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     04. Nota congiunturale - aprile 2015

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

 

 

Angelo Gennari

 

 

1.4.2015

(chiusura: 00:39)

 

 

ATTN:  cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo il link evidenziato può aprirle direttamente (prima di cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi,  fare attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola ‘Mila  no’ – restassero,  per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che,così, impedirebbero al testo di aprirsi).

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc415661265 \h 1

nel mondo in generale: PAGEREF _Toc415661268 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE... PAGEREF _Toc415661269 \h 1

Dalla libertà alla sicurezza. Sarà...  (vignetta) PAGEREF _Toc415661270 \h 2

L’operazione “Tempesta decisiva”: l’assalto saudita che tenta di riprendersi lo Yemen   (mappa. PAGEREF _Toc415661271 \h 10

Le sole armi nucleari buone sono come è noto le nostre(2 vignette) ● Come ti correggo Roosevelt (Bibi) PAGEREF _Toc415661272 \h 12

Bibi va giù, ma riesce sempre a restare su... (grafico) PAGEREF _Toc415661273 \h 14

Facciamo da soli!!! eh ? Ma se non abbiamo neanche un partner con cui negoziare... (vignetta) PAGEREF _Toc415661274 \h 14

I sabotatori... (vignetta) PAGEREF _Toc415661275 \h 15

Ma, questi, cos’è che ci vorranno mai dire?   (vignetta) PAGEREF _Toc415661276 \h 16

in Africa.. PAGEREF _Toc415661277 \h 20

in America latina.. PAGEREF _Toc415661278 \h 22

CINA.... PAGEREF _Toc415661279 \h 23

E l’idea di qualcosa di alternativo al FMI ha successo!   (vignetta) PAGEREF _Toc415661280 \h 25

nel resto dell’Asia.. PAGEREF _Toc415661281 \h 26

E rieccoli!   (vignetta) PAGEREF _Toc415661282 \h 28

La verità ... sulla guerra americana  a al-Qaeda   (vignetta) PAGEREF _Toc415661283 \h 29

EUROPA.... PAGEREF _Toc415661284 \h 29

Προμηθεύς― Prometeo, colui che osò sfidare il potere supremo: Zeus, pardon... Deutschland    (vignetta) PAGEREF _Toc415661285 \h 30

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc415661286 \h 44

GERMANIA.... PAGEREF _Toc415661287 \h 45

FRANCIA.... PAGEREF _Toc415661288 \h 45

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc415661289 \h 46

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc415661290 \h 47

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

 

nel mondo in generale:

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di aprile 2015 prevede, tra gli  appuntamenti che sembrano di maggiore rilevanza:

Il 10-11, a città di Panama, VII Cumbre de las AmericasVertice delle Americhe (stavolta parteciperà e, anzitutto, sarà invitata anche Cuba? e ci andrà anche Obama?);

15, Nord-Corea, anniversario della nascita del fondatore del regime e della dinastia, Kim Il-sung;

•  15, UE, vertice del Direttivo della BCE;

17-19, riunione di primavera a Washington, del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale;

• il 19, in Finlandia, elezioni legislative;

22-26, in Egitto, doveva esserci il ballottaggio delle elezioni parlamentari: rinviate però da una sentenza che dichiara incostituzionale parte della legge elettorale: a tempo da definirsi;

26, Kazakistan, elezioni presidenziali anticipate.

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

●Ci pensano il 17 marzo in Tunisia i jihadisti, una manica di loro soltanto ma sufficienti a fare il loro esecrando mestiere seminando il terrore tra tanti turisti (17 morti su 22) – non più soldati. non più politici, ma turisti adesso in visita al museo nazionale del Bardo: “un covo”, dicono, “di infedeli e di vizio” bollando così, da perfetti scimuniti, una delle più straordinarie collezioni di mosaici romani dei primi secoli d.C.― mirando così insieme a un governo formato, in questo a suo modo davvero unico paese, da islamici e laici, il simbolo forte di una nuova democrazia combattente come qui è il parlamento tunisino e all’industria più attiva, più bella e meno blasfema di tutto il paese, che allo stato rappresenta il 20% di un PIL in gravissima difficoltà.

 Al solito, gli unici ad avere le idee chiare sono gli assassini, che si preoccupano di specificare  come fossero proprio i turisti il vero bersaglio “come obiettivo strutturale dell’economia del paese” – spiegano impossessandosi del gergo stesso del sistema  che volevano abbattere. E nessun altro dei tanti paesi che si preoccupano ha la minima idea di come reagire, quanto e quando insieme; oppure se ognuno, ogni paese per conto, si muoverà come da solo decide...

Le ricadute politiche soprattutto interne del massacro dei turisti al Bardo, sono ora il test più delicato, assolutamente cruciale, per la viabilità, cioè la sopravvivenza e lo sviluppo, del “compromesso storico” che la Tunisia sta tentando dall’inizio – la sua primavera fu la prima di tutte nel 2011 – e che è qualcosa finora tutta e solo politica.

Ma è, appunto, cruciale che l’èlite che insieme ha deciso di governare il paese si decida ad affrontare, e far vedere che cerca davvero di risolverei grandi problemi di questa società che ha bisogno disperato di riforme profonde o, anche, di una vera rivoluzione sociale in un paese che è l’unico dell’area, insieme al Marocco, a non avere alcuna rendita petrolifera.

E’ quello che è stato fatto con lucidità notare addirittura già il giorno prima del ballottaggio che a dicembre scorso portò alla vittoria della coalizione dei “laici” contro quella guidata dai mussulmani da un osservatorio specializzato e competente (come l’International Crisis Group, 19.12.2014, briefing ICG no. 44, Elections en Tunisie: vieilles blessures, nouvelles craintes― Elezioni in Tunisia: vecchie ferite, nuove paure http://www.crisisgroup.org/en/regions/middle-east-north-africa/north-africa/tunisia/b044-tunisia-s-elections-old-wounds-new-fears.aspx?alt_lang=fr).  

● Dalla libertà alla sicurezza. Sarà...  (vignetta)   

Fonte: Servizio di hosting di A. Schaaf, di base a San Francisco, USA, 3.2015 [https://i.imgur.com/33gxrfR.png]

●In Egitto, a Sharm el-Sheikh, il grande resort turistico sul Mar Rosso, proprio sulla punta meridionale del Sinai, il presidente Abdel Fattah ElSisi ha spiegato, ingoiando un tantino della sua orgogliosa prosopopea, davanti a una conferenza internazionale (c’era John Kerry per gli USA, c’era Matteo Renzi per il governo italiano) dimensione e portata dell’aiuto economico e finanziario di cui il suo paese ha bisogno. E ha delineato una specie di piano, solo un’altra promessa in realtà, a   aumentare tra cinque anni al massimo, dice, il PIL dell’Egitto almeno al 6% annuale, a butar giù l’inflazione e a introdurre – ah! ah! – una seria riforma fiscale.

Ormai, a oltre un anno dal golpe militare da lui orchestrato contro il governo dell’unico presidente eletto da un voto (giugno 2012) democratico che il paese abbia mai avuto, Mohammed Morsi, membro della Fratellanza mussulmana da lui fatto fuori (a luglio 2013), il suo regime che lo ha sferrato in nome di un’efficienza da restaurare nel paese con qualsiasi mezzo, i mezzi li ha tutti  dispiegati ma nessuna efficace e efficienza ha poi mai dimostrata.

E, ora, è anche coinvolto a riportare l’ordine – per quanto auspicabile – difficilmente proprio da lui poi definibile, nella vicina Libia frantumata e distrutta dalla freddamente voluta e eseguita scomparsa di Muammar Gheddafi e, ora, sotto la pressione che sulle sue risorse fatiscenti sta mettendo l’offensiva Dai’sh. Kerry, lì a Sharm ha invocato a alta voce la necessità di dare una mano con maggiori investimenti all’Egitto.

Ma non ha detto parola su quelli che potrebbero arrivare dal suo paese, senza neanche accennare alla questione che più sta a cuore al nuovo rais, di ripristinare – come finiranno col fare – l’ aiuto militare, miliardario, americano selettivamente sospeso in segno del disappunto ufficiale di Washington dopo il golpe che, comunque alla fine, ha “accettato”, anche se al momento non ha ancora trovato la spudoratezza necessaria ad assolverlo.

Invece, a inizio dell’incontro di Sharm, prendono impegno formale a fornire – nel tempo, mica subito certo – fino a una dozzina di miliardi di $ in aiuti – cash e investimenti – indispensabili a non far fallire il regime del Cairo, i soliti straricchi paesi del Golfo che sul petrolio galleggiano e, dopo averli allevati nel proprio grembo, partoriti, cresciuti, armati, finanziati e scatenati sono oggi tra i regimi arabi più preoccupati di combattere e fermare l’anarchia fanatica dei Dai’sh (U.S. News and World Report, 13.3.2015,  Sarah El Deeb e Brian Rohan, Gulf pledges of $12 billion kick start Egypt's economic conference, boosts its president― Alla conferenza egiziana sullo sviluppo, i paesi del Golfo promettono 12 miliardi di $ a sostegno del presidente http://www.usnews.com/news/business/articles/2015/03/13/egypts-el-sissi-inaugurates-three-day-economic-conference).

Anche Renzi, dicevamo, c’era. Ma ha solo recitato il solito bla bla, stavolta senza neanche fare alcuna promessa e prendere impegno alcuno, ma rassicurando Sisi – che forse dal confronto è uscito rafforzato... – che “lavorando insieme possiamo battere l’ISIL (Sito Palazzo Chigi, 13.3.2015, Renzi in Egitto http://www.governo.it/Notizie/Palazzo%20Chigi/dettaglio.asp?d=78054). 

●Sul nodo della Siria, i cosiddetti leaders della cosiddetta opposizione siriana hanno respinto, senza neanche incontrarlo ma con un comunicato datato Parigi, il piano dell’inviato dell’ONU Staffan de Mistura di puntare a un cessate il fuoco temporaneo a cominciare, anzitutto, dall’area di Aleppo. E’ troppo circoscritto, troppo poco ambizioso― dicono loro – attraverso un autoproclamato e fino a ieri inesistente rappresentante dell’opposizione che, nei fatti e non nelle illusioni, non sono da anni neanche più sul terreno.

Ma “combattono” per lo più da Londra e Parigi a spese di quei servizi di intelligence, dunque dei contribuenti inglesi, francesi, e anche americani e di qualche contributo di buona volontà dei cosiddetti “amici della Siria(The Daily Star/Beirut, 1.3.2015, Syria rebels reject envoy plan to freeze Aleppo fighting― I ribelli siriani rifiutano il piano dell’inviato [dell’ONU] di congelare gli scontri armati ad Aleppo http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2015/Mar-01/289198-syria-rebels-reject-envoy-plan-to-freeze-aleppo-fighting.ashx).

Bisogna, invece, puntare – chiedono proprio come chiedevano già quattro anni fa – a cacciare dal potere Bashar al-Assad e costituire con ciò – insistono – la soluzione definitiva e complessiva (globale, per tutto il paese... e subito) ai problemi politici del paese… Peccato per loro che non li stia a sentire nessuno. Né l’esercito regolare di Assad, da sempre spietato; né i tagliagole jihadisti. Come non sono riusciti a farsi sentire da chi soprattutto, poi, conta: i siriani, anche quelli che a lui sarebbero contrari ma che, costretti a scegliere tra i jihadisti fanatici e estremisti e la quasi-laica “tolleranza” non certo politica ma etnica e religiosa testata e provata sotto gli Assad sanno chi scegliere e, alla fine, lo scelgono...

●Nel frattempo, è lui, è Assad, che avanza. Lo Stato Islamico, adesso, in soli tre giorni, ha  perso il controllo di 23 villaggi nel nord-est della Siria, ai confini con la Turchia, messo in fuga da forze siriane sostenute da militanti di tribù locali della provincia di al-Hasaka. Insieme, separatamente, anche truppe curde – di origine siriana e irachena o pure turca – hanno messo sotto attacco gli jihadisti militanti dell’ISIS, o come li chiamano loro i Da’ish.

Continua, dunque, la perdita di territorio finora controllato nella zona a Kobane e a Deir el-Zour da parte dello SI (The Daily Star, 3.3.2015, ISIS loses more than 20 villages in Syria― L’ISIS perde più di 20 villaggi in Siria ▬ http://www. dailystar.com.lb/News/Middle-East/2015/Mar-03/289367-isis-loses-more-than-20-villages-in-syria.ashx; e Stratfor – Global Intelligence, 29.1.2015, The Islamic State Is Weakened,But Not Defeated― Lo Stato Islamico è stato indebolito, ma non proprio sconfitto https://www.stratfor.com/analysis/islamic-state-weakened-not-defeated).

●Insiste, però – ma  quasi a latere, per così dire – il segretario di Stato americano John Kerry a dire che, per arrivare alla transizione politica voluta dagli USA in Siria – la cacciata di Assad – occorrerà ancora una combinazione di mezzi diplomatici e di pressioni militari (più di quelle che su Damasco mette in atto oggi l’ISIS?) (Agenzia RT― Russia Today TV/Mosca [canale inglese TV, In Italia sulla piattaforma Sky no 536: indipendente, ma fondata dichiaratamente “per dare per dare una visione russa degli eventi a livello internazionale”], 5.3.2015, John Kerry: ‘Military pressure’ may be needed to oust Syrian president Per cacciare via il presidente siriano potrà essere necessaria anche la ‘pressione militare’ [lasciarlo decidere ai siriani da soli, no, eh?] ▬ http://rt.com/usa/238157-kerry-military-oust-assad).

Lui sostiene – ma quel che sostiene ha dimostrato ampiamente di non contare poi molto in Siria – che il presidente Assad ha perso ogni legittimità. Però, poi – ecco l’impressione che si tratti di un’aggiunta quasi ritualmente dovuta: dopotutto, lo blaterano da sempre inglesi e francesi e l’aveva già sentenziato oltre due anni fa, nientepopodimeno che, ohibò!, il presidente Obama in persona: senza ottenere nessun risultato – aggiunge chiaro e netto che poi comunque con Assad direttamente, bisogna trattare.

Checché ne dicano gli oppositori interni, non foss’altro perché ormai “tutti riconoscono che al conflitto non c’è che una soluzione politica”, magari per provare a convincerlo a discutere, eventualmente, delle condizioni a cui andarsene. Insomma, “gli Stati Uniti –  in prima fase proprio Kerry stesso – con lui dovranno trattare”. Ed è una novità totalmente eversiva  del quadro attuale, ma quella che da sempre le persone serie – quelle che, dall’ONU agli studiosi più attenti e avvertiti delle realtà sul campo e non della propaganda – raccomandavano di adottare (Guardian, 15.3.2015, John Kerry says US will have to negotiate with Syria's Bashar Assad― John Kerry [ora] dice che gli USA dovranno negoziare col siriano Bashar Assad http://www.theguardian.com/world/2015/mar/15/kerry-us-negotiate-bashar-assad-syria). Il problema è, naturalmente, che Kerry – come il suo principale, del resto – prima di imparare ci mette molto ma, alla fine, per fortuna, qualcosa quasi sempre arriva a intuire... magari proprio all’ultimo momento.

Una novità in realtà sconvolgente e tale da sconvolgere, appunto, la gonza che Renzi ha mandato alla Commissione, Federica Mogherini, che sta facendo rimpiangere anche l’allocca e  sonnacchiosa laburista britannica, Catherine Margaret Ashton, baronessa di Upholland, che l’aveva preceduta come responsabile esteri dell’Unione. Adesso Mogherini ha saputo dire soltanto di pensare – s’è messa addirittura a “pensare”! – che in realtà John Kerry non voleva proprio parlare di Assad... Insomma, grullo com’è, gli è sfuggita... altrimenti no?, l’avrebbe avvisata!      

Assad, che continua ad avere la copertura di Putin, è disposto per definizione a discutere ma senza, come dice lui, “pre-condizioni” e prendendo atto – e per lui è già una decisiva vittoria – che adesso, in ogni caso, la priorità americana per la Siria è “la sconfitta dello Stato Islamico(Stratfor – Global Intelligence, 26.2.2015, A Risky U.S. Proxy Battle Against Islamic State― Una rischioso conflitto americano condotto per procura contro lo Stato Islamico ▬ https://www. stratfor.com/analysis/risky-us-proxy-battle-against-islamic-state).

In ogni caso, la Siria precisa che ormai prima di accogliere inviti americani a trattare bisogna star a vedere  che tutti capiscano come “ogni discorso su futuro del presidente siriano è questione che riguarda solo il popolo siriano e come, quindi, qualsiasi dichiarazione di altri non ci interessi”  e come ormai non le chiacchiere ma solo “le azioni concrete che l’America inizierà a intraprendere nella regione” conteranno qualcosa (Reuters, 16.3.2015, On State Tv, Syria's Assad says wants actions, not words from Kerry― Assad, a nome della Siria, dice alla Tv statale di voler azioni e non chiacchiere da Kerryhttp://www. reuters.com/article/2015/03/16/us-mideast-crisis-kerry-assad-idUSKBN0MC16120150316).

Intanto, al contrario della fringuella Mogherini, Kerry viene preso molto sul serio dalla Turchia  che condanna la sua dichiarazione sull’apertura inevitabile di un negoziato diretto con Assad se si vuole davvero provare a metter fine al conflitto siriano. Il ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu ha reiterato che il suo governo resta, invece, dell’idea che sia sempre lui, Assad – non i jihadisti e neanche i Dai’sh estremisti del califfo –, il vero ostacolo alla pace in Siria (Stratfor, 16.3.2015, Syria: Turkey Condemns Potential U.S. Negotiations With Al AssadLa Siria: la Turchia condannai potenziali negoziati americani con Assad ▬ https://www.stratfor.com/situation-report/syria-turkey-condemns-potential-us-negotiations-al-assad).

In effetti, adesso, “il 19 febbraio, Stati Uniti e Turchia hanno firmato un accordo per addestrare ed equipaggiare una nuova forza di militanti ribelli siriani pronti a combattere e – sperano – anche a sconfiggere per conto loro i Dai’sh. I costi saranno sostenuti da Arabia saudita e Qatar e i campi di addestramento costruiti in Turchia e in Giordania. In definitiva, in assenza di ‘stivali’ americani in Siria, per mancanza assoluta di volontà e anche per scelta politica stavolta un tantino saggia, gli Stati Uniti hanno deciso di crearsi, facendola pagare da altri, la loro forza di terra”. Che, probabilmente, si risolverà però nell’ennesima azzardata, e fallita, scommessa: come sospettano  molti a Damasco...

E Kerry, che altre voci più in basso nella catena di comando americana – non Obama, comunque: il gen. John R. Allen, inviato speciale del dipartimento di Stato – adesso tendono a reinterpretare per assicurare ai turchi che gli USA su Assad non intendono cambiare politica (The Daily Star, 18.3.2015, Gen. Allen says no Assad policy changes Il gen. Allen dice che non ci sono cambi di linea su Assad [ma la notizia viene data quasi tra parentesi, in un articolo che intitola sull’abbattimento in Siria di un drone americano] ▬ http://www. dailystar.com.lb/News/Middle-East/2015/Mar-19/291353-us-admits-latakia-drone-was-shot-down.ashx), lo prende  invece sul serio, per dire, il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier.

Che in un’intervista (Frankfurter Rundshau, 18.3.2015, Bürgerkrieg in Syrien: Steinmeier erwägt Gespräche mit Assad―  Guerra civile in Siria – Steinmeier considera colloqui con Assad http://www.fr-online.de/syrien/buergerkrieg-in-syrien-steinmeier-erwaegt-gespraeche-mit-assad,24136514,30153282.html), parla adesso della possibilità che anche il suo governo riprenda a parlare direttamente con Bashar al-Aassad. Parla il tedesco... non il francese per il quale Assad, invece, è anatema, come per Turchia e Qatar... non il ministro degli Esteri italiano che, naturalmente, se ne sta zitto e mosca. Perché non sa proprio che dire e che fare, si capisce.

La Russia si prende qualche tempo prima di decidere se completare e modernizzare le installazioni di rifornimento di cui già dispone nel porto siriano di Tartus, a qualche decina di Km. a nord del confine libanese. Sarà una decisione tutta politica, conferma una fonte dello stato maggiore della Marina, se farci gli investimenti necessari a trasformarla in una vera e propria base di appoggio e non solo di rifornimento  navale. La Russia, in effetti, qualche preoccupazione evidentemente la nutre sul potenziale che lo sviluppo del conflitto ha ancora di deteriorare il controllo del territorio da parte del regime, ponendo a rischio l’unico porto di cui Mosca dispone nel Mediterraneo (RBTH Russia Beyond the HeadlinesLa Russia dietro i titoli/agenzia on-line di proprietà del governo russo, 27.3.2015, Russia  not planning to have fully-fledged naval base in Syria's Tartus so far― La Russia al momento non si propone di  costruire una base navale a pieno sviluppo in Siria, a Tartus - http://rbth.co.uk/news/2015/03/27/russia_not_planning_to_have _fu l ly-fledged_naval_base_in_syrias_tartus_so_44804.html).

●Dopo aver ancora una volta – per la ventesima volta – mancato di eleggere un presidente della Repubblica del Libano, Nabih Berri, che del parlamento è il presidente, ha rinviato al 2 aprile il prossimo,  ventunesimo tentativo (The Daily Star, 11.3.2015, Lebanon presidential vote postponed to April 2 Il voto per l’elezione del presidente posposto al 2 aprile http://www.dailystar.com.lb/News/Lebanon-News/2015/Mar-11/290385-lebanon-presidential-vote-postponed-to-april-2.ashx). E’ dal 25 maggio di un anno fa, dalla fine del secondo mandato del presidente Michel Suleiman, non più rieleggibile, che il paese è senza capo dello Stato. Coi vari partiti e le loro fazioni a boicottare a turno le sedute del parlamento: chi per raggiungere un accordo preventivo (il presidente deve essere per Costituzione un cristiano-maronita― o, almeno far finta di esserlo), chi per evitarlo.

●Arabia saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, i paesi del Golfo, che stanno appoggiando da prima del golpe militare in Egitto il regime di ElSisi e che lo hanno anche finanziato, hanno adesso deciso di dargli un altro aiuto urgente, cash e materie prime e, soprattutto petrolio, di 23 miliardi di $. Lo ha reso noto, trovandone conferma anche nelle capitali di quei tre paesi, il ministro egiziano degli Investimenti, Ashraf Salman (Aswat Masriya― /Il Cairo, 2.3.2015, Recent Gulf aid to Egypt nears $23 billionminister Ministro informa che l’aiuto recente dei paesi del Golfo all’Egitto è vicino ai 23 miliardi di $http://en. aswatmasriya.com/news/view.aspx?id=1a4ae783-0819-42a2-b000-b67b6dff466e). 

●Si vanno deteriorando, nello Yemen, le condizioni di sicurezza. Abdelmalik al-Houthi, leader della rivolta sci’ita del Nord contro il monopolio assoluto del potere sunnita nel paese e colui che ha cacciato il presidente Hadi dalla capitale, facendolo scappare a Aden, nel Sud del paese, lo ha accusato in Tv di essere solo un fantoccio di Arabia saudita e Stati Uniti. E, se fantoccio significa alleato e esecutore del loro volere, ha ragione.

La monarchia saudita – ha lamentato – nostra sorella maggiore, non rispetta lo Yemen e vuole imporci la fratturazione e l’anarchia che prevale in Libia”. E non sembra aver torto neanche su questo punto (New York Times, 26.2.2015, Shuaib Almosawa  e Kaeem Fahim, Rebels Accuse Saudis of Fueling Unrest to Divide Yemen― I ribelli [ma sono orma loro il governo, no?] accusano i sauditi di alimentare disordini per dividere lo Yemen http://www.nytimes.com/2015/02/27/world/middleeast/rebels-accuse-saudis-of-inciting-unrest-to-divide-yemen.html?_r=0).

Insieme al Qatar e agli Emirati Arabi Uniti, del resto, Riyād ha deciso che la capitale dello Yemen d’ora in poi s’è spostata a Aden dove si è trasferito il suo “fantoccio”, come lo chiamano gli Houthi, trasferendoci i loro ambasciatori. Sembra che tra gli Houthi avanzi di nuovo la vecchia soluzione della divisione del paese che valse fino all’unificazione tra Nord repubblicano e Sud monarchico del 1990.

Secondo alcuni osservatori gli Houthi si starebbero “allargando” troppo, sia politicamente che militarmente rispetto al reale controllo del territorio, ora che sembrano aver abbandonato – sotto la spinta dell’assoluto vuoto del potere centrale del presidente Hadi e, comunque, della sua resistenza – la loro politica tradizionale di sostegno a un nuovo potere centrale finalmente ripulito della corruzione rampante decidendo di farsi essi stessi governo e cercando di estendere il loro controllo anche a regioni del paese loro più storicamente ostili.

Oggi, con l’intromettersi di potenze esterne alla regione come gli Stati Uniti o, invece, grandi Stati vicini ma tra di loro ostili, come Arabia saudita e Iran, sembra più probabile che no uno Yemen destinato a spaccarsi, se poi ci si fermerà lì, almeno in due Stati: il Nord con Sana’a capitale e il Sud con Aden. Intanto, tra Yemen e Iran è stato firmato un accordo di cooperazione sull’aviazione civile con Teheran che si è mosso rapidamente a puntellare il potere degli Houthi, contemporaneamente però rafforzando i timori degli Stati sunniti vicini).

●Al momento, non ci sono voli diretti tra San’a e Teheran ma, già il giorno dopo l’accordo, un primo volo inaugurale della Mahan Air iraniana ha portato un carico di aiuti sanitari allo Yemen (Agenzia SABA/Sana’a, 1.3.2015, Iranian Mahan Air launches first flight to Sana’a La compagnia aerea iraniana Mahan inaugura il suo primo volo a Sana’a http://www.sabanews.net/ar/news389843.htm) e, dice il  ministro degli Esteri dell’Iran, che (Agenzia Mehr/Teheran, 1.3.2015, Iran, Yemen aviation authorities sign transport memorandum of understanding Le autorità dell’aviazione civile di Iran e Yemen firmano un memorandum di intesa http://www.islamicinvitationturkey.com/2015/03/01/iran-yemen-aviation-authorities-sign-transport-mou) la compagnie di bandiera iraniana e yemenita, la Mahan e la Yemenia, stabiliranno tra le due capitali fino a 14 voli settimanali regolari, tra passeggeri e merci.

