trattato START-I, di riduzione degli armamenti strategici, firmato tra USA ed URSS il 31.7.1991, cinque mesi prima del collasso dell’Unione, restato in vigore da allora tra USA, Russia ed altri tre Stati ex sovietici – Bielorussia, Kazakstan e Ucraina – ha realizzato, da una parte, la distruzione di tutte le armi nucleari in possesso delle tre repubbliche ex sovietiche od il loro trasferimento sotto il controllo russo. E USA e Russia hanno ridotto, dall’altra, drasticamente – come da impegni presi – il numero dei loro delivery vehicles veicoli da trasporto e consegna (ad un totale di 1.600 tra missili e aerei strategici, con non più di 6.000 testate nucleari in complesso).

Ora il Trattato START scade il 5 dicembre del prossimo anno e i russi, per bocca del loro capo di stato maggiore, gen. Baluyevsky – intervistato da ATM, giornale dell’esercito ceco in linea sul sito del ministero della Difesa di Praga – anche qui richiamandosi al testo dell’accordo, insistono che non solo bisognerà continuare ad applicare i tetti previsti ma che ormai è anche necessario dar seguito alle disposizioni del Trattato che ne “vietano la dislocazione al di fuori del territorio nazionale dei paesi firmatari”.

Insomma, gli Stati Uniti devono piantarla di seminare armi nucleari americane dove più loro piace, secondo la loro interpretazione dei trattati che firmano e ratificano o non ratificano e la loro, giusta o sbagliata ma comunque unilaterale, percezione dei propri interessi strategici e politici: in Giappone, in Europa… sempre, naturalmente, sotto il loro ferreo e totale controllo.

Era questo, dopotutto, l’impegno che con Gorbaciov, nel 1991, firmò George Bush sr. e ratificò il Senato degli Stati Uniti d’America. “Che direbbero gli americani – ha chiesto ora (retoricamente?) il generale russo – se noi cominciassimo a distribuire un po’ per tutto il mondo, presso nostri alleati, le nostre bombe nucleari?”.

E’ questo il genere di ragionamento che rende idrofobi i russofobi nostrani. Politici ma, soprattutto, opinionisti che se la prendono con quello che i russi potrebbero fare, o minacciano di fare, e mai – mai, americanolatri che sono – con quello che gli americani già fanno[23]… Sono gli stessi opinionisti e politici convinti che le armi nucleari americane, inglesi, ecc. – che ci sono – costituiscono un “deterrente”, mentre  quelle  iraniane  che  ci  potrebbero  essere,  magari,  domani – sono  “armi di distruzione di massa”...

La direzione del progetto Sakhalin-2 ha reso noto che sta per completare il progetto che assicurerà il trasporto di energia verso Giappone, Corea del Sud, Stati Uniti ed altri. Il giacimento dal quale verrà la fornitura è  quello, calcolato  in  almeno  45  miliardi  di equivalente barili  di petrolio e di gas, dal mare di Okhotsk, intorno all’isola di Sakhalin[24].

UkrGaz-Energo, ente di stato per il gas dell’Ucraina, e RosUkrEnergo, dunque Gazprom ed ente di stato per il gas della Russia[25]), si sono accordati sul come ripagare il debito pesante accumulato nei confronti della Russia dall’Ucraina. Per ora il rimborso verrà effettuato in buona parte in natura (dal gas stoccato nelle riserve ucraine), finché le due parti torneranno su basi un po’ meno squilibrate tra debiti e crediti a discutere di altri possibili accordi.

In ogni caso, il primo ministro ancora in carica Yanukovich chiarisce al paese che bisognerà rassegnarsi a pagare da subito, presto, 160 $ per 1.000 m3 di gas sovietico, oggi ancora acquistato a $130, ed avviarsi a pagarlo, dopo averlo negoziato con Gazprom più che altro, al prezzo di mercato 230 dollari[26].

Alla fine, poi, Yanukovich si è dimesso, dopo aver resistito per giorni al verdetto elettorale sulla base del fatto – reale, effettivo – che l’opposizione cosiddetta arancione non riusciva a mettere insieme una coalizione non impossibilmente contraddittoria di governo. Alla fine, dicevamo, però, ha preferito prenderli un po’ in contropiede anche mirando, sicuramente, alle loro reciproche, personalissime, idiosincrasie.                                                                                                         

EUROPA

La Commissione europea ha tagliato le previsioni di crescita dei prossimi due anni a causa dei prezzi dell’energia crescenti e del crescente turbamento dei mercati finanziari dopo la crisi dei subprime americani. Dal 2,9% del 2007, la crescita è data adesso in calo al 2,4% nel 2008-2009. Nelleurozona, poi, dal 2,6% attuale del terzo trimestre[27] scenderà al 2,2% nel 2008 ed al 2,1 nel 2009[28].

L’inflazione, nell’eurozona, salta in su dal 2,1% di settembre al 2,6 di ottobre in ragione d’anno, mezzo punto in un mese, non poco e il massimo da due anni a questa parte… L’aumento riflette quelli di alimentari, petrolio e gas naturale ed eccede di oltre lo 0,5% il tetto prefissato come rigido indicatore teorico – ma nei fatti non rigido – dalla Banca centrale europea[29].                                 

Sa un po’, o tanto, di protezionismo, anche se è pressochè inevitabile, l’appello dei fabbricanti di acciaio dell’Unione europea a imporre una soprattassa fino al 40% sul dumping di importazioni di acciaio dalla Cina, da Taiwan e da Singapore: oggi, l’acciaio cinese si vende dal 25% al 30% del prezzo medio europeo, secondo il portavoce del gruppo di fabbricanti europei dell’acciaio, Eurofer. E ha aggiunto che da quasi zero nel 2004, l’export di acciaio cinese in Europa era arrivato a 12 milioni di tonnellate già nel 2006[30].

In ogni caso, l’Unione europea[31] fa pressione sulla Cina – anche chiedendole esplicitamente, e di sicuro contraddittoriamente coi propri “esplicitati” valori – perché decida di agire, concretamente, per ridurre il suo spropositato attivo commerciale e il suo sopravvalutato livello dei cambi. Insomma, non basta che ci pensi il mercato… ci deve pensare la politica.

E’ andato a dirglielo, a fine novembre, una delegazione europea condotta dal presidente in esercizio dell’Unione, il primo ministro portoghese José Socrates. Che ha affrontato con qualche, relativo, imbarazzo la contraddizione e ha poi offerto di mettere a disposizione del sistema bancario cinese, 730 milioni di dollari di finanziamento di progetti per la lotta al peggioramento climatico.

In ogni caso, e a chiarimento prima del vertice, la Commissaria UE Meglena Kuneva che detiene il portafoglio della difesa del consumatore, mentre si impegna a far pressione sui ministri europei dell’Industria perché “si impegnino ad implementare sul serio i controlli all’importazione e al rispetto delle procedure”, ci tiene espressamente ad assicurare che l’Europa non metterà alcun bando ai prodotti cinesi perché, in effetti, la Cina ha fatto un “enorme salto quantitativo e qualitativo”, un quantum leap lo chiama, nel modo in cui ha affrontato, corretto e anche represso l’esportazione non sicura di gadgets e giocattoli vari[32].  

Su un piano analogo, o quasi, si sviluppa il contenzioso europeo con la Corea del Sud – a sostegno della realtà per cui queste faccende vanno ben al di là dalle scelte ideologiche, spesso ormai per lo più, poi, solo di nome) che discuterà, subito prima, della apertura dei mercati coreani ai prodotti industriali esteri.

Qui, il problema è che l’UE non sembra accontentarsi neanche dell’accettazione da parte coreana del rispetto degli standards internazionali per l’auto ma pretendere, invece, regole coreane del tutto analoghe a quelle del mercato interno europeo (ma a quel punto, inevitabilmente, senza alcuna contropartita in un mercato solo nazionale e limitato come quello di Seul). E continuano ad esistere anche disaccordi non piccoli sulle tariffe da applicare ai prodotti agricoli e dell’apertura dei mercati agricoli stessi[33].

La BCE ha tenuto fermo il tasso di interesse a inizio novembre al 4%. E ha segnalato con preoccupazione, allo stesso tempo, l’accelerazione dell’apprezzarsi dell’euro rispetto al dollaro (aumenta il costo dell’export europeo; si riduce quello dell’export americano; e, svalutando il dollaro, cresce il rischio di inflazione in America; e si perde la capacità d’attrazione dei buoni del Tesoro americani nei confronti della grandi banche centrali del mondo che ancora, comunque, continuano – ma per quanto? – a dar loro fiducia.

Ha dichiarato, nella consueta conferenza stampa[34], il presidente Jean-Claude Trichet che di recente abbiamo “osservato movimenti senza alcun dubbio improvvisi e rilevanti. E ho già avuto occasione di dire che questi movimenti brutali non sono mai benvenuti”. Già nel novembre del 2004, quando un euro si comprava con $1,35, Trichet utilizzò il termine “brutale”. Adesso, siamo a $ 1,46-1,47[35].

Ed è un fatto che il rapido, continuo, declino del dollaro sta mettendo fuori mercato l’Airbus. Lo avverte, parlando con i dipendenti della compagnia ad Amburgo, l’amministratore delegato Tom Enders. D’altra parte, già l’EADS, l’impresa che lo costruisce, aveva ammonito che tutti i suoi difficili, e finanziariamente e socialmente costosi, piani di ristrutturazione risultano ormaiu inadeguati a far i conti col crollo della valuta americana: in euro, oggi, tutto costa maledettamente di più e, siccome il Boeing americano concorrente si vende in dollari, costa parecchio di meno[36]. Adesso, sostiene l’EADS, di qui al 2011 bisognerà tagliare dalle spese un altro miliardo di euro.

Con una forzatura di volontà politica di grande valore, visti i rapporti tesi tra i due paesi anche se proprio per questo ora più che altro simbolico – ma in politica i simboli sono realtà, anche – un atto che scavalca, comunque, le difficoltà, come si dice, oggettive, il primo ministro turco, Erdogan, e il suo omologo greco, Karamanlis, hanno inaugurato la “connessione” di un nuovo gasdotto di 300 km.

Unendo le reti greca e turca per la prima volta collegherebbe i giacimenti dell’Azerbaijan all’Europa, alleviando potenzialmente la dipendenza europea dal gas naturale di estrazione russa. Il gasdotto, parte del cosiddetto anello sud-europeo, dovrebbe sviluppare una capacità di 250 milioni di m3 all’anno, triplicarla entro il 2012 e, attraversando il fondo del mar Adriatico, arrivare all’Italia[37].     

Anche il Turkmenistan segnala la propria disponibilità ad aprire una connessione con le reti di distribuzione energetica europee che scavalcherebbe la Russia. La fonte è il Commissario all’Energia dell’UE, Andris Piebalgs, dopo aver incontrato il presidente turcomanno Gurbanguly Berdimukhammedov. Ma gli asiatici si guardano bene dal confermare e, nel suo tipico zelo lettone e antirusso, Piebalgs non appare sempre – lo dice ormai l’esperienza – una fonte proprio affidabile.

Anche perché, sul punto su cui la capitale turkmena, Ashgabat, si riprometteva di ottenere chiarimenti prima di annunciare la conclusione dell’accordo – l’offerta comune da parte europea di un prezzo d’acquisto – finora l’Unione non è riuscita nemmeno a concordare un’offerta concreta[38], lacerata com’è tra libero-mercatisti che sono dell’idea di lasciar fissare il prezzo, come dicono loro, al mercato e chi il mercato lo vorrebbe, invece, gestire un poco di più, ipotizzando un prezzo concordato e fisso per qualche anno almeno.

Sotto il mar Nero, invece, concorderanno a gennaio anche Russia e Bulgaria, dovrebbe passare il gasdotto Flusso del SudSouth Stream per collegare Russia e Unione europea, secondo quanto afferma Anatoly Yanovsky, vice ministro russo dell’Industria e dell’Energia e conferma, per l’ENI, Paolo Scaroni. E’ l’accordo già delineato a giugno tra ENI e Gazprom, che dovrebbe portare 30 miliardi di m3 di gas all’anno in Austria, Slovenia ed Italia attraverso la Bulgaria[39].

Dice chiaramente Scaroni che “si tratta, specie in un caso come questo del gasdotto sotto il mar Nero, di un investimento in infrastrutture di tale rilievo da sollevare grande attenzione politica[40]. Già… E, come ben mostra l’articolo citato in Nota, che trasuda ostilità… quasi come fossimo ancora ai tempi di Mattei e delle sette sorelle, è anche un fatto politico che fa andare in bestia i poteri statali e petroliferi che vogliono come regolatore del mercato solo il mercato (cioè se stessi): perché ha rotto gli schemi e, per la prima volta, la proprietà del progetto è volutamente disegnata come paritaria, mezza ENI e mezza Gazprom

Alla Russia l’accordo sicuramente conviene, tra l’altro, perché ne riduce la dipendenza dal transito sul territorio turco del proprio greggio e del gas offrendo un’alternativa anche più efficiente (e sicura) lungo 901 km. di gasdotto sottomarino. Ma i libero-mercatisti puri e duri insistono a sottolineare come l’accordo aumenti la dipendenza dell’Europa dai flussi di combustibili russi.

E’ una tesi sciocca visto che quel metano e quel petrolio ci arrivano in ogni caso e, in ogni caso, ci servono e ne dipendiamo né possiamo smettere di farlo semplicemente affermandone la volontà, o rivendicando il diritto, oltre al “fardello” (Kipling) dell’uomo bianco. Oggi bisogna trattare, non si può più imporre.

E si sta cercando, saggiamente comunque, di diversificare almeno un po’ l’accesso con altre fonti, in particolare dal Caucaso (come s’è visto e vedremo: Turkmenistan, Azerbaijan…). E che, per garantirsi il flusso e la diversificazione dei flussi, d’ora in poi, nel mondo globale ma formalmente, certo, più paritario di ieri, bisogna accettare di agire su basi ormai più equilibrate e più rispettose anche degli interessi degli altri.

L’ENI ha anche annunciato nell’occasione di aver invitato Gazprom a lavorare insieme (finanziariamente? operativamente?) sui suoi progetti in Nord Africa (dopo aver ragionevolmente pensato, si spera, ad averlo concordato con i paesi nord-africani in questione)… E di voler presentare ai russi un piano di acquisti dei beni di proprietà della ex Yukos[41]: l’impresa dell’oligarca Kodorkovski finito in galera per evasione fiscale ed esportazione illecita di capitali – colpe di cui era sicuramente reo – dopo – o qualcuno dice per – aver sfidato Putin politicamente.

Contemporaneamente, Gazprom sta anche lavorando, con le tedesche E.ON e BASF, alla costruzione del gasdotto North StreamFlusso del Nord che, scavalcando la Polonia e facendola assai incavolare, collegherebbe via il fondale del Baltico Russia e Germania, direttamente. E, di lì, anche Repubblica ceca, sembra, Inghilterra ed Olanda[42].

Sgretolando, con questo intelligente allargamento del campo a mezza Europa centrale, le ultime anacronistiche resistenze polacche in nome dei danni, peraltro reali, che il nazismo aveva inferto al paese. Era l’improbabile baluardo che l’altrettanto improbabile governo Kaczynski aveva eretto contro l’accordo russo-tedesco sul gas e che il nuovo governo eletto a Varsavia intelligentemente, ha subito mollato ripromettendosi piuttosto – con la disponibilità subito enunciata dei russi – ad allargare il consorzio.

L’Austria, appoggiata da altri 20 ministri sui 27 che compongono il Consiglio europeo, è riuscita a mantenere il suo diritto ad imporre il bando alle importazione di mais geneticamente modificato. Il verdetto, si fa per dire finale, spetta adesso alla Commissione europea: si fa per dire perché il prestigio e l’autorevolezza di questa Commissione, in particolare, difficilmente riusciranno a prevalere sul volere politico di ben 21 ministri degli Esteri coalizzati. Tanto più su questa materia.  

In questo senso, con forza, si è pronunciata fra l’altro l’associazione ambientalista Amici della Terra-Europa chiedendo alla Commissione di rispettare il principio cosiddetto di precauzione e la cautela degli Stati membri, lasciando al suo posto il bando dell’Austria[43].

Ma quella manica di neo-liberisti che costituisce oggi la Commissione Barroso ha reagito male e, ideologicamente piegata com’è al suo modello socio-economico, tenta di riprovarci. E la Commissaria all’agricoltura, Mariann Fischer Boel, ha reputato opportuno ammonire i ministri dell’Agricoltura dell’Unione che bisogna far cadere la resistenza alle importazioni di prodotti geneticamente modificati perché, altrimenti, aumenteranno di molto in Europa i costi dell’allevamento animale. La “tolleranza zero europea sugli alimenti geneticamente modificati” rappresenta “un costo potenzialmente rilevante” per gli agricoltori europei[44].

Naturalmente, la Fischer Boel non ha osato chiedere esplicitamente all’Europa di buttare a mare le regole che si è data, ma ha reso aperta, pubblica, dichiarata la pressione dei liberisti. Secondo chi scrive, però, commettono sempre lo stesso errore: non tenendo conto abbastanza della profonda ostilità popolare, diffusa, in ogni paese ed in ogni ceto sociale, agli OGM. 

Tra Polonia e Russia, riprendono gli approcci tesi a migliorare al più presto i rapporti, dopo la caduta del governo Kaczynski e la vittoria della coalizione di destra— più moderata ma, soprattutto più razionale perché anzitutto capace di vedere come la rana – anche una splendida rana – per quanto si gonfi d’aria resta sempre più sottodimensionata del bue[45].

Su invito di Putin, diretto, adesso il nuovo ministro dell’Agricoltura, Marek Sawicki, si recherà a discutere a Mosca del contenzioso aperto sulle importazioni polacche di maiale da paesi terzi e la loro riesportazione senza verifiche e certificazioni in Russia. I polacchi pretendevano che, provenendo da un paese dell’Unione europea, la necessità di controlli è superata come per gli altri.

Per i russi ciò è vero, ma non se le carni in questione si limitano solo a transitare per la Polonia. Una diatriba che, da oltre un anno, ha bloccato i colloqui euro-russi per il veto del vecchio governo polacco[46].

Un’ondata di dure proteste popolari in Georgia – contro la sua autocrazia, il monopolio del potere di fatto, le pessime condizioni di vita, una politica di rapporti con l’estero assurda fatta, da una parte, della promessa vuota di fare della Georgia un paese membro della NATO e dell’UE e, dall’altra, dell’ostilità dichiarata ma senza i mezzi per sostenerla verso il grande vicino russo – ha forzato la mano al presidente Saakashvili.

All’uomo, cioè, che era stato portato al potere da un’analoga ondata popolare, la “rivoluzione rosa” del 2003 – sistematicamente e generosamente appoggiata dall’esterno, in specie dall’America, però, sotto il profilo organizzativo e finanziario – contro il vecchio ministro degli Esteri dell’URSS di Gorbaciov, Shevarnadze, primo presidente eletto della Georgia.

Così, preso dal panico, Michail Saakashvili, ha deciso di stroncare sul nascere un movimento d’opposizione nascente – che, in realtà, non è affatto antioccidentale poi: anche loro hanno conosciuto molto, molto da vicino l’Unione sovietica… – ma con diverse priorità per così dirte soprattutto di politica interna e, alla faccia della sua “rivoluzione rosa”, ha dichiarato lo stato d’urgenza, sospeso le libertà civili, messo la mordacchia ai media e ordinato alla polizia e alle forze speciali di menare duro ai dimostranti dell’opposizione coi cannoni ad acqua, le pallottole di gomma dura e i gas lacrimogeni…  

In questo modo, è però   riuscito a trasformare nell’arco di poche ore in un movimento di massa ribelle e possente quello che, fino a quel momento, non erano riusciti a coalizzare sei giorni di protesta per le strade di Tiblisi. Un’opposizione minacciosa che si muove ormai come s’era mossa quattro anni fa la “rivoluzione rosa”. In massa e con pressioni di massa. Anche se, allora, Shevarnadze rifiutò di dichiarare lo stato d’allerta.

Con la tattica della pressione alle porte del potere e delle istituzioni, per ondate popolari che arrivano a premere e a bussare, pacificamente ma in massa, alimentate da sostegni interni di miliardari notoriamente pro-russi ma. almeno, georgiani (come Arkady Patarkatsishvili) invece che da fondazioni e ONG americane (finanziate da Washington, Dipartimento di Stato e, anche, CIA)  un canale Tv popolare, slogans, bandiere, colori simbolici...

La differenza è che, nel 2003, le masse sembravano unite, focalizzate, trionfanti, vogliose di dare la spallate finale nella speranza, forse, di arrivare così, da un giorno all’altro, come da solenne quanto palesemente inattendibile promessa di Saakashvili…

Oggi, sono molto stanchi, i georgiani, delusi, frustrati. E non pochi, anche, magari preoccupati che cacciando Saakashvili butterebbero via pure le cose buone: l’apertura commerciale, gli aiuti americani, un qualche consolidamento della moneta… Accanto a quelle pessime che ha fatto: le illusioni geostrategiche e geopolitiche su occidente ed Europa che sarebbero stati pronti, giurava, ad aprire le porte alla Georgia: con un tasso di crescita intorno all’11% quello di disoccupazione è sopra il 20[47].

Adesso Saakashvili, sotto qualche pressione anche occidentale, peraltro assai discreta, sta tentando di uscire dalla stretta in cui s’è cacciato, e forse può anche riuscirci, convocando, con una mossa sagace, elezioni politiche anticipate per il 5 gennaio[48] e accorciando di una settimana, parrebbe, il periodo della legge marziale[49].

Sfidando così, in effetti, l’opposizione con un’alternativa all’assalto, incerto, al palazzo d’inverno, al potere. Ma non sembra che intenda far celebrare le elezioni senza aver cancellato stato d’urgenza e legge marziale. Manco fosse un Musharraf qualunque…

E le manifestazioni di piazza sono continuate per giorni, assumendo una piega preoccupante per il governo con l’utilizzo reiterato – e nei fatti concesso – dal primate della Chiesa ortodossa, Sua Santità e Beatitudine Ilia II, della cattedrale di Kashveti[50] come santuario per gli oppositori.

Poi, intorno al 10 novembre, cominciano i colloqui – tesi, difficili: e presieduti dal patriarca Ilia – tra rappresentanti del governo (la presidente del parlamento, Nino Burjanadze, numero due del regime) e dell’opposizione[51].

