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     04. Nota congiunturale - aprile 2012

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.04.12

 

Angelo Gennari

 

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc320985358 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc320985359 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc320985360 \h 1

in Cina. PAGEREF _Toc320985361 \h 4

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc320985362 \h 8

Mediterraneo arabo: il crollo, il tramonto e la resistenza dei rais. PAGEREF _Toc320985363 \h 10

● Il Dr. Stranodrone… (vignetta) PAGEREF _Toc320985364 \h 16

EUROPA.... PAGEREF _Toc320985365 \h 23

● La crisi: economia, Iran, Europa: ma è finita? Bo’… (vignetta) PAGEREF _Toc320985366 \h 23

● La crisi e il dopo crisi dell’Argentina: PIL reale (grafico) PAGEREF _Toc320985367 \h 32

● Stretta alla morte (grafico) PAGEREF _Toc320985368 \h 33

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc320985369 \h 36

● Il  più pericoloso avversario di Obama… (vignetta) PAGEREF _Toc320985370 \h 37

● Riprese a confronto: l’aumento di posti di lavoro dopo le ultime tre recessioni in America (grafico) PAGEREF _Toc320985371 \h 38

● L’incontro tra Netanyahu e Obama… (vignetta) PAGEREF _Toc320985372 \h 42

GERMANIA.... PAGEREF _Toc320985373 \h 54

FRANCIA.... PAGEREF _Toc320985374 \h 55

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc320985375 \h 57

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc320985376 \h 58

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nella ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E non si può. Per cui, abbiate pazienza…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

●Inflazione al 4,5% nel carrello della spesa, disoccupazione al 9,2% con  2.300.000 disoccupati e quella dei giovani addirittura al 31%: notizie ufficiali, di origine EUROSTAT[1] e ISTAT… come quelle parallele o concomitanti di un debito pubblico inesorabilmente in aumento. Pensierino del mese quello banale banale ma autentico e immortale di John Maynard Keynes: “guardate alla disoccupazione, preoccupatevi di essa prima di ogni altra cosa e alla fine il bilancio si aggiusterà sempre da solo[2]”. O in altre parole, carissimi professori, che non siete poi gli unici ad avere diritto a quel titolo, – per la salute dell’economia di un paese è molto più decisivo il tasso di occupazione /disoccupazione e molto meno importante sia il PIL che lo squilibrio di deficit e debito e anche l’inflazione…

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●Le date dell’agenda economico-politica adesso, di  aprile, che ci appaiono come le principali:

11 aprile, elezioni parlamentari in Corea del Sud;

15 aprile, celebrazione del 100°anniversario della nascita di Kim Il-sung, fondatore della Repubblica Popolare di Corea (del Nord) e suo “presidente per l’eternità”: per ricordarla Pyongyang procederà al secondo lancio missilistico di quello che chiama un satellite spaziale;

22 aprile, Francia, primo turno delle elezioni presidenziali;

●C’è gente farneticante, per dirla con una certa leggerezza, in giro per il mondo, da Giovanardi per dire all’ultima Conferenza nazionale della famiglia, un anno e mezzo fa[3], a parecchi cardinali – che almeno parlano però per ragioni di reale o presunto ordine etico (ma certo non è qui il luogo per  parlarne) – all’opinionista del NYT[4]* David Brooks, che si disperano perché, andando avanti così, il mondo, dicono, resterà spopolato… e più povero.

Infatti – sempre rinunciando, qui, alla dissertazione sulla dimensione etica, o presunta tale della questione, e limitandoci a quella economico-sociale, in particolare economica (secondo la tipica concezione mussoliniana della “grande proletaria”— quella, non solo fascista, dell’Italia che come unica ricchezza avrebbe la prole che ha il dovere patriottico, dunque, di produrre in quantità – questi deprecano, e Brooks spiega bene perché, che “i tassi di fertilità” stiano scendendo dappertutto nel mondo, compreso il mondo arabo come è successo prima in Europa, in Giappone e in Cina… 

Perché così (anima del cavalier Benito, se ci sei, batti un colpo!) più braccia danno più forza all’economia di un paese… E’ incredibile, ma questo qui – questi qui – sono convinti che la ricchezza di un’economia dipenda dal PIL globale che essa sforna e non da quello pro-capite di ogni cittadino… Se avessero mai ragione, infatti, lo Sri Lanka sarebbe in senso compiuto molto più ricco, per dire, della Danimarca…

Con il reddito calcolato pro-capite, anche una percentuale più alta di pensionati sul numero dei lavoratori attivi può essere facilmente bilanciata da congrui aumenti di produttività certo più facili in Danimarca che in Sri Lanka. Così come il numero minore di bambini da mantenere da parte di ogni lavoratore attivo riduce il numero di persone, da un punto di vista economico hic et nunc non produttive da sostenere. Dunque, l’economia non c’entra niente, anche se c’entra forse il tipo di società che non sempre è detto che sia meno felice solo perché è più povera. E, poi, meno gente equivale anche a un minor sfruttamento di risorse naturali, a un inquinamento minore dell’ambiente e a una minor usura delle infrastrutture fisiche di un paese.

●Una volta, si estrapola da Sant’Agostino, Roma locuta et causa finita est[5]: quando Roma ha detto la sua, la causa è conclusa. E fino a dieci, forse a cinque anni fa, era sempre così (sic transit gloria…) per Washington: se e quando Washington diceva la sua, la causa era finita. Ma non è più così, non è più scontato. Ora Obama ha detto che come nuovo presidente della Banca mondiale – seggio che “spetta” agli americani sulla base della stessa intesa raggiunta con gli europei che a questi assegna la presidenza del Fondo monetario – vuole un esperto serio di politica della salute, come l’americani di origine coreana Jim Yong Kim.

Ma la causa non è finita per niente… Adesso il Brasile rivendica lo stesso posto per José Antonio Ocampo Gaviria, economista internazionale colombiano e la Nigeria, con Sudafrica e Angola,  appoggiano la ministra delle Finanze nigeriana, Ngozi Okonjo-Iweala, economista anche lei e già numero due proprio della Banca mondiale.

Proprio lei spiega[6] che quel’accordo – segretamente stipulato, ora quasi silenziosamente ma sempre pertinacemente rivendicato – non funziona più: “E’ cambiato nel mondo l’equilibrio del potere e i paesi emergenti ad economia di mercato contribuiscono sempre di più – più del 50% ormai – e, per questo, bisogna ora  riconoscere loro una voce in capitolo… Se non gliela riconoscete, perderanno il loro interesse a far parte di quello che, allora, considereranno un ‘vostro’ organismo”.

Ma per ora sicuramente non se ne farà niente e passerà la designazione degli Stati Uniti. Subito dopo la ragionevole e precisa denuncia della Okonjo-Iweala, Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa – i cosiddetti paesi emergenti, i BRICS – che riuniscono i loro presidenti a New Delhi su un’ambiziosa agenda nata per rifondare a termine il sistema finanziario internazionale troppo a lungo dominato dall’occidente e da Washington non trovano l’accordo proprio sulla prima mossa del loro nuovo scacchiere: fondare una nuova Banca internazionale per lo Sviluppo capace di rivaleggiare  proprio con la Banca mondiale.

Sostanzialmente perché tutti la vogliono ma tutti, in qualche modo, temono che la Cina finirebbe col dominarla, data sua potenza finanziaria rispetto a quella degli altri. Già l’anno scorso, del resto, si erano ugualmente divisi per la successione al francese Strauss-Kahn forzatamente dimissionario al FMI per le disavventure di stampo sessuale, lasciando che così alla fine venisse eletta sempre la candidata francese (e europea) appoggiata dagli USA, la signora Christine Lagarde.

Anche su altri temi importanti non sempre la vedono poi allo stesso modo: sul diritto dell’Iran a dotarsi in pratica, e non solo in linea di principio della propria energia nucleare, sull’allargamento del membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a altri membri col diritto di veto, sulle priorità  stesse dello sviluppo.

Sono anche problemi che dividono le potenze tradizionalmente identificate come occidentali – anche quando, come Giappone e Australia, ad esempio, siano poi geograficamente le più orientali – ma per un gruppo che nasce, o pretende di nascere, adesso fanno maggiore ostacolo. Soprattutto, poi, quando come nel caso dell’India le riserve principali si rivolgono, per ragioni geo-strategiche e geo-politiche, al grande vicino dell’est, la Cina…

Gli altri grandi paesi del Terzo mondo, grandi e anche meno, vigilano con cura e qualche sospetto agli sviluppi di questo vertice. In fondo, commenta proprio il NYT[7] sollevando questi e altri quesiti Per il gruppo dei 5, l’acronimo [i BRICS] è facile, ma trovare una piattaforma davvero comune è dura.

●Una delle poche cose – annunciate, non proprio ancora decise però al vertice di Nuova Delhi – è stata avanzata a nome delle delegazioni indiane e russa da Vladimir Dimitriev,  presidente della banca russa VEB, la Vnesheconobank (la Banca per gli Affari economici esteri fondata nel 1988 in quella che era ancora l’URSS con lo scopo sociale dichiarato nel nome), che ha annunciato[8] su richiesta indiana che la Russia sta ormai considerando di finanziare i pagamenti export e import di beni e servizi tra i due paesi BRICS nelle rispettive valute – rublo e rupia – senza più dover necessariamente passare dall’intermediazione, soprattutto, del dollaro.

Misura che, aggiunge Dimitriev, potrebbe diventare operativa diciamo in tre anni. La notizia sembra più che altro, per il momento, solo incuriosire Washington. Perché gli analisti dicono tutti che, se la cosa cominciasse a concretizzarsi davvero, a Wall Street si metterebbero a suonare davvero tutti i campanelli d’allarme e al dipartimento di Stato si metterebbero a studiare le possibili  contromisure.

Un po’ meno facili però da applicare, trattandosi di due pesi massimi della geopolitica e dell’economia mondiale come questi (India: PIL sui 4.500 miliardi di $, il terzo del mondo ormai a parità di potere d’acquisto con quello del Giappone… e, anche, quarta-quinta potenza atomica al mondo; e Russia: oltre che seconda superpotenza nucleare del mondo, un PIL a 2.500 miliardi di $) rispetto alle contromisure di quelle che a suo tempo asfissiarono Saddam e con le quali oggi stanno tentando, senza manco riuscirci, di strangolare l’Iran…

Altre notizie emerse dalle pieghe del vertice di Seul annunciano che – e la cosa è del tutto nuova – Cina e Russia, a cominciare da aprile, condurranno esercitazioni navali congiunte nel Mar del Giappone e nel Mar Giallo. Non è solo una notizia nuova ma anche, forse, letta con sospetto come subito fanno da Washington, allarmante, anche se non ce la fanno proprio a rispondervi con l’unica contromisura che potrebbe forse risultare adeguata: un’offerta analoga, di farle a tre le esercitazioni congiunte. Il problema è che l’America non fa mai esercitazioni congiunte: consente al massimo ad altri di partecipare alle proprie ma sempre e solo sotto il proprio comando, mai qualcosa di davvero joint…

La notizia viene ora annunciata dal portavoce del ministero della Difesa di Pechino, Yang Yujun, con la precisazione che il test mira a migliorare la cooperazione e tende ovviamente “ad assicurare la stabilità della regione Asia-Pacifico[9]”.      

in Cina

●Scorrendo on line il WP[10] del 27 febbraio ci ha colpito la seriosità con cui quel paludato organo del buonsenso economico convenzionale, riporta senza coglierne minimamente l’ironia, senza alcuna vergogna né ovviamente alcun accenno di autocritica, le raccomandazioni che la Banca mondiale con tutta l’arroganza tecnico-accademica-liberista del cosiddetto Washington consensus, crede di poter impartire alla Repubblica popolare di Cina.

Dice che per una crescita sostenuta devono cambiare sistema, dar retta alla impellente necessità di aprirsi all’economia globale (sic! ma hanno mai notato quanto e con quale successo esporta la Cina?), e che l’unico modo serio per farlo è di aprirsi al capitalismo senza lacci e lacciuoli, quello che una volta per tutte e senza esitare dà retta ai loro Marchionne (ce ne sono, ce ne sono) con la falce e martello e non ai sindacati cinesi (c ne sono, ci ne sono) che, per quanto accomodanti per definizione e costume, pretendono – anche loro! – di mettersi lì a difendere – certo nei limiti del sistema…per ora – i lavoratori dipendenti. Cioè, la sostanza è proprio come da noi: anche qui per credere  bisogna decidere di  buttare a mare i vecchi istituti della proprietà dello Stato o di quel che noi chiameremmo le Partecipazioni statali.

Questo è, in sostanza, insieme alla raccomandazione di mettere maggiormente in competizione tra loro le banche e di consentire ai lavoratori dipendenti di muoversi liberamente mettendosi così  anch’essi meglio in competizione tra loro e abbassando così il costo del lavoro, quel che raccomanda il rapporto francamente banale e del tutto insensato della Banca mondiale[11].

E questo a un’economia che negli ultimi trent’anni ha mantenuto un livello medio di crescita intorno al 10% da parte di istituti finanziari e economici internazionali, la Banca mondiale e il suo gemello, il Fondo monetario che da sessant’anni fanno raccomandazioni di policy troppo spesso sorprendentemente e clamorosamente sbagliate: il caso più evidente e eclatante è quello dell’Argentina prima e dopo il “fallimento” del 2001 da cui si salvò solo e proprio perché ignorò[12] e mandò a quel paese la Banca e il Fondo con tutte le loro raccomandazioni iperliberiste.

●Il che non significa, naturalmente, che la Cina non abbia anch’essa bisogno di riforme e che i cinesi non lo sappiano. Lo dice chiaro un articolo del NYT[13] che però, lamenta la scarsità di dettagli sulle riforme che continua ad auspicare lo stesso premier cinese, ormai all’ultima sua conferenza stampa prima del cambio della guardia annunciato al vertice del regime per subito dopo la sessione dell’Assemblea legislativa attualmente in corso. Dice il primo ministro Wen, in effetti, che il partito deve rivedere la struttura della propria leadership e sgombrare la strada alle necessarie riforme economiche.

Però, al contrario di quel che si ostina a non capire il capo dell’uffici di corrispondenza del quotidiano americano a Pechino, Wen Jasbao – che notoriamente è il più deciso dei riformatori politici nel gruppo di vertice: “una causa che promuoverò – ripete adesso, chiudendo la sua carriera ufficiale – fino all’ultimo mio respiro” – è chiarissimo: non sarà comunque, spiega, una riforma di stampo liberista, insomma all’americana, e la “democrazia socialista” cinese seguirà i ritmi dell’“urgenza senza fretta” che non è, solo, una formula di stampo, come appare a noi, squisitamente moroteo ma anche, per loro, il tratto della immortale filosofia confuciana che ha accompagnato – a strappi – tutta la rivoluzione, anche ai tempi di Mao.

Dunque, non una partecipazione maggiore oltre che come diritto teorico anche come pratica effettivamente agibile a tutti i cittadini – del resto dov’è mai che, nei fatti, e non solo nelle promesse costituzionali, è così? chiese un a volta a tante lingue “biforcute” dell’occidente proprio Wen Jabao… – quanto una lotta efficace, che tutta la popolazione veda e consideri tale, contro la corruzione e una disuguaglianza economica e sociale che con l’arricchimento della Cina si fa crescente e corre il rischio di minare la credibilità del sistema magari anche dando nuovo innesco a una “tragedia storica come quella della rivoluzione culturale”.

●Il giorno seguente questa specie di canto del cigno di Wen Jabao, viene annunciato che il partito ha rimosso dalla carica di capo della regione di Chongqing (30 milioni di abitanti, nel sud ovest del pese, uno dei suoi astri finora chiaramente ascendenti, Bo Xilai[14], figlio Bo Yibo, uno dei compagni che con Mao fecero la Lunga Marcia e rivoluzione, un leader relativamente giovane, moderno e un tipo di capo cinese ostentatamente fedele al messaggio originario (ideologico) maoista epperò, insieme, totalmente modernizzante sia nel modo di presentarsi che di vivere all’occidentale sia, pare proprio, in una grande spregiudicatezza personale.

Finora sembrava certo che Bo sarebbe stato co-optato in uno dei posti ora lasciati liberi dalla turnazione prossima ventura al massimo vertice del sistema, nel Comitato permanente dell’Ufficio politico del partito, in tutto nove membri, l’organo esecutivo di fatto del paese. Ma è stato ora emarginato dalla tentata defezione del suo principale assistente ed ex capo della polizia della città di Chongqing che, accusato di aver allungato le mani sui fondi del partito e mazzette di privati, ha provato a chiedere asilo al Consolato degli Stati Uniti d’America… con esiti catastrofici anche per il suo vecchio capo che ha riconosciuto di avere “mal vigilato”. Insomma, una specie di Formigoni nostrano che lì, però, hanno subito silurato.

Escono anche voci, supportate esclusivamente dalle solite ubique, e del tutto anonime, immagini Internet ormai diffuse di movimenti di truppe e anche di mezzi corazzati che girerebbero per Pechino – ma che alla fine sono, però, risultate puramente e semplicemente riciclati dai film di  movimenti di truppe della repressione di piazza Tienanmen di ventidue anni fa. In realtà, pare, alla fine che il ministro della Sicurezza pubblica, Zhou Yongkang, che sosteneva Bo Xilai, abbia resistito alla sua rimozione dall’incarico e richiesto, forse?, un qualche intervento di polizia.

●La nuova leadership di vertice del paese rappresenterebbe oggi, anzi quando in autunno tutta la lunga trafila che la sta preparando verrà completata e formalmente ratificata, la prima transizione del potere da un gruppo all’altro di leaders che non sia stata decisa dalla vecchia guardia dei fondatori della Repubblica popolare. L’ultima volta Hu Jintao era stato scelto e incoronato dall’uscente Deng Xiaoping e la sua successione fu la prima, diciamo pure liscia, nella sua storia.

Adesso è pressoché certo che il successore di Hu sarà Xi Jinping, prima come segretario del PCC e poi come presidente della Repubblica e quello di Wen come primo ministro sarà Li Keqiang. Cambieranno, e sono stati di fatto già designati, preparati e “accettati” in pratica tutti gli altri sette del’Ufficio politico: uno, Bo Xilai, sarà adesso sostituito e, probabilmente – si dice nell’Assemblea – con la prima  donna che potrebbe entrare nel sancta sanctorum del potere cinese.

In realtà questo è davvero un momento cruciale, di svolta reale, per questo paese. Ma bisogna fare attenzione a non sbagliarsi su quella che sarà la natura del cambiamento[15]. Il Congresso, l’Assemblea che si sta aprendo ora a Pechino, deciderà non solo chi avrà il compito di guidare la Cina nei prossimi dieci anni ma discuterà e deciderà, alla fine, anche la via di sviluppo che la Cina finirà col decidere per il prossimo decennio, fino al prossimo cambio di leadership.

E di carne al fuoco ce ne sarà molta. Ci sono almeno quattro-cinque cambiamenti epocali che bussano urgenti:

• Il primo era che sia il lavoro pagato poco ai lavoratori e una produzione di basso valore aggiunto stanno venendo alla fine con l’economia che si sta facendo di giorno in giorno più sofisticata: sta arrivando ed è già cominciato a arrivare uno spostamento epocale – nel senso proprio del termine: da un’epoca a un’altra – di strategia economica per questo paese.

• Il secondo fattore che impone il cambio è che ormai la Cina è già diventata e ogni giorno sta più diventando un paese che ha una potenza globale, interessi globali e sempre più un’esposizione globale: il che impone alla sua politica estera, che finora è rimasta invece di dimensione sempre contenuta a quella di una medio-grande-piccola potenza regionale, un salto di scala e apre sicuramente un mucchio di problemi.

• Terzo, fatto tutto interno al paese, è il crescere delle ineguaglianze sociali – e della concomitante ondata di corruzione che esse stesse promuovono – in parte anche legato alla crescita stessa dell’economia e che costituisce una contraddizione pesante – secondo alcuni da combattere e da non tollerare o, almeno, da frenare e da moderare; secondo altri da accettare perché comunque è ormai la tendenza inevitabilmente crescente anche in questo paese. In ogni caso si tratta di un fenomeno relativamente qui nuovo ma ormai divampante e palese che sta seminando un senso di ingiustizia, e anche d’invidia, che mette anche a qualche rischio la stabilità del paese: quello che qui da sempre è considerato il primario valore sociale.

• Quarto fattore, da affrontare e ormai da risolvere – con tutta la gradualità di cui molti qui parlano, soprattutto al vertice  ma che ormai non si può pare proprio più rimandare: una qualche forma di riforma anche politica del modo di scegliere chi dirige il paese.

   Il fatto è che il dibattito, acceso, ormai da tempo è ben conosciuto, anche e soprattutto proprio in Cina: perché sarebbe stato comunque impossibile passare per un sovvertimento e un cambiamento economico e sociale come quello gigantesco che ha in questi ultimi decenni traversato il paese senza che ciò provocasse e facesse emergere e mettesse in evidenza vedere conflitti e dibattiti di grande portata.

   Ormai, poi, con la Cina nel mezzo di un cambiamento “epocale” – e il bisogno in aree diverse come quelle appena indicate di cambio di direzione e, comunque, di marcia – il dibattito si è intensificato.

   Bisogna far attenzione a non suggerire che oggi la Cina stia lì lì per introdurre un suffragio universale e un sistema multipartitico: la reazione automatica, qui in occidente, in questo tipo di circostanze, quando si parli dovunque di apertura e di riforma della politica, è che devono fare come da noi in occidente se vogliono fare sul serio.

   Ma è meglio toglierselo subito dal cervello. Bisognerà pur ricordare che questo è un regime politico del quale dal nostro punto di vista si possono ben sottolineare le carenze ma che negli ultimi trent’anni ha segnato il maggior avanzamento economico ma anche culturale e politico di qualsiasi altro paese del mondo e che per questo potrà vedere e verosimilmente vedrà vere e proprie riforme ma sempre graduali e sempre introdotte con molta cautela.

●Il governo cinese, annuncia alla stampa il portavoce dell’Assemblea Li Zhaoxing, ha deciso un aumento dell’11,3% del bilancio militare, decisione che – nota il NYT[16]– arriva nel bel mezzo di un parallelo aumento di rivalità in campo strategico con gli Stati Uniti. La Cina, che è largamente dipendente dal petrolio importato, ha mostrato di volere un maggior controllo delle vie marittime vicine al paese e che intende proteggere le sue grandi città sempre più prospere della costa orientale. E’ la strategia che a Washington chiamano di “anti-access and denial policy diniego di accesso o di controllo di area” e che al Pentagono hanno usato per insistere a chiedere nuovi sistemi d’arma capaci di sopraffare, eventualmente, l’armamento della Cina nelle sue stesse acque territoriali.

Ora, magari suonerà come un po’ ripetitivo ricordarlo ma, a fronte di un bilancio americano della Difesa che prevede, in un paese pure in crisi fiscale drammatica, nell’anno fiscale in arrivo una spesa di $525,4 miliardi, in riduzione di $5 miliardi sul 2012 (ma gli esperti americani dicono che la spesa reale, compresa quella “nascosta” nelle pieghe di tanti dipartimenti non militari (per dire: tutto il bilancio dell’armamento nucleare esistente e in sviluppo non è conteggiato tra le spese militari ma in quelle del… dipartimento dell’Energia) arriva in realtà al doppio.

Mentre l’aumento del bilancio militare cinese che passerà nel 2013 a $106 miliardi da $95,6 (sempre gli esperti USA parlano nel 2012 di una spesa reale sui $150 miliardi), con un aumento, grosso modo, in linea  con quello del PIL. E bisognerà anche pensare a quel che succederebbe in America se mai la Cina annunciasse una politica per mettersi in grado di sconfiggere la anti-access and denial policy che da sempre è attuata dagli USA per le vie di accesso navale alla loro terra messo in evidenza che la Cina ha accusato a febbraio il suo più alto livello di deficit commerciale degli ultimi sette anni: 7,3 miliardi di $[17].

Che è sicuramente un fatto, ma andrebbe associato all’osservazione, invece neanche menzionata, che proprio a febbraio inizia il Nuovo Anno cinese, celebrazione associata a ferie e vacanze e produzione conseguentemente ridotta in molte fabbriche con calo dell’export e aumento del deficit. E che il fenomeno, in misura non sempre uguale certo, si ripete ogni anno.

●Per la prima volta in otto anni il governo cinese ha annunciato, col primo ministro, nel discorso di  apertura della sessione annuale dell’Assemblea nazionale che punterà a un tasso di crescita al 7,5%: appena inferiore al target “consueto” dell’8[18]. Si tratta di una percentuale di crescita che per il resto del mondo, specie in Europa, resta quasi da sogno ma subito c’è chi comincia a parlare di rassegnazione di Pechino a ritmi di PIL inferiori a quelli usuali e, quindi, di spinta minore all’importazione in Cina di materie prime da paesi che, come l’Australia, sono ora inevitabilmente destinati a soffrirne.

Di converso, però, c’è anche chi sottolinea che la richiesta ai cinesi di fare della domanda e del consumo interno una leva più importante della crescita di quanto lo sia stata nel recente passato, passando anche a una crescita più capital e meno labor intensive, forse, di quanto sia stata in passato, sia da accogliere con favore tanto perché può forse migliorare  il tenore di vita medio dei cinesi quanto per dare una mano a ridurre gli squilibri commerciali globali. Favorire i consumi però significa oggi anche continuare a favorire città su campagne ed est del paese sull’ovest.

E’ una considerazione importante che serve a sottolineare quella che resta, con qualsiasi leadership del paese, la priorità delle priorità: che questo paese non si può in ogni caso permettere di abbandonare una crescita continua dell’occupazione avendo ancora e sempre un tasso di crescita demografica alto, un problema non certo risolto di riequilibrio tra sviluppo delle campagne e delle città, tra ipersviluppo dell’est costiero del paese e tutto il resto… Come sempre dicono i cinesi – tutti – la priorità delle priorità qui resta sempre quella di uno sviluppo forte, sì ma armonioso che non squilibri mai troppo il capitale rispetto al lavoro.  

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

●Il mondo sta davvero cambiando. Secondo un rapporto nuovo dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici, di Londra, la spesa per armamenti del complesso dei paesi asiatici finisce quest’anno col superare quella del complesso dei paesi europei. Sarà la prima volta nella storia ed è una delle conclusioni principali alla presentazione annuale del Bilancio militare 2012[19] sulle economie e le potenzialità di risorse disponibili quest’anno a 171 paesi del mondo.

La Cina ha appena annunciato che la sua spesa dedicata sale del’11% e l’India del 17%, anche se a un valore assoluto di $ 37,3 miliardi resta molto più giù di quelli che saranno gli 89,8 miliardi della Cina e, va da sé, gli oltre 739,3 miliardi degli Stati Uniti d’America—  ben oltre, compresa la parte segretata delle spese militari effettive: per esempio, tutte o quasi quelle impegnate dagli USA per l’arsenale nucleare che sono nominalmente comprese in quello del ministero dell’Energia, inclusi i capitoli per sviluppo e manutenzione dei missili balistici intercontinentali…

In ordine di spesa, i 10 bilanci militari più grassi del mondo sono: USA, Cina, Gran Bretagna (62,7 miliardi di $), Francia (58,8), Giappone (58,4), Russia (52,7), Arabia Saudita (46,2), Germania (44,2), India, Brasile (36,6 miliardi di $).

●L’anno scorso l’economia del Brasile[20] è cresciuta del 2,7%, seccamente meno dell’aumento del 7,5 registrato nel 2010 e ben sotto la media degli altri paesi latino americani. Con una produzione industriale in calo accentuato, la Banca centrale ha tagliato il tasso principale di sconto dal 10,5 al 9,75%, una sforbiciata più accentuata rispetto alle aspettative e con un’aspetataiva di crescita prevista quest’anno al 3%.

●In Argentina, i governatori delle province patagoniche più meridionali, Chubut e Santa Cruz, hanno deciso di “lasciar cadere” quattro licenze concesse anni fa per esplorazioni petrolifere sul loro territorio alla Repsol YPF spagnola. “Ci siamo stancati – ha detto il primo, Martín Buzzi, col secondo, Daniel Peralta, che accanto a lui assentiva – di aspettare che arrivino gli investimenti che ci erano stati promessi”.

Il disinvestimento dovrebbe essere completato al massimo entro tre mesi, ha ordinato il ministro della Programmazione Julio de Vido che presenziava all’annuncio a sottolineare come l’operazione fosse “pianificata” con il consenso, anzi sotto la direzione del governo nazionale della presidenta Cristina Elizabeth Fernández de Kirchner. Da parte spagnola, ha chiosato il principale quotidiano di Buenos Aires[21], il nuovo governo di destra spagnolo su richiesta della Repsol stessa aveva fatto intervenire senza successo, ed esponendolo anche a una brutta figura personale, visto l’insuccesso, perfino re Juan Carlos…

●A Cuba, visita dagli echi forti del papa Benedetto XVI al governo. Visita pastorale, si capisce, come sempre la chiamano nell’immaginario del gregge e del pastore. Qui un gregge entusiasta anche se veramente cattolico sì e no, secondo tutti i sondaggi, forse al 20%, partecipa a messe e cerimonie pubbliche in piazze gremite e si tengono incontri privati e di Stato con Fidel e Raul Castro.

Il papa ha ribadito l’appello a “libertà autentiche” per il popolo, n on tropo specificate e centrate soprattutto – pare onestamente di aver capito – su maggiori libertà per le scuole private cattoliche, il tutto con un prudente rifiuto di incontrare dissidenti sempre più isolati e chiassosi (qualche arresto temporaneo ma come ci sarebbe stato per chiunque, per esempio al Quirinale durante una visita del genere avesse gridato il suo abbasso il regime, cercando di sfondare le linee della sicurezza…

E c’è la condanna nuovamente lanciata contro l’embargo all’isola voluto dagli Stati Uniti. Tra parentesi, sono stati decine di migliaia gli esuli dall’isola emigrati in Florida e spesso ormai cittadini americani a tornare in visita per l’occasione e tutti – dice la comunità cubana di Miami, con l’eccezione dei politicanti che dell’odio a Cuba hanno fatto la loro, oggi un po’ più precaria, fortuna) – sono rimasti felicemente stupiti dai cambi in atto[22]

●Anche in India rallenta la crescita, e il NYT[23] lo sottolinea ai suoi lettori, dal 9,9% del 2010 al 7,4%, con proiezione di crescita che per quest’anno è ancora ridotta al 7%. “Crescita – rileva il quotidiano americano – che per i paesi sviluppati sarebbe imponente ma che la maggior parte degli economisti considera fiacca”. Ma non è così. In realtà, dicono non solo gli economisti ma anche chi appena appena sa leggere dati e statistiche, un 7% di crescita resta un dato elevato anche per la grande maggioranza dei paesi in via di sviluppo.

L’anno scorso, per dire, in America latina solo Argentina e Panama hanno raggiunto un tasso di crescita delle loro economie sopra il 7%. E la verità è che mentre l’India potrebbe certo crescere di più, un 7% è comunque un tasso di aumento del PIL di grande rilievo a confronto con ogni e qualsiasi possibile metro di misura.

Nessuna sorpresa, però, nella grossolana approssimazione di questo giudizio. L’India è uno di quei paesi che economisti e commentatori di scuola liberista, e anche solo liberale, amano odiare perché sfugge regolarmente all’osservanza pedissequa delle leggi di mercato, come le chiamano, quelle che dettano il rifiuto di ogni regola e di ogni controllo su capitali, su investimenti stranieri, sulle privatizzazioni. Certo, non è che l’economia indiana sia in tutto e per tutto fiorente, ma sembra restare molto più indipendente e meno vulnerabile agli shocks esterni di altri paesi molto più ossequienti alle regole di comportamento e all’assenza di regole di controllo che vuole  il liberismo.

●Che proprio per l’India, in effetti, si sta assai innervosendo. E’ appena arrivato l’ordine dell’Ufficio centrale di Delhi su patenti e brevetti alla Bayer tedesca di Leverkusen, la grande industria chimico-farmaceutica, che ora la obbligherà a fornire una licenza[24] di fabbricazione dell’inibitore antitumorale (fegato e reni) Sorafenib che mette in commercio col nome di Nexavar come ritardatore dello sviluppo cancerogeno.