●Intanto, in questo strano paese in guerra civile continuano a scappare dagli arresti domiciliari i nemici più importanti degli Houthi e gli uomini chiave del vecchio regime sconfitto: dopo l’ex presidente Hadi, dimissionario tre volte e poi formalmente deposto, è fuggito ora a Aden, trasferendosi addirittura con un vero e proprio convoglio di autocarri nell’ex capitale del Sud in rivolta aperta ormai contro gli Houthi al potere, l’ex ministro della Difesa del presidente Hadi, il gen. Mahmoud al-Subaihi (Al Jazeera, 8.3.2015, Yemen’s defence minister flees to Aden after escaping Houthis Il ministro della Difesa yemenita scappa a Aden dopo essere sfuggito agli Houthi http://www.aljazeera.com/news/middle east/2015/03/yemen-defence-minister-escapes-house-arrest-sanaa-150307231427866.html).

Nella fuga il convoglio ha dovuto contare cinque morti ed alcuni feriti nel corso di alcuni scontri a fuoco con gli Houthi ma alla fine ha raggiunto ad Aden l’ex presidente Abd Rabbo Mansour Hadi Sembra avanzare la tendenza a spostarsi a Sud, apparentemente senza trovare in realtà poi grandi ostacoli da parte del nuovo potere, di diversi esponenti del vecchio e ormai sputtanato regime sconfitto nella capitale e in tutto il Nord del paese che cerca di ricostituirsi, sostenuto dal petrolio dei soliti sauditi.

●Ma anche, adesso pare proprio, in un nuovo e piuttosto inatteso sviluppo, l’ambasciatore russo Vladimir Dedushkin si incontra ad Aden con l’ex presidente Hadi reiterando che Mosca continua a riconoscere il suo governo come quello legittimo del paese. Gli Houthi, a Sana’a, avevano appena finito di dichiarare di non avere bisogno del sostegno degli USA, dell’Arabia saudita e del Qatar e che avrebbero puntato su quello internazionale di Iran, Russia e Cina... Ora, però, la Russia ha optato per il vecchio regime – che sul campo ha al momento perso ma non ci sta – e, anche se vuole mantenersi aperto sia il dialogo col mercato iraniano, non vuole però dare una mano ad estendere l’influenza di Teheran nella regione.

E la Cina sembra essa stessa tendere a riconoscere la legittimità formale del regime uscente e cadente come base di una stabilità nell’area al di là e anche contro gli impulsi rivoluzionari: come quello del movimento degli Houthi. In definitiva, al momento sembra che a livello internazionale l’appoggio unico che trova il nuovo governo a Sana’a, sia quello iraniano (Agenzia Anadolu/Ankara, 8.3.2015, Russia envoy conveys message of support to Yemen's Hadi― L’ambasciatore russo porta in Yemen a Hadi l’appoggio di Mosca ▬ http://www.aa.com.tr/en/politics/475573--russia-envoy-conveys-message-of-support-to-yem ens-hadi).

●Il quadro, insomma, per gli Houthi si va qualche po’ complicando. Forte di questo appoggio – tutto e solo politico ma anche importante di Russia e Cina che si aggiunge a quello – concreto e pesante finanziario, di spionaggio e servizi e anche militare  – dei paesi del Golfo, adesso Hadi propone agli Houthi di incontrarli ancora una volta per cercare un’intesa dopo aver perso catastroficamente sul campo. Ma aver anche dimostrato di mantenere, grazie soprattutto a questi appoggi esterni, ancora una qualche sua voce in capitolo. Solo che propone di incontrare gli Houthi in... Arabia saudita, a Riyād...

E, nel frattempo, giunge anche notizia che il 14 marzo diverse frazioni sulla scena politica del paese hanno dato vita a quello che hanno chiamato un Blocco di Salvezza Nazionale che vuole contrastare l’effettivo controllo sulla capitale Sana’a conquistato ormai da mesi dagli allora ribelli Houthi con  lo sfaldarsi del potere centrale del presidente Hadi e l’essersi conquistato il governo centrale (Stratfor – Global Intelligence,  21.1.2015, A Chronology of Yemen's Recent Instability Cronologia  della instabilità recente in Yemen ▬ https://www.stratfor.com/analysis/chronolo gy-yemens-recent-instability).

Il neonato Blocco è uno strano mischiotto formato da gruppi e forze largamente eterogenee e unite solo dalla volontà di ricacciare in subordine la minoranza sci’ita Houthi, da tribù sunnite, da forze del movimento scissionista che da sempre esiste ed agisce nel Sud del paese, oltre che da aderenti al Congresso generale del popolo, il partito dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, cacciato dopo oltre trent’anni di potere e rifugiato di lusso da allora in Arabia saudita con mezzo Tesoro dello Stato portato dietro nel bagaglio al seguito (The Peninsula/Qatar, 15.3.2015, Gulf in the Media - Anti-Houthi alliance formed Formata alleanza antri-Houthi http://www.gulfinthemedia.com/index.php?m=politics&id=742573&lim=80).

Forse a dimostrazione che anche sbagliando non si impara mai – o, forse invece, chi sa, di avere più di ogni altro in questa turbolenta e cruenta parte del mondo proprio imparato che il nemico politico non è mai utile abbatterlo e anzi è utile fargli a volte ponti d’oro – il governo degli Houthi, al potere a Sana’a, ha deciso di rilasciare sulla parola (l’ha scritto sulla sua pagina di Facebook: che mai riprenderà il suo vecchio posto), dopo il presidente deposto e il suo capo di stato maggiore prontamente scappati a fomentare la loro ribellione ad Aden sotto l’ala protettrice dell’Arabia saudita anche l’ex primo ministro deposto, Khaled Bahah.

Che dal 20 gennaio scorso, da quando ha preso la capitale, era sotto sorveglianza nella sua residenza privata (Agenzia Zawya Thompson-Reuters, 16.3.2015, Mohammed Ghobari, Houthis lift house arrest on Yemeni prime minister, cabinet - government spokesman― Gli Houthi annullano il domicilio coatto dell’ex PM e dei membri del gabinetto - annuncia  il portavoce del governo ▬ http://www.zawya.com/ story/Houthis_lift_house_arrest_on_ Yemeni_prime_minister_cabinet__gov_spokesman-TR20150316nL6N0WI1KZX2).

Adesso, un aereo da caccia schierato col nuovo governo insediato a Sana’a ha condotto un attacco mirato contro la sede del vecchio governo che s’era da due o tre giorni, dopo aver giurato di non volerlo fare, re-insediato ad Aden. Un aereo ha sorvolato e mitragliato il compound presidenziale senza provocare grandi danni e scaricando, poi, in mare le bombe in dotazione, mentre il presidente Hadi – ormai un esperto in materia – scappava dal palazzo rivendicando, da un luogo tenuto rigorosamente segreto, di aver sconfitto un golpe...

E’ certo comunque, l’unico fatto verificato, che la vecchia residenza presidenziale nel Sud dello Yemen è stata completamente evacuata (ne riferisce Dünya Bülteni/Ankara― World Bulletin― Bollettino mondiale, 19.3.2015,  Hadi's palace evacuated after Houthi strike― Il palazzo di Hadi evacuato dopo l’attacco degli Houthi http://www.worldbulletin.net/middle-east/156775/hadis-palace-evacuated-after-houthi-strike).

E nel crescente caos yemenita, dove si apre lo spazio dell’incertezza e del vuoto politico, si affrettano a riempirlo – e comunque lo rivendicano – diverse fazioni estremiste jihadiste – l’ISIL, al-Qaeda nella penisola arabica, gli spezzoni dell’una e dell’altra che “lavorano” ad addestrare attentatori e suicidi-“martiri” in Libia... – a Sana’a, con al centro del mirino scii’ti e Houthi – tre vere e proprie carneficine su grande scala, finora qui senza precedenti: dentro grandi moschee sci’ite, durante le celebrazioni del venerdì mussulmano, con 150 morti che alla fine saranno poi inevitabilmente decine e decine di più, visto che tra i feriti (quasi 400) molti sono gravissimi (ShiaChat.com/blog delle comunità sci’ite, 20.3.2015, Massacre in Yemen, 142 killed Massacro nello Yemen, 142 morti http://www.shiachat.com/forum/topic/235029138-massacre-in-yemen-142-killed)...

Il 21 marzo, poi, combattenti del governo di Sana’a pendono il controllo di un aeroporto militare e di diversi edifici finora in mano agli ex governativi  a Ta’izz, la terza maggiore città del paese con 600.000 abitanti sulla punta occidentale del paese e a nord del Golfo di Aden.Qualche manifestazione di resistenza popolare è stata domata subito e senza l’uso di forza letale ma coi lacrimogeni.

Ma è un segnale chiaro che, anche se sembra esserci un qualche consolidamento del regime ribelle ormai diventato il governo ufficiale e centrale, qui la storia non è forse affatto conclusa. Ma pare sicuro che le stragi di sci’ti nelle moschee di Sana’a abbiano adesso spinto gli Houthi ad accelerare un attacco al Sud del paese per conquistarlo e sterminare i terroristi dello Stato Islamico e non solo per prenderne il controllo strappandolo alle forze del vecchio regime che sono scappate lì.

E adesso lo vanno facendo, con l’appoggio proclamato e, anzi, rivendicato dell’Iran: il 19 marzo, il l’ex governo che ha perso e è fuggito ad Aden denuncia che l’Iran ha scaricato nel porto di al-Saleef, appena a nord-ovest di al-Hudaydad, a 100 Km. da Sana’a, sul mar Rosso, quasi 200 tonnellate di armi e equipaggiamento militare per rafforzare le truppe vincenti ribelli alla vigilia dell’attacco che hanno subito sferrato ai Da’ish e alle truppe del vecchio regime nel Sud del paese (Al Arabiya, 20.3.2015, Iranian ship unloads 185 tons of weapons for Houthis at Saleef port― Nave iraniana scarica 185 tonnellate di armi per gli Houthi nel porto di Saleef http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2015/03/20/ Iranian-ship-unloads-185-tons-of-weapons-for-Houthis-at-Saleef-port.html).

Ci sono dubbi seri, però, sull’attendibilità dell’allarme. Rifiutano di confermarlo anche gli inviati dell’ONU che stanno ancora tentano una mediazione scabrosa sul posto, tra i due fronti complicata dalla guerriglia diffusa dei Dai’sh. E neanche i satelliti-spia americani hanno potuto (o voluto, chi sa?), confermare quella che a parecchi osservatori sembra solo un’ennesima denuncia dell’interferenza iraniana a favore degli Houthi. Che può esser vera o può essere del tutto inventata (stavolta da Teheran dicono di aver inviato solo un carico di aiuti umanitari...) ma lo stesso diffondersi dell’allarme costituisce uno scacco controproducente per il morale delle truppe che si schierano ancora col vecchio regime.

Mentre il CdS dell’ONU – riunito d’urgenza su richiesta dell’ex presidente ormai stradimissionario, stradimissionato e deposto del noto regime pacifista dell’Arabia saudita che lo sostiene – cincischia  e deplora... Non si capisce neanche bene, però, chi e che cosa: gli Houthi? il vecchio regime deposto, ladro comprovato e negatore di ogni diritto alla popolazione sci’ita? lo Stato Islamico? le “interferenze” di tutti? ma proprio di tutti, degli iraniani cioè ma anche dei sauditi?

●Interessante, ma soprattutto rivelatore, è ora vedere come l’ex presidente yemenita (ancora  pervicacemente riconosciuto in carica dai paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo: Arabia Saudita, Kuwait, Qatar. Emirati uniti, Oman e Bahrain) Abed Rabbo Mansour Hadi chieda al CCG un intervento militare  contro gli Houthi. Lo dichiara il suo ex ministro degli Esteri Riad Yassin.

Ma anche questa è un’ammissione di impotenza e la confessione che il regime, invano riconosciuto di Hadi non sopravvivrebbe senza interventi esterni – e, infatti, non sopravvive: in gommone, di notte, quando l’inchiostro del suo appello era ancora fresco, scappa subito a Djibuti al là del Golfo di Aden, precedendo il bombardamento a tappeto dell’aviazione saudita che subito – con l’aiuto tecnico di intelligence e l’assenso di Obama – ma ormai troppo tardi, come scontato, sferra più che altro la propria rabbia (ABC News/NYC, 25.3.2015, Ahmed Al-Haji e M. Michael, President of Yemen Flees by Sea; Saudis Begin Airstrikes― Il presidente [nominale...] dello Yemen scappa via mare; i sauditi danno inizio ai loro attacchi aerei http://abcnews.go.com/International/wireStory/report-rebels-seize-yemen-air-base-al-qaida-29887763).

Anche perché, poi, nessun attacco aereo da solo ha mai fermato una resistenza armata, s e non accompagnato da un duro e sporco lavoro di truppe a terra― che poi, neanche garantiscono di per sé proprio niente anche quando (Afganistan, Vietnam, Iraq...) quest’impegno, che mette anche sul terreno scarponi e stivali, poi ha davvero affiancato il primo. Qui, poi, se gli attacchi dureranno più di qualche giorno soltanto, vorrà dire che gli USA stanno infognandosi anche, con aiuti di ogni tipo in questo specifico teatro di operazioni, con tutti gli annessi e connessi e le contro-indicazioni (Iraq, intese possibili con l’Iran, scelta dei sunniti contro gli sci’ti).

Tra l’altro, attacchi aerei o meno, la francese Total – esplorazione e produzione di gas e petrolio – che lavora lì in Yemen, attesta ora che i suoi impianti LNG (di Gas Naturale Liquefatto) continuano tutti a lavorare, anche se per prudenza ha chiuso il suo ufficio a Sana’a (Reuters, 29.3.2015, Yemen LNG exports continue despite seaports closure, air strikes― L’export dell’LNG dello Yemen va avanti malgrado la chiusura dei porti e i bombardamenti aerei http://www.reuters.com/article/2015/03/29/us-yemen-security-lng-exports-idUSKBN0MP0L 720150329).

E poi, e forse soprattutto per le priorità attuali americane, almeno quelle dichiarate, la coalizione saudita inevitabilmente stornerà le forze aeree della coalizione anti-SI dal compito di distruggere i Dai’sh a quello di distruggere gli Houthi. In effetti, la coalizione messa insieme a Riyād per tentare di riprendersi il controllo dello Yemen, ricacciando al ruolo tradizionale di minoranza e di minorità di sempre gli sci’iti e gli Houthi che hanno osato alzare la testa, con l’appoggio dell’Iran, offrendogli un’altra opportunità di espandere la loro influenza. Ma così dimostrando di mettere molte più risorse, di ogni specie, comprese quelle militari di quante ne forniscano o si siano impegnati a coalizzare per sconfiggere lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.

In realtà ormai a Washington, e non solo, molti sospettano con buone ragioni che si tratti di una mossa voluta dai sauditi e dietro a loro da altri Stati arabi per smarcarsi in qualche modo da un maggiorasco americano sempre più mal sopportato (valori, priorità, sentimenti e ipocrisia molto diversi) cercando di mettere in piedi una propria alternativa, anche militare, a quella sentita come troppo volubile degli americani, delle loro ubbiose manie – e della loro insopportabile e sempiterna ipocrisia. Come qualcuno da sempre, in Europa, ha pensato e sperato, con altre motivazioni di certo, ma non è mai riuscito a fare.

E bisognerebbe decidersi a mettere in evidenza quale è la priorità vera dei nemici per l’Arabia saudita: gli sci’iti piuttosto che i jihadisti tagliagole. Ma arriveranno mai a capirlo a Washington? Adesso, se la coalizione saudita avrà successo segnerebbe la prima vittoria miliotare sunnita che respinge e fa retrocedere l’allargamento dell’influenza iraniana dalla guerra che aveva tentato (e fallito con l’aiuto degli USA di Reagan) Saddam contro gli ayatollah (settembre 1980-agosto 1988). E, certo, rafforzerebbe – forse adesso anche con l’appoggio silente e imbarazzato dell’intelligence israeliana – la leadership saudita nel Medioriente sul piano militare – cosa che invece contraddice e preoccupa molto Tel Aviv – così come del suo potere finanziario, culturale, religioso e economico.

Sembra francamente difficile. Più probabile è che, invece, i sauditi e la loro pressione – militare, economica e anche politica – riuscirà a obbligare gli Houthi a cercare di nuovo il negoziato coll’ex presidente Hadi che nel frattempo è arrivato – come sempre quanto mai combattivo quando lui è lontano dal fronte – lui stesso da Djibuti proprio a Riyād.

Mentre continuano le operazioni di bombardamento dei sauditi, continuano anche a far avanzare la loro offensiva le truppe degli Houthi che conquistano nuovo terreno nell’est del paese, mantenendo la pressione esercitata su Aden. Gli Houthi avrebbero preso il porto di Shaqra, a un centinaio di Km. ad est della capitale del Sud. Arrivando così a controllarne anche l’acceso via terra.

Insomma, e almeno per ora, la campagna aerea saudita non è riuscita a fermare i tentativi dei ribelli/governativi di continuare a conquistare aree che ancora non controllano. Le truppe del nuovo governo di Sana’a hanno dichiarato di aver abbattuto un caccia saudita il 26 marzo. Cosa che rifiutano di confermare a Riyād ma che il dipartimento statunitense della Difesa rivela, affermando di aver  ripescato i due opiloti dell’F-15 saudita in mare dove si erano paracadutati.

● L’operazione “Tempesta decisiva”: l’assalto saudita che tenta di riprendersi lo Yemen   (mappa)

 

Fonte: NightWatch/KGS/Washington, 26.3.2015, [http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_15000063.aspx]

Anche l’ex presidente ‘Alī ‘Abd Allāh Sāleh, che per trent’anni al potere e deposto dalla prima ribellione inter-sunnita del febbraio 2012 e risiede ormai ance lui in esilio dorato in uno dei paesi del Golfo, ha chiesto, con Mosca e Teheran, a Houthi e sauditi di aprire subito un dialogo in una delle sedi ONU nella regione. Il ministro degli Esteri del suo successore e per almeno tre volte ormai dimissionario presidente Hadi, Riyadh Yassin, si è detto d’accordo se prima gli Houthi si arrendono― originale concezione di negoziato, specie quando da settimane ormai uno scappare lo chiede a chi vince; e ha chiesto, insieme, in un sussulto forse di mal riposto  rammarico, ai sauditi – senza che gli uni o gli altri gli diano alcun ascolto – di smetterle di distruggere a forza di bombe il suo disgraziato paese.

Il portavoce dell’esercito saudita, gen. Ahmed Asiri, a cui in conferenza stampa viene chiesto come fanno i piloti a distinguere tra i civili yemeniti e gli Houthi cui danno la caccia, non risponde – non può – ma conferma anche che le sue truppe hanno cominciato ad ammassarsi ai confini con lo Yemen. Ma, al solito, dall’aria si tratta, per ragioni anche solo tecniche sempre, di un puro massacro.

●Ma, in definitiva, dietro quello che sta succedendo in Yemen, le responsabilità sono complesse ma anche chiare. Qui l’Arabia saudita ha deciso di dire basta e vuole tenersi e, oggi, riprendersi quello che sempre ha controllato, e vuol continuare a controllare, nell’ambito territorial-teo-ideologico della sua egemonia: è l’islamismo sunnita-wahabita che domina e deve sempre dominare quello eretico shi’ita. Gli Houthi sono stati titolati dall’inefficacia, dall’inefficienza e dall’incapacità del presidente Hadi ad agire a difesa della loro gente là dove non è neanche poi più minoranza, per non piegarsi più a dover riconoscere come legittima quella subordinazione.

Sono stati in ciò empowered, resi efficaci cioè, anche dal sostegno dell’ex dittatore trentennale Saleh, che, certo con ritardo, adesso ha riconosciuto che qualche ragione la avevano e propone nuove elezioni per scegliere un rais successore e stavolta legittimato dal voto di tutti e hanno saputo usare benissimo la delusione per la pessima governance esercitata dal regime di Hadi cui, comunque, il potere era arrivato per graziosa concessione del predecessore in fuga e senza alcuna designazione popolare diretta o indiretta (parlamentare, tribale...). In questo paese, sicuro, l’Iran ha aiutato a aguzzare e perfezionare l’efficacia degli Houthi, ma non è stato né la causa né l’attore principale della guerra civile yemenita. Checché ne dicano gli sbruffoni ormai perdenti dell’Arabia saudita.

Alla base di questa guerra, insomma, emerge la diversa percezione della minaccia dell’altro della paura, del sospetto e dell’odio reciproco. E’ un sentimento che nasce dalla rivoluzione khomeinista del 1979 che ha scatenato un’ondata di retorica islamista che ha direttamente sfidato la legittimità stessa del regime saudita minacciando l’esportazione della rivoluzione in tutto il Medioriente. Khomeini in effetti faceva un appello eversivo direttamente ai popoli oppressi, offrendo di sostenerli nelle loro aspirazioni alla giustizia e alla libertà. Una retorica eversiva che l’Arabia saudita ha cercato di minare evidenziando, a suo modo, il peccato originale – l’eresia – dello  sci’ismo iraniano promuovendo con miliardi e miliardi di dollari petroliferi l’islamismo wahabi che, tra diverse altre sue sgradevoli caratteristiche, ha quella di incoraggiare sentimenti anti-sci’ti al vetriolo.

Malgrado questi sforzi, l’Iran ha avuto uno stupefacente successo di popolarità nel mondo arabo tutto. E’ che il regime di Teheran sembra – e è – capace di parlare molto più di quelli arabi alla gente della strada di questi all’angoscia causata dall’occupazione israeliana della Palestina e alla rabbia alimentata contro l’occidente per il ruolo che ha svolto nella rottura del mondo arabo un secolo fa, alla fine della prima guerra mondiale.

L’Iran è diventato minacciosamente popolare nel mondo arabo per l’aggressività anti-occidentale e anti-israeliana, aiutata nel primo caso dalle aperture al dunque svergognatamente solo verbali di Obama (al Cairo, all’ONU) e, nel secondo, dalla chiusura fobica e cieca di Netanyahu, per la sua sponsorizzazione e sostegno alle azioni di qualche relativo successo anche sul campo di Hezbollah e di Hamas. Ma, poi, e soprattutto, per l’eloquente appoggio alle vittime dell’autoritarismo arabo― il loro, lì, la gente lo sperimenta direttamente: quello degli iraniani a casa propria, assai meno...

Anche questo aiuta a spiegare come e perché, secondo un’inchiesta attendibile commissionata da Al Jazeera (Doha, in Qatar) ma diffusa poi solo di straforo e ufficiosamente (Guardian, 29.3.2015, Nussaibah Younis, The Saudi-Iran powerplay behind the Yemen conflict Il braccio di ferro tra sauditi e iraniani dietro il conflitto in Yemen http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/mar/29/iran-saudi-arabia-yemen-conflict), l’Iran nel mondo arabo e islamico ha un tasso favorevole di popolarità intorno al 75% e un’impressionante 85% tra il pubblico saudita.  

●In Israele, uell’ipocrita di Netanyahu, sepolcro imbiancato in capo – uno che con 2-300 bombe atomiche in cassaforte denuncia quelle non esistenti, almeno ancora, di altri come lo spaventapasseri iraniano – in campagna elettorale per il voto di metà marzo che si annunciava come il più difficile del suo lungo e tante (quattro) volte già replicato mandato, si è autoinvitato di fatto al Congresso americano, dove ha più che altro reiterato il suo omaggio lecchino al “corpo legislativo più importante del mondo” e garantito ai suoi auditori (mancava il 60% dei deputati democratici: tutti già indicati uno per uno come nemici di Israele dalla lobby dell’AIPAC―l’American-Israel Public Affairs Committee) che da lui è ben lontana, ovviamente, ogni “intenzione di sfruttare l’incontro per farsi campagna elettorale in patria”.

Ha poi voluto giurare che, tanto meno, era lì per nuocere a chi in America qualche dubbio sulla sua politica “ingiustificatamente”, magari, lo nutre, e ha svolto al meglio quel che gli riesce meglio: terrorizzare i politicanti americani, già terrorizzati (o che si dicono così, come l’ex ambasciatore di Bush il piccolo all’ONU, per fortuna poi costretto ad andarsene dopo qualche mese, John Bolton, il neo-cons dell’American Enterprise Institute che fu il, e comunque, tra i  principali cantore – vera e propria majorette con tanto di pon-pon della guerra inventata da Bush il piccolo contro l’Iraq si auto-proclama (non ha alcun titolo in realtà a farlo se non la compiacenza del menestrello Bush), che dichiara tondo e chiaro quello che perfino il PM israeliano non dice― anche se è proprio quello che sottintende...

Tanto qui ce chi lo fa, con gli stessi argomenti e peggio, più spudoratamente come il detto: che subito, preventivamente, a forza di bombe, vuole sia riportato l’Iran all’età della pietra (New York Times, 26.3.2015, J. R. Bolton, To Stop Iran’s Bomb, Bomb Iran Per fermare la bomba iraniana [che, appunto e dunque, non c’è], bombardare l’Iran! ▬ http://www.nytimes.com/2015/03/26/opinion/to-stop-irans-bomb-bomb-iran.html?_r=0). Quando l’unica cosa in grado di garantire che l’Iran procederebbe, e stavolta fatwa o non fatwa degli ayatollah sull’onda di quella iniziale dello stesso Khomeini[1] a costruirsele subito sarebbe proprio la spinta di una guerra israeliana o americana.

Tra dieci anni, ha detto al Congresso in seduta congiunta Netanyahu, se passa il pessimo accordo, che io vi assicuro la Casa Bianca sta negoziando a Losanna, l’Iran avrà il diritto di farsi quante bombe atomiche vorrà: un diritto che nei fatti già ha, però – cosa su cui semplicisticamente lui sorvola – perché, se se lo vuole prendere come proprio Israele e per prima ha dimostrato, uno poi se lo tiene e, quando vuole usarlo lo usa e certo non lo negozia. Israele lo ha usato, quel diritto, mentre l’Iran dichiara di non farlo e di non volerlo fare.

