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     04. Nota congiunturale - aprile 2011

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.04.11

 

Angelo Gennari

 

 

 

 TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.... PAGEREF _Toc289439116 \h 1

● Esportazioni di armi dall’UE (e soprattutto dall’Italia) alla Libia. PAGEREF _Toc289439117 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc289439118 \h 3

nel mondo.. PAGEREF _Toc289439119 \h 3

Mediterraneo arabo: la cacciata dei rais. PAGEREF _Toc289439120 \h 5

● “Nessun intervento straniero! Il popolo libico ce la fa da solo”. PAGEREF _Toc289439121 \h 26

● Ingerenza umanitaria: falchi in Libia, colombe altrove… bé, forse in Siria si potrebbe vedere. PAGEREF _Toc289439122 \h 36

in Cina.. PAGEREF _Toc289439123 \h 53

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…). PAGEREF _Toc289439124 \h 57

EUROPA.... PAGEREF _Toc289439125 \h 58

● Lavoriamo per la ripresa…... PAGEREF _Toc289439126 \h 58

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc289439127 \h 67

● Rapporto % occupazione/popolazione (uomini e donne)+ di 20 anni, 2000-2011. PAGEREF _Toc289439129 \h 68

GERMANIA.... PAGEREF _Toc289439130 \h 73

FRANCIA.... PAGEREF _Toc289439131 \h 75

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc289439132 \h 76

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc289439133 \h 76

● “Dove sono le uscite di emergenza?”… dal nucleare. PAGEREF _Toc289439134 \h 78

● I giapponesi e la loro “autodisciplina”… (sembra Lampedusa, no?) PAGEREF _Toc289439135 \h 79

● La radioattività genera i mostri  (come ci racconta nei film giapponesi, da sempre, Godzilla)…... PAGEREF _Toc289439136 \h 80

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nella ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E non si può. Per cui, abbiate pazienza…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Per ragioni di pura distribuzione dello spazio, oltre che di rilevanza per quel che riguarda questo nostro paese, mettiamo qui, nel capitolo Italia invece che nei paragrafi dedicati specificamente alla Libia, questa Tabella (la fonte è ufficiale che più non si può: l’Unione europea) su chi e quanto tra i paesi del nostro continente ha venduto più armamenti alla Libia.

Perché qui c’è un primato assoluto italiano: noi siamo primi. E neanche di poco per quantità e qualità, anche, delle armi che a Gheddafi abbiamo venduto 

Esportazioni di armi dall’UE (e soprattutto dall’Italia) alla Libia

Valore delle licenze di esportazione concesse. Dati in €

Paese

2005

2006

2007

2008

2009

Totale

Fonte: Europa (sito ufficiale della UE: http:// http://europa.eu/index_it.htm

Totale

72,19

59,03

108,8

250,78

343,73

834,54

Italia

 

14,97

56,72

93,22

111,8

276,7

Francia

12,88

36,75

17,66

112,32

30,54

210,15

Regno Unito

58,86

3,11

4,63

27,2

25,55

119,35

Germania

0,31

2

23,84

4,18

53,15

83,48

Malta

 

 

 

0,01

79,69

79,7

Belgio

 

 

0,21

0,45

22,32

23,02

Portogallo

 

 

 

6,88

14,52

21,4

Spagna

 

 

3,82

3,84

 

7,69

Slovacchia

 

1

 

4,41

 

5,41

Bulgaria

 

 

 

 

3,73

3,75

Rep. Ceca

 

1,19

1,92

 

 

3,11

Polonia

 

 

 

 

2,03

2,03

Austria

 

 

 

1,81

 

1,83

Slovenia

0,14

 

 

0,27

0,11

0,53

Lettonia

 

 

 

 

0,25

0,25

Grecia

 

 

 

 

 

0,03

Tabella elaborata dal Guardian, 2.3.2011

Ha ricordato il NYT[1]* che l’ENI ha investito nella Libia di Muammar Mohammed Abu Minyar Gheddafi (la Libia che per ora sta ancora lì, ovviamente) decine di miliardi di €, che l’Italia ha il maggior volume e valore di scambi con il paese e che imprese italiane vi stanno (vi stavano) costruendo una grande autostrada litoranea usufruendo di molti e lauti contratti, poi, in tutto il  campo delle costruzioni ma anche delle ferrovie e delle fibre ottiche.

I numeri ci dicono anche che la Libia esporta (esportava?) in Italia il 32% del proprio petrolio e l’Italia, dalla Libia, importa(va?) il 25% di quello che compra. Subito prima di metà marzo, intanto, si apprende anche che la produzione di petrolio libico è scesa in un mese, o poco più, del 66%: da 1.600.000 barili al giorno a soli 500.000, come ha spiegato Shukri Ghanem che è alla testa dell’Ente petrolifero nazionale (quello che fa riferimento, ancora, al governo di Gheddafi)[2].

Il Tesoro libico, da parte sua, possiede il 7,6% delle azioni dell’Unicredit e il governatore della Banca centrale di Tripoli, Fahrat Bengdara, rappresenta l’azionista di maggioranza nel CdA della Banca italiana (che adesso tenta disperatamente, e penosamente, di trovare qualche appiglio legale per negare il diritto di voto all’azionista libico: lo può fare di prepotenza, ma solo così forse perché in diritto non rientra neanche, formalmente, nella lettera delle sanzioni votate dall’UE che riguardano solo la persona di Gheddafi e non il governo libico…).

E libico è il 2% di Finmeccanica e FIAT, con gli Agnelli che hanno venduto a Gheddafi anche il 7,5% di quote azionarie della Juventus… La Banca UBAE, che ha sede a Roma, tratta tutte le transazioni della Libia in Europa su petrolio e gas. “Ciò – conclude malignamente il quotidiano americano di maggiore portata internazionale – può ben aiutare a spiegare perché il primo ministro Silvio Berlusconi sia stato tanto lento a condannare la cruenta repressione messa in atto dal colonnello Gheddafi”.  

Prima, dicendo di non volerlo “disturbare” immischiandosi ma poi, dopo diversi giorni, invece proprio immischiandosi con la denuncia della “violenza” da lui esercitata – vero: però in quella che qui è diventata una vera e propria guerra civile… – per poi dichiarare addirittura di non considerarlo più “al controllo” del paese (tra l’altro, proprio quando sembra riprenderne con decisione e durezza le redini… prima dell’intervento straniero) e, infine, “sospendendo il trattato di amicizia del 2008 che pure aveva esibito come il suo maggiore successo di politica estera”.

L’Italia è stupefatta”, osserva Sergio Romano, opinionista politico ed ex ambasciatore citato nel pezzo indicato – avrebbe forse detto meglio, però, se avesse notato come stupefatto sia proprio lui, Berlusconi, con tutti quelli che gli avevano dato fiducia – “perché quello era il trattato che avrebbe dovuto salvaguardarla [dall’impatto con l’immigrazione mediterranea]: ma adesso, con chi è che parla? Adesso non può totalmente rinnegare Gheddafi, ma non lo può certo sostenere impresentabile come ormai è diventato”.

Badate bene al modo di esprimersi di un real-politiker sempre spinto sull’orlo estremo del dire come Romano: come è “diventato”…, non come è sempre stato. E, a dire il vero, del resto – questo però Romano non lo dice – impresentabile per impresentabile…

{Nota tra parentesi (quadra, anzi graffa vista la scorrettezza politica del dire una cosa come questa, oggi, sulla Libia di Gheddafi): i libici hanno probabilmente lo standard di vita più alto dell’Africa (sui 14.000 $ pro-capite a parità di potere d’acquisto), c’è e tutto considerato funziona un sistema di sanità pubblica, vige un basso tasso di mortalità infantile, esistono programmi seri (dicono[3]) di edilizia popolare, anche largamente gratuita, l’acqua potabile arriva anche nel deserto dell’interno, istruzione pubblica e tasso di alfabetizzazione sono grosso modo all’altezza dei paesi più economicamente avanzati, è in atto una ridistribuzione, senza esagerare, diciamo decente del benessere nazionale…}

In ogni caso, e tanto per fare chiarezza come solo noi – noi italiani, diciamo – siamo capaci di fare: alla Camera la risoluzione della maggioranza di centro-destra, di approvazione della guerra alla Libia – autorizzata, non certo ordinata dall’ONU – è stata respinta dalla minoranza di centro-sinistra; ma la mozione dell’opposizione di centro-sinistra è stata approvata dalla maggioranza di centro-destra. Tutte e due, del resto, dichiaravano guerra – si fa per dire: adesso si bombarda senza più neanche dichiararla – alla Libia…

L’ultimo dei misteri italiani che porteranno alle prossime elezioni politiche a un’astensione del 40, o giù di lì, per cento. Perché se tanto è questa la differenza tra destra e sinistra

Tornando ai conti, però. Se noi ci perdiamo, parecchio… ci perde anche l’America che aveva – da pochi anni, però – ripreso a fornire di armi l’estremista Gheddafi (gli aveva venduto alcuni C-130 da trasporto, parti di ricambio per vecchie forniture, in tutto forse un 100 milioni di $); e si perde soprattutto la Russia che, invece, come dice Sergei Chemezov, capo della Rosoboronexport – il capo della holding di Stato che fabbrica e vende in Russia armamenti – perderà (forse…) con l’adozione delle sanzioni dell’ONU quasi 4 miliardi di $ di armamenti venduti o prenotati[4].

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●In uno di quei controsensi che marcano la vita dell’assetto finanziario del capitalismo in cui ci ritroviamo, su iniziativa della Banca centrale giapponese, estremamente preoccupata dall’impennata del valore dello yen scattata tragicamente e, secondo ogni senso comune, contraddittoriamente  dopo le catastrofi combinate di terremoto/tsunami/Fukushima, è stato tenuto il primo incontro in un decennio per coordinare interventi delle Banche centrali dei cosiddetti G-7 – che formalmente manco esistono più – tesi a stabilizzare e raffreddare la valuta nipponica[5].

La “logica” dietro questo picco è quella della speculazione che vedrebbe molte imprese giapponesi costrette ormai a mettere mano al vasto capitale estero che detengono per poter pagare i costi della ricostruzione e delle assicurazioni cui saranno costrette a far fronte dopo quelle catastrofi. Insomma: dal disastro, ci sono pur tanti soldi da fare, no?, adesso in Giappone…   

●Gli ultimissimi dati aggiornati dalla CIA affermano che sono anni, non qualche mese soltanto come si diceva finora, da quando l’economia della Cina ha superato quella del Giappone. Utilizzando il metro del PIL a parità di potere d’acquisto, che considera correttamente l’unico valido a riflettere la realtà, non l’edulcorazione o la propaganda di parte – delle parti – la CIA[6] ora lo attesta.

Nella sua stima a fine 2010, l’Unione europea presa insieme, a 27 paesi, è al top con 14.900.000 miliardi di $ di PIL, seguita da Stati Uniti con 14.720.000, Cina a 9.872.000 e a meno della metà, addirittura, il Giappone: 4.338.000. Seguono nell’ordine India, Germania, Russia e Brasile. L’ultimo posto dei G-8, così, se lo disputano Francia e Gran Bretagna. E l’Italia, ormai, proprio negli anni di Silvio Berlusconi, è scesa al decimo posto: 1.782.000 miliardi di $ di Pil, col Messico che ci tallona da presso…

●A Cuba, il presidente Castro (Raul: quello effettivo non quello onorario) ha disposto che i piani di licenziamento di mezzo milione di dipendenti dello Stato entro il marzo 2011 sono in largo ritardo sull’impegno di aiutare concretamente i cittadini che sarebbero interessati dalla misura a ritrovare un lavoro, sia privato che autonomo. Insomma non è andata – come avevano previsto i pessimisti che la liberalizzazione forzata la leggevano, per dire, da sinistra – con la rapidità e l’efficacia che gli ottimisti riformatori avevano garantito. Per niente.

 Se ne dovrà riparlare, dice adesso Castro, ma si potrà solo quando saranno state create le condizioni giuridiche, organizzative e sociali per farlo: “a pesar de los dogmas”, dice letteralmente così, del libero mercato… dove ognuno si arrangia e a tutti pensa solo Dio. Invece, da noi, la misura di ogni processo, anche di quelli che pure sono necessari, si piegherà “al tiempo que el Estado cubano no dejará a nadie desamparado a quando lo Stato cubano non lascerà nessuno senza lavoro[7].

A noi, come criterio di massima, pare un criterio sano. Certo, anti-Marchionne ma sano; o, forse, bisognerebbe dire sano proprio perché anti-Marchionne...

L’Agenzia Prensa latina riferisce che, però, a fine gennaio il governo cubano aveva già dato 113.618 autorizzazioni di lavoro autonomo, il 20% a lavoratori del settore della manifattura alimentare con il secondo gruppo più numeroso di licenze a lavoratori dei trasporti di ogni categoria: venditori, scaricatori, addetti alle costruzioni[8]. Più che il permesso di creare, o crearsi forse lavoro autonomo, in realtà la difficoltà sembra dunque quella proprio di creare lavoro.

●In Brasile, la nuova presidentessa ha chiesto al governo di aumentare di circa 2,1 miliardi di reais (sui 912 miliardi di €) il programma di aiuti familiari diretti – la Bolsa Familia[9] – lanciato dal presidente Lula e che ha avuto un enorme successo nella riduzione della povertà e, soprattutto, della povertà estrema. I versamenti in contanti alle famiglie più povere e più numerose potrebbero aumentare così fin quasi del 50%, con la media dei versamenti per famiglia che arriverebbe da 96 a 115 reais al mese (50 €) e la gamma dei versamenti che andrà da un minimo di 31 (14 €) a un massimo di 242 reais (105 €).

Ha anche disposto di posporre l’acquisto di 36 cacciabombardieri che il paese ora non si può permettere, taglierà gli investimenti in nuove case popolari da costruire e bloccherà nuove assunzioni nel’impiego pubblico come parte dello sforzo di raffreddare quella che economisti e politici ortodossi considerano già un’economia surriscaldata[10].

Però è secondo questi sogni revisionisti, molto più che nella realtà, che la Rousseff starebbe “ricentrando” le politiche del Brasile: più centriste e conservatrici sulla spesa pubblica, dicono[11] (ma, allora, questo forte incremento per la Bolsa Familia?), e più caute, sostengono, nelle aperture al resto del Terzo mondo.

Dicono che non hanno reiterato all’ONU il loro voto contrario alle posizioni dure degli USA sull’Iran né reiterato, in tandem con la Turchia, la loro mediazione sul tema. Ma da quando in CdS, e motivandolo, votò contro le ultime sanzioni, il Brasile di Rousseff proprio come quello di Lula,  non ha cambiato di niente la propria posizione: se non nelle illusioni, o chi sa? – noi speriamo di no, lui di sì – nelle fisime di giornalisti d’accatto come quello che adesso (appena citato in Nota5) segnala un “ricentraggio” mai  ancora avvenuto…

●L’Esercito di liberazione popolare del Sud Sudan[12], l’ex armata popolare che per anni ha fatto la guerra al Nord, al Sudan unitario, finché adesso ha in pratica avuto l’indipendenza e ha vinto il referendum, si trova ora – come purtroppo non era affatto impensabile – a combattere contro i suoi stessi ribelli e, a fine febbraio, per la seconda volta in tre settimane, ha sostenuto con essi una serie di scontri feroci.

Dice il nuovo capo ribelle George Athor che, nello Stato di Jonglei, il 27 del mese sono morti 86 soldati dell’esercito governativo del nuovo Stato del Sud Sudan e 12 dei suoi miliziani; e un portavoce governativo conferma che tra i soldati nazionali si sono contati almeno una quarantina di  morti. Athor chiede negoziati, il governatore dello Jonglei, Kuol Manyag, risponde come fa da sempre ogni potere centrale, rifiutando il colloquio e chiedendo al governo di aumentare il numero delle truppe…

●Intorno al 10 marzo il costo del greggio schizza a quasi 1,60 $ al barile: non è il record assoluto ma da anni ormai è il massimo… Assoluto è il costo della benzina alla pompa che da noi diventa 1,6€ al litro (in un barile ci sono 153 litri di petrolio). E mentre molti governi si muovono rapidamente per contenere la crisi sul piano interno – limiti di velocità, imposizione di tetti agli aumenti al consumo, riduzione delle accise sulla benzina (Inghilterra), riduzione dei biglietti dei trasporti ferroviari (Spagna) per dare un’alternativa almeno ai lunghi viaggi… – il governo italiano si… gratta la Ruby e la controriforma della giustizia.

Quel che sta capitando in Giappone rallenta un po’, nell’immediato, deprimendo la domanda energetica la crescita del prezzo medio del petrolio. Ma anche proprio i danni che il terremoto ha causato alle infrastrutture petrolifere e del gas, rarefacendo anche l’offerta, contribuiranno presto a una risalita. Sicuro è invece, che i fatti che stanno sconvolgendo un po’ tutto il Medioriente – e in specie la Libia – rialzerà presto il prezzo del greggio che è la materia prima realmente universale in tutto il mondo.

Con esso sale ovviamente anche il valore di quello russo, perché proprio la fragilità degli equilibri in quell’area del mondo da cui è saltato il tappo sottolinea invece ed esalta – malgrado la Cecenia stessa – la stabilità russa. E a San Pietroburgo la borsa per molte imprese russe, specie quelle del settore energetico, si impenna decisamente.

Gazprom – che ha un buon ufficio stampa e un’eccellente direzione vendite – comunica[13] che siccome nel 2011, finora, ha fornito meno gas naturale di quello che era stato contrattato perché, con la crisi, gliene è stato richiesto di meno, anche per questo, è in grado di aumentare “subito”, a richiesta, le forniture.

Il cliente principale, la tedesca E.On Ruhrgas, sta importando gas a ritmi normali e non pensa a breve di dover aumentare la sua domanda anche a fronte della richiesta maggiore di gas che arriva dal Giappone dopo il terremoto e la crisi nucleare. Ma Gazprom accenna anche, con discrezione ma chiaramente, che anche se, per il momento, è in grado di rispondere positivamente a ogni aumento di domanda è meglio se chi pianifica in altri paesi e mercati, a prenotarsi ci pensi rapidamente.

●Intanto, sempre Gazprom, per bocca del suo consigliere di amministrazione Leonid Chugunov, annuncia[14] che la costruzione – non il progetto ma la finalizzazione e la positura del tubo – del gasdotto South Stream (lungo 3.600 km., dal porto russo di Berogovaja sul mar Nero via Serbia a Nord e Bulgaria e Grecia al Sud arriverà, da noi, a Otranto e in Austria, tagliando via ogni percorso in territori extra comunitari) verrà iniziata nel 2013 e completata per fine 2015, per una spesa complessiva che alla fine si aggirerà tra i 20 e i 24 miliardi di €[15].   

Mediterraneo arabo: la cacciata dei rais

Lasciando per ultima nella nostra analisi la situazione della Libia, la più scottante, cominciamo con un’osservazione, come dire, così generale.

●Sono due mesi ormai che tutto il mondo arabo mediterraneo – dallo stretto di Gibilterra fino alla Siria e anche oltre, al Golfo Persico addirittura – vede milioni di persone scandire, su cinquanta diverse piazze ormai tutte della Liberazione, quattro parole quattro nel linguaggio del profeta che cerchiamo di riprodurre qui foneticamente ash-shaab yourid isqat annisam”, vale a dire in una traduzione forse un po’ approssimata “il popolo vuole la caduta del regime”.

Non è detto che ce la faranno dovunque, pare proprio. Ma questa è davvero una rivoluzione epocale e globale e in ogni caso, lascerà il segno… profondo. Neanche in Libia, dove le cose vanno male, le cose saranno più le stesse.

●In Egitto, il Consiglio supremo delle Forze armate che regge il paese ha fissato appena si è consolidato per il 19 di questo mese, subito, la data del referendum sugli emendamenti costituzionali e un membro del Consiglio rivoluzionario della gioventù, Zyad El-Elaily, ha annunciato dopo un incontro col Consiglio insieme ad altri 16 rappresentanti della coalizione con tre esponenti del Consiglio stesso che le elezioni parlamentari saranno in giugno, con le presidenziali dopo un altro mese e mezzo e un governo civile entro sei mesi dal completamento di tutto il processo[16].

Poi slittano le date delle politiche e delle presidenziali, su istanza anche di chi ragionevolmente chiede più tempo per organizzare forze politiche appena nate o appena riemerse dall’oblio cui Mubarak le aveva costrette. Intanto, subito, e prima del referendum, il primo ministro Ahmed Shafiq, designato subito dopo l’abbandono di Mubarak, ha dato le dimissioni, richieste dalla piazza e dalle opposizioni che ormai si confrontano giorno per giorno e colloquiano col Consiglio supremo militare ed è stato subito rimpiazzato da Assam Sharaf[17] già ministro dei Trasporti dal 2004 al 2006 e passato poi a insegnare ingegneria all’università.

E’ dall’inizio che le dimissioni di Shafiq erano state reclamate, soprattutto da chi rappresenta la parte più giovane e meno organizzata del movimento, tenendosi in contatto e continuando ad organizzarsi da una grande tenda che rimane sempre aperta in piazza della Liberazione come una specie di quartier generale del movimento di opposizione.

Adesso, quindi, Zyad el-Elaimy, che dalla tenda parla per questa Coalizione informale, saluta con favore la novità anche se giura che la Coalizione continuerà a vigilare. Già il 27 febbraio, dicono lui e Shadi al-Ghazali, un altro dei “giovani rivoluzionari”, il suo nome era stato suggerito ai generali anche perché era stato uno dei pochissimi ex ministri che subito aveva manifestato in piazza della Liberazione: prima cioè della fuga di Mubarak.

E in effetti, immediatamente, il giorno dopo la nomina, Sharaf va sulla piazza e, portato a spalle da 30.000 persone, dice che è lì perché da loro lui “trae la sua legittimazione”. Non fa certo piacere la cosa a Tantawi e ai generali che su pressione di quella piazza lo hanno designato. Ma non possono che prenderne atto e prendere atto anche del suo rafforzamento e del’incoronazione che a lui quella piazza ha dato[18]

Il prossimo obiettivo, peraltro subito raggiunto del movimento, che propone però mentre a disporre è sempre e solo il Consiglio militare, è il ministro degli Esteri Ahmed Aboul Gheit, altro residuo nel nuovo Esecutivo del vecchio regime. Ora il Consiglio delle FF.AA. nomina un vecchio diplomatico, in passato già all’ONU per il paese e anche già giudice alla Corte di giustizia dell’ONU dove la nomina venne invano osteggiata da Israele…

Altre domande politiche dell’opposizione su cui il Consiglio ancora, però, non ha agito sono la richiesta della fine dello stato di emergenza che dura da decenni, lo smantellamento dell’odiato e temuto Mukabarat, l’organismo dei servizi segreti mubarakiani già per decenni comandato dall’ex vice presidente per pochi giorni, Omar Suleiman, e la liberazione di tutti i prigionieri politici, molti dei quali restano ancora in galera.

Di tutti i paesi che questa rivoluzione la stanno facendo, l’impressione però è che qui, in Egitto, forse, le cose siano giunte già al punto di non ritorno… Anche se nuove tensioni rinascono dalle diatribe che affiorano tra i potenziali candidati alla presidenza (il primo ad aver annunciato le sue intenzioni di correre è l’attuale segretario della Lega araba, Amr Moussa) e dal riesplodere di esasperazioni settarie – tra mussulmani e copti.

Ancora tredici morti, infatti, nella città archeologica di Aftih, nel Medio Egitto, a sud del Cairo in scontri “confessionali” con oltre una decina di morti… e, però, anche per la prima volta la mobilitazione immediata dell’esercito per la ricostruzione della chiesa copta che era stata bruciata da una masnada di fanatici islamici[19].

Tra i candidati alla presidenza, dicevamo, dunque il primo a proporsi è Amr Moussa, a capo della Lega araba per volontà proprio di Mubarak a suo tempo. In una certa misura risulta appoggiato anche dal potere militare transitorio, che difficilmente rinuncerà in ogni caso a presentare un suo candidato. ElBaradei, l’altro candidato di cui molti si parla, anzitutto sui media occidentali per conto suo va piuttosto insistendo che bisogna rimandare sia le elezioni politiche che quelle presidenziali perché non c’è ancora stato il tempo necessario a stabilizzare nuovi partiti e nuovi comportamenti nel paese che si è da poco più di un mese liberato di una dittatura durata decenni[20].

●La Chiesa copta (una branca millenaria di quella cattolica romana) dichiara, da parte sua, che anch’essa non è d’accordo con gli emendamenti costituzionali proposti e sottoposti, il 19 marzo, a referendum. Ma non darà ai suoi fedeli indicazioni di voto, la prima volta che saranno liberi di esprimersi liberamente[21]. Proprio come altre Chiese ben conosciute…

Nel merito della proposta, la sua obiezione specifica – a un pacchetto che gli esperti costituzionali nominati dal regime provvisorio ha proposto e che limita i mandati presidenziali al massimo di due successivi di quattro anni e impone restrizioni varie alla legislazione d’emergenza, senza però cancellarla del tutto – è verso l’art. 2 della vecchia Costituzione riproposto tal quale e che proclama come l’Islam sia la religione ufficiale dello Stato e la fonte principale della legislazione.

A febbraio, quando Mubarak era appena caduto, il grande sceicco di Al-Ahzar, Ahmed al-Tayyib, di fatto il più universalmente riconosciuto esponente dei sunniti (che di per sé non hanno una vera e propria gerarchia interna) aveva messo le mani avanti ammonendo che il cambiamento dell’art. 2 avrebbe potuto “provocare sedizione” perché si tratta di un principio stabilito e fondamentale dello Stato.

Un po’ – un po’… non proprio come – il Concordato da noi, no?, incorporato attraverso il Patto lateranense nel testo della Costituzione (art. 7)… Il fatto è semplice: detto proprio volgarmente la Chiesa copta è minoritaria, quella cattolica da noi e l’Islam in Egitto sono maggioritarie e si tengono stretti i loro privilegi, motivandoli tutto sommato, poi, proprio col fatto di essere più degli altri…

E’ la stessa ragione per cui il Movimento dei fratelli musulmani assume analoga posizione favorevole al referendum, mentre la sua ala minoritaria riformatrice si esprime contro. In ogni caso, il presidente dell’Alta Commissione giudiziaria del referendum, Mohammed Attey, il 15 marzo quattro giorni prima del referendum avverte[22] che se il voto respingerà il testo della Costituzione proposto, i militari “arrangeranno” un governo di transizione.

●Poi, il 19, altissima partecipazione al voto per il referendum e un voto che esso stesso è largamente a favore. Intorno al 77%[23]: come non poteva che essere alla luce dell’attesa di esprimersi che durava da sempre. Il presidente della commissione elettorale rende noto che hanno votato 41 milioni dei 45 che avrebbero potuto, dicendo sì alla riduzione del mandato presidenziale a sei anni, ricandidabile una sola volta, con l’obbligo della scelta di un vice entro 30 giorni dall’elezione con minimo di età a 40 anni e il non essere sposato a una non egiziana.

I due maggiori gruppi politici organizzati del paese, l’ex partito di Mubarak – che non è stato formalmente dissolto – e i Fratelli mussulmani – che lo sono stati ufficialmente, dissolti e repressi, da anni – si erano schierati a favore del referendum mentre i nuovi gruppi che hanno messo in moto la rivoluzione e lo stesso sindacato ex mubarakiano largamente ormai rigenerato non considerava sufficiente il cambio e lo voleva più radicale, sulla base di un testo tutto nuovo che avrebbe, però, comportato elezioni non già come ora previste a settembre ma inevitabilmente più in là.

Dello stesso parere, come abbiamo indicato, i due principali candidati in pectore, ElBaradei e Moussa, che con questa Costituzione che nei fatti mette un sigillo di larga approvazione sull’operato del Consiglio supremo militare si trovano scavalcati nei pronostici praticamente da ogni potenziale candidato che i militari volessero presentare…

Alla fine, il 30 marzo, viene pubblicato il decreto del Consiglio militare supremo coi 62 articoli debitamente emendati della nuova Costituzione[24] che, fino alle nuove elezioni legislative di settembre e alla formazione di un nuovo governo debitamente eletto, reggerà il paese decadendo non appena il nuovo presidente della Repubblica, eletto lui stesso uno o due mesi dopo le Camere, promulgherà quella che sarà una nuova Costituzione, a quel punto debitamente redatta, discussa e approvata.    

●Una conclusione – provvisoria – forse si può già cominciare a trarre da questa storia. Ed è semplice. Che il destino del mondo arabo si gioca in larga parte e in modo cruciale proprio qui in Egitto. Non sarà la soffocazione della rivoluzione in Libia, ad evitare la quale l’occidente vuole – o dichiara di volere – intervenire anche militarmente, né lo strangolamento delle rivolte saudita, yemenita, bahrainita che l’occidente, invece, dice di voler tollerare, a segnare il futuro del mondo arabo.

Possono fallire o avere successo. Ma la grande scommessa, tutta da verificare, sarà sulla capacità dell’Egitto post-Mubarak di costruirsi un genuino sistema democratico e popolare. Se lo farà, tutte le tessere del domino regionale finiranno prima o poi col cadere dalla parte della democrazia, in forme anche diverse ma genuine. Altrimenti…

●In visita al Cairo, prima del referendum, il presidente turco Ahmet Davutoglu e il ministro degli Esteri Abdullah Gul incontrano due leader dell’opposizione più “accreditata” (Mohammed ElBaradei e il capo di riferimento dei Fratelli mussulmani Mohammed Badie), il segretario generale della Lega araba, Amr Moussa (teoricamente tutti e tre possibili candidati alle presidenziali del prossimo luglio-agosto) e, naturalmente, il presidente del Consiglio supremo delle Forze Armate generale Tantawi e, dopo aver a lungo parlato con loro, si fa garante nei confronti di ciascuno e di tutti della serietà e della responsabilità degli altri interlocutori.

Che anzitutto glielo dicono loro e poi, dei turchi, tutti, si fidano. E’ un altro segno del posto che la Turchia s’è riconquistato nel panorama del Vicino e del Medioriente[25] con la sua politica attiva e affidabile. Anche l’inglese Cameron era andato a parlare al Cairo ma, per dirne una, da esitante cacadubbi qual è, esclude dai suoi interlocutori quello che nel futuro prossimo venturo potrebbe essere forse il più importante: Mohammed Badie…

●In Tunisia, dopo le dimissioni del primo ministro Ghannouchi, in carica per dieci anni con Ben Ali e rinominato dal nuovo presidente ad interim dopo la fuga del vecchio rais dal paese, si dimettono a catena giorno dopo giorno quasi tutti i ministri restanti del vecchio gabinetto. Si rendono conto tutti che la gente li vuole fuori dalle scatole, che potrebbe essere per loro pericoloso resistere, che in tanti vogliono accelerare un ricambio e che esso, per non essere ancora ben chiaro nei contorni definitivi, non potrà comunque che essere, in ogni caso, radicale e globale, senza posto per loro.

E’ come se, dopo piazzale Loreto, a presiedere il CLN fosse stato nominato, invece di Ivanoe Bonomi, diciamo, che so io, Dino Grandi. Perciò tirano le conseguenze, perché sanno che non funziona così nella storia…. E il nuovissino primo ministro, Beji Caid-Essebsi che anni fa, da presidente della Camera, aveva rifiutato di far votare leggi spudoratamente favorevoli agli interessi privati della famiglia Trabelsi, quella della moglie di Ben Ali, ha annunciato la creazione di un Consiglio costituzionale che avrà proprio il compito urgente di scrivere una Costituzione da sottoporre poi al dibattito di un Consiglio costituente che sarà eletto il prossimo 24 luglio[26].

E, intanto, il nuovo governo – annuncia il neo nominato ministro degli Interni “per coerenza coi valori e i princìpi della rivoluzione” – scioglie d’autorità (anche se non è subito evidente quel che poi realmente significhi: vanno tutti a casa? senza stipendio? vanno sotto processo?) il Dipartimento della polizia di sicurezza[27].

●L’Italia, con Maroni e Frattini in visita al nuovo PM, ha promesso una linea di credito di 150 milioni di € alla nuova Tunisia[28] per aiutarne la ripresa economica. Solidarietà? Lungimiranza, nel senso di investimento su una cooperazione futura? Forse anche, speriamo. Ma, soprattutto, ha spiegato bene Maroni dopo che Frattini aveva fatto tutti i rumori necessari ad accreditare quelle superiori motivazioni, per aiutare la marina e la guardia costiera tunisina con equipaggiamento e materiali che la aiutino a pattugliare la costa.

Ma non erano materiali già forniti da tempo alla marina di Ben Ali? Oppure glieli avevano pagati cash i soldi promessi per bloccare sul bagnasciuga di partenza – e con successo, no? anche se in qualche campo tipo di concentramento, magari – gli immigrati in provenienza da quel paese e, attraverso il suo territorio, anche da altri? E allora?

●Il re Maometto VI del Marocco[29] fa sapere, anche se in termini generici, attraverso un consigliere a lui molto vicino, Mohammed Moatassim, interloquendo con un gruppo di sindacalisti della federazione indipendente (CDS), che comprendeva anche il segretario generale Abderrahman Azzouzi, di essere perfettamente cosciente del fatto che il paese non può certo restare apatetico e immobile nel mezzo di una tempesta come quella che sta scuotendo tutto il Magreb e, in realtà, tutto il mondo arabo mediterraneo.

L’incontro ha avuto luogo, in effetti, una settimana dopo che il 20 febbraio migliaia di persone, in larga misura proprio lavoratori, avevano manifestato per reclamare riforme sociali, economiche e anche politiche che tra l’altro mettessero limiti, e non più solo autodecisi da lui, ai poteri di un sovrano che è salito al trono ormai da dodici anni. Maometto VI promette adesso, in effetti, ma sempre per sua decisione sovrana, che il potere esecutivo in regioni e comuni verrà decentrato da governatori e sindaci di nomina governativa a “consigli” eletti liberamente.

Va tenuto a mente che il re del Marocco è uno dei due monarchi, a Est e a Ovest del Mediterraneo – ad Amman, Abd Allāh II ibn al-Husayn, figlio di Hussein ibn Ţalāl, e a Rabat, Mohammed VI, figlio di Hassan II – le cui famiglie sono le sole a discendere in linea diretta dal profeta Maometto: e questo in qualche modo, anche nei due paesi forse meno fondamentalisti del mondo islamico, conferisce loro una legittimità tradizionale che, altri, comunque non hanno. E che, rispetto a parecchi degli altri, mette parzialmente al riparo questi due sovrani da critiche troppo pesanti.

●A inizio marzo anche in Giordania[30], però, all’esterno della moschea al-Husseini di Amman, centinaia di dimostranti hanno reclamato il rilascio immediato di 84 islamisti, in galera senza processo, 27 dei quali avevano cominciato lo sciopero della fame. L’Agenzia Associated Press li ha descritti, inevitabilmente semplificando, come salafisti, cioè mussulmani ultraconservatori (Salaf, in arabo لصالح, significa antenato) e la Salafiyya è, dunque propriamente, la volontà di un ritorno alle origini dell’islamismo.

La polizia sostiene che lo sciopero della fame è immotivato perché i carcerati rifiutano di parlare coi loro carcerieri. Questi affermano di riconoscere il loro diritto di sciopero, ma continueranno a provvedere (alimentazione forzata) loro cibo,  bevande e cure mediche. Altri dimostranti, meno di un centinaio però, hanno manifestato di fronte all’ufficio del governo per chiedere la liberazione di un militare condannato all’ergastolo per aver ucciso nel 1997 una scolaretta israeliana.

Una dichiarazione su Facebook di nazionalisti e islamisti giordani informa di aver lanciato una “iniziativa per una monarchia costituzionale” come soluzione sensata dei problemi del paese dove il re regni ma non governi, dicono, all’inglese, sia un punto di riferimento e di equilibrio e un garante per tutti. Che, per essere un proclama firmato da 24 leader nazionalisti e islamisti, sembra una dichiarazione proprio da Camera dei Lords britannici[31]

Re Abdullah, in un lettera al primo ministro Marouf al-Bakhi, scrive che non accetterà altre scuse per ritardi o elusioni della necessità di procedere a riforme radicali in campo politico ed economico  perché il paese ha bisogno assoluto di andare avanti[32].

●Anche in Siria[33], cominciano a manifestarsi – e a venire represse:a fine marzo nel sud, a Deraa, si parla (come al solito: non esistono conferme indipendenti ma non sembrano neanche chiacchiere né accuse inventate) di una quarantina di morti tra gli insorti – spinte e proteste che reclamavano politiche di cambio più significative dei soli aumenti del salario concessi dal governo di Bashar al-Assad, l’erede del ferreo ma “abile” monopolio del potere detenuto per trentanni dal padre Hafez…

Pare (come al solito: notizia da dare, e prendere con le molle) che in ogni caso qui il presidente Bashar al-Assad sia stato davvero scavalcato dagli scherani del regime sistema e che si appresti a un ripulisti tra le sue fila dei più realisti del re[34], quelli cui prudono di più le dita sul grilletto dei loro Kalaznikov, alla levata dello stato d’emergenza e a un’apertura al pluralismo partitico oltre che a una maggiore libertà per i media. Pare…, o così dicono, almeno, consiglieri stretti del presidente in conferenza stampa...

Se anche la Siria entra in sobbollimento consistente, il fatto è significativo perché, al contrario di tutti o quasi, gli altri regimi autoritari della regione questo è ostile agli americani, che del resto da sempre ad esso lo sono, e l’unico di cui parti significative del territorio (le alture del Golan) continuino ad essere occupate da Israele (dal 1967: a parte, naturalmente, i territori palestinesi che, però, uno Stato vero e proprio ancora non sono).

L’ultimo giorno di marzo, però, Bashar al-Assad che aveva forse pericolosamente lasciato montare le attese e dato segnali di voler cambiare almeno qualcosa, scarica alla Tv la colpa di tutte quelle che chiama le turbolenze su un complotto alimentato dai nemici tradizionali della Siria, Israele e gli USA: che se suona come una spiegazione in parte plausibile è anche assai evasiva rispetto alla portata del problema che, dopo Tunisia, Egitto, Libia, Bahrain, Yemen, ecc., ecc., non avrebbe che potuto toccare anche Damasco.

Siamo, restiamo, a favore dei cambiamenti e pronti a rispondere alle richieste del popolo” – anche se finora non l’abbiamo potuto fare perché la regione mediorientale è da anni instabile per l’uscita forzata di Damasco dal Libano, la ripresa di influenza che siamo riusciti politicamente a riprendervi emarginandone i condizionamenti di Israele ed America, la susseguente vera e propria guerra israeliana al Libano che Israele di fatto ha perso, la continua repressione da parte sua però esercitata di fatto nei Territori palestinesi e la guerra, l’assedio, a Gaza condotto contro la resistenza e il popolo palestinese, ecc., ecc.

Le riforme, che ci saranno, sono state ritardate, dunque, è vero. Ma – spiega al-Assad – solo  da questa instabilità perché “la nostra prima priorità è la stabilità interna della Siria”. Il NYT[35] descrive questo rais come “sorridente e rilassato” e, al confronto degli altri suoi colleghi nel frattempo scappati, scacciati o sotto assedio anche esterno del tutto “coerente e sintetico”. Ma non è detto, anche qui, che sarà sufficiente a disinnescare le “turbolenze” anche perché fomentate, dice, dai nemici esterni che, però – ammette – hanno trovato qualche riscontro anche tra “alcuni nostri concittadini, assolutamente in buona fede”. Che lui adesso confida, dunque, ci ripenseranno.

Il nodo è che, forse, Bashar al-Assad più che un riformatore, però è un modernizzatore— un giovane, che di mestiere faceva l’oftalmologo a Londra prima di essere riportato a Damasco quando morì per un incidente il fratello “designato” prima di lui alla successione e che ha conoscenze e mentalità di sicuro più aperta del cittadino siriano qualunque. Potrebbe davvero non bastare… Naturalmente, a Washington, al Dipartimento di Stato non resistono alla tentazione di impicciarsi anche fuori tempo e fuori luogo e del tutto a sproposito, anche quando come qui non glielo chiede nessuno.