Riceverà in royalties, ha decretato l’Ufficio brevetti, il 6% del valore delle vendite del succedaneo generico, con la stessa molecola attiva. Che sarà venduto in India a 3 contro il 100 che è il prezzo il pezzo del Nexavar in farmacia… Si tratta di un procedimento del resto previsto a certe condizioni dalle regole della stessa OMC; che certo si appellerà.

Ma che intanto deve piegarsi e così alimenta anche le paure di tutta l’industria farmaceutica che stanno inesorabilmente ormai venendo al pettine una serie di nodi che, se non acconsentiranno a defalcare i sovraprofitti della loro ingordigia fatti sulla pelle dei malati e perfino, come in questo caso, di quelli terminali facendo loro pagare 100 o 1.000 quello che, alla fine, costa 1 produrre, saranno obbligati ora a veder tagliati a forza.

Mediterraneo arabo: il crollo, il tramonto e la resistenza dei rais

●In Egitto, dopo aver aperto clamorosamente il processo contro le ONG finanziate dall’estero che si “impicciano” di scelte politiche interne violando una legislazione che lo vieta, peraltro copiata di peso quasi da quella in vigore in America…; dopo aver interrotto il processo a seguito di proclamate e pubbliche ingerenze e anche minacce americane…; dopo averlo rinviato di almeno due mesi e aver registrato l’auto-ricusazione del tribunale che avrebbe dovuto giudicare…

…adesso la faccenda sta finendo davvero in coda di pesce[25]: non solo hanno scarcerato… tutti avendo riformulato l’accusa derubricandola a una violazione giuridicamente quasi irrilevante che quando – e se – mai riprenderà il processo si risolverà con qualche ammenda ma sulla loro promessa (chi scommette?) che torneranno al Cairo per affrontare il processo hanno lasciato liberi tutti gli imputati americani che sono subito, infatti, partiti per Washington… Alla faccia della dignità nazionale e di ogni solenne promessa di autonomia e indipendenza del potere giudiziario…

●Di converso, però, e certo più importante – riuscendo di fatto a disinnescare almeno per il momento una protesta che si stava annunciando tempestosamente montante contro queste misure giudicate affrettate e compiacenti verso gli americani, i militari hanno fissato, anticipandole, le date delle elezioni presidenziali.[26] Primo turno il 23 e 24 maggio, col ballottaggio a metà giugno e risultati che dovrebbero – il condizionale è d’obbligo – essere resi noti il 21 del mese decretando la fine così, per lo meno ufficiale, del regime militare.

Nel frattempo, in parlamento si vota per eleggere una larga Commissione di 100 membri col compito di scrivere la bozza della nuova Costituzione. Ne eleggono 50 qui in parlamento, 39 dei quali sono tratti dalle fila del partito islamista maggioritario, della Libertà e della Giustizia, e del secondo partito sempre islamista e più radicale, il partito della Luce, al-Nur; e islamisti saranno anche presenti tra i 50 altri membri che verranno da fuori dell’Assemblea. Ora otto degli undici deputati eletti nel panel che fanno parte di partiti “laici”, non islamici, si sono dimessi accusando la Commissione di squilibrio pregiudiziale verso gli islamici…

Peccato, solo, che proprio quell’equilibrio/squilibrio, e non quello che volevano loro, sia poi stato il risultato democratico delle libere elezioni deciso dagli egiziani[27]. Per cui, adesso, rifiutare di partecipare al dibattito potrà anche essere la denuncia di un’ingiustizia – legale, però, e democratica  pure – ma è anche l’autoesclusione suicida di liberals e “laici” dal processo di preparazione della Costituzione. Insomma, una protesta per lo meno sciocca che allo stato appare almeno prematura.

In realtà, poi, il vero scontro che si delinea, per ora più sottotraccia non sembra quello tra la Fratellanza e i cosiddetti “laici” ma l’altro, che sarà determinante, tra Fratellanza e militari. Su tre nodi centrali: i poteri del futuro presidente della Repubblica (scioglie e nomina lui il governo come vogliono i militari, all’americana, o esso dipende piuttosto dal volere del parlamento? quanto potere e quanti privilegi conserverà la casta militari? e quanta e quale sarà ancora la loro voce in capitolo nelle questioni, largamente intese, relative alla sicurezza del paese?

●Intanto, i Fratelli mussulmani hanno cominciato a riconsiderare anche e ancora la promessa pre-elettorale di non schierare un loro candidato alle presidenziali del 23 e 24 maggio. Non hanno ancora avanzato una loro candidatura, né appoggiato però apertamente nessuno dei candidati  annunciati. Aspettano probabilmente di vedere se l’altra promessa, quella dei militari di non candidare nessuno dei loro, verrà mantenuta, per decidere solo alla fine.

Intanto aumentano continuamente influenza e autorità nelle istituzioni e nella società civile. Per esempio, stanno imponendo ai militari il dibattito pubblico che volevano per ora evitare per non scontrarsi con gli USA e, insieme, anche con Israele: ad esempio, sull’apertura definitiva e permanente del confine egiziano con la striscia di Gaza che, sottolineano, deve essere aperta al commercio diretto e senza ostacoli tra popoli arabi fratelli.   

● Dice un Rapporto dell’ONU finora segretato ma adesso ufficiale che in Libia[28], durante le operazioni aeree della NATO contro Gheddafi anche se motivate ufficialmente per proteggere i civili libici, gli aerei alleati, schierati coi ribelli e in realtà lì per far loro da onda frangiflutti, hanno fatto almeno una sessantina di vittime e centinaia di feriti, ma si capisce da quello che viene più “sussurrato” che detto esplicitamente parla in realtà di centinaia di morti e di migliaia di feriti. Come se nessuno lo avesse mai sospettato!! Certo, lo hanno fatto esorbitando dal testo della risoluzione votata— da cui anche l’incavolatura di russi e cinesi che si fecero convincere ad astenersi lasciando così via libera ai bombardamenti.

●La Libia orientale, la Cirenaica – quasi la metà del territorio, dal centro del paese al confine egiziano a est e, a sud, a quelli del Ciad e del Sudan – è in sommovimento, coi leaders politici e tribali che dichiarano la “semi-autonomia” in un incontro molto pubblicizzato a Bengasi il 6 marzo che, lamentando la disattenzione di decenni del governo centrale verso le sue esigenze da parte del governo centrale e esigono che le decisioni chiave devono ormai passare a livello locale.

Le rivendicazioni specifiche, che costituiscono una vera proclamazione di indipendenza, sono il parlamento cirenaico, il bilancio, l’ordine pubblico e l’amministrazione della giustizia con la proclamazione di Bengasi a capitale della Cirenaica, territorio sul quale si trovano i giacimenti petroliferi più importanti e ancora meno sfruttati del paese. E, nella stessa occasione, l’ultimo erede della vecchia famiglia dell’unico re di Libia, Idris, Ahmed Al Zubair al-Senussi, incarcerato per molti anni per aver cercato di rovesciare Gheddafi nel 1970, un anno dopo la sua ascesa al potere, è stato proclamato dalla stessa assemblea “costituente” come leader dell’autoproclamato Consiglio transitorio della Cirenaica[29].

Il fatto è che sottostante tutta la guerra civile che l’anno scorso ha sbaraccato la vecchia  Jamahiriya, di Gheddafi – ma è stata decisa in modo storicamente piuttosto anomalo dalla  campagna aerea di mesi e mesi di bombardamento della NATO – c’è il tradizionale, diuturno conflitto tra Tripolitania occidentale e Cirenaica orientale. Già dalla reggenza ottomana (ben cinque secoli), poi con l’occupazione italiana, il regno di Idris e la dittatura atipica, “autogovernata” (è la traduzione di Jamahiriya) ma tutta nazional-personalista, di Gheddafi, la conflittualità regionale è sempre stata tenuta più o meno sotto controllo e regolata da interventi corruttivi e/o brutali.

Ora la Libia – dove nel frattempo s’è manifestata una rivendicazione di autonomia e indipendenza anche da parte della terza grande regione del paese, il sud-ovest del Fezzan – minaccia di fratturarsi se i negoziati su una struttura federale che la riporterebbero al XV secolo dovessero fallire. Come è molto probabile visto che, da una parte, si pretende e, dall’altra, si nega e che nessuno davvero discute e, tanto meno, “negozia”.

La reazione del presidente del CNT Mustafa Abdel-Jalil che il 7 marzo, in reazione al convegno di Bengasi, dice chiaro a una riunione convocata a Misurata, in Tripolitania, per redigere una Costituzione nazionale che userà tuta la forza necessaria per garantire che la Libia resti uno Stato unitario è esplicita e riprende i termini usati già da Gheddafi all’inizio della guerra civile quando la miccia della rivolta venne innescata proprio a Bengasi[30].

●Si radicalizza la Tunisia con una grande dimostrazione di piazza e di forza dei salafiti usciti secondi alle elezioni che chiedono, domenica 25 marzo[31], di stabilire per legge la sharia, la giurisdizione islamica, da rendere obbligatoria argomentano come democratica, voluta cioè dalla maggioranza per tutto il paese. Il partito sempre islamico di maggioranza relativa, Ennahda, che ha promesso di non imporre a nessuno le leggi islamiche, resiste.

E adesso torna a dichiararlo pubblicamente in termini molto secchi: “la Costituzione post-rivoluzionaria della Tunisia non farà menzione alcuna alla legge islamica come fonte di legislazione, marcando così una forte rottura con gli ultra-conservatori[32]”. Said Ferjani, membro della direzione del partito Ennahda conferma che, come già dice l’attuale Costituzione, lo Stto tunisino definirà, invece, l’Islam come religione di Stato e l’arabo come lingua nazionale. Non altro. E sembra proprio la strada opposta rispetto a quella su cui si sta avviando in Egitto la Fratellanza mussulmana.

I dimostranti strillavano in piazza che “il popolo vuole il califfato”: per secoli, anche se tra guerre civili e interruzioni territoriali e di interi decenni, nel mondo islamico e non solo in quello arabo, una forma di reggenza dello Stato retta inizialmente dai discepoli diretti del profeta secondo una leadership politica e, insieme, religiosa indissolubile. L’ultimo califfato, quello che reggeva l’impero ottomano, venne abolito dal Costituzione laica voluta per la Turchia nel 1924 dal presidente Kemal Ataturk.

●In Siria, contrariamente a quanto hanno sostenuto per oltre un mese le agenzie occidentali che davano notizie sulla base di informazioni per lo più non firmate, non verificate e neanche verificabili, di video postati su YouTube, su Twitter, su Facebook addrittura, con la dizione – anch’essa non verificabile – che vengono da Damasco o da Homs, la confusione aumenta. Anche perché troppo spesso ci si dimentica come le fonti che di regola mentono, qualche volta possono  anche dire la verità e che, qualche volta, chi di regola dice la verità può anche mentire… e mente; dipende.

Nota NightWatch che la maggior parte “delle fonti non americane” – ma sarebbe più onesto e più chiaro dire non filo-americane e filo-insorti siriani a prescindere – invece presentano una diversa versione dei fatti.

●C’è stato anche un episodio di per sé neanche di grande rilievo, ma che in sé appare invece molto rivelatore, a sottolineare la dimensione diciamo propagandistica della questione, di come viene presentata – o, se è per questo, non presentata – la questione Siria anche in Medioriente e non solo in occidente.

Il corrispondente capo dal Libano della rete satellitare araba indipendente, Al Jazeera, Ali Hashem, ha denunciato pubblicamente, anche dimettendosi, che in realtà la copertura deformata e discriminatoria, deliberatamente “disonesta” della tragedia in Siria è dovuta alla piega che alla questione ha ordinato di dare la casa reale del Qatar, padrona dell’emittente.

Hashem si è dimesso e ha reso pubblica la sua protesta per la copertura “disonesta”, l’ha chiamata, della tragedia siriana e per la scelta, parallela, di tutti i media occidentali e della stessa emittente araba di cui lui era un pilastro importante di non procedere invece a nessuna copertura della tragedia in Bahrain, dove l’opinione non è stata volutamente e altrettanto deliberatamente informata[33]… Risulta alla fonte che Hashem è stato solo uno dei membri dello staff della rete ad aver protestato—altri, in Egitto, in Tunisia, in Libia, nello stesso Bahrein e in Siria hanno espresso sentimenti assai simili: Al Jazeera, sottolineano tutti alla casa madre, non si può bruciare così una credibilità nel mondo arabo che ha messo anni a costruirsi e acquisire…

●Però è un fatto. Non si può sostenere, hanno scritto da giorni e fatto vedere i servizi televisivi che non si sono accontentati di fare da semplici fotocopie dei filmati più o meno fasulli e delle veline arrivate da fonti americane, che i ribelli controllavano la città di Homs o anche, solo, una parte di essa (in particolare quasi all’unisono i grandi media tedeschi da die Welt alla Frankfurter Rundschau alla BildZeitung, “quando i pompieri sono in grado di annaffiare e respingere col getto continuo degli idranti per ore e ore sotto i nostri occhi una manifestazione di massa dei ribelli viene solo dimostrato che in realtà i ribelli certo ci sono ma anche che non  sono affatto loro a controllare il territorio come millantano e le loro forze controllano solo il territorio che occupano fisicamente e solo finché riescono a restarvi senza esserne espulsi[34]. Questo, del controllo effettivo del territorio, è un precetto basilare dell’analisi della stabilità interna di un regime o di un territorio. 

Tanto è vero che, adesso proprio il 1° marzo i ribelli si ritirano completamente dal quartiere di Baba Amr[35] che avevano occupato a Homs e che le truppe di Assad avevano messo sotto assedio e sottoposto a un duro bombardamento cui gli antigovernativi avevano reagito o che avevano preceduto – come al solito le versioni sono almeno due – bombardando con mortai e canoni tutti gli altri quartieri. Naturalmente i ribelli operano una ritirata che alcuni di loro definiscono “tattica” e altri “strategica” solo per alleviare – dicono – la “drammatica situazione umanitaria dei residenti”, mentre l’esercito dice che lo fanno perché decidono di scappare sottraendosi così, finché ancora possono,  alla rivolta che gli stessi residenti cominciano a scatenare contro di loro…

●Proprio alla vigilia del voto per le sue presidenziali, il primo ministro uscente Putin che è anche secondo tutti gli indicatori seri il presidente entrante, o rientrante, tiene da Mosca a mandare un messaggio chiaro e di carattere evidentemente ammonitorio a Bashar al-Assad: uno sul piano teorico, diciamo così dei princìpi, e uno pratico, chiamiamolo delle cose e delle conseguenze loro: non è spiega ai suoi.

In linea di principio ai media occidentali, che in gruppo lo intervistavano a Mosca[36], sapendo che lo avrebbero letto con attenzione sia i ribelli in esilio a Londra che Assad a Damasco, Putin ha detto che certo noi russi abbiamo uno speciale rapporto col presidente Assad ma non c’è dubbio alcuno che tocca ai siriani decidere chi dovrà comandare in casa loro, non a noi o all’ONU o all’occidente o anche agli altri arabi. Dobbiamo convincerli tutti, i siriani, governo e opposizione  a sedersi e trattare tra loro. Sarebbe una brutta pace? Sempre meglio comunque di una bella guerra, no?  

Ma da voi, in occidente, “la gente guarda la Siria coi vostri occhi, ciò che voi mostrate sui giornali e in tv. C'è un conflitto civile armato, e il nostro obiettivo non è di aiutare governo o opposizione armata, ma di arrivare ad una pacificazione. Non voglio che si ripeta la Libia.  Ve la ricordate quell'esecuzione medievale di Gheddafi? E dopo?... Noi non vogliamo che in Siria succeda niente di simile...

Perché non avete firmato la risoluzione dell’ONU sulla Siria?

Ma voi l'avete letta? Io sì. C'è scritto che bisogna portare via le truppe governative dai villaggi dove si trovano. Ma perché non dire che deve ritirarsi anche l'opposizione armata? Così Assad non avrebbe mai accettato. Facciamo sedere le parti ad un tavolo, apriamo le trattative, questa è la strada”.
Ma lei crede che Assad dopo tutto questo possa restare al potere?

Non lo so, sono le parti che si devono mettere d’accordo. Con gli sforzi congiunti di Unione Europea, Stati Uniti e Russia possiamo farcela. Una cattiva pace è sempre meglio di una buona guerra”.

Sul piano pratico, lo stesso giorno, il vice presidente della Camera di commercio e dell’Industria russa, Georgy Petrov, personaggio non a caso di seconda fila, lancia a Damasco un messaggio tanto chiaro quanto ovvio che avrebbe potuto quindi risparmiarsi ma che, invece, ha voluto lanciare: per mettere in chiaro quel che era già chiarissimo e, appunto, anche ovvio: la Russia non è più in grado di mantenere lo stesso livello di impegni contrattuali economici con la Siria nella situazione di caos che si è andata lì sviluppando.

La sicurezza dei cittadini russi che lavorano nel paese deve avere e avrà, dice Petrov, la priorità sulla cooperazione economica in progetti come l’edilizia, la gestione delle risorse idriche e la realizzazione dei piani energetici. Finché non si arriverà a una normalizzazione accettabile la cooperazione non potrà riprendere e la Camera di commercio russa la terrà sotto controllo in stretto contatto col ministero degli Esteri.

Nessun contratto è stato e sarà cancellato, però, solo sospeso e la cooperazione con la Siria che è di lungo, lunghissimo periodo e la Russia vuole ripristinare appena possibile i suoi legami economici con la Siria. Non è detto, ma significa con qualsiasi governo rappresenti “legittimamente” la Siria[37].

●Fatto intravvedere il bastone, ecco subito la carota. Il 10 marzo, Sergei Lavrov, il ministro degli Esteri di Mosca ha partecipato al Cairo a una riunione della Lega araba cui era stato invitato dai suoi omologhi e il segretario generale, Nabil Al-Arabi, ha comunicato in conclusione come un piano in cinque punti per riportare la pace in Siria fosse stato raggiunto tra tutti loro e i russi[38]. Non ci sono state reazioni immediate né da parte di Assad né da parte ribelle. Ma il piano, che lascia cadere subito la pregiudiziale delle dimissioni è più vicino alla posizione originaria dei russi che a quella degli arabi anti-Assad.

C’è stata discussione. Arabia saudita e Qatar non hanno rinunciato a “lamentarsi” col russo per il suo veto alla risoluzione loro e degli USA presentata all’ONU, ma Lavrov a muso duro ha risposto che alla Russia non sta a cuore difendere alcuno specifico regime al potere in Siria “o altrove nella regione” ma solo la stabilità di quell’area e la promozione della tregua e della pace per tutto il popolo siriano.

E che la richiesta americana da essi “improvvidamente appoggiata” costituiva, in realtà, un precedente tanto provocatorio quanto potenzialmente destabilizzante per tutti i governi dell’area. Alla fine tutti hanno riconosciuto come fosse poi vero: almeno nel senso che quella risoluzione era ormai morta e sepolta.

La Cina si dice immediatamente d’accordo e annuncia[39] che sosterrà il piano arabo-russo. E tanto più clamoroso tuona per converso il silenzio per lo meno imbronciato con cui la notizia viene accolta a Washington e a Londra, imbarazzatissime…

Il piano in 5 punti, per usare le parole con cui lo sintetizza al-Arabi prevede, in linea con gli sforzi iniziati da Kofi Annan (l’ex segretario generale dell’ONU, inviato speciale nella regione) per portare la pace in Siria

• “1) l’immediato alt alla violenza, a qualsiasi atto di violenza da qualsiasi parte esso provenga.

2) la creazione e la messa in atto di un meccanismo di supervisione e di monitoraggio imparziale.

3) la fine immediata di ogni interferenza esterna negli affari interni siriani.

4) l’accesso senza ostacoli di aiuti umanitari a tutta la popolazione siriana, senza eccezioni.

5) l’appoggio all’inviato per la Siria dell’ONU e della Lega araba, Kofi Annan, che poi però il 12 mattina è ripartito – dice – per riferire a New York per l’avvio di un dialogo politico tra il governo siriano e tutti i gruppi dell’opposizione”.

●Gli americani non sono ovviamente contenti della “mossa del cavallo” con cui i maestri scacchisti russi e arabi sembrano quasi emarginarli. Ma ingoiano e, anzi, a modo loro rilanciano raffreddando i bollenti spiriti che si trovano in casa. “I due vertici del Pentagono – quello militare, il gen. Martin E. Dempsey, e il civile, il ministro Leon E. Panetta – hanno risposto a Obama, scrive il NYT[40], che aveva chiesto loro le possibili opzioni militari preliminari per rispondere al conflitto sempre più violento che è in corso in Siria mettendo in evidenza tutti i rischi che un intervento militare comporterebbe”.

Secondo alcune stime che fanno capo all’ONU, ma che nessuno è in grado di confermare, in Siria, nell’anno che più o meno è passato dall’inizio dell’insurrezione, sono morti 7.500 abitanti, da entrambe le parti della barricata. E mentre Obama, che è sostanzialmente, anche se non ancora completamente riuscito a mettere fine alla guerra americana in Iraq ma non riesce a districarsi ancora – né riuscirà probabilmente a farlo per bene da quella in Afganistan (la più lunga delle decine e decine combattute nella storia degli USA) – è chiaramente, e comprensibilmente, molto dubbioso nel cominciarne un’altra.

E forse addirittura neanche l’ultima, per il momento (dietro l’orizzonte c’è sempre il rischio che Israele trascini gli USA in guerra con l’Iran), i suoi avversari repubblicani – tutti – gridano all’intervento e l’ex candidato alle elezioni del 2008 contro di lui, il sen, McCain – in apparenza uno dei pochi che sembrano razionali – urla in Senato di fare come in Libia: di bombardare Assad “finché dirà sissignore” piegandosi, se non proprio alla volontà del suo popolo tutto almeno a quella dei suoi nemici e, soprattutto, della onnipotenza americana, che al dunque decide per tutti…

Così, deponendo in Commissione al Senato, Mr. Panetta ha testimoniato[41] che un intervento militare straniero potrebbe ben accelerare lo scoppio di una vera e propria guerra civile su larga scala “rendendo peggiore una situazione che è già esplosiva”. E noi, ha detto anche bruscamente innervosendo gli assertori fanatici, non solo repubblicani, di una superpotenza americana senza limiti né confini che, invece, “limitazioni serie, specie se e quando decidessimo di mandare soldati americani a combattere sul terreno” e non più solo coi drones che bombardano, spesso “ndo’ cojo cojo”, da oltre diecimila metri d’altezza, che comunque “non avrebbe alcun senso farlo da soli”, senza una coalizione alleata con noi e dietro di noi, come in Libia.

Il Dr. Stranodrone… (vignetta)

        Giudice Giuria         e Boia

Programma U.S.A. di aerei senza pilota

Fonte: 29.2.2012, Khalil Bendib

Lì c’è voluta una campagna aerea di tutta la NATO – spiega – durata sette mesi, con 7.953 sortite di bombardamento e circa 1.100 bombe lanciate sul paese ogni mese, con migliaia di morti (la stima generica e volutamente non ufficiale dell’Alleanza; decine di migliaia, invece, di morti civili  secondo stime ufficiose di intelligence sempre americana. Qui gli aerei americani sarebbero almeno per mesi da soli (gli altri paesi NATO hanno esaurito in Libia tutte le loro scorte di bombe; e neanche i più bollenti tra loro, come inglesi o, per ragioni elettorali loro, i francesi hanno voglia davvero di intervenire).

E, poi, qui – precisa il capo dei capi di stato maggiore, generale Dempsey, che lo accompagna[42] – se da una parte siamo tecnicamente “in grado di fare quel che vogliamo”, dall’altra  dovremmo fare i conti con almeno “quattro sfide maggiori:

i rischi pesanti nell’attaccare un territorio che come quello siriano è protetto da difese antiaree sofisticate disposte tutto intorno, ma non solo, ai maggiori centri popolati del paese;

i rischi dell’armare un’opposizione frastagliate e frantumata, rissosa e eterodiretta come questa siriana;

il potenziale, qui  dietro l’angolo, di innescare una guerra per conto terzi, dell’Iran e/o al limite della Russia stessa nella regione [con Hezbollah, con Hamas, ecc.];

e il fatto, già menzionato ma da ricordare, che qui ancor oggi non c’è una coalizione internazionale disposta a fare la guerra al presidente Bashar al-Assad”.  

Panetta, che chiaramente dissente dalla bellicosità armata a parole della Clinton e dei falchi del Pentagono ha accennato anche al fatto che secondo lui l’opposizione siriana sta sbagliando tutto: respingere a priori, come ha fatto il Consiglio nazionale siriano, e da Londra, il tentativo di Kofi Annan, prima ancora che riuscisse a mettere piede a Damasco per cercare uno spiraglio di mediazione sostenuto da tutte – stavolta – nessuna esclusa, forse, le grandi potenze, è sbagliato.

E serve solo ad Assad per dire ad Annan, il giorno dopo, che finché nelle fila dell’opposizione restano in preminenza qaedisti e estremisti – e ci sono – trattare non serve a niente e certo non ai siriani: ce lo hanno insegnato gli americani, no?, pare che gli abbia ricordato, che con al-Qaeda non si tratta[43].

In realtà, al di là della presa sicuramente più traballante ormai ma sempre di gran lunga superiore alla loro di Assad sull’economia e sulla società, insistere sul puro e semplice scontro armato significa giocare proprio sul punto di forza del regime e ancor peggio se, poi, come cominciano a fare nella loro disperazione gli insorti dall’estero qualcuno chiede  l’intervento militare straniero. Se il regime non si sbriciola e l’esercito continua a bombardare le aree sotto controllo militare ribelle il CNS deve darsi da fare invece d’urgenza a sviluppare una vera e propria strategia politica: cosa vuole raggiungere oltre alla cacciata di Assad? e come si ripromette di farlo senza affidarsi soltanto alla clemenza e alla forza di un intervento armato straniero, in ogni caso improbabile?

Lo chiariscono ufficialmente, e speriamo che sia una volta per tutte, e non casualmente stavolta all’unisono, sia l’America che l’Europa. Il 10 marzo un portavoce della Casa Bianca[44] parla dello scetticismo con cui da Washington, a quei livelli – i massimi: ma non sempre quelli vincenti, però – viene vista l’idea d un intervento militare: anche perché, forse – ma questo certo non confesseranno mai – l’esperienza libica ha insegnato che se sicuramente aiuta gli insorti aumenta, e non allevia, il disastro sul piano umanitario per le popolazioni civili.

E, a Bruxelles, i ministri degli Esteri dell’Unione concordano[45] – o se volete, come sempre buoni secondi, confermano, malgrado le velleità bellicose, a chiacchiere, di inglesi e francesi in particolare – che la Siria non è la Libia e che Assad “deve” (perché glielo dicono loro?!?)  “unilateralmente” rinunciare alla forza… questi – imbelli, inetti, scemotti? – sembrano parlare dall’… iperuranio, quel mondo che, diceva Platone, risiede oltre la volta celeste e dove nascono le idee, comprese, come si vede, le più balzane…

Il presidente Bashar al-Assad ha convocato quelle che potrebbero anche essere solo le sue elezioni parlamentari per il 7 maggio. C’è chi, oltre si capisce all’opposizione,  reagisce subito – in genere le cancellerie occidentali – sostenendo che sono solo uno scherzo grottesco— e è certo possibile che si rivelino tali. Però, lui tiene duro: del resto, scambiando in buona parte le loro illusioni per speranze, i suoi tanti nemici non avevano detto lo stesso – che sarebbe stato un flop evidente per tutti – anche del suo referendum che, invece, malgrado la guerra in atto, non gli è andato poi proprio male?

Insiste, insomma, nel cercar di muoversi lungo la piattaforma di impegni politici, comprese le elezioni – dice – multipartitiche che nel 2011 promise al paese. Forse troppo tardi, come dice anche il russo Lavrov, e forse, probabilmente, anche troppo poco, ormai… Ma altrettanto certo è che la chiusura (sicuramente solo temporanea, al dunque, vedrete) di molte ambasciate occidentali a Damasco, nelle parole anonime ma certificate di uno degli ultimi diplomatici occidentali a partire,  appare solo come “una manifestazione dell’impotenza totale dei nostri paesi che non hanno a disposizione in realtà alcuna opzione per trattare, influire, pesare sulle autorità della Siria[46]”.

E poi andandosene per l’ennesima volta per tornare poi qui, a Damasco, alla piattaforma diplomatica e di intelligence più importante di tutto il Medioriente, “come tanti gattini altrimenti ciechi, statunitensi in testa, senza che sia cambiato niente tra qualche giorno o qualche settimana per l’ennesima volta”…

Nel frattempo l’opposizione armata che si rifà al cosiddetto Libero esercito siriano ribelle si è dovuta ritirare da tutte le ridotte che occupava sia a nord-ovest, a Idlib, che a sud, a Dara’a, mentre registra forse la maggiore defezione, la più cocente dalle sue fila. Se ne va dal Consiglio nazionale l’ex giudice Haithem al-Maleh perché è “drammaticamente carente – denuncia – di trasparenza, di chiarezza di intenti e di capacità organizzative oltre che anche semplicemente nel riuscire ad armare adeguatamente i ribelli[47]”.

Al-Maleh è una figura di spicco, una delle poche davvero, di un’opposizione interna credibile e rispettata. Arrestato due volte, per aver reclamato pubblicamente che l’indipendenza dei giudici venisse applicata, esponente noto del movimento siriano per i diritti civili, uno che ha sempre rifiutato di andarsene in esilio dorato ma mai è stato acquiescente, membro ad honorem della direzione di Amnesty International, e “prigioniero di coscienza”, cioè non solo oppositore implacabile di Assad, l’ultima volta è stato amnistiato a marzo dell’anno scorso perché utrasettantenne.

E, adesso, le sue parole echeggiano da vicino il verdetto anonimo di cui diceva alla Reuters l’anonimo ambasciatore occidentale di Nota45: “l’opposizione non ha alcuna possibilità di vincere sul piano militare, data la solidità e la compattezza delle forze armate dietro ad Assad e la loro chiara determinazione a usare la forza sena star a sottilizzare per schiacciare la rivolta armata. Assad, può resistere perciò ancora a lungo ma è come delegittimizzato ormai dal tipo di repressione che ha messo in moto e si aggrappa solo allo schermo delle sue riforme”. Per uscirne, ci vuole un compromesso, un dialogo, un negoziato, tra le parti.          

●A quasi un anno e mezzo da quando abbiamo cominciato a tenere questo particolare capitolo di cronaca/commento su fatti e misfatti nel Mediterraneo e del Medioriente – e stavolta senza dedicare specifico rilievo, se non di riflesso, alla Palestina – e con  ormai saldamente inquadrata la Siria nel fuoco della lente di ingrandimento di quei fatti e misfatti, è il momento ci sembra, di una ricostruzione ragionata e ragionevole degli eventi: che sfugga per quanto possibile e deliberatamente alla propaganda dei campi avversi— più laida, lasciatecelo dire, in misura inversa alla puzza di petrolio e di grande potenza che le sta dietro.

Girano due narrazioni antitetiche, come le chiamano ora, sulla crisi della Siria. Una dice che la grande maggioranza dei siriani si sono sollevati contro la brutalità di una dittatura criminale (linguaggio riservato, però, solo a questa dittatura criminale, non a quelle del Bahrain amico e alleato né della Arabia saudita alleata ed amica, per dire, che reprimono con le armi e negano sistematicamente i diritti dei loro sudditi almeno come e quanto il regime di Damasco…).

Il risultato è che il governo di Bashar al-Assad è stretto alle corde, isolato regionalmente e internazionalmente e riesce a restare al potere solo perché Russia e Cina hanno messo il veto all’intervento dell’ONU. La segretaria agli Esteri USA, signora Clinton, ha diplomaticamente chiamato Assad un “criminale di guerra”[1] e il suo portavoce Frederic Hof, già a dicembre scorso aveva detto al Congresso che Assad è un “morto che cammina[2]”.