A margine, vale forse la pena di osservare che tutti questi alleati, diciamo, marginali (marginali rispetto alle alleanze militari consolidate) degli Stati Uniti di Bush sembrano come un po’ contagiati dal tocco a rovescio di questo re Mida. Tutti nei guai, tutti – al meglio – instabili  e precari, quando non in guerra e in guerra civile: Kurdistan, Turchia, Israele stessa, Pakistan, Afganistan, Ucraina e ora, pure, la Georgia… pura iella?

Nella lista il prossimo paese “amico e aiutato” potrebbe essere il Kossovo. Che, anche per questo, comincia a mostrarsi preoccupato di come andrà a finire la sua rivendicazione di indipendenza se l’Europa, così vicina, e non solo l’America – quella di Bush, poi… – tanto lontana e tanto poco affidabile, ripensa forse al diritto oltre che alla fattibilità ed all’opportunità della proclamazione kossovara all’indipendenza unilaterale.

Tanto più che la Serbia va accumulando fieno in cascina, cercando di accaparrarsi la buona volontà dell’Europa, accedendo molto più prontamente ormai ad esempio della Croazia e dello stesso Kossovo (dove sotto accusa di “crimini di guerra”, e con solide ragioni, c’è addirittura il primo ministro, Agim Ceku[52]) alle richieste reiterate di consentire il processo dei suoi “criminali di guerra” presso il tribunale internazionale dell’Aja— secondo la testimonianza ormai concordante della stessa procuratrice generale Carla del Ponte e del Commissario europeo all’allargamento Olli Rehn.

E’ un evento che dovrebbe ormai preoccupare, visto l’avvicinarsi ed il premere dei tempi e delle scadenze, tutta l’Europa. Perché lo stato degli atti vede oggi procedere a velocità lumachiforme i negoziati verso un fallimento scontato, con le due parti inchiodate alle loro posizioni di sempre: la Serbia che vuole tenere il Kossovo sotto la sua sovranità, facendosi forte degli impegni solenni che l’ONU firmò quando nel 1999 autorizzò l’intervento militare contro Milosevic; la maggioranza albanese dei kossovari che vuole senza più aspettare né trattare la sua indipendenza.

Ora al solito, l’Europa sui Balcani è spaccata. Mentre, di là, ci sono gli USA che vogliono puramente e semplicemente ignorare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 1999 e dare ragione, costi quel che costi (anche la guerra) al Kossovo; e, di qua, la Russia che la ritiene Vangelo.

Da noi, in Europa, la memoria che scotta  è quella degli ultimi mesi del ’91 quando la Comunità decise prima di non riconoscere alcuna repubblica dell’ex Jugoslavia finché non avessero risolto le loro differenze raggiungendo accordi equi tra di loro… e, poi, la Germania riconobbe quasi subito, unilateralmente, Slovenia e Croazia— perché, disse Kohl, se lo meritavano.

Riuscendo così a far apparire l’Europa più inadeguata e più inefficace che mai e, insieme, a trascinare gli altri membri della CEE per ignavia, per necessità di evitare la spaccatura palese, per l’assenza di una linea chiara e comune a lasciarsi nei fatti trascinare nel conflitto

Ora, e di sicuro, sono tre le cose che l’Europa di oggi non potrebbe permettersi:

• il rischio – e, poi, per l’Italia… – dopodomani e dopo aver lasciato indipendizzare con un atto di forza il Kossovo, di trovarsi domani alle porte una “grande Albania” dopo aver addirittura fatto la guerra per negare la “grande Serbia”: un’Albania più allargata del paese che ha già il più alto indice di fertilità del continente ed è il più attivo centro di distribuzione di droga e di contrabbando di esseri umani in Europa (donne, uomini e – si capisce, sono “redditizi” – bambini)…;

• il rischio – subito, adesso, domani – di lasciarsi trascinare in un altro incubo balcanico, una crisi disperatamente grave nell’area più combustibile d’Europa; e, per di più, di farvisi trascinare così, quasi da sonnambula, quasi senza saperlo e senza sapere cosa si va azzardando nel mettersi a rimestare quel barattolo di vermi etnici, religiosi, razziali, di sedimentazioni di una storia da sempre cruenta;

• e il rischio, anche, stavolta, per l’Europa di andarsene in fumo nel falò dei Balcani non solo come politica estera comune, appena ripensata ma ancora abborracciata al vertice di giugno, ma forse stavolta – vista la salute precaria e instabile di tutta la costruzione – proprio come Unione…

Insomma, il rischio è davvero elevato. Ci sono buone ragioni per temere il riscatenarsi di un conflitto come quello che si profila in una regione come questa, dove sono ancora purulente le piaghe aperte da massacri etnici incrociati e rivendicazioni di indipendenza a cascata (la Croazia dalla Jugoslavia, la Bosnia dalla Serbia e dalla Croazia, la Bosnia serba da quella croata e da quella propriamente bosniaca, la Macedonia poi, il Montenegro…) e dove sono decine, se non centinaia, di migliaia i kalashnikov tenuti oliati da contadini, montanari e cittadini nei ripostigli.

Per cui, prima di lasciarsi trascinare dalla Gran Bretagna o delegare dagli Stati Uniti a un intervento militare, l’Unione europea farebbe meglio a rispondere, almeno, a tre domande. Un corpo armato europeo, o anche pezzi e bocconi di diversi corpi armati europei, prima di andare a combattere dovrebbero veder discusso a fondo, e deciso, dai loro governi, dalle loro opinioni pubbliche e dall’Unione come tale, perché mai vanno in Kossovo:

• ci vanno per prevenire una dichiarazione unilaterale di indipendenza: e sfidare, così, anche l’America?

• ci vanno per accettare tale dichiarazione unilaterale di indipendenza, forzare con un intervento militare la Serbia ad accettarla anch’essa: e sfidare, così, anche la Russia?

• o ci vanno per inventare, ed imporre, una terza soluzione alternativa: a entrambi i paesi?

Perché il problema di fondo, in casi come questi delle scissioni autoproclamate e non concordate dall’ex Unione Sovietica, come dalla Jugoslavia, o quelle che potrebbero venire dei Paesi baschi spagnoli, della Cipro turca, dell’Abkazia dalla Georgia, ecc., ecc., è che si sa sempre dove si comincia e mai dove si finisce.

E che, se si riconosce al Kossovo il diritto ad andarsene per volontà unilaterale dalla Serbia, come si fa a negare alle tante enclaves serbe che sono in Kossovo il diritto di secedere dal Kossovo? ed  a quelle albanesi che sono ancora in Grecia e in Macedonia a secedere per unirsi alla grande Albania? e…, e… e…

E’ il vecchio problema che Abraham Lincoln risolse nel 1861 facendo la guerra al Sud secessionista degli Stati Uniti. I tredici Stati del Sud avevano deciso di andarsene dall’Unione, democraticamente (coi metodi dell’epoca), a larga maggioranza e, in quel caso, anche legittimamente (la Costituzione gliene dava il diritto). Glielo negarono gli yankees del Nord, anticipando tale e quale l’azione che contro i secessionisti del Kossovo condusse, centotrenta anni dopo, Milosevic.

Ora, Germania ed Italia hanno almeno deciso di parlarne tra loro. Hanno messo, oltre all’Iran, anche Kossovo e Balcani sull’agenda dell’incontro bilaterale che, coi ministri degli Esteri, Merkel ha tenuto con Prodi al castello di Mesenberg, a una cinquantina di km. da Berlino. Quanto all’Iran sia Italia che Germania resistono, per quanto possono e per quanto poi osano, alle pressioni americane: è questione di evitare una catastrofica guerra ma anche di prendere atto che noi e la Germania siamo al top del volume di scambi con Teheran.

Speriamo che, sul Kossovo, siano anche le domande prepotenti – che vengono dalla storia e dalle storie di chi è coinvolto – e che, come abbiamo visto, non sono nient’affatto retoriche siano state poste sul tavolo dell’incontro. E, in effetti, alla fine, pare che si siano messi d’accordo: dobbiamo raggiungere una “soluzione armonica” (Merkel), dobbiamo arrivare ad “una transizione in sicurezza e in coordinamento con l’ONU” (Prodi)[53]. Già…

Ma, di grazia, cosa vuol dire? si o no, alla secessione kossovara unilaterale? che diranno al dunque Germania e Italia, quando come è sicuro poi al Consiglio di Sicurezza non passerà la risoluzione che vorrebbero gli americani (basterà che qualcuno richiami la risoluzione con cui nel 1999 l’ONU decise di intervenire in Kossovo ma giurando solennemente e all’unanimità che il Kossovo, comunque, era e sarebbe tornato ad essere Serbia.

Che faranno Italia e Germania, sul nodo, quando poi c’è chi come il ministro inglese per gli Affari europei proclama – o millanta? – che, tra i 27 dell’Unione, sono 20 i paesi favorevoli all’indipendenza unilaterale del Kossovo. Quali, non ha osato dirlo però…

Ma tutti sanno che sono diversi, ufficialmente e ancora di più informalmente, i paesi comunque a rischio di scissioni di una o dell’altra loro minoranza – etnica, religiosa, territoriale – si opporranno e che tutti hanno diritto di veto su una posizione comune europea.

Tra questi c’è anche un nome “pesante” che, anche da solo, potrebbe bloccare se non gli va bene ogni soluzione “europea”: la Spagna, col problema che si ritrova dei paesi baschi.

D’altra parte, sarebbe forse anche l’ora di capire, che il Kossovo diventi indipendente, o resti parte magari fortemente autonoma della Serbia, o diventi parte d’una più “grande Albania”, le differenze alla base dei conflitti, prima o poi, andranno risolte. E, allora, se è così perché non cominciare adesso, dove è possibile farlo con pressioni, interventi e azioni una volta tanto non militari?

Perché misure drastiche ci vorranno. Dovranno comportare il prendere per le corna due o tre aspetti importanti di una qualsiasi soluzione reale:

• il primo è che sia Kossovo che Serbia devono venir forzati a negoziare davvero tra loro, sulle questioni di fondo. Non su soluzioni ad interim, non limitandosi ogni parte semplicemente a dichiarare le proprie posizioni minacciando che, se non sono accettate, dall’altra ricomincerebbero  a fare la guerra;

• il secondo aspetto, sintetizzando brutalmente, è utilizzare l’arma principale di pressione che hanno in Kossovo, i loro 17.000 soldati. La diplomazia rimane il metodo principale per cercare di andare in avanti. Ma una presenza militare manifesta, con un mandato chiaro che comporti anche l’imposizione di un accordo di compromesso a chi non lo voglia, in questa situazione esplosiva, potrebbe anche essere necessaria;

• oppure, proprio quando ormai nel Regno Unito si sta andando a un’accelerazione della devoluzione e il Belgio sta sul bilico della separazione etnico-linguistica, alla faccia dell’essere la capitale dell’Europa unita, l’alternativa – da imporre forse anch’essa – è quella di forzare albanesi e serbi ad imparare a convivere insieme.

Se no…, lasciamogliela fare la guerra, se vogliono assolutamente farsela! O, altrimenti, sia l’Euroipa stessa ad accettare e promuovere l’idea di una spartizione del Kossovo e, forse, anche ormai, della Bosnia. E alla gestione – questo sì che sarebbe un intervento doveroso – della separazione, dei movimenti di popolazione, di una “pulizia etnica” che, a questo punto, oltre che inevitabile sarebbe almeno organizzata e pacifica. Non un massacro o un tentativo di genocidio.   

E, infine, il problema dei problemi: forse dal crogiolo ribollente di questi drammi – la mistura infernale di nazionalismo, democrazia, religione e intolleranza – bisognerà cominciare a riflettere se davvero la democrazia sia possibile senza nazionalismo e senza Stati nazionali. Il problema di fondo è che se la democrazia, per dirla secondo Lincoln, è il governo del popolo, condotto dal popolo e per il popolo, la democrazia è impossibile quando non si è neanche d’accordo su chi costituisca il popolo.

La BCE, molto prematuramente, già ad agosto, dopo solo qualche giorno dallo scoppio della crisi americana, aveva profetizzato che le ripercussioni dei subprime fasulli, erano lì lì per trovare fine[54]: le ultime parole famose, è il caso di dire … Ma c’è anche chi non nascondeva allora e ribadisce oggi, assai più lucidamente e freddamente, senza far finta di credere a favole di stampo propagandistico, ad esempio l’amministratore delegato della Commerzbank tedesca – che fa lo stesso mestiere, è vero, ma in altra dislocazione e con altre responsabilità –di vederla assai nera.

Ormai, a quasi cinque mesi da quando si sono riversati sull’Europa i cascami del pastrocchio americano sulle ipoteche subprime, è del tutto evidente – ha detto[55] – che non abbiamo ancora idea di quanto profondi e duraturi siano stati i danni e di quali conseguenze essi avranno anche in Europa. Con buona pace degli “ottimisti autoillusi” della BCE – i self-deloptinists, come li chiama il banchiere tedesco.

STATI UNITI D’AMERICA

La produttività degli addetti all’industria e ai servizi (esclusi, quindi, gli addetti all’agricoltura), è aumentata, nel terzo trimestre, a un tasso destagionalizzato del 4,9% su base annua, al ritmo più elevato da quattro anni, secondo i dati ufficiali[56]. Il costo del lavoro per unità di prodotto cala dello 0,2%, dopo che però nel secondo trimestre era salito del 2,2%.

I dati della Fed concludono che la produzione di fabbriche, miniere e impianti di pubblica utilità – la produzione industriale – è caduta dello 0,5% in ottobre: molto peggio delle aspettative[57].

Naturalmente, l’inflazione ne risulta contenuta, malgrado il costo del greggio in impennata e un dollaro al minimo record che rassicura la Fed mentre affronta l’analisi che la porterà a decidere della prossima  riduzione, o meno, mensile dei tassi di sconto. A ottobre, aumenta dello 0,3% e in un anno del 2,2[58]. Ma ormai tutti gli economisti prevedono, a breve, aumenti secchi dei prezzi di energia ed alimentari…

A Wall Street capitombolo di borsa, nella prima settimana di novembre, per la paura diffusa tra investitori (e speculatori) con l’aumento apparentemente costante ormai del petrolio e per i segnali negativi che emergono dal mondo del business[59].

Poi, dopo una prima settimana d’inferno per Wall Street, ecco segni di una qualche ripresa, ma labile e contraddetta e rilanciata e ancora contraddetta… L’indice Dow Jones, comunque, aumenta del 2,5% chiudendo il 13 novembre a livello 13.307,99 con giubilo degli investitori sollevati da indicazioni parziali di crescita sostenuta dei consumi e dei profitti bancari (malgrado i subprime)[60].   

Subito dopo, subito prima del fine settimana che, almeno, offre con la chiusura di borsa lo spazio di un ripensamento e di una migliore riconsiderazione[61], nuova, pesante, scivolata all’indietro dei listini dopo che Wachovia, la quarta banca del paese, rende noto di aver ridotto di parecchio il valore dei suoi crediti (-1,1 miliardi di dollari) e di aver accantonato altri 600 milioni di dollari per far fronte agli eventi, visti i rischi cui ormai si sente esposta[62].

E, a due o tre giorni di distanza, è il turno della Bank of America, la seconda banca degli USA: cancellerà 3 miliardi di dollari dai rendiconti del suo quarto trimestre e – temendo e dicendo di temere – perdite ulteriori, ha deciso di accantonare immediatamente 600 milioni di dollari per sostenervi una parte “a rischio” dei propri investimenti[63].

Poi tocca alla Banca di investimenti Bears Stearns di cancellare dal portafoglio del quarto trimestre 1,2 miliardi di dollari di crediti diventati in pratica inesigibili: per i soliti subprime e i crediti collateralizzati di debito poco affidabili, e infatti oggi in sofferenza, con cui per gonfiarlo aveva riempito il portafoglio. E poi tocca subito alla banca inglese HSBC Holdings PLC che il 14 novembre rende noto di accingersi a cancellare 3,4 miliardi di dollari a causa della sua esposizione “eccessiva” sul mercato ipotecario americano[64].

Ma poi il Dow Jones crolla di  nuovo  con un capitombolo simbolicamente significativo, stavolta, che butta l’indice sotto i 13.000 punti[65]… e che comporta perdite secche, fino al 30 e 40% del valore, per giganti legati al credito ipotecario come le due agenzie, noi diremmo parastatali, di rifinanziamento dagli stranissimi nomi, Freddie Mac e Fannie Mae[66], che comprano mutui dalle banche private e, impacchettandoli dentro una serie di prodotti derivati (già…), poi li rivendono al dettaglio. E scende ancora e di nuovo il Dow, al minimo da metà aprile, a 12.799[67].

Lo stesso succede, alla City, ai titoli della Northern Rock, la friabilissima banca che si chiama Roccia nordica, che per prima – forse – ha marcato e segnalato il diffondersi della tabe subprime in Europa e soprattutto in Inghilterra (+40%): la borsa europea dove la struttura dei prodotti finanziari somiglia più da vicino a quella americana, carica di panzane e di buchi.

Risultato di mille imbrogli con cui le banche avevano abbindolato una miriade di gente decente, modesta, ceto medio basso e anche operai che ceto medio, comunque, si considerano, che se andava in pensione con qualche migliaio di sterline di risparmi e con un po’ di liquidazione e accendeva un mutuo per assicurarsi la casa, firmando ipoteche di cui, troppo spesso, non riusciva a capire la struttura e, ancora più spesso, che mai si sarebbe potute permettere.

Alle banche, però, andava bene. Finché, svenandosi, i debitori pagavano il rateo tutto bene; quando non ce la facevano più, sequestravano. Ma, intanto, crollava il valore di mercato dei beni immobili così  “abbandonati” e per troppa ingordigia le banche si sono trovate costrette a cancellare i crediti che vantavano. Ma alla fine tra i tanti santi che hanno in paradiso, qualcuno a loro ci penserà. Ai disgraziati che hanno perso tutto – meno, forse, le toppe che gli restano ancora al sedere – vedrete, ci penseranno in pochi.

E, come succede in questo tipo di mercato, giocato tutto e soprattutto sulle chiacchiere e i  nervi (non i fatti, i dati, le cifre: solo le impressioni e gli allarmi), è bastata l’opinione diffusa in un bollettino interno di una grande banca di investimenti, la Goldman Sachs per dare una bella spinta all’ingiù ai titoli: “vendete”, aveva  raccomandato agli azionisti della Citigroup, c’è infatti ragione di credere che, di qui a poco tempo, la banca debba cancellare dai suoi crediti qualcosa come 15 miliardi di dollari, legati a “complessi strumenti di indebitamento” di cui si era nel recente periodo “caricata”.

Il fatto è che la Goldman é forse unica tra la grandissime banche a non aver sofferto della crisi da subprime, da titoli spazzatura e da “complessi strumenti di indebitamento”, grazie a misure con cui s’è liberata, anche perdendoci qualcosa nell’immediato e a breve, da un mucchio di robaccia finanziaria che teneva nei libri come crediti mentre tanti altri, irresponsabilmente, ci facevano sopra i soldi di cui soffrono praticamente tutti. E’ uscita, in breve, tra i primi grandi istituti creditizi dalle varie catene finanziarie di Sant’Antonio[68].

Conclude – per ora, solo per ora – l’OCSE che il conto totale delle perdite secche di valore dei titoli in qualche modo legati ai subprime diventati d’improvviso, o che si accingono a diventare ormai,  spazzatura, arriverà ad essere, alla fine, vicino (almeno) ai 300 miliardi di dollari. Di cui, per ora, ne sono stati registrati soltanto 50[69].  

A settembre, sulla spinta del dollaro calante crescono in maniera forte ed inconsueta le esportazioni, +1,1%, a 140,15 miliardi di dollari di prodotti industriali americani e scendono, ma di meno, dello 0,6%, a 196,60 miliardi le importazioni dal resto del mondo (il petrolio, che costa più caro ). Così, però, il deficit commerciale globale degli Stati Uniti, che pure continua a crescere, riduce la crescita al minimo da 28 mesi, a 56,5 miliardi di dollari[70]. Cioè, 7,7 miliardi di dollari in meno dell’anno prima[71].

Cresce, però ed invece, il deficit con la Cina, spinto specificamente dall’import di giocattoli… malgrado le preoccupazioni denunciate da almeno tre mesi sul loro vero, e anche strombazzato, deficit di sicurezza[72]. Solo che ora, dopo le scuse ufficiali della Mattel – colpa nostra che abbiamo disegnato male i giocattoli, non vostra che li avete costruiti per noi – e largamente pubblicizzate da Pechino, Pechino va al contrattacco.

In Cina viene annunciato che il governo provinciale di Guangdong (Canton) aiuterà i fabbricanti locali di giocattoli a citare per danni la grande multinazionale americana, di cui spesso sono filiali, sub-sub-sub appaltatrici, “per aver danneggiato la reputazione dei nostri fabbricanti di giocattoli e aver fatto perdere loro un bel po’ di quattrini”. E stanno consultando sul come farlo fior di studi legali americani[73]

E, secondo il Conference Board, uno degli istituti indipendenti di ricerca tra i più autorevoli d’America, ad ottobre l’indice composito dei principali indicatori economici cala, secco, di mezzo punto percentuale e altri studi confermano che si va indebolendo la fiducia dei consumatori[74].

In sintesi, ormai diventa chiaro che non c’è bisogno di essere un poveraccio o uno dei nuovi esponenti del ceto medio che fa fatica ad arrivare (anche qui, anche qui) a fine mese; o, se è per questo, uno dei capataz di Wall Street per sentire l’ansietà che prende alla gola l’economia americana. La borsa sembra essersi infilata in una spirale al ribasso, con una banca dopo l’altra a fare i conti con mutui ipotecari in parte, in buona parte, ormai irredimibile.

Le imprese vano tagliando drasticamente le loro previsioni di profitto col montare di un sentimento comune che il consumatore americano si sia tanto caricato di debiti da non sentirsela più, ormai, di acquistare un nuovo televisore piatto anche questo Natale.

Il dollaro è sceso a livelli assai poco gloriosi, “coi grandi magazzini di Manhattan trasformati in qualcosa di simile ai mercatini per turisti tedeschi che pullulano in ogni strada di Tijuana”. E su tutto, pesante, una parola molto, molto spiacevole e minacciosa: recessione.