Tanto meno a chiederglielo non c’è nessun siriano. Ma, a poche ore dal discorso di Assad, trovano il modo di dire la loro: che l’indirizzo del presidente siriano mancava di “sostanza” e che – assicurano, con l’ignoranza costosissima e crassa garantita dai ben 16 servizi di Intellligence che hanno alle spalle, dove chi parla arabo si conta sulle dita di una mano – è stato molto carente rispetto alle riforme che vengono chieste dal popolo siriano, di cui come è noto, Hillary Clinton è portavoce accreditata[36]...

●All’alleato immarcescibile che hanno nello Yemen, il presidente Saleh, gli Stati Uniti stanno parlando piuttosto chiaro, anche irritandolo molto perché gli rivolgono pure ammonimenti pubblici e anche aspri— di certo meritati e da tempo… ma come si fa con uno scolaretto da parte del maestro o da un feudatario a un vassallo.

Un portavoce della Casa Bianca[37] dice alla stampa a inizio marzo che è stato messo in chiaro col presidente Saleh il bisogno di “focalizzarsi sulle riforme politiche per rispondere alle aspirazioni del popolo yemenita e che la ricerca di capri espiatori non è qualcosa che la gente dello Yemen, come quella di altri paesi, troverebbe adeguata”. Il tono e il contenuto del messaggio sono tali da provocare subito una risposta risentita del governo di Sana’a— sul tono, in ogni caso ultra giustificato, ci sembra, anche qui, del ma che ne sanno questi qui, a Washington, di quel che sente, di quali sono i valori e di cosa vuole un popolo come il nostro? ma di che vanno cianciando…

Poi, certo, Saleh sembra rendersi conto che della copertura, della protezione, della mallevadoria, dei finanziamenti e delle armi degli americani lui non è, comunque, in condizione di fare a meno e – mentre l’opposizione, cercando di approfittare della pressione statunitense, delinea una specie di proprio progetto di transizione – si scusa “se ha potuto dare l’impressione di cercare capri espiatori”— aveva detto che le colpe delle turbolenze nel mondo arabo erano dell’America e del suo predicare democrazia nel deserto quanto di al-Qaeda e del suo islamismo predicatorio estremo: le stesse accuse che andava formulando Gheddafi.

Ma ribadisce che lui, alle proposte dell’opposizione, non intende dar retta. Ripete, invece, la concessione che aveva già fatto: non si candiderà nuovamente alle prossime elezioni presidenziali ma conferma che fino ad allora, fino al 2013, resta in sella[38]. E fa anche sparare, adesso, su chi in piazza, il 10 marzo, mentre tenta di strappare alcuni suoi poster reclama anche qui un regime change.

Dopo le ultime convulsioni si pronuncia, fatidicamente, l’ambasciatore americano a Sana’a, Gerald M. Feierstein, che pubblicamente sentenzia[39] come il livello di conflittualità abbia ormai raggiunto una fase “critica” ed esiga l’apertura di un “vero dialogo”. Questo paese – aggiunge l’ambasciatore scoprendo, come si dice, l’America – ha bisogno di una “transizione pacifica” e “non di una guerra civile” a capitalizzare della quale, tra l’altro, potrebbe inserirsi al-Qaeda. Un colpo al cerchio…

Ma, invitando alla calma, e lodando – colpo alla botte… – a nome del presidente Obama (molto, molto imprudentemente e anche assai prematuramente) la “responsabilità” con cui viene condotto il mantenimento dell’ordine – la repressione, cioè – l’ambasciatore americano che improvvisamente s’è messo a chiacchierare come un merlo indiano torna a esaltare, all’uscita da un incontro col ministro degli Interni Mutahar al-Masri, la “lotta al terrorismo condotta dal presidente Saleh[40].

E, poi, tornando come a rafforzare la solidità della botte, ribadisce che però la transizione ci vuole, cioè che il presidente Saleh deve andarsene: ha la decenza, per un diplomatico, almeno di non pronunciarsi pubblicamente sui tempi: se subito, come vogliono gli insorti, o nel 2013, come lui ha promesso di fare…

L’opposizione, però, non si fida. Per la prima volta, il capo di un’importante tribù del Nord del paese – qui come in Libia, al contrario del resto del Medioriente, le tribù contano ancora più dello Stato che è una concezione piuttosto estranea – lo sceicco Ameen al-Okaimi con qualche decina dei suoi Bakil ha voluto “manifestarsi” unendosi agli studenti che a metà marzo protestano in piazza a Sana’a. Fuori dell’università, i dimostranti sono arrivati quel giorno a 150.000 e dicono che centinaia di migliaia di altri “tribalisti” hanno giurato di unirsi a loro nella protesta.

E’ un fatto che da giorni centinaia di appartenenti alla grande tribù degli Hamdan stanno protestando ed è sintomatico che il governo annunci il giorno stesso che le truppe di sicurezza impediranno d’ora in poi ai membri di qualsiasi tribù del paese di entrare nella capitale[41]

E cominciano, alla fine della terza settimana di marzio, una serie di defezioni ravvicinate che si fa preoccupante dalla fila del governo di Saleh: proprio come quando sembrano scappare prima in fila e, poi, a frotte un mucchio di sorci dalla stiva di una barca che comincia a far acqua:

• si dimette, dichiarandosi contro i modi violenti della repressione, il ministro del Turismo yemenita Nabil Hassan al-Faqih[42] che se ne va anche dal partito praticamente unico di governo. Esattamente come fa l’ambasciatore all’ONU, Abdulalh al Saidi, dopo che solo il 17 marzo i cecchini di Saleh hanno fatto fuori in piazza oltre 50 dimostranti antigovernativi[43];

• poi, in rapidissima successione, nell’arco di poche ore, nel pomeriggio di lunedì 21 marzo[44],

  ◦ il comandante della regione orientale dell’esercito brig. gen. Muhammad Ali Muhssin dichiara di schierarsi con la “rivoluzione dei giovani”;

  ◦ il comandante generale della 310a divisione corazzata dell’esercito, col. Hamid al-Qashini, annuncia che si unisce alla rivoluzione anti-Saleh;

◦ lo stesso annuncio viene dal primo vice presidente del parlamento, lo sceicco Hamid al-Ahmar;

  ◦ insieme arrivano, subito dopo, le dichiarazioni analoghe dell’ambasciatore in Siria, Abdulwahab Tawaf, e del governatore di Aden Ahmed al-Qa’tabi;

  ◦ un proclama firmato da centinaia di ufficiali e funzionari dell’esercito e della sicurezza chiedono le dimissioni del presidente e lo scioglimento del suo regime;

  ◦ l’ambasciatore in Giordnaia, Shaea Muhssin, anuncia anche lui di sostenere la “rivoluzione dei giovani”;

  ◦ il comandante del comando aereo yemenita brig. gen. Sadiq Ali Sarhan si associa;

  ◦ il brig. gen. Nasr al-Jhuri, comandante della 121a brigata aerea, pure;

  ◦ l’addetto militare yemenita a Mosca, brig. gen. Mohammed Saleh Alkukni, e l’ambasciatore in Cina, Muthanna Mohammed, dichiarano di dimettersi dai posti occupati per unirsi anche loro alla rivoluzione;

  ◦ l’ambasciatore in Egitto e l’ambasciatore presso la Lega araba si associano e si schierano con la rivolta;

  ◦ poi, e tutti insieme, sono gli ambasciatori in Giappone, in Arabia saudita, in Kuwait e nella Repubblica ceca a presentare per e-mail le loro dimissioni e quello in Algeria ad annunciarle;

  ◦ ultima razione quotidiana di annunci è quella delle dimissioni dell’ambasciatore in Canada, Khalid Bahah, di quello a Londra, Mahmoud Qirbi e ad Amman, Shae’ Mohsin al-Zandani, e del vice capo delle truppe di sicurezza della capitale, Hossein Razi, che passano alla rivoluzione come larga parte del personale dirigente della rappresentanza yemenita a Washington.

Ecc., ecc., ecc…

A questo punto il presidente Saleh, alla Tv nazionale, tenta disperatamente di mettere una toppa al disfacimento del tessuto del suo regime, proclama che la grande maggioranza dei cittadini lo sostengono (e può essere vero: ma è solo un proclama… unilaterale) e annuncia di aver provveduto a inviare il suo ministro degli Esteri ad interim, Abu Bakr al Qirbi, in Arabia saudita a chiedere a re Abdullah di farsi carico di una mediazione[45]

Alla fine, nella serata dello stesso 21, il più importante per collocazione dei militari che hanno mollato il presidente Saleh, il magg. gen. Ali Muhsin al-Ahmar schiera i carri armati della sua 1a divisione corazzata sulla piazza maggiore della capitale Sana’a che ha schierato blindati anche intorno al palazzo della Tv, la Banca centrale e il ministero della Difesa, ma anche una dozzina di carri della Guardia repubblicana, restata fedele a Saleh, vengono schierati però a fronteggiarli, anche se non partono colpi dall’uno verso l’altro schieramento. Nell’immediato…

● Ora il gen. al-Ahmar, da sempre famiglio stretto del presidente, è un segnale fortissimo. Ma questi è un personaggio curioso su cui puntare per far vincere la rivoluzione. Il presidente Saleh a chi si lamentava anni fa, nei limiti tollerati, della sua durezza diceva che se lo facevano fuori si potevano pure prendere Ali Muhsin, sempre che amassero il rischio…

Ed è stato ripetutamente accusato, dai servizi segreti americani in specie, di aver mantenuto rapporti assai dubbi con le formazioni jihadiste attive nel paese[46], così come con le formazioni degli insorti sciiti Houthi attivi nel nord del paese. E la sua candidatura possibile ormai, proprio a rimpiazzare Saleh – uomo forte dopo uomo forte – potrebbe ben essere sostenuta da coloro che temono turbolenze e caos dopo e senza Saleh. Insomma, lo Yemen non è certo l’Egitto…

●Alla fine di una giornata che sembra davvero epocale per questo paese, si succedono nuovi eventi. Prima Saleh fa annunciare[47] dal portavoce Ahmed al-Sufi di aver comunicato a ufficiali superiori, comandanti militari e leader tribali che è pronto ad andarsene alla fine del 2011 all’ “interno di un trasferimento costituzionale dei poteri” e che, comunque, non cederà il potere ai militari.

Poi, però, in un discorso in Tv[48] in cui bofonchia un po’ questa notizia, ma che è poco definire  incoerente, dice che la spaccatura dell’istituzione militare si riflette molto male sul paese e che i giovani che protestano contro di lui in piazza sono vittime incoscienti dei comunisti, dei nasseristi, dei Fratelli mussulmani e dei militanti separatisti della tribù di al-Houthi: ognuno dei quali persegue la sua agenda separata ma tutti perseguono la sua caduta. Che sia chiaro, ammonisce, ogni tentativo di prendere il potere con un colpo di stato militare porterebbe sicuramente alla guerra civile. 

E l’opposizione, a questo punto si può capire, dice di no: l’offerta del presidente che, comunque, prima di andarsene dice di volere organizzare – lui – a gennaio “libere” elezioni parlamentari (ma se se ne va a fine 2011?) è “contraddittoria e confusa. E, poi, ormai saranno le prossime ore a decidere tutto…[49].             

Saleh reagisce facendo approvare dai deputati che ancora gli restano fedeli – 163 sui 164 presenti e praticamente coscritti: ne mancano una sessantina che l’hanno abbandonato anche se tutti erano stati “eletti” ovviamente col suo “consenso” – uno  stato d’emergenza[50] che sospende la (cosiddetta) Costituzione, autorizza la censura (come se prima…), proibisce le proteste in pubblico (ah! ah!) e consente alle forze di sicurezza di arrestare e detenere senza processo chi considera sospetto (come se finora…). Trattasi in maniera eclatante di grida salehiane…

E, poi, nella solita altalena, il presidente torna a giurare di voler risparmiare turbolenze al paese e che, perciò, passerà il potere pacificamente. Per cui, in un incontro con sceicchi, rappresentanti di partiti e gruppi sociali, membri di consigli locali e rappresentanti di diversi raggruppamenti tribali e accetta i cinque punti dell’opposizione[51]: tra cui la formazione d’un governo di unità nazionale, una commissione nazionale che scriva una nuova Costituzione, l’elezione di un parlamento su base proporzionale e l’elezione di un nuovo presidente entro quest’anno.

●E’ questo il momento verso fine mese, quando sembra che la ribellione stia lì lì per costringerlo a andarsene, che il ministro della Difesa americano Robert Gates sceglie per tornare a dire[52] quanto  a Washington ne siano preoccupati vista, dice, la presenza e l’aggressività nel paese di al-Qaeda nella penisola arabica. 

E così, tutto sembra bloccarsi di nuovo, al fondo perché Saleh torna a sperare in un appoggio esterno americano, improbabile però quanto ad efficacia all’interno e, soprattutto, perché le due parti non si fidano l’una degli impegni presi dall’altra – Saleh ad andarsene subito con garanzie forti dei servizi di sicurezza che per altri sei mesi resterebbero in mano ai suoi familiari: qui e un po’ in tanti in questi paesi sembra ormai fidarsi solo dei propri parenti – e si accusano a vicenda di mala fede[53].

L’accordo prevedeva che il primo ministro Ali Mujawar coprisse il ruolo di presidente nel periodo di transizione e Saleh lo ha fato saltare, anche minacciando a vuoto (erano armati anche loro) il suo ex ministro delle Forze armate schierato ormai coi ribelli insultandolo per avergli “mentito”: un’accusa infamante in una società tribale come questa qui.

Intanto, però, sembra che effettivamente al-Qaeda sia riuscito a inserirsi nel conflitto. A modo suo, a fine marzo facendo 110 e più morti, in una fabbrica di munizioni a Jaar, all’estremo sud del paese, vicino ad Aden, quasi all’ingresso del mar Rosso durante scontri campali con l’esercito regolare, oppure – come accusa il governatore della provincia di Abyan, Saleh al-Zawari – facendola saltare in aria per fare un massacro[54]

●A chiusura della Nota di un mese fa avevamo accennato che anche e perfino si stava muovendo qualcosa anche, e perfino, in Arabia saudita: il sintomo era nel fatto che re Abdullah, uno dei monarchi sicuramente più ricchi del mondo, s’era improvvisamente messo a regalare alla gente, con aumenti salariali decretati non dalla contrattazione o dal mercato ma dalla reggia e misure mai viste prima di welfare per i cittadini meno benestanti, oltre 26 miliardi di € dalle rendite petrolifere: una lauta mancia per tener buona al gente.

Qui la gente non si muove come in Tunisia, in Egitto e, per fortuna sua, neanche in Libia. Ma si muove. Mai certo di fronte alle telecamere, però nel contesto di questo paese la cosa è già, in sé, di portata rivoluzionaria: scrive – e quel che dice va preso sapendo anche discriminare: ma lo scrive; e qui è la rivoluzione – su un blog (non in arabo, no! non ancora… in inglese però circola) firmato “Donna saudita” ma con nome e cognome da Eman al-Nafjan[55], una dottoressa madre di tre figli di Jeddah, che “la domanda di una monarchia costituzionale e la richiesta che chi è al potere di esso e della corruzione che esiste nella gestione della ricchezza pubblica sia chiamato a rendere conto è ormai qualcosa che accomuna conservatori e liberali, la maggioranza e le minoranze…”.

Sono stati messi su siti web dove uno può segnalare proteste, proposte e denunce…, sono circolate petizioni su Internet: “per uno Stato e istituzioni di diritto”, “per una riforma costituzionale, elezioni e la partecipazione delle donne alla vita pubblica[56], una “dichiarazione di riforma nazionale”…

E, in una prima assoluta, il principe Alwaleed bin Talal bin Abdulaziz al-Saud, considerato da Forbes l’ottavo uomo più ricco del mondo (e neanche uno della miriade di prìncipi sauditi al potere dovunque, ma il nipote del fondatore della dinastia, Saud – quello di Lawrence d’Arabia, per dare un’idea – a capo della Holding finanziaria del Reame e presidente della Fondazione che porta il suo nome), ha scritto un editoriale sul NYT[57] chiedendo ai sauditi (non al re, attenzione) di decidersi a “decidere un processo stabile, costante e sincero di riforme efficaci” per il loro paese. Uno, sembrerebbe, che mostra di aver capito – l’ha anche citata – la lezione del Gattopardo: che per non cambiare niente, o forse solo qualcosa, è necessario cambiare tutto: o almeno, appunto, qualcosa…

Cioè, qui la monarchia è davvero assoluta. Finora chi aveva invocato, cortesemente, qualche riforma era finito inesorabilmente in galera. Ora Ahmed al-Omran, un giovanissimo insegnante che con 1.500 altri firmatari, nel suo blog personale che chiama Saudi Jeans – e stavolta anche in arabo[58] – pubblica (col testo che circola per tutto il reame, tradotto anche in inglese) Dodici punti, molto sensati e prudenti, di Riforma costituzionale (diritto e leggi, elezioni, lotta alla corruzione, indipendenza del sistema giudiziario, diritti delle donne, diritti della società civile…). Insomma, niente di più che i diritti borghesi del 1789. Per conquistarsi i quali viene convocata una Giornata della rabbia, in piazza, per l’11 marzo…

Il re lo sa e si allarma, anche di molto[59]. Per ora la corte di Riyadh reagisce spendendo e spandendo quattrini suoi e dello Stato— qui non c’è poi gran differenza. Dicevamo, subito sui 26 miliardi di € in aumenti di stipendi e welfare e, in un quadriennio, impegni per altri 1.555 miliardi di riyal (300 sempre in euro) da investire in scuola, infrastrutture, sanità. E fa predicare dal Grand Mufti Abdul Aziz al-Sheikh ai fedeli, nella preghiera di venerdì 11 marzo, che l’islam proibisce severamente la protesta in Arabia saudita perché il re non è criticabile, in quanto egli “governa per volontà di Dio[60]. Insomma, tal quale l’argomento dei Borbon-Capetingi che, però, a lui – al re – alla fine costò la testa.

Ma stavolta, forse, le mance anche generose e le preghiere dei legittimisti di turno non bastano[61]… Come, forse, non basterà a lungo neanche invadere con la polizia beduina a cavallo tutte le piazze di Riyadh smorzando sul nascere la manifestazione filo democrazia convocata via Internet mentre, nella città di Qatif, ad alta percentuale di popolazione sciita, le forze antisommossa bastonano e gasano ad libitum centinaia di dimostranti.

Così come, specifica il Comitato elettorale del regno, alle prossime e già calendarizzate elezioni municipali di aprile, non sarà ancora una volta questione di consentire la partecipazione elettorale delle donne perché ad esse è interdetta la partecipazione alla vita politica— come dicono molti ulema, i dotti di scienza religiosa che qui, rivoluzione o non rivoluzione, dettano ancora legge[62].

●In Bahrain, intanto, l’opposizione con le voci diverse dei vari gruppi e movimenti che la compongono si dichiara pronta a intavolare colloqui col potere senza condizioni preliminari: ma al principe ereditario che, per conto del re, si dice disposto a incontrarla chiarisce che lo scopo dei colloqui è un nuovo governo e una Costituzione.

Tutti – ricordando come la VI Flotta abbia qui il suo quartier generale – tendono a evidenziare l’impressione che, al contrario di quello che ha fatto in Tunisia ed Egitto – prendendo tutto sommato rapidamente le distanze dai rispettivi rais – e in Libia – a causa della repressione, condannando rapidamente Gheddafi – qui – dove la repressione è stata ugualmente durissima – anche se qualche po’ contraddittoriamente, Washington sta sostenendo la famiglia reale del Bahrain con dichiarazioni che puntellano la proposta del re, anche se ancora del tutto indefinita, di un dialogo con l’opposizione. Viene anche il vice presidente americano, qui, subito dopo che il re ha fatto sparare in piazza sulla gente, a rassicurare la famiglia reale…

E, rivolgendosi a inizio marzo, nel corso della preghiera del venerdì, alla sua gente, lo sceicco Isa Qassim, il più importante dei religiosi della comunità shiita, ha avvisato che bisogna prendere con le molle il sostegno americano alle riforme perché “se l’America e l’occidente sostengono le aspirazioni democratiche dei popoli arabi— lo fanno solo fino a un certo punto: quello che non confligge potenzialmente coi loro interessi”. Sono potenze “estranee”, dice: hanno anche fatto la guerra “per la democrazia” in giro per il mondo ma “quando la democrazia viene negate da regimi loro amici, offrono puramente e semplicemente qualche sostegno verbale, chiacchiere fredde e nient’altro[63].

Intanto, tanto per andare sul sicuro viene reso noto che i Servizi di Impiego Oltremare del Regno e la Fondazione Fauji che fa capo alla Corte e si proclama dedita a missioni di beneficenza, mutando un poco di ragione sociale si sono messi a reclutare centinaia di ex militari, soprattutto britannici (questione di tradizioni), qualificati professionalmente nella “soppressione di rivolte e come personale di sicurezza”: 800 posti di lavoro da incorporare, poi, definitivamente nella guardia nazionale statale. Sul sito di Fondazione e Servizi dell’impiego, le offerte di lavoro sono apparse in lingua urdu, parlate da esigue minoranze nel mondo arabo ma da ampie fette della popolazione in Pakistan, Afganistan e nei territori islamici dell’India[64].

●Poi, re Hamad bin Isa al Khalifa, re del Bahrain, si rivolge direttamente a supplicare il suo sponsor maggiore, re Abdullah bin Abdul Aziz dell’Arabia saudita, e ottiene in “prestito”[65] qualche migliaio di soldati della sua Legione araba per garantirsi la repressione dei moti di rivolta. Ma, anche qui e sempre, quanto dura ormai questa sorda resistenza? E, certo, lo sceicco non ha proprio torto: che succede se, magari, la mania di democrazia contagia anche i vicini? tipo Kuwait (che, infatti – da satrapo a satrapo – manda anch’esso un contingente di truppe a re al-Khalifa) e/o, Allah ci scampi, Arabia saudita? sapete, il petrolio?...

Che per questo, mentre per la prima volta ha problemi reali di ordine seriamente politico anche in casa, si mette a fare il poliziotto della regione. Per dirla com’è, una specie di Breznev dei tempi moderni che impone la sovranità limitata a chi nella sua sfera, diverso da lui – gli sciiti – ritiene opportuno. Ma poi, siccome neanche l’intervento saudita sembra bastare, anzi porta 10.000 bahrainiti a manifestare infuriati proprio davanti alla reggia, re al-Khalifa dichiara lo stato d’emergenza: secondo non pochi, un po’ il principio della fine[66].

Naturalmente, le motivazioni/giustificazioni sulla carta dell’appello del re del Bahrain al confratello maggiore, la volontà di vedere l’ordine unico che i monarchi conoscono, quello voluto dal loro specifico Allah debitamente restaurato, fa emergere invece la paura viscerale che i sunniti dovunque hanno degli sciiti. In termini statuali diciamo pure della combinazione ormai forte – sauditi e arabi del Golfo cominciano tutti a temere invincibile – di Iran e Iraq… che la cecità della guerra americana contro il sunnita “laico” Saddam Hussein ha consolidato a favore di Khomeini e dei suoi...

In questa situazione, la Federazione generale dei sindacati del Bahrain ha proclamato uno sciopero generale ad oltranza per chiedere il ritiro delle truppe straniere dal paese e la dissoluzione delle milizie irregolari filogovernative che vanno in giro picchiando e ammazzando: “alla libica”, dice non casualmente Sayed Salman, segretario generale della Confederazione affiliata all’Internazionale sindacale ICTU[67].  

●In effetti, poi, anche in Kuwait[68], qualcosa comincia a muoversi. Sale la richiesta di cambiare governo e primo ministro: “vattene! meritiamo di meglio”, dicono gli striscioni rivolti allo sceicco Nasser Al Mohammed Al Sabah, nipote dell’emiro Sabah Al Ahmed Al Sabah che lo ha direttamente nominato e che, per ora, non viene rimesso in questione. Per ora, però…

●Per la Libia – a ogni buon conto…, non si sa mai – l’America aveva cominciato a preparare  i suoi piani di contingenza (si chiamano così) per l’invasione militare, già grosso modo da metà febbraio cominciando con l’avvicinare al Golfo della Sirte, nel Mediterraneo, le navi della VI Flotta, di stanza a Gaeta… Solo come curiosità, sarebbe interessante scoprire che succederebbe se – a ogni buon conto…, non si sa mai – diciamo la Cina, la Russia, preparassero i loro contingency plans per l’invasione di qualche altro paese comunque sovrano…

Curioso – e anche un tantino ridicolo, no? – che Hillary Clinton, segretaria di Stato americana abbia sentito la necessità di spiegare a Ginevra, al Consiglio dei diritti umani dell’ONU, che gli USA non pensano a fare la guerra “neanche per liberare la Libia”— come se, invece, fosse legittimo pensare alla guerra per liberare, ovviamente a modo proprio, chiunque…

Ma è sicuramente vero che i pianificatori militari lavorano sempre, professionalmente (gran brutta professione la loro) a una vasta gamma di opzioni possibili compresa l’imposizione di una no-fly-zone, che diventa in realtà una certezza appena se ne comincia a parlare – perché c’è chi ha bisogno di rifarsi una patina di verginità/credibilità elettorale, come il Sarkozy misirizzi che solo così, facendo una guerra facile facile, tipo Falkland, spera di riprendersi.

Di cancellare la pessima impressione lasciata dal suo governo di collusione affaristica col dittatore tunisino che poi è scappato e di riprendersi (ma probabilmente si illude: due giorni dopo aver dato il la ai bombardamenti gli elettori, al primo turno delle regionali, danno al suo UMP solo il 17% dei voti: il primo, e secco, no, grazie) da quella che ormai una sua più che probabile umiliazione alle politiche e alle stesse presidenziali.

Certo, finché e se eviterà lo scontro sul terreno… e malgrado tutte le controindicazioni che, a sentire gli esperti stessi, questa guerra lampo light comporterebbe: cioè, in italiano, troppe vittime tra i libici, civili anzitutto ma forse non solo civili.

La verità è che siamo di nuovo alla voglia di imporsi degli strateghi da scrivania, quelli che magari  fanno finta di non sapere e dei politicanti che magari proprio invece non sanno, che per interdire il volo agli aerei nello spazio aereo del loro stesso paese ci voglia proprio la guerra e come no-fly zone sia solo l’eufemismo pudibondo di un’azione, appunto, di guerra. Ci vuole una risoluzione apposita e esplicita del CdS dell’ONU, intanto, per autorizzarla, in qualche misura legittimamente.

E i russi – che, pure, a fine febbraio hanno approvato le sanzioni decretate dal CdS all’unanimità contro Gheddafi (e 27, in totale, suoi parenti e serventi) – sempre a Ginevra nella stessa occasione di Clinton col loro ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, hanno subito detto di no: è “superflua e potrebbe anche essere controproducente” ricordando che l’imposizione di una misura simile costituirebbe poi di per sé, in diritto internazionale, una guerra. E la Cina è d’accordo con loro.

Poi, sotto pressione anche se non si capisce bene di che, cambieranno opinione anche loro… Perché Russia e Cina alla fine mollano anche se Gheddafi non s’è lasciato andare ad atti particolarmente atroci e eclatanti nei confronti della popolazione. Questo sul piano dei cosiddetti princìpi.

Sul piano tecnico, militare, spiega bene un generale non da scrivania o da sofà come James Mattis, comandante del CENTCOM (il Comando centrale delle Forze armate responsabile anche della zona mediterranea) a inizio mese al Senato, l’imposizione di una no-fly zone sarebbe impegnativa e pericolosa e richiederebbe prima di essere messa in atto, comunque, una guerra vera e propria con la Libia: perché essa dispone di efficienti misure antiaree per opporvisi.

E il ministro della Difesa, Gates, che gli siede accanto conferma, prima che intervengano demagogicamente politici e politicanti a confondere le acque, che sarebbe prima necessario neutralizzare il sistema di difesa antiaereo di Gheddafi: “e francamente non ci sembra una grande opzione[69]… Prende atto Lavrov, che ne ha anche parlato di persona, e con conoscenza di causa, con gli americani: sicuramente, conferma, si tratterebbe non di un’interdizione di volo ai libici di Gheddafi ma di una vera e propria azione di guerra.

Preventiva, dunque in diritto internazionale sicuramente illegittima e che nessuna decisione del CdS potrebbe mai  rendere legale. Per questo, e per quel che ci riguarda, diciamo subito e chiaramente di no, sentenzia Lavrov che poi ci ripenserà, senza mai motivare il perché se non lasciar intuire che non resiste alle pressioni della cosiddetta variegata e variabile “comunità internazionale” fatta dall’egemonia addirittura neanche più dell’America ma addirittura della… Francia.

In realtà, e chiudiamo per il momento questa parentesi sui perché dell’astensione alla fine di cinesi e russi, hanno mollato forse perché Pechino e Mosca avevano ormai concluso che bloccare l’azione del CdS col loro veto, per quanto dal loro punto di vista e da quello probabilmente di buona parte del mondo stragiustificato – avrebbe esposto le Nazioni Unite stavolta – dopo l’Iraq e la guerra di Bush – all’irrilevanza totale di fronte a una decisione che a quel punto sarebbe stata imposta al mondo dai soli occidentali… E hanno commesso, così, un errore di portata storica.

In quel momento, però, sembra dire Lavrov, se ve la volete fare, la guerra, ve la fate da soli… Più efficaci, se le riusciamo davvero a applicare avverte – noi, gli USA e l’Unione europea – potrebbero – potrebbero… – invece essere le sanzioni che già sono state votate: tanto Gheddafi, aggiunge il ministro russo, ormai è un “cadavere politico[70]: truce, ma forse anche un po’ troppo precocemente.

●Meno verbalmente truculento è il “nostro” Frattini, intanto perché personalmente, per natura sua, meno faraon-fanfaron-bonapartesco e gradasso del tappetto che presiede la Repubblica di Francia – anche se, poi, pure il suo capo (quello di Frattini: almeno quando va in giro vestito…) di tanto in tanto ama infilarsi la mano destra sotto il doppiopetto blu scuro all’altezza del cuore: lui sentenziato ora, inevitabilmente un po’ imbarazzato e buon ultimo, il 1°marzo, che Gheddafi non è più “il nostro interlocutore”.

Poi, dopo un po’ più di un’altra settimana, esponenti del governo, Palazzo Chigi e/o Farnesina, fanno sapere ufficiosamente (un non–paper[71]: si chiama proprio così, documentonon documento) che secondo l’Italia – cioè chi sgoverna, di regola, e ogni tanto, come eccezione magari, prova anche a governare l’Italia – Unione europea e NATO dovrebbero “insieme pattugliare il Mediterraneo in prossimità delle coste libiche (quanto prossime? che significa “pattugliare”? con le cannoniere o coi traghetti?) per “prevenire” il “contrabbando” di armi (contrabbando adesso: quando gliele vendevano loro era solo un affare) e “monitorare” l’immigrazione che cerca di entrare illegalmente nell’Unione europea. Che poi, a veder bene, è l’unico punto che sembra davvero stare a cuore all’Italia…

Iniziativa che si traduce nella richiesta[72] di “una riunione urgente del Consiglio Giustizia e affari Interni UE per affrontare l’emergenza immigrazione alla luce degli eventi in Tunisia e Mediterraneo. L’Italia – si legge in una nota – chiede il dispiego di una missione Frontex (cacchio!! una missione Frontex…) per pattugliamento e intercettazione al largo della Tunisia per il controllo dei flussi: chiediamo una risposta immediata UE alla nuova situazione alla quale l'Italia non può far fronte da sola”.

L’operazione coordinata di sorveglianza e pattugliamento che, suggeriva il non–paper, dovrebbe “rientrare all’interno dell’embargo decretato nei confronti della Libia dal CdS dell’ONU”. Tre problemi:

• peccato che l’Italia non abbia trovato il modo di farlo proporre o di proporlo al CdS al momento giusto[73]: ora è tardi;

• peccato, poi, che nessuno – dal mare come da terra – possa entrare fisicamente nel territorio, che come tale non esiste, dell’Unione europea: perché chi entra, legalmente o clandestinamente che sia, entra direttamente in Italia, in Spagna, a Malta, ecc.;

• e, infine, peccato che gli incapaci che hanno scritto, in ritardo, il non–paper non si siano accorti che NATO e UE non sono comunque in grado di cooperare in operazioni del genere: perché dal trattato UE proprio non è previsto, nella UE ci sono Stati neutrali che non lo consentirebbero e, comunque, Cipro, paese membro di entrambe le alleanze, è in conflitto dichiarato anche se per fortuna al momento non guerreggiato con la Turchia: che è parte della NATO ma non della UE, da cui è tenuta fuori, ufficialmente, proprio dal veto di Cipro…

In definitiva cioè – se siamo seri – dall’Europa l’Italia ottiene solo chiacchiere, quando ciò conta cioè subito, anche perché, certo, ai tavoli si presenta insieme estremista con Maroni e, sempre con Maroni, incapace di argomentare in modo convincente per gli altri le ragioni che pure ha; oppure, con Frattini, uno che sta sempre in bilico fra il salmodiante e l’inutilmente e untuosamente accademico.

●Sembra presto cadere, ma poi torna perché c’è chi vuole disperatamente far vedere quanto è tosto alle proprie opinioni pubbliche bellicose, l’idea della no-fly zone – sembra quasi ritirarle, e poi limitarsi solo a sostenere la posizione di punta assunta dai francesi, il primo ministro inglese che, per primo, sprovvedutamente l’aveva lanciata… ma prova a rilanciarla l’autorevole senatore americano John Kerry: sarebbe – dice ipocritamente – un bombardamento aereo soltanto, non un intervento bellico!

Poi si accorge, forse, lui stesso nei fatti – non è un certo un novellino in materia – della frescaccia che dice e aggiunge anche lui che, comunque, ci vuole un CdS d’accordo… Ma, in ogni caso, l’amministrazione Obama lavora comunque (tutte le opzioni sono sul tavolo, come recita la frase di prammatica moltiplicata e anche un po’ rivoltante) all’ipotesi dell’intervento militare, cominciando a rispolverare l’odiosa e consunta idea della “coalizione dei volenti” di bushottiana memoria.

Convinta com’è, su questo non a torto, la Casa Bianca che solo l’America sarebbe in grado di dar corpo concreto, se così decidesse, all’ipotesi… Non sono solo i russi, ancora scottati dai precedenti di Iraq (dodici anni di no-fly zone) e Bosnia, che sembrano dire di no— ma la loro, ovviamente, alla fine, sia per il veto che hanno ma, soprattutto, per l’uso della forza militare di cui potenzialmente dispongono, sarebbe l’unica opposizione – se tale restasse – che potrebbe contare davvero. Pesa anche molto, però, la contrarietà nella UE anche della Germania e nella NATO del fedelissimo, assolutamente succubo finora, alleato di Washington, il Canada (che poi, però, impaurito per aver osato recalcitrare rientra subito nei ranghi, disciplinatamente).

Con sincerità pari solo all’improntitudine, una fonte del governo USA racconta al NYT che “ora che la maggior parte dei cittadini statunitensi hanno lasciato la Libia, agli USA resta più facile parlare pubblicamente di un’opzione militare[74]: frase un po’ stupida e quasi suicida, a veder bene, ai limiti del licenziamento in tronco perché svela come non arrivino proprio a intuire, in America, non capiscano che annunciarlo al mondo così significa garantirsi un’altra Teheran 1979, domani.

Infatti, quasi di un invito si tratta, da puri incoscienti, a fare in modo che la prossima volta, come dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981 all’ambasciata di Teheran, a dar diventare i cittadini americani presenti in un paese “nemico” o potenzialmente tale bersaglio di un qualche “piano di contingenza”: trattenuti in ostaggio quando fossero ancora in tanti o non fossero ancora partiti … In tempo utile, cioè subito.

Nelle intenzioni e, forse, nelle speranze la notizia, la chiacchiera, di un intervento militare dovrebbe agire, però, da deterrente contro Gheddafi e il suo ostinato resistere: magari, questi si illudono, convincendolo a andarsene. A inizio marzo è già probabile, comunque possibile, che ci siano stati migliaia di morti… Tobruk e Bengasi sono in mano agli insorti ma Tripoli resta in mano ai lealisti del rais[75] e lui che non ha mai voluto fare del paese uno Stato moderno, dotato delle istituzioni statuali consuete appunto agli Stati, ma tenerne solide le vetuste radici tradizionali, sembra essere riuscito a mantenere la lealtà delle grandi tribù della Tripolitania (Gheddafia, la sua, Maghraha e Warfalla; mentre ostile gli è sempre stata la tribù beduina dei Senussi, in Cirenaica: la tribù del re Idris I che proprio lui depose nel 1969)[76].

Ci sono poi voci, e anche pare testimonianze, di “mercenari” di paesi sub-sahariani (forse i resti della sua antica Legione islamica creata e dopo anni sciolta quando, quasi vent’anni fa, s’era concepito, brevemente, quasi come un nuovo saladino) che naturalmente alimentano nel paese il razzismo anti-nero. Uno strano esercito quanto mai indefinito, questo dei cosiddetti sub-sahariani. Di cui tanti chiacchierano ma che pochi, pochissimi, hanno davvero visto… e tanto meno documentato.

●Ma su questa questione dell’intervento militare straniero per buttar giù Gheddafi è bene ricordare, per cominciare, come non più tardi del 27 gennaio scorso – cioè, alla vigilia della sua fuga – il vice presidente in carica degli Stati Uniti – l’ ultraprogressista Jo Biden – affermasse seccamente in televisione che ‘Mubarak non è affatto un dittatore[77] ”: perché all’America conveniva dire così.

Scrive, lucido e anche giustamente duro, un opinionista americano tra i più attenti  che “per tre decenni noi, l’America, abbiamo appoggiato dittature spietate come quella di Mubarak  in Egitto. E aggiunge[78]: Ci sono una miriade di ragioni per cui sono contrario a un intervento occidentale in Libia: l’esperienza amara dell’Iraq; l’importanza che questi movimenti di liberazione arabi siano fatti in casa; le difficoltà che ci sarebbero ad entrare nel paese e poi a uscirne; le accuse di essere lì a caccia di petrolio che avvelenerebbero tutto quanto il discorso; il fatto che due guerre occidentali in terra islamica sono più che abbastanza.

    Ma la ragione fondamentale è la bancarotta morale dell’occidente nei confronti del mondo arabo. E gli arabi non hanno bisogno di soldati americani o europei nel lottare per quella libertà che America e Europa si sono contentate di negare loro. Gheddafi può essere, insomma, scalzato senza l’intervento militare dell’occidente. Lui non può vincere. Un ufficiale o l’altro, prima o poi, ormai  glielo renderà chiaro”.

O, come spiega una replica acuta a un’argomentazione favorevole all’intervento (questa essendo, in estrema sintesi – rispettosa però del suo argomentare – che bisogna smetterla di riconoscere le sovranità all’interno delle proprie frontiere per poter imporre così il rispetto dei diritti umani anche con l’intervento armato— un ragionamento che avrebbe una sua rispettabilità di coerenza morale se non si rivolgesse, ovviamente, solo agli e contro gli “altri”[79] e non valesse mai, ohibò!, si capisce per sé… E, poi, c’è davvero il fattore al-Qaeda di cui tenere conto.

