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     13. Nota congiunturale - aprile 2013

 

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.04.12

 

Angelo Gennari

 

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc352520045 \h 1

nel mondo.. PAGEREF _Toc352520046 \h 1

● Dopo Maradona e Messi, in fondo gli argentini lo avevano sempre saputo che Dio fosse uno di loro(vignetta) PAGEREF _Toc352520047 \h 2

● Vaya con Dios, compañero Hugo (vignetta) PAGEREF _Toc352520048 \h 12

in Cina (e nei paesi del continente asiatico) PAGEREF _Toc352520049 \h 15

● Cina e armi: molto meno degli USA, ma loro spendono mentre questi cominciano a tagliare  (istogramma) PAGEREF _Toc352520050 \h 16

● Salda stretta di mano (commerciale e strategica) tra Russia e Cina   (vignetta) PAGEREF _Toc352520051 \h 20

● Afganistan: tomba degli imperi   (vignetta) PAGEREF _Toc352520052 \h 23

● Appello alla Cina degli USA per il Nord Corea   (vignetta) PAGEREF _Toc352520053 \h 27

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais. PAGEREF _Toc352520054 \h 27

EUROPA.... PAGEREF _Toc352520055 \h 38

Il caso dell’imbroglio – o della distrazione? – di Mario Draghi al Consiglio dei ministri dell’Unione europea. PAGEREF _Toc352520056 \h 47

● Diroccato, ormai, il paradiso fiscale di Cipro (vignetta) PAGEREF _Toc352520057 \h 50

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc352520058 \h 57

● Il confronto USA-Iran: sulle bombe e/o su tutto?...   (vignetta) PAGEREF _Toc352520059 \h 62

● La logica della guerra: no, non è che mi sia venuta un granché bene… la festa…  (vignetta) PAGEREF _Toc352520060 \h 67

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc352520061 \h 67

● Ma la differenza tra PilUsa e GB non la spiega il rendimento(identico!)dei Bot - PIL reale, picco precrisi =100    PAGEREF _Toc352520062 \h 68

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di aprile 2013 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza:

• il 10-11 aprile, incontro dei ministri degli Esteri del G8;

• l’11-13 aprile, incontro dell’ECOFIN e dell’Eurogruppo;   

• il 22-23, dovevano iniziare le quattro tappe regionali del primo turno di presidenziali in Egitto, di cui, poi, il Tribunale amministrativo ha decretato il rinvio. Se ne riparlerà, forse, a ottobre…

●Cominciamo dal fatto grosso del mese dall’elezione del nuovo papa. E’, dunque, il cardinale gesuita Jorge Mario Bergoglio, il primo nella storia, qui sibi nomen imposuit, Francesco, ancora il primo nella storia (certo: San Francesco d’Assisi, ovviamente: ma anche Francisco de Jasso Azpilcueta Atondo y Aznares de Javier, che noi chiamiamo San  Francesco Saverio, S. J., fondatore con Iñigo Lopez de Recalde y Loyola dell’ordine dei gesuiti e grande missionario in Estremo oriente), il primo argentino della storia naturalmente, uno che nessuno degli scommettitori aveva previsto (era vecchio, dicevano, a 76 anni…).

Che ha comunicato, come pare davvero amar fare, parlando del tutto informalmente alla sua prima “conferenza stampa” che il nome gli è venuto “nel cuore” pensando proprio a Francesco d’Assisi: “l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato— oggi che, poi, col creato non abbiamo un gran buon rapporto, no?”, quando il suo vicino di banco nella cappella Sistina, il cardinale brasiliano Cláudio Hummes, francescano, arcivescovo emerito (ha quasi 80 anni) di São Paulo ha sentito scrutinare per la 77a volta il suo nome, eleggendolo a pontefice romano, gli aveva sussurrato, abbracciandolo, mentre lo scrutinio continuava – dunque, di voti, ne ha avuti di sicuro più dei 2/3: sembra essergli sfuggito così, casualmente – da vecchio amico personale che era, “e, adesso, santo padre, ricordati sempre dei poveri[1].

Anche se ormai è noto che nel Conclave che elesse alla fine Ratzinger nel 2005 proprio Bergoglio  fu il suo vero competitor, con un pacchetto rimastogli incollato fino alla fine di ben 40 voti, fino a quando lui stesso chiese loro, cioè – a Carlo Maria Martini per primo, altro gesuita – di lasciar perdere (un pacchetto di blocco, se voleva, per l’elezione.

E Francesco ha concluso il suo primo discorso, sostanzialmente a braccio in tutti i passi importanti alla stampa mondiale (6.000 reporters d’ogni tipo a Roma per l’elezione) con una frase del tutto inedita e a chi scrive, sembra, assolutamente eversiva in bocca al papa. “Dato che molti tra di voi, qui, non appartenete alla Chiesa cattolica e che altri, sempre qui, non sono proprio credenti, io  ‘imparto’ (impartisco)  questa benedizione in silenzio, dal mio cuore, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno di voi ma sapendo – come io so – che ciascuno di voi è un figlio di Dio. Che Dio vi benedica”.

Parole e sentimenti in realtà niente affatto eversivi e che altri nella Chiesa, certo, hanno detto prima. Mai però avremmo pensato, francamente, di sentirli dire così – papali papali – da un papa in Vaticano: pieni di rispetto che non solo sembra ma suona profondissimo perfino per gli atei…

A Buenos Aires, ha scritto un giornalista del luogo sul NYT (New York Times, 15.3.2013, D. Politi, Argentinian PastoralPastorale argentina http://latitude.blogs.nytimes.com/2013/03/15/bergoglio-stood-up-to-kirchner-will-he-to-the-vaticans-bureaucracy/?hpw) gli automobilisti si sono messi a suonare il clacson e dai balconi le urla scendevano fino in strada. Era come se l’Argentina avesse appena segnato un goal nella finale della Coppa del Mondo. E la gente è accorsa in massa alla cattedrale, gridando e battendo le mani celebrando una notizia inaspettata. Questo è un paese [scrive… e quanto ricorda, tutto quello che scrive Politi a chi scrive qui, proprio l’Italia…] dove, dopo tutto più dei ¾ della popolazione si autodefinisce cattolica ma dove sono pochi, molto pochi, quelli che ogni domenica vanno a  messa”. Già…

Dopo Maradona e Messi, in fondo gli argentini lo avevano sempre saputo che Dio fosse uno di loro   (vignetta)

Fonte: NYT, 15.3.2013, Joanna Neborski

Il più esplicito tra i cardinali a spiegare il come e il perché della scelta in termini generali, senza debordare dai limiti imposti dal segreto canonico, è stato uno dei suoi principali elettori, l’arcivescovo di Parigi André Vingt-Trois (è vero: stranissimo cognome…). Sembrerebbe, dunque che, “in buona parte, i cardinali di Curia, quelli che stanno in Vaticano, preoccupati di proteggersi i rispettivi feudi burocratici, abbiano snobbato il capofila presunto, il candidato favorito – dice questa lettura, peraltro di certo non unica, delle cose – dai riformatori, il cardinale Angelo Scola.

   Il che ha creato un’apertura a un gesuita latino-americano che presentava un attraente mix di pietas, umiltà personale e dimostrate capacità amministrative e ha attratto con ciò a sé molti tra i cardinali, compresi quelli decisi a fare i conti coi recenti scandali su corruzione e disordine interno alle gerarchie vaticane, o alla Curia. Rimane da vedere ora, però, come e se Francesco risponderà a quelle speranze”.

Vingt-Trois ha detto poi chiaro e tondo che proprio “scegliendo Bergoglio abbiamo scelto qualcuno che non è dentro al sistema curiale, a causa della sua missione e del suo ministero – vescovo di una grandissima diocesi e primàte di una grande nazione cattolica – uno che non è parte del sistema italiano ma allo stesso tempo, a causa della sua cultura e delle sue origini, è italo-compatibile. Se c’era qualcuno che potesse intervenire con giustizia nella situazione – lo aveva detto anche questo chiaro: la “situazione” essendo il nido di vipere che (tra corvi, cornacchie e uccellacci vari) è diventata la Curia romana nel conflitto stranoto tra Sodano e Bertone e i loro seguaci – lui è certo l’uomo che può farlo al meglio

   (New York Times, 14.3.2013, D. J. Wakin, Snub of Reformers’ Choice Seen Before Anointing of Pope Dopo aver scartato la scelta di un riformatore, è arrivata l’unzione del nuovo papa http://www.nytimes.com/2013/03/15/world/europe/ new-popes-piety-and-humility-aided-his-surprise-selection.html).

Il più grande quotidiano argentino ne ha dato notizia proprio stupefatto (El Clarin, 14.3.2013, J. Algañaraz, Eligió llamarse Francisco: Bergoglio, la sorpresiva elección de un Papa argentino que abre una etapa nueva en la IglesiaHa scelto di chiamarsi Francesco: bergoglio, la sorprendente elezione di un appa argentino che apre una tappa nuova nella Chiesa http://www.clarin.com/europa/Bergo glio-sorpresiva-Papa-argentino-Iglesia_0_882511890.html).

Secondo un apprezzato periodista, ottimo conoscitore proprio dell’arcivescovo di Buenos Aires e del suo paese, che verso di lui è sempre stato obiettivo e anche razionalmente – non  visceralmente, come altri, critico – Bergoglio è un “woiytiliano puro: conservador a nivel de la doctrina y progresista en materia social..., un crítico severo del Fondo Monetario Internacional y del neoliberismo(Sergio Rubin, analista di cose religiose sempre per il Clarin di Buenos Aires (rif. in ABC.es/Madrid, Presentacion de los cardenales electores en el concláve http://www.cordoba..abc.es/informacion/conclave/ cardenaleselectores/latino02.asp): e, su questo lui non  ha dubbi, anche se a modo suo, è un conservatore in materia politico-ideologica, di tipo tradizionele, proprio destra/sinistra.

Da provinciale dei gesuiti di Buenos Aires, sotto la dittatura militare svolse una continua ma anche volutamente discreta – secondo alcuni troppo discreta – opposizione alla violazione sistematica di ogni genere di diritti e di crimini dei militari che reggevano dopo il golpe i destini del suo paese. Lo fece sollevando anche aspre critiche da sinistra proprio per quella sua “discrezione”: superate, poi, largamente quando a posteriori si venne a sapere dei mille suoi interventi puntuali e efficaci ma riservati e non pubblici[2].

Poi, ha anche imposto, come primate dell’Argentina, una “giornata della penitenza” con cui tutta quella Chiesa ha chiesto motivatamente, disse, perdono per le debolezze e le omissioni di cui riconosceva essere stata in qualche modo responsabile nel periodo della dittatura militare: un testo forte e niente affatto equivoco (Accion Catolica Argentina, 9.11.2012, Carta al Pueblo de Dios, 104a Asamblea Plenaria de los Obispos de la República Argentina http://www.accioncatolica.org.ar/?p=8291).

Così come, in epoca più recente, è stato criticatissimo dalla destra conservatrice argentina “tierrateniente” per le sue veementi denunce della disuguaglianza sociale e il suo coerente stile “umilde y de bajo perfil”, apertamente contrastante con lo stile e la norma di vita sontuosamente perseguita dagli alti prelati del continente. Come anche (chiusura dottrinale e apertura economico-sociale...) dalla sinistra e dai liberali per il suo contrasto intransigente, in nome della morale  tradizionale, alla legge sull’equiparazione legale dei matrimoni omosessuali a quelli etero nel paese.

Di qui, soprattutto, puntuale e sferzante, il giudizio che la presidente dell’Argentina, Cristina Kirchner, ha espresso su di lui di recente come sul vero capo dell’opposizione al suo governo popolar/populista: ora lei, che si considera sempre cattolica, ne ha salutato l’elezione al papato “con emozione”, ha detto (con un pronto messaggio trasmesso per Twitter gli ha augurato a nome di tutto il loro popolo  “nuestro deseo que tenga, a asumir la conducción y guya de la Iglesia Universal, una fructifera tarea pastoral desempeñando tan grandes responsabilidades de pos de la justicia, la igualdad, la fraternindad y de la paz de la humanidad” (▬ https://twitter.com/CFKArgentina/status/311937367973974018/photo/1): sicuramente sincera, la presidenta, comunque obbligata a farlo e anche perché così, certo, se lo toglie pure di torno, una volta per tutte...

●Sede vacante, anche se il papa emerito era vivente e presente ma rigorosamente silente chiuso in clausura, dunque a ben vedere brevissima. Al contrario della tragica sede vacante che hanno aperto le elezioni in Italia. Siamo ancora, mentre scriviamo a fine marzo, oltre un mese dal voto, in pieno interregno, in stallo totale. Adesso, proprio alla fine, ha ripreso in mano la matassa, e tenterà di sbrogliarla (ma al solito: auspicando, augurandosi…) il presidente della Repubblica, Giorgio Cunctator il grande temporeggiatore, Napolitano.

Che, invece di dimettersi subito, forzando i tempi e facendo l’unica cosa che – forse, … forse – si potesse ormai fare per cercare di sbloccare una situazione di impasse totale con un guizzo magari unico di fantasia – e comunque, a dieci giorni dalla scadenza del suo mandato, semel in septennatum – e così mettendo tutti di fronte al fatto compiuto, s’è inventato un’altra dilazione, il comitato dei dieci saggi. Questo sì del tutto anomalo e senza neanche trovare il modo di nominare tra i dieci neanche una donna che, in quanto tale, anche se a titolo solo simbolico ovviamente, “rappresentasse” oltre la metà del popolo italiano… e, magari per sbaglio, avesse pure meno di cinquant’anni …

Adesso, alla fine del suo settennato, così equilibrato da averci sciaguratamente condotto, in nome del meno peggio, a questo esito, siamo noi ad auspicare, stavolta, che alla fine stavolta la novità gli riesca con esiti migliori di quando convinse Bersani a non andare alle elezioni (allora Grillo era al 5, e non al 25% e Berlusconi al 10, sì e no) e a fare di Monti il PM, sulla base di un savoir faire economico che, al dunque, s’è rivelato del tutto fasullo e fra l’altro ha affossato ancora una volta, per l’ennesima volta – responsabilmente si capisce – il suo stesso partito. E auspichiamo anche – ci sia consentito! – che chiunque sia il prossimo presidente della Repubblica non ci faccia più ascoltare sentire pronunciare proprio quel verbo diventato così odioso e impotente: auspicare!!!

Di questa situazione ne avrete ormai letto tutto e, naturalmente, anche il suo contrario. Qui riportiamo, perché a noi hanno fatto pensare, quattro reazioni specifiche che, forse, non conoscete e che vennero espresse, a bocce già completamente in stallo, a pochissimi giorni, ore addirittura, dall’esito del voto del 25 febbraio. La prima, in sostanza, è quella di un nostro amico che non ci ha autorizzato però a farne qui il nome. Ma a riferirne gli spunti di riflessione sì: e non ci sembrano per niente insensati (ne abbiamo ritoccate qua e là alcune specifiche indicazioni; ma solo per completarle)…

◙“Se andate a vedere i risultati di tutte le elezioni dal 1994 ad oggi, il centro-destra complessivamente considerato (FI, AN, Casini, Dini, Lega, D'Antoni) sempre aveva raggiunto più del 50% dei voti e spesso oltre il 55%. Nel '94 Berlusconi aveva poco più del 43 (FI, Lega e AN) ma PP e Segni avevano tra di loro il 16%.

Questa è, invece, la prima volta dal 1994, e credo dal 1948, che il centro-destra italiano (Berlusconi e Monti) supera appena il 40%!!! Nonostante questo siamo riusciti a perdere, persino contro il suo stesso stato di profonda divisione.

Da notare che coalizione di Berlusconi e PDL hanno preso, grosso modo, quello che gli davano i sondaggi ufficiali fino all’8 febbraio, quello che confermavano i sondaggi clandestini della vigilia in sede silente e quello che gli hanno dato gli exitpoll (controllate se non ci credete…). In realtà la media dei sondaggi ha dato sempre a Berlusconi sul 30%, come gli exitpoll e come i risultati reali.

La toppata dei sondaggi non è stata su Berlusconi, cioè, ma sul PD e su Grillo. Hanno presupposto che, se alla fine, avessero votato sarebbero tornati all’ovile ignorando che esitavano proprio perché  non si fidavano più di tornare all’ovile: così che alla fine, non pochi di loro non sono tornati a Bersani ma sono andati da Grillo.

L’Oscar per la peggiore campagna elettorale: pensavo che fosse da condividere tra Bersani e Monti, il primo per non aver detto niente di chiaro, netto e capace di essere ricordato; il secondo per aver detto (e fatto) troppo, invece, in termini di fede cieca e non ragionata: la ricetta neo-liberista fatta ingoiare al paese in un anno e qualche mese senza mai vedere che dove la stavano applicando (Grecia, Spagna) le cose andavano catastroficamente.

Ma forse quell’Oscar lo meritano Santoro che, per lo share da conquistare, ha restituito per primo al Cavaliere l’accreditamento che non aveva avuto più da anni (rispettabilissima scelta professionale ma esiziale scelta politica) senza essere capace poi di “frenarlo”; e la dirigenza romana del PD che ha lasciato p. San Giovanni a Grillo, convincendo Bersani a rinchiudersi nella bomboniera (600 posti stretti) del teatro Jovinelli (secondo la Gallup americana sono stati, solo per questa scelta, 100.000 voti regalati a Grillo e alla sua credibilità all’ultimo minuto— e 100.000 in meno alla credibilità di PD/Vendola in un teatro di Roma (600 posti).

Speriamo solo che adesso non facciano decidere a loro il prossimo  candidato sindaco di Roma! Che questi sono anche capaci di candidare il presidente della BNL, il cav. Abete…

A proposito, il catastrofico Walter Veltroni (speriamo comunque che non ricompaia neanche lui…) aveva ottenuto il 33%: ma non c’era (ancora) questo clima, né c’era Monti e non c’era Grillo a proporre per uscirne – semplicisticamente – di rovesciare il tavolo”.

◙La seconda riflessione che vi sottoponiamo, è una specie di esame autoptico delle elezioni appena defunte, è riportato un giudizio molto esplicito, anche troppo forse, su Grillo ed i suoi. Risale a un gruppo di docenti bolognesi della fondazione Wu Ming mandarino, in cinese (sinistra assolutamente non ortodossa ma sicuramente marxista: si chiamavano, fino a qualche anno fa, gruppo “Luther Blissett” – forte calciatore inglese di colore, poi laureato e diventato docente di storia a Oxford – e hanno pubblicato libri di fantapolitica – il più noto è il romanzo storico “Q” – e pubblicano un loro blog assai intrigante di vari umanità, soprattutto politica e, come dire?, politico-utopica).

Sostengono che “nonostante le apparenze e le retoriche rivoluzionarie, crediamo che negli ultimi anni il Movimento 5 stelle sia stato un efficiente difensore dell’esistente. Una forza che ha fatto da “tappo” e stabilizzato il sistema… Negli ultimi tre anni, mentre negli altri paesi euromediterranei e in generale in occidente si estendevano e in alcuni casi si radicavano movimenti inequivocabilmente antiausterity e antiliberisti, qui da noi non è successo…Tanti fuochi di paglia, ma nessuna scintilla ha incendiato la prateria, come invece è accaduto altrove… Non abbiamo avuto una piazza Tahrir, non abbiamo avuto una Puerta de Sol, non abbiamo avuto una piazza Syntagma. Non abbiamo combattuto come si è combattuto – e in certi casi tuttora si combatte – altrove. Perché?

I motivi sono diversi, ma oggi vogliamo ipotizzarne uno solo. Forse non è il principale, ma crediamo abbia un certo rilievo…

Da noi, una grossa quota di indignazione è stata intercettata e organizzata da Grillo e Casaleggio – due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing – in un franchise politico/aziendale con tanto di copyright e trademark, un “movimento” rigidamente controllato e mobilitato da un vertice, che raccatta e ripropone rivendicazioni e parole d’ordine dei movimenti sociali, ma le mescola ad apologie del capitalismo sanoe a discorsi superficiali incentrati sull’onestà del singolo politico/amministratore, in un programma confusionista dove coesistono proposte liberiste e antiliberiste, centraliste e federaliste, libertarie e forcaiole. Un programma passepartout e dove prendo prendo, tipico di un movimento diversivo…

Fateci caso: l’M5S separa il mondo tra un “noi” e un “loro” in modo completamente diverso da quello” di tutti gli altri movimenti che stanno scuotendo da noi l’occidente. “Quando #Occupy ha proposto la separazione tra l’1 e il 99 per cento della società, si riferiva alla distribuzione della ricchezza, andando dritto al punto della disuguaglianza: l’1 per cento sono i multimilionari. Se lo avesse conosciuto, #Occupy ci avrebbe messo anche Grillo. In Italia, Grillo fa parte dell’1 per cento.

Quando il movimento spagnolo riprende il grido dei cacerolazos argentini ‘Que se vayan todos!’, non si sta riferendo solo alla ‘casta’, e non stanno implicitamente aggiungendo ‘andiamo noi al posto loro’.

Lì stanno ‘rivendicando l’autorganizzazione autogestione sociale: proviamo a fare il più possibile senza di loro… Tra quelli che “se ne devono andare”, gli spagnoli includerebbero anche Grillo e Casaleggio (inconcepibile un movimento comandato da un milionario e da un’azienda di pubblicità!), e anche quel Pizzarotti che a Parma da mesi gestisce l’austerity e si rimangia le roboanti promesse elettorali una dopo l’altra.

L’unico modo per saper leggere la fase che inizia, è comprendere quale sia stato il ruolo di Grillo e Casaleggio nella fase che termina. Per molti, si sono comportati da incendiari. Per noi, hanno avuto la funzione di pompieri.

Può un movimento nato come diversivo diventare un movimento radicale che punta a questioni cruciali e dirimenti e divide il “noi” dal “loro” lungo le giuste linee di frattura?

Perché accada, deve prima accadere altro. Deve verificarsi un Evento che introduca una discontinuità, una spaccatura (o più spaccature) dentro quel movimento. In parole povere: il grillismo dovrebbe sfuggire alla “cattura” di Grillo. Finora non è successo, ed è difficile che succeda ora. Ma non impossibile. Noi come sempre, “tifiamo rivolta”. Anche dentro il Movimento 5 stelle(su Internazionale, 25.2.2013, Il movimento 5 stelle ha difeso il sistema ▬ http://www.internazionale.it/ news/italia/2013/02/26/il-movimento-5-stelle-ha-difeso-il-sistema-2).

◙E, del tutto a latere, per rifletterci un po’ – avendo aspettato, compulsando per giorni il blog di Grillo, per trovarci magari una replica: non reperita – vi citiamo a seguire integralmente la terza breve riflessione, un cattivissimo articolo, a quanto pare però “fattuale” dal Corsera – un florilegio di insulti, calunnie e caz*ate – includiamo anche le note dissonanti, per l’A. del pezzo citato di natura squisitamente politica ma insistiamo, noi, a riflettere e a chiedervi di riflettere, su quella meno politiche, umane proprio, diciamo così, sulle stonature pesanti che Grillo ha accumulato negli anni recenti (Corriere della Sera, 4..3.2013, P. Battista, L’ascesa di Grillo tra anatemi e gaffe  http://archiviostorico.cor riere.it/2013/marzo/04/ascesa_Grillo_tra_anatemi_gaffe_co_0_20130304_3ff2aff6-8496-11e2-8c92-02d47cb311a2. shtml). Dunque:

A quelli che vogliono blandire, coinvolgere, includere, integrare Beppe Grillo, razionalizzarlo e condurlo a più miti consigli governativi, ai giornalisti già pronti alla laudatio, ai teorici del bisogna «capire, comprendere, ascoltare» le sacrosante ragioni del movimento di Grillo, a tutti e per tutti ecco un breve e succinto elenco di cose che sarebbe il caso di ricordare, così, tanto per rendersi conto di qual è il linguaggio di Grilloville e cosa bisogna capire, comprendere, ascoltare.Un florilegio che non può non cominciare con una nefandezza che oggi si dimentica con troppo facilità e cioè con la «vecchia puttana» con cui il sempre elegante Grillo insultò Rita Levi Montalcini, accusata di aver ottenuto il Nobel «grazie a una ditta farmaceutica amica che le aveva comprato il Nobel» (condannato per diffamazione). Si passa alla negazione dell'esistenza dell'Aids, considerata una creatura delle case farmaceutiche interessate a fare dell'allarmismo per incrementare i loro profitti. Si continua con il «Cancronesi» con cui Grillo, paladino della cosiddetta «cura di Bella», bollò con disprezzo Umberto Veronesi, accusato di boicottare non meglio precisate cure alternative nella guerra contro i tumori. Ci si inoltra poi nei meandri di uno spettacolo in cui Grillo esorta a trattare con «due schiaffetti» in caserma, lontano da occhi indiscreti «i marocchini che rompono i coglioni» (i suoi adepti dicono che era «ironia»: non era «ironia»): una «costola della sinistra» Beppe Grillo e il suo movimento da blandire e inseguire e corteggiare? E il Grillo che, per demonizzare una militante che aveva osato dissentire dal capo della setta, la insulta beffardamente con riferimenti obliqui al «punto G» di cui lei sarebbe smaniosamente alla ricerca?Poi ci sono le, per così dire, eccentricità che passano dalla dimensione simpaticamente pazzotica di un picchiatello di piazza a quella della proposta politica destinata a raccogliere, come si è visto, un vasto consenso popolare. Radio Radicale ha appena mandato in onda un'intervista dei primi anni Novanta in cui Grillo demonizzava le bottiglie di vetro per magnificare quelle in plastica: tutto il contrario di ciò che si dice oggi. In uno spettacolo propose di distruggere i computer. In Sicilia esorta il suo movimento a scatenare la guerra santa contro il latte di mucca per favorire con apposite politiche il latte d'asina. Naturalmente è contro il latte pastorizzato, e chissà quale nomignolo Grillo vorrebbe affibbiare a quel bugiardo di Pasteur. E le donne saranno contente di sapere (ha scritto Serena Sileoni dell'Istituto Bruno Leoni) che nell'ideologia grillina gli assorbenti femminili sono il demonio che inquina il mondo mentre si dovrebbe imporre l'uso della «mooncup» da lavare ogni volta e prestare alle amiche per risparmiare. Grillo ha anche detto che la stampa mondiale è controllata da una «lobby ebraica» e che tifa per Ahmadinejad. Bisogna capire, comprendere, ascoltare.

◙Il quarto documento che vi porgiamo in lettura ci parla di un personaggio, stimato ma – quel che conta stimato anche da economisti grandi davvero, come il Nobel Joseph Stglitz – uno di quelli che su questa crisi, la sua natura e il come cominciare ad uscirne (anzitutto buttando a mare le ricette  austeriane di Monti e del neo-liberismo), il prof. Mauro Gallegati, che si dice ed è stato davvero consulente e “consigliori” della piattaforma di Grillo sulle questioni economiche. Il commento è preso da un breve scritto di un noto esponente della scuola  analitica di sinistra radicale accademica e ci sembra, in sintesi, interessante e ben informato:

Se il Movimento Cinque Stelle decidesse di strutturare il proprio programma di politica economica sulla base dei contributi del Professor Mauro Gallegati e del gruppo di studiosi da lui coordinato sarebbe una notizia positiva e confortante per il futuro del paese.

Mauro Gallegati è uno dei più autorevoli esponenti italiani della Nuova Macroeconomia Keynesiana. Con Domenico Delli Gatti ha pubblicato contributi altamente innovativi in vari settori di frontiera dell’analisi macroeconomica, come ad esempio gli studi sulle interazioni sociali tra agenti economici eterogenei. Ha inoltre pubblicato diversi articoli con il premio Nobel Joseph Stiglitz, tra i quali spiccano alcuni recenti contributi dedicati ai nessi tra crescita delle disuguaglianze sociali e crisi economica. Gallegati può essere insomma annoverato tra gli studiosi italiani che sono riusciti a collocarsi nel gotha della migliore analisi economica “mainstream”. Al tempo stesso, egli ha anche più volte manifestato interesse nei confronti delle teorie economiche cosiddette “critiche”, come dimostrano i suoi studi dedicati, tra gli altri, al post-keynesiano Hyman Minsky.

Personalmente non mi sento di condividere l’attuale posizione del Prof. Gallegati riguardo al futuro della zona euro. Gallegati ha infatti ridimensionato la rilevanza delle critiche che Beppe Grillo ha più volte espresso nei confronti dell’euro, e ha negato che il M5S possa orientarsi verso una strategia di uscita dall’eurozona.

Gallegati tuttavia conosce a menadito la lezione di Keynes: egli sa benissimo che la pretesa delle autorità di politica economica europea di correggere gli squilibri tra paesi creditori e paesi debitori costringendo questi ultimi ad adottare misure pesantemente deflazionistiche e recessive si sta rivelando un colossale fallimento. Proseguendo di questo passo l’Unione monetaria europea sarà preda di un gigantesco “gioco non cooperativo”, che finirà presto o tardi per portarci a una messa in discussione della moneta unica e forse persino, in potenza, ad una revisione del mercato unico europeo.

Certo, vi è chi si augura che i segnali politici provenienti dall’Italia e dalle altre periferie dell’eurozona possano disporre le autorità tedesche e comunitarie a un abbandono della linea deflazionista e a una svolta negli indirizzi di politica economica. Ma le notizie più recenti sembrano dirci l’esatto contrario: in Germania la dottrina di Jurgen Stark e degli altri falchi della Bundesbank pare avere ormai irrimediabilmente contagiato i vertici della stessa SPD. Se questo scenario tenderà a perdurare e a rafforzarsi, non ci sarà alcuna speranza: l’euro si rivelerà uno zombie, un morto che cammina.

Gallegati conosce bene i rischi del gioco non cooperativo che va profilandosi. Egli sa pure che lo stesso Stiglitz ha più volte espresso l’opinione che, a date condizioni, una opzione di uscita dall’euro dell’Italia e degli altri paesi periferici potrebbe esser considerata razionale: per il premio Nobel, l’uscita dall’euro “non sarebbe la fine del mondo”. La mia modesta opinione è che forse una simile eventualità andrebbe meglio esaminata in termini di rapporti conflittuali tra gruppi sociali antagonisti, e quindi bisognerebbe valutare le diverse ricadute su di essi a seconda delle diverse possibili strategie di uscita, di “destra” oppure di “sinistra”. Ad ogni modo, e al di là della tesi di chi scrive, è innegabile che Stiglitz coltivi una posizione meno pessimistica di Gallegati in merito all’eventualità di abbandono della moneta unica.

Se dunque Gallegati ritiene si possa dare ancora una chance alle prospettive di riforma dell’eurozona, spero possa convenire sul fatto che tale chance può diventare concreta solo se il futuro governo dell’Italia si presenterà ai tavoli delle trattative europee non soltanto con una precisa proposta di ridefinizione dei trattati concordata con la Francia e con gli altri paesi periferici dell’Unione, ma anche con un esplicito “piano B” nella ipotesi che le autorità tedesche risultassero ancora una volta ostili all’abbandono dell’attuale linea deflazionista.

In questi mesi sono state avanzate varie proposte di revisione dei trattati in grado di dare nuove speranze al futuro dell’eurozona. Alcune di queste indicazioni sono state anche pubblicate in documenti ufficiali dei partiti progressisti europei. Tuttavia, c’è motivo di ritenere che nessuna di queste iniziative possa avere una possibilità di successo se non viene accompagnata, ai tavoli delle trattative, da un “piano B”, una exit strategy in caso di ennesimo fallimento dei negoziati.

Ad avviso di chi scrive, l’unica opzione che potrebbe indurre le autorità tedesche a rivedere le proprie posizioni consiste nel chiarire che se queste decideranno di abbandonare la moneta unica al proprio destino c’è il rischio che venga poi messa in discussione anche la piena libertà di circolazione dei capitali e delle merci sancita dal mercato unico europeo. I proprietari tedeschi, infatti, ormai mettono in conto i costi di una crisi dell’euro, mentre temono ancora fortemente l’ipotesi di una revisione degli accordi di libero scambio.

Fargli capire che si tratta di una ipotesi plausibile potrebbe rivelarsi l’ultima carta da giocare per il salvataggio dell’Unione. La speranza è che, dall’alto della sua autorevolezza, il Professor Gallegati induca i nostri rappresentanti politici ad avviare una discussione al riguardo. Almeno in camera caritatis (E. Brancaccio, 1.3.2013, In camera caritatis ▬ http://www.emilianobrancaccio.it/2013/03/01/ in-camera-caritatis-una-nota-su-mauro-gallegati).

Più avanti, nel capitolo sull’EUROPA, ritorniamo anche a riferire, brevemente, di due interviste sul trema che chiariscono, icasticamente e seccamente, il parere di Grillo sul tema, date a grandi giornali, uno tedesco e uno americano, visto che lui rifiuta il contatto impuro con la stampa nostrana…

●Raúl Castro, il presidente che a Cuba ha rimpiazzato, nel 2008, l’ancor più anziano fratello Fidel, fondatore della rivoluzione e a suo modo una specie di “papa emerito” ormai del regime, ha dato inizio all’ultimo suo mandato di cinque anni (lo ha annunciato lui stesso) svelando che il suo successore, se il partito comunista cubano confermerà la sua indicazione, dovrebbe essere il ministro dell’Istruzione superiore, Miguel Díaz-Canel adesso eletto, a 52 anni, come primo vice presidente. E’ l’inizio concreto, e visibile, del passaggio del potere a una generazione non più di 80enni, quella  nata dopo la rivoluzione del 1959. Anche l’altro vice presidente, la segretaria del partito della capitale, Lazara Mercedes López Acea, ha 49 anni.

Il resto del mandato di Raúl sarà speso, come ha chiarito, ad organizzare una transizione ordinata e pacifica che, accompagnando una serie di graduali e prudenti riforme, dovrebbe garantire comunque quello che l’America e gli emigrati cubani a Miami vogliono continuare a contrastare: la sopravvivenza del regime castrista. (The Economist, 1.3.2013, The New Man L’uomo nuovohttp://www. economist.com/news/americas/21572817-castros-unveil-their-successor-new-man).

Chávez, che meno della metà del Venezuela aspettava speranzosamente trepidando che morisse e più della metà dei venezuelani ormai si stava rassegnando a veder scomparire, è stato ammazzato a 58 anni dal cancro che lo aveva colpito due anni fa e dalle complicazioni che s’è trascinato dietro, prima di essere rieletto per la quarta volta alla carica.

Adesso molti qui, compreso il suo vice presidente Maduro, parlano di un possibile assassinio “alla Arafat” (è appena iniziato l’accertamento necroscopico per verificare l’ipotesi dell’avvelenamento – non si sa, ma si sospetta, ovviamente a cura di chi… – che ne avrebbe accelerato la morte):  mesi fa lo stesso Chávez aveva parlato di una coincidenza misteriosa in base alla quale, e in pratica contemporaneamente alla sua, erano state trovate metastasi cancerogene incipienti all’ex presidente brasiliano Lula e alla presidente attuale, Dilma Rousseff, al presidente Fernando Lugo del Paraguay, a Cristina Kirchner presidentessa dell’Argentina (National Post/Caracas, 29.12.2011, Venezuela’s Chávez suggests U.S. is giving Latin American leaders cancer Il venezuelano Chávez implica che il cancro di tanti leader latino- americani sia di fattura nord-americana http://news.nationalpost.com/2011/12/29/venezuelas-chavez-suggests-u-s-is-giving-latin-american-leaders-cancer).

Che, francamente, sembra un tantino eccessivo, come anche l’espulsione di due addetti militari statunitensi dall’ambasciata a Caracas, accusati di complottarne con militari del paese non meglio identificati la destabilizzazione e che, ovviamente, comporta subito l’analoga e equilibrante contro-espulsione da Washington di due diplomatici venezuelani (CNN, 11.3.2013, J. C. Lopez e C. E. Shoichet, U.S. expels 2 Venezuelan diplomats Gli USA [contro]espellono due diplomatici venezuelani http://edition.cnn.com/ 2013/03/11/us/venezuela-diplomats-expelled).

Ma è anche un sospetto, in qualche modo, autorizzato – o reso plausibile – dai risultati della Commissione d’inchiesta del Congresso americano presieduta dal senatore Frank Church che, quasi trent’anni fa ormai, ha scovato, documentato e denunciato (United States Congress, Senate, Select Committee to Study Governmental Operations with Respect to Intelligence Activities - Library of Congress, Congressional Research Service, voll 1 (text) - 6 (attach.s, Report 94-755, 26.4.1976) http://archive.org/stream/fi nalreportofsel01unit#page/n3/mode/2up) le “centinaia di tentativi che la CIA aveva messo in atto, maldestramente e invano, per eliminare nel corso di oltre un ventennio il presidente cubano Fidel Castro, con metodi che hanno impiegato cecchini e sicari e ragazze procaci ma anche tentativi addirittura grotteschi, come l’aver spennellato di agenti patogeni la tuta da sub usata da Castro, usato pillole anti-insonnia avvelenate, batteri tossici messi nel caffè, un podio imbottito di esplosivo e, anche, conchiglie esplosive seminate sul percorso che avrebbe seguito sott’acqua”.

Altri dicono di non crederci, e sono forse di meno nel mondo. Ma certamente di più in America latina e proprio e anche negli USA, sulla base dei risultati dell’antica Commissione Church e del recente comportamento segretamente autorizzato e palesemente illegale che le presidenze americane, sia di Bush che di Obama, sguinzagliano in giro un po’ in tutto il mondo in nome e con la benedizione della lotta al terrorismo come la concepiscono loro (Guardian, 5.3.2013, Hugo Chávez, president of Venezuela, dies in Caracas Muore a Caracas, Hugo Chávez, president of Venezuelahttp://www.guardian. co.uk/world/2013/mar/ 05/hugo-chavez-dies).

●Adesso, vedrete, che sull’onda di una fortissima emozione popolare i suoi seguaci cercheranno di accelerare l’elezione del nuovo presidente, gli oppositori cercheranno di distanziarla nel tempo sperando che senza di lui il regine – democratico davvero, però – vada a carte quarantotto… Si chiacchiera molto, in effetti, di una qualche tensione tra Nicolás Maduro, vice presidente di Chávez da lui candidato e poi dal partito votato a succedergli e il presidente ad interim che, alla morte del presidente, diventa il presidente dell’Assemblea nazionale, Diosdado Cabello.

Tensione subito smontata, però, dalla decisione di Cabello di non assumere la carica di presidente ad interim fino al voto, contestata dall’opposizione ma in modo azzeccagarbugliesco (deve farlo: è tenuto, comunque a farlo…) che, in un momento come questo, a gran parte dell’opinione appare, però, sciocco, meschino e alla fine anche inutile (El Universal/il maggior quotidiano del paese, “conservatore e business oriented”/Caracas, 8.3.2013, Alicia de la Rosa, Capriles a Maduro: Nadie te eligió Presidente, el pueblo no votó por ti Capriles a Maduro: nessuno ti ha eletto presidente, il popolo per te non ha votato http://www.eluniversal.com/ nacional-y-politica/hugo-chavez-1954-2013/ 130308/capriles-a-maduro-nadie-te-eligio-presidente-el-pueblo-no-voto-por-ti).

Quella di Capriles, infatti, è una motivazione debole nel merito, perché Maduro è stato votato a vice presidente, comunque, e in forma che adesso, poi, a tamburo battente il competente Tribunal Supremo de Justicia avalla come del tutto conforme al dettato costituzionale – è con questo che ce l’ha soprattuo Capriles: avrebeb ovviamente preferito che il candidato “di Chávez” non concorresse da vice presidente in carica e da presidente ad interim— in sostanza, dice che il suo avversario non è... sportivo ad approfittarne... 

●Si parte dal fatto che, a Chávez scomparso, quel che lui ha consegnato al paese ormai resta, anche se evidentemente, ove alle urne ora vincesse Capriles, cercherebbe con qualche prudenza di smantellarlo (con attenzione, ha detto lui stesso e prudenza, a non diroccare di schianto le maggiori conquiste sociali).

