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     04. Nota congiunturale - aprile 2014

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

Angelo Gennari

 

 

   

1.4.2014

 

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola Mila no – restassero , per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc384077183 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc384077184 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) PAGEREF _Toc384077185 \h 1

nel resto dell’Africa.. PAGEREF _Toc384077186 \h 5

in America latina.. PAGEREF _Toc384077187 \h 6

in CINA... PAGEREF _Toc384077188 \h 7

●Gli ‘infiltrati’ dalle campagne nelle città    (istogramma) PAGEREF _Toc384077189 \h 12

nel resto dell’Asia. PAGEREF _Toc384077190 \h 13

EUROPA.... PAGEREF _Toc384077191 \h 17

● Previsioni di crescita delle maggiori economie dell’occidente   (grafico) PAGEREF _Toc384077192 \h 18

● Ma ricordami un po’: chi è qui che sorveglia chi?   (vignetta) PAGEREF _Toc384077193 \h 21

● Quando i ponti sono fatti di antenne e non di mattoni... (vignetta) PAGEREF _Toc384077194 \h 24

● La Russia (solo la Russia, eh?) si mette a invadere il mondo...   (vignetta) PAGEREF _Toc384077195 \h 29

● E i tartari di Crimea?   (vignetta) PAGEREF _Toc384077196 \h 33

● Perché i russi delle sanzioni se ne fregano,specie di quelle americane   (grafico) PAGEREF _Toc384077197 \h 34

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc384077198 \h 52

● Il labirinto in cui Obama si è andato a cacciare: e come, adesso, e quando, uscirne?   (vignetta) PAGEREF _Toc384077199 \h 57

GERMANIA.... PAGEREF _Toc384077200 \h 58

FRANCIA.... PAGEREF _Toc384077201 \h 58

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale

L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di aprile 2013 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza

• il , in Giappone, scatta l’IVA, del +3%;

• il 5, elezioni presidenziali in Afganistan: per designare il successore di Karzai ;

• il 7, si vota in India alle legislative: vanno alle urne – seguendo un lungo percorso suddiviso in ben 9 tappe che durerà fino al 12 maggio – potenzialmente ben 814 milioni di elettori, giustificando in tal modo la dizione con cui ci si riferisce a questo paese come alla democrazia sul piano formale (che però sappiamo ormai essere anche sostanziale) più grande del mondo;

• sempre il 7, elezioni politiche anticipate in Québec, la provincia francofona del Canada;

9 aprile, in Indonesia elezioni legislative;

1-13, riunione di primavera a Washington, D.C., del FMI e della Banca mondiale;

15, il regime della Corea del Nord celebra il genetliaco di Kim Il-sung; 

17, elezioni presidenziali in Algeria: si ripresenta, dopo 15 anni al potere, il 76enne Abdelaziz Bouteflika che è appena uscito da un infarto e da una lunga convalescenza in Francia;

sempre in aprile, dovrebbero – dovrebbero... – avere luogo in • Iraq, elezioni legislative.

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais)

●Un tribunale ha adesso proibito in Egitto ogni attività di ogni tipo di Hamas, il movimento palestinese, che è al governo avendo una dozzina d’anni fa vinto contro al-Fatah le ultime e uniche elezioni libere mai celebrate nel territorio sempre assediato da Israele di Gaza. Adesso saranno subito sequestrati gli uffici e ogni asset reperibile del movimento. La causa, naturalmente, è il legame tra Hamas e chi lo aveva ha originariamente figliato, la Fratellanza mussulmana egiziana.

La reazione del portavoce al Cairo di Hamas, Sami Abu Zuhri, è stata durissima accusando il governo egiziano di tradimento della causa palestinese. E, certo, se adesso le forze di sicurezza egiziane agissero in obbedienza alla decisione giudiziaria, ad esempio le operazioni di contrabbando con cui dall’Egitto veniva spesso rifornita a Gaza sia la resistenza che la stessa popolazione palestinese, diventerebbero molto più problematiche.

Il che non spiace invece a Israele che, anzi, da tempo agli egiziani lo chiedeva, appoggiata dagli americani, ma che neanche Mubarak le aveva finora però “garantito”. Di sicuro aiuterà Tel Aviv a “stabilizzare” il suo territorio meridionale (Al Jaazera, 5.3.2014, Egypt court bans Palestinian Hamas group Tribunale egiziano mette fuori legge il gruppo palestinese di Hamas http://www.aljazeera.com/news/middleeast/ 2014/03/egypt-court-bans-palestinian-hamas-group-2014348358109790.html).

●Il 24 marzo, in Egitto, nella provincia meridionale di Minya, un tribunale egiziano ha condannato a morte, all’ingrosso, tutti insieme, in una sessione durata in tutto mezz’ora, 529 membri della Fratellanza mussulmana. L’accusa che adesso li dovrebbe trascinare al patibolo – la più grande impiccagione di massa della storia del mondo:ma oltre la metà dei condannati è latitante – è di aver causato la morte di un poliziotto (uno!) durante i moti di piazza con cui il 14 agosto reagirono al colpo di Stato che aveva deposto il presidente Morsi.

A parte che, con ogni probabilità, un verdetto anche qui palesemente tanto assurdo verrà quasi sicuramente cassato in appello, è da sottolineare che si è voluto comunque procedere in questo modo, osserva Nathan Brown, esperto statunitense del sistema giudiziario egiziano che insegna alla George Washington University, “per seminare il terrore” con un’ondata di cieca repressione dettata dal “servilismo al nuovo potere militare”.

Del resto, nella repressione seguita al loro sollevamento militari e forze della cosiddetta sicurezza avevano già messo nel loro carniere, oltre un migliaio di esecuzioni, spesso mirate, spesso di massa, contro chi protesta in piazza (New  York Times, 23.3.2014, D. D. Kirkpatrick, 529 Egyptians Sentenced to Death in Killing of a Police Officer 529 cittadini egiziani condannati a morte per l’uccisione di un agente di polizia http://www.nytimes.com/2014/03/25/world/middleeast/529-egyptians-sentenced-to-death-in-killing-of-a-police-offi cer.html?partner=rss&emc = rss&_r=0).

Lo stesso tribunale penale, un giorno dopo, fissa al 28 aprile un altro processo a un altro gruppo anche più numeroso di Fratelli musulmani, 682 di loro, compreso il leader di tutta la Fratellanza, Mohamed Badie, e il capo del partito dei Fratelli, Libertà e Giustizia, Saad al-Katatni, entrambi accusati di colpe plurime incluso, naturalmente, l’omicidio. Stavolta anche la presidente, in genere tremebonda, della Commissione ONU sui diritti umani, finora silente sull’Egitto, la sudafricana Navi Pillay, sente il dovere di dichiarare che “processi di massa” come questi “carichi di irregolarità procedurali” (procedurali, le chiama: sempre un po’ pusillanime!) sono “una violazione del diritto internazionale(BBC/Middle East, 25.3.2014, Mass  Egypt  death  sentences ‘breach   International  law’―   Le condanne a morte all’ingrosso “violano il diritto internazionale” http://www.bbc.com/news/world-middle-east-26726901).

●Abdul-Fattah El Sisi, il generale fellone che ha destituito col golpe spinto dalla folla dei rivoltosi i il presidente eletto Mohamed Morsi, condotto una repressione senza tregua, condannato a morte centinaia e migliaia di oppositori al suo potere ha annunciato che si dimette formalmente, dopo aver fatto nominare suo successore come ministro della Difesa il col. gen Sedki Sohbi, da lui voluto, per potersi candidare (ah! ah!) per le elezioni alla presidenza.

Niente di nuovo, a ben vedere, non fosse per la spietatezza di questa campagna di repressione senza uguali, e visto che dopotutto nel corso degli ultimi 62 anni tutti i quattro presidenti che non sono morti mentre erano al potere – dunque, con l’eccezione solo di nasse, morto di malattia, e Sadat, assassinato – inclusi Mubarak nel 2011 e Morsi nel 2013 – sono stati rimossi da colpi di Stato militari (New York Times, 26.3.2014, D. D. Kirkpatrick, General Who Led Takeover of Egypt Will Run for President Il generale che ha preso il potere col golpe in Egitto correrà per la presidenzahttp://www.nytimes.com/2014/ 03/27/world/middleeast/general-el-sisi-egypt.html).

E, ora, la data delle presidenziali è stata fissata con grande anticipo sulle previsioni al 26 e 27 maggio, anche per non dar tempo a nessuna candidatura seriamente alternativa di coagularsi neanche in teoria. A Londra, la Bettingpro.com che raccoglie scommesse su tutto e dappertutto dà come probabile intorno al 98% l’ “elezione” di El Sisi.

●In Siria, le forze governative di Assad hanno, aiutate con efficacia dai combattenti libanesi di Hezbollah, ripreso le ultime piazzeforti controllate dai ribelli jihadisti nei contrafforti dei monti Qaddoum che dominano la principale autostrada che collega Damasco, a sud del paese, col principale porto del paese, a nord, Latakia. In particolare si sono riprese Yabrud, punto di transito critico finora per l’afflusso e il deflusso, dal Libano, di armi, rifugiati e anche militanti (New York Times, 16.3.2014, A. Barnard, Syrian Government Forces Seize Town in a Deep Blow to Opposition Le forze governative siriane prendono una città [chiave] assestando un colpo durissimo all’opposizione http://www.nytimes.com/ 2014/03/17/world/middleeast/syria.html?­_r=0).

Se adesso il governo siriano e i suoi alleati sul terreno riescono a mantenere il controllo di questo collegamento essenziale da Damasco alla fortezza alawita del nord-ovest del paese saranno riusciti a fiaccare la sollevazione antigovernativa nell’ovest della Siria e a disgregare le sue linee di rifornimento con Giordania e Libano. In altri termini, gli unici punti di forza che restano saldamente in mano ai ribelli restano alcune ridotte nel nord del paese che, al momento, permangono ancora sotto attacco aereo da parte dell’aviazione del regime.

Ne sono ben avvertiti i ribelli che, infatti, intorno al 20 di marzo, scendono in campo con diverse formazioni armate tra quelle fondamentaliste più dure, inclusi membri del fronte al-Nusrah, attaccando militarmente una serie di villaggi del governatorato di Latakia, il cuore del territorio a larga maggioranza alawita: la setta di cui fa parte la stessa famiglia Assad. L’attacco è risalito verso nord, movendo dal confine turco.

Lo ha ammesso un alto ufficiale dell’esercito siriano, dando atto di aver perso almeno una cinquantina di uomini negli ultimi quattro giorni mentre i “terroristi” che sono riusciti – sostiene – a  conquistare Kasab con l’aiuto – accusa – anche di esperti delle forze speciali turche, alcuni dei quali sono stati anche uccisi negli scontri, ma lasciando centinaia di assalitori sul campo, molti tra loro “ceceni” o “stranieri”, cioè non siriani, ma senza riuscire a spingersi molto al di là nella loro riconquista.

Lo scopo pare fosse quello, parzialmente raggiunto, di stornare verso l’area truppe governative per alleviarne la pressione su altre aree del paese. Ai confini con la Turchia, in effetti, molti villaggi sono esposti e vulnerabili a possibili attacchi ma non avendo mai esercitato un il controllo di aree contigue per costituire una vera e propria linea di rifornimento. Per la quale, continuano a dipendere quindi dalla Turchia. Una presenza che continua a pesare, in modo spesso asfissiante, sul regime di Damasco: ma sempre attenta a non esporsi ufficialmente o troppo apertamente per non subirne colpi di coda. Stavolta hanno però ucciso tre membri della famiglia di Assad, i cugini― dopo Hilal, il primo a essere caduto combattendo, Ali e Khifal tutti residenti a Kasab. Hilal era il capo delle forze paramilitari siriane per tutta la provincia nordoccidentale di Latakia.

Ma, in realtà, sarebbe stato ucciso “da uomini del regime perché accusato di non aver saputo gestire le operazioni nella zona

    (rivela, di terza manoperò, una fonte del tutto anonima dei ribelli all’Agenzia Aki - ADN Kronos, 24.3.2014, al-Arabiya: tre i cugini di Assad uccisi in battaglia http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/11579201/Siria--al-Arabiya--tre.html;  a sua volta

citando al-Arabiya, da sempre megagruppo editoriale di proprietà saudita e di base a Au Dabhi negli Emirati Arabi Uniti, nemico degli Assad: 24.3.2014 ▬ http://english.alarabiya.net/en/perspective/profiles/2014/ 03/25/Deaths-in-the-Syrian-clan-Hilal-al-Assad.html).

E’ questa la seconda volta, almeno, a vedere le forze estremiste islamiste cercare di creare una diversione tattica di rilievo nel governatorato di Latakia. Quella precedente fallì senza discernibile impatto sull’anamento degli scontri militari. Ma il fatto di insistervi e riprovarci, malgrado le altissime perdite, allora e anche oggi, subite testimonia del ruolo critico che gioca la Turchia per far sopravvivere la rivolta nello schieramento ribelle del nord della Siria.

●Sono dozzine, avvisano ormai i servizi segreti americani, i militanti di al-Qaeda e delle sue varie branche che, insieme anche a molti pianificatori di medio livello, si sono trasferiti dal Pakistan qui in Siria nei mesi recenti nel tentativo di gettare le basi di futuri, prossimi attacchi a bersagli sia europei che americani. E, avvisa il capo della CIA, John A. Brennan (bontà sua...) di “essere ormai molto preoccupati”.

Insomma, anche se l’amministrazione americana non sembra affatto propensa a rivedere le sue posizioni, per lo meno avventurose, sulla Siria – quelle del tipo che dall’11 settembre in poi hanno fatto uno straordinario e efficace lavoro per rafforzare, annunciando di volere il contrario, il terrorismo islamico più estremista nel mondo – che di fatto stanno dando una mano, cercando quasi di nasconderla, a questi terroristi, la Siria è avviata a diventare – paventano a Langley – “il  prossimo Afganistan(New York Times, 25.3.2014, E. Schmitt, Qaeda Militants Seek Syria Base, U.S. Officials Say― I militanti di al-Qaeda cercano di costituirsi una base in Siria http://www.nytimes.com/2014/03/26/world/middle east/qaeda-militants-seek-syria-base-us-officials-say.html?_r=0).

●Con un gran brutto segnale sulle residue possibilità che restano a questo disgraziato paese che è la Libia, e anche se – o forse anche proprio perché... – la Libia ormai è senza Gheddafi, il debolissimo governo centrale della transizione appare impotente a fermare i gruppi di milizie che intendono vendere il greggio estratto nelle zone da loro controllate. Il gruppo ribelle all’ordine del giorno è, ora, quello di Ibrahim Jathran un giovane, poco più che trentenne, saldamente collegato a grandi tribù della Cirenaica che dice, o lascia dire, di agire nel loro interesse.

Cioè, in quello esattamente contrario all’interesse del governo centrale che ha sede in Tripolitania. Adesso una petroliera, la Morning Glory, registrata in Liberia di proprietà saudita e battente una bandiera nord-coreana di convenienza è arrivata nel porto di Sidra e ha caricato, secondo fonti locali governative, greggio per il valore stimato intorno ai $ 36 milioni. La petroliera può trasportare fino a 43.000 tonnellate di carico.

E a Tripoli, il cosiddetto premier Ali Zeidan, ha minacciato di far bombardare la nave – ma... entro una settimana – se non rientra subito in un porto controllato..., dando per scontato ha detto quello che sicuramente sarebbe, però, un “disastro ambientale epocale per tutto il Mediterraneo”... ma riconoscendo, anche, che l’ordine di impedire con la forza alla Morning Glory di attraccare a Sidra prima di caricare il greggio era stato “ignorato” dalle Forze armate cui era stato debitamente, e da lui personalmente ma vanamente, impartito (New York Times, 8.3.2014, D. D.Kirkpatrick, Libyan Militia Selling Oil, Defying  Government Le milizie libiche si vendono il petrolio, sfidando il governohttp://www.nytimes. com/ 2014/03/09/world/ africa/libyan-militia-selling-oil-defying-the-government.html?_r=0).

Poi pare che, dopo un giorno di navigazione, la nave sia stata “intercettata e bloccata” in alto mare, anche se non è affatto chiaro dove ora, se davvero l’hanno catturata, la faranno attraccare: la guardia degli impianti petroliferi, i ribelli, che alla fine sembrano essersi piegati parlano di avviare la nave al porto di Zawiyah, dove svuoterebbe il suo carico. Mentre l’agenzia di stampa ufficiale Lana ha invece, parlato, di disposizioni confermate dal portavoce del Congresso nazionale generale, il parlamento, Umar Humaydan, in base alle quali la petroliera sarà scortata fino al porto di Misurata e la presidenza del Consiglio parla, invece, proprio di Tripoli come della più probabile destinazione (Missionary International News Service Agency/Agenzia missionaria MISNA, 11.3.2014, Bloccata nave ‘illegale’, forza speciale per porti petroliferi ▬ http://www.misna.org/altro/bloccata-nave-illegale-una-forza-speciale-per-porti-petroliferi-11-03-2014-813.html).

●In questa situazione, a Tripoli, il CNG vota la rimozione del premier, Ali Zeidan, dandogli la responsabilità di non aver previsto e posto rimedio al fatto che la mancanza dei trasferimenti consueti, i sussidi, ai ribelli nell’est del paese li avrebbe portati a impossessarsi e cercare di esportare il greggio per conto proprio. Questa è la seconda volta che l’assemblea parlamentare nazionale caccia via un primo ministro e che lo fa con successo. In Libia il potere reale sta sempre e ancora, al meglio, a livello assembleare, quando non direttamente alla piazza. A Zeidan viene tolto il passaporto e gli viene vietato di lasciare il paese... ma riesce invece a farlo e a scappare in Germania subito prima ancora di essere raggiunto dalla nuova disposizione del governo che gli è succeduto. E si capisce bene perché lo abbia fatto...

Adesso, per due settimane, il ministro della Difesa, Abdullah al-Thani, servirà come nuovo premier ad interim e poi si terrà un’elezione (non molto meglio precisata, ora) per eleggere da parte del CNG un nuovo primo ministro. In realtà il mandato del parlamento era già scaduto un mese fa e solo una risoluzione di natura assai dubbia e autodecisa lo ha potuto prolungare assegnandosi il compito di annunciare una roadmap, un percorso, che dovrebbe scadere adesso, nel mese, verso nuove elezioni di un’altra assemblea parlamentare... sempre ad interim (Stratfor[1] – Global Intelligence, 10.2.2014, Libya Prepares to Restart the Constitutional Process Despite Risks La Libia, con non pochi rischi, si prepara a far ripartire il processo costituzionale http://www.stratfor.com/analysis/libya-prepares-restart-constitutional-process-despite-risks).

E’ stato – sembra proprio – il nuovo premier, considerata l’impossibilità di fermare la petroliera altrimenti a ordinare di lanciare il missile che avrebbe incendiato – dice – in mare aperto la petroliera nella serata dell’11 febbraio, con la possibilità/quasi certezza anche però di un affondamento e di un possibile disastro ecologico a poco più di 200 km. da Lampedusa. Ma anche lui ha cominciato subito  con poca credibilità: non si trovano conferme alla notizia e poi lui giustifica la misura estrema ancor peggio: dice che a impedire di fermare la petroliera è stato... il mare mosso e il cattivo tempo― come se poi per la nave pirata, invece, splendesse il sole e il mare fosse a forza zero....

●Viene anche annunciato, sempre da Tripoli, che la Morning Glory sarebbe stata colpita ma non fermata dall’attacco, che è comunque sfuggita al blocco e che la notizia diffusa da Zeidan di un’assistenza della Marina militare italiana per bloccarla è stata subito smentita da Roma, che la petroliera era arrivata in mare aperto e che, erano dunque farlocche le notizie di averla fermata, tanto più riportata poi in porto fatte trapelare dall’ex premier che anche per questo è stato poi sfiduciato. Dice adesso alla stampa internazionale il deputato Abdullah El-Kabier del CNG che “una parte della nave sta bruciando essendo stata direttamente colpita”. Ma l’unica cosa certa è che adesso sta costeggiando l’Egitto fuori della portata dei libici.

Ma la notizia (come riferisce anche il Libya Herald del’11.3.2014, Oil tanker alledgedly “on fire” in International waters Viene ufficialmente asserito che la petroliera è in fiamme in acque internazionalihttp://www.libyaherald. com/2014/03/11/oil-tanker-allegedly-on-fire-in-international-waters/#axzz2vlt6Krym) viene “smentita da fonti spedizioniere marittime”. E, in effetti, poi, il giorno dopo, viene fuori che non brucia proprio niente di niente, che i nord-coreani non erano i proprietari della nave ma le avevano solo prestato la bandiera e che l’hanno subito ritirata e che i libici, alla fine, in realtà pare che semplicemente si siano persa una nave con 243.000 barili di greggio a bordo.

●Alla fine – bé, forse alla fine... – di questa tragicomica odissea e in attesa di capire se la nave è stata mai davvero sotto il mirino del governo libico, quello di prima o quello di adesso, se mai le è stato davvero sparato contro il fatidico missile, se mai esso l’abbia anche solo sfiorata, l’hanno però effettivamente trovata. E’ stata la Flotta americana, a catturarla in alto mare col cacciatorpediniere USS Roosevelt e una squadra di Navy Seals – gli assaltatori che a Abbottabad assassinarono a freddo l’assassino Osama bin Laden – calati con gli elicotteri dal cielo.

Lo comunica il dipartimento della Difesa da Washington e lo conferma il ministero degli Esteri di Cipro, l’area dove la Morning Glory è stata bloccata e ripresa, esattamente all’altro estremo del Mediterraneo, a est,  comunica che adesso la nave con la scorta della VI Flotta sta tornando indietro verso la Libia (la Repubblica, 17.3.2014, Libia: le 'teste di cuoio' Usa prendono il controllo della petroliera nordcoreana ▬ http://www.repubblica.it/esteri/2014/03/17/news/libia_le_teste_di_cuoio_usa_prendono_il­controllo _ della_petroliera_nordcoreana-81182843) riconsegnata opo tredici giorni di fuga, a Tripoli, con i 12 membri dell’equipaggio, il 22 marzo, all’autorità giudiziaria libica... bè, libica: quella del momento e di fatto.

nel resto dell’Africa

●Nel nord del Mali, i francesi stanno continuando a dare la caccia agli islamisti. Hanno aiutato così a rendere il sud del paese un po’ più sicuro, ma neanche poi tanto. La missione è durata già molto più a lungo e è costata molto più cara di quanto volesse e contasse di farla durare Parigi. I ribelli si sono ritirati ma non si sono certo arresi. E continuano a passare appena possono farlo all’attacco.

Anche nel nord della Repubblica Centrafricana i francesi sono duramente impegnati. Si ripete tale e quale, per durata e per costo, l’impegno messo in opera in Mali. Qui anche in RCA il governo continua insistere su un maggiore impegno diretto delle truppe francesi e di quelle della forza inter-africana per disarmare i vari gruppi di miliziani che a Bangui ogni giorno fanno ancora decine di morti. Il capo della missione militare francese, il gen. Philippe Pontiès è tornato a chiedere alla UE di fornire maggior supporto logistico al contingente. D’altra parte, è proprio la mancanza di fondi, e della volontà di metterseli a spendere laggiù con l’Ucraina che preme alle porte, ad aver impedito adesso a fine marzo di far arrivare come ci si era impegnati a Bangui una nuova unità logistica di sostegno anche solo di un centinaio di uomini.

In buona sostanza, francesi e europei sono, come si dice in gergo, sovra-estesi e sotto-finanziati: del tutto tipico, anzi scontato, in assenza della volontà politica che, tutta presa a far rumori assai poco convincenti sulla Crimea, Lady Catherine Ashton si sta impegnando davvero poco a costruire. Anche perché lei, non francese, alla sirena della grandeur gallicana è poco sensibile (RPDefense.blog, 19.3.2014, L. Correau, RCA: pour le patron de la force européenne, le compte n’y est pas―  RCA: per il capo del contingente europeo i conti non tornano http://rpdefense.over-blog.com/tag/Africa%20%26%20Maghreb/3).

●In Nigeria, almeno 29 alunni di una scuola elementare nel nord-est del paese sono stati massacrati, l’ultima settimana di febbraio, dal gruppo terrorista di Boko Haram (in arabo, il Gruppo della Gente della Sunna per la propaganda religiosa e la Jihad, il cui nome, semplificato e contratto nella contrazione in lingua hausa locale, significa letteralmente che “l’educazione occidentale è sacrilega”: un punto di vista evidentemente un tantino estremo che in un anno ha seminato più di 300 vittime senza che nessuno sia riuscito a farci niente (The Economist, 28.2.2014).

●In Sudafrica, i negoziati per il rinnovo del nuovo contratto nazionale tra i tre maggiori produttori di platino del Sudafrica – Implats, Amplats e Lonmin – che si vanno trascinando da settimane in un periodo di sciopero duro contro le imprese che, insieme, sfornano più della metà della produzione mondiale di platino e il sindacato che mette insieme l’Associazione dei Minatori e l’Unione dei Muratori sono stati interrotti e non saranno ripresi a breve.

Si va inasprendo lo scontro tra richiesta e offerta che dura da mesi e riguarda salario e condizioni di lavoro – una delle richieste più ostiche per i padroni è la parità reale e totale con i dipendenti sudafricani anche per i lavoratori immigrati dai paesi vicini, come Mozambico e Botswana – dopo che il tribunale del lavoro di Johannesburg ha respinto la richiesta delle imprese di far arrestare il presidente dell’AMCU Joseph Mathunjwa, per “oltraggio alla Corte” e di ordinare ai minatori di tornare da subito al lavoro (South African Labour News, 8.5.2014, Labour Court dismisses application against Amcu by Amplats― Il tribunale del lavoro rigetta la denuncia della Amplats [Anglo American Platinum] contro il sindacato AMCU http://www.salabournews.co.za/index.php/home/latest-news.html).     

in America latina

●E’ vero, ci sono in America latina, come dovunque altrove nel mondo – anche se il fatto lo citiamo in questo capitolo perché, in particolare, oggi vogliamo sottolinearlo per paesi come Venezuela e Argentina – situazioni in cui, anche se non si è registrata una crescita economica media alla cinese, per dire, o più in generale alla sud-est asiatica, ma gli strati più poveri della popolazione hanno registrato, loro, tassi di progresso concretamente rilevanti (misurati su cose, appunto, concrete come, ad esempio, tassi di mortalità infantile e più in generale proprio di classe (contadini, operai, casalinghe...), tassi di alfabetizzazione, consumo medio a quei livelli di calorie proteine...). Cioè, si possono pure registrare come ad esempio in America latina tassi di crescita media, del PIL, inferiori a quelli di altri paesi (cfr. CEPAL/Cómision económica para América latina y el Caribe, dati a fine 2013, Estadisticas e indicadores/Perfiles nacionales/Infográficos estadisticos http://estadisticas.cepal.org/cepalstat/WEB_ CEPALSTAT/Portada.asp).

Può essere che sia così in Venezuela dove un tasso moderato di crescita del PIL (nel 2012, accertato, intorno al 5%, ma con quello di povertà che, in corso d’anno, s’è ridotto del 20% (statistiche CEPAL, citate). Insomma, tasso di crescita moderatamente più basso ma una distribuzione largamente più equa delle risorse rispetto a paesi dove si cresce magari di più ma solo, o quasi, a favore del famigerato 1% e, quando va proprio bene, del 2-5% della popolazione.

●Nel Salvador, solo un po’ meno dello 0,2% del voto, esattamente 6.364 suffragi su 3.000.000 di voti espressi nelle urne, divide chi è confermato vincente dall’Ufficio elettorale nazionale vincente, col giudizio del quale concordano anche gli osservatori internazionali presenti, al ballottaggio delle presidenziali, l’ex guerrigliero del Farabundo Marti di Liberazione Nazionale FMLN, Sánchez Cerén, dal candidato della Alleanza Repubblicana Nazionalista―  ARENA, Norman Quijano, erede della reazione politica che, con e sotto la spinta, i dollari e la CIA di Reagan, contro il Fronte ha condotto per anni una feroce guerra civile. Il tribunale elettorale centrale ha ora ordinato a entrambi i contendenti di non proclamare la propria vittoria – cosa che hanno subito fatto entrambi – asserendo che solo il riconteggio finale e certificato del voto può dare consistenza e legittimità al vincitore.

Ha subito maledettamente stonato l’appello del reazionario Quijano all’ “intervento mediatorio dell’esercito”: un incubo per un paese che ricorda, nella carne come nella memoria, la guerra sucia― la guerra sporca che l’esercito condusse contro il popolo per dodici anni, massacrando più di 80.000 persone. Sánchez Cerén aveva fatto campagna sull’impegno ad approfondire i programmi sociali popolari del governo uscente, sempre del Fronte e di governare, ha spiegato, più che come Hugo Chávez e il suo successore Nicolás Maduro come il presidente uruguaiano “Pepe” Mujica.

Altro ex leader guerrigliero che è andato al potere col voto e ha formato un governo di stampo chiaramente inclusivo, senza rinunciare per questo ad essere anche radicale (Guardian, 10.3.2014, Agenzia A.P., El Salvador presAidential runoff election too close to call Il ballottaggio delle presidenziali non elegge in Salvador un chiaro vincitorehttp://www.theguardian.com /world/2014/mar/10/el-salvador-elections-too-close-to-call).

Sembra però anche forse, diciamo così, costituzionalmente corretto (non è previsto formalmente, ma probabilmente ormai è inevitabile) che si proceda ora a un riconteggio manuale del voto, sempre sotto il controllo dell’Ufficio elettorale. 

●L’Autoridad del Canal de Panamá, che dal trattato Torrijos-Carter di fine 1999 lo gestisce (tutta nominata ormai dallo Stato panamegno ha finalmente firmato l’accordo di espansione del Canale col consorzio internazionale guidato dall’italiana Salini-Impregilo (il 38% delle quote azionarie su un valore complessivo di $ 5,25 miliardi), formato anche dalla Sacyr Vallehermoso spagnola, dal gruppo Jan de Nul belga e dalle assicurazioni della Zurich North America, la cui firma è attesa comunque a giorni.

Il Consorzio prevede di concludere i lavori entro fine 2015, anche se nessuno davvero ci conta (tra l’altro, l’Impregilo è l’impresa che, più o meno dai cinque secoli che ci separano nel tempo dal sacco di Roma, è impegnata nella costruzione sempre di là da venire della terza metropolitana di Roma...) Il progetto di espansione migliorerà il collegamento fra le due sponde del Pacifico― di là Cina, Giappone, Sud-Est asiatico, India, mondo arabo e Africa, di qua le due Americhe rendendo accessibile, così, un percorso tutto marittimo a molte altre navi, di stazza anche maggiore dei mastodonti che ora ci passano.

L’accordo era rimasto bloccato per mesi dalla disputa, ora conclusa (ma davvero definitivamente?), per gli  “eccessivi” extra-costi sul lavoro che era stato largamente sottostimato all’inizio (Agenzia ANSA/English, 14.3.2014, Panama Canal deal signed, minus one partner L’accordo sul Canale di Panama firmato, meno uno dei partners http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/english/2014/03/14/Panama-Canal-deal-signed-minus-one-partner_023 0572.html).

●La sottoscrizione di $ 3,5 miliardi di buoni municipali della città, l’isola, il Commonweath o, ufficialmente, lo Stato Libero Associato (associato agli USA) di Puerto Rico, è stata sovrascritta per oltre quattro volte, dando all’indebitatissima isola statunitense (quasi – quasi – un territorio/Stato degli Stati Uniti: 9.000 km2 e 3.500.000 abitanti) alcuni mesi di sopravvivenza finanziaria e economica in più forse, prima di dover dichiarare il fallimento, il default. Questa nuova infornata di bonds, dichiarati junk spazzatura dagli istituti di rating matureranno nel 2035 e offrono agli investitori – di qui la loro attrazione comunque, malgrado il rischio – alti rendimenti e sgravi fiscali consistenti (The Economist, 14.3.2014).

in CINA

●Lo yuan si è svalutato nella settimana a cavallo tra febbraio e marzo dell’1% sul $, uno sbandamento relativamente forte per la valuta cinese che, stimano la maggior parte degli analisti, potrebbe essere stato “guidato” dalla Banca popolare, la Banca centrale di Cina, che tiene sotto stretto controllo il tasso di cambio forse per frenare e magari anche punire una possibile ondata speculativa prevenendo così grossi flussi di capitale e il movimento di soldi che scottano alla vigilia di una possibile oscillazione dei margini di cambio.