Fino ad oggi – argomenta – la sollevazione degli arabi è andata contro la ‘narrativa’ cara ad al-Qaeda. L’occidente, e in particolare gli Stati Uniti, non sono stati la forza che ha spinto gli arabi alla rivolta. Ma non lo sono stati neanche gli estremisti islamici. Le rivolte sono state fatte da arabi e fatte per gli arabi. Un intervento anglo-americano, specie se fosse senza l’approvazione dell’ONU, confonderebbe considerevolmente quel messaggio[80]. Cioè, e in realtà, ridarebbe un enorme spazio ad al-Qaeda…

Quanto alle voci, e poi alle notizie[81], di una possibile inchiesta del tribunale internazionale sui crimini di guerra (sollecitata in CdS stavolta anche dagli Stati Uniti… che anche sul Sudan si erano astenuti perché in ogni caso respingono, naturalmente, ogni anche solo eventuale competenza dello stesso tribunale per quel che riguarda se stessi!) contro il rais per la repressione che ha esercitato nei confronti della rivoluzione, sembrano francamente a dir poco azzardate: da quando mondo e mondo chi è al potere, e ha un potere universalmente riconosciuto nel mondo come formalmente legittimo, se reprime una rivoluzione ha il diritto di farlo e misurare il grado della repressione non compete in diritto internazionale a nessuno (quanti morti fanno, giuridicamente, un massacro? dieci, cento o un milione?...)

●Nella prima decade di marzo, torna comunque prepotente alla ribalta il rais. Si lascia precedere dal solito panem et circenses – qui solo panem, per ora – che connota molte reazioni di chi è al potere in molti dei paesi interessati alla turbolenza araba in atto. Qui il Comitato generale del popolo libico, specie di parlamento-assemblea popolare del Libretto verde del rais (quello di Tripoli, non di Gemonio) ha deciso di elargire 500 dinari (sui 300 €) al mese[82] di sostegno finanziario ad ogni famiglia libica. Che, se si dimostrasse notizia credibile, sarebbe davvero clamorosa.

Reiterata e accalorata la veemenza dei discorsi di Gheddafi che sente, dopo anni di idolatria, rimessa in questione adesso da una parte non irrilevante del popolo la sua stessa legittimità. Come gli capita da anni – non era così il giovane rivoluzionario di quarant’anni fa – è chiaramente un megalomane – non certo il solo a imperversare nel mondo, lo sappiamo e lo vediamo bene ogni giorno – ma forse troppo frettolosamente e facilmente per questo viene bollato come sconclusionato dalla stampa occidentale[83].

Certo, ha minacciato e garantito che morirà martire, che lui è un rivoluzionario e non un presidente qualunque, ma ha anche richiamato i grandi successi che all’inizio del suo quarantennale al potere e molto più di recente gli conquistarono il favore popolare— la chiusura delle basi americane e britanniche, la nazionalizzazione del petrolio, i 5 miliardi di € che ha fatto pagare all’Italia per i danni della colonizzazione e il miglioramento medio non piccolo grazie al petrolio del tenore di vita medio della popolazione.

Insomma, l’idea dell’intervento armato straniero e specie americano potrebbe anche essere quella sulla cui minaccia Gheddafi probabilmente a questo punto addirittura potrebbe davvero sperare… Perché avrebbe probabilmente e precisamente il contrario dell’effetto auspicato: Gheddafi, infatti – finora, ora vedremo, finora – è maestro nello sfruttare passioni e pregiudizi popolari e, diciamo la verità, passioni e pregiudizi non inventati e, perciò, ormai anche mondiali.

La possibilità che un intervento militare straniero contro Gheddafi finisca col salvare Gheddafi è reale— come dicono quelli di al-Qaeda, che pure lo odiano e lo avversano come lui avversa loro da sempre, l’intervento dei crociati contro la gente del profeta… Attenzione, tornano gli italiani tornano gli americani, i colonialisti e gli imperialisti e voi dovete scegliere…

D’altra parte gli Stati Uniti, che sembravano aver adottato la tattica franceschelliana del “facimmo ‘a faccia feroce” (la no-fly zone…: in Bosnia venne dichiarata nell’ottobre 1992 e il massacro di Srebrenica da parte dei miliziani di Milosevic ebbe luogo nel luglio del 1995: con tutti gli aerei NATO in parata a pattugliare i cieli…) comunque, dicono di non avere alcun piano di armare i ribelli, decisione che in ogni caso sarebbe prematura di molto (non saprebbero neanche come far loro arrivare le armi).

Specifica una fonte tanto autorevole quanto anonima americana, che cita altrettanto anonime fonti di intelligence[84], che gli oppositori non hanno oggi alcuna leadership su cui dall’esterno ci si possa affidare e non sono affatto raggiungibili facilmente neanche dall’assistenza umanitaria che si volesse loro far pervenire…

Gheddafi continua a parlare alla Libia, dai mezzi di telecomunicazione di cui dispone, quasi ogni giorno: continua a ribadire l’accusa, non sempre palesemente infondata, che sono stati i media internazionali a montare l’isteria antilibica parlando al mondo, ma senza prove e su chiacchiere e calunnie, di massacri che mai, in realtà, ci sarebbero stati.

I nemici veri sono l’America che vuole papparsi il petrolio e, per incongruo che possa apparire il connubio, dice Gheddafi, proprio al-Qaeda, che vuole far sua col fanatismo islamista e un falso amore per il Profeta “l’anima del paese”. E il rais – termine che nel suo caso andrebbe tradotto per sua dichiarazione più che come presidente come capo e guida della rivoluzione, la sua – anche se, o proprio perché sa bene quel che potrebbe davvero capitargli, continua a lanciare a tutti sfide su sfide: se “gli stranieri intervengono” direttamente, la Libia diventa per loro “un altro Vietnam”, anche se sappiamo che “ci sarebbero comunque migliaia e migliaia di vittime libiche”… E se le compagnie petrolifere e gassifere occidentali se ne vanno, “le rimpiazzeranno quelle indiane e cinesi”…

Dice anche, ed è una concessione verbale non proprio da poco in questo paese, che “se la gente la vuole, lui non si opporrà a una Costituzione per il paese[85] (è la soluzione che gli chiede di dare alla crisi il figlio Saif, il “riformatore” della famiglia: ma se la gente lo vuole a deciderlo sarebbe sempre lui, naturalmente...). E offre di far aprire un’inchiesta (da chi?) sulle violenze che ci sono state da entrambe le parti.

Naturalmente questo cambiamento di tono e queste concessioni (siccome siete stati ingannati, “avrete l’amnistia se deponete le armi rubate” e tornate all’ovile) potrebbero rivelarsi anche apparenti ma sono sicuramente anche pericolose per lui, come si è verificato già in Tunisia e in Egitto, prima del crollo di quei regimi. Come del resto insegna da sempre Niccolò Machiavelli, le rivoluzioni – come le controrivoluzioni – vanno strozzate nella culla: altrimenti, può verificarsi la svolta quando chi ha il potere si mette paura e si arrende: se non lo fa, e se non molla, alla fine il rivoluzionario – o il controrivoluzionario: dipende – è sconfitto.

Solo che problemi, contraddizioni e divergenze nell’opposizione restano probabilmente ancora più seri[86]. A fine febbraio a  Bengasi è stato costituito un Consiglio militare rivoluzionario che non include, però, né l’ex ministro degli Interni, gen. Abdekl Fatah Yunis né il brig. gen. Ahmed Qatrani che pure avevano avuto dal precedentemente costituito Consiglio rivoluzionario cittadino  il compito di organizzare le forze armate ribelli della città ma che i puri e duri hanno respinto. Non è chiaro come e quando, e neanche se, i due Consigli rivoluzionari troveranno il modo di lavorare insieme: il nodo del contendere è che il Consiglio cittadino non vuole vedere alla testa delle truppe rivoluzionarie quegli ufficiali che hanno esitato qualche po’ ad abbandonare il rais…   

Il giorno dopo si tenta di correre al riparo: viene costituito un Consiglio nazionale di 30 membri presieduto dall’ex ministro della Giustizia Mustafa Abdel-Jalil[87] che subito annuncia l’intenzione di trattare con Gheddafi: ma solo sulle sue dimissioni o sulla sua uscita dal paese: come capita, però, mettendo forse il carro davvero davanti ai buoi.

Il fulcro del problema cui i ribelli devono – e con urgenza per non sbrindellarsi del tutto tra loro – trovare una soluzione è rispondere alla necessità di inventarsi – ma non artificialmente, non certo importandola – una figura (non un comitato) in qualche modo anche solo embrionalmente ma credibilmente in grado di rimpiazzare subito nell’immaginario di questo paese Muammar Gheddafi: colui che di sé diceva, e dice ancora, tronfio ma nel bene e nel male plausibile per i suoi connazionali, amici e nemici, “io sono la Libia[88]… Mentre la rivolta corre ogni giorno di più il rischio di diventare una rivolta armata senza alcun coordinamento e senza leadership.

●E, poi, c’è il solito nodo di fondo, la contraddizione sesquipedale – grossa quasi, per dare un’idea, come quelle tra il pubblico e il privato di Berlusconi… – i due pesi, le due misure e l’incapacità stessa di vedere che, in questo modo, un intervento militare mai sarà davvero accettabile agli occhi del mondo che in stragrande maggioranza non è fatto da bianchi, ma da gente di colore, da ricchi e non da poveri, da gente priva di ogni potere e non da magnati e/o da magnaccia… E sono anche convinti che se un tiranno spara sul suo popolo la faccenda è esecranda.

Ma esecrabile è anche, e non solo per loro ma per fortuna ormai sempre di più anche da noi, in casa nostra, che un governo eletto democraticamente, che diversi governi eletti tutti democraticamente, decidano di bombardare all’ingrosso – per la natura stessa del mezzo impiegato, sicuramente più alla cieca del tiranno stesso che è lì sul territorio, da diecimila metri di altezza e a diecimila km. di distanza, un popolo come quello iracheno in pratica come viene viene, con motivazioni falsate o inventate[89] poi, perché non va bene loro il tiranno in questione…

Dice: i bombardamenti su Bengasi, su Tobruk, su Tripoli… Ma, a parte la faccenda non irrilevante dell’autenticità delle immagini come le riceviamo e dei reportages come ce li trasmettono[90] il punto è chi ha mai chiesto un intervento militare per fermare i bombardamenti a Gaza mentre infuriava l’operazione “Piombo fuso” o quelli sull’Afganistan che facevano strage, tra un talebano e l’altro, di bimbi, vecchi e vecchie contadini? Qualcuno ha proposto mai anche solo pro-forma tra quelli che contano, governi, ministri, ambasciatori, di intervenire a fermare Israele e/o l’America?

E, poi, c’è l’Iraq di Saddam, forse il regime più brutale del Medioriente, alleato degli Stati Uniti di Reagan, aiutato e alimentato per anni anche di armi chimiche finché faceva la guerra (una guerra d’aggressione) all’Iran. L’invasione “azzardosa” del Kuwait, altro alleato di Washington, ha cambiò allora il dato, facendo di Saddam un paria, del suo regime un mucchio di ceneri, di lui un impiccato; ma non ha certo cambiato tanto in meglio l’Iraq (e lo ammettono anche gli americani più onesti, prima delle elezioni lo diceva perfino Obama…). Però delle manifestazioni che in questi giorni, con gli stessi fini della Tunisia e dell’Egitto, ci sono state in Iraq, avete visto che qualcuno ne abbia, se non per sbaglio, parlato?

E allora che fare? Annota un osservatore[91], puntuto e duro ma che ha quasi sempre avuto ragione sulle grandi questioni internazionali e sul modo di non risolverle, che “se non nel caso di un genocidio vere e proprio come, ad esempio, quello che anni fa tutti vedevano e sapevano imperversare in Ruanda, gli interventi sotto l’egida dell’ONU non sono sempre la soluzione migliore. Tanto più che sicuramente l’operazione verrebbe nei fatti delegata alla NATO… Invece, e dopotutto, le rivoluzioni in Egitto e Tunisia hanno avuto successo senza interventi militari esterni.

 

“Nessun intervento straniero! Il popolo libico ce la fa da solo”

Fonte: The Guardian, 1.3.2011 (foto, Bengasi)

   Piuttosto c’è da salutare come fatto di rilievo assai positivo che la Lega araba, per la prima volta, sospenda, essa, uno ‘Stato membro’ per problemi che dopotutto riguardano questioni di ‘sovranità nazionale’, con posizioni analoghe dell’Unione africana e della Conferenza islamica che hanno, tutte insieme, avuto grossi effetti nell’erodere dall’interno il regime— l’esercito e il corpo diplomatico, anzitutto. Sono reazioni che avranno più peso di quelle dei governi europei e americani, sulle quali non senza ragioni pesano riserve gravi, dubbi, reticenze, sospetti visto quanto e come non pochi di loro avevano sviluppato in questi ultimi anni tra l’altro strettissime e privilegiate relazioni col dittatore libico”.

●E, in effetti, la Lega araba, riunitasi al Cairo il 2 marzo in assenza della Libia, temporaneamente sospesa, presenti tutti i ministri degli Esteri in carica – i nuovi di zecca per Tunisia e Egitto – respinge a priori l’idea stessa, da qualche parte, anche se solo in un primo momento, da qualcuno   pur ventilata, di interventi di truppe straniere in Libia[92], contro o a favore che sia di Gheddafi. Lo comunica il portavoce del segretario generale Amr Moussa – possibile candidato lui stesso, quello auspicato da tutti i moderati alla presidenza del nuovo Egitto – sottolineando che in ogni caso la Lega farà sempre il tifo per una Libia sicura ed unita.

Non sarà che è proprio questa – se si ha il coraggio di riflettere e di mettere da parte prosopopea, manie da grande potenza, sentori ed afrori di neo-colonialismo o neo-imperialismo – la strada più giusta? Non sarà che un intervento occidentale (non l’appoggio esplicito, dichiarato e pubblico alla rivoluzione contro Gheddafi, ma un intervento armato vero e proprio) rischia di allargare il conflitto e di minare alla base non solo la rivoluzione libica ma tutto il movimento democratico che sta invadendo il Mediterraneo arabo? E non sarà che trascinare l’occidente in un’altra di quelle guerre, stavolta in Africa, di cui il ministro americano alla Difesa Robert Gates ha appena detto che raccomandare le quali – come in Vietnam, Iraq e Afganistan – dovrebbe comportare un esame obbligatorio al cervello di chi la propone[93]?

Certo non sarà facile, né congruo, né forse neanche serio chiedere od auspicare che una o un’altra dittatura araba nostra amica – amica dell’occidente – intervenga in nome della democrazia contro una dittatura che al momento – possiamo sempre cambiare parere, no? – non consideriamo più amica…

Ma la cosa che, francamente, a chi come noi legge quotidiano dopo quotidiano americano ogni giorno, fa veramente impressione è la sufficienza con cui, qui, i falchi che adesso assicurano come la Libia non potrà mai essere per chi la invadesse una specie di Iraq o di Afganistan si scordano di quando essi stessi, i neo-cons per primi, giuravano che l’Iraq non avrebbe mai potuto diventare l’Iraq e che l’invasione dell’Afganistan sarebbe durata sì e no, al peggio, dieci mesi… e si trascina avanti da dieci anni…uando giuravano che l’iraq non avrbee mai dovuto diventare lò’Iraq

Gentaccia come Edward Luttwak, pure auscultato con deferenza dalle Annunziate[94] e perfino, senza mai controbatterne le visioni belliche da Santoro, o peggio quel Paul Wolfowitz – al quale poi venne inconsultamente affidato un posto chiave al Pentagono – che voleva invadere l’Iraq dall’inizio, anzi da prima, a prescindere da colpe e/o responsabilità di Saddam e, infatti,  auspicava – secondo diversi osservatori attenti preparava dal settembre 2000 anche prima dell’arrivo di George Bush l’11 settembre 2001 – lo chiamava, un anno prima esatto, “una nuova Pearl Harbor che svegliasse gli Stati Uniti[95] e li mandasse in guerra… E, adesso, scrive[96] – e la cosa più grave è che qualcuno ospiti le sue criminali cavolate – del perché e come l’America dovrebbe allo stesso modo intervenire in Libia. Riuscendo, alla fine, a convincere prima la Clinton e poi, anche, Obama…

Obama, dopotutto, è quello stesso sen. Barak H. Obama dell’Illinois che – ipocritamente allora o ipocriticamente oggi? – si opponeva in Senato il 20.12 2007 a chi voleva dire un sì, comunque non vincolante e che, soprattutto, l’establishment non considerava necessario, all’idea che il presidente Bush avesse il diritto di bombardare l’Iran senza l’approvazione del Senato (advise and consent: in quei giorni se ne parlava, alla Casa Bianca, al Congresso, nei media, come di cosa al massimo del dopodomani…).

Diceva Obama, allora, solenne come un maestro di scuola, che “in base alla Costituzione, il presidente non ha il diritto di autorizzare da solo un attacco militare in una situazione che non implica fermare un effettivo o imminente pericolo per la nazione[97]. Ora, a inizio aprile, Obama malgrado non volesse farlo neanche lui – il delirio di onnipotenza è, nei fatti, connaturato al mestiere – è stato costretto ad andare a riferire in Congresso.

Non per averne il consenso, neanche lui che scrisse a suo tempo una tesina di laurea per dimostrare come il sì del Senato fosse essenziale glielo ha chiesto e se lo è, invece, arrogato come i suoi predecessori: aveva argomentato, e dimostrato pure, che i padri fondatori, crearono alla fine del XVIII secolo questo paese e dandogli la Costituzione, non avendo proprio alcun interesse a governare il mondo, dicendo ad altri pesi cosa fare e come farlo, deliberatamente non diedero all’esecutivo ma ai rappresentanti del popolo al Congresso l’autorità di dichiarare e di fare la guerra.

Di qui, lo scetticismo di fondo degli americani – l’eccezione sono i più accecati guerrafondai tra di loro: quelli che hanno costruito le loro fortune, non solo finanziarie ma anche accademiche e politiche, nel razionalizzare le guerre e che hanno, purtroppo, tanto peso nelle decisioni operative di questo paese – che turba molti dei democratici in congresso.

Ma anche molti dei repubblicani più tradizionalmente ostili alle avventure oltremare – qui i cosiddetti internazionalisti, che il mondo invece proprio lo vogliono governare e in nome dell’eccezionalismo americano proprio dominare lo vogliono, li chiamano isolazionisti – trovano difficoltà a credere alla motivazione per un’altra guerra in un paese pieno stracolmo delle riserve del greggio più facile da estrarre e meno costoso e più redditizio, dunque…

A questa scuola di pensiero dell’eccezionalismo americano, che lanciò nella storia di quel paese per primo George Washington[98] e ha poi contagiato tanti altri presidenti, si è ormai iscritto a pieno titolo anche Barak Obama. Nel caso suo, come in tanti altri, “con la motivazione di un imperativo morale che dall’ideale americano è indivisibile[99]”: proteggere gli innocenti dai massacri e dagli abusi dei prepotenti, in sostanza. Solo, si capisce, caso per caso e a proprio insindacabile e sovrano giudizio… Come è stato ben detto, e anche secondo chi scrive – lo abbiamo già richiamato – più che di eccezionalismo o ingerenza umanitaria si tratta, però, con evidenza di un altro caso di “vigilantismo selettivo[100]

Oggi, e da tempo, anche gli americani – come i pannelli e le bonino nostrani – si sono schierati dietro ai maîtres á penser della cosiddetta nouvelle philosophie gallicana che da una ventina d’anni riverniciano il vecchio imperialismo, dietro l’input di un dandy decadente e cadente come quel Bernard-Henry Lévy che realmente non vale niente ma puntella di intellettualità fasulle le velleità belliciste del napoleonuccio Nicolas Sarkozy.

Lui, Lévy, l’aveva chiamato droit d’ingérance humanitaire dove l’ossimoro è voluto e efficace e che, anche se poi diversamente ribattezzato, hanno sempre continuato a scandirlo su quell’aggettivo, umanitario: che, in realtà, è così ipocritamente definito da sembrare ed essere in realtà solo a corrente alternata.

Quando poi, in tutta evidenza, qui in Libia, si tratta proprio di una guerra civile, su basi etniche e addirittura tribali dove qualsiasi intervento straniero – specie quello degli ex colonizzatori e degli “imperialisti” americani – non può in realtà che infiammare il conflitto. Come Iraq e Afganistan insegnano. 

E, nella sua un po’ grezza franchezza lo confessa proprio, e pure, la Clinton: gli Stati Uniti non si lasceranno coinvolgere ora in un conflitto interno, in una guerra civile, in una situazione unica come quella mediorientale, in Siria, come si sono lasciati coinvolgere – dalle forzature di Sarkozy e dalle sue personali pulsioni nei confronti di Obama – in Libia. Che, così senza neanche rendersene conto, forse, riconosce per quello che era e che è: una guerra civile… di cui, dunque, non bisognava impicciarsi[101] a meno che Gheddafi non avesse cominciato a mitragliare e bombardare la sua stessa gente. Verità che, però, è assai controversa e, in ogni caso, contrastata dall’azione uguale e contraria verso la gente che stava con Gheddafi dei suoi oppositori….

●Per quel che riguarda noi, il primo nodo che ormai tocca sciogliere, però, è quello dell’intervento in Libia che il governo è stato debitamente, legalmente ma secondo noi illegittimamente – e non è affatto la stessa cosa – autorizzato a fare e ormai di come farlo: con quali limiti di mezzi e d tempi. Ma anche sugli altri due grandi nodi – immigrazione e cooperazione Nord-Sud – ormai per noi in Europa sarebbe ora di rimettere radicalmente in questione, perché così non funzionano, i princìpi e i meccanismi vigenti.

La difesa della “fortezza Europa” è stata nei fatti delegata, specie attraverso l’Italia e il rapporto “personale” di Berlusconi con Gheddafi— in sostanza come tappo nel deserto, o frangiflutti sulle spiagge della Libia: e, per questo, lautamente pagata. Una difesa che, fra l’altro, ha scaricato tutto il problema su quei disgraziati e, tra tutti gli europei, per ragioni di prossimità, sull’Italia.

Così come va rimessa in questione l’ossessione liberista che ha voluto dettare e premiare proprio Tunisia ed Egitto, ad esempio – coi risultati che si sono visti – per il loro piegarsi supino di quei regimi a quella concezione di sviluppo e cooperazione, fondata in sostanza sul libero scambio, come principio, mezzo e fine del rapporto reciproco: cioè, sempre in sostanza sullo scambio inuguale.

●Ora l’Europa sta giocando un gioco anche “criminale” non poco con la rivolta libica. Dice e non dice, apre le braccia e volta la schiena… Con tutti gli onori, la Ashton e, non si capisce bene perché proprio lui, il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, ricevono una delegazione di esponenti dell’opposizione e poi chiariscono quello che non potevano non dire: cioè che neanche considera il riconoscimento del Consiglio nazionale libico di transizione, i ribelli, come possibile.

Salvo aggiungere, poi, il 10 marzo – la Ashton: come dire?, se non goffamente cosa che peraltro le riesce benissimo… – improbabilmente che spetta alla Lega araba dare all’Europa la “dritta” sul che fare con la Libia (“se voi ci chiedete di intervenire…allora vediamo”) che, letteralmente, lei “non aveva nessuna ragione di credere che i due membri del Consiglio nazionale di transizione incontrati in settimana fossero altro che cittadini libici dediti alla ricerca di una democrazia per il loro paese”. Insomma, gente che passava di lì quasi per caso[102]

Anche, sicuro, per questo tergiversare traballante Sarkozy si sente legittimato a fare da solo, a scavalcare tutti, a dichiarare per primo, ma seguito a ruota dagli inglesi, che lui è pronto a bombardare la Libia anche subito… e a farlo. E a riconoscere sempre da solo la leadership dei ribelli come quella legittima: quando il riconoscimento di una rappresentanza di governo a leader non eletti in nessun modo neanche vagamente legittimo e per di più autodenominatisi nell’infierire di una guerra civile era tipica dell’imperialismo del 19°, neanche del 20° secolo...

Ma Sarkozy è fatto così: grezzo e ignoramus, capace di trattare politica e storia con l’approssimazione con cui, a sentire lei, tratta la “sua” Carla Bruni …

●Lui, la sua idea chiara ce l’ha e trova il modo di imporla a tutti, muovendosi per primo senza dire e senza chiedere niente a nessuno. E’ quella di Bush di sempre, il regime change che, a forza di bombe, vuole continuare a cambiare il mondo a immagine sua e somiglianza. Per cui mentre Obama, che ci ha cominciato almeno a ripensare, parla di un intervento umanitario, in realtà di un cambio di regime si tratta, come si è trattato in Iraq, come in Afganistan.

Solo che questa è la Libia, dove però, tra fazioni, tribù e a livello popolare il consenso di Gheddafi non è inesistente né trascurabile (come non era immaginario in Afganistan quello dei talebani) per quanto bizzarro – nella nostra ignoranza ed incapacità di analisi, è stato ben osservato – ciò ci possa sembrare.

Certo, l’ imbarazzo è evidente: ma che se la sono dati a fare un’Alta rappresentante per la politica estera se neanche le si consente – ma forse è vero: proprio non è capace… – di provare a dare una linea, o almeno una base comune, alla discussione? E che se ne fanno di un megalomane a scartamento ridotto come questo francese che pretende di parlare un’altra volta a nome loro? 

La Commissione aveva già fatto precisare dal portavoce che l’Unione europea “riconosce gli Stati e non i governi”: una sciocchezza, poi, perché ovviamente a Bruxelles sono accreditati proprio i governi e, se l’Unione non riconosce i ribelli, è perché pur nutrendo i suoi dubbi sulla legittimità morale, diciamo così, del governo Gheddafi, non è riconoscibile proprio l’autorità giuridica del governo ribelle[103].

Si butta avanti, invece, la Francia di Sarkozy. Un colpo al cerchio: Parigi riconosce formalmente il Consiglio di transizione come unico rappresentante del popolo libico— una forzatura, però, rispetto al suo stesso nome, non certo casuale, di “transitorio” e in un momento in cui controlla, e con grande difficoltà, sì e no forse Bengasi; ma un mossa che serve a arrivare simbolicamente primi, sperando certo di averci azzeccato come quella di ricevere per primo, all’Eliseo, i rappresentanti del Consiglio provvisorio.

E un altro colpo, obiettivamente più pesante, alla botte: Parigi si dichiara, infatti, radicalmente contraria a un intervento militare condotto dalla NATO— “data la pessima reputazione che l’Alleanza ha in tutto il mondo arabo; e, poi, un ultimo colpo al cerchio— potremmo andarci anche noi, da soli se necessario. A proposito di tergiversare, degli altri, e di idee proprie, chiare e distinte…

Ma, secondo il ministro degli Esteri Alain Juppé[104] – sua la battuta sulla “pessima reputazione della NATO”— ma che, forse, gli interventi americani hanno una reputazione migliore?; sue anche le uniche parole sensate a tentar di frenare i pruriti sarkozisti rinfocolati dagli umanisti ingerentisti[105]. Così, però, almeno sembra chiaro che, se non ci sarà un’approvazione ufficiale del CdS – impossibile se resta il no della Russia; ma non è detto che resti… e infatti alla fine non resta – la Francia è contraria a interventi armati. Però poi il suo presidente proclama al mondo che, magari, bombarderà da sola.

L’Italia invece lascia capire che, malgrado i pruriti di quella specie di commissario Clouzot che sempre più sembra La Russa, non intende comunque mandare soldati— e ti credo, col passato coloniale che si porta in groppa: lo capisce anche Berlusconi cui in merito – e con diverse ragioni – per anni Gheddafi ha fatto una testa così… e lo intuisce, perfino, Frattini. Ma dà subito segnali di disponibilità a mettere a disposizione le sue basi militari (anche solo magari agli americani: che del resto già ne dispongono assolutamente a piacere: a Gaeta con la VI Flotta, anzitutto, che di fatto è zona sottratta alla sovranità).

Ma, alla fine, potrebbero – per carenza di volontà dell’America a farsi coinvolgere fino in fondo – anche affidarsi, invece, alla NATO, almeno nominalmente. Però i vecchi istinti, quasi riflessi condizionati, vetero gaullisti di Parigi sembrano ormai avere ragione. Perché questa NATO somiglia sempre più da vicino all’ircocervo mitologico, mezzo caprone e mezzo cervo, dove è difficile distinguere chi è testa e chi è corpo. Chi è che comanda davvero? o chi conta, ormai nella NATO? e la NATO, poi, ancora c’è?

●Irresponsabile, al solito, e non per caso, è un’uscita come quella piegata, anzi sdraiata alla volontà d’oltreoceano di Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della NATO, che – dietro a Obama e Cameron e anche, pur se più cautamente, a uno come Frattini – si presta a “fare ammoina” e se ne esce a dire che la NATO, “naturalmente” e per ogni evenienza, ha chiesto una “pianificazione”, una preparazione di un proprio “piano di contingenza” al suo staff militare— come se poi potesse mai essere in qualcosa diverso da quello degli americani.

Ma poi si affretta a specificare – l’ammoina, appunto – che la NATO non ha alcuna intenzione di intervenire in Libia[106]. Tanto più che per farlo come tale, come NATO, avrebbe bisogno dell’assenso di tutti i 28 paesi membri. Turchia compresa che non vuole e Francia inclusa che invece e vuole, e come!, ma non vuole che a comandare sia proprio la NATO…

Insomma, da parte nostra, dell’occidente, il dire e il non dire usuale… l’irretire e il “tradire”. Un po’ come nel ’56, quando gli americani, con la CIA e con quell’irresponsabile avventurista del loro segretario di Stato, John Foster Dulles, dissero e spinsero anche agli insorti ungheresi ad insorgere contro i sovietici e poi se ne stettero a guardare (fu Eisenhower a deciderlo: lui aveva chiaro, al contrario di quella manica di anticomunisti fanatici, di rischiare con l’intervento la terza guerra mondiale) quando Kadar e Krusciov mandarono i carri armati a schiacciare l’insurrezione…

●E in effetti, poi, perfino quell’interventista dello stesso Rasmussen sembra rapidamente darsi una ridimensionata. Per il momento, almeno, visto che l’idea non passa alla UE, non passa alla NATO, non passa al G-8, non passa all’ONU, non passa in nessuna parrocchia o parrocchietta del mondo, non parla neanche di no-fly zone ma di aerei da pattugliamento AWACS (sistemi di controllo e allertamento aviotrasportato della NATO: per lo più aerei americani radar Boeing 707 e 767 modificati che volano fuori da uno spazio aereo ma riescono a sorvegliarlo comunque con efficacia).

Così, dice ai ministri della Difesa della NATO[107], parlando come al solito a ruota libera, potremmo[108] monitorare in continuazione lo spazio aereo libico per raccogliere maggiori informazioni su quel che avviene sul terreno e consentire all’alleanza di valutare la situazione in progress e più accuratamente.

●Anche qui, come lì fece Dwight Eisenhower molto più e meglio di Dulles, c’è chi – ma ora si tratta proprio di chi sta a capo dei servizi segreti, il direttore di tutta la National Intelligence, James Clapper, che almeno teoricamente ha il compito di assiemare e coordinare quello che dicono tutti i 16 servizi segreti (800.000 spioni a libro paga ufficiale!: sì, avete letto bene, ottocentomila![109]) che lavorano per l’America – comincia a  fare i conti con realismo.

Il  9 marzo, deponendo di fronte alla Commissione senatoriale delle FF. AA., spiega che “in Libia le forze libiche leali a Gheddafi sono meglio equipaggiate e dotate di maggiori risorse logistiche e che ‘a lungo’ e neanche tanto lungo termine, poi, il regime finirà col prevalere’[110]. Non è che dica che è meglio non cercare di intervenire, insomma. Ma almeno invita a far ben i conti prima di rischiare una figura di… stabbio.

●Altra notazione un po’ strana, quella della Clinton che – non si sa se più ingenua o commediante – sembra meravigliarsi, quasi denunciare, che l’Iran comunichi direttamente o indirettamente con i gruppi di opposizione in Egitto, in Barhain, in Yemen, nel tentativo – strano, no? – di arrivare a influenzare gli eventi[111]. E aggiunge, Clinton – e qui c’è tutta l’ipocrisia, per chiosare col termine giusto le sue parole – che gli Stati Uniti attraverso i loro mezzi, diplomatici e “altri”, sono in contatto con le forze d’opposizione in Medioriente e Nordafrica.

Alla fine della riunione straordinaria del Consiglio dei capi di Stato e di governo dell’Unione[112] di venerdì 11 marzo, così le principali dichiarazioni sono quelle, tutte scontate ormai, di

• Nicolas Sarkozy, che vanta come una vittoria sua (più che della Francia: il nuovo ministro degli Esteri Juppé era contrario a vederla agire da sola) e dei suoi compari inglesi il fatto che il comunicato finale dica come la UE sia pronta ad esaminare ogni opzione per proteggere la popolazione civile (“e voi capite che ‘ogni opzione’ in questo caso non è solo quella diplomatica”): insomma non decidiamo di andare a bombardare, ma non lo escludiamo…

   Ma la sostanza è che Sarkozy non può proclamare, alta e forte, a titolo collettivo la dichiarazione di guerra che voleva tanto da aver tentato di forzare a tutti, compreso al suo governo, la mano anticipandola: perché gli altri – tutti meno la Gran Bretagna che gli scodinzolava dietro in assenza del capofila americano che alla UE si fa sempre sentire ma formalmente non c’è: più determinata degli altri contro l’intervento militare la Germania, seguita anche dall’Italia: ma, a dire la verità, ne bastava uno solo di voto contrario a bloccare tutto – ne hanno soffocato le velleità guerresche e non glielo hanno permesso;

• Herman Van Rompuy, presidente dell’Unione, che annuncia come “la situazione resti sotto costante osservazione e come l’Europa manterrà la pressione su Gheddafi”; non riconosce formalmente gli insorti, sicuro – perché ancora non si capisce niente e soprattutto se poi vinceranno – ma “considera il Consiglio nazionale degli insorti come un interlocutore politico” e non altro, sottolineando però l’articolo indeterminato; e vorrebbe tenere al più presto, auspica, “una riunione congiunta con l’Organizzazione per l’unità africana e la Lega araba”;

• José Manuel Barroso, presidente della Commissione, conclude che “il problema per noi ha un nome, quello di Gheddafi”… e una volta tanto ha pure ragione, anche se banalmente… solo che, però, pare proprio che il rais stia vincendo o, almeno che non stia proprio perdendo… Il comunicato non parla di no-fly zone e “invita” il colonnello ad andarsene.

• e come spiega Berlusconi – che di tribunali se ne intende, anche lui all’uscita dal vertice – quando “qualcuno giorni fa ha chiesto l’intervento del tribunale internazionale contro Gheddafi, ha garantito che lui non mollerà e non se ne andrà”: e probabilmente ci azzecca.

Insomma, alla fine della solita fiera bruxellese, emerge molto meno dal vertice che avrebbe dovuto fermare Gheddafi di quanto fosse stato prima tuonato e fulminato. Ma forse, sì, un po’ più di quanto qualcuno avesse considerato possibile. Almeno sul piatto c’è adesso un poco di carne e anche un po’ di pesce. Solo che è proprio difficile, ancora, distinguere cosa da cosa.

Forse per fortuna di tutti, specie degli europei, la Lega araba si pronuncia a favore della no-fly zone solo dopo la riunione degli europei: certo, non all’unanimità e con alcuni voti contrari di particolare peso (Algeria, Siria…), la Lega araba non chiede comunque l’intervento militare straniero, cui aveva già detto no con forza e all’unanimità – ricordiamo – ma, e con queste riserve, la no-fly zone, in una definizione rigorosamente definita dagli obiettivi enunciati della sola difesa della popolazione civile.  

Però, chiede di farlo all’ONU. Non ci pensa neanche di farlo da sé, magari chiedendo all’ONU l’autorizzazione – e i mezzi tra Arabia saudita, EAU, Qatar, ecc., decine di caccia intercettori pure li avrebbe – non chiede neanche al mondo di aiutarla, la Lega, a interdire i voli di Gheddafi— magari fornendole mezzi militari supplementari che quanto a soldi, tra re e sceicchi, non mancano in ogni caso.

No, la Lega vorrebbe proprio delegarla, appaltarla, l’incombenza e sembra di capire all’Europa: ci pensi essa per noi. Ma non è, poi, neanche d’accordo al suo interno sul chiederla[113]… Così che francamente, visto poi anche come ormai vanno le cose, a parte ogni questione di principio, di morale, di realpolitick, e le proprie stesse divisioni evidenti, per UE, ONU, NATO, OUA e quant’altri è lo stesso: proprio non sembra cosa.

●La Libia, avvisa a metà mese il vice ministro degli Esteri di Gheddafi, Khalid Kaid, onorerà fino in fondo tutti i contratti petroliferi esistenti ma la crisi in atto può influenzare (“non so più che dire ai miei amici europei, specie a uno come Berlusconi, che adesso mi stanno mollando”, aveva confessato due giorni prima, assai risentito, il rais…) ogni cooperazione futura. Insomma, meglio che stiate attenti[114]

Noi siamo in contatto ai livelli appropriati, assicura, ad esempio col presidente dell’ENI e con diverse compagnie americane. E speriamo si siano ormai convinti di poter riprendere il loro normale operato (estrazione e distribuzione), visto che la sicurezza ormai è garantita. Tengano tutti presente, comunque, che concessioni e cooperazione vanno rinnovate e che la faccenda non è per niente automatica. Come ha ricordato, giorni fa, la “guida della rivoluzione”, dopotutto possiamo sempre passarle a tempo debito ad altri, no? 

Ma l’ENI, che al momento è la compagnia straniera maggiormente presente in Libia, dice l’Amministratore delegato Paolo Scaroni a margine di un’audizione alla Commissione Bilancio della Camera a Roma, ha già interrotto le operazioni nei pozzi petroliferi libici[115].

Noi, ha spiegato, “abbiamo terminato la produzione anche a causa di un problema di spedizioni”, ha detto Scaroni, aggiungendo che l’ENI continua però a produrre “gas per uso domestico, alimentando tre centrali elettriche nella zona di Tripoli”. Si tratta, ha concluso, di “un’attività che consideriamo positiva per i libici e che vorremmo evitare di interrompere”.

Difficile che la vedano proprio allo stesso modo, adesso, Gheddafi e i suoi…

●Sempre rispetto alla Libia, in un test della propria crescente – anche se ovviamente sempre relativa – irrilevanza, sembra che l’Arabia saudita abbia intanto risposto picche[116], o non abbia proprio risposto, anche e perfino alla domanda degli USA – non una richiesta, badate – se fosse disposta a inviare d’urgenza armi difensive ma pesanti (mortai e razzi anticarro e batterie antiaeree) agli insorti libici di Bengasi per abbattere alla bisogna i caccia del colonnello.

Che ancora, a inizio marzo, sono stati utilizzati con grande parsimonia, riconoscono al Pentagono (anche se dice il contrario, magari, la poi la stessa propaganda del Pentagono). In ogni caso, questa alla fine potrebbe essere una soluzione forse accettabile— magari anche per forza: agli insorti libici non va affatto a genio re Abdullah dell’Arabia saudita. Né vanno loro a genio gli americani. Ma va ancor ameno a genio naturalmente perdere con Gheddafi. Per cui servirebbero loro molto le armi che, magari pagate dagli americani, i sauditi potrebbero loro fornire. Ma armare una rivolta, poi in nome di un’idea aberrante come la democrazia, contro un regime al potere è a lui che, in ogni caso, aggrada assai poco.

●E, sempre per dirla com’è, sempre a proposito di due pesi e due misure…: l’indignazione contro Gheddafi va bene, ma perché solo lui? Titola il NYT[117] che qui, a Bahrain, Le Forze armate mettono in rotta dalla piazza [della Perla] chi sta protestando. Spiegando bene nel sottotitolo che “hanno usato carri armati, elicotteri e camionette con mitragliatrici per cacciare i dimostranti”.