● Le sole armi nucleari buone sono come è noto le nostre(2 vignette) Come ti correggo Roosevelt (Bibi)

Oggi vi parlo a nome di tutto il popolo ebraico. L’Iran è una minaccia esistenziale.          L’unica cosa di cui avere paura è la paura stessa 

E non possiamo consentire a  nessuno (o, meglio, a nessun altro!!!) la  presenza  di armi                  Oh, ha funzionato!  Ho vinto!

nucleari in Medioriente”                                                                                                              (Primo discorso inaugurale, 4.3.1933, F.D.Roosevelt

         Fonte: Mondoweiss, 3.2015                                                                                    Fonte: [http://bit.ly/1EBIWnF], Greg Perry, 20.3.2015                                                            

E come non ha mancato di sottolineare, citandolo letteralmente in un’intervista alla NBC Tv di Washington, D.C. con la corrispondente Ann Curry, il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif (stralci ripresi direttamente – dal’intervento in campidoglio e dopo aver sottolineato come il premier israeliano abbia falsificato addirittura la Bibbia (la storia di Ester[2]) per riproporre le sue menzogne contro l’Iran che avrebbe, diceva, quando era ancora Persia, “2.000 anni fa, cospirato con un suo potente viceré, Haman, per distruggere il popolo ebraico”, mentre come corregge esattamene Zarif e riporta bene su Haaretz/Tel Aviv, 5.3.2015, Barak David, fu il re persiano Assuero a sconfiggere Haman, su spinta della moglie, l’ebrea Ester e, come dice il ministro iraniano, secondo il racconto stesso di lei siamo stati noi, l’ “Iran a salvare gli ebrei per tre volte; Netanyahu dovrebbe imparare un po’ di  storia”― We saved the Jews three times; Netanyahu should learn history”― Siamo stati noi iraniani [come proprio Ester racconta] ▬ http://www. haaretz.com/news/diplomacy-defense/1.645497#)...

... questo signore, ricordatevelo, è lo stesso Netanyahu che, nella stessa sede, al Congresso degli Stati Uniti, disse nel 1992 che l’Iran era ormai a tre anni dal farsi la bomba o, al massimo, forse a quattro anni... che, nel 1996, ripete tali e quali quelle affermazioni... che nel 2012 di fronte al mondo, all’Assemblea generale dell’ONU con un disegnino bambinesco di bomba sventolato di fronte ai delegati in mano, insisteva che l’Iran ormai era a un anno sì e no dal farsela, finalmente..., la bomba. E che, adesso, nel 2015... ripete ancora la stessa cosa”.

●Comunque a questo signore, come lo chiama Zarif, adesso le elezioni riconsegnano la premiership non essendo riuscita a scalzarlo via dal potere la campagna elettorale basata con molta, troppa assennatezza forse sul disagio economico e sociale e anche morale e politico dal suo oppositore principale, il laburista Isaac Herzog che capeggia la coalizione di centro-sinistra non troppo utilmente, visti poi i risultati, battezzata per l’occasione Unione sionista messa in piedi con l’ex ministra della Giustizia proprio di Netanyahu, Tzipi Livni.

Cacciata, come chiunque poi fosse un po’ men che di destra estrema nel suo governo, perché insisteva che Israele rischiava ormai di condannarsi a diventare un paese che discrimina in mille modi milioni di persone e, comunque, le sgoverna occupandone il territorio militarmente― come ha fatto rilevare da anni l’ex presidente americano Carter: che la vede da tempo già trasformarsi nel paese del nuovo apartheid.

Si rivotava appena a ventisei mesi dalle ultime elezioni ma intanto era cambiata tutta la dinamica politica. Non a sufficienza, però, per battere la paura che da sola alimenta il “senza di me, il diluvio” di Bibi Netanyahu e rovesciare tutto. E, tutto sommato, il risultato, alla fine, è più chiaro di come appariva nelle prime ore dopo la chiusura dei seggi.

 “La Commissione centrale elettorale ha diffuso i risultati finali del voto. L’Unione elettorale tra Likud [il partito di Netanyahu] e Yisrael Beiteinu― Israele è casa nostra [il partito di estrema destra, a-religioso e dichiaratamente razzista, palestinofobo, dell’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman: 6 seggi] si è assicurata 31 seggi alla Knesset: un calo significativo rispetto alle previsioni pre-elettorali che, pure in calo,  vedevano il partito di governo e il suo alleato con 42 seggi.Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha tenuto un discorso poco dopo la mezzanotte in cui ha detto: di essere orgoglioso di restare il vostro primo ministro. Vi ringrazio di darmi la possibilità, per la terza volta di seguito, di guidare lo Stato di Israele.

   E’ un grande privilegio e una grande responsabilità’. Altra vittoria sembra anche quella di Yair Lapid [l’ex attore e conduttore televisivo, laico anch’egli, centrista ma duro sul concepire una difesa di Israele solo e sempre all’attacco] il cui partito, Yesh Atid C’è un futuro, è riuscito ad aggiudicarsi 19 seggi, ha reso più forte il suo status di secondo maggior partito della Knesset. Con 15 seggi, il Labor è invece [da solo] il terzo partito” (prima edizione del giornale conservatore-moderato israeliano Yedioth Ahronoth, 18.3.2015 e yNnetNews, Netanyahu wakes up to shock election victory Netanyahu si sveglia con lo shock della vittoria elettorale http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4638197,00.html ).

A sorpresa, e per la prima volta nella loro storia avendo presentata una lista unitaria dei partiti arabi finora del tutto sparpagliati e inefficaci alla Knesset, gli arabi che sono cittadini di Israele – non i palestinesi dei territori occupati che hanno tutti i doveri e, in pratica, nessun diritto – hanno ottenuto il terzo posto assoluto, dopo Likud e Labor in parlamento: e sarà più difficile ora ignorarli.

Insomma, e al dunque, Bibi ha perso di brutto: perché come destra non ha certo vinto in voti e seggi presa nel suo insieme: ha dato l’impressione di aver vinto perché ha fagocitato dentro il suo partito parte degli altri estremismi. Ma l’opposizione ha perso: peggio e più  di lui... E a lui basta e avanza. Per ora... Aveva impostata e ha vinto gli ultimissimi giorni della sua parossistica corsa convincendo un’opinione pubblica piena di paure e ossessioni – proprio come lui – col  giurare all’elettorato che, se lo rieleggevano per la quarta volta primo ministro, mai, mai!, i palestinesi avranno un loro Stato indipendente.

Ora cercherà di formare un governo a sua immagine e somiglianza, tutto di destra anche più estrema ma controllata da lui; e se proprio non ci riuscirà – il mercato delle vacche, infatti, potrebbe durare mesi – col centro-destra e magari anche qualche frangia in vendita del centro... Così, in un modo o nell’altro, cercherà di seppellire una volta per tutte la tragica favola dei “due popoli-due Stati”, come aveva annunciato per vincere in  campagna elettorale...

Perché è anche vero che, appena chiuse le urne, ha cercato di rimangiarsi non la sostanza del suo nyet, ovviamente, ma almeno la perentorietà del rifiuto: facendosi giustamente sghignazzare un po’ dietro da tutti, anche i suoi e una volta tanto per primi dai palestinesi (New York Times, 16.3.2015, Jodi Rudoren, Netanyahu Says No to Statehood for Palestinians― Netanyahu dice no a uno Stato per i palestinesi http://www.nytimes.com/2015/03/17/world/middleeast/benjamin-netanyahu-campaign-settlement.html? _r=0; e The Daily Star/Beirut, 16.3.2015, Maayan Rubell,  Netanyahu  says a Palestinian State will not be established if he retains premiership Netanyahu giura che se resta primo ministro non esisterà mai uno Stato di Palestinahttp://www. dailystar.com.lb/News/Middle-East/2015/Mar-16/290980-netanyahu-says-a-palestinian-state-will-not-be-established-if-he-retains-premiership.ashx)... e neanche, Barak Obama, malgrado un tentativo quasi disperato di rattoppo  personale...

A dimostrazione che sia Palestina che Israele sono ora condannate, e il mondo con esse, a una guerra perenne se non si troverà ora il modo di neutralizzare politicamente questo guerrafondaio che solo sulle spalle di un paese in guerra sempiterna può ancora sopravvivere...

Bibi va giù, ma riesce sempre a restare su... (grafico)

ELEZIONI 2015  in % -  conteggio 94% del voto, tempo reale

(N.B. in ebraico, si legge da destra verso sinistra: così come i risultati migliori sono quelli a destra...)

Fonte: y netnews.com

Non l’aveva detto, così, neanche al Congresso USA. Ma anche in quella sede, quando si trattava di proporre qualcosa di diverso – diverso dall’offerta dei 5+1, di Obama, all’Iran che per il prossimo decennio garantisce come non si produrrà in quel paese, in Iran, alcun armamento nucleare militare: lui stesso, del resto, Netanyahu aveva solo detto che in questo modo “tra dieci anni” l’Iran “potrà” (o, meglio, potrebbe) dotarsene – il PM israeliano non aveva proposto niente.

Niente di qualsiasi sostanza, insomma, al di là del suo imperturbabile no, dell’opposizione incrollabile e delle minacce a vuoto, del tutto prive di plausibilità se non quella pazzesca di scatenare per fermare una minaccia, che lui stesso dichiara ora non esistere, la prima guerra nucleare della storia moderna (non tollereremo, se voi fate..., noi faremo..., anzi anticiperemo...): una minaccia razionalmente assai poco credibile (Washington Post, 3.3.2015, testo integrale del discorso di Netanyahu al Congresso ▬ http://www.washingtonpost.com/blogs/post-politics/wp/2015/03/03/full-text-netanyahus-address-to-congress).

Il commento della Casa Bianca – con Obama, il primo ministro di Israele ha un rapporto che peggiore proprio non potrebbe essere – così è stato secco e sintetico, al dente: pura retorica, nessuna idea, tanto meno alternativa sul serio e nessuna azione concreta: nient’altro da dire (Guardian, 3.3.2015, C. McGreal, Netanyahu’s speech to Congress: long on terror, short on substance Il discorso di Netanyahu al Congresso: moltissimo sul terrore, ma niente di concreto http://www.theguardian.com/world/2015/mar/03/binyamin-netanyahu-speech-congress-long-on-terror-short-on-substance).

●Intanto, c’è di fatto qualche passo avanti sul fronte dei colloqui bilaterali ma quasi semiclandestini – noti a tutti, però, e dovunque – tra il ministro degli Esteri americano e quello iraniano a Losanna, su limiti e possibilità reciprocamente accettabili allo stato dei complicati rapporti di cooperazione bilaterale tra le due potenze contro il cosiddetto Stato Islamico. Con grande scorno di Arabia saudita e Israele, sta emergendo quella che chiamano un’ “intesa speciale” contro i militanti Dai’sh nella battaglia per riprendere il controllo della città di Tikrit.

● Facciamo da soli!!! eh ? Ma se non abbiamo neanche un partner con cui negoziare... (vignetta)

 Fonte: INYT, 20..3.2015, Patrick Chappatte  

●Sul tema specifico, però, dell’accordo, tra Iran e 5+1, i repubblicani, in maggioranza ormai anche al Senato, firmano in 47 – su 54 che sono un tratto abnorme e anche unico nella storia di questo paese con una lettera aperta indirizzata aileaders della Repubblica islamica dell’Iran” per avvisarli “visto che potrebbero non rendersene conto” – ed è un insulto voluto – che ogni accordo

I sabotatori... (vignetta)  

F onte: The Economist, 13.3.2015, Dave Simonds  

con Mr.Obama e altri capi di governo del mondo che possa essere raggiunto sul futuro del suo programma nucleare nel sistema americano è rovesciabile, come nullo e non avvenuto, se non avesse l’approvazione del Congresso(New York Times, 9.3.2015, P. Baker, White House Faults G.O.P. Senators’ Letter to Iran’s Leaders La Casa Bianca accusa la lettera dei senatori repubblicani ai leaders iraniani http://www.nytimes.com/2015/03/10/world/asia/white-house-faults-gop-senators-letter-to-irans-leaders.html).

Che è vero ma che, detta così, è una forma del tutto irrituale di “gettare sabbia negli ingranaggi della politica estera americana” che la Costituzione affida al presidente, una pesante e perfino oltraggiosa violazione delle sue prerogative e, come osserva la Casa Bianca perfino più nel modo che nel merito “costituisce un’illegittima interferenza nella politica estera americana”. In realtà, fa notare poi proprio Obama, questo è il consolidamento dell’assai poco santa alleanza tra falchi, americani e iraniani, che mirano entrambi allo stesso scopo: far fallire l’accordo...

E il suo vice presidente, Joe Biden, che ex officio presiede proprio il Senato, ha subito fatto osservare che “la maggioranza assai vasta” degli impegni internazionali assunti dall’America in tutta la storia della nazione “sono stati intrapresi e hanno avuto effetto senza l’approvazione del Congresso(Guardian, 10.3.2015, J. Borger, Obama denounces Republican letter on Iran nuclear talks Obama denuncia la lettera dei repubblicani sui colloqui con l’Iran riguardo al nucleare http://www.theguardian.com/world/2015/ mar/10/obama-denounces-republican-letter-iran-nuclear-talks).

E anche questo è vero: è un fatto storico. Subito a ruota, di fatto, viene ricordato che nel 1975, il presidente Ford, contro la decisione identica anche allora dal Senato di riservarsi il voto finale sugli accordi che aveva deciso di andare a firmare a Helsinki, con i sovietici – con Breznev – e che avviarono la fine della guerra fredda (al Senato anche allora la maggioranza repubblicana era fieramente contraria) col consolidamento proprio di quello che si chiamò l’Atto finale di Helsinki.

Gerald Ford, anche se l’Accordo non venne mai ratificato poi dal Senato – come molto spesso e, anzi, quasi sempre in America: ha ragione Joe Biden – finì di discutere e poi firmò l’Atto Finale e, alla fine, “la risoluzione del Senato morì per asfissia e disattenzione” di tutti e di ciascuno... (New York Times, 11.3.2015, Tyler Cullas, Ford and Helsinki, Obama and Iran http://www.nytimes.com/2015/03/12/opi nion/ford-and-helsinki-obama-and-iran.html).

●Sembrano diventare più chiare, con la rielezione stentata – è la verità – ma anche il plebiscito reale – che è pure la verità – a favore di Netanyahu:

● Ma, questi, cos’è che ci vorranno mai dire?   (vignetta)

Lettera  del Congresso USA:   Non fidatevi del nostro presidente!

Ma qualcuno capisce come funziona questo confuso regime qui?

 

FonteINYT, 13.3.2015, Patrick Chappatte

   • Il mondo, proprio come la Casa Bianca, ne ha ormai abbastanza di Netanyahu. Della sua coalizione della paura e delle ossessioni che lo inseguono e lo puntellano, del suo atteggiarsi quasi a Messia e a Salvatore del popolo ebraico, del suo coltivare il titolo di Re di Israele, del suo esplicito (ora almeno lo è) di uno Stato palestinese affiancato al suo, del suo preferire un’occupazione militare sempiterna che attirerà inevitabilmente la guerra e preferisce tenere i palestinesi, come una volta ebbe a dire un suo antico predecessore a mo’ di “scarafaggi nascosti sotto il tappeto”, dietro il muro, fuori di vista...

   • Ma ormai sono anche in molti gli israeliani stanchi dei giochi d’azzardo di Netanyahu e che, di Israele, hanno un’altra idea. E questo è un fatto almeno altrettanto importante quanto la sua vittoria uscito da queste elezioni. Il capo dei laburisti, Herzog, ha riportato in vita, però, una sinistra israeliana che sembrava moribonda. E anche se era qualche po’ rischioso il nome scelto per provarci, l’esplicito riferimento al sionismo che in sé è una tentazione ideologicamente egemonica, riasserisce con forza la distinzione critica e assoluta per il futuro di Israele.

   • Che solo un sionismo non esclusivista e capace di preservare insieme la natura contraddittoria come quella di una visione univoca di un paese e di un’ideologia esclusivista e quella di un paese davvero democratico per tutti i suoi cittadini e quanti ci vivono che potrebbe durevolmente esistere solo accanto a un paese per i palestinesi magari altrettanto caratterizzato come islamico ma insieme anch’esso democratico: l’unico esito in grado di garantire un futuro a lungo termine alla stessa Israele...

   • Nettissimo è, dunque, il contrasto col sionismo messianico della destra, col suo appello nazionalistico-religioso e la pretesa di prendersi tutta Eretz Israel che definisce come la Terra di Israele: tutta quella che si estende dal Mediterraneo al fiume Giordano. A differenza di Netanyahu Herzog pensa sul serio a all’ide di due Stati per i due popoli, malgrado le grandi difficoltà che ci sono perché vede con chiarezza non solo che l’alternativa è per il suo paese la guerra perenne ma anche la progressiva e accelerata decomposizione e corrosione autofaga della democrazia di Israele.

   • Il fenomeno di queste elezioni è stato Moshe Kahlon, ex ministro uscito dal Likud di Netanyahu e diventato popolarissimo perché come titolare del dicastero delle Comunicazioni e del welfare liberalizzando sul serio anche i prezzi sul mercato riducendo i costi per i consumatori. Col suo nuovo partito, Kulanu Tutti noi e i nove-dieci seggi conquistati in parlamento ne hanno fatto il possibile, vero Grande Elettore del nuovo premier. Se dice no a Netanyahu, infatti, a vincere sarebbe alla fine Herzog... 

   • Il presidente di Israele, Reuven Rivlin, già del Likud ma di una sua frazione, come dire, più dialogante di quella canonica e irrigidita di Netanyahu – che non a caso si era opposto alla sua elezione – ha già detto che ora bisognerà uscirne con un governo di unità nazionale perché, sostiene, “solo così – letteralmente – si può prevenire la rapida disintegrazione della democrazia israeliana e la necessità di nuove elezioni nel prossimo futuro”. Ma è un’idea anatema per tutti, qui, questa dell’unità nazionale, impossibile specie proprio per Netanyahu.

Conclude un suo editoriale (che sviluppa l’analisi qui largamente riportata, un opinionista liberal – e  ebreo – del New York Times, 17.3.2015, Roger Cohen, An Uneasy Coalition for Israel Una inquieta coalizione per Israele http://www.nytimes.com/2015/03/18/opinion/roger-cohen-israels-vote-without-victory.html) che, però, “come per quel che diceva Churchill della democrazia, una coalizione di unità nazionale appare oggi come la peggiore forma di governo possibile per Israele ad eccezione di ogni altra via d’uscita. Sarebbe una soluzione tale da poter ridimensionare la tracotanza di Netanyahu e, dando maggior peso a Herzog, un’auspicabile doppia stangata per lui”.

A chi scrive sembra ci sia parecchio da condividere, specie le preoccupazioni sulla mutazione genetica che va avvelenando Israele, anche se non tutte le analisi che avanza sembrano condivisibili, alcune – come quest’ultima sulla desiderabilità di un’unità nazionale – comunque addirittura impossibili. Immediatamente smentita, infatti, prima ancora che da Netanyahu proprio da Herzog: fa presente al pese come l’idea di allearsi col premier sarebbe la negazione in radice delle ragioni stesse per cui i suoi si sono battuti e per cui ora faranno l’opposizione proprio per abbattere il nemico... Sì, ripete, il nemico: perché, per Israele, è lui, Netanyahu, il primo nemico (The Daily Star, 18.3.2015, Israel center-left leader rules out unity government― Il capo dell’Unione di centro-sinistra esclude il governo di  unità nazionale ▬ http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2015/Mar-18/291270-israel-center-left-leader-rules-out-unity-government.ashx).

●Proprio al momento di licenziare e mettere in rete questa Nota congiunturale, il 31 marzo e ormai già in tarda serata, viene fuori dalla sede dell’incontro-maratona di Losanna tra 5+1 e Iran la notizia che prolungheranno di comune accordo la scadenza di mezzanotte di qualche ora per arrivare a sottoscrivere, o meglio a siglare, un accordo sul freno ma non lo stop, da una parte, al nucleare iraniano e freno, dall’altra, ma non la cancellazione totale forse delle sanzioni contro lo stesso Iran.

Ne torneremo a parlare scrivendo da domani  la prossima Nota, mentre voi per leggervi quel che ne pensiamo dovrete aspettare il prossimo mese e vi rimandiamo a quello. Ma intanto a noi sembra importante che contro fondamentalismi e intransigenze del tipo tutto o niente, i 5+1 abbiano almeno messo un punto e virgola nitido alla trattativa. Anche se non è proprio ancora un punto e a capo. Ma forse è già l’inizio della transizione, per USA ed Iran, da implacabili nemici a “normali” avversari...   

●Intanto, in effetti, questa transizione sembra di fatto già almeno iniziata perché, mentre va avanti il tentativo di arrivare all’accordo 5+1 ed Iran, prosegue anche il negoziato tra USA, Iran e Iraq – sul cui territorio verranno condotte in accordo le azioni di contrasto ai jihadisti estremisti – che tra di sé concordano mentre mettono in guardia dalla possibile esasperazione delle tensioni settarie, qui sempre sotto la cenere tra shi’iti e sunniti.

Né l’Iran né la coalizione multinazionale guidata dagli USA sono però ancora passati a coordinare e tanto meno a condurre movimenti di terra e raids aerei pure richiesti a sostegno dell’ultima offensiva irachena nella provincia a dominanza largamente sunnita di Salah-al-Din, tutto intorno a Tikrit, la città natale di Saddam e dove il rais è stato sepolto dopo l’esecuzione. In effetti, l’offensiva dell’esercito regolare iracheno, sostenuto direttamente da forze anche iraniane che solo a pochi giorni dall’inizio è già arrivata a affacciarsi alle periferie di Tikrit, sembra già aver impartito alcune lezioni di effettivo rilievo.

La più importante è che, forse, per sconfiggere gli islamisti poi al dunque non c’è bisogno degli americani: quando e se, come qui,  il loro appoggio è nei fatti rimpiazzato da quello iraniano. La seconda lezione è che, anche qui in Iraq come già da qualche tempo in Nigeria, forze armate regolari, ragionevolmente ben equipaggiate e con una leadership appena decente sono in grado di battere e fermare le forze dello Stato Islamico. La terza, forse la più importante lezione, per tutti – per Bagdad, per Arbil, per Washington, per Teheran e anche per il cosiddetto califfo – è che il livello attuale di sostegno degli americani all’Iraq (i raids aerei: caccia pilotati e droni) è importante― ma anche che è non più essenziale, come era sembrato fino a poco fa, per la sconfitta dei jihadisti in Iraq.

Può costituire, però, quello che i tecnici chiamano un vitale moltiplicatore di forze quando quelle impiegate a terra per varie ragioni non siano sufficienti – come lo sono state, invece, a Kobane, nel Kurdistan siriano – a sconfiggere l’ISIL. Allignano qui, però, memorie, risentimenti, voglie di rivalsa tra molti iracheni – e specie proprio tra quelli che contro Saddam hanno vinto, ma sembrano quasi vergognarsi di averlo fatto proprio con l’aiuto degli americani, hanno vinto la guerra: gli sci’ti.

Adesso viene fuori che un gruppo di militanti, la “Folla popolare”, particolarmente attivo proprio a Tikrit dove sta combattendo duramente contro le bande dell’ISIL che dichiara di ritirarsi dalla lotta per protesta contro i bombardamenti dei caccia lanciati dalle portaerei americane nel Golfo e sta distruggendo l’antica città, pur definendosi “agli ordini diretti del Primo ministro al-Abadi”  (Dinar/Bagdad, 29.3.2015, Abadi ordering the international coalition to stop the air on their missions Tikrit and the latter pulls plane  ― [Il PM] Abadi ordina alla coalizione internazionale di bloccare [le missioni] aeree [di bombardamento] su Tikrit e le blocca [sarà... ma sarebbe più corretto dire che, forse, le riduce...: uesto questo in una traduzione italiana corretta cercando di intuire il senso della dizione originale araba qui prospettata in inglese direttamente dal sito citato] ▬ https://search4dinar.wordpress.com/2015/03/29/abadi-ordering-the-international-coalition-to-stop-the-air-on-their-missions-tikrit-and-the-latter-pulls-planes).

Lo strappo era avvenuto dopo che gruppi armati della fazione sci’ita Badr, che sostiene il governo da posizioni sempre critiche degli americani, come da parte della “Folla popolare(Stratfor – Global Intelligence, 25.3.2015, U.S. Enters the Fray in Tikrit Gli USA entrano in campo a Tikrit https://www.stratfor.com/ analysis/us-enters-fray-tikrit).

●Adesso per strappare ai Dai’sh Mosul, la grande città curda irachena di cui s’è appropriato da mesi il califfo, il generale americano Lloyd Austin, l’ultimo comandante statunitense in Iraq e attuale capo del CENTCOM, il Central Command delle Forze armate americane la cui area di almeno teorica responsabilità comprende i paesi mediorientali, il Nord Africa e l’Asia centrale, specie Afganistan e Iraq.

Austin, per perorare il caso, si è incontrato a  Ankara col capo di stato maggiore delle Forze armate turche, gen. Necdet Özel, ma al momento non sembra che la Turchia intenda impegnarsi oltre la fornitura di addestramento e di supporto logistico ai ribelli siriani che si oppongono allo Stato Islamico ma non è sicura che così non finirà per aiutare anche le truppe regolari di Bashar al-Assad che nei Dai’sh ha lo stesso nemico... Ed è la contraddizione di fondo con cui si scontra da un anno almeno la politica di Erdoğan (Today’s Zaman― Il Tempo di oggi/Ankara [islamico moderato, vicino al movimento Gülen e di opposizione conservatrice al governo], 12.3.2015, US general discusses Mosul operation with Turkish military chief  Generale americano discute dell’operazione a Mosul con il capo militare turco http://www.todayszaman. com/latest-news_us-general-discusses-mosul-operation-with-turkish-military-chief_374987.html).      