E, soprattutto, se è stata ben interpretata dai mercati, un’osservazione in apparenza estemporanea del regolatore della BCP, il cambio dopo la riforma potrebbe orma variare― fluttuare, come si dice sia sopra che sotto l’indicatore ufficiale (The Economist, 28.2.2014, China’s currency – One way no more― La valuta cinese – non più fluttuante solo in un senso ▬ http://www.economist.com/news/finance-and-economics/215979 65-why-chinas-central-bank-weakening-its-currency-one-way-no-more; e  New York Times, 28.2.2014, D. Barboza, Chinese currency falls to lowest level in nearly a year La moneta cinese va giù al livello più basso da un anno http:// www.nytimes.com/2014/03/01/business/chinese-currency.html?_r=0).

A partire da lunedì 17 marzo, la Cina allargherà la banda di fluttuazione consentita al cambio della sua valuta, lo yuan, dall’1 al 2%: rispetto alla parità definita centralmente giorno per giorno per il dollaro dal sistema centrale di scambi del paese con l’estero. Si tratta, secondo l’annuncio della Banca centrale, di aumentare il tasso di fluttuazione migliorando così, dice, un’allocazione più efficiente del capitale – qualsiasi cosa ciò poi voglia dire in termini pratici... – e facilitando la ristrutturazione economica, puntellando – dice sempre il linguaggio legnoso ufficiale – il ruolo decisivo del mercato proprio nell’allocazione delle risorse (Xinhua.net, 5.3.2014, China widens yuan daily trading band to 2 pct. La Cina allarga la banda di fluttuazione quotidiana dello yuan fino al 2%http://news.xinhuanet. com/english/china/2014-03/15/c_133188688.htm).

Il cambiamento è passato gradualmente dal 1994 ad oggi da una fluttuazione massima allora consentita dello 0,3 all’attuale 2%. La mossa obbedisce adesso anche a un indebolimento sul dollaro iniziato a febbraio che ha causato anche allarme sul mercato dei cambi e degli scambi, con lo stato robusto della bilancia dei pagamenti e dei depositi di valuta estera a garantire che la fluttuazione della banda del cambio non farà impennare il deprezzamento dello yuan cinese. Ha spiegato il governatore della Banca del popolo cinese, la Banca centrale, Zhou Xiaochuan, che il suo istituto rispetta il ruolo determinante del mercato nel fissare il tasso di cambio cercando solo di regolare quello a medio termine.

La BPdC continuerà a spingere per la liberalizzazione del tasso di cambio dello yuan e per la diversificazione dei prodotti del cambio estero al fine di costruire un sistema di scambi fluttuanti insieme guidato dal mercato ma anche appropriatamente regolato... A chi scrive sembra che l’unica cosa chiara oggi garantita dalla Banca centrale è che, anche qui, il linguaggio ormai è del tutto esotericamente analogo e, altrettanto volutamente per iniziati, di quello che adoperano di regola per esempio la Banca centrale europea o la Fed americana.

Più chiaro l’altro messaggio, di politica economica e finanziaria, lanciato negli stessi giorni dal governatore Zhou: il controllo ufficiale sui tassi di sconto fissati dalla Banca centrale prevederà d’ora in poi che il tasso di interesse praticato da ogni singola banca ai risparmiatori/investitori sarà liberalizzato, trasferito alla libera determinazione degli stessi istituti bancari entro i prossimi due anni. E’ l’ultima delle riforme in calendario nello sforzo che sta facendo la Cina di liberalizzazione dell’industria finanziaria. In settimana, la Banca centrale aveva consentito a cinque istituti di credito privati di aprire sedi in alcune delle regioni più ricche del paese per aumentare – ha dichiarato – l’apertura di credito alle piccole e medie imprese (The Economist, 14.3.2014, China – March of the banks: financial liberalisation moves ahead La marcia delle banche: in Cina, la liberalizzazione finanziaria va avanti http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21599049-financial-liberalisation-moves-ahead-china-mar ch-banks).

●In definitiva, e riassumendo, riprendendo lo spunto sopra accennato sulle intenzioni della Banca centrale di frenare la speculazione che cominciava a scommettere, come se fosse stata cosa da dare per pacificamente scontata, sull’aumento di fatto del valore dello yuan rispetto al dollaro (nei fatti, e malgrado i lamentosi reclami del Tesoro americano) del 30% dal 2005: una situazione  che la Cina ha sempre tollerato prima che cominciassero a premere preoccupazioni sull’afflusso nel paese di soldi caldi, spesso magari anche “sporchi”, e su una possibile frenata dell’export del paese (The Economist, 21.3.2014)

●Pechino, col primo ministro Li Keqiang, aprendo la sessione parlamentare dell’Assemblea del popolo, che approva e ratifica le decisioni prese da partito e governo, tiene fermo il target annuale di crescita del PIL, annunciato al 7,5%. A lungo l’anno scorso, fino alla forte rincorsa dell’ultimo trimestre, era sembrato a molti osservatori stranieri, specie tra gli americani – che ci avevano anche un po’ spudoratamente sperato/scommesso – che non ce la potesse fare. Quando, invece,era arrivata alla fine a toccare e leggermente superare la crescita prevista, fino al 7,7. Ma, ora, quegli stessi economisti insistono, sperando stavolta – da  assistenti stregoni che sono – di azzeccarci, che l’obiettivo potrebbe essere anche fallito se il governo, come loro caldamente da buoni monetaristi consigliano, non decidesse di allargare le briglie che ha posto al credito negli ultimi mesi su consumi e investimenti (The Economist, 7.3.2014).

●Nel frattempo, il tasso di inflazione annuale della Cina è rallentato, a febbraio, al 2% dal 2,5 del mese prima e i prezzi alla produzione continuano a scendere sul percorso che seguono ormai da due anni di costante declino mensile, fornendo ancora altre indicazioni di rallentamento, molto graduale però, della domanda nell’economia. A febbraio sono anche calate, del 18% – il  tasso maggiore dal 2009 – le esportazioni lasciando nel mese un rarissimo deficit commerciale. Il che aiuterebbe anche a spiegare perché la Banca centrale abbia, come abbiamo visto, lasciato indebolire lo yuan (The  Economist, 14.3.2014, China’s economy: official figures may both understate and overstate inflation L’economia cinese: i dati ufficiali potrebbero sia sovrastimare che sottostimare l’inflazione http://www.economist.com/news/ finance-and-economics/21599051-chinas-official-figures-both-understate-and-over state-inflation-alternative-view).

Il governo cinese ha semplicemente mentito? C’è chi in effetti lo accusa di questo. In fondo erano, e sono almeno si dicono comunisti, no? Ma, se è così non si capisce proprio secondo che logica abbiano mentito. Sottovalutare l’inflazione ufficiale non significa mai, infatti, fregare la gente, far calare lo scontento che essa prova nel vedere coi propri occhi ogni giorno salire i prezzi del maiale che compra al mercato rispetto a quello che va raccontando l’Ufficio nazionale di statistica, qui come dovunque.

D’altra parte, poi, risulta che non sempre i dati ufficiali hanno teso in Cina a sottostimare l’inflazione. Dal 1996 al 2006, per dieci anni filati, l’inflazione contata sempre con lo stesso metodo è stata invece sovrastimata. Il risultato era che per tutti quegli anni il consumo, in specie nelle grandi città, stava crescendo anche più rapidamente di quanto lo calcolassero le statistiche ufficiali. Insomma, i cinesi volendo, e sapendolo, avrebbero avuto di che vantarsi anche più di quanto facevano...

●Contemporaneamente, Li “a nome di tutto il paese” dichiara all’Assemblea e ai media “guerra all’inquinamento”: questa sarà, spiega, la nuova frontiera dello sviluppo del paese perché respirando l’aria largamente inquinata che ormai produce si sta realmente avvelenando. E’ una relativamente nuova e largamente insondata area di spesa e di investimento pubblico, questa, anche se qui sono già molto importanti – forse i più rilevanti del mondo anche in proporzione e non solo in assoluto – gli investimenti in nuove tecnologie, specie il solare, sostitutive del carbone e sono comunque più attente alle esigenze ambientali.

Certo questo paese è sempre quello che al mondo in assoluto – ma non davvero in proporzione alla popolazione: qui il record assoluto è sempre e saldamente in mano americana – butta nell’atmosfera più anidride carbonica e solforosa. Ma, come ha studiato e rilevato l’anno scorso un Rapporto completo e passo per passo documentato dell’Università americana di Harvard, i tagli della Cina alle emissioni di anidride solforosa “si sono rivelati non solo di rapidissima applicazione ma anche una delle più efficaci e efficienti politiche anti-inquinamento attuate ovunque nel mondo(Harvard School of Engineering and Applied Sciences, 30.10.2013, China Project – Clearing the Air in China, in New York Times, 25.10.2013, Chris P. Nielsen e Mun S. Ho, Clearing the Air in China Ripulire l’aria, in Cina http://www.nytimes.com/2013/10/26/opinion/international/clearing-the-air-in-china.html?pagewanted=print).

●Il primo ministro ha anche annunciato un aumento consistente (+12,2%) del bilancio militare per il 2014 (già l’anno prima era cresciuto del 10,7%) in parte per sviluppare gli armamenti ad alta tecnologia di cui l’Armata popolare “ha bisogno”, in parte per rafforzarne le difese costiere. Arriverà così a una spesa equivalente grosso modo a $ 132 miliardi: un’espansione guardata da vicino e anche con preoccupazione sullo sfondo delle tensioni che vanno comunque montando nella regione. Per dirla col WSJstanno salendo preoccupazioni negli USA e in Asia sul fatto che Pechino intenda rimettere in questione il dominio militare di lungo periodo degli USA nella regione”.

Bé, si capisce specie quando nessuno si azzardava finora neanche a discuterne. Ma, appunto, anche qui – e, forse, qui si vede ancor più che altrove – gli equilibri stanno cambiando (Wall Stret Journal, 6.3.2014, J. Page, China Forecasts Military Spending to Rise 12.2% This Year― La Cina prevede una spesa militare in aumento quest’anno del 12,2% http://online.wsj.com/news/articles/SB100014240527023043607045794198413 12803808?mg=reno64-wsj&url=http%3A%2F%2Fonline.wsj.com%2Farticle%2FSB10001424052702304360704 579419841312803808.html).

Il quotidiano finanziario americano fa osservare, quasi scandalizzandosi, che ciò avviene malgrado la crescita del PIL in questo paese sia andata qual che poco scendendo. Ma dimentica che è uno scendere strano, che vede sempre in crescita questa economia, comunque, di ben il +7,7%. Avete presente il 2 e qualcosa americano e lo 0, qualcosa – forse, forse... – nostrano? In ogni caso è un fatto che l spesa militare in Cina resta molto indietro in assoluto a quella americana – la più costosa al mondo, che alimenta il programma militare più costoso e allargato del mondo: quest’anno, $526,8 miliardi, quattro volte di più di quello cinese. Anche se, certo, ormai la spesa militare cinese è praticamente arrivata al secondo posto e scavalca, di gran lunga, quella di tutti i vicini asiatici, compresi India e Giappone.

Sono osservazioni che già sfiorano il falsamente ingenuo di quelle ancora più farisaiche che avanza, come se fosse una cosa seria, il WP facendo rilevare che la vera “domanda non è se la Cina se lo può permettere – lo può e chiaramente – ma a che le serve mai una simile spesa militare”...

Falsamente ingenua, la domanda, perché nel caso loro potrebbe essere sottolineato, ovviamente, che l’ “a che le serve” trova risposta chiara già in quello “sfidare l’America” che ipotizza poi il titolo stesso del pezzo in questione. Un’America che non si accontenta, al contrario di Pechino, di “controllare” l’oceano che agli USA è vicino, ma quelli di tutto il mondo― e che poi, forse, manco se lo può più neanche permettere (Washington Post, 13.3.2014, edit. board, Beijing’s breakneck defense spending poses a challenge to the U.S.― La spesa sfrenata per la difesa della Cina costituisce una sfida per gli USA [idea per gli americani patriottici indigesta, si capisce..., ma forse per cinesi, russi e quant’altri un po’ meno...] http://www.washingtonpost.com/opinions/beijings-breakneck-defense-spending-poses-a-challenge-to-the-us/2014/03/ 12/359fc444-a899-11e3-8d62-419db477a0e6_story.html).

●In ogni caso, al quarto giorno della riunione plenaria a Pechino dell’Assemblea nazionale, il nuovo ministro degli Esteri ed ex ambasciatore a Tokyo, Wang Yi, proprio mentre si accingeva a incontrare il suo omologo americano, ha in conferenza stampa reso chiaro al mondo che:

• la Cina intende sviluppare la cooperazione, non solo in campo economico, che trattiene utilmente con gli USA e si oppone chiaramente alle “provocazioni” che nell’area ogni tanto muove forzatamente la Corea del Nord, chiamata per nome e cognome; e la Cina resta contraria a un qualsiasi “rilancio di armamento nucleare nella regione”. Che, al momento, risulta essere solo quello di Pyongyang;

• e la Cina è anche pronta a dare una mano, allargando la propria consueta area di interesse, per cercare una mediazione “equilibrata e soddisfacente”, ripete a Kerry, anche nella questione al momento più rovente in campo internazionale, il conflitto tra Russia e Ucraina per la Crimea o – aggiunge sornione – se volete – “tra Ucraina e Crimea”;

• mentre la Cina è impegnata a mantenere la pace nella regione, su due temi “per noi non c’è alcuno spazio di compromesso”: Pechino rispetterà sempre la dignità e i diritti di paesi più piccoli né si comporterà con essi “come un bullo ma non ne accetterà mai le pretese irragionevoli” (Vietnam e  Filippine sono avvisati...);   

• e col Giappone non c’è modo di scendere a un compromesso su questioni di principio, come la storia e la sovranità territoriale: se c’è gente in Giappone – ha risposto secco a un giornalista nipponico ma rivolgendosi indirettamente al suo primo ministro – chi insiste nel rovesciare il verdetto della storia sulle aggressioni del passato condotte da quel paese, non credo che la comunità internazionale, noi e ogni paese che nel mondo ama la pace, lo tollererà o glielo condonerà”: anche qui, tanto per esser chiari (New York Times, 8.3.2014, E. Wong, China’s Hard Line:“No Room for Compromise”― La linea dura della Cina: Non c’è spazio per compromessi http://www.nytimes.com/2014/03/09/world/ asia/china.html?_r=0).

●Il  1° marzo, un gruppo di terroristi armati di coltello (in tutto, otto, di cui quattro uccisi dalle forze dell’ordine e il resto tutti arrestati e feriti) ha attaccato la folla alla stazione ferroviaria di Kunming, nello Yunnan, ammazzando all’ingrosso e alla cieca (il connotato tecnico del terrorismo), 35 cittadini cinesi e ferendone 143. Le autorità hanno accusato i separatisti islamici uighuri dello Xinjiang, che loro chiamano Turkestan orientale, la regione a connotazione anche islamica forte all’estremo ovest della Cina (Xinhua.net, 2.3.2014, At least 28 dead, 113 injured in Kunming railway station violence― Almeno 28 [in realtà, poi, 35] morti e 113 [143] feriti anche molto gravi ▬ http://news.xinhuanet.com/ english/china/2014-03/02/c_126208696.htm).

Diversamente da altri precedenti attacchi terroristici uighuri, ma invece proprio come in quello che pochi mesi fa ad esempio fece schiantare un’auto bomba, anche lì con diverse vittime, contro la Porta principale della piazza Tienanmen a Pechino, sotto il grande ritratto di Mao, anche stavolta l’attacco è stato portato contro un sito eminentemente noto per la grande diversità etnica, un’importante località di sviluppo  turistico e un rilevante snodo ferroviario.

Unione europea e Cina stanno finalmente per arrivare a concludere l’accordo che stanno negoziando da mesi e mesi per la risoluzione delle dispute commerciali bilaterali che potrebbe metter fine alle minacce reciproche di tariffe punitive sull’export delle telecomunicazioni dalla Cina verso l’Europa e sulle parallele ed equivalenti da questa, allora, farebbe incombere sulle esportazioni europee di vini e polisiliconi. Potrebbe annunciare l’esito positivo, se come pare possibile si concludesse, a fine mese il presidente cinese, Xi Jinping (The Wall Street Journal, 14.3.2014, EU and China Closing In on Landmark Trade Deal UE e Cina si avvicinano alla pietra miliare dell’accordo [sulla risoluzione del contenzioso] commerciale http://online.wsj.com/news/articles/SB1000142405270230354620457943 7252209471092?mg=reno64-wsj&url=http%3A%2F%2Fonline.wsj.com%2Farticle%2FSB1000142405270230354 6204579437252209471092.html).

●Il governo ha svelato un piano di urbanizzazione che prevede la concessione graduale di permessi permanenti di residenza nelle città ad altri 100 milioni di migranti rurali e così pianifica il piano di trasferimento più vasto della storia dalle campagne nelle città disegnando, entro il 2020, un altro paese dove il rapporto tra chi vive nelle zone rurali e nelle città sia rovesciato, col 60% della popolazione nelle zone urbane.

Lo strumento principale con cui questa pianificazione, diversa dallo spostamento di massa casualmente spontaneo, cioè illegale e caotico, finora seguito, dovrebbe realizzarsi è l’eliminazione, appunto graduale, della principale causa di questo sviluppo incontrollato perché di fatto incontrollabile: il sistema detto di hukou di registrazione delle famiglie introdotto negli anni ’50 proprio per prevenire l’anarchica immigrazione interna e da allora molto meno rigido che resta, però, una barriera non solo psicologica ma amministrativa e burocratica agli spostamenti.

Nei fatti, anche per molti migranti che pure vivono da anni e anni “illegalmente” in città, e per i loro bambini pur nati essi stessi in città, c’è oggi ancora un accesso assai meno esteso di quello che sarebbe normale alla copertura di welfare e di istruzione di regola, appunto per i “regolari”, accessibile.

 

Gli ‘infiltrati’ dalle campagne nelle città    (istogramma)

Popolazione urbana in % del totale ■■ reale, residenti da più di sei mesi  ■■ col permesso hukou

Fonte: Haver*  Analytics  *un Centro statunitense di ricerche privato ma considerato affidabile con accesso a dati di 1.200 tra governi e grandi  imprese  a  livello globale(The Economist, 21.3.2014, China: Urbanisation – Moving on up― Cina: urbanizzazione – In salita http://www.economist. com/news/china/21599397-government-unveils-new-people-centred-plan-urbanisation-movi ng-up).

●A Taiwan, centinaia di protestari, la maggior parte giovani studenti, hanno invaso, sfondandone porte e finestre e devastandone gli arredi, il palazzo del parlamento― il Lì fǎ Yuàn Zhǎng, per opporsi alla ratifica dell’accordo di maggiore integrazione economica, attraverso un più libero scambio nei servizi con la Cina (banche, e-commerce, sanità...) negoziato dai due governi pochi mesi fa.

Difficilmente le proteste, di stampo apertamente protezionista (studenti e partiti dell’opposizione ma anche una frangia contraria al presidente Ma Ying-jeou dentro il partito di governo, denunciano che con l’accordo aumenterà l’influenza degli uomini d’affari cinesi che sopraffaranno i concorrenti taiwanesi in loco e potrebbero anche minacciare libertà come quella di stampa qui considerata certo più fondamentale che sul continente e soprattutto, al dunque, mettersi ad impiegare una manodopera molto più a buon mercato di quella di Taiwan) riusciranno a far deragliare l’approvazione dell’accordo (Stratfor – Global Intelligence, 21.3.2014, A Pact with China Causes Political Turmoil in Taiwan Un accordo con la Cina provoca turbolenze politiche a Taiwan http://www.stratfor.com/analysis/pact-china-causes-political-turmoil-taiwan).

Ma rischiano una ancor maggiore complicazione di tutta la vicenda (Guardian, 23.3.2014, Agenzia Associated Press (A.P.), Taiwan protesters invade cabinet offices as tension over China pact escalates I protestatari a Taiwan invadono gli uffici del governo  mentre cresce la tensione sul patto contro la Cina http://www.theguardian.com/wor ld/2014/mar/23/taiwan-protesters-invade-cabinet-offices-china-trade). Poi il presidente che, quasi a metà del suo ultimo mandato soffre di un forte calo di popolarità, rivendica comunque non solo il diritto ma anche il dovere che ha di ristabilire l’ordine legale violato e violentemente forzato― un dovere non esercitare il quale, specifica, comporta conseguenze come quelle che si vedono proprio in questi giorni “per esempio in Europa”, aggiunge ambiguamente (ce l’hanno con la mancata repressione dell’insurrezione in Ucraina? o con il referendum in Crimea?).

Adesso, poi, pare che agli studenti che animano la protesta si vadano unendo non pochi anziani agricoltori tra quelli che già nell’88 impedirono un simile, iniziale accordo e che sono allarmati oggi ancor più dalla concorrenza dei prodotti cinesi del continente cui l’accordo bilaterale riapre ora la porta (South Cina Morning Post/Hong Kong, 26.3.2014, Fanny W.Y. Fung, Taiwanese farmers who joined 1988 riot over foreign competition join students― Gli agricoltori di Taiwan, protagonisti nel 1988 della rivolta contro la concorrenza [cinese] si uniscono ala ribellione degli studenti http://www.scmp.com/news/china/article/1457281/taiwanese-farmers-who-joined-1988-riot-over-foreign-competition-join).

Messa così pare ipotizzabile dire che, a questo punto, l’era di una preconizzata possibile distensione tra l’isola-Stato della Repubblica di Cina con lo Stato-continente che è la Repubblica Popolare di Cina, possa presto tramontare. Questa è già la seconda settimana di continua occupazione del parlamento di Taipei da parte degli studenti e riguarda ormai chiaramente molto di più che l’accordo commerciale bilaterale. E’ proprio la calma relativa nello stretto di Taiwan che, così, viene rimessa pesantemente in questione (Wall Stret Journal, 27.3.2014, What Taipei's Protesters Know Quel che a Taipei sa bene chi protesta http://online.wsj.com/news/articles/SB100014240527023044184045794646700455 28380?mod=rss_opinion_main&mg=reno64-wsj&url=http%3A%2F%2Fonline.wsj.com%2Farticle%2FSB1000142 4052702304418404579464670045528380.html%3Fmod%3Drss_opinion_main).

La Cina la sta deliberatamente prendendo con molta flemma. Il Global Times di Pechino ha scritto che la protesta studentesca è, in fondo, solo “una bella sceneggiata”. Ma il presidente Ma, a capo del partito nazionalista, erede del Kuomitang di Chank Kai-sheck che con Pechino condivide il credo di una sola Cina temporaneamente divisa in due ma in attesa di riunificazione, ha dichiarato che il problema di fondo è molto più serio: “non siamo ancora riusciti a raggiungere in questo paese un consenso significativo su come intendiamo impostare e sviluppare i nostri rapporti con  la Cina continentale”.

Sono sei anni che Ma ci sta provando, ma ancora non ha vinto la sua battaglia. Anzi, pare che non abbia in fondo fatto ancora neanche tanti progressi alla faccia pure del credo liberista-capitalista che  è quello ufficiale e largamente dominante nella società di Taiwan: concorrenza sì, ma non quando gli altri, poi, la fanno a me (The Economist, 28.3.2014, Politics in Taiwan – Manning the trade barriers― Politica a Taiwan – Di guardia ai confini commerciali http://www.economist.com/news/asia/21599807-students-occupy-taiwans-legislature-protest-against-free-trade-pact-china-manning).

nel resto dell’Asia

●Questo è uno dei momenti più tesi nei rapporti tra gli Stati del Golfo, che il mondo – americani  compresi – chiama persico e solo loro insistono a chiamare arabico, col contemporaneo ritiro dal Qatar, il ricco Stato produttore soprattutto di gas naturale, degli ambasciatori di Arabia saudita, Bahrain e Emirati arabi uniti. Tutti loro hanno in comune un  regime particolarmente autocratico, dove dal re all’ultimo dei ministri sono tutti parenti e famigli; campano di rendita petrolifera che, con il super-sfruttamento di una vasta manodopera immigrata, garantisce alle popolazioni locali redditi in assoluto tra i più ricchi del mondo e agli emiri una pace sociale ben retribuita oltre all’acquisto in contanti con le fruste e ai carri armati necessari a tenere a testa in giù i bangladeshi e i pakistani discriminati che guadagnano, loro sì lavorando, 15-20 volte di meno. 

Hanno tutti anche in comune l’interpretazione sunnita della shar’ia e il potenziale nemico sci’ita, l’Iran, oltre al comune grande alleato e puntello statunitense. E stanno, ora, accusando Doha, abbastanza bizzarramente, di andare destabilizzando i loro territori ma, e soprattutto, di aver appoggiato, contro la scuola islamica wahabita di Riyād, la Fratellanza mussulmana in Egitto ed aver preso le distanze dal colpo di Stato militare contro Morsi. Il Qatar, per il momento, si è limitato a manifestare “sorpresa e rammarico(The Economist. 7.3.2014, Diplomacy in the Gulf – No one is happy Diplomazie nel Golfo – Tutti scontenti http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21598718-americans-saudis-and-qataris-are-unusually-knotty-diplomatic-tangle-no-one).

E’ uno sviluppo nuovo ed estremamente delicato negli equilibri strategici e politici della regione del Golfo e il presidente americano – sponsor e patrono di tutti questi Stati e Staterelli, tutti membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo― CCG divisato e pensato dagli USA stessi come fronte politico-militare anti-Iran, però, e non certo di uno di essi contro gli altri, dovrà adesso cercare nel corso della visita di fine marzo, prevista da tempo, e che ha fatto in gran prescia adesso, in Arabia saudita per lisciare le penne arruffate, a dir poco, del satrapo incoronato locale che è il dittatore probabilmente peggiore, insieme a quello egiziano, forse il peggiore ma obbligato alleato che abbia l’America oggi nel mondo.

L’incontro tra Obama e re Abdullah non durerà che pochissime ore ma sarà cruciale non certo per risolvere i problemi aperti di recente tra i due governi ma forse servirà, almeno, a nasconderli nel futuro un po’ meglio e consistono nel fatto che il regno vuole fare – o meglio far fare all’America – proprio come gli chiede Israele che almeno, però, parteciperebbe la guerra all’Iran dopo averci intanto subito rotto ogni colloquio; proprio come vuole che la guerra la faccia per conto suo anche alla Siria e solo perché non è sunnita ma ereticamente sci’ita.

E vorrebbe anche che l’America gli desse una mano tenendo a distanza l’unico altro Stato arabo del Golfo che possa e osi opporsi alle sue pretese di egemonia fondata su una parzialmente diversa, ma proprio perciò per Riyād intollerabile, lettura della legge e delle tradizioni islamiche mettendosi ad esempio a criticare i suoi protetti del regime militare egiziano... (Agenzia KUNA/Kuwait News Agency, 28.3.2014, U.S. Saudi summit to discuss questions of common interest Il vertice USA-saudita dibatterà questioni di comune interesse http://www.kuna.net.kw/ArticleDetails.aspx?id=2369159&language=en).

Il fatto è però che, nella sua paurosa e rabbiosa psicosi, neanche l’Arabia saudita può permettersi di ignorare, mentre per ragioni religiose in sostanza rifiuta di ospitare essa stessa basi militari americane (dunque, infedeli) sul suo territorio, proprio il Qatar ospita la più cruciale della vasta costellazione di basi americane nel Golfo, il Centro operativo combinato aero-spaziale che nel suo complesso coordina tuta l’attività aerea e navale della zona che dalla Siria va fino all’Afganistan e serve il contingente di oltre 35.000 militari americani dislocati nella sola regione del CCG a scudo dell’area e a spina nel fianco del grande nemico comune: la scismatica Repubblica islamica dell’Iran.

Il grande irritante che Riyād non perdona a Doha è la gestione non sempre ma spesso aperta anche alle voci meno conformi e considerate eversive di chi, nella regione del Golfo stesso, si oppone ai monarchi – con l’eccezione ovviamente di casa sua, del Qatar, contro la cui famiglia regnante, gli al-Thani, neanche osa fiatare – da parte della grande centrale mediatica satellitare di Al Jazeera, lanciata ormai dal lontano 1996 e considerata da tutti gli emiri insopportabilmente eversiva.

A questa novità molesta per chi comanda ma tra la gente comunque popolarissima ovunque nella regione si è aggiunto l’appoggio, anche materiale, che Doha ha dato ai Fratelli mussulmani e alle analoghe formazioni della primavera araba nel Mediterraneo, tutte poi o quasi soffocate e rovesciate dalle contro-rivoluzioni che, sotto forma per lo più di colpi di Stato militari e/ o di intromissione jihadiste, sono state volute e finanziate dall’Arabia saudita.

Sarà più dura per Obama ora convincere gli iraniani che la sua leadership resta solida e indiscussa su una congrega così spaccata al suo interno come oggi è il CCG. Tra l’altro, mentre Doha dichiara che non intende, almeno per ora, rendere pan per focaccia ritirando le sue rappresentanze diplomatiche dai tre Stati del Golfo, ce ne sono altri due, importanti come Kuwait e Oman che non li seguono per niente... (New York Times, 5.3.2014, D. D. Kirkpatrick, Gulf Countries Pull Ambassadors From Qatar Over Its Support of Islamists Gli Stati del Golfo ritirano gli ambasciatori dal Qatar per il sostegno agli islamisti [non amici loro: i jihadisti sono, invece, quelli da loro sostenuti] ▬ http://www.nytimes.com/2014/03/06/world/middleeast/ 3-persian-gulf-states-pull-ambassadors-from-qatar.html?r=0).

Tanto più che proprio il sultano dell’Oman, Qaboos Bin Said, negli stessi giorni, l’1 e il 12 marzo, riceve a Muscat in visita ufficiale – del tutto inedita: per un paese arabo del Golfo – il presidente dell’Iran Hassan Rouhani (Times of Oman, 13.3.2014, Iranian President Dr. Hassan Rouhani in Oman Il presidente iraniano Dr. Hassan Rouhani in Oman http://www.timesofoman.com/News/Article-31071.aspx).

E mentre in giro per il Golfo un po’ di nervi cominciano anche a saltare, è con l’Iran che l’Oman firma subito anche un accordo di fornitura per la costruzione congiunta di un gasdotto capace nel prossimo futuro di far fluire nel sultanato 10 miliardi di m3 di gas naturale (The Wall Street Journal, 13.3.2014, E. Nickmeyer, Iran, Oman and the Peace Dividend Iran, Oman e il dividendo della pacehttp://blogs.wsj. com/middleeast/2014/03/13/iran-oman-and-the-peace-dividend).

Muscat, seguendo la linea tradizionale sempre perseguita ma sempre con prudenza dal sultano Qaboos, ha deciso di puntare a normalizzare del tutto ormai i suoi rapporti con l’Iran: malgrado i patemi d’animo che la cosa solleva fra i fratelli del Golfo, qui i negoziati iniziati a Ginevra li hanno letti così: come un ammorbidimento razionale e sensato dell’intransigenza americana che loro, da tempo, appunto, perseguono.    

●Non sarà facile per la Tailandia uscire dallo stallo attuale. Chi protesta contro il governo vuole cacciarlo via ma sa di non avere dalla sua la legittimità dei numeri – la democrazia alla fine della fiera è questo. Ed è che chi prende meno voti si rassegna al fatto che ha perso –: infatti, non riuscendo come in Ucraina al momento a rovesciare il governo, chiede una sospensione “temporanea” della democrazia parlamentare per introdurre non meglio specificate “riforme”. L’opposizione rappresenta le élites urbane che non vogliono il suffragio universale che fa il contadino o il pescatore uguale a chi abita le città.

Stavolta le due gradi e potenti istituzioni del paese, la famiglia reale e l’esercito, che in passato sono molte volte intervenute a risolvere gli scontri politici. Le Forze armate hanno cercato di prendersi il potere, spesso riuscendoci ma quasi sempre poi restituendolo a breve ai civili, almeno 20 volte dal 1932 a oggi. Ma stavolta ha appena detto che non vuole farlo e chiesto alla protesta di piazza di smettere di paralizzare il paese parlando anche di un crollo altrimenti incombente dell’economia, e della necessità che tutti rispettino la Costituzione. E, stavolta, re Bhumibol Adulyadej, che ha 86 anni suonati, non ha parlato pubblicamente della crisi né delle sue ragioni (New York Times, 27.2.2014, Edit. Brd, Thailand at the Brink La Tailandia sull’orlo [del baratro] ▬ http://www.nytimes.com/2014/02/28/opinion/ thailand-at-the-brink.html?_r=0).