Alla lista, cui aggiunge solo i lacrimogeni, un altro reporter del giornale si preoccupa di specificare che si tratta sempre di armi “americane”, fornite al satrapo bahrainita dai campioni quando sì e quando no dei diritti umani a corrente alternata. Insomma, anche qui, come in ogni guerra civile, come in Libia, ci si spara addosso almeno in due… solo che qui adesso “noi sosteniamo il tiranno[118], annota, lì no. E’ da condannare, pontifica quella gallina della Clinton, chi spara al proprio popolo: se è libico. Ma se spara al popolo del Bahrain il re del Bahrain… bè, si capisce, ci può dispiacere un po’, sì, e perfino dirglielo anche ma, poi, tutto sommato va bene.

In Bahrain stesso, però, non tutto va liscio come con questi sepolcri imbiancati: si dimettono dal Consiglio giudiziario supremo lo sceicco[119] Ahmed Asfour denunciando la violenza dell’invasore saudita nella repressione e dal Consiglio dei ministri quello della Sanità, il dr. Nizar Bahama che invece si è saputo aveva consentito agli alleati sauditi di negare l’accesso alle cure mediche anche ai feriti gravi[120].

●E’ così che, in tarda serata del 17 marzo, passa al Consiglio di sicurezza, senza veti alla fine ma per il rotto della cuffia (10 voti a zero, con cinque astensioni, Cina, Russia, India, Brasile e Germania[121] e i voti di Nigeria e Sudafrica, cruciali a quel punto per il quorum necessario dei 9 voti a favore, che si rendono disponibili all’ultimo secondo senza neanche un preannuncio e dopo “contatti personali pressanti” di Obama coi rispettivi capi di Stato.

Mezzo mondo, cioè, contro mezzo, però. Ed è una risoluzione che autorizza la no-fly zone sulla Libia e l’uso di “ogni misura necessaria” per proteggere i civili libici (con le bombe da 10 km. d’altezza…!), specie a Bengasi dice il testo martoriato, accozzato con lusinghe, promesse, cambiali e minacce varie per poter strappare gli indispensabili 9 sì (ne è stato ottenuto uno solo di più) e il non veto.

Ma certo, adesso, strappata l’autorizzazione che tanto hanno voluto, Francia, Inghilterra e, anche, Stati Uniti (alla fine nel braccio di ferro tra Clinton e Obama e tra generali da scrivania e militari veri, come al solito hanno vinto i primi: lui s’è convinto: OK alla no fly-zone, se no che figura ci facciamo, premeva la signora sempre alla testa dei falchi? ma solo per pochi giorni, non settimane sia chiaro!; OK, ma solo se restiamo per aria, ha insistito lui: di interventi di truppe a terra, no, non se ne parla, neanche di un soldato americano sia chiaro) bisognerà vedere come e quando poi la utilizzeranno.

Il fatto è che le chiacchiere obamiane sono solo quello, in definitiva: chiacchiere, quando giurano di intervenire per proteggere la popolazione civile ma insistono, insieme, che  lo faranno solo dall’aria: un perfetto nonsenso perché, ancora una volta, sul terreno – e non in aria – ci sono Gheddafi e i ribelli e va ricordato che la no-fly zone contro Milosevic per avere la meglio su di lui, alla fine dovette trasformarsi nel bombardamento assai poco mirato di Belgrado (distrussero addirittura l’ambasciata di Cina, i top gun dell’aviazione americana…).

Senza neanche riuscire, e potere, impedire poi neanche Srebrenica[122] e tutti i grandi e piccoli massacri incrociati che sotto il volo degli AWACS e degli F-16 americani andavano avanti dove la gente si scontrava e si ammazzava, per terra.

●C’è da notare, con freddezza e capacità di discernimento, che Cina e Russia pur astenendosi, cioè lasciando via libera di fatto alla risoluzione, mettono bene a verbale del Consiglio le loro dure obiezioni di merito[123]. Ma non bloccano la risoluzione perché – questa è la verità – non hanno il coraggio delle loro convinzioni e, quindi, si piegano alla richiesta americo-franco-britannica, neanche esigendo quello che sarebbe un ipocrita ma “salvafaccia”, chiamiamolo così, pari trattamento per tutti quelli che, come il regime libico, altrove – nel Medioriente e non solo – violassero, come violano, il rispetto dei diritti umani di tutti: sunniti, sciiti, copti cristiani o atei che essi siano…

Come fanno, del resto, quegli eroi dell’opposizione italiana in parlamento che, visto come il nuovo Egitto e la nuova Tunisia, guarda un po’, rifiutano di prestarsi all’operazione, con scelta pusilla anzichenò, appoggiano la decisione, altrettanto vigliacchetta del governo di non partecipare direttamente alla no-fly zone ma di mettere a disposizione di chi la attuerà[124] le basi italiane – si fa per dire: le basi che, su terra italiana, sono assegnate e gestite da altri, americani e NATO – le più vicine alla Libia nel Mediterraneo (in ordine di prossimità a quel territorio, Pantelleria a 120 km. dall’Africa, cui è ancor più vicina che all’Italia, Sigonella e Trapani in Sicilia, Amendola e Gioia del Colle in Puglia, Decimomannu in Sardegna e Aviano in Friuli) – senza contare Gaeta, il quartier generale della VI Flotta statunitense e delle sue portaerei.

L’unica preoccupazione che, personalmente, D’Alema – il premier italico che ebbe l’onore di autorizzare l’uso dello spazio aereo italiano per il bombardamento del Kossovo[125] – s’è preoccupato di manifestare in Commissione alla Camera il 18 marzo è stata, comprensibilmente ma solo, quella che forse il governo libico potrebbe anche incazzarsi e, al contrario di Milosevic, potrebbe anche avere i mezzi per cercare di vendicarsi contro l’Italia che anche su questo punto ha la “sfortuna”, diciamo così, di trovarsi come sul fronte immigrazione, naturaliter più esposta di altri… e prima di decidere qualsiasi cosa se ne dovrebbe, però, ricordare ci sembra.

Alla fine ci sono una serie di domande falso-ingenue ma alle quali davvero non c’è alcuna risposta obiettiva su questa storia tragicomica della no-fly zone e/o dell’intervento militare:

   •1a. Ma se Francia, Inghilterra e America vogliono cosi fieramente e decisamente intervenire in Libia e non in Arabia saudita o in Yemen, qual è davvero il perché?;

   •2a. O, detto altrimenti, come risponderanno in America, in Inghilterra, in Francia e anche in Italia, ma pure in Russia e in Cina, alla domanda, sacrosanta, del perché per i due mesi del bombardamento israeliano a Gaza, condotto anche con le bombe al fosforo, nel 2008-2009,  non ci sia stata nessuna no-fly zone… e niente continui ad impedire o ostacolare tutte le distruzioni che continuano in tutti i territori occupati…

● Ingerenza umanitaria: falchi in Libia, colombe altrove… bé, forse in Siria si potrebbe vedere

 

 

“La nostra missione è proteggere i civili innocenti… chi più chi meno

          Libia libera!    ←No-fly zone/ No grazie zone→Libera Siria…Libero Bahrain…Libero Iran…Libera Costa d’Avorio 

Fonte: The Economist, 19.3.2011 e 26.3.2011 vignette di KAL

   I civili, veri quasi tutti lì a Gaza, erano forse meno civili dei civili libici che contro Gheddafi, poi, hanno effettivamente in buona parte e molti di più della popolazione palestinese di Gaza contro gli israeliani, preso le armi…;

   •3a. Se è vero, come è vero, che gli Stati arabi più autocratici del Medioriente (Arabia saudita, Kuwait…) hanno assicurato agli Stati Uniti che i costi vivi delle operazioni militari condotte in Libia (sia la no-fly zone che un eventuale intervento militare) all’America li pagano loro, i due Stati meno democratici della regione, chi ci  crede che si interviene comunque a difesa della democrazia?

   •4a. Com’è che proprio Egitto e Tunisia che le loro rivoluzioni democratiche e popolari le hanno avviate a buon fine non ne vogliono, invece e al contrario, sapere?

   •5a. Gheddafi, il “matto”, si è finora mostrato uno stratega fine: è lì da oltre 40 anni; è sopravvissuto già ai bombardamenti personalmente mirati di Reagan nel 1986; ha irretito e turlupinato gente col pelo sullo stomaco, come Berlusconi e Bush per dire, nel recente passato; e oggi, dando sùbito la sua disponibilità al cessate il fuoco appena uscita la Risoluzione dell’ONU, ha maledettamente complicato sùbito la vita contribuendo, con la sua dichiarata  “ragionevolezza” e disponibilità a trattare non poco a smontare le velleità degli interventisti ad oltranza

   Anche perché la guerra si fa sempre in due: mentre lui si dichiara “disponibile”, i ribelli pare che lo siano molto di meno… e si capisce: loro lo conoscono bene); ma forse non ha fatto i conti con quella che è la determinazione tutta americana di Obama, come di Clinton, come di Bush, come di Carter, come di Kennedy, come di Truman, ecc.ecc.,ecc.,  a far fuori proprio lui personalmente: il mostro di turno da dare in pasto, dopo averlo adeguatamente demonizzato. con cose vere e cose false ancor meglio, al popolo americano.

   Il presidente era partito certo più cauto di quella erinni bellica della sua segretaria di Stato – cauto e scettico sull’intervento come il suo ministro della Difesa del resto – ma in realtà deciso dall’inizio ad intervenire militarmente assicurandosi, però, che al contrario di Bush stavolta l’intervento apparisse chiaramente multilaterale e non guidato solo o soprattutto dagli USA.

   Però non ha mai chiarito, neanche e per primo a se stesso forse – e per questo si è lasciato trascinare nell’avventura dal tempo dettato da Sarkozy che sapeva bene, invece, quel che voleva – se l’intervento fosse mirato solo a proteggere la popolazione libica dal suo governo come dichiarato – un’intenzione di per sé abbastanza insensata, però, nel mezzo di una guerra civile dove tutti sparano a tutti – o l’obiettivo fosse quello che aveva dichiarato lui stesso due settimane fa, illegalmente e inopinatamente: quello di obbligare Gheddafi ad andarsene.

   Come se spettasse mai a lui – o al misirizzi – comunque deciderlo…

   •6a. E, se Gheddafi,  il “matto”, riesce adesso a ripresentarsi al mondo arabo e al cosiddetto Terzo mondo più o meno tutto, anche costringendo all’invasione di terra i crociati – come ama chiamarli al-Qaida – come il protagonista e il vindice, vero Saladino, di una nuova battaglia anticoloniale e antimperialista, chi vince e chi perde alla fine?

   •7a. Come già ricordato, la no-fly zone non servì a niente per abbattere Saddam – durò ben 11 anni e in Bosnia fu tale e quale e non servìrono ad evitare proprio un bel niente. Per spazzare via Saddam, ma andare a infognarsi nel pantano iracheno, ci volle l’invasione americana di terra: r in sernia, per mandar via Milosevic, ci volle il bombardamento di Belgrado, altro che l’interdizione dei voli. E l’unica cosa certa è che qui, in Libia, l’invasione di terra non ci sarà…

   •8a. E se in Libia la sollevazione popolare non finisce come in Egitto e in Tunisia, con l’espulsione del tiranno da parte del popolo, ma con l’intervento straniero e la fine dell’indipendenza non significa forse che questa è la pietra tombale di ogni rivoluzione e trasformazione democratica in tutta la regione?

   •9a. Ultima domanda, da porre oggi, e non domani, al Berlusca: non è che adesso noi dobbiamo pagare per i suoi patetici e ridicoli baciamano di ieri (“guascone” dice lui… ma guascone = spaccone = spavaldo…: meglio dire cretino, deficiente, ebete, gonzo, imbecille, insensato, ottuso, scemo, scimunito, sciocco, tonto str**zo, insomma), facendo rischiare di brutto la Sicilia e magari anche l’Italia?

   Tecnicamente, se bombardiamo Gheddafi, non è detto che Gheddafi coi 289 milioni € di armi che gli abbiamo venduto in questi ultimi anni non sia in grado di bombardarci anche lui… E intanto, come ha subito fatto notificare all’Europa – in pratica cioè proprio e solo l’Italia, con buona pace degli onorevoli Maroni e Bossi – dovrà rassegnarsi ovviamente a rinunciare alla cooperazione nella lotta all’immigrazione illegale[126]

   E, se vincono i ribelli non è che paghiamo il conto delle amicizie pericolose di Berlusconi  con noi e, se vince lui, non è che paghiamo il prezzo del suo “tradimento”?

      •10a. Infine, e si tratta più di una constatazione curiosa che di una domanda, ma com’è che nessuno ha notato come i francesi si siano di fatto riappropriati, quasi di straforo grazie alla Libia, della leadership di un’azione militare occidentale sottraendola a tutti, gli USA anzitutto, e dichiarando urbi et orbi, soprattutto, che qui la NATO non c’entra niente perché non ce n’è bisogno[127]?

   A Sarkozy, che forse non ci aveva neanche pensato, sembra proprio che sia stato il neoministro degli Esteri, il gaullista storico ed ex primo ministro Alain Juppé, a suggerire di prendere tutti sul tempo: al misirizzi, del resto, non sembra vero di mettersi a bombardare per primo e da solo, nel quadro dell’ONU e non della disdegnata NATO ad egemonia americana.

   E’ bastato, in  fondo, presentare grazie alla dabbenaggine di chi glielo ha lasciato fare la prima bozza della Risoluzione in Consiglio di Sicurezza: non si sono accorti neanche – la babbiona Clinton, il pollo Cameron… – che approvando nella dizione gallicana profferta “ogni iniziativa atta ad assicurare…” stavano ridando fiato alla bolla fino ad oggi sgonfiata del gaullismo d’antan.

   Insomma, Sarkozy ha mascherato la sua voglia di fare da solo, comunque senza NATO e senza America, facendoselo autorizzare dagli altri, tutti ingenuamente bocconi. E, proclamando “il dovere di sostenere il popolo arabo di Libia difendendolo insieme agli Stati arabi”, contro la “pazzia assassina[128] di quel Gheddafi che aveva contribuito a finanziargli la campagna presidenziale del maggio 2007 è intervenuto subito e da solo…

   Missione, questa sì, può ben recitare Juppé, per quel che vale, davvero compiuta. Anche se per non più, forse, di ventiquattr’ore visto che manco erano cadute le prime bombe francesi sono calati su Tripoli ben 110 missili cruise americani e 40 bombe gravitazionali lanciate dagli aerei Stealth che ne hanno subito cancellata ogni rilevanza imponendo anche all’operazione di fatto, nei fatti, l’esecrata nomenclatura del nome americano, Odissey Dawn Odissea all’alba, insensato poi come ogni sigla del genere ma che comunque subito si fa dominante con grande rabbia, malcelata, a Parigi…

    Con quel poveraccio di Berlusconi che, del senso machiavellico dell’operazione francese non aveva  capito niente anche lui (ma, è vero, era distratto al telefono probabilmente anche dai collegamenti con l’avv. on. Ghedini…) continuava a offrire, quando i fatti lo avevano già scavalcato del tutto, di fare della base NATO, o americana che sia, di Gaeta il centro di comando dell’operazione: che gli interessa solo perché essa si trova in Italia e perché anche contro il suo amico Gheddafi, una volta estratto il dado, lui vuole esserci[129].

La sera del 19, in effetti, per non farsi fregare tutti i titoli di prima pagina dai francesi, gli americani e gli inglesi lanciano contro Tripoli (rende noto l’amm. statunitense William Gortney, che fino all’anno scorso aveva comandato la VI Flotta e adesso dirige a Washington l’ufficio dei capi di Stato maggiore congiunti) dai loro sottomarini nel Mediterraneo oltre un centinaio di missili Cruise (alla fine saranno quasi 170).

Ma dopo quattro giorni di lanci “cade” un avanzatissimo F-15E Strike Eagle… della McDonnell-Douglas (uno dei cacciabombardieri dalla doppia coda partiti da Aviano). Per un “guasto tecnico”, si capisce, ci dicono. E, si capisce, solo di questo ci dicono[130]. Altro che l’ipocrisia della no-fly zone[131]

●Solo a questo punto – un po’ tardi, no… – arrivano le recriminazioni, lemmi lemmi, di chi come la Cina ora chiede il cessate il fuoco. Loro, che sulla Libia si sono sempre nei fatti, anche se con riluttanza qualche volta timidamente manifestata, atteggiati ad accettare l’impostazione americana alle Nazioni Unite, si pronunciano adesso contro le modalità di applicazione della no-fly zone che, denunciano, “non viene utilizzata nella maniera selettiva e mirata che era dovuta[132].

E la Russia alza flebilmente la voce ma, al solito, succube come si dimostra, senza nessuna efficacia: la verità è che erano in malafede già quando, invece di mettere il veto, hanno votato astenendosi sulla no-fly zone, sapendo benissimo – lo avevano detto insieme ai generali e al ministro della Difesa americano – come sarebbe andata a finire: puramente e semplicemente coi bombardamenti. E i più “vigliacchi”, quelli che non rischiano niente, da cento chilometri di distanza coi missili Cruise…

Ora denunciano – ma non direttamente, per bocca dello stesso ministro degli Esteri che ha fatto la frittata, ma col portavoce Alexander Lukashevich che parla di una risoluzione “troppo affrettata – anche se non arriva chiaramente a confessare che è anche colpa dei russi se è stata scritta coi piedi – che la Risoluzione, a rigore, quei bombardamenti non li consentiva ma che se, con un minimo di coerenza e soprattutto di preveggenza, avessero fatto eliminare dal testo quell’ipocrita e assassina benedizione a “ogni iniziativa atta ad assicurare…” come condizione minimale semplicemente per non mettere il veto di cui disponevano, ora non si pentirebbero[133]

E quello che non intuisce, o fa finta di non capire, Kostantiyn Kosachyov, presidente della Commissione Esteri della Duma, il parlamento federale, quando dichiara che la decisione di astenersi sulla Risoluzione che autorizzava la no-fly zone era l’unica possibile perché “un veto – dice – avrebbe dato l’impressione di giustificare i comportamenti repressivi di Gheddafi e un voto a favore avrebbe accettato la responsabilità di qualunque azione della coalizione”.

Solo che dice il falso, perché condizionare il loro non veto a precise condizioni di ingaggio, come si dice, per la no-fly zone che l’avessero scrupolosamente definita e ristretta, sarebbe ben stato possibile: se i russi avessero avuto una posizione convinta e comune tra loro[134]. Poi l’ambasciatore alla NATO, Dmitri Rogozin, torna alla carica, con maggiore determinazione: dichiara che, a stare al testo votato e che, “forse” sbagliando, abbiamo lasciato passare, ogni obiettivo che non sia strettamente legato allo scopo definito dal testo della Risoluzione, cioè l’aviazione libica e gli aeroporti che la servono, è del tutto interdetto[135].  

Infine, tra i russi, e come di solito più pesante degli altri, attacca Putin e non vorremmo, francamente, essere al posto di chi all’ONU ha malamente gestito la posizione russa: la risoluzione – accusa – nel testo suo letterale, in alcuni passi suona come un vero e proprio appello alla crociata o a una guerra santa nei termini con cui autorizza, come facevano certi antichi papi o gli antichi saladini, il ricorso alle armi…

E’ chiaramente una forzatura polemica ma che, a leggere specie i “considerando” iniziali della risoluzione qua e là il tono quasi del Deus vult sembra averlo: “la risoluzione – dice il primo ministro russo – è largamente deficiente e consente proprio tutto. Sembra uno di quegli appelli di stampo medioevale a una crociata”. E questa dizione vuol puntellare l’idea— la sua, di Putin, di una NATO e di un’America sempre aggressiva nel mondo: che vuole comunque e sempre far passare come universalmente valido il suo punto di vista. E non sembra affatto del tutto infondata[136].

Dissente, però, nettamente anche se cautamente, il presidente Medvedev: secondo cui ogni valutazione della crisi “dovrebbe essere improntata a una grande prudenza”, ed è errato utilizzare una terminologia che suggerisce uno “scenario da scontro di civiltà” come quella che lascia intravvedere il termine “crociata[137]

Si tratta, probabilmente anzi con ogni evidenza, di un indizio – e non il solo – di conflitto reale tra i due vertici del potere russo. Che restano certamente alleati per il momento: il che spiega che la gente che li circonda non ami prendere posizione netta, al momento, tra loro. Ma i cui “istinti” diciamo così, chiaramente divergono sui rapporti con l’occidente: se convenga più, al Cremlino ma anche al resto del mondo, vederli competitivi e, quindi, capaci anche di condizionare o sdraiarsi puramente e semplicemente sulla leadership non sempre proprio lungimirante di Washington…

Con ogni probabilità il confronto tra i due – che erano sembrati spartirsi il potere: Putin aveva “lasciato” temporaneamente al suo vecchio primo ministro il posto di numero uno solo per motivi di successione cronologicamente impossibile; ma pronto a riprenderselo con il suo evidente consenso – non si risolve subito. Ora, però, viene fuori che forse proprio su questo giudizio diverso tra i due del ruolo di America e Russia nel mondo sarà il nodo su cui si giocherà la successione e in Russia, di conseguenza, si apre una vera lotta politica al vertice…

Del resto è solo così, con questa lettura dei fatti, che si spiega il perché la Russia al Consiglio di Sicurezza non abbia imposto il suo no, come era in suo potere e, secondo Putin, evidentemente doveva fare e secondo Medvedev no. E’ vero che, nella spartizione dei ruoli è al presidente e non al PM che spetta il potere formale sulle decisioni di politica internazionale ma è anche vero che di un potere formale, appunto, si tratta in questa strana governance bicefala che non ha precedenti e vede la necessità non solo della co-abitazione ma del co-governo.

Questo, e solo questo – ragion politica e equilibri di potere – sembrerebbe spiegare quello che altrimenti sembra un arcano ancora più tale perché poi dura poco… E perché, alla fine, hanno combinato il pastrocchio decidendo di… astenersi e lasciar fare. Con Putin a confessare – e contemporaneamente a accusare però, ma anche autoaccusandosi – che hanno sbagliato.

Subito, però, o quasi, con lui e comunque diversamente dal presidente si schiera il ministro degli Esteri Sergei Lavrov. La Russia ufficialmente considera ben oltre i limiti che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza aveva fissato all’intervento della coalizione militare nella guerra civile libica: la sola difesa dei civili che fossero sotto attacco aereo, non la distruzione a terra dell’aviazione libica né quella delle Forze armate.

La Russia, specifica, è seriamente preoccupata dalle notizie che ha di civili che dalle forze della coalizione sono stati fatti bersaglio, vuole verificarle e si riserva di chiedere una nuova riunione del CdS[138]… “E considera l’intervento della coalizione in quella che è essenzialmente una guerra civile interna, un intervento mai sanzionato dal Consiglio di Sicurezza”.

●La Santa Sede, da parte sua reagisce[139]… dicendo tutto e un po’ il contrario di tutto…, o quasi:  

• prima, con un contraddittorio osservare da parte del card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana che, purtroppo, è nella natura della bestia – il bombardamento aereo – il “colpire obiettivi militari coinvolgendo anche i civili (dunque non proteggendoli, secondo, lo scopo dichiarato) e finendo col rafforzare il sostegno a Gheddafi”— che, dunque, c’è…; ma che, detto così, sembra essere impropriamente quel che davvero  preoccupa Sua Eminenza…;

• poi col pontefice, Benedetto XVI, che se ne esce come sempre (o quasi) quanto mai blandamente invocando che tutti coloro che in Libia sono “in posizioni di responsabilità politica e militare”, cioè Gheddafi e gli insorti abbiano “a cuore anzitutto il benessere dei cittadini e garantiscano l’arrivo di soccorsi umanitari” mirando alla “pace e all’armonia” in tutta la regione— che è un po’, onestamente, come dire che meglio della pioggia sferzante è un po’ di sole…;

• ancora, con molta determinazione, visto anche dove si trova, il Vicario apostolico di Tripoli e presidente della Caritas libica, mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, si dichiara “scioccato da un intervento militare che per i civili è devastante e rischia gravi conseguenze sul piano politico”. Nessuno mi può chiedere di “approvare questo tipo di violenza contro quella che fino a ieri mattina era una nazione amica e, in particolare, sto parlando proprio dell’Italia… e questo, secondo me, è stato il colmo di ogni falsità”.

E il cardinale di Venezia, Angelo Scola, dice chi ne riferisce, con “un capolavoro di sottile perfidia ecclesiastica[140], che noi chiameremmo piuttosto di grande lucidità, dice parole che marcano distanze e differenze profonde: “Per l’attuale guerra in Libia vorrei ricordare il parere del card. Angelo Bagnasco, espressione di tutti noi vescovi italiani. Mi sembra un giudizio realistico: non si può stare fermi quando sono a rischio molte vite e la società civile… Ciò che diventa complesso da capire è poi in che cosa debba consistere questo intervento. Allora diviene irrinunciabile ascoltare molto attentamente la voce di persone come il vescovo di Tripoli che è lì da anni e conosce la situazione dall’interno”. Lui: già…

●Anche la Lega araba, sempre in ritardo, sembra avere un ripensamento esprimendo adesso, col segretario generale Amr Moussa, un giudizio molto critico sui bombardamenti franco-anglo-americani. Noi, si lamenta, ci eravamo detti d’accordo con la no-fly zoneper proteggere i civili e non per bombardare altri civili[141]. Ma, ovviamente, ci avrebbero dovuto pensare prima anche loro a opporsi a quella disgraziata dizione che è stata fatta passare nel testo della risoluzione…

●E l’Algeria, dove continua pure, da oltre un mese, a sobbollire qualcosa che resta ancora informe, e piuttosto confuso, a livello di rivendicazioni popolari, col ministro degli Esteri Mourad Medelci avanza, il 24 marzo,  la preoccupazione non proprio campata in aria che quanto sta avvenendo in Libia – non chiarisce se la ribellione o la repressione – potrebbe offrire un’altra occasione di sovversione ai militanti islamisti[142]. La situazione in queste condizioni potrebbe anche venire esacerbata da interventi stranieri e dall’ammassarsi nella regione di tanti armamenti. E vittime, alla fine, potremmo diventarne anche noi… 

●E buon ultima l’Unione africana chiede l’immediata cessazione di ogni attacco alla Libia e di ogni operazione militare condotta in Libia. Dopo un incontro straordinario ed urgente di quattro ore a Nouakchott, in Mauritania, si “esige” (ah! ah!) che “aiuti umanitari pervengano a tutti coloro che ne hanno bisogno” (anche ai gheddafisti, cioè, sotto le bombe!), che tutti gli stranieri nel paese vengano protetti, specie gli africani che vivono in Libia.

E viene subito convocato dopo neanche una settimana un vertice a Addis Abeba in Etiopia fra rappresentanti di OUA, Lega araba, Conferenza islamica, Unione europea e Nazioni unite per “divisare meccanismi di consultazione e di concertazione in grado di disinnescare la crisi libica[143]… Parole del presidente della Mauritania, Ould Abdel Azizi e puro bla, bla… al quale il governo di Tripoli risponde subito favorevolmente, secondo l’agenzia libica Jana, e da parte dei ribelli è silenzio.

●Pure Cipro adesso protesta[144], buon ultimo, perché la sua base aerea di Akrotiri è stata usata dalla RAF britannica per lanciare attacchi contro il territorio libico. La base, però, è territorio britannico, grazie ad accordi tra i due paesi stipulati a metà degli anni ’50 quando gli inglesi vennero espulsi da Suez da Nasser e vi trasferirono le loro forze aeree: accordi da allora mai rivisti. Cipro, di tanto in tanto, ma senza mai insistere, ha sollevato qualche obiezione all’uso che il Regno Unito ha fatto di Akrotiri durante le guerre contro l’Iraq.

Adesso contesta ancora, ma non dice di voler recuperare la propria sovranità sulla base. Fa solo rumore. Ottiene dagli inglesi l’impegno – verbale, cui non crede nessuno – all’utilizzo della base solo, dice il governo di Sua Maestà a fini di supporto logistico delle operazioni contro la Libia (le bombe sì, ma gli aerei no?) e non per attacchi aerei diretti condotti coi caccia Typhoon o Tornado. Ma, forse, qui è vero: per gli attacchi diretti ci sono le basi “italiane” (anche qui: si far per dire, no?) di Sigonella, Trapani, Gioia del Colle, ecc., ecc…

●E, dice S. M. Krishna, ministro degli Esteri dell’India, uno dei tre paesi che in CdS – ma al contrario di Russia e Cina senza potere di veto – con Brasile e Germania pur non hanno votato la risoluzione contro la Libia che bisogna smetterla subito con attacchi aerei che, al contrario di quanto ci avevano detto – e, questo però non aggiunge, noi come tonti abbiamo anche creduto – vanno facendo “più danni che altro ai libici innocenti, a civili stranieri e alle stesse missioni diplomatiche estere a Tripoli[145].

●Stessa cosa fa il Sudafrica, che in CdS ha votato a favore, ma che adesso – dice col presidente Jacob Zuma – che in Libia è necessario un cessate il fuoco immediato e, anche, la fine di ogni attacco ai civili, di ogni parte e non di una sola. La risoluzione era intesa a proteggere i civili e nessun tentativo di applicare la no-fly zone dovrebbe metterli mai in pericolo.

Né autorizza alcun tentativo di mettere in piedi un cambio di regime e un’occupazione straniera: adesso, “è essenziale restare nei termini rigorosamente limitati della Risoluzione [146]. Peccato che anche lui non si sia preoccupato prima di chiarirlo, o di farlo chiarire, a verbale…

●Visto il montare delle proteste che arrivano insieme dopo una o due giornate di bombardamenti, non riesce a evitare di dire alto e forte la sua anche la Germania. Il ministro degli Esteri Westerwelle rivendica a sé la decisione, che formalmente è intestata alla Merkel, di non partecipazione del suo paese a quella che informalmente, richiamando a modo suo la crociata putiniana, chiama – e poi nega di aver chiamato ma nei fatti ha, coloritamente, chiamato – die Heilige Allianz la Santa Alleanza. Sono bastati tre giorni, rileva, per vedere la Lega araba cambiare posizione… tre giorni appena.

Del resto, un vasto sondaggio su base nazionale attesta della duplicità del sentimento popolare tedesco al riguardo: favorevole al 62% all’intervento “alleato” contro Gheddafi, ma favorevole anche, e al 65%, alla decisione della Germania di non prendervi parte attiva: né all’attacco, né al voto a favore[147]

Westerwelle propone poi – ma non ce la fa a trovare le p**le necessarie ad avanzare l’idea proprio come alternativa alla guerra – un embargo in uscita di petrolio e gas naturale contro Gheddafi[148]. In condizioni di guerra e di bombe in caduta più o meno libera, è una proposta insensata (come e dove si potrebbe fare mai, con l’assedio navale già in atto, il carico del petrolio libico, di grazia?) ma avrebbe senso se fosse magari un embargo proclamato al posto dei bombardamenti…

Solo che, per fare una proposta simile, ci vuole coraggio – civile, politico: niente di straordinario, a veder bene – che neanche lui, poi, ha che, anzi, proprio perché ha detto no a fare la guerra, aumenta i decibel dei proclami che  non servono a niente (“Gheddafi è finito e se ne deve andare”) se non a far titolo sui tabloid populisti.

Però, e in ogni caso, ad evitare ogni possibile, anche “casuale” coinvolgimento in operazioni della NATO nel Mediterraneo, dopo che quel dabbenuomo del segretario generale Rasmussen – niente più di un alto funzionario/burocrate – si è arrogato il diritto (ma dice di aver consultato gli americani, però…) di annunciare che l’Alleanza “monitorerà d’ora in poi il traffico marittimo nel Mediterraneo intercettando i navigli sospetti che si dirigono o provengono dalla Libia”, la Germania dà un alt secco e forte.

Col nuovo ministro della Difesa Thomas de Maizière, Berlino rende noto che ritira dal Comando integrato NATO del Mediterraneo e “con operatività immediata” ogni partecipazione tedesca[149]. Sarkozy dà quasi di matto, quando lo informano della decisione unilaterale francese. Lui!, risponde e fa sapere di avergli risposto, de Maizière che, senza consultare nessuno, s’è messo da solo forzando la mano a tutti a fare guerra alla Libia…

Insomma la forzatura francese, quella inglese, quella a suo modo italiana e quella di questo burocrate presuntuoso ed imbelle – tutte mirate, meno quella francese però, a rafforzare la NATO – sono riuscite nel capolavoro di sdilinquirla fin quasi a scioglierla, la struttura militare dell’Alleanza: l’obiettivo che a lungo avevano, invano, sognato i sovietici. Solo che, adesso e da tempo, i sovietici sono scomparsi e della NATO francamente non se ne sente tanto il bisogno perché, appunto, quella minaccia, in parte fasulla ma in parte potenzialmente reale per fronteggiare la quale era stata disegnata, è scomparsa e neanche gli antisovietici postumi come il Berlusca pensano che possa risuscitare …

●Pure il Brasile, il terzo dei paesi senza diritto di veto che non ha votato per la Risoluzione nel CdS, interviene a poche ore dalla visita di Obama a Brasilia, ribadendo la linea sostenuta nel confronto con lui: per proteggere i civili di tutta la Libia è necessario subito un cessate il fuoco generale e bisogna lavorare per favorire un dialogo tra Gheddafi e i suoi oppositori[150].

E perfino Frattini, sempre in ritardo, si capisce, e premettendo o meglio lasciando intuire senza dirlo che l’Italia avrebbe votato a favore se fosse stata in Consiglio di Sicurezza, specifica, dopo quasi una settimana – e mentre, a latere in uno dei suoi stucchevoli e coreografati consessi pre-elettorali del cosiddetto PdL, il Cavaliere esprime la sua “simpatia umana” verso l’amico Gheddafi in così gravi ambasce – che la campagna contro la Libia non dovrebbe essere una guerra e dovrebbe rispettare quanto stipulato come obiettivo principale dalla risoluzione (proteggere i civili: già, con le bombe…).

A una riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione[151], litiga con la Francia, non come fanno i tedeschi sul fondo ma solo sui modi della guerra— sui quali, però, mai si era espresso il governo italiano dando, dilettantescamente, tutto per scontato con l’adesione a una missione che non aveva neanche capito non essere della NATO, Frattini a Bruxelles chiarisce che…

… dopo aver messo a disposizione di cani e di porci – si fa per dire: di americani e danesi – tutte le basi italiane-non-italiane, se la missione non passa subito (quanto subito, però, non lo dice…) sotto comando unico NATO di “cominciare a riflettere sull’uso delle sue basi: se resta una moltiplicazione dei centri di comando ci metteremo a studiare – a studiare: mica altro, poi… – il modo con cui l’Italia si riprenderà il controllo delle sue basi”. E fa ancora finta di non sapere che per avere un comando NATO bisognerebbe avere – prima – l’assenso di tutti gli aderenti, Turchia compresa e non solo Francia…

La sua controparte, Juppé, il ministro francese, col quale il nervoso Frattini ce l’ha – ma ci poteva certo pensare prima – gli fa rispondere algidamente e altezzosamente, e anche indirettamente, attraverso un portavoce militare, che da nessuna parte – ed è vero – nella Risoluzione del CdS, la 1973/2011, si nomina e neanche si accenna minimamente alla NATO…

Nello stesso momento, o quasi, l’altro ministro italiano attivato sul tema, La Russa, dice – rifiutando di aggiungere niente dietro al segreto operativo militare – che otto reattori italiani sono “attivi nei cieli libici”. Aggiunge e chiarisce subito Berlusconi, sempre da Roma, che comunque i suoi aerei – i nostri Tornado – la Libia non la bombarderanno mai…

Insomma, la confusione regna davvero sovrana…

E, ancora di più, sembra almeno a chi scrive, aumenta la confusione quando poi si chiarisce, il giorno dopo, che “la Francia dice di aver concordato con gli USA come la NATO dovrebbe – dovrebbe… – avere un ruolo nelle operazioni militari della coalizione in Libia”: la coalizione essendo quella autorizzata per chi vuole dall’ONU. O, come comunica “l’ufficio del PM inglese Cameron, lui con Obama ha concordato che la NATO dovrebbe – dovrebbe… – giocare un ruolo chiave nel comando della campagna militare in Libia[152].

L’unica differenza, con buona pace di Frattini e di Berlusconi è che il ruolo della NATO dovrebbe esserci o dovrebbe essere anche chiave… ma non – mai! – al ruolo di comando unico. “Importante” sì – è un termine che usano Obama, Sarkozy e Cameron[153]: ma non chiave e non unico… Anzi, viene chiarito dall’Eliseo, il 23 mattina: il ruolo della NATO sarà di coordinamento e, se volete proprio chiamarlo di comando, di “comando tecnico, non politico”. Tanto per capirci[154]

Alla fine – ma quando Sarkozy avrà marcato il punto, non prima nei fatti della prima settimana di aprile – la NATO assumerà il comando operativo delle forze della coalizione e lui, che dovrà ingoiare il boccone amaro in linea di principio, provvederà nei fatti a imporre il suo punto di vista facendo valere il potere di veto che come ogni altro membro della NATO la Francia detiene e che, al contrario di altri, è sempre disposta a mettere in gioco.

Tanto è vero che subito il presidente francese torna a ripetere che il controllo politico della missione non sarà della NATO per niente… e tanto più che viene annunciato come 12 aerei degli Emirati arabi – che, di certo, con la NATO non c’entrano niente – dovrebbero a breve partecipare alla no-fly zone

Ma il problema politico di fondo – dell’inutilità di questa sovrastruttura fantasma di una guerra fredda che non c’è più (dall’Atlantico del Nord: questo significa NATO, Europa dell’Ovest e Europa dell’Est che, come tali, non esistono più) oltre due decenni or sono – è che, se a questa guerra non verrà messo fine presto – e comunque: con la rotta dei ribelli, o con la fuga o la scomparsa del rais, o con la mediazione tra gli uni e gli altri – la NATO nei fatti svanisce mentre l’Europa già ha dimostrato di essere bella e svanita. Già adesso…

Quando in effetti uno dei leader, dell’Europa e della NATO, tra i più importanti, come Nicolas Sarkozy – mica Papandreou, per dire… – si lascia andare a dire che l’intervento fatto adesso in Libia dovrebbe e potrebbe venire applicato anche contro altri leader arabi; e un altro, sempre di quelli che contano, come il tedesco Guido Westerwelle – mica Berlusconi, capite… – si sente costretto a bacchettarlo pubblicamente osservando che parole come queste sono dannatamente pericolose e aprono possibili conseguenze deleterie per tutta la regione e per il mondo arabo nel suo insieme[155]. In altri termini, di che cavolo di Europa unita o, se è per questo, di NATO, ad esser seri, andiamo parlando?

E di che diavolo di NATO stiamo parlando, in effetti, se una corrispondenza diplomatica – di  quelle che si scrivono in pratica sotto dettatura perché si sappiano le cose ma senza farle dire direttamente ai responsabili in capo – attesta che “solo lasciando da parte (papering over— letteralmente, mettendo una pecetta sopra al totale dissenso) la questione cruciale di chi realmente controllerà – cioè deciderà, guiderà e fisserà i limiti a – gli attacchi militari alle forze armate libiche a terra”, alla fine del sesto giorno di bombardamenti Hillary Clinton, Alain Juppé e Ahmet Davutoğlu, il ministro degli Esteri turco che parla un po’ per tutti quelli che a mood loro ci stanno, o, per lo meno, rinunciano a opporsi ma sono meno convinti del come e del quanto e del quando, “hanno potuto far finta di avere raggiunto un compromesso[156]… senza averlo raggiunto.

●Adesso, comunque, come tutte le guerre condotte o che coinvolgono comunque gli americani anche questa sdirazza in una guerra personalizzata. Anche se, stavolta, si tengono il più defilati che possono, in effetti 110 Tomahawk sui 120 del primo raid sono stati loro, gli aerei con l’eccezione di alcuni di quelli francesi e dei Tornado sono loro, come anche le armi che le due parti imbracciano segnano il carattere di una guerra avvertita come scatenata dai francesi ma in realtà voluta e fatta dagli americani. Che ad essa hanno dato anche il nome: Odissey Dawn.