Il secondo racconto parla di una sinistra alleanza tra monarchie feudali, USA e altre potenze occidentali e una serie di schegge e fazioni al-qaediste e fondamentaliste che, sfruttando cinicamente la voglia nuova di democrazia cui aspirano anche i siriani come tanti altri popoli della regione, puntano a sovvertire un regime tra i più secolari, laici, del Medioriente che, malgrado tutto ma in sostanza per paura del peggio, la maggioranza della popolazione sostiene, per rovesciarlo e trasformarlo in una ridotta islamica estremista, facendo di Damasco un alleato alla saudita proprio, ma subordinato e fedele a Washington e alle sue priorità, appunto, come l’Arabia saudita contro l’Iran e gli Hezbollah del Libano.

C’è del vero, come quasi sempre, in tutte e due le versioni ma, a questo punto, diventa cruciale separare il mito dalla realtà perché è in questo paese, la Siria, che si colloca il cuore strategico del Medioriente. E sbagliare qui potrebbe far davvero cadere tutti i tasselli del domino dal Cairo a Teheran, da Beirut ad Amman. Ma anche a Riyād e, forse, a Gerusalemme.

E allora proviamoci. Non c’è dubbio che lo scorso marzo le dimostrazioni di massa scoppiate a Damasco e in diverse altre città della Siria hanno rappresentato per lo più una reazione spontanea alle notizie di arresti e torture perfino di alcuni scolari a Dera’a[48]. Così come sembrano esserci pochi dubbi che ad alimentare la rabbia diffusa che sottostà alla rivolta, ci sia anche il clientelismo rampante intorno alla famiglia Assad o, almeno il suo dominio assoluto sull’esercito, sulle forze di sicurezza, su gran parte del sistema delle telecomunicazioni, delle banche e dell’edilizia.

Ma non c’è neanche alcun dubbio che molti attori esterni – in specie tutta la sfilza di monarchie, satrapie e sceiccati del Golfo Persico, gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna e tutta la galassia delle organizzazioni estremiste sunnite – da al-Qaeda ai gruppuscoli più variegati – abbiano messo i loro ferri nelle braci roventi della rivolta qui in Siria.

E c’è la profonda, tragica, ironia, della condanna sdegnata dei paesi del Golfo per l’oppressione dei cittadini siriani, che arriva da regimi come quello saudita o del Bahrain che sono fra i più efficienti nel reprimere e capillarmente schiacciare – con  la frusta, la tortura, la scimitarra e anche i carri armati – i movimenti democratici che cercano di affacciarsi timidamente alla luce nei loro paesi.

E’ l’ironia della storia per cui Obama e la Clinton si trovano schierati a favore dei ribelli siriani accanto al Dottore in Medicina e in Chirurgia, master con superlode all’università del Cairo, Ayman Mohammed Rabie al-Zawahiri, leader supremo di al-Qaeda, successore di Osama bin-Laden: il superterrorista, Zawahiri, che adesso ha sulla testa (morto o vivo come dicono i cartelloni segnaletici most wanted dell’FBI una taglia[49] ora alzata a 50 milioni di $.

E se il regime di Assad è stato certo brutale con le migliaia di morti (7.500-8.000 in totale tra le due parti) che si ritrova sulla coscienza, che dire del regime di Netanyahu che sul gozzo ha il bombardamento a tappeto condotto sulla città di Gaza a cavallo tra 2008 e 2009 – l’operazione Piombo Fuso –  con una percentuale pro-capite di palestinesi ammazzati ben superiore? Ma qui, in Medioriente, sempre e dovunque trionfano i due pesi e le due misure e impera l’ipocrisia— per cui gli USA che mettono il veto alla condanna di Israele in quell’occasione vanno bene e la Russia che con la Siria fa lo stesso, naturalmente, non essendo gli Stati Uniti, va condannata…

Insomma, il primo mito da sfatare è che la crisi siriana sia questione di buoni contro cattivi, di democrazia contro dittatura, con un popolo che unito si scontra con un’élite di banditi e ladroni. Mentre il fatto è che, se la ribellione ha dietro un numero certo non irrilevante di siriani, il regime di Assad probabilmente, molto probabilmente, ha ancora il sostegno della maggioranza della popolazione[50]

In un’intervista al mensile americano New Yorker[51] un dissidente assai noto nel paese, Salim Kheirbeck, ha riconosciuto – e detta da lui la cosa sembra proprio credibile – che “non più del 30% della gente si sente coinvolta, cioè simpatizza, con la resistenza. L’altro 70%, se non si schiera direttamente dalla parte del regime, sta zitto perché la resistenza non li convince, specie dopo quanto è successo in Iraq e in Libia. Questa è gente che vuole le riforme, ma non è che le voglia a ogni costo”.

E mentre il referendum di un mese fa sulla riforma costituzionale voluto da Assad è stato accantonato da USA, Europa e Consiglio del Golfo come qualcosa di inutile e sospetto, sembra proprio che quasi il 60% dei siriani abbia votato per sostenerne le proposte.

Parte dell’appoggio al regime viene da comunità minoritarie, in particolare dai cristiani e dagli alawiti che costituiscono, rispettivamente, il 10 e il 12% dei 24 milioni di abitanti del paese. Gli alawiti sono una branca degli sciiti e la frazione religiosa di cui fa parte la famiglia Assad e che (perciò?) nel governo è maggiormente rappresentata. I sunniti sono la maggioranza, ma la Siria ha anche minoranze non irrilevanti di curdi, drusi, armeni, beduini e turcomanni. La stima è che nel paese siano presenti 47 diversi tipi di gruppi e di minoranze religiose.

Alawiti e cristiani hanno forti ragioni di preoccupazione. Ha riferito il NYT[52] di recente che a Homs, uno dei centri principali della rivolta, i dimostranti cantavano di “cristiani a Beirut e alawiti nella fossa”, ricordando che al-Qaeda degli sciiti parla di regola come di una “lisca che ostruisce la gola dell’Islam” e va estratta a forza e che mette a bersaglio delle proprie stragi, sistematicamente, in Iraq e in Pakistan, le loro comunità.

L’altra verità da mettere in evidenza è che la Siria non è affatto isolata, né nella regione né a livello internazionale. La Lega araba ha anche rivisto adesso la propria posizione iniziale che aveva condannato aspramente il governo siriano, ma da subito non tutti i suoi membri si erano detti d’accordo: Libano e Iraq avevano sostenuto Assad e la Giordania era stata attenta a restare neutrale (anche Amman ha subito l’esperienza diretta del caos scatenato dalla guerra tra sunniti e sciiti in Iraq). E l’Algeria, non certo il minore tra i grandi paesi dell’area arabo-mediterranea, aveva duramente criticato la Lega.

Il suo ministro di Stato Abdelaziz Belkhadam aveva commentato seccamente con l’Agenzia France-Presse[53] che “la Lega araba non è più una Lega ed è ormai lungi dall’essere araba” visto che “si è messa a chiedere al Consiglio di Sicurezza di intervenire contro uno dei suoi membri fondatori e chiede alla NATO di distruggere le risorse di vari paesi arabi”.

Il 15 febbraio scorso l’Assemblea dell’ONU aveva votato a larga maggioranza per le dimissioni di Assad, ma non solo Russia e Cina, anche India e Brasile – tutti i paesi ormai associati sotto  l’acronimo BRIC e prepotentemente più in sviluppo degli altri, comunque, “strategicamente” pesanti: la Russia, che resta la seconda maggiore potenza nucleare del mondo, con un PIL che cresce a un tasso comunque più che decente del 4% e immensi giacimenti di petrolio ancora vergini e a prezzi di nuovo in fortissima ascesa grazie anche, e soprattutto, all’insipienza degli americani nel Golfo Persico e in Medioriente; la Cina, che sta diventando il paese più ricco del mondo, in credito di migliaia di miliardi di $ dall’America; e Brasile e India, che stanno essi stessi impetuosamente crescendo – hanno tenuto a spiegare che condannano ogni violenza ma restando fermamente contrari a ogni ingerenza esterna, tanto più a dare armi a movimenti ribelli, e a ogni intervento militare.

E anche la Turchia, che è a favore delle dimissioni di Assad, ha cominciato a prendere le distanze dicendo chiaro di essere contraria all’istituzione di quel che vorrebbero inglesi e americani, le cosiddette “zone sicure” vicine al suo confine ma demilitarizzate solo per l’esercito di Assad. Il fatto è che ci sono diversi paesi a temere che la guerra civile in Siria potrebbe anche diffondersi  in Libano, Iraq, Giordania e Turchia.  E forse anche negli Stati del Golfo.

E particolarmente intrigante è che tra i più preoccupati della destabilizzazione a Damasco sia proprio il nemico storico principale del regime di Assad, Israele.

Prima arrivano da Gerusalemme notizie quanto meno curiose: che in realtà sia Assad che Netanyahu sembrano preoccuparsi per la stessa ragione, una certa qual evidente presa islamista almeno su una parte non irrilevante della rivolta siriana. Israele, poi, conosce bene Assad, sa che rifornisce di armi Hamas e Hezbollah, ma sa anche che è un nemico largamente prevedibile e anche largamente “passivo” mentre resta sconosciuta la futura governance di un grande paese come le Siria, che incombe comunque sulla regione, con una massa di insorti caotica e, perciò, veramente temibile.

Di qui, quanto meno il silenzio del’esecrato “nemico sionista”, qualcuno dice anche l’inconfessata e inconfessabile complicità con Assad. Che appare confermata quando, poi, per la prima volta arrivano addirittura anonime informazioni a dire che l’aviazione israeliana sta di fatto aiutando Assad con interventi di suoi droni di prima e ben collaudata generazione, chiamati heron—  airone[54]. Notizia credibile, nel contesto geo-poliitico dato, anche se, per ora almeno, non confermata dai media di Israele.

Sul terreno la situazione non appare chiara. Chiaro, però, sembra che esercito e servizi di sicurezza restano al momento schierati dietro ad Assad. Ma se il quadro rimane questo, i ribelli continueranno a far ribollire il pentolone senza riuscire però a rovesciarlo a meno di interventi armati dall’esterno: per la precisione senza l’intervento armato, diretto, della NATO— cioè degli americani. Che, però, al di là delle velleità di menare le mani anche in Siria di parecchi senatori, soprattutto ma non solo repubblicani, e della stessa signora Clinton sempre accodata a ogni prurito di interventismo cosiddetto umanitario, alla Casa Bianca e al Pentagono, cioè là dove conta davvero, non sembrano proprio intenzionati poi a farlo.

La sola uscita possibile da questo impasse è dunque il negoziato e, adesso, dopo aver tentato di imporre le dimissioni a Bashar Assad per volere della “comunità internazionale” – definita di volta in volta come il consesso di coloro che sono d’accordo con la posizione americana – attraverso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU stoppata dal veto russo e cinese, arabi e russi hanno deciso insieme di tentarla. Insomma, sembra proprio uno stallo. Nel qual caso la  campagna in corso di aiuto ai ribelli che tenta di far andare via dal paese il presidente siriano è la strategia più sbagliata e quella che, invece,  sembra in grado di garantire un prolungamento degli scontri e un’escalation della guerra civile.

Anche l’idea che hanno tirato fuori Arabia saudita e Qatar, in particolare, e ancora una volta dai loro comodi scranni diversi senatori americani di dare armi direttamente ai “soldati” del Libero esercito siriano suona come un’idea particolarmente assurda, visto che nessuno veramente sa chi sono e molti rapporti anche piuttosto documentati dicono che includano non pochi jihadisti che non vengono affatto dalla Siria ma dall’Iraq, dalla Libia, dall’Arabia saudita, dalla stessa al-Qaeda. E’ la formula peggiore perché equivale a quella con cui gli americani si sono cacciati, ad esempio, nel pantano afgano: dare armi a gente che non conosci per combattere gente che non ti piace per niente.

Poi, la domanda stessa di cambiare il regime – e la minaccia di portare Assad e i suoi di fronte a un tribunale internazionale che mai ha processato e mai processerà un criminale di guerra occidentale (non quelli di campo Bagram in Afganistan, non quelli di Abu Ghraib in Iraq, tanto meno Bush e i suoi, si capisce, cui sulla base del verdetto del tribunale di Norimberga e del diritto internazionale che ne ha fatti propri i princìpi spetta a pieno il titolo di “criminali di guerra”) – fa di questo scontro una lotta all’ultimo sangue. Perché mai dovrebbe accettare il compromesso chi già sapesse che alla fine gli spetterebbe comunque l’esilio e la galera pur sapendo di contare sul sostegno di una parte non piccola, forse maggioritaria, del suo popolo?

D’altro canto – l’altro lato di questa medaglia – è anche vero che, sempre sul terreno, ormai dopo un anno di rivolta armata, Damasco non è ancora riuscito a domarla. Per questo se ne esce solo col negoziato. Insomma, sembra proprio uno stallo. Nel qual caso la campagna in corso di aiuto ai ribelli che tenta di far andare via dal paese il presidente siriano è, però, la strategia più sbagliata  che sembra, invece, in grado di garantire un prolungamento degli scontri e un’escalation della guerra civile.

Ora, sulla base di quei cinque punti bisognerà convincere però a negoziare sia Assad che i ribelli. Il primo ha comunicato ad Annan di essere disposto a farlo con tutta l’opposizione, anche quella armata ma con l’esclusione dei fondamentalisti più fondamentalisti tra gli islamici, quelli di al-Qaeda; i ribelli, invece, gli hanno opposto, per ora almeno,  un no secco: ma certo se adesso Arabia saudita, Qatar, Kuwait mollano la loro pretesa di far dimettere Assad a priori e gli americani segnalano di non essere disposti, alla fine, a entrare in guerra per loro…

Il referendum recente non è stato sicuramente abbastanza. Né lo saranno le elezioni di maggio. Ma se la devono vedere loro, i siriani, nel negoziato. Insomma, per citare ancora l’anonimo, autorevole ambasciatore inglese che se ne stava andando, temporaneamente da Damasco, assai poco convinto della linea dura di facciata dei governi che si sono allineati all’America (io con te non parlo – non parlo più meglio, non parlo più almeno per il momento… – perché  mi stai antipatico) non basta affatto chiedere ad Assad di andarsene o proclamare di sostenere gli insorti— senza poi farlo perché di loro non ci si può ragionevolmente fidare.

Bisogna – se poi basterà… – coinvolgere Assad col prospettargli un periodo di transizione, diciamo, quasi alla yemenita, chiedendo che si attivi e rischino, forse, anche una loro mediazione in prima persona, Arabia saudita e Russia. Con gli Stati Uniti della velleitaria signora Clinton e l’Unione europea dell’inetta signora Ashton che, in questo momento – secondo chi scrive, non certo secondo l’ambasciatore alle cui parole qui si fa inizialmente riferimento – farebbero meglio ad appoggiarla esplicitamente ma senza immischiarsi, restando a grattarsi le loro rogne, anziché cercare di usare la Siria per le loro guerre in conto terzi.

Perché di questo, si tratta. Ha detto in un’intervista recente il ministro israeliano dell’intelligence, Dan Meridor[55], che sostenere la rivolta in Siria sarebbe invece importante perché “rompere la non santa alleanza tra Siria, Iran e Hezbollah costituirebbe di sicuro un fatto positivo”. Già… ma per chi? per la democrazia, per la libertà? o per spostare a proprio vantaggio pedoni e alfieri sullo scacchiere mediorientale?

Intanto, alla fine, Kofi Annan propone e Assad accetta, mentre ancora una volta gli autodichiaratisi leaders dell’opposizione siriana in esilio – quelli di Londra – si oppongono[56] al suo nuovo piano che vorrebbe portare a una cessazione del fuoco perché esso non comprende in partenza quello che chiedono loro, il negoziato sule modalità di cambiamento del regime. Invece, includerebbe già questo sì la discussione tra le parti sul se il cambiamento dovrebbe avvenire…

I  capi in esilio dell’opposizione vogliono – vorrebbero – ottenere, così – di questo si tratta – dalle Nazioni Unite e dalla loro pressione politica quello che i loro militanti non sono riusciti a strappare in Siria con la rivolta armata. Ma non funziona così e questa pervicace impotenza ottiene solo di far apparire i leaders in esilio di quell’opposizione come gli ostacoli maggiori al cessate il fuoco.

Russi e cinesi e siriani, come governi, sostengono il piano di Annan perché, al contrario della risoluzione fallita al CdS dell’ONU, addossa a entrambe le parti il compito della cessazione del fuoco. Che ancora non c’è ma che Assad sembra più disposto a accettare di quanto lo sia un’opposizione largamente indebolita, del resto, giorno per giorno da quel che si va sviluppando sul terreno, in Siria…

EUROPA

● La crisi: economia, Iran, Europa: ma è finita? Bo’… (vignetta)

Buone notizie I segnali vitali mostrano qualche miglioramento…

ECONOMIA MONDIALE 

Il peggio potreste esservelo ormai lasciato alle spalle!!

 IRAN                   EUROPA

… o magari è ancora lì, proprio sotto di voi

 

Fonte: The Economist, 24.3.2012, KAL

 

●Ancora una volta a inizio mese, la BCE tiene fermo all’1% il principale tasso di rifinanziamento, il tasso di sconto, dell’eurozona, apportando a motivo il basso livello della crescita in Europa e il costo in aumento del greggio[57]. Non osa, purtroppo né abbassarlo ancora, per esempio al quasi zero degli americani – della Banca centrale americana: mica di quelli che invocano l’occupazione di Wall Street – né, si capisce, forzare le proprie competenze per avvertire i governi che sono le loro insensate politiche mediorientali a peggiorare le cose.

Perché, antagonizzando deliberatamente l’Iran e creando frizioni e minacce sempre crescenti alla stabilità già precaria dell’area che produce gran parte del petrolio del mondo contribuiscono in modo decisivo a tenere alto il prezzo del petrolio e con esso, anche, bassa la crescita— ma, certo, non si può mai chiedere ai don Abbondio della massima competenza tecnica e della nessuna saggezza politica convenzionale di darsi il coraggio civile che né l’onnipotente né i loro studi hanno loro conferito per riconoscere le proprie responsabilità e colpe…

●La recessione, alla fine del primo trimestre 2012, è tornata a infierire a pieno regime in Europa almeno in sei paesi dell’Unione (Belgio, Olanda, Italia, Portogallo, Grecia e adesso anche Irlanda),  dopo che aveva già chiuso in perdita il PIL (dunque, i canonici due trimestri consecutivi di contrazione) negli ultimi tre mesi del 2011.  

●Il tasso di disoccupazione nei paesi dell’euro tocca il livello più elevato a gennaio da quando è stata creata nel 1999 la moneta comune: il 10,7%[58]. L’EUROSTAT stima che 24.325.000 uomini e donne sono ufficialmente disoccupati (diciamo, per semplificare iscritti alle liste di disoccupazione) in Europa (16.925.000 solo nei paesi dell’eurozona) a gennaio, in aumento sia sul mese precedente che rispetto allo stesso mese dell’anno prima. Fra gli Stati membri dell’eurozona hanno segnato il minimo livello di disoccupazione Austria (4%), Olanda (5), Lussemburgo (5,1%) e al massimo Spagna (23,3), Grecia (19,9% a novembre), Irlanda e Portogallo (al 14,4%).

●Il NYT[59], in un articolo che parla di Francia e Germania, mette in evidenza come quest’ultima abbia un tasso di crescita superiore e di disoccupazione più bassa. E, senza neanche intrattenersi sulle differenze strutturali tra le due economie,  ne deduce, sbagliando, come spesso del resto gli capita nei suoi servizi non solo di politica economica più ideologicamente che fattualmente ispirati, che è il livello più elevato di protezione del mercato del lavoro, cioè dei lavoratori, in Francia a spiegare i diversi risultati. Noi, dice un tedesco intervistato per farsi capire “viviamo per lavorare e loro lavorano invece per vivere”.

Ma è anche questa una leggenda metropolitana messa in giro dai liberisti, qui e lì. Nel 2009, l’anno più recente per cui sono disponibili tutti i dati, secondo l’OCSE che li raccoglie e li compara sistematicamente, è falso: il dipendente tedesco ha lavorato in media il 10% di ore in meno del suo collega francese. Dunque, non da questo dipende la differenza dei risultati.

Nel 2008, il lavoratore medio ha lavorato in Francia 1.560 ore  rispetto alle 1.426 della Germania. E nel 2007 erano 1.556 le ore effettivamente lavorate in Francia contro le 1.430 in Germania. Già prima della recessione, dunque, questo gap nella lunghezza media del lavoro esisteva e la storia dei francesi che lavorano meno era una palla, inventata dal NYT a mano che non l’hanno copiata da qualche data-base scandalosamente di parte come certo non è quello dell’OCSE[60].

In effetti, sembra molto più probabile che la ragione della differenza, di quella vera, risieda nella formazione professionale e nell’addestramento di più alto livello, qualitativo oltre che quantitativo, ricevuto dai lavoratori tedeschi oltre che nel più alto grado di cooperazione labor-management (la concertazione, la co-gestione, il decidere insieme— tutto il contrario, cioè, di Marchionne ma anche di Monti, sia a livello macro che micro-economico: soprattutto e proprio sul luogo di lavoro). Altro che i livelli diversi di protezione e di stabilità del lavoro che dove più sono presenti comportano invece – nei fatti e non nelle ubbie ideologiche – più lavoro, non meno.

●L’ex primo ministro dell’Islanda, Geir Haarde, sbaraccato dagli elettori insieme a tutto il sistema costituzionale con il rimpiazzo di un altro sistema molto meno “osservante” e anzi dichiaratamente eversivo delle regole imposte dalla finanza internazionale, è il primo uomo di governo processato penalmente per la gestione “criminalmente negligente, irresponsabile”, sostiene l’accusa, avanzata dal parlamento islandese stesso— in pratica un impeachment[61] ma di carattere direttamente penale: Haarde era stato sconfitto della crisi finanziaria che nel 2008 portò al crollo bancario del suo paese.

La difesa ha subito chiesto che l’accusa cadesse visto che le scelte del PM furono a suo tempo “sostenute e anzi richieste dal Fondo monetario internazionale” stesso. Ma è meglio che lascino perdere, visto che la reazione sia dell’opinione pubblica che della procura della Repubblica finlandese è stata immediata: questa è un’aggravante e non certo un’esimente! In ogni caso, al momento, il giudizio più diffuso tra gli islandesi è che – se questo processo viene portato a buon fine, assegnando e provando con chiarezza e in modo convincente responsabilità e, se ci sono, colpe – potrebbe davvero essere, e non solo per questa piccola isola del ghiaccio a cavallo del Circolo polare artico, un trionfo vero della democrazia in un continente che ormai né è stato totalmente sfiduciato.

Certo, c’è anche un sentimento forte e diffuso nel paese – ancora minoritario ma crescente – che vede nel processo il tentativo di fare del vecchio PM un capro espiatorio e un caso esemplare di giustizia popolare: caso pericoloso, in qualche modo, proprio per la democrazia in nome della quale pure Haarde viene perseguito: perché avrebbe “criminalmente” privilegiato, rispetto agli interessi di tanti risparmiatori e cittadini islandesi, quelli della finanza internazionale e delle banche, specie di quelle inglesi e olandesi.

E ci sono anche alcune incongruenze forti come quella di non aver chiesto, il parlamento, anzi di aver esplicitamente rigettato, l’accusa analoga e congrua agli ex ministri social-democratici del governo Haarde che avevano condiviso e approvato la sua decisione di consentire il fallimento delle grandi banche islandesi per rimborsare i crediti di quelle straniere…

Malgrado tutto ciò, “questo processo è indispensabile. Il crollo dell’Islanda non è stato solo un crollo dell’economia— è stato anche un crollo morale. Il collasso quasi improvviso della fiducia popolare per gli esponenti politici, le istituzioni, il sistema finanziario ha portato in luce per la grande maggioranza di noi che non avevamo neanche l’idea della profondità della corruzione politica e del menefreghismo che per decenni era rimasto latente sotto la superficie della nostra società[62]”. 

●Nel vertice del 1° marzo, i capi di Stato e di governo di 25 paesi dell’Unione, mancando ancora la ratifica ufficiale (e essenziale) del parlamento tedesco[63] alla proposta avanzata con più forza proprio da quel governo di rendere più stringente la disciplina di bilancio per tutti gli Stati aderenti, hanno comunque firmato – ma come decisione dei governi e non ancora degli Stati: cioè, ancora a titolo provvisorio – non a 27, non a 26 poi ma solo a 25 e con altre riserve[64] sulla ratifica finale che sono state già anche annunciate.

Ha detto di no, come già annunciato e risaputo la Gran Bretagna e si è aggiunta, come aveva lasciato capire che avrebbe anche la Repubblica ceca, E pure l’Irlanda, dopo aver firmato, ha chiarito che indirà il referendum per chiedere un sì popolare, consultivo è vero ma politicamente ormai decisivo (nessun governo, nessun partito potrebbe poi fare lo gnorri e pare certo un altro no popolare clamoroso).

Anche per lei, però, per la Merkel, non è detto che l’operazione sia indolore al Bunsdestag dove il voto della Corte costituzionale la obbliga[65] a trovare una maggioranza dei 2/3 che non ha. Sul salvataggio alla Grecia anche l’opposizione dell’SPD votò a favore consentendole di raggiungere la soglia necessaria, ma stavolta ci si aspetta, qualcuno teme e in molti sperano che – contrariamente a quel che il PD in Italia non impone a Monti, qui i socialdemocratici imporranno di legare in qualche modo strutturalmente alle misure di disciplina anche forti misure favorevoli alla crescita se vorrà il loro voto che le è indispensabile, come quello appunto del PD a Monti…

Sul merito, il capo del gruppo parlamentare Frank-Walter Steinmeier non si impegna, ma almeno la mette sull’avviso: “la cancelliera ci deve cercare subito. In passato non lo ha mai fatto. Ma non può permettersi di dare per scontato  che al Bundestag e al Bundesrat [il senato] la maggioranza dei 2/3: se la deve cercare e con noi la deve negoziare”.

D’altra parte, come Merkel ha avvertito i suoi colleghi, l’adesione a una maggiore disciplina fiscale decisa per legge è legata alla – e condiziona poi la – possibilità di usare, quando sarà definitivamente approvato, il Fondo di salvataggio incrementato da nuovi versamenti per gli Stati aderenti. Che, Merkel spiega, dovrebbe ormai combinare ESM e EFSF, il Meccanismo di stabilità europeo e il Fondo europeo di stabilità finanziaria, semplificando davvero almeno una cosa, almeno per una volta, in Europa: se non altro, la lista degli acronimi.

●Intanto è potuto scattare il meccanismo che, in linea di principio, autorizzava l’apertura di credito della troika che presiede e controlla i conti della Grecia. Era necessario, come anche che ad esso aderissero – e alla fine ingoiando montagne di bile, hanno finito col farlo – oltre i 2/3 dei creditori privati – meglio del volume complessivo del credito privato – “volontaria mente”  – senza cioè che dovesse formalmente scattare la legge appena passata che ce li avrebbe forzatamente obbligati. In  uno scambio di titoli pubblici decurtati uno a uno di oltre il 50% hanno accettato così per non perdere tutto nel default di ridurre il debito pubblico greco di 108 a € 368 miliardi, aprendo la strada così all’elargizione della seconda tranche del salvataggio con giunto BCE-UE-FMI di $ 130 miliardi.

Ora, ufficialmente, l’Associazione internazionale di scambio di crediti e derivati, un altro organismo bancario internazionale privato delegato a trattare faccende anche molto pubbliche , ha dichiarato di considerare ufficialmente avvenuto l’evento. Sulla pratica, ci voleva il suo bollo tondo, condizione che i banchieri consideravano necessaria e sufficiente a far scattarel’accordo[66]. Commentando il sì di quell’istituto, il suo presidente, Mr. Jasper Tsang Yok-Sing di Hong Kong ha affermato che, se per caso la Grecia dovesse domani trovarsi di nuovo in condizioni di non avere accesso al credito – come molti si aspettano e neanche a termine ormai troppo lontano – non sarebbe più in grado di minacciare credibilmente i creditori per forzarli ad accettare altre perdite[67].

Che è cosa assai di buon senso. Meno sensato è che un gruppo di personaggi privati, sia pure banchieri, sia pure avendo dovuto ingoiarsi una parte dei propri crediti perché concessi a suo tempo per ingordigia a condizioni ridicole, sia in grado – e tutti glielo riconoscano – di  minacciare uno Stato sovrano… Come fino a prova contraria è (ancora) la Repubblica ellenica.

●Anche una delle agenzie cosiddette di rating della trimurti anglosassone, la britannica Fitch ha adesso rivalutato il default secco del debito della Grecia riportandolo con “previsione stabile” al livello B- della propria valutazione. Insomma, non più proprio “spazzatura”. Le agenzie di rating, ricorderete (le altre due, americane, seguiranno vedrete) si sentono e sono tutte sotto attacco per l’arroganza con cui persistono a dare pagelle al credito degli Stati sovrani.

Però i loro giudizi mantengono sempre una forte credibilità “tecnica” nel mondo degli affari e dei malaffari e sui mercati internazionali, anche se non meritata sbagliati, irritanti e distruttivi che sono stati truffando miliardi ai risparmiatori ma regalandone altrettanti alle banche. Il motivo vero che hanno non è, dunque, quello di essere buone coi greci – non gliene potrebbe fregare di meno – ma di cercare di disinnescare, mostrando qualche buona volontà e “oggettività”, l’attacco che contro di loro, per regolamentarle almeno, stanno sferrando a Bruxelles.

La motivazione formale – “tecnica”, appunto – del nuovo rating a B-, in un solo colpo di ben sei scalini all’insù, è che, naturalmente, lo scambio di titoli del debito scontati di oltre il 50% dopo l’“accordo”, diciamo, coi creditori privati e quello – per ora e ancora, però, solo annunciato con la troika – hanno, nel gergo esoterico di questi grandi sacerdoti della borsa, “migliorato il profilo del debito ellenico”, col naso meno adunco forse e “abbassato il rischio a breve di ricorrenti difficoltà per le prossime emissioni di titoli di Stato greci[68]”: sempre, però, che trovino adesso qualche compratore…

In ogni caso, a questo punto, sarebbe realistico dare atto che “il default c’è stato: concordato, negoziato, condotto in modo ordinato [chiamato magari ristrutturazione del debito e non semplicemente e unilateralmente proclamato] ed è stato un bene. Ma la storia così non è certo finita e la Grecia, come tutti gli altri paesi costretti in Europa a un’austerità forzata in fase di recessione, sembra condannata a molti altri anni di sofferenza[69]”.

E lo stesso premier dice ora a fine mese che, realisticamente, forse, il suo governo avrà ancora bisogna di una terza rata di aiuti, di un’altra fase di salvataggio. Ma forse, certo, con i mercati e gli speculatori coi quali il paese deve combattere, Papademos avrebbe fatto meglio a tacersi[70]

●C’è, infine, da mettere in evidenza una realtà che i soloni dell’austerità a spese altrui continuano a tenere il più nascosta che possono: nel mondo, oggi, e in questo paese ormai da anni in piena crisi, condannato a tagliare punti su punti di PIL dalla spesa pubblica perché “non se la può più permettere”, su sentenze congiunte di Bruxelles(la UE), di Francoforte (la BCE) e di Washington (il FMI) – la troika – nessuno trova da ridire sul fatto che dopo Cina e India, proprio la Grecia sia il terzo paese percentualmente maggior compratore ed importatore di armamenti nel mondo[71].

Nel 2004, quasi alla vigilia dello scoppio della crisi, la Grecia ha speso in armi il 4,3% del PIL, sui  € 1.080 pro-capite e, nell’ultimo decennio, in media globalmente $ 1.434 miliardi, un ammontare semplicemente pazzesco per un paese che è parte integrata e integrante dalla fondazione di un’alleanza militare consolidata e che include – e quindi obbliga – anche il suo più temuto e potenziale nemico, la Turchia.