Quanto peggio possono andare le cose? Parecchio, dicono ormai non più i pochi economisti controcorrente ai quali va riconosciuto il merito di averlo predetto in tempo, le cassandre che osavano quando era blasfemo cacar dubbi sul migliore dei mondi possibili. Adesso sono in tanti a dirlo e molti della scuola convenzionale e dominante, mainstream come dicono qui.

Per citarne uno, autorevolissimo, l’ex segretario al Tesoro di Clinton, Larry Summers, economista geniale ma assolutamente ortodosso cui, secondo molti suoi pari, forse, solo la sua pedante ortodossia ha potuto finora negare il Nobel, poi rettore dell’università di Harvard prima di tornare in cattedra, ha scritto un articolo vagamente terrorizzante sul quotidiano finanziario più importante e diffuso del mondo[75].

In sostanza, avverte Summers, ormai la crisi dei subprime non è più soltanto questione di sistema finanziario ma diventa una minaccia potenziale di recessione capace di portare guai assai peggiori di quelli che molti si aspettano e di penalizzare per anni il mondo intero.

E anche se, ora, “fossero messe in azione le necessarie misure e i cambiamenti di policy in grado di correggere [il peggio], ora le probabilità propendono tutte per una recessione vera e propria che si sta sviluppando negli USA e rallenterà significativamente la crescita su base globale”. Il fatto è che le correzioni apportate finora, quelle in grado di pensare e di sopportare “ideologicamente” questa Amministrazione, serviranno a poco.

E, snocciolati una serie di dati che dimostrano la serietà del suo assunto, Larry Summers, senza crederci neanche un tantino, chiede al governo Bush di cambiare strada, di prendere misure efficaci, di intervenire direttamente – contraddicendo tutto quello in cui la Casa Bianca dice di credere – nell’economia: una volta tanto a favore di tutti e, comunque, dei più invece che degli amici e dei pochi privilegiati suoi amici.

Come?

• Abbassare, convincere la Fed ad abbassare, il tasso ufficiale di sconto, il federal funds rate: qui la Banca centrale non è, come in Europa, del tutto sciolta dal potere politico ma risponde alla politica perché è la politica che ne designa i membri, come da noi; dove religiosamente, ideologicamente, però si afferma di rispettarne l’indipendenza.

• Spostare i larghi benefici fiscali, gli spropositati sconti sulle tasse riservati finora agli straricchi da questo governo, sulle famiglie del ceto medio; o rilanciare la spesa pubblica non militare: per rilanciare i consumi che contano, quelli di massa.          

• Stabilire ed enunciare linee guida politiche chiare sulla restrizione del credito alla banche e, poi, delle banche ai singoli clienti e consumatori; però, mantenere la domanda di case che serve a turare l’economia attraverso, piuttosto, prestiti pubblici diretti ai consumatori.

    “Tutto questo può ormai anche non essere sufficiente a impedire una recessione: ma è molto di più di quanto al momento sia fatto”.

E, una volta tanto, Larry Summers, così, butta a mare però la sua rinomata ortodossia mainstream.   

Dunque, andrà peggio, ma certo – il mondo è radicalmente cambiato – non come e quanto nella grande depressione degli anni ’30 del secolo scorso. Abbastanza, però, da costringere molti americani a cercar di vivere come non erano più abituati da anni: a fare i conti coi loro mezzi, con quanto guadagnano e con quanto spendono, senza più lasciarsi andare al ricorso abituale e facilissimo – una  volta: ma adesso i soldi li rivogliono indietro, i creditori – a mutui, carte di credito, alle cambiali insomma dell’era moderna.

Sarà scomodo, adesso, anche perché da tempo non più abituale. Ma potrebbe ormai essere indispensabile per ripulire Stati Uniti, ed economia globale, da quella enorme fonte di instabilità che da tempo è proprio la dipendenza di tutti dalla voglia di consumare degli americani, anche se aumenta e aumenterà l’accumulo dei loro debiti.

E’, in effetti, anche la preoccupazione che gli americani dovranno presto, e inevitabilmente, rimettersi a risparmiare, e ad importare meno di conseguenza, che semina non poca incertezza nelle fabbriche di Canton come nei laboratori sottoscala che fanno mutandine e camicie a Città del Guatemala, o conserve di pomodoro nel salernitano…

C’è la speranza, basata sulla storia di grande elasticità e grande adattabilità dell’economia americana nelle fasi difficili e, di fronte, a prospettive di ribasso anche crude. Ci sono, del resto, anche parti dell’economia che continuano a crescere bene, in particolare per i tanti agricoltori che stano facendo soldi con la trasformazione di granaglie e simili in etanolo come combustibile.

Però, la crisi dovuta alle tante vendite forzate di beni ipotecati accumulate in pochi mesi si sta metastatizzando e sono centinaia le comunità che, nel paese, affondano nei guai col declino subitaneo di valore delle proprietà e della base fiscale ed il diffondersi del crimine spicciolo e meno…

In ogni caso, ormai sono i più gli analisti e gli economisti a dirsi certi di una marcia pressoché inesorabile a un rallentamento significativo – e, sì, ad una nuova recessione – dell’economia con lo sgonfiarsi della bolla edilizia, la caduta dei consumi e il taglio degli investimenti da parte del business[76].

Il problema, di fondo, è che ideologicamente, speranzosamente, reaganianamente ed irresponsabilmente, Amministrazione e Wall Street e quanti amici (tanti) contano nei media sembrano aver scommesso tutto su un trend di crescita senza fine e su una borsa-toro, con gli indici in continuo aumento. E invece, comincia ormai al fusione…

Il dollaro rotola malamente, sui mercati dei cambi, per la preoccupazione crescente che la Cina decida, realmente, una diversificazione importante investendo su altre valute (euro, yen, sterline) una fetta più grossa della proprie riserve: ormai una montagna di 1.400 miliardi di dollari. E l’euro sale così al massimo di 1,48, la sterlina a 2,064[77].

Sul dollaro, persistendo la sua natura di Giano bifronte, continuano ad esserci mille dubbi e tantissime le remore. Come ha fatto notare il nuovo presidente del Fondo monetario, Dominique Strauss-Kahn il calo del biglietto verde è una spada a doppio taglio sull’economia mondiale anche se, tutto considerato, la tendenza alla svalutazione gli sembra “corretta”. Ma spera possa continuare ad essere controllata…

In positivo, c’è la realtà che la svalutazione aiuta a restringere il rosso profondo del deficit dei conti correnti americani: che misurano lo stato degli scambi di beni, servizio e capitali. In negativo, c’è che così gli USA spostano il loro deficit sulle spalle dei loro partners ed alleati, Canada, Brasile, ed Unione europea, che portano su di sé, in termini di freno alle loro esportazioni (in dollari costano di più e quindi l’export diminuisce) tutto il peso, o quasi, della svalutazione americana.

Che se accelerasse, però, potrebbe portare i grandi investitori esteri – Cina, Giappone, paesi esportatori di petrolio – a liberarsi dei dollari che hanno accumulato e che loro rendono sempre di meno.

Il problema – temono gli economisti avvertiti – è la volatilità del mercato: una volta che prende lo slancio, poi il declino va avanti finché qualcosa di drastico non interviene. Ma a quel punto bisogna vedere che fanno gli altri: i creditori, non il sommo debitore di tutti.     

Anche e perfino Ben Bernanke, il presidente della Fed che ha compiti istituzionali per mestiere sfegatatamente ottimistici, intervenendo al Congresso, ha citato come preoccupazioni forti sulla salute dell’economia, il crack del mercato edilizio (meltdown, l’ha chiamato: la fusione) e i prezzi crescenti del petrolio. Per poi concludere che non intendeva, però, dare alcun segnale di propensione della Banca centrale a un nuovo taglio dei tassi di interesse[78].

E questo dopo aver sostenuto anche lui che “le cose andranno peggio prima di ricominciare a andar meglio”, resistendo a pressioni forti di Wall Street (una previsione in peius provoca di per sé cali di previsione sul mercato) e dei consulenti economici della Casa Bianca (che fino a due anni fa presiedeva lui). E contro i desiderata dell’amministrazione, c’è mancato poco che qualcuno accusasse anche lui di “remare contro”[79]

Poi, appena il giorno dopo, i dati definitivi mostrano come in realtà i consumi si vadano deprimendo e facciano presagire un pesante ribasso nella sopravveniente stagione natalizia[80]: quella delle grandi speranze di tutti i bottegai, di qualsiasi taglia essi siano…

Non desta, dunque, sorpresa che la fiducia dei consumatori cada a novembre, su ottobre,  dall’indice 80,9 a 75 sia al livello più basso dai tempi dell’uragano Katrina che devastò New Orleans[81].

E con i sorci che, uno dopo l’altro, abbandonano le sentine allagate della nave che affonda, non sorprendono neanche le ultime dimissioni tra le tante che si vanno succedendo alla Casa Bianca. Questa volta, però, alla vigilia di quella che in tanti temono annunciarsi almeno come una passata di recessione, si dimette addirittura il capo dei consiglieri economici del presidente, il prof. Allan Hubbard[82].              

Il partito del lavoro curdo, il PKK, sconfinando con l’appoggio silente dei curdi del nord Iraq nel territorio iracheno e “provocando” ormai da mesi l’esercito turco, sta spingendo in un gioco, dal suo particolare punto di vista, utile e necessario – ma anche obiettivamente pericoloso – sui nervi delle forze armate e del governo di Ankara).

Uno dei suoi principali e più noti capi, Abdurrahman Cadirci, ha confermato all’Agenzia France Presse, la richiesta rivolta al governo turco di formulare un piano capace di por fine alla ribellione ventennale del PKK curdo (richiesta subito respinta dai turchi: dovete solo arrendervi per avere la pace) e, al contempo, di rilasciare il capo supremo del PKK, Abdulalh Ocalan, in carcere duro ed isolamento totale dal 1999[83].                         

Arriva anche notizia che molti ribelli del PKK stanno, in ogni caso e ad ogni buon conto, rifugiandosi in Iran dall’Iraq – in territorio curdo-iraniano – per evitare attacchi delle forze armate turche[84]. E’ una tattica che, del resto, i curdi hanno usato, e riusato, altre volte.

Sul fronte dei fatti compiuti, il governo regionale curdo ha provveduto a firmare altri sette accordi con altrettante industrie petrolifere straniere[85].

Sempre più netti i segni della spaccatura che si va allargando tra i vari pezzi di Iraq. Quello del Nord, il Kurdistan, marcia come abbiamo visto sulla strada del fatto compiuto, ma anche la pervasiva e profonda divisione tra sciiti e sunniti impedisce ogni progresso a una qualsiasi legislazione nazionale petrolifera, ormai da mesi e mesi, quasi da un anno.

E sempre più incombenti i segni che, dalle scaramucce di confine, sembrano escalare verso una vera e propria guerra dei curdi e degli iracheni coi turchi: da una parte, decine di migliaia di truppe turche pronte alla battaglia e, anche, magari all’invasione, dall’altra decine di migliaia di peshmerga (quelli che fronteggiano la morte, combattenti) curdi, pronti a reagire se i turchi colpissero le popolazioni civili.

Su questo secondo fronte, in effetti, la novità è che gli Stati Uniti sembrano aver deciso di non potersi più permettere troppe tergiversazioni coi turchi e sembrano anche decisi (i dubitativi sono assolutamente d’obbligo, però: infatti, non possono neanche permettersi, gli USA, di inimicarsi gli unici veri alleati che hanno in Iraq, i curdi…) ad intervenire direttamente con la fornitura di intelligence alle forze armate turche sulla dislocazione, sulle montagne del Mateen, delle forze del PKK curdo.

Ma non è del tutto chiaro se si tratta delle foto satellitari datate, tipo Google Earth, che si comprano per abbonamento con poche centinaia di dollari all’anno su Internet…, o di vere e proprie foto di intelligence aggiornate ad horas che solo la CIA e la NSA possono fornire. Il fatto più probabile, visto l’andazzo consueto al governo americano in questa regione, è che ai curdi di Iraq gli USA dicono trattarsi del primo tipo di informazioni, ai turchi del secondo[86]

Però, se si va in giro per mercatini, bazaar e tutta la miriade di villaggi e borghi del Kurdistan iracheno, si vedono fiorenti e vitali intrecci delle due economie che, malgrado le bellicosità contrapposte, dichiarate e proclamate, rendono un conflitto generale vero e proprio meno probabile: di fatto, la prosperità economica di questa particolare regione di confine, interna all’Iraq ma a larga autonomia, con la Turchia è dovuta proprio al nemico turco[87].

Nella saga dei guardioni della Blackwater, l’impresa di sicurezza privata, che ormai si trascina da due mesi sui mercenari, garanti ad altissimo prezzo in dollari e in morti tra la popolazione civile irachena e della sicurezza (si fa per dire…) di diplomatici e capi civili, ma spesso anche militari, in Iraq (i marines sono pochi e, contro tradizione bla, bla, del semper fideles, ecc., ecc., ormai la guardia – sono in guerra, ma sono volontari comunque – non la vogliono fare e perfino all’ambasciata ormai la guardia la fanno i guardioni…), è intervenuto adesso a piedi uniti il parlamento iracheno.

Che ha approvato a fine ottobre una proposta di legge per metter fine all’immunità dalla giurisdizione irachena che le truppe americane s’erano attribuite con l’autorità delle armi dal primo giorno dell’invasione. La nuova legislazione li vuole sottoposti alla legge irachena, chiede alle “cosiddette imprese di sicurezza straniere” di registrarsi e di ottenere permessi per ogni singola impresa ad operare armata sul territorio e pretende che ogni “guardione” abbia poi bisogno di una licenza personale, specifica…

Anche i contractors, con carta d’identità e permessi dell’esercito americano, avranno bisogno adesso di visti di ingresso nel paese. E per di più sia i guardioni che chi da loro è scortato devono poter essere perquisiti a richiesta dalle forze di sicurezza irachene[88]

Naturalmente si tratta di pure grida manzoniane come noi in Italia chiamiamo i proclami, legislativi e non, senza alcun effetto reale… Gli iracheni hanno, infatti, a che fare con ultrapotenti strutture di sicurezza americane integrata, gente al soldo di chi dà del tu – ma letteralmente – a George Bush jr, gente che sostiene profusamente e finanzia la sua politica e ne trae fior di profitti proprio ed anche con l’affare dei guardioni affittati e che non ha certo ragione di temere davvero che il parlamento iracheno – quale dei tanti pezzi, poi? – decida di cercare di rendere operative le decisioni del suo impotente governo…

E ciò, anche se, nel frattempo, l’FBI cui inopinatamente, con forzatura palese, era stata affidata dalla Casa Bianca la responsabilità dell’inchiesta “interna” sugli episodi (infatti, ha competenze esclusivamente americane), ha concluso che dei 17 “esiti fatali” dell’intervento dei Blackwaters ben 14 erano “omicidi gratuiti[89].

Ma la verità non è quella proclamata dal governo al-Maliki. E’ quella che sta preparando il Dipartimento di Stato che, alla faccia di ogni editto iracheno, offre protezione ed immunità reali dalla giurisdizione irachena[90]. Anche se non ha alcuna autorità per garantirla a nessuno visto, tra l’altro, che la legislazione americana proibisce loro di fornire informazioni all’FBI ed, a questo, di dare informazioni agli Esteri capaci di incriminare chi pur definisce un branco di “omicidi gratuiti”. Non hanno autorità ma, naturalmente, loro, hanno il potere per farlo.

E tanto per chiarire il rapporto tra governo iracheno e governo americano, che pure si sostengono a vicenda come pupi legati a un fio traballante, smentendo quanto – ufficialmente  sempre dichiarato  finora dal governo Bush, il generale Babakr Zebari, capo di stato maggiore iracheno, ha adesso “rivelato” il segreto di questi pulcinella, americani e iracheni: che gli USA intendono stabilire una loro base militare permanente nel Kurdistan iracheno, nelle vicinanze di Arbil.

Altre tre, almeno, verranno mantenute in giro per l’Iraq, anche se il primo ministro al-Maliki e, dicono tutti i sondaggi – quelli pubblici americani e quelli segreti, alla Berlusconi, fatti per conto della Casa Bianca – larghissima parte della popolazione si oppongono: del che agli americani non interessa un bel niente. In tutti e due i casi, petrolio e democrazia, proprio c.v.d[91].

Un qualcosa di nuovo comincia venir fuori. L’input dell’ “impennata” voluta da Bush qualche mese fa (qualche decina di migliaia di nuovi soldati, in sostanza, dislocati in settori molto limitati di Bagdad e della provincia vicina di Anbar) ha cominciato effettivamente a dare qualche risultato nell’abbattere il numero di attentati e massacri (anche se, poi, ci si abitua a giudicare una bomba alla settimana che semina dieci morti come un progresso notevole…).

Anche perché, con l’insicurezza in aumento continuo, le diverse etnie e sette religiose si sono andate separando e, al prezzo di un milione circa di profughi interni in più in qualche mese, hanno cominciato a massacrarsi un po’ meno a vicenda… semplicemente perché non vivono più insieme o tanto vicini. Ma così, semplicemente, va a fondo anche il paese, come tale, l’Iraq.  

E, come si capisce, Bush, i bushotti e i suoi sicofanti diffusi esaltano il fatto, quasi che fosse rappresentativo di una realtà nuova o, almeno, di una tendenza. Ma quelli che qualcosa di serio e di profondo hanno imparato dalla diversità della situazione e da come negli anni per gli americani è evoluta in peggio, la sintetizzano scrivono, per esempio, così[92]:

Nell’autunno del 2003 [a qualche mese cioè dall’invasione/liberazione, quando lei era a Bagdad per la prima volta da giornalista] e quando, per gli iracheni, l’America era insieme cose diverse— salvatrice, tiranna anche ma, soprattutto, un’idea, non necessariamente,  non sempre, un nemico.

    Allora, un americano poteva ancora camminare lungo una strada e fermarsi a uno dei tanti chioschi sui marciapiedi per ordinare un bicchiere di tè caldo. Poteva andare in un caffè e mettersi a parlare con gli studenti e poteva anche dire alla gente – specie nei quartieri cristiani e sciiti – di essere americano…”. Provateci oggi, stesso giorno, 22 novembre 2003, Giorno del ringraziamento…

Poi ci sono quelli che qualcosa, alla lunga, hanno intuito – più che imparato – uscendo pur a fatica dal nebbione del tifo cieco e patriottardo dietro al quale, cioè dietro al presidente, si erano allineati e coperti in passato e che, adesso, preso atto che, forse, l’ “impennata” a qualcosa è servita, nel breve e per uno spazio territoriale ben limitato, mettono le mani avanti e suggeriscono, almeno, di affiancare all’ “impennata” militare una specie di “impennata” diplomatica altrettanto seria[93].

Il punto è che, forse, ormai è troppo tardi. Perché non c’è nulla di diplomaticamente né di politicamente serio nel cercar di parlare – tanto più, poi,  negoziando – e convincere Siria ed Iran a dare una mano all’America – a questa America di Bush – a pacificare l’Iraq e, insieme, lasciare – e forse chiedere – che Israele bombardi impunemente un sito od un altro in Siria e minacciare, un giorno sì e l’altro pure, di bombardare direttamente l’Iran… No, non funziona così la diplomazia.

D’altra parte, è anche vero che l’ “impennata” militare non dura, non può durare: perché non sarà affatto facile farla rifinanziare al Congresso, e perché i soldati americani non ne possono più, cominciano a reclamare a voce alta di venir riciclati dopo un anno di servizio al fronte e devono essere già largamente rimpiazzati dai costosissimi guardioni della sicurezza privata.

Insomma, a leggere e ad ascoltare di Bagdad e dell’ “impennata”, riviene alla memoria il ritornello di una bella canzone dei Beatles che, tradotta ovviamente e purtroppo senza musica, suona pressappoco così: “Sì, devo ammettere che va meglio… Bè, un po’ meglio, ogni giorno… Anche perché non potrebbe andar peggio, no?[94]

Va meglio, poi? Nei limiti detti, sì, forse. Ma il polso vero della situazione si coglie quando, poi, viene fuori lampante, con mille prudenze che fanno anche un po’ novità, l’Amministrazione Bush confessa pubblicamente di ridimensionare gli obiettivi che s’era solennemente dati[95]: l’unità dell’Iraq, un progresso se non altro costante anche se, magari, non spettacolare, neanche sulle elezioni regionali, un piano di condivisione efficace – dettato dagli USA – dei redditi del petrolio tra grandi majors “americane” che per questo, titillando le ambizioni neo-imperiali dei neo-cons, e del loro allievo prediletto, hanno davvero voluto fare la guerra.

Meglio di sicuro vanno le cose a Bassora, in coincidenza – o, meglio, in conseguenza – del ritiro completo dalla città del Sud delle truppe britanniche. Spiega, in visita a Bagdad alla zona verde superblindata, il magg. gen. Graham Binns, capo del corpo di spedizione di Sua Graziosa Maestà nella coalizione (residua) dei “volenti” – o, meglio, dei soldati che lì sono andati per decisione assoluta e sovrana da vero e proprio monarca non costituzionale del primo ministro di Sua Maestà – che la violenza a Bassora è crollata addirittura del 90%, perché “era proprio la presenza nostra a costituire l’istigazione di gran lunga principale allo scatenarsi della violenza”.

Ed eccola, allora, la soluzione del bubbone in Iraq. Levare di mezzo la presenza straniera. Soluzione  certificata, poi, e non a caso sicuramente, sul sito ufficioso-ufficiale, più completo e importante e professionalmente redatto delle forze armate americane[96]. Ma tant’è: in pratica, sulla grande stampa americana, la notizia non è neanche comparsa…

Qualche volta, spesso a dire il vero, per leggere la verità nei titoli e negli articoli del NYT – non negli editoriali che sono sempre chiarissimi: pro o contro che siano, ma nei titoli dei reportages cosiddetti, per definizione ma falsamente, al di sopra delle parti – bisogna ricorrere al marchingegno di combinarne almeno due. Capita così anche sul Pakistan, ma è solo un esempio.

Anzitutto c’è una ormai incredibile e cieca presunzione di onestà riconosciuta a un’amministrazione che, come quella di Bush, vive invece in tutti i campi, ma in specie sulle questioni di pace e di guerra, di una sistematica tessitura di menzogne.