Ma loro sono fatti così. Quando vanno in guerra il nemico, di volta in volta, è sempre il demonio, il suo capo va satanizzato, ad personam: sempre e da sempre. E contro di lui ogni menzogna, ogni calunnia, ogni accusa è plausibile (in questa nostra rubrica ne abbiamo tante volte parlato e tante volte lo abbiamo documentato). Perciò egli va, comunque, abbattuto e sempre un bersaglio anche individuale. pure quando di si giura che non lo è…

Ma Gheddafi forse ha imparato a personalizzare anche lui la sua guerra. Intanto, ha capito come e perché sia proprio lui ormai nel mirino. Come personalmente c’era già stato, del resto, ai tempi di Ronald Reagan. Per cui è certo che non se ne andrà tranquillamente. La superiorità militare degli uni, stragrande nei cieli, non servirà a niente se le forze armate che all’altro, a lui, sono restate leali e i civili e le tribù che ancora lo sostengono, dopo 42 anni al potere, rifiuteranno anche sotto le bombe “alleate” di abbandonarlo o di cacciarlo da Tripoli.

E più a lungo ci resta, più cocente ridiventa nella memoria qui collettiva – di tutti, non solo dei gheddafisti, attenzione… – il ricordo delle altre due campagne di Libia, le offensive aeree coloniali italiane giolittiana e fascista che lasciarono poi, nell’occupazione, decine di migliaia di impiccagioni lì praticate e il ricordo indelebile di quelle guerre aeree contro la Libia.

In definitiva, a noi sembra sicuro che, con la sua decisione di liberarsi di Muammar Gheddafi  l’occidente ha fatto di questa lotta un duello mortale— e per quanto lui potrà fare a morire ci metterà il più possibile… Forse passando addirittura per la spartizione forzata del suo paese, tra le tribù dell’est e dell’ovest. Ripristinandolo com’era, prima della conquista italiana…

Sembra sicuro ormai che la maggioranza dei libici adesso, dopo più di quarantanni, di Gheddafi voglia ragionevolmente liberarsi al più presto. Ma quando lo faranno non scorderanno mai quel che noi abbiamo scordato — che questi aerei appunto non sono i primi a bombardare la Libia e che le potenze occidentali, sempre e tutte, sono arrivate sulle coste libiche professando le migliori intenzioni e i grandi ideali e poi torturando, impiccando, fucilando e gasando…

Adesso non sarà facile ma sarà indispensabile far vedere la differenza. Se ne saremo capaci e se questi saranno poi davvero i nostri intenti. Perché, se è vero che tutto sommato il petrolio libico non è poi così importante, accanto alle forniture di Arabia saudita e altri Stati mediorientali, le riserve di greggio che stanno sotto lo “scatolone di sabbia” (come lo chiamò sprezzantemente Turati nel 1911) sono decisamente le maggiori conosciute finora al mondo…

I militari americani di professione cercano di frenare un po’ a questo punto, sia perché non apprezzano le spinte interne di politicanti e strateghi d’accatto a casa loro sia perché apprezzano ancor meno quelle esterne dei misirizzi che non hanno neanche fatto il servizio militare quando era obbligatorio (qualcuno sussurra maligno, a latere di uno dei mille briefing not for attribution…).

E mentre a Washington l’amm. Gortney si preoccupa in conferenza stampa di sottolineare tre volte in tre quarti d’ora che Gheddafi “non è il bersaglio” primario[157], il gen. Carter Ham, comandante in capo del Comando militare africano degli USA sostiene che la no-fly zone non ha il compito di dare copertura aerea ai ribelli ed “esclude categoricamente” che Gheddafi possa essere lui stesso il bersaglio.

Nello stesso momento, mentre il generale britannico Sir David Richard afferma che “non è proprio consentito” mettere Gheddafi nel mirino, a Westminster il primo ministro britannico dichiara che “se serve” a proteggere – a giudizio suo, ovviamente – i civili  Gheddafi “è un bersaglio[158]…; e, a Parigi, Sarkozy – ma anche, a Londra, Cameron – dice che proprio lui va messo invece “nel collimatore”, cioè per dirla fuori dai denti assassinato… per la serie dell’avere le idee chiare oltre che chiara la linea di comando! E, naturalmente, se poi quel disperato, nella sua disperazione dicesse a qualche suo assassino[159] professionista di far fuori Sarkozy o Cameron, sia chiaro, lui sarebbe un criminale…

●Scrive il NYT[160], riferendo quel che avrebbe detto – perché poi bisogna, naturalmente, verificare se è vero: chi si fida, ormai, è un fesso…: ma sicuramente è credibile – a Pyongyang il governo nord-coreano che “la Libia ha smantellato il suo programma nucleare rendendosi così vulnerabile all’intervento militare dell’Occidente”: tirandone ovviamente le conclusioni – ed è la seconda volta: dopo l’impiccagione di Saddam Hussein, avevano fatto notare che, se si fosse tenuto le sue armi di distruzione di massa cui ave rinunciato improvvidamente, anche Saddam Hussein sarebbe restato dov’era… – che loro le (poche) bombe atomiche che hanno se le tengono strette…

●Ora, il 28 marzo Frattini dice che insieme alla Germania (al CdS si è astenuta, cioè non ha votato a favore, come l’Italia di sicuro avrebbe invece fatto – con grande rammarico, si capisce – se al CdS ci fosse stata) il governo Berlusconi potrebbe anche offrire in sede NATO un qualche tipo di road map per “facilitare un processo di ricostruzione della pace” in Libia (sic!: in parole povere, una via d’uscita anche per l’amico Gheddafi) e facilitare il reinserimento di Berlino, essendosi data nei  giorni scorsi l’impressione – dice lui – che “l’Europa avesse perso i suoi pezzi[161].

Insomma, una specie di rilancio di una posizione che potesse riportare l’Italia a contare ancora là dove conta, nei titoli di testa, ridimensionando il protagonismo francese… Subito vanificata, anzi ridicolizzata, però, la sera stessa, Palazzo Chigi e la Farnesina venendo snobbati e smentiti, praticamente in diretta, dalla signora Merkel che va in conference call con Sarkozy, Cameron e Obama a Parigi proprio ignorando Berlusconi e Frattini…

Dice: ma se l’Italia dei quattro grandi europei in Libia – non fosse che per la vicinanza (gli immigrati)… oltre che per gli interessi e la storia pregressa – è la più coinvolta? se ha messo al servizio dei bombardamenti di chi vuole tutte le basi sul suo territorio? embé, a quelli non gliene frega niente e non hanno difficoltà ad escluderla mettendosi d’accordo (forse, al solito, però più ancora in apparenza che nei fatti) sui meccanismi, non solo sui princìpi, di trasferimento del comando tecnico e vedremo se, di fatto, realmente, anche politico alla NATO

●E Obama in televisione, rivendicando che l’intervento (le bombe) ha “evitato la prospettiva di un massacro” (la “prospettiva”! tanto non c’è controprova) e di un’invasione di libici in fuga verso Egitto e Tunisia che avrebbe messo a repentaglio il loro futuro sviluppo democratico appena sbocciato (e sembra francamente più plausibile: ma anche qui, non c’è controprova…).

Detto ciò, il presidente fa capire e, anzi dice, che l’America non vuole vedere allargarsi come pure altri propongono la missione in Libia dagli scopi fissatile in origine e che, comunque, in pratica  dall’inizio di aprile essa intende sfilarsi dall’avventura— per cui la disponibilità delle basi italiane – non la volontà soggettiva di Roma che comunque si può sempre dare per ovvia e scontata – diventerebbero essenziali perché totalmente autonomi ai fini di bombardamento delle stesse missioni sono solo gli aerei americani.

Ma, ruolo o non ruolo di sostegno soltanto che sia, il fatto è che, come sintetizza il NYT,  mentre il presidente dice la sua e dà i suoi ordini sulla scelta politica di “restringere il ruolo degli Stati Uniti nell’operazione militare condotta – o che forse sta per essere condotta, ma non lo è ancora, nel prossimo futuro – dalla NATO, Gli USA stanno allargando il ruolo delle loro forze aeree in Libia[162]. Ovvero…, delle contraddizioni della democrazia imperiale…

Più seriamente, la Turchia – dice il primo ministro Erdogan – segnala di essere pronta – se glielo chiedono le parti e gli alleati e nel quadro dell’Organizzazione per l’Unità africana e della Lega araba e non dandolo per scontato come fanno altri – ad agire come mediatrice di un rapido cessate il fuoco in Libia tra le parti che sul terreno si scontrano, per evitare che un conflitto prolungato faccia del paese “un secondo Iraq o un altro Afganistan” con ripercussioni devastanti sia per la Libia che per gli Stati che guidano l’intervento in quel paese.

Erdogan fa rilevare[163] che proprio la strana, anomala posizione e assenza di cariche formali in Libia di uno che come Gheddafi sempre ha respinto ogni carica formale e tradizionale “potrebbe buttare le fondamenta per una trasformazione capace di dar vita a diritti e libertà che reclama il popolo”… E ci sembra, almeno, una previsione qualche poco ottimista.

●Intanto, il 29 marzo, a Londra si riuniscono i volenterosi, e neanche tutti: manca, e non perché non sia stata invitata, l’Organizzazione per l’unità africana; e manca, soprattutto, il nuovo Egitto. manca, cioè, proprio chi era più importante e significativo ci fosse… ). Ma ci vanno sproloquiando Sarkozy, Clinton, Cameron e – adesso: non la sera prima alla teleconferenza – anche Frattini (mica Berlusconi: ha da fare e poi di Libia al momento, forse utilmente, non ne vuole proprio parlare).

Si passa – si passerà… adesso, ma ci vorranno ancora giorni e giorni comunque; e non c’era certo bisogno di una conferenza internazionale per dirlo – al comando unico della NATO. Solo che i francesi continuano a puntigliare: attenzione, solo sul piano tecnico, non su quello politico… E si proclama – proclamano all’unanimità i nemici interni ed esterni del rais riuniti a consesso, che Gheddafi se ne deve andare (ma non dicono come). Altri ancora opinano, come i francesi, che bisogna bombardare ad oltranza il rais. E c’è anche chi sostiene (tutte opzioni diverse lumeggiate alla conferenza di Londra) che bisogna passare invece ad armare i ribelli…

Quando chi un po’ di guerra l’ha fatta, o magari anche l’ha solo studiata, ma sul serio – le esperienze della seconda guerra mondiale e degli altri conflitti del dopoguerra – sa bene che armare una forza ribelle può “anche dare una mano a ripianare qualche po’ il livello dello scontro sul campo, o sospingere un poco il conflitto verso una certa conclusione, ma da sola la fornitura di armi non riesce mai a rimediare ai problemi fondamentali che di una forza militare fanno una forza incapace ed inetta…

   In nessuno stadio della guerra civile, i ribelli hanno mostrato competenza militare… e senza coerente organizzazione, leadership, capacità di comunicazione, comando e controllo sul campo, senza la possibilità di pianificare e sostenere un’offensiva su base logistica consolidata, non c’è quantità di armamenti a disposizione che sia in grado di risolvere il problema[164].

Questi volenterosi – eroici? chiamiamoli pure così: in fondo loro sì rischiano in prima persona – ragazzi sembrano sprecare metà delle loro munizioni sparando in aria…, si sono abbattuti da soli forse i tre aerei che erano riusciti a strappare al colonnello…, non sono spesso neanche in grado di manovrare gli arcaici T-55 sovietici (i primi prodotti proprio alla fine della II guerra mondiale dalla Uralvagonzavod di Nizhny Tagil presso la fabbrica di carri armati Stalin no. 183) strappati a Gheddafi che costituiscono l’ossatura della loro artiglieria da campo.

Fornirgli armi, in altri termini, significherebbe anche fornirgli gli istruttori che ci metterebbero se va bene un anno a istruirli. E, come dal Vietnam in poi, s’è dimostrato gli istruttori inevitabilmente portano chi li fornisce a fare esso stesso, poi, la “guerra di terra” – nella quale qui nessuno vuole razionalmente impegnarsi. L’eccezione furono i mujaheddin contro i russi, naturalmente: ma quelli quando la CIA cominciò ad armarli facevano la guerra ai russi da anni con efficacia, erano formazioni irregolari sì, ma organizzatissime. E la facevano sulle montagne…

Lo capisce pure uno che di guerra non ha mai capito niente come il segretario della NATO Rasmussen, che prima faceva il PM liberal-conservatore della Danimarca, e adesso però prova a dire seccamente, per cercare di troncare le chiacchiere, che la linea dell’Alleanza è quella di proteggere i civili libici e, comunque, non quella di armarli[165]. E, mentre il vescovo di Tripoli denuncia anche le bombe dei ribelli e le vittime civili che esse provocano (a decine), avvisa anche, forse un po’ tardi, che d’ora in poi “la nebbia di guerra non farà da scudo al possibile bombardamento degli aerei e dei missili della coalizione proprio come non ha protetto le forze del regime[166].

E, provvedendo a frenare i fremiti guerreschi del bellicoso suo presidente, anche il nuovo ministro della Difesa francese, Gerard Longuet, si affretta a precisare che la Francia stessa riconosce come armare i ribelli libici alla fine non sia compatibile con il senso della Risoluzione 1973/2011 (salvando così il misirizzi che aveva sentenziato come fosse compatibile, invece, con la lettera) e che la Francia, comunque, in Libia non manderà truppe sue: continuerà a bombardare[167].

E, forse, anche per mettere fine ai bollori della sua collega Hillary, il ministro della Difesa Gates dice durissimo che “almeno finche sarà lui al suo posto neanche un solo stivale americano calcherà il suolo della Libia[168]. Punto e basta… 

●Quanto al trattare con Gheddafi, a Londra smentiscono ogni intenzione di trattarci proprio i ribelli. Lo conferma il vice presidente del Consiglio provvisorio nazionale di transizione Abdel-Hafidh Ghoga[169] comunicando di aver trovato il modo di notificarlo già al leader libico. Non si negozia e, a loro, non risulta nessun tentativo italiano e tanto meno italiano-tedesco di farlo (non risulta, del resto, neanche ai tedeschi).

Per loro la fine di Gheddafi è quella che dice lui – la morte sul campo – o l’apparire da imputato davanti a un tribunale internazionale. E dice chiaro – minaccia, cioè – che la Libia del dopo Gheddafi vedrà i propri rapporti economici coi vari paesi europei riflettere il grado di solidarietà, di sostegno – soprattutto militare, cioè – che avrà riscontrato nei propri confronti…

Intanto, però, il governo libico ancora in carica a Tripoli e, formalmente, l’unico ancora riconosciuto sul piano internazionale – molti dicono di non riconoscerlo più, che “non è interlocutore” come, ambiguamente, dichiara Frattini ma nessuno o quasi però si spinge fino a riconoscere come governo legittimo il Consiglio formato dai ribelli – fa sapere, in modi scrupolosamente attenti a tutte le forme legali (comunicazioni del ministero degli Esteri e del Petrolio ai mercati spot del greggio a Londra, New York e Tokyo,, ecc., ecc. e alla stampa internazionale) che solo la Libya National Oil Company è autorizzata su base legale a trattare per il paese con l’estero[170].

Prodotti come petrolio e gas – recita quello che in termini tecnici si chiama advisory e che potremmo forse tradurre con ammonimento internazionale – sono strategicamente tanto importanti per l’economia mondiale, infatti, da non poter essere gestiti da bande armate e il governo si riserva l’immediata citazione in giudizio di fronte ai tribunali internazionali competenti di chiunque – imprese, enti di Stato, agenti di brokeraggio, governi – si azzardi a trattare coi ‘fuorilegge’”. E si apprende presto, subito – che in molti ambienti, per esempio all’ENI – l’avviso è stato debitamente registrato… D’altra parte, va aggiunto che dalla Libia, da tutta la Libia, e almeno da due settimane a fine marzo, a causa dello stato di guerra però molto di più che delle sanzioni che fino ai bombardamenti non avevano avuto effetti pratici, non è stato esportato un solo barile di greggio[171].  

●A fine mese, nel discorso di Obama che – in maniera sicuramente non tronfia come quella di Bush che nel 2003 sulla portaerei dichiarava (“mission accomplished”) conclusa vittoriosamente la campagna di Iraq quando essa ancora oggi continua – dice di aver vinto rispetto all’obiettivo ufficiale fissato dal CdS dell’ONU di “evitare il massacro”, viene aggiunto che l’America, perciò, ora comincerà a defilarsi. E anche i militari statunitensi mettono avanti le mani: gli insorti hanno certo riconquistato parte del territorio che avevano perduto – avverte il gen. Carter F. Ham[172], definito come l’americano più alto in grado della coalizione – però solo i bombardamenti alleati glielo hanno consentito.

Con qualche limitata sbandata – niente di quel che racconta la propaganda di parte – che li ha visti poi ritirarsi. Bombardamenti che gli americani in un briefing al Pentagono definiscono, pudicamente (per non dire altro) un’ “azione militare cinetica”: cinetica, cioè, di movimento, e non c’è dubbio che le bombe si muovono, secondo forza di gravità[173]

●A fine mese, il Consiglio nazionale di transizione pubblica due paginette di testo intitolato “Una visione di una Libia democratica[174], per redigere il quale – si dice, ma è credibile, che si sia servito di una grande agenzia di PR a New York che pagherà alcuni milioni di $, però, solo se e quando salisse al potere a Tripoli… – che  consiste di otto punti e, in sostanza, di davvero rilevante ha solo l’annuncio di voler separare i poteri del governo tra esecutivo, legislativo e giudiziario separati per bene, tocquevillemente, e di garantire a tutti la libertà d’espressione.

Non sembra proprio convinto della genuinità di questi impegni solenni il Comandante supremo alleato delle truppe della NATO in Europa, l’ammiraglio americano James G. Stavridis[175] che, secondo l’intelligence di cui dispone, “intravvedeeffettivamente “presenze” di al-Qaeda tra i ribelli libici in campo contro Gheddafi, anche se non è in grado di specificarne numero e consistenza (smentiscono seccamente i ribelli, salvo aggiungere un po’ maldestramente che, se poi qualcuno ce ne fosse davvero starebbe combattendo, comunque, dalla parte giusta); e parla di una “probabilità più che ragionevole” (una probabilità…) che l’alleanza di forze schierate contro il colonnello sarà in grado di obbligarlo ad andarsene…

●Per chiudere questa lunga – e speriamo non proprio inutile – cronaca/commento dedicata, doverosamente, alla Libia, affidiamo alla buona volontà di chi voglia leggerla una riflessione molto molto personale e, anche, molto molto allarmata: e a prescindere, ora, dal giudizio se fosse giusto o meno che fosse bombardare e intervenire in Libia – crediamo tra l’altro, sia chiaro come la pensiamo dal modo stesso in cui vi abbiamo presentato gli eventi – forse la domanda più urgente se davvero il sostegno a distanza, con le bombe e con l’appoggio diplomatico-politico, anche un po’ schifato, della fazione più debole da parte dell’occidente non stiamo in realtà “solo prolungando la guerra civile in Libia”[176]

●Si domanda, e sinceramente accorato – si capisce bene il perché leggendone il nome e sapendo chi è uno degli opinionisti americani di origine ebraica più celebrati e saggi del NYT[177] – che se e quando, come ora, “Israele è arrivata al punto che lotte tanto nobili come quelle in corso da Bengasi al Bahrain la lasciano non solo fredda ma anche molto preoccupata, bisogna pur chiedersi cosa sia diventata l’anima dello Stato ebraico”. Già…

Il fatto è che la sua preoccupazione sullo stato mentale – in sostanza pericolosamente squilibrato – della leadership di Israele (Netanyahu, Lieberman…) sembra genuina, oltre che ben informata: l’ossessione per la sicurezza di Israele così com’è e che per loro giustifica tutto, è sincera e nel mezzo di questa rivoluzione bisogna che a rassicurarli sul fatto che l’America per loro resta la più solida assicurazione sulla vita deve essere Obama, personalmente: che li vada a trovare, essendo dopotutto già stato al Cairo e in Turchia: e, allora, perché no a Gerusalemme?

Dopotutto l’A,. lo lascia capire benissimo anche se non arriva a dirlo in modo trasparente, sa ed è preoccupato che nell’area mediorientale ormai un problema di diritti dell’uomo a livello di massa esiste anche qui, in Israele: perché anche qui, in Israele, lo stato di diritto non c’è, valgono regole e leggi per i cittadini ebrei ed altre per quelli che ebrei non sono ma cittadini sì: per non parlare, naturalmente, dei palestinesi, che vivono in condizioni di occupazione o di polizia militare praticamente da sempre… 

Per questo, scrive Cohen, “l’interesse soverchiante di America, Europa, Israele e mondo arabo oggi è quello di superare lo stallo tra Israele e Palestina. Ma come?... Avevo sperato che per il veto contraddittorio degli USA a febbraio sulla risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU – il punto sicuramente più basso della nostra credibilità diplomatica – ci sarebbe stato un quid pro quo da parte di Israele. Non c’è stato. E Israele si è rimessa a parlare di accordi ad interim. La Palestina vuole la sua sovranità. Israele vuole la sua sicurezza, E le due richieste non sono negoziabili

   Solo un scommessa personale fatta da Obama potrebbe rompere questo stallo”— potrebbe… A

maggio dovrebbe andare a Gerusalemme e parlare alla Knesset. Dovrebbe dichiarare modi e maniere con cui l’America garantirà la sicurezza di Israele. Deve far abbandonare a Israele la mentalità da fortezza assediata che la sta accecando sulle occasioni che, invece, le si vanno moltiplicando intorno”: con il moltiplicarsi della democrazia nel mondo arabo. In definitiva, “ un nuovo Medioriente merita molto di più di una vecchia Israele”.

Già… ma Israele non cambia. Si mette, approfittando – o, forse, credendo di poter approfittare: si vedrà… – del momento, a bussare di nuovo al bussolotto americano: con questa nuova situazione di turbolenza in atto in Medioriente, ha bisogno – dice il ministro della Difesa Ehud Barak al Wall Street Journal – di nuovi aiuti militari americani almeno per “20 miliardi di $[178]. In una sola botta, incasserebbe così più o meno cinque anni di aiuti “normali”.

●Salam Fayyaad, il primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese, largamente apprezzato dai palestinesi – è uno che le cose tenta di riformarle sul serio: e, da questo punto di vista, lo stimano anche i più intelligenti tra gli israeliani i più ottusi dei quali, peraltro e a conferma, lo considerano invece più pericoloso – e apprezzato molto di più dello stesso  presidente Abu Mazen/Mahmud Abbas, uomo visto solo e sempre come marcato dal compromesso al ribasso e supino del rapporto che ha con Israele e l’America, riceve adesso a Ramallah il segretario alla Difesa americano Gates.

Lo prega, e tiene a far sapere di avergli chiesto, di spiegare bene ad Obama[179] – la Clinton neanche la nomina – che è cruciale per poter mantenere una credibilità qualsiasi verso la concorrenza di Hamas a Gaza e ormai anche nei territori occupati e allo stesso “processo di pace” che Israele mostri almeno di voler cominciare coi fatti a cessare l’occupazione entro la fine del prossimo settembre.

Altrimenti – non minaccia ma spiega – diventa inevitabile e necessaria la proclamazione e la richiesta al mondo da parte dell’ANP a tutti gli Stati dell’ONU – di un vero e proprio Stato di Palestina entro i confini del 1967. Il mondo arabo sta, infatti, cambiando a vista d’occhio se stesso e, insieme, tutto il Medioriente e i palestinesi non possono accettare di restare, loro che sono sempre stati all’avanguardia della modernizzazione nell’area, a rimorchio di questa rivoluzione culturale e politica.

●In uno sviluppo che a Gerusalemme allarma il governo, dopo aver incontrato al Cairo con una delegazione speciale le controparti del nuovo governo egiziano, Israele viene informata dal ministro degli Esteri Nabil Elarabi, che poi lo dice anche pubblicamente in conferenza stampa (e viene congratulato subito da Teheran), che il paese intende aprire una nuova fase di relazioni “dinamiche” anche con l’Iran. Storicamente i due popoli non sono mai stati nemici e il problema degli hezbollah, che Israele denuncia come sostenuti da Teheran, per l’Egitto non fa proprio problema: è parte integrale e integrate della politica e della vita sociale del Libano. Con loro l’Egitto è interessato ad aprire relazioni e rapporti.

Il Cairo sta anche riconsiderando il blocco della striscia di Gaza nello sforzo di migliorare le condizioni di vita dei palestinesi che ci vivono, oltre un milione. Secondo il ministro degli Esteri di Hamas, che da dopo le libere elezioni del 2006 costituisce il governo legittimo di Gaza, questo spostamento di politiche del nuovo Egitto nei loro confronti si manifesterà presto nella riapertura completa del confine tra Gaza e il Sinai egiziano al confine di Rafah[180] che, finora, su richiesta israeliana era stato tenuto chiuso per isolare anche da quella parte la popolazione palestinese.

E il combinato disposto delle due notizie sembra trasmettere una specie di ballo di San Vito isterico o quasi tra le fila del governo a Gerusalemme.    

●Solo curioso, almeno a una prima lettura anche se un po’ patetico, sembra l’appello del vice di Osama bin Laden, il medico cairota Ayman al-Zawahiri, perché chi si è ribellato a Mubarak nel suo paese natio decida di stabilire un vero e proprio emirato islamico in Egitto, retto e guidato dalla più stretta interpretazione della sharia[181]. Il DVD che registra l’appello, 28’ di durata, raccomanda a egiziani e tunisini di non lasciarsi irretire dagli USA e da altre potenze occidentali ad installare regimi fantoccio e agli yemeniti di continuare la loro sollevazione contro il regime di Ali Abdullah Saleh che ha trasformato lo Yemen in una base di spionaggio degli americani.

●Meno patetico, stavolta, il verdetto – la fatwa, la sentenza religiosa – che, dall’Arabia saudita dove vive tranquillo, ben rifocillato e riverito, emesso – e a rigore di Islam valido, però, solo per i suoi seguaci – dello sceicco Abdelmalek Ramdani[182], leader spirituale dei salafisti algerini (gli estremisti sunniti che per anni hanno cercato di imporsi col terrore, attirando il terrore della repressione militare su di sé e purtroppo su tutti gli algerini).

La fatwa, di per sé solo un’opinione religiosa, per i sunniti mai obbligatoria e per gli sciiti in relazione al rapporto personale che ciascun fedele ha con lo studioso islamico che la emette) ordina ai mussulmani di ignorare ogni appello al cambiamento civile e politico perché “la democrazia è una perversione anti-islamica”.

Infatti, argomenta (sic!) dove c’è l’Islam il “comandante” di una nazione è un mussulmano e i mussulmani “perciò gli devono obbedienza”. Se, come in Yemen o altrove, annota, uomini e donne “si mischiano” nelle manifestazioni di piazza, agiscono contro i precetti della religione. Fra l’altro chiunque si muove per abbattere un leader al potere, come è noto, vuole solo salire al suo posto…

Così, vedete, parlò il Tocqueville – o, meglio, siamo corretti: questo Tocqueville – mussulmano…

in Cina

Il commento alle “inquietudini” mediorientali che esce, è vero non unanimemente ma abbastanza significativamente, qua e là in questo paese,  ci sembra intrigante e anche significativo delle preoccupazioni di chi lo manifesta: sicuramente rivelatore di timori e di un sordo allarme verso le espressioni di più o meno libera critica o di critica in sé. Comunque ci obbligano a ragionare alcune delle comparazione tra quel che è avvenuto nel Mediterraneo e quanto non è avvenuto, invece, in Cina (per ora?).

E’ proprio in questi giorni in cui si riunisce, poi, l’Assemblea del Popolo della Cina, il Quotidiano di Pechino[183], in uno strano editoriale, critica ad esempio i movimenti popolari di protesta nel Medioriente ma, soprattutto, scarta seccamente l’ipotesi che qualcosa di simile possa avvenire anche in Cina.

Sono movimenti artificiosamente montati da pochi individui – spiega l’editoriale – utilizzando mezzi come Internet, non illegali ma usati in modo illegale. Ma trovano qualche spazio solo se chi governa, pur avendo magari il consenso del popolo, non riesce sempre e a tutti i livelli necessari a interpretarne tempestivamente bisogni e aspirazioni.

E ricorda come, a Tunisi e al Cairo, le “turbolenze” siano partite da episodi di “stupida e anche arrogante disattenzione” delle autorità verso i bisogni e i problemi di individui singoli i cui reclami avevano il diritto di essere esaminati e il cui “auto sacrificio” ha fatto poi da scintilla. La motivazione, nel merito, sembra ovviamente, ma anche banalmente sensata (la Cina è la società che al mondo appare più dinamica e in crescita, al contrario di quelle dei paesi mediorientali: ma anche qui c’è spesso, ed è scandalosamente visibile, lo stacco fra la gente comune e i sopracciò locali… E secondo la saggezza del vecchio proverbio – universale – della coda di paglia, da cosa sarebbe mai motivato, se non da questo sottile timore, questo strano mettere le mani avanti?).

Però…, però rilevato quanto appena detto, è anche doveroso osservare che un regime anche di partito unico istituzionalizzato come quello cinese è molto più flessibile dei regimi monopolistico-monocratico-autocratici personali di gente come Mubarak o Ben Ali. Qui non c’è un dittatore al potere da decine di anni ma una leadership collettiva che ha istituito, annunciato, sperimentato e fatto vedere pubblicamente da anni una reale rotazione ai vertici. Insomma, una innovazione sperimentale e continua che adatta i vertici dal 1978.

Sono due le ragioni essenziali che diversificano davvero la Cina da questo mondo arabo in rivoluzione. La prima è che Pechino ha registrato un reale successo nel trattare la e, più raramente, con la protesta: dispone di una panoplia di strumenti – morbidi, duri, anche durissimi ma sempre disponibili.

Ad esempio, il regime si è mostrato straordinariamente capace di rovesciare sulle varie leadership interne, ma a calare, fino al livello micro locale, la critica sulla cattiva gestione e anche sulla corruzione: con esempi, durissimi – fino all’ “esemplarità” della pena di morte elargita e vista in pubblico a punire i colpevoli, o quelli che comunque il potere riconosce colpevoli ma in modo tale da risultare, comunque, convincente per l’opinione pubblica.

La seconda ragione forte che gioca, nel paragone, a favore di Pechino è la crescita straordinaria del paese negli ultimi tre decenni. E, dentro questo fenomeno, i giovani vedono e trovano quello che, in Egitto per dire, non c’era anzi era radicalmente negato dalla disuguaglianza sistematizzata a norma: una vera opportunità di andare avanti, sia economicamente che socialmente, i giovani cinesi la trovano ogni anno nella loro società e ogni anno sempre di più. E, allora, credono – ne sono convinti – che lavorare dal di dentro, dentro lo Stato così com’è, non solo è possibile ma rende anche e rende meglio del protestare in piazza.

Insomma, qui c’è quella speranza che nel Mediterraneo arabo i giovani proprio non vedevano e che per questo li ha portati alla ribellione: parlando in generale, si intende, e con le mille eccezioni che conoscono sulla loro pelle solo i protagonisti.

●A febbraio, anno su anno, l’indice dei prezzi al consumo, cioè l’inflazione, è aumentata del 4,9% (+11% per i beni alimentari e solo +2,3% sui non alimentari) mentre i prezzi alla produzione hanno visto salire l’indice del 7,2. Il valore aggiunto del settore industriale è cresciuto a gennaio su un anno prima del 14,1%, mantenendosi allo stesso livello a febbraio, mentre gli investimenti fissi sono saliti del 24,9% nello stesso periodo. A gennaio e a febbraio, le vendite al dettaglio sono anche aumentate del 15,8% a 441,67 miliardi[184].

E mentre molti osservatori, dopo la crisi dei mercati asiatici in particolare seguita al terremoto giapponese (e al resto che ha colpito quel disgraziato paese in questa occasione), pensavano a un allentamento della liquidità monetaria e a una preoccupazione minore rispetto a quella di garantire la crescita sulla depressione dell’inflazione, le autorità rovesciano le aspettative e danno istruzioni – d’autorità, appunto – perché aumentino dello 0,50% la quantità delle riserve obbligatorie di ogni singolo istituto bancario, congelando così 350 miliardi di yuan (53 di $) altrimenti disponibili per il credito con una stretta ulteriore non sui tassi ma proprio sulla quantità di moneta[185]. Insomma, a conferma della politica ultraortodossa cinese, la priorità è la lotta all’inflazione.

●La Camera di Commercio americana in Cina dichiara che il 78% delle aziende che vi aderiscono hanno risposto, nell’inchiesta annuale dedicata, che le loro attività nel paese nel 2010 sono state molto o, comunque, redditizie[186]. L’83% di esse progetta di aumentare gli investimenti col 63% che riferisce di miglioramento dei margini operativi, in notevole aumento dal 44% degli aderenti dell’anno prima.

Ma le riforme economiche cinesi, secondo il 24% delle imprese intervistate, il 9% in più dell’anno precedente, non hanno migliorato lo stato del business americano in Cina. E, secondo il 71%, resta comunque la discriminazione nel trattamento delle imprese statunitensi rispetto a quelle straniere (mai una riflessione, ça va sans dire, su come vengono trattate le imprese cinesi in America, o anche in Europa…) e il 31%, in aumento del 23% dal 2010, elenca la burocrazia cinese come uno dei cinque ostacoli principali a far business nel paese (in Italia, per dire, è al primo posto[187]).

●L’OMC, l’Organizzazione mondiale per il commercio, ha dato una bella soddisfazione alla Cina ordinando agli Stati Uniti, già in sede di appello, di dismettere le due classi di tariffe punitive anti-dumping e anti-sussidi imposte dal 2007 sul 20% delle esportazioni cinesi in America. La sentenza aumenta, dice un portavoce del Dipartimento Trattati e Legislazione del governo di Pechino[188], la fiducia dei paesi aderenti all’OMC nelle regole del multilateralismo ad usare i meccanismi dell’organizzazione per proteggere i propri diritti. Ma il governo cinese chiede a quello americano, adesso, di dare immediata esecutività all’ordine ricevuto dall’OMC.

●L’OMC non si ferma e annuncia anche che considera scorretti i sovvenzionamenti pubblici che gli USA in passato elargirono alla Boeing, per facilitare la R&S targata NASA ma mirata al fine specifico di sviluppare nuovi componenti ultraleggeri che sarebbero stati poi utilizzati per fabbricare il 787 Dreamliner per almeno 6 miliardi di $. Insomma, pari e patta, con la condanna che qualche mese fa emise contro l’Airbus della EADS europea[189]

Deficit commerciale[190], a febbraio, riferisce l’Ufficio centrale delle dogane, registrato a 7,3 miliardi di $, con esportazioni cresciute su base annua del 2,4% e importazioni in aumento del 19,4%. E, adesso, viene annunciato che anche a marzo, la Cina dovrebbe trovarsi in deficit commerciale. Il ministro del Commercio Chen Deming stima[191] che le importazioni continueranno ad aumentare per tutto il 2011 e che l’attivo sul PIL si ridurrà certamente dal 3,1% del 2010. In particolare, prevede che aumenterà l’import dai paesi meno sviluppati e dai paesi che con la Cina già godono di un surplus commerciale.

Il capo del Centro per lo studio dello sviluppo del Consiglio di Stato, noi diremmo il Governo, Zhang Yutai, prevede[192] una crescita in accelerazione nel secondo trimestre dell’anno e un tasso intorno all’8% del PIL nel 2011 che consentirà al paese di continuare a dar fiato adeguatamente al suo modello di sviluppo, ma sempre nella stabilità.

La crescita del paese sarà garantita da investimenti appropriati in settori come la fornitura, la sicurezza e la miglior conservazione dell’acqua potabile, un’edilizia a buon mercato per i cittadini e la costruzione della rete ferroviaria avanzata di cui ha bisogno il paese. Le vaste riserve di alimentari e l’espansione continua ma ben calibrata della rete di distribuzione riusciranno a contenere l’aumento dei prezzi al dettaglio mentre il controllo più stretto ed equilibrato della liquidità sul mercato continuerà ad attenuare la pressione sui prezzi.

●Il presidente del Comitato permanente dell’Assemblea popolare cinese che sta tenendo la sua sessione annuale a Pechino, Wu Bangguo, ha affermato, nella relazione introduttiva ai lavori[193], che la Cina non adotterà un sistema multipartitico né la separazione dei poteri tra esecutivo, legislativo e giudiziario, non farà suo un modello federale né separerà il proprio parlamento in due rami. Rafforzerà, invece, il proprio sistema giuridico senza mai “imitare altri sistemi… diversificare il nostro credo di fondo” o “adottare privatizzazioni formali”. Tutto sarà fatto alla cinese – spiega anche molto in dettaglio sui princìpi, instaurando e perfezionando cioè ogni giorno il “sistema socialista con caratteristiche nostre, cinesi”.

Sul piano delle cose da fare, spiega sempre Wu Bangguo – ma qui molto meno preciso – legislativo ed esecutivo si attiveranno di più su una politica di bilancio avanzata, su una politica monetaria prudente, sul rischio di debito eccessivo dei governi locali, sulla riforma dei settori chiave alla promozione dello sviluppo e su una più equa ridistribuzione della ricchezza anche nelle aree dove sono maggiormente presenti minoranze etniche. Impegni, tutto sommato, evidentemente generici.

Alla fine della sessione il primo ministro Wen Jabao ha concluso dichiarando che l’agenda del governo vede oggi al primo posto la lotta alle tendenze inflattive[194]. Si tratta ha detto di fermarla subito prima che diventi troppo difficile farlo, aggiungendo che Pechino continuerà a controllare l’erogazione di credito per tutto il 2011. Il governo controllerà da vicino i costi del settore edilizio, garantendo la fornitura alla periferia dell’immenso paese di grano, carne, frutta e verdure.

Noi, dice Wen, continueremo a lasciar apprezzare sul mercato la valuta cinese ma gradualmente, come dobbiamo per tener conto dei riflessi che un suo aumento improvviso avrebbe su produzione e consumi in questo paese. Veglieremo inoltre a un altro cambio, importante: la sempre più diffusa elezione a scrutinio segreto di rappresentanti del popolo ad ogni livello, a cominciare da quelli più bassi e anche degli stessi governanti.

Il primo ministro, che sul punto è noto essere molto più disposto a scommettere di molti suoi colleghi, ha ribadito la sua convinzione che la mancanza di riforme politiche può minacciare le stesse conquiste economiche del paese e ha denunciato la corruzione come la “minaccia più grande che si trovano di fronte il partito e il paese[195].

E’ decisivo, insiste, accelerare l’elezione di rappresentanti del popolo a tutti i livelli, anche ai massimi. Ma bisogna cominciare dal basso, costruendo le condizioni necessarie per il popolo di criticare e esigere che chi li governa renda loro conto mettendoci così in grado di cogliere la protesta e i reclami che dal popolo emergono ma a cominciare dal basso.

Si tratta di un cambiamento importante che deve aver luogo, però, anche qui, alla cinese. “Sui alla cinese: empre sotto la guida, cioè, del partito comunista: perché per funzionare richiede un ambiente stabile e armonioso e un avanzamento ordinato; e perché, poi, come riconoscono tutti gli onesti è il partito che ha garantito alla Cina sviluppo, progresso, pace sociale e libertà”, collettive e individuali, sempre maggiori.

●Nell’anniversario della rivolta tibetana che nel 1959 ribadì, con la repressione cinese, che il Tibet non sarebbe più diventato indipendente, anche se gli veniva riconosciuta un’autonomia ampia ma alla cinese, ben sorvegliata – insieme alla modernizzazione a passi forzati che l’ha trascinato di colpo dal medioevo nel XX secolo, il Dalai Lama ha annunciato di voler lasciare il ruolo di capo del governo in esilio del Tibet[196]

Resterebbe capo spirituale del buddismo tibetano e il suo ruolo politico dovrebbe – propone lui – venire coperto invece da un leader eletto: ma non si sa quando, non si sa come, non si sa bene da chi e non si sa, soprattutto, se questo strumento – la democrazia elettorale – del tutto estraneo alla tradizione tibetana addirittura pre-feudale potrà sopravvivere anche solo alla sua menzione pure benedetta dal Dalai Lama.