Che, sicuro, occupa dal 1974 un pezzo dell’isola di Cipro, ma solo dopo che i colonnelli greci avevano tentato di occuparla tutta militarmente e illegalmente— fra l’altro fu la parziale invasione turca di Cipro a smascherare l’impotenza e l’incapacità dei militari greci che contribuì decisivamente così a cancellare la dittatura militare dalla storia di quel paese nel 1974. Ma  che, da allora. ha reiteratamente proposto una mutua riduzione delle rispettive spese per armamenti (e in ogni caso, nel 2010, la percentuale di spesa dei turchi, elevata comunque, era al 2,7% del PIL), sempre rifiutata da Atene.

La vergogna, tenuta scrupolosamente segreta dalla troika e da chi la struttura (Stati Uniti, ma ancora di più Francia e Germania) è che larga parte del debito greco sia dovuto anche al fatto che l’industria europea degli armamenti ha sempre coltivato e fatto attenzione speciale agli armamenti che l’esercito greco loro in abbondanza ordinava: nei cinque anni fino al 2010, la Grecia è stato in assoluto il cliente migliore dell’industria tedesca degli armamenti comprandone il 15% del fatturato globale[72].

Nello stesso quinquennio, la Grecia è stato il terzo cliente dell’industria francese di armi e il suo maggior acquirente in Europa. E, a noi sembra qualche po’significativo che, mentre a livello UE negoziavano il primo fondo di salvataggio per la Grecia nel 2010, il paese stesse importando  armi per 7,1 miliardi di € e in aumento secco dai 6,24 del 2007. Un totale di 1 miliardo e 200  milioni di €, quell’anno la Grecia lo spese solo per importare armamenti di fabbricazione tedesca e francese[73]: l’anno stesso in cui alla spesa sociale ellenica venivano tagliati la bellezza di 1 miliardo e 800 milioni di €.

E, a questo punto, è emerso qualcosa di molto più maleodorante del sospetto stesso: che il bailout, il salvataggio, della UE sia stato legato, inconfessabilmente, proprio all’obbligo fatto ai greci di mantenere gli ordinativi all’export di armi francesi e tedesche[74] piuttosto che a tagliare su quel capitolo di spesa invece che sulla sanità e le pensioni.

Lo rivelò, quando era ancora primo ministro, il leader socialista del PASOK,Georgios Papandreou, al collega parlamentare europeo tedesco e leader dei Verdi europei, Daniel Cohn-Bendit, Dany il Rosso: sì, i governi di Francia e Germania i loro stati maggiori e i loro ministri della Difesa (che, si capisce, hanno smentito: ma non ha smentito Papandreou…) hanno dichiaratamente condizionato il loro sì al bailout al nostro impegno a comprare i loro prodotti militari.

223 mortai o obici senza rinculo di costruzione tedesca e alcuni loro sottomarini della Thyssen Krupp Marine (peraltro anche piuttosto fatiscenti e, comunque, insoddisfacenti alla prova) e, da parte francese, all’impegno di acquisto per alcune fregate leggere di costruzione francese vendute come dotate di tecnologia cosiddetta stealth, cosiddetta invisibile ma pare anche inefficace[75]: appena coperti dall’acqua gli scafi, quando asciutti e con la vernice anti-stealth ancora asciutta effettivamente poco visibili ai radar, lo diventavano dopo pochi minuti...

Certo, negli ultimi due anni, diciamo, il bilancio militare greco è anche significativamente diminuito esso stesso. Ma resta sempre quel governo quello che nella UE spende la massima percentuale di PIL[76].! Quello col debito estero maggiore, quello col deficit maggiore – che, adesso, si viene a sapere essere stati voluti, comandati, proprio in particolare per vendere le loro armi, spesso fasulle, da tedeschi e francesi ai greci.

Ed è ovviamente quello che ha subìto, invece del taglio alle spese in armamenti e quello più massiccio alla sanità pubblica, all’istruzione, ai salari alle pensioni: alla spesa sociale… e quello con le sofferenze sociali più emergenti e più acute.  

●Ma siamo al solito. Se ci ostina a proporre e far approvare una ricetta sbagliata (la dose extra di austerità disciplinare da far ingoiare per forza a quanti sono già i più inguaiati: davvero una specie di bacillo della tubercolosi inoculato da tanti dr. Mengele che manco sanno di esserlo nelle vene di tutta l’Europa. Questo bacillo, però, quello dell’austerità, per il quale come per quello di Koch la cura è da tempo nota e testata, tanto che la TBC da noi è stata da decenni sconfitta ma l’austerità no, anzi…) sopravvive e fiorisce perché la diagnosi continua ad essere tutta sbagliata: perché la crisi non è stata affatto provocata dall’eccesso di spesa al di là dei mezzi che si spendevano (e questo, invece, è lo scopo dichiarato del nuovo trattato).

Anche se la crisi, specificamente in Europa è stata provocata dalla speculazione edilizia che, a sua volta, ha causato distorsioni enormi alle economie di almeno Gran Bretagna e, dentro l’eurozona, di Irlanda e Spagna, ma anche di Portogallo e Grecia trascinate in avanti fino al 2008 solo e proprio dalle bolle speculative— la crisi dell’Italia ha ragioni un po’ diverse: l’accumularsi senza fine e senza nessun rimedio reale, neanche tentato, di un debito pubblico accumulato da oltre un ventennio.

E nel nuovo Trattato non c’è una sola parola che aiuti ad evitare o porti a prevenire un’altra bolla speculativa come quella o come quella precedente dell’anno 2000, centrata sulle speculazioni della finanza internazionale, soprattutto in America. E la crisi è stata approfondita e peggiorata dal rifiuto irremovibile, e da nessuno rimosso, della Banca centrale europea di agire come prestatore di ultima istanza per i paesi dell’eurozona. Cioè di cominciare a fare quello che fanno tutte – tutte! – le altre banche centrali del mondo: è questo il fattore chiave che ha provocato l’aumento per diversi anni a crisi già avviata e pesante dei tassi di interesse e che ha creato, o largamente aggravato, la crisi fiscale di diversi paesi fino a renderla irrimediabile e, infatti, non rimediata.

In effetti una piccola, infinitesimale correzione apportata a un articolo del Washington Post che tenta di spiegare il caso Irlanda, mette in luce che meglio proprio non si può un modo diversissimo di leggere lo stesso fenomeno. E mette ancora più chiaramente in luce alla fine qual è la realtà delle cose.

Cercando di spiegare come e perché è scoppiata la crisi, scrivono come “di tutti i paesi che in Europa nella crisi sono affondati”, l’Irlanda[77] è stato forse il più obbediente e deciso nel seguire le misure che in campo fiscale, bancario e anche altri [liberalizzazioni, deregolamentazione del mercato del lavoro, ecc.] premevano perché fossero da loro adottate quelli che loro avevano fatto credito.

Pure, malgrado l’Irlanda abbia ormai ricevuto da un anno l’aiuto che le è stato concesso, la ripresa tarda a arrivare, non c’è crescita economica, c’è un radicamento pesante di alti livelli di  disoccupazione e le famiglie e le banche restano schiacciate dai debiti accumulati durante il periodo della bolla speculativa edilizia”.

Ecco, per avere la nostra lettura delle cose – nostra e di tutta la scuola economica di pensiero che si appoggia a partire da Adam Smith, quello serio del mercato che bisogna sempre regolare con l’arbitrato della politica in nome del “bene comune” e che solo impedisce a un mercato, per definizione spiega lui stesso mai libero, di prevaricare sui deboli[78], a John Maynard Keynes, ai Nobel Tobin, Stiglitz e Krugman contro gli altri economisti della scuola del liberismo sfrenato alla Friedrich von Hayek, alla Milton Friedman e a tutti i suoi sciagurati lecchini della scuola di Chicago che ancora imperversano e sono in effetti dominanti – per avere questa lettura, questa spiegazione  diversa da quella di lor signori, basta sostituire in effetti – lasciando tutto il resto uguale a come lo scrive il WP – quel loro “pure malgrado” con un “perché invece proprio”…

Insomma, il disastro nel quale è affondata l’economia dell’Irlanda non può essere poi una sorpresa per chi mastica anche solo un po’ di economia e non ha i paraocchi liberisti a impedirgli di vedere come stanno davvero le cose. Tagli profondi alla spesa pubblica in un periodo di recessione finiscono, ineluttabilmente, con l’abbassare ancora, la crescita. E, dunque, l’Irlanda va tanto male proprio perché ha, e non malgrado abbia, seguito così da vicino le regole e le misure preconizzate e imposte dalla BCE e dal FMI…

●Il ministro incaricato del controllo della spesa pubblica in Irlanda, Brendan Howlin, ha dichiarato alla stampa che il prossimo referendum che sarà necessario per arrivare qui alla ratifica della decisione del governo di aderire alla revisione per ora votata a 25 e non a 27 (no di Gran Bratagna e Slovacchia) del Trattato europeo sul cosiddetto fiscal compact (austerità del bilancio) imposto dalla Germania a tutti gli altri, sarà un voto unico (viene poi precisato dal vice premier, Eamon Gilmore,  che il referendum lo celebreranno il 31 maggio).

Cioè, non si potrà come altre volte in Europa, prendendo in giro gli elettori, è stato fatto (in Olanda, in Francia…) votare e rivotare finché, per esaurimento magari, si arriva a una maggioranza come quella che il governo vuole… Insomma, si vota solo una volta e poi se ne affrontano le conseguenze[79]… Suona, da parte del governo, un po’ come pressione e minaccia. Ma è tale la quantità di purga (tagli, riduzioni, peggioramento delle condizioni di vita dei più…) che il paese ha già dovuto trangugiare, che il no (l’esempio islandese— in fondo solo una consonante di differenza, no?) pare ancora e sempre malgrado ogni scongiuro e, anche, ogni ragionamento.

●Il 20 marzo, i tassi di interesse scendono in Spagna[80] dopo un’asta che ha piazzato con successo € 5 miliardi di buoni a breve del Tesoro reale. Il Tesoro ha venduto € 3,59 miliardi a un tasso medio dell’1,4% a un anno e altri € 1,45 miliardi  a un anno e mezzo all’1,7%. Con questa asta la Spagna ha portato a buon fine – e con buon anticipo subito prima che a fine mese il premier Rajoy dia un’altra pesante stangata di brutte notizie sempre di stampo di un’addizionale di austerity – il 42% del programma di piazzamento sui mercati delle sue emissioni del debito nel 2012.

●Come in Francia sta facendo Hollande per le presidenziali del prossimo aprile(cfr. al capitolo FRANCIA qui sotto), in Slovacchia ha vinto clamorosamente con la maggioranza assoluta al suo partito socialdemocratico l’ex presidente del Consiglio Robert Fico, puntando allo sfaldamento petulante della maggioranza di centro-destra che si è sfaldata qualche mese fa sull’approvare o meno il pacchetto di salvataggio del nuovo Trattato europeo.

Salvo poi a votarne insieme solo la parte sulla “doverosa austerità” da trangugiare, senza più riuscire a rimettersi insieme e, quindi, dovendo rischiare le elezioni anticipate a meno di due anni da quelle in cui aveva vinto. Mentre lui, Fico, ha avuto se volete la fortuna di andare giù dritto con una critica molto forte e da sinistra alla gestione di destra della crisi, “penitenziale” sul piano sociale, anzitutto. E l’aiuto dello scandalo corruzione che, a Natale, con video intercettati, è arrivato in televisione a sme**are tutta la classe democristiana al governo.

Invece dell’austerità + austerità e + austerità con la quale il governo, supportato dall’euroscettico e neo-liberista sfrenato che è da due mandati alla presidenza, Vàclav Klaus, e dalla cieca e masochistica Commissione europea, la sua proposta è di mantenere il welfare come esso oggi è, già sforbiciato ma ancora di un certo peso, aumentando piuttosto le tasse sulle imprese, sui patrimoni e sui redditi più alti e piantandola con ulteriori privatizzazioni forzate di assets di Stato che sono poi soltanto dismissioni sottopagate a favore di interessi privati e che, in realtà poi alimentano una montagna di corruzione…

Insomma, che il costo della crisi – dice Fico che, non c’è dubbio, è anche un bel populista ma è persona pulita e anche per questo è stato premiato – lo paghino i più ricchi… Ma sciocca davvero ci sembra l’annotazione di uno degli ultras del rigorismo ad oltranza, il cronista dell’AP che sul NYT[81]  (ma avrebbe potuto essere stato uno qualunque dei nostri cultori dell’austerità per quanti, non loro,  guadagnano meno di 1.000 € al mese) annota di come parecchi “analisti [quali? quanti?] abbiano avvertito che Fico potrebbe non essere pronto ai passi necessari per abbassare un tasso di disoccupazione arrivato a più del 13% e ridurre il deficit al 3% del PIL [sapete quali, no? la liberalizzazione totale del mercato del lavoro, poffarre! mettere lavoratori e stipendi in “competizione” tra loro per far diventare il paese più “competitivo”, s’intende…] come chiede l’eurozona”.

Già, come se le ricette in base alle quali in Slovacchia a quel 13% di disoccupazione e a quell’8% di deficit/PIL non fossero arrivati proprio per aver pedissequamente seguito le politiche economiche dettate dalla troika e da quella sciagurata Commissione europea che ci ritroviamo e dall’assuefazione alla droga del rigorismo propinato da Merkel che, dagli altri, pretende ed ottiene quello che fa comodo solo ai tedeschi…

Fuori del parlamento, non avendo raggiunto il 5% della soglia necessaria, restano i razzisti dell’estrema destra del partito nazionale. I socialdemocratici hanno invece vinto 83 seggi sui 150 della Národná rada, il parlamento di Bratislava e ha subito offerto agli altri partiti di opposizione di partecipare al governo.

Ma essi, non essendo ovviamente condizionanti  perché – per  la prima volta in Slovacchia dalla secessione pacifica del 1993 dalla Cecoslovacchia – il partito principale da solo ha la maggioranza assoluta, hanno subito declinato. I cristiano-democratici al governo sono stati puniti sia dallo scandalo corruzione del sistema di privatizzazioni forzate che ha regalato fior di mazzette e percentuali di aste truccate (ma guarda un po’…) a fior di ministri e sottosegretari (che qui al contrario di altri paesi la gente gli ha subito fatto pagare) sia, e soprattutto però per la pessima gestione appecoronata alle ricette “austeriche” (dell’austerità isterica cioè e, appunto, masochistica) con cui hanno non-gestito la crisi.

● L’Estonia, che nella NATO conta formalmente quanto contano gli USA, la Germania, per dire, la Gran Bretagna o l’Italia (ha un voto su 28 in un consesso che per statuto decide solo all’unanimità, ma di fatto si è sempre sdraiato sul sì a qualsiasi fosse la volontà americana – una delle poche eccezioni negli ultimi anni essendo stata proprio sul tema qui evocato, quando Bush provò ad imporre il suo volere e la Germania gli disse chiaramente di no – è tornata ora a ripetere, col ministro degli Esteri Urmas Paet, il suo inutile sostegno all’adesione alla NATO della Georgia[82], altra Repubblica ex sovietica.

Ma il cammino della Georgia verso l’osservanza delle regole minime di democrazia formale come dire comuni in occidente è ancora di là da venire (più o meno, però…: si veda quel che succede in Ungheria, per dire, o nel rapporto coi movimenti un po’ dappertutto) uasi un po’ dappetrtutto e il suo rapporto conflittuale con Mosca – dopo la guerra che le ha improvvidamente scatenato contro, sbagliando scommesse e calcoli furbastri e, inevitabilmente, perdendola nel 2008 – continuano a motivare il no di molti paesi della NATO, Germania in testa, e all’Estonia dunque non costa niente così assicurare il proprio sostegno.

Il ministro degli Esteri georgiano, Grigol Vashadze, dice, sussiegoso e come vagamente impaziente, che il suo paese si aspetta un segnale chiaro di apertura dal prossimo vertice NATO di Chicago di maggio… dove però nessun partecipante ha neanche iscritto il tema all’o.d.g…. Come del rerst non è all’o.d.g. della UE dove pure da sempre bussa invano ma che per le stesse ragioni continua a tenerla fuori.

●Cercando, abbastanza disperatamente, di suffragare come valido un caso di gestione economica neo-liberista che invece è stato catastrofico – sulla Lettonia: e rimandando agli approfondimenti informativi già del resto qui forniti nel recente passato – il NYT[83] scrive, di una conferenza di leaders europei, tutti conservator-liberisti è stata salutata come un successo. L’articolo annota che “un piccolo paese  come questo, con una popolazione di appena due milioni di abitanti, è stato citato come un esempio buono e raro di ripresa relativamente rapida dal suo ‘salvataggio’ del 2009

Sarebbe stato almeno onesto, francamente, ci pare ricordare che la disoccupazione in Lettonia sta ancora – alla faccia del salvataggio e della ripresa – su un dato a due cifre (intorno al 15%) e che quasi il 10% della forza lavoro è stata costretta a emigrare in altri paesi in cerca di qualche possibilità di continuare a guadagnarsi da vivere. No, non sembra un granché come modello di successo da proporre al resto d’Europa, no[84]?

Quel che sono davvero riusciti a fare in Lettonia è stata altra cosa: non un modello di ripresa dell’economia che conta, quella reale che tocca la vita della gente, ma facendo stringere la cinghia ancora di più ai meno abbienti, hanno ricominciato – questo sì – a pagare un po’ degli interessi accumulati sul debito. Come se questo fosse, poi, il fine di una politica economica minimamente sagace. Il modello reale – da questo punto di vista di successo concreto – è proprio quello da questa gente esecrato perché, contro tutte le loro regole esso sì è stato capace di rilanciare davvero crescita e occupazione: il modello dell’Argentina, qui di seguito graficamente ben rappresentato.

● La crisi e il dopo crisi dell’Argentina: PIL reale (grafico)

 

Fonte: Fondo Monetario Internazionale [http://www.imf.org/external/country/arg/index.htm/] e, qui, in Nota77

Qui, col default del dicembre 2001 ci fu la vera e propria fusione del nocciolo finanziario ed economico dell’intero paese. Ci volle un anno e mezzo (vedi il grafico) per riprendere la crescita persa. Dopo di che, c’è stata crescita del PIL forte e costante fino alla caduta dell’economia globale con conseguenze, attenuate però, anche sull’Argentina…

Stretta alla morte (grafico)

$% deficit/PIL  (2011: risultato reale; 2012 e 2013: obiettivi di aggiustamento del PIL)

                   ▪ Obiettivo 2013 (come se ce lo avesse ordinato il dottore…) deficit 0

Fonti: Statistiche ufficiali dei governi, da The Economist, 30.3.2012

●Invece, e finalmente, al vertice del 1° marzo, l’Unione europea ha conferito formalmente lo status di paese candidato alla Serbia[85], visti anche i passi in avanti registrati nel rapporto del paese con il Kosovo, il suo ex territorio ribelle la cui indipendenza le è stata imposta dalla volontà occidentale scavalcando diritto internazionale e solenni giuramenti dell’ONU sull’integrità territoriale della Serbia stessa[86]. José Manuel Barroso, il presidente della Commissione, approfitta – e fa bene, facendo il suo mestiere – per mettere in evidenza l’unica cosa positiva al momento positivamente residua per l’Unione: l’appeal che le resta verso i paesi che, malgrado tutto, insistono nel voler aderire.

●A Copenhagen, al vertice di fine mese, è stato “siglato” l’Accordo di Associazione tra Europa e Ucraina, secondo la raccomandazione avanzata il 21 dalla Commissione dei rappresentanti permanenti della UE[87]. Anche se fino all’ultimo, ma senza alcuna possibilità di successo, soprattutto alcuni altri paesi ex comunisti dell’Est hanno continuato a premere e minacciare per la revisione di quello che – a torto sia giuridicamente che dal punto di vista della realtà politica ma anche con qualche ragione formale: però l’impotenza della UE a far conformare perfino un paese suo pienamente affiliato come l’Ungheria a quelle che considera come regole comuni sta lì  dimostrarne la reale impotenza – considerano come il “processo politico” contro l’ex premier dalla bionda crocchia trecciuta, Yulia Timoshenko, venga rivisto: impossibile, diciamo, perché chiederebbe formalmente al potere politico di rivedere per ragioni politiche, politicamente, una sentenza emessa da un tribunale regolare ucraino…

●La Polonia che, per la propria energia largamente dipende dal consumo di carbone, col suo voto contrario, cioè col suo veto, ha bloccato il piano UE che stava particolarmente a cuore alla Danimarca, il paese che di turno presiede l’Unione, di spostare l’economia del continente verso emissioni più ridotte di carbonio nell’atmosfera. Era il primo punto delle priorità nell’agenda semestrale della sua presidenza. Ma, di per sé, avvisa ora la Commissaria all’ambiente Connie Hedegaard, danese anche lei, “il no di un solo paese su 27 sul tema non è sufficiente a impedire alla Commissione di continuare a lavorare per ulteriori progressi[88]”.

Non è la prima volta che, su questo tema, la Polonia manda tutto all’aria. Già a giugno 2011 mandò tutto il discorso dell’ambiente e di una politica ambientale comune a pu***ne perché osava parlare di un target in diminuzione del 25% delle emissioni nell’atmosfera al 2020, il nodo ormai è posto però e questa, sperabilmente, potrebbe essere la goccia che trabocca dal classico vaso: se qualcuno però – ma chi? – trovasse il coraggio di dire che tutti – a cominciare proprio da sé – devono rinunciare ai propri peculiari interessi e manie nazionali e dice chiaro e tondo che chi – si chiami, semplicemente, Polonia o, pomposamente, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord – alla nuova regola non ci sta non avrebbe – punto e basta – che andarsene: ormai se non fanno su tutto così e non solo sulle regole della fiscalità rafforzata qui si disfà tutto, davvero va tutto a pu***ne.

Dopo quasi tre anni di continui litigi politici e di rinvii, dopo la bellezza di 917 giorni,  tra accuse subdole quanto feroci di tradimento e svendita del paese ai russi degli uni o agli americani degli altri – e in una realtà dove a nessuno dei due superpotenti sembra poi interessare granché l’acquisizione dell’asset in questione, il parlamento della Moldova[89] ha finalmente eletto un presidente della Repubblica, il giudice, Nicolae Timofti.

Il nuovo presidente, che qui ha qualche reale potere di indirizzo costituzionale sull’esecutivo, ha giurato di affrontare il problema della corruzione dilagante (non solo qui, certo) e della prospettiva (molto, molto di là da venire, sarebbe però solo onesto che qualcuno glielo chiarisse, anche alla luce della situazione non proprio eccellente dell’Unione) di integrare nella UE il paese più povero del continente.

La sua elezione (i 58 voti parlamentari della maggioranza di centro-destra, di un “indipendente” come Timofti stesso e di tre deputati ex comunisti e ribattezzatisi adesso socialisti:  i voti cruciali, essendo la maggioranza necessaria per l’elezione di 61 deputati) ha continuato ad essere boicottata dall’opposizione – che è  rilevante: per numero e peso politico – del partito comunista moldavo.  

●In Russia come si sa Putin ha vinto le elezioni ed è il nuovo presidente a larghissima maggioranza, sul 64% dei suffragi. Dicono tutti gli osservatori, quelli onesti dell’opposizione russa compresi, che ne hanno scritto del resto liberamente e largamente – sui giornali e sui loro blog – che anche se sospettano in molti che i risultati di Putin siano stati gonfiati e che molti possibili concorrenti siano stati scoraggiati dal partecipare, le elezioni le avrebbe vinte ugualmente al primo turno.

Non fosse altro che perché, dei vecchi capetti e oligarchi che gli si presentavano contro, la maggioranza non si fida per niente – dei comunisti nostalgici della vecchia URSS come tale (non solo nostalgici del minimo vitale indispensabile bene o male a tutti i cittadini della Repubblica sovietica ma anche nostalgici del sistema politico di indottrinamento asfissiante che in cambio si contentava della sottomissione formale, di facciata, al sistema); dei nazionalisti-sciovinisti…; ma neanche degli “uomini nuovi” con cui e sotto di cui tutti i russi, specie la maggioranza meno abbiente hanno sofferto negli anni prima di Putin stesso, gli anni di Yeltsin e gli ultimi del disfacimento dell’URSS con Gorbachev)...

In ogni caso, col 17,9% dei voti espressi, secondo è arrivato il candidato del partito comunista Gennady Zyuganov, seguito dal businessman di derivazione come tutti qui ex oligarchica Mikhail Prokhorov col 7,87, dall’ipernazionalista Vladimir Zhirinovsky col 6,23% e da Sergei Mironov, del partito Giusta Russia che si autodefinisce di tendenza “socialistica”, socialmente più  a sinistra di Putin e dei suoi, col 3,85% dei voti.

Senza scordare, anche, che la legge elettorale ha tenuto fuori diversi possibili concorrenti di quella opposizione di ceto medio, come la chiamano i media occidentali che, sia chiaro hanno il pieno diritto di essere ostili a Putin ma lo sono anche, anzi spesso, pregiudizialmente: per questo ci dicono di come siano restati tagliati fuori dalle candidature coloro che essi avrebbero sicuramente votato ma non ci dicono che non erano riusciti a raccogliere le firme, legalizzate nel mondo dovuto, per la presentazione delle loro candidature: che è motivo certo di esclusione anche in Francia, o in Italia, o dovunque. Anche se forse non nel listino del governatore Formigoni e della signorina (si fa per dire…) Nicole Minetti alla regione Lombardia.

Tutto il resto, dunque, è secondario davvero. Perché,  poi, a veder bene, queste sono comunque state le elezioni russe meglio verificate nella loro autenticità da un’opinione pubblica interna quanto mai all’erta finora e anche da quella straniera. E l’impressione è che ormai anche il paradigma scontato della stabilità politica russa sembra comunque avviato al tramonto. E sta diventando inspiegabile con la contraddizione di chi dice in televisione da noi, ad esempio[90], che le elezioni sono state truccate ma insieme, aggiunge, che Putin comunque era e resta “di gran lunga” il più popolare leader politico e che, sempre e comunque, egli ha certamente vinto con “ben oltre” la metà dei voti. Cioè, in ogni caso, è stato eletto al primo turno e senza alcuna necessità di affrontare il ballottaggio…

E con lui, adesso, bisognerà fare i conti, con lui deve imparare a ri-farli l’Unione europea, ridimensionando realisticamente le proprie velleità di indipendenza energetica, così come con lui dovrà ri-imparare a fare i suoi conti anche l’America imperiale. Perché col greggio petrolifero ben al di sopra dei $ 100 al barile e in ascesa, con un vasto arsenale nucleare a disposizione, con la sua unica collocazione geo-strategica a cavallo tra Europa, Asia e l’Artico, col fatto che, come per qualsiasi governo, anche qui restare al potere è il fattore determinante del proprio agire e che, dunque, ad esso verrà subordinato sempre, e lo sarebbe con chiunque fosse poi al Cremlino, il miglioramento di rapporti pure cruciali con l’occidente senza accettarne come valori dati e priorità da seguire in qualsiasi campo esigenze, concezione, visione del mondo e del posto dell’uomo nel mondo…

…tutto questo insieme di dati di fatto rende adesso importante che Obama non si pieghi al riflesso condizionato e infantile, alla tentazione di cercare di delegittimare Putin che, in un anno elettorale e  proprio perché è così assurda, in America tira parecchio e che vogliono imporgli o premono per fargli adottare i tanti falchi che gli volteggiano intorno – repubblicani, ma anche del tutto bipartisanamente democratici dell’ala perennemente nostalgica della guerra fredda, come la signora Clinton, per dirne una: che, nei mesi scorsi, ha apertamente incoraggiato l’opposizione a Putin e dichiarato ripetutamente varie volte di aver favorito il conferimento di milioni di dollari del suo dipartimento ai partitini imbelli dell’opposizione “democratica” per “incoraggiarli”.

Questa resistenza di Obama è importante— come è importante che, ora, Putin attenui anche lui i toni, se non la sostanza (le divergenze restano e sono reali), della sua retorica antiamericana. Perché se non c’è dubbio che il potere americano, comunque in netto declino e in via di ridimensionamento dovunque nel mondo in molti campi è ancora prevalente, l’America proprio per questo anzitutto – per le ragioni manifestamente dettate dai rapporti di forza reali che abbiamo indicato – ormai non può più non tener conto.

Non solo, a queste ragioni va aggiunto il fatto che, in fin dei conti, trangugiando la loro bile, gli stessi avversari russi di Putin non possono che riconoscere come, comunque, Putin le elezioni del 4 marzo le abbia vinte con la maggioranza assoluta dei voti convogliati sul nome suo più o meno liberamente— per il senso che questo avverbio può avere in una moderna società di massa dominata dalla finanza e dal potere dei soldi: in America (vero George Bush?), in Europa (Berlusconi), come anche in Russia. Uno score, quel risultato intorno al 60% al primo turno, che nessun omologo di Putin in occidente sarebbe in grado mai di raggiungere…

Comunque, queste saranno con ogni probabilità le ultime elezioni così controllate dal centro. Viene ora segnalato, diciamo, che alla base si è anche imposta una novità  potenzialmente di grande importanza: passata subito inosservata, perché proprio non l’hanno saputa vedere e capire gli osservatori occidentali ma non quelli russi che invece ne hanno ampiamente discusso.

Scrive il NYT[91] che “non contenti di fare teatro per strada [è ingeneroso: potevano almeno dire solo per strada; e poi, per strada, non è stato affatto e solo teatro…] centinaia di giovani moscoviti [ma, in tutto il paese, decine di migliaia che il quotidiano americano dimentica o trascura però di menzionare] hanno deciso di ‘correre’ nelle elezizoni municipali contemporanee a quelle presidenziali [il più spesso come indipendenti]. E spesso a decine [in tutto il paese a centinaia, a migliaia] sono stati anche eletti”…

Non di rado, pare proprio, con gli stessi elettori di Putin che dalla scheda per il presidente hanno spostato il loro voto sui giovani rampolli ribelli…E questo fatto è nuovo e andrà desso studiato per bene. Al Cremlino, di certo, lo sarà.

Conclude un commento realistico e acido e anche forse, ipocritamente, un po’ immalinconito del solito NYT[92] che “il movimento di protesta che esplose dopo le elezioni parlamentari discusse dello scorso dicembre e che ha riunito le più grandi manifestazioni di protesta dalla caduta dell’Unione sovietica s’è adesso scontrato con la fredda realtà [niente affatto fredda però per la maggioranza: e questo è il suo problema, suo e non di altri, non della maggioranza dei russi, cioè] della convincente vittoria di Putin nelle elezioni presidenziali e coi limiti della propria stessa coalizione abortita di opposizione. Nelle tredici settimane trascorse dalla prima manifestazione sulla piazza Bolotnaya o della Palude Bolotnaya Ploshchad, a Mosca, dopo le elezioni alla Duma, il movimento non era riuscito ad andare molto al di là della capitale né a far emergere un leader riconoscibile”.

STATI UNITI

●Fa notare molto utilmente un columnist del NYT[93], David Brooks, che in realtà agli Stati Uniti la spesa pubblica per assistenza e welfare pagata attraverso le tasse, tutto considerato e contrariamente alla vulgata scontata, costa anche più – parecchio di più – di quello che spendono gli europei: inclusi i campioni del welfare Olanda, Danimarca e Finlandia. E il dato è vero ma, per capire sul serio, bisogna rendersi prima conto di cosa stiamo davvero misurando.

Il fatto è che Brooks osserva quel che gli americani pagano per il welfare non i risultati che portano a casa. Che è profondamente altra cosa, mai tanto evidente come nel caso della sanità. Perché anche se la spesa è superiore, la fornitura di servizi (e il risultato finale: l’aspettativa di vita…) sono dannatamente inferiori anche e costano molto più cari che in Europa medici, medicine, attrezzature  e assistenza e la loro copertura non è neanche universale…

Altri 227.000 nuovi posti di lavoro vengono creati a febbraio, per il terzo mese consecutivo, più di 200.000, col tasso di disoccupazione che però non si schioda dall’8,3%, secondo i dati resi pubblici il 9 marzo dal dipartimento del Lavoro[94]. La conseguenza politica immediata è che se il trend continuasse – comunque, negli scorsi due anni, dopo aver perso nella recessione la bellezza di 8.700.000 posti di lavoro, l’economia americana ne ha recuperati 3.500.000 – si tradurrebbe, e in questo momento cruciale per le presidenziali di novembre, in una spinta forte e convincente nell’opinione a sostegno della politica economica di Obama.