Esempio, leggete le primissime righe di questo articolo che pure, è critico nei confronti di Bush: “nei sei anni che hanno ormai visto il presidente del Pakistan, gen. Pervez Musharraf, unirsi alla lotta del presidente Bush contro al-Qaeda, si è vista un’improbabile alleanza: tra un presidente intento a promuovere la democrazia e un comandante militare che ha preso il potere con un golpe incruento[97].

Ecco, prima c’è il dar per scontato, semplicemente grottesco, che Musharraf abbia in effetti condotto sul serio una “lotta contro al-Qaeda”… che sarebbe proprio tutto da dimostrare E, poi,  c’è l’ultimissima frase, assolutamente emblematica. Bush non parla di promuovere la democrazia, non lo pretende, non lo millanta: no! è “intento a promuoverla”.

Cioè – malgrado tutto quello che si sapeva anche prima, durante ma, soprattutto, quello che oggi  documentatamente si sa – questo grandissimo quotidiano, e l’opinione che forma oltre ai soldi che gli stanno dietro, dà per scontato e del tutto pacifico non solo che Bush sia in buona fede ma anche che Bush sia “un presidente intento a promuovere al democrazia”. E, almeno secondo noi, è incredibile… ma vero.

Ancora un esempio. Sulla prima pagina di un medesimo numero, due titoli attentamente separati[98] informano della Retata in Pakistan contro gli avversari politici di Musharraf e, sotto, del fatto che in ogni caso Gli USA continueranno probabilmente ad aiutare il Pakistan: cioè, Musharraf…

Ecco. La titolazione che avrebbe dato al meglio la notizia principale dietro la storia, avrebbe dovuto leggersi, pressappoco cosi: “Bush sostiene la dittatura di Musharraf, tradisce ogni suo impegno morale a sostenere la democrazia, e continuerà ad appoggiare il generale”. Più chiaro no? Anche se, in realtà, pur se mai scritta, chi era a conoscenza dei fatti riusciva benissimo a leggerla. Ma, certo, solo se sapeva dei retroscena. E il trucco era tutto lì…

Venendo però, al merito della questione, a scatenare la crisi è stata la decisione di Musharraf di   licenziare sette giudici costituzionali su otto, colpevoli di aver dichiarato illegittima la candidatura del presidente-generale senza che, prima, come da Costituzione – la Costituzione stessa voluta anni fa da Musharraf – non aveva dato le dimissione da capo delle forze armate (d’altra parte, la fonte vera del suo potere).

Adesso, i sostituti, tutti di designazione musharrafiana, con cui è stata truccata e riempita la Corte suprema, ci hanno messo tre giorni dalla designazione a cancellare la decisione dei loro predecessori che dichiarava illegale l’imposizione della legge marziale da parte del presidente-generale[99]; e poco più di una settimana a confermare che, invece, era tutto regolare. Adesso, però, sentenzia autorevolmente (sic!) la Corte[100], dopo che lui gliene ha dato il permesso, bisognerà che il generale lasci la divisa… Adesso… Dopo….

In ogni caso, garantisce – si fa ovviamente per dire… – il primo ministro Shaukat Aziz,  le elezioni saranno tenute secondo programma, malgrado lo stato d’emergenza[101].

Insomma, elezioni – come poi specifica il regime, l’8 gennaio 2008 – forse ancora sotto legge marziale forse no, ma comunque… libere, come ha chiesto lo zio Bush, cioè lo zio Sam in questa sua ultima lillipuziana incarnazione.

Il fatto è che il generale-presidente-dittatore Parvez Musharraf se n’è impipato dei consigli americani, fiducioso che avrebbero solo abbaiato e mai morso: ad esempio, tagliandogli gli aiuti militari che, dall’11 settembre ad oggi sono costati all’America qualcosa come almeno 15 miliardi di dollari. E ha vinto la scommessa.

Infatti, s’è fatto eleggere pur restando comandante in divisa delle forze armate, ha proclamato la legge marziale, sbattuto in galera gli oppositori e sciolto, appropriandosi di poteri che non aveva, la Corte suprema perché stava per proclamarle e… ha accettato adesso – in queste condizioni – di far celebrare le elezioni politiche.

E, intanto, tiene in galera tutti gli oppositori che contano, provvedendo ad acquietare la buona coscienza d’accatto del suo grande alleato col rilascio di massa di quelli che non contano niente[102]. Ma ha vinto – a meno che non gli si avventi addosso il paese intero: ed è possibile – perché, come ha fatto sapere Bush al Congresso[103], Musharraf sarà pure un figlio di p…a, nemico della democrazia ma, per utilizzare la celeberrima frase di un ben altro presidente americano (Roosevelt), “è il nostro figlio di p….a”…

Anche se è un nemico della democrazia. E anche se, dai risultati, ci sarebbe poi molto da dubitare, sul suo impegno reale e su quello dei suoi servizi segreti per la caccia ad Osama bin-Laden… L’ennesimo episodio tragicomico – non per i pakistani, di certo – del predicare bene e… tipico, assolutamente tipico, dell’America bushotta.

D’altra parte, se Bush, Sarkozy, Brown si illudevano che le loro pressioni/preghiere avrebbero potuto prevalere sulle esigenze di Musharraf di consolidare il proprio potere nell’unico modo che del resto conosce e per il quale finora era stato, sempre del resto, profusamente appoggiato e pagato, adesso hanno cominciato (forse) a capire anche i limiti della propria influenza.

Però, bisogna annotare anche che a questi livelli rarefatti, altissimi (si fa proprio per dire…) della diplomazia internazionale, pare che non continuino a capire proprio niente. Perché, adesso, dopo il golpe, tornano a premere su Musharraf per fargli associare al governo Benazir Bhutto, l’ex primo ministro che ha studiato a Harvard e a Oxford, figlia anche lei di un ex primo ministro impiccato dai generali per corruzione quando Musharraf era un semplice capitano, appena tornata nel paese cok, permesso del generale dopo anni di esilio per sfuggire lei stessa all’ordine d’arresto per corruzione…

Peccato che Benazir stesse per ingoiare la sua critica feroce a Musharraf accettando con l’approvazione, anzi la benedizione, e sotto la pressione degli USA l’accordo imposto da Washington a Musharraf di una specie di condivisione del potere che avrebbe emarginato ogni altra opposizione. E che la cosa non sia riuscita perché lei abbia detto no, ma perché no l’ha detto Musharraf.

Ma adesso i segnali tornano ad essere quelli di sempre. A Benazir, che comunque è l’ultimo primo ministro eletto del paese, è comprensibilmente passata la voglia di associarsi al generale ma di  rimpiazzarlo… Peccato che nell’accusa di corruzione qualcosa che puzza (di corruzione, appunto) effettivamente ci fosse. Ma, per Brown e Sarkozy, comprimari quasi irrilevanti, e per Bush, primo attore che però recita ogni giorno da sette anni a soggetto, è chiaro che le opzioni ormai si restringono:

• o si rassegnano a puntellare, magari a condizioni appena più civili, il maresciallo despota, custode però forse il meno inaffidabile (nel senso del più fedele) del Sacro Graal – della Bomba – che s’è fabbricato, come tutti quelli che l’hanno fatto prima di lui (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Israele, India) appunto prima di lui, senza chiedere il permesso a nessuno;

• o accettano di vederlo rimpiazzare da chi corrono il rischio, però, di non poter controllare. Come l’ex primo ministro di Musharraf stesso, Nawaz Sharif, che gli si oppose è vero ma dopo averne combinate lui stesso più di Carlo in Francia ed a verlo scodinzolando servito per molti anni; oppure come una delle poche alternative effettivamente emergenti, e d’urgenza sbattuto in carcere, il giovane Imran Kahn, ex popolarissimo campione dello sport nazionale, l’inglesissimo cricket e lui sì non sospetto di essersi ripetutamente venduto, direttamente o indirettamente, agli americani come la Bhutto[104], Sharif quando era al potere e il Musharraf, che al potere c’è adesso e da anni;

• oppure dovranno arrendersi alla vittoria dei taleban-alQaedisti che incombono su e permeano  questo disgraziato paese. Ma questa sì che sarebbe davvero una soluzione esplosiva: India e Cina non starebbero certo a guardar finire in mano a questa gente le bombe atomiche che ha costruito l’apprendista stregone che è Musharraf…

Sul campo della guerra del Pakistan con al-Qaeda (sulla serietà della quale abbiamo già significato i dubbi di molti esperti… specie americani) oltre che con i con i suoi nemici interni tradizionali, i pashtun che raccolgono parecchi suoi adepti ma ancor più suoi avversari, torna alla mente quanto, scriveva un libretto di istruzioni pratiche per le truppe britanniche che nei primi anni del 1900 tentavano l’occupazione dell’Afganistan e delle cosiddette aree tribali del Nord Ovest di quello che oggi è il Pakistan.

In pratica, in base alla conoscenza che vi aveva personalmente acquisita, portando al massacro oltre a migliaia di “indigeni” centinaa di soldati britannici, il gen. Sir Andrew Skeen si preoccupava soprattutto di come non si dovesse proprio combattere su quelle montagne. Esattamente, cioè, come stanno combattendo adesso pakistani, afgani del governo Karzai ed americani, naturalmente, contro i signori della guerra pashtun e gli al-qaedisti.

Il primo dei diversi consigli che offre Sir Andrew, era sicuramente il più importante e lo resta: “quando si pianifica una spedizione militare nelle aree tribali pashtun, la prima cosa da pianificare è la ritirata. Perché è storia: tutte le spedizioni in queste zone prima o poi finiscono con l’imporre agli invasori la ritirata[105].

E, dopo gli inglesi che avevano a che fare quasi soltanto coi fucili Lee-Enfield che il nemico sottraeva loro, è toccato ai russi, sempre contro i Lee-Enfield ma ormai anche con i missili antiaerei Stinger graziosamente forniti a bin Laden ed ai suoi dagli americani. E ora tocca agli americani stessi e ai loro alleati nella “guerra contro il terrore”, scontrarsi con queste cose e con la nuova arma totale del fanatismo fondamentalista islamico: i bombaroli suicidi.

Quanto all’Afganistan, il Portogallo – lo annuncia il ministro della Difesa Nuno Severiano Teixeira – diminuirà da qui al prossimo  agosto da 165 a 15 soldati e ad un solo aereo da trasporto C-130 il suo contributo all’ISAF[106], il corpo di spedizione NATO che, come ha in buona sostanza sanzionato il mese scorso la conferenza speciale di valutazione della stessa NATO a Nordvijk, in Olanda, ha preso atto che la guerra gli alleati occidentali la stanno perdendo[107]. E il Portogallo sembra l’unico ad aver deciso, per ora, di tirare dalla constatazione le necessarie conseguenze politiche.

Anche la Germania recalcitra. Certo, Angela  Merkel indora la pillola. Ha effettivamente chiesto al Bundestag, e  fatto approvare, a fine novembre, come aveva promesso al presidente afgano, di “estendere il mandato delle truppe tedesche in Afganistan”.

Ma, come gli aveva detto chiaro, lo farà aumentando l’addestramento alle truppe afgane, non la partecipazione del corpo di spedizione tedesco ai combattimenti veri e propri nell’ambito dell’operazione Enduring Freedom, guidata dagli USA.

Proprio come aveva fatto qualche giorno prima il governo italiano con lo stesso interlocutore. Anzi, i tedeschi hanno detto che ridurranno il numero delle truppe a disposizione del comando (di fatto) americano, e mantenendone il carattere non direttamente combattente,  da 1.800 a 1.400 effettivi[108].

Sul fronte Iran, liberati dagli americani nove dei forse trenta iraniani, diplomatici e civili, arrestati in Iraq dai GI’s (uno addirittura tre anni fa) contro il parere e la volontà degli stessi iracheni che, sempre, hanno sostenuto trattarsi in effetti di diplomatici o, comunque, di cittadini iraniani invitati da loro.

In un comunicato ufficiale, gli americani si sono limitati, ipocritamente, a registrare come “dopo attenta riconsiderazione, i nove non erano più considerati minacce per la sicurezza, né avevano ormai ulteriore valore come fonte di intelligence”.

Ma così viene fuori la verità: erano diplomatici che, sulla base del diritto internazionale dello Stato che li ospitava – l’Iraq – era illegittimo e illegale arrestare (non certo, è vero, la violazione più grave perpetrata dagli Stati Uniti di Bush); sono stati fermati, poi, per spremerli come fonti e, adesso, fanno loro il favore di rimandarli a casa perché, tanto, tutto quello che sapevano, sottoposti magari ad interrogatori “rafforzati”, glielo avevano detto[109]

Adesso si viene anche ad apprendere che “i militari americani stanno ponendo sotto pesante pressione il personale che interroga gli insorti iracheni catturati per trovare prove che accusino l’Iran, è stato dichiarato ieri sera[110]… Cioè, più chiaramente, pressioni su chi interroga perché faccia pressioni (e si capisce di che tipo) su chi è interrogato. L’antica lezione di Beccaria sulla tortura – che non  serve neanche allo scopo di ottenere notizie attendibili[111] – questi non l’hanno ancora imparata.   

Quanto all’influenza concreta delle sanzioni imposte finora, su volontà e spinta degli USA, dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU all’Iran, considerando che gli USA non sembrano essere stati capaci di convincere altri che se stessi e, forse, inglesi e francesi (Kouchner, Sarkozy) della necessità di inasprirle— ma non soprattutto chi da loro dipende di meno e più può permettersi di dire di no, Russia e Cina:

• la BICP, la Bandar Imam Khomeini Petrochemical Company Ltd., ha aumentato le sue esportazioni di etano, propano, butano e propilene in 25 paesi. Tra cui Italia, Spagna e Francia. Lo rivela i, direttore esecutivo della compagnia, Adel Nejad-Salim. La BICP ha aumentato il fatturato netto del 26% tra marzo e settembre rispetto allo stesso periodo di un anno fa[112].   

• Iran, con Austria e Germania, costruirà una ferrovia di 606 km. tra la città di Mashhad e quelle di Gorgan e Bojnurd. Il consorzio formato dai tre paesi sosterrà l’85% dei costi, il resto sarà coperto dal ministero iraniano dei Trasporti[113].

• I sauditi hanno proposto, per disinnescare le tensioni tra Iran e Stati Uniti, di arricchire collettivamente l’uranio di cui c’è bisogno come combustibile nucleare per un consorzio di Stati mediorientali, compreso lo stesso Iran. Ogni Stato partecipante avrebbe diritto a ritirare da questo pool di U-235 il proprio fabbisogno, mentre il consorzio nel suo complesso sarebbe responsabile di assicurarne l’uso a scopi esclusivamente civili[114].

    L’idea dei sauditi è l’unica, tra quelle avanzate finora, che sembra attenta a non penalizzare l’Iran,  isolandone il diritto uguale a quello di tutti, e quindi a tener conto della evidente idiosincrasia di Teheran a subire ed accettare una discriminazione come quella che gli USA vorrebbero imporgli e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha accettato, in ogni caso, di chiedergli.

    Anche se ormai è chiaro, senza nessuna convinzione. Perché, forse, sa pure che in proposito non ha dalla sua il diritto internazionale (il TNP) e che chi fa la voce grossa non ha egli stesso le mani pulite.

Quanto alla Russia, anche se qua e là piena di non pochi equivoci, la sua posizione non sembra disposta – stavolta – a fare ulteriori concessioni all’America.

Sergei Lavrov, il ministro degli Esteri, dichiara solennemente il 30 ottobre, dopo l’incontro con Ahmadinejad a Mosca e ben cosciente della contraddizione che esprime che la Russia è “contraria ad ogni tentativo unilaterale di imporre sanzioni commerciali ed economiche contro l’Iran”, che vuole veder “intensificare l’attività della AIEA atta a dissolvere le preoccupazioni della comunità internazionale” e che, comunque, per quel che la riguarda “si atterrà alle risoluzioni esistenti del Consiglio di Sicurezza[115].

Di tutto questo, agli americani interessa, naturalmente, solo il no secco dei russi ad altre sanzioni. E solo quel no li preoccupa. Perché anche i russi hanno potere di veto. Come la Cina, del resto, che ha subito provveduto a chiarire alla delegazione israeliana che era andata a chiederglielo appositamente che anche Pechino si oppone all’uso di altre sanzioni.

Siamo fortemente contrari, ha specificato il portavoce del ministero degli Esteri, Liu Jianchao, “ad un uso a briglie sciolte delle sanzioni e non intendiamo incoraggiarlo” – non funzionerebbe – per persuadere Teheran ad abbandonare il suo programma nucleare.

Anche qui, la contraddizione è palese: da una parte, anche per i cinesi, l’Iran dovrebbe abbandonare ricerca e tecnologia anche civile sul nucleare; ma, dall’altra, lo si dovrà se lo si potrà mai ottenere senza l’uso di sanzioni che evidentemente si riconoscono non solo inopportune ma anche illegittime e, in ogni caso, per qualunque paese che non siano gli Stati Uniti, potenzialmente controproducenti. E gli americani del “con noi o contro di noi” e tutto il resto non conta, impazziscono di frustrazione e di rabbia[116].

L’Egitto, per parte sua, sviluppa piani di costruzione di tre reattori nucleari, della capacità complessiva di 1.800 megawatt. Lo annuncia il ministro dell’Energia, Hassan Yunes, confermando  l’annuncio di qualche giorno prima del presidente Mubarak. Che aveva, però, avuto la decenza di annunciare insieme – e di voler sottolineare – “pubblicamente” che il suo governo riconosce lo stesso diritto a lavorare per una propria, autonoma, produzione di energia nucleare ad ogni altro paese: tanto più se firmatario come l’Iran, del Trattato di non proliferazione[117].

Il presidente iraniano Ahmadinejad, nel tentativo di mettere a tacere chi non concorda e/o propone altre soluzioni dalla sua (la pura e semplice riaffermazione dei diritti dell’Iran a fare come qualunque altro paese: giusta ma anche pericolosa nel mondo reale in cui Bush ancora comanda), ha denunciato in termini politici e morali come fata tutta di “traditori” l’opposizione che critica il suo approccio intransigente al problema, sia quella “democratica” che quella “conservatrice”: compresi, dunque, molti tra gli ayatollah[118].

Perché anche se non mettono in questione il diritto nazionale all’energia nucleare – in Iran non può neanche pensare ragionevolmente nessuno di farlo – ci sono non pochi in Iran a dubitare delle scelte del presidente: per ora comunque ancora tollerate dall’ayatollah Kamenei, la Guida suprema: la cui autorevolezza ed autorità sarebbe sciocco disconoscere.

Su Jamhouri Eslami, un autorevole quotidiano conservatore che risponde direttamente alla proprietà di Kamenei, c’è un attacco durissimo e rivelatore al presidente per aver accusato, appunto, di “tradimento” l’ex presidente Rafsanjani e l’ex negoziatore nucleare Hossein Mousavian, entrambi dell’ala che noi in occidente, applicando maldestramente i nostri schemi – ma per capirci – chiamiamo dell’ala conservatrice pragmatica.

E un attacco altrettanto esplicito a chi (Ahmadinejad, appunto) sembra correre l’azzardo imprudente di “fornire alibi al nemico e di provocarlo con dichiarazioni poco sagge ed equilibrate”. Ancora più pesante l’attacco politico diretto e personalizzato: “diffamare i rivali politici è un comportamento immorale, illegale, illogico ed anti-islamico” condanna – pare di sua mano – Kamenei stesso sul giornale di cui è stato a lungo, in passato, anche il direttore. E qualcosa ha cominciato a fischiare nelle orecchie di Ahmadinejad[119]

Il punto realmente di fondo è chiaro, non fosse altro che per il peso relativo e assoluto dell’interlocutore principale, gli Stati Uniti d’America (il declino, sì, certo: con Bush; ma ancora in transizione, e probabilmente non proprio a breve…) è che aveva ragione il vecchio (ora defunto) segretario alla Difesa di Kennedy e poi di Johnson, Robert McNamara: chi mete davvero paura è la politica oggi degli Stati Uniti d’America.

Fu un uomo che sicuramente ha dato la sua catastrofica impronta alla politica americana in Vietnam ma che poi ha “riciclato”, utilmente, il suo pensiero, tra l’altro “inventando” la logica e la dottrina di una politica del deterrente paradossalmente tanto aberrante quanto efficace che, col terrore della cosiddetta Mutua Distruzione Assicurata (se mi attacchi io crepo, ma con me crepi anche tu: la logica dello scorpione e della rana…) ha, comunque, mantenuto la pace nucleare nel mondo per tutti gli anni della guerra fredda.

Ha scritto McNamara in un lucidissimo articolo di due anni fa su Foreign Policy intitolato Apocalypse SoonApocalisse presto, scriveva che, in coscienza, “avrebbe caratterizzato l’attuale politica di armamento nucleare degli Stati Uniti come immorale, illegale, militarmente superflua e paurosamente pericolosa[120].

Ecco… E chiaro?

Ora è arrivato anche il verdetto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica – quella diretta da el-Baradei che, secondo la divulgazione curata attentamente dal mainstream giornalistico politicamente, americanamente, corretto,  che fa da megafono alla posizione di Bush – direbbe che ormai “l’Iran è in grado di farsi la bomba di qui a dodici mesi[121].

Ma, se si leggono le nove pagine nove del rapporto AIEA da nessuna parte realmente si legge di questi dodici mesi... mai: e comunque mai di alcuna scadenza temporale prevista…  ma così, naturalmente, il messaggio che si voleva far passare è passato[122].

Quel che, invece, dice davvero l’AIEA è quanto già si sapeva. Per riassumere, con le parole di un giornale che, certo, non è sospettabile di simpatie filo-iraniane[123]:

• “non esiste alcuna prova che l’Iran stia costruendo una bomba atomica”; e

• “gli Stati Uniti stanno gettando benzina sul fuoco: se continua questa escalation di minacce, rischiamo di far precipitare il Medio Oriente nell’abisso e nel caos”.

Dice la verità, tutta e fino in fondo. Ma basterà?   

Insomma, se uno, chiunque, dovunque nel mondo ritiene di avere le prove che l’Iran stia davvero costruendosi una bomba atomica, dovrebbe fornirle subito all’AIEA ed renderle pubbliche… anche se, poi, resterebbe sempre da spiegare perché loro no e Pakistan, India, Russia, Israele, ecc., ecc., sì….

Ma se non è così, e nessuno – neanche gli USA – ha mai dimostrato di aver quelle prove, resterebbe da fidarsi di quello che giurano di aver scoperto e sapere, ma non hanno neanche loro mai detto e tanto meno fatto vedere, i servizi segreti di USA e Gran Bretagna: sì, quelli che hanno truccato e inventato a suo tempo, e poi sono stati costretti ad ammettere di averlo fatto, le “prove” delle armi di distruzione di massa irachene. Chi è più che si fida?