Ma le cosiddette Missioni sociali bolivariane (dal Simon Bolivar, il Libertador dell’America latina del XIX secolo cui lui quasi ossessivamente si richiamava) – giustizia sociale (liberazione dalla miseria estrema e dall’impotenza della grande maggioranza del popolo attraverso misure di welfare concreto e adeguatamente efficiente dove mai c’era stato prima che liberino la gente dallo squallore delle baraccopoli e garantiscono a tutti un minimo di sopravvivenza, di cure sanitarie e di istruzione sostenuto anche da programmi di reclutamento militare votati alla difesa interna e non solo esterna.

Cose che hanno cambiato sia la vita che la visione di fondo, dunque politica, ideologica, se volete ideale, di tutto un popolo, con una presa forte e la capacità di radicarsi e diffondersi. E, certo, anche con l’obiettiva necessità della polarizzazione: tra compañeros y hermanos e esquálidos y apátridas, come li chiamava lui, perche “los venezuelanos somos todos compatriotas pero no todos patriotas”.

Aveva ragione lui, non era patriota, forse non era neanche “umana”, ad esempio, anche se non si riferiva ovviamente a lei ma a quelli e a quelle come lei di sicuro, la giornalista venezuelana che, lamentando per la radio pubblica statunitense di alcuni risvolti che “Chavez ha investito la ricchezza petrolifera del Venezuela in tanti programmi sociali inclusi i mercati alimentari sovvenzionati da fondi pubblici, i sussidi per le famiglie povere, una sanità gratuita e l’istruzione pubblica. Tutte cose importanti, ma una miseria a paragone con i grattacieli spettacolari che le ricchezze petrolifere hanno eretto nelle città sfavillanti del Medioriente – sapete gli sceicchi e gli emiri, così attenti come tuti sanno al benessere dei loro popoli…compreso l’edificio più alto del mondo a Dubai e i piani di allargamento dei musei del Louvre e del Guggenheim di Abu Dhabi”.

Giuriamo, l’abbiamo tradotto letterale: la cinica incosciente scrive proprio così (NPR/National Public Radio, 5.3.2013, Pamela Sampson, Little Reaction In Oil Market To Chavez Death Poche reazioni nei mercati del petrolio alla morte di Chávez http://www.npr.org/templates/story/story.php?storyId=173521347). Forse è convinta di scrivere il giusto? No, secondo noi è proprio stupida. Oppure…

Oppure, non possiamo che prendere atto della realtà, del fatto ineluttabile, che esiste una lotta di classe spudorata qui in Venezuela, come del resto nel mondo, condotta per schiacciare il nemico essere e non per mediare con esso. Comparabile, qui, al di fuori di una rivoluzione sistematicamente fondata sulla prevaricazione violenta in nome della giustezza unica delle proprie idee (Lenin, Mao), nel sentimento “livellatore” di una specie di nuovo New Deal rooseveltiano combinato con un modello di cambiamento sociale fondato su un’organizzazione popolare e comunale.

●In definitiva, i fatti qui hanno parlato e parlano da sé: mentre, contrariamente agli auspici e qualcosa di più della Casa Bianca, a partire dal 1995 e fino a oggi, Chávez è riuscito a costruirsi, mantenere e consolidare un ruolo di capo fila d’una sinistra populista sudamericana che, però, le cose le comincia a cambiare davvero e una cruciale solidarietà non solo coi paesi che man mano, sulla sua traccia, si sono fatti “rivoluzionari” ma anche con i grandi paesi “riformatori” (Brasile, Argentina, Peru, Ecuador, Bolivia…) del subcontinente. Mentre, con lui al potere, la percentuale delle famiglie in stato di povertà assoluta si è più che dimezzata, dal 55% del 1995 al 26,4% del 2009 e la disoccupazione è crollata dal 15% de giugno 2009 al 7,8% di oggi (li attesta lo stesso World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale dell’ottobre 2012 ▬ http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/ 2012/02/ pdf/text.pdf)

Questi sono dati che anche i suoi detrattori peggiori non osano negare: quelli che, con un tasso di aumento medio del loro PIL forse allo 0,5 o all’1%, rimproverano a Chávez di aver azzoppato l’economia venezuelana. senza riuscire neanche a intuire che per il 90% dei venezuelani, anche non pochi di quelli che poi votano contro di lui, il fatto che i ricchi stanno diventando meno ricchi e i poveri un po’ meno poveri, ne è semplicemente felici.

Scrivono lividi, adesso, con uno dei tanti loro aedi serventi, che “Chávez ha speso soldi pubblici in modo stravagante per costruire ospedali, scuole, per finanziare sussidi ai redditi bassi e edificare anche interi complessi di nuovi caseggiati da distribuire a chi non se le poteva permettere(New York Times, 6.3.2013, R. Carroll, In the end, an awful manager Alla fine, un pessimo managerhttp://www.nytimes. com/2013/03/06/opinion/in-the-end-chavez-was-an-awful-manager.html?ref=global-home&_r =0).

Riporta sul NYT onestamente – ma poi avanzando a seguire il suo cinico e scontato commento da norte-americano – l’editorialista/specialista di America latina che ne riferisce, di quanto ha argomentato il giorno prima sullo stesso giornale un editoriale dell’ex presidente brasiliano Lula. Buon amico di Chávez, anche se meno radicale di lui, che tiene però ad elogiarlo “per l’impegno senza sosta che ha speso a migliorare le condizioni di vita dei poveri del suo paese” e a cui riconosce “il merito di essersi sempre adoprato per l’unità e la solidarietà tra i paesi della regione e, anche, per il ruolo  avuto nel dar vita a gruppi di paesi latini come l’UNASUR  (Unione di Stati che mira a formare una comunità economico-sociale), il CELAC (la Comunità di Stati Latino Americani e dei Caraibi: 33 paesi tutti e solo latino-americani, tesi a rendere più autonomo il subcontinente rispetto al grande zio del Nord America) e l’ALBA (l’Alleanza bolivariana delle Americhe che voleva tenere insieme popoli e Stati ispirati agli ideali del libertador Bolivar)”.

●E senza dire la verità— non direttamente: che Chávez s’era trasformato in nemico degli Stati Uniti proprio per questo: per aver messo in questione la “subordinazione” (nel senso pieno del termine) del Sud al Nord del continente. Aggiunge invece, facendo finta di informarne il lettore, che “Chávez si è scontrato anche con alcuni leaders della regione, però, minando ogni sforzo verso l’integrazione che non collimasse con le sue vedute ideologiche”: tradotto dall’ipocritese orwelliano  dallo stesso osservatore yankee, che completa la frase  “molti dei suoi scontri infuocati con gli Stati Uniti sono stati considerati da tanti come controproducenti

    (New York Times, 7.3.2013, W. Neuman, on Eve of His Funerals, Debating Chávez’s Legacy Alla vigilia dei funerali dibattendo dell’eredità di Chávez http://www. nytimes.com/2013/03/08/world/americas/on-eve-of-his-funeral-debating-chavezs-legacy.html?ref=global-home#h.; l’editoriale, firmato da Luiz Inácio “Lula” da Silva cui il Neuman si è dato la pena di fare da ridicolo contrappasso, è uscito sul New York Times, 6.3.2013, Latin America After Chávez L’America latina dopo Chávez http://www.nytimes. com/2013/03/07/opinion/latin-america-after-chavez.html?_r=0).

Già, ma anche Lula, col  90% della popolazione del continente, si domanda per chi siano stati così “controproducenti” gli scontri di Chávez con gli USA e con Lula è convinta e dice, in buona sostanza, che la vita di Hugo Chávez ha dimostrato come ne valga la pena e si domanda, con qualche disperazione quando nella parte nord del continente americano qualcuno, finalmente e con l’autorevolezza necessaria magari di un Obama – che però non osa farlo neanche lui – riuscirà mai a chiedere alla propria gente perché la parte sud del continente – insieme, d’altronde, a tanta parte del resto del mondo – non voglia bene all’America…

Non c’è niente da fare. A noi puzza tanto di quello che il miliardario americano Buffett chiama, deprecandolo, odio di classe. Che, poi, è anche cieco… Questi non arrivano proprio a capire che la maggioranza – che sono i poveri, in ogni paese, anche in America, e non i ricchi – non apprezzano granché le doti da manager che lor signori amano tanto vedere e molto, invece, quelle di chi non usa i soldi pubblici per farsi la trentesima villa ma per dare una mano concretamente e non – o almeno non solo – individualmente: per esigenze di giustizia, cioè, e non solo di carità cristiana, perché uno Stato che lascia poveri i suoi poveri è, comunque e dovunque nel mondo, una carogna di Stato.

●Chávez ha vinto le presidenziali col 56% dei voti nel 1998, col 60% ancora nel 2000, ha sconfitto nel 2002, con l’appoggio e l’intervento diretto del popolo armato di forconi nelle piazze i carri armati forzati a sgombrarle (un colpo di stato dell’opposizione politica che s’era illusa di potersi appoggiare sui militari, dichiaratamente fomentato e finanziato da Washington), nel 2006 aveva ancora rivinto le presidenziali col 62% dei voti e, infine, malgrado le sanzioni finanziarie pesanti dei nord-americani che hanno molto complicato la vita della gente, aveva rivinto quattro mesi fa  r col 54% dei suffragi contro il candidato stavolta unico della destra sociale e politica che più e meglio di ogni altro finora contro di lui si era battuto mettendo insieme il 44% dei suffragi.

E i dati dicono (quelli ufficiali sul Venezuela attestati dal Fondo monetario internazionale: che parlano a lungo dei problemi finanziari del paese, del peso del boicottaggio americano anche nell’impedire a Caracas di sfruttare a fondo bloccandogli i fondi le immense ricchezze petrolifere, le maggiori riserve del mondo, ma che riconosce l’FMI stesso lui ha utilizzato per quello che può – ingenti come sono comunque – per aiutare i più disagiati nel suo paese, oltre che – scontandogli il greggio venduto – anche diversi paesi poveri del pianeta, specie in America latina

In altri termini la verità storica è che Chávez “era un fenomeno raro, quasi incomprensibile per chi in America e in Europa continua a vedere il mondo attraverso lo schema e il prisma manicheo della guerra fredda che non c’è più come c’era: uno che si dichiara un convinto marxista ma, e insieme, un convinto cristiano e ha dimostrato, volta dopo volta dopo volta e dopo volta ancora, di essere un democratico convinto”: anche se democrazia significasse solo almeno un voto fondamentalmente libero (Guardian, 5.3.2013, Oscar Guardiola-Rivera, Hugo Chávez kept his promise to the people of Venezuela Hugo Chávez ha tenuto la promessa fatta al popolo del Venezuela http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/mar/05/ hugo-chavez-people-venezuelan-president).

Vaya con Dios, compañero Hugo (vignetta)

Si, questo è un caso proprio complicato…

  

Fonte: IHT, 7.3.2013, P. Chappatte

●E, adesso, per metà aprile è stata fissata la data delle nuove elezioni presidenziali: Maduro contro Capriles. Cioè, in buona sostanza, sempre Chávez contro la destra.

●Il governo dell’India ha reso nota la sua più ambiziosa proposta di bilancio da anni, cercando con spesa pubblica e investimenti, di accrescere il ritmo della produzione abbassando insieme quello dell’inflazione (a metà del prossimo anno ci sono le elezioni politiche). La crescita è scesa ormai al 4,5%, incapace perfino di tenere il passo con l’aumento demografico ormai, e la proiezione ufficiale del Tesoro parla di un “possibile” aumento al 6,6% nel 2013-2014. Probabilmente troppo ottimistica, però, come già lo era stata la crescita pronosticata un anno fa per quest’anno... E il bilancio promette, insieme, più spesa e più risparmio… ma senza indicare dove.

Resta forte l’accusa all’ottogenario primo ministro, Manmohan Singh di aver dormicchiato (pressoché letteralmente, dicono in molti) nel corso di tutta la lunga e tormentata presentazione della proposta di bilancio in parlamento da parte del ministro delle Finanze, Palaniappan Chidambaram. Del resto, è stata da tempo proprio quella di aver fatto lasciato andare da sé l’azione del governo tutto sul piano dello stimolo economico, quella più dura e però non strampalata contro il governo indiano (The Economist, 1.3.2013, The budget: walk the line Il bilancio: in bilicohttp://www. economist.com/blogs/banyan/2013/02/indias-budget).

Più precisamente l’accusa è stata, ed è, quella che anche se il governo aveva promesso di aiutare la crescita (e la Banca centrale, la Banca della riserva indiana, ha appena tagliato il tasso di sconto, per la seconda volta quest’anno, di 1/4 di punto al 7,5%) ha continuato a insistere che il governo centrale deve frenare gli investimenti perché “il margine di ulteriore allentamento monetario” è limitato a causa di un tasso di inflazione che resta “caparbiamente alto”: a febbraio al 6,84%: che, francamente, per un grande pese in via di sviluppo, non sembra poi neanche, in realtà, tanto (The Economist, 22.3.2013).

●Sempre l’India, il 20 marzo, è diventata il primo Stato al mondo ad aver lanciato verticalmente e con successo un missile cruise supersonico, il BrahMos II, da una piattaforma sottomarina. Ha reso adesso noto che il test è avvenuto, nelle acque della Baia del Bengala, il presidente A. Sivathanu Pillai della omonima BrahMos Aerospace, una joint venture indo-russa che lo fabbrica da diversi anni in diverse versioni, terra-aria, aria-aria, mare-aria e, adesso, anche col lancio, appunto, sottomarino, rendendo noto che il missile, ormai immediatamente installabile sui sottomarini P75 (I) della marina militare indiana, ha percorso la distanza stabilita (290 km.) e che il test è perfettamente riuscito (BrahMos Aerospace, 20.3.2013, India succesfully launches BRAHMOS missile from under water L’India lancia con successo un missile BRAHMOS da una posrazione sottomarina http://www.brahmos.com/news center.php?newsid=166).

●Scoppia, intanto, il caso della solita figura barbina che ha fatto fare con l’India e col mondo all’Italia (non rispetta mai la sua parola in campo internazionale, da sempre, no?, si sapeva…) quel ninculpop del ministro degli Esteri (uno che ha una cinquantina di nomi, addirittura, che manco la buoanima di Totò, Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, marchese di Palazzolo, conte di Restenau, conte, barone e cavaliere del Sacro Romano Impero, signore (appunto) di Sant’Agata e nobile di Bergamo…: ohibò! e nientepopodimeno!, che se avesse anche solo un briciolo di competenza e di buon senso per nome arriverebbe forse a un totale di uno. E personaggio del quale nessuno lamenterà l’assenza ora che se ne va: avventurista prima, poi dilettante puro, infine calabraghista forzato e dimissionario in clamoroso ritardo.

Prima ha ordinato all’ambasciatore d’Italia e poi gli ha fatto rimangiare quel che aveva giurato, con tanto di firma personale: di violare la garanzia data alla Corte Suprema dell’India (si chiama in latino affidavit, in diritto di stampo britannico come quello indiano) di far tornare i due marò accusati, non proprio a caciocavallo, di aver ammazzato, si spera davvero per errore, due pescatori indiani (che il ministro degli Esteri stesso ha definito poi alla Camera, nell’unico sussulto di dignità vero del suo azzeccagarbugliato intervento del 26 marzo, “due povere vittime innocenti”) ottenendo così per loro di poter tornare in Italia per la seconda volta in due mesi; e, alla fine, contraddicendo il proprio affidavit giurato, senza spiegare il perché!, annunciando a freddo l’11 marzo di aver deciso di non farli tornare, come da impegno, i due fanti di marina italiani a Trivandrum, capitale del Kerala.

Avevano scoperto che forse gli “eroi” proprio tali non erano, probabilmente (sembra, è stato fatto sapere, che avessero – ma proprio da soli? – “nascosto” o “contraffatto” prove e indizi relativi alla  sparatoria di cui s’erano resi autori contro i due pescatori sicuramente inermi sia alle autorità indiane che a quelle italiane…)  e che, soprattutto, nel mondo l’Italia, anche dentro la UE era restata anche a fronte della violazione palese della rappresaglia indiana di non lasciare libero dei suoi movimenti l’ambasciatore italiano. Che, insomma, non riusciamo a contare un c**zo, anche con tutto il recupero di dignità internazionale che il governo Monti pure ci ha sicuramente portato…

Il Terzi ha spiegato che avvocati ed esperti giuridici italiani avevano assicurato che troppi erano gli interessi indiani, economici e politici, che imponevano loro di tener buona l’Italia (non l’ha detto così, ma l’ha detto proprio così…); e, così, ha deciso di comunicare all’India che il contenzioso avrebbe dovuto essere sciolto da un arbitrato internazionale e che, intanto, l’affidavit firmato dall’ambasciatore per conto italiano era considerato nullo. Tanto l’India avrebbe abbozzato…

Ma non lo ha fatto, appunto, e la sua reazione ha portato alla suddetta figura barbina: ha sostenuto che la decisione era stata collegiale di tutto il governo, ma non ha potuto che assumersi, insieme a quell’altro capolavoro di ministro della Difesa, l’amm. Di Paola – tecnici tutti e due, al top carrieristico dei loro mestieri: di ambasciatore e, rispettivamente, ufficiale a quattro stelle – la responsabilità prima e ultima di aver gestito l’affaire. Poi, certo, c’è stata la responsabilità del governo, come tale, che ai due ha lasciato sempre, irresponsabilmente, prima decidere di fare i duri e poi di mollare l’affare…

Terzi ha tentato di spiegare al parlamento, il 26 marzo, lo svolgersi del casotto chiarendo che lui era stato contrario al ritorno dei marò in India, ma che è andato in minoranza e che per questo adesso si dimette (da un governo che però neanche esiste più)… insomma, rimanda – e forse giustamente – la palla al presidente del Consiglio (aprendo così, viene detto però nel dibattito, questa specie di “8 settembre del governo tecnico(Camera, Web Archivio, 26.3.2013, 17a legislatura, seduta 4 testo del dibattito, intervento dell’on. Lapo Pistelli, del PD— resoconto stenografico ▬ http://www.camera.it/leg17/410?idSeduta=0004 tipo=tenografico#sed0004.stenografico.tit00070.sub00010.int00210): che aveva lasciato poi a un armatore privato – quello della petroliera Enrica Lexie scortata dai marò – il compito di decidere per il ritorno della nave in India nel porto di Kochi, in Kerala: sulla base del diritto, manco a dirlo, sacro della proprietà privata a decidere della proprietà propria, anche se coperta dalle armi dello Stato italiano.

Ma non smentisce che è stata sua – da ninculpop che, appunto, ha sbagliato tutto e insieme il contrario, consultandosi con giureconsulti ed esperti che evidentemente non capivano un piffero – la decisione surreale di aprire il braccio di ferro su basi così traballanti con l’India, della figura barbina fatta e degli esiti finali assunti.

Che lui non aveva condiviso ma l’ammiraglio, invece, sì… Domanda: ma non era meglio se Terzi che aveva appena manifestato al governo il suo dissenso dalla seconda decisione – di rimandare in India i marò – si fosse dimesso subito, visto che il governo lo smentiva? (perché la soluzione a tappe divisata dai Guicciardini e Machiavelli tecnici di oggi, così contraddittoriamente voluta, è stata maldestra, ambigua, furbastra e caratterizzata da doppi, tripli e quadrupli giri di valzer”, come ha ben  detto nel dibattito, l’on. Alessandro Di Battista, del M5S (Camera,Web Archivio, 26.3.2013, 17a legislatura, seduta 4 testo del dibattito—  resoconto stenografico ▬ http://www.camera.it/leg17/410?idSeduta=0004&tipo=stenografico#sed0004. stenografico. tit00070.sub00010.int00210) e comunque il suo governo anche se tardivamente ammetteva di aver sbagliato seguendo la soluzione che lui aveva divisato di continuare a “vagheggiare una specie di guerra” con l’India…

●Secondo il SIPRI (Stockolm International Peace Research Institute Istituto internazionale di Stoccolma di ricerche sulla pace), la fondazione svedese che annualmente studia con 39 esperti di 17 diversi paesi, documenta e stila la classifica dei maggiori esportatori di armamenti nel mondo, attesta ora (1) The Economist, 22.3.2013; 2) Annuario SIPRI 2012 (sintesi on-line, versione italiana) ▬ http://www. twai.it/upload/pdf/sipriyb12summaryit.pdf) che il quinto posto strappato al Regno Unito, per la prima volta da almeno il 1950, se lo è ormai conquistato la Cina: nell’ordine, i primi quattro restano saldamente USA, Russia, Germania e Francia.

●La Boeing Aerospace ha condotto le prime sperimentazioni in volo del nuovo e travagliato 787 Dreamliner – letteralmente, l’aereo di linea del sogno – con un sistema di nuove batterie agli ioni di litio che, dicono, ha risolto i problemi. A partire dal gennaio scorso a causa del surriscaldamento delle batterie di fabbricazione giapponese che avevano originariamente montato che aveva bloccato a terra tutti i voli del 787 (The Economist, 29.3.2013).

in Cina (e nei paesi del continente asiatico)

●L’Assemblea nazionale del Popolo, il parlamento, ha aperto i suoi lavori a Pechino il 4 marzo con una relazione del premier uscente, Wen Jabao, di stampo contemporaneamente autocritico ma anche di apprezzamento dell’operato del suo governo che qui lascia il posto alla nuova leadership proposta un mese fa alla discussione e alla ratifica del parlamento dal Congresso del PCC.

L’Assemblea, naturalmente e costituzionalmente, infatti è sovrana: può ratificare cambiare o respingere ogni decisione che le viene sottoposta ma usualmente al 90% le ratifica tutta. Come avviene del resto in qualsiasi paese dove c’è un partito dominante sugli altri— quando sia un PC come quando sia un Forza Italia, per dire. E partiti di contorno, nominalmente, esistono anche qui, formalmente concorrendo pure con quello, di fatto, unico…

Così Wen ha parlato di avanzata nel cammino verso una maggiore uguaglianza dei redditi, di riduzione della corruzione e di sostegno forte alla crescita economica. Ma anche dell’insufficienza di risultati ancora in tutti questi campi. E ha ammonito sulla disparità persistente tra status e condizioni di vita delle élites urbane rispetto alla maggioranza, sempre quella della popolazione rurale, e sui pericoli di una crescita economica poco equilibrata non solo in termini di equità tra categorie diverse di popolazione ma anche rispetto alle esigenze imposte dal necessario rispetto, ad esempio, dell’ambiente (parlava in una giornata di fittissimo smog al di là del tasso elevato di inquinamento dell’aria che ogni giorno tocca ai cittadini dei grandi centri urbani di questo paese. “Le tensioni sociali – ha concluso Wen, volutamente sottolineandone il rischio – sono chiaramente in aumento”.

Alla fine di questa sessione (il parlamento cinese lavora per sessioni, convocate tre-quattro volte l’anno per due-tre settimane alla volta; tra una sessione e l’altra ciascuno torna al suo lavoro usuale sia di primo ministro, di impiegato o di operaio tessile…) che dovrebbe durare due settimane, i 3.000 delegati dell’Assemblea popolare, il 13 marzo, lo stesso giorno in cui è stato eletto papa Francesco e solo qualche ora prima, hanno votato a scrutinio la nomina avanzata al Congresso del partito del segretario generale Xi Jinping a presidente della Repubblica cinese, dopo il decennio di Hu Jintao. E ha anche ratificato la nomina di Li Keqiang (che, pare,  parli un inglese fluente) a primo ministro, al posto dello stesso Wen Jabao.

Anche il rapporto sul bilancio è stato presentato da Wen al Congresso del popolo. Il segno principale che sembra riflettere è quello che la nuova Cina di Xi scommetterà su una crescita dei consumi interni (Agenzia Reuters, 5.3.2013, China puts focus on consumers to drive growth La Cina si concentra ora sul consumo interno per trascinare la crescita http://in.reuters.com/article/2013/03/05/china-parliament-economy-gdp-idINDEE92402N20130305), più che sugli investimenti in infrastrutture ormai e sulle stesse esportazioni, per mantenere e rilanciare la crescita ed è un  buon segno non solo per i cinesi, ma probabilmente anche per il resto del mondo.

E, dentro questo rilancio di investimenti per incrementare la spesa corrente c’è anche quella militare, sicuro. Per il dato che si riflette di più (non certo il solo), sui rapporti della Cina col mondo, il bilancio specifica che la spesa militare aumenterà nel 2013 del 10,7%: a 119 miliardi di $ a parità di potere d’acquisto. Si tratta, in termini assoluti, del secondo bilancio militare del mondo ormai, secondo solo a quello degli Stati Uniti:

Cina e armi: molto meno degli USA, ma loro spendono mentre questi cominciano a tagliare  (istogramma)

 

Fonte: Annuario SIPRI, Spesa militare (in  mdi di  $ 2012) [http://www.sipri.org/yearbook/2012/files/SIPRIYB12Summary.pdf]

 

Wen sulla difesa ha dichiarato che “il paese dovrà spendere di più perché deve accelerare la modernizzazione della difesa e delle forze armate in modo da rafforzare capacità difensiva e militare del paese. Dovremo fermamente sostenere la sovranità della Cina, la sicurezza e la sua integrità territoriale assicurando così al paese uno sviluppo pacifico”.

La Cina, nel dato ufficiale di spesa annunciata al Congresso, non include gli investimenti per R&S militare, e va detto. Ma va anche notato che i 677,2 miliardi di $ del 2012 al netto dell’inflazione di bilancio usa della Difesa, paragonati ai 22 e oltre in più dell’anno precedente non danno neanch’essi il quadro della verità. Certo, gli USA non hanno più tanti quattrini da spendere a fondo perduto e tagliano la loro spesa; la Cina, che non sa più dove investire i suoi capitali, non ha certo di questi problemi… e aumenta la spesa anche in questo campo.

In effetti, in occasione della prima visita all’estero del nuovo presidente Xi Jiping, a Mosca, la Cina sottoscrive un contratto per l’acquisto di 4 nuovi sommergibili Lada di fabbricazione russa (motore diesel-elettrico particolarmente “silenzioso” e, dunque, tendenzialmente più pericoloso perché meno reperibile per le portaerei di eventuali nemici) per un valore presunto di 2 miliardi di $; e di un primo lotto di 24 caccia SU-35 di tipo avanzato (stealth, cosiddetto fantasma, quasi-invisibile al radar: una tecnologia che la Cina già ha ma che ancora non aveva sviluppato per quanto riguarda i motori; e con lo SU-35 adesso acquisisce anche il motore 117S con configurazione stealth (China Times, 25.3.2013, China purchases 24 Russian Su-35s and 4 submarines La Cina compra dai russi 24 SU-35 e 4 sottomarini http://www.wantchinatimes.com/news-subclass-cnt. aspx?cid=1101&MainCatID=11&id=20130325 000080).

Quanto alla dimensione reale dei bilanci della difesa… Gli USA, da anni, da forse trent’anni, nascondono gran parte (oltre i 2/3, addirittura) delle spese di Difesa nei meandri di quella che ufficialmente non risulta essere di natura militare: ma che in ogni altro paese è calcolata invece a comprenderla[3]: per esempio il costo dell’esercito professionale più tecnologicamente armato al mondo, il costo della R&S delle tecnologie militari, il costo dei 16 enti federali di spionaggio e di intelligence… (cfr. A Gennari, 21.4.2010, Stati Uniti: il costo dell’impero http://www.eguaglianzaeliberta.it/ stampaArticolo.asp?id=1239).

●Una statistica che riassume uno studio dettagliato dell’Accademia cinese per la pianificazione ambientale ha calcolato in $ 230 miliardi, sul 3,5% del PIL – tre volte quello che era nel 2004 – il  costo economico del degrado. E siamo al nodo: al centro della sfida economica con cui la Cina deve confrontarsi nel prossimo futuro— il “come trasformare la crescita esplosiva degli scorsi 30 anni in una crescita sostenibile dei prossimi 30” (Guardian, 29.3.2013, E. Wong, Cost of Environmental Degradation in Chna Is Growing In Cina, sta crescendo il costo del degrado ambientale http://www.nytimes.com/ 2013/03/30/ world/asia/cost-of-environmental-degradation-in-china-is-growing.html?ref=global-home&_r=0).

●Zhou Xiaochuan, governatore della Banca centrale di Cina, ha parlato di “allerta” del suo istituto nei confronti delle tensioni inflattive, dopo che il dato a febbraio, è inaspettatamente salito dal 2 di  gennaio al 3,2%. In passato, l’aumento dei prezzi ha provocato nel paese tensioni e turbolenze, ma il governo ha chiarito di non voler rinunciare in ogni caso ad aiutare, con la spesa pubblica, il ritmo della crescita che deve risalire dal 7,8% del 2012: per noi straordinario ma qui leggermente al di sotto della norma di questi ultimi anni. Zhou, che sta arrivando all’età del pensionamento ma dovrebbe ancora restare in carica per qualche tempo, mostra invece, forse, di favorire una politica monetaria, in ogni caso, un po’ più restrittiva (The Economist, 15.3.2013).   

●Tre battelli di sorveglianza marittima e un peschereccio della Repubblica popolare di Cina sono entrati il 4 marzo in acque che si contendono cinesi e giapponesi. Qualche mese fa, questi ultimi  avevano dichiarato la loro sovranità “amministrativa” sulle isole, le Senkaku/Diaoyu, nel mar cinese orientale. I membri dell’equipaggio cinese hanno “comunicato” alle navi pattuglia giapponesi che le hanno intercettate che le isole, fino alla dichiarazione nipponica dell’anno scorso, sono da sempre state considerate parte dell’impero celeste, poi della repubblica di Cina prima della rivoluzione, poi della Repubblica popolare cinese. March 4, Mingpao.com reported

I giapponesi non sembrano però farsi impressionare dalla dichiarazione cinese e, probabilmente, commettendo un grave errore di sottovalutazione della posizione di Pechino e di sopravvalutazione della propria, arrestano  a 44 km. dal litorale delle Senkaku/Diaouyu gli 11 marittimi del peschereccio per aver violato – dicono – il loro spazio marittimo economico, unilateralmente definito—  ma, su ordine cauto e diretto di Tokyo, si guardano bene dal tentar di fermare le tre navi di pattuglia cinesi.

Ma, sembra che Tokyo non tenga un conto abbastanza attento dei rapporti effettivi di forza, dello status diplomatico che al meglio vede solo tre o quattro paesi al mondo – isolotti del Pacifico e dei Caraibi, diciamo pure pagati – dichiararsi favorevoli alla loro tesi (neanche gli USA lo fanno, rifiutando invece di pronunciarsi sulla materia) e la stessa Corte dell’ONU di aggiudicazione dei litorali marittimi contesi approssimarci a una posizione sempre più filo-cinese per ragioni “oggettive”: storiche, geografiche.

   (cfr. Nota congiunturale no. 1-2013 ▬ http://www.angelogennari.com/notagennaio13.html, in nota che rinvia, anche, a http://www.un.org: il sito del’ONU che, poi, riproduce integralmente tutta la documentazione, geologica e cartografica, sulla piattaforma continentale cinese cui richiama la collocazione delle isole presentata sorprendendo i nipponici direttamente all’ONU e, anche, all’opinione internazionale da Pechino ▬ http://it.wikipedia.org/wiki/ File:1786%E5%B9%B4%E4%B8%AD%E5%9B%BD%E5%BE%80%E7%90%89%E7%90%83%E6%B5%B7%E8%B7%AF%E5%9B%BE2.jpg: la riproduzione di una mappa di un libro giapponese del tardo ‘700, in cui le Senkaku vengono rappresentate come parte della provincia cinese di Fujian…). E, soprattutto, del fatto che ormai l’economia giapponese dipende dieci volte di più dai cinesi, di quanto sia vero il contrario.

La vice ministro degli Esteri Fu Ying, che è stata appena nominata portavoce del Congresso del Popolo riunito a Pechino, ha risposto a un cronista giapponese – le chiedeva se la Cina avrebbe risposto “decisamente” al Giappone sulla questione delle isole e del sequestro – che al Congresso si sente chiaramente il riflesso dell’indignazione montante del popolo contro Tokyo e che la dichiarazione di qualche mese fa che dichiarava le Diaoyu/Senkaku “proprietà nazionale dell’impero del Sol levante” resta inaccettabile e inaccettata, mentre il nodo va sciolto – è la posizione ufficiale cinese – sula base della “ricerca di un terreno comune per un dialogo”.

E’ proprio l’aggressiva provocazione di Tokyo, spiega Fu, a costringere negli ultimi mesi Pechino a incrementare l’attività di pattugliamento navale per non rischiare che il Giappone prenda la sua dichiarazione per un fatto acquisito. Certo, come avverte un antico proverbio cinese – aggiunge – bisogna, non fosse altro che per cortesia, rispondere sempre a un’azione iniziata da un altro e la Cina lo fa… Sempre… a suo tempo.

Così, però, un incidente, uno scontro armato, diventa sempre anche più probabile anche se non voluto, magari, e deliberatamente cercato: nessuno dei contendenti è pronto a fare un passo indietro e le opinioni pubbliche rispettive – ne esiste, ne esiste, e come, una anche in Cina – non lo consentirebbero: entrambi i governi hanno per legge incardinato, e incancrenito, il problema: la Cina addirittura in Costituzione (alto tradimento e pena di morte per qualunque cittadino accetti o lavori per cedere allo straniero territorio cinese), il Giappone con l’Atto del parlamento voluto dal precedente governo che ha dichiarato la sovranità “amministrativa”, cioè magari solo formale – ma, in questa parte del mondo, la forma è sempre anche sostanza – ma che la obbliga ormai a interpellare gli “estranei” che si spingano nei “suoi” mari: per quanto assai contestati.

●Il sito ufficiale del ministero degli Esteri del Vietnam ha reso noto che una nave militare cinese ha fatto fuoco, dando la caccia e infine bruciando la cabina di pilotaggio di un peschereccio vietnamita nei pressi delle isole Paracel (il nome dato loro dai conquistatori portoghesi), contese anch’esse tra Vietnam (isole Quần đảo Hoàng Sa), appunto, e Cina (isole Xīshā Qúndǎo: che le chiama così dai tempi della dinastia Han, contemporanea della repubblica romana prima di Cristo): neanche 6 Km2 di scogli e di atolli del Mar Cinese meridionale, originariamente cinesi, poi “presi” nel 1932 dall’Indocina francese e  “ripresi” dalla Cina nel 1974, alla fine della sua guerra col Vietnam. Oggi contese tra i due paesi, ma con rivendicazioni occasionalmente avanzate anche da Malesia e Filippine.

Il governo di Hanoi ha subito chiamato estremamente serio l’incidente, presentando formale protesta a quello di Pechino (Vietnam’s Foreign Ministry statement on incident at Hoáng Sa, 25.3.2013, Protest  to China’s intervention http://www.mofa.gov.vn/en/tt_baochi/pbnfn/ns130326202046/view). Ma la Cina  replica, col portavoce del MAE Hong Lei, che le azioni della sua marina sono state “appropriate e ragionevoli” e che, nella realtà dei fatti e non nella propaganda di parte, al peschereccio vietnamita non è stato arrecato alcun danno In effetti, a ripensarci, poi il Vietnam ridimensiona il fuoco cinese aperto contro il suo peschereccio al rango di un… razzo illuminante, da segnalazione, che gli sarebbe stato sparato a qualche decina di metri al di sopra della plancia…

Il fatto, naturalmente, è che – a stare almeno ai dati e alle ipotesi autorevolmente avanzati sul sito della US Energy Information Administration – il fondo del Mar Cinese meridionale trattiene, più o meno, 11 miliardi di barili di greggio petrolifero e qualcosa come 190 trilioni (190.000 miliardi) di m3 di gas naturale di riserve provate e probabili (1) Solar News, 26.3.2013, China defends Navy’s firing on Vietnamese boat La Cina difende la decisione della sua Marina di aprire il fuoco sul vascello vietnamitahttp://www. solarnews.ph/news/world/2013/03/26/china-defends-navy-s-firing-on-vietnamese-boat; 2) USEIA, 2.3.2013, South China Sea: known and probable oil and gas reserves Mar cinese meridionale: riserve conosciute e probabili di greggio  e  di gas http://www.eia.gov/countries/regions-topics.cfm?fips=SCS).

●E, intanto, emerge con una mossa tesa chiaramente a centralizzare le decisioni politico-strategiche che l’improvviso e, tutto sommato, anche abbastanza inatteso sviluppo accelerato di rivendicazioni come quelle giapponesi, vietnamite e altre sugli isolotti rocciosi del Mar cinese meridionale e di quello orientale. Situazioni impreviste che potrebbe rendere necessario un nuovo controllo centripeto come quello che la Cina ha posto sotto la supervisione dell’Amministrazione oceanica dello Stato. L’Agenzia supervisionerà d’ora in poi la guardia costiera e l’applicazione delle leggi su pesca, frodo e contrabbando che oggi sono entità separate. Di fatto, tutto il controllo effettivo marittimo di natura non immediatamente legata alla guerra.

Questi cambiamenti potrebbero consentire ora a Xi Jinping, il nuovo numero uno che il 14 marzo si è insediato come presidente della Repubblica popolare cinse, lo Stato più popoloso e, ormai anche  – certamente tra pochi anni e sotto la sua presidenza – il più ricco del mondo anche di esercitare vasti poteri di controllo su interi settori vitali dell’economia. Del resto, quando a scadenza decennale in Cina cambia tutta la leadership – del partito e del governo che, in gran parte, poi coincidono – i nuoci capi vogliono sempre dimostrare al popolo che vogliono incidere e cambiare le cose.

E tale motivazione può combinare ragioni economiche, politiche e anche, come in questo caso, di natura più estesa, magari come ora anche e proprio geo-strategica (Washington Post, 10.3.2013, Agenzia Bloomberg, China Government Overhaul to Restructure Maritime Law Enforcement, Railways, Energy Management Il governo cinese ristruttura completamente il sistema di controllo e imposizione delle leggi marittime e di gestione dei trasporti ferroviari e della produzione e distruzione energetica http://washpost.bloomberg.com/Story?docId=1376-MJF53E6JI JUR01-385LHTOL7FPSUACVC3R71R53PG).

L’annuncio del governo riguarda anche il riaccorpamento della Commissione nazionale di pianificazione familiare con il ministero della Sanità, che qualcuno legge anche come il possibile rilassamento, o addirittura forse la cancellazione della controversa politica del figlio unico— largamente e comprensibilmente impopolare anche se forse più fuori che nella stessa Cina, dove la gente alla fine finiva con l’accettarla perché riusciva a capirne la logica.

Commenta  Wang Feng, un demografo cinese che dirige il Centro internazionale sino-americano di ricerche politiche della Brookings-Tsinghua a Pechino che ormai il “sentimento pubblico”, come lo chiama, che si va generalizzando porterà alla cancellazione delle direttive che anche con multe salatissime frenano e restringono il numero della prole a famiglia.

Anche perché, dice, i “monaci”, come li chiama, che amministrano la linea ora si ritroveranno senza Chiesa e, d’altra parte, nelle grandi città industriali come Shanghai (tasso di fertilità, allo 0,7%, tra i più bassi del mondo, ma ormai soprattutto per scelta dei genitori che in una città freneticamente moderna stanno attenti – anche qui – a calcolare la spesa rispetto all’impresa) e un rapporto tra attivi in età di lavoro e anziani che, specie nelle metropoli, si va facendo largamente insoddisfacente cominciando a manifestare problemi di demografia in forte, troppo secco, ribasso che il governo stesso, locale e centrale, comincia a avvertire con qualche preoccupazione (The Economist, 15.3.2013, Monks without a temple Monaci senza tempio http://www.economist.com/news/china/ 21573579-china-may-have-begun-long-end-game-its-one-child-policy-experts-say-it-cannot-end-soon).