Che non sarà poi tanto avanzata (la sinistra americana, che qui è un centro progressista e raziocinante, lo critica per aver osato poco e non aver indebitato il paese per rilanciarlo subito con la spesa pubblica produttive e sociale in un periodo di fortissima recessione, annunciando che secondo la lezione keynesiana avrebbe tagliato domani, dopo la ripresa, il debito pubblico… che tanto aumentava e è aumentato) ma lo è di gran lunga e, in ogni caso, molto più coraggiosa di quella degli europei e comincia infatti qui a raggiungere risultati ancora modesto ma concreto di crescita e a riscuotere un consenso montante.

Preoccupando maledettamente, si capisce, gli oppositori repubblicani, tutti predicatori stramilionari di austerità per gli altri come di guerre da far combattere oltremare ma sempre ai figli degli altri che infatti squittiscono impotenti che i risultati di Obama sarebbero “troppo poco e troppo tardi” e non si preoccuperebbero del debito pesante che pagheranno le generazioni future… come se a crearlo non fossero state soprattutto le spese militari di Reagan negli anni  ’80 e le guerre di Bush (certo, ormai anche di Obama che a chiuderle non riesce ancora) nell’ultimo decennio…

Il  più pericoloso avversario di Obama… (vignetta)

                                   Prezzo della benzina

Fonte: IHT, 12.3.2012, P. Chapatte

Resta il fatto che pur mantenendo il tasso medio (elevato) di aumento di posti di lavoro degli ultimi tre mesi (sui 245.000 ogni mese), per tornare a una cifra di occupati vicina all’obiettivo ufficiale che la Banca centrale qui considera della “piena occupazione” (disoccupati solo al 3,5-4%) ci vorrebbe ancora per lo meno un quinquennio.

A febbraio la durata media della settimana di lavoro è restata immutata a 34,5 ore, rispetto alle 33,8 di media al massimo della recessione: con un recupero, dunque, molto lento sulle ore che erano normalmente lavorate. Il salario medio orario sempre a febbraio è aumentato di 3¢ di $. Nel trimestre passato la crescita è stata dell’1,4% annualizzato, ben inferiore a quello dell’inflazione e molto più basso, comunque, dell’aumento medio prima della recessione (tra dicembre 2006 e dicembre 2007, +3,3%) a causa della pressione al ribasso che l’alta disoccupazione esercita sulla crescita dei salari. La percentuale di disoccupati da più di sei mesi decresce dal 42,9 al 42,6% nell’ultimo mese. Ma è aumentato del 25% rispetto al 17,4% che era a dicembre del 2007.

Ed è un fatto che il passo di questa ripresa economica, a confronto con gli altri più recenti periodi di recessione, è assai lento e esitante:

Riprese a confronto: l’aumento di posti di lavoro dopo le ultime tre recessioni in America (grafico)

Sull’ascissa (la linea verticale del cosiddetto piano geometrico cartesiano), qui viene rappresentata la percentuale dei salariati occupati, con fine della recessione = 100%

Sull’ordinata (linea orizzontale di base):  in mesi, di Lunghezza della recessione  |  dalla Fine ufficiale della recessione

Fonte: Elaborazione dell’EPI (v. qui Nota383) , dalla Serie pubblica delle statistiche attuali sull’occupazione 2012 US Bureau of Labor Statistics.

Il rapporto sul lavoro è accompagnato anche da alcuni altri dati positivi sulla ripresa della fiducia dei consumatori e l’aumento del prodotto dell’industria manifatturiera e degli ordinativi industriali e dal peggioramento concomitante, invece, della bilancia commerciale che, dovuto quasi tutto all’aumento dei prezzi del petrolio serve forse un po’ a frenare le manie imperiali nel Golfo Persico: al dato ha fatto cenno il ministro della Difesa Panetta testimoniando al Congresso,   tentando anche così di buttare un po’ d’acqua gelata sui bollori bellicosi dei soliti patriottardi americani[95]: il ministro sottolinea, non a caso, che il Brent greggio ha uj prezzo che arriva oggi a $ 125 a barile, e che è salito del 15% dall’inizio del 2012, anche e proprio per i turbamenti cui è sottoposto il mercato, specie nell’area rovente del Golfo.

Il Brent è una qualità di petroliolegeero e pregiato  tra le più leggere che prende il nome dal giacimento omonimo scoperto nel 1971 nel mare del Nord, al largo di Aberdeen in Scozia, e dunque pure tra le più al riparo dalle turbolenze lontane del Golfo Persico: di per sé, dunque, anche il petrolio dal prezzo meno influenzabile. Solo che si tratta della materia prima più fungibile di ogni altra, con un mercato che è davvero unico e dal prezzo davvero unificato. Insomma la minaccia di prezzi del petrolio sale e gli specialisti della HSBC, una struttura multinazionale bancaria e finanziaria con sede a Londra e filiali in tutto il mondo, analizzano e predicono i movimenti del mercato del greggio nei prossimi mesi cominciando a chiamare il petrolio “la nuova Grecia”: la minaccia, cioè, all’orizzonte.

E’ un dato, però – l’aumento del prezzo del petrolio – che viene largamente letto anche in positivo come indice di ripresa di una domanda interna più forte (a gennaio importazioni in crescita del 2,1% ed esportazioni in aumento, anch’esse ma meno, dell’1,4% (quelle in Europa crollano proprio, del 7,5%).

Scende anche a gennaio, di conseguenza, dell’11,7% il deficit commerciale con l’Europa ma sale quello, politicamente qui sempre più sensibile e irritante con la Cina: del 12,6% a gennaio, e di un totale di $ 295,5 miliardi nel 2011, il record del rosso verso un solo paese. E scotta parecchio qui dipendere sempre più dai cinesi, specie ai più conservatori ma un po’ a tutti gli americani, nipoti del grande preteso ma anche effettivo isolazionismo che era sufficiente a se stesso ma che non lo è più…

Comunque, nei tre mesi finali del 2011, il PIL è cresciuto di un solido 3% a confronto con l’1,7 di tutto l’anno, grosso modo lo stesso ritmo del 2010[96].Però, anche febbraio, marzo e aprile del 2011 avevano visto aumenti dell’occupazione dell’ordine di quelli odierni e poi… prezzo del petrolio – con le aumentate turbolenze mediorientali oggi in aumento – tsunami e crisi della produzione di energia nucleare in Giappone e calo dell’economia dell’Europa contribuirono a bloccare tutto e raffreddare anche la ripresa in America e molti tra quelli rimasti allora scottati dalle loro rosee previsioni temono oggi perfino di sbollentarsi con l’acqua tiepida… Ma c’è, ed è un buon segno: forse il migliore finora, anche l’aumento di gente che riprende dopo mesi a cercare attivamente lavoro…

●In Iran, la Guida suprema e dietro a lui tutti gli altri dirigenti avevano invocato una massiccia partecipazione della gente al voto – anche se, di fatto, la competizione che c’era e durissima era limitata allo scontro fra i cosiddetti “principalisti”, seguaci dell’Ayatollah Khamenei, populisti intransigenti, e i “modernizzatori” del presidente in carica, Ahmadinejad, che dalla Guida suprema ha preso ormai le distanze seguendo una linea volutamente più pragmatica all’interno e più “moderata”. Peccato che essa non abbia trovato alcun riscontro in un occidente deciso a mettere tutti gli iraniani nello stesso sacco dell’intransigenza e dell’irresponsabilità— come se poi chi parla di bombardamenti preventivi su Teheran un giorno sì e l’altro pure potesse mai dirsi, invece, lui, “responsabile” e “moderato”…

Senza che nessuno dica una parola, tenti di ragionare almeno, sul tema di fondo della legalità internazionale e della rettitudine stessa – chiamiamola così, con un sapore di stampo antico morale e storico, del piano di bombardamento preventivo di cui parla ogni giorno Israele… Percorso sul quale gli USA resistono un po’, ma non troppo né, soprattutto a voce troppo alta, e a modo unicamente loro.

Obama, peraltro, è arrivato a dire, in un’intervista a un famoso giornalista ma ancor più noto e autoproclamato, militante filoisraeliano[97] – e, poi, a ripetere con le stesse parole all’assemblea dell’AIPAC, la più agguerrita delle lobbies fìloisraeliane d’America che, al contrario della dottrina Cheney-Bush (se un potenziale “nemico”, parlava di Saddam e delle sue armi di distruzione di massa… che non c’erano, avesse un 1% di possibilità di fabbricarsi una bomba nucleare, gli Stati Uniti sarebbero pronti a attaccarlo preventivamente) lui non parla neanche più dell’1% ma anche solo dell’eventualità teorica e, in tal caso, ancor più estremista di Bush, conferma però tale e quale lo stesso esito: sarebbe pronto a usare qualsiasi mezzo per impedirglielo.

Ma qui il punto su cui vorremmo attirare l’attenzione di chi pazientemente ci legge non è tanto questa nuova aberrante dottrina che una sfilata di governi pecoroni sta lasciando passare per cui all’Iran e solo al’Iran pare – fino al prossimo Stato canaglia si intende, così definito dalla “comunità internazionale” – è proibito fare qualcosa che a tutti gli altri è lecito, quanto far rilevare come se qualche dubbio rimane sull’attacco preventivo, ciò sia per ben strane ragioni.

Che non sembrano avere nulla a che fare con le migliaia di vittime che operazioni simili comporterebbero, né con la violazione del diritto internazionale e dei diritti dei popoli – tutti, non solo qualcuno – ma di convenienza puramente tecnica e neanche strategica: è che purtroppo non si possono escludere, così, i rischi di una guerra più vasta per tutta la regione, di una possibile risposta dell’Iran – che certo, attaccato, potrebbe anche osare (l’impudenza!, no?) perfino rispondere… – di un prezzo del petrolio…

Insomma, non è questione se è ingiusto o giusto, è solo questione se conviene farlo, se – non sia mai! – il rischio del farlo potesse essere marginalmente troppo elevato… Torna in mente lo straordinario concetto di democrazia che questo paese ha fatto suo e tenta di far capire a un mondo che spesso è assai riluttante.

Come lo descrisse un volta forse il più grande, e eccentrico certo, romanziere, storico e saggista  americano vivente, Gore Vidal, il concetto, il credo, che unisce tutti gli americani è quello per cui in una vera democrazia come quella di questo paese non c’è posto per differenze serie di opinione sulle grandi questioni definite tali dal potere in carica[98].

●Viene anche in mente quello che, in un suo lavoro di tanti anni fa, quando in America avevano finalmente accettato di chiudere la guerra del Vietnam rassegnandosi al ritiro e a chiudere una partita che era tutta in perdita – anche e soprattutto sul piano morale – scrisse un famoso psicologo sociale irriverente e anticonformista anche lui, Stanley Milgram[99]. E questsa è cosa che non vale sicuro solo per hgli americani…

Egli condusse una serie di esperimenti diventati famosi per misurare la tendenza, non solo sotto il nazismo o lo stalinismo, o nel fanatismo della Santa Inquisizione del Medioevo ma anche nelle democrazie moderne, degli individui a lasciarsi assorbire dai ristretti aspetti tecnici del loro lavoro tanto da perderne di vista le conseguenze immediate e di fondo e da delegare la valutazione della congruità degli obiettivi e della moralità di una o dell’altra azione che si compie pressoché ciecamente all’autorità della quale uno si trova al servizio.

Come sotto il nazismo o lo stalinismo o, purtroppo, anche oggi, verificava empiricamente Milgram: tanti bravi ragazzi americani, se ricevevano l’ordine da un’autorità che riconoscevano tale, erano pronti anche a torturare, e anche fino alla morte – a quella che credevano potesse essere anche la morte – di un prigioniero. Insomma si torturava, e si tortura, perché ti chiede di farlo un’autorità percepita come legittima… e si bombarda preventivamente un paese per la stessa ragione.  

●L’appello al voto lanciato dall’ Ayatollah  Khamenei  era dichiaratamente motivato a mostrare la compattezza della popolazione tutta ai nemici esterni, e proprio come “sfida aperta alla loro arroganza”, in un momento di straordinaria tensione per tutto il paese che comincia a soffrire per le sanzioni e le continue minacce, senza che nessuno degli accusatori sia riuscito a provare che esso abbia infranto alcuna regola in più di qualsiasi altro Stato, compresi quelli “rei confessi” e impuniti, come Israele e gli stessi USA, del reato che gli vanno imputando – costruirsi l’atomica – che esso nega rivendicando invece senza mollare il diritto a darsi energia nucleare sua propria e a condurre ogni ricerca legittima come qualsiasi altro Stato aderente – al contrario di Israele che mai lo ha firmato – dello stesso Trattato di non proliferazione nucleare.

Il voto nell’Assemblea consultiva islamica, il MajilisMajles-e Shorâ-ye Melli – esercitato dal 64% degli aventi diritto – serviva a scegliere 290 eletti tra 3.400 candidati presentatisi, qualche centinaio anche di altri partiti – alla fine si è risolto in una più larga vittoria per la Guida suprema contro il presidente del governo all’interno del campo “conservatore”, come usualmente e anche per pigrizia in occidente siamo usi semplificare: a chi si rifà direttamente a Khamenei, i “principalisti”, conteranno adesso, dopo i residui ballottaggi (per 130  seggi) che saranno svolti ad aprile, su circa i due terzi dei seggi[100] e ai “pragmatici, modernizzatori” ahmadinejadisti quasi tutto il resto, coi “riformisti” che hanno perso male e senza riuscire a rieleggere molti dei loro leaders più prominenti.

Conseguenza politica principale di questo voto: adesso viene reso più facile il disegno della Guida suprema o a cui almeno egli aveva accennato qualche mese fa, di “consolidare” con le modifiche costituzionali dovute le due cariche in una sola: la sua, abolendo quella del presidente del governo[101].

●Intanto, e comunque la novità si segnala, l’ambasciatore iraniano in Russia Seyed Reza Sajari ha messo sul suo blog – in questo strano mondo del dopo guerra fredda e della lotta all’islamismo succede anche e perfino che un diplomatico di alto grado si metta a postare sul proprio blog personale, a disposizione di chiunque cioè a quel blog abbia accesso, letteralmente di cani e di porci, le notizie più delicate e segrete – la notizia che la banca russa VTB 24 bloccherà i conti dell’ambasciata e che gli ha dato una decina di ore appena per spostare altrove tutti i fondi del conto corrente, pena altrimenti la loro confisca. Se fosse confermato – ma della notizia[102] subito si perde a dire il vero ogni traccia – sarebbe un cedimento totale dei russi al diktat americano. E pare improbabile.

Intanto, però, Iran e India annunciano – o, più precisamente, così riferisce un portavoce del ministero dei Esteri di Teheran[103]: ma potrebbe trattarsi, secondo altre fonti, solo di un accordo “preliminare e di principio” – l’intesa raggiunta per rimpiazzare il dollaro con la rupia indiana negli scambi commerciali, compreso l’acquisto di greggio petrolifero. Il tentativo sarebbe quello di sfuggire così alla stretta di terzi incomodi, come il sistema bancario internazionale che obbedisce al diktat delle sanzioni.

●Intanto, però, dicono che in privato, con Obama, Israele si sia messa a dare i numeri. Netanyahu, in visita alla Casa Bianca, con Obama è riuscito a parlare mezz’ora solo di Iran e senza che venissero mai fuori, neanche per sbaglio, parole come “Palestina” o “occupazione”. Per lui, non c’è dubbio, un successo non piccolo, tutto tattico e una vittoria di Pirro, però…, per Obama la solita dose di dignità malamente ingoiata…

Netanyahu è giustamente preoccupato, dal punto di vista unico e ristretto, anzi a totale angolo ottuso, che è il suo. Lui non menziona più, dicevamo, i termini stessi di “Palestina” o “occupazione militare”, convinto forse di riuscire a tenere per sempre la polvere nascosta sotto il tappeto, né d’altra parte nessuno tra i governi arabi né in occidente prova a obbligarlo, neanche il Grande Toro Seduto di Washington che tace senza acconsentire ma come facendo finta per codardia nella sua politica e per il non aver capito cosa significhi davvero essere amici (dirsi la verità)…

Ma c’è chi nell’immenso mondo arabo che da un anno è in pieno fermento sta riprendendo a pressare continuamente e ormai con un ben altro peso sta obbligando nei fatti tutti, Israele compresa, a prestare attenzione al tema. In Egitto, sono i vincitori delle elezioni e del futuro politico del paese, i Fratelli mussulmani, a premere forte e contemporaneamente,

• sull’ala governante dell’Autorità nazionale palestinese— facendole presente anche brutalmente il peso politico sempre più calante che si ritrova tra la sua gente, data la sua dimostrata incapacità di contare e fare un qualsiasi risultato che non sia una semplice lisciata di pelo;

• e sull’altra ala, quella militante di Hamas, che non riesce a concludere niente perché al suo interno è perennemente divisa e idealisticamente, ideologicamente portata ad estremizzare senza cercare mediazioni e soluzioni di ordine pratico.

La Fratellanza si è convinta che se riesce a far lavorare davvero insieme i palestinesi appoggiandoli  con la sua nuova capacità assertiva di movimento genuinamente popolare che si va trasformando nell’assetto di  governo di un grande paese, finalmente si riapre il dossier palestinese. E lo sanno tutti: gli americani come i tremebondi europei, gli arabi, i russi che se possono hanno sempre evitato e evitano ancora di disturbare troppo il manovratore, ma soprattutto lo sanno oggi israeliani e  palestinesi[104].

Netanyahu è, poi, in particolare fuori della grazia di Dio – l’espressione esiste tale e quale anche in ebraico – perché il gruppo cosiddetto dei “5 + 1” ha accettato[105], contro il suo volere e perciò stuzzicando i cagnolini da grembo del regime israeliano sempre anelanti alla guerra che qui in America sono i padroni nei media, nelle Fondazioni, nei gruppi di pressione e nelle lobbies filoisraeliane varie, in prima fila l’AIPAC e i suoi che hanno davvero la schiuma alla bocca[106], l’offerta avanzata dall’Iran alla UE di riprendere il negoziato.

● L’incontro tra Netanyahu e Obama… (vignetta)

Un piccolo presente per l’Iran? – Bé, questo mi preoccupa davvero!

Un piccolo presente per l’Iran? – Se andate avanti con questi bombardamenti, ci potrebbero essere ripercussioni disastrose!

Di più! Non è che mi potete trascinare in un’altra guerra!!

Un piccolo presente per l’Iran? –  Vi prego di voler riconsiderare… OK!

Un piccolo presente per l’Iran? E che ne dice se lasciamo cadere tutto? – Davvero??

Sì, TUTTO il nucleare che abbiamo !!! No, non è affatto divertente… 

Fonte: The Economist, 3.3.2012, KAL

Lo scrittore israeliano David Grossman, che interpreta il meglio – che purtroppo non pare maggioritario – del sentire dei suoi compatrioti – l’ebreo israeliano non come ex vittima e nuovo padrone ma proprio perché è stato vittima capace di empatia con chi è oggi diventato sua vittima – manifesta ora tutta la sua ansia per quella che vede come l’ossessione di Netanyahu “che traduce unidimensionalmente – monomaniacalmente – l’Israele del 2012 nell’Olocausto dell’ebraismo europeo e si sente obbligato a porre a lui e a tutti gli israeliani una domanda”.

Quella cruciale, e non solo per loro: “ma, per Israele, è consigliabile entrare in guerra per conto suo con l’Iran, una guerra di cui non si possono prevedere le conseguenze, fatta dichiaratamente per prevenire una situazione futura che sarebbe davvero pericolosa ma che nessuno può essere sicuro che si verificherà? In altri termini, per bloccare un possibile disastro futuro, Israele si spingerà a dare il via a un disastro oggi, subito, adesso[107]?

Ma, naturalmente, anche e perfino un israeliano tanto sensibile e attento come Grossman, tende quasi automaticamente a dare per scontato che la preoccupazione di Netanyahu, anche se non gli sembra oggettivamente giustificata, sia comunque a modo suo come “comprensibile”: tanto che lui stesso si chiede se per Israele è “consigliabile”,  è “conveniente”, mettersi a fare la guerra all’Iran…

E’ vero invece che se il primo ministro Netanyahu e i suoi amici falcheggianti credessero davvero che l’arma atomica in mano all’Iran potrebbe davvero significare l’estinzione dello Stato ebraico (l’estinzione: non il mutamento, il cambiamento…) allora si potrebbe anche capire il loro anelito ad attaccare l’Iran. Ma non è così. Quello che sta a lui, a loro a cuore e davvero li preoccupa non è la sopravvivenza di Israele ma la preservazione dell’enorme vantaggio strategico di cui essa gode nella regione come unico paese del Medioriente in possesso dell’arma nucleare.

Ehud Barak, ministro adesso della Difesa, numero due del governo ed ex primo ministro di Israele, di recente, in un’intervista con un reporter israeliano, si è lasciato come dicono in America  scappare il gatto dal sacco[108]: “vedi, dal nostro punto di vista un paese atomico è in grado di offrire a chiunque protegga, i propri surrogati, un livello del tutto diverso di protezione. Immaginate se entriamo in un altro scontro militare con Hezbollah, e [un] Iran nucleare annunciasse che un attacco a Hezbollah lo considera come un attacco a se stesso. Non è certo detto che ci rinunceremmo ma sicuramente avrebbe l’effetto di frenare la nostra gamma di operazioni militari”.

Già, è questa gamma di opzioni che non sarebbe più tanto scontata… Hai capito! Israele ha perso l’ultimo scontro militare che ebbe in Libano sostanzialmente – contro Hezbollah, quasi da soli – nel 2006, dopo aver invaso l’ultima volta quel paese: e Israele aveva il monopolio nucleare già allora… E non è che perdendo quello scontro e dovendo alla fine della fiera ritirarsi comunque dal Libano sia stata mortalmente colpita.

Questo è il punto… Se non si tratta affatto, in realtà, di una minaccia alla propria esistenza ma solo alla potenziale perdita di certe sue posizioni di (presunta) forza, allora lanciare una guerra d’aggressione illegale, illegittima e anche perciò immorale, dalle conseguenze poi imprevedibili e impensabili nei confronti dell’Iran non avrebbe senso e sarebbe pura criminalità.

Adesso, le cinque potenze con diritto di veto al CdS dell’ONU più la Germania; la UE, con la Commissaria agli Esteri, Catherine Ashton, che ha il compito del coordinamento del Gruppo con Teheran hanno trovato un minimo di coraggio per mandare – almeno per ora – a  quel paese le fisime di Israele, la perdita parziale (forse…) della sua virilità monopolista. E’ stata la Ashton, giustificando così, chi sa?, almeno stavolta la propria stessa esistenza, ad aver dato l’annuncio della ripresa dell’incontro, sospeso ormai da oltre un anno, senza neanche preavvertire stavolta Israele.

I “5 + 1” vogliono che l’Iran congeli tutti i suoi programmi di arricchimento dell’uranio e ogni sua ricerca sul nucleare e Teheran tergiversa trincerandosi dietro l’affermazione, inconfutabile, che si tratta di diritto inalienabili del paese. Di nuovo c’è solo:

• da una parte, il montare quasi isterico delle minacce israeliane di attaccare preventivamente l’Iran che Obama pensa di poter in qualche modo frenare con atti di “comprensione” anche pubblici dando a Netanyahu la convinzione che se aspetta ancora un po’ potrà forse anche appoggiare l’attacco; e

•dall’altra, le elezioni che hanno spostato il potere in Iran ma a favore più dei “principalisti”che dei “pragmatici”, più dei veri duri, gli ayatollah intorno a Khamenei, che del vagamente più laico baubau Ahmadinejad, malgrado vulgate a lungo coltivate e ora magari un po’ meno convenienti…

Quello gnorri di prima fila, quasi un Frattini da esportazione, che è il ministro degli Esteri britannico, William Hague, torna adesso a ridire che “l’onere della prova” – che, cioè, l’Iran non sta sviluppando ricerche per, e non persegue la costruzione di, una bomba atomica – spetta proprio all’Iran, non a chi lo accusa e non è riuscito a trovare finora una prova conclusiva che è una dei propri sospetti…

Insomma, come se fossimo ancora nel Medioevo, al giudizio di Dio, all’ordalia, il longobardo ordail[109] (dal’antico tedesco Ur-theil) che in buona sostanza giudicava di colpevolezza o innocenza dell’accusato buttandolo in un fiume legato, o più spesso legata— le streghe…: che tanto, se era come affermava innocente, a salvarlo ci avrebbe pensato Dio, no? E questo sarebbe il frutto della moderna razionalità cartesiana o, nel caso, oxfordiana.

Qui Teheran dovrebbe dimostrare di non aver fatto qualcosa che ovviamente per chiunque abbia un po’ di cervello che, è vero, non è il caso di Hague e di tanti altri… è un non senso.E tenar subito dice chiaramente che è d’accordo a sottoporre i suoi siti nucleari a ispezioni ma nei limiti specificati  dal Trattato di non proliferazione nucleare e da nessun altro protocollo aggiuntivo cui il paese non ha mai aderito.

E la tragicommedia continua. Hanno strappato per l’ennesima volta, così, la solita prova-non prova al direttore generale della AIEA, l’agenzia atomica che segue il tema tecnicamente per l’ONU ed è l’unico organismo titolato ad emettere richieste e verdetti di ordine tecnico, appunto, e riferirne al Consiglio di Sicurezza (che, però, statutariamente sul tema non ha alcun potere diretto di natura disciplinare e se l’è, invece, semplicemente arrogato). Il direttore è  un diplomatico giapponese compiacente e, del resto, messo lì dagli Stati Uniti dichiaratamente per avere un signorsì in quel posto dopo le leadership consecutive di Mohamed ElBaradei e Hans Blix troppo autonome per soddisfarli[110].

Così, ora, l’   AIEA non si limita a dire, come da Statuto e protocolli dell’AIEA stessa dovrebbe – e come fecero ElBaradei e Blix nel caso dell’Iraq rifiutando di prestarsi al gioco fraudolento di Bush che la armi di distruzione di massa in Iran i loro ispettori “non le avevano trovate” (e poi chi diceva il vero si è visto, no?) – e, con il dr. Yukiyo Amano riferisce di “non poter fornire una credibile garanzia dell’assenza in Iran di materiale e attività nucleari non dichiarate e di non poter concludere che l’Iran utilizzi tutto il materiale fissile di cui dispone per attività di ordine esclusivamente pacifico[111]”.

Ed è esattamente il punto. L’indimostrabile – che una cosa non esista, cioè  – non si può dimostrare: di qui l’ordalia dunque, il giudizio di Dio di una volta. Ma anche adesso, dopo Cartesio, la rivoluzione francese dei diritti dell’uomo e quella americana dei diritti dei popoli,  invece di limitarci a dire che non abbiamo trovato traccia che essa (la bomba) ci sia (così come che, una volta, ci fosse la strega…) diciamo di non aver trovato traccia che essa… non c’è.

●In Iraq, intanto, si segnalano due sviluppi, ambedue direttamente contrari agli interessi, per lo meno a quelli noti e anche dichiarati del grande e goffo protettore statunitense. La ExxonMobil ha congelato – cioè nei fatti ormai ha cancellato – l’accordo che aveva sottoscritto con la regione curda e il suo governo sullo sfruttamento e la commercializzazione diretta del petrolio dei giacimenti del Kurdistan iracheno[112].

Sta saltando, in effetti, l’accordo originale su cui s’era basata la ricerca dell’unità del paese: la larga autonomia interna dei curdi iracheni. Lo rende chiaro adesso, il 16 marzo, il ministro del Petrolio iracheno Abdel Karim al-Luaibi, annunciando di aver così vinto la sua battaglia sferrata da mesi per rivendicare il diritto unico del governo centrale a decidere, negoziare e firmare contratti e citando una lettera  della compagnia al suo governo. E’ un segnale chiaro di ripensamento[113] e di diminuita fiducia, rispetto a  mesi fa, della massima compagnia petrolifera del mondo nella forza relativa dell’autonomia curda a confronto con le autorità centrali di Bagdad.

E vale la pena di ragionarci un po’ sopra, anche alla luce della durissima denuncia fatta ora dal presidente della regione autonoma curda, Massoud Barzani, che in un discorso ufficiale del 20 marzo[114] denuncia come “l’intesa politica unitaria” sul futuro dell’Iraq che lui stesso anni fa aveva promosso, ora con al-Maliki che agisce in pratica “come un piccolo nuovo Saddam”, emarginando e perseguitando chi non gli dice incondizionatamente di sì e, di fatto, escludendo da ogni effettivo potere il presidente iracheno, il curdo Jalal Talabani, “non abbia più alcun senso”, neanche residuo.

Al-Maliki sta tentando di “mettere in piedi un esercito di 1 milione di soldati [era la dimensione dell’esercito di Saddam] la cui lealtà sia dovuta soltanto a lui, personalmente”. Adesso che ha ordinato agli USA 36 cacciabombardieri F-16a, ne aspetta solo la consegna per “verificarne sul campo le possibilità di attaccare e indebolire i peshmerga”, le milizie curde. “Ma dove mai altro nel mondo la stessa persona è insieme primo ministro, capo di stato maggiore, ministro della Difesa, ministro dell’Interno, capo dei servizi di informazione e capo del Consiglio nazionale di sicurezza? Dove, se non qui in questo suo regime?” In effetti, Maliki, a due anni ormai dalle elezioni, non ha ancora nominato, e quindi ricopre lui ad interim come si dice, tutti quei ruoli: tutti i ruoli chiave, cioè, di un regime e di un governo moderni…

Noi, ripete Barzani, siamo sempre impegnati in un’alleanza che associ i curdi alla maggioranza sciita. Ma non più ad una che ormai coinvolga al-Maliki: “non con questa cricca al potere che lo ha monopolizzato e con le sue pratiche marginalizza anche gli altri sciiti che non le vedano, o non assicurino di vederla, come vuole lui, il despota Nouri al-Maliki”. Ormai “ è ora di dire basta; lo stato attuale delle cose è inaccettabile e chiedo a tutti i leaders politici dell’Iraq  di trovare una soluzione. Con la massima urgenza. Altrimenti, per quel che ci riguarda, dovremo rimettere la decisione alla nostra gente e decidere con essa qualsiasi percorso sia necessario intraprendere”.

La replica di al-Maliki è indiretta, cauta e in terza persona. Sa bene che la maggioranza abborracciata con cui il suo governo riesce a reggersi in parlamento è dovuta a una continua campagna acquisti di tipo squisitamente berlusconiano e solo all’accordo formale contro la coalizione altrimenti di un’incollata maggioritaria dei laici e dei sunniti di al-Iraqiya che, a suo tempo, lui aveva stilato proprio con Barzani e coi curdi (sciiti e curdi erano stati sempre minoranza perseguitata sotto Saddam).

Così, per al-Akim, occupato a fare lo statista accogliendo i capi di Stato della Lega araba in arrivo nella capitale per il primo vertice nel paese ormai libero (si fa per dire) dall’occupazione, parla il suo sottopancia e sodale, Sami al-Askeri: dice che l’attacco di Barzani è del tutto ingiustificato e che è motivato solo dalla gelosia perché lui non ha alcun ruolo a Bagdad nel vertice arabo “glorioso” (sic!). Quindi sembra procedere con qualche cautela[115] e la replica non suona neanche come una replica.

Il nodo è evidente: i curdi sembrano convinti che  il governo centrale di al-Maliki nel futuro prossimo venturo voglia rescindere la loro autonomia, privandoli del controllo della risorsa petrolifera del Kurdistan iracheno e rinnegando il loro titolo al territorio curdo del nord del paese che Saddam aveva riempito di popolazione araba irachena. Di qui la cancellazione ormai forzatamente cassata di una quarantina di contratti con compagnie petrolifere su base di compartecipazione alla produzione senza alcun accordo a priori del governo centrale.