E poi, e alla fine, bisognerà pur ricordare che una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la 487/1981 votata all’unanimità il 19 giugno di quell’anno, Stati Uniti una volta tanto compresi, e votata subito dopo che i caccia bombardieri israeliani avevano distrutto il reattore nucleare Osirak di Saddam Hussein che allora era buon alleato degli Stati Uniti e baluardo contro l’Iran di Komeini,

Notando come “Israele non abbia aderito al Trattato di non proliferazione delle armi nucleari”, la risoluzione, tra l’altro, “chiede che Israele ponga le sue installazioni nucleari sotto la salvaguardia  dell’Agenzia Internazionale delle Nazioni Unite[124]. A ventisei anni da quella risoluzione nessuno ha mai chiesto a Israele di render conto del fatto che continua impunemente a violarla.

Perché, come Consiglio di Sicurezza, non provare con un minimo di coerenza a chiedere insieme, allora, oltre che all’Iran di aprirsi completamente e senza riserve alle ispezioni dell’AIEA, anche ad Israele di farlo? Altrimenti qualsiasi richiesta del Consiglio unilaterale all’Iran non varrebbe un’acca.          

In ogni caso, tanto per chiarire dove e come stanno le cose, Russia e Cina hanno già detto che, per quanto dipende da loro, l’ONU non passerà più altre sanzioni. Stati Uniti e Gran Bretagna insistono e la Francia, di Sarkozy e Kouchner, vorrebbe che fosse magari l’Europa a incalzare e rafforzare sanzioni per conto proprio. Difficilmente sfonderanno, se tedeschi e italiani che hanno grandi interessi economici in Iran e non credono come Vangelo a quel che dicono loro gli sputtanatissimi servizi segreti americani, tengono il punto e se Cina e Russia, come hanno annunciato di voler fare, voterebbero no all’estensione delle sanzioni in Consiglio.

Al dunque, il fondo della questione è chiaro quando vengono esaminate alcune affermazioni e rivendicazioni basate sul diritto che noi abbiamo… perché siamo noi e gli altri no. Lo ha fatto, di recente, dimostrando di non aver imparato niente dalle lezioni che la presunzione sua, quella che per tanti anni ha fedelmente e ciecamente servito, ha impartito a secchiate di sangue non a lui, certo, né al suo boss (è stato per dieci anni direttore dello staff di Tony Blair) ma a tanti iracheni, a tanti afgani, a tanti giovani inglesi e americani e anche, purtroppo, a diversi italiani.

Jonathan Powell scrive[125], infatti, inneggiando al dovere e al diritto di intervento, anche armato, delle democrazie nel mondo – perché nella loro incoscienza questa gente è convinta:

• che ad avere il diritto di impicciarsi degli affari degli altri e di rivendicare diritti siano solo le democrazie… come loro le definiscono, si capisce;

• che Cina, Russia e quant’altri, se le democrazie continuano a farlo e a rivendicarne il diritto, staranno a guardare, ed a genuflettersi…;

• e che se, dopotutto, l’Iran fosse una “democrazia” (questo è la conclusione del discorso di Powell…) allora sarebbe anche accettabile che avesse perfino la bomba nucleare: come la perfetta e cristallina democrazia che, in questi giorni, dimostra di essere il Pakistan, no? perfettamente accettabile, dunque, conclude – si può dire così? – questo istrione pieno di sé e del suo malinteso diritto.

Dopo aver spudoratamente inneggiato a una sfilza di interventi unilaterali, l’ex capo dello staff di Downing Street asserisce, però, che è necessario ormai stabilire una volta per tutte un “sistema di regole” per governare gli interventi” perché – riconosce – “altri grandi paesi” che possono diventare superpotenze si affacciano alla ribalta e potrebbero anche loro, magari, darsi da fare. 

Non arriva proprio capire, l’ottuso ex consigliere del piccolo principe, che il sistema di regole c’è, che si chiama ONU e che funzionerebbe se lo osservassero tutti, anzitutto quelli che già si danno fa fare unilateralmente, e anche troppo: e che, se si vuole cambiare e far accettare da tutti, comunque, una regola comune nelle relazioni internazionali, allora deve valere per i potenti come per i deboli , per gli alleati come per i nemici, perché se no non sarebbe un sistema di regole ma solo l’imposizione di regole dettate agli altri da un potere imperiale.

Powell capisce però la contraddizione: che qualsiasi sistema di regole imposto da uno, o da pochi, a tutti unilateralmente funziona solo finché l’impero ha il potere di farlo. Se no, se ne fregano tutti o, almeno, quanti se lo possono permettere.

E adesso, c’è stato l’Iraq, un’invasione e un’occupazione, condotta sotto falsi pretesti, che ha praticamente sventrato e spaccato il paese istigandone le mille rivolte l’una contro l’altra con la resurrezione della prassi del divide et impera, appunto, di imperiale memoria.

Ma è proprio il loro comportamento unilaterale e la pressoché completa impunità internazionale di USA e Regno Unito che ne è seguita, con l’eccezione di una larghissima condanna sul piano morale, hanno adesso reso praticamente impossibile anche solo pensare a un sistema di regole internazionali genuinamente accettabile ed accettato da tutti, pur motivato da quella che obiettivamente potrebbe apparire la necessità di interventi umanitari. Puzzano troppo le intenzioni dei proponenti. Puzzano di ipocrisia, di prepotenza, di voler piegare qualsiasi regola ai propri interessi.

Neanche gli iraniani ovviamente, al di là di ogni vanteria, hanno dubbi su come potrebbe andare a finire, nell’immediato, uno scontro militare tra Stati Uniti ed Iran[126]. Ma ha scritto, adesso, uno che se ne intende— come il generale ex comandante in capo dei marines Anthony Zinni, l’unico che, quando era ancora in divisa, a capo del Comando centrale delle forze armate americane, prima dell’invasione dell’Iraq, tentò invano – e pagando col pensionamento anticipato per il suo ardire – di spiegare a Rumsfeld, a Cheney e a Bush, l’irresponsabilità di quella guerra: anche e solo, disse, dal punto di vista delle tante scelte tattiche sbagliate che  

la questione non è certo se siamo in grado di lanciare o no un attacco e neanche se l’attacco possa essere efficace. Lo sarebbe di certo, fino a un certo punto. Ma siete preparati, voi che di attacco militare parlate, a tutto quello che ne seguirà?[127], inevitabilmente…  

La conferenza di pace tra Israele e Palestina di fine novembre, ad Annapolis, è stata settimana dopo settimana declassata a semplice incontro[128]. Non si trattava, insomma, più di arrivare a un’agenda di lavoro comune, ad obiettivi precisi e pre-determinati (i confini, lo status di Gerusalemme, i territori occupati…) ma solo, al massimo, di costruire una specie di vaghissima piattaforma per futuri sviluppi.

Insomma, un’altra occasione sprecata che corre il rischio di diventare essere la sepoltura di ogni illusione per Abu Mazen di rivitalizzare il sogno palestinese e di ogni ambizione di Olmert di riscattare una grigia premiership cui non è andato dritto neanche il tentativo di cercare la gloria dei legionari in Libano l’anno scorso (la guerra persa con Hezbollah).

Cioè: avevano assolutamente ragione gli esperti americani, tutti professionisti della diplomazia, che il mese scorso mettevano in guardia la segretaria di Stato dal pericolo di un’altra, cocente, delusione per le aspettative che – contando su una credibilità ed un potere che gli Stati Uniti di Bush non hanno proprio più – la sua iniziativa aveva innescato.

Un altro flop, catastrofico però – visto luogo e soggetti coinvolti in questa specie di tragica farsa – di quella che ormai esperti e osservatori si avviano a considerare la peggiore conduzione di politica estera che, per Condoleezza Rice come per il suo predecessore Colin Powell, costituisce ormai il loro curriculum al servizio di Bush il minore.

Scrive il NYT che adesso l’America deve prepararsi al follow-up che dovrà far seguito ad Annapolis: adesso, bisogna condurre a fondo negoziati seri, sui nodi reali della questione[129].

Adesso bisognerà, certo, prepararsi a qualche follow up perché, alla fine dello scambio di promesse e di afflati più o meno forzati di buona volontà reciproca dichiarata, si è arrivati soltanto a concludere ufficialmente non che entro il 2008 si dovrebbe puntare a una soluzione del nodo ma che entro il 2008 le “parti si impegnano a negoziare [non a concludere, dunque: badate alla differenza…] un trattato di pace[130]

Del resto, inaugurando il vertice e mettendo le mani avanti, il padrone di casa, George W., aveva detto subito delle bassissime aspettative che affidava lui stesso all’incontro: perché, aveva spiegato, “non siamo qui per trovare un accordo ma per invitare le parti a negoziare”. Niente di più: come se di un invito ci fosse bisogno… E le parti, poi… un Abu Mazen che conta pochino, e solo in un pezzo del suo paese; e un Ehud Olmert che a casa sua, tutta, conta anche meno…

Tutto resta vago, tutto resta indeterminato, tutto resta condizionale… Hamas sostiene, naturalmente, che è stata una buffonata. Ma anche i più ben disposti tra i palestinesi non possono che verificare l’inconcludenza di un incontro che non ha dato alcun serio riscontro.

Quel pover’uomo – stavamo per scrivere quel povero cristiano… – di Abbas o, se volete, di Abu Mazen ha dovuto far buon viso a pessimo gioco. Anche se non ha rinunciato alla fine ad elencare punto per punto – nel nervosismo montante e palese degli israeliani presenti – tutto quello di sostanziale che non c’è – lui spera (o, si illude?, che non c’è ancora – nell’accordo.

Domani [e qui è chiaro che sui tempi Abu Mazen si illude, o fa finta di illudersi], dovremo dar inizio ad un negoziato complessivo e profondo sulle questioni, tutte, dello status finale [di un accordo di pace]: inclusa Gerusalemme, la questione dei rifugiati, i confini, gli insediamenti, l’acqua, la sicurezza e altro[131]

Invece, e di fatto, gli americani – repubblicani e democratici, conservatori o progressisti… – si rifiutano di prendere atto (sembrerebbe loro sicuramente di tradire non si sa poi quali impegni con Israele) non hanno il coraggio di prendere in mano il nodo per decidersi finalmente a tagliarlo, nell’unica maniera possibile perché l’unica poi ragionevolmente accettabile.

Non saranno certo le misure economiche promesse dall’amico di Bush, Tony Blair, adesso esponente esecutivo del Quartetto – come, e solo per fare un esempio di contenuti vuotissimo come gli altri, i milioni di dollari di investimenti che servirebbero a rivitalizzare il turismo di Betlemme per portare all’asfittica economia della città del Presepe.

Il fatto è che si scontra con il muro di ferro che Israele ha eretto in Cisgiordania, all’esterno, ai confini, e all’interno del territorio occupato, con le condizioni imposte dall’occupazione militare israeliana e col sistema punitivo degli sbarramenti e dei controlli imposti a tutta la popolazione, a tutto il commercio, e a qualsiasi ricezione di finanziamenti dall’esterno per i palestinesi.

E’ tutto questo che rende incredibili le promesse di Blair e rende comprensibile anche la rabbia frustrata di parte palestinese a fronte della conferma dell’occupazione militare. Non sono queste poco credibili misure di assistenza economica, a poter garantire accoglienza favorevole da parte della gente dei territori a qualsiasi proposta che dopo Annapolis adesso venisse. Finché non è smantellata la rete dell’occupazione militare, il resto è una riverniciatura al limite pure indecente di condizioni oppressive ormai intollerabili

Non basta e non basterà ormai che il muro di sicurezza, come lo chiamano, eretto intorno a Betlemme cada per i turisti finché non cadrà anche per gli abitanti di Betlemme, come per tutti i palestinesi, che vogliono uscirne o vogliono entrarvi.

Questo al dunque, oggi esattamente come ieri e come l’altro ieri  – ma da Annapolis questa lezione ancora non sembra uscire, soprattutto perché George W. non ha trovata la decenza e il coraggio di dirlo – è il “prezzo della pace”[132].

Nota un osservatore israeliano che si schiera apertamente col suo governo ma ragiona anche con il suo cervello, che quando era sotto le armi e schierato in Cisgiordania coi suoi commilitoni, “eravamo soliti irrompere dentro gli edifici per rastrellarne i residenti e li rinchiudevamo tutti nelle cantine in modo da poter prenderci la casa e schiacciare qualche ora di sonno nel bel mezzo di una missione— tutto perfettamente accettabile in un contesto di guerra.

    Ma fu in queste condizioni che potevo anche vedere spesso in primissimo piano gli occhi sgranati, e silenti, dei bimbi di quelle famiglie mentre urlavamo sulla faccia dei loro padri – i loro eroi, i loro protettori – e strappavamo, di fronte ai loro figli, dalle loro mani le redini dell’autorità nella loro stessa casa.

    Ed è allora che per la prima volta cominciò ad apparirmi chiaro che tipo di effetto il nostro agire avesse su questa generazione di bambini palestinesi: stavamo garantendo che ci avrebbe odiato, visto che quel che di noi riuscivano a vedere era solo il nostro trattarli come bestiame da raggruppare e nell’imporre loro quel che noi volevamo da dietro le canne dei nostri fucili[133].

Ecco la radice del problema: l’occupazione. Ed ecco l’inizio della soluzione: lo smantellamento dell’occupazione militare, anche progressivo magari ma credibile, non delegato alle smanie, alle paure, alla buona o alla cattiva volontà di una parte sola. E, poi, certo, poi, davvero non si capisce perché – se si vuole davvero tentare di trovare una soluzione – si debba ricominciare ogni volta tutto dall’inizio.

Perché non riprendere il dialogo da dove era stato lasciato l’ultima volta, davvero vicini alla soluzione quando, dopo i colloqui di Camp David falliti in estremo e quelli di Taba nel Sinai (gennaio 2001), Arafat e Barak stavano lì per firmare un accordo di merito e di sostanza… il modello cui bisognerà necessariamente tornare per trovare una soluzione: adesso, fra cinque, fra dieci anni… se, nel frattempo, il conflitto non ci seppellirà[134]

Sul punto dello stato agonico, quanto a capacità reale di fare i conti coi problemi di merito, della conferenza e dell’ultimo conato di un’improbabile pace, diciamo, mediata da una parte in causa come è Washington, un importante consigliere del re dell’Arabia saudita, Muhammad Zolfa, del Consiglio consultivo superiore della Real Casa aveva chiosato – ci pareva in maniera conclusiva, ma poi non è stato così – che “se le due parti principali si recano all’incontro senza lo straccio di una dichiarazione concordata, perché mai dovremmo andarci noi ed altri 40 paesi?[135]”.

Poi, alla fine, insieme a un’altra quindicina di rappresentanti di paesi arabi, anche il regno saudita col suo ministro degli Esteri, Saud al-Faisal, ad Annapolis ci sarà: non se la sente di dare uno schiaffo in faccia alla credibilità già così traballante del Grande fratello, anche se giura che lui “non si presterà alla recita” di strette di mano e di pacche sulle spalle al nemico, se non ci sarà davvero una svolta nel suo approccio al problema[136]

Ma, soprattutto, i sauditi e gli altri arabi cosiddetti “moderati” non se la sentono di subire, almeno per il resto della presidenza di Bush – ancora tredici mesi – l’accusa mirata “agli arabi” in generale di aver fatto fallire questa “occasione di pace”. Anche se, a ben vedere, tale non era affatto…

Così, alla fine, pure in questo quadro tanto indefinito e inconcluso, anche la partecipazione alla conferenza in sé di paesi arabi di peso reale, come Arabia saudita e Siria, non ha reso un bel niente. I timori dei sauditi, che fosse una cerimonia e poco di più, sono stati confermati e la Siria, per assicurarsi la presenza della quale gli americani avevano pure promesso che anche l’occupazione delle alture del Golan dal 1967 era in agenda ad Annapolis, si è dovuta accontentare di veder scritto nel testo finale dell’accordo – peraltro: venticinque righe – che i negoziati per il futuro trattato di pace “includeranno tutti i problemi aperti”.

E’ vero, pure, infine, che a voler cercare con ogni buona volontà, fino a sfiorare forse la credulità, qualcosa di buono in questo processo, fragilizzato dall’inizio dal buco nero della credibilità dello sponsor, si potrebbe riprendere quanto ne aveva scritto, però subito prima del vertice, un commento israeliano importante e sicuramente di sinistra: che, per lo meno, ad Annapolis va riconosciuto come ormai “le grandi linee di una soluzione basata su due Stati siano conosciute, chiare e accettabili dalle maggioranze delle due nazioni. La questione che davvero si pone, perciò, è: se non ad Annapolis, dove? E se non ora, quando?[137].

Già, peccato che a questa domanda centrale, Annapolis non abbia proprio dato risposta. Né abbia aperto, a  parere di chi scrive, alcuna prospettiva. Purtroppo. Perché, quando le parti più interessate – nel caso israeliani e palestinesi o, almeno, chi li rappresenta o pretende di rappresentarli sul piano internazionale – non sono neanche d’accordo nell’identificare i problemi più spinosi, per non dire le priorità relative …

… quali potrebbero essere mai le aspettative di successo se, poi, gli sponsor stessi, gli Stati Uniti, proclamano solennemente che non imporranno mai una soluzione, limitandosi, al massimo, a spingere un po’ qua e un po’ là. Ma, soprattutto, più di là che di qua…

A meno che…, a meno che abbiano ragione quei sagaci analisti israeliani che, a proposito di Annapolis, hanno detto trattarsi in realtà del ennesimo tentativo dell’Amministrazione Bush di mettere in piedi una loro alleanza araba contro l’Iran, il vero obiettivo del meeting.

Questo – hanno scritto – era in trasparenza il testo di questo vertice: gli Stati Uniti si stanno interessando seriamente a far i conti col conflitto israelo-palestinese solo a causa dei problemi schiaccianti che hanno di fronte nel Golfo persico e del loro conseguente bisogno di trovare sostegno per le loro scelte in Iraq e in Iran”.

E la verità – ha spiegato un’altra specialista di affari internazionali di Tel Aviv – è che Bush aveva un’altra agenda per questa conferenza ed era l’Iran. La conferenza andrà lontano nell’isolare l’Iran, che in fondo è quanto molti Stati arabi, Israele e gli USA vorrebbero vedere, o comunque nel tentare di isolare l’Iran, ma non è chiaro per niente se questo scopo sarà raggiunto[138].    

La Camera dei rappresentanti degli USA ha approvato un rifinanziamento della guerra in Iraq e in Afganistan per soli 50 miliardi di dollari invece dei 200 chiesti dal presidente. Rifinanziamento, dunque, parziale e con una clausola che, se passa, diventa anch’essa legge e che, inoltre, chiede a Bush di cominciare a ritirare truppe americane dall’Iraq entro trenta giorni.

Bush ha annunciato immediatamente il veto. E la misura, comunque, è subito caduta al Senato dove con una maggioranza ancora più stretta non sono riusciti a mettere insieme i voti necessari (60) a battere l’ostruzionismo repubblicano…

Ma, stavolta, la novità annunciata è che forse la testardaggine del presidente e dei suoi fans al Congresso potrebbe convincere un numero sufficiente di democratici a reagire ai suoi boicottaggi con un loro inusitato ma duro e, finalmente, efficace contro-boicottaggio: cioè, a tener duro alle loro condizioni senza mollarle e a bloccare, così, ogni atto legislativo di rifinanziamento[139].

Potrebbe…, verbo condizionale e condizionato dalla capacità, appunto, di non mollare, sotto la pressione di chi li accusa di lasciare soli, così, i “ragazzi al fronte[140] quando la risposta migliore, a questi avventurieri, sarebbe nel chiarire che, così, si aiutano – invece e subito – i ragazzi a ritornare dal fronte.

Qualche altro segno va in direzione analoga… Nella sintesi che, di una lunga intervista al senatore Barak Obama, fa il NYT con le intenzioni certamente migliori del mondo, Obama dice che, se eletto presidente, “egli si impegnerà in un approccio diplomatico aggressivo e personaleverso l’Iran e che sarebbe anche pronto ad offrire “incentivi economici e una promessa, forse, di non cercare per l’Iran un cambio di regime” sempre che la smetta di interferire in Iraq e si decida a cooperare sui temi del terrorismo e del nucleare.

Insomma, suona quasi come Hillary Clinton, anche se aggiunge gli zuccherini. Ma è possibile che qui pure i migliori, in assoluto, non riescano a capire che nel mondo esistono altri paesi altrettanto orgogliosi del loro?

Che non si lasciano irretire, allettare, comprare (fate voi) da promesse di aiuti economici… quando poi, grazie – non fosse altro – al petrolio non ne hanno neanche bisogno, potendo poi, come fanno da anni ormai sopravvivere ai boicottaggi)?

Che non si lasciano convertire da chi predica di “non immischiarsi” e poi da sempre si immischia ogni giorno in casa loro (la cacciata di Mossadeq e l’insediamento dello scià sul trono del pavone…) e si immischia da altrettanti anni almeno, ai loro confini (l’Iraq…)?

O, peggio, è possibile che lo capiscano ma che, per sperare di essere eletti, siano costretti a far finta, così, di essere come i loro concorrenti peggiori ma, almeno loro, forse, sinceri?[141].

Pare scontato, in effetti, che “i 20 punti che oggi separano il sen. Obama dalla sen. Clinton nelle preferenze tra i democratici” siano dettati proprio dalla paura: “gli elettori democratici sembrano lacerati tra la speranza di risistemare un mondo che fa paura— e, per questo, voterebbero volentieri Obama che sentono “più fresco di idee, più capace di innovare”; ma sono sotto l’influsso della paura per il mondo terrificante nel quale si trovano…

E il 20% di differenza tra i due è motivato, pare, secondo questa lettura, dal fatto che, come si dice volgarmente, i pantaloni sembra portarli Hillary e Barak non ama alzare troppo la voce[142].

E, nell’ennesimo approccio, del tutto privo di sofisticazione e di sottigliezza, che connota ormai la diplomazia americana nel suo stato attuale,

Sulla questione degli antimissili americani da piazzare in Polonia, alle frontiere russe, dopo il nyet reciso e durissimo del Cremlino, stavolta lo sgambetto – decisivo – al presidente lo tira il Congresso. Cancellando, a larga maggioranza, gli 85 milioni di dollari specificamente richiesti e destinati alla costruzione del sito antimissilistico da piazzare in Polonia compresi dentro i 310 milioni indirizzati allo sviluppo dei piani di difesa missilistica in Europa.