●Fonti di Teheran hanno, intanto,anche preannunciato che “se fosse richiesto dagli iracheni”, loro giocherebbero anche un ruolo diretto nella battaglia per Ninive e Anbar perché la maggioranza di forze armate sci’ite irachene non sarebbe in grado di coordinarsi autonomamente con le forze sunnite tribali locali contro il comune nemico Da’ish. A Bagdad, una fonte irachena ha anche confermato che comunque, non ci sarà coordinamento diretto tra iraniani e americani che avverrà, invece sempre attraverso la mediazione irachena.

Questione di forma, di apparenza e della necessità per Washington di non perdere ancor più la faccia (Ashraq Al-Awsat Il Medio Oriente/Londra, 5.3.2015, Hamza Mustafa, US and Iran reach “special understanding” over Tikrit offensive: sources USA e Iran raggiungono una loro “intesa speciale” sull’offensiva per riprendersi Tikrit ▬ http://www.aawsat.net/2015/03/article55342048/us-and-iran-reach-special-understanding-over-tikrit-offensi ve-sources).

Ma anche questione, ormai, di chi nei fatti e anche in qualche modo ormai di diritto, si titolerà a dare – avendolo di fatto, poi, riconosciuto – all’offensiva strategica irachena anti-Dai’sh la direzione sul campo. E sembra proprio che agli USA non basti la loro leadership aerea, per così dire, per contrastare – senza riuscire a, e forse senza neanche voler, bloccare – il peso nei fatti della presenza sul campo dei militanti sci’iti dell’organizzazione Badr e dei consiglieri iraniani Guardiani  della Rivoluzione presenti sul campo...

●Il GAOGovernment Accounting Office americano, equivalente grosso modo della Ragioneria generale dello Stato da noi che, però, lì è un’agenzia del Congresso e non del governo, ha nominato cinque compagnie accusate di aver condotto “attività commerciali” (acquisti/vendite/mediazioni) col settore energetico iraniano, in violazione delle sanzioni statunitensi. Sono la India’s Oil & Natural Gas Corp., la Indian Oil Corp., la Oil India, le cinesi Sinopec e National Petroleum Corp.

Le cosiddette sanzioni americane, tutt’altro che di principio però, proibiscono – pena conseguenze gravi anche se mai specificate e anche a chi non rientra nella loro giurisdizione (solo perché loro sono loro, americani) – di investire nel settore energetico iraniano più di 20 milioni di $ in un anno (IRGA.com/New Delhi, 8.3.2015, ONGC, IOC, named for violating US sanctions― [Le compagnie indiane] ONGC e IOC nominate [cioè, denunciate] per violazione delle sanzioni americane ▬  http://www.irgamag.com/ breaking-news/item/ 13052-ongc-ioc-named-for-violating-us-sanctions). 

Cina e India protestano, sulla base di quella carenza di giurisdizione, ma data la preponderanza assoluta degli americani sui mercati finanziari internazionali dovuta soprattutto, però, alla loro carenza di iniziativa alla fine sono destinati a piegarsi: anche se la Cina ormai ha un’economia globalmente più forte di quella americana e l’India si avvia tra anni anch’essa, forse, a superarli...

Intanto, però, e alimentando la solita dose di confusione e contraddizioni, interne anzitutto al governo americano e poi, tanto più nel pubblico, sottoposto a ripetizione a messaggi diversificati e divergenti il direttore che coordina o dovrebbe coordinare tutti i 16 servizi ufficiali dell’Intelligence americana, militare e civile, James Clapper consegna il suo rapporto annuale al Senato. E, per la prima volta da anni (lo segnala molto preoccupato The Times of Israel, 17.3.2015, US intel report scrapped Iran from list of terror threats Rapporto unificato delle agenzie di Intelligence americane cancella l’Iran dalla lista delle minacce terroristiche http://www.timesofisrael.com/us-report-scraps-iran-hezbollah-from-list-of-terror-threats) cancella   dalla lista che gli americani dicono per loro ufficiale delle organizzazioni terroriste.

C’era l’Iran, come c’erano gli Hezbollah libanesi: e, ora, non ci sono più, nella Valutazione mondiale delle minacce [terroristiche] delle istituzioni di Intelligence americane. Annota, anzi, che l’Iran sta attivamente contrastando, e con efficacia, l’estremismo sunnita, anzitutto quello dello Stato Islamico. Ma mette, insieme, in guardia che l’azione di Teheran a sostegno delle comunità sci’ite in tutta la regione (dall’Iraq allo Yemen ma anche nel Bahrein e negli Emirati) ne sta alzando il tasso di settarismo (Worldwide Threat Assessment of the U.S. Intelligence Communities ▬ http://online.wsj.com/ public/ resources/documents/DNIthreats2015.pdf).      

●La televisione di Stato ha mostrato in Iran le riprese dirette di un’uscita della Guida suprema Ayatollah Ali Khamenei anche per controbattere una serie di speculazioni diffuse sul ricovero urgente del leader a causa di condizioni di salute sempre più serie e precarie. Il governo di Rouhani sostiene che le voci sono diffuse ad arte per ostacolare, da dentro e da fuori, il negoziato in corso sulla riduzione del nucleare contro la cancellazione, parziale ma significativa, delle sanzioni (A.P., 8.3.2015, Ali Akhbar Dareini, Iran leader appears in public amid rumors about his health Il capo supremo iraniano appare in pubblico tra voci sulle sue condizioni precarie di salute http://hosted2.ap.org/txdam/ 633c954da7d9434f9de7ed 15f38075aa/Article_2015-03-08-ML--Iran-Khamenei/id-2c87d8e554014d08b76d 421 46c055723).

Crisi dei rapporti diplomatici tra Arabia saudita e Svezia. Riyād rivendica apertamente di aver messo il veto a un intervento della ministra degli Esteri svedese, l’ex responsabile delle Migrazioni dell’Unione europea, Margot Wallström, che avrebbe dovuto intervenire a un seminario della Lega araba al Cairo ma che temevano – dato il tema del suo indirizzo e i suoi “precedenti” nel merito – stesse accingendosi a criticarli pubblicamente dopo che qualche giorno prima aveva  già condannato la fustigazione pubblica di un blogger locale, Raif Badawi, per le opinione postate sul di lui sito: dichiarate in tribunale colpevoli di “apostasia” per aver “ridicolizzato alti esponenti religiosi”: 1.000 frustate in 20 rate e sette anni di galera. .

Solo il giorno prima, d’altronde, proprio adducendo la poca credibilità dell’impegno dei sauditi al riguardo il nuovo governo socialdemocratico svedese aveva annunciato la cancellazione di un memorandum di intesa che avrebbe portato alla vendita di servizi di compagnie svedesi per la creazione di un’industria saudita di armamenti: contratto negoziato e concluso sotto ben due governi sotto il precedente gabinetto conservatore di Stoccolma (The Washington Times, 11.3.2015, Saudi Arabia recalls ambassador from Sweden as rift widens Si allarga la diatriba tra i due paesi e l’Arabia saudita ritira l’ambasciatore http://www.washingtontimes.com/news/2015/mar/11/saudi-arabia-recalls-ambassador-from-sweden-as-rif), denunciando – formalmente a ragione, come è ovvio – l’interferenza di Stoccolma negli affari interni sauditi.

La cosa più strana di tutta la faccenda, però, è che in quella sede e su quel tema, in uno dei principali centri arabo-mussulmani del mondo, avessero invitato ad introdurre il dibattito – su diritti delle donne, diritti civili dei diversi, punizione dei reati con la frusta e la mannaia, la pena di morte per decapitazione pubblica, ecc. – forse chi rappresenta la cultura e i costumi più libertari del mondo... e che, per di più, era pure una donna...

Qui c’è la vecchia, orgogliosa e gloriosa tradizione progressista, libertaria e liberal svedese che nei primi anni ’70 portava l’allora ministro dell’Istruzione Olof Palme a marciare per le strade di Stoccolma contro Nixon e la sua guerra del Vietnam a fianco dell’ambasciatore di Hanoi. C’è il primo riconoscimento dello Stato di Palestina contro Israele e le richieste degli USA. E c’è anche la condanna di quello che chiama – a prescindere quasi anche, a volte, dal merito specifico delle questioni  – il peso da grande potenza che la Russia di Putin esercita sui paesi vicini – i  baltici, l’Ucraina, anche gli scandinavi stessi...

E c’è, infine, una dialettica abbastanza consueta anche e sempre dentro questi governi, lo scontro tra posizione ideale e le necessità di real politik. Perfino negli anni più esplicitamente “rossi” della premiership di Palme, mentre il capo del governo svedese prendeva posizione netta contro le politiche aggressive e imperialiste che Reagan portava avanti nel mondo, la Svezia con tutto il suo apparato di sicurezza esterno e interno continuava a cooperare con la NATO... Ora, in modo analogo, la grande industria meccanica e di armamenti svedese, la SAAB, sta lavorando comunque alla vendita all’Arabia saudita, che il governo non intende affatto bloccare, di armi anti-carro (SAAB website, 6.3.2015, Wallenberg bakom Saudiuppror La compagnia di Wallenberg persegue l’acquisizione dell’ambizioso progetto saudita http://www.svd.se/naringsliv/nya-vapen-pa-vag-till-saudiarabien_4408727.svd).  

Infine, contro la posizione di principio proposta e tenuta da Wallström c’era stavolta la necessità,  decisamente ora bruciata ma a lungo perseguita di tenersi buono il blocco dei voti arabi e dei paesi mussulmani per la prossima rotazione dei membri non permanenti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU tra i quali la Svezia puntava ad essere candidato...

in Africa

●Il PIL del Sudafrica è cresciuto nel 2014 dell’1,5%, al ritmo più basso da quando s’era raggiunto anni fa il fondo della crisi finanziaria anche a causa di scioperi molo forti nel settore minerario e manifatturiero. Concluse quelle controversie di lavoro, infatti, il PIL s’è subito ripreso, nel quarto trimestre da solo del 4,1% su base annua. E il governo ha presentato, nell’ultima settimana di febbraio, un bilancio severo, con aumenti di tasse e tagli di spesa che però non sembra aver granché impressionato gli investitori internazionali (The Economist, 27.2,.2015).

●In Nigeria, gli jihadisti estremisti di Boko Haram hanno proclamato la loro lealtà al califfo Ibrāhīm ‘Awwād Ibrāhīm al-Badrī, alias – adesso – da califfo, di Abu-Bakr al-Baghdadi, il capo dell’ISIS che “ascolteranno e obbediranno – è la dichiarazione del loro leader Abubakar Shekau in un video postato sul web nei tempi duri come in quelli del trionfo del volere di Allah”. In realtà, la dichiarazione di Shekau è un’ammissione di debolezza e una specie di richiesta di aiuto: l’anno scorso s’era auto- proclamato lui stesso califfo, ergendosi a contraltare e paragone dello stesso al-Baghdadi nei territori che ha occupato in Siria e in Iraq.

Ma è un aiuto che in forma piena, coordinata efficacemente – al di là degli sforzi soprattutto in particolare delle forze armate di Niger e Ciad che esse stesse molto più di quelle della Nigeria sembrano forse sentirsi direttamente minacciate e sotto attacco diretto degli islamisti estremisti – uini si batr tono semrpe duramente, non gli arriverà mai da parte della Coalizione inter-armi africana voluta e sostenuta da ONU, Francia e America ora che si trova stretto alle corde ma con truppe non motivate, mal equipaggiate – i cui generali si vendono buona parte degli equipaggiamenti anche al nemico – e spesso con esso colluse col nemico dichiarato.

E’ qui, nel paese più grande e più ricco e forse anche più direttamente minacciato dell’Africa, che i governanti non sembrano preoccuparsi quanto molti dei loro vicini della minaccia di Boko Haram che ha spinto sul loro territorio i suoi assalti, le sue efferatezze (crocifissioni, roghi, decapitazioni e fucilazioni di massa: tutte in nome di Dio, si capisce, ma motivate dalla volontà di spazzare i non islamici dall’Africa) e le sue operazioni di pura pulizia etnica.

Adesso, proprio alla vigilia delle elezioni, l’esercito della Nigeria si riprende, forse solo momentaneamente, il controllo della cittadina di Gwoza, sui quindicimila abitanti, da Boko Haram che vi aveva stabilito il suo quartier generale. L’esercito ha poi dichiarato – denuncia credibile anche se non dimostrata – che i capi dei jihadisti a Gwoza hanno ordinato ai loro uomini di ammazzare donne ed anziani per accelerare il loro arrivo tra le braccia di Allah.

Pare che l’esercito nigeriano, su disposizione del presidente in carica e ancora candidato Goodkuck, abbia appositamente ritardato almeno di alcuni giorni l’annuncio dell’unica sua circoscritta vittoria sul campo (BBC News/Lagos , 27.3.2015, Boko Haram HQ Gwoza in Nigeria 'retaken'― Ripreso dall’esercito il quartier generale di Boko Haram a Gwoza in Nigeria http://www.bbc.com/news/world-africa-32087211).

C’è però anche da tener conto di una realtà che qui è complessa molto più di quello che sembra ma della quale parlano poco gli osservatori, anche più attenti. Non si può in altri termini sovrastimare le spaccatura tra Nord e Sud e mussulmani/cristiani, perché così si mettono troppo in secondo piano altre divisioni che esistono e pesano, quelle etniche, linguistiche e sociali, di classe, che percorrono tutto il paese e che sono tutte insieme alla base di tanti problemi nello zibaldone mosaicato che è questo paese. E poi così vengono anche ignorate le ulteriori divisioni settarie interne al mondo islamico come a quello cristiano e che rispecchiano rivalità e divisioni presenti un po’ in tutto il mondo.

Per esempio, anche se fosse tutta islamica, la Nigeria resterebbe sempre profondamente divisa tra sunniti e shi’ti e poi tra le spaccature interne a ognuno di questi due campi... Così come se fosse tutto un paese nominalmente cristiano, resterebbe il forte risentimento contro la percezione dei protestanti della predominanza cattolica nel loro campo.

La Nigeria è ufficialmente divisa in 36 Stati federali più, all’americana, un “territorio federale capitale”, tipo il Distretto, lì, di Columbia. Informalmente, questi 36 singoli Stati sono poi raggruppati in sei aree “geopolitiche”, tre a Nord e tre a Sud― soprattutto per spartirvi più o meno,  equamente, almeno sulla carta, incarichi e posti di lavoro governativi. La regione del sud-ovest nigeriano, la più popolosa dei tre Stati del Sud, è abitata dalla popolazione di etnia yoruba ma non è affatto, come invece dicono, a predominanza cristiana.

Come ha avvertito un vescovo cattolico yoruba tra i più noti e rispettati, Matthew Hassan Kukah, titolare della sede arcivescovile di Sokoto, città largamente mussulmana, “dobbiamo smettere di confondere spaccature, divisioni e motivazioni di ordine politico con la vita quotidiana della gente, dei nigeriani comuni, le comunità nostre fatte di esseri viventi che frequentano mercatini rionali, chiese, moschee e conducono giorno per giorno i loro affari, i piccoli traffici, i lavori della vita di ogni giorno nel rispetto normale e mutuo degli uni con gli altri (New York Times, 23.3.2015, Tolu Ogunlesi, Nigeria’s Internal Struggles I conflitti interni della Nigeria http://www.nytimes.com/2015/03/24/opinion/ nigerias-internal-struggles.html?_r=0#).

●E, adesso, il 31 marzo, con 35 dei 36 Stati della Nigeria che dichiarano i risultati, l’ex generale Muhammadu Buhari vince . E vince alle urne con 14.951.378 voti a fronte dei 12.827.522 andati al rivale in carica, Goodluck Jonathan che “riconosce” la sconfitta e chiama pubblicamente il rivale per dargliene atto, tagliando così in radice le tentazioni di non pochi dei suoi di resistere al risultato che proclama lui stesso pulito. Adesso, toccherà a lui – che ha vinto soprattutto per essere riuscito a rendere credibile l’impegno a sconfiggere Boko Haram – che, secondo tradizione nominalmente sempre rispettata con l’eccezione dei golpe qui ui qui ogni tanto vigenti, torna ad alternarsi, da mussulmano, a un presidente  cristiano.

Un 72enne assai giovanile, Buhari, che una generazione or sono già aveva governato da dittatore, poi è stato in galera ma da anni si dichiara convertito alla democrazia, tutti sperano davvero sinceramente, dal 1999 era al quarto tentativo di farsi eleggere e stavolta l’occasione gli è stata offerta dai tagliagole che cercano di imporre al più popoloso, e potenzialmente più ricco paese africano – ancora però quasi dovunque un paese del terzo mondo – la loro fanatica visione della vita (Guardian, 31.3.2015, D. Smith e M. Hart, Opposition candidate Muhammadu Buhari wins Nigerian election― Il candidato dell’opposizione Muhammadu Buhari vince le elezioni in Nigeria http://www.theguardian.com/world/ 2015/mar/31/opposition-candidate-muhammadu-buhari-wins-nigerian-election).

in America latina

●Un anonimo esponente della PSVSA, la Petroleos de Venezuela  S.A., la compagnia petrolifera di Stato della República Bolivariana da sempre, dai tempi del vecchio presidente Chavez sottoposta alle pressioni geo-economico-politico del grande e poco tollerante vicino del Nord, ha riferito che la Cina si è impegnata ad aprire un credito nel corso dei prossimi mesi per una decina di miliardi di $ di cui la metà potrebbe arrivare a titolo del cosiddetto, e già variamente usato in passato, Fondo congiunto sino-venezuelano. L’altra metà del credito andrebbe a compensare industrie cinesi già al lavoro specie nella prospezione e nell’iniziale sfruttamento del bacino dell’Orinoco e dovrebbe essere completamente versata entro giugno (Toronto Telegraph, 20.3.2015, China to Lend Venezuela $10B in Coming Months― Nei prossimi mesi, la Cina presterà al Venezuela [altri] 10 miliardi di $http://www.torontotelegraph. com/index.php/sid/231236243).

La Cina che, al momento, e per una cinquantina di miliardi di $ di credito, è già il maggior finanziatore straniero del Venezuela sta così mettendo piede solidamente nel paese che oggi al mondo nel sottosuolo, o sotto i suoi spazi marini, detiene le maggiori quantità provate di riserve id greggio al mondo che, per un paese come la Cina, vale anche il rischio di ingenti finanziamenti. Che rafforzano, però, e rendono spesso efficace la voglia di resistenza e di sfida del paese latino-americano verso le politiche imperialiste yankee, come le chiamano loro: non impropriamente, o non sempre, perché come è noto anche chi è un po’ paranoico poi, e vede sempre in tutto il complotto specie del più forte – nel nostro caso il norte-americano, specie dopo tante esperienze passate – ogni tanto magari ci azzecca...

●Sempre con straordinaria tempestività – cioè, sempre dopo che si muovono per primi gli Stati Uniti... ovviamente – la vice presidente della Commissione europea e Alta responsabile per gli Esteri, Federica Mogherini, arriva adesso a Cuba (Euractiv, 23.3.2015, Mogherini visits Cuba to normalise ties Mogherini in visita a Cuba per normalizzare i rapporti http://www.euractiv.com/sections/global-europe/mogherini-visits-cuba-normalise-ties-313146) per discutere di quella che ha definito la necessaria normalizzazione dei rapporti con la grande isola caraibica.

E’ dallo scorso dicembre, in effetti, che gli USA e Cuba hanno cominciato a rammendare il  loro rapporto  (Stratfor – Global Intelligence, 17.12.2014, The United States and Cuba  Begin Restoring Relations Gli Stati Uniti e Cuba cominciano a restaurare le loro relazioni https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/united-states-and-cuba-begin-restoring-relations). Anche se tra mille contraddizioni dovute a resistenze interne del Congresso e di certi rifugiati cubani della vecchia guarda anti-castrista scappata a Miami, peraltro essa stessa ormai sul tema profondamente divisa, questa  volta Obama va avanti e dispone, subito dopo metà marzo, di cancellare dalla lista che porta il bollo ufficiale del dipartimento di Stato dozzine di cittadini cubani cosiddetti designati come sostenitori del terrorismo o trafficanti di droga.

Puramente per ragioni politiche, così come per quelle stesse ma opposte ragioni erano stati inseriti in quella lista senza che il loro status sia in niente cambiato. E la Casa Bianca sta ancora ponderando se fare o no il passo finale: la rimozione ufficiale del governo cubano, come tale, dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo stilata annualmente dal dipartimento di Stato.

CINA

●Il bilancio della Difesa della Cina per il 2015, sarà quest’anno intorno al 10% sopra quello dell’anno scorso: e si tratta di un aumento a passo più rapido di quello della crescita dell’economia tutta intera  che si assesta nell’anno intorno al 7%. Lo ha comunicato il portavoce del Congresso popolare nazionale, l’Assemblea legislativa di Pechino, Fu Ying, preannunciando a giorni il dettaglio appena approvato formalmente, insieme ad altri dati di bilancio, dal parlamento.

Si tratta dell’equivalente di $ 145 miliardi (la cifra più alta in assoluto da sempre, anche se non percentualmente― nel 2014, l’aumento fu del 12,2%) che della Cina fanno il paese che dopo gli Stati Uniti spende di più per questa voce di bilancio, pur restando largamente al di sotto della quota di ricchezza che ci mettono gli americani che, alle loro forze armate, allocano più fondi di quelli messi insieme degli otto paesi che in questa graduatoria li seguono.

E’ un trend, questo, di spesa militare sopra quella del bilancio generale, quando di molto quando di poco, che in Cina c’è sempre stato, ha ricordato Richard A. Bitzingerm, ricercatore senior dell’Istituto di Studi internazionali S. Rajaratnam dell’Università Tecnologica di Nanyang a Singapore. Ma, stavolta, se come è possibile il PIL crescerà solo del 6%, col un bilancio della Difesa al +10%, la differenza sarebbe davvero considerevole.

Nell’area, le altre potenze più preoccupate del rafforzamento delle forze armate cinesi sono ovviamente quelle che con Pechino hanno aperto un contenzioso anche territoriale dalle radici storiche che affondano in narrative totalmente diverse. L’India, da sempre, ma oggi meno acutamente (il Tibet, la regione Himalayana, di alto anche il Kashmir) ma sopratutto le diatribe sugli isolotti del Mar Cinese Meridionale e del Mar Cinese Orientale con Giappone, Vietnam e Filippine.

Il portavoce dell’Assemblea, Fu Ying, ha tenuto a specificare, con la riserva delle dichiarazioni definitiva dopo l’approvazione a giorni dei dati finali, che il 10% di aumento del bilancio militare sarà della stessa misura del bilancio generale globale del paese. “Il fatto è – ha spiegato – che, pro- capite, la spesa complessiva per componente delle forze armate, tutto compreso, è stata nel 2014 solo di $57.000: molto inferiore alla spesa pro-capite di USA e Giappone, per dire ”.

Sempre Fu, nella conferenza stampa, ha molto insistito sulla grande campagna anticorruzione che sta coinvolgendo decine di alti gradi dell’Armata popolare e anche due vice presidenti della Commissione centrale militare: campagna che s’è intestata direttamente il presidente Xi Jinping e che coinvolge 14 o 16 ufficiali generali, oltre che molti gradi intermedi e parecchi di livello più basso il livello che, però, nella maggior parte dei casi dovrebbe ora vedersi adeguare i compensi con l’aumento degli stanziamenti in programma e in funzione anche di incentivo anticorruzione (New York Times, 4.3.2015, E. Wong e C. Buckley, China’s Military Budget Increasing 10% for 2015, Official Says Alto esponente cinese comunica che il bilancio militare della Cina aumenterà nel 2015 del 10% http://www.nytimes.com/2015/ 03/05/world/asia/chinas-military-budget-increasing-10-for-2015-official-says.html?_r=0).

Uno dei massimi ufficiali superiori sotto inchiesta è lui stesso, come dicono qui, un “principino” del regime, figlio dell’ultrapotente Guo Boxiong, già primo vicepresidente della Commissione centrale militare di controllo e ora in pensione, appena un grado al di sotto dell’allora presidente della stessa Commissione e presidente della Repubblica, Hu Jintao.

E il fatto che organi del partito e del governo facciano apertamente il suo nome legandolo a quello del figlio ora sotto inchiesta depone pesantemente a suo diretto sfavore (South China Morning Post/Hong Kong, 3.3.2015, Cary Huang, Chinese state media suggest retired general Guo Boxiong may be next to fall, after son comes under graft probe I giornali di Stato cinesi suggeiscono che il generale in pensione Guo Boxiong potrebbe essere il prossimo a cadere, dopo che il figlio resta invischiato nell’inchiesta anticorruzione http://www.scmp.com/news/china/article/ 1728852/chinese-state-media-suggests-retired-general-guo-boxiong-may-be-next-fall).

●I rappresentanti ufficiali di India e Cina hanno cominciato il 23 marzo una serie di colloqui a New Delhi intorno alla questione del contenzioso relativo ai loro confini: quest’ultima è la 18a tornata di incontri tenuti al riguardo. Si tratta sia di fare un passo avanti per finalizzare il quadro generale ancora da definire per avviare a soluzione la disputa, sia di preparare la visita in Cina del primo ministro Narendra Modi tra due mesi circa. I due consiglieri principali dei capi dei due governi, il quello di Stato cinese Yang Jiechi e quello per la sicurezza nazionale Ajit Kumar Doval si sono, intanto e insieme, incontrati con Modi (The Indian Express/New Delhi, 23.3.2015, India, China hold border talks Cina e India tengono colloqui sui problemi di frontiera http://indianexpress.com/article/india/india-china-hold-border-talks).

La lunga frontiera – ben 3.400 Km. – resta indefinita in molteplici luoghi. Larghe aree di territorio oggi almeno nominalmente sotto sovranità indiana, inclusa larga parte di uno Stato federale dell’est, e come nel caso delle pretese che avanza per i propri confini marittimi non hanno alcuna intenzione né flessibilità di natura legale sui loro diritti.

Le due parti hanno eretto basi militari e fortificazioni su entrambi i lati del territorio conteso, ma i cinesi sono, sul punto, molto più avanti di quanto lo siano o lo possano mai essere gli indiani. I colloqui sinora tenuti sono ancora in corso e così servono a tenere aperte le reciproche linee di comunicazione anche se continuano ad avanzare i preparativi di ordine militare.