Bagdad ha sempre preferito, invece, stipulare contratti petroliferi con le compagnie internazionali sulla base di una percentuale di servizio per ogni barile di greggio rifiutando sempre di sottoscriverne alcuno, come nel caso della Exxon, quando ne esista già in atto uno col Kurdistan come tale. Ma, a questo punto è chiara l’implicazione che Barzani va imponendo al dibattito: i curdi si devono preparare a dichiarare l’indipendenza o un’altra tappa di vera e propria guerra civile.

Il compromesso minimo per Erbil, sarebbe una vera e propria rafforzata autonomia anche economica, della capitale curda irachena. Ma nessun governo centrale iracheno sarebbe e sarà mai in grado di accettare che i curdi si firmino da soli e senza autorizzazione centrale i loro contratti. Sembra chiaro che, se i curdi non avranno a disposizione questo potere condizionante non potranno farsi vale nei confronti di Bagdad. Ma sembra altrettanto chiaro che i curdi rischiano brutto e che,  adesso, comunque gli USA non sono già più in grado di offrire loro la minima protezione di ordine militare.

Contemporaneamente – ed è il secondo risvolto nuovo e importante – il governo di al-Maliki, adesso ha comunicato a quello americano che non darà alcun seguito alla sua richiesta di fermare i voli iraniani diretti in Siria e che Washington accusa di aver trasportato fino a 30 tonnellate di armi varie al governo di Damasco. Il primo ministro iracheno al-Maliki ha risposto direttamente alle richieste, del resto a lui presentate direttamente dagli americani, dicendo che invece a lui risulta che si sia trattato di aiuti umanitari. E lasciando capire che quel che conta, al dunque, per l’Iraq è quel che risulta a lui e non a Washington…

Al di là di ogni merito,  sulla verità o la veridicità delle cose[116], dice ormai molto sui rapporti reali tra Bagdad e Washington che – non lo si dimentichi – ancora oggi dopo il ritiro migliaia e migliaia di uomini suoi nel paese che ha invaso, occupato e adesso ma ancora parzialmente evacuato… e dove cresce proprio – l’eterogenesi dei fini cui ci siamo tante volte già richiamati – l’influenza iraniana…

●Alla fine del mese, a Bagdad si tiene – come abbiamo già ricordato – il primo vertice dei paesi arabi dopo il ritiro (di gran parte) delle truppe americane dall’Iraq e come scrive il NYT[117], “per il governo al-Maliki è un momento chiave per dimostrare al mondo arabo tutto che sta emergendo da decenni di guerra, di occupazione militare straniera e di isolamento diplomatico… così ai capi arabi faranno vedere, all’arrivo, qualche squarcio accuratamente prescelto del nuovo Iraq: la scintillante lobby di qualche albergo, palazzi e edifici accuratamente ripristinati e giovani palmizi lungo una strada dell’aeroporto universalmente nota come l’Autostrada della Morte”: quella lungo la quale gli americani fecero fuori Calipari, tanto per ricordarlo, quando aveva appena salvato la giornalista Giuliana Sgrena.

Ma dietro le petunie appena piantate, c’è l’altro Iraq quello più vero e senza confini che vede ogni giorno, appena al di là della cosiddetta “zona verde” inventata dagli americani e ereditata dal governo a dominanza sciita che gli americani hanno installato: l’Iraq delle decine e decine di attentati suicidi, dei massacri interetnici tra sciiti e sunniti, della guerra civile neanche tanto latente degli uni con gli altri e dei curdi con tutti, dei quartieri poveri di Bagdad con le fogne che dall’invasione americana del 2003, per “ragioni di sicurezza”, vennero fatte saltare con pozzi e tubature che non riescono più a funzionare e rigurgitano tutto per le strade e dove la corrente elettrica è disponibile, e non sempe, per quattro ore al giorno…

Insomma, più che un attore reale nel nuovo mondo arabo in laboriosa gestazione, l’Iraq sembra dover restare ancora a lungo un palcoscenico cruento che l’insensato intervento americano di Bush, gestito in uscita ma con mille maldestre contraddizioni da Obama, è riuscito solo ad esacerbare e destabilizzare. A vantaggio obiettivo, strategico, solo dell’Iran sciita e grande protettore degli sciiti oggi al potere in Iraq. La solita eterogenesi dei fini che perseguita una politica estera strapotente ma anche spesso strapotentemente inetta come quella americana.

E con l’opposizione politica che forse era la maggioranza uscita dalle elezioni senza un timone, perseguita e perseguitata dagli sciiti vincenti, con un movimento di giovani come quello di tutti gli altri paesi arabi ma polverizzato e frantumato dall’autocrazia, dalla dittatura, di al-Maliki messa al potere dagli americani e ormai ben insediata e irremovibile… fino alla prossima volta, si intende.

●In Pakistan[118], il primo ministro Gilani che – con le dimissioni in arrivo per sopravvenuti limiti d’età del gen. Shuja Pasha, capo dell’onnipotente I-SI, l’apparato dei servizi segreti militari – aveva temerariamente detto di voler essere lui a scegliere chi insediare nel nuovo modernissimo quartier generale dei servizi di Islamabad, nel distretti di Aabpara, il prossimo direttore dei servizi stessi, ha invece dovuto designare non, come voleva, un membro del suo governo civile ma il ten. gen. Zaheerul Islam, scelto per quel posto chiave – come a Islamabad sapevano tutti meno sembra proprio il premier e i suoi consiglieri americani – dal gen. Ashfaq Parvez Kayani, capo delle Forze armate: che, di fatto, gli ha ricordato come il governo magari nomina ma a decidere chi poi nomina in materia, e non solo qui, da sempre tocca all’esercito. Insomma, e in definitiva, business as usual

I talebani pakistani, i Tehrik-i-Taliban, movimento degli studenti del Pakistan, nati da una costola del Servizio segreto militare nel 1994, hanno minacciato di mettersi sistematicamente a far fuori i deputati dell’Assemblea nazionale se voteranno a favore del “suggerimento esplorativo” proposto nuovamente dal governo e buttato lì per ora proprio come un ballon d’essai di riautorizzare l’uso dell’infrastruttura statale del paese per i rifornimenti alle forze alleate in Afganistan.

E’ una minaccia[119] da prendere sul serio, qui,  perché la sicurezza per i membri del parlamento e dello stesso governo civile, al dunque, qui in Pakistan – dove regolarmente ogni qualche anno ammazzano un presidente o un primo ministro – civile o militare che siano, attraverso attentati o anche pubbliche impiccagioni – è inesistente.

In ogni caso in Pakistan – e, certo, non solo – è sul chi e quanto si guadagna a margine che qui bisogna puntare per capire come va a finire un voto molto più che su intimidazioni e minacce. Da notare è che i talebani del Pakistan non hanno mai seriamente minacciato autisti, inservienti e compagnie di trasporto, trattate come un Bancomat per il finanziamento andante e corrente dei militanti islamisti.

Qui da sempre le imprese che non agiscano direttamente al servizio, o per conto, dei talebani pagano loro regolari tangenti. D’altra parte qui come in tanti altri paesi del cosiddetto Terzo mondo, quando una potenza che viene da fuori  si impegna in operazioni cosiddette di contro-insorgenza sul territorio, deve sempre pagare il pizzo a entrambi i contendenti: è successo a Francia e Gran Bretagna da sempre e sempre in Asia e in Africa dove si sono trovate in mezzo a uno scontro tra poteri locali, prima che agli Stati Uniti nel secolo scorso e, alla fine, quando decisero di averne abbastanza e di andarsene dall’Afganistan, per poterlo fare senza doverlo affogare in un bagno di sangue, si mise a pagare nel 1989 anche la tramontante Armata Rossa…        

●In Afganistan, adesso, tutto sembra tornare alla casella numero uno. Infatti, pare proprio che – dopo dieci anni di guerra, di invasione, di occupazione a un costo diretto per l’America di circa $ 600.000.000 e, indirettamente, di una spesa almeno equivalente, con almeno 6.000 morti americani e diverse altre migliaia tra gli alleati, oltre si capisce alle diverse centinaia di migliaia tra gli afgani: e tutto per tenere fuori del potere i talebani – almeno le idee e i “valori”, per noi sopeso assolutamente aberranti ma per i quali essi si battono da sempre stiano tornano in vigore e si impongano.

In effetti, adesso, sul sito ufficiale della presidenza afgana, il presidente Karzai ha ordinato di pubblicare senza commento o riserva alcuna il testo di un documento programmatico sul futuro del paese dopo gli americani, redatto dal Consiglio degli Ulema afgani, che non ha alcun valore legale ma che pubblicato così, con quella prominenza e senza alcuna riserva acquista subito un’autorevole valore programmatico e normativo nel dibattito interno.

Dice una delle deputate afgane più note in occidente[120], che “c’è un legame tra quel che sta succedendo nei cosiddetti colloqui di pace tra afgani del governo e talebani e talebani e americani: stanno programmando di mollare sui diritti delle donne e di dare semaforo verde alla talebanizzazione in cambio del benestare a un’uscita morbida dell’ISAF dall’Afganistan e di un’intesa tra ribelli e governo”.

E, francamente, sembra proprio avere piena ragione. Il testo degli Ulema[121] recita che in natura gli uomini sono fondamentali e le donne secondarie, che la famiglia è intorno all’uomo che si allinea e  si perpetua, che quindi le donne sono subordinate e non devono mai mischiarsi nel lavoro o nell’educazione e devono sempre avere un guardiano quando si spostano in pubblico”.Perciò, concludono, “l’uso di parole o espressioni che contraddicono i sacri versi” del Qu’ran e della Shari’a che, secondo gli Ulema, lo interpreta essa sola – la loro – correttamente  “va strettamente evitato”.

Come, dicono ancora oggi i fondamentalisti cristiani e fino a ieri ricordavano anche tanti nella Chiesa cattolica – a catechismo ce lo rammentava ogni minuto un vecchio prete, per altri versi, o forse lo stesso chi sa?, anche un vecchio sozzone – lo insegnava anche San Paolo[122], no?  Si tratta, questo sottintendono anche se non arrivano proprio a dirlo, delle espressioni e delle parole che inquinano la Costituzione e le leggi del nuovo Stato afgano.

●Insomma. Scusate, ma vogliamo dirlo chi è che, alla fine, questa guerra l’ha vinta? Ora, poi, stanno anche andando in fumo i piani dell’Amministrazione americana per il dopo-ritiro di fine 2014. Prevedevano di lasciare in loco una robusta missione di cooperazione e sviluppo la sicurezza dei cui operatori sarebbe stata affidata – a pagamento per così dire misto – a compagnie statunitensi di mercenari appositamente ingaggiate e autonomamente gestite: che del resto sono già lì con decine di migliaia di guardioni.

Adesso, però, specie dopo le rivolte di massa popolari provocate dalla insensibilità dei GIs (il rogo di decine di copie del Corano buttate nelle discariche: pura provocazione o –  peggio – ignoranza crassa dell’altrui cultura) o ancora da loro comportamenti puramente criminali (l’eccidio a Kandahar da parte di un soldato “nervoso”, come lo chiamano con leggerezza i superiori, un ventina di civili  abbattuti d’infilata per strada come a un tirassegno) il governo ha decretato – e senza perdere ancora la faccia difficilmente può tornare indietro… anche se poi lo fa ogni ora e ogni minuto, ingoiando la propria vergogna – che entro fine marzo tutti i mercenari presenti nel paese se ne dovranno andare, senza eccezione, e nessuno potrà più arrivare.

Forte imbarazzo al Pentagono dove gli gnorri di turno hanno firmato e depositato fior di contratti senza clausole di rescissione e, ora dovrebbero continuare a pagare le compagnie di mercenari ingaggiate (proprio come si faceva con i mitici Brancaleoni delle Crociate, i condottieri assoldati come i Colleoni del ‘400, o le bande assoldate del ‘500 come i lanzichenecchi.

E, poi, qui in Afganistan mica tutti coloro che lavorano a portare aiuti sono come Emergency o Intersos… Specie quelli americani sono spesso organismi in qualche modo “mercenari” anche loro, facenti parte del Professional Services Council che, in un società dove tutto si compra e si vende come detta il mercato, mettono all’incanto i propri servizi professionali che consistono, in questo caso le distribuire in loco fornisce aiuti privati e pubblici ma sempre a pagamento pubblico dello zio Sam al dipartimento di Stato e ai suoi programmi di “aiuto”[123].

●Infine, va annotato che[124] al segretario americano alla Difesa, Panetta, il presidente afgano Karzai – dopo la strage del sergente dei marines “impazzito” che ha fatto sedici vittime tutti bambini e donne andando loro in casa di notte e sparando all’impazzata su donne e bambini di un villaggio del distretto di Panjwai, nel sud della provincia di  Kandahar – ha ora detto che entro il 2013 vuole che tutti i soldati americani presenti nel paese restino confinati nelle loro basi— “questi omicidi, di civili, di bambini, di donne” sono solo “gli ultimi” di centinaia di simili “incidenti” in tutto il paese e costituiscono “un comportamento criminale che non può essere tollerato”…

Tanto più che, come gli anziani del villaggio di Kandahar, bersaglio del massacro, che – loro – hanno visto e che al contrario dei generali americani ha anche personalmente ascoltati (non solo “uditi”), lui è convinto che non si sia affatto trattato di un soldato impazzito. Ha spiegato con piena ragione, ci sembra un cronista che se ne intende assai bene ma, è vero, è chiaramente anti-americano perché è, però, chiaramente, ragionevolmente e motivatamente contrario alla politica ufficiale degli americani che “com’è che, impazzito com’era, quel sergente dei marines si è scelto con cura massima, come vittime, solo donne e bambini? e non si è messo a sparare su sedici GI’s, suoi commilitoni? non è che si sia, invece, trattato di un massacro dettato dall’odio e appositamente mirato agli inermi per supremo dispregio, sconfinato odio e inconfessata vigliaccheria?[125]”.

Come è successo, del resto,già tante volte lì in Afganistan, o in Iraq. O ieri in Vietnam, ecc., ecc. Da considerazioni come questa anche, è chiaro, richiamata da alcuni dei suoi consiglieri, Karzai trova la determinazione per ordinare – ha il potere sovrano nominale e indiscusso per farlo – che gli americani restino da prima possibile chiusi dentro le loro basi… ma un conto è, naturalmente, in base a una sovranità che resta più nominale che altro, altra cosa è poi farsi obbedire.

In fondo, e a ben vedere, neanche Karzai, è convinto di quel che chiede e per cui di certo anche prega, da buon mussulmano e alla fine sempre il più amico degli americani che non gli diano tanto retta cosciente com’è che appena gli americani se ne andranno davvero lui o scappa o lo fanno fuori magari solo impiccandolo e non linciandolo e castrandolo prima sulla pubblica piazza come fecero a fine settembre del 1996 col suo predecessore, il presidente Najibullah alla caduta di Kabul.

Ha voglia Panetta a dire in pubblico che cambia poco… Commentatori e analisti neanche lo stanno a sentire, mettendo invece in grande evidenza il fatto che ritirarsi e chiudersi nelle basi in un paese militarmente occupato ma asfissiato da una resistenza che è sempre, invece, all’attacco non è una tattica militarmente sostenibile a lungo e, in effetti, rende del tutto inutile e, anzi, intollerabilmente costoso continuare a tenere in Afganistan le proprie truppe senza che possano più combattere se non passivamente. Certo, adesso i governi americano e afgano, pompando e gonfiando una pericolosa illusione come se fosse realtà, forniscono all’unisono un apprezzamento “aggiornato”, inspiegabilmente tutto positivo delle “capacità militare” dell’esercito afgano.

Ma tutti sanno benissimo che è solo una logora e ormai trasparente foglia di fico, niente di più, per spiegare un ritiro anticipato delle forze alleate. E rendere in qualche modo, forse, più facile e trangugiabile una simile decisione per quel pezzo di popolazione nei paesi alleati inguaribilmente nostalgica delle intramontabili tradizioni marziali e dell’ “a torto o a ragione, sempre col mio paese”. La verità vera è, naturalmente,  che – ormai da tempo, poi – si è estinta la fiducia reciproca tra l’alleato americano – e l’ISAF tutta che gli scodinzola dietro – e quello afgano, il governo Karzai…

E le cose non le migliora di certo la notizia, tenuta coperta per giorni finché non è venuta fuori grazie alla benedetta incapacità degli americani di tenersi i segreti, che l’attacco di un autocarro lanciato contro un gruppo di generali in attesa dello sbarco del ministro Panetta in una base militare della provincia di Helmand nel sud-ovest, dopo la visita a Karzai, “se fosse successo cinque minuti dopo avrebbe colto probabilmente anche lui nel gruppo di alti ufficiali che lo accoglievano sulla pista[126]” e che si sono salvati solo dandosela a gambe.

●L’altra reazione degli afgani al massacro, quella dei talebani, li ha visti interrompere ogni colloquio con i rappresentanti dell’“esercito dei massacratori invasori” per facilitarne la ritirata, dicevano, o per arrivare a un’intesa e a una transizione, dicevano gli USA “democratica” (coi… talebani, nientepopodimeno). L’intoppo vero, però, pare che qui sia stato nel non essersi riusciti a accordare sullo scambio di cinque importanti leaders talebani detenuti a Guantánamo con un “occidentale”. non meglio identificato, che è loro prigioniero.

●Intanto, il capo delle Forze armate americane e – è superfluo specificarlo naturalmente – di tutte le Forze alleate della NATO nel paese, gen. John Allen, dice subito alla Commissione senatoriale sulle Forze Armate[127] che, se decidesse lui non starebbe neanche a sentire gli afgani, perché secondo lui anche nel 2013 gli USA avranno, invece, necessità di tenere in Afganistan una loro significativa potenza di fuoco e una reale capacità di combattere.

La cifra indicata dall’ex candidato repubblicano alla presidenza, senatore John McCain – che passa patriottardisticamente per un esperto di cose militari – di 68.000 soldati sul terreno, dice Allen, debitamente ossequioso, è un numero “realistico”. Secondo lui – il generale: un altro degli esperti tra i tanti che da dieci anni a turno stanno perdendo la guerra – le forze di sicurezza interne afgane dovrebbero ammontare sui 230.000 elementi, almeno 100.000 in più del loro livello attuale.

D’altra parte il comando americano a Kabul ha impartito nuove misure di sicurezza a tutti i soldati e le soldatesse statunitensi. D’ora in poi ciascuno di loro deve farsi – ha detto, incredibilmente, il gen. Allen stesso – l’ “angelo custode” di ogni commilitone mentre lui/lei dorme o lavora: in tutti gli uffici del corpo di spedizione americano, dice il programma cosiddetto dei “Guardian Angels[128]”, per esempio, le scrivanie dovranno mai più “dare le spalle alle porte”… Il dato è chiaro: quando ci si trova a mettere in piedi un programma che prevede di mettere di guardia i militari americani contro i loro compagni alleati, la situazione sembra davvero ormai irrimediabile…     

●Tra parentesi: nel suo viaggio di valutazione – al Pentagono l’hanno chiamato così – dei rapporti degli USA coi governi (non certo coi popoli) della regione, Panetta s’è sentito reiterare in Kirghizistan[129], da quel governo, che all’America non sarà consentito dal luglio del 2014, come era già stato annunciato, usare per scopi militari la base area di Manas vicino alla capitale Bishkeck che ha avuto un’importanza cruciale nel sostegno logistico alle operazioni della NATO nella guerra d’Afganistan. Ma la Russia sembra aver detto, o forse solo lasciato intendere, che potrebbe anche mettere a disposizione degli americani nell’area centro-asiatica una delle sue basi aeree per le loro operazioni di rifornimento. Delle quali, però, a quella data non dovrebbe neanche esserci più bisogno.

●La Corea del Nord annuncia[130], a metà marzo, che tra il 12 e il 16 aprile lancerà con un missile a lunga gittata e inaugurando così il cosmodromo di Tongchang-ri, nella provincia del nord ovest di Pyongan, a 35 km. dal confine cinese, un proprio satellite in orbita polare per l’osservazione del pianeta. Il nuovo cosmodromo, in costruzione ormai da un decennio, rimpiazzerà quello finora utilizzato di Musudan-ri, l’ultima volta nel 2009 per il lancio di un satellite con un missile Taepodong che arrivò alla distanza prevista ma non riuscì a mettere il satellite nell’orbita predesignata (la Corea del Nord ha detto, invece, che sì e che trasmette ancora canzoni patriottiche verso terra).

Rispetto a Musudan-ri, il nuovo centro spaziale di Tongchang-ri, tre volte più vasto, sviluppandosi in larga parte sottoterra, sfugge all’osservazione satellitare altrui e, dunque, viene percepito come più “minaccioso” anche se ovviamente non è, né può essere proibito, come quelli analoghi di altri paesi. Formalmente il lancio (un Taepodong-2, 6-7.000 km di gittata, 36 metri di altezza) è in onore del 100° anniversario della nascita del fondatore del regime Kim Il-sung, “presidente del paese per tutta l’eternità” come recita il suo titolo ufficiale e nonno dell’attuale numero uno.

Protestano, vedendo nel lancio spaziale una potenziale minaccia missilistica di natura atomica, i paesi vicini: che hanno però, come sempre e non sempre inspiegabilmente, la tendenza a sospettare delle intenzioni di Pyongyang. Così il Giappone minaccia di intercettare, per autodifesa, qualsiasi “rottame” o pezzo di missile che si trovasse a sorvolare il suo territorio… In Corea del Sud, c’è chi minaccia di “rispondere” pan per focaccia— dimenticando che da tempo Seul aveva già  ha lanciato (anche se senza successo) i suoi missili di ricerca spaziale[131] (il primo lo chiamò Naro-1, dalla regione del lancio)… Le Filippine mostrano anch’esse tutta la loro preoccupazione e anche Pechino e Mosca avanzano e comunicano, ma per via diplomatica e senza lanciare ukase, i loro dubbi a Pyongyang: che, come è ovvio, non risponde neanche…

Si ricorderà che solo un mese fa era stata raggiunta – pareva – un’intesa, certo precaria, tra Pyongyang e Washington[132] di tregua sui lanci missilistici e i test nucleari, da una parte, e sull’interruzione dell’arricchimento dell’uranio coreano a gradazione di potenzialità nucleare e, dall’altra, sulla ripresa di un dialogo in tutte le direzioni tra USA (e gli altri partiti del cosiddetto “5 + 1”) e la Corea del Nord e aiuti economici, alimentari subito, sembra…

Ora, con l’annuncio del lancio “celebrativo e a fini esclusivamente scientifici” fatto da Pyongyang, e malgrado l’insistenza del portavoce ufficiale del regime del Nord che dal primo momento il loro assenso alla “moratoria” richiesta dagli americani sui lanci missilistici a lunga gittata escludeva il diritto sovrano del paese a condurre le proprie ricerche in campo spaziale, che era chiaro dal primo momento anche per gli americani e che, quindi, ogni sorpresa degli americani è manipolata. Gli americani, che non sono d’accordo ma che sicuramente non hanno ottenuto l’assenso scritto del Nord alla loro interpretazione, reagiscono adesso specificando di aver subito interrotto preliminarmente  ogni approccio per l’invio di “aiuti” alla Corea del Nord.

Cioè. Gli americani neanche reagiscono a un fatto avvenuto – il lancio del missile sperimentalmente spaziale,come dicono i coreani e forse, invece, sperimentalmente balistico,come dicono gli americani – ma reagiscono all’annuncio del fatto… confermando la sensazione tra i dirigenti nord coreani dell’inaffidabilità della dirigenza americana. In altri termini, invece che servire da deterrente al lancio, l’annuncio della misura/contromisura americana diventa a questo punto un altro incentivo a Pyongyang per mantenere la sfida nazionale alla superpotenza che, perché è tale,  pretende di dirle quel che fare o non fare.

●Intanto, nel corso del vertice puramente celebrativo che, a fine marzo, contraddittoriamente con la politica proclamata dal presidente americano vede un curiosissimo episodio tra il presidente americano e quello russo Dmitri Medvedev che certo Obama avrebbe voluto evitare[133], si verifica anche una specie di strano dialogo tra sordi sulla Corea dl Nord tra USA e Cina— o forse no: forse si tratta solo della sordità americana, dettata dall’usuale considerazione unilaterale che a Washington anche gli statisti più avvertiti, tutti (proprio perché americani e come tali, geneticamente per nascita e per la vulgata grossolanamente diffusa di storia nazionale, contagiati dalla presunzione di un “eccezionalismo” che, però, sembra anche  sempre meno universalmente vigente) continuano ad avere del mondo.

A Seul, Barak Obama ha apertamente criticato la Cina per non aver messo in atto una politica efficace di contenimento e respingimento delle pretese della Corea del Nord, non “impedendole” di lanciare missili a lunga gittata e di arricchirsi l’uranio e non obbligandola a tornare ai negoziati sulla base della piattaforma stabilita per la Corea dai “5 + 1” ma senza Pyongyang. Dal punto di vista americano, la critica sembra impeccabile. Ma il problema è che quello non è proprio il punto di vista cinese.

E se Hu Jintao, al tavolo puramente celebrativo del vertice, risponde in quinci e quindi da presidente a presidente che anche la Cina “condivide alcune delle preoccupazioni degli USA” – guardandosi bene, però, dal dire quali sì e quali no – il portavoce della delegazione di Pechino ridicolizza l’uscita di Obama: sentirsi criticare – spiega ai giornalisti americani, chiarendo che ovviamente impegna solo se stesso nel dirlo -  per aver prodotto niente di niente con uno sforzo di cui non si era convinti e che, quindi, non è stato in realtà perseguito, con un’accusa avanzata da chi, invece, ci ha provato, ha perseguito il suo scopo dichiarato e ha vanamente forzato senza produrre egli stesso proprio lo stesso niente di niente, “sembra come minimo irrazionale[134]”.

Il motivo è che, da un punto di vista cinese, strategico, la Corea del Nord costituisce un eccellente cuscinetto di tipo militare fra gli USA e i loro alleati e la Cina. Che già una volta intervenne, cambiando le sorti della guerra di Corea, a impedire che nella lotta che aveva scatenato col Sud gli USA col loro intervento militare diretto spazzassero via dalla mappa il cuscinetto rappresentato dal Nord.

Nel frattempo, in questi ultimi anni la Cina ha metodicamente ottenuto dalla Corea del Nord di includere – c’è chi dice di annettersi, in pratica – nell’economia della provincia dello Shenyang cinese sia il bacino del fiume Yalu  che le quattro province più settentrionali della Corea del Nord. In altri termini, aree non irrilevanti della Corea sono già diventate così componenti chiave dello sviluppo economico del nord-est della Cina.

Che ha già in funzione una dozzina di progetti di infrastrutture, sviluppo ed investimenti industriali tra i due paesi e prevede, a termine neanche tropo lungo, di far pagare in parte, non irrilevante, a Giappone e a Corea del Sud le spese di sviluppo di queste infrastrutture e rotte commerciali che ridurranno notevolmente i costi di spedizione tra Giappone ed Europa e aiuteranno uno sviluppo industriale più ravvicinato di quanto non sia già in zone di sviluppo tradizionalmente, come queste, alleate da tempo degli USA.

I rapporti economici della Cina con il Nord Corea, per quanto di poco rilievo economico (per la Cina, si capisce: $ 6.516 miliardi contro, forse, $ 28 in tutto) vanno a gonfie vele ma, sopratutto, per entrambe come s’è già rilevato ricoprono un notevole valore strategico e anche politico: smentiscono alla radice il mantra propagandistico americano cantilenato ormai come una fissa ogni giorno senza più credibilità alcuna.

Giurano che la Corea del Nord nel mondo è isolata: ma chi, dietro di sé, ha la Cina (1 miliardo e mezzo di esseri umani, l’economia già ora seconda e domani la prima del mondo e da tempo, comunque, la più dinamica di ogni altra) tutto sembra in realtà meno che certamente isolato…, come dicono gli americani che prima o poi dovranno pur imparare a distinguere quel che vogliono dalla realtà. Perfino i russi stanno adesso cercando di lavorare coi nord coreani per sfruttare meglio e di più la connessione tra Giappone e trans-siberiana.

Insomma, né la Cina né ormai, dopo le ultime elezioni perse di più nazionisti tra i coreani del Sud, la stessa Corea del Sud sembrano condividere gli identici ossessivi interessi strategici degli USA quanto alla Corea del Nord. Sì, se non si dotassero di un’arma nucleare sarebbe meglio. Ma già lo hanno fatto e, al contrario degli USA, la Cina ne ha preso atto. Come faranno gli USA alla fine. Inevitabilmente. Del resto, oltre alla Cina, le armi atomiche nella regione già le hanno Pakistan e India. E più a ovest probabilmente le avrà, oltre a Israele da due tre decenni, ormai perfino l’Iran.

La differenza è che, anche se ormai lo sanno, lo vedono tutti, la Cina ne prende atto e gestisce la situazione cui si trova di fronte. L’America no. Lo sa bene anch’essa ma non vuole rassegnarsi a accettarlo e agisce come se gli altri le dessero ancora retta. Ancora non lo sa in piena coscienza, forse. M lo sanno i cinesi.

 

GERMANIA

●Il Nord-RenoWestfalia, capitale Düsseldorf e 18 milioni di abitanti, il più popolato Land della Germania, potrebbe dover ricorrere alle elezioni anticipate[135] col governo di coalizione tra socialdemocratici e verdi che è andato sotto nel voto sul bilancio. Al contrario delle apparenze, però, Merkel non sembra affatto contenta perché il partner minore liberal-democratico della coalizione va malissimo nei sondaggi e una brutta perdita metterebbe sotto pressione la leadership nazionale della FDP tentandola di mollare l’Angela Merkel.

Del resto ora, subito, gli alleati minori della coalizione sono stati costretti nella Saar alla prima di tre elezioni di fila in Länder che li vedono addirittura a rischio di sparire dai banchi dei parlamenti regionali: con lo stesso risultato di indebolire ancora il governo di coalizione nazionale che, come quello inglese, si risolve in una catastrofe per il partner minore e più liberal che, non avendo i partners minori le pa**e per far valere la loro golden share condizionante nei confronti dei democristiani tedeschi e dei tories inglesi, finiscono giustamente per pagare per primi.

Qui[136], se le  cose continueranno a svilupparsi in questa direzione, e volendo Merkel candidarsi per un terzo cancellierato nel 2013, i cristiano-democratici dovranno probabilmente cercarsi un altro partner se scompaiono come apre ormai quasi certo dal Bundestag le rappresentanze e i voti dei liberal-democratici (nei sondaggi sono ormai appena al 3% dal 14,6 delle elezioni federali del 2009 e hanno bisogno del 5% per passare la soglia della rappresentanza parlamentare).

Del resto anche qui, come un po’ in tutta Europa – e la cosa è più grave di certo per chi è più a sinistra che per chi è di destra: loro devono cambiare o, almeno, dovrebbero; quelli devono solo conservare le cose come vanno – però il sentimento diffuso anche qui, per dirla alla francese, è che  i due principali partiti teoricamente alternativi, CDU e SPD, invece si somiglino troppo proprio nell’essenziale.

La differenza è che mentre i liberal-democratici più di destra, come il nuovo giovane leader Philipp Rösler, che ha sostituito da destra nel partito il ministro degli Esteri sicuramente più liberal, Guido Westerwelle, accusa i cristiano-democratici di essere loro troppo social-democratici, ormai, non solo la sinistra-sinistra ma anche il centro-sinistra imputa alla leadership dell’SPD di essere appena più sociale del centro-destra… Ma la verità è che, entrambi, hanno probabilmente ragione.

C’è tensione inter-partitica ma, e soprattutto, inter-coalizione, oggi accentuata dalla scelta dei cristiano-democratici di sostenere, piuttosto che un liberal-democratico (sul quale, peraltro, neanche quelli dell’FDP erano concordi), il social-democratico Joachim Gauck al posto del democristiano forzatamente dimissionario alla presidenza della Repubblica federale e dalle stesse lotte intestine della FDP della Saar che hanno portato al fallimento della triplice coalizione CDU, FDP e Verdi che aveva lasciato all’opposizione da soli finora i social-democratici e, adesso, alle elezioni anticipate nella Saarland, ai confini con la Francia.