Poi, al governo, arriva un’altra brutta botta dal sistema giudiziario, del tutto slegata dalla questione della sua legittimità ma che contribuisce ad indebolirlo ancora di più. Un tribunale ha cancellato un grande megaprogetto di costruzione d’una ferrovia ad alta velocità decviso dal governo Shinawatra per $ 62 miliardi. L’accusa dell’opposizione sulla scarsa trasparenza del progetto e sul costo “inaccettabile” che imporrebbe all’erario e a contribuenti l’indebitamento conseguente hanno convinto la Corte (The Economist, 14.3.2014).

●Esattamente a un mese dalle elezioni del 22 febbraio, la Corte costituzionale – con non poco ritardo, rispetto ai tempi qui consueti – ha decretato che le elezioni legislative del 2 febbraio non erano valide, essendo state turbate e interote dal partito di opposizione che appunto a quello mirava: a farle annullare. Adesso, le grandi fazioni si apprestano, ma con un clima che comunque sembra essersi un po’ raffreddato almeno quanto a scontri e violenze di strada si apprestano con qualche cautela alle prossime mosse.

L’opposizione insisterà a scavalcare, boicottandole, le elezioni e punta a un governo di tecnocrati designato direttamente dal monarca conscia com’è soprattutto del fatto che le tendenze demografiche nel paese privilegiano, e continueranno a privilegiare, il partito degli Shinawatra.

    (The Irrawaddy/Yangon (Myanmar), 21.3.2014, Thai Court Declares February General Elections Void La Corte thai dichiara nulle le elezioni generali di febbraiohttp://www.irrawaddy. org/asia/thai-court-declares-february-general-election-void.html;

e Strattfor – Global Intelligence, 5.3.2014, The Thai Political Impasse Continues as Sides Prepare Next Steps Lo stallo politico continua in Tailandia, mentre le parti preparano i prossimi passi http://www.stratfor.com/analysis/thai-political-impasse-continues-sides-prepare-next-steps).

●In Pakistan, come abbiamo precedentemente accennato, non c’è nessun impegno delle due parti in conflitto – governo e talebani pakistani – a fare davvero la pace. L’una parte e l’altra colgono di continuo ogni occasione per attaccarsi a vicenda: i talebani, con continue aggressioni alle truppe governative, e il governo di Islamabad, procedendo a bombardamenti aerei ripetuti sulle regioni del Waziristan. Gli uni chiedono agli altri di mettersi a negoziare in buona fede ma intanto ogni negoziato possibile va all’aria. Bisogna notare che vaste operazioni aeree punitive condotte nelle zone delle cosiddette agenzie tribali hanno sempre, finora, quando pure sono state condotte, avuto esiti di rado granché positivi.

La ragione principale è che tutte le operazioni aeree si affidano sempre a forze paramilitari locali per ottenere intelligence, informazioni e sostegno a terra. Ed è una dipendenza che invariabilmente sconfigge la sicurezza delle operazioni, ne mina l’efficacia e ne limita il successo. Il fatto è che le forze militari irregolari stesse vengono sempre reclutate da, e vivono nel territori delle, agenzie tribali e perciò non hanno grandi incentivi a cooperare in operazioni che si rivolgono contro le loro tribù o quelle vicine.

E il problema ulteriore che ora si presenta – mentre anche il sostegno americano, non foss’altro logistico a questo tipo di operazioni col ritiro in progress dal vicino Afganistan viene progressivamente a mancare – è che se una vasta operazione di attacco aereo oggi fallisce contro i territori tribali i Talebani pakistani (i TPP) ne verrebbero rimbaldanziti  garantendo anche così il sicuro fallimento di ogni ripresa possibile dei negoziati.

Poi, però, e qui capita abbastanza spesso, sabato 1° marzo i TTP/Tehreek-e-Taliban Pakistan (i talebani pakistani) annunciano un cessate il fuoco di un mese per consentire, dicono, la ripresa dei colloqui di pace collassati dopo che, il mese scorso, vennero trucidati 23 paramilitari da parte del gruppo di TTP, noto come fratellanza Mohmand, dall’area tribale dell’est pakistano da cui nascono guidato dal più duro, forse, dei comandanti TTP sul campo, Omar Khalid Khorasani, cui da anni il governo dà invano la caccia, e dopo la rappresaglia immediata e massiccia che ha massacrato anche qualcuno dei suoi talebani ma, come sempre, ovviamente, molti molti più contadini civili perché, alla fine, poi, in mezzo ad essi, contadini spesso loro stessi, poi vivono.

Dopo aver preso in considerazione”, dice il vertice più o meno rappresentativo dei TTP col suo portavoce Shahidullah Shahid, “gli appelli numerosi di molti nostri saggi e studiosi della legge islamica, annunciamo qui ed ora un mese di cessazione del fuoco negli interessi dell’Islam e del paese. La leadership del TTP  ammonisce – badare bene: non “ordina” perché proprio non può – a tutte le fratellanze e i gruppi che formano il movimento di rispettare l’appello alla tregua senza  intraprendere per tutta la sua durata alcuna attività jihadista. Anche il gruppo di Omar ha annunciato di voler onorare il cessate il fuoco e il primo ministro Nawaz Sharif ha ordinato – lui può: ma non è detto che gli obbediranno... – al capo di stato maggiore dell’esercito gen. Raheel Sharif di cessare gli attacchi aerei (PakistanKakhudafiz.com, 1.3.2014, Salman Javed, TTP Profile Series: Omar Khalid Khorasani and Mohmand Chapter― Serie, profili del TTP: Omar Khalid Khorasani e il gruppo Mohmand http://www.pakistankakhudahafiz.com/conflicts/ttp-profile-series-omar-khalid-khorasani-mohmand-chapter).

Forse è stata, stavolta, anche la minaccia di un’azione punitiva più dura del solito a portare a un cessate il fuoco anche se inevitabilmente di brevissima durata: in base all’esperienza, del resto, sembra che un mese sia il massimo cui le due parti riescono a immobilizzarsi. Ma è anche un tempo utile solo forse appena a scambiarsi qualche opinione restando, al dunque, sempre immutati i fini delle due parti: il TTP mantiene quello di  rimpiazzare il governo a Islamabad e il governo vuole domare una volta per tutte il TTP. La tregua serve a tutti, però, per tirare il fiato e rifornire i magazzini di armi, munizioni e vettovagliamenti. E serve alle forze armate per abbattere, magari anche soltanto un po’, il livello di violenza in specie proprio contro l’esercito regolare.

Questo tragico balletto a singhiozzo ha visto cadere il 3 marzo, vittime di un'altra scheggia dei TTP, l’Ahrar-ul-Hind― grosso modo, coloro che difendono i fini del profeta nel subcontinente indiano, un  giudice del tribunale penale di Islamabad e qualche altra decina di persone colpevoli di far parte di un “sistema di governo non islamico” – spiega il portavoce visto che rifiuta di imporre nel paese l’osservanza obbligata della shar’ia: la legge islamica e, si capisce, nella loro interpretazione. Questo piccolo gruppo ha rotto, di recente, col TTP proprio sul principio stesso di tenere colloqui col governo (DispatchNewsDesk/Karachi, 3.3.2014, Ahrarul Hind claims responsibility for Islamabad attack― Il gruppo Ahrarul Hind reclama la responsabilità dell’attacco a Islamabad http://www.dnd.com.pk/ahrarul-hind-claims-responsibility-islamabad-attack).

Ma neanche questo attentato riesce a bloccarli neanche, per quel che valgono almeno visto il poco che producono comunque, in linea di principio. Ma evidenzia anche i limiti di ogni disciplina nello stesso TTP che, per definizione, del resto proprio non può esistere, in quanto nessuno dei singoli gruppi che lo formano riconoscono una condizione unitaria. Anche i gruppi radicati in una etnia o, peggio, in una tribù specifica, come Mohmand e Waziri, non hanno mai alcuna certezza di parlare per i loro aderenti, tanto meno per le loro schegge o altre tribù convinte della necessità di rimpiazzare con loro emirati, e se possibile uno solo a loro specifica immagine e somiglianza.

●Intanto, il tribunale che su ordine della Corte suprema esamina l’accusa di tradimento avanzata contro l’ex feld-maresciallo e presidente Pervez Musharraf, visto che ancora una volta non si è presentato alla sbarra ha emesso stavolta un vero e proprio ordine di arresto contro l’ex dittatore (The Hindu, 14.3.2014, Meena Menon, Non-bailable warrant issued for Musharraf Per Musharraf, emanato ordine di cattura senza cauzione http://www.thehindu.com/news/international/south-asia/pakistan-court-issues-conditional-arrest-warrant-against-musharraf/article5784528.ece). Ma eseguibile solo dal 31 marzo... Quando in tribunale si presenta, però, e a domanda si dichiara, ovviamente, innocente.

●Nell’Afganistan, subito lì al di là dei confini, Barak Obama ha appena “ammonito” Hamid Karzai che potrebbe anche ritirare prima del previsto, entro fine anno, il resto delle truppe americane dal suo paese, visto che tiene duro rifiutando di riconoscere all’America e alla sua giustizia militare il diritto a processare i suoi militari che nel territorio afgano si rendessero colpevoli o fossero accusati di essere colpevoli di qualche reato (insomma, al contrario del governo italiano (ricordaste il massacro della funivia del Cermis?) e, in sostanza, di tutti quelli alleati degli USA, non ammetterebbe di riconoscere la loro sovranità extraterritoriale nel suo stesso paese (The Economist, 28.2.2014).

E, in effetti, ormai sembra che delle sensibilità americane Karzai e i suoi mostrino chiaramente di non voler tenere alcun conto. Deliberatamente e, vista la situazione, parlando con la stampa e, quella americana proprio in particolare, il presidente afgano  addirittura provocatoriamente sostiene e argomenta che sulla questione della Crimea, la Russia ha ragione: Putin è stato provocato e, poi, al dunque, “noi rispettiamo la decisione presa di recente dal popolo di Crimea col referendum di considerare il proprio paese come parte integrante della Federazione russa(New York Times, 23.3.2014, M. Rosenberg, Breaking With the West, Afghan Leader Supports Russia’s Annexation of Crimea In rottura con l’occidente, il leader afgano sostiene l’annessione russa della Crimea http://www.nytimes.com/2014/03/24/world/asia/ breaking-with-the-west-afghan-leader-supports-russias-annexation-of-crimea.html?_r=0#).

La ragione formale, che non sembra di per sé e da sola convincere vista la dipendenza che ancora pesa su questo paese da Washington e dalla NATO, è nell’analogia con l’ingiustizia che qui ancora denunciano dell’aver tagliato via l’Afganistan spaccando in due, nel 1947, il popolo pashtun con la cosiddetta linea Durand tracciata artificialmente e artatamente sulla carta dall’impero britannico ormai in ritirata dal Pakistan che si stava staccando dall’India.

Decisione che a Kabul continuano a denunciare come imposta, non accettata e da arrivare a correggere. Proprio come adesso hanno fatto gli abitanti della Crimea e i russi (New York Times, 28.10.2012, M. Rosenberg, When Afghanistan looks to border with Pakistan, they don’t see a fixed line Quando gli afgani guardano alla frontiera pakistana, non vedono mai un confine fisso http://www.nytimes.com/2012/10/29/world/ asia/in-afghanistan-comment-on-border-brings-tension.html?_r=0&gwh=DEDFD00B26A11FA7A44751D1BEAF0 B9A&gwt=pay).

Adesso però, dopo aprile quando ormai si vota per il nuovo presidente, è con lui – non ci sono lei candidate – che tutti dovranno fare i conti, compreso Barak Obama. Intanto i talebani hanno chiesto a tutti i mullah coi quali sono collegati e che li seguono – informa il portavoce Zabihullah Mujahid in una dichiarazione inviata anche ai media per posta elettronica – di diffondere il messaggio che le elezioni sono “una cospirazione americana” che sarà combattuta dai mujaheddin con tutte le armi di cui dispongono e cui, quindi, i buoni afgani, per non esporsi oltre che per seguire i dettami della shar’ia, non dovrebbero rischiare  neanche di “esporsi”.

EUROPA

●La Commissione europea ha appena aumentato, leggermente, la propria stima di crescita delle economie dei propri paesi. Il PIL dell’eurozona adesso è previsto in aumento dell’1,2% quest’anno e dell’1,8 – dice – il prossimo, mentre nella UE a 28 paesi crescerà rispettivamente dell’1,5 e del 2%. Stavolta dovrebbe essere un po’ più di domanda interna a tirare l’economia, piuttosto che la domanda estera (The Economist, 28.2.2014). 

 

● Previsioni di crescita delle maggiori economie dell’occidente   (grafico)

in %   

Fonte: The Economist, 28.2.2014

●Mentre l’inflazione resta ben doma, nell’eurozona e nell’Unione a 28 (0,8% a tasso annualizzato a febbraio) la disoccupazione, a gennaio, sempre annualizzata nell’eurozona e sempre inchiodata al 12% (oscilla poi, in particolare dall’Austria, al minimo del 4,9, e la Germania al 5 fino al top del 25,8% astronomico della Spagna e al 28 della Grecia (a dicembre, ultimo dato disponibile) al nostro 12,9% che è il dato più alto ormai da decenni che sale ancora dal 12,7% che era a dicembre (New York Times, 28.2.2014, D. Jolly, European Inflation Stays Low, Joblesness Remains High L’inflazione resta bassa in Europa, resta alta la disoccupazione http://www.nytimes.com/2014/03/01/business/international/euro-zone-inflation-stays-low-joblessness-remains-high.html?ref=europe&_r=0; e EUROSTAT, 28.2.2014, #30/2014, Euro area rate of unemployment at 12.0% – EU  28 at 10.8%― Il tasso di disoccupazione dell’eurozona al 12% – Quello   dell’UE  a 28 allo q0,8% ▬ http://epp.eurostat.ec.europa.eu/ cache/ITY_PUBLIC/3-28022014-AP/EN/3-28022014-AP-EN.PDF; ancora, EUROSTAT, 28.2.2014, #31/2014, Euro area annual inflation stable at 0.8% ― Il tasso annuo di inflazione nell’eurozona stabile allo 0,8% http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-28022014-BP/EN/2-28022014-BP-EN.PDF).

●La Banca centrale europea ha tenuto fermo allo 0,25% il tasso di sconto, non tanto bloccando  la rovinosa spirale al ribasso delle economie europee quanto piuttosto, forse, la possibilità – ma è solo una vaga speranza – di evitare l’ulteriore rischio di deflazione (New York Times, 6.3.2014, J. Ewing, ECB holds Interest rates Steady La BCE tiene fermi i tassi di sconto http://www.nytimes.com/2014/03/07/business/ interna tional/european-central-bank-holds-rates-steady.html?hp& _r =0).

Non sono pochi gli economisti che rilevano come ormai l’eurozona sia affondata nello stesso tipo di stagnazione che ha infognato per due decenni la crescita in Giappone. L’esempio che subito viene in mente è proprio l’Italia dove è diventato quasi impossibile per esempio a imprese e privati riuscire a ottenere credito alcuno dal sistema bancario (ECB/BCE, 6.3.2014, Dichiarazione introduttiva del presidente Mario Draghi, riunione mensile del direttorio, Francoforte ▬ http://www.ecb.europa.eu/press/pressconf /2014/html/is140306.en.html).

●Con una serie di argomentazioni universalmente interpretate come dovevano essere, cioè come un significativo ammorbidimento al concetto e nei confronti della pratica delle cosiddette “facilitazioni quantitative” della liquidità immessa sul mercato dalla BCE nell’eurozona, il presidente della Bundesbank tedesca, Jens Weidmann, ex officio anche componente del direttivo della Banca centrale europea e, a causa del “peso” della Germania, uno di quelli che, appunto, pesano molto anche se non sempre sono determinanti ha suggerito – lui che era stato un critico vociferante della pratica inaugurata da Draghi di comprare direttamente titoli governativi e titoli privati – che la misura non convenzionale, anche secondo la Bundesbank, ora che si può cominciare a intravvedere un qualche spettro di deflazione all’orizzonte europeo, potrebbe anche venire adottata (The Economist, 28.3.2014, Free Exchange – Quantitative easing Libero scambio – Facilitazioni quantitative http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2014/03/quantitative-easing).

●Dopo sei anni di avanzate e retromarce, di intenzioni proclamate e di fatti sempre rinviati, gli Stati membri dell’Unione hanno adottato finalmente la direttiva sui risparmi esentasse che mira a mettere sotto torchio l’evasione fiscale. Per uscire dallo stallo la Commissione ha dovuto impegnarsi a garantire ad Austria e Lussemburgo che identiche misure di trasparenza saranno anche imposte alla Svizzera. Ma non è affatto detto che ci riusciranno. Come al solito più serio sarebbe stato imporlo comunque a larghi sima maggioranza agli Stati membri recalcitranti: ma impossibile visto il vigente diritto di veto, ormai insopportabile ma cui alcuni, e non sempre paesi insignificanti politicamente come il Lussemburgo, non intendono rinunciare (The Economist, 28.3.2014).

●Perfino i più cinici osservatori della scena bancaria inguaiata di un’Italia già economicamente parecchio inguaiata sui fondamentali dell’economia reale che ben conosciamo – produzione, consumi, investimenti e occupazione – sembrano essere rimasti sorpresi dal rapporto di UniCredit che, spacciandola per una “coraggiosa decisione” annuncia di aver inserito tra i cattivi debiti non più esigibili mettendo così in ordine i libri alla vigilia degli “stress tests” europei, $ 15 miliardi di perdite nette nel quarto trimestre del 2013. La banca ha anche dichiarato “un nuovo principio” del piano quadriennale di svolta con cui ha annunciato di volersi disfare del 6% dei dipendenti

    (The Economist, 14.3.2014;

e Soldionline.it, 11.3.2014, M. Introzzi, I conti 2013 (con grande perdita), il dividendo 2014 e il piano 2018 di Unicredit http://www.soldionline.it/notizie/azioni-italia/unicredit-bilancio-2013-dividendo-2014-piano-2018).

Per la Corte è sufficiente a garantire la sovranità intangibile del parlamento sulle misure di spesa – è stato questo il fulcro della decisione di Karlsruhe – la clausola che il governo ha inserito nella legislazione che il Bundestag debba essere consultato per ogni impegno di spesa sopra i 90 miliardi di € (New York Times, 18.3.2014, J. Ewing , German Court Validates Participation in Euro Zone Bailout Fund La Corte convalida la partecipazione [tedesca] al Fondo di salvataggio dell’eurozona http://www.nytimes.com/2014/03/19/ business/international/german-court-validates-participation-in-euro-zone-bailout-fund.html).

●A inizio marzo, rispondendo direttamente e con misure concrete a quello che era sembrato essere un appello forte ma solo verbale (“non intromettetevi negli affari interni dell’Ucraina”) lanciato da Obama qualche ora prima, il presidente Putin – che non degna neanche di una risposta il suo “se lo fate... pagherete caro e pagherete tutto(nota realisticamente il New York Times, 1.3.2014, P. Baker, Making Russia Pay? It Is Not So Simple Farla pagare alla Russia? Non è così semplice http://www.nytimes.com/2014/03/02/ world/europe/russia-to-pay-not-so-simple.html?_r=0) – ha avuto, senza neanche poi chiederlo, al Senato della Repubblica federativa di Russia l’autorizzazione invece proprio a intromettersi, in modo controllato ma anche pressante, “negli affari interni della Repubblica autonoma di Crimea che dell’Ucraina fa parte ma con uno statuto speciale dettato dal Trattato di intesa con la Russia che  non solo gli consente ma gli impone di difendere il contingente russo della Flotta del Mar Nero e la popolazione russa della regione(RTNews, 1.3.2014, Putin requests senators’ approval to use Russian military in Ukraine Putin chiede l’assenso del Senato per l’utilizzo [possible] di forze armate russe in Ucraina http://rt.com/news/ russia-troops-ukraine-possible-359).

• D’altra parte, per dirla con Obama che ha parlato un po’ troppo facilmente, frustrato com’è nella sua onnipotente impotenza, di “farla pagare alla Russia” è molto azzardato: nell’opinione di un generale americano particolarmente esperto delle cose della regione, “mettersi a Washington anche solo a parlare di movimenti di truppe o forze americane nell’area potrebbe ritorcersi proprio contro di noi, portando gli ucraini a sbagliare – proprio come capitò ai georgiani nel 2008 – pensando che l’occidente potrebbe arrivare a aiutarli militarmente, così incoraggiandoli – come fecero appunto i georgiani, pagandolo, loro sì, caro... – ad agire ancor più provocatoriamente verso la Russia(lo mette in evidenza, P.Baker, sul NYT appena sopra citato, riportando quel che dice il gen. Kevin Ryan, già attaché militare all’ambasciata americana di Mosca, che oggi insegna a Harvard e presiede un gruppo di studio di ex militari, tutti ormai accademici russi ed americani).

Quando qui, in Georgia, ma ancor più in Crimea e in Ucraina, proprio come in Salvador e in Nicaragua, a parti lì rovesciate, quel che inesorabilmente succede è la vendetta della geografia. L’Ucraina, considerata dove la geografia la mette e la storia la radica non potrà mai fare del tutto sovranamente tutto quello che vuole e quando lo vuole. Come non può farlo il Nicaragua, appunto. In pratica, con successo – nel senso di riuscire a rompere e restare vivo decidendo da solo del proprio destino, senza far finta neanche di dire sissignore all’innominato della regione – da un secolo lo ha fatto – non solo tentato di farlo – soltanto Cuba. Ma ha anche pagato, a partire dal 1959, un prezzo straordinario di isolamento e anche di guerra non dichiarata ma effettiva, da parte del forte sul debole.   

• Da considerare, anche, che l’ordine di mobilitazione delle riserve lanciato dal nuovo governo di Kiev si sta rivelando, sempre secondo il NYT, del tutto inefficace (New York Times, 13.2014, Ukraine Finds Its Forces Are Ill Equipped to Take Crimea Back From Russia― L’Ucraina scopre di avere forze mal equipaggiate e non preparate [tra l’altro, ormai, le loro gerarchie militari subiscono da tempo cambi di leadeship imposti dal cambio delle diverse situazioni ai vertici politici del paese] a riprendersi la Crimea dalla Russia http://www. nytimes.com/2014/03/02/world/europe/ukraine-finds-its-forces-are-ill-equipped-to-take-crimea-back-from-russia.ht ml?_r=0).

• E il 2 febbraio arriva notizia che il nuovo comandante in capo della flotta ucraina appena nominato dal premier Yatsenyuk, l’amm. Denis Berezovsky, ha appena proclamato la sua lealtà al popolo di Crimea e al suo governo – quello che si è schierato contro Kiev – portando gran parte della marina a schierasi a fianco, almeno potenzialmente, alla Flotta russa del Mar Nero... Un rapporto dei servizi d’intelligence militare tedesca (Amt für den Militärischen Abschirmdienst/MAD) suggerisce che le navi militari ucraine sono ormai schierate coi russi, o restano ferme, imbottigliate nei porti del Mar Nero.

• E il governo di Kiev si affretta anche subito a sputtanarsi, annunciando che il capo della sua Marina militare s’è dimesso “per ragioni personali”, mentre in diretta televisiva, dalla Crimea, Berezovsky in persona proclama la verità (Frequency video - Ukraine, 1.3.2014, Commander of the Naval forces of Ukraine swears allegiance to Crimean people Il comandante delle forze navali ucraine giura fedeltà al popolo ucraino http://www.frequency.com/video/ukraine-commander-of-naval-forces-of/153272414/-/5-2750699).

• In definitiva, e per ora, si può dire con certezza che l’accelerazione imposta a Kiev dalla piazza, scavalcando l’accordo che avevano appena stilato i mediatori della UE con gli oppositori e il presidente ucraino,  a tutto il processo di disintegrazione politica e economica in atto nel paese, e la cacciata del magari anche un po’ puzzolente ma legittimo presidente Yanukovich, ha anche accelerato il processo già in moto che sembrava avviato a portare alla separazione le varie parti del paese.

• Nel rassicurare, su sua domanda invero un tantino diplomaticamente naif, il suo omologo americano sul fatto che i russi rispetteranno comunque l’integrità territoriale dell’Ucraina, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, si è trincerato dietro i trattati bilaterali tra Russia e Crimea e Russia e Ucraina e li ha, non a caso, citati all’americano. Vuol dire che se la Repubblica autonomia di Crimea – questo è il suo nome ufficiale – coi suoi organi debitamente eletti e l’appoggio evidente della popolazione richiedesse riconoscimento e assistenza dai russi, non è che ciò rimetterebbe in questione l’impegno all’integrità territoriale.

• Assentendo – è la posizione dei russi che gli ucraini conoscono bene da sempre e hanno sottoscritto con loro – Mosca non farebbe altro che dar seguito, dunque al Trattato. Nulla di simile, spiegano, alle richieste fasulle di “aiuto fraterno” avanzata ai sovietici nel ’56 dai loro accoliti ungheresi o nel ’68 da quelli cecoslovacchi, insomma...

I russi ora non sono più nella posizione di dover supinamente o quasi cedere alle pretese occidentali – così le vedono loro – come quelle che di fatto hanno consentito in un ancora recente passato di imporre come in Kosovo, a febbraio del 2008, l’indipendenza dalla Serbia che, pure trattati e impegni giurati all’unanimità del Consiglio di Sicurezza dell’ONU espressamente vietavano. Ancora anni dopo, sulla Libia, Mosca s’era lasciata turlupinare dagli impegni formali presi all’ONU da Washington, Parigi e Londra dando, fidandosi ingenuamente della parola d’onore ricevuta, il via libera ai bombardamenti alleati e alla caccia e al linciaggio a Gheddafi.

Ecco, questo è stato sicuramente un errore di valutazione molto serio del sistema di intelligence americano, troppo occupato forse a spiare le inchieste del Senato americano sulle torture come policy della CIA nel mondo per prestare abbastanza attenzione su quel che davvero si muove a Mosca e concentrato com’è sulle arlecchinate delle ardite ma stridule pussy girls e sulle strane rodomontate di improbabili, anche se soggettivamente magari coraggiosi, dissidenti che dissentono, però, da New York o da Londra (New York Times, 11.3.2014, M. Dowd, The Spies Who Didn’t Love Her―  Gli spioni che non la amavano [e, anzi, la spiavano attivamente e illegalmente, si intende: la sen. Dianne Feinstein, presidente della Commissione sull’intelligence] ▬ http://www.nytimes.com/2014/03/12/opinion/dowd-the-spies-who-didnt-love-her.html).

● Ma ricordami un po’: chi è qui che sorveglia chi?   (vignetta)

                Congresso                                      CIA

Fonte: INYT, Patrick Chappatte, 14.3.2014

●Sempre su quella che qui sull’Ucraina abbiamo chiamato l’ “onnipotente impotenza” degli USA o sull’errore di valutazione di Obama, vale la pena di riflettere ancora un po’...

Obama ha presunto di poter, ancora una volta, affermare che il potere degli USA – quello duro della potenza strategica che non ha bisogno per affermarsi di essere poi neanche effettivamente impiegata e, come amano dire, quello soft del dominio sui media e sul sistema globale delle PR e dei cosiddetti social media... guidati – avrebbe potuto ancora una volta, come quasi sempre dalla fine della guerra fredda vincere senza neanche doversi seriamente impegnare contro quello dei russi... ma stavolta pare che abbia proprio sbagliato.

L’amministrazione americana è stata, infatti, presa di sorpresa dalla decisione dei russi di riprendersi la Crimea, seguendo e anche incoraggiando la richiesta della Crimea si “farsi riprendere” dalla Russia dopo il golpe dei rivoltosi ucraini di rovesciare il governo al potere. E la questione cui dovrebbe oggi rispondere Obama, nel suo primario interesse se ne intuisse mai l’importanza è come possa mai essere venuto in mente ai dilettanti allo sbaraglio che lo consigliano alla Casa Bianca e al dipartimento di Stato di pensare che USA e Europa avrebbero potuto manipolare la cacciata di un leader democraticamente eletto e filorusso in Ucraina e aspettarsi che Vladimir Putin li lasciasse fare supinamente. Una considerevole convergenza, in definitiva, di disinformazione, ingenuità e autoillusione specie alla luce, poi, delle assai scarse opzioni di Washington in una situazione e in una materia come questa (cfr., sopra, articolo NYT sul fatto che ― Farla pagare alla Russia? Non è così semplice).

Non c’è praticamente nessuno che non riconosca come Viktor Yanukovich fosse davvero corrotto e incompetente e di sicuro né gli Stati Uniti né l’Unione europea hanno creato dal nulla le proteste che si sono scatenate contro li lui. Ma invece di sollecitare chi protestava a calmarsi e chiedere loro di aspettare che lo scontento cacciasse il paese, entro non più di uno o due mesi attraverso le libere elezioni già convocate, hanno deciso di accelerare l’agenda e aumentare i tentativi di piazza di sbaraccare con la violenza il potere.

Il segnale più chiaro non poteva essere. Dopo aver lasciato sapere quasi ufficialmente quel che sapevano tutti – prima soldi a partiti oppositori e ribelli, ha detto la Nuland― quella che manda a “fa‘nc**lo l’Europa” quando le chiedono se gli europei sono d’accordo con lei, per almeno 5 miliardi (miliardi, non milioni!) di $ distribuiti attraverso le compiacenti ONG americane – scende in piazza a identificarsi con loro: lei, la neo-cons americana e no. due di John Kerry.

Che, in effetti, senza pudore va a far comunella nelle piazze coi ribelli armati che assediano il palazzo presidenziale, anche quelli manifestamente filo-nazisti di Svoboda, distribuendo loro, in diretta televisiva, pasticcini freschi e coca-cola: noi facciamo apertamente il tifo per voi, dice chiaro, perché voi qui siete contro i russi e quindi voi siete con noi (cfr. The National Interest/Washington [bimensile di studio sulla politica internazionale, di taglio dichiaratamente neo-cons, autodefinito però realista], 13.3.2014, J. Heilbrunn, Victoria Nuland’s Plan for Ukraine Il piano di Victoria Nuland per l’Ucrainahttp://national interest.org/blog/jacob-heilbrunn/victoria-nulands-plot-against-ukraine-9836?page=1).

Ecco questi rozzi, greggi e incapaci apprendisti stregoni, come i loro capi seduti nelle poltrone supreme del potere a Washington – e magari anche a Bruxelles, come a Roma (penoso quel che va sussurrando la povera Mogherini: Bonino era meglio...), Londra, Berlino e Parigi – che mai li licenzieranno non hanno mai fermato i loro machiavelli sbagliati anche solo per pensare se mai, per esempio, in Crimea o a Mosca qualcuno avrebbe obiettato e reagito.

Il nocciolo davvero bacato di tutta la questione non è neanche, però, prendersela con chi ha sbagliato per cecità a fare i conti, ma la miopia cronica, ideologica, l’incapacità di questi gnorri, a distinguere – alla Kissinger per dire, più che alla Brzezinski, altro neo-cons democratico ante-litteram – tra il concetto di “potere” e quello di “interesse”. Avere potere nei rapporti internazionali fa comodo. Ma non sempre garantisce di vincere.

Se fosse così, in Vietnam avrebbero vinto gli americani e l’America avrebbe “persuaso”, per dire, India, Pakistan e Nord Corea a non sperimentare le loro armi atomiche, avrebbe da trent’anni a questa parte domato l’Iran e “convinto” l’alleato/fantoccio Karzai in Afganistan a danzare come il burattino che è. Ma tutti questi paesi hanno vinto o stanno vincendo perché alla fine, per loro, l’esito di tutte questi conflitti contava di più, valeva di più, meritava più rischi e più sacrifici, alla fine, di quanto contasse in America e per l’America.

Sbagliamo, forse, a pensare che per gli abitanti di Crimea e dell’Ucraina, ma anche per i russi e la Russia quello che succede a Simferopoli e a Kiev conta cento volte di più di quanto conta per Washington e, al dunque, anche per Roma, Londra o Parigi?

Ecco perché e come non avendo nessuno a Washington chiesto a se stesso – ma non avendolo nessuno fato neanche a Bruxelles – le domande, invece avrebbe dovuto porsi e che qui abbiamo provato a accennare mentre guardavano – e purtroppo anche “aiutavano”  – l’Ucraina a disfarsi senza più riuscire a trovare il capo del gomitolo ormai del tutto sfasciato si trovano oggi a denunciare indignati la reazione che era ben prevedibile e inevitabile e a tuonare di sanzioni che non hanno alcun rapporto di dimensione e di valore con quella che sarebbe stata per i russi la perdita di peso supinamente accettata – morale, storica, culturale, economica e politica – della loro voce e dei loro “interessi” in Crimea e in Ucraina. Tanto più che, poi, all’Ucraina non sono davvero in grado di offrire niente di serio.