Nessuna delle parti sembra aver deciso di rompere, o di elevare il livello dello scontro e i colloqui garantiscono un meccanismo capace di rassicurare gli uni e gli altri sul fatto che gli scontri occasionali, e in questo quadro anche inevitabili, non finiranno col montare al punto che nessuna delle parti al momento considera utile uno scontro allargato.

●Le Filippine hanno subitaneamente abbandonato le operazioni di esplorazione e trivellazione, anche, nel Mar Cinese Meridionale, sui cosiddetti Banchi dei Canneti, “fino a nuova decisione”. Lo rende noto la Philex Petroleum Corp., compagnia filippina di prospezione, esplorazione e ricerca di giacimenti di greggio e di gas off-shore. E’ su tutto lo specchio vastissimo del Mar Cinese Meridionale, del resto, che si stanno però sviluppando da tempo tutta una serie di diatribe territoriali... Insomma, contrordine compagni, come si sarebbe detto una volta in altri frangenti.

Ora, non si ha alcuna spiegazione del cambio di rotta che, senza annunciarlo direttamente ma delegando senza alcuna spiegazione l’informazione alla compagnia petrolifera, sembra aver adesso assunto il governo di Manila, facendo dichiarare che la cosa è avvenuta “per ragioni di forza maggiore” – fattispecie che, in diritto internazionale, esime da responsabilità di rottura contrattuale – dalla compagnia petrolifera, a causa del contenzioso territoriale con la Cina... come se finora nessuno ne avesse saputo niente di quel contenzioso (GMNews, 3.3.2015, PHL stops oil and gas drilling in Reed Bank, cites dispute with China. Las compagnia PHL― La PHL blocca la trivellazione di greggio e gas sui Banchi dei Canneti, citando la disputa territoriale con la Cina http://www.gmanetwork.com/news/story/445665/economy/compa nies/phl-stops-oil-and-gas-drilling-in-reed-bank-cites-dispute-with-china).

●Sorprendendo, e irritando non poco, il dipartimento di Stato – che da mesi è in campagna perché i veri o presunti alleati degli USA boicottino, e si disinteressino pubblicamente, facendone fallire l’iniziativa della nuova banca per lo sviluppo internazionale che sta lanciando la Cina – anche l’Australia, dopo Regno Unito e Nuova Zelanda, sta pensando di aderire come suo membro fondatore.

La Banca di Investimenti Infrastrutturali Asiatica― AIIB (50 miliardi di $ di capitale iniziale) viene vista con ostilità a Washington dove, insieme ad altre istituzioni analoghe, è temuta come possibile alternativa alla Banca mondiale e inevitabilmente più sensibile alle priorità della Cina piuttosto che alle proprie nella regione (lo dice con uno sfogo quasi incontrollato al Financial Times, 12.3.2015, Geoff Dyer e G. Parker, “un alto esponente dell’Amministrazione americana”: US attacks UK’s ‘constant accomodation’ with China Gli USA attaccano il costante atteggiarsi morbido della Gran Bretagna alla Cinahttp://www.ft. com/intl/cms/ s/0/31 c4880a-c8d2-11e4-bc64-00144feab7de.html#axzz3UMMnOXNM).

● E l’idea di qualcosa di alternativo al FMI ha successo!   (vignetta)

Una strategia per arrivare ad essere il banchiere del mondo 

Fonte: Paresh Nash, 6.2.2015, The Khaleej Times (EAU)

In particolare dà ai nervi a Washington, portandola ormai anche a dare un po’ inopinatamente la stura a reazioni non sempre ben controllate e ben valutate, che sia proprio la sempre finora supina Gran Bretagna il primo paese dei G-7 a “tradirne” le volontà e che la segua l’ancora più pedissequamente appecoronata fedelissima Australia. Ora, la scadenza per entrare a far parte del club dei fondatori della AIIB è fine marzo e si sono già dichiarate pronte a farne parte, con e dietro la Cina, oltre a Australia e Inghilterra, Indonesia, Singapore, India e Pakistan. Con Vietnam e Filippine, e anche Thailandia, che “ci stanno pensando”. E, a una settimana appena dal termine ultimo fissato, anche il Giappone...

Che, però, proprio il 31 marzo, ci ripensa e, come confessa chiaro di persona il premier Abe “questo paese non si può permettere di rompere su una questione strategica con gli USA”. Non osa, vorrebbe ed è chiaro ma non può (New York Times, 31.3.2015, M. Fackler, Japan, Sticking With U.S., Says It Won’t Join China-Led Bank― Il Giappone, incollato agli USA, afferma che non aderirà alla Banca guidata dalla Cina http://www.nytimes.com/2015/04/01/world/asia/japan-says-no-to-asian-infrastructure-investment-bank.html)...

Insomma, l’America che si innervosisce neanche se la filano più... E, infatti, dopo la Gran Bretagna, pure Germania, Francia ed Italia, adesso, subito, entro la scadenza calendarizzata dai cinesi, e malgrado l’insistenza diplomatica, quasi patetica, del dipartimento di Stato americano, hanno annunciato di voler entrare tra i soci fondatori della AIIB (New York Times, 17.3.2015, A. Higgins e D. E. Sanger, 3 European Powers Say They Will Join China-Led Bank― [Altre] Tre potenze [economiche] europee affermano di aderire alla Banca guidata dalla Cina http://www.nytimes.com/2015/03/18/business/france-germany-and-italy-join-asian-infrastructure-investment-bank.html?_r=0).

E Chao Changui, economista capo dell’Export-Import Bank di Cina, spiega che l’AIBB è stata proposta proprio perché la Cina, che dispone oggi di larghi surplus finanziari, capisce benissimo, meglio di altri, l’importanza di investirli in infrastrutture necessarie alla crescita ma aggiunge anche che si tratta sicuramente – e ecco l’ansia americana debordante – di una sfida al predominio economico e politico degli americani e di una sfida ad istituzioni finora largamente controllate dagli USA e dai loro interessi, come ad esempio la Banca mondiale e l’Asia Development Bank, dominata dagli USA e dal Giappone.

Del resto, anche altrove nel mondo Pechino sta lanciando analoghe iniziative e anche di magior rilevanza, come la nuova Banca di Sviluppo dei paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) che già sta finanziando con una prima tranche di 40 miliardi di $ la cosiddetta nuova Strada della Seta che vuol migliorare reti e connessioni dei trasporti via terra attraverso tutta l’Asia.

Ma intanto continua a crescere il disorientamento e il senso di frustrazione dell’America su temi e argomenti cui potrebbe semplicemente ovviare entrando essa stessa a far parte dei nuovi strumenti globali bancari. Se solo si rassegnasse, una volta tanto, a partire dalle posizioni di partenza degli altri e non obbligatoriamente per prima e destinata sempre ad avere l’ultima parola in nome di un passato, di una rendita di posizione e di un’egemonia che ormai, com’erano, però non esistono più (Guardian, 13.3.2015, Tania Branigan, Support for China-led development bank grows despite US opposition Alla faccia dell’opposizione degli USA, cresce l’appoggio alla nuova Banca per lo sviluppo condotta dalla Cinahttp://www. theguardian.com/world/2015/mar/13/support-china-led-development-bank-grows-despite-us-opposition-australia-uk-new-zealand-asia).

Tentando, ma anche illudendosi, di riportare a ragione – cioè, di far ragionare – i non pochi senatori che da sempre fanno ostacolo a riconoscere la realtà – i fatti, cioè i rapporti di forza reali oggi nel mondo – opponendosi strenuamente ma al solito vanamente a lasciare che la Cina trovi il ruolo maggiore che è suo attraverso le riforme alla struttura del Fondo monetario internazionale, che stanno praticamente bloccando da soli e da anni il segretario al Tesoro, Jack Lew, lo ha detto chiaro adesso.

E’la credibilità internazionale e l’influenza stessa dell’America che sono ormai a rischio per questa resistenza cieca e sciocca”: come dimostra ormai la capacità della Cina di prenderselo da sola, il suo posto, magari costruendoselo dal niente, accanto e anche contro vetuste strutture pesanti come il FMI, mandando a quel paese ogni resistenza velleitaria come quelli che, in nome di una rivendicazione di trasparenza e affidabilità finora mai realmente affermata.

E lo scontro stavolta nettamente e con l’aiuto  stesso dei propri alleati l’ha perso l’America inefficiente, inefficace e pure rozzamente un po’ “petulante”, come definisce il suo comportarsi un osservatore realisticamente severo (The Economist – Business this week, 20.3.2015, AIBB-The infrastructure gap -Development finance helps China win friends and influence American allies― La finanza per lo sviluppo aiuta la  Cina a trovare amici e anche a influenzare gli alleati dell’America stessa http://www.economist.com/news/asia/21646740-development-finance-helps-china-win-friends-and-influence-american-allies-infrastructure-gap).

●I ministri degli Esteri di Cina, Giappone e Sud Corea si sono trovati a Seoul per la prima volta da tre anni a questa parte e, stavolta, per il primo vertice di merito a quel livello da quando hanno raggiunto l’acme le tensioni reciproche territoriali sino-giapponesi sui vari isolotti, poco più che scogli in realtà disseminati nel Mar Cinese Meridionale. Un contenzioso assai aspro e al di là del merito, appunto, come sempre tra questi paesi e in queste culture in cui tanto conta la “faccia”, l’orgoglio, il culto della nazione. E al qua si sono aggiunte le aspre recriminazioni di Cina e Corea del Sud sulla tendenza negazionista montante a Tokyo, e soprattutto proprio nel governo di Abe, a difesa dell’occupazione militare e dell’aggressione del Sol Levante prima e dopo la seconda guerra mondiale (The Economist, 27.3.2015, China, Japan and South Korea – The buds of March I germogli di marzo http://www.economist.com/news/asia/21647340-first-meeting-foreign-ministers-three-years-heralds-milder-spell-buds-march).

nel resto dell’Asia    

●Alla vigilia della visita del ministro degli Esteri indiano, Sushma Swaraj, il nuovo governo dello Sri Lanka ha cambiato nuovamente parere e, tornando sulla precedente decisione di procedere con l’operazione, ha deciso la “sospensione” – senza alcuna indicazione di tempi e condizioni del fermo... e con la dichiarata assicurazione a Pechino che non si trattadi una “cancellazione” del progetto già in atto di costruzione della nuova area portuale della capitale, Colombo― operazione finanziata da fondi cinesi per 1 miliardo e mezzo di $ e adesso bloccata, insieme ad altri progetti della precedente amministrazione appena sconfitta alle urne, per un valore complessivo di circa 5 miliardi.

La causa sono – sarebbero – i reiterati sospetti di corruzione, già avanzati e motivati dallo scavalcamento di regolamenti e legislazione locale antinquinamento appena dati però per superati, visto che il progetto di ristrutturazione e modernizzazione del porto era da tempo in fase di realizzazione e che da parte del nuovo governo di Colombo sembrava fosse prevalsa l’intenzione di evitare il peggioramento dei rapporti esistenti col governo di Pechino per quasi una decina complessiva di miliardi di $ di investimenti cinesi: non rimpiazzabili né a breve né in contanti da un analogo impegno concreto di quello di New Delhi (Yahoo News!, 6.3.2015, Shihar Aneez, Sri Lanka cabinet suspends Chinese project on approval issue― Il governo dello Sri Lanka sospende per difetto di approvazione il progetto cinese http://news.yahoo.com/sri-lanka-cabinet-suspends-chinese-project-approval-issue-095350040--finance.html).

●Il 3 marzo, India e Pakistan concordano di lavorare insieme cercando di risolvere con un “onesto dialogo”, cioè in buon fede, le questioni di ogni tipo (territoriali, militari, politiche ed economiche) che tra le due parti restano sempre pendenti. L’accordo è stato raggiunto tra il segretario agli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, e il suo omologo pakistano, Aizaz Ahmad Chaudhry.

L’accordo, però, non vuol dire granché, se non che i professionisti della diplomazia ci provano ma sanno benissimo di non avere il potere di negoziare e concludere sul serio: in modo realmente stringente, però, e impegnativo per i due governi. Significativo sembra il fatto che, comunque,  all’intesa di massima, tutta e solo politica, il Pakistan non dà alcuna pubblicità e l’India stessa tende a sminuirla.

Però, New Delhi almeno ne parla pubblicamente. Sembra l’indicazione che il primo ministro Modi non voglia abbandonare il tentativo di promozione, all’interno del quadro multilaterale del SAARCSouth Asian Association for Regional Cooperation― l’Associazione per la Cooperazione Regionale nel Sud asiaticonell’ambito della quale l’intesa tra i due ministri degli Esteri viene comunque raggiunta – di voler fare qualcosa per promuovere una qualche cooperazione e lo sviluppo della regione stessa.

Modi ci aveva già provato lo scorso novembre, nella stessa sede. Ma allora – più aggressivamente di oggi – la strana combinazione di poteri che governa il Pakistan – sopra i militari, sotto sempre i politici – s’era attivata per minare l’iniziativa del primo ministro indiano.

●In Pakistan, per l’ennesima volta, due poveri ragazzini suicidi hanno ammazzato oltre 20 persone e fatto un ottantina di feriti gravi facendosi esplodere all’entrata di due chiese cristiane a Lahore, metropoli di 11 milioni di abitanti e capitale della regione del Punjab, ai confini occidentali del paese con l’India. Jamaat-ur-Ahrar, una frazione del TTP, i talebani pakistani, ha rivendicato entrambi gli attacchi, condotti al momento in cui era maggiore la potenzialità dell’eccidio, quando le funzioni della domenica erano in pieno svolgimento.

Ha dichiarato in un’e-mail inviata alla stampa nazionale un portavoce degli attentatori, Ahsanullah Ahsan, che “l’impegno del gruppo resta quello di continuare l’attacco finché non verrà instaurato nel paese un sistema pienamente islamico. Se pensano di provare a fermarci, i governanti del Pakistan possono pure provarci”.

E’ dalla formazione del paese nella guerra civile del 1948 che lo separò, con oltre un milione di morti, forzatamente dall’India che una o l’altra fazione di terroristi pakistani ha sistematicamente anche se tra picchi e frenate condotto attacchi assassini contro le popolazioni delle minoranze sci’ite e cristiane – dei 190 milioni di abitanti, 35 comunque sono sci’iti e almeno 2 milioni e mezzo cristiani – senza che ciò cambiasse in nulla il quadro demografico, etnico e politico del paese  mutare nulla se non il livello della concorrenza tra le proprie frazioni.

E il sacrificio di due ragazzi cui è stato fatto il lavaggio del cervello per farne gli strumenti del massacro di qualche decina di cristiani o di sci’ti, non avanza di niente la possibilità di instaurare un regime di shari’a cui gran parte del paese, se poi è amministrata dai cattivi mullah iperislamisti palesemente resiste.

●In Afganistan, gli Stati Uniti hanno deciso ormai di abbandonare il piano che entro la fine del 2014 avrebbe dovuto già, come era stato annunciato ufficialmente al Congresso, ridurre a un massimo di 5.500 i soldati americani ancora lì, sul terreno (ne riferisce, ad esempio, il Guardian, 14.3.2015, White House drops plans to reduce US forces in Afghanistan to 5,500 this year― La Casa Bianca lascia cadere il piano di riduzione delle forze armate americane in Afganistan a 5.500 unità  quest’anno [in realtà, ormai, l’anno scorso] http://www.theguardian.com/us-news/2015/mar/14/white-house-drops-plans-to-reduce-us-forces-in-afghanistan-to-5500-this-year).

● E rieccoli!   (vignetta)

  Afgan   exit:                 Stiamo rinviando la nostra uscita!                                                          

Fonte: INYT, Heng Kim Song (Singapore), 30.3.2015

I GI’s resteranno di certo almeno fino a fine 2016, a Kabul, e nelle roccaforti sparse dove oggi ancora si acquartierano, almeno ai 9.600 attuali, per così dire residui e non tutti solo consiglieri tecnici e addestratori del grande esercito di invasione e di occupazione che era cominciato a arrivare qui, ormai ben tredici anni fa, da migliaia di Km. di distanza ma anche truppe speciali e vari tipi di fanteria combattente. Del resto, lo stesso neo-presidente Ashraf Ghani, che all’interno si sta preoccupando quasi esclusivamente finora di accentrare e rafforzare il potere centrale, anche se poi sempre e solo per lo più nominale contro gli  avversari interni, adesso e per la prima volta si dice preoccupato.

Il 21 marzo confessa, confermando che l’annuncio americano è importante, che il cosiddetto Stato Islamico sta guadagnando terreno, potere e influenza nel paese (Khaama Press Zenith/Kabul, 21.3.2015, Mirwais Adeel, Ghani acknowledes ISIS (Daesh) gaining influence in Afghanistan Ghani riconosce che l’ISIS (i Dai’sh) guadagnano peso in Afganistan http://www.khaama.com/ghani-acknowledges-isis-daesh-gaining-influence-in-afghanistan-9952) anche perché – spiega – le offensive condotte contro i jihadisti lungo la frontiera del Nord Ovest pakistano stanno spingendo proprio in territorio afgano reti e strutture non sempre talebane ma, come quelle di al-Qaeda, alla rivolta dei talebani legate con diversi comandanti  sul campo che vanno giurando fedeltà spostandola dal mullah Omar al califfo e allo SI (Stratfor – Global Intelligence, 16.3.2015, The Islamic State Reaches Into Afghanistan and Pakistan― Lo Stato Islamico si allarga in Afganistan e in Pakistan https://www.stratfor.com/analysis/islamic-state-reaches-afghanistan-and-pakistan).

In effetti, il giorno dopo il governo di Islamabad afferma che uno scontro, proprio al passo Khyber[3],  tra i militanti dei talebani pakistani, i Tehrik-i-Taliban PakistanTPP, e altri gruppi loro associati, come i Lashkar-e-Islam ha fatto 80 morti tra i ribelli mentre questi hanno rivendicato di aver ucciso otto componenti tra le truppe regolari (Gulf News, 22.3.2015, Pakistan says 80 militants killed in Khyber assault Il Pakistan dice che 80 militanti sono rimasti uccisi in un assalto al passo Khyber http://gulfnews.com/ news/asia/pakistan/pakistan-says-80-militants-killed-in-khyber-assault-1.1476863).

Dove però la cosa più importante non è, come a prima vista a qualche osservatore era sembrato, la rivendicazione della vittoria ma proprio l’allarme per l’iniziativa con cui i talebani prendono comunque l’iniziativa nel paese.

Alla fine, in un incontro, il primo alla Casa Bianca col presidente Obama del nuovo presidente afgano Ashraf Ghani – che, al contrario del predecessore Hamid Karzai si è profuso in ditirambici ringraziamenti all’America – ha strappato all’americano lasciare nel suo paese almeno fino a fine anno i 10.000 americani che oggi lì sono stanziati: sempre col compito di addestrare l’esercito regolare afgano e di appoggiare i raids dei droni – cioè di farli materialmente volare a bombardare i talebani o i poveri disgraziati contadini che magari per talebani qui vengono da sempre come tali fatti passare – anticipando altre offensive degli insorti (The Economist, 27.3.2015, Afghan-American relations – Love bombs I rapporti afgan-americani – Bombe d’amorehttp://www.economist. com/news/asia/21647335-afghanistans-president-wins-pause-withdrawal-american-forces-love-bombs).

La verità ... sulla guerra americana  a al-Qaeda   (vignetta)

Hanno alienato i loro alleati, sono andati in bancarotta grazie alle loro guerre e si sono messi contro i loro concittadini. Li abbiamo sconfitti!

No! Si stono sconfitti da soli.

Fonte: Mike Keefe, 1.11.2013

EUROPA

●La BCE, a partire dai primi di marzo, adesso, si metterà a pompare 60 miliardi di € al mese col programma cui finalmente ha dato il via per un totale di 1.140 miliardi di € fino a settembre 2016: da immettere  a stimolo dell’economia dell’eurozona ma, ormai, a sei anni di distanza da quando lo hanno cominciato a fare sia la Federal Reserve americana che la Banca d’Inghilterra attraverso i loro programmi di “quantitative easing” e senza alcuna reale garanzia che poi le banche passeranno quei soldi a risparmiatori e consumatori.

Lo ha annunciato ufficialmente, nella maniera più informale possibile, via Twitter addirittura. Ma anche la Grecia, per dirne una, dovrà aspettare finché non sarà concluso anche nei dettagli l’accordo con Bruxelles sul suo rientro dal debito. Draghi ha chiaramente spiegato che aprire così il rubinetto del reddito comprando titoli di Stato è l’ultima serie di misure possibili che erano a sua disposizione e che, d’ora in poi, toccherà ai governi prendere in mano il bastone del comando (Guardian, 5.3.2015, P. Inman, European Central Bank fires starting gun on € 1 tn stimulus La Banca centrale europea spara il primo colpo del suo stimolo da 1 trilione di € ▬ http://www.theguardian.com/business/2015/mar/05/european-central-bank-fires-starting-gun-on-1tn-stimulus).

I rendimenti sprofondano subito per i titoli a più breve termine emessi dai paesi membri dell’eurozona, addirittura in alcuni casi andando in negativo. E l’euro scende sul dollaro a una parità di 1 contro 1,06. Al minimo di un dodicennio, rispetto al biglietto verde (The Economist, 13.3.2015).

●Anche se, seguendo il dogma della dottrina economica più scontata, quella neo-liberista, sempre cara malgrado ogni documentata smentita a Bundesbank e ministero delle Finanze, il NYT continua a fanfaronare sul fatto che l’austerità imposta alla Grecia serve anche a proteggere e difendere il credito dei risparmiatori e dei contribuenti tedeschi e europei (New York Times, 28.2.2015. S. Enlarger, Germans at the Crux of Crises, but Reluctantly I tedeschi all’incrocio delle crisi, ma con riluttanzahttp://www.nytimes. com/2015/03/01/world/europe/germans-at-the-crux-of-crises-but-reluctantly.html?ref=world&_r=0#).

Questo, sostiene il giornale forse più importante del mondo – in queste cose e in quelle attinenti al primato che considera comunque e sempre patriotticardicamente scontato degli Stati Uniti d’America, l’usuale soffietto delle autorità costituite chiunque esse siano e della saggezza cosiddetta convenzionale – spiega essere il motivo dell’intransigenza tedesca. Ma non è in niente chiaro che questo sia effettivamente il caso. La stragrande parte del debito greco verso i tedeschi è dovuto alle istituzioni finanziarie del paese che non hanno alcun bisogno di rivolgersi ai contribuenti per trovare fondi (è la BCE a stampare direttamente la valuta in questione)...

Vero, a rigore, non ne ha l’autorità formale. Ma in Europa sanno tutti che se i tedeschi fossero d’accordo la BCE potrebbe davvero fare quello che vuole). Inoltre, una crescita più rapida e forte nell’eurozona sarebbe l’unico modo concreto a disposizione della Grecia per ripagare una larga fetta del debito e anche per migliorare la sua situazione di bilancio delle stessa Germania. E’ questa la ragione per cui è proprio difficile cominciare anche solo a intuire come una maggiore austerità in Grecia beneficerebbe davvero i contribuenti tedeschi.

mentre, a inizio marzo salgono voci e rumori che insistono a dare, con qualche effettivo riscontro, per insoddisfatto l’Eurogruppo di fronte al pacchetto di riforme presentate dal governo di Atene, non soddisfacenti perché non abbastanza dettagliate e abbastanza austere – in realtà per lor signori non proprio credibili, almeno per come essi le considerano – la reazione che sembra montare ormai, per Syryza ed il premier Tsipras, è quella che sta avanzando il ministro delle Finanze―  l’economista di sinistra e anti-neocons, Yanis Varoufakis.

Se sarà così, se cercano di mettere il governo ellenico con le spalle al muro negandogli alla fine il sì al pacchetto di riforme anche dure ma, secondo lor signori non sufficienti, che esso rtienme di poter fare anche forzando il volere del popolo sovrano, allora Syriza potrebbe riandare subito a elezioni anticipate e a un referendum popolare direttamente sulle riforme e sul come affrontare il debito del paese. Magari anche rivolgendosi – lascia capire Varoufakis – se ci costringete, “altrove(Reuters, intervista al Corriere della Sera,  8.3.2015, S. Sherer, UPDATE 2-Early Greek election, referendum possible if EU rejects debt plan-Varoufakis AGGIORNAMENTO 2-Varoufakis: elezioni subit, di nuovo, in Grecia insieme a un possibile referendum se la UE respinge il piano di ristrutturazione del debito.

         Al Corriere il ministro greco dice letteralmente che ‘come ha avuto modo di ricordarmi il mio primo ministro, non siamo ancora incollati alle poltrone. Possiamo tornare alle elezioni. Convocare un referendum... Il Corriere, 8.3.205, D. Taino, aggiunge di suo pugno a quanto gli dice Varoufakis a questo punto, credendo di interpretarlo: referendum ‘sull’euro’. E poi è costretto a rimangiarselo. Perché il ministro lo smentisce, seccamente: no, sarebbe su riforme e politica di bilancio: noi dall’euro non vogliamo affatto uscire ▬ http://www.corriere.it/economia/  15_marzo_08/varoufakis-atene-non-chiedera-altri-prestiti-all-europa-e09010f6-c55e-11e4-a88d-7584e1199318 . shtml).

●Il 23 marzo il leader del governo greco, Alexis Tsipras, si reca in visita ufficiale a Berlino su invito della sua omologa, Angela Merkel: in forma soft, ma anche precisa, mette pubblicamente sul tappeto anche il tema spinoso per i tedeschi – la prima volta che un leader straniero lo abbia fatto a casa loro – delle riparazioni per i danni di guerra inflitti alla Grecia con e durante l’aggressione e l’occupazione nazista in Grecia... Merkel risponde intransigente ma anche palesemente imbarazzata, e eludendo il punto, che “a parere del governo tedesco, la questione delle riparazioni è politicamente e legalmente risolta”. Già... e moralmente?