Alla fine, in effetti, la FDP ha avuto appena più dell’1% dei suffragi ed è stata ignominiosamente eliminata dalla Landstag, la CDU ha ripreso più o meno il 34,5 dei suffragi che aveva avuto alle precedenti elezioni, con l’SPD terzo in crescita netta al 31 e i Verdi  al 5%, appena meno che l’altra volta, la Sinistra a sinistra dei social-democratici, die Linke, al 16%, in ribasso dal 21,3%, e i cosiddetti Pirati, un specie di partito ultraliberista dei diritti civili, in aumento secco, e per la prima volta con deputati nel Land all’8% dei voti.

FRANCIA

●In piena campagna per le presidenziali[137] (si vota al primo turno il 22 aprile, al ballottaggio il 6 maggio), adesso, le carte si mescolano.

A sinistra è sparito dalla scena il socialista Dominique Strauss-Kahn, sepolto da uno scandalo tra il pecoreccio e il politico, forse in parte orchestrato anche e proprio per liberarsi di lui da chi (i servizi segreti francesi?) ne conosceva bene le debolezze sessuali del presidente del Fondo monetario internazionale che, effettivamente, allora sembrava imbattibile. A destra, il presidente in carica, Nicolas Sarkozy, corre il rischio di essere l’unico altro capo dello Stato, dopo Valéry Giscard d’Estaing contro Mitterrand nel 1981, a non essere rieletto per un secondo mandato.

Ora il candidato socialista, François Hollande, annuncia di voler introdurre, se ce la farà, un’aliquota fiscale del 75% sui redditi familiari superiori al milione di €, per “far pagare il costo della crisi ai più abbienti di più che ai meno” e anche per scoraggiare emolumenti e bonus scandalosamente grassi a managers e dirigenti di finanza ed industria che hanno, insieme a Sarkozy dice, la responsabilità principale della crisi economica e almeno, non dovrebbero poterne poi approfittarne…

Demagogia, strillano lor signori…  democrazia, risponde fulmineo Hollande, che non è certo famoso per il suo humour ma a cui, qui. la battuta riesce benissimo.

Al centro, il solito Casini d’oltralpe, François Bayrou toglierà voti sia a Sarko che, un po’ meno, a Hollande; la sinistra estrema, coalizzata insieme – ma, beninteso, tutti l’un contro l’altro armati (se no, che sinistra sarebbe?), cercherà di fare la sua battaglia tutta e solo di principio (no alla globalizzazione, per capirci, ma sì a che cosa?); e, sulla destra estrema, Marine Le Pen del  Front National.

Che, a 45 anni, ormai non più gallinella di primo pelo ma faraona ruspante, è riuscita a ripulire un tantino l’orbace ammuffito ereditato dal padre e tenterà, identificandosi improbabilmente con la pulzella d’Orleans e dicendo un no sonoro e impossibile all’euro, all’Europa e alla sua islamizzazione avanzante, di sfruttare il revanscismo qui sempre imperante. Contesterà in nome dei valori rossi e blu gallicani, da destra, anche il serto del vincitore di cui s’è tronfiamente cinto il capo il vincitore facile della campagna di Libia, mentre Hollande contesterà piuttosto da sinistra la resa di Sarko alla Merkel su come far uscire l’Europa dalla crisi (l’austerità facile invece della crescita) eil riallineamento decisamente poco gaullista alla leadership militare americana nella NATO.

I sondaggi danno ancora primo il presidente al primo turno ma sono costantemente in calo e affermano unanimi, anche, che al ballottaggio lui perderebbe e vincerebbe il socialista Hollande. E così lui, che è già abbastanza carogna di suo, si va incarognendo in un modo che, per semplificare, chiameremmo “leghista”.

S’è messo ad attaccare gli immigrati, l’importazione di prodotti stranieri in Francia, le abitudini dietetiche dei cittadini mussulmani (la macellazione halal, eseguita secondo i riti islamici…, senza rendersi neanche conto che così attacca anche i costumi alimentari, identici, kosher, degli ebrei francesi… che, però, a lui più che ai concorrenti comunque sembrerebbero pronti a restare favorevoli perché si proclama filo-israeliano, ma soprattutto anti-arabo e anti-iraniano). Ma va anche detto che qui, un po’ come da noi, l’effetto di questa tattica sembra anche piuttosto efficace: insomma, Sarko anche così pare che stia recuperando[138].

A pochi giorni dal primo voto, esplode a Tolosa l’attacco assassino di un giovane francese di origine marocchina che, “per vendicare i bambini palestinesi, ammazzati nei territori occupati dagli israeliani” ammazza tre ragazzi ebrei in una scuola a Tolosa, dopo aver ammazzato tre militari francesi di origine mussulmana, “per vendicare” in quel caso “le vittime dei soldati francesi a Kabul”, dove anch’essi avevano servito.

Ha fatto gioco, ai razzisti anti islamici del Front National, anche se nel loro ristretto cervello ha causato qualche confusione, l’evento portato improvvisamente alla luce dall’assassinio che i prodi soldati francesi assassinati fossero, come l’assassino, di colore e, pure, mussulmani… Ma ha fatto impressione anche il fatto che in qualche banlieue l’assino e l’assassinio sia stato celebrato: e ha giocato a favore del Front… Ha suscitato scalpore e ancor più confusione, perfino addirittura un inizio di indignazione, poi, la notizia che il francese-marocchino-assassino era un informatore dei servizi segreti francesi infiltrato, come si dice, tra gli islamici…

Anche, e più, ha giocato dalla parte del Front National che le famiglie delle vittime siano andate a seppellire i poveri resti di tre bambini e di un loro insegnante ebrei in… Israele: come se, al dunque, avessero ragione loro, i frontisti, quando dicono e ripetono che gli ebrei francesi sono cittadini comunque “strani”, nel senso originale del termini: estranei, diversi…

Ha scritto al meglio, della pericolosità di questo momento, David Meyer, rabbino francese che oggi fa il suo lavoro a Bruxelles e insegna letteratura rabbinica all’Università Pontificia Gregoriana di Roma, e che da ragazzino passò in prima persona attraverso l’attentato antisemita di estrema destra che a Parigi, alla sinagoga di rue Copernic, nell’ottobre dell’80 fece quattro morti divenendo una cause célèbre anche per la reazione stoltamente e spontaneamente razzista del primo ministro Raymond Barre.

A caldo, interpretando il peggio della Francia se ne uscìin Tv col dire come “questo attentato odioso mirasse a colpire gli israeliti che stavano andando in sinagoga ma che ha colpito [anche] francesi innocenti che traversavano la rue Copernic”…: dove la differenziazione tra innocenti più innocenti di altri innocenti – che lo erano meno, evidentemente, perché ebrei – faceva veramente schifo.

Di qui l’appello accorato e insieme ragionato di Meyer[139] ai suoi connazionali a non rinchiudersi, tutti e nessuno, nella piccola fortezza della propria identità: porterebbe tutti e ciascuno a soffrire di una gran brutta carenza di ossigeno. Qui, in Francia, ebrei e musulmani sono arrivati a una svolta. Potrebbero rinchiudersi in se stessi, mentre la Francia potrebbe, proprio come nazione, lasciarsi tentare, alla vigilia di queste elezioni, dallo svicolare rispetto alla propria peculiare e quasi unica miscela di popolazioni che fa oggi della Francia proprio la Francia rifugiandosi nella sua tradizionale ridotta dell’identità gallicana che ormai, però, è solo illusione.

GRAN BRETAGNA

●L’Ufficio statistico nazionale rileva come il tasso di disoccupazione giovanile (età tra 16 e 24 anni) dei maschi di colore tocchi ormai nel paese il doppio  (il 55,9%) rispetto a quello dei loro coetanei bianchi (23,9%): col tasso di disoccupazione che, per tuta la popolazione giovanile, è ormai al 24,9%, più basso, al 18,5% per le ragazze della stessa età e al 27,1% per ragazzi  di origine asiatica (in Italia siamo ormai al picco del 31% per la popolazione giovanile nel suo complesso). Ovviamente, anche qui il disagio (eufemismo) è assai serio ma è moltiplicato, più del doppio, da quello che non si può leggere altro che come un sintomo di forte discriminazione di stampo razziale[140].

●Il cancelliere dello scacchiere, come con linguaggio obsoleto e pittoresco quanto lo è il paese,  chiamano qui il carognone di turno che tra i conservatori fa il ministro del Tesoro, tal George Osborne, ha presentato al parlamento un bilancio deliberatamente di classe – non c’è altro modo di definirla accuratamente – in un periodo in cui il governo sta strizzando tutta la spesa pubblica e in specie quella sociale, il cancelliere taglia l’aliquota marginale massima delle tasse sul redito, del 50%, al 45%  e riduce la tassazione dei redditi di impresa al 24%, e l’anno prossimo, dice, al 22%.

Questo, poi, mentre è obbligato a dar atto che il calo del PIL dell’ultimo trimestre del 2011 è stato in realtà non del “solo” -0,2, come aveva annunciato, ma del -0,3. In realtà quanto sia serio questo peggioramento si rileva meglio se il dato viene tradotto in termini annualizzati anziché trimestrali. Così, se calcolato come di regola fanno gli americani e non gli europei[141], il dato rivisto ora del 4° trimestre del 2011 lo dà non più al -0,8 ma ben al -1,2%.

Insomma. Il punto è che se per l’Italia, ad esempio, i frutti della riduzione del deficit danno un’economia che resta sempre in calo e, anzi, continua sempre a calare, lo stesso – proprio lo stesso – succede nel caso del Regno Unito. Meno deficit non equivale per niente (anzi!) alla favola che ci raccontano lor signori o lor professori di un incremento di crescita.

E, invece, l’exchequer – il cancelliere, l’uomo dello scacchiere: il cui nome deriva dall’abaco dell’erario, a forma appunto di scacchiera usato nel Medioevo per addizioni e sottrazioni – che, con un’imposta ulteriore del 7% tassa ora le pensioni appena appena sopra il minimo, negando che si tratti di interventi appunto classisti e contro i meno abbienti col contemporaneo e pu***nesco aumento dell’imposizione fiscale sulle abitazioni che valgono più di 2 milioni di sterline (sui 2,4 milioni di €): una manciata, però, dice lo stesso fisco, in tutto forse   60.000 immobili.

Appunto e proprio, una scelta di classe: di quell’altra là dei suoi sodali. Dice Osborne, che ha il coraggio protervo di proclamarlo, che “il suo bilancio è senza alcuna vergogna favorevole al mondo degli affari”. Lo sanno perfettamente quello che fa, Osborne, i partners minoritari liberal-democratici, certi poi – da quel che emerge del loro dibattito interno – che quella del governo sia una scelta politica ingiusta e a termine anche suicida per i loro elettori di ceto medio ma troppo vigliacchi, politicamente, per opporsi davvero al richiamo della foresta liberista.

In fondo ha ragione il commento dell’Economist[142], esso stesso da sempre svergognatamente pro-business: “A suo modo questo è un bilancio coraggioso, fondato su una verità sconveniente: la Gran Bretagna è un paese che ha disperatamente bisogno della finanza e degli investimenti stranieri”.

Anche prendendo di mira specificamente uno dei programmi che ogni conservatore del mondo odia di più, quel pezzo del sistema di welfare che riguarda la sanità pubblica e universale, il National Health Service, Osborne spinge per un sistema di “riorganizzazione”, da noi gli ipocriti la chiamerebbero “riforma strutturale” che è poi la stessa cosa. Che in parlamento ha dovuto subire più di mille emendamenti. Ma è riuscito a portare a casa il principio essenziale: che, alla fine, ci sarà un taglio feroce apportato alla spesa pubblica.

E porta a buon fine anche il criterio fondamentale: che, d’ora in poi, e per la prima volta da quando nel ’48 il NHS venne fondato e lanciato da Lord Beveridge e dal governo Attlee, al centro del sistema non sarà più l’assistenza sanitaria a quanti ne abbiano bisogno ma la necessità di fare della competition il motore di tutto. Il partito laburista, impotente, invece di scatenare una grande battaglia anche sociale di opposizione feroce – non sia mai, non suona bene..., qualcuno potrebbe credere davvero che si tratti proprio di rovesciare finalmente il segno vincente finora della lotta di classe – agisce per emendamenti[143].

E promette che se (mai) riandrà al governo (quando riuscirà poi a tornarci: ma, certo, facendo una politica di destra un po’ più decente della destra vera, non è che offra poi grandi alternative) allora cancellerà la controriforma…

GIAPPONE

●Viene fuori, soltanto adesso grazie ai malefici sforzi di tutte le autorità (che, vedrete, tra qualche tempo andranno in televisione a inchinarsi, scusandosi magari anche lacrimosi per gli “errori” fatti, magari con qualche ministro che si dimetterà pure ma che (o tempora! o mores!) neanche qui farà più, come si faceva una volta, harakiri…) e dell’industria in primissima fila.

Hanno scoperto – e non sono più riusciti a nascondere: perché la situazione si va facendo allarmante – che i danni al nocciolo di almeno uno dei reattori che sono entrati in fusione un anno fa a Fukushima sono stati molto (sottolineato tre volte) più gravi di quanto si pensasse – e dicessero lor signori – sollevando enormi preoccupazioni sulla stabilità stessa del danno in fieri, e non solo più in atto, e sulle complicazioni che ora si affacciano proprio per “ripulire” i danni che si sono verificati.

Il dato è stato svelato ora dalla Daiichi Nuclear Power Plant di Fukushima, l’industria che gestisce i reattori, e solleva mille allarmanti questioni sullo stesso annuncio di tre mesi fa del governo che aveva solennemente dichiarato  che tutto ormai nel sito dei reattori era “sotto controllo[144]”. 

 


 

[1]  Cfr. qui, Nota581).  

[2] J. M. Keynes, dibattito radio con Josiah Stamp, 1933 (cfr. http://books.google.it/books?id=7TIp3oq398IC&pg= PA 347&lpg =PA347&dq=%22look+after+the+unemployment+and+the+Budget+will+look+after+itself%22.&sour ce= bl&ots=fyoGzNqgWx&sig=YT0z86cX5TNvuEez4YfNro04QrY&hl=en&sa=X&ei=nM5VT_3QCari0QHLouGa Cg& redir_esc=y#v=onepage&q=%22look%20after%20the%20unemployment%20and%20the%20Budget%20will%2

0look%20afte20itself%22.&f=false/).

[3] Il sottosegretario del governi Berlusconi, Carlo Giovanardi, responsabile del portafoglio dei problemi della famiglia (che non ha riempito neanche di 50 € negli anni del suo incarico… né tanto meno si è dimesso sbattendo la porta perché i suoi co-ministri, che spesso di famiglie ne avevano ben più di una manco fossero mussulmani, ma malgrado questo loro amore fuori le righe non gli lasciavano aiutare con niente quelle che alla fine del mese non arrivavano più: v. ad esempio, l’intervento alla Conferenza sul tema Famiglia e denatalità, 9.11.2010 (in cfr. http://www.vitaeterna.it/asp/ Notizie/Notizia.asp?NotiziaScelta=76/).

[4] NYT, 12.3.2012, D. Brooks, The Fertility Implosion

*N.B. - N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL NEW YORK TIMES E DEL GUARDIAN NON VENGONO DATI  VOLTA PER VOLTA PER ESTESO,COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[5] Agostino, Sermones, 131,10: sulla questione dell’eresia pelagiana che egli combatte e condanna (l’uomo non è salvato solo dalla fede ma può anche salvarsi da sé, con le proprie azioni, perché il peccato originale non macchia per sempre e irrimediabilmente la natura umana). Il detto di Aurelio Agostino vescovo di Ippona (vecchia diocesi dell’Algeria di cui lui stesso era originario) venne ripreso, e da allora è citatissimo, nel senso di dare ragione all’Autorità insieme più autoritaria e autorevole di tutte come quella risolutiva e, per definizione, giusta – qualsiasi cosa poi essa sostenga – da Jean Baptiste Joseph Willart de Grécourt, poeta minore del primo’700 francese (Rome a parlé, l’affaire est terminée) nel poemetto Philotanus, che prende il nome da un demone minore della negromanzia facilitatore della pederastia: proibita, dice, finché è proibita… poi non più.

[6] Fin24, 26.3.2012, Reuters, ‘World Bank must mirror global shift’— ‘La Banca mondiale deve riflettere gli spostamenti [di peso] che ci sono nel mondo’  (cfr. http://www.fin24.com/Economy/World-Bank-must-mirror-global-shift-20120326/).

[7] New York Times, 28.3.2012, J. Yardley, For Group of 5 Nations, Acronym Is Easy, but Common Ground Is Hard

[8] The Economic Times (New Delhi), 29.3.1012, BRICS summit: Russia, India to trade in local currencies in 3 years – Russian Banker Banchiere russo: al vertice dei BRICS, Russia e India annunciano che tra tre anni intendono finanziarsi gli scambi nelle loro valute (cfr. http://articles.economictimes.indiatimes.com/2012-03-29/news/31254540_1_brics-summit-currencies-trade/). 

[9] Agenzia Stratfor, 29.3.2012, China: Joint Naval Exercise With Russia To Begin In April Cina: esercitazioni navali congiunte con la Cina a partire da aprile (cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/china-joint-naval-exercise-russia-be gin-april/).

[10] Washington Post, 28.2.2012, K. B. Ritchburg, Change fundamental for China’s future growth, report says Per la crescita futura della Cina, dice un [nuovo] rapporto [della Banca mondiale] è fondamentale il cambiamento (cfr. http://www.wa sh ingtonpost.com/world/change-fundamental-for-chinas-future-growth-report-says/2012/02/26/gIQAP1GxcR_story. html/).

[11] IBRD (Banca mondiale), 2.2030, China 2030:Building a Modern, Harmonious, and Creative High-Income Society Cina 2030: come costruire una società moderne, armoniosa e creative ad alto reddito [e, a prezzo, ovviamente, di una più alta disoccupazione e disuguaglianza, altro che di armonia!] (cfr. http://www.washingtonpost.com/r/2010-2019/WashingtonPost/ 2012/02/27/Foreign/Graphics/New-China-2030-overview.pdf/).

[12] Center for Economic and Policy Resesarch (CEPR), 4.2007, D. Rosnick e M. Weisbrot, The IMF’s & IBRD’s Flawed Growth Projections for Argentina and Venezuela Le fasulle proiezioni di crescita del FMI e della Banca mondiale per l’Argentina e il Venezuela (cfr. http://www.cepr.net/documents/publications/imf_forecasting_2007_04. pdf/).

[13] New York Times, 14.3.2012, M. Wines, Wen Calls for Political Reform, but Sidesteps Details Wen chiede riforme politiche, ma non si sofferma sui dettagli.

[14] The Economist, 17.3.2012

[15] I paragrafi che seguono colgono e ritrasmettono qui il senso e il ragionamento delle posizioni che abbiamo colte in alcuni dei più informati, e realistici, tra i dispacci che abbiamo di recente letto e studiato sull’evoluzione che si sta preparando in Cina.

   In particolare, riportiamo qui il senso dell’analisi e delle informazioni che fornisce sul Guardian, del 18.3.2012, un esperto effettivo come M. Jacques – non di quelli che fanno propaganda pro-Cina comunque, né di quelli invece filo-occidentali comunque, quelli “a prescindere”, come se fosse questo, per quanto in clamoroso declino, l’unico modello possibile a prescindere come: China’s path to reform Il percorso della Cina alle riforme.

[16] 1) The China Post (Taiwan), 5.2.2012, Beijing to increase defense spending by 11.2% Pechino aumenterà il bilancio militare dell’11,2% (cfr. http://www.chinapost.com.tw/china/national-news/2012/03/05/333611/Beijing-to.htm/); 2)   New York Times, 4.3.2012, J. Perlez, China Announces Large Increase in Military Spending La Cina annuncia un forte aumento delle spese militari.

[17] New York Times, 10.3.2012, D. Barboza e B. Wassener, China Posts Trade Deficit of $7.3 Billion in February La Cina rende noto a febbraio un deficit di bilancia commerciale di 7,3 miliardi di $.

[18] The Economist, 10.3.2012, Year of the tortoise - China seeks (slightly) slower growth La Cina punta a una crescita (appena appena) più bassa (cfr. http://www.economist.com/node/21549977/).

[19] 1) The Economist, 24.3.2012; 2) IISS, 23.3.2012, Military Balance 2012 (cfr. http://www.iiss.org/publications/military-balance/the-military-balance-2012/press-statement/).

[20] The Economist, 10.3.2012.

[21] Clarin, 15.3.2012, C. Guajardo, Chubut y Santa Cruz le anulan concesiones petroleras a YPF Le provincie di Chubut e Santa Cruz annullano le concessioni petrolifere alla YPF (cfr. http://www.clarin.com/politica/Chubut-Santa-Cruz-concesiones-YPF_0_664133621.html/).

[22] El Nuevo Herald (Miami), 29.3.2012, —Peregrinos regresan a Miami (cfr. http://www.elnuevoherald.com/438/in dex.html?media_id=138272511&genre_id=5137/). 

[23] New York Times, 15.3.2012, V. Bajaji, Bad Loans at State-Run Banks Add to India’s Woe— I crediti non esigibili in diverse banche statali complicano la situazione economica in India.

[24] The Economist, 10.3.2012.

[25] Islamwe.net, 29.2.2012, AlJazeera, Judges in Egypt NGOs’ trial pull out…, indicted freed…, Americans leave…—  In Egitto, i giudici del processo alle ONG abbandonano…, gli accusati vengono liberati…; e gli americani volano via… (cfr. http://www.islamweb.net/emainpage/index.php?page=articles&id=175905/). 

[26] The Economist, 3.3.2012.

[27]  Middle East Online, 25.3.2012, Egypt Islamists dominate Constitution drafting panel: Liberals protest Gli islamisti egiziani dominano la Commissione costituzionale, protestano i partiti laici (cfr. http://www.middle-east-online.com/english/?id =51388/).

[28]U.N. Human Rights Council, 19th Session, 2.3.2012, A/HRC/19/68, Agenda #4, International Commission of Inquiry on Lybian Report (cfr. http://www.nytimes.com/interactive/2012/03/03/world/africa/united-nations-report-on-libya. html?ref=africa/).

[29] Agenzia Reuters, 6.3.2012, After Cyrenaican declaration, Libyan leader says autonomy call a foreign plot— Dopo la proclamazione della Cirenaica, il presidente del CNT libico la bolla come un complotto straniero (cfr. http://www. tru st.org/alertnet/news/after-cyrenaica-declaration-libyan-leader-says-autonomy-call-a-foreign-plot/).

[30] 1) Asharq al-Awsat, 7.3.2012, Libya leader threatens 'force' over east's autonomy bid Il presidente del CNT libico minaccia l’uso della‘forza’ contro la pretesa dell’est del paese all’autonomia (cfr. http://www.asharq-e.com/news. asp?section=1&id=28754/); 2) Libyan Free Press-Jamahiriya News [sito dei gheddafisti ancora, dicono loro, “resistenti”), 7.3.2012, Jalil: “Libya ready to use force against eastern separatists” Jalil: “La Libia pronta a usare la forza contro i separatisti dell’est del paese” (cfr. http://libyanfreepress.wordpress.com/2012/03/07/jalil-libya-ready-to-use-force-against-eastern-separatists/).

[31] Reuters, 25.3.2012, T. Amara, Tunisian Islamists step up demand for Islamic state Gli islamisti tunisini premono sulla loro domanda per uno Stato islamico (cfr. http://www.reuters.com/article/2012/03/25/us-tunisia-salafis-protest-idUSBRE 82O0D120120325/).

[32] New York Times, 26.3.2012. K. Fahim, Tunisia Says Constitution Will Not Cite Islamic Law La Tunisia riafferma che la Costituzione non prevederà la legge islamica.

[33] 1) Al-Akhbar, 8.3.2012, W. Kanaan, Al Jazeera reporter resigns over "biased" Syria coverage Reporter di Al Jazeera si dimette per la copertura distorta dei fati dfi Siria (cfr. http://english.al-akhbar.com/content/al-jazeera-reporter-resigns-over-biased-syria-coverage/); 2) Verso un mondo nuovo, 14.3.2012, Il mito infranto di Al Jazeera (cfr. http://versoun mondonuovo.wordpress.com/tag/ali-hashem/).

[34] Riporta così le parole del maggiore giornale (popolar-conservatore) tedesco, il BildZeitung, sui quattro milioni di copie quotidiane, l’agenzia di informazioni di intelligence NightWatch/KGS, 28.2.2012 (cfr. http://www.kforcegov.com/ Services/IS/Nigil Bildzeitung,htWatch/NightWatch_12000040.aspx/).

[35] New York Times, 1.3.2012, N. Macarquahar e A. Cowell, Syrian rebels withdrawing from key enclave in Homs I ribelli siriani si ritirano dall’area che occupavano nella città di Homs.

[36] Intervista congiunta (impostata in toni volutamente e direttamente polemici, che mai avrebbero osato coi loro presidenti e o primi ministri, dagli intervistatori al Times di Londra, a Handelsblatt di Düsseldorf, al Globe and Mail di Toronto, all’Asahi Shimbun di Tokyo a le Monde di Parigi e a la Repubblica, 2.3.2014 [leggete e verificate voi stessi. Lui risponde pianamente, freddamente ma anche polemicamente anche tra l’altro rivendicando il diritto sicuramente suo – al quale però per il momento non pensa, dice – se eletto a ricandidarsi anche al prossimo mandato perché la Costituzione russa vieta solo più di due mandati “consecutivi”, non altro: anche se è una rivendicazione sfrontata e impudente: perché più che di diritto si tratta forse di buon gusto, diciamo pure di decenza… Ma anche loro sono inverecondi, dice agli intervistatori, senza dirglielo ma ricordando puntigliosamente che se sedici anni di governo per lui sarebbero  tanti, troppi, non ricorda di aver mai letto loro riserve o critiche formali ai tanti anni al potere di Berlusconi “del quale non parlo perché è mio amico”, o di Kohl in Germania, sedici anni consecutivi o dell’ex primo ministro canadese, altri sedici anni ecc,. ecc.]: testo italiano reperibile in la Repubblica, 2.3.2012, E. Mauro (cfr. http://www.repubblica.it/esteri/2012/03/02/news/intervista_a_putin-30795772/?ref=HRER1-1/).   

[37] Agenzia Xinhua, 2.3.2012, Russia suspends contracts with Syria: commerce chamber— La Russia sospende i  contratti in atto con la Siria, dice la Camera di commercio (cfr. http://english.cntv.cn/20120303/106515.shtml/).

[38] Gulf Times, 10.3.2012, Arab League and Russia agree on five-point joint plan for Syria— La Lega araba e la Russia concordano su un piano in cinque punti per la Siria (cfr. http://www.gulf-times.com/site/topics/article.asp?cu_no= 2& item _no=491917&version=1&template_id=57&parent_id=56/).

[39] Yahoo!News, 12.3.2012 (A F.-P.), China says Russia, Arab plan on Syria is 'positive' La Cina dichiara che il piano russo-arabo per la Siria è ‘positivo’ (cfr. http://news.yahoo.com/china-says-russia-arab-plan-syria-positive-103832743.h t ml/).

[40] New York Times, 7.3.2012, E. Bumiller e R. Gladstone, Top Pentagon Officials Stress Risks in Syria I massimi esponenti del Pentagono sottolineano i rischi [di un intervento militare] in Siria.

[41] Commissione Forze Armate del Senato, 7.3.2012, Deposizione dell’on. Leon E. Panetta, segretario alla Difesa (testo complete in cfr. http://armed-services.senate.gov/statemnt/2012/03%20March/Panetta%2003-07-12.pdf/). 

[43] New York Times, 10.3.2012, K. Fahim, No Talks With Opposition Groups, Syria Leader Tells U.N. Envoy Nessun colloquio coi gruppi di opposizione, dice all’inviato dell’ONU il presidente siriano.

[44] Al-Ahram, 10.3.2012, U.S. deeply skeptical about Syria military options— Gli USA molto scettici su opzioni militari per la Siria (cfr. http://english.ahram.org.eg/NewsContent/2/8/36453/World/Region/US-deeply-skeptical-about-Syria-military-options.aspx/).

[45] France24, 10.3.2012, No military solution in Syria: EU ministers— I ministri europei: nessuna soluzione militare per la Siria (cfr. http://www.france24.com/en/20120310-no-military-solution-syria-eu-ministers/).

[46] Reuters, 14.3.2012, One year on ,Syria's Assad won't bow to uprising Dopo un anno, il siriano Assad non si piega all’insurrezione (cfr. http://www.trust9.org/alertnet/news/analysis-one-year-on-syrias-assad-wont-bow-to-uprising/).

[47] Yalibnan, 14,3.2012, Reuters, Syrian opposition unravels as resignations mount Una dimissione dopo l’altra, s idisfa  l’opposizione siriana (cfr. http://www.yalibnan.com/2012/03/14/syrian-opposition-unravels-as-resignations-mount/).  

[48] Grazie soprattutto alle immagini di bambini bastonati da agenti di sicurezza in divisa – vere? probabilmente…; ma forse anche “montate” ad arte…; comunque ritrasmesse in tutto il mondo arabo come vere ma senza alcuna garanzia di attribuzione, quando già di divise siriane ce n’erano ormai da entrambe le parti poi e, comunque, se ne trovavano in giro per un dollaro a dozzina, in specie su e ritrasmesse via cavo in tutto il Mediterraneo da al-Jazeera, proprietà della e di  obbedienza, per così dire, alla casa reale del Qatar: di Sheikh Hamad bin Thamer Al Thani, a capo della Qatar Media Corporation. Che adesso, da buon sunnita è quasi ciecamente schierato contro il siriano e alawita Assad. Ma ieri, spesso, è anche stato – e va detto –una spina nel fianco degli americani in Iraq…

[50] Sondaggio del britannico YouGov per i cosiddetti Doha Debates del Qatar, committente legato al peggior nemico arabo della Siria di Assad, l’emiro di quel paese, comunque il più aperto e razionalmente filoamericano degli alleati arabi dell’occidente (cfr. http://www.thedohadebates.com/news/item/index.asp?n=14312/): conclude – finanziato com’è il sondaggio, poi, dal Qatar – che mentre una maggioranza di arabi non siriani vogliono le dimissioni di Assad, almeno un 55% di siriani vogliono che il presidente resti al potere.

   Certo, anche la metà di quel 55% vorrebbe elezioni libere nel paese, ma il dato riflette la paura che la partenza di Assad scatenebbe nel paese la guerra civile. L’invasione e l’occupazione e poi la guerra civile in Iraq hanno inondato la Siria di terribili narrazioni di assassinii, torture, massacri settari e di milioni di rifugiati. E i siriani sono stati per 15 anni lì in prima fila a osservare, nel Libano, quella orrenda guerra civile prima di essere chiamati da tutti – tutti i libanesi: cristiani e mussulmani, sunniti e sciiti – a intervenire per mettervi fine.   

[51] The New Yorker, 27.2.2012, J. L. Anderson, The Implosion (cfr. http://www.newyorker.com/reporting/2012/02/271 20227fa_fact_anderson/).

[52] New York Times, 28.2.2012, T. Arango, Syria’s Sectarian Fears Keep Region on Edge Le paure del settarismo tengono in tensione tutta la regione siriana.

[53] McClatchy Newspapers Group, 20.2.2012, Divisions in Arab League hobble efforts to resolve Syria crisis Le divisioni interne alla Lega araba ostacolano i tentativi di risolvere la crisi in Siria (cfr. http://www.mcclatchydc.com/2012/02/20/ v-print/139423/divisions-in-arab-league-hobble.html/).

[54] Stratfor, 5.3.2012, Syria: Sources Say Israeli-Made UAVs Helping Syrian Regime Siria: Diverse fonti [anonime, peraltro, ma riportate dal quotidiano arabo Asharq al-Awsat: qualche poco sospette, perché è finanziato dai sauditi che, come nemici acerrimi sia di Israele che dei siriani, hanno l’interesse a “sporcarli” a vicenda] dicono che aerei senza piloti di fabbricazione israeliana stanno aiutando il regime siriano (cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/syria-sources-say-israeli-made-uavs-helping-syrian-regime/).