●Viene anche annunciato, praticamente súbito dopo la consacrazione del nuovo presidente Xi Jinping, che il suo primo viaggio all’estero sarà a Mosca dove, in effetti, poi arriva il 22 marzo. Colpisce, e non solo a Pechino, come a differenza di chi lo ha preceduto ai vertici del partito e dello Stato, Xi viaggia quasi al’americana, accompagnato dalla moglie, la popolare cantante d’opera Peng Liyuan che, quando cantava fino a qualche anno fa, era in Cina sicuramente più famosa del marito (su You Tube, volendo, ne trovate alcune belle interpretazioni).

Questa prima visita a Mosca non ha nulla di strano, in effetti, anche se molti tra quelli che si dedicano professionalmente a scrutare le foglie di tè sul fondo delle tazze cinesi, un po’ come facevano ieri i sovietologi d’antan studiando la collocazione dei capi sovietici sul muraglione del Cremlino nelle parate per decrittarne la gerarchia, ci colgono tanti significati tra il misterioso, il minaccioso e l’esoterico.

In realtà, tutto è più semplice. Anche la prima visita all’estero di Obama nel 2009 fu al grande vicino nord americano, il Canada. Ed è in qualche modo del tutto normale che la prima visita all’estero del presidente cinese sia in Russia: il grande vicino del  nord, dell’est e anche del nord-ovest asiatico.

Il South China Morning Post, il grande quotidiano in lingua inglese dell’Asia sud-orientale è uno dei media che danno maggiore attenzione a una lettura più composita e articolata – e in qualche misura, in qualche modo profetica – delle intenzioni cinesi (SCMP/Hong Kong, 19.3.2013, S. Karaganov, Old Sino-Russian suspicions linger despite Xi visit, but new closer ties loom Anche con la visita di Xi, restano vecchi sospetti tra Cina e Russia, ma si avvicinano nuovi e più stretti legami http://www.scmp.com/comment/insight-opinion/article/1194648/old-sino-russian-suspicions-linger-despite-xi-visit-but).

Non sarebbero pochi, viene sottolineato anche in altri reportages (SCMP, 22.3.2013, editors, Talking points Punti di discussione http://www.scmp.com/comment/insight-opinion/article/1196559/talking-points) i diplomatici e gli analisti occidentali a temere che i crescenti legami che al Cina sta cercando con la Russia siano causati da una volontà di prendere le distanze dalla, e anche di opporsi alla, supremazia occidentale – cioè americana che è comunque in declino – nella gestione degli affari globali del mondo.

● Salda stretta di mano (commerciale e strategica) tra Russia e Cina   (vignetta)

 

 

Fonte: The  Economist, JAS, 22.3.2013

E, certo, non è una lettura irragionevole, anzi è confermata da mille segnali. Né Russia né Cina vogliono – né forse possono permettersi – di rompere con Washington. Però, ci tengono a prenderne anche marcatamente le distanze, anche opponendosi a quelli che considerano – e spesso a ragione – i suoi istinti egemonici quasi belluini da superpotenza destinata a restarlo quasi per volontà divina (il destino manifesto) ma non più, ormai, inarrestabile anche per il suo significativo declino economico.

Intanto hanno già aumentato del 12% gli scambi tra i due paesi in un anno, ormai per un valore che nel 2012 supera i 100 miliardi di €. E, in questo incontro, riprenderanno dichiaratamente i colloqui sul gasdotto che dovrebbe collegare Russia e Cina: di là un grande fornitore e di qua un grande consumatore di greggio e di gas che offre un’alternativa – e, come tale anche, uno strumento di pressione e di condizionamento, sull’altro grande mercato, oltre all’America, sia per Cina che Russia: l’Europa (Lettera 43, 21.3.2013, C. Attanasio Ghezzi, Xi Jinping, il richiamo di Moscahttp://www. lettera43.it/economia/ma cro/xi-jinping-il-richiamo-di-mosca_4367588445.htm).

●Proseguendo il viaggio, dalla Tanzania il presidente cinese coglie l’occasione per assicurare che la presenza della Cina in Africa vuole essere di aiuto allo sviluppo di quel continente. Ma, come non aveva mostrato di fare nell’ultimo suo viaggio qualche anno fa il predecessore, Hu Jintao, lui non nega ma prende di petto la protesta che in Africa viene sollevata da diverse parti: che la concorrenza spietata e efficacissima, anche sul piano dei prezzi, dei prodotti cinesi soffoca spesso gli sforzi incipienti di far crescere produzione e occupazione di imprese e industria africane, e che la fame cinese di materie prime sta deformando la struttura stessa del rapporto economico tra le due parti.

Xi spiega che la Cina “continuerà a cooperare coi paesi dell’Africa per cercare di instaurare misure utili a risolvere nel modo migliore i problemi che eventualmente emergessero nei rapporti di scambio e di cooperazione economica , in modo ch da essa possano derivarne frutti maggiori e migliori per i partners africani”. Il totale degli scambi della Cina coi paesi africani, Libia e Egitto compresi, ha secondo le statistiche doganali cinesi toccato nel 2012 i 155 miliardi di €, crescendo del 19,3% sull’anno prima. Gran parte delle esportazioni africane vengono da Angola, Nigeria e altri paesi ricchi di risorse naturali: petrolio greggio, minerali greggi e anche derrate.

E, in effetti, è uno scambio tra materie prime, da una parte, e prodotti finiti, dall’altra, somiglia molto a quello che per l’Africa vige dai tempi del colonialismo. Ora, dalla Tanzania, Xi Jiping si trasferirà in Sud Africa (per un vertice dei paesi BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e, appunto, Sudafrica) e, infine, nella Repubblica del Congo, concludendo lì il suo primo periplo dell’Africa (New York Times, 25.3.2013, C. Buckley, New Chinese Leader Offers Africa Assurance and Aid Il nuovo leader cinese offre all’Africa assicurazioni ed aiuti http://www.nytimes.com/2013/03/26/world/africa/new-chinese-leader-offers-africa-assurance-and-aid.html).

●Subito prima dell’incontro di questi cinque paesi in via di rapido e forte sviluppo Brasile e Cina hanno annunciato di essersi accordati per regolare gli scambi commerciali reciproci non più in dollari o euro ma nelle rispettive valute. Dal punto di vista della Cina (che tra l’altro è il maggior partner negli scambi del Brasile) si tratta di un altro passo verso l’internazionalizzazione dello yuan e, in prospettiva, verso il rimpiazzo del dollaro che resta di gran lunga a tutt’oggi la valuta principale di riserva e di pagamento del mondo.

E’ un passo che segue quello analogo con l’Australia concordato a marzo e con gli Emirati Arabi Uniti a gennaio e la Turchia a febbraio (anche se su una base per ora più tentative, più limitata nel tempo e nella quantità di quella dell’accordo col Brasile). E è un processo che era cominciato del resto già tra Cina e Russia, tra gli allora PM Wen Jabao e Vladimir Putin, nel 2010 (Forbes, 26.3.2013, China Busy Signing Currency Deals La Cina si dà da fare firmando una serie di accordi di regolazione degli scambi con le valute reciproche http://www.forbes.com/sites/jackperkowski/2012/06/26/china-busy-signing-currency-deals).  

●Quasi all’inizio di marzo, il consigliere capo per la sicurezza nazionale indiano, Shivshankar Menon, è andato a Mosca per la prima riunione congiunta proprio con Russia e Cina mirata a dare una risposta sui problemi di sicurezza che si presentano già, e si presenteranno sempre di più, col procedere del ritiro delle truppe americane dall’Afganistan (NightWatch KGS, 5.3.2013, First trilateral meeting Russia, India, China on Afghanistan concerns Primo incontro trilaterale di allarme sui problemi di sicurezza che si aprono in Afganistan tra Russia, India e Cina http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_300007 .aspx).

L’India, al momento, si confronta sul tema separatamente e solo con gli USA: e, ora, proprio questo nuovo sviluppo sottolinea la preoccupazione crescente e comune a tutti e tre i paesi.

La Cina aveva offerto all’India un confronto anche più vasto relativo agli equilibri di tutta l’Asia meridionale. Ma New Delhi ha declinato di confrontarsi col suo principale competitor geo-politico in quella che considera l’area di suo più immediato e impellente interesse (il Pakistan).

●Qui, come ormai da decenni, il nodo è l’altopiano del Kashmir. Adesso, un gruppo di militanti mascherati da giocatori di cricket, gioco popolarissimo sia in Pakistan che in India e che, di fatto, pone i loro professionisti ai vertici di quello sport nel mondo, hanno fatto saltare in aria e ucciso a Srinagar, città di 1.900.000 abitanti dello Stato federato di Jammu e Kashmir, appunto, cinque membri delle forze di riserva centrali di polizia, le CRPF, paramilitari. Sono anche stati abbattuti due attentatori degli Hiz-bul Mujahideen, un sottogruppo affiliato a al-Qaeda, che ha rivendicato l’attacco.

Ma questo non è un attacco solitario, improvvisato, perché per sua natura necessita, per essere condotto a termine, proprio di tempo, risorse e pianificazione. Condurre con successo un attacco del gene implica anche che, in qualche modo, il bersaglio – le forze indiane di sicurezza – abbia rilassato la guardia. Probabilmente, invece, è una coincidenza che l’attentato venga subito dopo la proclamazione di un portavoce di al-Qaeda ai media che adesso, dopo la “liberazione” dell’Afganistan, in via di compimento, il prossimo obiettivo della formazione jihadista islamista è la “liberazione” del Kashmir (The Hindu, 13.3.2013, Ahmed Ali Fayyaz, Five CRPF men killed in fidayeen attack in Srinagar Cinque paramilitari della CPRF uccisi in un attacco di fidayeen a Srinagar http://www.thehindu. com/news/national/five-crpf-men-killed-in-fidayeen-attack-in-srinagar/article4504066.ece).

E sempre più forte si fa, tra i servizi di sicurezza e di intelligence che seguono questi sviluppi, il sospetto che la rivendicazione dei militanti al-Qaedisti del Kashmir serva in realtà a mascherare il ruolo di appoggio diretto e indiretto del gruppo estremista organizzato, finanziato, armato e etero-diretto a fini tattici propri dai Servizi segreti militari del Pakistan, il Lashkar-e Taiba (LeT— l’esercito dei giusti): quello che, a dicembre 2001, condusse l’attacco contro il parlamento indiano a New Delhi (una dozzina di vittime) e, nel novembre 2008, gli attentati (più di 170 vittime) che misero a ferro e fuoco il complesso alberghiero del Taji Mahal Palace Hotel di Mumbai.

●L’Afganistan è cosa diversa perché qui le due parti, India e, tutto sommato – forse – anche il Pakistan, e anche la Russia ovviamente, condividono l’interesse a prevenire un ritorno al potere dei talebani o di altri regimi di stampo islamista-estremista nel paese.

L’India era stata a suo tempo, al tramonto della presenza sovietica e a cavallo del regime talebano negli anni ’90 uno dei sostenitori principali delle formazioni armate militanti dell’Alleanza del Nord che, prima dell’intervento massiccio americano del 2001, s’era opposta anche con qualche efficacia ai talebani di etnia essenzialmente pashtun. E la Cina, col regime talebano del Mullah Omar, ha dovuto anche subire per anni l’addestramento terroristico offerto in Afganistan ai separatisti islamici Uighur della sua regione autonoma del Sinkjang,

Provincia cardine che, al suo confine nord-orientale, da sud a nord, fronteggia India, Pakistan, Afganistan, Tajikistan, Kirghizistan, Kazakistan, Russia e Mongolia. Una dislocazione, cioè, delicatissima e assolutamente strategica, col fatto che il Pakistan – l’alleato più importante della Cina nell’area, non abbia mai fatto niente, neanche su richiesta esplicita di Pechino, per fermare l’addestramento e l’appoggio logistico fornito dai talebani, creature sostanzialmente di CIA e Pakistan, ai ribelli Uighur in nome della comune fede islamica.

●Tanto per chiarirgli le idee – ma lui è uno dei pochi ai vertici americani che sul tema ha avuto, tutto considerato, le idee abbastanza chiare: cioè moltissimi dubbi su quella che una volta chiamò apertamente un’ “avventura” – e, soprattutto, per dargli il caloroso benvenuto dovuto al suo rango la prima visita del nuovo ministro della Difesa statunitense, Chuck Hagel, è stata salutata a Kabul da due attentati dinamitardi che hanno fatto una ventina di morti e decine di feriti: tanto per segnare il punto (New York Times, 9.3.2013, A. J. Rubin, Blast Hits Afghanistan After Arrival of Hagel Esplosione in Afganistan subito dopo l’arrivo di Hagel http://www.nytimes.com/2013/03/10/world/asia/blast-hits-kabul-shortly-after-hagel-arrives.html?ref=global-home).

●Allo stesso tempo, però, il presidente afgano Karzai intanto fa sapere – è una vera e propria denuncia – che sospetta di collusione talebani e americani e li accusa apertamente di cercare di far passare l’idea che, se le truppe straniere davvero se ne andassero, la violenza nel paese finirebbe con l’aumentare. “Le esplosioni di ieri a Kabul e a Khost dimostrano che i talebani sono al servizio degli americani e al servizio della data 1914”, l’anno annunciato della dipartita completa degli americani, dichiara apertamente ma nel merito con totale mancanza di credibilità dell’accusa: i talebani, certo, tutto vogliono meno che veder continuare la presenza e l’insediamento militare americano. Sono solo i generali statunitensi, non certo Mullah Omar, che vogliono ancora restare a Kabul dopo la fine dell’anno prossimo. Invece, sbotta Karzai, siamo solo noi a volere davvero che se ne vadano.

I talebani non gli rispondono (non si risponde mai al burattino, casomai lo si scansa ad evitare che col suo agitarsi vacuo intralci in qualche modo la lotta contro il burattinaio, disse una volta il Mullah Omar) ma il comando delle forze armate ISAF sente, invece, inopinatamente il bisogno di farlo, con ciò stesso però dando qualche forza alle parole del presidente “fantoccio” afgano: perché in Qatar diplomatici USA e esponenti talebani continuano ad incontrarsi da mesi, in mezzo a  bombardamenti e attentati degli uni e degli altri che restano sempre in corso (New York Times, 10.3.2013, Agenzia Associated Press (A.P.) Afghan Leader Alleges US, Taliban Are Colluding Il capo afgano [bè, insomma, il capo…: il presidente nominale e ufficiale, piuttosto, dell’Afganistan ancora tenuto in piedi dalle armi straniere] denuncia la collusione americano-talebana http://www.nytimes.com/ aponline/2013/03/10/world/asia/ap-as-afghanistan.html?ref=global-home).

●In realtà è probabile, e viene in America subito sottolineato – titola, non certo a caso, il NYT, che a questo punto, e quasi alla vigilia ormai del conto alla rovescia finale (New York Times, 13.3.2013, A. J. Rubin, Karzai Bets on Vilifying U.S. to Shed His Image as a Lackey Karzai sta scommettendo che screditare gli USA potrebbe aiutarlo a togliersi di dosso l’accusa di essere il loro fantoccio http://www.nytimes.com/2013/03/13/world/ asia/karzais-bet-vilifying-us.html?ref=global-home&_r=0&gwh=172B 313E09F89429442FCDC7EBE3EF48)  nella speranza-illusione di non fare – se resta…: ma sembrerebbe davvero, come dire?, imprudente – la fine dell’ultimo suo predecessore Mohammad Najibullah.

Che, restato a Kabul dopo la partenza dei sovietici e, uscito dopo oltre quattro anni di assedio in cui sopravviveva sotto la fragile protezione della bandiera dell’ONU, fidandosi della parola fedigrafa di alcuni capi ribelli, dopo essersi consegnato il 29.9.2013 ai talebani, venne prontamente castrato, torturato, linciato, legato al paracarro d’un camion, trascinato per le strade di Kabul e, infine, appeso per fortuna sua già morto da tempo, insieme al fratello, con un uncino da carcassa di bue macellato a un lampione ( http://www.executedtoday.com/2009/09/27/1996-dr-mohammad-najibullah).

Personalmente, chi scrive, proprio non ci crede a un Karzai che rischi di fare la fine di Najibullah, specie dopo aver provveduto da tempo poi, sensatamente (lo hanno garantito da tempo i resoconti contabili del governo americano sugli aiuti arrivati negli anni a Kabul e spariti dalla circolazione) ad assicurarsi una lauta “pensione” in America o, più probabilmente ormai per non rischiare tanto, in Qatar (dei tanti possibili riferimenti, citiamo solo quello che ci è apparso più completo e attendibile… perché il più ufficial-ufficioso, sul giornale dell’esercito americano stesso: U.S. Army Times, 20.7.2011, P. Jelinek, Afghans jeopardize U.S. aid money, report says Gli afgani mettono a rischio i fondi degli aiuti americani [all’Afganistan], denuncia un rapporto ufficiale http://www.armytimes.com/news/2011/07/ap-karzai-bans-us-treasury-afghan-bank-072011).

Afganistan: tomba degli imperi   (vignetta)

Salute.. ero solo        USCITA     Dichiarate la vittoria e      13 anni e un

di passaggio!                                    andatevene di corsa!          trilione di $ dopo…

Fonte: Bendib, 26.2.2012

Ma intanto, e a questo punto, il nuovo segretario americano alla Difesa che era in visita a Kabul, si sente costretto a annullare la conferenza stampa congiunta che proprio con Karzai avrebbe dovuto tenere qualche ora prima della partenza: proprio come il  giorno avanti era stata annullata e rinviata a data da destinarsi la consegna ufficiale da parte dell’esercito americano a quello afgano degli ultimi prigionieri afgani che (ancora a centinaia) deteneva senza alcun mandato (Guardian, 10.3.2013, E. Graham-Harrison, US defence secretary cancels plans for joint conference­ after Afghan president accuses US forces of colluding with Taliban—  Il segretario americano alla Difesa cancella i piani di una conferenza stampa congiunta dopo che il presidente afgano accusa le forze USA di collusione coi talebani http://www.guardian.co.uk/world/2013/mar/10/ afghan-president-us-forces-taliban).

●Al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, gli USA vogliono rilanciare e, in qualche modo, anche la Cina ha concordato nuove, dure sanzioni contro la Corea del Nord (New York Times, 7.3.2013, R. Gladstone e Choe Sang-hun, UN Security Council Passes New Sanctions on North Korea— Il Consiglio di sicurezza dell’ONU passa nuove sanzioni contro la Corea del Nord http://www.nytimes.com/2013/03/08/world/asia/north-korea-warns-of-pre-emptive-nuclear-attack.html?ref=global-home) colpevole con la sua bomba di “aver sfidato il mondo”, dice l’ambasciatrice Susan Rice (le bombe A, H e super-H degli altri, come sempre, vanno bene, invece, essendo le figlie, ovviamente – loro – dell’oca bianca…).

Ma, come al solito sarà un’arlecchinata perché le sanzioni aggiuntive colpiranno in buona sostanza “i conti esteri bancari dei dirigenti di Pyongyang. Che, se li avessero all’estero ovunque e ce li avessero ancora lasciati, sarebbero dei veri e propri insipienti, per dirla chiara (U.S. Mission to the United Nations, Ambassador Susan B. Rice,  dichiarazione integrale, 5.3.2013 ▬ http://usun.state.gov/briefing/state ments/205642.htm).

Quanto, invece, dovrebbe davvero preoccupare tutti gli altri attori geo-politici che sull’area e nell’area convergono e contano (Corea del Sud, Giappone, Cina e Russia e, anzitutto, proprio l’America, è la sindrome da fortezza ancor più assediata di sempre che il fronte dei “nemici” di Pyongyang, coagulato adesso anche su una versione formalmente durissima, pur se di fatto quasi pleonastica, di nuove sanzioni può attizzare nel regime coreano del Nord.

Di fatto, non sono le sanzioni decretate dall’ONU, neanche queste ultime, che preoccupano Pyongyang ma la crescente freddezza che la Cina vicina manifesta ora, con le sue di sanzioni che ovviamente non chiama con questo epiteto di per sé offensivo, ma che impiega comunque per manifestare il suo dissenso profondo con le scelte, specie quelle di natura militare, della Corea del Nord.

E’ un fatto, reso noto da un anodino comunicato delle dogane cinesi, che a febbraio la Cina non ha esportato neanche un barile di greggio in Corea del Nord. E’ vero che anche a febbraio 2012 e 2011 vennero interrotte le esportazioni e, dunque, è ancora possibile un’interpretazione non politica dell’evento. Ma si tratta della materia prima di gran lunga più importante fornita dalla Cina in base al suo programma di aiuti al ritmo di qualcosa come 30-50.000 tonnellate al mese.

E anche se, certo, non è stato annunciato alcun legame tra il test nucleare nord coreano del 12 febbraio e l’alt alla fornitura di greggio, l’irritazione di Pechino con Pyongyang per una decisione presa contro il suo parere e anche la sua formale richiesta, è stata subito del tutto palese e a Pyongyang come a Washington e dovunque, l’interpretazione è quella invece del tutto politica (Market News, 22.3.2013 10:30, China did not export any crude in February to North Korea A febbraio non c’è stata alcuna esportazione di greggio dalla Cina alla Corea del Nord ▬  http://www.ubs.wallst.com/ubs/mkt_story.asp?docKey= 1329-L3N0CD1L0-1&first=0).

E’ possibile, anzi è anche prevedibile, che i nord coreani abbiamo messo in conto questa possibile/ probabile reazione immediata dei compagni cinesi e anche messo da parte scorte sufficienti a un periodo di crisi, purché non si prolunghi troppo nel tempo. Il greggio arriva sulla costa occidentale nord coreana nella raffineria di Sinuiju, appena oltre il confine cinese segnato dal fiume Yalu, attraverso un oleodotto capace di trasferire 1 milione di tonnellate all’anno ma che, ormai da qualche anno, ne trasferisce solo un mezzo milione, in media sulle 42.000 tonnellate al mese. Dalla fine del patto di Varsavia, nel luglio 1991, non si conoscono altre fonti stabili di rifornimento al paese con solo alcune compagnie petrolifere dell’estremo oriente russo che facevano raffinare a Sinuiju il loro greggio, in cambio della cessione di parte della benzina così ottenuta.

Si tratta, come è evidente, di un rubinetto di rifornimento vitale per l’economia e anche per la preparazione bellica del paese, una valvola di erogazione di cui la Cina ha il pieno controllo ma che finora ha rifiutato di usare in maniera sistematica per costringere la Corea del Nord a fare quello che vuole. Infatti, al contrario di altri, la Cina resta ostensibilmente riluttante ad esercitare questo tipo di pressioni da grande potenza verso avversari o anche alleati.

Il 21 marzo, la KCNA informa che al presidente Kim Jong-un è pervenuto, il 16, un messaggio del nuovo capo cinese per ringraziarlo delle congratulazioni che gli aveva mandato due giorni prima in occasione della sua elezione: “in questa nuova situazione – dice Xi, riferendosi in modo trasparente al tema messo al centro del suo discorso inaugurale: il raggiungimento nel decennio del suo governo del “sogno cinese”, non più e non solo quello dello sviluppo di una “società armoniosa”, ma di una società come recitano il nuovo slogan e la nuova parola d’ordine, esplicitamente “più ricca e insieme più equa” – desidero unirmi a lei per promuovere lo sviluppo delle tradizionali relazioni di amicizia e cooperazione tra Cina e Repubblica Democratica Popolare di Corea in modo da contribuire così alla prosperità dei nostri due paesi, alla pace e alla stabilità della regione”.

Da notare – secondo i sinologhi e i nord-coreanologhi più raffinati – che, come il suo immediato predecessore, neanche Xi riprende la formula rituale e tradizionale fino a qualche anno fa – prima dell’inizio dei tests nucleari del Nord Corea – dei rapporti tra i due paesi come – l’immagine fa un tantino schifo ma rende bene l’idea – “più vicini di quelli delle gengive ai denti(KCNA, 21.3.2013, Reply Message to Kim Jong-un from Xi Jinping Messaggio di risposta di Xi Jinping a Kim Jong-unhttp://www.kcna. co.jp/index-e.htm).

Perché, l’interpretazione anche per i cinesi sembra ormai non poter essere altra— il solidificarsi di una posizione di principio che alla Corea del Nord, e solo ad essa, nega quanto tutte le altre potenze nucleari reclamano per sé come diritto (acuta, anche se del tutto unilaterale – di parte sfrontatamente attenta solo alle considerazioni, interpretazioni e analisi dell’Amministrazione USA – l’analisi che il centro studi strategici NightWatch dedica il 7.3.2013 alle posizioni di una Corea del Nord che si sente ormai, da ogni parte e da tutti (Cina e Russia comprese) assediata ▬ http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_13000059.aspx).

Quindi, in sé e per sé, con reazioni e iniziative di parte nord-coreana a questo punto realmente imperscrutabili e insondabili. Come, per esempio, la dichiarazione formale – sempre minacciata ma mai concretizzata finora: ma adesso sì – del governo nord coreano di considerare superato e nullo l’armistizio del 1953 del Nord col Sud e le forze di spedizione dell’ONU (dalla mattina del 10 marzo la linea rossa telefonica dì emergenza, che collegava le forze armate del Nord al comando militare americano del Sud, è stata materialmente – con le cesoie – troncata).

E’ vero, come fa osservare Seul, che una clausola degli accordi di armistizio ne prevede il superamento solo con nuovi accordi bilaterali; ma è altrettanto vero, come nota sardonicamente un portavoce di Pyongyang che se di due cofirmatari uno si chiama fuori da un cessate il fuoco, il cessate il fuoco vale ovviamente anche per l’altro… Ma Pyongyang sottolinea che la sua controparte non è comunque Seul, il Sud, ma il Comando militare dell’ONU.

E, in effetti, mentre per la Repubblica Democratica Popolare di Corea, il Nord, firmò allora, il 27.7.1953, il ten. gen. Nal Il e controfirmò il maresciallo Kim Il-sung, per le forze congiunte dell’ONU e contro la volontà dichiarata del Sud – che era non a caso assente – firmò il ten. gen. William K. Harrison Jr, e controfirmò il comandante in capo, gen. Mark W. Clark, cioè gli americani; e, per la Cina, il ministro della Difesa maresciallo Peng Dehuai ( ▬ http://news.findlaw.com/ cnn/docs/korea/kwarmagr072753.html).

La realtà è che l’armistizio, se una parte dice che è morto, non esiste più di fatto neanche per l’altra. E il fatto che in tutta la faccenda il Sud non abbia mai contato niente, né allora né oggi, dimostra solo, dicono al Nord, la mancanza di indipendenza del Sud e che le sue proteste sono comunque nulle e come non ricevute.

Di fatto nessuno, ma davvero nessuno, qui e forse anche lì è in grado di indovinare, capire, anticipare e perfino presumere le mosse e il comportamento della nuovissima, e giovanissima, leadership che, adesso, invece tale dichiarazione l’ha resa proprio ufficiale. Come ha reso adesso altrettanto ufficiale la minaccia apocalittica e tonitruante, rivolta però specificamente a eventuali “invasori”, di un attacco nucleare preventivo – se ci provano – al proprio territorio, compresi gli Stati Uniti d’America ormai – assicura Pyongyang – raggiungibili dai loro missili balistici intercontinentali…

Solo che nessuno – che non sia un esponente del regime nord-coreano – crede poi che i nord-coreani siano realmente in grado di montare un’ogiva nucleare funzionante su un missile funzionante in grado di toccare il territorio americano. Di più, poi, e più importante – più pertinente, letteralmente – sarebbe una scelta suicida: perché per ogni bomba che scoppiasse in America ne scoppierebbero cento sul territorio di Pyongyang. E questo non è solo credibile. E’ certo…   

●E’ un fatto che sta montando, tra le due Coree, una tensione ormai quasi isterica: al Nord, che specifica come stia lavorando a ridurre la dimensione delle sue ogive nucleari per adattarle a missili balistici intercontinentali capaci di raggiungere, potenzialmente – e se il paese fosse aggredito – anche gli Stati Uniti e, sicuramente subito, intanto Seul, le Forze armate del Sud Corea (non il governo, però…) rispondono dicendo che “se il Nord Corea tentasse una provocazione mettendo a rischio vita e sicurezza del nostro popolo, i nostri militari colpirebbero decisivamente e con forza non solo l’origine della provocazione [le basi da cui partisse l’attacco] ma anche la leadership di comando”. Lo dice il magg. gen. Kim Yong-hyun, comandante dello staff operativo degli stati maggiori riuniti a Seul.

Anche a questi livelli bellicosamente retorici, una minaccia tanto volutamente personalizzata non è proprio una minaccia “normale” e viene subito controbattuta, ovviamente, dall’inevitabile “se ci aggredite così, noi faremo lo stesso(New York Times, 6.3.2013, Choe Sang-hun, Seoul Warns That North Korea’s Leadership Could Be Target Seul ammonisce che la leadership stessa della Corea del Nord potrebbe trovarsi al centro del mirino http://www.nytimes.com/2013/03/07/world/asia/seoul-says-north-korea-leadership-could-be-target. html?ref=global-home).

In ogni caso, il clima a Nord come a Sud del 38° parallelo si va pericolosamente arroventando (ma a Seul chiariscono che, al contrario delle diverse hotlines militari, il collegamento del telefono “rosso” politico con Pyongyang non è stato interrotto…) e, in ogni caso, vanno crescendo i timori che anche solo un errore di calcolo, di per sé trascurabile, sulle intenzioni o sulle mosse dell’altro potrebbe trascinare nel baratro due leaderships nuove di zecca, entrambe ipernazionaliste e ancora mai testate come quella, a Nord, di Kim Yong-un e quella, a Sud, di Park Geun-hye: entrambe in carica da pochi giorni o da pochissimi mesi.

A fine mese viene chiarito che continuerà comunque ad essere consentito ai cittadini sud-coreani che lavorano nel complesso industriale di Kaesŏng, nel Nord e a cavallo del confine col Sud, l’attraversamento quotidiano e che, in effetti, l’attività prosegue senza interruzioni. Secondo il ministero che al Sud gestisce il portafoglio della Riunificazione, la zona delimitarizzata è stata varcata senza problemi, il 27 marzo, da 457 managers, tecnici e operai dal Sud: come vanno le cose al momento non ci sono problemi neanche per i 751 lavoratori che a Kaesong risiedono in permanenza.

La fine, o lo sconvolgimento unilaterale, di questa routine quotidiana costituirebbe un segnale importante che la situazione starebbe arrivando a un vero e proprio punto di crisi. Il ministero della Riunificazione, che ha dato le informazioni sopra riportate, ha aggiunto che “la nuova situazione complica anche la funzionalità delle attività a Kaesong(Daily NK/Seul, 27.3.2013, Kim Tae-hong, North Korea Cuts Lines, Keeps but Threatens Kaesong Il Nord Corea, che taglia le linee di comunicazione, mantiene ma mette a rischio Kaesong http://www.dailynk.com/english/read.php?cataId=nk00100&num=10444).

Intanto, però, a Pyongyang viene anche reso noto, subito dopo metà marzo, di aver trasmesso attraverso la rete radio nazionale “un vero e proprio allarme di dimensione globale” – in coincidenza con la decisione annunciata di far pattugliare i cieli del Sud dai B-52 americani e in un secondo momento (New York Times, 28.3.2013, Choe Sang-un, U.S. Begins Stealth Bombing Runs Over South Korea Gli USA danno  inizio a una serie di tests di bombardamento sul territorio coreano del Sudhttp://www. nytimes.com/2013/03/29/world/asia/us-begins-stealth-bombing-runs-over-south-korea.html?_r=0) anche da alcuni B-2, i bombardieri stealth invisibili al radar che, inusualmente, l’Aeronautica statunitense ha voluto annunciare hanno subito compiuto alcune “esercitazioni attive” di bombardamento sul territorio sud-coreano.

Si era venuto anche a sapere da qualche giorno (lo riferisce la KCNA, Agenzia di stampa ufficiale del Nord Corea, il 20 marzo) che Pyongyang ha lanciato “in presenza e sotto la guida del presidente Kim Yong-un  un “attacco simulato” con un drone senza pilota contro un obiettivo sud-coreano, riuscendo a “colpire ed abbattere” – nella simulazione… – un missile da crociera del Sud (Agenzia KCNA, 20.3.2013, Kim Jong Un Guides Drone Attack— KY-u guida l’attacco con aerei senza pilota http://www.kcna.co. jp/index-e.htm).

Non è chiaro se il drone si sia effettivamente alzato in volo e cosa abbia, anche se solo nella simulazione, effettivamente abbattuto… Ma è noto, da almeno un anno, secondo fonti citate dal quotidiano sud-coreano Yonhap, che il governo di Pyongyang avrebbe acquistato, forse dai siriani, diversi vecchi drones (diciamo così, “usati”) MQM-107D Streaker costruiti almeno vent’anni fa dalla Raytheon americana. 

D’altra parte, è anche noto – e lo riconoscono per primi gli americani – che i nord coreani si sono dimostrati abilissimi a modificare, cambiare, rimettere in funzione – anche recuperando materiali obsolescenti con conoscenze tecniche e scientifiche di forte efficienza, già ampiamente tesate in passato anche nel costruirsi le proprie bombe nucleari – tecnologie nate altrove e da cui sanno ancora estrarre il meglio come sicuramente stanno facendo coi drones originariamente fabbricati dal grande nemico americano.

Che, col ministro della Difesa nuovo di zecca, Chuck Hagel, correndo adesso ai ripari, oltre a rimettere in circolo sulla penisola coreana i vecchi ma sempre devastanti B-52, annuncia un nuovo schieramento di antimissili intercettori da schierare in Alaska, sulla traiettoria di quello che con circa 6.000 km. sarebbe il percorso più breve tra la Corea e la massa continentale degli Stati Uniti.

Anche se, naturalmente, la minaccia di una temuta rappresaglia nucleare del Nord a un’eventuale ma temuta aggressione americana contro il Nord, è l’ennesima risposta alle minacce (retoriche?) di rappresaglia che ormai sembrano farsi però tecnicamente possibili anche se, proprio tecnicamente, ancora anche improbabili ma che Pyongyang è in grado di utilizzare (e già, di fatto, utilizza) come deterrente nel suo scontro/confronto con un mondo che lo vuole tenere lontano, dietro una cintura di sicurezza che ormai non può, però, più continuare a restare a lungo allacciata (The Economist, 22.3.2013).

Appello alla Cina degli USA per il Nord Corea…   (vignetta)

La vostra strategia del contenimento ha bisogno di essere ripensata… [già…  e la  vostra? B-52, B-2 phantom e sommergibili  nucleari sono forse serviti a   qualcosa?]

 

 

Fonte: The Economist, 29.3.2013, KAL

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais

●In Egitto, il Fronte Nazionale di Salvezza, per bocca del suo leader Mohamed ElBaradei – che neanche è certo parlasse però per tutti – ha deciso e annunciato di voler boicottare le elezioni presidenziali che era stato deciso cominciassero il 22 aprile. Una mossa presa in nome della “dignità” del popolo e degli elettori egiziani, ha detto, ma che con ogni probabilità garantirebbe a questo punto quel che già appare sicuro e ineluttabile: che i partiti islamici, la Fratellanza di Morsi ma anche, in secondo ordine, gli islamisti meno moderati, continueranno a controllare anche la nuova e, a questo punto, più consolidata legislatura.

Baseera, istituto di sondaggi dimostratosi indipendente anche se con qualche simpatia non nascosta per la Fratellanza musulmana – ma più come speranza forse unica di relativa stabilità che per affinità ideal/ideologica – ha registrato ora un forte calo di popolarità del presidente (@Hani Shukrallah, 27.2.2013 ▬ https://twitter.com/HaniShukrallah/status/306749023488991232) e anche la stanchezza dell’egiziano della strada per il disordine e le dimostrazioni di piazza, la turbolenza rivoluzionaria epperó non sembra ormai più “conclusiva”. Ma ha anche registrato che non condividono i sospetti e i timori viscerali dei “laici” verso la “Fratellanza”.

D’altra parte, sono anche in sofferenza con lo stile diciamo “forzuto” della leadership di Morsi e la fissazione dei suoi su questioni di etichetta moral-islamista (proibizione del consumo di alcool, imposizione o meglio, raccomandazione “robusta” del velo alle donne in pubblico…)… Ma oltre un terzo degli egiziani intervistati (più di 35.000) non aveva mai neanche sentito parlare dell’esistenza del Fronte Nazionale di Salvezza e, del terzo che li conosceva, la grande maggioranza rifiutava di appoggiarli: anzitutto perché in comune tra loro – laici di stampo occidentalista, destra, sinistra, religiosi “moderati”, copti cristiani, laici anche ateisticamente aggressivi, in un clima che non ci è abituato, rimasugli e nostalgici del vecchio regime mubarakiano – l’opposizione non ha quasi niente davvero.

Se le cose andranno avanti così, nel futuro immediato dell’Egitto si manifestano due opzioni poco appetibili. La più probabile è che le elezioni andranno avanti con una bassa affluenza alle urne e la vittoria di quella che comunque, nelle sue diverse sfumature, sembra restare la maggioranza islamista, rischiando di buttare altri dubbi sulla legittimità però del governo. Anche se… anche se l’ennesimo bastone viene ancora una volta messo tra le ruote del meccanismo decisionale egiziano dal solito presidente del solito tribunale amministrativo, Abdel-Meguid el-Muqanen, che reitera adesso quanto aveva fatto già mesi fa facendo perdere un sacco di tempo al paese quando decise da a solo di “annullare” la convocazione delle elezioni; adesso insiste, “posponendole” per dare tempo alla Corte costituzionale, dice, di “rivedere” la conformità della legge elettorale alla stessa Costituzione: che, detta così, sembra quasi un invito indecente.

E’, ovviamente, l’ennesimo pretesto ma resta possibile che il potere legislativo e quello del presidente riescano, stavolta insieme e entrambi legittimati dal voto, a superare lo scoglio (New York Times, 6.3.2013, Agenzia Associated Press, Court Suspends Egypt's Parliament Election Un tribunale [amministrativo: l’analogo, per dire, in Italia del Consiglio di Stato] sospende le elezioni parlamentari in Egitto http://www.nytimes.com/ aponline/2013/03/06/world/middleeast/ap-ml-egypt.html?ref=global-home). Anche se la popolarità dei Fratelli mussulmani è chiaramente in calo (The Economist, 8.3ò2013, It’s hard being in charge E’ difficile quando si deve governare [eh, già, amici grilleschi o grillini che siate!] http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21573118-after-years-being-oppressed-muslim-brothers-enjoyed-sheen-goodness).

Se, invece, Morsi si piega alle pressioni extraparlamentari e di piazza dell’opposizione, o non ce la fa a superare l’attacco del tribunale amministrativo alle decisioni parlamentari e presidenziali prese da una maggioranza assoluta e, alla fine, legittimamente votata rischia la rivolta dei suoi e, in ogni caso, una fase di incertezza che si andrebbe prolungando pericolosamente (The Economist, 1.3.2013, Grim tidings Gran brutte novelle http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21572825-president-calls-early-elections-and-opposition-responds).

●E, in effetti, pare che alla fine non ce la faccia: ci pensa la Commissione elettorale nazionale a cancellare il calendario delle elezioni. (New York Times, 7.3.2013, Reuters, Egypt Cancels Parliamentary Vote Dates After Court Ruling L’Egitto cancella l’agenda delle elezioni parlamentari dopo la decisione della Corte http://www.nytimes.com/reuters/2013/03/07/world/middleeast/07reuters-egypt-elections-dates.html?ref=global-ho me&_r=0)… Tutto rinviato… e tutto ovviamente paralizzato. O no?