Alla fine le parti smussano le polemiche di merito su debito greco e/o austerità, ribadendo senza mollare le proprie posizioni (Guardian, 23.3.2015, Ian Traynor, Tsipras raises Nazi war reparations claim at  Berlin press conference with Merkel― Tsipras solleva la richiesta di riparazioni per la guerra nazistanela conferenza stampa congiunta a Belrino con Merkel http://www.theguardian.com/business/2015/mar/23/tsipras-raises-nazi-war-repara tions-claim-at-berlin-press-conference-with-merkel).  

Προμηθεύς Prometeo, colui che osò sfidare il potere supremo: Zeus, pardon... Deutschland    (vignetta)

Secondo la mitologia greca, “colui che riflette prima”: e rappresenta la condizione esistenziale dell’uomo

Fonte: Daryl Cagles, 14.3.2015, Michael Kontouris

In seguito, il premier greco coglie l’occasione per ribadire che anticiperà anche la visita già in programma a Mosca (lo aveva già reso noto il quotidiano greco Ekathimerini/Atene, centro-destra, 17. 3.2015, After Berlin Tsipras to visit Moscow, too Dopo Berlino, Tsipras visiterà anche Moscahttp://www.ekathimerini .com/4dcgi/_w_articles_wsite1_1_17/03/ 2015_548291).

●Solo pochissimi giorni prima si era riunito a Bruxelles un vertice fuori calendario dei (o meglio, di alcuni: Renzi non c’era e non si è neanche saputo se fosse stato invitato, comunque è arrivato anche tardi per le beghe nostrane su Lupi dimissionario) capi di Stato e di governo, il 19 marzo, sulla questione greca e, alla fine, Merkel era riuscita a far accettare da Tsipras, in buona sostanza, l’impegno a presentare un pacchetto di riforme globale per la sua economia, definito dai greci autonomamente, senza che ci mettessero mano le “istituzioni”...

Ma poi, alla fine, viene deciso che ai governi e anche alle “istituzioni” verrà sottoposto per un’approvazione ufficiale il pacchetto “definito dai Greci(Guardian, 20.3.2015, Ian Traynor, Greece financial crisis: EU offers funds in return for urgent reforms― La crisi finanziaria della Grecia: la UE offre fondi in cambio i riforme urgenti http://www.theguardian.com/business/2015/ mar/20/greece-financial-crisis-eu-offers-funds-in-return-for-urgent-reforms). Insomma, alla fine e come sempre forse anche stavolta, con l’austerità – che pure hanno, anche in questa occasione, dichiarata finita per sempre – i greci si dovranno ancora autoflagellare.   

Intanto, Putin ben prima di vedere Tsipras l’8 aprile, aveva già anticipato che la Russia era pronta anche a dare una mano al governo greco per superare le difficoltà maggiori di liquidità finanziaria..., se Germania, BCE e UE avessero continuato ad ostacolarlo: qualcosa che a Bruxelles e a Berlino (e, soprattutto, a Washington) cominciano davvero a paventare, molto più che minacce di default o di un’improbabile uscita dall’euro. E l’ipotesi è lì ormai che si vede all’orizzonte― anche sulla spinta concomitante, anche se in buona parte sempre confusa, delle due rispettive grandi chiese cristiano-ortodosse...

E Tsipras, che era stato lì lì un mese prima per far saltare l’unanimità necessaria al Consiglio europeo per continuare a autorizzare le sanzioni dell’Unione alla Russia, se ne esce adesso il 31 marzo affermando – come opinione – che si tratta di “una politica sbagliata che sta portando tutti in un vicolo cieco”; e che la Russia dovrebbe diventare “parte integrante di una architettura di sicurezza integrata e perciò reale per tutta l’Europa”. Che, certo, se trovasse il coraggio di dirlo a Bruxelles in sede UE, e, sempre a Bruxelles in sede NATO― e non solo di enunciarla così come pura opinione alla stampa, avrebbe ben altro effetto (New Europe, 31.3.2015, Dan Alexe, Tsipras: "Europe’s "security architecture should include Russia and anti-Russian sanctions are a dead end”― Tsipras: “l’architettura della sicurezza europea dovrebbe includere la Russia e le sanzioni sono un vicolo cieco” ▬ http://www.neurope.eu/article/tsipras-europe%E2%80%99s-security-architecture%E2%80%9D-should-include-russia).    

●In Austria, il Nationalrat― il parlamento ha passato una controversa modifica alla legislazione sulle religioni riconosciute che, in modo palesemente discriminatorio, sostituisce quella che risale al tempo dell’impero absburgico di oltre un secolo fa. Vieta, infatti, ma solo a moschee e imam, non ad altri culti – ebrei o cristiani – di poter ricevere dall’estero fondi e contributi finanziari. Si tratta, naturalmente, della lotta anche vera ma pure presunta, comunque condotta in modo palesemente incostituzionale, al terrorismo internazionale (The Economist, 27.2.2015).

●Domenica 22, in Spagna, i socialisti tornano a confermare, col voto in Andalusia degli elettori al 35,4%, i 47 seggi (su 109) che già avevano come partito di maggioranza relativa nella seconda più ricca regione di Spagna – una delle più duramente colpite dalla crisi di cui, ragionevolmente, la gente incolpa, però, soprattutto Europa e governo nazionale – e indeboliscono ancora la presa sul potere centrale del Partito popolare del primo ministro Mariano Rajoy (solo il 26,7%).

Al contempo, sale al terzo posto (26,7% al primo suo test su scala ampia davvero) il partito anti-austerità – e per questo, ragionevolmente, oggi contro questa Europa  governata da una manica di neo-cons austeriani – della sinistra-sinistra di Podemos (Euronews, 23.3.2015, S. Falco e F. Fuentes― In Andalusia conferma socialista, ma Podemos segna fine bipartitismo http://it.euronews.com/2015/03/23/in-andalusia-conferma-socialista-ma-podemos-segna-fine-bipartitismo).

●In Ucraina, sta intanto arrivando al pettine il nodo assai aggrovigliato della ricerca di una soluzione politica per la rivolta dell’est del paese contro il moto, in parte etero diretto, che nel febbraio dell’anno passato cambiò il governo eletto alle elezioni e, con una specie di golpe, il regime aiutando o provocando la ribellione contro Kiev. Ora si tratta di dar applicazione alla soluzione politica concordata già per due volte a Minsk come condizione per l’accordo di cessate il fuoco che, in effetti, pare intanto star funzionando.

Il presidente ucraino Piotr Poroshenko, che aveva rimpiazzato il 21 febbraio 2014 il presidente Yanukovich, rimosso con la forza, con nuove elezioni convocate irritualmente e in violazione della Costituzione ma anch’esse tutto considerato in qualche modo ormai passate in giudicato, ha adesso sottoposto al parlamento, il 14 marzo, una proposta di legge  che, secondo l’impegno preso a Minsk, e sottoscritto oltre che da russi e ucraini anche dai rappresentanti delle repubbliche autonome o autonomizzatesi di Donetsk e di Luhansk, avrebbe dovuto, però, per quella data essere già approvata con l’istituzione di strutture di auto-governo per le regioni dell’est in mano ai ribelli.

E adesso non sembra del tutto casuale per cominciare che il parlamento di Kiev si riunisca ormai solo il 17 marzo, in coincidenza proprio con quella scadenza, mentre i leaders dell’est già avanzano proteste e minacce di far saltare tutto (The Moscow Times, 15.3.2015, Poroshenko Submits Resolution on Self-Governance in East Ukraine― In parlamento, Poroshenko propone una risoluzione sull’auto-governo dell’Ucraina orientale http://www.themoscowtimes.com/news/article/poroshenko-submits-resolution-on-self-governance-in-rebel-held-east-ukraine/517436.html).

E’ un’altra temeraria mossa di RisiKo!, quella giocata adesso a Kiev, e espone il paese ad altre prevedibili ripercussioni e ritorsioni dei ribelli quando adesso Poroshenko dichiara – come se non l’avesse saputo già prima quando aveva pur messo la sua firma ai due accordi di Minsk – che prima di presentare la legislazione che dà corpo all’accordo riconoscendo alle regioni ribelli di Luhansk e Donetsk il loro status speciale di autonomia  ha bisogno – secondo Costituzione...: quella che hanno modificato con e dopo il golpe a febbraio... – di far svolgere un referendum popolare di indirizzo (Sputnik News, 16.3.2015, Ukraine to consider moves on special status territories L’Ucraina considererà le misure per  uno statuto speciale dei territori [dell’est] ▬ http://in.sputniknews.com/world/20150316/1013784189.html).

E le modifiche addizionali alla proposta di legge, sempre più oltranziste che passano poi alla Verkhovna Rada – prima di devolvere poteri di autonomia ai territori autonomi, ci vorranno adesso nuove elezioni in loco controllate da Kiev – sono state subito ovviamente respinte nei territori dell’est. E’ successo che in un tentativo abbastanza maldestro di negare il risultato strappato sul campo, adesso Kiev cerchi di centellinare il suo consenso come propria generosa concessione.

Ma così è ovviamente sicuro che nell’immediato salta, per cominciare, proprio il cessate il fuoco. E se nessuno, ormai soprattutto qui in occidente, impone un alt chiaro a questi che pensano dopo aver perduto catastroficamente sul terreno di vincere con trucchi e giochetti pseudo-legislativi, le cose si rimetteranno presto assai male. Anzitutto e inevitabilmente proprio per questo disastrato paese che è oggi l’Ucraina sgovernata da una banda di avventurieri condannati a finire forse addirittura al muro...

●Sempre in questo disgraziato paese – nimico a Dio e agli nimici suoi – quella che è in corso sarà probabilmente, alla fine, una delle più inefficaci operazioni finanziarie di salvataggio mai messe in piedi a livello internazionale. Non la Grecia, ma l’Ucraina. Due settimane fa Christine Lagarde, la capa del Fondo monetario aveva promesso a Kiev 40 miliardi di $ in quattro anni― una bella somma molto importante per un paese il cui PIL sta rapidamente crollando verso i 70 miliardi di $ all’anno. Ma, da due settimane fa a oggi, la crisi economica in Ucraina è drammaticamente peggiorata: la hryvnia ucraina si è svalutata sul dollaro del 30%  e la Banca centrale ha istituito controlli obbligatori dei cambi nel vano tentativo di rallentarne il crollo, coi titoli di Stato scesi del massimo da sempre.

Naturalmente il problema è la guerra che sconvolge l’Est del paese che, col sostegno dei russi,  non ha accettato il golpe del febbraio 2014 e ormai, anche non considerando morti e distruzioni subite,  drena le casse del Tesoro, fa scappare chi investe e paralizza le attività nelle e vicino alle zone coinvolte dalla guerra, quasi in metà del paese, rallentandole ovunque. Le stesse operazioni cosiddette di salvataggio causano poi incertezze, problemi e anche il caos.

Nessuno sa, o si azzarda qui ormai a immaginare, da dove arriveranno davvero, e se arriveranno poi davvero, gli aiuti. Il Fondo alla fine ha di fatto impegnato un 17,5 miliardi di $, qualche altro versamento per qualche altro miliardo potrebbe – potrebbe... – venire da singoli paesi donatori – ma quali? – d’Europa o d’America, ma quali e poi quanti― e sicuramente molto, molto lontano dalla promessa lagardesca di 40 miliardi...

Sono ormai passati sei mesi da quando l’ultimo versamento reale del Fondo è arrivato a Kiev. E il 23 febbraio la Banca centrale ha dovuto adesso bloccare nuovi prestiti delle singole banche ai clienti per comprare valute straniere e subito dopo a stringere, appunto, un ferreo controllo dei cambi senza credere però per niente all’efficacia di questa misura. Ormai, invece, il Tesoro sembra andarsi rassegnando a cercare coi creditori la ristrutturazione del debito estero del paese: misura che, finora, aveva giurato – sostenuto dai bamboccioni del Fondo – non essere necessaria.

Ora – escludendo ovviamente la Crimea e le zone del paese che sfuggono alla sua sovranità – il debito supera ormai il 100% del PIL: meno, per il momento, di Italia e Grecia ma in condizioni strutturali (anche la quasi-guerra ormai spesso ruggente con la superpotenza vicina dalla quale – la superpotenza vorrebbero ma non possono ovviamente prescindere: nei rapporti di forza – tutti – decine e decine di volte comunque più possente). E un’economia in crollo continuo quanto esacerbato e rapido, che continuerà a moltiplicare il rapporto negativo tra debito e PIL.

Tra l’altro, uno dei creditori esteri maggiori dell’Ucraina è proprio la… Russia. E, a bocce politiche e militari ferme, non si capisce perché dovrebbe mostrarsi più comprensiva e tenera con l’Ucraina di qualsiasi altro paese. Ma, se la Russia non mollasse sulla ristrutturazione del debito di Kiev, è facile anzi sicuro che gli altri creditori – occidente o non occidente che sia e Russia o non Russia – non saranno poi più indulgenti.

Si potrebbe davvero arrivare al fallimento formale – il default – dello Stato ucraino (quel che ne resta). Imbarazzo non poco e non piccolo per Kiev e per chi, in Europa e in America, ma solo e sempre a chiacchiere, la sostiene. Ma per il cittadino ucraino della strada, di destra o di sinistra che sia, resta il fatto che peggio non sembrerebbe proprio poter andare: a fine anno, l’Ucraina sarà sicuramente più povera almeno di 1/3 di quello che era quando venticinque anni fa era parte dell’Unione Sovietica che pure stava crollando.

Oggi l’inflazione qui è al 29% e salirà parecchio col collasso della valuta ucraina. Per frenare l’inflazione e domare un mercato dei cambi in subbuglio, i tassi di interesse, già al 20%, dovranno ancora salire. E, infatti, subito, il 4 marzo, Valeriya Gontareva che la dirige annuncia che la Banca centrale ucraina aumenta il tasso di interesse dal 19 al 30%, nel tentativo di stabilizzare un po’ di più una hryvnia che si è messa a traballare violentemente  per fermare quell’impennata dei prezzi al consumo, mentre dal 1° gennaio e in tre mesi la valuta ucraina ha perso addirittura l’80% del suo valore sul $.

Il che renderà più caro e difficile ripagare i debiti. E poi, in aggiunta, questo disgraziato paese – disgraziato per gli amici avventurosi, distratti e irresponsabili che ha ma anche, e soprattutto, per gli avventuristi e pericolosi governanti che si ritrova – deve fare i conti con l’austerità che si è in parte scelta e in buona parte le è stata imposta dal Fondo monetario internazionale: per il 2017 qui il prezzo del gas sarà aumentato di ben cinque volte sul livello del 2013, sotto la presidenza di Yanukovich.

E il governo già ha cominciato a congelare ad esempio tutte le pensioni: quelle da 10.000 € al mese e quelle da 200, poche le prime e troppe le altre. Che, con l’inflazione in atto, equivale a un taglio effettivo e feroce del potere d’acquisto. Insomma, qui, se anche la guerra finisse domani – e, per chi ancora non lo avesse capito, senza più alcuna illusione di entrare neppure dopodomani nell’Unione europea: i 19 o i 28 su questo sono tutti d’accordo.

E nella NATO anche: tutti quelli che contano salvo forse gli americani (ma neanche loro, poi, al dunque – per l’Ucraina si intravvedono ormai solo anni e anni di durissimo purgatorio (Abbiamo tradotto, pressoché letteralmente, la valutazione – identica alla nostra – che sullo stato dell’Ucraina dà chi, come The Economist, 27.2.2015, al contrario di chi scrive pure è quasi pregiudizialmente favorevole a questo disgraziato governo ucraino: Ukraine’s economy – The day of reckoning: The West’s inadequate support for Ukraine is being brutally exposed― L’economia dell’Ucraina – Il giorno della resa dei conti: svelato in modo brutale il sostegno inadeguato dell’occidente all’Ucraina ▬ http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21645242-wests-inadequate-support-ukraine-being-brutally-exposed-day).

Vero… Ma perché, e nell’interesse di chi – del popolo ucraino? dei popoli europei? o di chi si è appropriato, di fatto e appoggiato da una campagna di propaganda prima mai vista, con un golpe non del tutto autoctono poi, di una presunta volontà popolare per abbattere contro la Costituzione ucraina un governo magari da parecchi non da tutti esecrato ma pur sempre democraticamente eletto – avrebbe dovuto essere più congruo poi quel sostegno? questi signori qui, e chi come loro la pensa, lo ripetono da sempre, lo enunciano, lo proclamano... ma non lo motivano mai!

●Adesso, con l’elargizione, non certo incondizionata però come s’è visto e detto, del nuovo pacchetto votato per Kiev dai membri del Direttivo del FMI, di questi altri 17,5 miliardi di $ (la ministra delle Finanze Natalie Jaresko – cittadina american-ucraina, prestata al nuovo governo di Poroshenko direttamente dal Franklin Templeton Fund americano – una delle maggiori società di gestione di fondi al mondo che è anche il creditore privato maggiore e ormai inguaiatissimo del Tesoro ucraino (sugli 8 miliardi di $) una signora che negli USA faceva proprio l’investment banker e molto s’era adoperata per far prestare soldi dei fondi che amministrava a Kiev – dice di aspettarsi il primo terzo versato al Tesoro di Kiev, subito, a giorni.

Ma sanno tutti, e lei stessa poi arriva ad ammetterlo, che se questi soldi potranno aiutare a pagare le scadenze più immediate del debito, non risolveranno in niente i problemi finanziari e Kiev avrebbe, comunque, bisogno di ulteriore assistenza da creditori e, come la chiamano, dalla comunità internazionale – i banchieri! – per non arrivare al default...

Per dire della condizionalità pesantissima imposta a Kiev – della stretta di cinghia ancora una volta imposta alla popolazione ucraina – per votare a favore, il Direttivo del Fondo e il suo direttore generale Christine Lagarde ha preteso talvolta che il parlamento di Kiev aumentasse ancora una volta i prezzi dell’energia al consumo decidendo anche di lasciar fluttuare liberamente, cioè di svalutare drasticamente, la valuta nazionale.

E a parte le possibili, per le condizioni di miseria imposte al paese, in sostanza, dalle sue pulsioni revansciste che l’hanno portato – vedi i dati sopra elencati – a diventare sempre più poveri, adesso, con neanche 6 miliardi di $ di riserve valutarie e una spesa obbligata sui 2 miliardi di $ solo per il servizio del debito, a fronte di una hryvnia che vale ogni giorno di meno con la perdita ormai pressoché scontata dell’est del paese e spese in continuo aumento per mostrare i muscoli – poco di più – all’orso russo, il paese è messo davvero male (Guardian, 11.3.2015, Reuters, IMF signs off $17.5bn loan for Ukraine in second attempt to stave off bankruptcy Il Fondo monetario conclude un prestito da $17,5 miliardi tentando ancora una volta di allontanare dall’Ucraina la bancarotta che incombe  ▬  http://www.theguardian.com/world/ 2015/ mar/11/imf-signs-off-175bn-loan-ukraine-second-attempt-bankruptcy-bailout).

●Insomma, l’Ucraina sembra arrivata quasi, o proprio, alla frutta― e per di più frutta ormai da  tempo marcita. A Kiev, in effetti, sembrano spesso fare di tutto per dare una mano a Putin restando indeboliti e divisi, servendosi di consigliori neo-cons americani – e facendoli addirittura ministri delle Finanze, per dire – o rivolgendosi a una Commissione e a un Consiglio a Bruxelles che non vogliono e non possono decidere niente, impaludati come sono nella loro crisi economica e politica. O, addirittura come hanno appena fatto, procurandosene vicino a casa pagandoli profumatamente ma scegliendoseli esclusivamente e sempre tra i perdenti più catastrofici.

Lo attesta il fatto che, irritando maledettamente il governo di Tbilisi stanno tenendo a galla per forza con un salvagente dopo l’altro, quell’aquila del primo ministro (ad interim ma immarcescibile) che dal golpe ancora sta a Kiev, Arseniy Yatsenyuk, l’uomo dell’assistente segretaria di Stato americana, democratica ma neo-cons, Victoria “vaffan**lo Europa” Nuland, abbia “assuntocome consulente l’ex presidente georgiano, dai georgiani dopo i disastri che ha fatto cacciato via: l’ex presidente Micheil Saak’ashvili.

Che il suo paese, ancora costretto a leccarsi le ferite per l’avventurismo anti-russo della breve guerra da lui lanciata catastroficamente contro Mosca nel 2006, su incoraggiamento di Bush e dei suoi, ha con le ultime elezioni provveduto saggiamente a licenziare e emarginare (The Economist, 2.3.2015, Georgian politics – Divisive advisor La politica in Georgia [ma l’idiozia è tutta in Ucraina!) – Un consigliere assai controverso http://www.economist.com/news/europe/21645318-ukraines-hiring-mikheil-saakashvili-advisor-irritates-country-he-once-ran-tbilisi-wavers?fsrc=scn%2Ftw%2Fte%2Fbl%2 ed Fdivisiveadvisor).

●La Lituania, invece, reagisce alla presenza, anzi all’incombere, cui velleitariamente non sa rassegnarsi di Mosca, reintroducendo la... coscrizione obbligatoria. Come segnale, dice, della nsotra volontà di resistere comunque, se e quando... La presidente Dalia Grybauskaite ha detto fuori dai denti che è necessario a causa dell’aggressione crescente nella vicina Ucraina. Da settembre ha spiegato il ministro della Difesa, Jonas Vytautas Zukas, scatterà l’arruolamento non volontario di 3.000 (tre mila!!!) militari tra i 19 e i 27 anni per un servizio di nove mesi. E’ un esercizio di puro gonfiamento e ostentazione di muscoli davanti all’ “orso” russo ovviamente, visto che l’esercito lituano ha solo 15.000 soldati in servizio mentre, prima di aderire alla NATO nel 2004, ne aveva 39.000, non ha carri armati né aerei da combattimento.

Gli strateghi lituani – quelli che contano sono tutti cittadini dalla doppia nazionalità, “importati” dall’America – hanno istituito una linea calcolata, come la chiamano, di deliberata debolezza che garantirebbe – almeno teoricamente – proprio perché tale una sicura reazione di tutta la NATO a propria difesa in caso di aggressione. La NATO ha istituito da anni, in risposta a questa decisione unilaterale subìta ma anche accettata, un programma di esercitazioni militari congiunte e di dislocazione a rotazione in Lituania di squadriglie di suoi aerei da caccia.

E la NATO, per lo più, ha anche supinamente ingoiato, con qualche tentativo di resistenza per lo più fallito, il continuo richiamo alla “durezza” antirussa che da anni la Lituania emette nella sua funzione di megafono del “ruggito del topo” dentro l’Alleanza che, secondo Vilnius, malgrado non abbia alcun obbligo di difendere Kiev, che non è un suo membro, dovrebbe comunque reagire “coi fatti” (quali? iniziare la guerra? a “difesa” di un’Ucraina che è stata pur sempre all’origine della destabilizzazione (il golpe del febbraio 2014 è il vero peccato originale della crisi, della secessione e della perdita della Crimea, della tentata separazione del Donbass e del conflitto ucraino), o semplicemente con la richiesta di una sanzione, per quanto stupida però enunciata  in più, rispetto a quelle già decretate...

Ecco, questo pericoloso e, secondo noi, abbastanza irresponsabile modo di pensare e di giocare a risiko col futuro dell’Europa e del mondo che quegli strateghi, più americani che lituani poi, hanno iniettato nel cervello dei loro mezzi compatrioti è alla base dell’istituzione ora della coscrizione obbligatoria e, nel linguaggio sull’orlo del baratro così consono a questo velleitario governo,  vuol dire che ora che noi stiamo facendo tutto il nostro dovere, tocca a voi – voi francesi, tedeschi, polacchi, italiani, inglesi, voi della UE dentro la NATO come noi, a schierarvi e a mostrare i denti.

A inizio marzo, la Russia ha ufficialmente protestato per la fornitura di armi pesanti all’Ucraina, richiamando l’obbligo che a Vilnius deriva dalla sua “adesione alla proibizione dell’esportazione di armamenti a paesi terzi dall’appartenenza che ha sia alla UE e ai suoi trattati, sia all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea”.

Il ministro degli Esteri di Vilnius, Linas Linkevicius, ha negato l’accusa facendo seccamente osservare che “sì, abbiamo apertamente e non di nascosto fornito al governo ucraino limitate quantità di armamenti – dunque, e al dunque, non ha affatto negato l’accusa – ma ci sentiamo ora rimproverare proprio da chi continuamente fornisce armi ai ribelli ucraini  in quantità niente affatto simboliche e poi lo nega”. E sembra avere ragione anche lui... (The Moscow Times, 1.3.2015, Russia complains about Lithuania’s arms supplies to Ukraine― La Russia denuncia la fornitura di armamenti lituani all’Ucraina http://www.themoscowtimes.com/business/article/russia-complains-about-lithuania-s-arms-supplies-to-ukraine/516744.html).

●In Estonia, il partito riformatore al governo ha vinto le elezioni generali tenute il 1° marzo, scavalcando il partito del Centro che nei sondaggi pareva favorito e che in effetti è avanzato al 24,8% dei voti (LSE― London School of Economics, 2.3 2015, A. Sikk,  Estonia’s 2015 election result ensures the Reform Party will continue to dominate the country’s politics I risultati [comunque in perdita del 20% circa] delle elezioni in Estonia del 2015 assicurano che il partito riformatore continuerà a governare ▬ http://blogs.lse.ac.uk/europpblog/2015/03/04/estonias-2015-election-result-ensures-the-reform-party-will-continue-to-dominate-the-countrys-politics). Ma non abbastanza da mandar via dal governo il partito delle Riforme che è lì ormai da 16 anni e  che ha vinto col 27,7% dei suffragi.

Ora la coalizione al potere ha 45 seggi sui 101 del parlamento, 7 meno di prima: quindi, in effetti e in realtà ha vinto ancora le elezioni ma si è indebolita e il governo teme di veder aumentare la pressione che, attraverso una popolazione residente di etnia russa vicina al 30% (largamente e ufficialmente anche abbastanza discriminata) esercita comunque sul paese la grande potenza vicina. Il partito del Centro è più favorevole, in linea di principio, a una linea maggiormente attenta alle richieste e alle sensibilità di Mosca.