Il tutto era compreso all’interno dei 410 miliardi di dollari chiesti dal presidente per le operazioni del Pentagono nell’anno fiscale iniziato il 1° ottobre[143] e di tutto solo questo articolo è stato cancellato. Stavolta, il Congresso è dello stesso identico parere dei russi: in Polonia, no.

Poi, c’è stata anche la richiesta di rifletterci sopra del nuovo governo polacco, da Mosca molto apprezzata e molto meno da Washington. E, verso il 20 novembre, è arrivata a Mosca una proposta americana di aggiustamento della questione antimissili, formalizzata verbalmente già a fine ottobre in un lungo e difficile incontro con Putin dalla ministra degli Esteri e da quello della Difesa americani.   

Mosca aveva apprezzato il tentativo di mediazione. Lo aveva fatto ufficialmente comunicare ai media il portavoce stesso del Cremino e l’aveva positivamente commentata il ministro della Difesa, Lavrov: si lavorava su una proposta che (condizionata all’assenso polacco: problema aperto ma ora, per lo meno rimandato dagli stessi polacchi) avrebbe consentito ai russi:

• di ispezionare (ma – dicevano in  sostanza gli americani – solo con preavviso) regolarmente i siti missilistici americani;

• di integrare (che vuol dire esattamente, tecnicamente, però, chiedevano i russi?) i sistemi di difesa missilistica dei due paesi e della NATO; e

• di ritardare l’attivazione dei sistemi americani a quando fosse chiaro (a chi? agli USA? alla Russia? o agli USA e alla Russia, insieme?) che l’Iran s’era effettivamente dotato di missili capaci di raggiungere il territorio europeo.

Problemi aperti, dunque, ma dei quali poteva – si sarebbe potuto – utilmente discutere.

Poi, il 23 novembre, i russi a vertono che la proposta scritta americana ufficiale “non corrisponde” a quanto era stato personalmente presentato a Putin da Rice e Gates. Tutti i punti che erano rimasti aperti – e che qui abbiamo indicato in estrema sintesi (il preavviso; il significato di “integrazione”; a chi spettava la decisione “operativa”) – venivano risolti dagli americani in maniera che i russi hanno giudicato “inaccettabile[144] (il preavviso ci deve essere…; se un sistema è integrato o no spetta deciderlo ai tecnici americani; e, naturalmente, sono loro a dire se l’Iran si è o no dotato, ecc., ecc.). 

Non si capisce, del resto, perché mai la Russia dovrebbe accettare una proposta americana che, alla fine, le chiede di accogliere alle porte, letteralmente, di casa sua di missili – pur antimissili – americani a lunga gittata…

Col voto del Congresso, poi, che rende chiarissima una posizione tanto più prudente e assennata di quell’avventurista del presidente, posizione resa inagibile ormai, almeno nel futuro immediato, anche dall’esito delle elezioni polacche, perché avrebbe dovuto? la motivazione ufficiale è diversa e mette in mora la credibilità stessa – di più, la buona fede sembrerebbe – delle posizioni americane. Da Washington, in effetti, nessuna risposta, se non un no comment che non si sa se più stizzito o più imbarazzato…

La spesa complessiva degli Stati Uniti (resa nota ufficialmente) per i propri servizi di intelligence ammonterà, per il 2007, a 43,5 miliardi di dollari. Lo ha dichiarato al Congresso, in base a una legge che gli impone di rendere pubblica la notizia accogliendo le raccomandazioni avanzate a suo tempo dalla Commissione di inchiesta sull’11 settembre, il Direttore-coordinatore dei servizi segreti, Mike McConnell[145].

Che nella sua audizione ha solo comunicato la cifra ufficiale, per poi subito abbandonare il tavolo dei testimoni senza accettare di rispondere ad alcuna domanda del Congresso…, sollevando grosso ma, anche come al solito, impotente clamore…

Alla fine, come era prevedibile, dato il livello imbarazzante di pusillanimità diffusa tra molti democratici, il candidato di Bush come ministro della Giustizia è passato prima alla Commissione senatoriale Giustizia[146] e, poi, al Senato (53 voti contro 40 – di cui 6 democratici – e 7 non votanti)[147].

L’approvazione della candidatura sembrava compromessa dal rifiuto del candidato, un giudice repubblicano e conservatore di Corte d’appello però considerato una persona decente, a pronunciarsi sul fatto se la tortura cosiddetta del waterboard – che secondo il suo predecessore dimissionario/to e la Casa Bianca non è tale: perché ufficialmente loro non la considerano tale… – fosse effettivamente tortura.

Il waterboard è una tecnica diffusa nei cosiddetti interrogatori “sotto coercizione”, o “forzati”, inventata tanti anni fa dalla CIA presso la sua scuola delle Americhe, a Fort Benning, in Georgia, dove ha addestrato per anni alla tortura, negli anni dai ‘60 agli ’80, centinaia di militari sudamericani (appunto, i torturatori diventati maestri poi di El Salvador, Guatemala, Nicaragua, Argentina, Brasile, Cile…) ed ora chiusa (in realtà trasferita, di volta in volta, qua e là… in giro per il mondo) ma ancora molto praticata contro i “sospetti” di terrorismo…

Mukasei aveva sostenuto di non poter esprimersi sulla natura della bestia finché non ne avesse ricevuto una descrizione “ufficiale” dalle carte del ministero della Giustizia: cioè finché la sua nomina presidenziale non fosse stata approvata dal Senato come ministro della…Giustizia.

Alla fine il problema dei democratici, diciamo – per intenderci fra noi – il problema della sinistra di questo paese, è che non trovano il coraggio di fare quello che ha fatto, e con successo, la destra. In sostanza, e semplificando enormemente, ed anche un po’ – ma solo un po’ – grossolanamente, Clinton a suo tempo gestì in modo più umano, le scelte conservatrici imposte al paese da Reagan.

E loro, i democratici di oggi, si apprestano a fare lo stesso con le politiche non solo conservatrici e reazionarie ma anche qualche po’ mentecatte di Bush jr: in politica interna, come per la nomina di giudici che, magari, loro non nominerebbero ma di cui alla fine approvano la nomina anche se si tratta di gente che non ha il coraggio civile di dire che la tortura è tortura; e, in politica estera, non hanno il coraggio, pur avendone i numeri, di bloccare le scelte disastrose, letteralmente mortali, del presidente solo perché riesce a farle ancora ammantandosi a stelle e strisce.

In altri termini, se volete, ai democratici manca chi agisca… come Bush. In un saggio recente del NYT, viene ricordato in poche parole, e fra virgolette, il suo programma del 2000: “Nel corso del suo primo mandato, uno dei suoi massimi consiglieri sintetizzava così la filosofia che dominava alla casa Bianca: ‘Questa presidenza non è programmata per essere una presidenza al 55%. Questa presidenza si è invece disegnata per essere una presidenza che traduce in leggi al massimo possibile quel che noi crediamo e vogliamo con il 50% più uno del paese e del Congresso’ [148].

Bé, il fatto è che non hanno più quel 50% più uno: né nel Congresso né nel paese. Lo sanno loro, lo sanno i democratici. Ma non hanno né la forza morale né la lucidità per tirarne le conseguenze e rovesciargliele addosso. Subito nelle scelte politiche, bloccandogli e annullandogli le leggi che non condividono come, ormai, la maggioranza del paese. E domani, alle elezioni, con questa linea zigzagante e moscia, chi sa se riusciranno a batterlo...

Non esce ancora fuori chiaramente in questi precisi termini. Ma, nel dibattito che porterà tra qualche settimana alle primarie e poi, tra qualche mese, alla scelta finale del candidato democratico, ci si sta ormai andando vicino.

Nello scontro di idee che, a metà novembre, ha contrapposto a Las Vegas, sponsorizzato dalla CNN e ritrasmesso sulle TV nazionali, Clinton, Obama, Edwards, Biden ed altri tra i candidati democratici ancora in corsa, è suonata forte e fresca la voce del sen. Edwards quando ha detto che “per tutti noi in questa stanza, e per tutti coloro che votano democratico, c’è una scelta fondamentale da fare ed è quella su chi crediate che se la prenderà, ma a fondo, con questo sistema; quand’è, insomma, che il nostro partito, mostrerà un po’ di spina dorsale, di coraggio e di forza e prenderà a parlare per tutta le gente che è stata condonata a restare indietro?”.

Una parentesi. Questo è un punto di vista ancora non proprio condiviso, però. Barack Obama, ad esempio – e questo, secondo chi scrive, è un punto debole di una posizione altrimenti piuttosto forte – continua a predicare che bisogna cercare il consenso in una fase in cui proprio il consenso non sembra né realmente possibile né realmente desiderabile.

Perché, nella visione che ne porta avanti la parte, diciamo, conservatrice nella frattura culturale, politica e sociale che c’è nella società odierna – in America ma anche in Italia – è che la concezione dell’essere bipartisan equivale a trovare il consenso ma dando alle destre quello che vogliono.

E, intervenendo nel dibattito verso la fine, il sen. Biden, che è improbabile riesca ad essere il candidato democratico alla Casa Bianca ma è uno che conta, e molto, nel partito e al Congresso (è presidente della Commissione Esteri del senato) promette, seccamente e finalmente, che se Bush “portasse il paese in guerra con l’Iraq – ma vuole dire l’Iran – fa notare il giornale… e l’ equivoco è assolutamente rivelatore anche della stessa cattiva coscienza della sua parte – senza un voto del Congresso, che non ci sarà mai, allora lo dovremo mettere sotto accusa” (impeachment).

Era ora, no?

GERMANIA

In applicazione di una legge da poco in vigore, quasi “copiata” da quella recentemente approvata in America ma molto più rigorosa, non esigendo dai testimoni che chiama a deporre solo dichiarazioni ma documentazione e deposizioni giurate con poteri di inchiesta , il servizio segreto tedesco, il BND, dalle iniziali di Bundesnachrichtendienst, sta preparandosi ad una riforma radicale, anche dopo non pochi scandali (lo spionaggio illegale di giornalisti, azioni “inappropriate” in Afganistan, ecc.) che ne hanno coinvolto dirigenza e agenti.

Verranno sforbiciati i vertici, disarticolati in dodici gli esistenti otto reparti e rimosse le barriere tra agenti che raccolgono informazioni ed agenti che le analizzano. La riforma della BND, che ha sei mila operatori, andrà a regime a fine 2009, l’anno delle prossime elezioni politiche e tre anni prima di completare il trasferimento della BND dal villaggio di Pullach presso Monaco di Baviera a Berlino[149].

Sciopero totale del trasporto ferroviario merci proclamato dal sindacato autonomo dei conduttori ferroviari (Gewerkschaft Deutscher Lokomotivführer—GDL) ma seguito, al di là dei confini dei suoi iscritti, anche con modalità qui inconsuete e piuttosto “selvagge”, ma intelligentemente mirato al settore che non colpisce direttamente il traffico viaggiatori, per tre giorni consecutivi a novembre.

Fermi tutti i treni merci e sciopero che verrà reiterato se la Deutsche Bank continuerà a non avanzare nuove offerte per il contratto (allo stato, al massimo un +10% lordo e 2.000 euro di una tantum (la richiesta è di un +31% e di un contratto separato per i macchinisti). La partecipazione larga è stata anche un brutto monito per i ferrovieri della confederazione DGB che difficilmente si faranno sorprendere la prossima volta dall’offensiva del piccolo e combattivo sindacato dei macchinisti: se volete, in Italia, una storia già vista da anni[150]

Con candore che al DGB, cui pure il socialdemocratico Wolfgang Tiefensee, è vicino, il ministro federale dei Trasporti ha suscitato non poca irritazione e sospetti dichiarando “immenso”  l’impatto economico dello sciopero dei macchinisti autonomi. “abbiamo avuto danni diffusi in tutta l’economia e carenze di rifornimento anzitutto a settori chiave della produzione oltre che problemi di instabilità per tutto il mercato del lavoro”. Ora è importante che ci sia subito la ripresa delle trattative, dice: ogni giorno di sciopero di questa portata costa all’economia – dicono computi economici, di parte industriale però – sui 73 milioni e mezzo di euro.

Probabilmente si arriverà a una conclusione per fine novembre: gli analisti più accreditati parlano, ora, comunque, di un aumento alla fine tra il 15 ed il 20% senza richiesta (c’erano, all’origine, da parte industriale) di aumenti di orario[151]

Intanto, crisi nell’SPD dove Franz Münterfering, il vice-cancelliere di Merkel e il suo più stretto alleato tra i socialdemocratici nella coalizione, si è dimesso per prendersi cura maggiore della moglie malata. E’ vero. Ma è anche vero che la notizia arriva subito dopo che il vice-cancelliere ha perso il braccio di ferro interno all’SPD con Kurt Beck, governatore della Renania-Palatinato e rieletto con voto segreto del 95,5% come presidente del partito che, ora, vuole spostare nettamente più a sinistra.

Siamo di nuovo qui, e sappiano tutti – e tutte [parlava rivolgendosi a tutte perché, però lo ascoltasse una di nome Angela] – che la SPD è tornata con i suoi valori”. Che, per chiarezza anche se un po’ più velatamente, esplicita essere quelli di prima di Schröder, non solo di prima di Merkel: queli di Willi Brandt e di Helmut Schmidt… E si riaprono le crepe interne, già evidenti, nella coalizione[152].

Riforme, dunque, sì. Ma soprattutto, e proprio, di politica economica. Si tratta di dare priorità, in buona sostanza, alle richieste socialdemocratiche di prolungamento del sussidio di disoccupazione previsto per i lavoratori più anziani, di aumento del salario minimo, di rafforzamento degli aiuti all’infanzia…; mentre, secondo le richieste dei cristiano-democratici, si dovrebbe pensare anzitutto a portare a conclusione la privatizzazione delle ferrovie, della Deutsche Bahn, e poi a privatizzare il resto…  

Ma l’unica misura su cui le due ali della coalizione governativa hanno, alla fine, trovato l’accordo è stata per fine novembre di sospendere l’applicazione di sgravi fiscali per i lavoratori pendolari. La Merkel ha insistito che non accetterà di frenare, e tanto meno di rovesciare, le riforme economiche e che le reali priorità – congiunte dovrebbero essere – sono il taglio della disoccupazione (sembra il dibattito nostro critico o più tollerante sulla precarietà…), stimolare la crescita (già, ma come?) e mantenere un solido equilibrio delle finanze pubbliche (a spese di cosa, però?)[153].

Intanto, a Lipsia, a inizio mese si è anche svolto il congresso del sindacato metalmeccanico, l’IG-Metall, sotto lo slogan che Il futuro ha bisogno di giustizia—Zukunft braucht Gerechtigkeit, che è in sé tutto un programma.

Il tema che è sembrato realmente quello centrale del congresso è emerso nel discorso-piattaforma tenuto dal presidente Huber, rieletto col 92% dei voti.

Non è possibile, nell’ambito di questa nota, dare conto di tutti i temi del congresso, se non poer accennare che sono raggruppati in sette risoluzioni (politica sociale e politica sindacale generale; politica economica e del lavoro; politica contrattuale; politica sociale; politica economica e della codeterminazione (Mitbestimmung); politica organizzativa e del proselitismo; formazione e qualificazione professionale)[154].

I concetti veramente chiave sono:

• riorientare le politica contrattuale verso l’azienda. Se il futuro ha bisogno di giustizia, “la giustizia ha bisogno di sindacati forti”. E i sindacati sono forti, l’IG-Metall in specie, se hanno la base “nelle aziende”. Certo, bisogna prendere atto che il contratto nazionale (qui Flächentarifvertrag, contratto d’area) in questi ultimi anni “ha perso progressivamente vigore”. E quindi che, ormai, il futuro è qui: nel rafforzare il contratto d’azienda in modo che la copertura nazionale resti valida pur risultando, forse, più di fatto che altro;

• altro concetto chiave, la  differenziazione: “il mondo del nostro lavoro è oggi differenziato in grado elevato”. Condizioni di lavoro alla catena, nei reparti di ricerca e sviluppo differiscono in maniera profonda. Operai in produzione, tecnici esperti, occupati nei servizi: tutti hanno bisogno di regolazioni contrattuali affidabili. Ma bisogni, attese e salari sono assai differenti. Gli iscritti, però, vanno coinvolti in una discussione che li tocca tutti…; 

• rafforzare il proselitismo: ogni iniziativa deve essere guidata dalla domanda “se  quel che faccio produce iscritti”. E se li produce “anche tra i giovani” I tempi incalzano: ogni anno escono dal mondo del lavoro dai 40 ai 50.000 iscritti; di giovani iscritti ne entrano appena 20.000;

•  le 35 ore: che non possiamo considerare, anche se qualcuno si attarda a farlo, come “un ostensorio da portare in processione”. Abbandonare l’obiettivo, allora? No! “con le 35 ore la IG-Metall ha posto una pietra miliare sulla via che conduce ad un tempo di lavoro a misura d’uomo:  per cui se non sono un simulacro, sono il risultato di un duro conflitto contrattuale. Da riconquistare ogni giorno”; ma la realtà è che “a fronte di un orario contrattuale di 35 ore settimanali, sta una media di 39,9 ore effettive”.

    E, allora, piuttosto, “limitare il tempo di lavoro con maggiore rigore soprattutto là dove ogni minuto in più di tempo di lavoro è un’imposizione. Per le attività con elevata dose di creatività dobbiamo pensare a nuove regolazioni del tempo di lavoro”: è qui, “nei settori a più elevata qualificazione, che i nostri classici strumenti di regolazione spesso non incidono”. Le 35 ore rimangono come orario contrattuale di riferimento;

• le deroghe al contratto d’area (nazionale): l’accordo con gli imprenditori metalmeccanici di Pforzheim, del 2004, che stabiliva criteri rigorosi per eventuali deroghe al contratto d’area in casi precisi (crisi aziendali, investimenti importanti) ha dato un bilancio positivo. Ha frenato, e con qualche efficacia, le pressioni padronali per aumenti del tempo di lavoro e/o riduzioni di salario (insomma, i riduzione del costo del lavoro) sotto il ricatto della delocalizzazione.

    “Con Pforzheim”, ha detto Huber, anche contro molte nostre paure interne, “abbiamo imposto la nostra sovranità sulle deroghe al contratto d’area: che non possono più verificarsi senza il consenso della IG-Metall”.

• E Pforzhein è diventato parte del processo, insieme, di “politica contrattuale e politica industriale attiva”. Perché alle deroghe fanno riscontro importanti contropartite. “A fronte delle deroghe pretendiamo certezze sull’occupazione, progetti realizzabili per il futuro, garanzie di investimento e di innovazione, più posti di apprendistato. Concordiamo investimenti nell’ordine di miliardi di euro. E sono tutti investimenti sul futuro. Con ciò salvaguardiamo centinaia di migliaia di posti di lavoro. E poniamo anche le premesse per nuova occupazione”.

• Dunque, “non deviamo dalla nostra strada, ma conduciamo il confronto. Ci battiamo per soluzioni contrattuali che diano garanzia per l’occupazione e per il futuro. Ma attenzione: con la IG Metall e con ragionevoli progetti per il futuro. Con impegni vincolanti, e con il coinvolgimento di coloro dei quali qui si tratta: i nostri iscritti”.

In Germania, va detto – più realisticamente di noi? più responsabilmente? meno ideologicamente e  meno idealisticamente, di certo – un dirigente sindacale non concluderebbe mai un discorso sapientemente difensivo e convincentemente offensivo come questo, invocando gli “iscritti”. Evocherebbe, sicuramente, tutti i lavoratori…

FRANCIA

Sarkozy aveva giurato di non “arrendersi” di fronte alla più vasta ondata di scioperi e manifestazioni di lavoratori, pubblici e privati, e di studenti contro i suoi progetti di riforma economica imposta e non concordata in niente con le parti sociali.

La sua agenda di “modernizzazioni” e di incentivi avrebbe finalmente costretto – ha detto così – i francesi a lavorare “meglio e di più”: meno ferie, meno pensioni, salari legati a più lavoro e più precarietà programmata ed a maggiore competitività, insomma – questo non l’ha detto così, ma l’ha reso chiaramente implicito – all’americana: la rivoluzione dell’antiquato settore statale della Repubblica e della struttura dello Stato sociale…

Sarà dura, però. Questi sono francesi, europei e non americani. Che il sistema statale francese sia antiquato è qualcosa che può venire in mente, con qualche verosimiglianza, solo a Wall Street e a Sarkozy: ma a lui solo per ragioni di polemica interna.

A sentire molti, l’opinione pubblica lo sostiene ma poi, a vedere da vicino i sondaggi mirati, in realtà sembra che ognuno poi sostenga la sua ostilità agli scioperi altrui restando affezionato fino alla fine alle proprie rivendicazioni ed ai propri sacrosanti diritti.

E Sarkozy, tutt’altro che sprovveduto, ha annunciato, infatti, che remando contro i suoi stessi proclamati princìpi antistatalisti – ma nessuno davvero ci crede – di voler scavalcare il mercato provvedendo, con la spesa pubblica, a sostenere i bilanci delle famiglie… e la preoccupazione maggiore – su questo la concordanza dei sondaggi è totale – dei francesi: la caduta del loro potere d’acquisto.   

Il problema è che anche qui, come dappertutto nella globalizzazione per i paesi avanzati, i ricchi sono diventati più ricchi, i ceti modi si sono impoveriti e i poveri sono affondati qualche po’ anche e proprio nella miseria. E, insieme, lor signori e il governo in buona sostanza dicono che non c’è niente da fare e che, anche qui, bisogna che pensionati e lavoratori dipendenti stringano ancora un poco la cinghia.

Ma come dappertutto, anche qui – e da noi pure di più – nessuno crede che questi risparmi sarebbero poi (nel secondo dei due tempi della politica che porta questo nome: quello che poi non arriva mai…) investiti a creare lavoro non indecentemente precario: sul welfare, su un sostegno vero ai disoccupati (che comunque in Francia, rispetto al nostro, è ben altra cosa).