E’ Morsi stesso che a fine febbraio lo riconosce, parlando di altri due mesi per poter portare la legge elettorale a modifiche tali da rispettare le norme impartite dalla Corte e di altri due mesi per preparare poi il voto. Mette le mani avanti, rendendo noto a tutti che lui voleva fare più in fretta perché il paese ha disperatamente bisogno di un parlamento e del supporto che solo esso può dare a un governo solido capace delle misure necessarie a tirar fuori l’Egitto dal marasma economico col quale incertezze, tensioni, i mercati e lor signori gli stanno facendo pagare il prezzo della semidemocrazia che ha riconquistata. Ma tant’è…

Di qui ad allora, almeno, nei prossimi sei mesi diciamo, il governo potrebbe trovare tempo e spazio per negoziare al meglio possibile con il FMI il prestito di 4,8 miliardi di $ che tutti considerano ormai vitale ma per ottenere il quale bisognerà imporre al paese ancora più sacrifici. E anche per convincere almeno parte dell’opposizione a partecipare alle elezioni… (AlArabiya, 27.3.2013, Egypt may hold elections in October: President Mursi— Il presidente Morsi. L’Egitto potrà tenere le elezioni in ottobre ▬  http://english alarabiya.net/en/News/2013/03/27/Egyptian-president-sees-elections-in-October-MENA.html).

Intanto, dal Cairo si apprende che il presidente Morsi e il presidente Putin hanno discusso di possibili importazioni di gas naturale russo all’Egitto per far fronte a una domanda domestica crescente di combustibile che sta già risucchiando le possibilità di esportazione netta che finora il paese era riuscito a “tenere” ma, ormai, sempre con maggiore difficoltà. Come in tanti altri paesi che il petrolio magari ce l’hanno e riescono magari pure a esportarne un po’, quel che manca anche qui è spesso la possibilità di raffinarlo e ora c’è anche carenza crescente di liquidità che si fa poi sentire a cascata, anche sul prezzo del grano e, quindi, del pane

   (1) RIA Novosti, 28.3.2013, Egypt Eyes Gas Supplies From Russia – Lavrov Lavrov [ministro degli Esteri russo]– L’Egitto punta a forniture di gas dalla Russia http://en.rian.ru/business/20130328/180290494.html; 2) Stratfor, Global Intelligence, 7.1.2013, Egypt: Few Options Out of a Natural Gas Dilemma Poche opzioni per l’Egitto al di fuori del dilemma sul gas naturale http://www.stratfor.com/analysis/egypt-few-options-out-natural-gas-dilemma; 3) New York Times, 30.3.2013, D. D. Kirkptarick, Short of Money, Egypt Sees Crisis on Fuel and Food Senza liquidità, l’Egitto vede arrivare la crisi su combustibile e alimentari http://www.nytimes.com/2013/03/31/world/middleeast/egypt-short-of-money-sees-crisis-on-food-and-gas.html?ref=global-home&_r=0).

●Il quartier generale delle  forze di  sicurezza della città di Porto Said, all’estremo ovest del paese e del Mediterraneo, è stato messo a fuoco e fiamme a inizio mese in mezzo  a due ondate di scontri tra dimostranti e polizia. Le manifestazioni hanno seguito i funerali di tre dimostranti uccisi in precedenti scontri di piazza che avevano fatto, però, anche tre morti tra le forze del’ordine. Il governo ha ordinato all’esercito di intervenire per fermare gli scontri e, frapponendosi tra i due schieramenti, le truppe ci sono riuscite anche, se all’inizio, a diversi osservatori era sembrato non tanto un frapporsi quanto un intromettersi più a favore dei rivoltosi che della polizia. Addirittura, dicevano, con scambi a fuoco – è vero, sporadici – tra poliziotti e soldati…

In altre parole viene confermato, ancora una volta, come la probabilità di un intervento dell’esercito appaiano poche. Il fatto è che, per fortuna o per disgrazia, i capi delle Forze armate, ormai tutti di nomina di Morsi, restano al fondo leali nei confronti del potere civile, presidente e primo ministro. Come, ogni volta che ha votato, ha confermato la maggioranza degli elettori e delle elettrici egiziani neanche i quadri dell’esercito sono granché disposti a dar fiducia ai leaders di un’opposizione – frammentata e contraddittoria – che di comune ha solo, appunto, la propria opposizione a chi ha preso comunque alle urne la maggioranza dei voti. Ma, certo, se il paese si trovasse completamente paralizzato… (Al Ahram.online, 4.3.2013, Five killed in Port Said clashes; Egypt army denies exchanging fire with police Cinque caduti negli scontri a Port Said; l’esercito egiziano nega che ci siano stati di scambi di colpi di fuoco con la poliziahttp://english. ahram.org.eg/News/66041.aspx).

●Il governo di Morsi, malgrado i problemi anche di vera e propria insufficiente liquidità che gli si vanno accumulando sulle spalle – quelli finanziari e economici non ultimi sicuramente e, altrettanto certamente, esacerbati e complicati dalla rivoluzione araba (Stratfor, Global Intelligence, 25.2.2013, Egypt’s Economic Crisis http://www.stratfor.com/analysis/egypts-economic-crisis) – ha trovato l’audacia – che di questo si tratta: di fronte ai mercati anche, forse, un po’ irresponsabile – di rifiutare un prestito cash sull’unghia e urgente da parte del FMI di 750 milioni di $ offertogli, in attesa della decisione maggiore e che tarda a arrivare.

Quella sulla concessione richiesta al Fronte monetario internazionale di oltre 4,8 miliardi di $. Perché, in cambio, pretendeva diritti di sorveglianza e supervisione che dice il ministro delle Finanze El Morsi Hegazi è stato, dal gabinetto e dal presidente considerato un’intromissione inaccettabile sulla sovranità monetaria e finanziaria del paese (Howabi.com, 2.3.2013, Egypt rejects IMF rescue loan L’Egitto respinge il prestito d’urgenza del FMI http://www.howabi.com/viewNews.aspx?TID=N13631126 09317&hl=Egypt+rejects+IMF+rescue+loan).

●Però, il ministero che sovrintende ai rifornimenti all’ingrosso e alla ridistribuzione al dettaglio di derrate e beni essenziali alla stretta sopravvivenza – una specie di annona (nome che deriva dritto dritto proprio dalla dea romana che nel periodo a.C., sotto i re, presiedeva appunto a abbondanza e approvvigionamenti e che dovrebbe garantire un minimo vitale, dando atto di serissimi guai dell’economia annuncia che entro due mesi comincerà il razionamento calcolato pro-capite di pane, zucchero, sale, tè e gas combustibile sovvenzionato dallo Stato (Ahramonline, 19.3.2013, Egypt will subsidise bread: minister Dice un ministro che l’Egitto annuncia che il pane verrà sussidiato http://english.ahram.org. eg/NewsContent/3/12/67227/Business/Economy/Egypt-to-ration-subsidised-bread-Minister.aspx).

Si tratta di un fattore delicatissimo di politica economica e, in sé, di politica generale che quasi ovunque dove è stato necessario applicarlo nel mondo ha segnato periodi di stretta sulle popolazioni pio povere marcati spesso da rivolte e disordini che hanno dato inizio anche a vere e proprie rivoluzioni. Si tratta di carenze che, insieme a quelle di benzina e posti di lavoro, hanno dato il al dunque hanno alle primavere arabe che coricarono così oltre due ani fa contro Mubarak qui e contro Ben Ali in Tunisia

●Dal complesso di estrazione e smistamento di Mellitah – petrolio ma, soprattutto, gas naturale – in Libia, a 60 km. da Tripoli che aveva dovuto interompere il 3 marzo il flusso di metano al gasdotto di ENI e NOC libica che collega il deserto col terminale di Gela e la destinazione in Italia a causa della battaglia ingaggiate tra due bande, due milizie locali che si contendevano il lavoro di sicurezza – di protezione – degli impianti, è stato dopo un giorno, più o meno, ripresa l’attività.

Ma è anche suonato uno stridente campanello d’allarme. La gestione della sicurezza era stata concordata e appaltata infatti dalla produzione congiunta all’esercito libico, del tutto impotente però. Infatti, gli scontri sono cessati e il lavoro è ripreso non quando le forze dell’esercito hanno sconfitto gli insorti, stavolta non per ragioni di etnia o di fazione islamica ma per assicurarsi il lavoro di protezione, ma solo quando le due milizie hanno raggiunto l’accordo tra loro di spartirsi la pingue dote ottenuta per cessare gli scontri, concordando che in cambio – per ora… – la garanzia della sicurezza passa alle forze armate: armate, ma reticenti.

La garanzia ora la dà solennemente il governo libico, per bocca del sottosegretario Khaled al Sherif che come è noto e come confermano pure questi sviluppi, in pratica, però – come governo – neanche esiste: non il sottosegretario, il governo (Agenzie ADN Kronos/Dpa, 3.3.2013, Libia: ripresa l’attività nell’impianto di gas di Mellitah dopo lo stop per gli scontri http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri /Libia-scontri-vicino-a-impianto-di-Mellitah-Sospesa-lesportazione-di-gas-verso-lItalia_314242621995.html).

Ma cosa è successo, davvero, in Libia?Come è potuto avvenire qualcosa del genere, in un paese che noi abbiamo aiutato a liberare, in una città che noi abbiamo salvato dalla distruzione?(USA Today, 13.9.2013, S. Lynch, O. Dorell e D. Jackson, After attacks in Egypt and Libya, USA asks: Why?— Dopo gli attacchi in Egitto e in Libia, l’America si chiede: ma perchè? http://usatoday30.usatoday.com/news/world/story/2012/09/13/after-attacks-in-egypt-and-libya-usa-asks-why/57770610/1).

Se lo chiedeva, accorata quanto ingenua e tutto sommato davvero retorica, la segretaria di Stato americana Hillary Clinton, ancora in carica allora, all’inclita e al colto, quando l’11 settembre 2012 gli attacchi al consolato americano di Bengasi, che era in realtà una sede segreta per tutti meno che per i bombaroli e operativa della CIA, vennero trucidati quattro americani, compreso l’ambasciatore degli Stati Uniti d’America.

Bè, il come e il perché ormai, ma anche allora, era chiaro per tutti coloro che non chiudevano gli occhi e perciò, volendo, lo vedevano chiaramente. E’ successo perché, sostenendo la rivolta contro Muhammar Gheddafi, di fatto l’America e i suoi alleati hanno cambiato lo schieramento fino ad allora loro nella guerra al terrore e al terrorismo, garantendo col loro intervento (il bombardamento aereo) la vittoria dei ribelli e, soprattutto tra loro, di alcune delle forze islamiste e più estremiste che avevano combattuto nelle decade precedente.

Il risultato è la Libia di oggi – al solito la conseguenza non prevista di scelte politiche deliberatamente volute e catastroficamente sbagliate cui l’America si è ormai abituata – sotto il dominio di fatto di brigate jihadiste che sventolano orgogliosamente la bandiera di al-Qaeda sui cadaveri degli americani e di chi in Libia loro vorrebbe oggi loro resistere sotto la ripresa diretta Tv di CNN e di Fox: perché, se gli USA si sono alleati con al-Qaeda – e stanno per ripetere la stessa sciagurata scelta in Siria[4], decidendo forse di mettersi ad armare di mezzi pesanti anche i ribelli islamisti estremisti contro Assad – i jihadisti non hanno affatto cambiato bersaglio e obiettivo.

Per tutti oggi, chissà forse anche per la Clinton – arrivata oltre che meritatamente, speriamo anche per sempre, alla sua meritata quiescenza – è andato in pezzi il mito dell’ “intervento umanitario”, Oggi l’itinere che ha portato a questi esiti, come in una tragedia greca classica inevitabilmente, è ricostruito in un’agile e puntigliosa quanto leggibile e leggera documentazione ((Transatlantic Intelligencer, 23.3.2013, John Rosenthal, The Jihadist Plot: The Untold Story of Al-Qaeda and the Libyan RebellionLa congiura jihadista: la storia non raccontata di al-Qaeda e della rivolta libica http://www.trans-int.com/wordpress/index. php/2013/03/23/the-jihadist-plot-the-untold-story-of-al-qaeda-and-the-libyan-rebellion).

A miglior edificazione di tutti e ciascuno…

●In Tunisia, il partito di maggioranza relativa, Ennhada, ha ceduto il controllo di diversi ministeri chiave a esponenti “indipendenti” nel nuovo governo che presiede e resta di coalizione a tre e che, a poche ore dalla scadenza fissatagli dal presidente della Repubblica, Moncef Marzouki, esponente di un partito laico ha presentato al paese il nuovo premier l’ex ministro degli Interni sempre di Ennhada, Ali Larayedh.

Dopo le grandi manifestazioni contro l’assassinio del leader della sinistra laica Chokri Belaid e le dimissioni del primo ministro, Hamadi Jebali che aveva cercato di mettere insieme una specie di governo di “tecnici” negatogli, però, dal suo stesso partito, Larayedh ha nominato un diplomatico di carriera, già ambasciatore all’ONU, Othman Jarandi, come ministro degli Esteri, Lotfi Ben Jedou a ministro degli Interni e Rachid Sabbagh come ministro della Difesa.

Questi ultimi sono entrambi giudici, il primo ha istruito l’inchiesta giudiziaria che ah portato alla condanna non solo dei poliziotti che ammazzarono dozzine di ragazzi durante le prime fasi della “rivoluzione dei gelsomini” che portò al rovesciamento di Ben Ali ispirando le rivolte contro parecchi autocrati al potere in tanta parte del mondo arabo, ma anche dei loro mandanti. Un altro ministro chiave, Eliess Fakhfah, economista di un partito minoritario di centro-sinistra della coalizione di governo e non di Ennhada, mantiene la sua posizione di ministro delle Finanze. Il nuovo governo, che dovrà ottenere l’approvazione del parlamento, resterà in carica fino alle nuove elezioni parlamentari, verso la fine dell’anno (AlJazeera, 8.3.013, Tunisia announces new coalition government La Tunisia annuncia un nuovo governo di coalizione http://www.aljazeera.com/news/africa/2013/03/2013 381546957967.html).

●In Siria, dove continua a trascinarsi senza costrutto alcuno lo stallo strategico, col suo corollario di massacri e di morti che ha trucidato decine di migliaia di cittadini e sfollato, forse, un milione di siriani, il regime resiste nelle sue roccaforti, in genere nelle città, mentre soprattutto al Nord, dove godono del sostegno logistico ai ribelli derivante dalla prossimità al confine con la Turchia – che ormai è tecnicamente anche se non ufficialmente in guerra con Damasco, gli islamisti della Jabhat al-Nusra, branca di al-Qaeda, affermano di aver catturato quasi tutta la città di Raqqa (al-Raqqa e, prima, Kallinicos, nel periodo ellenistico-bizantino che aveva trasmesso ad oggi un grande lascito archeologico, nel centro nord-est del paese, sui contrafforti alti del corso del fiume Eufrate (Agenzia News.Va/Vaticano, 5.3.2013, Siria: i ribelli conquistano la città di Raqqah. Le violenze sconfinano in Iraq http://www.news.va/it/news/siria-i-ribelli-conquistano-la-citta-di-raqqah-le).

Il carattere che manifesta l’instabilità violenta, in genere, di un assetto di governance in qualsiasi regime è, di regola, di natura centripeta: comincia alla periferia e si muove, poi, verso il centro del potere. Il significato della presa di controllo da parte dei ribelli di Aleppo e di Raqqa, se confermato e dimostrato come un assetto stabile, deriva proprio dal fatto che si tratta della periferia nord del paese. Le forze fedeli al governo centrale hanno avuto spesso, qui, problemi a mantenere il controllo militare in quelle città dove, ovviamente, è più forte e saldo il flusso di rifornimenti dalla vicina Turchia.

Il consolidamento del controllo militare e politico su entrambe le città potrebbe voler dire, in effetti, che la rivolta si va facendo più coerente e si va sviluppando verso una vera e propria guerra civile, sul tipo di scontro che si è sviluppato in Libia e che potrebbe muoversi in direzione di Damasco. Per farlo, però, resta da consolidare l’area dal punto di vista militare in una vera e propria base che l’opposizione possa efficacemente difendere. E, ad oggi, non è affatto chiaro, tanto meno confermato in modo credibile, che le forze ribelli siano in grado di negare l’accesso alle due città contro le forze leali ad Assad, specie contro l’aviazione.

●Intanto, però, continua a manifestare la sua divisione, attestando tutta l’impotenza frustrante della sua frantumazione, il fronte d’opposizione. Per la seconda volta, la prima era stata una settimana fa  poi spostata al 12 marzo, viene adesso rinviata a data da destinarsi l’elezione del primo ministro ad interim del governo provvisorio siriano anti-Assad da parte del vertice della coalizione delle opposizioni filo-occidentali— quelle filo al-Qaeda neanche sono presenti: non verrebbero e, del resto, non sono state invitate

 (1) Stratfor, Global Intelligence, 12.2.2013, Syrian Opposition Groups Compete for Influence I gruppi dell’opposizione siriana sono in guerra uno contro l’altro [ci pare più adeguato, qui, francamente parlare di “guerra” piuttosto che, come dice l’originale, di “competizione”, no?] ▬ http://www.stratfor.com/analysis/syrian-opposition-groups-compete-influence; 2) Al Jazeera, 10.3.2013, Syria's opposition postpones meeting to elect provisional prime minister again L’opposizione siriana pospone ancora una volta l’incontro per l’elezione del primo ministro ad interim http://blogs.aljazeera.com/topic/ syria/syrias-opposition-postpones-meeting-elect-provisional-prime-minister-again).

Alla fine poi – pare…, potrebbe essere…, forse… – anche perché pressati con grande impazienza ormai dai loro sponsors (paesi del Golfo, USA, Francia, ecc.) riescono a uscire – con la nomina di un uomo d’affari, Ghassan Hitto, nato a Damasco ma che opera e fa soldi da decenni in Texas, sponsorizzato direttamente e pesantemente soprattutto, sembra, da Stati Uniti e Qatar (come racconta con molti dettagli The Times of Israel – quotidiano in lingua inglese sul web che presenta e analizza, da un punto di vista evidente e non sempre, come dire?, oggettivo, tutto ciò che è riferito al soggetto Israele –, 19.3.2013, Ben Hubbard, Meet Ghassan Hitto, the Syrian rebels’ leader— Ecco Ghassan Hitto, il [nuovo… e probabilmente assai precario] leader dei ribelli siriani http://www.timesofisrael.com/meet-ghassan-hitto-the-syrian-rebels-leader).

Subito, naturalmente, il Libero Esercito Siriano, il braccio combattente meno radicale, di questa stranissima coalizione sempiternamente e irrimediabilmente frantumata, annuncia che non riconosce e dichiara nulla e non avvenuta l’elezione di Hitto (Voice of Russia, 24.3.2013, Syria insurgents refuse to recognize new rebel PM Gli insorti siriani rifiutano di riconoscere il nuovo primo ministro ribelle http://english.ruvr.ru/2013_03_24/Syria-insurgents-refuse-to-recognize-new-rebel-PM). 

E già il giorno dopo, praticamente a seguire, dopo essere stato esautorato di fatto da Hitto, che è stato esautorato a sua volta dal LES, si dimette dall’incarico che aveva formalmente assunto a novembre anche Mouaz al-Khatib: “rispettato teologo islamico residente all’estero”, scelto e, nei fatti, imposto ai ribelli dagli “amici della Siria” occidentali che nelle loro illusioni avrebbe dovuto rappresentare tutta l’opposizione siriana e che, con la sua garanzia – per questo lo avevano scelto e imposto, di fatto – gli alleati si erano impegnati, dopo che avesse un po’ ripulito le fila dei combattenti dei peggiori al-Qaedisti e jihadisti, di aiutare facendo arrivare anche i rifornimenti di armi pesanti che servirebbero – alla libica per intenderci – anche senza garantire niente, ovviamente, per sbattere giù dal trono Bashar al-Assad e i suoi.

Vengono fuori informazioni molto precise e dettagliate e anche davvero autorevoli (ne parla con buona cognizone di causa Hugh Griffiths del SIPRI di Stoccolma e ne riferisce The Economist, 29.3.2013, Entanglement at home and abroad— Groviglio e imbroglio,in casa e fuori http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21574538-rebels-are-buffeted-internal-ructions-and-regional-diplomacy-entanglement) a dirci che, dal gennaio 2012, ormai quasi da un anno e mezzo aerei del Qatar ha ìncominciato a portare armamenti, anche pesanti, destinati ai ribelli. Poi hanno cominciato a farlo anche Arabia saudita e Giordania.

Da questo dicembre, il numero dei voli e la quantità e la modernità degli armamenti forniti è aumentata di molto, con consegne mediate e facilitate agli estremisti islamici e agli al-Qaedisti via la Croazia, uno dei paesi ideologicamente e ferocemente, pure, più anti-islamisti d’Europa. Dice il SIPRI che, con “una stima molto molto riduttiva, sono stati portate ai ribelli almeno 3.500-4.000 tonnellate di armi”: tante, quasi, da cominciare a cambiare l’equilibrio sul campo, specie in considerazione del fatto che Russia e Iran hanno cominciato, invece, da qualche tempo a ridurre i loro rifornimenti ad Assad…

Khatib che aveva però avuto l’incarico di non ci ha neanche provato – lo avesse fatto, lo avrebbero fatto subito fuori – e, in mancanza del rispetto di quello che in effetti era l’impegno che aveva assunto, americani, inglesi e francesi non hanno ancora onorato quello che era il loro impegno, continuano anzi “in troppi, nella regione e a livello internazionale, a spingere per farci attivare un processo di mediazione e di ricerca del compromesso con il regime”, per noi inaccettabile (CBC News, 24.3.2013, Syrian rebel coalition head resigns over aid frustrations Il presidente della coalizione dei ribelli siriani si dimette per la frustrazione sugli aiuti che [lamenta] non arrivano http://www.cbc.ca/news/world/story/2013/03/24/wrd-syria-national-coalition-head-resigns.html).

E’ un duro colpo, comunque alla già sfilacciata e fragile credibilità della componente non-jihadista e meno estremista delle forze d’opposizione siriana. Lo stesso si dica dell’attentato che subito a seguire ha tolto di mezzo, non riuscendo per sua fortuna però ad ucciderlo ma mozzandogli le gambe e ferendolo seriamente, il capo del Libero Esercito Siriano, il colonnello Riad al-Asaad, che guidava appunto la componente meno estremista dei ribelli, minandone gravemente la fiducia (Xinhua.net, 25.3.2013, Syrian rebel commander wounded in car bomb blast Il comandante ribelle siriano ferito nell’esplosione della sua auto http://news.xinhuanet.com/english/world/2013-03/25/c_132261048.htm).

Un brutto colpo che non riesce a restaurare neanche la decisione, ormai del tutto scontata, dei nemici del regime siriano all’interno dell’assemblea di gentlemen democratici che formano la Lega araba che, proprio adesso, accusandolo (l’emiro del Kuwait, il re del Qatar, quello dell’Arabia saudita!) di essere un dittatore, annulla l’adesione del presidente Assad al suo consesso e chiama a rimpiazzarlo l’opposizione, rappresentata da quel Muaz al-Khatib appena dimissionario – e, però, anche dimissionato – che si presenta ma deve confessare appunto di non rappresentare tutti e di essere lì in pratica solo per battere cassa a nome di tutti, che soltanto su questo universalmente concordano (AlJaazera, 27.3.2013, Arab League welcomes Syrian opposition La Lega araba accoglie l’opposizione siriana [già, ma quale delle tre, quattro opposizioni che combattono Assad? ma sono, anche, tutte l’una contro l’altra armate]▬ http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2013/03/20133262278258896.html).

●A inizio marzo, un gruppo di ribelli dell’autoproclamato Stato islamico dell’Iraq, fazione sunnita antigovernativa affiliata ad al-Qaeda, ha attaccato all’interno dei confini del suo paese un gruppo di  soldati siriani governativi che avevano sconfinato (ma solo alla ricerca di un momento di tregua) e ne ha trucidati a freddo 42 insieme a 14 militari iracheni che li stavano scortando nella provincia di Anbar di ritorno oltre il confine siriano.

E poi ha rivendicato il massacro in un post su Internet (Intelligence Site, 10.3.2013, Islamic State of Iraq Claims Attack on Iraqi-Syrian Military Convoy in Anbar Lo Stato islamico dell’Iraq rivendica l’attacco al convoglio militare iracheno-siriano ad Anbar http://news.siteintelgroup.com/component/customproperties/tag/Groups-Islamic%20State %20of%20Iraq%20(ISI)) come un dovere religioso che punisce i Rafidah e i Nusaryi, termini spregiativi che i più fanatici tra i sunniti usano rispettivamente contro sci’iti e alawiti (il primo sta per “coloro che rifiutano Dio”, il secondo sta per seguaci di Muhammad ibn Nusayr, mistico sci’ita tra i primi propugnatori alawiti che si rifugiò contro gli attacchi dei sunniti nella cosiddetta ridotta alawita sui contrafforti delle montagne siriane, dietro l’attuale porto di Tartus, vecchio porto che i crociati chiamarono Tortosa.

Pochi giorni dopo, con un mossa abbastanza inconsueta, il Grande mufti di Damasco, la massima autorità islamica del paese che è lui stesso sunnita ma da sempre appoggia contro i ribelli il governo e la presidenza di Bashar al-Assad, Sheik Ahmad Badr al-Deen Hassoun, ha lanciato un appello “accorato a tutte le madri e i padri di questi nostro apese” perché arruolino i loro figli nell’esercito siriano e sconfiggano la “cospirazione sferrata contro la Siria tutta dai nemici stranieri, compresi arabi traditori, sionisti e  occidentali”.

E’ un decreto islamico vero e proprio, non una vera fatwa, parere consultivo quasi obbligatorio diffuso per lo più da parte sci’ita più che sunnita, ma comunque di forte incidenza normativa e, a suo modo anche  rivelatore, forse, della necessità ormai del governo di ricorrere a una qualche forma, malgrado tutto finora sistematicamente evitata, di coscrizione pressoché obbligatoria per la prima volta dall’inizio del conflitto.

Il fatto, che ormai del resto si va facendo apparente, è che l’esercito regolare siriano è stato costruito su una struttura destinata a respingere una possibile/probabile/sempre temuta invasione israeliana e non a mantenere a lungo combattimenti asimmetrici con miliziani ribelli e esaltati dove non si vede mai il confine tra stato di tregua e di guerra e che lo sta obbligando a rivedere il modo di strutturarsi e la stessa dottrina di guerra, le tattiche coltivate su cui si era preparato per anni rendendosi altamente efficiente – molto di più dell’anarchica organizzazione dei ribelli – ma anche limitandone assai la portata.

La realtà – ha detto lo sceicco Hassoun – è che “Stiamo combattendo su molti fronti contro fratelli e cugini che ci hanno tradito e alcuni figli stessi della nostra nazione cui è stato fatto il lavaggio del cervello e come cancellata l’identità; essi ora siedono con francesi, inglesi e americani e chiedono loro di armarli per venire a distruggere e smantellare la Siria e lacerare il mondo mussulmano e arabo”. E, tolti diversi accenti tra i più retorici, non sembra un’analisi del tutto fantasiosa (New York Times, 11.3.2013, Hania Mourtada e R. Gladstone, Qaeda Group in Iraq Says It Killed Syrian Soldiers Un gruppo di al-Qaeda in Iraq afferma di aver ucciso i soldati siriani http://www.nytimes.com/2013/03/12/world/middleeast/islamic-state-of-iraq-says-it-killed-syrian-soldiers.html?ref=global-home&_r=0).

●In Mali, varie fonti, soprattutto francesi, hanno stimato a 150 jihadisti il numero dei ribelli che sono riusciti a far fuori nel corso delle due settimane a cavallo dell’inizio di marzo. Le truppe del Ciad, che sul campo li affiancano sia nei combattimenti che nel supporto logistico  hanno parlato di eliminazione da parte loro di un centinaio di ribelli armati. Non lo hanno fatto, invece, finora il battaglione inviato dalla Nigeria né il piccolo contingente del Niger.

A gennaio, il settimanale tedesco di maggior diffusione aveva pubblicato, sulla base di fonti sue più o meno segrete ma che giurava “attendibili”, richiamandosi anche a verifiche e conferme dell’Armée francese, una sua classificazione delle forze jihadiste in campo, nel Mali: arrivano, calcola, a circa 2.500-3.000 militanti ben armati e maledettamente ben motivati (Der Spiegel, 21.1.2013, P. H. Mben e J. Puhl, Sahara: Die Tore der Hölle Le porte dell’infernohttp://www.spiegel.de/ spiegel/print/d-90638322.html).

Ed ecco, diciamo, il “risultato” di quelle conclusioni, sulla base di quello che insegnano i calcoli e le proiezioni sviluppati e studiati alle scuole di guerra, in particolare degli scritti noti dei grandi strateghi moderni di controguerriglia (come il generale statunitense David Petraeus, plurilaureato e intellettuale finissimo, capo del corpo di spedizione prima in Iraq e poi in Afganistan e che ha concluso, per questioni di mutande diventate di pubblico dominio, la sua breve avventura a capo della CIA): tutti esperti, nessuno dei quali però ha, poi, vinto davvero anche una sola delle sue guerre di guerriglia: compreso Iraq e Afganistan di Petraeus…

Dicono questi risultati di elaborazione pragmatica che, presumendo essere ragionevolmente accurati – tanto da una parte che dall’altra (francesi e jihadisti) – questi dati sulla forza relativa delle forze in campo e calcolando che quelle francesi, intorno alle 4.000 unità, con i 1.800 soldati del Ciad più sporadicamente impiegati, così come quelli sui caduti tanto fra le forze jihadiste quanto tra quelle alleate e del tutto sostitutive, nei fatti, finora delle truppe maliane, allora le forze intervenute militarmente in Mali non hanno la capacità sufficiente a controllare il nord-est del paese senza una copertura aerea praticamente continua e enormemente dispendiosa che i francesi già oggi “reggono” molto a fatica

   (cfr. David H. Petraeus, Lessons of the Iraq War and Its Aftermath, Learning Counterinsurgency: Observations from Soldiering in Iraq Lezioni dalla guerra e dal dopoguerra dell’Iraq, imparando a fare contro-insorgenza: osservazioni di un soldato nella guerra dell’Iraq, Washington Institute for Near East Policy (2004) ▬ http://www.ciaonet.org/pbei/winep/ policy_2004/2004_855/2004_855.html: osservazioni ripubblicate in sintesi sul Washington Post, più di una volta).

●I francesi, d’altra parte, non reggono ormai molto più a lungo all’impegno guerreggiante che hanno affrontato, come dire?, un po’ leggermente forse da soli di fare la contro guerra-santa ai jihadisti e ai separatisti del Mali in base alle antiche e scheletrite ma ricorrenti visioni della loro grandéur. Oltre tutto anche molto costose, non solo in giovani vite – anche loro: sono cinque i soldati morti finora – ma soprattutto in quattrini di cui, ora, poi tutt’altro che abbondano…

Il mese prossimo a aprile, hanno adesso annunciato che se ne andranno. Ma, le truppe combattenti che restano, quelle del Mali e – forse – del Ciad, non sembrano dar affidamento a nessuno, tanto meno e proprio ai commilitoni francesi che temono – probabilmente a ragione: forse perché non amano troppo combattere i maliani ma soprattutto proprio per l’inesperienza delle truppe in questione – di veder crollare ridiventando sabbia tutto il castello di carte che si sono dati da fare ad erigere…

Al dunque, ritrovandosi – secondo chi scrive, poi, giustamente – soli: perché è anche loro, soprattutto loro forse, la colpa storica di aver preferito, ai tempi di Sarkozy, al vecchio Mali democratico che voleva lavorare anche per gli interessi del popolo (ah! ah!) il dominio delle imprese e degli interessi delle compagnie minerarie francesi aiutando i colonnelli felloni che hanno  fatto il colpo di Stato due anni fa buttando il paese nel caos e nella guerra civile a aprendo la strada così alla rivolta Tuareg e al radicamento nel paese ormai spaccato, in nome anche dell’attacco agli interessi stranieri in termini laici e agli infedeli nel linguaggio islamico, degli al-Qaedisti del Maghreb arabo.

Arriva, a conclusione di un periodo frenetico di notizie e contro, quella che smentisce – e sberleffa anche – sul Mali l’annuncio dato il 2 marzo dal governo chadiano secondo il quale le sue truppe avevano ucciso “l’imperatore del deserto”, quel Mokhtar Belmokhtar, jihadista e contrabbandiere “guercio” che l’anno scorso aveva “rotto”, ma continuando per conto suo a “guerrigliare” contro invasori “stranieri e infedeli” (i francesi), con il gruppo ultra-islamista di al-Qaeda nel Maghreb islamico (lo aveva detto subito il Daily Telegraph, già il 3.3.2013, che forse era prematuro dare per morto Belmokhtar e, adesso, lo conferma sempre ufficiosamente ma molto, molto autorevolmente, l’agenzia NightWatch, prossima – si dice – al Pentagono, 20.3.2013 ▬ http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_13000070.aspx).

Ma ora (New York Times, 17.3.2013, E. Schmitt, West Fears for Mali’s Fate After French Forces Leave Cresce la paura in occidente [bè, in una certa parte di occidente, almeno…] per quel che succederà in Mali dopo,la partenza dei francesi http://www.nytimes.com/2013/03/18/world/africa/west-fears-for-malis-fate-after-french-forces-leave.html?ref= global-home&_r=0) stanno tutti lì ad arrovellarsi, apprendisti stregoni che sono, della nascita in questa terra, vera deviatore tornante per tutto il Maghreb, di un critico santuario del terrorismo…

La capitale della Repubblica centrafricana (RCA), Bangui, è caduta di fronte all’assalto condotto sia da nord che da ovest dalle truppe ribelli Seleka coalizione in lingua sango, quella più usata nel paese, che ha costretto alla fuga e deposto il presidente dittatore, François Bozizé, in carica da dieci anni ormai e alleato, da sempre ultraservile, della Francia e dei suoi interessi minerari. E’ un evento imprevisto, scioccamente, a Parigi che acuisce anche più la frustrazione dell’antica potenza coloniale ormai prematuramente sicura di potersi addirittura ritirare dal Mali e che oggi si trova, invece, infognata in una vera e propria palude se vuole provare a riprendersi i propri “interessi” proprio nel paese a sud del Ciad e al centro del continente che è il cuore della ricchezza minerale africana (Reuters, 23.3.2013, Paul-Marin Ngoupana, Central African Republic capital falls to rebels, president flees La capitale della RCA cade di fronte ai ribelli e il presidente scappahttp://news.yahoo. com/central-african-republic-rebels-capital-france-sends-troops-001934494--finance.html).

I ribelli, che hanno raggiunto il loro scopo (Bozizé è scappato in Camerun, dove ha trovato asilo politico), lasciano adesso senza opporsi che le truppe francesi si affrettino a occupare l’aeroporto internazionale di Bangui, mentre il segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon, il 24 marzo, ha penato bene di condannare “la presa incostituzionale del potere”da parte di Seleka chiedendo il ripristino dell’ordine costituzionale ma dimenticando che quando, dieci anni fa, Bozizé si era preso il governo e, da allora, se lo era semplicemente tenuto, con l’aiuto anche dei francesi, l’ONU non aveva trovato niente da dire.

Nel tentare di difendere dai ribelli la capitale della RCA, contro una forza congiunta di un migliaio di guerriglieri all’attacco sono caduti anche 13 soldati (un’altra trentina anche seriamente feriti) del corpo di assistenza militare a Bangui di 200 militari sudafricani che con la foglia di fico tutta e solo di copertura dell’ONU, Pretoria aveva improvvidamente provveduto a inviare su pressione, indovinate un po’?, della Francia (Reuters, 24.3.2013, L. Charbonneau, U.N. chief condemns rebel seizure of power in Central African Republic Il capo dell’ONU condanna la presa del potere nella RCA http://www. reuters.com/article/2013/03/25/us-centralafrica-rebels-un-idUSBRE92O03A 20130325).

E’ stato uno shock per molti in Sudafrica, i cui cittadini per lo più neanche avevano l’idea che il loro paese avesse inviato un corpo di spedizione a difendere un dittatore tra i tanti che allignano nel continente. L’idea pare fosse quella – tutta cavourriana della guerra di Crimea di 150 anni fa – di prendere parte alle operazioni di ristabilimento della pace per poi contare al tavolo delle trattative finali di pace. Ma si è trasformata, decisa quasi da solo poi dal presidente Zuma, in una specie di incubo nazionale…  

La coalizione Seleka era, d’altra parte, unita solo dall’obiettivo della riconquista di Bangui e della cacciata di Bozizé che nel 2007 aveva raggiunto e mai onorato un compromesso con la coalizione.

Che, ora, raggiunto l’obiettivo che la saldava, potrebbe dunque presto vedere riaprirsi le proprie lacerazioni interne tradizionali. Subito, in effetti, alla dichiarazione di uno dei vari leaders, Michel Djotodia – fino all’implosione degli accordi di gennaio un mese fa e all’offensiva dei ribelli ministro della Difesa nazionale – che si autoproclama nuovo capo dello Stato, risponde un altro capo fazione dei ribelli, Nelson N’Djadder, che ne disputa l’asserzione (lo studio più ricco di informazioni è accurato su natura e caratteristiche della Seleka, della sua composizione, delle sue origini e delle sue contraddizioni, cfr. Biyokulule.online, 4.1.2013, Francis Kpatinde,“Who Is Behind the Seleka?” Chi c’è dietro a Seleka? http://www.biyokulule.com/view_content. php?articleid=5578).

●Nello Yemen, il paese arabo che completa a sud est la punta della penisola saudita, e che solo da pochi decenni, dopo una lunga guerra civile che ha diviso la storica capitale tradizionalista islamista del Nord Sana’a, indipendente dal 1918, dal Sud col grande porto del meridione, Aden, posto all’inizio del Golfo persico e rimasto colonia britannica fino al 1967, ha riunificato i suoi 25 milioni di abitanti sotto la leadership dell’oggi defenestrato ma sempre invadente ex rais, Alī ‘Abd Allāh  Sāleh, dittatore per ben tre decenni, cresce la tensione tra tentazioni separatiste del Sud, da una parte, e forze di sicurezza e partito Islah— letteralmente, la Congregazione della Riforma, islamista, dall’altra, con scontri che si vanno seriamente intensificando.

●Al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, una strana... congrega di paesi ha messo in evidenza con faciloneria (ma in modo del tutto informale: una dichiarazione verbale neanche del presidente di turno ma emessa “per conto della presidenza”, cioè neanche di tutto il CdS) le responsabilità nelle tensioni emergenti dell’ex presidente Saleh che continua a rimestare le acque, dalla vicina Arabia saudita, e dal leader indipendentista-separatista dell’Arak, Ali Salim al-Bid, che “minaccia di minare la transizione democratica” in corso nel paese: transizione democratica che solo al CdS in realtà riescono a vedere (cfr. il recente, esaustivo studio della Brookings Institution, Doha Center, 2/2013, A lasting peace: Yemen’s long journey to national reconciliationUna pace duratura: la lunga strada dello Yemen verso la riconciliazione nazionale http://www.brookings.edu/~/media/Research/Files/Papers/2013/02/11%20yemen%20 national%20reconciliation%20sharqieh/BDC_Yemen%20Natio nal%20Reconciliation_Sharqieh.pdf).

●I primi, ma già attendibili risultati delle presidenziali in Kenya, a inizio della seconda settimana di marzo, sembrano indicare che è in testa Uhuru Kenyatta, figlio del fondatore del paese, Jomo Kenyatta, che guidò la rivolta anti-inglese dei Mau Mau a fine anni ‘50 e ne fu poi il primo presidente all’indipendenza, nel 1953. Sta prevalendo, secondo tutti gli osservatori, sul primo ministro Raila Odinga: e viene anche proclamato, con un infinitesimale 50,7% e 8.000 voti in più del minimo necessario a passare subito, il 50+1% dei voti. Ma con ben 7 punti di vantaggio rispetto a Odinga (43% per lui, 7% di schede annullate), troppo apertamente e in modo, al solito, stupidamente controproducente da Londra e da Washington…

Proprio Kenyatta è stato accusato, pero, come co-cospiratore del suo capo di gabinetto, Francis Muthaura, di aver finanziato squadre della morte nei moti che seguirono nel 2008 le ultime contestatissime elezioni presidenziali— ma proprio in questi giorni la procura della Corte internazionale criminale dell’Aja ha lasciato cadere l’accusa contro Muthaura… e sorge la domanda se, a questo punto, Kenyatta, che era il “co”-cospiratore, lo resti ancora.