●In ogni caso, Mosca ha ora deciso di iniziare con 2.000 truppe della propria difesa antiaerea da impiegare in una serie di esercitazioni in Crimea e nei distretti Sud e Nord del Caucaso, come anche nelle basi militari russe presenti in Armenia, Sud Osssezia e Abkazia (Sputnik News Agency/Mosca, 5.3.2015, Over 2,000 Russian anti-air defense soldiers begin drills in CrimeaPiù di 2.000 truppe della difesa anti-aerea russa cominciano esercitazioni in Crimea http://sputniknews.com/russia/20150305/ 1019085023.html)

Si tratta di manovre di addestramento che coinvolgono diverse decine di pezzi d’equipaggiamento anti-aereo che si trovano a confrontarsi con esercitazioni navali NATO in atto da diversi giorni nel Mar Nero, sempre cioè nella zona, con USA, Bulgaria, Romania e Turchia, tutti paesi NATO essi stessi. Ed è l’evidenziazione dello stallo cui Russia e occidente sono arrivati in Ucraina (Stratfor― Global Intelligence, 26.2.2015, A Cease-Fire does not End the Russia-West Standoff Un cessate il fuoco non mette fine allo stallo tra Russia e Occidente https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/cease-fire-does-not-end-russia-west-standoff).

Regge, comunque, il cessate il fuoco. Lo riconoscono le due parti anche se entrambe si dicono pronte a riprendere gli scontri nel prossimo futuro appena lo riterranno necessario o utile. E’ comunque la mappa aggiornata degli scontri sul campo a dimostrare che appunto la tregua tiene. Gli scambi di colpi di artiglieria sul fronte del Donbass sono praticamente cessati. E’ di per sè un fatto assai rimarchevole, considerata l’acrimonia accumulata, l’odio, la sfiducia e il sospetto reciproco...

●Gli Stati Uniti, d’altra parte, avendo annunciato ora che invieranno 300 loro unità della 173a brigata aerotraportata di base in Italia, ad Aviano, nella regione di Lviv dell’Ucraina orientale a condurre esercitazioni militari con le forze armate governative dal 5 marzo al 31 ottobre, per addestrare gli ucraini sull’uso di materiali ed equipaggiamenti militari stranieri, si trovano subito contrastati dall’annuncio ufficiale del portavoce degli Esteri russo, Alexander Lukashevich, che mentre l’atto in sé è ovviamente legittimolo sarebbe anche l’invio. su richiesta ad esempio di Cuba o del Messico di addestratori russi ai confini degli USA”, altrettanto legittimo e molto più comprensibile – dice – è che esercitazioni militari e fornitura americana di armamenti pesanti alle truppe del vicino paese siano anche, naturalmente, “considerate dai russi come una minaccia diretta alla propria sicurezza”.

E conclude seccamente che “se gli Stati Uniti non riescono a rendersene conto, provino per una volta a mettersi nei panni nostri, come se qualcuno facesse lo stesso alle porte di casa loro(Agenzia TASS/Mosca, 5.3.2015, Russian diplomat says US airborne troops being redeployed to Ukraine― Diplomatico russo commenta sulle truppe americane ridislocate adesso in Ucraina http://tass.ru/en/world/781208).

Non è chiaro se invece dice sul serio, o si limita come spesso gli capita a punzecchiare gli americani con l’arma che da sempre pratica con una certa sapienza – e anche, però, notoriamente sull’orlo del rischio di far loro saltare i nervi –, cioè la retorica unita all’ironia, uno come Dmitry Rogozin. E’ oggi vice primo ministro, vicinissimo a Putin ed esperto da sempre di rapporti con USA e NATO (è stato dal 2008 al 2011 il plenipotenziario permanente di Mosca al quartier generale dell’Alleanza atlantica a Bruxelles).

E, nelle sue nuove funzioni, ora risponde direttamente a Putin degli stessi dossiers. Spesso commentandoli coi suoi continui e sarcastici twits (sia in russo che in inglese)... Non è chiaro, dunque, se prende in giro l’ammiraglio Bill Gortney quando risponde alle preoccupazioni da lui appena esternate alla Commissione Servizi Armati del Senato di “comprenderne perfettamente” la portata di fronte alla più intensa attività nel 2014 dei bombardieri pesanti russi al di fuori dell’area che gli Stati Uniti finora presumevano “non si sa bene – annota lui – in base a quali loro appunto presunte considerazioni” che i russi avrebbero considerata invalicabile perché ne accetterebbero l’invalicabile competenza degli americani. Nell’Atlantico e, specie, nell’Artico (Stratfor, 13.3.2015, US concerns over lesser deterrence capabilities understandable, Minister says Un ministro russo dice che sono comprensibili le preoccupazioni americane su una sua più debole capacità di deterrenzahttps://www.stratfor.com/situation-report/ russia-us-concerns-over-deterrence-capabilities-understandable-minister-says).

Dove, adesso, si viene informati che la Flotta baltica russa e quella del Nord, insieme alle unità paracadutate ad essa assegnate sono state messe in stato di allerta (TASS, 17.3.015, Airborne troops in Russia's north-west on combat alert as part of military exercise― Le truppe aerotrasportate nel Nord-Ovest  russo messa in allerta come parte di esercitazioni militari ▬ http://tass.ru/en/russia/783280) per ampie manovre di addestramento nell’Artico che dureranno da diversi giorni a qualche settimana (Stratfor – Global Intelligence, 16.1.2015, Russia’s Plans for Arctic Supremacy I piani russi per una supremazia [strategica] nell’Artico https://www.stratfor.com/ analysis/russias-plans-arctic-supremacy).

Il ministro della Difesa Sergey Kuzhugetovich Shoygu ha precisato che le manovre,  aperte il 16 marzo alle 08:00 e che coinvolgono 38.000 militari, 41 navi, 15 sottomarini e 110 tra aerei ed elicotteri e 3.360 pezzi di artiglieria e altro equipaggiamento pesante, si concluderanno il 21 marzo e hanno lo scopo mirato di valutare la capacità logistica effettiva di rafforzare lo schieramento di truppe sulle grandi isole artiche, Novaya Zemlya e Franz Josef  Land, di difendere i confini di terra e quelli aerei inclusi quelli dell’estremo nord del paese e distruggere, all’ordine, le forze navali di nemici simulati.

Speciale attenzione verrà riservata nel corso delle manovre, ha ancora spiegato Shoigu, alle “nuove sfide e minacce che impone la sicurezza di ordine militare e, in particolare, alla necessità di rafforzare allo stato l’unificazione e l’armoniosa fusione delle nuove forze strategiche dislocate nel Nord del paese”. E’ un linguaggio tra il professionale, l’esoterico e il velatamente misterioso che sembra far esso stesso parte di un disegno teso a premere sul potenziale avversario in campo.

Ma questa è, in effetti, la prima grande esercitazione condotta dal nuovo Comando Strategico Unificato del Nord (JSCN, con l’acronimo inglese) costruito intorno alla Flotta che porta quel nome. E  onta meno come dimostrazione di forza che proprio come esercitazione. Il nuovo strumento ed apparato di comando ha realmente bisogno di venire testato, a prescindere dal contesto politico in atto. 

Il quartier generale del JSCN è a Murmansk, 1.500 Km. a nord-est di Mosca, sull’Artico, una vecchia base già della Marina sovietica e, secondo esperti dello stato maggiore polacco, mette insieme forze navali e una divisione di difesa aerea, diverse brigate meccanizzate artiche di fanteria scelta, sistemi missilistici di difesa costiera e guarnigioni su molte delle isole della regione. E la sua formazione è sta approvata dallo stato maggiore e dal presidente Putin l’anno scorso nell’ambito del programma di semplificazione, snellimento, ristrutturazione e ammodernamento parte della cosiddetta nuova dottrina militare russa.

Essa mira esplicitamente alla difesa del territorio artico sottomarino e delle risorse oceaniche che si aprono allo sfruttamento economico del paese col fenomeno emergente e incalzante – e sotto molti punti di vista preoccupante – dello scioglimento della calotta e anche della banchisa nell’Oceano glaciale Artico. In questa visione, la dottrina militare identificava l’espansione della NATO verso l’est europeo dopo la caduta del sistema sovietico come la minaccia esterna fondamentale anche per la Russia e dava istruzioni alle forze armate di rafforzare le capacità di difesa specifiche specialmente nelle regioni artiche del Nord e di Kaliningrad e del Sud in Crimea.

L’ancoraggio di questa “dottrina”, come chiamano i militari, sia a Mosca che a Washington, le disposizioni e gli assetti strategici nuovi che riguardano dislocazioni di truppe e risorse è qui, a Nord, l’Artico e, a Sud, l’ormai recuperata penisola di Crimea. Al centro, l’ancoraggio è intorno all’enclave russa di Kaliningrad, la vecchia città prussiana di Konigsberg, ora un oblast russo circondato da paesi NATO, tra Lituania e Polonia, con diritto per Trattato del 1991 con la prima all’accesso ferroviario anche alla Bielorussia.

E dal 2011 la Russia aveva ripetutamente parlato di dislocare sue forze missilistiche nucleari proprio a Kaliningrad contro quelle analoghe – ufficialmente antimissilistiche ma che i russi considerano comunque una minaccia diretta – che gli americani adesso vanno annunciando di voler piazzare in Polonia. E Kaliningrad è anche la base navale della Flotta baltica russa.     

●Non sembra esserci reazione, invece, almeno immediata – forse perché riguarda tutto e solo il territorio già parte della NATO – all’annuncio del Pentagono che (come riferisce la Tv CNN, 14.3.2015, Brad Lendon, U.S. Army sending armored convoy 1,100 miles through Europe L’esercito americano invia un convoglio corazzato a percorrere 1.100 Km. attraverso l’Europa [dell’Est che è sua alleata] ▬ http://edition.cnn.com/2015/03/13/ world/army-convoy-through-europe) invierà un convoglio di veicoli Stryker[4], corazzati, su ruote e non cingolati, a percorrere un itinerario di oltre mille Km. sul territorio di ben sei paesi alleati dell’Est europeo (nell’ordine Estonia, Lituania, Lettonia, Cechia, Polonia e, infine, Germania)...

Ma non la Slovacchia che, pur richiesta – si viene a sapere – ha declinato l’invito a lasciare gli americani, come dicono, mostrare inutilmente e anche un po’ provocatoriamente la loro bandiera in giro per il suo territorio... alle porte di Mosca.

Budapest sta portando avanti colloqui e negoziati con l’Euratom, l’agenzia europea per l’energia atomica, sui piani che sta cercando di sviluppare con la Russia per la costruzione (12 miliardi di $ di investimento) del reattore di Paks. Lo ha rivelato il capo di gabinetto del governo Janos Lazar (ne riferisce il Wall Street Journal, 13.3.2015, Veronika Gulyas, Hungary hopes to resolve dispute with EU over nuclear fuel dispute L’Ungheria cerca di risolvere la disputa aperta con la UE sulla fornitura di combustibile nucleare http://www.wsj.com/articles/hungary-hopes-to-resolve-dispute-with-eu-over-nuclear-fuel-supply-soon-1426248263) negando le voci di un intervento della Commissione europea che avrebbe bloccato l’accordo russo-magiaro.

Ma ammette che Bruxelles sta insistendo per regolare e far diversificare il flusso di uranio  arricchito ai due reattori in questione. Anche gli Stati Uniti s’erano sentiti in dovere di impicciarsi di cose che non li riguardano affatto esprimendo le loro preoccupazioni per l’importazione dalla Russia dell’uranio arricchito necessario a far funzionare l’impianto. Il problema è il solito: il rapporto delicato e difficile tra l’essere dentro l’Unione europea per un paese che continua a rivendicare sempre e comunque, però, la sua autonomia decisionale sulle questioni di portata strategica che lo riguardano[5].

Verso fine marzo, il capo di gabinetto del governo, Janos Lazar, rende noto, anche se per ora unilateralmente ma senza trovare smentite, che adesso la Commissione europea è pronta a approvare l’accordo tra Budapest e Mosca sulla fornitura di combustibile nucleare ai reattori di Pacs, dopo il consenso avuto dall’Ungheria da parte dell’Euratom, l’agenzia che sovrintende la regolazione del nucleare in Europa.

Al momento, ma già è abbastanza per Budapest e per Mosca, per i primi dieci anni di operatività degli impianti. In definitiva – è stata accantonata la richiesta europea di garantire che l’Ungheria non dipenda più dall’import del nucleare russo. Semplicemente con l’osservazione posta sul tappeto da Budapest, duramente e seccamente, di avere l’indicazione da chi non ama la soluzione trovata di un’alternativa subito agibile e a costi per il paese competitivi con quelli offerti dai russi. E, in risposta, ha avuto solo il silenzio completo (Business Insider, 25.3.2015, Hungary reaches deal on Russian nuclear fuel supply with Euratom L’Ungheria trova un accordo con Euratom per la fornitura del combustibile nucleare russo http://www.businessinsider.com/r-hungary-reaches-deal-on-russian-nuclear-fuel-supply-with-euratom-mti-2015-3?IR=T).

●Un alt al tentativo, stavolta britannico e non della Commissione direttamente, di intralciare l’accordo da 5 miliardi di € con cui la tedesca azienda di gestione ed estrazione di gas e greggio petrolifero RWE Dea Rheinisch-Westfälisches Elektrizität swerk/Deutsche Erdöl-Aktiengesell schaft A.G. sta cedendo a una compagnia russa di proprietà del miliardario Mikhail Fridman basata a Londra, la L1― Letter One Energy, con tutti i suoi assets principali: anzitutto il giacimento di greggio Breagh del Mare del Nord.

Stavolta è il governo Cameron che, paventando – dice – come ulteriori sanzioni contro la Russia per la disputa in atto sull’Ucraina, “potrebbero – dice – forzare la chiusura del pozzo petrolifero coi rischi ambientali e di sicurezza connessi”, rifiuta di dare il suo OK all’affare. Aberrante, no, per un business del tutto privato, nel Regno unito del liberismo rampante. Ma tant’è, anche i liberisti più fondamentalisti si trasformano secondo convenienza negli statalisti più rigidi. D’altra parte, pure il ministro dell’Energia britannico, Edward Davey, ha riconosciuto di non avere i poteri per impedire la transazione. Solo quelli di renderla, insieme – guarda un po’... – all’odiata Commissione europea, più complicata (New York Times, 1,3.2015, S. Reed, British Fail to Block German-Russian Energy DealI britannici non riescono a bloccare un accordo energetico tra Germania e Russia http://www.nytimes.com/2015/03/02/business/german-energy-firm-pushes-ahead-on-russian-deal-despite-british-objections.html?_r=0).

●Più chi, sulle cose, riflette si ferma a pensare, più emerge che, poi, al dunque, le sanzioni contro la Russia finiranno col ritorcersi contro chi le ha decise (New York Times, 5.3.2015, S. Charap e B. Sucher, Why Sanctions on Russia Will Backfire Perché le sanzioni contro la Russia si ritorceranno [contro i fregnoni che le hanno decretate] ▬ http://www.nytimes.com/2015/03/06/opinion/why-sanctions-on-russia-will-back fire.html?_r=0).

   1• Contro gli Stati Uniti, anzitutto, che avevano investito anni a tirar dentro, e integrare a loro spese nel sistema finanziario capitalista 140 milioni di russi ed ex sovietici, per tagliare all’improvviso i ponti con loro: ma minando, a questo punto, a fondo proprio il loro obiettivo di integrare la Russia dentro l’economia globale.

   2• Tutti gli altri paesi del mondo ai quali è stato chiesto e, comunque, offerto di integrarsi nel sistema globale finanziario condotto dagli americani conoscono adesso quale ne sia anche il risvolto strategico potenzialmente negativo: che un’integrazione istituzionale, comunque sempre duramente e sempre parzialmente conquistata, potrebbe essere rivolte dalla volontà americana contro di loro e i loro interessi.

   3• Mentre le sanzioni hanno inflitto costi reali a molte, non tutte, le imprese di Stato russe e agli oligarchi più vicini al Cremlino – comunque nel loro caso, marginalmente: si tratta, in ogni caso, di miliardari che, come in ogni altro paese del mondo, sono sempre gli ultimi a dover soffrire di qualche privazione... Il danno collaterale alle aziende private russe è, invece, incomparabilmente maggiore.

   Cioè, atrofizzandone le vendite e ritardandone gli investimenti o anche l’accesso al credito sul mercato – che, invece resta possibile, e comunque più facile, a chi come imprese di Stato o semipubbliche ha accesso garantito al credito dello Stato russo o all’energia che esso stesso distribuisce anche, ovviamente come dappertutto, secondo criteri anche politici – questi acquilotti ingegnosi sono riusciti a punire tra i russi proprio quelli che più s’erano spesi per occidentalizzare il paese...
   4• Colpendo così i russi con le sanzioni, gli USA – e l’Europa che è andata loro dietro a occhi chiusi al dunque, o peggio anche aperti – hanno offerto a Putin il migliore e più efficace strumento – se poi ne avesse avuto davvero bisogno – per stornare l’attenzione della sua gente dalla parte di responsabilità che è stata anche sua nell’evoluzione della crisi ucraina. E’ l’alibi perfetto per confondere, sempre che ce ne fosse poi davvero bisogno, la percezione popolare di chi ha torto e di chi ha ragione – o comunque meno torto e più ragione – quanto alle difficoltà economiche che va incontrando il paese.

   5• Anche cercando di punire singolarmente come pretende di poter fare i maggiori responsabili, l’occidente in effetti trasmette al popolo russo – con l’inflazione che colpisce tutti, la perdita di valore del rublo e una crescita che rallenta – l’impressione e la realtà, poi, di mettere sotto attacco tutti i russi, causando così il fenomeno, comunque qui ancor più inevitabile che altrove, di stringersi intorno al vodz, al capo, che rappresenta l’unità della grande madre Russia garantendogli così il grado più alto di popolarità mai registrato.

Ma a Bruxelles insistono e persistono. Il Commissario Frans Timmermans – primo vicepresidente della Commissione europea e, secondo tutti i titoli che gli competono, una volta, tanti manco spettavano al re d’Inghilterra, anche Commissario europeo per il miglioramento della legislazione, per le relazioni interistituzionali, per lo stato di diritto e per la carta dei diritti fondamentali... – visto che da un giorno o due non se ne parlava rilancia in prima persona il tema.

Secondo lui, le sanzioni contro la Russia devono restare parte integrante della strategia (bum!) dell’Europa e lui tenterà – preannuncia, adesso, l’11 del mese – di rilanciarle al vertice dell’Unione del 19 marzo dove, dice – senza pronunciarsi neanche su costi/benefici né sull’efficacia dell’operazione stessa  – bisogna riuscire – a questo punto così per tigna, fondandolo sul valore in sé dell’ipse dixit – a protrarle, per lo meno, fino a tutto dicembre e, meglio, a rilanciarle (Prime Business News Agency, 11.3.2015, Timmermans: Anti-Russian sanctions must remain part of EU strategy― Timmermans: le sanzioni anti-Russia devono restare parte della strategia dell’Unione europea http://www.1prime.biz/news/_ Timmermans_Anti-Russian_sanctions _must_remain_part_of_EU_strategy/0/%7BA32D6B88-89EF-4712-83D7-64A26BF499F4%7D.uif).

Poi, però, al vertice straordinario tenuto a Bruxelles dai capi di Stato e di governo del 19 marzo, sulla questione greca, su un punto a latere dell’agenda, l’Unione decide contro le pressioni di alcuni governi ultrà – polacchi, baltici... – e di alcuni componenti della Commissione, di mantenere le sanzioni esistenti conto la Russia fino all’applicazione completa degli accordi Minsk.

Ma, di fronte anche alle indicazioni per lo meno contraddittorie su chi è adesso responsabile degli ultimi intralci – il trucco della nuova legislazione passata alla Rada di Kiev: anche troppo trasparente... – la larga maggioranza del Consiglio decide di non introdurre nuove sanzioni (Stratfor – Global Intelligence, 17.3.2015, Divisions Will Delay an EU Decision on Russia Sanctions― Le divisioni interne ritardano una [più  aspra e... stupida secondo noi...] decisione sulle sanzioni alla Russia ▬ https://www.stratfor.com/analysis/ divisions-will-delay-eu-decision-russia-sanctions).     

●Una controindicazione in contrasto netto, diciamo pure più tecnico, rispetto a questi propositi politicanti o politici di ulteriori sanzioni contro la Russia, se preferite, viene però direttamente dal mondo bancario. E’ la decisione del Consiglio di Amministrazione del sistema di messaggistica interbancaria internazionale (SWIFT Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication Società per le Telecomunicazioni Finanziarie Mondiali Interbancarie, che fornisce  servivi sicuri e di fatto tali e un software interfaccia del tutto affidabile all’attività finanziaria all’ingrosso a livello mondiale, di far entrare la Russia nel board del sistema mondiale di messaggistica interbancaria, a prescindere dall’Ucraina.

Esattamente il contrario della richiesta avanzata dai fautori delle sanzioni anti-Russia di sospendere la partecipazione, di fatto cioè di mettere fuori, Mosca dal sistema informatico interbancario. Perché, come hanno spiegato anche un po’ sbrigativamente la Russia entra a causa del traffico pagante di origine o di destinazione russa che, sanzioni o non sanzioni, sta generando per SWIFT. Insomma, di business si tratta e chi le regole (che i soldi non puzzano) le ha fatte per primo non se ne può poi lamentare.

La Russia così entrerà nel CdA a prescindere da quel che in giro per il mondo vada o non vada facendo: proprio come ogni altro suo membro (RT― Russia Today/Mosca, TV satellitare 24/24 in inglese, 11.3.2015, Russia gets seat on SWIFT board― La Russia ottiene un posto nel CdA di di SWIFT http://rt.com/business/239581-swift-russia-board-traffic). Al posto di Hong Kong che, con una presenza in calo, da esso esce. Mentre Andrei Kostin, presidente della Banca moscovita di proprietà a maggioranza statale VTB ОАО Банк ВТБ― Vneshtorgbank― Banca del Commercio estero, dichiarava che in ogni caso alla Russia sarebbe stato possibile, e in effetti le era stato offerto, di usare in alternativa il sistema di messaggistica cinese se fosse stata messa in questione, come “qualcuno avrebbe voluto” tra i sanzionisti ad oltranza, la sua partecipazione a SWIFT.

Che, però, ormai non è certo più il caso...

●La Cina, dice adesso il ministro degli Esteri Wang Yi, continuerà a cercare maggiore e più approfondita cooperazione economica e politica con la Russia malgrado – o forse proprio a causa del – le sanzioni. I due paesi porteranno subito il complesso dell’interscambio intorno ai 100 miliardi di $ migliorando legami finanziari e energetici (soldi cinesi contro petrolio russo e, in particolare, la costruzione di un grande gasdotto, di linee ferroviarie ad alta velocità e di specifici progetti congiunti di sviluppo economico (Space Daily, Agence France Presse/A.F.-P., 8.3.2015, Kelly  Olsen, China asserts its clout as diplomatic heavyweight La Cina fa valere quanto conta come peso massimo diplomatico http://www.spacedaily.com/reports/China_asserts_its_clout_as_diplomatic_heavyweight_999.html).

Il ministro degli Esteri di Pechino, a domanda reiterata di un cronista statunitense, risponde poi che non c’è ragione di prendere in considerazione le richieste di bloccare l’intesa coi russi avanzate da parte americana: dopotutto, chiarisce quel che è sempre stato chiarissimo a modo suo, le sanzioni, gli americani, se le sono decise da soli: dunque, anche se non lo dice proprio così, da soli ora se le gestiscano...

●Al volere degli Stati Uniti sembra andar male anche altrove, del resto. Il Vietnam – che pure ormai, vinta la guerra con gli USA ma persa la pace, sul piano strategico sembrava essersi quasi accucciato a tappetino di fronte ai desiderata di Washington, specie all’ombra dei propri contenziosi più o meno reali, più o meno immaginari, con la grande Cina incombente e vicina – lascia annunciare ora senza smentire che dirà no alla richiesta del Pentagono – per di più presentata poi anche irritualmente a Hanoi non attraverso le vie politico-diplomatiche usuali ma direttamente – di vietare a aerei militari russi l’uso del grande base ex americana di una quarantina di anni fa di Cam Ranh Bay, nel Mar Cinese Meridionale.

La Russia, che sta tentando di acquisire altra influenza nel Pacifico asiatico, sta incrementando cooperazione e assistenza militare e energetica al Vietnam (Sputnik, 12.3.2015, dichiarazioni di Igor Korotchenko, direttore generale del Centro di analisi del Commercio di Armamenti di Mosca, Vietnam will not stop Russia from using Cam Rahn Bay base - Think-tank head Capo di un istituto di ricerca [di Mosca] - Il Vietnam non impedirà alla Russia di utilizzare la base di Cam Rahn Bay http://sputniknews.com/politics/20150312/  1019375811.html); e Stratfor – Global Intelligence, 12.12.2013, Russia Strengthens Ties With Vietnam La Russia rafforza i suoi legami col Vietnam https://www.stratfor.com/analysis/russia-strengthens-ties-vietnam).

●Adesso, in Russia, però si va aprendo un braccio di ferro assai delicato tra il Cremlino e molti degli oligarchi che magari non colpiti direttamente dalle sanzioni temono però di vederne rimesse in questione tangenzialmente le loro personali fortune; anche con la svalutazione forzata del rublo e anche magari attraverso l’imposizione di quella che si annuncia come una dura stretta di tassazione su rendite e redditi finora largamente sfuggiti ai controlli col tacito consenso del fisco e, spesso, anche del potere politico (lo riferisce un recente sondaggio condotto da un’agenzia britannica, la Camden Wealth Polls, citato dal Telegraph/Londra, 29.3.2014, Russia’s oligarchs head for London as rouble collapses― Molti oligarchi russi vogliono andarsene a Londra dopo il collasso del rublo http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/11482991/ Russias-oligarchs-head-for-London-as-rouble-collapses.html).