E la protesta, così, ha dilagato[155]

Ad essa inopinatamente, ma poi neanche troppo, si è aggiunta la nuova rivolta delle banlieues, scatenata non tanto dalla morte di due ragazzi travolti da un auto della polizia alla periferia di Parigi, quanto dall’impressione diffusa che nessuno, anche stavolta, avrebbe chiamato i poliziotti a risponderne come cittadini normali e responsabili: che le autorità si disponessero ad insabbiare tutto.

Lo stesso meccanismo di sospetto e di rivolta che la morte, probabilmente accidentale, del giovane tifoso laziale all’autogrill dell’Autostrada del Sole aveva scatenato fra molti giovani, tifosi e no, in diverse città qui da noi: la sensazione – alla fine presto corretta: ma il tentativo era stato anche troppo palese e troppo maldestro – che la polizia facesse di tutto per nascondere la verità e garantire l’impunità ai suoi…

Ma il problema di fondo, sul piano sociale e politico, che Sarkozy era convinto di essere riuscito ad esorcizzare è stato la paralisi della Francia, per due volte in meno di un mese, a causa di scioperi di massa convocati dai sindacati ma anche “selvaggi”, a sfidare i piani di riforma (non le riforme: non ne è stata fatta nessuna… e questo è il punto) annunciate da Sarkozy delle pensioni del settore pubblico. Trasporti e energia per primi, ma, poi, quasi tutti i settori del pubblico impiego.

Sarkozy, si mostra programmaticamente inflessibile (mi hanno eletto e, quindi, decido io: “non cederò e non farò marcia indietro”… pare di riascoltare qualcuno dal  nostro lato d’oltralpe, del nostro recente passato) ma, pragmaticamente, ha aperto la trattativa: sui “dettagli”, dice[156]... E, nei fatti, dopo più di una settimana di blocco dei trasporti pubblici, si è ricominciato a trattare.

Il nodo di fondo qui, come da noi, si può forse sciogliere. Però, non si può tagliare. Questa non è la Gran Bretagna di Thatcher, Sarkozy non è Thatcher, e non siamo negli anni ‘80 col loro liberismo rampante. Sarkozy ha scelto un fronte che si scontra con tutta la tradizione francese che dalla rivoluzione del 1789, se non altro a livello di legenda populi, trasferisce a generazione dopo generazione – ed anche alle generazioni immigrate – il valore “repubblicano” dell’eguaglianza e della giustizia sociale

Sarkozy non ha (ancora?) imparato, ma qualche volta anche altri – da Merkel a Prodi, per non dire di  Berlusconi ovviamente – che quanto lui – loro – vedono come un freno alla crescita ed un peso per il paese,  la “gente”, il “popolo”,  i “cittadini”, lo considerano come parte integrante – anche se, magari, da riformare – della loro tradizione più vera dello Stato repubblicano e della propria vita. E di quella che vogliono per i loro figli.

Non sarà che la coincidenza, altrimenti inspiegabile, della rivolta in massa dei giovani delle banlieues, delle rivolte contro il taglio al welfare e ai “privilegi” sociali (le pensioni anticipate del personale dell’Opéra de Paris che risalgono al Re Sole: ma che la gente sente largamente come assai meno sconce di quella che ormai da noi si chiama la “casta”), della rivolta contro la predica del “lavorare di più e guadagnare di meno per più competitività”, costituisce un indice chiaro di quanto non vedono o, deliberatamente, negano in massa i media controllati dagli amici di Nicolas Sarkozy?

Ha scritto un’inchiesta, di grande spessore, durata tre anni e sintetizzata adesso in un libro appena uscito[157] che ritraccia la storia della strada come luogo della contestazione e della rivolta, dell’ordine e del disordine e del mantenimento dell’ordine come strumento politico, che i manifestanti quelli del sociale come quelli del disagio dei francesi di seconda e terza generazione ghettizzati nelle banlieues stanno semplicemente copiando quei politici e/o politicanti come Sarkos che usano i media ogni giorno e giorno dopo giorno.

Frutto, gli uni e gli altri, di una società che ha sviluppato la cultura della gratificazione immediata. E dell’impazienza, quella di Sarkozy come quella dei giovani rivoltosi, che ne fanno tutti una virtù. O quasi.     

GRAN BRETAGNA

A settembre la produzione industriale cade dello 0,5%  e,  rispetto allo stesso mese di un anno fa, va sotto dello 0,3%[158].

L’inflazione aumenta dall’1,2% di settembre al 2,1 anno su anno ad ottobre e la Banca centrale confessa che, a breve termine, resterà sopra il target del 2%[159].

Sempre lo stesso mese il paese registra il suo peggiore sbilancio commerciale da quando questa particolare statistica è stata storicamente raccolta.[160].

Sul piano politico, e nella sintesi di un foglio pure aperto alle esigenze ed alle sensibilità del Labour[161], e proprio e soprattutto del New Labour, risulta già del tutto annullato il balzo in avanti che ai laburisti aveva garantito il cambio a Downing Street tra Blair e Brown.

Sull’Europa, in particolare, si è aperta una fase di sordo – e poi non tanto sordo ma addirittura pubblico, ed ormai pubblicizzato, conflitto – tra il ministro degli Esteri Miliband ed il primo ministro Brown. Questi ha imposto a quello di lasciar cadere, da un discorso che teneva a Bruges in Belgio, tutti i riferimenti “troppo europeisti[162]:

• è caduto così un cauto apprezzamento della necessità e dell’utilità di un qualche “statuto di capacità militari propriamente europeo”, militarese stretto per obiettivi comuni di investimenti in R&S e addestramento congiunto (sono ostili gli americani, che non sarebbero rappresentati; ed è contro, non solo chi è paficista deciso ma anche chi frena qualsiasi contenuto propriamente comune di qualsiasi politica europea);

• identica storia per il riferimento alla capacità dell’Europa di fissare “standards suoi propri per il resto del mondo”: richiamo socio-economico evidentemente sgradito a chi, come il PM, respinge l’idea stessa di un qualcosa di sociale propriamente europeo;

• e, per lo stesso motivo, è saltato anche il rimando più direttamente strategico all’Europa come “potenza modello”, ammorbidito obbligatoriamente in “una potenza regionale modello”…

Chiaro no, il sentimento profondamente antieuropeista e più che euroscettico di un atlantismo sempre e comunque allineato e coperto, che c’è dietro queste imposizioni dall’alto? E chiara la figura di tolla per quel poveraccio del giovanissimo ministro degli Esteri?

Giorni prima, e sempre con Brown che lo bacchettava pubblicamente, aveva dovuto fare marcia indietro il ministro per la Sicurezza, noi diremmo il ministro degli Interni, Alan West, costretto a “chiarire” come, dicendo di non essere convinto dal bisogno reale promulgato da Brown di prolungare il fermo di polizia dai 28 giorni attuali a 52, in realtà non voleva proprio dire così…    

I conservatori sono in testa (al 37%, se si votasse oggi, ma in calo di un punto comunque) e i laburisti sono al punto più basso da diciannove anni (al 31%, ma in perdita di ben quattro punti). La novità più novità è che il terzo partito, i liberal-democratici, anche in una situazione nella quale non sono ancora riusciti ad eleggersi un nuovo leader, sono saliti di tre punti percentuali: al 23%[163].

Si tratta naturalmente di dati ancora assai ballerini che cambiano anche notevolmente di mese in mese, perfino di giorno in giorno. Ma mettono in evidenza un trend contro il quale i laburisti dovranno imparare a battersi in modo drasticamente nuovo.

Novità che non emerge affatto, ancora, ed anzi evidenzia proprio continuità col più soft – rispetto a Blair – ma altrettanto subordinato allineamento su Washington per la politica estera (questa è oggi la differenza maggiore con i liberal-democratici, che vogliono una cesura netta), con una tentazione diffusa a ridurre le garanzie di libertà in nome della sicurezza civile, con una linea di condotta “morale” del Labour che non è per niente cambiata (le mazzette alla e dall’Arabia saudita per garantirsi commesse industriali; i posti di prestigio, i seggi alla Camera dei Lord, venduti in cambio di contributi al partito, ecc.     

GIAPPONE

Il PIL è cresciuto dello 0,6% nel terzo trimestre, del +2,1% rispetto allo stesso trimestre del 2006[164].

Il surplus commerciale è salito di ben il 66,1% in un anno, per il terzo mese consecutivo, a 9,4 miliardi di dollari[165], con le esportazioni al massimo di sempre e, insieme, il massimo valore dello yen sul mercato dei cambi.

L’opposizione, che alla Camera alta è maggioranza, ha annunciato che è lì che boccerà nuovamente la legislazione che il governo ha ripresentato e fatto approvare alla Dieta per rinnovare e riattivare il sostegno logistico della marina alla guerra americana in Afganistan (rifornimenti alla marina statunitense nell’Oceano indiano)[166].

Il margine di manovra del governo di Yasuo Fukuda, del resto, era stato fragilizzato dallo scandalo che ha visto arrestare, per malversazione e truffa, un altissimo esponente del ministero della Difesa – legato al partito di governo per antonomasia qui, il liberal-democratico – che, sistematicamente,       ha scremato miliardi di yen e fatto la cresta a spese del pubblico erario[167].


 

[1] New York Times, 7.11.2007, J. Mouawad e J. Werdigier, Warning on Impact of China and India Oil Demand Allarme sull’impatto di Cina e India sulla domanda di greggio.

[2] The Observer, 11.11.2007, T. Webb, Opec under pressure as $100 barrel creates oil panic in the West L’OPEC sotto pressione col barile di greggio a $100 che getta il panico in occidente.

[3] New York Times, 13.11.2007, J. Mouawad, Oil Drops on Lower Demand Forecast Il greggio cala per la previsione di una domanda più bassa.

[4] la Repubblica, 20.11.2007, I paesi arabi pronti allo strappo: ‘dollaro debole, ci sganceremo’[sarà…].

[5] BusinessWeek.com, 20.11.2007, Will OPEC dump the dollar? L’OPEC scaricherà il dollaro? (cfr. www.businessweek. com/globalbiz/content/nov2007/gb20071120_087338.htm?chan=globalbiz_europe+index+page_companies/).

[6] New York Times, 9.11.2007, J. Mouwad, Rising Demand for Oil Provokes New Energy Crisis La domanda crescente di greggio provoca nuove crisi energetiche.

[7] RIA Novosti, 8.11.2007, Giant Oil Field Discovered in Brazil— Giacimento petrolifero gigante scoperto in Brasile (cfr. http://en.rian.ru/world/20071108/87236504.html/).

[9] Rapporto della Commissione europea sulla produttività, 5.11.2007, in Corriere della sera, 6.11.2007, Sorpresa: L’Europa più produttiva degli USA; e Il Sole 24Ore, 6.11.2007, Italia in affanno nella UE.

[10] The Economist, 10.11.2007.

[11] Agenzia ANSA, 16.11.2007, Pena di morte: ONU approva moratoria [e non è vero…], vittoria dell’Italia [ed è vero solo in parte ma, soprattutto, è prematuro] (cfr. www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualiz za_new.html_65189250.html/).. Insomma, avrete capito noi non vogliamo farci, né vogliamo incoraggiare illusioni sull’esito finale: anche perché siamo convinti che la vittoria parziale sia stata possibile proprio, e solo proprio, perché, appunto, parziale…

    Fra i contrari i sei paesi che tra di loro collezionano il 91% delle cosiddette “esecuzioni di giustizia” nel mondo: Cina, USA, Pakistan, Sudan, Iraq e Iran. Oltre, per citarne soltanto alcuni, Afganistan, Arabia saudita, Corea del Nord, Etiopia, Giappone, India, Indonesia, Libia, Mongolia, Myanmar (Birmania), Siria: come si vede, tutti campioni di democrazia e rispetto dei diritti umani nel mondo…

    Gli Stati Uniti, bontà loro, hanno riconosciuto le buone intenzioni degli sponsor della risoluzione, ma hanno  sottolineato (ovvio e assolutamente banale) che il diritto internazionale non proibisce la pena di morte (se è questo, però, il diritto internazionale proibisce l’invasione di altri paesi… ma tant’è).

    Il delegato di Singapore s’è congratulato vivamente con i proponenti della risoluzione per la loro grande “vittoria di Pirro” come, speriamo sbagliando naturalmente, l’ha chiamata dimostrando, se non altro, una certa familiarità coi classici d’occidente.

    E il rappresentante della Santa Sede ha potuto salvarsi dall’esprimere un inconcepibile no alla risoluzione – aveva reclamato l’equivalenza di ogni esecuzione sulla base dell’equazione pena di morte=aborto) solo per il fatto che il Vaticano non ha diritto di voto alle Nazioni Unite (Comunicato stampa dell’ONU, che elenca anche paese per paese voti e dichiarazioni di voto all’All. IX, cfr. www.un.org/News/Press/docs/2007/gashc3906.doc.htm/). 

[12] OCDE, 11-12.11.2007, R. Doornbush e R. Steenblik, Biofuels: is the cure worse ghan the disease? Biocombustibili: ma la cura non è peggio della malattia? (cfr. www.foceurope.org/publications/2007/OECD_Biofuels_Cure_Worse_ Than _ Disease_Sept09.pdf/).  

[13] Granma, 29.3.2007, F. Castro, Condemnados a muerte prematura (cfr. www.granma.cubaweb.cu/2007/03/29/nacion nal/artic11.html/).

[14] New York Times, 29.10.2007, D. Barboza, China Arrests 774 in Food and Drug Crackdown La Cina opera 774 arresti nella repressione di alimentari e medicinali scaduti o guasti.

[15] Chinaorg.cn, 1.11.2007, Guangzhou, foreigners required to declare tax— A Guangzhou, gli stranieri dovranno dichiarare le tasse (cfr. www.china.org.cn/english/business/230243.htm/).

[16] New York Times, 6.11.2007, PetroChina Shares Triple in DebutLe azioni della PetroChina triplicano il loro valore al debutto.

[17] Agenzia Xinhua, China Daily, 21.11.2007, China encounters oil shortages— La Cina fa fronte alla scarsità di benzina (cfr. www.chinadaily.cpm.cn/). 

[18] The Economist, 10.11.2007.

[19] Mach’006.Business, 26.11.2007, EU to get tough on trade with China— L’UE intende fare la dura sul commercio con la Cina (cfr. http://business.maktoob.com/News-20070423132402-EU_to_get_tough_on_trade_with_China.aspx/).

[20] Yahoo!7Finance, 19.11.2007, Beware of Russian investments, but…— Attenti agli investimenti russi, ma… (cfr. http://au. biz.yahoo.com/financenews/sectors_media.html/).

[21] Agenzia RIA Novosti, 30.10.2007, Russian, U.S. experts to play war games in Moscow Esperti russi ed americani si esercitano a Mosca in giochi di guerra (cfr. www.en.rian.ru/russia/20071030/85903193.html/).

[22] Interfax, 19.9.2007, Russia could return to CFE if partners ratify its adapted version—La Russia potrebbe tornare ad osservare il trattato CFE se i vari cofirmatari ne ratificano la versione [che essi stessi hanno voluto] adattata (cfr.www. interfax.ru/e/B/politics/28.html?id_issue=11860425/).

[23] EIN News.com, 12.11.2007, Nukes must stay within national borders, says Russian army chiefLe bombe nucleari devono restare nei confini nazionali, dice il capo dell’esercito russo (cfr. www.einnews.com/czech/newsfeed-czech-military/).

[24] Forecast Earth, 20.11.2007, (A.P.), B. Herman, Quest for energy off Russia's Far East Sakhalin Island overcomes obstacles—  Supera gli ostacoli la ricerca di energia al largo dell’isola russa di Sakhalin in Estremo Oriente (cfr. http://climate.weather.com/articles/energy112007.html/).

[25] Interfax, 31.10.2007, UkrGaz-Energo repays large part of debt to RosUkrEnergoUkrGaz-Endergy ripagherà larga parte del debito verso la RosUkrEnergo  (cfr. www.interfax.com/3/330403/news/aspx/).

[26] RIA Novosti, 8.11.2007, Ukraine, gas costs, Russia… (cfr. http://en.rian.ru/world/20071108/87236504.html/).

[27] The Economist, 17.11.2007.

[28] EU cuts forecasts, blames oil & subprime markets L’UE taglia le previsioni, dà la colpa al petrolio e ai mercati dei subprime (cfr. www.money.cnn.com/2007/11/09/news/international/bc.apfn.eu.fin.eco.eu.economy.ap/index.htm/).

[29] Eubusiness.com, 31.10.2007, Eurozone cuts forecastinflation at two year high of 2.6% L’inflazione nell’eurozona al massimo da due anni, col 2,6% (www.eubusiness.com/Factsfig/1193825827.58/).

[30] New York Times, 30.10.2007, S. Castle, European Steel Makers Urge Tariffs on Chinese Imports— I fabbricanti europei di acciaio premono per tariffe all’importazione sull’import cinese.

[31] Xinhua.Net,  3.11.2007, EU-China Summit to finalize key projectsIl vertice UE-Cina concluderà alcuni progetti chiave (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2007-11/13/content_7062243.htm/).

[32] Agenzia Reuters, 20.11.2007, D. Ennis, China makes "quantum leap" to avoid toy ban: EU La Cina fa un grande balzo per evitare l’alt al suo export di giocattoli, secondo l’UE  (cfr. www.reuters.com/article/healthNews/idUSL20272196200 71120?feedType=RSS&feedName=healthNews&rpc=22&sp=true/).

[33] Agenzia Stratfor, 21.11.2007, South Korea and EU Trade Talks— Sud Corea e Unione europea, negoziati commerciali  (cfr. www.stratfor.com/products/premium/print.php?storyId=298616/).

[34] Trascrizione della conferenza stampa dell’8.11.2007 (cfr. www.ecb.int/press/pressconf/2007/html/is071108.en.html/).

[35] New York Times, 8.11.2007, C. Dougherty, European Bank Leaves Rate Unchanged La Banca europea lascia i tassi fermi.

[36] Reuters, 22.11.2007, Airbus CEO says dollar slide ‘life-threatening’ L’amministratore delegato dell’Airbus afferma che la caduta del dollaro è una minaccia per la stessa ‘sopravvivenza’ della sua industria (cfr. www.l.com/article/tnBasic Industries-SP/idUSL2226256520071122/).

[37] EarthTimes, EnergyWatch, 19.11.2007, Greece, Turkey inaugurate new pipeline Grecia e Turchia inaugurano un nuovo gasdotto (cfr. www.earthtimes.org/articles/show/144707.html/).

[38] Stratfor,  15.11.2007, Turkmenistan: Ready For Direct Natural Gas Sales— Turkmenistan: pronto per la vendita diretta di gas naturale (cfr. www.stratfor.com/products/premium/read_article.php?selected=Situation%20Reports&sitrep=1&id =298326/).

[39] RIA Novosti, 12.11.2007, Russia, Bulgaria could sign South Stream gas deal in January— La Russia e la Bulgaria potrebbero firmare l’accordo per il South Stream a gennaio (cfr. http://en.rian.ru/russia/20071112/87613716.html/).

[40] New York Times, 23.11.2007, J. Dempsey, Eni of Italy signs a pipeline deal with Gazprom L’italiana ENI firma un accordo sul gasdotto con Gazprom.

[41] Borse.it, 22.11.2007, Agenzia ANSA, ENI: nuovo accordo con Gazprom, South Stream più vicino, Scaroni: prime forniture dal 2013 (cfr. www.borse.it/CasoGiorno.php?ID=113039/).

[42] Quimare.com, 23.11.2007, Nord Stream: prossima la firma Olanda-Russia (cfr. www.quimare.com/index.php?/con tent/view/3801/78/).

[43] Friends of the Earth-Europe— Amici della terra-Europa, 30.11.2007, EU Environment Ministers fail to support lifting GM food bans—  (www.foeeurope.org/ in Campaigns/Agrofuels).

[44] New York Times, 27.11.2007, J. Kanter, European official faults ban on genetically altered food— Funzionaria europea [gli americani chiamano funzionari— officials anche i ministri]contro il divieto degli alimenti geneticamente modificati.

[45] Come insegnava Fedro, I, 24.

[46] Stratfor, 22.11.2007, Poland: Ready To Talk With Russia About Meat Ban— Polonia: pronta a discutere con Mosca sullo stop all’import di carni (cfr. www.stratfor.com/products/premium/read_article.php?id=298696/).

[47] New York Times, 10.11.2007, edit., Roses and Reality in GeorgiaGeorgia: le rose e la realtà.

[48] The Economist, 10.11.2007.

[49] New York Times, 14.11.2007, C. J. Levy, Emergency Rule in Georgia to End In Georgia, verso la fine dello stato di emergenza.

[50] Primenews, 7.11.2007, Opposition And Protestors Find Refuge In Kashveti Cathedral— L’opposizione ed i dimostranti trovano asilo nella cattedrale Kashveti (cfr. http://eng.primenewsonline.com/news/121/article/16727/ 2007-11- 07.html/).

[51] Primenews, 12.11.2007,  Dialogue between opposition and majority to resume today Il dialogo tra opposizione e maggioranza riprende oggi (cfr. http://eng.primenewsonline.com/news/121/article/16784/2007-11-12.html/).

[52] EIN News, E.U. Politics Today, 9.11.2007, Mr Olli Rehn EU Commissioner for Enlargement Initialling the SAA with Serbia Initialling Ceremony— Il Commissario all’allargamento dell’UE Olli Rehn sigla l’accordo di stabilizzazione ed associazione con la Serbia (cfr. http://eupolitics.einnews.com/news/olli-rehn/).

[53] la Repubblica, 21.11.2007, M. Marozzi, Dai Balcani a Kabul tra Prodi e Merkel ecco la nuova alleanza.

[54] New York Times, 15.8.2007, C. Dougherty, Europe’s Bank Says Financial Turmoil Largely Over La Banca europea sostiene che le turbolenze del mercato finanziario sono praticamente finite.

[55] New York Times, 27.11.2007, M. Landler, A Banker in G  ermany Says Trouble Is Not Over Banchiere tedesco afferma che i guai non sono finiti.

[56] New York Times, 7.11.2007, Reuters, Strong Growth in Third-Quarter Productivity Forte la crescita della produttività nel terzo trimestre.

[57] New York Times, 16.11.2007, (A.P.), Industrial Production Plunged in October Affonda la produzione industriale ad ottobre.

[58] New York Times, 16.11.2007, M. Grynbaum, Inflation Was Tame in October— L’inflazione è rimasta domata ad ottobre.