Infatti, ora, la giudice che presiede la Corte, la giapponese Kuniko Ozaki, riconosce che l’annuncio della procura “non potrà non avere conseguenze anche nel caso di Mr. Kenyatta”. Così, anche prima della proclamazione ufficiale dell’esito della votazione, cominciavano a sorgere dubbi forti (la presidenza della Corte) sullal congruenza stessa dell’accusa, sulla sua fondatezza e sul fatto stesso di poterla sosteenre in giudizio.

Ma la procura del Tribunale, l’accusa, era però riuscita a far fissare all’Aja per luglio l’inizio del processo. Però, ora che l’elezione è stata confermata e l’accusa si è cominciata a sbriciolare, si trova molto spiazzata. E, poi, c’è il problema di fondo: che l’accusa a Kenyatta è stata lanciata all’Aja dall’occidente, dagli inglesi anzitutto, chiedendone l’incriminazione di fronte a quella che, agli occhi degli africani, è ormai però una Corte internazionale del tutto sput**nata.

Anzitutto dall’evidente e ripetuta selettività del suo agire come corte servente, e in modo addirittura supino, degli interessi veri o presunti ma comunque visti come quelli dell’occidente: perché finiscono sotto inchiesta solo e sempre i nemici e mai gli amici di chi finanzia il funzionamento del tribunale: gli americani e gli inglesi, anche se poi come gli USA non aderiscono al Trattato, per non doverne riconoscere la giurisdizione sui loro possibili (e effettivi) crimini di guerra.

Insomma, sotto processo sì, e sempre, il presidente serbo, ora morto in carcere preventivo, Milošević, e no, e mai, il presidente croato, Tuđman, deceduto nel suo letto invece da capo del suo Stato, ma altrettanto carogna di lui; il presidente sudanese, Omar Hasan Ahmad al-Bashir, sì, e non il re del Bahrain, Hamad bin Isa bin Salman al-Khalifa, o quello dell’Arabia saudita, Abdullah bin Abdul Aziz.

E’ un fatto. Quando nel 2002 venne fondato il Tribunale penale internazionale le ambizioni erano molto elevate, come metter fine all’impunità di chiunque commettesse crimini contro l’umanità, atti di genocidio e crimini di guerra. Poi si sfilarono gli USA, che non accettavano di veder giudicati da altri i loro crimini contro l’umanità ma continuavano a finanziare la Corte perché volevano che giudicasse gli altri quando magari lo volevano loro, o anche loro. E è andato subito così tutto a put**ne, perché ovviamente a queste condizioni inique chiunque, anche il peggiore despota del mondo, si sentisse imputato da un tribunale che solo a lui si rivolgeva non accettava più, l’imputazione, l’accusa e un processo, a dir poco, così sbilanciato...

Sia Kenyatta che Odinga subito dopo la fine delle votazioni avevano fatto appello ai loro sostenitori per evitare gli scontri di strada usando parole analoghe: stavolta sarebbe a rischio il paese, dice l’uno, salterebbe l’unità del paese dice l’altro… Ma il clima teso andava, in ogni caso, montando (New York Times, 29.3.2013, J. Gettleman, Voting Irregularities in Kenya Elections Are Confirmed— Irregolarità confermate nel voto http://www.nytimes.com/2013/03/30/world/africa/voting-irregularities-in-kenya-election-are-confirm ed.html?ref=global-home).

Però, specifica subito la Corte suprema, dopo che Odinga ha subito presentato il suo ricorso appena arrivata la prima conclusione favorevole al suo avversario della Commissione elettorale anche con il ritrovamento di “alcune irregolarità”, non erano sufficienti a inficiare il risultato che, dunque, ora anche gli otto giudici supremi confermano: anche Odinga, del resto, aveva riconosciuto che il tribunale costituzionale supremo era un organismo realmente super partes

E, sabato 30 marzo, all’unanimità, esso decreta che l’elezione di Uhuru Keyatta “è stata regolare”: ha avuto oltre il 7% per cento di voti a favore più del secondo arrivato, anche se solo lo 0,8% in più della maggioranza assoluta; ma è stato eletto secondo i dettami imposti e in piena osservanza dei canoni voluti dalla Costituzione: regolarmente e già al primo turno (New York Times, 30.3.2012, Reuters, Kenyatta Won Kenya’s Presidency Fairly: Supreme Court La Corte Suprema dichiara che Kenyatta ha vinto regolarmente la presidenza del Kenya http://www.nytimes.com/reuters/2013/03/30/world/africa/30reuters-kenya-elections. html? ref=global-home).

E, ora, tocca al nuovo presidente-eletto del Kenya –ma tocca anche a Odinga – fare i salti mortali per evitare che con un riosultato comunque duramente contestato possa riaccendersi la scintilal di una vera e propria guerra civile: in questo che è uno dei paesi più armati, più ricchi e tribalmente più frantumati dell’Africa, non nuovo certo agli scontri e ala violemza post-eletorale (1) The Economist, 8.3.2013, And the winner is… E il vincitore è… http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21573154-things-may-get-messier-if-election-goes-second-round-and-winner; 2) New York Times, 9.3.2013, Kenyatta Declared the Victor in Kenya, but Much Remains Unresolved Kenyatta dichiarato vincitore in Kenya, ma molto resta ancora irrisolto http://ewallstreeter.com/kenyatta-is-declared-the-victor-in-kenya-but-much-remains-unresolved-6354/#).

In definitiva, e in buona sostanza, questo (e, certo, non solo questo) ha un disperato bisogno di una vera rivoluzione culturale: da decenni, da quando il padre della patria Yomo Kenyatta è scomparso e anche prima, si fa evidente che questo paese ha bisogno di una cultura politica altra che non tratti più le risorse dello Stato come la riserva del vincitore— qui è dall’indipendenza, forse, che le condizioni, la qualità della vita dei kenyani (accesso all’acqua, strade, sanità, scuole), dipendono in buona parte dalla loro affinità etnica con chi è ai vertici del potere (eWallStreeter.com, 3.2013, M. Wrong, How  the Other Half Thinks Come la pensa l’altra metà http://latitude.blogs.nytimes.com/2013/03/18/kenyans-try-to-move-on-from-another-election-debacle).

●Prima delle elezioni, previste per l’estate prossima, gli elettori dello Zimbabwe hanno, stavolta quasi senza che nessuno avanzi dubbi sullo scrutinio e, in pratica, all’unanimità, ha approvato per referendum una nuova Costituzione. D’ora in poi, con l’eccezione ancora dell’ultima candidatura consentita al presidente in carica, Robert Mugabe, 89enne ma ancora estremamente all’erta e ‘vitale’, colui che condusse negli anni ‘70 la guerriglia che liberò il paese – l’allora Rhodesia del Nord – dalla dittatura dei coloni inglesi per sostituirla, secondo i suoi molti nemici, in buona sostanza, con quella sua, esercitata lui sostiene e molti nel suo paese continuano a riconoscergli in nome però della maggioranza del popolo, sarà limitata a due mandati la durata di una presidenza.

Adesso alle elezioni si confronteranno, ancora una volta, il partito di Mugabe e quello del primo ministro Morgan Tsvangirai— dai poteri ben circoscritti, ma pur sempre dentro la coalizione di governo al potere. Il partito del premier spera che di per sé un’alta partecipazione come quella che ha ora votato il sì al referendum possa limitare le possibilità di brogli che altrimenti continuano a temere e a denunciare… Con molta credibilità ma, è vero, dal 1980 ormai un po’ come “al lupo al lupo”… (The Economist, 22.3.2013, On to the polls Avanti verso il voto http://www.economist.com/news/midd le-east-and-africa/21574010-large-turnout-endorse-new-constitution-augurs-well-elections).

 

EUROPA

●Neanche stavolta, col tasso di disoccupazione media dell’eurozona che viene confermato a gennaio dall’EUROSTAT all’11,9% (19 milioni di disoccupati contro i 26 in totale dell’eurozona), in aumento ancora dello 0,1 dal mese precedente, l’incremento è bastato ad alzare abbastanza la pressione politica sui soloni della BCE, che si riuniscono quasi subito dopo, da costringerla finalmente a tagliare almeno un po’ il tasso di sconto ormai fermo da mesi.

Resta, così, allo 0,75% (BBC News Business, 7.3.2013, ECB keeps rates unchanged at 0.75%— La BCE mantiene il tasso di sconto immutato allo 0,75% ▬ http://www.bbc.co.uk/news/business-21699928). Tanto più che insieme arriva notizia di un tasso d’inflazione, che la crisi ha schiacciato a febbraio, riducendo i consumi, all’1,8 dal 2% che era a gennaio (New York Times, 1.3.2013, D. Jolly, Unemployment rate in Euro Zone Rises to New High Il tasso di interesse nell’eurozona tocca un nuovo massimo http://www.nytimes.com/2013/03/02/business/ global/euro-zone-unemployment-rose-to-new-record-in-february-as-inflation-eased.html?ref=global-home).

Addirittura al di sotto del target fissato al 2% dall’Unione stessa. E, ha spiegato Draghi presentando la decisione ai media, “abbiamo discusso della possibilità di tagliare i tassi, ma il consenso prevalente è stato di lasciarli dove sono”: dunque, discussione c’è stata – ed è la prima volta che la BCE lo ammette – e poi suona curioso Draghi, quando parla di consenso definendolo, però, prevalente (Dichiarazione introduttiva alla conferenza stampa, 7.3. 2013 ▬ http://www.ecb.int/press/pressconf/ 2013/html/is130307.en.html).   

Così inevitabilmente i consumi si deprimeranno, calerà ancora la domanda e aumenterà la disoccupazione, imponendosi alla fine per impedire una vera e propria esplosione sociale di rabbia e rifiuto di dimensioni mai viste prima in gran parte dei paesi d’Europa (a questi non basta neanche Grillo e il grillismo, per capirlo: Draghi, cui i “mercati” però, gli investitori, continuano per il momento fortunatamente anche se inspiegabilmente a dar retta, torma a salmodiare, consolatore, che nella UE (e anche in Italia) ormai il processo di aggiustamento dei conti è in corso e è – dice – “automatico”: e sembra davvero crederci, lui…

Non noi. Bisognerà uscirne, invece, imponendo la necessità di una scossa forte di una qualche altra botta, diciamo, di fantasia non convenzionale, di cui le strutture dell’Unione però – istituzioni e governi tutti – finora non hanno mai – mai… – trovato il coraggio. Con la parziale eccezione qualche mese fa del “faremo noi tutto quello che è necessario per tenere in piedi l’euro” che bisognerà vedere, però, se stavolta sarà in grado di replicare. Ormai pressoché tutti i paesi membri sono in sofferenza con queste irresponsabili ricette austeriane.

A gennaio la Spagna marca una disoccupazione al 26,2%  il Portogallo al 17,6, l’Austria col 4,9% ha lo score migliore con Germania e Lussemburgo a ruota, tutt’ e due al  5,3. In Grecia l’ultimo dato (che risale a novembre) dava i senza lavoro ufficialmente registrati al 27%. La Francia, la secondo economia dell’eurozona ha un tasso che segna il 10,6% a gennaio, con l’Italia – terzo PIL dell’eurozona – che tocca nello stesso mese una disoccupazione dell’11,7%.

In Gran Bretagna, che nell’eurozona ancora manifesta alcune sue anomalie di conteggio dei senza lavoro rispetto agli altri – abbassando il tasso reale almeno di un punto – è al 7,7% ufficiale, gli USA sono al 7,9 e il Giappone mantiene il proprio 4,2% di forza lavoro conteggiata tra i disoccupati (EUROSTAT, 1.3.2013, #31/2013, Euro area unemployment rate at 11.9% - EU27 at 10.8% La disoccupazione nell’eurozona all’11,9% nell’Unione a 27 al 10,8 http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-01032013-BP/EN/3-01032013-BP-EN.PDF).

●Sempre la Gran Bretagna è rimasta sola all’ECOFIN di inizio marzo a Bruxelles, nel tentativo di impedire l’approvazione o di far annacquare le misure già concordate da Commissione e  parlamento europeo che mirano a fissare un tetto massimo ai benefits, ai premi, alle elargizioni, ai fuori busta di dirigenti e managers bancari, del tutto staccati dal rendimento del loro lavoro; neanche presunti premi di produzione quindi che se li auto-assegnano anche quando le loro banche subiscono perdite ingenti, ma auto-decisioni prese in nome della cosiddetta libertà del mercato: si capisce, interpretato da loro.  

La misura sfuggiva comunque all’ambito del diritto di veto e il Regno Unito, per bloccarla o cambiarla, avrebbe avuto bisogno di solidarietà che non è stato capace di tessere né di trovare.  Neanche tra i governi conservatori e più sensibili al neo-liberismo e ai desiderata di Londra come quello dell’Aja che non ci stanno, stavolta, a dare una mano alla City e concedono a George Osborne, il povero cancelliere dello scacchiere, per evitargli l’umiliazione totale al ritorno a casa, solo un “breve” rinvio non dell’approvazione della misura, che lui chiedeva, ma per ragioni tecniche diciamo pure oggettive delle misure concrete, dei dispositivi, insomma dei regolamenti di applicazione (Guardian, 5.3.2013, George Osborne rebuffed by rest of EU on bank bonuses George Osborne respinto dal resto della UE sul  tetto ai fuori busta dei dirigenti http://www.guardian.co.uk/business/2013/mar/05/george-osborne-eu-bank-bonuses).

Del resto, stavolta, neanche tutti gli scudieri del capitalismo sfrenato si schierano con lui. Si tuffa nel dibattito, e dall’altra parte, il direttore generale dell’istituto dei Dirigenti di imprese private, Simon Walker, sostenendo che, anche per uno come lui non sospettabile di anti-capitalismo, la difesa di questi “premi” eccessivi e anche non meritati (“523 funzionari della Barclays Bank e della Reale Banca di Scozia” – questa salvata dal crack solo da montagne di sterline di spesa pubblica – “che si portano a casa compensi per più di 1 milione di sterline all’anno ciascuno”), rendono più difficile la difesa necessaria dei meriti del capitalismo

 Questi sembrano quasi credere che sia davvero possibile – se mi perdonate la metafora un tantino greve ma che rende l’idea – sistemare l’apparenza di uno stronzo [sic: turd !] deposto in un piatto lucidandolo fino a farlo brillare come se fosse un gioiello”… Non lo è, un gioiello, al meglio è una patacca e a nessuno più sembra esserlo. Nemmeno gli spin doctors più geniali riescono più a farlo passare per un diamante (Financial Times, 3.3.2013, B. Groom, IoD Chief attacks bankers’ pay Il Capo dell’Istituto dei Dirigenti di impresa attacca i compensi dei banchieri http://www.ft.com/intl/ cms/s/0/c3a3f08a-8be9-11e2-8fcf-00144feabdc0.html#axzz2No0ANjKs).

●732 milioni di $, una multa colossale da 561 milioni di euro, inflitta alla Microsoft dalla Commissione UE e comunicata da Joaquín Almunia, commissario alla concorrenza, proprio per la ripetuta violazione delle regole di apertura alla concorrenza che Monti, allora commissario con quel portafogli, aveva obbligato l’azienda di Redmond, anche allora con una multa monstre da ingoiare.

Impegno che, per oltre un anno dal maggio 2011 al luglio 2012, la Microsoft aveva eluso di fatto, impedendo la libertà la scelta del browser sul proprio sistema. La colpa, precisa, non la contesta neanche Microsoft: oltre 15 milioni di utenti non sono riusciti a visualizzato per tutto il periodo la schermata che offriva, in alternativa a Internet Explorer, altri browser all’utente del suo sistema Windows7.

E Microsoft, in replica, adduce a giustificazione, a dire il vero molto molto blanda… una specie di improbabile distrazione, “un errore tecnico(1) New York Times, 6.3.2013, J. Kanter, EU Fines Microsoft $ 732 Million Over Browser La UE multa la Microsoft di 732 milioni di $ per il browser ▬  http://www.nytimes.com/ 2013/03/07/technology/eu-fines-microsoft-over-browser.html?ref=global-home&_r=0; 2) la Repubblica, 6.3.2013, La Ue multa ancora Microsoft per 561 mln: “Non c’è libertà di scelta sul browser” http://www.repubblica.it/tecnolog ia/2013/03/06/news/l_ue_multa_ancora_microsoft_561_mln_non_lascia_liberta _di_scelta_sul_browser-53976345).

●In Ungheria, la maggioranza di Fidesz— l’Unione civica che, con più dei 2/3 dei seggi, fa ormai il bello e il cattivo tempo mettendosi sotto i piedi ogni diritto fondamentale che il suo uomo forte, il premier Viktor Orbán, non consideri tale, ha passato una serie di modifiche alla Carta costituzionale, con l’inutile ma politicamente forse non vano boicottaggio del voto da parte dell’opposizione socialista in parlamento. Ma anche della posizione dell’opinione conservatrice di stampo più tradizionale  (Heti Válasz— La risposta della settimana/Budapest, 13.3.2013, Ablonczy Bálint, Ez a baj az Alaptörvény módosításával!— E’ sbagliato cambiare così la legge base del paese http://hetivalasz.hu/jegyzet/ez-a-baj-az-alaptorveny-modositasaval-61514).

Continuando, cioè, sulla strada che di recente ha visto la condanna – morale, soltanto morale – da parte del parlamento europeo e, anche, di molti deputati del Partito popolare di cui Fidesz stessa fa parte: i radical-reazionari magiari fanno, in effetti, un po’ schifo anche ai loro amici… proprio come Forza Italia, che alla condanna non a caso s’è opposta perché, con grande rammarico e querule lamentazioni, dell’impotente Cavaliere non ha, essa, la maggioranza assoluta con cui fregarsene.

Stavolta hanno cambiato la Costituzione decidendo che la Corte costituzionale potrà d’ora in poi respingere una legge soltanto per motivazioni formali: non, per esempio, perché negare il diritto di libera parola a un oppositore viola il suo naturale diritto di libertà… D’ora in poi, anche se la Corte aveva già cassato il principio, se un sindaco caccia via per motivi di ordine pubblico qualcuno dalla sua residenza lo potrà fare; così come il governo potrà negare l’espatrio a un laureato che abbia avuto anche il minimo sussidio pubblico, una borsa di studio (si parla, lo stabiliranno i regolamenti d’applicazione, anche di soli 30.000 fiorini – sui 100 € – per laurearsi; come di limitare proporzionalmente ai suffragi ricevuti in passato alle elezioni le spese elettorali di un partito politico…

Anche al parlamento europeo, però (Europe online magazine, 13.3.2013, Deutsche Presse Agentur/Agenzia DPA, EU lawmakers: summit should take up Hungary constitution changes I deputati europei: il vertice del Consiglio europeo dovrebbe prendere in esame i cambiamenti costituzionali in Ungheria http://en.europeonline-magazine.eu/eu-lawmakers-summit-should-take-up-hungary-constitution-changes_269753.html), non hanno avuto il coraggio di esprimere la loro condanna ufficialmente per le violazioni di diritti umani, politici e civili degli ungheresi ma per aver il governo consolidato, al contrario altri – tutti – senza ipocrisia e con assoluta protervia – lo facciamo perché, noi, siamo in grado di farlo! – il suo controllo su alcune istituzioni indipendenti della Repubblica.

Lo stesso titolo del paese, Repubblica, è stato cancellato— troppo laico, hanno detto, troppo sulfureamente odorante di rivoluzione francese… ma non potendosi decentemente ripristinare il titolo fascista del Reggente alla Horty o il Principato primaziale alla Mindszenty, hanno lasciato il paese un po’ così a bagnomaria… senza denominazione). L’unica delle tante violazioni del diritto – e del senso comune, come lo chiamano, del diritto in Europa – che sembri interessare davvero a Bruxelles, però, è quella delle prerogative… della Banca centrale.

Ma, realisticamente, tutti sanno – a Budapest come a Bruxelles – che l’Unione europea, le sue regole, i suoi diritti, qui non contano un ca**o, che conta solo alla fine, forse, la reazione dei mercatri: se, come cominciano a fare (il fiorino s’è subito svalutato di brutto sull’€), considerano che in questo paese le leggi stanno diventando qualcosa di incerto e di mobile (The Economist, 15.3.2103, Viktor’s Justice La giustizia di Viktor http://www.economist.com/news/europe/21573589-hungarian-government-defies-europe-over-constitutional-change-viktors-justice)…

●In Lettonia, accelerano la marcia di avvicinamento all’Europa— l’intenzione di avvicinarsi, cioè, a tappe ancor più forzate di quelle che il paese, per scelta del governo di Valdis Dombrovskis e a costo di una crisi dell’economia reale e sociale gravissima, aveva adottato sul piano di un rigore pesante dando retta a un’applicazione perfino piatta della ricetta dell’austerità imposta da Bruxelles. Ma ormai sotto la spada di Damocle dell’esistente risposta che viene dalla Commissione e dal Consiglio dei ministri europei e che può seriamente sfociare in un colpo di coda e di reazione non solo euroscettica, ormai, ma proprio eurofobica se, di lì, una pronta risposta positiva non viene.

Come al solito, però, in questo paese una maggioranza che si fa, comunque, sempre più precaria come le recenti elezioni hanno mostrato, tende a forzare un po’ sciovinisticamente la mano. Come fa adesso l’appello della giovane e rampante ministra della Cultura Zaneta Jaunzume-Grende quando “invita” pubblicamente i lettoni di etnia e lingua russa (un po’ più di 1/3 dei 2.250.000 abitanti: non proprio poco anche se almeno un terzo di loro non sono considerati…) a dismetterla e a mettersi a parlare lituano per, dice, avvicinarsi così meglio all’Europa…

E il governo ha chiesto alla Commissione di valutare della prontezza, oltre che della disponibilità espressa da Riga a entrare a inizio 2014. Alcuni osservatori concludono che, malgrado tutti i dubbi sulla reale prontezza e soprattutto sulla preparazione dei lettoni a farlo, l’accelerazione della loro pressione sulla UE attesta della determinazione a ingraziarsi Bruxelles piuttosto che Mosca. Solo che non è per niente sicuro che questo sarà, poi, concretamente l’esito di queste pressioni…

Soprattutto per un piccolissimo paese (64.000 Km2, per superficie appena più di due grande regioni italiane messe insieme) che dipende ancora per il 100% del suo approvvigionamento concreto di carburanti dai russi… E che da tutti i punti di vista eccetto quello geo-politico non è che poi conti più di tanto in Europa (Stratfor, Global Intelligence, 11.3.2013, In Latvia, Russian influence wanesIn Lettonia, cala l’influenza russa http://www.stratfor.com/analysis/latvia-russian-influence-wanes).

Sempre in Lettonia, sempre a Riga – e per l’ennesima volta – i veterani delle due divisioni autoctone di SS che negli ultimi anni della seconda guerra mondiale affiancarono e combatterono con i commilitoni dell’ala armata del partito nazista di Adolf Hitler, appunto le SS, trucidando ebrei e partigiani, lettoni e russi, a centinaia di migliaia, sono ancora una volta sfilati pur traballando – il più giovane di loro ha oggi 80-82 anni – nel centro della capitale.

A svastiche e croci di ferro sbandieranti al vento, rivendicando il loro ruolo per l’onore anti-sovietico del paese e ovviamente suscitando, ma col supporto più o meno spudoratamente esplicito del governo di Riga, l’ira della larga minoranza russofona del paese. Fino al giorno in cui i russi ne avranno abbastanza e semplicemente chiuderanno ai lettoni, ai nazisti e a chi così li lascia liberamente operare senza vergogna, i rubinetti del gas (Reuters, 16.3.2013, Waffen SS Veterans Commemorate Latvia’s Chechered Past I veterani delle Waffen SS commemorano il passato ambiguo della Lettonia http: //in.reuters.com/article/2013/03/16/us-latvia-march-idINBRE92F09N20130316).

● Janez Janša, il premier della Slovenia, è stato messo in minoranza e costretto alle dimissioni dal parlamento di Lubiana mentre continuavano a imperversare su uomini del suo partito e del suo governo le accuse di corruzione. La Slovenia, paese membro dell’eurozona, è stata duramente colpita nella sua economia reale e nel suo sistema bancario del tutto etero dipendente dalla crisi dell’euro.

Janša aveva rifiutato di dimettersi anche dopo che una Commissione d’inchiesta anticorruzione aveva riferito in un rapporto al Državni Zbor , il parlamento, che il premier aveva incassato e nascosto fior di mazzette e tangenti arrivate a lui ed al partito, Così, alla fine, abbandonato da tre partiti minori della coalizione lo hanno cacciato via con 55 voti del parlamento (contro i 30 rimasti a suo favore: i deputati sono in tutto 90).

E hanno designato, a maggioranza, al posto di primo ministro Alenka Bratušek, a capo fino ad allora all’opposizione del partito Slovenia Positiva e la prima donna designata all’incarico. Ora il presidente Borut Pahor le concederà due settimane per formare un nuovo governo: non facile e, se non vi riuscirà, convocherà elezioni politiche anticipate (Agenzia Tanjug/Ljubljana, 28.3.2013, Slovenian government falls in no-confidence vote Il governo sloveno cade su un voto di sfiducia http://www.b92.net/eng/news/ region-article.php?yyyy=2013&mm=02&dd=28&nav_id=84917).

●A Malta, i laburisti di Joseph Muscat, finora all’opposizione, hanno vinto le elezioni col 55% dei voti, basando tutta la campagna sulla sradicamento della corruzione e il bisogno di cambiamento dopo i quindici anni di potere del partito nazionalista. Il piccolo paese dell’eurozona (316 km2) sembra avere finora evitato largamente la crisi mantenendo anche un tasso di disoccupazione, intorno al 6,8-7%: tra quelli più sopportabili dentro la crisi (Times of Malta, 12.3.2013, New-look Labour parliamentary group holds first meeting Il partito laburista riunisce per la prima volta il suo nuovo gruppo parlamentare http://www.timesofmalta.com/articles/view/20130312/elections-news/new-look-labour-parliamentary-group-holds-first-meeting.461126).

●La Groenlandia (nella lingua locale Kalaallit Nunaat, “Terra degli uomini”; in danese Grønland, “Terra verde”… sic!: 100 km3 di ghiaccio per ognuno dei suoi 57.000 abitanti – hanno calcolato – e   2.266.000 km2 di superficie a cavallo del Circolo polare artico) è paese autogovernato per decisione del Folketing, il parlamento danese ed uscito dall’UE col referendum del 1979 ma sempre membro, e dal 1953, grazie all’ “unione personale” col sovrano, Margherita II, e i suoi eredi, del regno di Danimarca e  l’isola più grande d’Europa.

La Danimarca mantiene ancora il controllo su finanze, politica estera e difesa e provvede a un sussidio annuale (circa 3,4 miliardi di vecchie corone, 450 milioni di €, pari grosso modo al 30% del PIL nel 2008). Adesso, in Groenlandia ha vinto le elezioni il partito social-democratico, Siumut, di Aleqa Hammond la 47enne nuova primo ministro di etnia autoctona (gli inuit, o come li chiamiamo noi, gli esquimesi). Col 42,8% dei voti, secondo la preferenza neanche troppo discretamente espressa, tra qualche controversia, anch’essa rimasta abbastanza discreta, dal governo conservatore danese.

A differenza del partito socialista, che secondo alcuni su questo ha perso le elezioni, i social-democratici si sono dichiarati favorevoli ad estendere nel paese l’attività di prospezione e estrazione di minerale di uranio (che la Danimarca aveva però proibito) e che è stimato molto abbondante sotto il permafrost che copre in pratica tutta la superficie dell’isola. Altre stime, pur esse affidabili sembra, dicono che sempre nel sottostuolo e sotto il ghiaccio – a costi che sarebbero, però, necessariamente per ora esorbitanti rispetto a quelli “normali” di estrazione anche per l’uranio, ci sarebbero pure,  alcune delle maggiori riserve di terre rare esistenti al mondo al di fuori del territorio cinese (The Economist, 15.3.2013, Below the ice Sotto il ghiaccio http://www.economist.com/news/ europe/21573597-how-islands-politics-could-change-world-economy-below-ice).

●In Turchia, nel corso del viaggio che la cancelliera Merkel ha effettuato ad Ankara, il governo  del primo ministro Erdoğan ha messo deliberatamente, e duramente, a confronto con le reticenze di Berlino, la sua posizione favorevole all’adesione più immediata possibile all’Unione europea – che, fra l’altro, ha fatto seccamente anche se cortesemente notare il primo ministro, è essa stessa sempre meno appetibile… – e la sua denuncia del trattamento “non paritario” dei 3 milioni di cittadini turchi che lavorano e vivono in Germania – dove, come da noi, vale sempre lo jus sanguinis e non lo jus soli: per cui chi nasce lì da genitori stranieri non diventa ipso facto come in ogni paese moderno e civile un cittadino del paese in cui nasce…

Ma la Germania, e la Merkel personalmente, restano scettiche e sospettose nei confronti della quasi-grande potenza islamica del Mediterraneo: anche dopo che la Francia, con Hollande al posto di Sarkozy, ha “superato” le sue analoghe reticenze (The Economist, 1.3.2013, Jus sanguinis revisited La rivisitazione dello jus sanguinis http://www.economist.com/news/europe/21572822-how-not-treat-people-more-one-passport-jus-sanguinis-revisited).

Qualche giorno dopo, però, tocca correggere il tiro al ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, parlando dei nuovi “capitoli” (chiamano così a Bruxelles l’agenda degli “esami di ammissione” che chi chiede l’adesione alla UE deve superare: e non solo di natura economica) che egli dice, a nome del suo paese, di sperare si possano presto aprire, sottolineando che dimensione e vitalità stessa dell’economia turca hanno accompagnato una dimensione civile e democratica che è andata anche effettivamente avanzando nel paese

   (Zaman/Ankara, 21.3.2013, Westerwelle says keeping chapters closed in Turkey's EU bid is of no avail— Westerwelle dice che tenere ancora chiusi i capitoli per l’accesso della Turchia alla UE non severe a nessuno ▬ http://todayszaman.com/news-310353-westerwellesays-keeping-chapters-closed- in-turkyes-eu-bid-is-no-avail.html; Stratfor, Global Intelligence, 22.7.2012, Turkey and Europe evolving relationship Turchia e Europa, una relazione in evoluzione http://www.stratfor.com/analysis/turkey-and-europes-evolving-relationship).

●Intanto sul piano del rapporto tra governo turco e partito dei lavoratori curdo, il PKK che rivendica anche con le armi da anni una quasi-indipendenza, una vera e propria reale autonomia, per il popolo curdo che abita da sempre il pezzo curdo di Turchia in cui risiede con diritti civili largamente dimidiati, qualcosa pare proprio che si stia finalmente muovendo. Il partito di Abdullah Öcalan – che dal 1999 quando il governo italiano (presidenza D’Alema: il suo punto più basso) di fatto lo consegnò a quello di Ankara, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partîya Karkerén Kurdîstan/PKK resta in galera, ma la cui autorevolezza nessuno tra i suoi ha messo mai in discussione – ha liberato otto soldati turchi che teneva suoi prigionieri con quello che hanno chiamato un atto unilaterale di buona volontà verso il primo ministro turco Recep Tayyp Erdoğan.

Ora i critici di Erdoğan vanno urlando che trattando con Öcalan, il primo ministro mette a rischio la stessa unità del paese. Ma per i curdi, i cui antenati quasi cent’anni fa hanno combattuto insieme a e sono morti per Ataturk, dopo il crollo dell’impero ottomano, e che hanno visto traditi tutte le promesse di autonomia e brutalmente soppressa la loro identità forse si apre un barlume possibile di giustizia.

L’accordo che, da oltre un anno, vanno tessendo attraverso l’intermediazione del capo dei servizi segreti di Ankara, Erdoğan e Öcalan prevede che la guerra armata del PKK si ferma e il governo turco modifica la legislazione esistente per riconoscere ai curdi il diritto legale di perseguire senza per questo andare in galera liberando anche le migliaia di prigionieri curdi i loro obiettivi politici anche liberando dal carcere migliaia di attivisti che ci stanno da anni per delitti anche solo di pura opinione.

Cambierà, in questo senso e presto, la Costituzione (i numeri ci sono già) rispetto a quella liberticida imposta dai militari nel 1980 (là dove definisce tra l’altro i tutti i cittadini turchi solo come turchi e proibisce con pene detentive pesanti l’insegnamento stesso della lingua curda) e Erdoğan stesso verrà eletto, ma con maggiori poteri anche esecutivi, come presidente della Repubblica turca. L’idea, insomma, sarebbe che con maggiori poteri a Erdoğan si aprirebbero speranze ormai anche per i curdi e per una loro partecipazione normale alla vita del paese (The Economist, 15.3.2013, Turkey’s presidential meeting Incontro presidenziale in Turchia http://www. economist.com/ news/europe/21573554-how-peace-deal-kurds-could-pave-way-new-turkish-constitution-presidential).

Ora, in effetti, in occasione della celebrazioni del nuovo anno del calendario curdo-iraniano, il Newroz, sulla piazza di Diyarbakir, la grande città anatolica turca del sud a maggioranza curda, e alla presenza di decine di migliaia di persone, due deputati al parlamento di Ankara, un curdo, Pervin Buldar – che di per sé già volutamente violala legge che proibisce l’uso della lingua dei curdi in pubblico – e Sirri Sureyya Onder, lui proprio turco, leggono il messaggio fatto arrivare dal capo del PKK, Abdullah Öcalan, dalla prigione.

Dichiara “alla presenza di milioni di testimoni l’avvio di un nuovo processo: no alle armi e sì alla politica. Una fase questa in cui – dichiara – le nostre forze armate dovrebbero ritirarsi [probabilmente rifugiandosi nel Kurdistan semi-autonomo iracheno] dal territorio che [in Turchia] esse [i peshmerga— combatenti della morte] controllano. Non è la fine del processo, questa, è solo l’inizio: il principio di una nuova fase politica… Comincia così un’era nuova: un’era che sarà tutta impegnata a cercarer una soluzione vera: politica”.

Il ministro turco degli Interni, Muammer Guler, pur rimarcando che è proibito alzare in pubblico come facevano in piazza centinaia di dimostranti i ritratti di Öcalan (“potrebbero [potrebbero solo…, però] anche doverne affrontare ora le conseguenze”), annota che “il linguaggio della dichiarazione è un linguaggio di pace. Si tratta, adesso, certo di verificarne la pratica(1) AlJazeera, 21.3.2013, PKK leader calls for ceasefire in Turkey Il capo del PKK chiede il cessate il fuoco in Turchia http://www.aljazeera.com/ news/europe/2013/03/2013321112138974573.html); 2) Rete Kurdistan Italia, 21.3.2013, Il testo integrale della dichiarazione di Öcalan per il Newroz ▬ http://www.retekurdistan.it/?p=2721).   

●Sull’Europa, e l’Italia, Beppe Grillo – che ha appena contestato la libertà di mandato dei parlamentari chiedendo, per evitare gli scilipotaggi ma anche a chiunque di loro di cambiare opinione, di cancellare l’articolo 67 della Costituzione per obbligare chi è eletto a votare come ha promesso quando è stato eletto…: e neanche capisce che non gli basta il gruzzolo di voti che ha per farlo – ha “chiarito”, si fa per dire, che il M5S sostiene l’idea di un referendum non vincolante sul far restare o no l’Italia nell’eurozona e nell’euro: lui, se gli dessero quello che chiede – a partire dalla cancellazione dell’euro e del fiscal compact – sarebbe pure a favore ma spetta, dice, agli italiani direttamente deciderlo…

Il tutto, suggerisce come da grillesco copione, da tenere on-line, naturalmente… dimenticando, però, il piccolo particolare che discriminerebbe tra chi sa e può e i milioni di italiani che non sanno e neanche potrebbero; e che, se si votasse tutti insieme on-line salterebbe tutto il sistema che non reggerebbe certo una qualche decina di contatti espressi pressoché contemporaneamente via Internet.

Ma in Europa lo shock della vittoria ingente, anche se non per sua stessa scelta dirimente, di Grillo in Italia ha messo davvero paura per la sua enorme valenza – sacrosanta – di referendum – popolare, questo sì – contro l’austerity e di critica dura alla leadership neo-monetarista di Berlino tra i 17 e i 27 che tiene conto proprio o solo dei propri interessi, come del resto è naturale visto che glielo lasciano fare non valutando abbastanza, per ignoranza o per ignavia, il proprio altrettanto forte potere reale di ricatto e condizionamento dentro l’Unione.

E la paura qualche volta può anche diventare buona e non – o non necessariamente – una cattiva consigliera. Lo ricorda ai tedeschi direttamente, come al solito scavalcando i media italiani, lo stesso Grillo in un’intervista alla Bild am Sonntag, domenica 3 marzo (Bild am Sonntag, 3.3.2013, Grillo rechnet mit Italiens politischem Untergang Grillo prevede il crollo politico dell’Italia http://www.bild.de/politik/ ausland/italien/grillo-warnt-vor-untergang-italiens-29346252.bild.html).

Lo stesso giorno Grillo viene intervistato – e, come di consueto, lui si fa volentieri intervistare da – un altro organo di stampa estero – il più grande quotidiano americano (New York Times, 3.3.2013, L. Alderman e E. Povoledo, A Jester No More, Italy’s Gadfly of Politics Reflects a Movement Non più un giullare, la zanzara della politica italiana è il riflesso  di un vero movimento http://www.nytimes.com/2013/03/04/world/europe/beppe-grillo-italys-gadfly-reflects-a-move ment.html?ref=global-home). Parlando con noi in toni misurati, ci chiede – riferisce  l’intervistatrice – di come fanno mai ad accusarci di voler distruggere qualcosa che è stato già distrutto”, l’Europa così come l’hanno messa in piedi, l’euro… “Si sono divorati il paese, questi, e ora non lo possono più governare”. Non tocca, spiega a noi, salvarli…

●La prima asta di buoni decennali del Tesoro d’Irlanda, dopo l’operazione di salvataggio del 2010 di UE e FMI è stata un grande successo e ha trovato sottoscrittori in numero largamente superiore all’attesa. Sono stati emessi titoli per 5 miliardi di € al tasso di rendimento del 4,15%: considerevolmente inferiore a quello che i mercati chiedono per comprare titoli analoghi spagnoli e italiani (Agenzia Bloomberg, 13.3.2013, Ireland 10-Year Bond Sale Said to Draw $15 Billion Bids I decennali dei buoni del Tesoro irlandesi richiesti all’asta per un valore di oltre 15 miliardi di $ http://www.bloomberg.com/news/2013-03-12/ireland-plans-first-sale-of-10-year-bonds-since-2010-bailout.html).

Solo che un po’ affrettato pare il peana che, sotto forma di finta domanda retorica, il WP eleva sventolando al mondo il successo che quest’asta decreterebbe per programma di austerità che il governo negli scorsi anni ha imposto al paese, visto che gli sta consentendo di piazzare sul mercato buoni del Tesoro a lungo termine a tassi di interesse ragionevole. E pone la domanda  che, secondo il giornale, dovrebbe essere pressoché retorica se “l’Irlanda non abbia ormai dimostrato a tutti che la lunga battaglia in Europa tra austerità e crescita che l’austerità funziona davvero?”.

E, certo, se è una buona notizia che lo Stato irlandese possa rientrare sul mercato internazionale del credito, a questi non viene neanche in mente che parlare di austerità che funziona per un’economia che ancora esibisce un tasso di disoccupazione del 14,7%, ancora e sempre di ben 10 punti percentuali del picco pre-recessione dei senza lavoro rende proprio inutile e quasi osceno cantare vittoria. La domanda vera, e invece forse davvero retorica, è come fanfaluche del genere – come anche forse il suggerimento demenziale avanzato qui al parlamento di vendere in blocco alle multinazionali canadesi del legname tutte le foreste dell’isola (▬ AlJaazera.en, 14.3.2013 ▬  http://www. youtube.com/watch?v=5g76uHk5O8E) – potrebbero mai provare che l’austerità al dunque funziona?