E’ possibile – e forse ci si potrebbe da questo punto di vista anche augurare che, alla fine, Putin abbia agguantato e morso più di quello che si poteva davvero permettere di ingoiare e che i costi economici – le sanzioni, che non sembrano davvero agibili: Berlino, per dire che ulula tanto, può consentirsi di chiudere col gas che importa da est? E Washington conta davvero di far contare qualche po’ le proprie minuscole sanzioni – l’1% di export russo alla fine trova sbocco in America – o credono davvero che serva a qualcosa togliere il visto automatico per l’America a una ventina di oligarchi moscoviti?

O invece – quasi a prescindere purtroppo dall’Ucraina, come sempre succede a chi ha il destino comunque del vaso di coccio; e come capita sempre o quasi con le grandi potenze che, per mantenere la concezione, magari sbagliata, che hanno della propria sicurezza, sacrificano anche molto, e sempre per primi, i cittadini, la gente – siamo all’ennesima dimostrazione che farebbero meglio a ripensarci d’urgenza quanti hanno nutrito l’illusione che fosse “finita la storia”, che fossero tramontata l’era delle politiche di potenza...

• Del resto, s’era già visto, tal quale, il brogliaccio di questo dramma nella Georgia del 2008, quando la Tblisi di Saakshvili, forzando probabilmente la mano di quel che contava/sperava gli americani gli avessero promesso – di difenderlo dai russi militarmente – attaccò il loro soldati e i territori semiautonomi a maggioranza etnica russa di Sud Ossezia e Abkazia. La Russia, anche lì minacciata e sanzionata se ne fregò del tutto e intervenne con la forza necessaria e sufficiente a fermare i georgiani e a togliere perfino a fanatici come Bush e i suoi qualsiasi velleità avessero mai di intervento armato ai confini di Mosca...

• E adesso, dopo la serie di indipendenze proclamate che hanno spaccato l’ex Jugoslavia, strappate anche con le guerre civili e specie dopo l’indipendenza del Kosovo grazie alla forza democratica imposta dal voto popolare, anche qui il voto popolare decide ora l’indipendenza della Crimea, ecc., ecc., dall’Ucraina... E come si fa a dire onestamente di no? In definitiva, poi, pare probabile, no?, che i russi i loro conti se li siano fatti: che abbiano riordinato per bene le loro priorità e se ne freghino, con  la fiducia di poterselo permettere, del paio di sanzioni che, nella loro frustrazione, europei e americani potrebbero voler loro imporre (tipo il ritardo nella concessione di visti o la minaccia di escludere Mosca dal G-8... come se poi a convocarlo avessero titolo loro).

• Infatti, più realistica – anche se altrettanto stupida: più intelligente sarebbe stato magari cogliere l’occasione per decidere di mettere fine una volta per sempre all’inutile evento – è la decisione su cui subito sembrano aver ripiegato i più bellicosi tra i G-8, Canada, Francia, Inghilterra e Stati Uniti. La Germania non ci sta a chiamarsi fuori in questo modo, l’Italia tende come sempre, se appena può farlo a tacere, ma subisce come Berlino pur resistendo ma non certo ad oltranza; e il Giappone non se ne cura per niente, anzi adesso con la sua nuova politica più in qualche modo più “indipendente” dal Grande Fratello d’America e, dopo Fukushima, che l’ ha costretto a contare di più sull’import di combustibile russo mentre l’ultimo dei G-8, la Russia, poi non boicotta certo se stessa.

• Poi, scendendo a più miti consigli, in una dichiarazione congiunta, concordata senza la presenza di nessuno degli altri ma solo per via telefonica e rilasciata proprio, e per questo la cosa puzza un po’, alla Casa Bianca, i G-7 – che da anni neanche esistevano più (USA, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Canada) stabiliscono solo di “rinviare la loro partecipazione alla preparazione” del G-8 di Sochi (White House, Ufficio dell’addetto stampa [neanche dei ministri degli Esteri - sic!: proprio per mettere in rete qualcosa, sembrerebbe...], 2.3.2014 ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/ 2014/03/02/g-7-leaders-statement).

• A chiudere una diatriba quasi infantile – la Russia: ci sono anch’io! l’America: no, tu no![2] – la riunione del G-7, inesistente come abbiamo detto ma comunque mantenuta proprio per farla, come segnale dicono, senza la Russia: ma un vertice intitolato alla sicurezza nucleare senza la... Russia, la seconda potenza nucleare del globo! tenuta fuori da quella che così diventa una specie di riunione privata ad inviti.

E, alla fine, dedicata solo, nei fatti, a dire ufficialmente di no al G-8 di Sochi: a parte la dichiarazione, come fuori sacco per dire, di Giappone, Belgio e Italia di voler ridurre lo stoccaggio delle loro scorie nucleari― come? con quali soldi? quando? non si sa ovviamente... analogamente, del resto, a chi scrive che vorrebbe, per dire, ridurre l’ammontare delle medicine che assume...

Con la ovvia reazione del ministro degli Esteri russo, Lavrov, a far notare che anche il G-8, eccettuato che per le riunioni mirate e su issues specifiche, ormai era sta ormai almeno da due anni esso stesso ufficialmente superato e formalmente dichiarato estinto e ricompreso all’interno del vertice del G-20, il vertice economico mondiale aperto ufficialmente a chi conta economicamente davvero: oltre ai vecchio G-8, dove almeno quattro non hanno più per esserci neanche il titolo (il PIL), anche alla Russia, al Brasile, all’India, alla Cina, al Sudafrica – i BRICS – all’Arabia saudita, all’Argentina...: insomma, a mondo, come esso è fato davvero.

E poi, in mancanza di meglio e di qualche altra idea un po’ più mordente ma anche plausibile, di nuovo dentro il Consiglio dell’UE, a metà mese, tornano a parlare di G-7... Come se a ripetere il nulla si pensasse magari di riuscire a ottenere qualcosa (The Economist, 14.3.2014).

• Ma la realtà, come è noto, è che se i G-8 – che essi sì almeno nominalmente esistono – fossero ancora definiti come erano (le otto economie più grandi del mondo) la gerarchia sarebbe totalmente diversa (secondo la gerarchia che indica oggi la CIA: Stati Uniti, Cina, India, Giappone, Germania, Russia, Brasile e – ancora, ma pelo pelo... – la Gran Bretagna: ma Francia, Italia, Canada sicuramente da tempo già non stanno neanche più nella lista...  

• Immaginate quanto gliene può fregare ai russi di un rischio così ridicolo, a fronte della prospettiva di trovarsi alle frontiere un’Ucraina dichiaratamente nemica e anche impestata di revanscismo antisovietico quando l’URSS non esiste più già da una quindicina di anni e, magari – se per opportunismo ai suoi alleati non fa poi troppo schifo – anche incorporata alla NATO, tanto più sapendo come tutti – gli ispiratori stessi della rivolta per primi – che l’occidente aveva deliberatamente agito per minare gli interessi russi in Ucraina nella presunzione che a Mosca avrebbero ingoiato il rospo e se ne sarebbero stati quieti e silenti... Serio, serissimo errore di valutazione dei rapporti di forza e di quanto dice davvero, non propagandisticamente, il diritto internazionale, in base ai trattati vigenti tra Russia e Ucraina...

• Così come era stato un dito nell’occhio dei russi la convocazione d’urgenza degli ambasciatori del Consiglio della NATO nel bunker sotterraneo anti-atomico del Comando militare alla periferia di Bruxelles, a Evere il 2 febbraio. L’Ucraina non è membro dell’Alleanza – dopo la guerra che fecero ai russi nel 2008, la sua domanda di adesione, considerata pericolosamente provocatoria verso la Russia, venne specificamente e contro il volere dichiarato degli americani, di Bush, respinta proprio come quella della Georgia – e non ha dunque obblighi di difesa o di co-difesa dell’Ucraina.

● Quando i ponti sono fatti di antenne e non di mattoni... (vignetta)

Il ponte che unisce i nostri due grandi popoli è solido

   NSA                                                        EUROPA

Fonte: The Economist, KAL, 28.3.2014

 

• Diventa inevitabile, questo modo, che l’insistenza ostentata nel voler dire la sua e nell’interferire sul tema, faccia venire fuori, da dietro le tende, l’elefante che è dentro la stanza della crisi in Crimea e dietro la determinata resistenza di Mosca a un altro sconvolgimento potenziale degli equilibri geo-strategici ai propri confini: l’ambizione ora non mascherata – cui resistono dall’interno della NATO stessa poche, anche se autorevoli voci (la Germania, la Spagna, la Turchia...) meno bellicose di quelle inglesi e francesi – di espandere la propria area di influenza nei territori di quelli che, negli anni di Bush e della Condoleezza Rice, chiamavano “lo spazio post-sovietico”...

• Adesso, nella conversazione diretta di un’ora e un quarto che (inclusa la traduzione simultanea) ha avuto con Obama il 1° marzo, Putin lo ha informato che la guardia doganale di confine con l’Ucraina riferisce di 675.0000 rifugiati che, negli scorsi due mesi, hanno raggiunto la Russia (e è arrivato a citargli per titolo e per capitolo i rapporti della CIA da cui la Casa Bianca era stata della stessa cosa informata). Il fatto, ha detto il russo all’americano, ha già creato una gravissima crisi umanitaria. E il servizio di immigrazione ha riferito di 143.000 persone che solo nelle ultime due settimane hanno chiesto asilo in territorio russo. E’ un’argomentazione si tratta, oviamente, di u rafforzamento della tesi che la Russia è obbligata a proteggere comunque la popolazione russa.

• Fu il morbido, dialogante Dmitrij Medvedev, allora presidente di Russia tra il primo Putin e questo, a ridar vita formalmente alla dottrina di una sfera di influenza vitale anche per la Russia: impedendo alle velleità bushottian-georgiane di imporsi nel 2008. L’indipendenza dei vicini, ha spiegato, sarà rispettata ma a nessuno sarà mai consentito di provocare la Russia. Credono in molti in occidente che, dietro questa verità, come quella che l’America impone dovunque essa può verso i suoi vicini, si nasconda anche l’ambizione di recuperare alla Russia una propria voce in capitolo sugli Stati baltici, che però oggi sono essi sì parte integrante della NATO che, comunque, dovrebbero – è il messaggio implicito e forse anche esplicito – tenere conto della situazione. Come deve, però, tenerne conto anche la Russia, visto che la resistenza baltica scatterebbe sicuramente di fronte a una tentata invasione da est.

• Oggi la NATO è stata allertata dai fatti dell’Ucraina insieme a due cose: sia al limite della tolleranza alle provocazioni che i russi sono nei f atti e di fatto disposti a subire, restato là dov’era nel 2008 in Georgia, e anche però alle necessità di sicurezza di quelli che sono i suoi membri più esposti e più vulnerabili: qui sul Mar Baltico.

• Epperò, c’è pure e forse anzitutto la necessità ormai resa evidente che la NATO – oltre a mostrarsi decisa a rispettare l’impegno a difendere se e quando fosse attaccato uno dei suoi – non consente e tanto meno incoraggia nessuno tra i paesi dell’Alleanza a fornire ragioni di mettersi a provocare nessuno. Tanto più chi, poi, e in ogni caso è di loro tanto più forte. E, magari, stavolta lo shock potrebbe essere stato sufficiente a obbligare quella che è la maggioranza in un paese di confine ad anticipare, disinnescandoli, i legittimi risentimenti e il potenziale malcontento di chi è minoranza, comunque significativa, col venir incontro alle aspettative giustificate di sicurezza e di rispetto della quale, per poter continuare a esistere sovranamente, deve comunque tenere conto senza consegnarla a chi considera con giustificata circospezione dettata magari da una storia che scotta ancora.

●Al momento di scrivere queste righe, il 3 marzo, non sembra che tra i due contendenti veri, i due co-protagonisti e antagonisti reali alla ribalta di questa crisi, Russia e America, si sia ancora aperto il tentativo di provare a capirsi. La mattina di questo lunedì, parlando a Ginevra al Consiglio ONU sui Diritti umani, il ministro russo degli Esteri, Sergei V. Lavrov, dice chiaro e netto che “quanti tentano di leggere la situazione come atto di aggressione... e ci minacciano di sanzioni e boicottaggi, sono gli stessi partners che hanno sistematicamente e vigorosamente incoraggiato i poteri politici loro vicini a proclamare ultimatum rinunciando al dialogo, ignorando così le preoccupazioni del sud e dell’est dell’Ucraina portando conseguentemente alla polarizzazione di tutta la società ucraina(New York Times, 3.3.2014, At U.N., Russia Points to Ultranationalist Threats in Ukraine La Russia punta il dito sulle minacce ultranazionaliste in Ucraina http://www. nytimes.com/2014/03/04/world/europe/ukraine-united-nations.html?_r=0).

• Poi, quella stessa sera a Parigi, al Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri che li ospita, si vedono e parlano per oltre un’ora Lavrov e Kerry. Il primo riferisce alla stampa che hanno concordato di riprendere a tessere la tela del difficile dialogo da dove ci si era fermati il 21 febbraio, con l’accordo stilato dagli oppositori, alla presenza e con la firma dei tre ministri degli Esteri della UE (il polacco Sikorski, il tedesco Steinmaier e il francese Fabius) e dal presidente Yanukovich... mentre il secondo dice di non aver concordato niente del genere.Uno dice nero, insomma, e l’altro bianco. Ma non è affatto detto che uno dei due dica il falso, almeno stavolta. E’ che parlano proprio di cose diverse.

• A Lavrov non è noto che sia mai toccato finora – è un diplomatico professionista, lui, uno statista di seconda fila certo ma della vecchia scuola europea di stampo mitternichiano e kissingeriano[3] sempre sicuro di quel che dice e che mai ha avuto il bisogno di autocorreggersi in pubblico. Ma a Kerry è capitato spesso invece di doverlo fare e anche di prescia ormai molte volte. Lui, come Berlusconi, è un noto smentitore seriale di se stesso: dice e poi dice di no, afferma e poi smentisce o attenua o retrocede dalla propria stessa smania sfrenata di fare il grillo parlante.

• Stavolta, però e  siccome a dirlo è il russo sempre prudente e non l’americano sbruffone, si può anche scommettere che il problema è davvero oggettivo: le descrizioni divergenti di quello di cui hanno parlato si fondano sul fatto che non esiste nessuna reale base di negoziato perché oggi tra Russia e USA non esiste proprio un lessico concordato, tanto meno comune. Per esempio, l’America dà per assodato che i russi condividano la loro stessa definizione di quel che costituisce l’Ucraina.

• Kerry ci include, automaticamente, anche la Crimea e presume che per i russi sia lo stesso. Ma la Russia riconosce che la Crimea è una repubblica autonoma, unita all’Ucraina ma titolata – in base agli accordi intercorsi tra le due Federazioni, Russia e Ucraina stessa, bilateralmente – a prendere sue decisioni autonome. Uno status politico e giuridico speciale che gli USA non hanno mai riconosciuto, peggio del quale mai, forse, erano neanche venuti a conoscenza.

• Quindi, quando Lavrov e con lui Putin – anzi, il contrario – parlano dell’Ucraina non è scontato che parlino anche della Crimea come una sua regione in essa pienamente integrata e, quando Lavrov parla di un ritorno all’accordo del 21 febbraio sull’Ucraina non è scontato per niente che ci includa automaticamente, come fa Kerry, anche la Crimea. E questo spiega perché non lo faccia neanche la maggioranza degli abitanti della Crimea stessa mentre è il contrario esatto per gli ucraini che non sono russofoni.

• Ma e qui che siamo ed è qui che bisogna saltare. Che si fa, dopo aver emesso qualche stridulo e più o meno rituale gridio di indignazione, dopo il referendum sulla Crimea degli abitanti stessi della Crimea? Se votano per l’indipendenza dall’Ucraina e magari per associarsi alla Russia, si dà a quel voto il credito che è stato dato a quello di qualche anno fa – del tutto comprensibile sul,piano storico e politico ma, al contrario della Crimea del tutto infondato in diritto internazionale (ché i Trattati esistenti[4] dicevano precisamente il contrario) ma ugualmente comprensibile – nel Kosovo e quello, molto più dubbio, che è stato dato comunque all’insurrezione  di piazza di Kiev?

• A chi scrive sembra ornai inevitabile che la Crimea, con la città di Sebastopoli, Simferopol, Odessa e quant’altro, a fine marzo sarà in qualche modo legata alla Russia― e, forse, tutto sommato a questo punto potrebbe anche essere il male minore, per lo meno per il momento.

• E la sera dello stesso giorno, in diretta Tv, Obama parla proprio del contrario, dell’ “invasione di un altro paese sovrano” in termini del tutto tradizionali, come se questo fosse l’intervento dei carri sovietici a Budapest del 1956 e senza dare alcun peso a quanto specificamente oggi Mosca denuncia: il peso e la minaccia dello sciovinismo, del razzismo, dell’antisemitismo rampante oggi in Ucraina, quello che nel momento di massima tensione porta la maggioranza del parlamento a votare, senza neanche la presenza di chi in esso rappresenta gli interessati, a vietare l’uso in publico della lingua russa, parlata da quasi la metà della popolazione del paese...

• E iniziano a emergere anche, come era giusto e inevitabile, le letture diverse dai diversi punti di vista – gli interessi diversi, per chiamarli col nome che lor si conviene – tra America e Europa. L’Europa è quasi totalmente, o quasi, dipendente dal gas e dal greggio russo... che, però, passa largamente proprio per gli oleodotti ucraini, almeno per ora, e perfino il bellicoso e guerrafondaio governo di Londra ha da preoccuparsi, e si preoccupa, degli interessi suoi, della City. Particolarmente rivelatrici dello stato dell’arte, più di qualsiasi pomposa o unanimistica – magari falsamente tale – dichiarazione di intransigente indignazione, è una di quelle istantanee colte al volo che ogni tanto svelano a tradimento qualche segreto di Stato, anche piuttosto imbarazzante.

●Qui viene fuori, e viene riprodotta, un’istantanea ripresa al volo, fuori del no. 10 di Downing Street, di un documento imprudentemente sfoderato all’aria aperta, secondo cui pure il genuflesso governo britannico, dice chiaro di come priorità del Regno Unito sia proprio quella di preoccuparsi che la City, il centro finanziario di Londra, non sia mai preclusa all’accesso dei quattrini di origine russa (Guardian, 3.3.2014, N. Watt, UK seeking to ensure Russia sanctions do not harm City of LondonIl Regno Unito sta cercando di assicurarsi che le sanzioni contro la Russia non danneggino la City di Londra http://www.theguardian.com/world/2014/mar/03/uk-seeks-russia-harm-city-london-document).

• E i francesi fanno lo stesso, come d’altra parte vanno facendo tutte le imprese americane― esse private, è vero, senza copertura, almeno ufficiale, del governo... ma col governo che sa tutto comunque: capitolo e versetto, rigo per rigo, di quello che fanno. Ora, quella lingua ipocrita e biforcuta dell’ex primo ministro e attuale ministro degli Esteri, Fabius, dice due cose insieme: mentre preannuncia che il Consiglio europeo giovedì 6 marzo nel suo vertice di sicurezza sull’Ucraina potrebbe imporre sanzioni sulla Russia facendo eco alle profezie già enunciate dal suo collega polacco, Radoslaw Sikorski: tipo i soliti blocchi, o magari solo restrizioni, ai visti di accesso, limitazioni a proprietà e assets russi all’estero e rivedere le discussioni in atto su legami e contratti con russi, pubblico e privati russi...

... dall’altra annuncia che sta partendo dal porto di Saint-Nazaire destinazione Russia, proprio la flotta del Mar Nero, a Sebastopoli in Crimea, la porta-elicotteri Vladivostok di costruzione francese. La nave da guerra è parte di un contratto da 1,2 miliardi di € e rappresenta il maggior introito di sempre per un paese NATO da un acquirente russo. La Francia proclama e rivendica, d’altra parte – Crimea o non Crimea – di non contemplare alcun piano di blocco o cancellazione di contratti come questo― che non poi certo l’unico.

• E secondo noi ha ragione, come ha ragione chi – l’Italia, ad esempio – al contrario di quanto fanno i tromboni intransigentemente incongrui, o incongruamente intransigenti, inglesi e francesi, ha almeno sul tema la decenza di starsene zitta (e, adesso, con la ministra Mogherini dice in anticipo che di sanzioni tonitruanti quanto ridicole non vuole sentire parlare: anche se un po’ ipocritamente, poi, anche lei alle mosse preliminari alle sanzioni non ha l’ardimento di dire un no coerente.

• Anche se ormai questa crisi in Crimea ha forse il merito di far capire perfino ai più duri di comprendonio (Polonia e Lituania, ad esempio) nell’est europeo dei limiti pesanti che hanno, per loro stessa natura giustamente, alleanze politiche o anche militari ma difensive come l’Unione europea e, anche e soprattutto, la NATO (Stratfor – Global Intelligence, 4.23.2014, The European Union Reacts to the Crisis in Ukraine― L’Unione europea reagisce alla crisi in Ucraina http://www.stratfor.com/analysis/european-union-reacts-crisis-ukraine).

●Dice alla stampa – ma non si capisce se parla per conto suo, come anche troppo spesso gli capita, se parla per la Commissione, per una sua qualche maggioranza, per gli intransigenti incongruenti e leader dalla lingua assai biforcuta di Francia e Inghilterra, o per chi – il Commissario europeo che segue il dossier energetico dell’Unione, il tedesco Günther Öttinger, che metterà in sonno il negoziato UE con la Russia finché resta aperta la crisi in Crimea (Kyiv Post/Kiev, 10.3.2014, European Commission to delay Russian South Stream gas pipeline talks La Commissione europea ritarderà i colloqui sul gasdotto russo South Stream http://www.kyivpost.com/content/russia-and-former-soviet-union/reuters-european-commissi on-to-delay-russian-south-stream-gas-pipeline-talks-338936.html).

Öttinger mostra di capirci assai poco: finora ha parlato, sempre e solo a vuoto, di una più o meno fantomatica e sulla carta dettagliatissima Terza direttiva energetica che la UE pretende di veder applicata anche fuori dei suoi confini, nell’Est europeo, ma senza avere né le ragioni di diritto né i mezzi, volontà politica e soldi, da investire per farlo.

Il problema, naturalmente, è che, mentre la Russia potrebbe esportare e vendere il suo gas dove vuole nel mondo (la Cina, tutta l’Asia del sud-est e del sud... )― e lo fa; l’Europa, se non potesse aumentare – non solo mantenere, aumentare: perché è vero al momento non c’è un problema di fornitura ma ogni previsione lo fa paventare tra qualche mese – l’import di gas naturale col nuovo gasdotto che traversa il Mar Nero (gli impianti di stoccaggio LNG non basterebbero mai e, poi, non c’è nessuno che tiri fuori gli investimenti necessari a finanziarne davvero la costruzione) è molto più per noi che per loro indispensabile.

• E adesso che si è chiusa, almeno per il momento e con perdite per chi aveva  deciso di forzarla, la faccenda Crimea, l’Unione europea solleva il problema che ah g ià sollevata almeno una volta a settimana di diminuire la dipendenza energetica dalla UE dalla Russia fermando il progetto del South Stream (NewsEurope, 24.3.2014, South Stream victim of Crimea annexation Il South Stream vittima dell’annessione della Crimea http://newseurope.me/2014/ 03/24/south-stream-victim-crimea-annexation).

Che doveva servire a bi-passare o, comunque, ad affiancare più a Sud proprio e soprattutto il gasdotto che passa dall’Ucraina ed è quindi soggetto all’apertura o alla chiusura dei rubinetti sia da parte dei russi che degli ucraini. Ora la UE blocca tutto, ma già tutto era stato in realtà bloccato perché tanto nessuno per il South Stream aveva mai dato la disponibilità a mettere un euro che è uno di investimento nel progetto.

La Commissione, piuttosto che ammettere la propria impotenza a far partire il progetto – che pure essa stessa aveva sponsorizzato – e soprattutto a dar conto, per nome e finalmente cognome, del perché e del come della propria totale impotenza a decidere insieme per tutti del fatto che non riuscirà mai a cancellare la dipendenza di tutta l’Europa (il 30-35% in media, per qualcuno anche il 100%) dal combustibile russo.

Adesso, e anche ma non solo a causa della Crimea, è scattata la pressione sulla Bulgaria, Stato della UE e della NATO che è l’ultimo e critico paese di transito del South Stream e che, su pressione di Bruxelles, da mesi, dopo aver un anno fa deciso di concludere, ritarda la sua firma da mesi e mesi (Stratfor – Global Intelligence, 16.11.2012, Bulgaria and Russia Proceed With the South Stream Pipeline Bulgaria e Russia procedono con il gasdotto South Stream http://www.stratfor.com/analysis/bulgaria-and-russia-proceed-south-stream-pipeline).

• Insieme a questi contradditori segnali continuano a giungerne altri come, ad esempio, quando si apprende che (New York Times, 6.3.2014, S. Erlanger, Hoping to Shore Up Ukraine Government, European Union Offers Billions in Aid― Sperando di puntellare il governo ucraino [quello che si è autosostituito nelle piazze a quello, magari anche un po’ schifoso ma eletto, di Yanukovich], l’Unione europea offre miliardi di aiuti http://www.nyt imes.com/2014/03/06/world/europe/ukraine.html). Offre... ma, come sempre e come al solito, non tira fuori un euro adesso, subito, quando serve: forse si parla di 11 miliardi di €... entro due anni... e sempre alle condizioni dell’austerità da accettare e da rafforzare, s’intende...

La Russia (solo la Russia, eh?) si mette a invadere il mondo...   (vignetta)

“Nel 21° secolo non ci si può comportare come nel 19° mettendosi a invadere altri paesi con pretesti totalmente inventati” (citaz. del segr. Di Stato John Kerry al ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov) “Non me lo dire... eri a favore prima di essere contro, no?” [bè... qui i moti anche armati di piazza per cambiare presidente e Costituzione ci sono ben stati! Mentre le armi di distruzione di massa in Iraq, prima dell’invasione americana, non c’erano proprio]

Fonte: D. Kurtzman, Cagle Cartoons

●Poi, siccome per ogni tragedia c’è sempre, sub rosa come si dice― in confidenza o in segretezza, oltre alla carica di ipocrisia malcelata, anche il risvolto burlesco, e spesso anche più ridicolo, anzi proprio comico, da noi Forza Italia si mette a proporre che a mediare tra Ucraina e Russia l’ONU, l’Europa, chicchessia, mandi... Berlusconi Silvio (se lo facesse – e tra parentesi a questo, ragionevolmente, lui potrebbe certo puntare – dovrebbero, intanto, restituirgli almeno un qualche tipo di passaporto di servizio... la faccia della condanna in judicato che i tribunali italiani gli hanno ormai ritirato...). Lo propone, sul serio pare, nientepopodimeno che Renato Brunetta (ripreso e grottescamente citato da Libero, 3.3.2014, Renzi mandi Berlusconi a trattare con Putin – Nel 2008 il Cav intervenne sul presidente russo per evitare l'escalation militare in Georgia ▬ http://www.liberoquotidiano.it/news/11560664/ Brunetta--Renzi-mandi-Berlusconi-a.html#.Ux S9_OcQwiM.twitter).

• Sicuro, si tratta di un’ipotesi che fa ridere i polli, ma si regge sulla menzogna – o, al meglio, la leggenda riportata dai sicofanti – che l’allora PM italiano da Putin andò ma è anche vero che l’escalation militare in Georgia venne in effetti bloccata... ma solo per il fatto che, arrivato a destino, Putin aveva già completato, con totale successo, di respingere l’attacco georgiano in Abkazia e ai russi abkazi. Il che, certo, non toglie che praticamente tra tutti i leaders europei lui, Berlusconi, era tanto anomalo che si consentì di dire come fosse allora Putin ad avere ragione...

●Dopo i primissimi giorni di crisi più acuta, tra ovest e est – o, meglio tra Russia e America con lo strascico inutile delle smanie vetero anti-sovietiche del tipo Batracomiomachie (la battaglia tra sorci e rospi – su chi riesce a gonfiarsi di più – messa in versi grotteschi addirittura da Omero, 2.800 anni fa) che ogni tanto vengono a qualche testa calda europea – le più ipocrite poi, come gli inglesi, Obama è andato in Tv a dire che Putin ha violato tutte le regole, come lui le ha definite, e il russo gli è andato a dire sempre in conferenza stampa Tv che lui non invaderà l’Ucraina, “perché proprio non gli interessa”, che gli ucraini decideranno da soli del loro futuro – ma tutti, compresi chi tra loro abita la Crimea, che il legittimo presidente è sempre Yanukovich, deposto da un golpe ma che ormai è sicuramente “un uomo del passato”.

• La Russia, dopo aver spostato sul campo fanti e pedine a proprio favore, approfittando della forzatura sicuramente scriteriata e imprevidente nei tempi e nei modi (il “colpo di stato”, come lo chiama correttamente, a rigore, Putin, denunciando la rimozione incostituzionale di un presidente regolarmente eletto da parte dei suoi nemici) sembra tornare a schierare alfieri, cavalli e torri più tradizionali.

• Dopo avere personalmente “osservato” parte delle esercitazioni militari che aveva messo in moto, rigorosamente entro i confini russi, nella parte centrale e occidentale del paese, Putin ha ordinato intanto il 3 febbraio alle forze militari impegnate, dice, “in esercitazioni di routine in niente legate alla situazione ucraina” di rientrare alle loro basi permanenti (The Moscow Times, 5.3.2014, Finite le esercitazioni, Putin Orders Russian Troops Back to Bases After Exercises Putin ordina alle truppe russe di tornare alle basi http://www.themoscowtimes.com/article/495557.html).

●Putin ha anche annunciato, il 4 marzo, che Gazprom, il maggior fornitore di gas naturale della regione, cancellerà gli sconti finora praticati all’Ucraina sul prezzo del combustibile cedutole a partire dal 1° aprile― anche se non subito: ancora un mesetto, come incentivo alle “autorità ribelli all’ordine costituzionale della Repubblica ucraina” a ripensarci, forse: allo stato attuale gli arretrati dovuti a Gazprom dal governo ucraino ammontano a circa $ 2 miliardi, mentre il nuovo  governo di Kiev sta precipitando rovinosamente in una crisi dopo l’altra, non ultima quella finanziaria (Stratfor – Global Intelligence, 28.2.2014, Ukraine's New Government Faces Myriad Crises― Il nuovo governo ucraino di fronte alla miriade delle sue crisi http://www.stratfor.com/analysis/ukraines-new-government-faces-myriad-crises).

• D’altra parte, la Russia dispone – e l’Ucraina lo sa benissimo, come lo sanno tutti – di mezzi particolarmente incisivi per alleviare o, alla bisogna, per esacerbare la crisi finanziaria e economica di Kiev: e, dopo l’accordo mediato e firmato il 21 febbraio dall’Unione europea e subito tradito dalle opposizioni ucraine rovesciando il “legittimo” presidente col quale pure quell’accordo da loro era stato firmato – accordo subito “dimenticato” dall’Unione europea – mentre da parte occidentale al solito ci sono sul tavolo solo promesse.

●Adesso anche quelle degli americani, che parlano sì di $ 2 miliardi di assistenza... ma aggiungono che, però, arriveranno solo in parallelo a quella che deciderà – quando lo deciderà e alle condizioni che esso imporrà – il pacchetto di aiuti coordinati dal Fondo Monetario Internazionale. Che, intanto, viene detto forse sarà in grado di versare la prima parte del prestito verso la fine di aprile... secondo quello che ha detto alla stampa il nuovo ministro delle Finanze di Kiev, Alexander Shlapak, il 10 febbraio.

• Cioè, come ha soggiunto egli stesso, più che probabilmente fuori tempo massimo... Adesso bisognerà assolutamente ridurre il debito pubblico e, inevitabilmente, anche questo lo confessa quasi esplicitamente, con la mallevadoria del FMI a scapito di chi si sa bene... (Voice of Russia/Mosca, Ukraine plans to receive IMF’s first tranche in April L’Ucraina conta di ricevere la prima tranche del prestito del FMI entro aprile http://voiceofrussia.com/news/2014_03_10/Ukraine-plans-to-receive-IMF-s-first-tranche-in-April-8122). Il fatto è che, se le proteste violente che a Kiev hanno rovesciato il potere costituzionale, si saranno pure adesso – almeno temporaneamente – calmate, la situazione nel paese politicamente si è andata aggravando.