[59] New York Times, 7.11.2007, M. Grynbaum, Stocks Tumble on Weak Dollar and Oil Prices I titoli crollano per la debolezza del dollaro e il rialzo del petrolio.

[60] New York Times, 14.11.2007, M. Grynbaum, Stocks Soar on Hopes Fed by Wal-Mart and 2 Banks Le azioni salgono su  indicazioni speranzose di vendite della Wal-Mart e di [rendimenti] provenienti da due banche.

[62] New York Times, 9.11.2007, E. Dash, Wachovia Warns of 1.1 Billion in Credit Losses La Wachowia avverte di perdite di crediti per 1,1 miliardi di dollari.

[63] New York Times, 13.11.2007, Agenzia Associated Press (A.P.), Bank of America to Write Down $3 Billion in DebtLa Bank of America cancella 3 miliardi di dollari in debiti [di crediti, cioè].

[64] New York Times, 14.11.2007, Agenzia Associated Press (A.P.), Bear Stearns to Take $1.2 Billion Write-DownLa Bear Stearns cancellerà 1,2 miliardi di dollari dai bilanci.

[66] la Repubblica, 21.11.2007, V. Puledda, Mutui, allarme continuo, crollano i due big USA. Freddie Mac è il nome popolarmente abbreviato della Federal Home Loan Mortgage Corporation— la Società federale di prestiti ipotecari sulla casa; e Fannie Mae è quello della Federal National Mortgage Association— la Associazione nazionale federale ipotecaria: due grandi fondazioni pubblico-private bancarie create quando l’America era un altro paese, attento alla necessità di aiutare i cittadini a farsi la casa a prezzi abbordabili, nell’ambito dei programmi della “Grande società” del presidente Lyndon B. Johnson, i tardi anni ’60…

[67] New York Times, 21.11.2007, M. Grynbaum, Stocks Fall as Oil Flirts With $100 a Barrel I titoli cadono col flirt del petrolio sui 100 dollari.

[68] New York Times, 18.11.2007, J. Anderson e L. Thomas, Goldman Sachs Rakes In Profit in Credit Crisis La Goldman Sachs rastrella profitti dalla crisi del credito.

[69] New York Times, 22.11.2007, C. Dougherty, $300 Billion in Write-Offs Is Predicted Previste cancellazioni di crediti per 300 miliardi di dollari.

[70] New York Times, 9.11.2007, (A.P.), Trade Gap Narrowed in September— A settembre si restringe il deficit commerciale.

[71] The Economist, 17.11.2007.

[72] Cfr. Nota congiunturale 10-2007, in particolare Nota40.

[73] Guangdong Government may help toymakers sue Mattel Il governo del Guandong potrebbe aiutare i fabbricanti di giocattoli a citare in giudizio la Mattel (cfr. www.chinaknowledge.com/news/news-detail.aspx?id=11375/).

[74] New York Times, 22.11.2007, Agenzia Bloomberg, Economic Forecast Index Sees Weakness Into 2008 L’indice previsionale dell’economia vede debolezza avanzante nel 2008.

[75] Financial Times, 26.11.2007, L. Summers, Wake up to the dangers of a deepening crisis— Svegliatevi [o, anche, svegliamoci] sul pericolo di una crisi che si fa più profonda ogni giorno.

[76] New York Times, 25.11.2007, P. S. Goodman, Trying to Guess What Happens Next Cercando di indovinare quanto accadrà domani.

[77] The Economist, 10.11.2007.

[78] New York Times, 8.11.2007, E. L. Andrews, Fed Chairman Says Economy Likely to SlowIl presidente della Fed dice che l’economia dovrebbe rallentare.

[79] New York Times, 9.11.2007, E. L. Andrews, Fed Chief Warns of Worse Times in the Economy— Il  capo della Fed avverte  che si  annunciano tempi peggiori per l’economia.

[80] New York Times, 15.11.2007, M. Grynbaum, Retail Sales Slip, Signaling Cutback in Holiday Spending Le vendite al dettaglio scivolano segnalando un taglio alle spese natalizie.

[81] The Economist, 17.11.2007.

[82] The Economist, 1.12.2007.

[83] Yahoo!News, 1.11.2007, K. Taha, Kurdish rebels call on Ankara for peace plan— I ribelli curdi chiedono ad Ankara un piano di pace (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20071101/wl_mideast_afp/turkeykurdsunrestiraqpkk/).

[84] Swiss.info, 5.11.2007, Turchia-Iraq: membri PKK lasciano nord Iraq per Iran (cfr. www.swissinfo.org /ita/mondo ag enzie/ detail/ Turchia _Iraq _membri_PKK_.../).

[85] Kurdistan Regional Government.com, 6.11. e 12.11.2007, KRG signs more contracts Il governo regionale curdo firma altri contratti [petroliferi bilaterali, scavalcando cioè il governo iracheno] (cfr. www.krg.org/).

[86] Reuters, 31.10.2007, U.S. giving Turkey intelligence on PKK in Iraq— Gli USA forniscono alla Turchia informazioni sul PKK in Iraq (cfr. www.reuters.com/article/latestCrisis/idUSN31307050/).

[87] New York Times, 7.11.2007, R. A. Oppel Jr., Turkish-Bred Prosperity Makes War Less Likely In Iraqi Kurdistan La guerra nel Kurdistan iracheno è meno probabile con la prosperità economica che viene dalla Turchia.

[88] New York Times, 31.10.2007, A. J. Rubin, Iraqi Cabinet Votes to End Security Firms’s Immunity Il gabinetto iracheno vota per metter fine all’immunità delle ditte di sicurezza private.

[89] New York Times, 14.11.2007, D. Johnston e J. M. Broder, F.B.I. Says Guard Killed 14 Iraqis Without Cause L’F.B.I. asserisce che [il 16 settembre] i guardioni hanno ammazzato senza alcuna ragione 14 [civili] iracheni.

[90] New York Times, 30.10.2007, D. Johnston, Immunity Deals Offered to Blackwater Guards— L’immunità offerta alle guardie della Blackwater.

[91] Kurdistan, Schema-Root news, 7.11.2007, U.S. plans permanent Kurd base in Iraq Gli USA pianificano una base militare permanente nel Kurdistan iracheno (cfr. http://schema-root.org/region/middle_east/kurdistan//).

[92] New York Times, 22.11.2007, A. Ciezadlo, Bagdad Thanksgiving, 2003— Il Giorno del ringraziamento a Bagdad, nel 2003.

[93] New York Times, 21.11.2007, T. L. Friedman, Debating Iraq’s Transition Discutendo della transizione in Iraq.

[94] P. McCartney, Getting better…— Sta andando meglio…(cfr. www.actionext.com/names_p/paul_mccartney_lyrics/get ting _better.html/).

[95] New York Times, 25.11.2007, S. L. Myers e A. J. Rubin, U.S. Scales Back Political Goals for Iraqi Unity Gli USA abbassano gradualmente i loro obiettivi politici per l’unità dell’Iraq [titolo che, però, come al solito dà per scontato che di obiettivi “politici” – unità, libertà, ecc., ecc. – nell’intervento in Iraq ce ne fossero…].

[96] Military.com, 16.11.2007, Basra Violence Down 90% La violenza crolla del 90% a Bassora (cfr. www.military.com/ /NewsContent/0,13319,156377,00.html/).

[97] New York Times, 18.11.2007, S. G. Stolberg, Bush Failed to See Musharraf‘S Faults, Critics Contend— I critici affermano che Bush non ha visto le mancanze di Musharraf  [sì, così: le mancanzefaults…].

[98] New York Times, 5.11.2007, J. Perlez, D. Rhode e S. Masood, Pakistan Rounds Up Musharraf's Political Foes; e D. E. Sanger e D. Rhode, U.S. Is Likely To Continue Aid to Pakistan.

[99] JuristLaw, 3-6.11.2007, Declaration of emergency and Supreme Court Proclamazione sullo stato di emergenza e Corte Suprema, Pakistan (cfr. http://jurist.law.pitt.edu/jurist_search.php?q=declaration%20of%20emergency%20 rule%20 in %20pakistan/).

[100] Guardian, 22.11.2007, J. Orr e M. Tran, Court rules Musharraf can stay on as president— La Corte sentenzia che Miusharaf può restare presidente.

[101] China News, 7.11.2007, Pak PM: emergency neither to delay elections nor to slow down democratic processIl PM pakistano: lo stato d’emergenza non ritarderà le elezioni né rallenterà il processo democratico [ah! ah!] (cfr. http://news.xinhua net.com/english/2007-11/07/content_7023061.htm/). 

[102] Guardian, 20.11.2007, D. Walsh, Pakistan frees 3,000 held under emergency rule Il Pakistan libera 3.000 incarcerati in base allo stato d’emergenza.

[103] New York Times, 5.11.2007, D. E. Sanger e D. Rhode, U.S. Is Likely to Continue Aid to Pakistan Gli USA con ogni probabilità continueranno gli aiuti al Pakistan.

[104] Sulle accuse alla Bhutto, la documentazione più seria su Wikipedia (cfr.http://en.wikipedia.org/wiki/Benazir_Bhutto/).

[105] Gen. Sir A. Skeen, Passing It On Trasmettendo a qualcun altro, Bhavan Books & Prints, India.2004 (per la presentazione, cfr. in www.amazon.com/).

[106] Stratfor, 1.11.2007, 12:38 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[107] Vedi Nota congiunturale no. 11-2007 (cfr. Daily Telegraph, 25.10.2007, T. Coghlan, Afghanistan is lost, says Lord Ashdown— L’Afganistan è perduto, dice Lord Ashdown (per i comunicati e i resoconti degli interventi a Noordvijk dei ministri della Difesa dell’Alleanza, del segretario generale e dello stesso Lord Ashdown, cfr. www.nato.int/docu/ comm/2007/0710-noordwijk/0710-mod.htm/). 

[108] Stratfor, 15.11.2007, 18:36 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[109] New York Times, 10.11.2007, C. Buckley, U.S. Releases 9 Iranians in Iraq— Gli USA rilasciano nove iraniani arrestati in Iraq.

[110] The Observer, 11.11.2007, D. Smith, Iraqi fighters ‘grilled for evidence on Iran’— I combattenti iracheni ‘torchiati alla ricerca di prove a carico dell’Iran’.

[111] C. Beccarla, Dei delitti e delle pene, 1774 (prima che nascessero gli Stati Uniti d’America…), si chiedeva già se “la tortura e i tormenti sono eglino giusti, e ottengon eglino il fine che si propongono le leggi?”(cap. 15).

[112] Stratfor, 7.11.2007, 13:54 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[113] Stratfor, 8.11.2007, 12:15 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[114] The Times, 2.11.2007, R. Beeston, Saudi Foreign Minister Seeks to Avert Iranian Nuke Standoff With Joint Nuke Facility— Il ministro degli Esteri saudita cerca di sbloccare lo stallo sul nucleare iraniano con un’installazione nucleare collettiva di vari paesi [arabi]. 

[115] Yahoo! News, 30.10.2007, F. Dahl, Iran defiant in nuclear talks with Russia— L’Iran ostenta sicurezza nei colloqui nucleari con la Russia (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20071030/ts_nm/iran_nuclear_dc/).

[116] Xinhua, 30.10.2007, China rejects Israeli call for Iran sanctionsLa Cina respinge la richiesta israeliana di sanzioni contro l’Iran (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2007-10/30/content_6975711.htm/).

[117] Ha’aretz (Tel Aviv), 24.9.2007, Egyptian minister: Cairo to start building nuclear powerplant— Il ministro egiziano: Il Cairo comincerà a costruire impianti di energia nucleare.

[118] The Economist, 17.11.2007.

[119] Ne riferisce tra gli altri, il New York Times, 22.11.2007, N. Fahti, Critique of Iranian Leader Reveals Political Rift— La critica alla leadership politica mette in evidenza la spaccatura politica.

[120] R. S. McNamara, 5-6.2005, Apocalypse Soon— Apocalisse presto (cfr. www.foreignpolicy.com/story/cms.php?story _ id=2829/).

[121] /// vedi Rap stampati

[122] Consiglio d’Amministrazione dell’AIEA, 15.11.2007, GOV/2007/58 (per uso esclusivamente ufficiale/distribuzione ristretta), Applicazione delle salvaguardie del Trattato di non proliferazione e disposizioni pertinenti alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 1737 (2006) e 1747 (2007) nella Repubblica islamica dell’Iran, Rapporto del Direttore generale (dal testo completo pubblicato dal NYT, cfr. http://graphics8.nytimes.com/packages/pdf/world/20071115IAEA-report .pdf/).

[123] la Repubblica, 29.10.2007, ElBaradei, ‘Nessuna prova contro l’Iran’.

[125] The Observer, 18.11.2007, J. Powell, Why the West should not fear to intervene Perché l’Occidente non dovrebbe temere di intervenire… [Come se gli interventi condotti finora, non solo Iraq e Afganistan, ma pure Kossovo e Sierra Leone ed altrove, in Somalia e tra Eritrea ed Etiopia, fossero andati minimamente bene… la presunzione!!! Altra cosa, sì altra!, il Libano: lì l’intervento è stato fatto e, come tamponamento d’urgenza, ha pure funzionato perché è stato preparato politicamente tenendo conto, per una volta, dei diritti di tutti – il governo libanese, gli Hezbollah e anche gli israeliani: e non di qualcuno soltanto, Israele… Ma adesso???].

[126] Globe and Mail, 22.11.2007, A plan to attack Iran swiftly and from above Piano di attacco all’Iran: rapido e dall’alto.   

[127] TIME Magazine, 17.9.2006 [già oltre un anno fa] M,. Duffy, What would war with Iran look like?— Come sarebbe una guerra con l’Iran?  (cfr. www.time.com/time/magazine/article/0,9171,1535817,00.html/).

[128] New York Times, 12.11.207, S. Erlanger, U.S. and Israel Play Down Hopes for Peace Talks Le speranze sui colloqui di pace minimizzate da USA e Israele.

[129] New York Times, 24.11.2007, edit., Thinking Beyond Annapolis Pensare al di là di Annapolis.

[130] Il testo integrale, e quanto mai stitico, dell’accordo sul Guardian, 27.11.2007 (cfr. www.guardian.co.uk/print/0,,331 3877566-103552,00.html/); e New York Times, 27.11.2008, Framework Set by Palestinians and Israelis for Peace Talks— Fra palestinesi ed israeliani, definita una cornice per colloqui di pace.

[131] Idem.

[132] Guardian, 19.11.2007, M. Woollacott, Why peace has no price— Perché la pace non ha prezzo.

[133] Guardian, 19.11.2007, S. Freedman, Occupation breeds terror E’ l’occupazione che fa da levatrice al terrore.

[134] Il testo, completo e straordinariamente concreto, che venne allora accettato da palestinesi ed israeliani come del tutto rispettoso del contenuto degli accordi raggiunti, ma che poi non venne mai pubblicato formalmente, una volta bloccato dagli “opposti estremismi” scatenati ma, sostanzialmente, da Ehud Barak che quell’accordo s’era pur adoperato a ottenerlo ma si fece impaurire e condizionare da Ariel Sharon (la passeggiata provocatoria sulla spianata delle moschee) fu quello steso dall’inviato della UE ai colloqui, Miguel Ángel Moratinos, poi ministro degli Esteri di Spagna, pubblicato per la prima volta sul quotidiano israeliano Ha’aretz il 14.2.2002 (cfr. in http://www.mideastweb.org/ moratinos.htm/; e, identico ovviamente, nel testo verificato da parte palestinese, in www.al-bab.com/arab/ docs/ pal /taba2001.htm/).

[135] New York Times, 22.11.2007, H. Cooper, Rice Defends Mideast Peace Talks La Rice difende I colloqui di pace mediorientali.

[136] Guardian, 23.11.2007, P. Walker, Saudis to attend Middle East peace conference I sauditi saranno presenti alla conferenza di pace sul Medio Oriente

[137] Ha'aretz, 23.11.2007, edit., Don’t knock Annapolis Non bacchettate Annapolis.

[138] La prima citazione è di Yossi Alpher, già direttore del Cemtro di Studi strategici di Jaffa dell’università di Tel Aviv; la seconda è di Galia Golan, specialista del Centro interdisciplinare della stessa università a Herzliya. Entrambe in The Scotsman, 27.11.2007, B. Lynfield, U.S. hopes peace talks will forge Arab unity against Iran—  Gli USA sperano che i colloqui forgeranno l’unità araba contro l’Iran (cfr. http://news.scotsman.com/international.cfm?id=1857642007/).

[139] Tecnicamente, più che possibile e anche con meno voti di quelli che sicuramente controllano… sempre se trovano il coraggio di scontentare alcuni (pochi) dei democratici stessi che, nella maggioranza, al presidente tengono bordone (cfr. Nota congiunturale 10-2007, Nota96).

[140] New York Times, 29.11.2007, (A.P.), Bush pushes Dems to OK war funding— Bush preme sui democratici perché diano l’OK al finanaziamento della guerra.

[141] New York Times, 2.11.2007, M. R, Gordon e J. Zeleny, Obama Envisions New Iran Approach—  Obama immagina un  nuovo approccio all’Iraq.

[142] New York Times, 4.11.2007, J. Traub, Is (His) Biography (Our)Destiny?— Ma la (sua) biografia è il (nostro) destino?

[143] Yahoo! News, 6.11.2007, D. Butler, Lawmakers cut missile defense funds— I legislatori americani tagliano i fondi per la difesa antimissilistica [in Polonia] (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20071106/ap_on_go_co/us_missile_defense/).

[144] SpaceWar, 23.11.2007, Russia dismisses US offers on missile defence: reports— La Russia s carta le proposte americane di difesa missilistica (cfr. http://www.spacewar.com/reports/Russia_dismisses_US_offers_on_missile_def ence_reports_999.html/).

[145] CNN.com, 30.10.2007, U.S. intelligence budget tops $43 billion— Il bilancio dell’intelligence americana supera i 43 miliardi di dollari (cfr. www.cnn.com/2007/world/europe/10/30/tuesday/).

[146] New York Times, 7.11.2007, P. Shenon, Senate Committee Approves Mukasey Nomination La Commissione senatoriale approva la nomina di Mukasey

[147] New York Times, 9.11.2007, C. Hulse, Mukasey Wins Vote in Senate, Despite Doubts Mukasei vince il voto al Senato, malgrado I dubbi.

[148] New York Times, 13.11.2007, M. Kakutani, Division of the U.S. Didn’t Occurr Overnight La spaccatura degli USA non è avvenuta da un giorno all’altro (la citazione è anonima, ma corroborata dall’autorevolezza nota dell’Autrice, nella recensione che stila del nuovo libro di R. Brownstein, The Second Civil war— La seconda guerra civile, Penguin Press, 2007. Per onestà, va detto che pur imputando dove è giusto il “peccato originale”, a Bush ed ai suoi ideologi forsennati, Brownstein sembra convinto che sia possibile redimerlo col “volemose bene”: creando consenso invece che imponendo acquiescenza, la tattica di Bush jr. Ma, secondo chi scrive, ormai è troppo tardi per questa tattica. E, certo, non solo in America.

[149] Agenzia United Press International (U.P.I.), 29.10.2007, Germany to reform intelligence service— La Germania riformerà il so servizio di intelligence (cfr. www.upi.com/NewsTrack/Top_News/2007/10/29/germany_to_reform _ intel li gence_service/4227/).

[150] Agence France Press (A.F.P.), 10.11.2007, German workers end freight train strike— I lavoratori delle ferrovie tedesche interrompono lo sciopero del trasporto merci (cfr. http://uasos.com/world/german-workers-end-freight-train-strike-afp.html/).

[151] AdHocnews, 21.11.2007, Weitere Gespräche zwischen Bahn und GDL Nuovi colloqui tra ferrovie e GDL (cfr.  www. ad-hoc-news.de/Marktberichte/14280589/rss/).

[152] la Repubblica, 29.10.2007, Germania, l’SPD svolta a sinistra, a rischio l’alleanza con la Merkel; The Economist, 17.11.2007.

[153] Stratfor, 29.11.2007, 14.15 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[154] Rimandiamo per un’esposizione completa, e insieme sintetica, dei contenuti alla Nota di B. Liverani, L’IG Metall guarda al futuro, sul sito on-line di Eguaglianza&Libertà, 16.11.2007 (cfr. www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id =894/).

[155] Guardian, 21.11.2007, A. Chrisafis, No surrender, says Sarkozy as strike action spreads— Nessuna resa, dice Sarkozy mentre si diffonde l’ondata di scioperi.

[156] The Economist, 17.11.2007.

[157] D. Dufresne, Maintien de l’ordre, l’enquête, Hachette Literature, 10.2007.

[158] The Economist, 10.11.2007.

[159] The Economist, 17.11.2007.

[160] Guardian, 9.11.2007, L. Elliott, Trade deficit hits record £14bn Il deficit commerciale arriva al record di 14 miliardi di sterline.

[161] Guardian, 23.11.2007, W. Woodward, Brown bounce wiped out, poll shows Il balzo in avanti di Brown già cancellato, dicono i sondaggi.

[162] The Times, 16.11.2007, S. Coates, Another Bruges speech stirs up controversy as Brown weighs inUn altro discorso a Bruges scatena controversie per l’intervento di Brown  [il riferimento all’altro discorso di Bruges, è quello al famosissimo intervento antieuropeista che la signora Thatcher tenne, diciannove anni fa, sempre lì, al Collegio d’Europa. Quando, ringraziando per l’invito, osservò che invitarla ere stato come “invitare Gengis Khan a parlare sulle virtù della coesistenza pacifica”…].  

[163] Sondaggio ICM/Guardian, 21-22.11.2007; l’altro principale sondaggio, di pochissimi giorni dopo, 23-25.11., quello ComRes/Independent, dà intenzioni di voto ancora più sfavorevoli per i laburisti: loro al 27%, al 40 i tories ed  al 18%, in calo, i liberal-democratici, con il resto dei voti in dispersione.    

[164] The Economist, 17.11.2007.

[165] New York Times, 22.11.2007, (A.P.), Japan trade surplus Rises 66% L’attivo commerciale del Giappone cresce del 66%.

[166] MediaCorpsNews, 13.11.2007, Japan's Lower House backs restarting Afghan mission La Camera bassa giapponese appoggia il rilancio della missione afgana (cfr. www.channelnewsasia.com/stories/afp_asiapacific/view/311251/1/.html/).

[167] The Economist, 1.12.2007.