Quel che bisogna fare è, invece, convincere, o costringere, questi ritardati mentali o (peggio? meglio? chi sa…) questi slinguanti servi di lor signori, del fatto che il successo dell’asta irlandese molto, molto più che a qualsiasi feroce misura di austerità è molto più ascrivibile alla calma imposta ai mercati grazie al massiccio acquisto di bonds con cui, ad agosto scorso, Draghi ha iniettato sul mercato la quantità di domanda di cui c’era bisogno per ridurre e stabilizzare, poi, i rendimenti (http://www.bloomberg.com/news/2011-12-21/ecb-will-lend-banks-more-than-forecast-645-billion-to-keep-credit-flowing.html).

Solo che, poi, così rifornite le banche, non ha poi avuto neanche lui le p**le per costringerle direttamente o per costringere i governi nazionali e l’UE come tale ad obbligarle a rimettere in circolazione a servizio dell’attività produttiva, della crescita e dell’occupazione, quindi, quella liquidità che aveva loro così abbondantemente e a buon prezzo fornita a spese degli europei che tutti finanziano la Banca centrale e i suoi fondi.   

●Il presidente della Repubblica ceca, ideologo e eurofobo di destra, l’intransigente e ormai uscente Vaclav  Klaus, è stato messo sotto accusa dal Senato, per aver concesso la grazia a una serie di famigli e personaggi della finanza e della mondo bancario accusati di frode e gravi pastette interrompendo una procedura giudiziaria già avviata e, di fatto, affossando tutto.

Il 4 febbraio il Senato ha così votato, 38 voti contro 30, l’impeachment per Klaus sotto l’accusa di alto tradimento avanzata alla Corte costituzionale. Non è chiaro se in quella sede, l’accusa si potrà trasformare in sentenza, come sembra ormai volere la maggioranza non solo del parlamento ma anche del paese, che ha punito duramente il governo austeriano voluto da Klaus ma, e soprattutto, la noncuranza con cui, alla Berlusconi, di cui condivide tutto meno il fare ridanciano, strumentalizza gli strumenti del potere anche attribuendosi facoltà che proprio non sono sue.

Ma la massima punizione prevista dalla legge, oltre alla perdita della pensione presidenziale – se ne frega: è un euromilionario – sia la perdita della presidenza— che chiude comunque a tre giorni dalla richiesta, giovedì 7 marzo (New York Times, 4.3.2013, Czech Lawmakers to Charge President with Treason I legislatori cechi accusano il presidente di alto  tradimento http://www.nytimes.com/aponline/2013/03/04/world/europe/ap-eu-czech-presidential-amnesty.html?ref=global-home).

●Come era stato, tutto sommato, anche facile, in qualche modo, prevedere, il parlamento europeo ha respinto il 13 marzo la delibera del Consiglio dei ministri – dei primi ministri – dei 27 paesi della UE che aveva approvato a novembre, dopo una maratona l’8 febbraio, quasi un miniconclave di oltre 24 ore, battendo per 26 a 1 ma, insieme, anche subendo il ricatto britannico del taglio che neanche bastò, poi, a superarne il veto impotente, la versione già decurtata del bilancio UE a 960 miliardi di € (ancor meno del meno dell’1% del PIL dell’Unione) che la Commissione aveva proposto per i sette anni del prossimo bilancio comune europeo: 506 voti per una risoluzione che chiede significativi cambiamenti al testo, 161 soli a favore e 23 astensioni.

Adesso i governi sono obbligati dal Trattato di Lisbona del 2009 a trovare un compromesso col parlamento— ma con un processo che potrebbe anche prendere mesi, obbligando nel frattempo l’Unione a funzionare in regime cosiddetto di modalità provvisoria. Ora il presidente del parlamento europeo, il social-democratico tedesco Martin Schulz – la nemesi di Berlusconi che, ricambiato, disprezza profondamente – ha precisato che al successivo e quasi immediato vertice dell’Unione europea presenterà lui stesso la richiesta formale dell’Assemblea e il senso che ha: i governi sono tenuti a finanziare a bilancio le attività dell’Unione che essi stessi hanno deciso e decidono; non procedere alla cieca e, poi, come altrimenti succederebbe, mandare in rosso il bilancio (New York Times, 13.3.2013, J. Kanter, Parliament Rejects European Union Budget Agreement Il parlamento respinge l’accordo [intergovernativo] sul bilancio europeo http://www.nytimes.com/2013/03/14/business/global/parliament-rejects-euro pean-budget-agreement.html?hpw&_r=0).

●Ma, al vertice di giovedì 14 marzo non sembrano ancora aver capito. Non si sono neanche resi conto, per cominciare, di alcuni fatti che la crisi di Cipro – molto più radicalmente di ogni altra che finora ha colpito l’Unione – ha portato in primo piano e che non è più possibile ignorare. Sono diversi fatti: contraddizioni ormai diventate esplosive, insopportabili:

• la prima era l’impegno la promessa che l’euro sarebbe valso un euro in potere reale d’acquisto, dovunque, all’interno della zona euro e, nei fatti, in tutto il mercato comune, come ad esempio a Londra: ma, adesso, l’euro a Cipro vale la metà dell’euro a Berlino;

• una seconda caratteristica della moneta unica era che sarebbe stata una catastrofe sicura dei soldi di tutti: gli investitori internazionali se ne sarebbero fidati e avrebbero così fatto da rivali al dollaro come valuta globale di riserva: ma, adesso, anche questa “certezza” non è più affatto certa;

• la terza certezza che avevano promesso era che proprio l’euro avrebbe portato a una convergenza economica garantendo l’arrivo dei paesi più indietro rispetto a quelli più avanti a quello: ma, adesso, è evidente che non è finita così… Ed è anche – leggete qui sotto quel che ha detto Draghi e i numeri che è andato a raccontare al vertice europeo – adesso è almeno chiarissimo, il perché e il come…

Il vertice di metà marzo è stato perciò l’ennesima cena degli inganni. I commensali, chiamiamoli così, spernacchiati e sbeffeggiati da dimostrazioni piene di rabbia che chiedono la fine dell’austerità e scossi dal clamoroso rifiuto della loro strategia da parte degli elettori in Italia, i leaders europei si sono riuniti nel loro vertice economico fra scarsissimi segnali che le politiche in corso stiano cominciando anche solo a curare i due disastri gemelli della disoccupazione crescente e della recessione rampante (New York Times, 14.3.2013, J. Kanter e A. Higgins, European Leaders Stick to Austerity Course I leaders europei restano fermi sulla strada del rigore http://www.nytimes.com/2013/03/15/business/ global/european-leaders-stick-to-austerity-course.html?pagewanted=all&_r=0).

Solo uno come quel capoccione del presidente dell’Unione, il fiammingo Herman Van Rompuy, osa adesso parlare di “verdi germogli di miglioramento che spuntano” e vede – bontà sua una crescita “che torna, anche se lentamente”. Ma anche gli altri, pur saggiamente almeno meno loquaci, sembrano decisi a restare su quello sciagurato percorso.

E’ anche la favola, la stessa di Van Rompuy proprio, che una persona di grande (e a volte neanche immeritato) prestigio è andata a raccontare lì, proprio a quel vertice. Cioè, Mario Draghi.

● Il caso dell’imbroglio – o della distrazione? – di Mario Draghi al Consiglio dei ministri dell’Unione europea

All’ultimo vertice dei capi di Stato e di governo europei, al Consiglio del 14 marzo che ha tra l’altro preso, subito dopo, la decisione di imporre a Cipro il prelievo forzato poi respinta/o dal parlamento di Nicosia, Mario Draghi, su richiesta del presidente del Consiglio stesso Herman Van Rompuy, presentò una sua introduzione “tecnica” (intitolata Euro area economic situation and the foundations for growth— La situazione economica dell’eurozona e le fondamenta della crescita http://www.ecb.int/press/ key/date/2013/html/sp130315.en.pdf?f765ef5a842dd60aabfc98f75e595b45) che, in 15 chiarissime diapositive accompagnate da un’esposizione orale di pochi minuti, intendeva dimostrare le ragioni reali della crisi e le contromisure che lui suggeriva: una breve presentazione, come si dice, che viene riferito abbia moltissimo impressionato i presenti.

Racconta il FAZ, il grande quotidiano tedesco che riferisce estesamente e con ammirazione del fatto, che l’impatto dell’intervento del presidente della BCE sui presenti fu “devastante”: perfino il presidente francese François Hollande, che intendeva premere a fondo nella riunione per il superamento delle politiche di austerità e il rilancio della crescita con l’intervento pubblico, dei singoli Stati e dell’Unione come tale, venne “zittito” – dice – dalla trasparente dimostrazione fatta da Draghi, con prove inconfutabili (cifre, dati, grafici: vedi sopra nel testo integrale delle diapositive di Draghi, del link citato, specie le slides di p. 9 e 10 - Wage and productivity developments (p.9),  Per selected countries (p.10) Crescita di salario e produttività (p.9), In alcuni paesi selezionati (p.10)) di quel che era sbagliato in Europa. In particolare, l’esempio e il paragone su di esso instaurato erano proprio tra la Germania austera e virtuosa e la prodiga e scialacquatrice Francia e serviva a dimostrare quello che, invece, bisognava fare.

I due grafici illustrano l’argomento centrale e cruciale che avanza Mario Draghi: la crescita della produttività è ben più alta nel confronto con la crescita del deficit nei paesi “formica” (vedi nel grafico l’esempio tedesco e, a seguire. quelli di Austria, Belgio, Lussemburgo e Olanda) e meno, molto meno, in quelli “cicala” (il caso francese e, sempre a seguire, quelli di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna).

Tradotto dalle cifre alle ricette che avanzava Draghi – che, del resto, lui predicava già quando era alla Banca d’Italia e che da noi a partire dagli anni ‘90 sono state largamente dominanti e forzosamente applicate, per finire con le cosiddette riforme Fornero – sarebbe qui, finalmente lampante e documentata, irrefutabile, la prova provata che riforme “strutturali” (quelle che tolgono potere ai sindacati e lo consegnano, sistematicamente, insieme a fette proporzionalmente più esigue e più larghe di PIL nelle mani dei padroni) e moderazione salariale portano al successo, mentre rigidità salariali e avidità sindacale portano al fallimento. C.v.d.

Solo che…

Solo che, sia nei grafici che nel testo della presentazione, la misura della produttività (che mostra quanta più produzione il lavoratore medio ha tirato fuori nel 2012 a confronto con quella del 2000) viene espressa in termini reali, che tengono conto cioè dell’inflazione. Mentre la misura del salario nello stesso periodo di tempo viene espressa in termini nominali, che dell’inflazione, cioè, non tengono conto.

Una differenza che, poi, non viene neanche menzionata (deliberatamente? per distrazione? ma è curiosa, no?) e che è assolutamente, invece, determinante. Perché è la crescita della produttività reale che costituisce il benchmark, il termine di paragone, per la crescita reale del salario. Che, ricalcolato così, correttamente in termini tutti reali, inclusa l’inflazione dunque, nel grafico di Draghi vedrebbe pressoché scomparire il differenziale tra produttività e salario.

In definitiva, la conclusione di questa curiosa vicenda sembra piuttosto lampante: la presentazione del presidente della BCE, forse non deliberatamente ma nella realtà delle cose, evidenzia la natura di questa crisi. Perché, a nostro modo di vedere – meno disposto a considerare benevolmente le attenuanti, diciamo di buona fede, come la distrazione, di quanto lo sia lo studioso che, per primo e finora unico, ha segnalato questo episodio (cfr. Social Europe Journal, 26.3.2013, A. Watt [a capo del dipartimento di ricerche macroenomiche della Fondazione Hans Böckler della Confederazione dei sindacati tedeschi DGB e già coordinatore alla direzione dell’Istituto sindacale europeo della Confederazione europea dei sindacati], Mario Draghi’s Economic Ideology Revealed? L’ideologia economica di Mario Draghi svelata? [è questo punto interrogativo che, in realtà, svela una qualche speranza di buona fede che l’A. comunque mantiene] http://www.social-europe.eu/2013/03/mario-draghis-economic-ideology-revealed), delle due l’una.

O i principali policymakers tecnici, come essi stessi tendono ad autodefinirsi, ai vertici dell’apparato dell’Unione europea come il massimo, Draghi, non sono familiari con concetti e modi di agire assolutamente basilari dell’economia (che non si paragonano mai mele a pere: che non si fa finta siano la stessa cosa dati al netto o al lordo dell’inflazione): e chi scrive questa Nota, proprio non ci crede; oppure utilizzano volutamente dati – a dir poco – distorti per obbligare i policymakers più direttamente, diciamo politici, i ministri e i primi ministri, a seguire il percorso di scuola ideologica che essi vogliono. Ma che è, invece (qui sì, c.v.d.) dannoso per la stabilità e la ripresa dell’eurozona: un comportamento che, in realtà, li vede tradire lo stesso mandato che era stato loro statutariamente affìdato— di curare e promuovere la stabilità e la crescita della stessa eurozona.

●Nel cosiddetto vertice di primavera, quello della crisi di Cipro e delle cappellate che per cercare di uscirne hanno tentato di imporgli, neanche riuscendoci poi, hanno preso atto della debacle di Monti, quanto a risultati dell’economia reale ma si insiste a lodarlo per “l’eccellente lavoro che ha svolto”, sempre per citare il Van Rompuy: come se non si fossero accorti che, certo, il professore, e tutti quelli che lo hanno lasciato fare, hanno assicurato all’Italia di stare ben al di sotto del 3% di deficit/PIL ma a prezzo del -0+0+0% di tutta l’economia reale: della vita della gente, cioè, e ha condannato il paese a una lunga e pericolosa stagione di stallo anche e proprio economico oltre che politico.

E alla fine hanno scelto di non scegliere niente. Ancora una volta. Nel merito dei dossiers economici hanno deciso di

1. firmare l’accordo che “concede” alla Repubblica di Cipro 10 miliardi di € di prestiti dal fondo di salvataggio dell’eurozona per far fronte ai suoi debiti, soprattutto in realtà alle scadenze del debito esistente, anche se aumentando il carico del servizio del debito. Una parte, non piccola, della spesa dovrà ricadere adesso, secondo quel che si è concordato con la nuova presidenza di destra appena eletta a Nicosia, sui risparmiatori ciprioti.

Si affrettano a dire che l’imposizione di questa tassazione sui depositi bancari è una tantum e che come non c’era mai stata prima non si potrà più ripetere. E già mentono per la gola, sapendo di mentire o peggio, scordandosi, quel che avevano già combinato: perché a ottobre del 2011, invece,  proprio l’Eurogruppo aveva imposto alle banche che avevano in cassaforte titoli del debito greco di rinunciare al 50% del loro valore che, nel caso proprio delle banche di Cipro, ammontò a conti fatti a un sonoro 75%, contribuendo non poco a seminare la futura bancarotta dell’isola. Ma non ci pensarono neanche lontanamente. Merkel – la sprovveduta – arrivò a dichiarare che “come europei stanotte abbiamo dimostrato di saper prendere le decisioni giuste”…

E adesso giurano – Merkel e la Commissione, l’Eurogruppo e il Consiglio – che mai succederà ancora altrove: peccato, annota un sagace studioso di cose europee come l’ex consigliere della Commissione europea e attuale professore alla London School of Economics, Paul de Grauwe, che qui “la regola generale è quella che neanche intravvedono mai i problemi che un’azione provoca come reazione (New York Times, 26.3.2013, A. Higgins e L. Alderman, Europeans planted seeds of crisis in Cyprus E’stata l’Unione europea a piantare i semi della crisi di Cipro http://www.nytimes.com/2013/03/27/world/ europe/europeans-planted-seeds-of-crisis-in-cyprus.html?pagewanted=all&_r=0).

E non è neanche casuale, certo, che a questo punto sia il Granducato di Lussemburgo a preoccuparsi di specificare urbe (a Bruxelles in questo caso) et orbi (al mondo) di non essere Cipro:  qui, con un settore finanziario “strutturalmente sbilanciato” e che denunciava il bisogno di essere ricondotto “entro il 2018 alla media UE di circa quattro volte il PIL” del paese…

Ma dimentica, proprio il primo ministro Jean-Claude Juncker, appena ieri ancora presidente lui stesso dell’Eurogruppo, che il suo Lussemburgo, con appena mezzo milione di abitanti, ha un settore finanziario gonfiato rispetto al PIL di oltre 22 volte— quando a Cipro era certo enormemente gonfiato, ma nel rapporto, poffarre!, di 1 a 8… Anche se è altrettanto certo – o almeno così ci assicura Juncker che è persona d’onore – di ben altra “solidità e qualità del suo settore finanziario

Il problema è che a tale solidità dobbiamo e possiamo credere grazie alla sua parola e alle assicurazioni che ci danno le triple AAA delle agenzie internazionali di rating… quelle che il giorno prima del crack della Lehman Brothers le assegnava, a pagamento si capisce, nel 2008 le sue tre AAA… Certo, né Cipro né tanto meno il Lussemburgo sono le isole Cayman: 260 Kme 56.000 abitanti di dominion britannico, non proprio indipendente, che non sta certo nell’euro ma, nei fatti, è dipendente come dice lo stesso nome da uno dei grandi paesi dell’Unione che, con depositi intorno ai 1.400 miliardi di €, ha un PIL di 750 volte ad esso inferiore (New York Times, 27.3.2013, D. Jolly, ‘We’re Not Cyprus’, Luxembourg Asserts Noi non siamo Cipro, asserisce il Lussemburgo http://www.nytimes.com/ 2013/03/28/business/global/were-not-cyprus-luxembourg-asserts.html).

Adesso, dice esattamente l’accordo, anche sui “depositanti” ciprioti, ma vedrete che alla fine lo scaricheranno ancora una volta su tutti i contribuenti, approfondendo così, però, ancora la crisi: si tratta comunque di un documento che prevede come una tassa una tantum del 9,9% sui depositi bancari oltre i 130.000, o i 100.000, € e un’imposizione del 6,75% sui depositi inferiori. Alcune altre misure previste nell’accordo finale comportano l’aumento della tassazione media sugli affari che la registrano a quella bassissima adesso del 10 al 12,5% e la revisione della legislazione bancaria per escluderne la possibilità stessa di venir usate per ripulire denaro sporco con misure incisive contro l’evasione fiscale.

Insomma…, campa cavallo. Tra l’altro, a Cipro, il parlamento ha cominciato già in partenza recalcitrando, e in ritardo, la discussione sulla ratifica: che deve passare, pena la decadenza dell’accordo coi finanziatori UE. Al di fuori dell’Unione pare confermato che, invece, la Russia continuerà a dare una mano a Cipro, pare ad esempio abbassando il tasso di interesse, già molto ridotto, che pratica sui 2,5 miliardi di € del prestito che essa da tempo aveva già concesso all’isola. (New York Times, 16.3.2013, J. Kanter, After Talks, Cyprus Agrees to a Euro Zone Bailout Package Alla fine dei colloqui, Cipro concorda su un pacchetto di salvataggio dell’eurozona http://www.nytimes.com/2013/03/17/business/ global/cyprus-agre es-to-euro-zone-bailout-package.html?ref=global-home&_r=0). Va tenuto presente che, con un PIL cipriota che ammonta in tutto a forse 18 miliardi di €, il salvataggio potrebbe arrivare non lontano dal suo 50%.

Ha detto a bocca stretta il ministro delle Finanze di Cipro, Michalis Sarris, che si può essere contenti dell’esito ma solo in rapporto a qualche sarebbe potuto succedere se l’accordo non fosse stato raggiunto. Forse così viene richiusa la ferita da cui defluivano da Cipro i capitali impauriti, ma bisognerà ancora prestare molta attenzione agli sviluppi futuri e a quelli, anzitutto, immediati.

Di qui  all’imposizione effettiva – a giorni – della nuova tassazione questi neanche avevano previsto – loro, ma pure i guru di Bruxelles, si capisce – che si potrebbe davvero scatenare la fuga di tutti i capitali che lì ancora restano come anche il ritiro dai bancomat dei risparmi dei ciprioti, quando le banche riapriranno gli sportelli (subito, per qualche giorno, sbarrati al pubblico: quei pochi magari che ancora restassero…): perché nessuno, qui, crede davvero che i conti personali degli ottimati restino ancora disponibili nel paese e non siano scappati in anticipo in Grecia o in Inghilterra…

Ma poi… e, per tornare alla decisione presa su Cipro, bisogna mettere in chiaro la portata catastrofica, almeno potenziale ma anche molto concreta che essa può adesso assumere proprio per le situazioni oggi delicatissime di Grecia ed Italia, con le ben diverse dimensioni che esse – la nostra in specie – potrebbero assumere.

Fa rilevare Paul Krugman che forse “l’unica grande euronotizia – ma, appunto, paurosamente sbagliata per tutti, in Europa – del fine settimana di metà marzo è la profonda sforbiciata – cioè, la perdita – che, in cambio del salvataggio è stata imposta a tutti i depositi nelle banche di Cipro.

Si può anche capire perché [questi dell’Eurogruppo, dell’Ecofin e del Consiglio] abbiano deciso di farlo: Cipro è un paradiso fiscale e svolge il ruolo di ripulitura all’ingrosso di denaro sporco per le ricchezze dei beeznessmen russi [oltre che di quelli nostrani, si intende: lì, come dovunque del resto, pecunia non olet]; il che significa che ha un settore bancario ipersviluppato (come [prima del botto] lo aveva l’Islanda) e un pacchetto di salvataggio concesso senza richiedere una qualche penalità sarebbe stato visto come un salvataggio non solo per Cipro ma anche per i russi [e gli altri, evasori e investitori] di probità, diciamo, e tempra morale assai incerta…

   Il grosso problema, però, è che il taglio non lo faranno subire solo ai grandi depositi di fondi stranieri che stanno nelle banche di Cipro ma anche ai risparmi dei depositanti locali: sarà un po’ di meno, ma sempre ben sostanzioso [l’accordo è stato fatto per un minimo del 6,75%... ricordiamo, a confronto – l’unico possibile finora – che il prelievo forzoso per decreto legge, subito operativo nella notte tra il 9 e il 10.7.1992 sui depositi bancari imposto dal governo Amato, fu dello 0,6%... qui dovrebbe essere da dieci a quindici volte tanto]. Per dirla chiara: è proprio come se gli europei stessero adesso mostrando un cartello al neon a greci e italiani [soprattutto a noi italiani…] che annuncia essere ormai tempo di dare l’assalto alle loro banche [e ritirarne i depositi: perché la prossima vola…] (New York Times, 17.3.2013, P. Krugman, The Cypriot HaircutIl taglio di capelli di Cipro http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/03/17/the-cypriot-haircut).

● Diroccato, ormai, il paradiso fiscale di Cipro… (vignetta)

Fonte: IHT, P. Chappatte, 28.3.2013

 

O, per dirla con l’Economist, che una volta tanto l’ha messa giù uguale a Krugman e, insieme, diversa: Ma, se foste voi un depositante in uno di quei paesi periferici [dell’Europa o del sistema finanziario] che sembrasse dover avere il bisogno di un prestito dall’eurozona, che calcolo fareste voi? Che a voi non vi tratterebbero mai come stanno facendo ai ciprioti o che hanno messo in piedi un precedente che rifletterà la richiesta normale d’ora in poi dei paesi creditori per la disponibilità a farsi carico di parte del fardello? Ecco, la probabilità di grossi movimenti destabilizzanti di fondi cash (se non anche da una banca all’altra) sono appena schizzati molto, molto in alto” (The Economist, 15.3.2013, The Cyprus bailout – Unfair, short-sighted and self-defeating Il salvataggio di Cipro [fatto così]: ingiusto, miope e contro-producente ▬ http://www.economist.com/blogs/schumpeter/2013/03/cyprus-bail-out).

Ecco questo hanno fatto questi irresponsabili beoti, monetaristi e neo-liberisti, che un po’ tutti abbiamo messo a capo dei nostri governi e del sistema, europeo e finanziario internazionale… Salvo poi, viste le ovvie e durissime resistenze dei ciprioti, cercare di rimediare in corner concedendo, in conferenza telefonica tra loro, i soloni dell’Eurogruppo, che potrebbero anche decidere poi, i ciprioti, come e di quanto suddividere tra di loro, in maniera un tantino più equa, più progressiva, il prelievo forzato: più debole sui meno ricchi e di più sui più. Purché, alla fine, ribadiscono, l’ammontare totale resti sempre quello…

Alla fine, poi, non basta neanche così: agli sprovveduti non era neanche passato per la mente, in effetti, che il parlamento di Cipro non trovasse tra i suoi 58 membri la maggioranza per approvare l’accordo e lo respingesse secco (39 contro, 19 astenuti e nessuno  a favore!) al mittente (e al nuovo governo cipriota che lo aveva approvato). E, adesso, alla UE, insieme a BCE e FMI (la troika: dizione passata ormai a significare da traino leggero e efficace a tre cavalli sulla neve russa a efficace, odiosa, lenta e inefficiente macchina al servizio per di più, poi, pure inefficiente dei padroni del mondo) dovranno inventarsi come correre ai ripari.

Perché adesso anche loro sono arrivati a capirlo, che se una cosa la ordina Merkel non è detto che poi la si debba, comunque, accettare. Perché se a Cipro si leva di sotto lo sgabbello, lo sgabbello salta anche sotto i piedi dell’euro e della Germania stessa. Per dirla con quella che potrebbe solo sembrare, ma potrebbe anche non essere, soltanto un iperbole: come con l’assassinio dell’arciduca Ferdinando d’Austria a Sarajevo nel 1917, lo scoppio da nessuno davvero voluto ma come inevitabile della seconda guerra mondiale.

Infatti, il default piccolo della piccolissima Cipro potrebbe srotolare e disfare il gomitolo di una moneta unica che si rivela per quello che è: senza una volontà comune e regole sul serio discusse e accettate in comune, senza un potere economico integrato almeno in fieri e senza un potere decisionale politico che non sia solo imposto dagli interessi di pochissimi e forzatamente ingoiato da tutti gli altri, alla fine l’euro e l’Unione possono rivelarsi soltanto un bluff (New York Times, 19.3.2013, L. Alderman, Cyprus Rejects Bank Deposit Tax, Scuttling Bailout Deal Cipro respinge la tassa sui depositi bancari, affondando l’accordo sul pacchetto di salvataggio http://www.nytimes.com/2013/03/20/business/global/cyprus-rejects-tax-on-bank-deposits.html?ref=global-home&_r=0&gwh=B29109AC56C1068FB0F0CA4FF69770DA).

Il ministro delle Finanze di Cipro, Sarris, prima del voto del parlamento e forse anche prevedendone l’esito, va a Mosca (e non è più il ministro del governo precedente del presidente comunista ma quello nuovo attuale, di destra di Anastasiades) per tentare di spiegare la logica dell’accordo che il suo governo aveva raggiunto a Bruxelles al governo del paese da cui miliardi e miliardi di € e $ e rubli di depositi bancari sono andati ad investirsi nel suo paese e si trovano adesso esposti ai pesanti tagli del prestito forzoso.

Oggi, con 126,4 miliardi di € parcheggiati nelle banche cipriote a fine gennaio – sette volte i 18 miliardi del PIL del paese, molti di provenienza diciamo così non  – è evidente perché è qui che si pensa, da molte parti, di trovare i margini per poterne uscire. Ma forse era difficile pensare che a Mosca, e a poche ore ormai dal fallimento, anzi proprio in coincidenza con esso, e di fronte ala mannaia che sarebbe caduta proprio sui soldi dei russi (anche quelli di derivazione sospetta, certo, ma russi…) anche la razionalizzazione e la richiesta di Sarris sarebbe miseramente fallita.

Del resto, la mattina stessa del suo arrivo proprio Putin aveva respinto l’idea addirittura in anticipo: condannando subito la decisione presa a Bruxelles come “dannatamente sbagliata e pericolosa”. A questo punto, però, la missione nell’immediato ancor più importante diventava per Sarris quella di sollecitare che, malgrado tutto, e ormai proprio Mosca mantenesse l’impegno a versare, presto e tutto, il suo prestito da 2,5 miliardi di € al tasso di interesse relativamente contenuto promesso già da diversi mesi e magari lo estenda pure (Agenzia France-Presse/AFP, 19.3.2013, C. Caralambous, Cyprus turns to Russia as bailout deal stumbles Cipro si rivolge alla Russia mentre barcolla l’accordo sul salvataggio http://uk.finance.yahoo.com/news/cyprus-turns-russia-bailout-deal-160413830.html).

Ma non sarà facile per niente: né trovare una nuova quadra accettabile per Cipro con l’Unione europea, né con la Russia, dopo la minaccia del prelievo forzato – che per ora sembra essere restata tale ma… – che riguarderebbe ovviamente, e anzitutto, proprio i depositi degli investitori russi che tutti presuppongono i più ingenti nelle banche di Cipro: sei-sette volte il PIL nazionale! (Yahoo!News, 20.3.2013, Cyprus and Russia fail to agree on loan Cipro e Russia non concordano [ancora?] sul prestito richiesto http://news.yahoo.com/cypriot-minister-hopes-russia-loan-deal-075155313.html).

E che sembra alla fine – ma alla fine solo per ora… – arrivare a una tassa che prevede – prevederebbe… – un prelievo di ben il 20% sui depositi alla Banca di Cipro di almeno 100.000 € (dunque soprattutto quelli esteri) e del 4% su quelli distribuiti in tutte le altre banche dell’Isola: dicono che sarebbero sui 6 miliardi di € e ora, alla fine, presenteranno questa alternativa a Bruxelles… 

Sembra, sembrava, che adesso – di fronte al fallimento del bluff che il parlamento cipriota (il parlamento cipriota!!!), ha scoperto e che l’Unione europea, avventatamente, per conto della prepotente Germania aveva fatto accettare allo sprovveduto, nuovo governo di Cipro – che i russi facendo mostra di una loro inusuale flessibilità e fantasia, avanzassero a Cipro l’offerta “privata”, di Gazprom, di un’alternativa possibile ma anche concreta al prelievo forzoso della vendita dei diritti di esplorazione sui depositi offshore di gas naturale dell’isola e della sua piattaforma sottomarina nel Mediterraneo.

Si tratterà ora di vedere, di calcolare… ma Sarris stesso dopo due giorni di colloqui conferma, da Mosca, che i due paesi stanno discutendo effettivamente di “cooperazione in campo bancario e in materia energetica”oltre all’estensione e al rinnovo del prestito che Mosca ha già erogato. Perché poi, sostiene, ogni accordo che aiuti ad alleviare la crisi del debito di Cipro sarebbe anche di interesse per la Russia stessa…

Dicevamo che Putin, personalmente, aveva subito condannato duramente – ma non più del parlamento cipriota, che lo aveva respinto votando contro all’unanimità – la tassa sui depositi bancari che il governo di Cipro aveva negoziato con l’UE  come iniqua, dilettantesco e pericolosa. Il primo ministro Medvedev l’ha bollata, semplicemente, una confisca di soldi degli altri. E il plutocrate oligarca stramiliardario russo con grandi interessi a Cipro, Mikhail Prokhorov, ha chiamato il prelievo forzoso un precedente pericolosissimo perché tocca “la santità della proprietà privata”. E detto da lui, russo ma non certo di obbedienza comunista (anche se in passato membro allineato e ben coperto del PCUS) fa qualche effetto… (Stratfor, Global Intelligence, 19.3.2013, Russia Condemns Cyprus' New Bank Tax La Russia condanna la nuova tassa bancaria di Cipro http://www.stratfor.com/ analysis/russia-condemns-cyprus-new-bank-tax).

Questa, per qualche ora, era sembrata poter essere l’unica alternativa che si affacciava per aiutare Cipro ad uscire dal cul de sac in cui Nicosia si è cacciata, sottraendola alle grinfie acuminate della logica di Angela Merkel e di quella di fatto a lei succube dell’Unione europea (New York Times, 19.3.2013, A. E. Kramer,  Protecting Their Own, Russians Offer an Alternative to the Cypriot Bank Tax— Proteggendo [anche? solo? soprattutto?] i loro interessi, i russi offrono a Cipro un’alternativa al prelievo forzoso http://www.nytimes.com/ 2013/03/20/business/global/protecting-their-own-russians-offer-an-alternative-to-the-cypriot-bank-tax.html?page wanted=all&_r=0).

Dal punto di vista cipriota, i vantaggi sembravano, in effetti, evidenti: non ultimo – e, ormai, non solo per Cipro – quello tutto politico della lezione data all’arroganza di Merkel e anche di Bruxelles. Per la Russia, il vantaggio è nell’ennesimo cuneo che riuscire a comprarsi per Gazprom diritti di prospezione – e domani, certo, anche di sfruttamento – a Cipro che questa operazione avrà – avrebbe? – sull’inefficacia già più che provata dei piani energetici nebulosi che ha adottato, a chiacchiere, l’Unione europea.

Ma è quello che spesso, inevitabilmente, succede quando la mano destra non sa quel che fa, o ha intenzione di fare, la mano sinistra, quando il Commissario agli Affari economici e il Commissario a quelli energetici evidentemente manco si parlano… e quando nell’Eurogruppo parlano tutti ma conta su queste faccende solo uno tra tutti i pareri espressi… quello che suona gutturalmente teutonico, per lo più dalle idee pochissimo chiare e meno ancor previdenti. Gazprom ha smentito. Ma Gazprombank, sua sussidiaria formalmente indipendente e che è proprio una Banca ha ufficiosamente e informalmente, detto solo “no comment”.

Intanto, e per ben oltre una settimana, in attesa di un chiarimento che tarda a arrivare,  Cipro chiude gli sportelli di tutte le sue banche: tale è stata, e resta, la paura che s’è diffusa a macchia d’olio un po’ in tutta Europa alla faccia di rassicurazioni e smentite— cosa mai successa nel mondo se non di fronte a un vero e proprio stato di bancarotta dichiarato ufficialmente: in Argentina nel 2001, in Islanda nel 2008 anche se la bancarotta non fu del debito sovrano come tale ma di quasi tutte le grandi banche in modo diverso, negli USA dopo il crack del 1929, nel Regno Unito quando dovette andare al FMI cappello in mano nel 1976, ecc., ecc.

Dopo tre giorni di serrati colloqui, però, alla fine il ministro cipriota torna a casa da Mosca quasi con… un pugno di mosche: forse riuscirà a far estendere e ristrutturare favorevolmente alcune condizioni del prestito del 2011 da 2,5 miliardi di €, ma non arriveranno altri aiuti specie in una condizione che alla fine probabilmente vedrà “pagare” il prelievo più ai depositanti esteri, e proprio ai russi che qui sono come s’è detto molto presenti, nelle banche di Cipro. Anche se l’idea di un offerta sul gas sottomarino di Cipro era partita in effetti da Gazprom, né l’ente del gas né Rosneft, quello del petrolio russo, hanno confermato, al dunque, l’interesse di perseguirla

   (Bloomberg, 24. 3.2013, T. Stoukas e G. Georgiou, Cyprus’s Fate Hangs in the Balance as ECB Deadline Looms Il destino di Cipro è in bilico con l’incombere della scadenza imposta dalla BCE [Draghi aveva detto che solo per pochissimi altri giorni la BCE avrebbe “garantito” la copertura della liquidità ai ciprioti: e subito gli sportelli delle banche erano stati chiusi… e lo sarebbero restati per molti giorni] ▬ http://www.bloomberg.com/news/2013-03-23/cyprus-s-fate-hangs-in-the-balance-as-ecb-deadline-looms.html).

Del resto, dal ministero degli Esteri turco era tempestivamente arrivato il monito – a Cipro… ma ben annotato anche a Mosca – che “non sarebbe accettabile l’uso da parte della metà greca di Cipro della sua crisi economica per creare unilateralmente una situazione di nuovo fatto compiuto”. Per sfruttare le risorse naturali dell’isola, il modo c’è ma è uno solo; quello di “cercare, negoziare e ottenere il consenso della parte turco-cipriota sulla condivisione delle risorse naturali”. E non c’è dubbio che anche questo avvertimento sia servito a raffreddare le intenzioni di approfittare dell’occasione che, alla fine, erano forse più quelle di Gazprom che del governo russo (  

D’altra parte, proprio negli stessi giorni, l’ENI si era visto sospendere dalla controparte turca – lo ha reso noto il ministro dell’Energia Tanez Yildiz, il 27 marzo – l’accordo di cooperazione nei progetti che ha aperto proprio con l’aver scelto di lasciarsi coinvolgere nella prospezione e trivellazione dei giacimenti off-shore al largo delle coste di Cipro. E, a Roma, l’ENI con quell’aquilotto di Paolo Scaroni che la dirige, commenta che se lo aspettavano… ma non spiega perché, pur aspettandoselo, non ne avessero tenuto alcun conto nel perseguire il progetto alla cui  interruzione lui, però, conta i turchi non daranno mai seguito— altro errore serio comunque dirlo, come a sfidare i turchi… (Hurryet Daily News, 27.3.2013, Turkey halts energy deals with Italian Eni over Greek Cyprus dispute La Turchia interrompe le trattative in corso sull’energia con l’italiana ENI per la controversia con la Cipro grecahttp://www.hurriyetdaily news.com/turkey-halts-energy-deals-with-italian-eni-over-greek-cyprus-dispute-.aspx?pageID=238&nID=43736& NewsCatID=344).

Negli ultimi anni, Cipro aveva  in effetti provato a scavalcare la morsa della Turchia, che dopo il golpe tentato dalla dittatura militare greca nel 1974 ne aveva occupato la parte settentrionale (col fallimento del golpe che portò anche alla caduta del regime militare in Grecia) e dopo quasi quarant’anni ancora la occupa col pieno assenso della popolazione di etnia turca. Ora, in una settimana o poco più, le ambizioni cipriote, specie col principio di un accomodamento diplomatico tra Turchia e Israele, implica che i ciprioti dovranno arrangiarsi, trovare un qualche accordo coi turchi, per poter fare di una potenziale ricchezza – il gas, il petrolio – una realtà effettiva.

Insomma, Nicosia dovrà annacquare, se non proprio togliere il suo veto per sfruttare il bengodi che avrebbe trovato e anche il no “di principio” col quale – avendo anche a ragione giuridicamente ma non nei fatti e nei rapporti di forza – blocca l’adesione della Turchia alla UE col suo veto.

Un obiettivo per il quale, del resto, lavora sotto traccia anche e proprio Bruxelles. C’è chi si è spinto, da quelle parti, forse un po’ (ma non troppo, chi sa…) oniricamente a preconizzare che, adesso, esplorazione del gas e problema delle libere esportazioni reciproche potrebbero rivelarsi l’occasione che carbone e acciaio e la rispettiva Comunità offrirono inizialmente a ravvicinare ed unire Francia e Germania dopo la seconda guerra mondiale aprendo la strada poi alla Comunità europea, al Mercato comune e alla stessa Unione (New York Times, 27.3.2013, J. Kanter, For Cyprus, A Sudden Need to Play Nice with Turkey— Per Cipro, un bisogno impellente ormai di aprirsi con la Turchia ▬ http://www.nytimes.com/2013/03/28/business/global/for-cyprus-a-sudden-need-to-play-nice-with-turkey.html?page wanted=all&_r=0).

●E ora? un suggerimento che sembra cominciare a far breccia come quello – si capisce, anzitutto a Cipro ma anche, pur seminando dubbi, in altre sfere e ambienti anche finanziari e economici addirittura vicini a quelli che fino a ieri erano in coda al pensiero piatto del pensiero accademico “convenzionale” –  è quello che avanza – e non è cosa nuova: chi ci legge lo sa – il prof. Paul Krugman. Si chiede, senza giri di parole, appunto, “E adesso? ci sono somiglianze forti fra la Cipro di oggi e l’Islanda di pochi anni fa, a parte la dimensione analoga delle due economie. Come oggi Cipro, l’Islanda aveva un assai vasto settore bancario, gonfiato da depositi esteri e semplicemente troppo grande per poter essere salvato.