• Oggi montano, anzi incombono, aspettative e minacce di scissione del paese stesso che ne stanno vieppiù turbando ogni stabilità. E, mentre il nuovo e ancora indeterminato governo, a oltre venti giorni dalla sua presa del potere, non ha neanche “coperto” tutti i ministeri normalmente considerati essenziali, la questione che montava già prima ma che dopo il ritiro scontato dell’apertura di credito dei russi a Kiev si va facendo, dal rovesciamento del potere come e più rovente e assillante di prima è quello della bancarotta finanziaria (Stratfor – Global Intelligence, 27.2.2014, Ukraine Approaches Bankruptcy― L’Ucraina si va avvicinando alla bancarotta http://www.stratfor.com/analysis/ukraine-approaches-bankruptcy).

• Insomma, specifica il segretario americano al Tesoro, Jack Lew, l’impegno possibile degli Stati Uniti dipende dal completamento da parte ucraina delle necessarie riforme, “strutturali” ovviamente: quelle che colpiscono i più poveri, sempre (Dichiarazione del segretario Lew sull’assistenza all’Ucraina, 4.3.2014 ▬ http://www.treasury.gov/press-center/press-releases/Pages/ l2304. aspx).

• Secondo alcuni, emerge – meglio: emergerebbe – la possibilità che l’accresciuta produzione di gas in America dalla tecnologia di estrazione per frantumazione delle rocce scistose, che secondo i nuovi apostoli già verdi del’amministrazione Obama si vanno coprendo sempre più di bitume, proponendo ormai di puntare a fare dell’America una specie di America Saudita per il resto di questo secolo― e chi se ne frega del riscaldamento globale, no? possa forse fornire finalmente un’alternativa al gas russo per paesi come l’Ucraina... Possibilità solo teorica, però, per diverse considerazioni:

   • perché chi produce così il gas non lo fa a mo’ della San Vincenzo de’ Paoli ma per far profitti e è già noto che i prezzi americani, anche ma non solo per le distanze da coprire più che decuplicate, con le navi e non coi gasdotti sarebbero molto, molto più cari del combustibile russo;

   • perché per rendere l’idea praticabile sarebbe necessaria, tra l’altro, la costruzione di molti impianti di immagazzinaggio di gas liquefatto (LNG) a destinazione: miliardi e miliardi di $ di investimento... che nessuno – nessuno – è disposto a tirare fuori e neanche a disinvestire per spostare gli impianti dalle destinazioni più di immediato profitto: per esempio, il mercato asiatico del gas naturale liquefatto è sicuramente assai più lucrativo per l’export di gas di origine americana di quanto possa mai esserlo in Europa dell’est visto che qui i prezzi continueranno a essere molto esposti alla concorrenza al ribasso, magari ancora comuni per motivi politici, dei prezzi praticati da Gazprom;

   • poi perché, infine, la maggior parte delle capacità estrattive del gas americano per l’export sono già state vendute, ad acquirenti asiatici appunto, con contratti stilati e anche spesso pagati di lungo periodo.

• E, a pappagallo, ovviamente alle stesse condizioni, segue il Regno Unito: per un “aiuto” che sarebbe è vero, di 800 volte di meno, non in aiuti economici poi ma per studiare al meglio come aiutare a fare... le riforme. Non è una comunicazione formale ma solo un post sul Twitter personale del segretario agli Esteri, William Hague. Intanto all’Ucraina, che ne ha ovviamente disperato bisogno, da Londra arriverà subito – si impegna – una squadra di esperti: “per discuterne(William Hague @WilliamJHague, 3.3.2014)...

• Forse a Kiev qualcuno tra questi che al potere sono arrivati nel modo curioso in cui ci sono arrivati – senza elezioni e rovesciando con le sommosse di strada il governo – adesso comincia anche a fare un po’ di conti con la realtà che comunque gli tocca ormai amministrare: almeno per qualche tempo, finché lo sostiene chi gli ha promesso di farlo... Il presidente ad interim – quel tal Oleksandr Turchinov, che ha rimpiazzato extra costituzionalmente con la sua faccia imbolsita e glabra, quella altrettanto imbolsita e spossata di Yanukovich – ha detto, adesso, che Kiev non schiererà comunque sue truppe se (meglio, quando) la Crimea tentasse la secessione.

• Farlo, tra l’altro, sguarnirebbe militarmente i confini orientali dell’Ucraina, le regioni esse stesse largamente russofone che avevano già dato la maggioranza nel 2010 a Yanukovich: anche perché sa benissimo che, dalla parte russa della frontiera comune, ci sono forze imponenti di carri armati russi (i24news, 11.3.2014, Ukraine won't intervene in Crimea, president says L’Ucraina, dice il presidente, non interverrà in Crimea http://www.i24news.tv/en/ newsinternational/europe/140312-ukraine-won-t-intervene-in-crimea-president-says).

• Il governo ucraino appena installato al potere dice che dovrà ricostruire il suo esercito. In parlamento il ministro della Difesa ad interim ha detto, del resto, che dei 41.000 militari di fanteria mobilitati la settimana prima ne furono potuti schierare di fatto solo 6.000 mentre i russi erano stati in grado subito di schierare 200.000 truppe dall’altro lato del confine. E il primo ministro ha aggiunto che il rapporto di forza sarebbe in un rapporto di 1 da parte ucraina e a 100 per loro. Al momento, poi, in Crimea oltre alle milizie di autodifesa russofone ci sarebbero sui 30.000 militari russi. La disparità tra forze schierate o schierabili in campo sarebbe in effetti quasi comico (Stratfor – Global Intelligence, 2.3.2014, Ukraine Finds Its Military Options Limited L’Ucraina scopre (sic!!) di avere solo limitate opzioni di ordine militare http://www.stratfor.com/analysis/ukraine-finds-its-military-options-limited).

●Intanto la Crimea sembra aver definito meglio la sequenza più plausibile e considerata accettata nel diritto internazionale consueto e convenzionale per il suo futuro immediato. Le autorità russofone che guidano il paese con il sostegno di gran parte – risulta a tutti – della popolazione hanno cominciato a parlare del... Texas. E’ il precedente che hanno studiato le autorità della Crimea adesso, adottando l’11 marzo una Dichiarazione di Indipendenza del parlamento locale dall’Ucraina del tutto analoga, dicono, a quella che il 2.3.1836 proclamò la secessione e l’indipendenza del Texas dal Messico.

Poi, dopo la dichiarazione dell’assemblea degli eletti di Crimea, è arrivato – anche – il referendum del 16... Come fece il Texas prima di votare la propria annessione agli Stati Uniti, c’è la dichiarazione di indipendenza e poi, qui dopo un referendum popolare di conferma, ci sarà la richiesta di unirsi alla Federazione russa. Insomma, un caso classico di chi troppo vuole, nulla stringe alla fine...

●In proposito, alla fine, la valutazione più lucida e completa l’abbiamo trovata in una lettera di un lettore del NYT (lettera molto americana di un americano un po’ strano, tal Stephen J. Johnston, di Jacksonville, Florida, pubblicata tra i 500 commenti all’articolo apparso sui due interventi di Obama e di Putin: New York Times, 3.3.2014, S. Lee Myers, E. Barry e A. Cowell Assailing U.S. and Kiev, Putin Keeps Open Option of Force Denunciando gli USA e Kiev, Putin tiene aperta l’opzione della forza http://www.nytimes.com/2014/03/05/world/europe/ ukraine.html?_r=0) che, con grande capacità di sintesi e grande chiarezza, riflette:

    “Una cosa è sicura. Putin ha imparato benissimo dal copione americano. Sta facendo quel che noi abbiamo fatto per decine di anni con l’irritazione aggravante che, rispetto a quanto siamo usi far noi – cioè, senza dirlo ma il senso è chiaro, impicciarsi negli affari degli altri – si è scelto assai meglio il campo di battaglia e s’è dimostrato molto molto più efficiente di quanto sia mai riuscito ad essere il trombonaggio imperial-americano. E Putin ha chiaramente vinto.

    Del resto, l’ultimissima cosa di cui oggi ha bisogno un’Europa che guarda dritto dentro l’abisso della deflazione è che gli USA, perché la Russia va facendo quel che noi abbiamo continuato a fare di routine in giro per il mondo, si mettano a imporre sanzioni distruttive su quel partner commerciale cruciale che per l’Europa stessa oggi è la Russia.

    E se, come ha detto Obama, ‘la Russia è dalla parte sbagliata della storia’, cosa mai ha davvero potuto voler dire se non che l’Era degli Imperi ormai è tramontata per tutti, noi de loro, senza nessuna distinzione per quanto eccezionali possiamo rivendicare poi di essere. Tempo di guardarci in giro e di imparare, America[5].

• Certo, più in prospettiva, qui siamo a un vero punto di svolta: è, infatti, in questione la credibilità e la  stabilità dell’assetto col quale l’America aveva dato per scontato un nuovo equilibrio geo-politico che avrebbe visto non tanto indietreggiare i confini quanto aver definitivamente accerchiato, contenendole per sempre, proprio le ambizioni dei russi. Forse, però, prematuramente...

●E, alle mai ben precisate minacce di sanzioni che NATO e anche Unione europea – anche se, specie quest’ultima – tra eclatanti contraddizioni, come sopra qui si è segnalato – la Camera alta, il Consiglio della federazione russa, risponde tal quale, con una minaccia di contro-sanzioni: stanno preparando una bozza di legge per la confisca di proprietà e di conti di imprese europee e americane ove passassero, in America, le sanzioni contro la Russia.

Copiando il modus operandi americano in materia, anche qui l’esecutività delle misure è delegata al presidente (Agenzia RT/Russia Today Tv, Mosca, 5.3.2014, Russia prepares bill on foreign asset freeze in reply to sanctions – senator― La Russia prepara contro le sanzioni una proposta di congelamento degli assets stranieri http://rt.com/politics/russia-asset-freeze-sanctions-897).

● E i tartari di Crimea?   (vignetta)

L’UKRAINA per gli ucraini!  La Crimea per i crimeani!    Scusate...

                                                                                                                    La Crtmea per il popolo tartaro: quello nativo[6]...

                                                                                                                                             

 Ma la Crimea non paga!

 

Fonte: Khalil Bendib, 13.3.2014

 

• Il dibattito russo ha poi, in realtà, evidenziato come sanzioni americane unilaterali contro la Russia sarebbero inefficaci, visto che la Russia conta solo per l’1% del volume degli scambi americani e l’America sì e no per il 4% del volume di quelli della Russia. Il caso dell’Europa, Unione e anche – e come! – solo eurozona, è del tutto diverso (greggio, gas, materie prime, cereali  verso la Russia; macchinari, auto, medicine, mobili, ecc., esportati in Russia: e qui i paesi dell’Unione sono ben altrimenti legati e condizionati agli scambi con Mosca: nel 2012 quelli complessivi sono stati pari a € 267 miliardi, sui 370 miliardi di $). E non solo nel breve termine.

• In definitiva, America e Russia non sono solo antagonisti, sono anche tra loro molto lontani, fisicamente, eccetto per lo stretto di Bering, e del tutto o quasi autonome l’una dall’altra. Europa e Russia no: sono complementari e sono poi vicinissime, proprio confinanti anzi. E l’America, se deciderà di applicare alla Russia sanzioni serie – comunque molto difficile: avrebbe resistenze all’interno fortissime – si ritroverebbe a farlo da sola. Rendendole in partenza, dunque, del tutto inefficaci.

●Poi, la mattina del 5 febbraio, viene fuori qualcosa, qui da noi in occidente assolutamente inattesa da pubbliche opinioni turlupinate e farloccate ma non dai cosiddetti “servizi” di tutti che sempre tutto avevano sempre saputo: certo, a riferirlo – e, inizialmente solo di seconda mano – è una fonte russa; ma cita una fonte primaria che non smentisce e è di stampo totalmente filo-occidentale: niente di meno che il ministro estone degli Esteri, Urmas Paet, avversario storico, et pour cause, dei russi e di ogni potenziale disegno russo.

● Perché i russi delle sanzioni se ne fregano,specie di quelle americane   (grafico)

   Esportazioni dalla Russia nel mondo                       (in %, per paesi o blocchi di paesi)               Importazioni in Russia dal mondo

Fonte: Stratfor 2014 [http://www.stratfor.com/analysis/us-options-are-limited-sanctions-russia]

Che, colto in un’intercettazione telefonica con Lady Catherine Ashton, responsabile Esteri della Unione europea, le dice di aver saputo da protagonisti diretti dei fatti che erano stati i capi della cosiddetta Euromaidan, come la chiamavano, degli insorti di piazza Indipendenza – non  Yanukovich e i suoi – ad “affittare” i cecchini che a Kiev s’erano messi a sparare sulla piazza, indiscriminatamente a poliziotti e dimostranti. Paet ha riferito alla Ashton di averne parlato coi medici che, sulla piazza, hanno curato i feriti tra i ribelli e le forze dell’ordine.

Né da Paet né da Ashton arrivano smentite, né subito né dopo giorni interi, anche se – è vero – la notizia viene smorzata, sottaciuta, parentetizzata: ma mai propriamente smentita specie dai due protagonisti. In effetti una qualche precisazione da Paet arriva: conferma quanto detto nella intercettazione spifferata ma non è in grado, ovviamente, di giurare sulla veridicità di quanto sulla stessa piazza dell’Indipendenza diversa gente, diversi protagonisti, gli hanno riferito.

Emerge anche il nome del medico capo ucraino che ha riferito faccia a faccia a Paets queste informazioni, la dr.ssa Olga Bogomolets, che dai primi giorni ha curato i feriti sulla piazza indipendenza e che il nuovo governo ucraino ha poi nominato come vice ministro per gli affari umanitari – ma lei ha declinato e ora si capisce bene perché. Conclude Urmas Paets che a lui sono sembrate denunce credibili e che puntano il dito direttamente a gente della nuova coalizione. Con la Ashton ha, in ogni caso, insistito che la questione comporta da parte europea un’inchiesta approfondita e in tempi rapidi.

    (La fonte russa è la televisione RT di Mosca., la data della notizia è il 5.3.2014: Kiev snipers hired by Maidan leaders - leaked EU's Ashton phone tape I cecchini di Kiev ingaggiati dai api di Maidan – intercettazioni sul telefono della Ashton http://rt.com/news/ashton-maidan-snipers-estonia-946;

e RT/Russia Today, 5 e 7.2.2014, Estonian Foreign Ministry confirms authenticity of leaked call on Kiev snipers Il ministero degli Esteri dell’Estonia conferma l’autenticità della telefonata trapelata sui cecchini di Kiev http://rt.com/news/ estonia-confirm-leaked-tape-970;

e, infine, titola la Kiyv Post, 5.3.2014, Brian Bonner e Katya Gorchinskaya, Estonian foreign minister, in leaked phone call, raises suspicions about Ukraine's new government and sniper killings― Il ministro degli Esteri estone, in una chiamata telefonica filtrata all’esterno, solleva sospetti sul nuovo governo ucraino e sulle uccisioni eseguite dai cecchini http://www.kyivpost.com/content/ukraine/estonian-foreign-minister-in-leaked-phone-call-raises-suspicions-about-uk raines-new-government-and-sniper-killings-338507.html [Attenzione: la Kiyv Post è un giornale della capitale ucraina, schierato nettamene a favore del governo e contrario a Yanukovich; ma crede, intanto, che la notizia filtrata sia vera e, poi, anche che sia pure credibile. E se ne preoccupa...]). 

Questa sarà una questione che qui ci impegnamo a seguire, anche perché dopo le prime notizie emerse è, subito, quasi sparita. E puzza, puzza moltissimo.

●Poi al vertice europeo del Consiglio dei capi di governo, a Bruxelles il 6 marzo e, contemporaneamente, alla Casa Bianca a Washington affermano tutti – all’unanimità da una parte e, dall’altra, lui da solo: ma là dove lui è pure il solo che conta – che, convocando il parlamento di Crimea il referendum per il 16 marzo sul restare in Ucraina o proclamarsi indipendente o magari chiedere l’annessione alla Russia “viola la Costituzione ucraina”, come dice Obama[7], o semplicemente che “è una decisione illegittima” come a Bruxelles dice l’autonominato premier ucraino Arseniy Yatsenyuk, forse lui stesso un pochino più conscio di aver violato per primo proprio quella stessa Costituzione cacciando il presidente comunque regolarmente eletto e tradendo l’accordo che con lui, il 21 febbraio, il giorno prima del golpe aveva egli stesso firmato (New York Times, 6.3.2014, D. S. Herszenhorn e A. Cowell, Obama Says Referendum in Crimea Would Violate Constitution Obama dice che il referendum in Crimea ne violerebbe la Costituzione [sic!] http://www.nytimes.com/2014/03/07/world/ europe/ukraine. html?hpw&rref=world&_r=0).

E, il 14 marzo, ormai alla vigilia del referendum in Crimea, a Londra, nella sede dell’ambasciata degli USA, si incontrano – per sei ore di faccia a faccia – Kerry e Lavrov. Non ne sorte niente che riavvicini i punti di vista opposti, evidentemente, se non forse un chiarimento quasi incidentale. Da poche ore aveva nuovamente dichiarato Obama, col linguaggio suo proprio della carota e del bastone, che se la Russia non si comporta bene “subirà conseguenze e costi pesanti”... Ora, dai colloqui di Londra sembra – di più non si può dire – che “comportarsi male” vorrebbe dire per la Russia alla fine, mandare proprie truppe fisicamente in Crimea a sostegno diretto della secessione. Cosa che Putin, pur facendo manovre, esercitazioni e tutte le pressioni che può per affermare nella realtà il principio che se il Kosovo sì, allora, la Crimea pure... dice di non voler fare.

●Il 16, il referendum in Crimea dà il risultato da tutti scontato: reportages e dirette che arrivano dalla regione, senza eccezione alcuna, comprese quelle autorevoli ma di fonte ideologicamente perché geo-politicamente più ostile – americani e inglesi, l’AP e la BBC – hanno riferito di un altissima percentuale di frequenza alle urne (l’83%) e di qualcosa come più del 97% di alla domanda sulla volontà di ri-unificarsi incorporarsi dopo ormai sessant’anni alla Russia staccandosi dall’Ucraina cui l’aveva regalata, incorporandovela d’autorità nel ’54 il volere di Nikita Krusciov (che, certo, quasi quarant’anni prima non avrebbe mai potuto prevedere come la dissoluzione futura dell’URSS avrebbe finito col separare del tutto anche la Crimea dalla Russia).

Come atto di autodeterminazione del popolo della Crimea, il referendum è apparso il più genuino e libero sicuramente di quanti se ne sono visti da decenni a questa parte in giro per il mondo e nessun osservatore onesto ha provato neanche a negarlo. Ma qui sta il problema, nell’idea stessa di autodeterminazione come venne elaborata proposta e alla fine della prima guerra mondiale fatta passare nel diritto internazionale, col Trattato di Versailles, dal presidente americano Woodrow Wilson che se la intestò: il fatto è che nessuno saprà mai e potrà mai definire con precisione dove, come e quando tracciare la riga al di qua e al di là della quale ai popoli viene concesso oppure no – sì alla Bosnia, alla Macedonia, al Montenegro, alla Slovenia, alla Croazia e al Kosovo ieri... con la guerra civile ma poi, per la saggezza di chi vi era coinvolto in modo pacifico, anche alla Slovacchia― e alla Crimea dall’Ucraina invece no...

Dice che è un referendum illegale e illegittimo perché avrebbero dovuto chiedere, insieme alla Crimea anche all’Ucraina se accettava di farli andar via... Già, come se insieme a chi secedeva, e scatenando la guerra civile, poi, dalla Jugoslavia, non avrebbero allora dovuto chiedere se era d’accordo anche chi voleva farli invece restare, chiederlo cioè a tutti gli jugoslavi, non solo chi se ne voleva andare. Eccola, sesquipedale, la montagna di ipocrisia, la contraddizion che nol consente e  che, alla fine, è crollata seppellendo tutti i sepolcri imbiancati che governano da noi in occidente...

●A questo punto, e di fronte al titolo quanto mai squilibrato (New York Times, 17.3.2014, S. L. Myers, P. Baker e A. Higgins, Defying West, Putin Declares Independent Crimean State Sfidando l’occidente [evidentemente è peccato mortale, no?], Putin dichiara l’indipendenza della Crimea http://www.nytimes.com/2014/03/18/world/europe/us-imposes-new-sanctions-on-russian-officials.html) – non di un’opinione, non di un editoriale per quanto in mala fede o partigiano: è il titolo di un articolo di cronaca! firmato da ben tre reporters di prima fila – scatta quella che ci è sembrata la sacrosanta indignazione di un lettore crimeano (o crimeo?), il giovane Yevgeniy che prende la penna (o la tastiera, piuttosto, del suo PC) e, in un inglese magari un po’ traballante, scrive alcune semplici semplici osservazioni puntute:

Vorrei rispondere a tutti, pacatamente. Come già vi ha detto qualcuno, ‘questi non sono affari vostri’. Siamo noi a vivere in Crimea e noi abbiano fatto la nostra scelta. Più del 95% della nostra gente vuole veder restituita la Crimea alla Russia. Il governo di Kiev e molti altri paesi in Europa possono sostenere che il referendum non sarebbe ‘legale’. Ma nessuno ha il diritto di ignorare l’opinione di 1.250.000 cittadini della Crimea! E all’America e all’Europa vorremmo chiedere  solo di ‘non ingerirsi nella nostra decisione di riunirci di nuovo con la nostra madre terra’. La Crimea è stata ucraina solo per 23 (sic!) anni ma è stata russa per più di 300. E Sebastopoli è sempre stata ‘la città dei marinai russi.

    All’America e all’Europa può anche non stare simpatico il signor Putin. Ma il popolo della Crimea non sta andando a Putin sta andando alla Russia. Ogni paese risolva, dunque, i suoi problemi. Ogni governo pensi poi ai suoi cittadini. Ma Crimea e Ucraina ‘non sono fatti vostri’!Scusate il mio inglese e grazie.

Ma arrivano, inevitabili per l’andazzo ormai preso da tutta la vicenda, le sanzioni: l’unica arma che sembra restare all’America – e ovviamente all’Europa – nell’illusione di essere ancora ascoltata nel mondo da chi osa “sfidarla”, Ma con effetti, al dunque, quasi eterei, e comunque blandi. Arrivano, infatti, queste a dir poco stravaganti e irrilevanti sanzioni europee che i ministri degli Esteri proporranno ai 28 capi di Stato e di governo al prossimo vertice, entro tre-quattro giorni dopo il referendum: sanzioni che alla fine neanche poi sono propriamente contro la Russia o la Crimea ma contro alcuni, pochi, cittadini russi e della Crimea e consistono nel diniego di visti di ingresso automatici nei paesi UE a 21 esponenti russi ed ucraini (cioè, crimeani) che maggiormente si sono spesi per la secessione della Crimea e, negli Stati Uniti, a 11 tra quei 21.

Obama subito ne “colpisce” – o meglio “annuncia” di averne colpiti – dieci di meno. Ma lui certo fa prima, naturalmente decidendo da solo, lui, queste tremende misure punitive affibbiate a Russia e Crimea e andando ad annunciarle in televisione ammonendo – ditino debitamente sollevato – che, così, “la comunità internazionale – boom! quella che gli dà retta: che è tanta ma che, a livello globale, non è per niente fatta dai più: per dire c’è, ovviamente, l’Italia ma per dire non c’è l’Indonesia: 60 milioni da noi e, da loro, 250 – sta rendendo chiaro che ci sono conseguenze per queste azioni” (ancora boom! ma quali conseguenze? forse che la Crimea, così, torna indietro all’Ucraina: perché il visto permanente di ingresso negli USA o a Roma è stato negato al ministro degli Esteri di quella nuova/vecchia regione autonoma (l’84a) della Russia meridionale? i buffoni o, peggio, i millantatori...

L’Ucraina per prima – e bisognerà pure decidersi a riconoscere come fatto... il fatto – sbaraccando il 21-22 febbraio con una sollevazione popolare di parte e, di fatto, con un colpo di Stato per di più mascherato dalla pantomima di un accordo tra presidente legalmente in carica dell’Ucraina e opposizione garantita dalla controfirma, oltre che dalla mediazione attiva, di tre ministri degli Esteri NATO – tedesco, francese e polacco – aveva per prima violato il cosiddetto memorandum russo-ucraino-NATO di Budapest del 1994 che ne riconosceva a precise condizioni l’integrità, ha aperto le cataratte e la Russia ne ha subito approfittato.

Putin, il 17 marzo in una solenne cerimonia alla Duma annuncia ora ufficialmente che, a partire dal 17 marzo, la Russia sulla base del referendum e del suo esito riconosce lo Stato di Crimea come indipendente e sovrano e, di fatto, ne preannuncia – se la chiederà – la possibile, e anzi auspicabile, ri-annessione alla madre Russia proponendole una bozza di trattato (che solo due giorni dopo, comunica il presidente del parlamento, Sergei Narishkin, viene presentato al voto) parla – esattamente come in questi giorni, dalla sua posizione e con la sua storia personale al di sopra di ogni sospetto, ha anticipato Gorbaciov – che “così Simferopol e Mosca hanno finalmente provveduto a correggere l’errore tragico del ‘54”.

Quando – come dicono ora in tanti – un Krusciov che in quel momento pare fosse pure ubriaco la regalò, per sovrana e dittatoriale singola sua volontà, alla sua Ucraina nativa (tra parentesi: anche Breznev, il suo successore alla testa del multinazionale e plurietnico impero sovietico, era nato lì, in Ucraina― a Kamenskoe, Dniprodzeržyns’k oggi,  nell'Oblast omonimo del sud est – (Agenzia RT, 17.3.2014, Putin signs order to recognize Crimea as a sovereign, independent State Putin firma l’Atto che riconosce la Crimea come Stato sovrano e indipendente http://rt.com/news/russia-recognize-crimea-independence-410).

Nulla di tutto ciò, come del resto nessuna tra le sanzioni annunciate, sembra in grado di influire comunque sulle intenzioni e i piani di Putin. Questo è un paese da sempre assuefatto a fare da solo, quando deve farlo, del resto, anche a costo di sacrifici ben più reali della proibizione di aprire conti alla Chase Manhattan Bank dove,  nel 99,9999% dei casi, non avrebbe in ogni caso niente da depositare.

●L’unica effettiva “sanzione” o, meglio, minaccia di potenziale misura concreta di cui, forse, la Russia potrebbe avere ragione di preoccuparsi è nell’annuncio – un po’ fumoso, però, e anche equivoco – adombrato in un’idea adesso riemersa e fatta filtrare fuori delle mura del dibattito interno al ministero della Difesa polacco― ma non, o non ancora, del governo come tale: secondo cui potrebbero essere adesso rilanciati piani, vecchi di qualche anno già, per la formazione di una brigata multinazionale composta oltre che dai polacchi stessi anche da forze armate ucraine e lituane.

E’ una misura che a Mosca sicuramente monitoreranno con interesse, della quale qualcuno dice che verrà alla bisogna parata con la prospettiva della diminuzione del gas esportato, anche se pare scontato che l’Armata rossa tenderà a dichiararne pubblicamente l’irrilevanza. Ma una rilevanza potrebbe anche averla, invece, se diventasse da chiacchiera una proposta operativa lche comunque sembrerebbe impegnare non la NATO come tale ma due paesi aderenti alla NATO alla difesa dell’Ucraina.

Ma, sulla carta, dovrebbe/potrebbe scattare sempre che non fosse l’Ucraina – almeno a stare alla lettera degli statuti della NATO – a mettersi ad aggredire o, ancora una volta, a cambiare per prima lo status quo. Significativo è, però, che al dunque la notizia sia fatta filtrare non da organi di stampa polacchi e nemmeno ucraini. Ma emerga dal più bellicoso, ed irrilevante anche però, organo di stampa conservatore londinese. Che di fatto la presenta come il meglio che si potrebbe fare per “avvicinare” – dice proprio così – l’Ucraina alla NATO: visto che di farcela entrare non ne ha nessuno nessuna intenzione...

    (The Telegraph/Londra, 19.3.2014, Poland plans to reform military brigade with Ukraine and Lithuania La Polonia ha in progetto di riformare una brigata militare insieme a Ucraina e Lituania http://www.telegraph.co.uk/news/world news/europe/ukraine/10703016/Poland-plans-to-reform-military-brigade-with-Ukraine-and-Lithuania.html);

e, vedi anche già qualche anno fa forse l’unico paper “scientifico” che del tema abbia pubblicamente, anche se per specialisti, ampiamente trattato: il Policy Paper #19, 5.2011, redatto per la Konrad Adenauer Stiftung /KAS, la Fondazione del partito cristiano-democratico tedesco, da Valentyn Badrak, Vasyl’ Laptiychuk, Leonid Polyakov  e Sergiy Zgurets, 5.2011, Potentials for cooperation between Ukraine and the European Union in the sphere of security Potenziali di cooperazione tra l’Ucraina e l’Unione europea nella sfera dela sicurezza http://www.kas.de/wf/doc/ kas_34635-1522-1-30.pdf?130606101639).

In ogni caso sembra certo che stavolta, per uscire dal nuovo periodo di gelo che si è aperto tra Est e Ovest – forse non proprio una nuova guerra fredda ma... – non sarà facile,indolore e non sarà rapido. Ci vorrà sangue freddo. Da parte dei russi, anzitutto: che devono resistere alla tentazione di mettersi a strafare; da parte degli ucraini: che devono prendere coscienza di essersi condannati da sé, rovesciando e disconoscendo diritti e interessi dei russi; e da parte della NATO.

Dentro la quale qualcuno dovrà pur recuperare il buon senso di richiamare il testo, e soprattutto il senso, dell’art. 5 del Trattato fondativo, quello che metteva in piedi il braccio difensivo dell’Alleanza atlantica per difendere dalla potenziale aggressione sovietica di Stalin un paese membro dell’Alleanza stessa: e nient’altro come era benissimo precisato per tipo e area dell’eventuale minaccia, che mai s’è poi concretizzata, nel testo in questione[9]...

Ha osservato in questi giorni Stephen J. Hadley, che sotto Bush svolse, in modo tutto sommato meno scioccamene sdraiato di tanti altri suoi seguaci, il ruolo di Consigliere nazionale alla sicurezza, che sarà dura perché da tutti gli scontri del passato recente si riuscì a uscire, in sostanza, con la ritirata o l’alt accettato da Mosca, anche in Georgia – alla fine – fermando la propria avanzata. Ma stavolta?

Oggi, dopo la forzatura degli USA di Obama e della NATO sulla Libia di tre anni fa, Vladimir Putin ha in effetti comunicato coi fatti a Washington e al mondo che la Russia, questa Russia, non accetta più l’ordine internazionale che gli USA avevano imposto al mondo unilateralmente, e anche assai poco linearmente, dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Un ordine internazionale da lui mai supinamente accettato, e che anzi ha sempre lamentato, anche se spesso l’ha dovuto subire. Ma adesso, dice Hadley, Putin “intende riscrivere la storia come è emersa – o è stata fata emergere – alla fine della guerra fredda(New York Times, 18.10.2014, P. Baker, If not a cold war, a return to a chilly rivalry Se non alla guerra fredda, un ritorno a una fredda rivalità http://www.nytimes.com/2014/03/19/world/ europe/if-not-a-new-cold-war-a-distinct-chill-in-the-air. tml?_ =0).

In definitiva, Hadley che sul fondo è d’accordo con Obama e condanna Putin, riconosce però che da parte americana c’è stata al solito sicumera eccesiva e eccessiva ingordigia. E, secondo la inesorabile legge delle conseguenze non previste, il risultato è questo...

●Poi, il 19 marzo, Oleksandr Turchynov, lo speaker promosso dagli insorti a presidente ad interim dell’Ucraina dopo aver dato alle sue truppe l’ordine di “resistere in armi” a ogni eventuale aggressione russa ha dato anche agli esponenti della Crimea secessionista un ultimatum di “poche ore” per rilasciare quelli che ha chiamato gli “ostaggi” e mettere fine alle “provocazioni” contro la Repubblica sovrana dell’Ucraina, sotto pena – ha minacciato – di “adeguate misure punitive di rodine tecnico e tecnologico (??)”.

Sembra più che altro, a dire il vero, un conato di frustrazione e, almeno nel caso più eclatante in questione, quello del fermo del contrammiraglio Sergiy Gayduk, nuovo capo della Marina ucraina che aveva appena sostituito il predecessore passato alle nuove Forze armate della Crimea, la liberazione da parte dei russi è stata immediata e non si saprà dunque mai come il confronto se ci fosse davvero stato sarebbe andato a finire. Gayduk, infatti, è stato accompagnato, disarmato, fuori dai cancelli della base di Sebastopoli: proprio  come le truppe ucraine che già senza armi l’avevano abbandonata in massa ore prima.