●Dopo il rallentamento nel 2010, significativo (sul 10%) e anche per gli osservatori stranieri più interessati inatteso, la Cina aumenterà nel 2011 la spesa militare del 12,7% a un totale di 91,5 miliardi di $: tenendo il passo, rileva il portavoce di questa quinta sessione annuale dell’Assemblea nazionale, Li Zaoxing, dell’aumento del PIL e non scontando totalmente neanche, in combinazione, l’aumento dell’inflazione registrata[197].  

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

●In Canada, il governo non riesce a trovare la maggioranza per far approvare il grande e improvvido acquisto all’ingrosso della Lockheed Martin americana di ben 65 caccia F-35 che, però, verrebbero adesso, alla consegna, a costare tra l’altro 12 miliardi di $ più del convenuto[198]… Il fatto è che, quando a luglio ha annunciato la sua decisione (ma ancora non firmando il contratto), il governo non ha fatto un’asta ricorrendo a una licitazione assai inconsueta e adesso si trova pure a dover pagare molto, molto di più: invece dei 17,5 ben 29,3 miliardi di $.

Si tratta di un apparecchio tecnologicamente molto avanzato ed estremamente sofisticato. Ma anche monomotore, forse non proprio il più adatto – secondo molti tecnici delle Forze aree canadesi – per chi per missione ha quella di pattugliare i ghiacci perenni dell’immenso territorio artico del paese.

●Le esportazioni dell’India sono avanzate del 49,8% in un anno a febbraio, con le importazioni cresciute meno della metà del 21,2%. Il deficit commerciale a febbraio è salito di 119 milioni di $ a 8,1 miliardi. L’inflazione all’ingrosso, il dato di riferimento principale per le decisioni della Banca centrale, nello stesso mese è aumentato leggermente all’8,3 dall’8,2 di gennaio[199]. E, a metà marzo, con a motivo proprio questa spinta inflattiva, la Banca centrale aumenta di un quarto di punto percentuale entrambi i suoi principali tassi di riferimento: quello fatto pagare sui prestiti alle banche commerciali sale così al 6,75% e quello alle altre banche al 5,75[200].

EUROPA

● Lavoriamo per la ripresa…

 

Aiutatemi a fare la mia parte per stimolare l’economia

Fonte: Dave Carpenter

●Nel quarto trimestre del 2010 il PIL dell’eurozona, secondo i dati della seconda revisione, è cresciuto dello 0,3%[201], con uno 0,2% invece nell’Unione a 27; nel terzo trimestre la crescita tra i 16 era stata sempre dello 0,3 mentre quella complessiva dei 27 aveva registrato un tasso di superiore, allo 0,5%.

●Il tasso di disoccupazione[202] ufficialmente calcolato nell’area comunitaria ammonta a gennaio al 9,9% (in USA, stesso mese, è al 9,7%, in Giappone al 4,9. Nell’area dell’euro, in Lituania la disoccupazione a gennaio è al 20% ufficiale, in Spagna al 19,2 e in Lettonia al 17,3%; al minimo, il 4,6 %, è in Lussemburgo, seguito dal 6,1 di Cipro).

●La produzione industriale nell’eurozona è aumentata del 6,6% a gennaio, anno su anno[203].

●Il tasso di sconto dell’eurozona, annuncia il 3 febbraio la Banca centrale europea, viene lasciato dov’é, all’1%, più alto comunque del tasso di interesse americano anche (0,75) con inflazione poi grosso modo dov’è la loro (qui è il 2,3% ma trainata quasi solo da un fattore esterno come il petrolio in aumento) e l’annuncio, anche, che la prossima volta “potrebbe[204] aumentarlo. Perché dell’inflazione, comunque, a Francoforte vivono in costante apprensione[205].

Vuol dire che, dati e previsioni considerati c’è un rischio, ma ancora ben sotto controllo di stagflazione (2,3 inflazione, 1,7 crescita) col pericolo, domani, chi sa?, di prezzi in aumento alimentati dal petrolio (rimetterebbero ancor più in questione ogni acquisizione dei lavoratori dipendenti e dei pensionati) ma col pericolo, invece immediatamente incombente, che alla prossima seduta di inizio aprile questi aumentino davvero i tassi con decelerazione istantanea e depressione ulteriore su un’economia che già non ce la fa proprio a riprendersi.

Con le misure sulla cosiddetta stabilità/competitività che sono passate al vertice europeo di inizio marzo, di fronte a un aumento di deficit pubblici che è stato provocato dall’indebitamento privato specie delle banche cui il pubblico ha dovuto far fronte, con i paesi dell’euro (eccezioni “dimensionalmente” e politicamente irrilevanti, solo Lussemburgo e Estonia), tutti oltre il 3% di deficit/PIL (dal -32% dell’Irlanda al -5 del’Italia, per dire: ma anche al -3,7 della presunta pietra di paragone tedesca di ogni virtù) e con la Finlandia come solo paese nella UE dall’inizio al 60% “obbligatorio” di debito/PIL, cade la scure e tutti dovranno di corsa rimettersi a privatizzare il patrimonio pubblico.

Col peggior sacrificio imposto alla fine alla Grecia (che inevitabilmente cadrebbe a questo punto in default: quel che, teoricamente, il piano di salvataggio avrebbe dovuto evitare) e, in progress, a Irlanda, Spagna e Italia. A meno che li mandiamo a fo***rsi tutti: loro e le loro politiche. Quelle di tutti, anche dei moderati di centro-sinistra però… A dirla in breve, solo la sconfitta delle destre al potere (a partire da quella tedesca, ma seguita da quella di tutti i suoi corifei di centro-sinistra) potrebbe – se sarà mai possibile – servire a rovesciare questa tendenza, questa politica, che cerca nell’impoverimento dei più l’uscita alla crisi che si dovrebbe altrimenti trovare impoverendo di brutto chi più ha preso e rubato.

Dice. Demagogia!... Diciamo: forse... Ma poi chiediamo (e vorremmo risposte): ma è meglio star a guardare e lasciar fare ai Robin Hood alla rovescia che imperversano ormai da anni in tutte le istituzioni finanziarie e economiche e i centri di potere politici d’Europa e del mondo? O non sarebbe meglio prendere atto del fatto che motivi forti e ragioni solidissime, motivazioni che ne impongono la ripresa, sono per la gente che lavora e per chi è condannato al non lavoro – per la sinistra cioè – prepotenti e che quel che le manca davvero, ma drammaticamente, è solo la capacità di organizzarsi?

●In effetti, in Europa, l’inflazione[206] arriva a febbraio, secondo la prima stima finale, a un 2,4% annuo: un tasso superiore, certo al fatidico target del 2% che avrebbe voluto vedere la BCE stessa, ma assai meno preoccupante, obiettivamente, del bassissimo tasso di crescita delle economie dell’Europa (vedi qui nel primo paragrafo).

Deficit degli scambi dell’Unione europea a 27 paesi per 30,4 miliardi di € nel quarto trimestre del 2010, con le prime stime a dettagliare che si tratterebbe di un attivo di 15 miliardi nei servizi e 26,3 miliardi di € di rosso per gli scambi commerciali[207]. Il deficit commerciale dell’eurozona col resto del mondo sale in cabrata, a gennaio, a 14,8 miliardi di € dai soli 500 milioni del mese prima[208]

●Il primo ministro di Danimarca, Lars Lokke Rasmussen, dice di voler proporre un referendum alla cittadinanza su una possibile entrata anche del suo paese nell’eurozona anche se associata a qualche opt-out (all’inglese, come fece la Thatcher a suo tempo). Insomma vuole chiedere all’elettorato, adesso che il patto europeo con le proposte tedesco-francesi potrebbe (potrebbe…) consolidarsi finanziariamente e si va imponendo (almeno potenzialmente) la questione dei nuovi poteri della presidenza, se non conviene cercare di garantire al paese una voce più piena negli sviluppi dell’Unione. Lui pensa che la questione andrebbe adeguatamente discussa e decisa democraticamente. Appunto, con un referendum.

Lo ha detto alla stampa, uscendo da un incontro dei membri liberali del Parlamento europeo. Lui non è certo, ha detto, se il voto nel referendum sarebbe un sì o un no. Ma secondo il suo parere esso gli semplificherebbe la vita… Poi, certo, dovrebbe negoziare il suo complicato opt-out con gli altri 16 dell’eurozona.

Poi, torna sul tema e, scoprendo qualche altarino sulla confusione in cui si va preparando il vertice europeo che verso fine mese dovrebbe – dovrebbe… – decidere del nuovo piano di stabilità e di salvataggio (ed è inusuale assai, qui non sono abituati alle sfumature: è tutto bianco o tutto nero, o è sì o è no, come una volta – ma non più ormai – era anche alla tedesca, non certo alla francese e, tanto meno, si sa, all’italiana…). Adesso il governo danese[209]

• prima dichiara di aderire a una soluzione globale della crisi del debito nell’Unione, il cosiddetto europatto;

• poi proclama, in ogni caso, di impegnarsi col parlamento – per averne, spera, l’assenso – a che il paese non aderirà mai alla moneta unica e nessuna disposizione dell’europatto potrà rimettere mai in questione entità e condizioni del sistema pensionistico in vigore nel paese o del suo welfare e che nessuna regola nuova in esso stabilita potrà mai mutare i sistemi contrattuali del paese… Insomma, sì ma: un vero e proprio opt out, come si diceva una volta, all’inglese. Un’eccezione tutta e solo danese…

●E, poi, il governo del Belgio – meglio: quell’ectoplasma ad interim perpetuo che lo rappresenta in pratica solo per le riunioni europee ma che, per il resto, ancora non è stato formato dopo le elezioni di giugno 2010: 300 o giù di lì giorni or sono, quanti in Iraq – rivela[210] che le bozze di documenti in preparazione per il vertice UE che affronterà la questione dell’europatto (regole nuove dal 2013 – quelle rifiutate dai danesi per sé – di stabilità finanziaria e impegno a un aumento forse fino a 500 miliardi di € per il salvataggio dei debiti sovrani in crisi) rinvieranno la formale adesione almeno, almeno, fino al vertice del giugno 2011.    

●In Spagna, la disoccupazione a febbraio è salita ancora dell’1,6% arrivando a 4.300.000 unità e al poco invidiabile record del 20,8%, il numero maggiore da quando le statistiche in materia vengono collazionate. Dal 1996, informa il ministero del Lavoro sul suo sito web[211].

La Banca centrale[212], contraddicendo esplicitamente il ministero delle Finanze, prevede che il deficit/PIL del 2011 sarà al 6,2% e, nel 2012, al 5,2% (la ministra Elena Salgado lo dà invece, rispettivamente, a  6 e al 4,4%), con un attesa per la Banca di aumento del PIL dello 0,8 nel 2011 e dell’1,5% nel 2012 (per il governo +1,3 e +2,5%). La Banca, alla quale i mercati sembrano credere più che al governo, prevede anche un tasso di disoccupazione che resta finora a tutto il 2012 al 20%: il più alto d’Europa.

Sempre per la Spagna, poi, Moody’s, la nota e notoria agenzia di rating, tempestivamente, alla vigilia della riunione di Bruxelles dei capi di Stato e di governo europei, aveva già provveduto a svalutare[213] il debito sovrano, da Aa1 a Aa2, con l’aggiunta, anche, di una nota di  previsione negativa: dovuta, dice, all’incertezza che regna sui mercati sulla capacitò del paese di migliorare lo stato delle proprie finanze e, in particolare, al costo in aumento dei servizi di banca.

E non si accontenta Moody’s: butta giù, addirittura di tre tacche in una botta soltanto,a B1, il debito ●della Grecia[214] nella convinzione, spiega, che alla fine, dopo il 2013, salvataggio o non salvataggio, Fondo o non fondo europeo, sarà costretta a ristrutturare, comunque, come si dice, il debito.

●In Portogallo, salgono a livelli ancor più intollerabili i rendimenti imposti ai buoni del Tesoro per trovare mercato[215]: subito dopo metà mese il Tesoro di Lisbona ha preso in prestito 1 miliardo di € sui mercati finanziari ma, per farlo, ha dovuto concedere agli investitori sui titoli a un anno un rendimento del 4,3%, dal 4 che era[216].  

E il governo, che se la fa subito sotto (il primo ministro Socrates proclama di non voler andare al vertice UE di fine marzo “col cappello in mano” e, perciò – ma si illude – per presentarcisi “meglio” con l’accreditamento voluto nei confronti di mercati e padroni e colleghi annuncia nuovi tagli al bilancio – la quarta rata di misure di austerità in undici mesi che dovrebbero valere lo 0,8% del PIL – e, se non passano, minaccia – ma i deputati non sanno cogliere al volo l’occasione, purtroppo – di dimettersi “anche da deputato”.

Ripete, pure, che vuole mettere in atto (ma non mette in atto: dice di volere per sembrare più austero…) le riforme strutturali di cui “c’è bisogno” per poter ridurre il deficit della misura “necessaria” entro il 2013: cioè, tagli al welfare e alla spesa sociale, specie in infrastrutture, mutamenti in senso sempre più liberista alle regole che presiedono al mercato del lavoro, riduzione delle liquidazioni e una “tassa di solidarietà”, come la chiama il ministro delle Finanze Fernando Teixeira dos Santos[217], percentualmente uguale per tutti sulle pensioni che superano i 1.500 € al mese.

Il sindacato CGT, da parte sua, ha preso a chiamare sistematicamente – e secondo chi scrive anche giustamente – dos Santos (anche lui come Socrates – ma non c’è da meravigliarsi, no? – socialista, di centro-sinistra) l’“ infame”: in senso tecnico, proprio, come l’uomo che si fa carico di diffondere in giro la fame tra i meno abbienti e i lavoratori del suo paese. Demagogia? Sì! indubbia e strameritata…

Pare che il governo, stavolta, abbia fatto davvero, però, il passo più lungo di quanto si poteva permettere con la sua maggioranza soltanto relativa e la necessità di far approvare il suo piano, definito unilateralmente, tra gli applausi inutili e rivoltanti di mercatisti di ogni sfumatura del rigorismo a spese degli altri.

Infatti, è chiaro che non sa neanche fare i conti. Non solo sui piani, i sacrifici, le percentuali di debito e deficit, manco sui numeri che ha/non ha in parlamento: il 23 marzo racimola solo 97 voti a favore dei 230 della Camera e si dimette per forza[218], come aveva detto Socrates e come non poteva più evitare di fare: e il piano rigoroso di Teixeira dos Santos (non certo i problemi, però) se ne va in fumo…

●Subito, il giorno stesso, scatta il downgrading del rating dell’agenzia Fitch che svaluta il debito sovrano del paese da A+ ad A-[219]. A ruota, appena dopo, fa lo stesso l’altra agenzia – S&P, la Standard & Poor’s – che taglia lo stesso rating da A- a BBB, perché la crisi stessa aumenta il rischio paese e potrà ancora peggiorare a seconda di come va tutta la diatriba sul fondo di salvataggio[220].

Infierisce ancora, poi, Standard & Poor’s che spara raffiche a palle incatenate: prima, lunedì 28, abbassa il rating a cinque istituti bancari e a due loro filiali, tutte fino a quel momento con una valutazione superiore a quella del rating sovrano del paese. E poi, il giorno dopo, torna ad affondare ancora a BBB-, il livello più basso, appena sopra la pura spazzatura, proprio il rating sovrano… E, tanto per mantenersi in allenamento, fa lo stesso anche col rating ellenico[221]…     

E, adesso, a metà aprile, e poi a metà giugno, vanno a scadenza due prestiti di bond del Tesoro da coprire con 10 miliardi di € e poi, a luglio, altri 2,3 miliardi. E c’è ancora, urgente, la necessità di coprire spese di finanziamento di programmi di sicurezza sociale. Ma ancora non è stata calendarizzata la prossima asta. E, il giorno dopo le dimissioni di Socrates, i buoni del Tesoro a dieci anni salgono a un rendimento record del 7,7%, prima di tornare a calare leggermente.

I socialdemocratici (centro-destra) che erano all’opposizione e, con le elezioni, andranno al governo – al posto dei socialisti: pensate un po’, di centro-sinistra… – hanno già reso noto, col primo ministro in pectore Pedro Passos Coelho che saranno disponibili a ricorrere anche a piani duri di salvataggio. Ma non a un’austerità flagellante e controproducente come quella che aveva evocato il governo uscente. Di più però finora non hanno detto…

Si apprende intanto, però, che il deficit di bilancio del 2010 è stato in effetti ricalcolato all’8,6%, parecchio superiore alle 7,3 che il governo aveva promesso di non superare[222]. A livello europeo sarà, dunque ancor più difficile[223] ora, in carenza di un governo pienamente legittimato, ignorare l’urgenza del prestito di salvataggio, qualcosa di vicino forse agli 80 miliardi di €, che serve al Portogallo ma altrettanto serve all’Europa per non lasciar diffondere il panico sui mercati e sostenere l’euro. Ma, allo stesso momento è molto più difficile.

Anche perché il governo finlandese, che va a elezioni politiche a metà aprile, ha già fatto sapere di non potere in queste condizioni di non piena legittimità legislativa – la sua e la loro – votare a favore. E il voto deve necessariamente essere unanime o, per le regole dell’Unione, non vale. E, infatti, a fine marzo ogni decisione su condizioni nuovo e valore del Fondo di salvataggio saranno rinviate almeno a fine semestre...

D’altra parte, il nodo da sciogliere – chiedere o non chiedere il salvataggio, ma alle condizioni imposte…; o decidere di fare da soli, ma in quadro che comunque ormai è di gran lunga etero-condizionato – chi è che lo deve fare? Merkel ormai nettamente preferisce la prima soluzione, e lo dice, perché  la controllerebbe di più, Sarkozy è piuttosto per lasciare a Lisbona la scelta, se vuole, di rifiutarla[224] e – con la sua solita grazia lascia capire – di impiccarsi con le sue mani.

●In Ungheria, nello sforzo di ridurre il debito pubblico, dall’80% intorno al 65% del PIL entro il 2014, dice a inizio mese il ministro dell’Economia, Gyorgy Matolcsy del governo di destra estrema e populista di Viktor Orbán[225], la spesa pubblica sarà tagliata di 550 miliardi di fiorini (2,5 miliardi di €) nel 2012 e di 900 miliardi (€3,3 miliardi) – il 3% del PIL ad oggi – sia nel 2013 che nel 2014. Del taglio drastico di fondi pensione privati al settore pubblico 2/3 andranno quest’anno a riduzione del debito/PIL e i tagli al bilancio lo ridurranno al 65-70% per fine 2014.

Ma il partito di Orbán, Fidesz, e il suo monocolore che alle ultime elezioni avevano preso il 70% dei suffragi su impegni totalmente diversi, adesso hanno un serio problema di credibilità politica da affrontare all’interno oltre a quello che gli resta all’esterno, dentro l’UE, dove gli unici a non criticarne i tratti autoritari e reazionari (leggi bavaglio sulla stampa, riduzione del’indipendenza dei giudici) sembrano – stranamente no? – i  colleghi italiani del PPE: del PDL, più precisamente.

●L’ente di Stato che in Polonia ha l’incarico di rifornire di gas naturale il paese, la PGNiG, chiede che la russa Gazprom abbassi del 10% i prezzi che le fa pagare per il suo prodotto[226]. La PGNiG minaccia, se Gazprom non cede, di portare la cosa di fronte alla corte prevista dal contratto per l’arbitrato. L’argomento forte di cui dispone l’ente polacco è di essere il quarto cliente in Europa di quello russo per volume di acquisti, ma di avere in cambio le peggiori condizioni di pagamento.

Ma la cosa è, evidentemente, politica: solo la Germania, negoziando politicamente con Putin, è riuscita a farsi abbassare i prezzi contrattualmente già concordati, Francia e Cechia neanche su queste basi ci sono riuscite. Ma la Polonia ne fa una questione di equità commerciale, non vuole accettare che non esiste soluzione giuridica perché il contratto, qualsiasi ne siano poi le ragioni, firmato per accettazione da entrambi i contraenti, fissa proprio quel prezzo.

●Intanto, la Russia, proprio con la Germania guarda un po’ – alla faccia delle illusioni del Nabucco europeo che non esiste neanche sulla carta delle cianografie tanto meno in quella dei finanziamenti – ha completato, con le ventiquattro banche che pagheranno per completare la costruzione del gasdotto Nord Stream, il finanziamento dei 3,5 miliardi di $ necessari[227].

Entro maggio inizierà la seconda fase di deposito e saldatura dei tubi del gasdotto che verrà completata tra un anno e ad aprile sarà terminata la prima. Le consegne di gas inizieranno a novembre 2012, quando il Nabucco vagheggiato nell’impotenza commerciale e finanziaria dalla Commissione europea sarà ancora, se va bene, nel grembo di Giove.

●Scontentando e “indignando”, come aveva detto lui stesso, quel nazionalista del suo primo ministro, Ansip Andrus, che non voleva veder dare il contratto ai russi (vogliono penetrare tra noi anche così per toglierci sovranità, aveva detto un mese fa[228], chiedendo di respingerne richieste e offerte), l’Autorità di gestione del porto di Tallinn, in Estonia[229], ha assegnato il contratto di gestione del terminal di container di Muuga all’impresa russa Rail Garant togliendolo all’operatore di oggi, Transiidikeskus.

Non è stata una decisione basata solo né soprattutto su considerazioni di ordine finanziario quanto sul nuovo approccio che prevede il trasporto via Tallin di container merci verso est e ovest senza, in pratica, doverli neanche toccare. La Rail Garant è una delle maggiori conglomerate di trasporto, articolate su undici compagnie operative e con garanzie che i gestori estoni hanno comunque considerato superiori a ogni altra.

●Il ministro delle Finanze della Finlandia, Jyrki Katainen[230], prima della riunione del Partito popolare europeo (PPE) tenuta a Helsinki a inizio marzo, ha sostenuto che è importante dare a chi investe privatamente nel debito estero di paesi terzi per guadagnarci, anche la responsabilità di far fronte alle proprie perdite quando e se, poi, il risultato sono invece perdite. Un principio in sé eccellente, che porta a far pagare le perdite dei privati ai privati che ci hanno sopra scommesso, finalmente, e non più soprattutto o solo al pubblico e a tutti i contribuenti.

E’ uno dei cardini del pacchetto proposto da Merkel e Sarkozy alla discussione UE. Forse si potrà anche concedere qualcosa – non molto – all’Irlanda, ma solo in cambio di una dolorosa stretta di cinghia immediata. Ma, intanto, l’obbligo ai privati di far fronte almeno a parte dei debiti privati in cui sono incorsi andrebbe in funzione solo da fine 2013 e invece prima, subito, andrebbero imposti sacrifici durissimi ai paesi più indebitati (contenimento e riduzione dei salari, rinuncia o castrazione della contrattazione nazionale, più tasse sui redditi e, ovviamente, su quelli più bassi, più tagli alla spesa pubblica): affondandoli ancora di più nel meccanismo infernale del debito e del pagamento di interessi da strozzo…

E’ la solita politica dei due tempi, non solo della destra ma di tutti coloro che ne accettano la logica e la fanno loro, in cui il secondo tempo, poi, non arriva mai… Come se, poi, fosse mai seriamente concepibile pensare che Grecia o Portogallo potessero davvero ridurre – al dunque, non nelle enunciazioni ipocrite dei loro governi che a chiacchiere devono fare i virtuosi e promettere cilicio e penitenze ai loro cittadini – le loro montagne di deficit e di debito strangolando del tutto la propria crescita, provocando l’insolvenza economica delle loro imprese, piccole e grandi e ingigantendo il loro tasso di disoccupazione, tra l’altro approfondendo così il baratro della loro base impositiva. Ma davvero? 

L’incontro preparatorio dei partiti del centro-destra conservatore europeo a Helsinki, dice Katainen, discuterà però anche del tetto previsto, ma da molti governi non osservato, del 60% del PIL sotto il quale si dovrebbe restare vedrà un dibattito aperto sulla stabilità finanziaria in Europa. Anche se tutti sanno e nessuno confessa, ovviamente, che il peso di debitori e creditori nella discussione non sarà affatto lo stesso— a meno che i primi trovino il coraggio, come tutti i grandi debitori con le loro banche, di ricattarli: se hai un miliardo di € di debiti, infatti, si sa, la banca ti tratta coi guanti bianchi: se il debito è di 1.000 €, invece…    uelo che apssando sotot il baltico

 

●Il primo ministro eletto di Irlanda, Enda Kenny del Fine Gael (76 seggi) e Eamon Gilmore, leader del partito laburista (37: il totale dei seggi in parlamento è 166), hanno raggiunto l’accordo di programma che consente loro di formare il prossimo governo di maggioranza (Gilmore vice PM e ministro degli Esteri). Si sono accordati su un testo dettagliato[231] che li impegna, anzitutto, a riaprire il negoziato con la UE per ottenerne una riduzione degli interessi che erano stati imposti a Dublino a fronte del pacchetto di salvataggio europeo/FMI (potenzialmente 67,5 miliardi di €).

Non sarà facile la convivenza nel nuovo governo, anche se nel dopoguerra quando hanno governato contro il vecchio Fianna Fáil i due partiti lo hanno sempre fatto insieme. Stavolta c’è la difficoltà, non piccola, di strappare all’Europa concessioni significative per ridurre il costo degli interessi (mediamente al 5,8%, 3 punti sopra quello medio europeo) sui ceti popolari e più poveri in specie.

E c’è, al fondo, la tradizione profondamente diversa dei due bacini elettorali: il Fine Gael è un partito tradizionalmente filo business e filo europeo – ma soprattutto di un’Europa conservatrice, e privilegia popolazione rurale, ceti medi e commercianti mentre il Labour è filo sindacato e rappresenta in primis la gente di città essendo molto più critico della UE, specie sul piano delle sue politiche economiche.   discrasia

Adesso però la virtute del nuovo governo si parrà, in buona e concreta sostanza se riuscirà ad abbassare in modo che sembri e sia sentito come significativo dalla popolazione irlandese— che proprio per questo ha cacciato il Fianna Fáil. Il primo ministro – in Irlanda, in lingua gaelica, lo chiamano Taoiseach, una specie di primo capo – che come membro del PPE era presente a Helsinki ha chiesto sia un taglio degli interessi che l’allungamento del periodo in cui ripagare il prestito. Soprattutto, ovviamente, a Merkel: trovandola però poco disponibile[232]. A meno che…. però, almeno formalmente, cordiale.

Gli ha ricordato, impietoso, Barroso che, però, non ci sono “pasti gratis per nessuno in Europa” (a latere poi Kenny ha confessato di essere stato davvero tentato di rispondergli a tono: “meno che per Lei, signor presidente della Commissione, visto il lavoro scadente e, di più, inutile che ella va svolgendo”. Ma ha lasciato stare e ci ha pensato l’ospite, il ministro delle Finanze finlandese, Jyrki Katainen, a correggere l’asprezza del contabile di Lisbona, aggiungendo che è “naturalmente interesse di tutti assicurare la ripresa dell’Irlanda”.

●A sostenere il punto di vista irlandese e quello analogo del governo greco, sulla necessità di ridurre gli interessi sul pacchetto di salvataggio concessi dall’Europa ma che schiacciano il loro futuro senza strozzare subito il loro presente, e a correggere in qualche modo lo sbrego di Barroso, interviene alla riunione del PPE anche il Commissario agli Affari monetari Olli Ilmari Rehn, anche lui finlandese, parlando con la stampa.

Clausole così rigide possono rischiare, ricorda, di provocare un sovraccarico insopportabile per le due economie: per dire, esemplifica, il carico del debito greco dovrebbe essere spalmato almeno da tre a sette anni e mezzo ed è indispensabile che il governo tedesco – e il Bundestag che gli sta occhiutamente a ridosso sorvegliandolo molto da presso – ammorbidiscano le loro rigidità.

E’ cruciale vedere e capire – dice Rehn[233] – che sono ancora diversi i paesi dell’eurozona a rischio e che è importante combattere la crisi del debito nel suo complesso tenendo presenti le conseguenze che un default in un singolo paese potrebbe avere sugli altri e sull’Unione stessa… Ma la Merkel  insiste: solo se saranno durissimi nel rimettersi meglio in ordine i bilanci (tagliando le spese) si potranno dilazionare i tempi e ridurre i tassi di interesse ai paesi peccatori

Alla fine della fiera, però, sembra che il nuovo governo irlandese sia stato costretto a calare le braghe[234]: come è naturale che sia, avendo esso ingaggiato pubblicamente un braccio di ferro sulla base, da una parte, di un rapporto di forze del tutto sfavorevole e, dall’altra, in sostanza di un appello al buon cuore… tedesco. Così non ne poteva uscire. Però, forse lo avrebbe potuto tentare forzando la mano.

Cioè minacciando, ad esempio, l’Unione e soprattutto i tedeschi come sta minacciando per conto suo la Danimarca… esco dall’euro e si vedrà, ma correndo anche – rispetto ai virtuosi danesi – i rischi che la sua minaccia le potrebbe scatenare addosso da parte dei mercati: magari mi fate “fallire”, ma (ecco la minaccia…) attenti che, a questo punto, rischiate di fallire anche voi. E, comprensibilmente, non se la sono sentita.

Insomma, a noi sembra, elezioni davvero sprecate.

●L’11 marzo, al vertice di Bruxelles dei capi di Stato e di governo dei paesi dell’eurozona – le cui decisioni: di principio, per carità, di principio soltanto per ora, andranno poi confermate da quello a 27 di tutti i paesi dell’UE – l’Unione, riferisce il premier nostrano, “ci ha detto sì su tutto: missione compiuta”, insomma: proprio come Bush il piccolo, nella catastrofica vittoria annunciata con anni di anticipo al largo delle coste irachene nel 2003. A noi, annuncia il Cavaliere maxillo-facciato, hanno detto di sì sulle due cose che a casa volevamo portare:

• “facilitazioni” per le aree depresse e quindi “per il nostro Sud”: non si sa quando, non si sa quanto e non si sa come, ma si sa che, in linea di principio ci saranno…; e

•  l’inserimento della “finanza privata”, non solo del debito pubblico, come fattore rilevante (anche se non è stato deciso quanto, poi, rilevante…) nel considerare la stabilità economica e finanziaria di un Paese. “Un parametro, aveva ricordato Berlusconi, che fa balzare l’Italia al secondo posto tra gli Stati più ricchi d’Europa, dietro alla sola Germania[235]. Nel parametro, si capisce, non nella realtà perché oggi, rispetto a ieri, non siamo più ricchi e forti manco di un centesimo.

Nella sostanza, le cose uniche serie e concrete effettivamente decise, anche se tutte da confermare e che potranno, alla fine, passare solo all’unanimità o non passeranno per niente, sono state, poi, confermate il 15 marzo dalla nuova riunione “tecnica” dell’Eurogruppo[236]. Qui, le votano all’unanimità (quasi: sul punto più importante dice di no la Finlandia: vedi appena più sotto) anche se vengono tutte poi rinviate per diventare esecutive (in senso restrittivo, su deficit/PIL e debito/PIL) forse a partire dal 2016…

E solo dopo essere passate, comunque, per le forche caudine del Parlamento europeo, dove – è vero – c’è una maggioranza di centro-destra, rafforzata spesso da voti nominalmente poi di sinistra, ma anche molto restia verso i governi a calarsi completamente le braghe…

In sostanza: c’è

• il no all’Irlanda: niente calo degli interessi e nessuna dilazione dei pagamenti, visto che il nuovo governo di Dublino non molla sull’aumento delle tasse alle imprese: al 12,5%, la metà in media del resto dell’eurozona.

    Ma la contraddizione è che, se glielo avessero imposto come pure sarebbe stato equo, avrebbero intaccato il sacrosanto principio che alle sue tasse ogni governo pensa da sé – la Germania sempre pronta a dare lezioni agli altri, non tollererebbe che sulle sue qualcuno, chiunque, le dicesse che fare – e avrebbero chiesto a un paese in gravissima crisi, poi, il nonsenso economico di incrementare il peso della sua imposizione fiscale: anatema,cioè!.

   E è una contraddizione che ormai si va facendo esplosiva, però: la ministra francese delle Finanze, rilevando come all’Irlanda l’Europa abbia già dato una mano, e i suoi Stati membri non meritano di essere messi sotto concorrenza e puniti dalla bassa tassazione sulle imprese dell’Eire rispetto alla loro, chiede a Dublino di alzarla[237]… Ma non vuole, e non osa, neanche proporre che la regola valga allora per tutti e che il livello della tassazione di impresa sia allora uguale e definito insieme da tutti: questa sarebbe una regola comunitaria e neanche la Francia la vuole…

• c’è il sì, invece, a allungare i termini e annacquare un po’ gli interessi alla Grecia che, secondo la maestrina dalla penna rossa, se l’è meritato un tantino di più: impegnandosi a privatizzazioni ulteriori (ma, per così dire, sulla parola, tutto indeterminato, niente di impegnativo, in linea – indovinate un po’ – di principio) per 50 miliardi di €…;

• c’è la soddisfazione data ai tedeschi, piegandosi alla loro esigenza di un stretta fiscale durissima su tutti – ma sui più deboli, come di norma, più che sugli altri – per garantire il ripianamento virtuoso dei deficit. Decidono così, insieme ma sempre solo in linea di principio si intende, poi si vedrà come applicarla nei fatti al vertice dei 27 e, poi, ogni singolo governo e parlamento dovrà ratificarlo per conto suo, magari anche per referendum (!!!)

c’è – l’eccezione finnica – che il fondo di salvataggio per gli Stati dell’Unione a rischio di andare in default non sarà più obbligante per tutti: non potrà passare da 250 a 440 miliardi di €, ma – visto il no della Finlandia – solo su base di contribuzioni, diciamo così, “volontarie”: né pro-rata né obbligatorie; e sempre in cambio, questo sì inderogabile – giurano – di moderazione salariale, tagli al welfare, controriforme delle pensioni: durissime…

●La Spagna ha ribadito che sostiene la richiesta della Serbia di accessione alla UE e chiede a Belgrado di voler accelerare l’implementazione delle riforme concordate con l’Unione per attingere allo status di paese candidato e poter iniziare il negoziato per l’adesione vera e propria. La Spagna, rende noto il segretario di Stato per gli Affari europei, Diego Lopez Garrido[238] che anticipa comunque un rapporto positivo sul progresso dei serbi da parte della Commissione europea, sostiene un dialogo tra Serbia e Kosovo ma non lo considera come una precondizione per il negoziato.

La Spagna riconferma che da sempre (ha in casa tendenze separatiste e scissioniste forti) è contraria e, anzi, si oppone a decisioni politiche unilaterali, da chiunque prese o “coperte”, di secessione non negoziata e pacificamente raggiunta da un paese qualsiasi che in queste condizioni viola sempre il diritto internazionale. Come, appunto, è stato forzato per il Kosovo.

STATI UNITI

●Stavolta i numeri sembrano un po’ più favorevoli: nel mese di febbraio sono stati aggiunte allo stock di posti di lavoro 192.000 nuove unità (+63.00 soltanto a gennaio: un mese di pesante maltempo che aveva praticamente bloccato nuove assunzioni), in linea con le attese: e si tratta della crescita maggiore dall’estate, col tasso di disoccupazione ufficiale che scivola indietro all’8,9%[239], sotto il 9 per la prima volta da quasi due anni. 13.700.000 americane/i sono ancora senza lavoro, ufficialmente restando nelle liste ufficiali di chi lo cerca sempre attivamente.

Molti esperti si aspettano ora, nei prossimi mesi, qualche relativo aumento della disoccupazione per l’effetto trascinamento che quello 0,1% in più d’occupazione potrebbe avere tra gli “scoraggiati” che tornassero ora a cercare lavoro, facendo aumentare i disoccupati registrati, cioè quelli ufficiali. Perché al solito, includendovi anche i lavoratori costretti a lavorare a part-time il dato ufficiale sale al 15,9% e con tutti quelli calcolati di fatto il numero globale sarebbe pressoché doppio…

Il fatto è che nessuno tra gli stessi esperti crede che il trend all’aumento dell’occupazione si consoliderà presto con una ripresa che ancora è molto esitante e, anzi, fiacca. Le ore medie di lavoro sono restate immobili a 34,2 nel mese di febbraio. Siamo cioè un po’ sopra al minimo di 33,7 del giugno 2009 ma non sopra il basso livello toccato già a maggio 2010. Anche, la crescita salariale dell’ultimo trimestre continua a rallentare al tasso annuo dell’1,6% dall’1,7 nel corso dell’ultimo anno: e non sono segnali granché incoraggianti.

Rapporto % occupazione/popolazione (uomini e donne)

                            + di 20 anni, 2000-2011

 

Fonte: 4.3.2011, Bureau of Labor Statistics, Inchiesta sulla popolazione

●Quando, dovunque nel mondo, si sente parlare di “diritto al lavoro” si pensa ai disoccupati e al diritto che hanno di riuscire a trovare, a trovarsi, un lavoro e al compito che è di imprenditori privati e di pubbliche istituzioni di aiutarli a trovarlo.

Qui in America no. Qui, in America, ufficialmente e legislativamente, diritto al lavoro” significa diritto a rifiutare a chiunque voglia lavorare con la protezione minima di un contratto di averne uno: significa libertà di far lavorare la gente senza contratto. In fondo l’individuo è sempre libero, se vuole – se può – di rifiutare di lavorare in condizioni che non gli vanno… Così, qui, praticamente da sempre.

Ma ora – col presidente democratico che aveva giurato ai sindacati di far passare una legge che desse al termine “right to work diritto al lavoro” il senso comune che ha dovunque altrove nel mondo, di rendere concreta per tutte e per tutti, lavoratrici e lavoratori, la libertà di iscriversi a un  sindacato e di usufruire d’una contrattazione collettiva – ora sempre di più imperversa la legislazione che, con cavilli e imbrogli, è passata in Wisconsin[240].

E, adesso, minaccia di espandersi ovunque: per la “perfidia”, o se volete, la goduria, comunque l’interesse dei padroni e dei loro serventi che vogliono far soldi e rifiutano ogni laccio e lacciuolo, anche il diritto al contratto per chi lavora, e la vigliaccheria e l’infingardia dei democratici (la “sinistra”) che, a partire dal presidente rinunciano a dar battaglia sulla questione. Alla faccia di ogni impegno pure solennemente preso…

Il fatto è che, in questo aberrante paese, di diritti collettivi si tratta e l’unico diritto che qui conta sul serio, anche nella psiche dei poveri e di chi più è subordinato, è quello individuale che da sempre imperversa nel West, dove ognuno pensa per sé e Dio solo, se e quando vuole, per tutti…

●I dati più recenti danno oggi al minimo il valore delle abitazioni sul mercato edilizio dallo scoppio della bolla speculativa e, ora, l’ondata in arrivo di pignoramenti e vendite forzate si accinge a  deprimerli ancora di più. Finora, in questa crisi, hanno perso la casa sette milioni di famiglie e, di qui al 2012, l’aspettativa è che ad esse se ne aggiungano almeno altri tre milioni[241].

●Ritornando sulle montagne di debito pubblico che schiacciano ormai, quasi ovunque, le politiche economiche degli Stati di tutto l’occidente sotto la cappa delle migliaia di miliardi di dollari e di euro che si vanno accumulando e che, se non si tagliano subito, impoveriranno il futuro dei nostri figli e nipoti – che di per sé non è preoccupazione tonta perché certo a lungo andare nessun debito può non essere mai pagato – è curioso notare – e far notare[242] – come  il 10% di aumento della produttività (l’aumento di ricchezza prodotta dal lavoratore medio in un’ora di lavoro) che, per esempio, c’è stato qui in America dal 2008 a oggi sarebbe di per sé sufficiente a cancellare tutte le preoccupazioni sul debito che si accumula.