   La risposta che alla sua crisi diede l’Islanda fu quella di lasciare semplicemente andare in bancarotta le sue banche, cancellando così i suoi debiti verso gli investitori stranieri, al contempo salvaguardando i risparmiatori islandesi— con risultati che non furono per niente cattivi. E, in effetti, oggi – a pochissimi anni da allora – l’Islanda ha un tasso di disoccupazione molto più basso di quello di molti altri paesi in Europa e ha superato  sorprendentemente bene la crisi” che l’aveva affondata (New York Times, 21.3.2013, P. Krugman, Treasure Island Trauma Il trauma del’isola del tesoro http://www.nytimes.com/2013/03/22/opinion/krugman-treasure-island-trauma.html?_r=0).

Le “somiglianze forti” che cita Krugman tra la Cipro di oggi e l’Islanda di ieri erano state, del resto, già messe in rilievo addirittura e proprio dal Fondo monetario internazionale, mesi fa. Le riferisce in dettaglio, rifacendosi tra virgolette allo studio del FMI, un articolo dettagliato di Bloomberg Business Week, 2.8.2012, Omar R. Valdimarsson, IMF Says Bailouts Iceland-Style Hold Lessons in Crisis Times— Il FMI spiega che salvataggi come quello islandese costituiscono una lezione per i tempi di crisi http://www.businessweek.com/ news/201 2-08-12/imf-says-bailouts-iceland-style-hold-lessons-for-crisis-nations).  

E, dunque, sembrerebbe proprio il caso di rifletterci su… D’altra parte  c’è anche da tener conto che, per dirla con Aleksandr Nekrasov, già consigliere di Putin al Cremlino per gli affari economici, con investimenti russi per quasi 30 miliardi di € che si trovassero decurtati fino, come si dice, al 25% del loro valore, “Mosca potrebbe adesso ben cercare di farla pagare all’Unione europea”.

E ai tedeschi, in particolare che hanno insistito per questo tipo di soluzione, ricorda che “dopotutto in Russia lavorano diverse grandi aziende tedesche. E sarebbe possibile bloccarne i beni o tassarglieli altrettanto pesantemente. Il Cremlino sta al momento adottando una politica di attenzione e di attesa(Guardian, 23.3.2013, H. Smith, S. Goodley e T. Helm, Cyprus bailout: Kremlin 'could punish Europe' in reprisal for bank levy Il salvataggio di Cipro: il Cremlino ‘potrebbe anche punire l’Europa’ in rappresaglia per il prelievo forzoso bancario [sui depositi russi] ▬ http://www.guardian.co.uk/world/2013/mar/23/cyprus-bailout-kremlin-reprisal-bank-levy).

La conclusione finale – bé… finale: poi bisogna vedere se passa davvero, nella realtà di Cipro e non solo a Bruxelles tra il presidente traballante dell’isola e gli evanescenti poteri di UE e FMI – trovata nella notte tra domenica 24 e lunedì 25 all’Eurogruppo dai 17 ministri delle Finanze dell’eurozona prevede una soluzione diversa: dovrebbe consentire a Cipro di restare nell’euro e di cominciare, anche, a ricostruire la sua economia devastata. Verrebbero ridimensionate forzatamente le banche di Cipro ultra-gonfiate dai miliardi di $ russi evitando il prelievo forzoso sulla maggior parte degli altri depositi.

Il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, dice che l’accordo sarà reso operativo senza ritardi, visto che adesso non ha più bisogno di essere votato dal parlamento – ma il presidente cipriota Anastasiades precisa che questa è solo una “possibilità”,  la cui fattibilità è tuta da verificare – e spiega anche che, prima di maggio, non arriveranno i primi versamenti dei 10 miliardi di € del pacchetto di salvataggio stanziato dalla troika. Intanto, la banca Laiki, una delle più grandi di Cipro, dovrebbe essere chiusa con i depositanti principali che perderebbero gran parte degli averi lì collocati.

Come anche chi in quella banca, ma anche in altre non bene ancora individuate, ha più di 100.000 €. Anche chi ha depositi nella Banca di Cipro dovrà subire perdite forzose anche se non più la forma di tassazione che aveva provocato, a Nicosia ma anche a Mosca, una vera e propria rivolta. Dijsselbloem ha sostenuto che questa soluzione “è migliore assai di quella precedente” che il parlamento di Cipro aveva rifiutato dopo che il suo governo l’aveva accettata, “perché si concentra dove sono i problemi maggiori: nelle grandi banche”.

Nel frattempo l’economia dell’isola è stata ridotta allo status in cui era, forse, all’inizio del secolo scorso, lavorando in pratica solo in contanti. Un problema che lo speranzoso-illuso presidente dell’Eurogruppo “confida”, adesso, venga subito superato… Sono state anche ore di rancoroso e durissimo scontro tra il governo di Cipro e la troika, specie con la direttrice generale del FMI. Ma, anche se sembra francamente un po’ assurdo, nessuno ha parlato delle possibili conseguenze di quella che è stata pur paventata come la possibile rappresaglia di Mosca.

Se alla fine chiedessero ai depositanti russi (oligarchi, speculatori…, certo: ma, in fondo, capitalisti allo stato puro come tutti gli altri) di pagare loro la maggior parte del conto (New York Times, 24.3.2013, J. Kanter, L. Alderman e A. Higgins, E.U. Officials Agree to a Deal Rescuing Cyprus Gli esponenti della UE concordano un’intesa [la terza…, però] di salvataggio per Cipro http://www.nytimes.com/2013/03/ 25/business/global/cyprus-and-europe-officials-agree-on-outlines-of-a-bailout.html?ref=global-home&gwh=B02E F2FF3B19B062D3EF99A954FADEBB).

●Adesso, proprio a fine marzo, Michalis Sarris, il ministro delle Finanze di Cipro, avvisa che i controlli di capitale rimarranno ancora in funzione “per settimane” – altra “violazione” delle regole dell’Unione voluta/subita e non scelta liberamente, per impedire – dopo il salvataggio – la fuga di capitali. E’ che ha continuato a spargere incertezze e marasma la successione di informazioni, voci, notizie contraddittorie in arrivo da Bruxelles.

Quando, ad esempio, l’ottuso, giovane ministro olandese Dijsselbloem, appena scelto a presiedere l’Eurogruppo, che se n’era uscito, prima di smentirsi in gran fretta, col fatto che ormai il modello Cipro dovrebbe essere proprio quello con cui affrontare ogni nuovo, eventuale salvataggio: una specie di “precedente”, cioè, il prelievo forzoso (alla fine, pare, il 37%) da tutti i depositi e i titoli sopra i 100.000 €— quelli che poi trovassero ancora lì ad aspettarli, gli idioti…

La confusione, e peggio il senso di vivere e subire una situazione inestricabile di confusione – in questo analoga solo a quella che va squassando l’Italia – è  stata anche esacerbata nelle ultime ore dalla notizia delle dimissioni del presidente della Banca di Cipro: dicono per protesta, non tanto verso la decisione presa insieme da governo di Nicosia e Bruxelles ma perché la ristrutturazione forzata della gestione della Banca non era mai stata discussa coi suoi vertici; o, come si lascia sapere a Bruxelles, forse in realtà proprio perché le sue dimissioni sono state imposte al primo ministro cipriota dalla BCE come parte integrante della soluzione poi scelta (The Economist, 29.3.2013, This septic island Quest’isola settica http://www.economist.com/news/leaders/21574492-being-tough-bank-creditors-could-prove-costly-northern-european-taxpayers-septic-isle).    

In ogni caso, anche se andasse tutto bene (bè, tutto…), a Cipro la quaresima dell’austerità anche sui micromovimenti di capitale non finisce adesso. Qui sta nascendo nei fatti un euro di serie B, forse svalutato di fatto della metà per tutti perché gli incoscienti – qui non Cipro: chi ha disegnato l’euro – hanno fatto di un paese dentro un’unione monetaria un paradiso offshore – come anche però è stata l’Irlanda e ancora lo è il Lussemburgo e hanno consentito a un paese dal PIL uguale a 1 di far mettere nelle sue cassaforti depositi uguali a 8…

Una cosa, però, sembra ornai proprio sicura: che, a partire dal blocco ora imposto, con l’assenso anche del FMI, ai capitali di Cipro – o, meglio, ai capitali che sono piazzati a Cipro – “può almeno marcare il principio della fine di qualcosa di molto più grande: l’epoca in cui i movimenti liberamente selvaggi e non regolati di capitale erano considerati nel mondo intero come una norma desiderabile(New York Times, 24.3.2013, P. Krugman, Hot Money Blues I nervi dei soldi che scottano http://www.nytimes.com/2013/03/25/opinion/krugman-hot-money-blues.html?_r=0).

Sta emergendo, insomma, sempre più credibile e creduta l’opinione che smentisce per quello che ormai è – una grande bufala – tutte le leggende e le panzane che i liberisti, a partire da Friedman Milton, da Reagan Ronald e da Thatcher Margaret e i loro cavalier serventi neo-liberisti dell’accademia, dell’economia e della politica, ci hanno raccontato da trent’anni. Pro-domo loro e di tutti quelli che al mondo sono i più abbienti, i più ricchi, sulla necessità di togliere lacci e lacciuoli a banche, finanza e finanzieri in modo che, scatenando e saziando, gli appetiti peggiori della bestia poi, dal banchetto sempre più lauto che essa fa, cadano sugli altri, sui morti di fame, un po’ di briciole con cui calmare volta per volta i peggiori morsi della fame…

●E, proprio mentre le agenzie di rating si accingono, a turno o tutte insieme, a svalutare la considerazione del debito estero e quella globale dell’Italia come tale (da almeno un mese, le paure di una crisi politica che sembra senza sbocco si aggiungono ai dati serissimi della crisi economica che peggiorano tutti: con l’unica eccezione di un deficit/PIL raggiungere il quale in anticipo, però, ci ha completamente stremati)… veniamo ora informati che Standard & Poor’s ha rivalutato al rialzo, dal rating di doppio -B a quello di doppio -B+ con previsione stabile (The Wall Street Journal, 27.3.2013, Benn Fox Rubin, S&P Raises Turkey’s Rating Amid Export Improvement Col miglioramento dei dati dell’export, S&P alza il rating della Turchia http://online.wsj.com/article/BT-CO-20130327-710884.html).

Si tratta, viene spiegato, dell’esito della performanceeccellente” dell’export del paese e del progresso recente proprio sul piano politico, sulla questione curda che, dice S&P’s stavolta è un tentativo serio, molto più di qualsiasi altro in passato, dopo le aperture di Erdŏgan e l’iniziativa presa da Öcalan.

 • 2. e poi, il vertice ha fatto anche un’altra cosa: uno scappellotto piccolo piccolo e del tutto irrilevante, come rimostranza del Consiglio al premier ungherese Orbán [vedi sopra], presente naturalmente anche lui alla riunione e con atteggiamento dichiarato di sfida, credendo così di assolvere alla richiesta del parlamento europeo portata lì dal suo presidente di “ammonirlo severamente”, almeno, sulla pericolosa china verso la violazione delle regole di decenza civile che la Comunità degli europei nell’Unione dice – per lo meno lo dice – di essersi data nella vita politica e sociale dei paesi aderenti; ma Orbán, messa così senza neanche un vero dente per mordere, se ne frega e non se ne dà per inteso, ovviamente…

3. invece per il Mali hanno scelto di dire no alla forzatura che chiedevano loro Francia e Gran Bretagna, gli ultimi paesi dalla mentalità sempre un po’ vetero-colonialista (destra e sinistra insieme) rimasti al mondo (gli USA sono altra cosa: il loro è un neo-imperialismo di tipo del tutto nuovo), di non annullare e, anzi, al contrario di quanto loro chiedevano adesso, a due anni dall’inizio della guerra civile in Siria, di ribadire la decisione – presa un anno fa come Unione – dell’embargo di armi al paese mediorientale: che, ipocritamente, significava embargo di armi ai ribelli, non certo al governo di Assad cui nessun paese europeo aveva mai mandato/venduto un fucile (Guardian, 15.3.2012, I. Traynor, Anglo-French plan to arm Syrian rebels meets wall of resistance at EU summit Il piano anglo-francese di armare i ribelli siriani si scontra con il muro di resistenza del vertice europeohttp://www. guardian.co.uk/world/ 2013/mar/15/plan-arm-syrian-rebels-eu).

Anche se poi, vedrete, vista l’inanità del peso della politica internazionale europea come tale, adesso Francia e Regno Unito, faranno da soli quel che gli pare – chiedendo magari all’Arabia saudita e al Qatar di pagare loro, però, le armi ai jihadisti siriani, visti i guai economici che avrebbero Londra e Parigi a regalargliele (coi deficit di bilancio più alti dell’Unione tra i grandi paesi). Ma certo non per merito dell’Italia che – del resto in sede vacante – ha rigorosamente taciuto nel consesso europeo, lasciando che si esprimessero contro, di fatto anche a nome suo, Germania, Austria, Olanda e, perfino, la Commissaria agli Esteri europea, Ashton che è stata nominata dai laburisti, però, e non dal partito di David Cameron...

●In Moldova, che chiamavamo una volta Moldavia, a Chişinău, dopo settimane di continue discordie e contese sulla politica economica e la crisi – forse la più acuta oggi sul continente – che, dentro la coalizione di governo tripartita, sta squassando il paese, il parlament ha sfiduciato il governo del premier Vlad Filat, autoproclamatosi ma senza in pratica “ricavarne” in cambio niente di niente, filo-occidentale e filo-europeo. La mozione di sfiducia, presentata dall’opposizione comunista, è stata alla fine approvata con 54 voti, tre in più della maggioranza assoluta necessaria (Panarmenian.net, 5.3.2013, Moldovan parliament passes vote of no confidence in govt. Il parlamento moldavo sfiducia il governo http://www.panarmenian.net/eng/news/148573). Dopo tre giorni di una resistenza quasi grottesca a prender atto del voto, alla fine Filat ha rassegnato le dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica Nicolae Timofti.

●Anche gli svizzeri – perfino gli svizzeri – hanno passato per referendum popolare la proposta di obbligare le aziende e le imprese quotate in Svizzera a obbligare dirigenti e amministratori delegati ad ascoltare ogni anno l’assemblea degli azionisti prima di decidere di salari e compensi degli stessi e le nomine relative. Il voto ha anche proibito bonus, premi di produzione e pacchetti di uscita che qui chiamano “addii d’oro” – milioni di franchi – per i dirigenti stessi oltre un limite ragionevole (anche qui, al massimo, il salario netto normale di un anno).

Il tutto prevede per chi viola la legge non una multa, pagata alla fine dalla società violatrice, ma la galera: per un minimo di tre anni e che ogni dirigente che la violasse dovrebbe scontare personalmente. Il mondo degli affari e quello bancario sono insorti , lamentando che così aziende e istituti bancari perderebbero i loro migliori tecnici che volerebbero via dalla Svizzera alla ricerca di foraggio più abbondante e più ricco. Ma pare che l’argomento non abbia fatto gran presa sugli elettori. Stavolta… [del resto, non era affatto ambiguo il titolo ufficialmente dato dai promotori al referendum: “iniziativa popolare – diceva – contro le paghe dei gatti grassi”…

Alla faccia!!! E il contro-referendum con cui la Confindustria elvetica aveva tentato di opporsi all’iniziativa, simile ma che non imponeva pene carcerarie ai colpevoli, è stato sonoramente bocciato (The Economist, 8.3.2013, Switzerland votes to curb executive pay La Svizzera vota per tagliare i compensi dei dirigenti d’azienda http://www.economist.com/news/ business/21573169-switzerland-votes-curb-executive-pay-fixing-fat-cats)]. Ma fior di cinici, che abbondano qui come dovunque, avvertono che per scrivere e far passare adesso la legge che tradurrà in termini cogenti la volontà popolare ci vorrà “almeno un decennio”.

●Un’ultima considerazione sulla nullità di questa Europa, della sua crisi e di come coloro che possono quel che si vogliono, o quasi, la stanno così malamente gestendo. Compreso Mario Draghi che, pure, tra quelli a quel livello sembrava averne capito qualcosa di più…

STATI UNITI

85 miliardi di $ di tagli obbligati alle spese federali in un solo semestre, tagli lineari un po’ qua e un po’ là (il “sequestro”) scattato inesorabilmente per il rifiuto della maggioranza conservatrice alla Camera di consentire a un accordo che aumentasse un po’ le tasse sui più ricchi e diminuisse un po’, non dove coglio coglio ma selettivamente, le spese. Lo ha chiarito bene Obama in televisione, rovesciando tutta la responsabilità su una dirigenza irresponsabile del GOP alla Camera denunciando il taglio “indiscriminato, stupido e non necessario” che, a questo punto, deprimerà la crescita e alzerà la disoccupazione di almeno 750.000 unità.

Ma dice anche, Obama, che sa però perfettamente – se mai ci crede – di illudersi, che non intende mollare, che cercherà di trovare “un luogo e un modo per arrivare a un’intesa coi repubblicani(The Economist, 8.3.2013, On to the next crisis - Automatic spending cuts took effect on March 1st; more drama is to come— Avanti, fino alla prossima crisi - I tagli automatici di spesa cominciano ad avere effetto dal1° marzo: e il dramma crescerà ancora http://www.economist.com/news/united-states/21573107-automatic-spending-cuts-took-effect-march-1st-more-drama-come-next).

●Qui, come da noi, i media più che mentire – lo fanno, lo fanno… – preferiscono piuttosto non dire la verità, o non evidenziarla mai nel suo reale contesto. Qui, il WP riferisce che i dati sul PIL del quarto trimestre mostrano ora che la quota dei profitti di impresa è arrivata al 25,6%, il massimo dal 25,8% del lontanissimo 1951. Se, poi, guardiamo al profitto netto dopo le tasse, il 19,2% adesso, bisognerebbe risalire per vederlo addirittura sopra al 20,8% del 1930 (quell’altra recessione, ricordate?, quella del ’29) di quota di profitto netto, con l’eccezione ovviamente del 19,3 dell’anno scorso…

Per vedere questi dati in quello che chiamavamo il loro contesto reale, vale la pena di ricordare che sotto il Reagan che esaltava le selvagge abitudini del mercato selvaggio e senza freni del 1984 i profitti dopo le tasse erano al 14,5%: il che mostra quanto e come, già sotto Clinton e fino a oggi anche sotto Obama, il neo-liberismo sia stato lasciato libero di imperversare: tradotto in termini pratici, e risistemato nel quadro della scansione decennale con cui qui, di norma, traguardano in termini non solo strettamente congiunturali l’andamento e il senso complessivo di un periodo di bilancio in America, da Reagan a oggi in una quindicina di anni questo dato rappresenta, volgarmente ma praticamente, un trasferimento netto della quota del reddito di 5 trilioni di $ dal lavoro al profitto.

Questo nessun lettore del WP lo potrà mai sapere da questo articolo che pure non dice menzogne: non dice soltanto quale sia tutta la verità e cosa essa nei fatti significhi. Come qualche riga dopo, quando il giornale menziona ma anche qui senza inquadrarla nella realtà… reale, il fatto che “nel quarto trimestre l’economia è stata anche colpita dal calo più secco di spesa per la difesa degli ultimi quarant’anni”. Vero, ma senza senso se non ci si ricorda di dire che il trimestre precedente, il terzo del 2012, aveva visto in termini sempre annuali una crescita straordinaria del 12,9%...

Ed è qui il punto. Non è necessario mentire, per aiutare lor signori . Basta dire la verità, mav s’intende non proprio tutta e, soprattutto, mascherare bene, semplicemente tacendo o evitando di metterlo in evidenza, il contesto. C.v.d. (Washington Post, 28.3.2013, (A.P.), U.S. economy grew at 0.4% rate in fourth quarter slightly better than previous estimate L’economia americana è cresciuta al tasso dello 0,4%, un po’ di più della previsione precedentemente formulata http://www.washingtonpost.com/politics/us-economy-grew-at-04-percent-rate-in-fourth-quarter-slightly-better-than-previous-estimate/2013/03/28/10387888-97a4-11e2-b5b4-b63027b4 99 de_story.html).

●A febbraio, secondo i dati ora resi noti dal dipartimento del Lavoro, l’economia ha creato 236.000 posti in più che a gennaio e il tasso di disoccupazione è sceso al livello più basso dal 2008, al 7,7% dal 7,9 del mese prima. E’ dal settembre scorso che quel tasso stagnava, di un decimale o due, subito sotto l’8%, un livello considerato inaccettabile, politicamente, in questo paese. Questo particolare Rapporto sul lavoro arriva in un momento delicatissimo, quando i tagli lineari imposti dallo stallo congressuale cominceranno dal mese prossimo a farsi sentire aumentando i ranghi dei disoccupati specie nel pubblico impiego con una decurtazione di spesa che nel prossimo semestre, abbiamo visto, peserà per oltre 80 miliardi di $.

Tutto l’aumento di posti nell’ultimo triennio si è verificato nel settore privato con l’occupazione del settore pubblico falcidiata dai tagli al bilancio (adesso, a febbraio ancora 10.000 posti perduti. E, in effetti, dall’inizio della ripresa, cioè dalla fine ufficiale della recessione, a giugno 2009, il settore pubblico ha eliminato 742.000 posti, 355.000 dei quali, quasi la metà, nell’istruzione pubblica inferiore e media (il K-12, il primo periodo di scuola pubblica – qui non sempre, però, obbligatoria – di 12 anni). Una perdita complessiva che costituisce un freno molto pesante alla ripresa.

La quota di lavoratori senza lavoro ufficialmente da più di sei mesi – i disoccupati definiti di lunga durata – sono aumentati al 40,2% a febbraio, annullando buona parte del miglioramento del dato negli ultimi quattro mesi. Il tasso di disoccupazione di lunga durata ufficiale – che conta sempre e solo chi si fa registrare come disoccupato al collocamento – resta non troppo lungi dal top del 45,3% toccato a marzo 2011 ed è enormemente al di sopra del 17,4% del dicembre 2007. Non è, a ben vedere una grande sorpresa, considerando che il rapporto tra offerta e domanda di lavoro resta sempre di tre che vogliono lavorare per ogni posto offerto dal mercato. E la quota di popolazione che ha un posto di lavoro, il tasso di occupazione, cala a febbraio dal 63,3% che era a febbraio 2007 al 58,5% del febbraio 2010 e sale oggi di un fiatino, al 58,6%.

E, ora, a meno che il presidente non riesca a costringere – sostanzialmente facendo pressione con la forza e la capacità moltiplicatrice di una pubblica opinione indignata contro la neghittosità delle ricette del laisser faire – sulla maggioranza repubblicana ma anche sulla minoranza riottosa all’attivismo dell’intervento pubblico in economia nel suo stesso partito. Perché comunque anche ai ritmi migliori di creazione di lavoro odierni, si resta ben sotto i livelli necessari ad abbassare sostanzialmente il livello di disoccupazione o a ridurre i ranghi dei disoccupati di lunga durata.

   (1) New York Times, 8.3.2013, N. D. Schwartz, U.S,. Gains 236,000 Jobs; Unemployment at 4-Year Low 236.00 posti di lavoro creati nell’economia americana e disoccupazione al minimo da quattro anni http://www.nytimes.com/2013/03/ 09/business/economy/us-added-236000-jobs-in-february.html?_r=0); 2) BLS, 8.3.2013, # 13-0389, Employment situation summary 2-2013 ▬ http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm); 3) EPI/Washington, 8.3.2013, Heidi Shierholz, February caps off three years of slow job growth, but much more is needed to fill employment deficit Febbraio conclude tre anni di crescita lenta dei posti di lavoro, ma per riempire il deficit di occupazione serve una crescita ben maggiorehttp://www.epi. org/publication/strong-showing-caps-years-job-growth-9-million).

●Insomma questa, che la disoccupazione sia scesa al minimo da un quadriennio, è un gran buona notizia. Ma anche una semplice considerazione di merito tende, in ogni caso, ad annacquare entusiasmi e speranze: del resto, a fregarci – noi, proprio come gli americani – finora sono stati sempre gli ottimisti e mai i pessimisti o, se volete, i realisti… Sì, 236.000 è un numero di posti nuovi non male nello schema delle cose.

Ma, avendo un po’ di memoria, è meglio tenerle ancora in fresco le bottiglie di spumante, anche qui. Già a febbraio 2012 erano stati creati 271.000 posti di lavoro nuovi e, a febbraio 2011, comunque, già 196.000. Cioè, la media degli scorsi due anni, 234.000 posti nuovi a febbraio, è stata presoché uguale ai 236.000 del mese scorso…

●In ogni caso, essendo la speranza l’ultima come sempre a morire e, per i gonzi, sempre disposta a gonfiarsi ai refoli del vento che sembra tirare, l’indice Dow Jones della borsa a New York chiude il 5 marzo al record di sempre 14.253,77 punti – quasi cento in più dello zenith precedente dell’ottobre 2007 – quindi recuperando – in borsa, non certo sui numeri dell’economia reale: produzione, occupazione, crescita, ecc. – tutto e anche più di quello che, con la recessione cominciata ormai cinque anni fa e conclusa tre, era andato perduto.

Insomma, conclude uno dei più intelligenti e rispettabili organi ufficiosi di quello che chiameremmo il capitalismo globale – anch’esso sempre speranzoso nel libero cosiddetto mercato – “c’è un sacco di schiuma in superficie, sui mercati azionari, ma essa non è una bolla”. Sicuri? Come non era una bolla, no?, quella che nel 2007 non solo non avevano proprio visto ma neanche provato a vedere? (The Economist, 8.3.2013, Rally drivers I piloti di rallies http://ww3.economist.com/news/leaders/21573123-theres-froth-equity-markets-not-bubble-rally-drivers).

●A dicembre la Cina ha scavalcato l’America come paese al mondo maggior importatore di petrolio greggio. L’import statunitense è andato calando al minimo dal febbraio 1992, a 5,98 milioni di barili al giorno, mentre l’import cinese è salito a una media di 6,12 milioni. Ma l’America, contrariamente anche qui alle promesse elettorali di Obama, non sta affatto riducendo la sete e la dipendenza di greggio sconfinata che ha, né sostituendolo con le alternative che esistono, ma sta puntando decisamente a produrre all’interno di più con la produzione domestica di greggio che a 7 miliardi di barili al giorno è al doppio di quello che era ancora a metà del 2010 (soprattutto col greggio particolarmente pesante e inquinante del fracking (la “frantumazione idraulica” cosiddetta) delle scisti bituminose.

Malgrado ciò, Obama – che ha sicuramente una faccia tosta anche su questo con riscontro solo nella violazione sistematica ed extra legale dei diritti civili di molti americani e molti esseri umani in giro per il mondo: per dire, bombardamenti senza pilota di popolazioni anche civili, sequestri extra-giudiziari, torture con l’imprimatur segreto del governo: tutto noto e supinamente deglutito da un’opinione pubblica ormai, con eccezioni importanti, largamente mitridatizzata… – insiste a dire che lui fa sul serio.

Per dimostrarlo, nomina due persone serie a capo della sua equipe di governo sull’ambiente lasciando anche capire che, se il Congresso non si muove, si potrebbe muovere lui, scavalcandolo, anche a costo di forzare pure qui i limiti costituzionali senza passare dal parlamento come già fa – lo abbiamo appena visto – in politica di sicurezza e in politica estera (ha già detto, il mese scorso nel discorso sullo stato dell’Unione ( ▬ 12.2.2013, http://www.whitehouse.gov/state-of-the-union-2013) che, se non si muovono al Congresso, “io darò ordini al mio governo di trovare misure nella nostra disponibilità, senza far ricorso alla legislazione e per mezzo di ordini esecutivi, per ridurre, ora e in futuro, l’inquinamento, preparare le nostre comunità alle conseguenze del cambiamento climatico e accelerare la transizione dell’economia nella direzione dello sviluppo di forme più sostenibili di energia.

Per farlo, e contraddittorio come sempre, fregandosene – manco forse un Berlusconi qualsiasi ma con più successo del magalo-nano nostrano – della legge e dei limiti che essa gli impone,  dopo aver detto questo e insieme autorizza, anzi facilita, proprio il contrario con l’aumento di produzione interna di greggio dalle scisti bituminose…

… e nomina a capo dell’Agenzia federale per la protezione ambientale, e insieme, la professoressa Gina McCarthy, combattiva e reale esperta di problemi dell’inquinamento atmosferico e Ernest Moniz, professore e fisico nucleare specialista di problemi dell’energia e dell’ambiente come nuovo segretario all’Energia (The Economist, 8.3.2013, Green Steps - Energy and Environment Passi verdi – Energia e Ambiente http://www.economist.com/news/united-states/21573171-presidents-climate-change-agenda-marches-slowly-green-steps)

●A ben sette settimane dalle elezioni che hanno fatto abbassare di brutto la cresta a Netanyahu, e a una sola settimana dalla visita a Gerusalemme del presidente americano Obama, il primo ministro designato, cioè ancora lui che malgrado la batosta ha ancora il maggior numero di parlamentari nella nuova Knesset, ha formato il nuovo governo.

Obama, come annunciavano gli spifferi in arrivo da Washington, si è presentato quanto mai dimesso, senza richieste e – Javeh ci scampi e liberi! non sia mai… come fa invece con tanti, forse tutti, gli altri paesi del mondo – azioni, minacce, ordini (sì a questo…; e a voi no: perché? perché lo dico io) – e neanche pressioni.

Insomma, gli americani continuano, come i loro presidenti fanno ormai da decenni, per mancanza totale di coraggio ad aspettare invano che il Godot israeliano decida di riaprire il discorso di un negoziato coi palestinesi (l’ultimo presidente USA a “scontentare” Israele, bloccandole i soldi degli aiuti per quasi un anno tra il ’91 e il 92, fu il presidente George Walker Bush sr., finché non raggiunse un peraltro debole accordo – ma comunque un accordo che Tel Aviv dovette ingoiare – sbloccando per qualche tempo la costruzione in Cisgiordania anche di case per i palestinesi).

Adesso, con Binyamin Netanyahu sempre come premier, il suo partito, il Likud che nella speranza di papparsi tutto aveva, sbagliando il calcolo, già inglobato alla vigilia delle elezioni il partito xdela destra estremista e vociferante Yisrael Beitenu di Avigdor Lieberman si unirà anche in coalizione di governo con i due nuovi arrivati, il partito populista sempre di destra condotto da Naftali Bennett, quello più centrista di Yair Lapid e il più “moderato partito di Tzipi Livni, erede di quello che fu il movimento qualche anno fa ancora dominante ma ormai a pezzi di Ariel Sharon. Ù

Che appare come l’unico tra tutti a mostrare ancora qualche po’ di interesse a un negoziato coi palestinesi mentre, in pratica, tutti gli altri danno ormai per acquisita la soluzione dello Stato ebraico che si perpetua però come solo può, su una base di apartheid di fatto che nega a oltre metà dei suoi residenti i diritti completi della cittadinanza…

Mentre il partito religioso più forte, lo Shas, è stato tenuto stavolta fuori dal gioco per poter diminuire la carica di privilegi ormai obsoleti (tali dichiarati essere soprattutto proprio dal nuovo attore politico Lapid), di cui in cambio del suo appoggio supino al governo godeva sul piano della vita economica— esenzioni fiscali e civili— l’esenzione dal servizio militare obbligatorio per gli studenti delle loro scuole (The Economist, 15.3.2013).

Come previsto Obama, che aveva comunque preventivamente deciso di non forzare – prudente? ma perché? pusillanime? ma perché? comunque cauto… – non ha neanche provato a sbloccare l’impasse decretato da Netanyahu verso il negoziato coi palestinesi, derubricandolo a una specie di sua rinnovata visione dei due Stati per due popoli” riproposta, anche con passione ma del tutto impotente (White House, 21.3.2013, Gerusalemme, Centro per le convenzioni internazionali, testo del discorso di Obama a Gerusalemme al popolo di Israele ▬ http://www. whitehouse.gov/the-press-office/2013/03/21/remarks-president-barack-obama-people-israel), non più e non tanto allo Stato di Israele come tale, visto il fin de recevoir del governo ai giovani israeliani e a quelli palestinesi…

●… e pare essere, invece, riuscito a convincere – forzare – il premier israeliano ad ingozzare la bile e la superbia che gli fanno da pane e da companatico e a telefonare a Erdoğan ad Ankara chiedendogli ufficialmente, formalmente e pubblicamente scusa per l’abbordaggio delle forze speciali israeliane del maggio 2010, quasi due anni fa ormai con una decina di morti, alla motonave turca Mavi Marmara al largo di Gaza, che aveva portato la Turchia a rompere le sue relazioni con Israele.

Scuse altrettanto formalmente accettate, ora, dal premier turco che chiarisce subito come, in ogni caso, lui resti – e lo abbia comunicato ad Obama – leale verso i diritti pieni del popolo palestinese: il diritto, cioè, a un loro Stato sovrano che viva accanto a quello di Israele (New York Times, 22.3.2013, Capping visit Obama brokered Israeli Apology to Turkey A coronamento della visita, Obama media le scuse israeliane alla Turchia http://www.nytimes.com/2013/03/23/world/middleeast/president-obama-israel.html?ref=global-home&gwh =2FA42ADA5A024929862A0A72EF5D2D4B).

Il primo ministro di Israele annuncia, il 22 marzo, confermando che il suo governo compenserà anche in parte le famiglie delle vittime turche (uno dei morti era americano ma per lui Obama non ha mai chiesto le scuse, né Netanyahu ha sentito il bisogno di presentarle…), ha anche detto che sono subito ripresi i rapporti diplomatici con la Turchia

   (Fox News, 22.3.2013, (A.P.), Israel says it resumes ties with Turkey after apologizing for deaths in 2009 flotilla incident Israele asserisce di aver già ripreso i legami con la Turchia dopo essersi scusata per l’incidente con la flottiglia turca del 2009 [in realtà l’“incidente”: cioè,  l’abbordaggio da elicotteri di truppe speciali israeliane armate di bombe a mano e fucili mitragliatori contro una decina di “pacifisti” che si difendevano con bastoni e qualche pezzo di ferro: ne morirono dieci di cui uno, un cittadino USA diciannovenne, il più giovane dei morti ammazzati— tutti si capisce di una parte soltanto] http://www.foxnews.com/world/2013/03/22/israel-says-it-resumes-ties-with-turkey-after-apologizing-for-deaths-in-200).

Notizia che Ankara non ha affatto subito confermato, come Gerusalemme presumeva, invece, fosse scontato e tende, anzi, a sminuirne la portata. E solo tra un po’ si potrà capire come effettivamente la cosa si sarà conclusa (Stratfor, Global Intelligence, 22.3.2013, Next Steps After Israel's Flotilla Apology I prossimi passi dopo le scuse di Israele per la [faccenda della] flottiglia [turca] http://www.stratfor.com/analysis/next-steps-after-israels-flotilla-apology).

Intanto, e al contrario di Netanyahu, Erdoğan informa che i rapporti diplomatici dovranno aspettare prima di essere ristabiliti. E’ puntiglioso e anche molto asciutto: in realtà ci siamo detti, spiega, che “saranno presentate scuse, che saranno versate compensazioni alle famiglie delle vittime e che il blocco navale e terrestre sulla Palestina – su Gaza – verrà tolto. Senza di che non ci sarà alcune normalizzazione”. L’unico problema è che i primi due punti l’israeliano li aveva “ovattati”, come offuscati,  e del terzo neanche aveva parlato…

Insomma pare proprio che Obama si sia lasciato, ancora una volta, prendere in giro da Binyamin Netanyahu (ABC Tv, 24.3.2013, S. Fraser, Erdogan: No Quick Restoration of Ties With Israel— Erdoğan: nessun pronto ristabilimento dei legami con Israele http://abcnews.go.com/International/wireStory/erdogan-quick-restoration-ties-israel-18801041).

●In Libano crolla il governo di fronte a (Guardian, 22.3.2013, M. Chulov, Lebanon's government collapses as Miqati cabinet resigns Il governo libanese crolla con le dimissioni del gabinetto Miqati http://www.guardian.co.uk/ wor ld/2013/mar/22/lebanon-government-collapses-miqati-cabinet) all’incapacità di decidere dell’estensione o meno dei poteri e del ruolo del capo della sicurezza e di concordare sulla composizione di una commissione che supervisioni alle elezioni parlamentari del prossimo giugno.

Come al solito, anche se si tratta di motivazioni unicamente di politica interna, si tratta qui di questioni legate a equilibri e squilibri e radicamento che affonda e influisce sugli equilibri di tutta la regione: Siria, Israele, Iraq… Il fatto è che, nei due anni da quando il primo ministro della destra nazionale Saad Hariri vene rovesciato da un cambiamento delle alleanze promosse dal blocco parlamentare degli Hezbollah e che oggi costituisce il cuore della nuova maggioranza contro la quale i resti del blocco Hariri sono all’opposizione, il governo è stato un andirivieni di boicottaggi e contro-boicottaggi.

Il problema qui è sempre lo stesso e vale la pena di richiamarne la genesi anche se in sintesi estrema. Dall’inizio, da quando i francesi, con la fine del colonialismo, decisero di andarsene staccando il paese che da sempre era stato parte della Siria da Damasco. Da allora, “il Libano, in teoria, è una repubblica indipendente e, in teoria, è una democrazia che, in teoria, è fondata su un’ ‘equa’ divisione delle spoglie tra qualcosa come 17 ‘sette’ religiose ufficialmente riconosciute. Finché tutti fanno finta di crederci – o, almeno, non si mettono a strillare alto e forte che il re è nudo e che è tutto fasullo – il paese e una popolazione che da sempre è, tutta, particolarmente intraprendente, funzionano. Ma poi la realtà bussa alla porta.

   Nel 1975 cominciò un’orribile guerra civile – con  massacri settari equamente spartiti tra tutte le sette e tutti gli abitanti: i palestinesi “ospiti” forzati per primi (ricordate Sabra e Chatila a Beirut, il massacro autorizzato e guidato, secondo la stessa Commissione di inchiesta di Tel Aviv poi,  dall’israeliano Sharon e perpetrato dai falangisti cristiani? – che lasciò il Libano a pezzi” e cui venne messo fine solo dall’intromissione anche militare della vicina Siria richiesta da tutte – tutte – le fazioni libanesi… (The Economist, 29.3.2013, Be careful - Lebanon’s delicate sectarian system is in danger of falling apart Attenti - Il fragile sistema settario libanese corre il rischio [forse non è, però, il termine più appropriato…] di cadere a pezzi http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21574532-lebanons-delicate-sectarian-system-danger-fal ling-apart-be-careful).

●Sembra che l’ultimo incontro tra Iran e 5+1, di fatto tra Iran e USA, si sia concluso ad Astana in Kazakistan meglio del solito: con l’impegno a riprenderlo in due fasi, prima tra “esperti” e tecnici adesso in marzo, che preparano l’incontro al vertice, comunque tra emissari politici, a livello di ministri degli Esteri, forse, ad aprile e a Istanbul.  

● Il confronto USA-Iran: sulle bombe e/o su tutto?   (vignetta)  

                      Bene, allora, ci rivediamo tra qualche settimana?

                     Certo, e riprendiamo là dove ci siamo lasciati, eh?

Fonte: The Economist, 1.3.2013, KAL (Kevin Kallaugher)

●In realtà su come trattare e come non trattare con l’Iran la lezione ormai a noi sembra chiarissima. Se in effetti qualcuno minacciasse di punirvi se non fate quello che vi ordina di fare, senza neanche averne il mimo titolo, voi come rispondereste? Se la minaccia lanciata non fosse davvero spaventosa – il vostro annientamento ad esempio – non potreste che rifiutare, non fosse altro perché cedere incoraggerebbe il ricattatore a rilanciare il ricatto, no? Ma, se qualcuno vi offrisse di compensarvi, in qualche modo adeguato, per fare qualcosa che non vorreste fare, se il prezzo fosse quello giusto, potreste anche finire col dire di sì.