Intanto, però, altri esponenti della nuova gerarchia ucraina hanno cominciato a parlare di pianificazione in corso di un ritiro senza colpo ferire dalla Crimea di tutte le restanti truppe ucraine: sui 22.000 soldati (Agenzia A.F.-P., 19.3.2014, Dmitry Zachs, Kiev plans Crimea pullout Kiev sta progettando il ritiro dalla Crimea http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5ipikwwdS0zOkS5HVey-j_csxg?ocId =df06bcca-6533-4b09-90ad-7643ec9fe195&hl=en).

E, in effetti, il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, che era subito intervenuto a latere chiedendo alla Crimea l’immediato rilascio dell’ammiraglio ucraino fermato a Sebastopoli, e il ministro delle Difesa ad interim dell’Ucraina, Ihor Tenyukh, hanno stabilito tra loro un dialogo “professionale e diplomatico” impegnandosi a tenerlo aperto (Voice of Russia, 20.3.2014, Russian Minister of Defense discuss Crimea's situation with Ukrainian counterpart― Il ministro russo della Difesa discute della situazione di Crimea con la sua controparte ucraina http://voiceofrussia.com/news/2014_03_20/Russian-Minister-of-Defense-dis cuss-Crimeas-situation-with-Ukrainian-counterpart-2735).

●Intanto, con quella che somiglia molto a una patetica esibizione di muscoli fine a se stessa, il 19 marzo, per la durata di una sola giornata, la NATO mette in piedi – evidentemente così, tanto per far vedere ai frollocconi che fa comunque qualcosa – un’esercitazione di un giorno – un giorno! – nel Mar Nero, annunciata dieci giorni fa – del cacciatorpediniere lancia missili americano USS Truxtun con navi delle marine bulgara e romena (RT/Russia Today , 8.3.2014, US warship in Black Sea as Ukraine’s Crimea readies for referendum Navi da guerra americane nel Mar Nero mentre la Crimea ucraina si appresta al referendum [quello che poi il 16 si tiene regolarmente con l’esito noto, malgrado la presenza delle navi da guerra americane che non fanno, stavolta, paura proprio a nessuno!] http://rt.com/news/uss-truxtun-black-sea-586)  

●Più seriamente, e insieme, Putin firma, il 20 marzo, un decreto che prevede il riconoscimento dello stesso grado militare che avevano nelle Forze armate ucraine e, per i funzionari civili, dello stesso rango gerarchico che era il loro nella polizia o nei servizi di sicurezza di Kiev a quanti accettino o chiedano di schierarsi coi russi (Voice of Russia, 20.3.2014, Putin orders to recognize military ranks of Ukrainian officers transferring to serve in Russia Putin ordina l’equiparazione nelle Forze armate russe dei gradi degli ufficiali ucraini che accettano di passare coi russi http://voiceofrussia.com/news/2014_03_20/Putin-orders-to-recognize-military-ranks-of-Ukrainian-officers-transferring-to-serve-in-Russia-3949).

●Sempre su un piano di maggior serietà – forse – con una misura, una volta tanto, concreta – secondo noi sbagliata e del tutto inadeguata comunque; ma forse di qualche marginale incisività nell’immediato anche se poi, vedrete, presto sarà rimangiata, la Germania annuncia col ministro dela Difesa Sigmar Gabriel che, dopo l’annessione della Crimea, intende sospendere – non cancellare – l’accordo firmato nel 2011 per fabbricare un centro elettronico di simulazione di combattimento per le Forze armate russe. Sono sui 160 milioni di € che la Rheinmetall adesso, però, reclama le vengano subito versati dal ministero della Difesa tedesco che deve, in base al contratto, sostituirsi all’acquirente nel caso debba rinunciare per ordine del governo (Deutsche Welle, 20.3.2014,Germany suspends Rheinmetall military contract with Russia ▬  LaGermania sospende il contratto militare che con la Russia ha la Rheinmetall http://www.dw.de/germany-suspends-rheinmetall-military-contract-with-russia/a-17508373).

●Il 19, intanto,si apprende che l’Ucraina sta provvedendo a calcolare l’impatto economico che per essa ha comportato l’occupazione russa – la chiama così, naturalmente – della Crimea da parte della Russia: proprietà dello Stato e municipali, risorse naturali effettive e presunte per le quali lo Stato ucraino ricorrerà a non meglio specificati tribunali internazionali. Separatamente, poi, l’Ucraina sta anche preparando un piano per la rimozione dei cittadini ucraini che al momento vivono ancora in Crimea. In effetti, sembrano emergere presto, subito quasi, strani segnali di rinuncia dell’Ucraina a resistere...

Dice il ministero degli Affari sociali del paese che sono già iniziati fenomeni di migrazioni anche in massa e che sta mettendo in atto piani di evacuazione – anche se nessuno ne ha visto per ora nemmeno l’ombra – che dovrebbero dar aiuto ai migranti. In definitiva, già a tre-quattro giorni dal referendum, Kiev sembra ragionevolmente aver rinunciato ad opporsi al fatto compiuto...

Almeno sembra aver rinunciato a opporsi con la forza avendo fatto bene il calcolo della differenza di stazza dell’orso russo rispetto all’orsacchiotto ucraino e dell’isolamento concreto – non minacciato a vuoto, almeno per ora, come quello contro i russi – in cui s’è cacciata col suo golpe interno e con la forzatura tentata minacciando quello che non era in grado di fare e così, perciò, rendendo inevitabile e accelerando la reazione fulminea, invece, dei russi (ZeroHedge.com, 19.3.2014, T. Durden, Ukraine Folds? Prepares To Evacuate Citizens From CrimeaL’Ucraina si piega? si preparerebbe ad evacuare I suoi cittadini dalla Crimea http://www.zerohedge.com/news/2014-03-19/ukraine-folds-prepares-evacuate-citizens-crimea).

●Considerazione che sembrerebbe in qualche modo “finale”, anche se poi in realtà, restando tutto in rapidissima evoluzione, forse non proprio tale. Abbiamo accennato che il 18 marzo Putin ha subito firmato il Trattato di ratifica della riunificazione insieme al primo ministro della Crimea e allo speaker di quel parlamento – insistendo sulla “storia comune” di Russia e Crimea, su quello che chiama il “ripristino della giustizia storica” strappata nel 1954 dal “ghiribizzo dittatoriale di Krusciov” e sul “precedente del Kosovo” che adesso colpisce chi “incautamente” se lo era intestato.

Il presidente russo ha anche chiarito che sono due, e separate, le entità politiche che così ora si riuniscono alla Federazione russa: la Repubblica di Crimea e la città autonoma di Sebastopoli che verrà direttamente controllata da Mosca. D’ora in poi la base del Flotta rossa del Mar Nero non sarà più in affitto dall’Ucraina ma territorio russo che le viene ceduto dalla Crimea. E i fatti hanno ampiamente dimostrato – vale la pena di ripeterlo – come anche stavolta – così come quando respinsero in tre giorni la forzatura militare tentata nel 2008 dai grulli Saakash’vili e Bush in Georgia – i russi fossero perfettamente preparati a questa riunificazione.

La velocità di reazione e la fluidità d’esecuzione di tutte le operazioni integrate, politiche e militari – fulminee le prime, anche solo fatte paventare le altre – sono state tali da venire condotte a buon fine senza alcun possibile ricorso prima che il disarticolato fronte occidentale potesse anche solo finire di deliberare al suo interno anche solo sul che dire di fronte ai fatti compiuti. Tanto meno poi a decidere se e cosa fare… Una preparazione accuratissima, senza scuciture visibili, che ha potuto e saputo contare sull’inevitabile divisione degli altri e sulla sicumera sbagliata che i russi avrebbero continuato ad avere paura di muoversi davanti agli striduli gridii dell’aquila americana.

●Ma da questa nostra tetragona parte del mondo, dove mai siamo pronti a imparare dai nostri sbagli, Obama che aveva giurato di “farla pagare alla Russia”... diabolicamente, come si dice, insistiscono: però – chiarito quel che è scontato, che l’America non si sogna neanche di fare la guerra per ri-separare la Crimea dalla Russia e ridarla all’Ucraina e, ovviamente, l’Europa anche meno... e anche che, se l’Ucraina non l’ha ancora capito è che i suoi dirigenti sono del tutto tonti, o del tutto in mala fede – Obama non riesce a inventarsi altro, giovedì 20 marzo, che allargare le sanzioni.

Di fatto, e al dunque, il diniego di visti individuali automatici per entrare in America – contro una serie di russi che, ad esempio come il capo gabinetto di Putin, Sergei B. Ivanov, ex agente del KGB e vicinissimo a Putin che era già da vent’anni, da quando era il rezident, il capo-spia russo a Londra, nella lista del divieto di accesso...

Col solo unico risultato, come tale dichiarato “banalmente insulso”, a Mosca, ma anche inevitabile di beccarsi automatico il dente per dente: altrettanti americani – politici anche di primo piano, militari, spioni anche loro assai noti, ecc., ecc., privati dell’ingresso senza visto in Russia.

Insomma, un esercizio di inane stupidità: ma l’uno annunciato, come se i trattasse di imporre al reietto il Confiteor e l’autodafé inquisitoriale dei suoi peccati nientepopodimeno che alla Casa Bianca, in diretta Tv, personalmente dall’uomo più (im)potente del mondo; l’altro al ministero degli Esteri russo, affidato a un anonimo comunicato stampa che ha il merito, però, di mettere in chiaro l’unica cosa che conta: “nessuno deve avere il minimo dubbio: a ogni attacco ostile, noi risponderemo appropriatamente, punto per punto”.

Anche se poi, di qua come di là, sarà tutto inutile... (New York Times, 20.10.2014, 20.3.2014, M. Landler, U.S. and Russia Swap Sanctions Tit for Tat Over Crimean Crisis USA e Russia si scambiano sanzioni occhio per per occhio sulla crisi della  Crimea http://www.nytimes.com/2014/03/21/us/politics/us-expanding-sanctions-against-russia-over-ukraine.html?_r=0). Ma almeno questi lo sanno. E lo dicono.

●Invece una prima mossa di concreta apertura di conflitto è quella che sembra venir fuori da un’altra insensata― perché alla fine, vedrete, controproducente anche se certo  comprensibile misura subito annunciata dalla nuova e dimidiata Ucraina verso la sua ex fetta di territorio ormai perso, la Crimea: il vice premier di Simferopol, Rustam Temirgaliyev, ha denunciato il 24 marzo che la compagnia di controllo in Crimea del gasdotto d’origine russa che transita in Crimea ne ha tagliato la metà usualmente trasmessa.

Subito Gazprom assicura che ha già trovato il modo di ripristinare l’erogazione del combustibile consueto per vie alternative. Lo assicura di persona il ministro russo dell’Energia, Aleksander Novak (Agenzia ITAR-Tass, 24.3.2014, Crimean population gets electricity in full volume - Energy Minister La popolazione della Crimea, assicura il ministro dell’Energia, ha la sua fornitura completa di energia elettrica http://en.itar-tass.com/russia/725081). Notizia confermata dal NYT, secondo il cui corrispondente le interruzioni di energia causate da Kiev in Crimea sono durate in effetti non più di una decina di ore e sono state vanificate dalle misure immediate prese da Mosca (Kiyv Post, 25.3.2014, Power restored across Crimean peninsula L’energia ripristinata in tutto il territorio della penisola di Crimea ▬ https://www.kyivpost.com/content/ukraine-abroad/new-york-times-power-restored-across-crimean-peninsula-3407 9 9.html).

Questo, va ribadito ancora una volta, sembra un primo passo concreto di apertura di una guerra economica, per lo meno non studiato per non dire suicida, anzitutto considerando la totale incapacità dell’Ucraina di provvedere a trovare, e pagare naturalmente, altri fornitori per la materia prima dalla cui fornitura dipende la vulnerabilità di qualsiasi economia appena moderna. Dall’elettricità non dipende, infatti, soltanto riscaldamento, industria e trasporto ma anche la possibilità di avere acqua pulita, un’alimentazione di qualità sicuramente passabile e garanzie sanitarie accettabili, servizi di emergenza di ogni tipo e tutti gli aspetti della comunicazione.

Quando poi, inevitabilmente, la mancanza di elettricità è garanzia sicura di proteste dure e di sommosse anche violente... Insomma, forse l’Ucraina è in grado, di dar fastidio per qualche ora e punire così la Crimea ma la Russia è in grado di paralizzare, quando e come vuole, del tutto l’Ucraina. Un po’ come le sanzioni contro Mosca: inutili – “antistoriche” come le definisce con Grillo da noi Berlusconi che, anche se non capisce bene perché, sul tema ha assolutamente ragione: ma poi, e soprattutto, inutili e controproducenti...

Forse ci pensano, anche se con un po’ di ritardo, gli ucraini stessi che, col ministro degli Esteri ad interim appena nominato nel nuovo governo che sull’onda della rivolta di piazza ha rimpiazzato quello legale, Andrei Deschytsya, si incontra a latere dello strano G-8 dell’Aja – del quale ovviamente non fanno parte ma dove ha incontrato con grande pubblicità Obama e dal quale consesso è appena stato deciso di non includere più la Russia – col ministro degli Esteri di Mosca, Sergei Lavrov. Anche a Kiev sembra opportuno smorzare un po’ i toni, insomma...

Lo comunica il 24 marzo il sito web del ministero degli Esteri ucraino, specificando che l’incontro è avvenuto in una sala del Centro Congressi di Churchillplain no. 10 dove si teneva il vertice delì’Aja sulla sicurezza nucleare... senza la presenza della Russia, della Corea del nord e dell’Iran ma con quella di Cina, India e Pakistan, ma anche – per dire – del Gabon che esso ha firmato il documento di impegni finale mentre Pakistan, India e Cina no... Un incontro trasformato in G-8 solo per poter  dire che ne hanno escluso i russi.

Il comunicato dell’incontro bilaterale russo-ucraino ha confermato che i due ministri degli Esteri “hanno discusso la crisi bilaterale attuale tra Kiev e Mosca e la situazione in Crimea, mantenendo le proprie posizioni – ovviamente – ma “impegnandosi a lavorare insieme per prevenire ogni ulteriore rischio di escalation

    (Ministry of Foreign Affairs of Ukraine, 24.3.2014, Acting Minister for Foreign Affairs of Ukraine meets Minister of Foreign Affairs of Russia Il ministro degli Esteri in funzione dell’Ucraina incontra il ministro degli Esteri russo http://mfa.gov.ua/en/press-center/news/20494-vo-ministra-zakordonnih-sprav-andrij-deshhicya-proviv-zustrich-z-ministrom-zakordonnih-sprav-rf-sergijem-lavrovim;

e ITAR-Tass, 25.3.2014, Lavrov meets Ukrainian acting foreign minister over Ukrainian crisis Lavrov incontra il ministro degli Esteri in funzione dell’Ucraina http://en.itar-tass.com/russia/725169).   

●L’aeronautica militare finnica ha intensificato il 20 marzo la sorveglianza dello spazio aereo interno dopo i fatti di Crimea e Ucraina. Il Comando aereo della Carelia, a Rissala, in Finlandia centro-meridionale è stato messo in allerta di grado superiore. La situazione è delicata, perché la regione carelica venne ceduta alla Russia dopo la partecipazione della Finlandia dalla parte della Germania nazista alla seconda guerra mondiale. E i russi sono notoriamente “permalosi” su tutto quel che riguarda il loro territorio (mentre sono meno sensibili per quello degli altri)...

In Finlandia – che non è mai stata nella NATO, avendo saggiamente deciso dal dopoguerra di “difendersi” dalla potenziale minaccia di Stalin con la propria neutralità invece che con l’Alleanza atlantica – in effetti sempre da lui e dai suoi successori scrupolosamente rispettata; ma che, con l’Alleanza mantiene una cosiddetta partnership – la prima arma di difesa e/o di attacco aereo di cui dispone l’aeronautica è l’F-18 Hornet della americana McDonnell-Douglas (una sessantina di esemplari).

In Finlandia vivono 30 mila  cittadini russi e non più dell’1,3% della popolazione, sulle 70 mila persone, parlano il russo e si considerano russofoni. Insomma, i finnici non sembrerebbero avere ragioni di temere oggi niente dai russi. Però, hanno deciso – è uno dei prezzi che sono stati disposti per riprendersi su sua richiesta la Crimea, sapendo che era questo il rischio – stavolta di mettersi subito e comunque in allerta (International Busines Times/New York, 20.3.2014, Finland Readies Air Force In Light Of Russian Takeover Of Crimea, Increased Tensions In Baltic La FinlandIa prepara la sua aeronautica alla luce della presa della Crimea da parte della Russia e delle tensioni crescenti nel Baltico http://www.ibtimes.com/finland-readies-air-force-light-russian-take-over-crimea-increase-d-ten sion-baltic-1562590).

●In sede di Consiglio dell’ONU sui Diritti umani, la Russia ha introdotto il tema della sua esistente “preoccupazione” sul modo in cui, in Estonia, il governo si comporta verso, e dice di voler trattare, la sua minoranza etnica russa. Il diplomatico che parlava ha detto che “il linguaggio non dovrebbe mai essere utilizzato come strumento per segregare e isolare alcun gruppo etnico, linguistico, religioso di minoranza(The Christian Science Monitor/Boston, 21.3.2014, M. Amundsen, Moscow rattles Estonia with talk of 'concern' for its Russian population― Mosca scuote l’Estonia coi suoi discorsi di ‘preoccupazioni’ [badate bene: non con le sue preoccupazioni... coi ‘discorsi’, come dire inventati e pretestuosi...] per le popolazioni russe http://www.csmonitor.com/World/Europe/2014/0321/Moscow-rattles-Estonia-with-talk-of-concern-for-its-Russian-population).

Facendo un’esplicita comparazione tra le politiche etniche estoni e quelle che, dopo la cacciata di Yanukovich, hanno subito decretato (divieto dell’uso della lingua russa negli uffici pubblici anche nelle aree a maggioranza etnica russa: come se da noi, in Alto Adige, fecero ai tempi di Mussolini vietando di pronunciare il termine Süd Tirol... o in Slovenia proibendo di chiamarla Slovenija).

Adesso, in Estonia le nuove leggi passate per ukase dal governo liberista e liberale (sic!) di Yatseniuk pretende che tutti i cittadini ucraini siano tenuti per legge a imparare la (orripilante) lingua estone: un particolare ruttar gutturale ugro-finnico senza storia, e, praticamente,[10] quasi senza letteratura scritta al contrario anche e perfino del lituano e del lettone. Qui tutti sanno benissimo che sotto gli zar come sotto i sovietici la lingua era una cosa assolutamente politica. Ma anche che neanche sotto di loro era per legge vietato o obbligatorio l’uso di una o dell’altra, qualsiasi essa poi fosse.

Ora, il rovesciamento delle carte fatto dagli ucraini e da Putin potrebbe potenzialmente servire a allargare, se questi irresponsabili andati al potere non stano attenti, a usare se non altro come spauracchio (l’Estonia al contrario dell’Ucraina è nella NATO: ma neanche ciò le consente, comunque, vista tra l’altro anche qui la sua tragica dipendenza dal gas russo, di mettersi velleitariamente a provocare), l’uso del’ombrello linguistico come protezione neanche poi troppo pretestuosa sulle popolazioni di etnia russa: in Estonia ci sono 321 mila russi etnici, il 24% della popolazione. E, sì, sono largamente discriminati.

●Se, al contrario di quanto Putin e il governo russo hanno lasciato intendere e anche ufficialmente e solennemente dichiarato, adesso non si sapranno contentare di quanto, approfittando dell’incapacità e dell’avventurismo altrui, hanno strappato – la Crimea, all’Ucraina – e cercheranno, come si dice, invece di allargarsi, il seguito della Crimea – ma a questo punto con alibi più fiacchi e una scommessa ben più pericolosa – potrebbe essere qualcosa che si sviluppasse in Transdniestria (o Transnistria: il territorio al di là del fiume Dniestr, che ha già chiesto tra l’altro di incorporarsi alla Russia).

In effetti, il  presidente del parlamento delle Transdniestra ha subito chiesto alla Russia, presumendo – cosa che gli concedono perfino i georgiani – di parlare a nome della stragrande maggioranza della sua gente, di “incorporare” come tale la sua regione a prescindere dalla Moldova che, d’altra parte, rivendicandola per sé contro già la Georgia, aveva da tempo chiesto a Mosca di essere inclusa nel suo complesso nella Federazione russa. E il comandante in capo della NATO in Europa, il generale americano Philip Breedlove, fa notare che, anche se restano sempre dalla loro parte, ci sono truppe russe al confine ucraino che “potrebbero” mettere, secondo lui, sotto pressione sia la Transdniestria sia  la Moldova stessa: checché ne dicano, poi, invece i due paesi in questione

    (AntiWar.com, 23.3.2014, J. Ditz, NATO Commander: Russia a Threat to Moldova Il comandante in capo della NATO: la Russia è una minaccia per la Moldova http://news.antiwar.com/2014/03/23/nato-commander-russia-a-threat-to-moldova; in realtà, poi, bisogna vedere... non solo la Moldova ha già chiesto pubblicamente di “entrare” nella Russia...;

e, adesso si viene anche a sapere dalla capitale moldava Chisinau che il premier, Iurie Leanca, a fine maggio andrà a Mosca per incontrare proprio sul tema l’omologo russo, Dmitri Medvedev (Act Media/Romania News Service [i romeni rivendicano da sempre la ex Moldavia e ora Moldova come “cosa loro”...], 28.3.2014, Premier Leanca to visit Moscow in May, while Sergey Lavrov will go to Chisinau in April Il premier Leanca a maggio in visita a Mosca, mentre  [il ministro degli Esteri russo] Sergei Lavrov ad aprile va a Chisinau http://actmedia.eu/daily/premier-leanca-to-visit-moscow-in-may-while-sergey-lavrov-will-go-to-chisinau-in-april/51349);

e Stratfor – Global Intelligence, 29.7.2013, In Moldova, Transdniestria stands its ground Con la Moldova, la Transdniestria tiene ferme le sue posizioni http://www.stratfor.com/analysis/moldova-transdniestria-stands-its-ground).

●Poi se ne esce la Victoria Nuland – prima che forse..., anche se ci crediamo poco: Obama tiene a non avere nemici a destra, come tanti, troppi, purtroppo per decidersi neanche adesso a metterle la mordacchia: è l’assistente segretaria di Stato neo-cons per gli Affari europei, quella di cui gli spioni elettronici altrui, russi probabilmente (non è un gioco aperto solo all’intelligence americana questo), hanno intercettato, subito prima del ribaltone di Kiev, il “vaffan**lo” all’Unione europea, per capirci – annunciando il 30 marzo che Washington sostiene il diritto dei moldavi a decidere del loro futuro... (Kontactor, K.com,/Mosca, 30.3.2014, US Wants Independent, European Future for Moldova Gli USA vogliono un futuro indipendente, europeo, per la Moldova http://www.kontactor.com/tags/moldova/article/201403301436 1f.us-wants-indepen dent-european-future).

Gli Stati Uniti, dice, vogliono vedere la Moldova rafforzare la sua economia e portare a termine le sue riforme democratiche di struttura: quelle da lacrime e sangue cui Obama va resistendo a casa sua ai neo-cons che vorrebbero imporgliele. Ma... la Moldova con o senza la Transdniestria? con questo territorio indipendente? o associato alla Russia come ha detto tante volte di volere? o all’Ucraina che continua a reclamarla, come reclama un po’ tutta la Moldova?

E si ricorda la tronfia signora che la Moldavia stessa ha avanzato appello, ufficiale e alto e chiaro, alla Russia per entrare, come paese associato se non proprio dentro la Federazione russa almeno nella cosiddetta Confederazione degli Stati indipendenti, o nell’abbozzo di mercato quasi comune e di scambi commerciali che Mosca offre agli ex paesi membri dell’ex Unione sovietica...

Anche se sempre la Moldavia però pianifica – pianificherebbe... – di fare quel che voleva in Ucraina Yanukovich: insieme l’accordo coi russi (integrarsi ) o, almeno, quello di associazione e, a partire dal prossimo giugno, di associarsi anche all’Unione europea. Che le due case madri considerano, però, incompatibili. O l’uno o l’altro, insomma (Stratfor – Global Intelligence, 29.3.2014, Moldova and Belarus: Landmarks of Contradiction Moldova e Bielorussia: pietre miliari di contraddizionehttp://www. stratfor.com/analysis/moldova-and-belarus-landmarks-contradiction).

La Transdniestria è una striscia di terra (3.500 km2 e 550 mila abitanti) che, dal territorio della Moldova (33.800 km2  e 3 milioni e mezzo di abitanti)ex rumena essa stesa e confinante con l’Ucraina sud-occidentale, dichiarò la sua indipendenza nel 1990 combattendo una guerra che non arrivò a conclusioni certa. Le forze armate, allora ancora sovietiche, di base in Moldova, “invitate” dalle due parti a intervenire per dirimere il conflitto, vi misero fine prima della fine dell’URSS stessa imponendo a una Moldova, in parte qualche po’ riluttante ma ben conscia che oltre il 30% della sua popolazione è russo e non moldavo, in base al quale nel territorio tendenzialmente “secessionista” come in quello limitrofo della Gagauzia (1.800 km2 e 180 mila abitanti) restano ancora forze militari russe.

Non saranno i paesi baltici, crede chi scrive, a trovarsi esposti (ripetiamo: sono formalmente e realmente integrati alla NATO, tra l’altro) ma di sicuro la questione etnico-linguistica ormai su di loro preme; e forse non è neanche inutile ricordare che, quando era presidente il morbido Medvedev, ebbe occasione di dichiarare che la Russia non considerava l’adesione alla NATO stessa come è per sempre e inevitabilmente “permanente”: per decisione ben considerata, disse, di quegli stessi paesi.

●Il primo ministro ad interim ucraino, Arseniy Yatsenyuk, ha firmato a Bruxelles il 21 marzo, con van Rompuy e Barroso, l’accordo di Associazione con l’Ucraina che il presidente Yanukovich aveva rifiutato di firmare a dicembre perché solo limitato al discorso dei princìpi e senza nessuna facilitazione reale, finanziaria o economica, per la difficilissima congiuntura dell’Ucraina e aveva, facendo leva l’opposizione di piazza proprio su questo punto, scatenato la protesta violenta. Ed è precisamente quello che adesso Yatsenyuk, nella nuova situazione, firma per l’Ucraina.

Al prezzo scontato, sempre nella nuova situazione, dell’aumento assolutamente critico per la condizione di vita dei cittadini ucraini, del costo delle forniture russe di combustibile: che finché Kiev restava “amica”, le venivano scontate – accantonando anche i colossali debiti accumulati nei confronti dei russi – ma che adesso dovrà probabilmente pagare sull’unghia e in contanti... senza aver predisposto alcuna possibile alternativa. Con Yatsenyuk e i suoi che saranno costretti a rifugiarsi all’estero – a ovest ovviamente – per sfuggire a quel punto alla sacrosanta rabbia sdela gente comune, intirizzita e affamata.

E’ il giorno, sottolinea ad esempio la CNN (21.3.2014, L. Smith-Spark, N. Dos Santos e F. Pleitgen,Ukraine signs EU trade pact as Russia finalizes Crimea annexation― L’Ucraina firma con la UE l’accordo commerciale [ma viene meglio specificato, nel corso del testo e riflettendo quella che poi è la realtà, che invece è solo l’accordo general-generico-poliico che avrebbe firmato anche Yanukovic se fosse stato accompagnato da impegni pure economico-finanziari: che la UE a dicembre, però rifiutava; e ancora rifiuta, oggi...] mentre la Russia completa l’annessione della Crimea http://edition.cnn.com/2014/03/21/world/europe/ukraine-crisis), della “giustapposizione di eventi mostrata dalle forze potenti che tirano di qua e di là l’Ucraina con i leaders dell’occidente che cercano di isolare la Russia”.

●Invece, adesso – sembra... – che col Fondo monetario un qualche passo avanti possa – forse... – aprirsi. Ma si tratta solo di un passo tecnico, si capisce: per ora niente di conclusivo e politicamente cogente. Arriva infatti, il 27 marzo, la notizia che a livello dello staff del Fondo è stato raggiunto un accordo sul pacchetto di riforme dell’Ucraina, reso necessario dal suo restare in bilico sul baratro del default (Stratfor – Global Intelligence, 27.2.2014, Ukraine Approaches Bankruptcy L’Ucraina si avvicina alla bancarotta http://www.stratfor.com/analysis/ukraine-approaches-bankruptcy).

Il comunicato stampa dell’FMI parla di una gamma di aiuti possibili resi disponibili a Kiev tra i 14 e i 18 miliardi di $ che potrebbe – potrebbe... – sbloccare fino a, forse, 27 miliardi – se gli ucraini però si comportano bene: accettando (e il comunicato dell’FMI ne fa il minuziosissimo, implacabile elenco: IMF web site, 27.3.2014, Press Release #14.131, Staff Level Agreement with Ukraine on US$14-18 Billion Stand-By Arrangement―Accordo a livelo tecnico con l’Ucraina su una possibile disponibilità stand-by di 14-18 miliardi di $ http://www.imf.org/external/np/sec/pr/2014/pr14131.htm).

Dettando le imposizioni di austerity da trasferire alla gente, e di più ai più perché sono loro a far numero: cioè, sulle spalle di chi nel paese è economicamente più debole― proprio quello che Yanukovich aveva rifiutato di sottoscrivere, scatenando la rivolta ben orchestrata di piazza, poi il proprio rovesciamento incostituzionale e, alla fine, col referendum di secessione e ri-annessione alla Russia della Crimea, la scomparsa dell’Ucraina così come era.

●Allo stesso tempo, il 27 marzo, quegli sbruffoni del Senato americano pensano bene di concedere all’Ucraina – anche se, poi, neanche possono perché ad autorizzare esborsi effettivi in questo paese non è il Senato ma la Camera dei deputati: e il Senato, da solo, può solo auspicare. E, così, di fatto offre eventualmente – se però lo decide chi può – la propria mallevadoria rispetto a qualche banca che i soldi li tiri fuori: e, poi, rispetto ai 35-40 miliardi di $ di cui, per sopravvivere, quel disgraziato paese ha bisogno e anche di fonte alle quantità che, pur a condizioni da strozzo, le offre il FMI di pinzillacchere, realmente, si tratta. Anzi, si tratterebbe...

E, insieme, il Senato approva – come invece proprio gli compete – l’inasprimento delle sanzioni contro la Russia deciso da Obama (TIME, 27.3.2014, Senate backs bill to aid Ukraine, sanction Russia Il Senato appoggia una proposta di legge per aiutare l’Ucraina e sanzionare la Russia http://time.com/?utm_source=feed burner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+timeblogs%2Fswampland+%28TIME%3A+Swampland%2 9#tag/senate).   

●In Bielorussia, il governo ha confermato le notizie di intelligence secondo cui avrebbe richiesto a Mosca di inviare sul suo territorio mezzi aerei, da caccia e da trasporto in reazione al rafforzamento USA e NATO avvenuto in Polonia con l’invio di quattro F-16 dalle basi aeree americane in Italia e di due aerei radar AWACS. E la Russia ha subito inviato nella base aerea di Babruysk, sei caccia Su-27, un grande Antonov gigante AN-124 da 230 tonn. e due Antonov AN-12 da 20 tonn. (RIA Novosti, 13.3.2014, V. Kiselev, Russia sends six fighter jets to Belarus La Russia invia sei aerei da combattimento in Bielorussia http://en.ria.ru/russia/20140313/188391376/Russia-Sends-6-Fighter-Jets-to-Belarus.html).

Una nota a parte, ora e anche a conclusione sulla natura che ormai va aggiustata per forza del rapporto tra Russia e resto del mondo, anzitutto ovviamente gli Stati Uniti. Dalla fine della guerra fredda, col primo Bush e soprattutto poi con Clinton, la politica statunitense verso la Russia è stata formattata intorno a due pericolose illusioni. La prima era quella convinta che si potesse arrivare a una Russia che si trasformasse in un “paese norma: con gli appropriati “incentivi” o come tali considerati a Washington, tipo l’apertura commerciale e la caduta delle barriere doganali.

E col rapporto personale tra leaders, la disponibilità a collaborare su posizioni di aperta disponibilità a farlo con l’accettazione pacifica da parte della nuova Russia dell’assetto che l’America decide di dare al mondo: una Russia che si concentrasse anzitutto sull’aumento del proprio PIL e non sul recupero di un proprio ruolo― mai, poi, un ruolo davvero autonomo nel mondo... Insomma, un’Italia, una Francia, un’Inghilterra, toh anche una Germania, viste le dimensioni della Russia, ma che non cerca mai di affermarsi da sola e tanto meno a prescindere dalla visione che le consegna lo zio d’America... “Non il vecchio orso russo ma neanche un caso disperato, tipo un Alto Volta dotato di armamento nucleare― piuttosto una più grande Polonia o, forse, un’Italia con la bombe H”...