Il punto è che questo aumento di produttività non si è quasi in niente trasferito nell’economia reale (occupazione, spese per la sanità, per l’istruzione…) ma è stato di fatto sequestrato dalla finanza andando, volgarmente ma chiaramente, nelle tasche dei padroni da dove è stato trasferito dritto dritto a Wall Street nelle speculazioni di ogni ordine e grado.

C’è stata una colossale e sistematica ridistribuzione del reddito dai più poveri ai più ricchi, ai capitalisti – come appropriatamente li ha ribattezzati resuscitando il vecchio linguaggio marxista – uno dei primi, forse il primo, di loro, il megafinanziere Warren Buffett che, onestamente, lo dice facendo rabbrividire i suoi che amerebbero, invece, mantenere il segreto… segreto: “la lotta di classe c’è, e come! e l’abbiamo vinta noi che la guerra la stiamo facendo, la classe dei ricchi. E no, non è giusto”[243]. E spiega bene, perché…

●Il deficit commerciale in beni e prodotti manifatturati dell’America è salito, a gennaio, a 59,8 miliardi di $, 6,1 in più del mese prima . Nei servizi, contemporaneamente, l’attivo è stato allo steso livello record di dicembre, a 13,4 miliardi di $[244].

●L’Iraq, mentre tutto il Medioriente sobolle per le sfide ai leader autoritari, va in controtendenza: ci sono segni crescenti di un’espansione di poteri, non concordata né democraticamente acquisita, da parte del primo ministro Nuri Kamal al-Maliki a spese di una democrazia molto fragile, assolutamente incipiente e incompiuta che stava tentando di mettere faticosamente radici nel paese: avendo pagato per tentare di farlo, poi, prezzi altissimi di sangue e la stessa propria sovranità e  indipendenza.

Maliki ha puramente e semplicemente messo da parte, a marcire nell’irrilevanza ormai, la mediazione di Obama che aveva personalmente convinto al-Iraqiya a partecipare al governo da lui presieduto lasciandone fuori – temporaneamente diceva – il loro leader, l’ex primo ministro Allawi. Ma promettendogli a breve (due mesi: parola del presidente degli Stati Uniti) l’incarico di presidente del Consiglio nazionale per le politiche strategiche, una specie di organismo che da dentro il governo avrebbe dovuto avere poteri di controllo, di garanzia e di supervisione reali… Adesso, al-Maliki gli offre un posto di “alto consigliere” non altrimenti definito: che però, a inizio marzo, lui categoricamente rifiuta.

Nel frattempo, Maliki s’era dato da fare ben oltre i suoi poteri legali assumendo, di fatto e con l’appoggio della Corte suprema i cui componenti ha nominato lui stessi, il controllo diretto di tutte le agenzie e gli enti che governano la Banca centrale, presiedono ai tribunali elettorali e hanno il compito di frenare la corruzione istituzionale… A luglio, la Corte aveva anche tolto al parlamento il potere di presentare proposte di legge, riservandolo al premier (il sogno, no?, di altri premier che ben conosciamo…) e concesso a Maliki, in nome ovviamente della sicurezza nazionale, poteri di istituire sistemi di detenzione paralleli e segreti che due gruppi iracheni di supervisione dei diritti umani affermano e documentano[245] servono a tenere in galera e “interrogare” chi vogliono.

Ormai, però, cominciano a minacciare di ritirare il sostegno a Maliki anche i deputati del fronte di al-Sadr, il “chierico ribelle” sciita, duramente antiamericano, che oggi costituisce componente numericamente essenziale della coalizione di governo: già avevano annunciato una scadenza a sei mesi dalla loro entrata al governo (e manca ormai poco) perché provasse la propria incapacità a garantire alla popolazione irachena i servizi di cui ha disperato bisogno.

Al-Sadr, per dare anche più forza alla propria minaccia, a inizio marzo incontra pubblicamente al-Allawi a Najaf per “discutere degli sviluppi della situazione nel paese e del comportamento del primo ministro”, come provvedono i due interlocutori a informare la stampa[246]. E, in maniera ancora limitata a un accenno ma già apertamente minacciosa, al-Sadr parla di cambiare alleanza: dando la maggioranza così alla coalizione di Allawi.

Che però – se no, l’Iraq non somiglierebbe tanto spesso e tanto all’Italia – comincia essa stessa, la lista di Allawi, al-Iraqiya, a perdere qualche frangia per strada: dai sei agli otto deputati, pare, che cambiano di casacca. Per vari motivi: in generale, come da noi, ignobili.

●Alla riunione di Bruxelles dei ministri della Difesa della NATO del 10 marzo, il segretario americano Bob Gates se l’è presa per l’Afganistan che va proprio male coni gli alleati europei accusandoli in pratica di avere mollato il loro impegno preparandosi a andarsene dal teatro di guerra quando i progressi ancora sono appena iniziali e anche, dice, abbandonando per una volta ogni ottimismo, soltanto infinitesimali.

A chi, anche con qualche coraggio, gli fa presente che pure loro, gli americani, stanno per dare inizio a un ritiro dalla vecchia “tomba degli imperi” del loro corpo di spedizione, replica che sarà al massimo di qualche migliaio di uomini e che, comunque, “non si può per un gesto attento agli equilibri di politica interna mandare all’aria dieci anni di impegno bellico”. Già: di guerra, non di interventi umanitari… come hanno purtroppo imparato anche gli alpini italiani che da ultimi, come il tenente Massimo Ranzani, ci hanno lasciato la loro penna bianca.

Il fatto sono proprio quei dieci anni di una guerra che era stata presentata come un’azione di rappresaglia lampo per i fatti dell’11 settembre 2001 e che, invece, si trascina in uno stallo, al meglio, totale diventando la più lunga mai combattuta dalle Forze armate statunitensi nella loro storia. Con l’appoggio sempre meno convinto e che sta svanendo di molti alleati però,  sempre più convinti invece che la guerra è perduta. Il punto è che ormai molti sono pronti a riconoscerlo piuttosto che trascinarla avanti sena alcuna possibilità di concluderla vittoriosi… politicamente vittoriosi.

L’America però, a questo esito non si rassegna, anche se ormai Gates stesso confessa di non avere proprio l’idea di come rovesciarne le sorti: al vertice ha detto[247], facendo eco ai comandanti americani sul campo, che c’è stato progresso di recente ma ha lasciato capire che c’è anche la convinzione tratatrsi di progresso solo tattici, non sostenibili una vlltsa che le frozer a<lleate comicnino a ritirarsi. Canada, Germania, anche l’Inghilterra hanno cominciato a pianificare il ritiro dei loro contingenti. Ma non l’Italia che, con La Russa, resta lì in prima linea. Più realista del re, immarcescibile se necessario fino all’ultimo alpino... 

●A seguito delle sanzioni contro l’Iran votate dal CdS, l’India, dopo che la sua  Banca centrale di riserva, aveva messo fine al meccanismo con cui pagava alla National Iranian Oil Company quanto dovuto per l’importazione di greggio, ha comunque provveduto a regolare il conto in sospeso per 1 miliardo e mezzo di €. Lo ha dichiarato, affermando di aver trovato il modo di farlo senza violare le sanzioni, il ministro indiano del petrolio, S. Jaipal Reddy.

Che, però, ha rifiutato di precisare esattamente come. Sembra, in ogni caso, da quello che dicono gli americani, apertamente irritati dal fatto che indiani e iraniani li avrebbero con efficienza fregati senza violare la lettera della risoluzione sulle sanzioni, che abbiano operato per tramite di un istituto dal nome rivelatore di Banca commerciale euro-iraniana ma di proprietà ufficialmente tedesca[248].

●Yigal Palmor, portavoce del ministero degli Esteri di Israele annuncia che, per allinearsi con Stati Uniti ed Europa, anche il suo paese sottoscriverà le sanzioni internazionali decretate dal CdS contro l’Iran[249]. E’, come dire?, un po’ incongruo, superfluo e, anche, un tantino ridicolo, dato che non serve a niente visto che da sempre le misure di sicurezza israeliane, per non dire di quelle iraniane, impediscono ogni scambio tra i due paesi.

●Netanyahu ha sostituito il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Uzi Arad, ex agente del Mossad, il servizio segreto estero di Israele, noto falco di destra, con l’ex generale dell’intelligence militare – sempre di spioni si tratta – Yaakov Amidror, descritto lui, dal governo stesso come noto per le sue ferme idee di destra. Insomma, da un falco a un altro.

Amidror disse mesi fa a Washington, a una delle tante conferenze di sostegno a Israele, che mentre il suo paese non è certo felice di dover “attaccare l’Iran, lo farà come risorsa di ultima istanza per fermarne il raggiungimento dell’arma atomica anche se quella con Teheran sarà una guerra sporca, lunga, cruenta e assolutamente indesiderata: perché ancora meno desiderato è vedere l’Iran armato di atomica[250]. Israele, che se ne è dotata da decenni, non sopporta (nel caso più lampante di due pesi e due misure che si ci sia) l’idea che un qualche vicino la imiti…

●Shahbaz Batthi, ministro delle Minoranze del Pakistan, l’unico ministro di religione cristiana del paese – il grande alleato degli Stati Uniti al confine tra Iran, Afganistan, India e alle porte della Cina – è stato assassinato ai primi di marzo da un commando talebano che gli ha lasciato addosso la propria rivendicazione: la sua colpa era quella di difendere, come poteva, la minoranza cristiana e di continuare a chiedere – questa l’imputazione specifica[251] – la cancellazione della legge che condanna a morte chi si converte dall’islamismo ad altre religioni…

C’era stato mesi fa, ricorderete, un gran fracasso sul caso di Aasia Bibi, una bracciante madre di quattro figli condannata all’impiccagione, con sentenza – dopo lo scandalo internazionale – sospesa e trasformata in ergastolo per blasphemy empietà: l’essersi convertita, appunto. Secondo la sharia— la via da seguire – il complesso del diritto islamico che, però, varia appunto da scuola a scuola, da paese a paese e anche all’interno di ogni paese, un peccato da punire con la morte (qui impiccagione, in Arabia saudita decapitazione pubblica, in Afghanistan lapidazione).

Ecco, dopo la “grazia obbligata” a Aasia (in America, che tutti questi paesi sostiene, arma, paga,  difende e promuove, la cosa andava giù difficilmente) hanno assassinato ora il ministro Batthi e, a inizio anno, il governatore del Punjab, Salmaan Taseer: lui mussulmano ma altrettanto, e anche più, colpevole di essere intervenuto a favore della donna “blasfema”.

Tutti e due membri – specchietto per le allodole di qua e vittime sacrificali di là dentro un governo nominalmente civile ma che tutti sanno e vedono gestito dai militari, anzi dai servizi segreti militari amici/nemici dei talebani e degli estremisti islamisti che, a suo tempo, hanno contribuito con la CIA a figliare al-Qaeda e condizionato da ulema e fatwe dettate dal wahabismo fondamentalista.

Certo, gli alleati che questi americani si sono andati a scegliere in giro per il mondo… tutti i loro presidenti, senza eccezione – con l’unico che ha manifestato in ritardo il suo “pentimento” essendo poi, dicendolo e motivandolo, Jimmy Carter – chi cosciente, sapendo benissimo quel che faceva, chi quasi senza saperlo…

Attenzione anche, però, poi allo scandalo: noi – i nostri governi e le Chiese: tutte, quale un po’ più quale un po’ meno: cattolica e protestanti – fino a  due secoli fa non bruciavano, forse, eretici e “streghe” per empietà e in nome del Signore nostro, “clemente e misericordioso” proprio, come il loro Allah?

E non c’è, forse, voluto un Concilio ecumenico come il Vaticano II per affermare e far passare – a maggioranza e contro la convinzione ferma di moltissimi cardinali, arcivescovi, vescovi e padri conciliari – il concetto che l’errore continua a non avere diritti ma ciò non toglie che l’errante non possa essere più bruciato sul rogo: era la dichiarazione conciliare Dignitatis humanae, del 1965— meno di cinquant’anni fa…

In una celebrazione, tenuta un po’ sommessa per forza maggiore del proprio orgoglioso ma del tutto incoerente discorso sul rispetto dei diritti umani, il governo Obama ha pagato 2,3 milioni di $ per tirar fuori dalla galera un agente della CIA che aveva ammazzato per strada a colpi di pistola due cittadini pakistani (uno addirittura alle spalle) e avrebbe dovuto essere processato[252]. Il fatto è che in questo paese secondo antico costume tribale è consentito, col pagamento del “riscatto del sangue”  ai parenti delle vittime, liberare, tirare fuori dal carcere – e subito prima che, magari, ci ripensino – mettere su un aereo e portarsi via uno accusato di assassinio…

Per dire: anche le vittime civili di bombe americane considerate “sbagliate” o criminali nel corso della guerra in Afganistan, dove vigono le stesse regole tribali, qui hanno diritto a un qualche “riscatto del sangue”: ma, quando va bene, a una famiglia cui hanno fatto fuori diciamo otto componenti, va un “premio”, forse[253], di 1.000 $.

In definitiva: per le vittime degli spioni americani, riscatti dalle conseguenze dei loro delitti e difesa dei loro diritti umani – sacrosanti, sia chiaro – per 1 milione e qualcosa di $ a vittima; per le vittime dei bombardamenti ciechi americani riscatti da 1.000 $, sì e no, per le conseguenze dei loro delitti e la difesa dei loro – altrettanto sacrosanti – diritti umani…

L’altro prezzo che è stato pagato e che avrebbe dovuto restare – ma che, ovviamente, non è restato segreto – per liberare lo spione dal grilletto un po’ facile, tal Raymond Davis, è stato l’accordo sottobanco di altre forniture militari e in base al quale ben 331 funzionari americani[254] che lavorano segretamente, si fa per dire, per la CIA stessa sotto copertura diplomatica se ne andranno “volontariamente” (ah! ah!) e a tempo breve (anche se esso resta per ora segreto) dal paese senza doverli dichiarare ufficialmente personae non gratae e, quindi, espulsi.

●Alexanxder Lukascevich, portavoce del ministero degli Esteri russo, nella dichiarazione più forte finora manifestata sul piano americano di difesa antimissilistica in Polonia e Cechia – che Obama aveva dato l’impressione di seppellire due anni fa ma che poi ha provveduto, quasi di straforo, a far risorgere in ossequio ai desiderata militarmente insensati ma politicamente possenti di Varsavia anzitutto – ha ribadito il 10 marzo la posizione ufficiale di Mosca.

Lo ha fatto dopo che una settimana prima la Clinton aveva reiterato la decisione USA di andare oltre le obiezioni russe e lo ha fatto nel corso della visita del vice presidente americano Biden a Mosca, riaffermando che la Russia è “allarmata e agitata” per quella che considera una minaccia agli equilibri nucleari in Europa centro-orientale. E sottolineando, “formalmente”, che se la faccenda non si chiarisce presto “nel senso auspicato e nel rispetto della lettera e dello spirito dello START II appena rinnovato”, con l’intesa su un sistema antimissilistico unico e integrato russo-atlantico, essa reagirà, “inevitabilmente”.

Anche rafforzando il proprio armamento strategico nella regione intorno a Kaliningrad, oltre che difensivo pure “offensivo” (se si rafforza la difesa, secondo teoria e pratica di sempre nella storia della contrapposizione tra scudo e spada, si bilancia la novità rafforzando l’offesa[255])…

Poi, verso fine mese, si incontrano a Mosca il presidente Medvedev e il ministro americano della Difesa, Gates. Insieme concordano nel valutare positivamente i passi avanti compiuti nelle relazioni bilaterali su questioni cruciali: la firma e la ratifica del Trattato START II, l’accordo bilaterale sull’ingresso della Russia nell’OMC/WTO, una cooperazione ormai intensa nelle sfere high-tech e dell’innovazione, e sulla cooperazione nell’uso pacifico dell’energia nucleare.

Hanno anche discusso su come proteggere meglio il continente europeo da ogni possibile minaccia missilistica, un’intesa che però includa reali garanzie che nessuno dei due paesi rivolga il proprio potenziale anti-missilistico contro l’altro. E anche la garanzia, nella valutazione strategica l’uno dell’altro, dell’uguale rilevanza e dell’indivisibilità della sicurezza reciproca. Ma questa – ed è tutto qui il nodo – è la versione che la stessa agenzia russa che ne dà notizia intesta a Medvedev; e nessuno crede che possa essere stata fatta propria anche da Gates… Insomma, i nodi restano tutti[256].

 

GERMANIA

●La Federazione tedesca delle vendite all’ingrosso BGA ha, adesso, stimato che quest’anno esportazioni ed importazioni dal e nel paese riuscirà a andare sopra il livello del periodo pre-recessione[257] con l’export che salirà probabilmente del 9% a 1.046 miliardi di € e import a 903 miliardi che salirà del 12%.

●Il tasso di disoccupazione[258] è sceso a febbraio al 7,2% dal 7,4 del mese prima, col numero dei disoccupati che cala di 52.000 unità.

●La Deutsche Bank, la maggiore banca tedesca, ha rivelato che la sua esposizione al rischio per default di qualche debito sovrano nell’eurozona è salita secondo i suoi calcoli a più del doppio, a più di 12 miliardi di €, dopo che ha assorbito con la Postbank anche la sua esposizione. Per coprirla un po’ meglio, ha messo in vendita per 600 milioni di € il suo quartier generale di Francoforte, le cosiddette Torri gemelle della città, note a tutti come Soll und Haben Dare ed Avere o Debito e Credito[259].

Dimissioni improvvise ai vertici del governo e della CSU bavarese di Karl-Theodor Freiherr zu Guttenberg, ministro della Difesa, il giovane, quarantenne, brillante, carismatico figlio di principi bavaresi e nientepopodimeno che pronipote per via di matrimonio dell’ex cancelliere di Prussia e fondatore nell’800 della moderna Germania, principe Otto von Bismarck: la moglie è una lontana cugina, Stephanie Gräfin von Bismarck-Schönhausen considerata nei sondaggi una delle più avvenenti donne tedesche e con lei lui ha fatto due bimbe adorabili.

Non c’entra nel suo pedigree il quasi omonimo Joahennes Gutenberg, una sola t, che verso il 1450 inventò la stampatrice a caratteri mobili (mentre lui, quello con le due t, stampò cinque secoli e mezzo dopo la tesi di laurea della sua rovina con una stampante elettronica). Non guasta certo ricordare che lui stesso s’è dimostrato un ministro della Difesa conservatore sì ma, anche a detta dell’opposizione politica, estremamente competente e capace.

Bene, il 1° marzo, Guttenberg si è dimesso assediato da oltre un mese da una rivelazione giornalistica[260] del quotidiano più importante della Baviera, pure suo fiero sostenitore politico (avete presente? il rapporto tra il Giornale e Berlusconi, per dire…). Era stato scoperto, cosa  considerata evidentemente, in questo paese “moralista”, infamante (l’aver mentito alla gente facendosi passare per quel che non si era) – che nel 2006, laureatosi in ritardo a 35 anni proprio in vista della carriera politica (qui cancellieri senza laurea si diventa difficilmente), aveva inserito nella tesi[261] discussa all’università di Bayreuth, senza citarne gli autori, alcuni brani di testi trovati on-line.

Guttenberg si è dimesso in parlamento— come da noi non sarebbe mai certo avvenuto, quasi piangendo e senza farsi balenare mai in mente di farlo esibendo per mano, a far tenerezza ai tifosi che gli restavano, moglie e bambine— come sarebbe di sicuro capitato in America.

Sic transit gloria mundi… almeno nei paesi più seri. Dove subito, il giorno dopo, si procede al rimpasto: a Guttenberg subentra Thomas de Maiziére, anche lui di vecchia e nobile famiglia, emigrata a causa delle persecuzioni degli ugonotti dalla Francia del tardo XVII secolo e cugino di quel Lothar che era stato l’ultimo presidente del Consiglio (e l’unico liberamente eletto) nel 1990 della Repubblica democratica tedesca prima della riunificazione, poi per pochi mesi anche ministro nel Gabinetto del cancelliere Kohl.

Le dimissioni di Guttenberg erano state precedute di pochi giorni da quelle per motivi diversi (nel caso suo contatti, diciamo impropri col, e favori ricevuti dal, dittatore tunisino Ben Ali, della ministra degli Esteri francese, la Michéle Alliott-Marie che, pure, molto meno signorilmente di lui nel dare le dimissioni ha continuato a denunciare coloro che avevano scoperto e reso pubblici quei connubi impropri… Fosse mai che davvero, per una volta, due diventasse davvero tre?

●Agli Interni, dov’era de Maiziére, arriva Hans-Peter Friedrich, della CSU bavarese, dichiarando come suo primo atto che “l’Islam con la Germania non c’entra” e che gli immigranti dovrebbero essere ben consci della “natura cristiana” delle origini del paese in cui emigrano[262]… Non si tratta solo della solita confusione di idee e di generi, tipica delle destre europee, tra privato e pubblico, tra natura e cultura, tra religione e storia.

Non si tratta solo di ignorare scientemente il dettato stesso della Costituzione, la Legge fondamentale  (art. 3, comma 3: “nessuno può essere discriminato o favorito per il suo sesso, per la sua nascita, per la sua razza, per la sua lingua, per la sua nazionalità o provenienza, per la sua fede, per le sue opinioni religiose o politiche. Nessuno può essere discriminato a causa di un suo handicap”).

Non si tratta, no, solo di questo. Ma di un segnale assai più allarmante, alla Borghezio più che addirittura alla Bossi, di razzismo montante… e una persona che certo razzista non è, come Angela  Merkel, dalla ragion di Stato è costretta a mettersi accanto un razzista come questo, senza dar segni di disagio o ribrezzo… Dice, ma altrove… Certo, ma questa è la Repubblica federale e questa è la Merkel, vivaddio, mica il Berlusca!

●Dopo il brusco voltafaccia sul nucleare, però, la presa di Angela Merkel e del suo partito è andata  a farsi friggere anche nella roccaforte del Baden-Württemberg, uno degli Stati più ricchi d’Europa dove, domenica 27 marzo, la maggioranza degli elettori è andata, per la prima volta dopo 58 anni di monopolio della CDU, alla coalizione tra Verdi e social-democratici (oltre il 50% dei voti: coi Verdi che eleggeranno forse il loro primo Ministerpräsident del paese).

Le notizie che vengono da Fukushima proprio nel giorno del voto – radiazioni oltre 100.000 volte oltre il limite di norma: è ufficiale – colgono uno Stato che ospita a 50 km da Stoccarda due reattori nucleari, Neckanwestheim I e II e che ha appena deciso di bloccarli proprio “cedendo al panico”, si direbbe…

Helmut Kohl, l’80enne ex cancelliere democristiani padre putativo politico della Merkel, uscendo dallo strettissimo riserbo degli ultimi anni, ha scritto adesso uno strambo articolo elogiativo delle centrali tedesche[263] che la decisione di dismettere i reattori è stata “troppo affrettata” (e sì che Merkel sembra sottindendere professionalmente era una fisica: nel senso di insegnante e ricercatrice proprio di fisica…) anche perché di fronte al mondo “sfiducia” la tecnologia nucleare tedesca che è sicuramente – dice lui: ma neanche di lui più nessuno si fida sul tema – la più “rispettata”, non la più sicura (questo neanche lui s’è azzardato a dirlo) del mondo: com’era ieri, però, quella nipponica, quella americana, ecc., ecc., ecc.

FRANCIA

●Il Fronte nazionale, l’ex partito di estrema destra ormai passato in eredità alla paffutella e pimpante Marine, figlia del vecchio (84enne) Jean Marie Le Pen – per capirci uno Storace, gonfiato alle urne di oltre una decina di volte – è andato molto bene al primo turno delle elezioni cantonali[264] (a 13 mesi soli dalle presidenziali), arrivando al ballottaggio in un quinto dei distretti, quasi scalzando dal secondo posto col suo quasi 16% dei voti il partito di Sarkozy, l’UMP, (17%) a cui non ha giovato per niente neanche il suo slinguazzare dietro al rodomontante e ipocrita umanitarismo selettivo della campagna di Libia…

Primi (col 25% dei voti) i socialisti di un’altra signora, Martine Aubry, già ministra del Lavoro e figlia (che ha sempre rifiutato, però, di “correre” col suo nome importante) del miglior presidente che la Commissione europea abbia mai avuto, quel Jacques Delors che era stato con Mitterrand, un grande ministro dell’Economia.

Il Fronte di sinistra è oltre il 9% e i Verdi all’8,50. Ma l’astensionismo è arrivato al 33%.

 GRAN BRETAGNA

●Il deficit commerciale[265] della Gran Bretagna si riduce a 8,1 miliardi di € a gennaio dagli 11,1 di dicembre.

●L’inflazione[266] si impenna a marzo e arriva al 4,4%, al massimo dall’ottobre 2008, e il fabbisogno, anticipa adesso lo stesso cancelliere dello scacchiere, supererà di sicuro il tetto che aveva indicato di 148 miliardi di sterline (171 di €) e toccherà il record (solo adesso a febbraio è a 10,3 miliardi di sterline: quasi il doppio di quanto era stato promesso) da quando, nel 1993, s’è cominciato a tenerne il conto. Per il governo conservatore va male e i segnali continuano a peggiorare.

●Non è che gli abbia fatto granché impressione, specie dopo che, solo un mese fa, il governo su richiesta clemente e misericordiosa proprio della Banca centrale che pure li aveva aspramente criticati a parole aveva trovato un generoso consenso sulla paga e i premi di “improduttività” di presidenti e manager delle banche, esorbitanti anche quando producono solo perdite.

Non si impressionano granché – perché ai banchieri delle prediche, in fondo, non gliene frega niente[267] – ma stavolta il governatore della BoE, Mervyn King, critica duramente gli istituti di credito che fanno profitti alle spalle di “clienti innocenti, specie quelli istituzionali” e dice che le “banche considerate troppo importanti per esser lasciate fallire” e che lo sanno, ne approfittano per rischiare troppo ingorde di profitto immediato consce che, tanto, lo Stato poi le salverà.

GIAPPONE

●Il terremoto (alla fine, al 9° grado Richter e non all’8,9, viene confermato) e lo tsunami (una parola nipponica formata da “porto” + “onda”) che l’11 marzo hanno catastroficamente seminato di morti e distruzioni il nord del Giappone (a 240 km. da Tokyo, nella zona di Fukushima), in qualsiasi altro paese avrebbero – dicono tutti gli esperti – moltiplicato per dieci, almeno, la falcidie che hanno compiuta. Quando, sul fondo di un oceano, si spostano e configgono le piattaforme tettoniche – con 8,9 della scala Richter e 5,8 all’Aquila, ma soprattutto con un rapporto tra energia rilasciata qui e lì, da 1 a 20.000 minimo – c’è davvero poco da fare

Anche perché questo paese, che ha dato il nome tsunami allo tsunami, nel costruire le sue dighe antitifoni intorno alle centrali che andava creando, allo tsunami come minaccia specifica alla sicurezza nucleare – pare incredibile – non aveva pensato[268].

Le immagini apocalittiche dell’ondata di riflusso selvaggia che si porta dietro a inondare e trascinarsi via città intere tutti i detriti del mondo, la scala e l’estensione di queste distruzioni, dimostrano anche, e proprio, che contro certi fenomeni naturali l’uomo proprio non ha difesa. E anche che l’uomo, però, non il giapponese o l’italiano o il cinese ma l’uomo come tale, è un essere particolarmente imbecille: se è andato, come è andato, a costruire 55 reattori nucleari. 

Insomma, se questa società ricca, di grande avanzamento e radicamento delle tecnologie più avanzate specie in questo campo specifico, con un’esperienza quasi unica o proprio unica in materia di turbolenze sismiche, ha mostrato tutti i suoi limiti: tutto è intasato, tutto è bloccato, tutto è ritardato, quasi come se fossimo invece in Abruzzo.

Ma non tanto dal terremoto e neanche, forse, dallo tsunami. Quanto, dai loro effetti congiunti  (stupefacenti: ha riferito al NYT[269] Ross Stein, geofisico del Servizio geologico americano che il terremoto “ha spostato verso est di 13 miglia parti del Giappone, ha alteramente leggermente, sui dieci centimetri, l’inclinazione dell’asse terrestre e accorciato, di conseguenza, di 1,8  millisecondi la durata di un giorno terrestre”) e dalla catastrofe radioattiva cui viene sottoposto – dopo Hiroshima e Nagasaki ma, stavolta, per scelta sua – proprio dalla scommessa fatta dal paese nel dopoguerra sul nucleare – una tecnologia la cui sicurezza è sempre stata non solo in dubbio ma è, in realtà, sconosciuta…

Il punto è che quanto si può fare, al meglio – cioè qui – è stato fatto: minimizzare – fa ridere dirlo dopo certe immagini, ma è vero – i danni alle strutture murarie e alle infrastrutture. Che al terremoto, magari, qui resistono dieci volte più delle mura costruite all’Aquila nel 1600 e nel 1700, ma allo tsunami non possono fare che arrendersi, per non dire alla “forza fondamentale dell’universo”, non più imbrigliata né tanto meno domata per dirla col presidente Harry Truman[270].  

La fusione del nocciolo – che, secondo l’Agenzia giapponese NISA, preposta alla sicurezza industriale è cominciata già subito il 12 marzo: almeno in uno dei sei reattori del complesso della Dai-ichi a Fukushima, a causa dello tsunami, poi si è trattato – ha riaperto in questo paese (dove esistono 55 impianti di produzione di energia nucleare che forniscono il 30% dell’elettricità) e, non a caso, soprattutto da noi, in Italia (dove non ne esiste in pratica neanche uno ma Berlusconi ne vuole almeno una ventina adesso entro un decennio), un dibattito che d’altronde s’era già riaperto sulla sicurezza di questi impianti.

Alla fine – l’unica cosa chiara è questa – che la sicurezza, come i costi, è una nozione sempre relativa – come la verità quasi sempre – qui relativa alla sicurezza alternativamente offerta – mai garantita – dagli altri strumenti di produzione dell’energia … Ad esempio, c’è da sciogliere una volta per tutte il dubbio se a breve, a medio, a lungo termine sia più dannoso l’effetto che ha sull’ambiente il carbone bruciato per produrre energia o quello dell’attività delle centrali nucleari. Però del carbone e dei disastri che porta ormai sappiamo tutto. Delle conseguenze di una o di parecchie centrali atomiche fuori controllo ancora, praticamente, non abbiamo scoperto niente…

Come capita sempre da noi, spesso in tanti altri paesi ma anche qui, e come, le prime ore e i primi giorni oltre che di confusione sono state anche ore di vani tentativi di nascondere la verità. Ma, al contrario di quello che succede da noi, qui pagheranno, a tutti i livelli. Compreso, alla fine, anche quello massimo politico. E se ne andranno, non aspetteranno, secondo costume nipponico, di essere cacciati ma si dimetteranno. Inchinandosi.

Nel frattempo, però, ne raccontano davvero di tutte, Sì, forse c’è stata una parziale fusione del nocciolo del reattore no 2, confessa il segretario di Gabinetto, solo dopo due giorni dallo tsunami e dopo che il mondo ha già visto in diretta l’esplosione del reattore no. 1 e le barre d’uranio arricchito sono ormai “completamente esposte”: ci si sta avviando, insomma, alla completa fusione del nocciolo[271]… 200.000 abitanti sono comunque stati evacuati “per precauzione” da un’area di una cinquantina di km. dai reattori e 100 milioni di giapponesi si chiedono di chi devono fidarsi…

E oltre agli impianti della Dai-ichi di Fukushima si viene a sapere che problemi abbastanza seri da venire segnalati dal governo alla AIEA si sono verificati (un incendio) anche in uno dei tre reattori della Tōhoku(—Nord Est) Electric Power Company di Onagawa[272], a circa 100 km. di distanza, per la lettura di livelli anomali di radiazione fuori dell’impianto. Addirittura il PM lamenta, in diretta Tv (“ma che diavolo sta succedendo?” che la Tohoku gli nasconde le cose e che – dell’esplosione e dell’incendio – viene a sapere solo vedendole registrate, un’ora dopo, sugli schermi Tv. E la gente prende nota che come capacità decisionale e di leadership è a zero, praticamente[273].

Due parentesi, qui. La prima è che terremoto e tsunami hanno anche avuto conseguenze immediate e pesanti sul rifornimento di greggio e di gas[274]. I 145.000 barili al giorno del raffineria JX Holdings Inc. di Sendai, la città più vicina all’epicentro, i 252.000 della città di Kashima e i 220.000 della Cosmo Oil Co. di Chiba, tutte della regione e danneggiate pesantemente dal sisma, hanno smesso subito di operare. E altre sei raffinerie del Nord Est che lavorano più di un quarto del petrolio importato sono state subito chiuse a causa dell’interruzione di erogazione di energia elettrica facendo mancare 1.400.000 barili immessi sul mercato ogni giorno.

La seconda parentesi consiste nella riproduzione, senza commento, di una notizia della BBC[275] che ha messo in rete un’intervista a Masashi Goto, uno dei progettisti e tecnici che hanno costruito in Giappone molte delle centrali nucleari compresa, quarant’anni fa, quella di Fukushima.

● “Dove sono le uscite di emergenza?”… dal nucleare

Che avvisa, senza mezzi termini, il governo giapponese di “non dire al paese tutta la verità” sulla gravità della situazione effettiva.

In una conferenza stampa ha detto che per il Giappone si prospetta una crisi gravissima, che uno dei reattori dell’impianto di Fukushima-Dai-ichi è “altamente instabile” e che le conseguenze di un’eventuale fusione sarebbero “tremende”. Finora il governo ha detto che un’eventuale fusione non porterebbe al rilascio di dosi significative di materiale radioattivo. Goto è di diverso avviso: i reattori di Fukushima-Dai-ichi sono sottoposti a aumenti di pressioni ben oltre i livelli previsti quando sono stati costruiti.

   C’è il grave rischio di un’esplosione con materiale radioattivo ‘sparato’ su un’area molto vasta, ben oltre l'area di evacuazione di venti chilometri imposta dalle autorità.

   Nel reattore 3 di Fukushima-Dai-ichi, dove la pressione sta salendo a rischio esplosione, è stato usato un tipo di combustibile chiamato Mox (misto di ossido di plutonio e ossido di uranio): e il fallout radioattivo potrebbe essere due volte peggio.

   L’esperto nucleare ha accusato il governo di nascondere deliberatamente informazioni vitali: “Non è stato detto abbastanza su come è stato ventilato l’idrogeno”. E “altamente inconsueto e pericoloso” è stato l’uso dell’acqua di mare per raffreddare i reattori di Fukushima-Dai-ichi.

   Lo scenario peggiore sarebbe “la fusione del nucleo. Se le barre cadono e si mescolano con l’acqua il risultato è un’esplosione di materiale solido, come un vulcano che diffonde materiale radioattivo.

   Il vapore o un’esplosione dell’idrogeno possono disperdere le scorie per un raggio di oltre 50 chilometri. E il tutto rischia di essere moltiplicato: ci sono molti reattori nella zona, così che ci potrebbero essere molte Cernobyl”.

In effetti, solo due giorni dopo, e dopo che anche nel reattore no. 4 di Fukushima c’è stata un’esplosione, il governo ammette l’alto livello di radiazioni individuato nella zona: che fluttua in su e in giù ma tropo spesso ormai è stabilmente fuori norma. E anche all’esterno del reattore di Kanagawa le misurazioni risultano spesso fuori controllo[276].

In definitiva, e a conclusione di queste considerazione che impone il cataclisma in Giappone, a noi francamente – e stavolta forse definitivamente – sembra rimessa in questione l’affidabilità per lo meno di uno strumento di questo tipo – la produzione di elettricità con l’energia nucleare, da parte di un’industria di per sé poco affidabile (Three Miles Island, Chernobyl, almeno un centinaio di baratri e incidenti sfiorati negli ultimi decenni…) e quasi del tutto autoregolata o regolata da enti pubblici sostanzialmente pagati dall’industria stessa— almeno in aree e regioni storicamente e strutturalmente minacciate da terremoti— come il Giappone ma anche – sì, certo – anche l’Italia.

E se in Giappone torna alla ribalta il problema della fiducia della gente nello strumento e nei suoi gestori, lo stesso identico tema balza all’attenzione da noi, ora, in Italia, quando il governo – sprovvedutamente faceva il tifo per Mubarak (il “saggio”) e faceva il “baciamano guascone” a Gheddafi,e è costretto ora a non considerarlo più un interlocutore – vede, obiettivamente, la sua scommessa sulla ripresa del nucleare per uso civile rimessa pesantemente in questione non da una paura irrazionale, come va in giro dicendo, ma da una fondata e visibilissima evidenza dei fatti…

Certo, a parte gli tsunami che sono cosa per nostra fortuna da noi quasi “impossibile”, i terremoti che tendono a colpire il Giappone sono, in assoluto, tra i più catastrofici – sugli 8-9 gradi della scala Richter – mediamente due punti sopra l’energia sviluppata dai nostri. Ma da noi manca del tutto la preparazione antisismica – delle strutture edilizie anzitutto – enormemente più indietro della loro. E non solo perché l’Italia è piena di costruzioni antiche, ma anche perché da noi impreparate a resistere sono anche le costruzioni moderne: per niente antisismiche, devastate dalla speculazione e dal malaffare malavitoso molto più di quanto lo siano da loro, in Giappone. Da noi, ma anche in Iran, in Turchia, in Cile, in Perù… dovunque la speculazione edilizia la fa da padrona.

E manca anche, diciamoci la verità, l’autodisciplina di questa gente. Una caratteristica che a noi magari piace di non avere (guardate questa foto … e, magari come noi, rabbrividite un poco

 

I giapponesi e la loro “autodisciplina”… (sembra Lampedusa, no?)

 

Sulle serpentine accuratamente tracciate nel cortile di una scuola a Sendai, in attesa della distribuzione dell’acqua

Foto: New York Times, 13.3.2011

Sicuro, gli impianti nucleari non avvelenano l’aria di CO2, che è cosa ambientalmente apprezzabile; in zone del mondo senza risorse naturali, come Giappone e Italia, è sicuramente utile: può anche dare loro un certo grado di indipendenza e un po’ di relativa autonomia (perché l’uranio lo dovremo comunque importare dall’estero)… e un’energia, infine, forse (forse: perché questo calcolo non fa i conti coi costi privati e societari immediati e finali di “incidenti” come quello nipponico) anche un po’ meno cara.

Ma ormai sembra imporsi, con l’evidenza dei fatti, che la tecnologia nucleare civile non è per la forza delle cose che sfuggono al controllo delle tecnologie umane, controllabile sempre dall’uomo: cioè controllabile, punto e basta. E se e quando, anche una volta su dieci, poi, sfugge al controllo è catastroficamente esplosiva.

Questo, poi, a parte il rebus irrisolto e, data la natura della bestia, irrisolvibile della radioattività: che, una volta prodotta resta letale ad allignare nelle scorie di produzione per un mezzo milione di anni, o giù di lì. Nessuno ancor oggi, dopo ormai decenni di utilizzazione dell’uranio, ha saputo neanche immaginare dove allocarle, le scorie, o come “trattarle”.

Adesso, in Germania – in Italia vorrebbero disperatamente cercare di  tenere il punto al governo…, ma ci arrivano poi anche loro per forza, recalcitrando – Merkel dice che bisognerà rivedere le misure di sicurezza previste. Dice seccamente, spiazzando tutti, che “la crisi in Giappone ha cambiato tutto per noi” e ormai “non c’è modo di tornare allo status quo ante[277]. Il che, francamente, appare anche un tantino  ridicolo visto che, fino ad oggi, la sicurezza era data per garantita al 1.000%...