Si chiama scambio e su questo meccanismo di dare ed avere si fondano commercio e rapporti internazionali ma in fondo anche ogni rapporto sociale, da sempre. Perché l’atto stesso implica una cooperazione e il messaggio così cambia, è diverso. Invece di mostrare al mondo che ti lasci intimidire volta dopo volta, lasci semplicemente capire che sei pronto a cooperare se trovi anche tu una tua convenienza.

E’ una logica semplice ma comporta un rapporto reciproco e civile e il riconoscimento di tale rapporto tra pari, non quello tra ricattatore e ricattato. Esattamente la posizione che gli Stati Uniti, al posto dell’Iran, come nei confronti di chiunque con essi si comportasse sulla base di queste premesse, prenderebbero sempre e ogni volta.  

L’altro problema di cui USA e, in coda a loro, tutto l’occidente, devono tener conto è che nel minacciare l’Iran continuano a rafforzarne l’interesse nel provare a darsi una sempre più credibile potenzialità nucleare, come si dice, latente, possibile e prossima o, eventualmente, nel dotarsi di un’arma nucleare propriamente detta: anche una sola, ma come lo chiamano i nord-coreani e lo chiamava il Dr. Stranamore, l’equalizzatore che avevano invece, imprudentemente dal loro punto di vista no?, lasciato perdereuelo che non avaveo a disposizione nèSaddan né Ghed dafai avendo lasciato perdere, .

Per cui, se lo scopo che l’occidente si prefigge è quello di tenere lontano l’Iran dalla soglia non dell’accesso all’energia nucleare ma dalla bomba nucleare, l’imposizione di ripetute e più dure sanzioni, la litania della reiterazione ossessiva che “ogni operazione possibile, sanzioni o attacco militare,  per noi resta sul tavolo, disponibile”, dove la sottolineatura dell’ “ogni” accenna pesantemente alla probabilità di una guerra, non ci sembra accorta e produttiva per niente.

Ma sembra l’unica cui dipartimento di Stato, Pentagono, CIA, Congresso e Casa Bianca, e gli altri tutti scodinzolanti a seguire, restino disposti… A meno che ora le nomine combinate del nuovo segretario di Stato e del nuovo capo della CIA possano sottendere una vera svolta di Obama. Ma è, francamente, azzardato pensarci…

●Torna a circolare con forza, dopo l’incontro ora, di febbraio, tra i due presidenti di Iran e Pakistan nella città persiana di frontiera tra i due paesi, a Chabahar, e sembra ridiventare attuale il negoziato-contratto per la costruzione e l’avvio entro il 2014 di un gasdotto che porti il gas naturale del Golfo, dal giacimento di South Pars che l’Iran ha bisogno di vendere al Pakistan la cui industria, i cui trasportatori e consumatori hanno una fame profonda di energia da soddisfare.

Dal punto di vista di Ahmadinejad, la cui presidenza finisce tra pochi mesi, l’opera serve a diversi scopi: fornirà almeno un po’ della valuta estera che serve al motore economico del’Iran, servirà – forse – anche ad attenuare il sospetto storico di fondo che separa il suo paese sci’ita dal Pakistan, in larga maggioranza e in modo spesso intransigente, sunnita. E sostiene anche, anzi aiuta, l’influenza dell’Iran nella regione. Soprattutto, però, e ancor più, il gasdotto servirebbe a infrangere  per una parte di qualche reale rilievo e, ancor più, simbolicamente, politicamente, significativa il cappio delle sanzioni al settore energetico iraniano imposto da USA e alleati suoi occidentali allo scopo di intralciare l’attività di Teheran collegata al nucleare.

Da parte sua, il presidente pakistano Zardari, il cui mandato scade anch’esso a breve, a settembre, e che tra poco più di un mese porta il suo discusso partito alle elezioni politiche, vuole poter concludere con qualcosa di concreto il suo quinquennato cominciando a garantire una qualche soluzione reale alla cronica carenza di energia che affligge il suo paese. Di più, e dal suo punto di vista elettorale e di immagine, Zardari così – corteggiando Ahmadinejad – sta anche inviando un segnale volutamente acuminato al governo USA.

Il rapporto del Pakistan con gli USA è complesso e ambivalente, intossicato nei confronti degli USA prima dal raid del commando di forze speciali che, violando la sua sovranità, andò nel 2011 ad ammazzare a freddo Osama bin Laden, che sempre violando la sovranità del Pakistan s’è scontrato direttamente coi GI’s sul suo territorio, che ancora vedendo violata la propria sovranità ha dovuto subire e limitarsi a protestare verbalmente per i raids dei drones che su di esso aveva pubblicamente proibiti.

Sviluppando un clima, così, che adesso il rinvio della visita del ministro degli Esteri americano a Islamabad attesta essere avvelenato di brutto nel rapporto con quello che è il suo maggiore sostenitore e alleato strategico ma, e insieme, anche il suo partner più palesemente, per ragioni di politica interna, maldisposto nei suoi confronti e pronto a farlo sapere: non si fidano l’uno dell’altro ma, malgrado i tradimenti di cui a vicenda si accusano, l’uno non vuole divorziare apertamente dall’altro.

A Islamabad, qualche distanza più palese dall’abbraccio soffocante di Washington fa oggi comodo anche per tenere un po’ a bada e sbilanciata l’India, principale rivale sua regionale del paese e ongi tanti anni anche nemico schierato in guerra. Poi, e sempre in contemporanea, ignorando deliberatamente le pressioni americane cui si erano in modo del tutto controproducente aggiunte quelle anche indiane, Zardari ha steso la mano alla Cina: trasferendo la gestione del porto di Gwadar, di valore altamente strategico come dicevano gli americani stessi nel chiederlo, dalla Singapore’s PSA International alla cinese Overseas Port Holdings Limited (Reuters, 18.2.2013, Pakistan hands management of strategic Gwadar port to China Il Pakistan affida la gestione del porto strategico di Gwadar [in funzione potenzialmente soprattutto – è evidente – anti-indiana] alla Cina http://www.reuters.com/article/2013/02/18/ us-pakistan-port-idUSBRE91H0IU20130218).

Insomma: per l’Iran – se si avviasse davvero a concretizzarsi: anche solo a cominciare a concretizzarsi – il gasdotto potrebbe essere l’occasione di un colossale marameo lanciato all’America e per il Pakistan quella di una presa di distanza non solo, stavolta, formaledalle  scelte americane che non condivide, o non condivide ormai più (Guardian, 28.3.2013, S. Tisdall, Iranian-Pakistan gas link has gains in pipeline for Zardari and Ahmadinejad Il gasdotto Iran-Pakistan sarebbe un guadagno  sia per Zardari che per Ahmadinejadhttp://www.guar dian.co.uk/world/2013/mar/28/iran-pakistan-gas-pipeline-zardari-ahmadinejad).

●Intanto, però, la Cina ha voluto dare un segnale significativo – dicono gli strateghi che queste cose le studiano – all’Iran ma anche agli USA, accogliendo nel porto di Zhangjiagang, alla foce dello Yang-tse, subito a nord di Shanghai il 24° gruppo navale da guerra iraniano. Non è la VII Flotta, certo: in tutto, spiega il contrammiraglio persiano Habibollah Sayyari, capo della marina militare di Teheran, un cacciatorpediniere, il Sabalan, e la porta-elicotteri Kharg (PressTV/Teheran, 5.3.2013, Iranian Navy’s 24th fleet docks at Chinese port: Iranian commander Il 24° gruppo navale di battaglia iraniano attracca in un porto cinese http://www.presstv.ir/detail/2013/03/04/291911/iran-navys-24th-fleet-docks-in-china). 

Il vice capo della Marina iraniana, amm. Siavash Jarreh, ha anche informato la stampa che nel passaggio delle navi per lo stretto di Malacca, tra Malaysia e Indonesia, un cacciatorpediniere statunitense col numero di matricola DDG 106 (lo U.S.S. Stockdale) aveva chiesto al gruppo di battaglia iraniano il permesso di avvicinarsi per un’ “ispezione a vista”. Che gli è stato negato, sia perché “le condizioni del mare erano avverse, sia perché comunque, non è un diritto che l’America riconosce agli altri”….    

●I talebani hanno rivendicato l’attacco che a Wardack, pochi km. a est di Kabul, Afganistan,  ha ucciso 11 poliziotti e 6 altri uomini della sicurezza. Solo poche ore prima, la coalizione alleata guidata dagli americani aveva ammesso col suo portavoce che non c’era stato, in effetti, come avevano proclamato – dicono ora – “per errore” alcuna diminuzione nel numero di attacchi condotti dagli insorti nel 2012 (The Economist, 1.3.2013, Yankee beards go home Barbe yankee [qui chiamano così gli 007 americani e le forze speciali si camuffate da impermeabili e barracani…, come gli spioni d’antan dei romanzi d’appendice], andatevene a casa http://www.economist.com/news/asia/21572835-afghan-president-talks-tough-role-american-special-forces-yankee-beards-go-home).

●Ma i “disordini”, chiamiamoli pure così, si moltiplicano. In effetti, di fronte al fatto che anche dopo l’ordine solennemente e pubblicamene impartito dal governo Karzai – che, alla fine della fiera, è quello voluto, fatto “eleggere” e puntellato dagli americani: il governo si dice sovrano di un paese sovrano… – le forze armate USA non lo abbiano non solo obbedito ma del tutto ignorato – tanto, è il calcolo evidente, è palesemente incapace di far rispettare le sue decisioni – a Kabul riparte durissima la protesta. In attesa, probabilmente, di qualcosa di più disgraziatamente “esplosivo” (New York Times, 16.3.2013, R. Nordland, Objections to U.S. Troops Intensify in Afghanistan In Afganistan, si vanno intensificando le obiezioni [scelta di parole ovviamente eufemistica ma, in realtà, ipocrita e, insieme, ridicola…] alla presenza delle truppe americane http://www.nytimes.com/2013/03/17/world/asia/objections-to-us-troops-intensify-in-afghanistan.html? ref=global-home&_r=0).

Alla fine, non si sa bene come e con quali argomenti, gli americani riescono a impapocchiare un po’ un qualche accordo che diluisce nel tempo, senza annullarlo formalmente, l’ordine del presidente afgano. Ma il contenzioso subito si riapre, col portavoce della presidenza, Aimal Faizi, che alla stampa dichiara come “il popolo dell’Afganistan chiede alla NATO di definire scopi e obiettivi di questa cosiddetta ‘guerra al terrorismo’, perché ormai si sta domandando perché, dopo un decennio, la guerra condotta nel suo paese non sia riuscita a raggiungere i suoi scopi dichiarati e abbia piuttosto avuto per risultato la perdita di migliaia di vite innocenti e la distruzione delle loro abitazioni”… Sono domande sensate: ma fatte da Karzai – da Karzai! – per lo meno grottesche e, probabilmente, poi, fuori tempo (New York Times, 20.3.2013, Azam Ahmed, Afghans Compromise on Special Forces Ban Gli afgani accedono a un compromesso sulla faccenda del bando alle forze speciali http://www.nytimes.com/ 2013/03/21/world/asia/afghans-compromise-on-special-forces-ban.html?partner=rss&emc=rss&_r=0).

●Tornano a insistere i russi, col governo di Kabul ma soprattutto con gli americani, sul possibile rovesciarsi sul loro territorio, e più in generale in Asia centrale, adesso col ritiro avviato degli americani dall’Afganistan, di una “fuoruscita” di jihadisti e dell’oppio grezzo e lavorato con cui si finanziano loro e riescono a sfamarsi i contadini afgani.

E’ tornato a  ribadirlo pubblicamente il vice ministro degli Esteri, Igor Morgulov, incontrando proprio per discuterne una delegazione statunitense. Comunica agli americani che, considerando la loro inveterata riluttanza non solo a concordare ma anche solo a consultare chi è di riflesso interessato alle loro mosse, la Russia sta approfondendo cooperazione e ricerca di intese valutando la necessità di allargare la cooperazione sul tema con l’India: il cui governo condivide le stesse preoccupazioni e non vede, proprio come a Mosca non vedono, l’attenzione che considererebbero necessaria in proposito da parte degli americani (RIA Novosti, 2.3.2013, Moscow Concerned Over Afghan Terrorism, Drug ‘Spillover’ Mosca preoccupata dal terrorismo afgano e dal traboccare della sua droga [in Asia centrale] ▬ http://en.rian.ru/russia/20130302/179778672.html).

●Almeno 45 persone sono morte e 150 ferite a Karachi, in un quartiere a larga maggioranza sci’ita con l’esplosione di una bomba al’ingresso di una moschea all’uscita dalle preghiere serali. Karachi resta la città più violenta del Pakistan ma questo terrorismo alla cieca non è comune neanche lì. Sommando i morti di adesso a quelli che da gennaio si sono accumulati, nello stesso segno della caccia agli sci’iti, dal gennaio scorso a Quetta (cfr. Nota congiunturale no. 3-2013 ▬ http://www.angelo gennari.com/notamarzo13.html, v. Quetta/Pakistan, nel capitolo sugli STATI UNITI) con un numero di morti che comincia a fare impressione anche qui.

●Invece un segnale per questo paese del tutto nuovo è che il governo, alla scadenza istituzionale dei cinque anni previsti, si sia stavolta dimesso senza colpi di Stato o dimissioni forzate da manovre ispirate dai militari e con la prospettiva di elezioni ormai tra due mesi (New York Times, 16.3.2013, D. Walsh, Pakistan’s Government Steps Down, a Milestone In Pakistan, si dimette il governo: e è una pietra miliare http://www.nytimes.com/2013/03/17/world/asia/pakistan-government-steps-down-with-elections-due.html?ref=glo bal-home).

E’ un lento, claudicante, progresso della democrazia ma finora non ha pagato niente per la gente comune di questo paese, sia sul piano della pace civile che su quello dell’assenza di guerra guerreggiata. E anche meno sullo sviluppo d’un rapporto normale col proprio principale alleato che da tempo accusa proprio il Pakistan, e non immotivatamente, di fomentare l’islamismo estremista come, anche, del resto di non aver migliorato per niente le condizioni materiali di vita dei pakistani.

Anzi è tale il livello di corruzione rampante che affligge il paese sotto la presidenza di Asif Ali Zardari (Mr 10% lo chiamavano qui, quando era sposato alla primo ministro Benazir Bhutto, assassinata nel 2007 quando era all’opposizione) che i pakistani sembrano proprio non riuscire a apprezzare le ragioni che pure dovrebbero sentire loro di celebrare questo primo e finora unico loro traguardo democratico.

I sondaggi indicano che il partito di opposizione dell’ex primo ministro Nawaz Sharif, abbattuto appunto da un golpe nel 1999, stavolta vince (la presidenza ha annunciato il 20 marzo che le elezioni per i 342 membri dell’Assemblea nazionale si svolgeranno l’11 maggio) anche se sarà poi costretto a coalizzarsi con una galassia di etnie, fazioni religiose e gruppi regionali.

Dovrebbe anche candidarsi, anche se c’è un ordine di arresto pendente nei suoi confronti, l’ex dittatore militare, quello del golpe del ’99, il gen. Pervez Musharraff poi presidente per molti anni (che, in effetti, rientra a Islamabad il 24 marzo: senza che nessuno gli torca un capello… accolto da molti suoi antichi scherani e famigli e anche, però, da una larga indifferenza, dicono gli osservatori, dell’opinione di molti cittadini); come anche sembrano pronti a candidarsi diversi islamisti estremisti contro i quali, esattamente come contro di lui, sono stati emessi ordini di cattura senza alcuna conseguenza pratica.

●In questa situazione politicamente calda nel paese, e altrettanto delicata nei rapporti con l’amico/antagonista americano, il governo dimissionario del Pakistan ha declinato l’invito a lasciar arrivare in visita a Islamabad il nuovo segretario di Stato americano John Kerry, che aveva appena incontrato a Kabul il presidente afgano tra reciproche promesse di rinnovo di amicizia e imperitura  collaborazione. Al nuovo ministro americano i pakistani hanno proposto di venire, da gradito ospite, non appena sarà stato formato – ma ormai dopo le elezioni dell’11 maggio –

   (1) The Nation/Islamabad, 27.3.2013, Islamabad rejects Kerry’s visit Islamabad respinge la richiesta di visita di Kerry http://www.nation.com.pk/pakistan-news-newspaper-daily-english-online/national/27-Mar-2013/pak-declines-ker rys-request-for-visit; 2) Pakistan Defense, 27.3.2013, Pak declines Kerry's request for visit Il Pakistan declina la richiesta di una visita di Kerry http://www.defence.pk/forums/strategic-geopolitical-issues/242381-pak-declines-ker ry s-request-visit.html).

●Il ministro delle Finanze della Repubblica di Iraq, Sabir al-Esawi, sunnita, ha annunciato le sue dimissioni di fronte a una folla di dimostranti ad Anbar, il 1° marzo. Al-Esawi è uno dei capi della coalizione di opposizione al-Iraqiya, che aveva accettato di collaborare col governo a dominanza assolutamente sci’ita al-Maliki per evitare l’ulteriore, “ma ormai inevitabile” dice, polarizzazione della vita del paese (Iraqi News, 1.3.2013, Ahmed Hussein, Finance Minister announces his resignation before demonstrators Il ministro delle Finanze annuncia le sue dimissioni davanti a una piazza piena di dimostranti http://www. iraqinews.com/baghdad-politics/urgent-finance-minister-announces-his-resignation-before-demonstrators).

●Scade a metà marzo il 10° infausto anniversario dell’attacco di George Bush all’Iraq. In America – in Iraq ancor meglio – se lo ricordano bene. Ma né lì né qui sembra esserci più qualcuno disposto a celebrarlo. A ricordarlo sì, e anche a modo loro atrocemente a commemorarlo, come fanno a Bagdad quelli di al-Qaida in Iraq con più di una dozzina di bombe e 60 poveri morti, vittime concentrate soprattutto tra gli sci’iti visto chi ha rivendicato la responsabilità degli attentati (Yahoo!News, 20.3.2013, Sinan Salaheddin, Al-Qaida in Iraq claims wave of attacks — http://news.yahoo.com/al-qaida-iraq-claims-wave-attacks-103825809.html).

● La logica della guerra: no, non è che mi sia venuta un granché bene… la festa  (vignetta)

Cheney, Rumsfeld, Powell

Fonte: The Economist, 15.3.2013, KALhttp://www.stratfor.com/analysis/russia-condemns-cyprus-new-bank-tax

●Il premier al-Maliki ha deciso  d’autorità – gli viene assai naturale… e lo ha annunciato lui stesso – di sospendere le elezioni provinciali che dovevano aver luogo nel paese tra circa sei mesi: ha detto che “da tutto il paese gli arrivavano proteste e richieste di prendere tempo”… Poi, subito dopo, contrordine, s’è corretto: le elezioni saranno rinviate solo in due province, quelle di Anbar e di Niniveh, ad oggi le più turbolente (Agenzia Alsumaria News, 19.3.2013, http://www.dinarspeculator.com/se arch.php?s=da7817f541acf36745d70eab9112e69d&do=process). Già… e tra sei mesi?    

Il gen. Valery Gerasimov, capo di stato maggiore delle forze armate russe ha invitato a Mosca, “per colloqui” sulla difesa antimissilistica e altri temi “di comune interesse” il suo omologo, americano, gen. Martin Dempsey. E’ ornai maturo il momento in cui Mosca e Washington devono far fronte al nodo, anche con colloqui diretti e senza più nascondersi, per gli americani, dietro alla foglia di fico delle decisioni NATO (Agenzia RIA Novosti, 6.3.2013, Russia invited US military chief to missile defense talks— La Russia invita il numero uno delle forze armate americane a colloqui sulla difesa missilistica ▬ http://en.rian.ru/world/20130306/179850582.html).

Che tutti, però, sanno essere appunto una foglia di fico, la situazione vera secondo esperti statunitensi di evidente fama e di chiara competenza è che, però, il sistema americano non funziona e non riuscendo a farlo è perciò destinato a diventare operativo in Europa. Cioè: gli americani, dicono, e i russi lo sanno, lo possono in realtà usare solo come bau-bau ma non potranno mai vedercisi innescare sopra un corsa al riarmo: per il fatto stesso che la prima mossa, sul piano davvero operativo, alla fine non c’è mai stata.

   (1) Arms Control Asociation, 6/2003, Wade Boese, Missile Defense Post-ABM Treaty: No System, No Arms Race— Un trattato di difesa missilistico post-ABM: nessun [reale] sistema [operativo], perciò nessuna corsa al riarmo ▬ http://www.armscontrol.org/act/2003_06/mdnewsanalysis_june03. E risulta, da studi anche di pochi mesi fa, di fonte sempre americana e ufficiale, che la situazione dal punto di vista tecnico-operativo non è affatto cambiata: lo documenta un Rapporto recentissimo del 2) Government Accounting Office (GAO) americano di cui riferisce ancora la Arms Control Asociation, 3/2013, T. Z. Collina, GAO sees flaws in missile defense plan Il GAO denuncia i buchi del piano di difesa missilistico http://www.armscontrol.org/act/2013_03/GAO-Sees-Flaws-in-Missile-Defense-Plan).

GRAN BRETAGNA

●George Osborne, il cancelliere dello scacchiere britannico, s’è caricato d’una montagna di critiche dopo la perdita, il downgrade – primo e unico finora – inflitto dalla solita Moody’s al credito del paese abbassandogli il rating tradizionale dalla tripla AAA ad AA1 e vissuto malissimo dal mondo degli affari, la City, certo più che dalla gente comune che ha i suoi problemi anche qui col mettere insieme il pane col companatico.

Il fatto è che Osborne aveva strombazzato che le misure di austerità fatte ingoiare al paese dal governo Cameron avrebbero continuato ad assicurare al Regno Unito il suo rating di vertice e – l’unica cosa per cui alla fine contano i giudizi delle agenzie – e di continuare a trovare credito sui mercati al minimo degli interessi.

Molto sgomento, alla City, dunque, ma nessun terremoto. Anche perché in fondo già Stati Uniti e Francia hanno subito la stessa onta e ai mercati, in fondo, non gliene è sembrato fregare poi molto. Ma questo non è un downgrade che possa essere messo tra parentesi e sottovalutato: perché la crescita, qui come da noi, è assolutamente e semplicemente vitale; e qui ancora di più perché da noi il problema è il debito cumulato negli anni, da loro addirittura come in America del resto il deficit di bilancio.

Osborne non riuscirà, comunque, a riequilibrarlo, come aveva giurato, riportandolo in nero dal rosso profondo di oggi entro il 2018 (altro che tetto del 3% del PIL europeo…: qui siamo al 7,8% stimato per questo 2013 (The Telegraph, 23.9.2013, R. Cooper, UK’s deficit ‘could be bigger than Greece's’ Il deficit della Gran Bretagna potrebbe salire oltre quello della Grecia ▬ http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/9560 986/UKs-deficit-could-be-bigger-than-Greeces.html).

Con debiti correnti, poi, e spese già impegnate per sanità e pensioni – che, in questo paese e contro quel che da noi spesso racconta la peggiore vulgata di chi i numeri non li conosce, esistono ancora oltre a un modesto reddito garantito di fatto a chi non trova lavoro non sono affatto scomparse neppure coi tagli feroci fatti da Thatcher in poi – e che arrivano già a £ 175 miliardi (oltre 202 miliardi di €): dove l’unico modo di abbattere deficit, debito e costi relativi del loro servizio è quello di ricominciare a crescere.

Che poi, è proprio il motivo vero e verace del ripensamento, sia per noi che per loro, di Moody’s e delle altre agenzie (The Economist, 1.3.2013, Moody’s blues Il ballo di San Vito di Moody’s http://www.economist.com/news/leaders/21572765-britains-downgrade-should-refocus-chancel lor-and-central-bank-growth-moody-blues). E, proprio a proposito di loro e di noi – loro Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda e noi Italia – un articolo che abbiamo letto adesso a fine mese, sintetizza benissimo – e vale la pena di leggerlo – il problema loro che è tale e quale, lo stesso proprio, del nostro: che va molto più a fondo, la difficoltà cin cui hano a che fare, del taglio alle sopese e agli investimenti.

E’ semplice semplice, il nodo: noi, e loro, non riusciamo più a produrre beni e servizi abbastanza da cominciare a rivitalizzare un po’ un’economia che da anni è in coma (Guardian, 8.3.2013, Ha-Joon Chang [insegna economia all’università di Cambridge e, lui, parla qui si vapisces olo dell’Inghilterra: l’estensione del suo argonmentare e ragionare all’Italia è responsabilità tutta nostra], Britain: a nation in decay La Gran Bretagna [e aggiungiamo noi: l’Italia; e, nell’un caso come nell’altro, guardiamo alle coincidenze temporali: da quando all’inizio degli anni ’90 ha cominciato a dettare l’agenda alla politica il miliardario australiano Rupert Murdoch e qui il miliardario arcoriano Silvio Berlusconi e, lì come qui, grosso modo anche da allora, per colpa del sindacato è cominciato il declino precipitoso del contrappeso sindacale]: una nazione in declino http://www.guardian.co.uk/com mentisfree/2013/mar/08/britain-economy-long-term-fix).  

●Ma anche altri osservatori, di altra sponda ideologica ma di forte integrità intellettuale, a questo punto sembrano non farcela più e sene escono chiari e netti: “Se un piano che produce risultati come quelli qui sotto sintetizzati funziona, come si presenta mai allora un piano fallimentare?”, chiede il FT di Londra, quasi prendendolo per i fondelli ma del tutto a proposito col suo editorialista commentatore economico capo (Financial Times, 7.3.2013, M. Wolf, The man at Number 10 is not for turning L’uomo al numero 10 [Downing Street] non fa dietrofront http://www.ft.com/intl/comment/columnists/martin-wolf) rispondendo al discorso con cui il primo ministro britannico assicurava al paese che la politica sua di austerità e di tagli alla spesa “era giusta, è giusta, e sta avendo successo.

 

Ma la differenza tra Pil Usa e GB non la spiega il rendimento(identico!) dei Bot - PIL reale, picco precrisi  (diagramma)

dal  2007 al 2012, trimestre per  trimestre

 

Commenta Krugman, per parte sua riportando e facendo sua la domanda cruciale di Wolf, di essere restato “particolarmente colpito dal modo in cui Cameron continua a insistere che è stato il rendimento basso dei tassi di interesse britannici a mostrare quanto sia stata utile e necessaria la sua scelta di tagli di spesa e rigore. E’ un po’ come quando il grande sacerdote sacrifica una vergine al mese per garantire al popolo che il sole continui a sorgere e rivendica, poi, che ogni mattina esso riappare come la prova provata che il sacrificio era assolutamente necessario.

A questo punto il più evidente – e anche semplice – dei test possibili di veridicità è quello che mette a paragone il rendimento dei buoni del Tesoro inglesi con quelli degli altri, e il riflesso che, poi, nell’economia, appunto, reale essi avrebbero, a sentire David Cameron. Insomma,se il rendimento del 2,07% dei bonds inglesi è la prova della giustezza delle sue politiche di rigore, allora il 2,05% del rendimento dei bonds americani sarebbe la conferma dell’efficacia migliore della politica economicameno rigorosa di Barak Obama? O, ancor più chiaramente, perché mai i mercati premierebbero, con un rendimento di appena il 2,10% la Francia, senza punire, dice Cameron, come dovrebbero a regola le scelte irresponsabilmente sbracatedi Hollande?...

O, forse, il punto è che ora ogni paese è in grado di trovare soldi a prestito a buon mercato se li prende nella propria moneta(Gran Bretagna, USA, Giappone… rispondendone in qualche modo sovranamente) o, nel caso della Francia, che una sua moneta sovrana non ha (come l’Italia, come tutta l’eurozona: l’euro lo controlla la BCE), seha una Banca centrale nazionale”, quella di Parigi, “pronta a fare quel che deve e che può fornendo al sistema francese la liquidità di cui ha bisogno.

Il guaio, naturalmente, è che la carriera politica di Cameron, e la sua stessa identità, sono ormai indissolubilmente legate alla crociata sua per l’austerità: alla sua fede, che di questo si tratta, nella verità rivelata del neo-liberismo rampante. Ormai anche luiè un  prigioniero del proprio passato, che non può e non vuole cambiar direzione(New York Times, 9.3.2013, P.K., The English Prisoner Il prigioniero inglese http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/03/09/the-english-prisoner).

Subito, come si poteva pensare, la sterlina è scesa al livello più basso sul dollaro da quasi tre anni, spinta sia da queste realtà dure che Cameron proprio non riesce a vedere e, poi, dall’immediata e  urgente pressione esercitata dai pessimi dati che arrivano dalla produzione industriale. Per la sterlina si tratta della peggiore performance di ogni altra grande valuta (in u anno ha perso l’8% sul dollaro) con l’eccezione dello yen giapponese.

Che ha perso anche di più ma, nel suo caso, non per un declino passivamente subìto in nome della subordinazione al mercato ma per una scelta  deliberata cercando la svalutazione per aiutare le sue esportazioni (The Economist, 15.3.2013, Currencies: Chasing scraps Le valute: alla caccia delle briciolehttp:// www.economist.com/blogs/buttonwood/2013/03/currencies).   

●Sul nodo dell’indebitamento e del suo costo per un’economia di grandi proporzioni, e della necessità conseguente di adottare politiche e ricette austeriane per ridurlo, come quella di un grande paese, è bene forse fare chiarezza. Qui non si tratta di ergersi a difesa di chi, come il prof. Paul Krugman, Nobel dell’Economia, non ne ha certo bisogno. Ma è ridicolo sostenere come abbiamo sentito fare in un talk show Tv qui da noi – sull’onda scopiazzante di accuse simili vociferanti sui media USA di stampo maggiormente conservatore – che Krugman abbia mai sostenuto che deficit e debito non contano, così, come tesi generale.

Ha sempre detto, e con grande chiarezza, invece, che deficit e debito non possono essere parametri determinanti, decisivi, per un’azione di politica economica quando un’economia lavora a ritmi frenati, enormemente inferiori alle proprie potenzialità. Qui in America – e parliamo di essa perché i suoi dati sono, bisogna dirlo, più accessibili e maggiormente credibili di quelli che a noi, e anche con merito ma con maggior confusione, forniscono sia ISTAT sia EUROSTAT – l’Ufficio del Bilancio, che non dipende dal’esecutivo ma dal Congresso (il CBOCongressional Budget Office), ha avanzato proiezioni che dicono di una produzione di oltre il 6% inferiore al potenziale che, normalmente, dovrebbe avere quest’anno: inferiori di un trilione di $ (cfr. ▬ http://www.cbo.gov/ sites/default/files/cbofiles/attachments/43910_KeyAssumptionsProjectingPotentialGDP.xls).

E la previsione di produzione del 2013, è ben del 10% sotto i livelli reali che, nel 2008, lo stesso CBO aveva proiettato per quest’anno (CBO, 23.1.2008, Budget and Economic Outlook: Fiscal Years 2008 to 2018Bilancio e previsioni economiche: anni 2008-2018 http://www.cbo.gov/sites/default/files/cbofiles/ftpdocs/ 89xx/doc8917/01-23-2008_budgetoutlook.pdf) cioè, prima di realizzare l’impatto che sull’economia avrebbe avuto il collasso dell’enorme bolla speculativa edilizia che proprio accademici come Krugman (pochi) avevano avuto la capacità di vedere e anche denunciare in tempo, ma inascoltati. La radice prima e primordiale di questa crisi.

Questo è un chiarimento che dovevamo a lui, al prof. Krugman. Ma anche a noi, che sulla sua analisi da anni basiamo tanta della credibilità delle nostre: ora che strumentalmente, e sfacciatamente, ai fini ignobili di fargli quasi giustificare la propria politica economica irresponsabile, perfino Silvio Berlusconi si è messo a citarlo, ma  triturandone e smozzicandone le idee. E, allora, per vedere da voi direttamente la sua completa e sintetica esposizione di come adesso possiamo davvero tentare di  uscirne, ma non alla berlusconesca, rimandiamo chi non ne avesse avuto occasione alla lettura del suo ultimo veloce volumetto[5] già tradotto per fortuna anche in lingua italiana.


 

[1] Il segretario generale della conferenza episcopale italiana, mons. Mariano Crociata, forse era distratto, forse voleva arrivare per primo, in ogni caso ci sembra che dovrebbe dimettersi, no?, dopo aver firmato una mail, mercoledì 13 marzo alle 20:23, esprimendo a nome della CEI gioia e riconoscenza nell'accogliere la notizia dell'elezione del Card. Angelo Scola a Successore di Pietro”: Gesù, Gesù, sembra il caso di dire, anche se poi la CEI si è corretta  (ADN Kronos, 13.3.2013, 21:42, Papa, la gaffe della Cei:“Gioia per l'elezione del Card. Angelo Scola” ▬ http://www.adn kronos.com/IGN/Speciali/Conclave/Papa-la-gaffe-della-Cei-Gioia-per-lelezione-del-Card-Angelo-Scola_314278673267.html).

[2] Gliene da atto, anche se a bocca stretta e tra aspre critiche sul suo “conservatorismo politico” e riserve su mantenute sulla persona, il più duro dei suoi detrattori, il giornalista e ex guerrigliero Tupamaro argentino Horacio Verbitsky, rimasto sempre, come dice lui stesso, un estremista nel cuore, nel libro tradotto in italiano col titolo de L'isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina., ed. Fandango, Roma, 1/2006.

   Ma è un fatto che uno dei due gesuiti che Verbitsky citava a sostegno delle sue accuse nel libro, padre Franz Jalics – l’altro nel frattempo è deceduto – senza che mai però neanche lui gli avesse detto esplicitamente che Bergoglio lo avesse, di fatto, “consegnato” nelle mani dei militari chiedendo, poi, loro di liberarli dopo settimane, ha ora smentito di aver mai sostenuto niente del genere in una dichiarazione postata a metà marzo sul sito dei gesuiti tedeschi: quelle ha precisato sono state le sue conclusioni, non la mie che, del resto, ha aggiunto non ho mai saputo quel che padre Bergoglio – col quale ci siamo fraternamente abbracciati co-celebrando la messa quando mi liberarono – avesse fatto o non fatto negli ani della dittatura (Jesuiten IHS, 15.3.2013, Erklärung von Pater Franz Jalics, SJ Dichiarazione di padre Franz Jalics, SJ http://www.jesuiten.org/actuelles/details/article/erklarung-von-pater-franz-jalics-sj.html). 

   Anche il NYT ha riportato del resto, dopo l’elezione (New York Times, 13.3.2013, E. Schmall e L. Rother, A Conservative With A Common Touch Un conservatore con un tocco da uomo comune http://www.nytimes.com/2013/ 03/14/world/europe/new-pope-theologically-conservative-but-with-a-common-touch. html?pagewanted=all&_r=0) come ora sempre Verbitsky, pressato a documentare la sua pesantissima accusa, abbia riconosciuto di non avere mai avuto in realtà prove o testimonianze dirette – che è “un conservatore in ogni questione che riguarda la dottrina della Chiesa, epperò è aperto al mondo e, anzitutto, al mondo dei poveri”.

   E la cosa, detta così, suona obiettivamente un tantino diversa.

   Come anche piuttosto diversa – profondamente diversa – è la lettura che il massimo esponente vivente della teologia della liberazione, che Bergoglio si dice essere stato d’accordo a suo tempo con Ratzinger stesso a “punire”, un forte teologo come il brasiliano Leonardo Boff messo in condizioni di andarsene, ed effettivamente andatosene, dal sacerdozio ha detto adesso in un’intervista (su il manifesto, 15.3.2013, E. Martini, che “Sarà la primavera dopo il duro inverno” ▬ http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20130315/manip2pg/03/manip2pz/337373).

   Del resto, anche sul suo tetragono immobilismo relativo alle questioni di etica sessuale, inchiodato come è stato dipinto alle posizioni ufficiali della dottrina, risulta che, come cardinale primate del suo paese nel 2010, se fosse cambiata la proposta di legge governativa che proponeva il riconoscimento ufficiale dei matrimoni gay (non è cambiata e la legge è passata) Bergoglio aveva addirittura proposto, con grande pragmatismo e andando contro ogni disposizione di Ratzinger, dell’ex Sant’Uffizio e anche di molti altri vescovi argentini (che, e fu l’unica volta, lo misero in minoranza) , che la Chiesa avrebbe sostenuto il “riconoscimento civile delle unioni gay” (New York Times, 19.3.2013, S. Romero e E. Schmall, On Gay Unions, a Pragmatist Before He Was a Pope Sulle unioni gay, un pragmatico prima di essere papa http://www.nytimes.com/ 2013/03/20/world/americas/pope-francis-old-colleagues-recall-pragmatic-streak.html?pagewanted=all&_r=0).

[3] Si tratta in realtà – è il bilancio del 2011 – non di 699,1 miliardi di $ (di fatto poi 708), ma di ben 1.600: più del doppio, di cui 2/3 “nascosti”, per non doverli riconoscere, nelle pieghe del bilancio federale. Comprendono, per dire , oltre a quella parte ufficiale di spese per la difesa, i 708 miliardi di $ che vanno direttamente al Pentagono, anche, di fatto e non più a titolo strettamente imputato a quella particolare voce di bilancio

• i 200 miliardi di “fondi di contingenza”, come li chiama eufemisticamente il gergo casabianchese e che servono, senza dirlo così, a pagare le spese correnti delle guerre in Iraq e Afganistan;

• una quarantina di miliardi che coprono le cosiddette operazioni di “intelligence” coperte (in “black box”, le chiamano, o supersegrete, come le cosiddette “rimozioni” permanenti – cioè gli assassinii dei sospetti di terrorismo – stranieri ma ormai anche cittadini americani, “autorizzate” in modo che è sicuramente incostituzionale – ma tant’è… – sulla base di specifiche interpretazioni giuridiche dei legali della presidenza;

• i 94 miliardi di finanziamento della parte militare e segreta, più o meno, del programma spaziale della NASA, delle spese “speciali” del dipartimento per la Sicurezza interna (antiterrorismo, almeno di nome) e dei servizi di “intelligence” del dipartimento di Stato;

• i 100 miliardi, più o meno, che pagano pensioni e cure mediche dei reduci di guerra;

• i quasi 500 che, infine, servono a pagare il servizio del debito ai creditori, specie stranieri, per la parte di spesa che serve a finanziare i costi delle guerre dell’America nel mondo”.

[4] Raccomanda il columnist del NYT Friedman, a Obama, di chiedere e farsi dare una risposta chiara prima di autorizzare lo stesso sbaglio già fatto in Libia: chiedersi e “chiedere come mai, dopo una guerra civile che dura ormai da due anni, il  feroce Assad resti in piedi se non perché una parte rilevante della popolazione lo vuole: non solo alawiti e cristiani ortodossi ma anche i non pochi sunniti” che non vogliono un regime di shaari’a al-Qaedista e sono “convinti alla fine che sia Assad non i ribelli jihadisti a poter garantire un minimo di sicurezza delle loro condizioni di vita là in Siria. E perché, su quali basi, noi pensiamo che abbiamo rotto?

   Io ho molti dubbi che il solo armare i ribelli ‘buoni’ produrrà in Siria alla fine il risultato che noi vogliamo; potrebbe, invece, ben trascinarci in situazioni che non ci piacerebbero proprio per niente… E’ davvero un problema infernale. Qualche volta è impossibile, certo, mettere insieme il necessario col desiderabile. Ma proprio per questo io apprezzo la prudenza del presidente. Quella che finora ha mostrato” (New York Times, 26.3.2013, T. L. Friedman, Caution, Curves Ahead Attenzione, curve pericolose http://www.nytimes.com/2013/03/27/opinion/friedman-cau tions-curves-ahead.html?_r=0).

[5] P. Krugman, Fuori da questa crisi, adesso!, Garzanti (2012), trad. R. Merlini.,