La seconda illusione è che, finita la guerra fredda, l’America potesse trattare i paesi ai confini della Russia come una propria sfera ormai di influenza in fieri― con una NATO in continua espansione verso est che attirasse i tradizionali satelliti di Mosca nell’orbita americana con Mosca isolata e acquiescente. Secondo questa teoria, così come era andata coi paesi baltici sarebbe andata per l’Ucraina e la Georgia finché ogni spazio geo-politico a ovest e a sud della Russia sarebbe stato incorporato in una sola alleanza militare e, tutti i vicini del’ex impero sovietico e zarista si sarebbero ritrovati integrati anche nell’Unione europea...

Le due intuizioni/illusioni sembravano piuttosto in contraddizione tra loro, la prima di sapore internazionalista/universalista americano, che puntava a una partnership tradizionale e subordinata (Clinton-Obama) della Russia, la seconda neo-conservatrice (Reagan/Bush il piccolo) che mirava effettivamente piuttosto all’accerchiamento dei russi. L’una di quando in  quando a cavallo dell’altra non avevano, però, neanche intuito – ma adesso lo scoprono – che l’influenza dell’America è andata drammaticamente scemando nel mondo e che, dunque, un programma post-guerra fredda di preminenza indiscussa dell’America non poteva più andare avanti liscio se l’America latina lo spernacchiava, la Cina lo scansava nei fatti e la Russia non era più disposta, dopo il tentativo che gli stessi Stati Uniti avevano sabotato di Gorbaciov e la supina acquiescenza di Eltsin, a subire da ferma. Non l’avevano capito con la Georgia? Lo hanno capto adesso, forse, con la Crimea e l’Ucraina...

Forse cioè a Washington, ma anche a Londra e a Parigi, chi sa..., si sono finalmente resi conto,  scrive sagacemente ma con tratti di inaccettabile e inaccettabilmente genuino razzismo anti-slavo e anti-russo – e della consueta inconscia cecità o crassa ipocrisia di noi occidentali tutti quanto ai due pesi e alle due misure che sempre usiamo per identici e odiosi comportamenti – non solo “non è, a suo modo, una potenza dell’occidente magari con qualche difetto ma è, invece, una potenza che è contro l’occidente”: perché non accetta di essere dentro, sì, ma sotto; e, comunque – come  Germania, Francia, Italia, Inghilterra, Polonia – sempre al suo posto dallo zio Sam predesignato.

A noi sembra sagace, come lettura (“abbiamo speso vent’anni – nota e conclude – a cercare di farne un paese dell’occidente. Pessima idea”). Ma è certo una lezione tanto chiara quanto estremista: di chi non è in grado neanche di intuire che c’è, sempre e comunque, anche il diritto a non essere né occidentali né filo occidentali in questo nostro mondo  

    (Slate, 20.3.2014, A. Applebaum, Russia will never be like us La Russia non sarà mai come noi [insomma scopre l’acqua calda: ma lo dice chiaro anche a chi non vuole sentirselo dire ▬ http://www.slate.com/articles/news_and_ poli tics/foreigners/2014/03/ukraine_and_crimea_russia_is_an_ anti_western_power_with_a_dark_vision_of.html;

e, più in generale, seguendo invece – con qualche piccola modifica, certo – l’argomentare del New York Times, 22. 3.2014, Ross Douthat, Russia Without Illusions La Russia, senza illusioni http://www.nytimes.com/2014/03/23/ opinion/sunday/douthat-russia-without-illusions.html?partner=rssnyt&emc=rss).

E’ stato fatto facilmente ma non per questo meno correttamente e forse, chi sa, se obbliga qualcuno a mettersi un po’ la mano sulla coscienza, a notare anche utilmente come l’umiliazione che deliberatamente l’America ha voluto imporre alla Russia dopo la fine della guerra fredda – la terapia shock della riforma reazionaria iper-liberista e neo-cons che ha impoverito gran parte dei russi e al solito favorito pochi oligarchi (i lor signori di qui); l’espansione della NATO contro ogni impegno ufficiale, formale, informale e anche personale fatto da tre presidenti americani (Bush, Clinton e Bush jr.) a quattro presidenti russi (Gorbaciov, Eltsin, Putin e Medvedev); e il fregarsene sistematico, come scontato e anche ostentato dei punti di vista e delle preoccupazioni dei russi su Kosovo, Iraq... e poi, infine,  la Libia― tutto questo ha portato all’ascesa di Putin: e oggi all’alto là sull’Ucraina. E allo svelamento del fatto che l’oro americano era solo ottone, in effetti, e neanche brunito.  

Il problema non è insomma, come questa intelligente ma sopracciò giornalista americano-polacca appena sopra citata ha fatto notare, che “gli americani non abbiano vinto completamente la guerra fredda” ma che non l’abbiano saputa vincere bene, con eleganza e rispettando la dignità degli altri. Il loro moralistico fare la predica ipocrita alla Russia sul rispetto del diritto e delle leggi  internazionali mentre le andavano allegramente violando ogni volta che loro convenisse (appunto,  Kosovo, Iraq, Libia, ecc., ecc.), ha solo aggiunto all’insulto lo spernacchia mento. Proclamare al mondo che interessi nazionali americani e di parte sono titolati a farci scartare regole e leggi e quelli russi no, non era un comportamento che ci si potesse per sempre permettere e, oggi, siamo al redde rationem...

●Mentre si andava esaurendo a Bruxelles, il 25 marzo, la photo opportunity che ha offerto a Obama l’ennesima occasione di fare a Putin il sermone-paternale di rito su come comportarsi in pubblico, il presidente russo, ha messo a segno il suo colpo maggiormente, e all’istante, efficace: il 26 marzo ha incontrato, nella sua residenza ufficiale subito fuori Mosca, a Novo-Ogaryovo, il presidente della tedesca Siemens, Joe Kaeser.

Obama, aveva appena ordinato di allargare, irrigidire e anche personalizzare nei confronti dei più immediati collaboratori di Putin l’elenco delle sanzioni americane verso Mosca, e uno dei più potenti imprenditori tedeschi – non un Berlusconi che ormai può far poco più che chiacchierare – lo sfida così, ad personam, proprio subito dopo che il governo russo ha “accettato” l’annessione della Crimea decretata da parte della Duma di Mosca.

Cioè, all’apparenza questa nuova lista di misure punitiva pare più dura e non solo allargata (Stratfor – Global Intelligence, 20.3.2014, More Russians targeted in new US sanctions list Altri russi nella nuova lista di sanzioni americane http://www.stratfor.com/analysis/more-russians-targeted-new-us-sanctions-list) ma, in realtà, non riesce ad avere alcun reale effetto su Mosca e neanche sulle persone che elenca nella sua inconsistenza effettiva― misure alle quali, come si vede subito poi, la Russia replica ancora una volta, occhio per occhio, con identica – ma in questo caso anche voluta – inefficacia. E gli europei cui Obama chiede ad alta voce di proclamare le loro sanzioni, guardano bene all’irrilevanza di quelle proclamate da chi glielo viene chiedendo.

Putin adesso a Kasaer ha detto – e il comunicato ufficiale del Cremlino lo riporta tra virgolette (Kremlin official web-site, Meeting with Siemens CEO Joe Kasaer http://eng.kremlin.ru/news/6926) – che per il suo paese rapporti e accordi con un’ impresa che, come la sua, ha investito direttamente più di € 800 milioni nell’economia russa e Kaeser ha ribadito ancora una volta, e non a caso proprio in questi giorni che non solo i legami coi russi sono stabili e forti ma devono, doverosamente, anche tener conto delle sensibilità e non solo degli interessi degli interlocutori.

Il fatto è che, Ucraina o non Ucraina, Crimea o non Crimea, sono molte le imprese europee che continuano a mantenere legami solidi con la Russia. I quali mineranno in radice – inevitabilmente e, secondo non pochi anche giustamente – le possibili sanzioni magari prese dai loro governi contro la Russia. E il presidente-AD della Siemens, dopo aver elogiato la perfetta organizzazione delle Olimpiadi, concluse cin grande successo solo quindici giorni fa a Sochi – sottolinea: alle porte proprio della Crimea – conferma di aver appena finito di consolidare il suo legame con Gazprom con la quale si ripromette di continuare a lavorare proficuamente in futuro.

●Un attento articolo sul maggior quotidiano finanziario del mondo, americano s’intende, descrive con cura come le maggiori imprese tedesche stiano lavorando ormai da più di un mese per mantenere, tutte, i loro legami economici con la Russia di Putin. Se avesse dedicato lo stesso tempo e la stessa attenzione, d’altra parte, al comportamento delle imprese americane, è certo che il WSJ avrebbe avuto le stesse cose da dire... Il quotidiano ha e riferisce di avere da tutti gli interlocutori tedeschi che ha interpellato, lo stesso parere: Putin “non si piegherà alle sanzioni” (Wall Street Journal, 26.3.2014, W. Boston, German industry resists Russia links L’industria tedesca resiste nel mantenere i suoi legami con la Russia http://online.wsj.com/news/articles/SB40001424052702304418404579 463304201839372?mg=reno64-wsj&url=http%3A%2F%2Fonline.wsj.com%2Farticle%2FSB40001424052702304 418404579463304201839372.html).

E, a seguire, il giorno dopo la notizia che viene dal Cremlino sull’incontro con la Siemens, due fatti tutti politici e significativi. Per primo, c’è, intanto, l’intervento dell’ex cancelliere social-democratico Helmut Schmidt, da tutti qui universalmente stimato, quando fa osservare con forza che l’approccio del presidente russo Putin alla questione della Crimea sia, in realtà, “del tutto comprensibile”. Mentre ogni sanzione contro la Russia si ritorcerebbe, ove fosse sul serio applicata, anche e subito contro di noi (Die Zeit, 28.3.2014, Helmut Schmidt hat Verständnis für Putins Krim-PolitikHelmut Schmidt “comprende” bene la politica di Putin verso la Crimea ▬ http://www.zeit.de/politik/2014-03/schmidt-krim-putin).

Del resto, i numeri cantano chiaro: Berlino ha legami strettissimi con Mosca con un volume di scambi bilaterali che tocca nel 2013 ben € 76 miliardi. Sono più di 6.000 le imprese tedesche e più di 355.000 i posti di lavoro che dipendono da partnerships coi russi, per un volume globale di investimenti che supera i € 20 miliardi. La Germania, d’altra parte, è il maggior esportatore dell’eurozona e della UE in Russia e i fabbricanti di auto tedesche sarebbero i primi a soffrire se le sanzioni antirusse diventassero mai di sostanza essendo quasi la metà dell’export tedesco a Mosca fatto di veicoli e macchinari.

Volkswagen, BMW e MAN, che fabbrica autoveicoli, lavorano tutte in Russia e la VW ha già detto di voler fare entro il 2018 un’altra iniezione di investimenti di quasi 2 miliardi di € entro il 2018 (la OPEL, che proprio in Russia ha venduto più di 80.000 autovetture nel 2013 ha detto, solo la settimana scorsa, col suo boss Karl-Thomas Neumann, boss della stessa OPEL)che “la società sta già subendo e sentendo pressioni e tensioni dal cambio in corso del rublo(detto con grande preoccupazione al settimanale Automobil Woche, 4.3.2014, dal boss della stessa OPEL, Karl-Thomas Neumann, Hersteller wegen Lage in Ukraine beunruhigt – Russland ist ein wichtiger Wachstumsmarkt I produttori [tedeschi] allarmati dagli echi della situazione ucraina – La Russia è un mercato in crescita importante http://www.automobilwoche.de/apps/pbcs.dll/article?AID=/20140304/AGENTURMELDUNGEN/303049976/1321/genfer-automobil-salon-hersteller-wegen-lage-in-ukraine-beunruhigt).

Il secondo fatto è l’opinione che, fuori del coro subalterno di assenso ad Obama, rende pubblica – e il fatto, di per sé, diventa un pezzo cruciale del messaggio stesso – la cancelliera stessa, Angela Merkel, facendo notare che in occidente non è stato affatto raggiunto il grado di coesione necessario a imporre le sanzioni economiche contro la Russia che chiede il presidente degli USA. Meglio, e comunque quello che in Germania, al di là di qualche spunto di fobia che qui e là pure avanza, fare come chiede al governo ogni responsabile politico e economico tedesco di avanzare e di spendersi nella ricerca e nell’acquisizione di una soluzione politica per uscire dallo stallo ucraino.

Dopo l’incontro bilaterale a Berlino con la presidente della Corea del Sud, la signora Merkel ha concluso che, sul tema, “la Germania non è comunque interessata a un’escalation delle sanzioni” e che, al contrario, sta attivamente lavorando a metterne in moto “una vera e propria de-escalation (Mazda, 28.3.2014, Merkel not ready to back economic sanctions against Russia Merkel non è pronta ad appoggiare le sanzioni economiche contro la Russia ▬ http://rt.com/news/merkel-sanctions-russia-impact-497).

E, d’altronde, non sono certo solo i tedeschi a fregarsene delle sanzioni cui, teoricamente, i loro governi hanno detto di sì. Anche molti imprenditori americani, più discretamente, hanno fatto sapere a Obama di non provarci neanche a fare sul serio; come gli italiani― qualcuno crede davvero che l’ENI, se il governo mai glielo chiedesse, interromperebbe l’import di gas da Gazprom?; e adesso la francese TOTAL dice chiaro che sta continuando l’impegno aperto con la Lukoil russa per la ricerca e lo sfruttamento di petrolio scistoso dalla tundra e dal permafrost siberiano a dimostrazione di come, al dunque, La crisi di Crimea abbia poco effetto finora sugli accordi relativi alla fornitura di combustibili  dalla Russia (New York Times, 28.3.2014, A. E. Kramer e D. Jolly,  Crimea Crisis Has Little Impact Thus Far on Russian Oil Deals― http://www.nytimes.com/2014/03/29/business/international/crimea -crisis-has-little-impact-thus-far-on-russian-oil-deals.html?_r=0).

●Venerdì 28 marzo, Putin telefona a Obama e, per dirla come l’ha messa giù il NYT, “allunga la mano offrendo di cercare insieme il modo di andare oltre lo stallo della situazione in Crimea”: tutto è possibile, spiega Lavrov il ministro degli Esteri russo – che si accinge a incontrare di nuovo il segretario di Stato John Kerry che dall’Arabia saudita dove era col presidente e su sua istruzione si è rimesso in viaggio per Parigi – se non si fanno forzature “eccessive”: come chiederci di disfare quello che è già successo, il sì della Crimea a riunirsi alla Russia...

... O come chiedere a noi di negoziare con un governo fellone che “ha rovesciato con un colpo di Stato il legittimo governo dell’Ucraina”: che, allo stato, sono poi le richieste che Obama avrebbe di nuovo avanzato parlando con Putin ma, stavolta, spiega sempre il NYT, con una formula cauta e attenta: “l’America vorrebbe vedere la Russia ritirarsi e mettersi a parlare faccia a faccia con l’Ucraina(New York Times, 29.3.2014, U.S. and Russia Step Up Diplomacy on Ukraine USA e Russia accelerano la loro attività diplomatica sull’Ucraina ▬ http://www.nytimes.com/2014/03/30/world/europe/ukraine.html).

Anche se poi, a ben leggere il comunicato finale dei cosiddetti G-8, autoridotti a G-7 e riuniti all’Aja invece che a Sochi per “punire” la Russia, non c’è alcun appello ai russi di ritirarsi dalla Crimea né, in quella sede formale, alcuna minaccia di ulteriori sanzioni...

E, alla fine, l’apertura abbozzata da entrambe le parti qualcosa conclude, ma solo di fatto e non ufficialmente. Di ufficiale c’è solo l’accordo sulla necessità di continuare a parlare... Perché la Russia neanche si sogna, spiega Lavrov a Kerry, di fare quel che Obama le chiede: di ritirare le sue truppe dal suo territorio vicino all’Ucraina―sarebbe forse pensabile chiedere qualcosa di analogo agli americani sul territorio... statunitense?

Se mai lo farà sarà perché avrà deciso di farlo da sola― come di fatto sembra però aver, poi, deciso iniziando ad alleggerire il peso della presenza di truppe vicino alle frontiere comuni (New York Times, 30.3.12014, M. R. Gordon e Neil Macfarquhar, No Breakthrough on Ukraine, But More Talks are Promised― Nessuna svolta sull’Ucraina, ma la promessa di altri colloqui ▬ http://www.nytimes.com/2014/03/31/world/europe/kerry-and-russian-counterpart-meet-on-ukraine-crisis. html?_r=0).

●In Turchia, dove il governo ha fatto – più discretamente e, forse, più efficacemente di altri roboanti interventi – i suoi avvertimenti alla Russia per la pericolosa vicenda ucraina che si va sviluppando proprio dall’altra parte del Mar Nero – il grande mare interno che sulle opposte sponde ha proprio Russia e Turchia – si è trovato nuovamente a affrontare grandi proteste di piazza (Stratfor – Global Intelligence, 11.3.2014, Turkey Enters Its Next Round of Political Unrest La Turchia nel prossmo round di irrequietezza politica http://www.stratfor.com/analysis/turkey-enters-its-next-round-political-unrest): e proprio in coincidenza col funerale di un quindicenne morto dopo aver avuto il volto fracassato da un fumogeno nel corso di una dimostrazione.

Proprio nel corso delle esequie, Kemal Kilicdaroglu, capo del partito repubblicano di opposizione, quello repubblicano cosiddetto “laico” e tradizionalmente erede dell’altra tradizione presente nel paese e oggi minoritaria rispetto all’islamismo moderato e pragmatico del governo di Erdoğan – la frazione popolare che si rivolge alle forze armate eredi dell’ideologia di Ataturk di inizio ‘900 – ha fatto un appello forte e diretto ai dimostranti della sua parte perché “restino calmi(Hürryet Daily News/Istanbul, 13.3.2014, Turkish main opposition leader calls for calm against 'provocations'― Il principale leader dell’opposizione turca fa appello alla calma contro le ‘provocazioni’ http://www.hurriyetdailynews.com/ turkish-main-opposition-leader-calls-for-calm-against-provocations.aspx?pageID=238&nID=63567&NewsCatID=338).

●E, alla fine e al dunque, anche se sottoposto ad attacchi concentrici da sinistra e da destra sotto l’etichetta dell’accusa generalizzata di corruzione a carico di molti dei suoi e anche di suoi familiari, mai dimostrata ma molto vociferata e rilanciata dai social networks, per loro natura anarchici, il premier Erdoğan pare dai primi risultati scrutinati, già indicativi, delle elezioni amministrative, cui partecipa alla faccia del disimpegno annunciato dagli oppositori oltre l’80% degli aventi diritto, aver però superato il 45% dei voti in quello che ormai si era trasformato nell’ennesimo e per lui vittorioso referendum anche personale. Col secondo partito di un’opposizione disperatamente divisa, il CHP, che mette insieme un frustrato e frustrante 28%. Rispetto alle ultime elezioni municipali il partito del premier, cioè lui, hanno preso stavolta il 5%  in più di suffragi.

●Il primo ministro di Estonia, Andrus Ansip, il capo di governo che da più tempo, dal 2005, era in servizio nell’Unione, si è ora dimesso: ha detto, per spianare la strada con qualche faccia nuova al suo partito delle Riforme in vista delle elezioni politiche generali che si terranno tra un anno, nel marzo 2015 (The Economist, 28.2.2014).

●Il partito progressista di Serbia ha vinto largamente le elezioni politiche e avrà da solo, ora, la maggioranza assoluta di seggi (159 su 250) quasi col 49% dei voti. Il partito socialista dell’attuale PM, Ivica Dačić, attuale alleato di maggioranza dei progressisti, più di destra, al governo ma che adesso resterà probabilmente fuori del gabinetto, ha preso il 15%. Dačić ha chiamato il risultato che così violentemente cambia il quadro politico uno “tsunami di grandezza sconvolgente”e amarissimo.

Alaksandar Vucic, 44 anni, che da giovane estremista poco più che ventenne ministro delle Informazioni e della Propaganda di Slobodan Milosevic, era stato vicinissimo a sostenere l’iper-nazionalista capo dello Stato serbo che resisteva con ogni mezzo alle secessioni seriali con cui gli altri capi eredi di Tito – anch’essi, in pratica come lui, tutti criminali di guerra pronti a ogni eccidio per ottenere quel che volevano – andavano smembrando con guerre civili in serie l’ex Jugoslavia, si è ormai riformattato completamente dall’ultranazionalista “socialista” che era in un leader liberista e filo occidentale.

E, obiettivamente, al suo attivo,poi, come vice primo ministro qualche anno fa, vanta una piuttosto efficace politica contro la corruzione pubblica. E da diversi anni ormai si ripromette di portare al più presto il suo paese dentro la UE... (Slate, 20.3.2014, A. Applebaum, Russia will never be like us La Russia non sarà mai come noi [insomma scopre l’acqua calda: ma lo dice chiaro anche a chi non vuole sentirselo dire ▬ http://www.slate.com/articles/news_and_politics/foreigners/2014/03/ukraine_and_crimea_russia_is_an_anti_wester n_power_with_a_dark_vision_of.html).

Per farlo, adesso, in ossequio al modello di austerità che Bruxelles fa introiettare a ogni paese aspirante, proprio Vucic in prima persona ha promesso – e gli elettori l’hanno votato anche per questo – di riformare, si capisce “strutturalmente” il sistema pensionistico e il mercato del lavoro e di ridurre “drasticamente” il pesante debito pubblico del paese e – dice e la gente, meschina, lo  spera – di migliorare così con dosi  da cavallo di neo-liberismo la qualità della vita dei serbi... Sapete, no, come va...

Districare fornendo lavoro il nodo di una disoccupazione che sta al 26% ufficiale, costituirà adesso il suo vero nemico: perché la fiducia cieca in un leder dura sempre poco – qui come dovunque – ed  è una materia di grande fragilità

    (New York Times, 17.3.2014, D. Bilefsky, Ultra-nationalist-turned-liberal is expected to lead Serbia Ultra nazionalista, trasformatosi in liberista, condurrà ora la Serbia http://www.nytimes.com/2014/03/18/world/europe/ ultranationalist-turned-liberal-is-expected-to-lead-serbia.html;

e B-92 Tv/Beograd, 6.3.2014, Serbia Elections 2014: Live Blog http://www.balkaninsight.com/en/article/serbia-elections-2014-live-blog).

●La Sottocommissione permanente del Senato americano per le Investigazioni, presieduta con grande rigore dal senatore Carl Levin, ha pubblicato un Rapporto (176 pagine) che denuncia la grande banca elvetica Credit Suisse per aver aiutato con piena cognizione di causa oltre 22.000 contribuenti americani ad evadere le tasse che dovevano pagare al fisco del loro paese. Il Rapporto denuncia che la banca svizzera ha anche aperto appositamente un suo desk dedicato ai clienti americani all’aeroporto di Zurigo.

L’Amministratore delegato americano della branca statunitense della Credit Suisse, Brady Dougan, ha spergiurato, di fronte alla Commissione dell’impegno della banca a rispettare la legge degli Stati Uniti d’America e assicurato che essa sta cooperando con le autorità “nei limiti consentiti dalla legislazione svizzera”: già... Se, poi, nel farlo, qualche suo dipendente-canaglia ha violato qualche regolamento americano la Banca “esprime tutto il suo rammarico e il suo profondo disagio”: non risponde niente, però, sul desk dedicato agli evasori americani all’aeroporto di Zurigo e chi sa in quanti altri: all’insaputa del management?

    (The Economist, 28.2.2014, Switzerland – Thrown to the dogs - Credit Suisse takes a congressional mauling for aiding tax evasion Svizzera – Buttati alle ortiche – La Credit Suisse sotto attacco del Congresso per aver dato una mano all’evasione fiscale http://www.economist.com/blogs/schumpeter/2014/02/swiss-banks;

 e Swissinfo.ch, 26.2.2014, Dougan blames rogue bankers for US tax woes Dougan incolpa i [suoi] banchieri canaglia per i misfatti fiscali in America ▬  http://www.swissinfo.ch/eng/business/Dougan_blames_rogue_banker_for_US_tax_woes html?cid=38049078;  

e anche, per il testo integrale del rapporto ▬ Offshore Tax Evasion:The Effort To Collect Unpaid Taxes – On Billions In Hidden Offshore Accounts― Evasione di tasse offshore: gli sforzi per di riprendersi le tasse non pagate – Sui miliardi nascosti nei conti offshore http://www.hsgac.senate.gov/subcommittees/investigations/hearings/offshore-tax-evasion-the-effort-to-collect-unpaid-taxes-on-billions-in-hidden-offshore-accounts).

E’ prevedibile che Credit Suisse – come in passato, nel 2008, ha dovuto fare l’Union des Banques Suisses, sarà tenuta a pagare qualche forte multa, allora furono $ 780 milioni, e a consegnare una lista nominativa di 4.700 conti numerati di evasori americani, duramente mirati per il reato di evasione fiscale qui considerato gravissimo vista la morbida tolleranza che invece la legislazione americana mostra sistematicamente, per decisione chiaramente politica, verso le mille forme di elusione fiscale riconosciute ai più ricchi (ricordate la denuncia del supemiliardario Warren Buffett quando, qualche anno fa, denunciò che la percentuale di tasse che doveva pagare sui redditi da capitale era di diverse volte inferiore a quella subita sul reddito da lavoro mille e più volte inferiore  della sua segretaria?).

STATI UNITI

●L’economia americana è cresciuta a tassi inferiori nel quarto trimestre del 2013 di quanto fosse previsto, appesantita da vendite al dettaglio piuttosto opache, almeno rispetto alle aspettative, agli aggiustamenti del magazzino e a un equilibrio negli scambi anch’esso meno robusto. Il dipartimento del Commercio ha rilevato il 28 febbraio che nelle ultime stime aggiornate il PIL tra ottobre e dicembre è salito del 2,4% , invece che del 3,2 che a fine anno era stato previsto. In effetti, il 2,3% è stato il tasso medio tra 2010 e 2013: abbastanza forte da sostenere i profitti d’affari e stabilizzare larghi settori dell’economia; ma non abbastanza da portare a significativi aumenti dell’ocupazione e dei salari per gran parte dei lavoratori, con dati sorprendentemente modesti di crescita a cdei embre e gennaio (New York Times, 28.2.014, Nelson D Schwartzfeb, U.S. Economy Growth Slower in Fourth Quarter La crescita dell’economia rallenta nel quarto trimestre del 2013 http://www.nytimes.com/2014/03/01/business/economys-growth-was-slower-in-fourth-quarter.html?_r=0).

●Adesso, il 7 marzo escono i dati sull’occupazione a febbraio: e vanno bene, meglio, ma anche male, peggio: come al solito qui. Aumenta un po’, infatti, il numero di nuovi posti di lavoro creati a febbraio (175.000) rispetto a gennaio, ma aumenta anche il numero di disoccupati registrati (+0,1, al 6,7%: perché stavolta crescono stavolta un po’ i senza lavoro che decidono di farsi contare. E, poi, la media di posti di lavoro effettivamente creati in America resta in ogni caso minore a quella (189.000) degli scorsi dodici mesi.

L’esiguo, e del tutto insufficiente, aumento di posti di lavoro creati a febbraio potrebbe, purtroppo, essere – e probabilmente sarà – anche usato, per alleggerire pressioni ed urgenza dovute a un mercato del lavoro che resta largamente insufficiente anche solo a riassorbire gli otto e più milioni di posti andati perduti qui con la crisi, oltre a quelli resi precari e, ormai, anche drasticamente sottopagati.

    (New York Times, 7.3.2014, Nelson D. Schwartz, Jobs; Unemployment Rate Rises to 6.7% Lavoro: il tasso di disoccupazione aumenta al 6,7% http://www.nytimes.com/2014/03/08/business/us-releases-february-jobs-data.html? hpw&rref=business&_r=0; e Dip.to del Lavoro, Bureau of Labor Statistics/BLS, 7.3.2014, UDSL lvoro, Burau pf Laboer Statisrics, USDL 14-0354, Employment Situation Summary, Feb. 2014 ▬ http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm;

e vedi, anche, Economic Policy Institute, Washington, D.C., 7.3.2014, Economic Indicators – Missing Workers: The Missing Part of the Unemployment Story Indicatori economici – I lavoratori che mancano: la parte mancante della storia della disoccupazione http://www.epi.org/publication/missing-workers).

●Alla Fed, nel corso della prima riunione da lei presieduta, dopo aver rimpiazzato Ben Bernanke, le prendendo un po’ in contropiede i suoi più leali sostenitori che l’avevano presentata e appoggiata come una liberal moderata e piuttosto progressista, convinta di dover continuare a sostenere politiche di sostegno almeno costante alla spesa pubblica per aiutare l’occupazione, la professoressa Janet Yellen ha deciso con gli altri membri del direttivo di lasciar cadere il riferimento esplicito al tasso di disoccupazione del 6,5% come barriera alla possibilità di considerare un rialzo del tasso di sconto.

La signora Yellen ha lasciato volutamente intendere che i tassi potrebbero gradualmente anche cominciare ad alzarsi sei mesi dopo che la Fed comincerà a metter fine al suo programma di acquisizione di titoli. Cosa che ha cominciato a fare, intanto riducendolo a $ 55 al mese, di altri $ 10 miliardi

    (Weekly Gold & Silver Market Recap― 21.3.2014, Ricap settimanale dell’andamento dei mercati dell’oro e dell’argento 21.3.2014, Policy Meeting Reveals New Details― Il vertice Fed sulle politiche monetarie spiega i dettagli https://www.pme x.commentaries/2597/weekly-gold-silver-market-recap-3-21-2014);

e Fed Reserve, Dichiarazione alla stampa, 19.3.2014 ▬ http://www.federalreserve.gov/newsevents/press/monetary/ 20140319a.htm).

●Joe Stiglitz, il famoso Nobel per l’Economia sempre fuori norma rispetto ai suoi pari, allineati loro sui canoni della saggezza convenzionale, ha ripreso utilmente in mano il dossier che ha da tempo elaborato e sempre aggiornato della globalizzazione e ha ora pubblicato un gran bell’articolo facendo rilevare come in pratica tutti i recenti accordi commerciali conclusi hanno riguardato l’invenzione e l’aggiustamento di regole e regolamenti appositamente studiati a beneficiare il famoso e ormai anche famigerato 1% dei più ricchi e non a ridurre tariffe e barriere agli scambi commerciali (New York Times, 15.3.2014, Joseph E. Stiglitz, On The Wrong Side of Globalization Dalla parte sbagliata della globalizzazione http://opinionator.blogs.nytimes.com/2014/03/15/on-the-wrong-side-of-globalization /?_php=true&_type=blogs&_php=true&_%20type=blogs&ref=opinion&_r=1&g&gwh=5BC8C984CE5D0B39FE02 97CAFB97F7&gwt=pay).

La strategia sottesa ma, in fondo poi anche dichiarata, dell’amministrazione Obama come dell’Unione europea e dei loro omologhi governi del Pacifico per gli accordi come quello TransPacifico e quello TransAtlantico (accordi cosiddetti di liberalizzazione ulteriore degli scambi con l’Asia e i paesi dell’Unione europea) è quella, spiega bene e dimostra Stiglitz, di svuotarne di senso i potenziali benefici economici per il 90 e più per cento.

Concentrandoli solo, invece, per nome e cognome a difendere le posizioni di privilegio di quell’1%, il potere di ceti come i liberi professionisti (medici, avvocati, tutte le libere professioni che dalla competizione continuerebbero a difendersi attraverso i loro ordini professionali, cioè le barriere istituzionali che impediscono l’importazione libera di concorrenti esteri qualificati che li obbligherebbero a dover sopportare una maggiore concorrenza. Proprio allo stesso modo con cui le industrie farmaceutiche, per dire, mantenendo con patenti e brevetti il monopolio che consente loro di imporre i prezzi voluti (anche di 500, 1,000 volte % maggiorati, essendo un monopolio) dovunque nel mondo.

Chi è, qui, si domanda retoricamente Stiglitz, il vero Neanderthal del protezionismo? e chi è che rifiuta di esporsi davvero alla concorrenza di mercato? e chi è che poi, sempre, glielo consente? anzi gli fa apposta le leggi che glielo consentono?  