[55] New York Times, 21.2.2012, E. Bronner, Israel Watches Syria, Hopefully, but Warily— Israele guarda alla Siria con una certa speranza ma anche con cautela.

[56] The Jerusalem Post, 27.3.2012, UN's Ban pushes Annan Syria plan at Arab summit, Assad assents, the opposition in exile does not Il Segretario generale Ban Ky-moon sostiene il piano Annan al vertice arabo, Assad dice di accettare, l’opposizione in esilio dice di no (cfr. http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=263902/).

[57] 1) New York Times, 8.3.2012, J. Ewing e J. Werdigier, Central Banks Maintain European Rates Le banche centrali [anche quella britannica: ecco il plurale] tengono fissi i loro tassi di sconto [gli inglesi a un più accomodante 0,5%]; 2) Conferenza stampa del presidente della BCE, Mario Draghi, 8.3.2012, Francoforte, testo integrale (cfr. http://www.ecb.int/press/ pressconf/2012/html/is120308.en.html/).

[58] 1) EUROSTAT, 31.2-1.3.2012, Euro area unemployment rate at 10.7%, EU27 at 10.1%— Il tasso di disoccupazione nell’eurozona al 10,7%, nella UE a 27 al 10,1 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-01032012-AP/EN/3-01032012-AP-EN.PDF/); 2) New York Times, D. Jolly, Unemployment Hits High in Euro Zone La disoccupazione tocca il massimo nell ’eurozona.

[59] New York Times, 3.3.2012, S. Erlanger, French-German Border Shapes More Than Territory Il confine franco-tedesco è qualcosa che non diversifica solo un territorio.

[60] OECD/OCSE Stat.Extracts, 12.2009, Length of Working Hours comparison: Durata delle ore di lavoro a paragone (cfr. http://stats.oecd.org/Index.aspx/).

[61] Financial Times, 5.2.2012, Trial of  forner Icelandic PM begins—Comincia il processo all’ex PM islandese (cfr. http .www.ft.com/intl/cms/s/0/58c5607c-66ac-11e1-863c-00144feabdc0.html#axzz1oHAVpiuL/).

[62] Guardian, 5.3.2012, A. Sigmundóttir, The trial of Iceland's prime minister is about democracy, not money Il processo contro il primo ministro islandese non è su questioni di soldi ma sulla democrazia.

[63] La Germania non ha potuto far approvare in tempo al Bundestag la proposta di Angela Merkel di cambiare il Trattato europeo che rafforza la disciplina di bilancio in tutti i paesi membri perché la Corte costituzionale non accetta di  accontentarsi del marchingegno un po’ frettoloso proposto da Merkel: un gruppo di lavoro di 9 deputati eminenti che, in proporzione a quello dei membri del Bundestag, approvi a nome di tutti – una volta, ricordate?, Berlusconi aveva proposto che per tutti in parlamento votassero solo i capi dei gruppi parlamentari… – il progetto di legge e pretende invece una procedura normale con tutti i passaggi regolamentari attraverso tutte le previste Commissioni regolamentari e, ma solo alla fine del percorso dovuto,  un voto regolamentare, in aula, dopo regolamentare dibattito.

[64] Chicago Tribune, 2.3.2012, J. O’ Donnell, Pact for budget discipline signed by 25 EU states Il patto per la disciplina di bilancio firmato da 25 Stati dell’Unione [ma non da due: e l’unanimità è obbligatoria…] (cfr. http://www.chicagotribune. com/news/sns-rt-us-eu-fiscaltre8210gp-20120302,0,4801335.story/).

[65] Dice il nuovo Trattato che se un paese non rispetta le norme e i tetti dei parametri definiti ora in misura più rigorosa esso può essere denunciato dai partners per infrazione alla Corte europea di Giustizia. Dunque, si tratta di una cessione di sovranità in maniera nuova – entra l’Europa a giudicare di questioni relative al bilancio nazionale, qui come altrove certo, per la quale il governo è costretto dalla giurisprudenza della Bundesverfassungsgericht che glielo ricorda puntigliosamente, a riconoscere che bisogna avere i 2/3 dei voti del Bundestag per ratificare la modifica: secondo la procedura dell’art. 23 della Carta federale.  

[66] New York Times, 9.3.2012, P. Eavis, Greek Credit-Default Swaps Are Activated Attivati gli scambi di credit defaults.

[67] New York Times, 9.3.2012, L. Thomas, Next Time, Greece May Need New Tactics La prossima volta, la Grecia potrebbe doversi cercare tattiche nuove.

[68] Ekathimerini (Atene), 13.3.2012, K. Sokou, Fitch upgrades Greece by 6 notches [L’agenzia] Fitch rivaluta la Grecia di 6 tacche (cfr. http://www.ekathimerini.com/4dcgi/_w_articles_wsite2_1_13/03/2012_432834/).   

[69] New York Times, 11.3.2012, P. Krugman, What Greece Means Quel che significa la Grecia.

[70] Agenzia Yahoo!, 30.3.2012, H. Papachristou, Greek PM does not rule out new bailout package Il PM greco non esclude la necessità di un altro pacchetto di salvataggio (cfr. http://news.yahoo.com/greek-prime-minister-does-not-rule-bailout-pack age-060312832.html/). 

[71] CIA The World Factbook – Greece [al 4,3% del PIL, nella stima 2005, la più recente e praticamente completa di ogni paese: subito dopo la Cina, subito prima degli USA e ben sopra la Russia, per intenderci] (cfr. https://www.cia.gov/libra ry/publications/the-world-factbook/rankorder/2034rank.html/).

   Una stima aggiornata al 2010, e sempre molto autorevole, sempre effettuata nel calcolo a parità di potere d’acquisto  e non al valore nominale del cambio e dunque unica realistica, quella del SIPRI, l’Istituto di ricerche sulla pace di Stoccolma valuta in $ 9.369,000 miliardi, nel 3,2% del PIL e in $ 1.230 di spesa pro-capite (citato integralmente in Wikipedia, cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_military_expenditures#SIPRI_military_expenditure _database/).

[72] The Independent, 6.3.2012, R. McMeeken, Less healthcare, but Greece is still buying guns— Meno spesa sanitaria, ma ancora acquisti di armamenti (cfr. http://www.independent.co.uk/news/business/analysis-and-features/less-healthcare-but-greece-is-still-buying-guns-6257753.html/). 

[73] The Telegraph, 8.3.2012, B. Waterfield, EU accused of hypocrisy for £1billion in arms sales to Greece La UE accusata di ipocrisia per il miliardo e 200 milioni di € di vendita di armi alla Grecia (cfr. http://www.telegraph.co.uk/news/ world news/europe/greece/9129234/EU-accused-of-hypocrisy-for-1-billion-in-arms-sales-to-Greece.html/).

[74] Defense News, 5.3.2012, P. Tran, EU lawmaker: France, Germany Pressured Greece to Avoid Defense Cuts—  Francia e Germania fecero pressione sui greci perché non procedessero a tagli alle spese militari (cfr. http://www.defensenews. com/article/20120305/DEFREG01/303050004/EU-Lawmaker-France-Germany-Pressured-Greece-Avoid-Defense-Cuts/).  

[75] Le Point International, 10.7.2010 (dal Wall Street Journal), C. Rhoads, The submarine deals that helped sink Greece L’accordo sui sottomarini che ha aiutato ad affondare la Grecia (cfr. http://www.lepointinternational.com/it/politi ca/europa/550-the-submarine-deals-that-helped-sink-greece-.html/).

[76] Die Zeit, 11.1.2012, C. Tatje, Schöne Waffen für Athen Belle le armi per Atene, no? (cfr. http://www.zeit.de/2012/02/ Ruetung-Griechenland/).

[77] Washington Post, 3.3.2012, H. Schneider, Ireland struggles to regain economic future L’Irlanda sta lottando per riprendersi il proprio futuro economico (cfr. http://www.washingtonpost.com/todays_paper?dt=2012-03-03&bk=A&pg =12/).

[78] A. Smith, Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni (W. Strahan and T. Cadell pubs., Londres, 1776), trad. in Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393)

[79] Agenzia Bloomberg, 20.3.2012, S. Adam e F. Flynn, Ireland Won’t Hold Re-Run If Voters Reject EU Pact, Howlin Says L’Irlanda non ripeterà un referendum se gli elettori respingessero il nuovo patto europeo, dice Howlin.

[80] Agenzia Associated Press (A.P.), 20.3.2012, Rates down as Spain sells $6.6 billion in debt— I tassi scendono con al Spagna che vende € 5 miliardi del suo debito pubblico (cfr. http://www.masslive.com/newsflash/index.ssf/story/rates-down-as-spain-sells-66-billion-in-debt/17c054ae0f6e4ac4ba2ca2f1c1f5352d/).

[81] New York Times, 11.3.2012, (A.P.), Leftist Opposition Wins Big in Slovakia Election L’opposizione di sinistra vince alla grande le elezioni slovacche.

[82] Estonian Public Broadcasting News (ERR, Tallin), 1.3.2012, Paet: Estonia Supports Georgia's NATO Membership Efforts Paet dice che l’Estonia sostiene il tentativo della Georgia di aderire alla NATO (cfr. http://news.err.ee/politics/302c ffe8-31a7-406c-8124-3e03ac685aa1/)

[83] New York Times, 25.3.2012, P. Getner, European Leaders Warn Against Backsliding on Spending Cuts— [Vari] leaders europei [ma quali? qualche finlandese, lettone,lituano… e qualche trombone della Commissione…] ammoniscono contro possibili frenate al taglio delle spese.

[84] Center for Economic and Policy Research (CEPR), 12.2011, M. Weisbrot e R. West, Latvia’s Internal Devaluation: a Success Story?La [cosiddetta] svalutazione interna in Lettonia: una storia di successo? (cfr. http://www.cepr.net/docu me nts/publications/latvia-2011-12.pdf/).    

[85] Global Post, 1.3.2012, Serbia granted candidate status for EU membership— Riconosciuto alla Serbia lo status di membro candidato all’Unione (cfr. http://www.globalpost.com/dispatch/news/regions/europe/120301/eu-serbia-candi date-membership/).

[86] v. Nota congiunturale no. 3-2012, cfr. Nota104.

[87] 1) CzechPosition.com, 21.3.2012, Deal will be signed but Czech ambassador hints it might still be delayed L’accordo verrà firmato ma l’ambasciatore ceco accenna alla possibilità di un rinvio [sulla questione della condanna penale per corruzione contro l’ex premier Timoshenko] (cfr. http://www.ceskapozice.cz/en/news/politics-policy/czech-ambassador-warns/); 2) Kyiv Post, 30.3.2012, EU Initial Association Agreement with Ukraine La UE sigla l’accordo di associazione con l’Ucraina (cfr. http://www.kyivpost.com/news/ukraine/detail/125256/).  

[88] New York Times, 9.3.2012, Reuters, Poland Isolated as Bocks Text on Greener EU La Polonia isolata nel blocco alla proposta di un’Unione europea più verde

[89]  1) The Economist, 24.3.2012; 2) Osservatorio Balcani & Caucaso, 20.3.2012, N. Ghilaşcu, Moldavia, dopo 917 giorni ecco il presidente (cfr. http://www.balcanicaucaso.org/aree/Moldavia/Moldavia-dopo-917-giorni-ecco-il-presidente-114066/).

[90] Citiamo per tutti quel che hanno detto i cosiddetti esperti del e al TG3 Linea notte il 5.3.2012. 

[91] New York Times, 8.3.2012, M. Schwirtz, Opposition, to Its Surprise, Wins a Bit of Power in Moscow L’opposizione, con sua sorpresa, vince a Mosca un po’ di potere.

[92] New York Times, 10.3.2012, D. M. Herszenhorn e E. Barry, Moscow’s Winter of Dissent Faces Reality of Putin’s Win L’inverno del dissenso di Mosca si scontra con la realtà della vittoria di Putin. 

[93] New York Times, 23.2.2012, D. Brooks, America Is Europe Sì, l’America è l’Europa.

[94] 1) New York Times, 9.3.2012, S. Dewan, U.S. Extends Its Run of Strong Job Growth Another Month Negli USA si allunga di un altro mese il forte tasso di aumento dei posti di lavoro [tutto relativo, naturalmente: questi chiamano adesso “forte” un aumento che fino a cinque anni fa sarebbe stato sicuramente considerato un flop visto che neanche riesce ad abbassare di un decimo di punto il tasso di disoccupazione…]; 2) Bureau of Labor Statistics (BLS), 9,.3.2012, #USDL-012-4-02 Employment Situation Summary (cfr. http://www.bls.gov/news.release/ empsit.nr0.htm/); 3) Economic Policy Institute (EPI), 9.3.2012, H. Shierholz, Strengthened jobs recovery In rafforzamento la ripresa dell’occupazione (cfr. http://www.epi.org/ publication/strengthened-jobs-recovery/).

[95] Cfr. qui, sopra, Nota41.

[96] New York Times, 9.3.2012, (A.P.), U.S. Trade Deficit Widens In USA, si allarga il buco della bilancia commerciale

[97] The Atlantic, 9.2011, J. Goldberg, The Point of No ReturnIl punto di non ritorno (cfr. http://www.theatlantic.com/ma gazine/archive/2010/09/the-point-of-no-return/8186/).

[98] G. Vidal, Messiah, 1954. E. P. Dutton publ., New York.

[99] S. Milgram, Obbedienza all'autorità. Uno sguardo sperimentale, Einaudi, 2003, trad R. Ballabeni.

[100] Libero, 5.2.2012, F. Sabahi, Iran: la fazione del leader supremo Khamenei stravince (cfr. http://blog.panorama.it/ mondo/2012/03/05/iran-la-fazione-del-leader-supremo-khamenei-stravince-lanalisi/comment-page-1/).

[101] New York Times, 2.3.2012, R. F. Worth, Iran’s Government Declares Huge Turnout in First National Vote Since ’09 Protests Il governo iraniano proclama che c’è stato un largo afflusso nelle prime elezioni a livello nazionale dopo le proteste del 2009.

[102] Pubblicata per ora solo da RIA Novosti che la riprende di seconda mano da Vestnik Kavkaza (World Press Review on the Caucasus), 2.3.2012, Bank 'to block accounts' of Iranian Embassy in Russia La Banca bloccherà i conti dell’ambasciata iraniana in Russia (cfr. http://vestnikkavkaza.net/news/economy/23719.html/).

[103]  Pakistan Press International News (PPI), 10.3.2012 e Stratfor, 10.3.2012, Iran, India: Rupee Replaces Dollar In Direct Trade Iran e India: la rupia rimpiazza il dollaro negli scambi commerciali diretti (cfr. http://www.ppinewsagency. com/?cat=112/) e, rispettivamente, (cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/iran-india-rupee-replaces-dollar-direct-trade/).   

[104] Lo fa rilevare, realisticamente, sul New York Times, 24.3.2012 – che pure si guarda bene dal dichiararsi  a favore del realismo e di una posizione statunitense più equilibrata e più giusta: non sia mai prendere atto che esistono i palestinesi! – D. D. Kirkpatrick, Islamist Victors in Egypt Seeking Shift by Hamas I vincitori islamisti egiziani cercano di ottenere un riposizionamento di Hamas [che è vero, ma è scorrettamente parziale, anche solo a leggere il testo dell’articolo stesso: perché la Fratellanza mussulmana sta anche cercando un altro posizionamento, più battagliero diciamo semplificando,  di Fatah, infatti …]

[105] New York Times, 6.3.2012, A. Cowell, World Powers Agree to Resume Nuclear Talks With Iran— Le potenze mondiali concordano di riprendere i colloqui nucleari con l’Iran.

[106] All’AIPAC proprio, Liz Cheney la figlia politicante dell’ex discombobulato vice presidente di Bush, ha detto papale che bisogna lasciar decidere a Israele, ormai, quando e se fare la guerra perché “la capacità dell’America di predire quando gli Stati raggiungono la capacità nucleare è abominevole”: il che è assolutamente vero, viste previsioni e certezze follemente montate, se non peggio deliberatamente e criminalmente mendaci, con cui  il padre aveva a suo tempo delirato delle armi di distruzione di massa che Saddam… non aveva… (cfr. New York Times, 6.3.2012, M. Dowd, Liz Cheney: Desist! Liz Cheney: lascia perdere!

[107] Guardian, 12.3.2012, D. Grossman, It is Israel's fears, not a nuclear Iran, that we must tame Sono le paure di Israele, non un Iran nucleare, che dobbiamo addomesticare.

[108] New York Times Magazine, 25.1.2012, R. Bergman, Will Israel Attack Iran? Ma Israele attaccherà l ’Iran?   

[109] V. Treccani.online (cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/tag/ordalia/).

[110] Sulla personalità e le tendenze pregiudizialmente sbilanciate a favore di quello che dicono gli americani, si vanno accumulando, e da fonti sicuramente al di sopra di ogni sospetto, testimonianze e notizie che accusano e documentano la conduzione tutta politica e squilibrata dell’Agenzia diretta da Yukiya Amano (cfr. Guardian, 22.3.2012, Nuclear watchdog chief accused of pro-western bias over Iran Il capo dell’organo di controllo nucleare dell’ONU accusato di pregiudizio filo-occidentale sull’Iran.

   L’elenco della accuse tutte circostanziate e anche documentate parte da Robert Kelley, americano, scienziato e già a capo del team di ispettori dell’AIEA ai tempi dell’Iraq, che fu allora comunque costretto ad andarsene dalle pressioni politiche americane. Spiega, con dovizia di particolari e citazioni, di riscontrare paralleli “inquietanti” col modo in cui le “scoperte” fatte a Bagdad allora, che erano soltanto sospetti, vennero nel 2000 “montate” alla dignità di indizi e prove inesistenti dall’Agenzia, come organismo politico che fece “carte false” per sostenere senza prova alcuna e accettandone la falsificazione vera e propria di diventare una specie di “cassa di risonanza” delle accuse americano-israeliane, lanciate e mai, peraltro, documentate.

   Anche Hans Blix, lo svedese che cercò come Direttore generale prima di Amano di ostacolare il passaggio scontato quasi dalle accuse di Bush ad accuse dell’AIEA – e che, alla fine, comunque non riuscì: con Bush, frustrato, che ignorò il parere dell’AIEA e passò comunque al bombardamento (perché comunque io posso, spiegò al mondo,  formando la sua banditesca congrega di “volenterosi” invasori), vendicandosi con l’impedire poi alla scadenza la rielezione di Blix … e poi anche quella del suo successore l’egiziano Mohammed ElBaradei che non si mostrò, contrariamente alle sue attese molto più malleabile di lui – ha  sottolineato che c’è sempre da “distinguere invece tra informazioni e prove” e che non bisogna mai far passare come tali indicazioni che non sono state verificate.

   Amano è altra stoffa. Pecorone di razza, sempre schierato dalla parte del più forte, ricordò corteggiando assiduamente gli americani per farsi appoggiare da loro al posto di El Baradei che pure lui avrebbe dovuto essere qualche poco attento alla forma, ma che lui, come ambasciatore del suo paese all’AIEA, aveva dimostrato di essere invariabilmente stato e garantiva di essere “sempre, in ogni circostanza, dietro gli Stati Uniti sulle decisioni di fondo, strategiche: dalla designazione del personale chiave dell’agenzia [che poi in effetti avrebbe debitamente epurato] al sostegno sulla gestione del dossier d’accusa all’Iran per la denuncia del suo programma nucleare” (cfr.  messaggio CONFIDENTIAL, 16.10.2009, ore 16:12, Oggetto: Amano pronto per il primo posto, #2.(C), divulgato da WikiLeaks e riprodotto sul Guardian, 2.12.2010, cfr. http://www.guardian.co.uk/world/us-embassy-cables-documents/230076/).

   Così lo “elessero”, come legato orientale del grande margraviato d’occidente specie nelle sue contee di frontiera: se tu voti e fai votare per me, io – voto di scambio, no? – ti garantisco a priori che ti darò sempre ragione… soprattutto quando avessi poi torto… promessa mantenuta, pare…anche se a dosi di m***da da mandare giù a forza.

[111] Relazione introduttiva del dr. Yukiya Amano al Consiglio direttivo della AIEA,5.3.2012, Vienna (cfr. http://www. iaea.org/newscenter/statements/2012/amsp2012n004.html/).

[112] Cfr. Nota congiunturale no. 12-2011, in Nota193.

[113] Bloomberg, 16..2012, T. Patel, Exxon Told Iraq It Froze Kurdish Contracts La Exon informa lì’Iraq di aver congelato I suoi contratti coi curdi (cfr.

[114] Kurdish Globe (Erbil), 20.3.2012, Barzani denounces Baghdad power grab— Barzani denuncia il tentativo in atto a Bagdad di monopolizzare il potere (cfr. http://www.kurdishglobe.net/display-article.html?id=3F91093EE4DF6887E7 07AA609A03C985/).

[115] (A.P.), 20.3,2012, M. Yahya, Iraqi Kurd leader denounces Baghdad 'power grab’ Leader curdo iracheno denuncia l’‘arraffamento del potere’ in atto a Bagdad (cfr. http://www.metronews.ca/calgary/world/article/1129556--iraqi-kurd-leader-denounces-baghdad-power-grab--page2/).

[116] The Washington Times, 15.3.2012, K.Wong, Iraq lets Iran fly arms to Syria despite U.S. protests L’Iraq, alla faccia delle proteste americane, consente all’Iran di portare in volo armi alla Siria [ma tutta, tutta, la stampa americana, allineata e coperta come di regola è – non solo questo fogliaccio di destra – a dire che sicuramente ha ragione il governo di Washington] (cfr. http://www.washingtontimes.com/news/2012/mar/15/iraq-resists-us-prod-lets-iran-fly-arms-to-sy ria/?page=all/).

[117] New York Times, 26.3.2012, J. Healy, At Arab League Summit, Iraq to Display a Rebuilt Image Al vertice della Lega araba, l’Iraq vuole sfoggiare un’immagine ricostruita.

[118] GeoTv (Islamabad), 12.3.2012, No extension to Pasha, Lt. Gen. Zaheerul Islam appointed new DGISI Nessun’altra proroga per Pasha [il capo in uscita dell’ISI, sotto il cui comando gli americani hanno fatto fuori a inizio agosto Osama bn-Laden, senza dirglielo e senza soprattutto che lui lo venisse a sapere] e il ten. gen. Zaheerul Islam viene designato come nuovo direttore generale del’ISI (cfr. http://www.geo.tv/GeoDetail.aspx?ID=39058/).

[119] The Express Tribune (Islamabad), 25.3.2012, Tehrik-i-Taliban threaten deputati if reopen NATO transit in Pakistan I talebani pakistani minacciano i deputati se riaprono il transito per i rifornimenti della NATO (cfr. http://www.newsin.pk/tribune.aspx/The%20country%20is%20the%20world%E2%80%99s%20third-ranking%20pro ducer%20of%20uranium,%20a%20key%20input%20for%20nuclear%20power/).

[120] Fawzia Koofi, 38enne, figlia di un deputato ucciso dai mujaheddin negli anni ’80,  eletta a suo tempo su un programma dichiaratamente antitalebano e che, restando fermamente tale, s’è schierata sempre più nettamente contro il governo Karzai, s’è andata deliberatamente, e dato il clima, anche in modo azzardato associando nell’immaginario popolare troppo e troppo pedissequamente a una visione occidental-americana del ruolo della donna e perciò oggi è davvero a rischio. Tanto più che ha anche “osato” annunciare la sua – dovunque ma qui molto più che ogni altro dove – improbabile candidatura nel 2014, alle prossime elezioni presidenziali, contro Karzai…

[121] 1) Guardian, 5.3.2012, E. Graham-Harrison, Afghan clerics’ guidelines ‘a green light for Talibanisation’ Le linee guida degli Ulema, ‘un via libera alla talebanizzazione’; 2) per il testo dell’editto, cfr. il sito delle presidenza Karzai, http://president.gov.af/ps: traduzione in inglese di Ahmad Shuja, analista, blogger e commentatore afgano che lavora a Washington per la ONG Foundation for Afghanistan e ha messo la sua traduzione su Twitter @AhmadShuja.  

[122] San Paolo, Lettere: 1Cor 11,2-16 e 14,33b-35; e Gal 3,28.

[123] Li rappresenta, quasi sindacalmente, Stan Soloway che però, in nome del professionismo dei suoi associati, respinge la qualifica e ne parla con preoccupazione— francamente più per i quattrini che saltano che per il lavoro che potrebbero dover interrompere (New York Times, 10.3.2012, M. Rosenberg e G. Bowley, Security Fears Lead Groups to Rethink Work in Afghanistan— I timori per la sicurezza portano molti gruppi [americani privati] a ripensare al loro lavoro in Afganistan). 

[124] New York Times, 15.3.2012, R. Nodland e M. Rosenberg, Karzai Calls on U.S. to Pull Back as Taliban Cancel Talks Karzai chiede agli USA di ritirarsi [dentro le basi] mentre i talebani cancellano i negoziati.

[125] The Independent, 17.3.2012, R. Fisk, Madness is not the reason for this massacre No, la pazzia non è la ragione di questo massacro (cfr. http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/fisk/robert-fisk-madness-is-not-the-reason-for-this-massacre-7575737.html/).

[126] New York Times, 16.3.2012, E. Bumiller, Generals Awaiting Panetta Apparently Targeted by Attacker Sembra che l’obiettivo [dell’attentato] fosse il gruppo di generali che [sulla pista] attendeva Panetta.

[127] Deposizione integrale, ripresa dal sito ISAF, del Comandante Gen. John Allen alla Commissione Forze Armate del Senato USA, 22.3.2012, Gen. John Allen (cfr. http://www.isaf.nato.int/images/20120322_sasc_hearing_ allen_ trans cript.pdf/).

[128] EmptyWheel, 30.3.2012, J. White, US Announces “Guardian Angel” Program to Protect Sleeping Troops Day Before Sleeping Afghans Killed Gli USA annunciano il programma degli “Angeli custodi” per proteggere i loro soldati dormienti il giorno prima del massacro di civili afgani dormienti (cfr. http://www.emptywheel.net/2012/03/30/us-announces-guardian-angel-program-to-protect-sleeping-troops-day-before-sleeping-afghans-killed/?utm_source=rss&utm_medium=rss& utm_campaign=us-announces-guardian-angel-program-to-protect-sleeping-troops-day-before-sleeping-afghans-killed/). 

[129] The Economist, 17.3.2012

[130] SpaceDaily, 16.3.2012, (A.F.-P.), North Korea says it will launch long-range rocket La Corea del Nord annuncia un lancio missilistico di lunga gittata (cfr. http://www.spacedaily.com/reports/North_Korea_says_it_will_launch_long-range_ rocket_999.html/).

[131] The Daily Mail, 26.8.2009, South Korea launches first ever space rocket... but its satellite payload fails to reach orbit La Corea del Sud lancia il suo primo missile spaziale… ma il carico utile non riesce ad entrare in orbita (cfr. http://www.dailymail.co.uk/sciencetech/article-1208863/South-Korea-launches-space-rocket.html/).

[132] New York Times, 29.2.2012, S. L. Myers e Hoe Sang-hun, North Korea Agrees to Curb Nuclear Work; U.S. Offers Aid La Corea del Nord concorda di frenare il lavoro che conduce sul nucleare; gli Stati Uniti offrono aiuti.

[133] Daily Caller, 26.3.2012, Obama to Russia: more flexibility after election Obama alla Russia: più flessibilità dopo le elezioni [di novembre] (cfr. http://dailycaller.com/2012/03/26/obama-to-russia-more-flexibility-after-elections/). Il fatto è che, insieme ad Iran e Corea del Nord, l’altro tema di vero, ma anche artatamente montato, contenzioso sull’armamento nucleare nel mondo riguarda il dossier aperto – e al momento come dormiente sotto le ceneri – dell’annunciato schieramento americano di armi antimissilistiche ai confini della Russia e in Europa del’Est.

   E’ la cosiddetta questione dello “scudo spaziale” – morta dieci volte da Reagan in poi, ma resuscitata altrettante, rilanciata da Bush e ereditata da un riluttante Obama, che non riesce però a liberarsene premuto com’è sia dall’improvvido peso del revanscismo di piccoli e petulanti alleati come i paesi Baltici ma anche, come la Polonia (che tanto piccola poi proprio non è) i quali, costretti dalla geopolitica e ancor prima dalla geografia, dalla storia, a sopravvivere e convivere ai piedi dell’orso russo hanno bisogno della rassicurazione, anche se inutile e pure pericolosa, del cane da guardia americano; sia e, soprattutto, all’interno dalla lobby dell’industria americana degli armamenti e dai suoi strapagati rappresentanti al Congresso degli Stati Uniti.

   A latere del vertice di Seul, che celebra e riprende il postulato obamiano dell’impegno insieme virtuoso, ideale ma anche, verificata la sua impotenza a dar seguito agli impegni che vorrebbe assumere poi, pretenzioso e pomposo di una politica di dichiarata volontà di denuclearizzazione con la quale precipitosamente gli assegnarono, addirittura appena eletto, nel 2009, un Nobel della pace— un microfono indiscreto e live, ora lo coglie, e lo imbarazza non poco, mentre  chiede al presidente russo Medvedev di pazientare, perché in campagna elettorale, lui, Obama deve fare per forza il duro coi russi sulla installazione di missili antimissili ai loro confini e promette, in qualche modo, maggiore flessibilità dopo il prossimo novembre; vedendosi dal russo assicurare che riferirà il messaggio al successore appena eletto e rieletto, il vecchio Putin…

[134] Una replica molto puntuta, che i media americani hanno universalmente sottaciuto, accontentandosi di mettere in evidenza – su velina peraltro della Casa Bianca e non dei cinesi stessi – il cortese cenno di attenzione vago e generico alle preoccupazioni americane anche del presidente cinese...

   L’ha riferita, abbiamo potuto riscontrare con una ricerca esaustiva, solo l’Agenzia NightWatch, 25.3.2010, Obama criticizes Beijing… and they call his criticism ‘irrational’ Obama critica Pechino… e loro chiamano ‘irrazionale’ la sua critica (cfr. http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_12000057.aspx/).

 [135] The Economist, 17.3.2012, North Rhein-Westphalia crisis Crisi nel Nord Reno-Westfalia (cfr. http://www.economist. com/node/21550297/).

[136] New York Times, 24.3.2012, A. Hudson, Merkel allies face extinction from state parliament Gli alleati di Merkel devono fronteggiare la propria scomparsa dai parlamenti regionali.

[137] The Economist, 3.3.2012.

[138] New York Times, 14.3.2012, Mr. Sarkozy on the Low Road Mr. Srkozy scende in basso.

[139] Guardian, 21.3.,2012, D. Meyer, Don't let Toulouse blow out the flame of French diversity Non lasciate che Tolosa estingua la fiamma della diversità della Francia.

[140] Guardian, 9.3.2012, J. Ball, Half of UK's young black males are unemployed Metà dei giovani maschi neri del paese sono disoccupati.

[141] New York Times, 28.3.2012, J. Verdigier, British Economy Shrinks More than Expected L’economia britannica si contrae più del previsto

[142] The Economist, 24.3.2012, This way, Sir! Da questa parte, Sir! (cfr. http://www.economist.com/node/21551067/).

[143] The Economist, 24.3.2012.

[144] New York Times, 29.3.2012, H. Tabuchi, Japan Admits Nuclear Plant Still Poses Dangers Il Giappone ammette che l’impianto nucleare pone ancora altri rischi.


 

[1] New York Times, 28.2.2012, J.D. Goodman e N. Cumming-Bruce, Diplomats Warn Syria of Consequences for Violent Crackdown Ammonimento di parte diplomatica [l’americana Clinton…, parlando al Senato americano…] alla Siria sulle conseguenze di una repressione dura [perchè, se invece fosse morbida (sic!) tutto OK…]

[2] The Christian Science Monitor, 14.12.2011, M. Lee, US: Assad's Syria a ‘dead man walking’ Gli USA: la Siria di Assad è un “morto che cammina” (cfr. http://www.csmonitor.com/World/Latest-News-Wires/2011/1214/US-Assad-s-Syria-a-dead-man-walking/).