Il quotidiano ultraconservatore londinese conferma come, di una trentina di famosi oligarchi interpellati, almeno un terzo risultano intenzionati a spostarsi appena possono armi, bagagli e soldi soprattutto in altri paesi: prima che diventi forse, a breve, già più difficile e anzitutto proprio in Inghilterra. Nel 2014, si è registrato un aumento del 69% di concessioni di visti speciali senza problemi alcuni a cittadini stranieri che, letteralmente, venivano comprati investendo milioni di sterline nel Regno Unito.

Adesso, vedrete, che anche da noi si leveranno a difesa dei loro diritti umani – e solo dei loro, ovviamente – le nostre préfiche dei diritti umani che scenderanno in campo a loro favore  quando giustamente secondo chi scrive li lasceranno magari partire, magari, ma solo dopo l’adeguata e secondo noi, invece, meritata spennatura...

●Ma qui, in Europa, stretti tra Russia e Ucraina – tra l’assertività ormai assodata e il recupero del ruolo storico russo di Putin e delle sue politiche nach Westen quasi cucitogli addosso dalla cieca prepotenza degli USA, della NATO e della UE che loro è andata supinamente dietro e l’avventurosa e suicida forzatura di troppi Stati membri dell’est europeo – adesso il numero uno dell’Unione europea – il politico poco illuminato e parecchio sputtanato costruttore del sistema di evasione fiscale statale più ramificato e istituzionalizzato di tutti, quello lussemburghese.

Che, adesso, è il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e se ne esce con una vecchissima idea mai davvero maturata e, quindi, mai trasformata in qualcosa di pratico: quella antichissima, degli anni ’50 addirittura, dell’esercito europeo (lo intervista e poi lo critica perché così “indebolisce la NATO – l’argomento di sempre di tutti i conservatori tradizionali in Europa e in America – Die Welt am Sonntag/Amburgo, 9.3.2015, Juncker-Idee einer EU-Armee schwächt die Nato L’idea di Juncker di un esercito europeo indebolisce la NATO http://www.welt.de/debatte/ kommentare/article138193684/Juncker-Idee-einer-EU-Armee-schwaecht-die-Nato.html).

La verità è che – secondo lui – l’Europa va rafforzata in senso più unitario. Anche secondo noi, si sa, ma non certo costruendola, come lui ha fatto e non si pente di aver fatto – tanto, e sapendolo tutti perfettamente, l’hanno scelto uguale, no? – sul diritto all’evasione fiscale di chi può... Ma – sempre secondo lui – sembrerebbe – e, ha ragione Die Welt, si illude: anche se magari solo perché mancando i soldi e, dunque, la volontà politica per farlo – è possibile farlo più facilmente forse creando un esercito europeo, con lui magari a feld-maresciallo invece che a ministro delle Finanze di un’economia e di un bilancio unitario – della UE.

Lui spiega che un esercito unico dell’Europa serve per rispondere credibilmente alle minacce e per mandare un segnale alla Russia. Ma, naturalmente, soggiunge subito, non si tratterebbe certo di impiegare questo esercito (e, allora, a che serve e a chi serve? a fare l’ammoina? e, poi, con quali finanziamenti proporrebbe di farlo?) e comunque – non sia mai, Dio ce ne scampi! – esso non dovrebbe mai mettersi “in concorrenza con la NATO” (già... e allora? invece di 28 forze armate diverse, in Europa, ne dovremmo fare 29... più quelle americane, comunque e sempre, no?... in definitiva, idee stantie e anche molto molto confuse).

Anche, e soprattutto, perché poi la UE venne fondata, dopo un secolo di catastrofiche guerre tra i popoli dell’Europa occidentale per portare pace e prosperità ai suoi popoli, con la cooperazione, la condivisione delle loro sovranità e il libero scambio. Il trattato di Lisbona (2007) che ricalibra quelli originari di Roma (1958) e di Maastricht (1993) definisce il primo obiettivo dell’Unione come “la promozione della pace, dei suoi valori e del benessere dei suoi popoli”.

E anche sul piano globale, mondiale, il suo ruolo dovrebbe essere quello di promuovere gli stessi valori e gli stessi princìpi, non di tornare al militarismo del rullo di tamburi che evoca l’auspicio, per fortuna poi vacuo e sterile, di questo imbroglione (uno che aiuta gli evasori fiscali a evadere, eludere e fo**ere i contribuenti onesti, è questo poi: per quanto levigato poi si presenti: un imbroglione.

●Abdullah Öcalan, il capo del PKK― il Partito dei lavoratori del Kurdistan, condannato a morte per terrorismo in Turchia (ha combattuto in armi nelle regioni curde del paese contro l’esercito prima di ingaggiare una trattativa stretta e anche promettente col governo; con la sua condanna anni fa trasformata in ergastolo e nell’impegno ad attivarsi coi suoi per un accordo) ha adesso lanciato un appello alle sue truppe perché interrompano la lotta armata che dal 1984 conducono contro lo Stato curdo.

Öcalan vuole adesso convocare un congresso speciale del PKK, insistendo a spiegare che un accordo di pace all’interno ormai va dichiarato perché, tra l’altro, potrebbe oggi portare il popolo curdo a usufruire concretamente di maggiori libertà e più benefici e, forse,  non solo nella Turchia di Erdoğan ma anche per il popolo curdo di Iraq e di Siria (The Economist, 6.3.2015, Turkey’s Kurds – Put the weapon down I curdi di Turchia – Deporre le armihttp://www.economist.com/ news/europe/21645849-call-peace-pkks-leader-could-mean-new-deal-turkey-put-weapon-down).

Dopo decenni di bombardamenti sulle montagne innevate del Qandil ai confini col nord dell’Iraq per stanarne i peshmerga, la Turchia di Erdoğan sembra aver cambiato strada, preoccupata della vittoriosa resistenza del nemico suo Assad a mezzo mondo e dell’insorgenza dei tagliagola Dai’sh cui s’era anche illusa di poter dare istruzioni e farsi obbedire prima di svegliarsi, se poi davvero lo ha fatto, alla realtà dura.

Ci sono resistenze dentro le fila del PKK da parte dei fautori della politica del +1, che giudicano Öcalan aver troppo ceduto ma anche, e ancor più forti forse, dentro il partito turco di maggioranza assoluta del presidente dove non pochi, compreso il primo ministro Davutoğlu, sono anch’essi preoccupati ormai della dominanza – della dittatura interna, come ormai diversi la chiamano – del presidente Erdoğan sul proprio stesso partito.

●Forti turbolenze sui mercati per lo scontro, aperto e ormai pubblico, tra il governatore della Banca centrale di Turchia― la Türkiye Cumhuriyet Merkez Bankası― TCMB, Erdem Başçı, che continua a difendere la finzione dell’indipendenza del suo istituto – perché di questo sempre si tratta: lui, come tutti i membri del suo direttivo sono alla fine sempre designati dal governo – e la presidenza Erdoğan che vuole imporgli l’abbassamento dei tassi di interesse necessario, come dice il presidente, ad alimentare un’economia orientata decisamente alla produzione.

Lo dice il consigliere speciale finanziario di Recep Tayyp Erdoğan, Yigit Bulut, alla stampa lasciando intendere che il presidente della Banca centrale s’era invano impegnato a impartirgli una lezione di tecnica di governance delle banche centrali senza convincerlo affatto, smontato alla fine dalla sua affermazione che si tratta di questione tutta politica e niente tecnica e dalla domanda retorica e falsamente ingenua, ma quanto mai invero appropriata, su a chi mai pensasse di dover rispondere del suo operato essendo stato nominato proprio e solo da lui (Hürryet/ Istanbul, 12.3.2015, Başçı Erdoğan'a ders verme çabasına girdi Başçı ha tentato di mettersi a fare lezione a Erdoğanhttp://cep.hurriyet. com.tr/detay/28428463).

STATI UNITI

●Sale ancora il ritmo di creazione di nuovi posti di lavoro e il tasso di disoccupazione scende al 5,5%, il livello più basso dal 2008, dall’inizio della crisi e giù dal 5,7 di gennaio. Ma restano tutti i dubbi di sempre – e anzi crescono – su salari e stipendi che, per la stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti,  ristagnano (sì e no il +2% su un anno prima, sì e no appena pari al tasso di inflazione). Mentre secondo i dati aggiornati del dipartimento del Lavoro non si creano quasi posti nuovi per chi cerca lavoro tra i giovani.

Malgrado questa realtà, al solito ambigua, la stampa diffonde in modo affrettato e gonfiato una lettura rosea dei dati quasi forzando la mano alla Fed perché ormai dia una stretta anticipando i tempi del rialzo dei tassi, secondo lettura neo-cons e di destra della realtà (New York Times, 6.3.2015, Dionne Searcey, U.S. Economy Added 295,000 Jobs in February, but Wages Continued to Lag― L’economia americana crea 295.000 nuovi posti di lavoro a febbraio, ma i salari continuano a ristagnare ▬ http://www.nytimes.com/2015/03/07/ business/economy/jobs-report-unemployment-february.html?_r=0); e Dip. Lavoro, BLS/Bureau of Labor Statistics, 6.3.2015, Employment Situation Summary http://www.bls.gov/news.release/empsit. nr0.htm); e, ancora, EPI, 6.3.2015, E. Gould, Not a Puzzle—Wages Growth is Sluggish Because Employers Hold All the Cards Non è certo  un indovinello―la crescita dei salari è lenta perché tutte le carte le hanno in mano i datori di lavoro http://www.epi.org/blog/not-a-puzzle-wages-growth-is-sluggish-because-employers-hold-all-the-cards).

●Adesso, a marzo, l’ultima presa di posizione della Federal Reserve sembra frenare bruscamente sull’impegno già annunciato di essere “paziente” prima di rialzare i tassi di interesse riguadagnando maggiore flessibilità decisionale prima di un nuovo aumento del costo del denaro: che sarebbe poi il primo a partire dal lontanissimo 2006, quando Obama era solo un quasi sconosciuto senatore junior dell’Illinois. Il fatto è che un aumento si sta facendo però un po’ rischioso, visto che contemporaneamente la Fed ha anche abbassato le previsioni sia di crescita che di inflazione lasciando intendere che di questa nuova stretta monetaria si potrà riparlare forse non prima dell’ultimo trimestre dell’anno.

E che il rafforzamento in atto del dollaro in relazione all’indebolimento voluto dell’euro, sta penalizzando l’export: cosa che preoccupa molto quei settori specifici dell’economia ma solo relativamente il quadro economico nel complesso anche se poi – contraddittoriamente, al solito – il dollaro forte resta la politica ufficiale di questa come delle precedenti amministrazioni per pure ragioni, diciamo così, di noblesse oblige, perché così deve fare una grande poetnza... pare (The Economist – Business this week, 20.3.2015, Fed, Monetary policy and the markets – A leap in the dark Fed, politica monetaria e mercati – Un salto nel buio http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21646784-how-will-investors-react-americas-first-rate-increase-nine-years-leap).

●Sta partendo, col solito anno e mezzo di anticipo, anche se non ufficialmente, in America la corsa alle presidenziali del novembre 2016, al dopo Obama. Il primo a annunciare di voler correre è stato, per i repubblicani, un senatore del Texas, Ted Cruz, ultraconservatore su tutto e famigerato bigotto fondamentalista: politica estera, politica sociale, politiche di uguaglianza di genere e sessuale, immigrazione.

Anche se, col cognome che si ritrova, la sua origine latino-americana è chiarissima (The Economist, 27.3.2015, White House in 2016–Cruz  the bruiser – The Junior senator from Texas is dangerous La Casa Bianca nel 2016–Cruz, il bullo – Il senatore  giovane del Texas è pericoloso http://www.economist.com/news/leaders/ 21647290-junior-senator-texas-dangerous-cruz-bruiser). Con lui, e contro di lui, intendono scendere in campo anche un altra dozzina di concorrenti del Grand Old Party, tutti dello stesso stampo più o meno reazionario.

Meno affollato, pare, il campo dei candidati a succedere a Obama in campo democratico, dove non sembrano molti a voler sfidare la strapotenza mediatica e il cumulo di finanziamenti che spingono, ormai in modo perfino spudorato, la candidatura di Hillary Clinton (The Economist, 27.3.2015, Baptist of fire – The junior senator for Texas will not be America’s next president, but he could shape the race for the White House― Il senatore giovane del Texas non sarà il prossimo presidente degli USA, ma dovrebbe essere in grado di forgiare la corsa per la Casa Bianca http://www.economist.com/news/united-states/21647297-junior-senator-texas-will-not-be-ameri cas-next-president-he-could-shape).  

GERMANIA

FRANCIA

●Al primo turno delle municipali, Marine Le Pen s’è confermata, ma non ha vinto come aveva dichiarato di volere e di puntare a fare. Il ballottaggio sarà, comunque, tra il suo partito (sul 26%: in qualche calo rispetto alle aspettative e ai sondaggi e che, comunque, non arriva primo). Anche qui, però, confermando che si va avvicinando un grosso cambiamento politico dove il sistema del ballottaggio più antico e consolidato d’Europa, quello gaullista della IIIe République, si va trasformando, contro le intenzioni di chi lo disegnò, in un meccanismo tripolare e non più bipolare. Il fatto è che il sistema resta lo stesso. Ma cambia la gente che si rifiuta di accettare di dover votare per chi esso le vorrebbe imporre...  

Sul podio, invece, si installa per primo il rimbalzante Sarkozy (al 36,60%) l’uomo della destra cosiddetta moderata – ma forse, in realtà, solo un po’ meno spudorata e ipocrita di quella della Le Pen – l’UMPUnion pour un Mouvement Populaire, e dei suoi alleati, mentre i socialisti (al 21%) del presidente Hollande arrivano terzi e, quindi, restano esclusi dal ballottaggio se non dove riescono a entrare in lizza, qua e là, arrivando sporadicamente primo o secondo.

Insomma, anche qui li ha ammazzati la mutazione annacquata da socialisti a sciapi moderati cantabili che puntano a conquistare il centro distorcendo così il proprio messaggio ma perdendo, insieme alla propria “anima”, anche ogni appeal verso la propria base dove però il campo è occupato dai veri destri  mascherati da moderati della UMP. E adesso il fiacco risultato dei socialisti riflette il fallimento loro nella maggior parte delle circoscrizioni elettorali di far alleanza e coalizione con le altre forze della sinistra-sinistra – dei Verdi, per dire, o dei comunisti – indispensabili, invece, per poter arrivare al ballottaggio delle presidenziali del 2017: le uniche che contano qui davvero.

Ma che postulano la necessità di superare il baratro che, nel sistema ormai seccamente tripolare – qui come da noi col PD di Renzi  –  i “moderati” del pirlocco PM Valls ormai più che di Hollande – che a lui ha ceduto le redini del partito contentandosi di svolgere il ruolo di ultrà in subordine dell’occidente – divide da tutto – tutto! – il resto delle sinistre quella che una volta era, diciamo fino a vent’anni fa, l’anima, il comune sentore dei progressisti: per cui tra Confindustria e sindacati si scelgono questi, tra forti e deboli si privilegiano i secondi e, come dice con chiarezza ormai solo la Chiesa di Bergoglio – non tutta! – la corruzione “puzza”: sempre... E mai come adesso è sembrato così largo e così difficile da colmare, quel baratro...

Stavolta, però, le elezioni erano a livello locale: sindaci, consiglieri comunali, ecc. e Sarkozy sceglie, deliberatamente, di correre il rischio non accettando la cosiddetta “desistenza repubblicana” che, contro l’estrema destra neo-fascista e razzista, ha sempre visto finora i grandi partiti tradizionali invitare, destra e sinistra, a turarsi il naso e votare l’altro piuttosto che lasciar passare l’estremismo in un voto a due che il terzo, escluso, potrebbe altrimenti favorire.

Sarko conta apertamente sul fatto che gli elettori di sinistra, costretti a scegliere tra lui, Marine (che si proclama anti-immigrazione, anti-establishment― degli  altri e anti-Europa― non questa soltanto ma in ogni sua forma pensabile) e l’astensione, tanto si rassegneranno comunque a votare i suoi piuttosto che i candidati della destra estrema (le Monde, 23.3.2015, Le PS minimise sa déroute Il PS minimizza il proprio sfacelo http://www.lemonde.fr/elections-departementales-2015/article/2015/03/22/le-ps-minimise  -la-defaite_4598889_4572524.html). Ma potrebbe anche essere una scommessa sconsiderata, stavolta (The Economist, French elections – Ménage à trois http://www.economist.com/news/europe/21647360-national-fronts-strength-makes-french-politics-three-way-affair-m-nage-trois)... Però, non lo è e lui vince.

Al ballottaggio di una settimana dopo, il 29 di marzo, il risultato è netto:

• la destra dell’UMP coi suoi alleati di centro-destra da 40 dipartimenti che controllava prima delle elezioni arriva a vincerne 67 dei 98 in cui si correva stavolta; totalizza il 45% dei voti espressi e elegge 1.032 consiglieri dipartimentali;

• la sinistra di Hollande e Valls, il PS, che  controllava 61 dipartimenti, paga la sua corsa solitaria improntata al perbenismo moderato che volutamente si isola dalla  sinistra-sinistra e ne porta a casa solo 34: prende solo il 32% dei suffragi e perde anche nei feudi elettorali sia del presidente della Repubblica che del suo primo ministro – un’umiliazione personale cocente in questo paese – dimostrando che la corsa al centro e a destra non paga davvero;

• 28 dipartimenti si spostano da sinistra a destra; da destra verso sinistra, 1 solo;

• Il Front National, che in complesso si conferma nettamente come terzo partito del paese e nei fatti impone ormai la realtà del tripolarismo, prende il 22% del voto, elegge una manciata di consiglieri ma non vince neanche in un solo dipartimento. Adesso punta tutto sulle prossime elezioni regionali e sulle presidenziali del 2017 (Wikipedia, 30.3.2015, Élections départementales françaises de 2015 http://fr. wikipedia.org/wiki/%C3%89lections_d%C3%A9partementales_fran%C3%A7aises_de_2015).     

GRAN BRETAGNA

●Ormai alla vigilia del voto politico che il 7 maggio sceglierà il nuovo governo britannico, è utile forse anticipare come e perché si tratterà – malgrado lo scontento, anche qui diffusissimo e anche qui “indignato”– ancora del vecchio governo. I conservatori dovrebbero riuscire a rivincere ma non ad assicurarsi la maggioranza assoluta dei seggi che, alla Camera, servono per fare il governo.

Ma dovrebbe farcela ancora cambiando alleati, sempre nel campo dei moderati cantabili. Stavolta chiederà di essere il junior partner al DUP Democratic Unionist Party (oggi solo 8 ma in crescita) – il partito “lealista”, conservatore e protestante del fu reverendo Ian Paisley – e, con una maggioranza relativa tory tra i 290 e forse i 295 seggi contro i 302 oggi, chiederà ormai solo il sostegno esterno dei Liberal-Democratici, il partito stampella, sdraiato e servente che, coi suoi 56 seggi e ne ha persi molti per strada per aver scelto di limitarsi ad esternare senza tirarne mai le conseguenze un dissenso che, al dunque, s’è poi sempre trasformato in un appecoronato consenso, ha finora consentito ai conservator-reazionari di Cameron di governare come volevano.

E, questo, malgrado i conservatori abbiano già reso noto di voler ancora tagliare per almeno altri 12 miliardi di sterline entro i prossimi tre anni il bilancio del welfare (su voci in specie come i sussidi alla casa e ai disabili volendo arrivare a azzerare il deficit di bilancio che nel frattempo proprio con loro s’è gonfiato. Mentre i laburisti non puntano a ridurlo ma non lo escludono, promettendo però una piattaforma che lo lascerebbe grosso modo ai 30 miliardi di sterline dove oggi è attestato...    

La “colpa” principale di questa risicata vittoria e della corrispondente sconfitta della “sinistra” – se poi, come pare, andrà proprio così – è della conduzione inetta e sciapa dei laburisti (avevano 256 seggi) capaci di fornire all’opposizione il gusto e l’obiettivo di un’alternativa vera che sappia di qualcosa di credibile, concreto e possibile ma anche di radicalmente diverso sulle cose che più preoccupavano la gente comune: è così che, di fronte alle loro insipide promesse elettorali tanto simile a quelle dei conservatori ma solo un tantino meno destrorse hanno alla fine preferito a  questo loro torysmo-soft che dura dai tempi di Blair.

Hanno largamente perduto il loro feudo elettorale in Scozia e poi ogni speranza di rovesciare le carte che pure erano tutte truccate e facevano schifo. Perché, alla fine anche qui, se uno proprio deve scegliere tra destra-blanda e destra-dura al dunque preferisce l’originale. Appunto, anche qui... Se sarà così, nel 2016 o nel 2017, ci sarà anche il referendum secco e senza subordinate sul sì o no all’uscita dall’Unione europea che è nel programma ufficiale di Cameron.

Anche se al momento – e non solo a parere di chi scrive – non sembra probabile che nel Regno Unito si trovi il 50% +1 dei voti per andarsene tout court dall’Europa. Anche gli ultimi più accreditati sondaggi – degli istituti che in questo paese hanno avuto più spesso ragione – dicono adesso che, per il partito anti-europeo UKIP, che fino a poche settimane fa sembrava in una irresistibile ascesa, il risultato non dovrebbe ormai attestarsi oltre il 10% (ComRes, 23.3.2015, Poll for Good Morning Britain, The Independent Sondaggio per Buon giorno GB, The Independent http://comres.co.uk/ polls/ gmb-undecided-voters-poll).

Naturalmente – si è capito no? – e malgrado debolezze e “tradimenti” di questi laburisti, se poi al dunque sbagliano tutto in questa previsione e tutto cambia alle urne chi scrive – frescaccione com’è   sempre disposto comunque a sperare malgrado ogni pessimismo/realismo – ne sarà profondamente felice...

GIAPPONE

●Il governatore dell’isola nipponica di Okinawa, Takeshi Onaga, ha ordinato a funzionari e esponenti sul territorio del ministero della Difesa di bloccare la costruzione già iniziata, della piattaforma sottomarina, a Henoko, nel nord dell’isola, della futura base dei marines USA che dovrà rimpiazzare – secondo gli accordi tra i governi nipponico e statunitense – citando come causa della sua decisione una serie di preoccupazioni di ordine soprattutto ambientale ma dovuti, in realtà, alla tensione sociale che il progetto ha suscitato tra la popolazione del luogo.

Questo avviene sulla base della pessima esperienza sviluppata negli ultimi anni nell’area dove sorgeva la precedente base, a Futenma, nel sud di Okinawa che dovrebbe ora essere sostituita. Onaga ha minacciato il governo che, se non accederà alla richiesta di un alt effettivo ai lavori di costruzione dentro una settimana, revocherà l’autorizzazione ai lavori di trivellazione sottomarina già in corso. Sembra, però, che il governo Abe, a Tokyo, non intenda mollare (Japan Times, 24.3.2015, Reiji Yoshida, Government continues Henoko base work, ignoring demand by Okinawa governor Il governo continua il lavoro sulla base di Henoko, ignorando la domanda del governatore di Okinawa http://www.japantimes.co.jp/tag/futenma).

 


 

[1] Nel 1984 aveva anatematizzato la bomba A come haram probita secondo i dettami dell’Islam con tutta l’autorevolezza assoluta e indiscussa della “guida della rivoluzione” e fondatore della Repubblica e aveva ripetuto l’assoluto divieto anche per la armi chimiche e – è importante – anche dopo che, nella guerra con l’Iraq, Saddam già le aveva impiegate perfino contro popolazioni civili in Iran, dopo che gli erano state fornite dagli Stati Uniti di Reagan (cfr. Foreign Policy, 18.10.2015, Gareth Porter, When the ayatollah said no to nukes Quando l’ayatolalh disse di no alle bombe http://foreignpolicy.com/2014/10/16/when-the-ayatollah-said-no-to-nukes).

[2] Vedi il precisissimo e ampio articolo di Donato Candido sul Libro di Ester – il più completo e ricco di informazioni e esegesi e le sue varie versioni (ebraica, greca e latina) – nell’edizione integrale della Bibbia approvata dalla CEI del 2008 (in Parole di Vita http://www.paroledivita.it/upload/2011/articolo2_4.asp).

[3] Il passo, alla frontiera proprio tra Afganistan e Pakistan e snodo chiave sul percorso dell’antica via della seta, è uno dei più antichi e frequentati punti di passaggio mai conosciuti al mondo e tratto importante di ogni percorso tra l’Asia centrale e l’Asia meridionale nonché luogo di importanza strategico-militare. Dario I di Persia, Alessandro Magno, e Gengis Khan, poi arabi e turchi e le armate dell’impero britannico passarono di qui nelle loro imprese di conquista, tuto considerato, poi, effimera...

[4] Lo Stryiker è il più recente modello di trasporto corazzato su otto ruote, non cingolato, dal costo unitario di 5 milioni di $, costruito dalla General Dynamics canadese ma in dotazione soprattutto all’esercito americano― anche se assai raramente impiegato sul campo dove ha dimostrato un’alta resistenza della corazzatura di superficie ma anche una sorprendente fragilità ad attacchi portati col minamento di strade e terreni. 

[5]Il regime ungherese di Viktor Orbán, nei termini tradizionali e storici della politica europea, è un governo di destra e forse proprio di estrema destra, sostenuto solo da partiti di destra nazionalisti e anche proprio razzisti e estremisti, ovviamente anche antisemiti per odio antiebraico e non certo per amore dei palestinesi che altrettanto ovviamente disprezzano e, finora, ha potuto fare in pratica quel che voleva in politica interna perche in parlamento aveva i 2/3 dei voti.

   Ora, non più. Il partito di maggiorana assoluta Fidesz che ha governato finora con la super-maggioranza che aveva  all’Assemblea Nazionale― l’Országgyűlés, cambiando a volontà legislazione e anche la stessa Costituzione ha, per un elezione cosiddetta suppletiva, perso il voto chiave extra che le consentiva di fare come voleva... Le restano i voti, sempre disponibili però alla bisogna, dell’estremissimo partito di destra Jobbik La miglior destra.

   Adesso, in politica europea e in politica estera, però, il cambiamento peraltro solo potenziale non dovrebbe imporre, almeno al momento non sembra, mutamenti di alcun rilievo.