●Quasi d’improvviso, obbliga ora tutti a notare il prof. Krugman con una certa salutare acredine, la gente – le masse sì, il 90 e più per cento degli americanisi sta finalmente accorgendo di come lor signori li stiano sistematicamente spennando a loro solo vantaggio. E il privilegiato 1% con tutti i suoi corifei difensori accademici, pennivendoli e politici non ci capisce più niente, non si spiega perché tanta gente oggi consideri ingiusto e sempre più inaccettabile il capitalismo finanziario dominante e imperante del 21° secolo.

Arthur Brooks, che presiede l’American Enterprise Institute, una delle primarie tra le fondazioni neo-cons, sembra ossessionato all’idea che stia cambiando l’atteggiamento dell’americano medio nei confronti dei ricchi: “Dal 2000, dice, sono scesi di 14 punti percentuali gli americani a dirsi sdicuri che lavorando duro si poteva migliorare la propria situazione e se, nel 2007, secondo la Gallup, il 70% era contento delle opportunità che trovava,  oggi soddisfatto è solo il 54% mentre non considera la situazione soddisfacente il 45% degli intervistati”.

Perché: ma perché la gente sta mettendosi a invidiare i ricchi. Che, ammonisce severamente il pisquano, può portare all’infelicità: come se l’infelicità non arrivasse magari più che con l’invidia con l’impoverimento forzato  e subito. Ma, dice il beota, l’invidia è una cosa terribile. Ed è pure, ricorda il meschino – che Krugman prende meravigliosamente per i fondelli – un peccato mortale, secondo la Bibbia: peccato capitale. Ma il fatto è che peccato capitale è anche, e sacrosanta, se così si può dire, la rabbia di chi , poi, più che invidioso è inca**ato. Perché ormai ha capito che gran parte dei ricchi lo sono diventati a spese delle tasse, dei sussidi, dei monopoli loro garantiti da chi è loro fedele servente.

E poi: con quello 0,1%, addirittura, di geni delle università e delle scuole che, come quella di Chicago, o i banchieri a Wall Street che reclamano milioni e milioni di $ in premi e prebende speciali anche quando perdono i soldi dei loro clienti... E che dire del fatto che dopo la crisi, le crisi, del 2001 e del 2007, i profitti siano saliti in cielo mentre i redditi da lavoro sono invece stagnati o si sono addirittura compressi? (New York Times, 3.3.2014, P. Krugman, Envy Versus AngerInvidia contro ira htpp//krugman.blogs.nytimes.com/2014/03/03/envy-versus-anger). No, spiega Krugman: “la gente non è invidiosa, è arrabbiata― e con buone ragioni”.

●Buonissime ragioni davvero, anche perché sempre l’implacabile Krugman – certo, noi ci dobbiamo contentare del “nostro”... pomposo e pernicioso Giavazzi – fa notare, sullo stesso tema che non molla mai, come già coi tagli alle tasse di Bush l’aliquota massima sui redditi da lavoro era passata dal 39,6 al 35%, una riduzione del 12%. Ma aveva poi ridotto il livello di tasso della tassazione sui redditi da capitale dal 21 al 15%, un taglio del 28% e quello sui dividendi dal 39,6 – fino a quel momento erano tassati come redditi ordinari – al 15: più del 60%.

E ha avviato la patrimoniale sui beni immobili verso l’estinzione: in riduzione, cioè, del 100% (New York Times, 22.3.2014, P. Krugman, Favoring Wealth Over Work A favore della ricchezza e contro il lavoro http://krugman.blogs.nytimes.com/2014/03/22/favoring-wealth-over-work/?_php=true&_type=blogs&_r=0).

E il punto è questo: anche noi, come lì Bush, avevamo al governo il Berlusca. Ma, quando poi lì come da noi è andato al governo il partito democratico, qui da noi come da loro condizionato dalla necessità di fare maggioranza spesso anche con l’opposizione, l’andazzo non è affatto cambiato, se non appena marginalmente. Il tentativo, largamente e strutturalmente riuscito, è stato nella sostanza lì come qui quello di favorire d’ora in avanti eredità non guadagnate, rendite e patrimoni, con tagli fiscali molto più importanti anche di quelli concessi ai redditi da lavoro dipendente più alti.

Questa è gente senza alcun pudore, lecchini dei padroni. Ma almeno una volta li chiamavamo, chiaro e secco, nemici di classe. Adesso, al peggio, li chiamiamo tecnocrati, Ma la realtà è che stiamo parlando di veri e propri nemici del popolo. Gente che si mette scientemente con scienza, appunto, e perfetta coscienza di quel che fa al servizio delle rendite, più alte e rapaci sono meglio è, a spese di ogni tipo di reddito. Specie se, come da noi poi, subisce per quello dipendente pure la ritenuta d’acconto.

●E, indovinate un po’, chi se non il Grande Inquisitore in persona, Paul Krugman, mette a nudo e denuncia specificamente le vergogne degli accademici-tappetino di lor signori? Regolarmente distesi e prostrati a farsi marciare sopra, o a servire a nascondere, sotto la loro pseudo-scienza, le vergogne di sempre di lor signori?

Questi parlano di barzellette come se fossero cose serie per non dover fare il contrario davvero. La realtà  dice che in questi ultimi anni l’economia è depressa perché non è mai stata sostenuta da una spesa adeguata. Ma decisori politici e opinionisti di prima pagina, accademici e quaquaraquà amano sentir parlare di scelte dure e decisioni lacrime e sangue, anche perché del loro sangue non si tratta mai e perché comunque sono restii al fatto che a problemi tremendi in realtà potrebbero poi  corrispondere risposte facili...

L’esempio fra tutti più distruttivo è stato per anni, quando in molti usavano il panico di un debito pericolosamente montante come scusa per smantellare programmi su programmi di sicurezza sociale. Ma c’erano anche compagni di strada sinceramente convinti del pericolo del deficit e del debito che alla fine esso provocava o, comunque, convinti che fosse importante dare il segnale di crederci perché era quel che ci si aspettava dalle persone serie cui sarebbe spettato di prendere per questo soluzioni dure e difficili.

Questa,uesta  ora, è vero, è una fissazione un po’ in calo ma subito rimpiazzata da altre fobie dello stesso tipo, come la nozione che i problemi seri da noi dipendono adesso da una mano d’opera che manca di qualificazione essenziale. Si tratta di una dottrina zombie― vale a dire una dottrina che dovrebbe essere morta e sepolta, ripetutamente confutata da prove contrarie assolutamente evidenti.

Malgrado ciò questa affermazione che sopravvive solo tra i morti viventi riemerge, di quando in quando, nella discussione di chi passa per essere persona invece informata, come si dice, dei fatti.  Ma, ancora una volta, solo perché suona come dovrebbe suonare una cosa detta da persone che vogliono sembrare serie.

La cosa grave, e seria davvero, è che mentre veri e propri disastri, dovuti a un’ inadeguata domanda di beni, servizi e investimenti, avrebbero una facile riposta economica― basterebbe spendere di più!, la psicologia, o la psicopatia se volete, delle élites è tale da rifiutare in genere di riconoscere una risposta facile ma, invece, la ricerca in soluzioni difficili e dure... per gli altri, per i più. Perché poi c’è anche la preferenza per spiegazioni e scelte conseguenti che non sottraggano quattrini a lor signori. Dove scelte dure e difficili – è assiomatico – significa sempre, al dunque, scelte dure per gli altri, per i più.

Il risultato è che se non arriva uno scossone che li costringa a uscire da questo stato di inerzia mentale – una specie di grande emergenza, come una guerra o un accenno, un movimento tipo rivolta civile, di massa  – la crisi economica ce la trascineremo dietro ancora a lungo (New York Times, 29.3.2014, P. Krugman, The Skills ‘Zombie’ Lo ‘zombie’ della carenza di qualificazione del lavoro dipendente http://krugman.blogs.nytimes.com/2014/03/29/the-skills-zombie/?_php=true&_type=blogs&_r=0).

●Naturalmente, saltano su a questo punto i benpensanti: e con quali soldi?, se non ci sono alimentereste voi, questa domanda. Ma qui è la premessa – non ci sono i soldi – a essere in sé del tutto mendace.

Si dice che nel mezzo della Grande Crisi degli anni ’30, Henry Ford abbia rilevato quanto a lui e a lor signori convenisse che gli americani non capissero niente di come funziona il sistema bancario: perché “se lo capissero, prima di domani mattina ci sarebbe la rivoluzione”... Adesso, come funziona davvero, lo ha spiegato per bene un paper super-tecnico ma anche super-politico della Banca d’Inghilterra, più esattamente della sua Direzione centrale di Analisi monetaria, paper che ci è sembrato di seminale importanza e di cui abbiamo preso contezza leggendo prima del testo stesso la notizia che qui proviamo a sintetizzarvi

    (Guardian, 18.3.2014, D. Graeber, The truth is out: money is just an IOU, and the banks are rolling in it E adesso esce la verità: la moneta è soltanto una cambiale e le banche ci stanno sguazzando http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/mar/18/truth-money-iou-bank-of-england-austerity;

e, per la lettura integrale del paper stesso, Bank of England, Quarterly Bulletin 2014(Q1), Michael McLeay, Amar Radia e Ryland Thomas, Money Creation in the Modern Economy La creazione di moneta nell’economia moderna http://www.bankofengland.co.uk/publications/Documents/quarterlybulletin/2014/qb14q102.pdf).

Dice, papale papale, la BoE che, e quanto, hanno torto i difensori dell’ortodossia monetaria e ragione, invece, quelli per dire di Occupy Wall Street, o di simili propensioni come le chiamano spendaccione di pensiero che, in ogni paese d’Europa come d’America, dicono invece che i soldi ci sono e quanti se ne vogliono: quel che affermano da anni tutti gli eterodossi, compresi – lo abbiamo visto – fior di premi Nobel dell’Economia. E così, in realtà, è tutta la base teorica dell’austerità a  venire buttata nella spazzatura.

La base della saggezza convenzionale che continua a ispirare tutto il dibattito di politica monetaria e economica si autodescrive così: la gente mette soldi in banca e le banche li presta a interesse― o ai consumatori o alle imprese perché li investano in intraprese capaci di dare profitto. Il sistema delle riserve bancarie – il cosiddetto sistema frazionale di riserva che consente di offrire a credito ben più dell’ammontare di denaro tenuto in riserva (diciamo, in genere, il 20% tenuto da parte e l’80 in offerta sul mercato) e, comunque, le banche se e quando ne hanno bisogno possono prendere in prestito, a una frazione dell’interesse che poi pretendono sul mercato, i soldi che vogliono chiedendoli alla Banca centrale.

Naturalmente essa è libera di stampare la quantità di moneta che vuole ma è anche attenta a non stamparne poi troppa, che è poi la ragione principale per cui esse rivendicano e i governi riconoscono loro l’indipendenza: perché se toccasse decidere a loro di moneta ne stamperebbero troppa, col rischio di inflazione legato allora al fenomeno. Per questo si parla della moneta come se fosse una merce di quantità limitata, tipo alluminio o petrolio, e per questo si dice che, appunto, “non ci sono soldi bastanti a finanziare programmi sociali”, o altra spesa pubblica, e si parla – gli ipocriti parlano – dell’ “immoralità” di una spesa pubblica (termine che usò Milton Friedman, il capo della scuola monetarista che ancora imperversa, e diffuse come se fosse verità rivelata) da contenere per non asfissiare, disse, il settore privato dell’economia.

Ecco. Ora la Banca centrale d’Inghilterra dice che non è così, che il re è davvero nudo: pwerché niente di tutta questa teoria sta in piedi davvero: per citare il Sommario iniziale di questo documento “non è vero che le banche ricevano i depositi dai risparmi delle famiglie e che poi li prstino, al contrario sono i prestiti delle banche a creare i depositi... Di regola, in tempi normali, non è la banca centrale a fissare la quantità di moneta in circolazione, né sono i soldi della banca centrale a ‘moltiplicarsi’ in altri prestiti e ulteriori depositi”. 

Insomma, tutto quel che in materia ci raccontano non solo è sbagliato. E’ vero proprio il contrario. Quando le banche fanno prestiti , in realtà stanno creando moneta, perché la realtà è che la moneta è solo una cambiale. E non c’è dunque alcun limite, né legale né pratico, se non quello auto-inventato e auto-proclamato da governi e banche centrali alla quantità di moneta in circolazione: che, alla fine, viene presa in prestito e reinvestita o torna meccanicamente in qualche deposito bancario, non finendo di regola sotto qualche materasso.

Quel che fanno le banche centrali, in realtà, è fissare il tasso di sconto, il prezzo dei prestiti bancari― dal principio della recessione ridotto, poi, quasi a zero. Non è decidere la quantità di moneta. Con le cosiddette “facilitazione bancarie” che hanno effettivamente pompato torrenti di liquidità nell’economia senza produrre in realtà alcun effetto inflazionistico. Il vero limite alla quantità di moneta in circolazione non è, dunque, nella quantità di moneta che intende offrire al mercato una Banca centrale.

Ma è quel che governo, imprese e cittadini sono disposti a prendere in prestito. Come dicevamo, precisamente il contrario di quanto ci hanno raccontato e ci raccontano ancora. E il paper della Banca d’Inghilterra adesso lo riconosce, candidamente. Non è questione di spesa pubblica che caccia dal mercato quella per il privato. E’ esattamente l’opposto. Ma perché adesso, all’improvviso, questo attacco di sincerità inaspettata? Bé, intanto e semplicemente perché la cosa è vera e la favola finora fata inghiottire al mondo è un lusso a favore dei più ricchi che sempre molto semplicemente non ci si può più permettere. 

Ma politicamente, il rischio è enorme― il rischio che c’è se chi ha un’ipoteca si rende conto che i soldi presi in prestito non sono affatto i risparmi sudati della vita di un pensionato o di una pensionata ma sono soldi creati letteralmente dal nulla dalla bacchetta magica di una Banca cui l’ha consegnata solo la mano pubblica... Del resto, la Banca d’Inghilterra, dopo le prime italiane del Rinascimento toscano, a partire dal regno dei Tudors, è sempre stata un po’ un capofila: le sue posizioni sono sempre diventate dopo un po’ le nuove ortodossie...      

●La Casa Bianca ha presentato la sua richiesta di bilancio per il prossimo anno fiscale al Congresso. La bozza propone un fiantin di spesa in più – ma pochissima – per i programmi che puntano, come il presidente è andato predicando ma assai poco praticando al solito in questi ultimi mesi di voler fare, come per esempio altri $ 76 miliardi di investimenti per l’istruzione infantile e un aumento, quasi insignificante anch’esso, dello sconto fiscale per i redditi dei meno abbienti. Il deficit del prossimo anno fiscale (31 ottobre 2014-30 settembre 2015) così è previsto sul 3,1% del PIL, cioè a $ 564 miliardi.

La tesi in voga fra i conservatori e portata agli onori qui, nell’articolo del quale vi riferiamo è quella di benpensanti reazionari secondo i quali la colpa è della spesa pubblica che non è capace di controllare la spesa pubblica tagliando molti diritti acquisiti (The Economist, 7.3.2014, The president’s budget – Sliding away Il bilancio del presidente va scivolando http://www.economist.com/news/united-states/ 21598685-barack-obamas-failure-control-entitlement-spending-puts-his-good-ideas-risk-sliding). L’altra tesi – quella vera – è che invece sia stato proprio l’andazzo a tenere bassa la spesa pubblica che ha acconsentito a lor signori, l’1 o anche il 10% della popolazione, di accaparrarsi da anni quasi tutto loro, oltre il 90 e fino al 99% della crescita del PIL...

●Tanto per sottolineare che, se li stuzzicano a casa loro, o  vicino a casa loro, ormai non si limitano a lamentarsi e reagiscono, la Russia ha lasciato che Teheran annunciasse il 12 marzo di aver raggiunto l’accordo per costruire due altri reattori nucleari in Iran. L’accordo sarebbe stato firmato dal rappresentante dell’Organismo per l’Energia Atomica dell’Iran, Behrouz Kamalvandi, e dal direttore generale dell’agenzia nucleare energetica russa, Rosatom.

Sorgeranno a fianco del reattore già esistente di Bushehr, sul Golfo Persico a 750 Km., dritto a sud, di Teheran (Arutz Sheva/Israel National News.com, 13.3.2014, Iran Says Russia Will Build 2 More Nuclear Plants in Bushehr― L’Iran dice che la Russia cotruirà due altri impianti nucleari a Bushehr http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/ 178440).

Il labirinto in cui Obama si è andato a cacciare: e come, adesso, e quando, uscirne?   (vignetta)

1.000 (mille) basi militari all’estero

USCITA DALL’     USCITA DALL’  USCITA DALL’        USCITA DALLA

AFGANISTAN           IRAQ                 IRAN                  SIRIA

USCITA DALL’                                      (rallentare)

   UCRAINA            

   (attenzione! cautela: uscirne prima ancora di entrarci?... ma la Crimea non paga!                      

Fonte: Khalil Bendib, 13.3.2014

In ogni caso, almeno per ora, mentre da parte iraniana viene sottolineata e quasi sbandierata –  l’intesa raggiunta i russi non la smentiscono. E, così, (quasi) la accreditano e (quasi) la confermano.

Ma lo scopo è raggiunto, comunque. L’avviso è partito. Se vi salta in mente di stringerci troppo da vicino con le vostre sanzioni, magari per la Crimea, siamo in grado di restituirvi subito il servizio. E, viste le vostre ossessioni, anche gudagnandoci e con gli interessi (Stratfor – Global Intelligence, 3.3.2014, How Iran Could Benefit from the U.S.-Russia Standoff Come l’Iran potrebbe beneficiare dello stallo tra USA e Russia http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/how-iran-could-benefit-us-russia-standoff).

Identico il segnale che arriva dall’evolversi del rapporto tra Russia e Iran: nel corso di una conversazione telefonica il 13 marzo il presidente iraniano Hassan Rouhani e quelo russo Vladimir Putin hanno discusso dell’espansione dei rapporti tra i due paesi lavorando seriamente a aumentare la cooperazione economica tra i due paesi. E hanno discusso a lungo – ovviamente – anche degli sviluppi dela situazione internazionale: oggi, cioè, di Ucraina, Crimea e Russia... e rapporti tra America e Russia e, anche, in subordine, Europa (NSNBC, 14.3.2014, Russia-Iran to Boost Bilateral Relations Russia-Iran rilanceranno i rapporti bilaterali http://nsnbc.me/2014/03/14/russia-iran-to-boost-bilateral-rela tions-and-implement-sco-agreements).

●La primo ministra della provincia francofona del Québec, in Canada, Pauline Marois, che col suo Parti Québécois ha guidato la regione dal 2012 ha convocato elezioni anticipate per il 7 aprile. Conta di conquistare stavolta la maggioranza assoluta e intende, anche se cautamente, rimettere sul tappeto stavolta con probabilità reali di farcela, il diritto alla secessione con referendum dallo Stato unitario― proprio come sta facendo la Crimea in questi giorni, a 7.800 Km di distanza (The Economist, 7.3.2014, Parti québécoise treads softly towards indipendence desire Il partito del Quèbéc avanza cautamente seguendo   il desiderio di indipendenza http://www.economist.com/news/americas/21598663-parti-qu-b-cois-treads-softly-question-independence-unspoken-desire).

GERMANIA

La Umweltbundesamt/UBA, l’agenzia tedesca per l’Ambiente, ha informato il governo che le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera hanno registrato nel 2013 un aumento dell’1,2%. Il ministro dell’Ambiente, Peter Altmeyer, ha tradotto il dato nell’annuncio che la Germania non riuscirà a rispettare l’obiettivo di abbattere per il 2020 l’emissione di gas tossici nell’atmosfera del 40% rispetto alla quantità che ci aveva sputato nel 1990. Un’ammissione stupefacente e molto imbarazzante, al momento inspiegabile, per un paese che ha speso € 16 miliardi solo l’anno scorso in sussidi pubblici alla produzione di energia rinnovabile (German Energy Blog, 11.3.2014, UBA: German Climate Protection Goal in Danger as Greenhouse Gas Emissions Rise by 1.2% in 2013 Il target di protezione climatica della Germania, rende noto l’Agenzia ambientale UBA, in pericolo con l’effetto serra che registra emissioni in aumento nel 2013 dell’1.2%http://www.germanenergyblog. de/?p=15461).

FRANCIA

Shock un po’ dappertutto, nell’Europa dei padri e dei nonni, quindi anche un po’ per chi scrive, alla notizia che l’opposizione in Francia, con l’UMP dell’ex presidente Sarkozy ha preso il 46,5% dei voti nel primo turno delle elezioni municipali il 23 marzo, coi socialisti di Hollande, al governo, che con gli alleati hanno preso solo il 37,7% dei voti e – soprattutto – col Fronte nazionale di Marine Le Pen – estrema destra, nazionalista e programmaticamente anti-immigrati e razzista – che ha conquistato un terzo posto di rilievo e di grande risonanza.

Anche se, poi, a ben vedere solo col 4,6% del suffragio concentrato però nei soli 600 comuni dei 36.000 in cui si è votato e dove aveva scelto con cura di concentrarsi e di presentarsi. Si diffonde il timore non infondato che l’esito del voto aumenti la percezione di legittimità dell’estrema destra francese e la sua capacità di pesare sull’agenda politica del paese (The Economist, 28.3.2014, France’s National Front – On the march Il Fronte Nazionale in Francia  – In marcia http://www.economist.com/news/leaders/ 21599773-marine-le-pens-success-should-serve-warning-political-elite-france-and-across). Il governo continuerà a perseguire la sua prudente linea di integrazione europea e i tentativi, senza mai spingere a fondo, di frenare la visione austerian-merkeliana.

Ma, se il trend come potrebbe si confermasse anche in altri scenari nell’Unione europea, la Francia potrebbe decidersi a rivedere il suo ruolo nella stessa Unione (Stratfor – Global Intelligence, 21.3.2014, France’s Election Season Will Pose Serious Challenges for the Government La stagione elettorale in Francia costituirà una seria sfida per il governo http://www.stratfor.com/analysis/frances-election-season-will-pose-serious-challen ges-government).

Adesso, il 30 marzo, al ballottaggio, c’è anzitutto conferma del crollo della partecipazione al voto e, come riconosce già a pochi minuti dalla chiusura dei seggi la portavoce della presidenza, ai socialisti è andata male. Arrivano al 40% dei voti, ma ben a sei punti secchi dalla destra guidata dal successore di Sarkozy, Jean-François Copé. E la Le Pen, alla fine avanza ma, al dunque, al 7%, conquistando più del previsto ma epperò in tutto una decina di comuni, uno 0,00...% di quelli in lizza e scelti poi con grande cura...

In ogni caso, la mattina dopo il risultato si dimette, come qui è di prammatica, il primo ministro Jean-Marc Ayrault e il presidente Hollande ha subito designato a suo successore il ministro degli Interni Manuel Valls per la formazione di un nuovo governo. In realtà, il risultato delle municipali è per i socialisti, ma anche per l’UMP, la preoccupazione reale che tutte le tendenze dimostrano: che i partiti nazionalisti, razzisti e euroscettici – quasi sempre, ma non sempre, le due caratteristiche qui coincidono – sono ormai diventati – come una volta avremmo detto da noi – “parte dell’arco politico costituzionale”.

Adesso corrono ai ripari, Hollande e i suoi: come di regola fanno qui, licenziando il numero due dell’esecutivo (l’uno è lui...) e annunciando, per dirla col presidente, “un nuovo patto di solidarietà”, col ribasso delle trattenute per i lavoratori dipendenti e delle tasse per tutti. E, anche se non lo dice, perciò, col rialzo del deficit di bilancio... (FranceTvInfo, 31.3.2014, Ayrault démissionne, Valls nommé Premier ministre Airault dimissionario[to], Valls nominato primo ministro http://www.francetvinfo.fr/elections/municipales/en-direct-elections-municipales-analyses-et-resultats-definitifs-du-2e-tour_561779.html). Ma non lo poteva allora far prima, magari evitando di perdere pure così le elezioni, non mettendosi da mesi a promettere il cambio e, invece, proprio mettendolo in moto?


 

[1] A chiarimento... Questa, come avrete notato, è una delle fonti privilegiate che – insieme a New York Times e Guardian – qui più spesso citiamo. Come, per essi, si tratta di una fonte di grande peso: per la qualità e la quantità di informazioni utili che riesce a fornire. Ma, come in specie per il NYT, si tratta anche di fonti – inevitabilmente, forse – inquinate. Nel caso del grande quotidiano newyorkese dalla smania che ha sempre – costante da molti anni – di appoggiarsi sulla versione ufficiale, del governo e delle autorità come la più attendibile― certo, fino a prova contraria: che se arriva,  poi, lo vede spesso implacabile... ma anche, spesso, troppo in ritardo per poi contare (Iraq, le torture a Abu Ghraib, a Bagram in Afganistan, le spiate elettroniche della NSA, le promesse elettorali tradite di Barak Obama, ecc., ecc., ecc.

    Nel caso di Stratfor, invece, si tratta di un servizio di grande autorevolezza ma anche da prendere sempre con le molle perché – va detto chiaramente – oltre che all’attendibilità delle proprie analisi è legato – “incrociato” – al Pentagono: a quel che il ministero della Difesa gli dice e gli vuole dire proprio come fonte da cui deriva soprattutto le technicalities di cui arricchisce gran parte delle notizie che copiosamente e puntualmente diffonde. Tra parentesi, per avere accesso completo alle quali si paga un non irrilevante abbonamento.

   Questo, appunto, tanto per chiarire.         

[2] Ma ha riempito, ad abundantiam, i posti che se all’Aja, alla fine, invece che a Sochi fossero andati anche loro avrebbero riempito i russi negli alberghi a cinque stelle: il codazzo grottesco di inutili portaborse, rompiballe e guardaspalle che Obama si è portato dietro è ammontato a 900 – novecento! – americani al seguito.

[3] Tra l’altro: Henry Kissinger – uno sempre discutibile ma che di diplomazia e di statisti se ne intende, tanto da essere riuscito a fare di un gretto politicante di periferia come Nixon il presidente che riaprì alla Cina l’America...                          finché la sua paranoia lo portò a suicidarsi col Watergate – ha scritto in corso di mese che “la demonizzazione di Vladinir Putin non è una linea politica: è solo un alibi per la totale assenza di linea(Washington Post, 5.3.2014, H. A. Kissinger, How the Ukraine Crisis Ends Come finisce la crisi ucrainahttp://www.washingtonpost.com/opinions/henry-kissinger-to-settle-the-ukraine-crisis-start-at-the-end/2014/03/05/46dad868-a496-11e3-8466-d34c451760b9_story.html).

    Nel merito, Kissinger sostiene che per uscire da questa crisi l’Ucraina non può puntare ad essere altro che un ponte fra Russia e Europa; la Russia deve accettare che l’Ucraina non sia più un proprio satellite, anche non ufficiale; e l’America deve arrivare finalmente a capire che per la Russia l’Ucraina non potrà essere mai come un qualsiasi paese straniero, mai. E in Ucraina, poi, dovrebbe essere ormai chiaro per tutti che la scissione è alle porte sempre quando una delle due parti di cui è composta cerca di prevaricare, non di vincere temporaneamente, sull’altra (e sta parlando delle sommosse di Kiev, come di qualcosa di anomalo, non delle elezioni del 2010). 

[4] (Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Risoluzione sul Kosovo 1244 (1999), 10.6.1999, #10 ▬ http://www.NATO.int/kosovo/docu/u9 90610a.htm). 

[5] Un chiarissimo, brevissimo e acutissimo pezzo in italiano che ricostruisce bene la “verità”, storica e politica,  raccomandiamo a chi ci legge (il Giornale, 14.3.2014, Marcello Foa, Ucraina, il segreto che nessuno spiega  (e che dovreste sapere...) http://blog.ilgiornale.it/foa/2014/03/04/ucraina-il-segreto-che-nessuno-spiega-e-che-dovreste-sapere) e che anche per questo utile, da raccomandare a chi da noi è tanto boccalone da credere a prescindere a quel che racconta l’establishment neo-cons americano che in politica estera, con Obama che solo di tanto in tanto gli resiste ma troppo spesso ad esso si piega, è ancora saldamente al potere.

[6] Il 29 marzo arriva notizia di una specie di inevitabile nemesi storica che, forse, si apre adesso in Crimea: i 300.000 tartari della penisola – a suo tempo, sotto Stalin, oggetto di una deportazione forzata di massa in Siberia accusati all’ingrosso di aver dato una mano ai nazisti nel corso della II guerra mondiale: lo fecero in non pochi, come del resto non pochi ucraini e neanche altri popoli dell’Europa centrale― senza che ciò abbai mai potuto scusare le marce forzate e le decine di migliaia di morti di fame, di freddo e di stenti cui Stalin condannò un popolo intero.

   L’assemblea degli ucraini, riunita in quella che loro considerano la propria capitale storica, Bakhchisaray, 25.000 abitanti solo il 30% tartari, capitale per circa due secoli a metà degli anni 1.000 dei Gran Khan di Crimea – assemblea presieduta dal leader dei tartari di Crimea, Refat Chubarov, che largamente ignorato aveva chiesto ai suoi di boicottare il referendum, porta ora a precedente proprio il caso della Crimea stessa, rivendicando il diritto anche dei tartari ora al referendum per decidere da sé se secedere dalla Crimea...

   E’, tale e quale, il dilemma che, violando la lettera chiarissima della Costituzione americana, Abraham Lincoln decise di risolvere negandolo agli Stati del Sud e scatenando la guerra di secessione un secolo e mezzo fa: scrisse, allora, in termini politici e nazionali di assoluta coerenza e cogenza storico-politica che costituivano però alto tradimento della Costituzione (ma se cominciamo, dove ci fermiamo poi? se a ognuno si riconosce il diritto a secedere da qualcun altro – Stato, regione, provincia, comune, contea? vassalli, valvassori e valvassini, di qualsiasi dimensione e per qualsiasi motivo – dove ci si ferma?): Behind the second inaugural address Dietro il discorso di inaugurazione della seconda presidenza di Lincoln, Washington, D.C., 4.3.1865 ▬ http://www.historytools.org/sources/lincoln-second.pdf.

[7] Che aggiunge, anche, di come il referendum in Crimea sarebbe ▬ “una violazione del diritto internazionale”: senza neanche rendersi conto di come suonino vacue e addirittura grottesche, denunce simili, poi, in bocca del presidente della NSA e dello spionaggio elettronico, dei droni impiegati per bombardare territori di paesi sovrani stranieri anche, e soprattutto, senza farglielo nemmeno sapere, dei rapimenti internazionali fatti eseguire alla CIA e della galera a vita senza nessun processo per chi per lui, e solo per sua decisione, sospetto.

[8] Il 18 marzo quello stolto e imbecille (etimologicamente, uno che vorrebbe far tanto rumore ma non ha alcun spina dorsale e neanche si sente― proprio come un fuscello) dell’ex premier e attuale ministro degli Esteri francese Fabius, che trova il modo di farsi bacchettare al volo neanche da Merkel ma dal suo entourage.

    Aveva “twittato”, lui (cfr. @LaurentFabius, 18.3.2014: uno dei twitter fatti peggio, più  tronfi ed inutili, senza costrutto e senza reali informazioni che abbiamo mai avuto occasione di scorrere) improvvisamente, il poveraccio, che stavano per uscire le dure “sanzioni economiche” decise dalla UE...

    E Merkel ha fatto rispondere all’istante da un suo tirapiedi, però formalmente, che no― almeno per ora proprio niente del genere è stato deciso: lei, forse, al contrario di lui (che trova comunque il modo di escludere dalle minacciate sanzioni “la livraison des trois porte-hélicoptères de Saint-Nazaire”...

    Ah, le portaelicotteri che la Francia ha costruito e venduto alla Russia...) ha fatto meglio i conti su chi ci perderebbe davvero di più nel conto del dare ed avere delle contro-sanzioni russe...(contro-sequestro di beni e assets occidentali in Russia... ,e, tanto per dire, fermo all’export di gas naturale che tanto i cinesi assorbirebbero subito e tutto in contanti)...

[9] Trattato dell’Atlantico del Nord, 4.4.1949, testo integrale italiano dell’art. 5: “Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’ari. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale” ▬ http://www.NATO.int/cps/fr/SID-10BA3FFE-07A2B68E/ NATOlive/official_texts_17120.htm?blnSublanguage=true&selectedLocale=it&submit=select);

e, per il testo originale inglese, The North Atlantic Treaty, 4.4.1949, art. 5 http://www.NATO.int/cps/en/NATOlive/ official_texts_17120.htm).

[10] L’unico, davvero letto – comunque per pochissime migliaia di copie – da noi è Jaan Kross il cui Palazzo dello zar (già... non a caso, questo è il tema) è stato tradotto nel 1994 da A. Alberti per Garzanti.