● La radioattività genera i mostri  (come ci racconta nei film giapponesi, da sempre, Godzilla)…

La Merkel rimette prima di Berlusconi in questione la decisione disgraziata, presa solo qualche mese fa, di posticipare la fine del nucleare che nel suo paese era, comunque, residuo anche se ancora significativo. E, intanto, ha già congelato per almeno tre mesi l’esecutività della decisione di riprendere la produzione in tutti i 17 impianti del paese e dato l’alt immediato ad ogni operazione nei 7 dei 17 che avevano cominciato ad operare prima del 1980[278].

L’Unione europea, una volta tanto come tale, non minimizza il problema col suo chiamare apocalisse l’apocalisse e col suo dire che potrebbe anche andare, stavolta, peggio che a Chernobyl… Lo dichiara, alto e forte e profondamente allarmato, il Commissario per l’Energia Günther Öttinger, prendendo un po’ tutti in contropiede.

Ma non può imporre e neanche chiedere una moratoria niente a nessuno ma può e fa passare, proprio per il grande allarme che forza alla coscienza dell’opinione pubblica – “il mio, mi conoscete, assicura  a media e ministri, non è allarmismo” – la decisione che tutti gli impianti di produzione di energia atomica presenti nei paesi dell’Unione dovranno sottoporsi a un test, per così dire, sotto sforzo[279].

Oddio, “sembra” in un primo momento che la determinazione del Commissario riesca a far passare la decisione, perché poi al vertice di Bruxelles dei ministri dell’Energia l’accordo invece sembra saltare: il ministro tedesco della Economia, Reiner Brüderle, rileva che le differenze d’opinione sono in realtà tali tra i 17, per non dire dei 27, che non c’è proprio accordo[280]. Per cui, il dossier energia nucleare, al di là di ogni cerotto messo lì per tenere insieme lo sbrego, resterà saldamente in mano, alla fine, a ogni singolo paese…

Solo che la frittata è ormai fatta… Quel che ha detto, Brüderle effettivamente l’ha detto e quel che voleva dire era la stessa cosa ma avrebbe amato non vederla così pubblicizzata tanto da metterlo in conflitto con la capa. Conflitto che però, c’è… Poi si tenta di arrivare a una qualche conclusione che non smentisca del tutto né Öttinger né chi, forse, non vorrebbe farlo ma, in ogni caso, non è disposto a delegare all’Europa nulla di comune e di realmente stringente sulla politica energetica.

La Lituania, preoccupata, insiste però e riesce a far passare un altro accordo “di principio”[281] che gli stress tests andrebbero condotti sui nuovi reattori pianificati e su quelli esistenti ed estesi anche agli impianti vicini ai confini degli Stati dell’Unione: dove, se un incidente si verificasse, finirebbe inevitabilmente col coinvolgere anche tutto il territorio più prossimo.

Solo che l’accordo di “principio” non definisce il concetto di “territorio vicino” (10, 10 o 500 km.?), non definisce lo “sforzo” che va esercitato per fare la prova e i livelli della verifica, non definisce neanche l’autorità che, alla fine dovrebbe certificare in modo definitivo gli esiti della verifica e che succede se il risultato fosse respinto… Né viene chiarito in base a quale criterio ed autorità, per quanto sensata sia l’esigenza di estenderla ad altri paesi, si possa imporre a qualcuno qualcosa da parte di un’entità terza, come la UE, della quale quel qualcuno neanche fa parte.

Insomma, di “linee guida” si tratta: infatti, tutto è assolutamente “volontario” e sono, al solito, chiacchiere.

 

Non solo sulla politica energetica, ma anche sulla specifica allarmante branca del nucleare, insomma, l’Europa – è questa la realtà – proprio non c’è. Come, diciamocela la verità una volta ogni tanto, non c’è su niente o quasi… a cominciare da guerra e pace, per dire (Francia, Inghilterra ,Italia, Germania... e Libia).  Se il Commissario Öttinger fosse persona seria, dopo la scena che ha fatto nel tentativo disperato di forzare la mano ai governi, dovrebbe battere un colpo, fare a tutti uno sberleffo di disprezzo sonoro  ed andarsene. Ma scommettete con noi che (e non solo per i quasi 30.000 € al mese del suo compenso fisso da Commissario europeo) non lo farà?

●Al ministro Romani, per quello che lo riguarda, visto il bastone che viene così messo fra le ruote dei piani nucleari berlusconiani, saltano quasi i nervi pubblicamente. Ma è costretto anche lui, poi, a far buon viso… Gli rode – oh , se gli rode… – dover annunciare, ultimo dei mohicani, all’uscita di un incontro tra ministri dell’Energia a Bruxelles[282] che l’Italia metterà in pausa i suoi piani di sviluppo di energia nucleare, proprio come hanno deciso di fare tutti gli altri europei. E’ dura da ingoiare ma non c’è scampo. Anche perché poi, da noi, c’è sempre la mannaia del referendum…

La decisione presa da qualche mese alla cieca, era stata, prima di Fukushima di cedere alla lobby nucleare col riflesso berlusconiano quasi condizionato di fare come se il referendum dell’87 che ne aveva cancellato un futuro italiano non ci fosse stato e di ricominciare anche se proprio da zero: con costi tra l’altro davvero pesanti. Non perché fosse giusto o inevitabile, non date retta – e infatti ora sarà evitato – ma perché, come a tutti ma a lui ancora di più, non gli piace perdere.

Solo che dopo Fukushima non c’è più una sola regione italiana – rossa, rosa, nera, gialla che sia – disposta ad accogliere una centrale. Lo dicono tutti i “governatori”: la gente li lincerebbe. E, poi, da noi, al contrario della Germania, purtroppo per il Cavaliere, c’è la valvola di sicurezza del referendum abrogativo. Che, su questo nodo, è già convocato per giugno e che coi fatti nipponici, a questo punto, si tirerà dietro – nel raggiungere sperabilmente il quorum – anche altre delicatissime richieste di abrogazione, tutte contro di lui…

Vedrete che, a questo punto, per evitare questo referendum e non correre il rischio che faccia da traino agli altri, il governo tenterà di cancellare anche ufficialmente la legge che rilanciava il nucleare. Insieme alla saga pecoreccia della Ruby rubacuori, insomma, a salvarci dalla decadenza berlusconiana e dal suo ultima decomporsi potrebbe essere proprio, alla fine, via referendum e uno schiacciante no popolare, proprio la calamità apocalittica che ha colpito il Giappone… Non c’è da congratularci di niente, considerando la nostra impotenza, ma forse ci sarà da ringraziare lo stellone italiano.

●Intanto, anche la Cina ha sospeso i piani di espansione nucleari, con nuovi impianti, che aveva approntato per rivederne le misure di sicurezza che non appaiono più tanto sicure. Lo ha deciso il Consiglio di Stato, l’organismo esecutivo reale del potere[283].  

●Prima o poi, non certo oggi e forse neanche domani ma dopodomani sarà giocoforza, il Giappone dovrà fare i conti con quel che gli costerà – economicamente, proprio – questa tragedia. Per ora, a fine marzo, il calcolo provvisorio dei soli danni materiali solo del terremoto ammonta, secondo il governo, a circa 190 miliardi di €. Che già lo qualificano come il più costoso disastro naturale della storia[284].

Messi insieme gli impatti combinati di terremoto, tsunami e Fukushima potrebbero riaffondare il paese di brutto nella recessione da cui era appena cominciato ad uscire. L’OCSE fa rilevare, correttamente, che il PIL delle quattro prefetture nipponiche più colpite da questa crisi è forse, in tutto, pari solo al 6%[285] di quello del paese.

Ma subito, intanto, l’indice Nikkei alla borsa di Tokyo precipita dell’11% in un giorno e, col suo già devastante livello di debito pubblico che batte perfino quello italiano, il costo di garantirlo contro il default tocca livelli inauditi. Tutti sanno, e l’OCSE appena citata spiega, che “la distruzione causata è tanto vasta e profonda che… non è possibile stimarne già oggi l’impatto economico”.

E, poi, c’è da calcolare, e verificare, quanto il costo inevitabilmente in aumento del greggio e del gas importato anche a sostituzione dell’energia nucleare non più prodotta, comunque fermata o rallentata, qui e in tutto il mondo, peserà in questi conti… E quale peso avranno, in un sistema produttivo tutto costruito intorno al metodo del just-in-time, i ritardi nelle consegne di ogni tipo di fornitura giapponese al resto delle industrie, nazionali e straniere che ne dipendono…

Sul piano globale, invece – o magari, invece di invece, inoltre – calano subito tutte le materie prime per il timore della contrazione della domanda che in Giappone è prevista nei prossimi mesi— tutte meno il petrolio e il gas naturale, naturalmente e si prevede anche che potrebbe essere il costo delle assicurazioni che si impennano e quello della ricostruzione da fare a far traballare, prevedono molti analisti sui mercati, l’economia globale e anche, però – paradossalmente solo in apparenza, come spiega bene un articolo[286] sul Guardian britannico – a stimolare proprio quella giapponese…

Ma non sappiamo bene perché, a noi questo modo di ragionare rammenta da presso quello di quegli speculatori abruzzesi intercettati dopo il terremoto dell’Aquila che si fregavano le mani gongolando per il fatturato e il profitto da realizzare adesso con la ricostruzione…

A distanza di venti giorni ormai dal terremoto e dalle sue ricadute terrificanti, mentre si continua a scavare ma ormai solo per sgombrare i detriti e ritrovare i morti, va avanti senza sosta l’imperversare negli impianti di Fukushima del disastro atomico. Senza alcuna remissione e senza alcuna speranza di una fine prossima. Le agenzie continuano a riferire di reattori surriscaldati, di radioattività che se ne va in giro per aria e per mare e avvelena anche pesantemente l’acqua dei rubinetti di Tokyo.

La prefettura della città, il 22 marzo, allerta gli abitanti che l’acqua corrente può, per il carico di iodio radioattivo che ormai presenta, diventare un pericolo “attivo” per i bambini che la bevessero[287]… E, a livello della risacca, sulla spiaggia di fronte all’impianto, la radioattività registrata a fine marzo tocca livelli, dice il comune, ben 4.385 volte superiori alla norma.

●La Russia annuncia, prima del sisma certo, che intende dispiegare batterie missilistiche costali mobili Bastion dotati di missili cruise supersonici antinavali Yakhont rubino sulle isole Kurili[288], i cosiddetti territori del Nord per il Giappone, viene annunciato da un rappresentante dello Stato maggiore russo. Sempre sule isolette verrà anche piazzato batterie di difesa antiaerea Tor-M2, oltre una sottounità di elicotteri d’attacco capaci di operatività notturna che saranno basati sull’isola di Iturup. Sono stati anche proposti, allo studio del ministero della Difesa, piani di rafforzamento della presenza di truppe russe sul territorio delle Kurili.

●I russi tornano alla carica offrendo ai giapponesi di firmare, finalmente, quel trattato di pace bilaterale che metterebbe fine ufficialmente al post-guerra mondiale ancora mai formalmente concluso. I russi vogliono chiudere tutto il contenzioso, i giapponesi intenderebbero invece riservarsi come ancora da negoziare la parte relativa alla conquista russa delle isole Curili.

Lo fanno – e ai nipponici, tanto attenti alla forma e meno, è vero, alla sostanza: al contrario dei russi che formalisti sono anche loro ma sempre dopo la cura del concreto – la cosa pare francamente poco elegante anche se è molto sensata – pochi giorni dopo che lo tsunami ha devastato il territorio giapponese più prossimo proprio alle Curili, il nodo da sempre del contenzioso.

Dice il ministro degli Esteri Lavrov che Mosca è pronta a discuterne subito con Tokyo ma che considera inaccettabile sempre ricevere, da chiunque, ultimatum e richieste a senso unico che ignorano sistematicamente il fatto che il Giappone ha perso la guerra mondiale e la Russia l’ha vinta. Naturalmente è anche vero che la Russia dichiarò guerra al Giappone – scrupolosamente seguendo Stalin gli accordi con gli Alleati americani e britannici stilati a Yalta – solo in pratica una ventina di giorni prima della resa dell’impero nipponico, l’8 agosto del 1945: due giorni dopo Hiroshima e uno prima di Nagasaki….

●Notizie di questo genere – alimentate da un vuoto e pericoloso revanscismo, le rivendicazioni territoriali assurde su territori persi almeno fino alla prossima guerra (la seconda guerra mondiale l’hanno persa o no, i giapponesi? è come se noi ci mettessimo a punzecchiare sui territori fiumani…) anche per colpa di governi in genere responsabili – sostentano a  loro volta il revanscismo nipponico: sterile e anche quanto mai azzardato.

Dice il governatore di Tokyo Shintaro Ishihara, un demagogo come, certo, ce ne stanno dovunque, che il Giappone dovrebbe sviluppare e vendere anche – a chi? – armamenti suoi sofisticati, anche atomici[289]. Ha vicini tutti “nemici”, spiega – Cina, Corea del Nord, Russia – dotati di armi nucleari (e, infatti, le teste un tantino più fredde gli fanno osservare che quelli, le armi nucleari, già le hanno).

Lui è convinto – ma gli va male: solo dopo pochi giorni, i reattori nucleari di Fukushima che vanno in panne lo ridicolizzano… – che, se il Giappone così si armasse, avrebbe più rispetto da parte di Mosca e Pechino: non si sarebbero mai arrischiate – dice lo stolto – e non si azzarderebbero mai – lui promette – nel prossimo futuro a “toccare”, uno, le isole Curili/o del Nord e, l’altro, quelle Diaoyu/Senkaku. Ishihara è convinto, e lo dice, che “ogni potere contrattuale di tipo diplomatico vuol dire potere atomico”. E questa non è real-politik, è real-idiotik allo stato puro.

●Anche qui si dimette il ministro degli Esteri: Seiji Maehara[290] ha ricevuto un contributo elettorale illegale da un coreano, non da un cittadino giapponese, per l’ammontare scandaloso di circa… 430 €. E viene subito rimpiazzato dal sottosegretario Takeaki Matsumoto.

Qui, come in Francia e in Germania, se ne fa alla fine – scusate il gioco di parole – una questione di principio. Non è stato condannato da qualche tribunale: tantomeno definitivamente poi…, manco in prima! Né lui, né lei, né l’altro. Ma si dimettono comunque. Questione di dignità, cioè come dicono qui, di faccia: chi ce l’ha di tolla, infatti, e chi no.Questione di faccia


 

[1] New York Times, 5.3.2011, R. Donadio, Libya Unrest Holds Threat of Economic Toll for Italy— Il travaglio della Libia fa incombere sull’Italia la minaccia di pesanti costi economici.

*N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL GUARDIAN E DEL NEW YORK TIMES NON VENGONO DATI SINGOLARMENTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE. 

[2] Al-Jazeerah, 8.3.2011, 10:28 p.m. (cfr. http://blogs.aljazeera.net/live/africa/libya-live-blog-march-9/).

[3] Dati desunti, scontandoli dal politically correct obbligatorio delle fonti cui facciamo riferimento, dal 1) Dipartimento di Stato americano, Bureau of Near Eastern Affairs, Country profile – Libya, 17.11.2010 (cfr. http://www.state.gov/r/pa/ ei/bgn/5425.htm#econ/); e, anche, 2) CIA, World factbook 2010, Libya (cfr. https://www.cia.gov/library/publications / the-world-factbook/geos/ly.html/).

[4] Star Wars, 3-3-2011, Russia to lose $4 bn in arms exports to Libya La Russia perde 4 rmdi di $ dalle  esportazioni di armi in Libia (cfr. http://www.spacewar.com/reports/Russia_to_lose_4_bn_in_arms_exports_to_Libya_official_999. html/).

[5] The Economist, 26.3.2011.

[6] CIA World Factbook, 2010, Country Comparison GDP at PPP Comparazione tra paesi a parità di potere d’acquisto (cfr. https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2001rank.html?countryName=China&country Code =ch&regionCode=eas&rank=3#ch/).

[7] Granma, 1.3.2011, L. Martínez Hernández e Y. Puig Meneses, Sesionó reunión ampliada del Consejo de Ministros Alla sessione allargata del Consiglio dei ministri (cfr. http://www.granma.cu/espanol/cuba/1-marzo-sesiono.html/).

[9] Agenzia Bloomberg, 1.3.2011, Brazil to Boost Spending on Poor by 2.1 Billion Reais— Il Brasile incrementa la spesa per i poveri di 2,1 miliardi di reais (cfr. http://www.bloomberg.com/news/2011-03-01/brazil-to-boost-spending-on-poor-by-2-1-billion-reais-1-.html/).

[10] The Economist, 5.3.2011.

[11] Guardian, 3.3.2011, V. Bevins, Dilma Rousseff moves Brazil to centre Dilma Rousseffe sposta il Brasile al centro. [questo Bevins scrive, di regola, da Sāo Paulo per il Financial Times e fa l’uomo d’affari, di mestiere: di non grande successo, pare proprio]

[12] Agenzia Reuters, 2.3.2011, J. Clarke, Rebel clashes reignite fears for Sudan's south Dagli scontri armati coi ribelli, rinascono i timori per il Sud Sudan (cfr. http://af.reuters.com/article/topNews/idAFJOE72105Z20110302/).

[13] Upstream-on-line, 22.3.2011, Russia targets Europe gas supplies— La Russia guarda alle furniture di gas all’Europa (cfr. http://www.upstreamonline.com/live/article249341.ece/).

[14] Trend, 23.3.2011, Gazprom: South Stream pipeline work to begin in 2013 Gazprom: il lavoro sul gasdotto South Stream comincia nel 2013 (cfr. http://en.trend.az/capital/energy/1849901.html/).

[15] Der Spiegel, 19.5.2009, R. Bush, Russia's South Stream Project Gets a Boost Il progetto russo South Stream viene spinto in avanti (cfr. http://www.spiegel.de/international/business/0,1518,625697,00.html/).

[16] Reuters, 28.2.2011, M. Awad, Egypt agrees dates for referendum, polls: activist— L’Egitto concorda le date per il referendum e le elezioni, dice un attivista [ma non sembra una concordia proprio totale col Consiglio delle Forze armate] (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/02/28/us-egypt-elections-idUSTRE71R72F20110228/).

[17] New York Times, 3.3.2011, L. Stack, Bowing to Opposition, Egypt Premier Resigns Piegandosi alle richieste dell’opposizione, il primo ministro egiziano rassegna le dimissioni. 

[18] New York Times, 4.3.2011, A. Shadid, New premier speaks in Cairo Square Il nuovo primo ministro parla alla piazza del Cairo.

[19] Stratfor, 13.3.2011, Egypt: Armed Forces begin Church Reconstruction Le forze armate cominciano a ricostruire la chiesa distrutta (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110313-egypt-armed-forces-begin-church-reconstruction/).

[20] Newser.com, 9.3.2011, Egypt opposition leader ElBaradei will run for president if conditions are democratic— Il leader dell’opposizione ElBaradei dcie che correrà per la presidenza se ci saranno condizioni di democrazia (cfr. http://www. newser.com/article/d9ls1buo0/egypt-opposition-leader-elbaradei-says-he-will-run-for-president-if-conditions-are-democratic.html/).       

[21] AlMasryAlAyoum, 15.3.2011, Church rejects proposed constitutional amendments— La Chiesa [copto egiziana] respinge gli emendamenti costituzionali [proposti al referendum].

[22] Maktoob.com, 15.3.2011, C. de Roquefeuil (A.F.P.), Egypt army to decide if voters reject charter changes— Deciderà l’esercito egiziano, se i votanti rifiuteranno gli emendamenti alla Costituzione (cfr. http://en.news.maktoob.com/2009000063289 2/Egypt_army_to_decide_if_voters_reject_charter_changes/Article.htm/)

[23] BBC News, 20.3.2011, Egypt referendum strongly backs constitution changes— Il referendum egiziano approva i  cambiamenti costituzionali (cfr.  http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-12801125/).

[24] Reuters, 30.2.2011, Egypt's military issues interim constitution I militari pubblicano una Costituzione ad interim (cfr. http://af.reuters.com/article/egyptNews/idAFLDE72T1KT20110330/).

[25] The Siasat Daily (Hyderabad), 4.3.2011, Gul: Egypt army serious on transition— Gul: l’esercito egiziano fa sul serio nel suo impegno sulla transizione (cfr. http://www.siasat.com/english/news/gul-egypt-army-serious-transition/).

[26] Press Tv, 4.3.2011, Tunisia president sets date for elections Il presidente tunisino fissa la data delle elezioni (cfr. http:// www.presstv.ir/detail/168089.html/).

[27] Chron, 7.3.2011, B. Ben Bouazza, Tunisia scraps hated police unit La Tunisia cancella le odiate unità di polizia (cfr. http://www.chron.com/disp/story.mpl/ap/top/all/7460612.html/).

[28] MAE, 25.3.2011, Focus Libia: Frattini, Maroni: impegno Tunisia (cfr. http://www.esteri.it/MAE/IT/Sala_Stampa/Ar chivioNotizie/Approfondimenti/2011/03/20110325_imptun.htm/).

[29] MSN, 2.3.2011, Morocco king ‘plans reforms’ Il re del Marocco ‘sta progettando riforme’ (cfr. http://www.arabia.msn. com/News/MiddleEast/AFP/2011/March/4100038.aspx/).

[30] Ahram.online, 1.3.2011, Jordanians demand release of Islamist prisoners— In Giordania dimostranti chiedono il rilascio di carcerati islamisti (cfr. http://english.ahram.org.eg/NewsContent/2/8/6732/World/Region/Jordanians-dema nd-release-of-Islamist-prisoners-.aspx/).

[31] Al-Arabiya, 1.3.2011, Calls mount for constitutional monarchy in Jordan— Montano le richieste di monarchia costituzionale (cfr. http://www.alarabiya.net/articles/2011/03/01/139752.html/). 

[32] Newstime Africa, 22.3.2011, King Abdullah II of Jordan demands decisive measures to achieve reforms Re Abdullah II di Giordania pretende misure decisive per fare le riforme (cfr. http://www.newstimeafrica.com/archives/ 18080/).

[33] New York Times, 24.3.2011, Reuters, Thousands March to Protest Syria Killings In migliaia protestano in Siria contro le uccisioni.

[34] Haaretz (Tel Aviv), 24.3.2011, J. Khoury, Assad mulls lifting state of emergency amid Syria protests— In mezzo all’ondata di proteste in Siria, Assad sta considerando la levata dello stato d’emergenza (cfr. http://www.haaretz.com/news/in ternational/assad-mulls-lifting-state-of-emergency-amid-syria-protests-1.351616/). 

[35] New York Times, 30.3.2011, M. Slackman, Syrian Leader Blames Turmoil on ‘Conspiracy’ Il presidente siriano dà la colpa delle turbolenze [interne] a ‘complotti ’ [esterni].

[36] WSB Radio.com, 30.3.2011, (A.P.), US rips Assad's speech… but can't do much about it Gli USA attaccano il discorso di Assad, ma poi non possono farci proprio granché (cfr. http://www.wsbradio.com/news/ap/top-news/us-says-assads-spee ch-ignored-call-for-reforms/nCDjx/).

[37] Kuwait News Agency (KUNA), 2.3.2011, US urged Yemeni gov''t to focus on political reforms— Gli USA fanno pressione sul governo dello Yemen perché si concentri nelle riforme politiche (cfr. http://www.kuna.net.kw/NewsAgen ciesPublicsite/ArticleDetails.aspx?id=2149086&Language=en/).

[38] Al-Jazeerah, 4.3.2011, Yemenis Continue Demanding Ouster of Dictator Saleh, Who Still Plays Deaf— Gli yemeniti continuano a reclamare  l’uscita del dittatore Saleh che, però, continua a fare lo gnorri (cfr. http://www.aljazeerah.in fo/News/2011/March/5%20n/Yemenis%20Continue%20Demanding%20Ouster%20of%20Dictator%20Saleh,%20Who%20Still%20Plays%20Deaf.htm/).

[39] India Report, 12.3.2011, US ambassador says Yemen crisis in 'dangerous' phase— L’ambasciatore americano sostiene che la crisi yemenita è in una fase ‘pericolosa’ (cfr. http://www.indiareport.com/India-usa-uk-news/latest-news/1013408 /In ternational2/20/2/).          

[40] Yemen24, 15.3.2011, Agenzia Saba, Yemen, U.S. discuss security cooperation Yemen e USA discutono della loro cooperazione di sicurezza (cfr. http://yemen24news.blogspot.com/2011/03/yemen-us-discuss-security-cooperation.html/).

[41] Xinhua, 15.3.2011, M. al-Azaki e W. Qiuyun, Yemen imposes tight security cordon around capital amid escalating protests— Con il salire delle proteste, lo Yemen impone un rigido cordone di sicurezza tutto intorno alla capitale (cfr. http://news. xinhuanet.com/english2010/world/2011-03/15/c_13778418.htm/).  

[42] Reuters, 19.3.2011, Yemen tourism minister resigns after shooting— Il ministro yemenita del Turismo si dimette dopo le sparatorie (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/03/19/us-yemen-minister-idUSTRE72H6JV20110319/).

[43] New York Times, 20.3.2011, Reuters, Yemen's U.N. Envoy Quits, Protesters Bury Dead— L’inviato dello Yemen all’ONU si dimette, i dimostranti seppelliscono i loro morti.

[44] Tutte notizie da Al-Jazeerah, 21.3.2011, Yemen live blog (cfr. http://blogs.aljazeera.net/live/middle-east/yemen-live-blog-march-21/).

[45] Al-Jazeerah, 21.3.2011, Yemen live blog (cfr. http://blogs.aljazeera.net/live/middle-east/yemen-live-blog-march-21/).

[46] History Commons, Profile of Ali Moshen al-Ahmar (cfr. http://www.historycommons.org/entity.jsp?entity=ali_moh sen_al_ahmar_1/).

[47] Associated Press, 22.3.2011,(A.P.), A- al-Haji, Yemen leader says ready to step down by year-end Il leader yemenita afferma che se ne andrà a fine anno (cfr. http://hosted2.ap.org/APDefault/*/Article_2011-03-22-ML-Yemen/id-dd03eb915 35f4e2a8b53febf845d8478/).

[48] Stratfor, 2.3.2011, Saleh warns military to return to posts Saleh ammonisce i militari di tornare in caserma (cfr. http:// www.stratfor.com/sitrep/20110322-yemen-saleh-warns-military-return-posts/).

[49] Al-Arabiya, 22.3.2011, Opposition says reject Saleh early poll offer - Yemen protesters plan 'Friday of the March Forward' L’opposizione afferma di respingere l’offerta di Saleh una prossima elezione - In Yemen chi protesta progetta un ‘Venerdì della marcia in avanti’ (cfr. http://www.alarabiya.net/articles/2011/03/22/142541.html/).

[50] Al-Arabiya, 23.3.2011, State of emergency proclaimed and rejected Stato d’emergenza: proclamato e respinto (cfr. http://www.alarabiya.net/articles/2011/03/23/142717.html/).

[51] Saba News Agency (agenzia ufficiale), 23.3.2011, President Saleh keen on transferring power peacefully— Il presidente Saleh vuole trasferire il potere pacificamente (cfr. http://www.sabanews.net/en/news238258.htm/).

[52] Bloomberg, 28.3.2011, Yemen’s Saleh Describes Nation as ‘Time Bomb’ Nearing Civil War— Lo yemenita Saleh descrive il paese come una bomba a orologeria vicina alla guerra civile (cfr. http://www.bloomberg.com/news/2011-03-27/yemen-s-president-says-nation-is-time-bomb-nearing-civil-war.html/).

[53] The Wall Street Journal, 28.3.2011, H. Almasmari e M. Coker, Yemen Talks Stall I colloqui nello Yemen vanno in stallo (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703576204576226281324206972.html?mod=WSJEUROPE _hpp­_ MIDDLEThirdNews/).

[54] The Independent, 29.3.2011, J. Boone, Accidental explosion at Yemen arms factory kills 100— Esplosione accidentale in una fabbrica di munizioni dello Yemen fa 100 morti (cfr. http://www.inde pendent.co.uk/news/ world/middle-east/accidental-explosion-at-yemen-arms-factory-kills-100-2255737.html/);  ma  il  governo  yemenita

attribuisce invece l’esplosione alla sete di sangue di al-Qaeda.

[55] Saudiwoman, 28.2.2011, Are we or aren’t we?— Siamo o non siamo? (cfr. http://saudiwoman.wordpress.com/2011/02/ 28/are-we-or-arent-we/).

[56] Questa riprodotta anche nel blog citato appena qui in Nota precedente.

[57] New York Times, 24.2.2011, Alwaleed bin Talal bin Abdulaziz al-Saud, A Saudi Prince’s Plea for Reform L’appello per le riforme di un principe saudita.

[58] نحو دولة الحقوق و المؤسسات , 28.2.2011 (cfr. http://dawlaty.info/): tradotto in inglese su Saudi Jeans, 28,2,2011, Now we are talking E adesso parliamo (cfr. http://saudijeans.org/2011/02/28/saudi-reform-petitions/).

[59] Woolly Days.com, 2.3.2011, House of Saud on the verge of a nervous break down La casa dei Saud sull’orlo di un collasso nervoso (cfr. http://woollydays.wordpress.com/2011/03/02/house-of-saud-on-the-verge-of-a-nervous-break down/). 

[60] World News.com, 11.3.2011, Leading Saudi cleric warns against "Day of Rage" protests Un religioso saudita di punta ammonisce contro le proteste del “Giorno della rabbia” (cfr. http://article.wn.com/view/2011/03/11/Leading_Saudi_cleric _warns_against_Day_of_Rage_protests/).

[61] Questo paragrafo, su come e quanto sta evolvendo l’Arabia saudita, è costruito, in larga parte, su notizie del Guardian, 1.3.2011. B. Whitaker, Saudi Arabia’s subtle protests are serious— La sottile protesta interna all’Arabia saudita è una cosa seria.

[62] Yahoo!News Maktoob, 28.3.2011, Vote ban for Saudi women stays Il bando dal voto delle donne saudite rimane (cfr. http://en.news.maktoob.com/0/...ban...Saudi_women.../Article.htm/).  

[63] New York Times, 4.3.2011, T. Fuller, Bahrainis Fear the U.S. Isn’t Behind Their Fight for Democracy— I cittadini del Bahrain temono [dice l’A., ma forse sarebbe più corretto dire intuiscono, sanno, capiscono] che gli USA non siano dietro alla loro lotta per la democrazia.

[64] The Express Tribune (Karachi) , 11.3.2011, S. Intiaz, Headhunts for Bahrain’s security units— Cacciatori di teste per le unità di sicurezza del Bahrain (cfr. http://tribune.com.pk/story/130961/overseas-employment-services-fauji-foundation-headhunts-for-bahrains-security-units/).

[65] Quotidiano.net, 14.3.2011, Crisi Bahrein, chiede aiuto all’esercito saudita (cfr.  http://qn.quotidiano.net/esteri/2011/ 03/14/473498-scontri_bahrein.shtml#ixzz1Ga6lTgnI/).

[66] New York Times, 15.3.2011, (A.P.), Bahrain's King Declares State of Emergency Il re del Bahrain dichiara lo stato d’emergenza.

[67] The Wall Street Journal, 20.3.2011, A. Delmar-Morgan e J. Parkinson, Bahrain Security Forces Step Up Arrests of Protesters Le Forze di sicurezza del Bahrain [che sono poi le forze assassine di Muammar Gheddadi, a 3.600 km. a ovest sul Mediterraneo, si capisce, no?] infittiscono gli arresti dei dimostranti (cfr. http://online.wsj.com/article/SB1000142405274870 4433904576212171 558494018.html?KEYWORDS=sayed+salman/).

[68] New York Times, 3.3.2011, (A.P.), Kuwait Protesters Bring Reform Demands to Streets— Chi protesta in Kuwait porta la domanda di riforme per le strade.

[69] New York Times, 2.3.2011, E. Bumiller, Gates Plays Down Idea of U.S. Force in Libya Gates ridimensiona l’idea di mandare forze armate americane in Libia.

[70] Yahoo!News, 1.3.2011, Russian FM knocks down no-fly zone for Libya Il ministro degli Esteri russo abbatte l’idea di una no-fly-zone per la Libia (cfr. http://en.news.maktoob.com/20090000605472/Russian_FM_knocks_down_no-fly_zone_ for_Libya/Article.htm/).

[71] TREND, 10.3.2011, Italy calls for EU-NATO maritime mission off Libyan coast L’Italia chiede una missione navale congiunta UE e NATO al largo delle coste libiche (cfr. http://en.trend.az/news/nato/1843156.html/).

[72] Agenzia ANSA, 11.3.2011, 20:14, Immigrazione: Italia per riunione Ue - Frattini e Maroni,soli non possiamo farcela, si dispieghi Frontex (cfr. http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2011/02/11/visualizza_new.html_ 1589416759.html/).

[73] Cioè, quando venne discussa e approvata al CdS la Risoluzione anti Gheddafi, no. 1970/2011, il 26.2.201. Certo, l’Italia non è adesso nel CdS dell’ONU ma, come dà diritto a ogni Stato che vuol essere ascoltato la Carta, avrebbe ben potuto farsi invitare e sentire e, se avesse avuto qualcosa da proporre, anche proporre… Ma non l’ha fatto: il 26 febbraio il Berlusca non aveva ancora deciso se mollare Gheddafi – come dopo qualche giorno e dopo l’ONU ha fatto – o se, magari, continuare a difenderlo…

[74] Stratfor, 28.2.2011, U.S.: Options For Military Action In Libya USA: opzioni di un’azione mlitare in Libia (cfr. http:// www.stratfor.com/sitrep/20110228-us-options-military-action-libya/).

[75] Washington Post, 24.2.2011, L. Fadel e S. Raghavan, Gaddafi tightens grip on Libyan capital as rebels swiftly advance west Gheddafi stringe la morsa sulla capitale libica mentre I ribelli avanzano rapidamente ad ovest (cfr. http://www. washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2011/02/23/AR2011022307214.html/).

[76] Sulla galassia e le dinamiche delle tribù libiche, la loro storia secolare, la loro “politica” e le loro rivalità, vedi su Bnet, 14.10.2002, un saggio specialistico di grande valore, Libya–Tribal rivalries— Libia–Rivalità tribali (cfr. http://findarti cles.com/p/articles/mi_hb6511/is_4_44/ai_n28948866/).

[77] PBSNewshour, 27.1.2011, Biden Discusses Unrest in Egypt— Biden discute le turbolenze in Egitto (cfr. http://www. pbs.org/newshour/rundown/2011/01/exclusive-biden-discusses-unrest-in-egypt-keeping-us-competitive.html/).

[78] New York Times, 7.3.2011, R. Cohen, Libyan Closure Conclusione in Libia.

[79] Financial Times, 27.2.2011, G. Evans [già ministro degli Esteri australiano, uno dei profeti dell’interventismo armato ‘umanitario’ o, come ci sembra sia stato meglio definito, del vigilantismo selettivo e opportunistico dell’occidente: quello che predica di bombardare Gheddafi ma si preoccupa, contemporaneamente, di dare stampelle politiche e aiuto militare ai tanti altri despoti propri vassalli un po’ in tutto il mondo], No-fly zone will help stop Gaddafi’s carnage Una no-fly zone aiuterebbe a fermare i massacri di Gheddafi (cfr.http://www.ft.com/cms/s /0/8ac9d1dc-4279-11e0-8b34-00144feabdc0.html#axzz1G63u0R23/).

[80] New York Times, 8.3.2011, H.D.S. Greenway, No-Fly Zone? No.

[81] Fox News, 3.3.2011, Agenzia Associated Press (A.P.), International Criminal Court Prosecutor Says He Will Investigate Qaddafi Il procuratore del tribunale internazionale contro i crimini di guerra dice che aprirà un’inchiesta contro Gheddafi (cfr. http://www.foxnews.com/world/2011/03/03/international-criminal-court-prosecutor-says-investigate-qaddafi/).

[83] Leggere qui, integralmente tradotto, quello del 22 febbraio (cfr. http://www.antiwar.com/blog/2011/02/22/qadaffis-nor ma-desmond-moment/): la Norma Desmond in questione era un personaggio inesistente del film di Billy Wilder, Viale del Tramonto, 1950, cui chi ha fatto la traduzione inglese si riferisce traducendo lui e citando ad epigrafe l’immortale battuta: “Siete Norma Desmond si!, la famosa attrice del muto. Eravate grande!— No, io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo!”.

[84] Reuters, 1.3.2011, M. Hosenball, U.S. in no rush to arm Libyan opposition— Per gli USA nessuna fretta di armare l’opposizione (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/03/01/us-libya-usa-rebels-idUSTRE7205RG20110301/).

[85] Citazioni in corsivo dal testo citato dal New York Times, 2.3.2011, P. Beaumont, Muammar Gaddafi offers rebels an amnesty Mummar Gheddafi offre l’amnistia ai ribelli.

[86] Ottawa Citizen, 1.3.2011, Opposition military council in Benghazi different from Revolutionary opposition council Formato un Consiglio militare di opposizione a Bengasi diverso dal Consiglio di opposizione rivoluzionaria (cfr. http://www.otta wacitizen.com/Libya+rebels+form+military+council+Benghazi/4364854/story.html/).

[87] Reuters, 3.3.2011, T. Pfeiffer, Rebels will only discuss Gaddafi quitting— I ribelli discuteranno con Gheddafi solo della sua partenza (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/03/03/us-libya-east-council-idUSTRE7226DW20110303/).

[88] New York Times, 8.3.2011, A. Shadid e K. Fahim, Opposition in Libya Struggles to Form a United Front In Libia, l’opposizione in lotta per formare un fronte unito.     

[89] Ricordiamo le armi di distruzione di massa che non c’erano? o i bambini kuwaitiani (v. Los Angeles Times 5.1.2003,   The Lies We Are Told About Iraq― Le bugie che ci dicono sull’Iraq, cfr. http://articles.latimes.com/2003/jan/05/opinion/ op-marshall5/), buttati via dalle incubatrici delle maternità di Kuwait City per portarle a Bagdad, dove se una cosa poi funzionava decentemente – per un paese del Terzo mondo – era la sanità (denuncia dalla… figlia dell’ambasciatore dell’emiro del Kuwait a Washington, Nayirah al-aba, giovane membra – si dice così? – della famiglia reale, fatta passare alla Tv americana come un’infermiera kuwaitiana dall’agenzia di PR Hill & Knowlton, lautamente pagata)?

[90] Solo un esempio: il 3 marzo si viene a sapere che una – una – bomba è stata gettata sull’impianto petrolifero di Brega, o meglio vicino all’impianto di Brega, a fini perciò chiaramente e dichiaratamente intimidatori… ma i TG italiani – tutti… tutti – raccontano di “bombardamenti su Bengasi e Brega”… Poi, sì, sembra che il giorno dopo ci siano effettivamente stati altri bombardamenti su Marsa El Brega: ma la segnalazione volutamente fasulla era datata il giorno prima…

[91] Le Monde Diplomatique, 2.11, A. Gresh, Faut-il intervenir militairement en Libye? Ma, in Libia, bisogna intervenire militarmente?

[92] Haaretz, 6.3.2011, Reuters, Arab League ministers reject foreign intervention in Libya— I ministri della Lega araba rifiutano interventi stranieri in Libia (cfr. http://www.haaretz.com/news/international/arab-league-ministers-reject-foreign-intervention-in-libya-1.346680/).

[93] Testualmente, ai cadetti dell’Accademia militare di West Point, il segretario alla Difesa dice che “a mio parere, a qualsiasi futuro segretario alla Difesa che consigli al presidente di inviare ancora una volta in Asia, in Medioriente o in Africa forze armate americane di qualche grandezza, dovremmo ‘fargli esaminare il cervello’, come delicatamente ebbe a dire una volta il generale MacArthur” (New York Times, 25.2.2011, T. Shanker, Warning Against Wars Like Iraq and Afghanistan— Avvertimento contro guerre come l’Iraq e l’Afganistan).

[94] RAI3, 20.3.2011, In 1/2  ora.

[95] Vedi la storia del “complotto” del Project for a New American Century, tra l’altro in cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/ Project_for_the_New_American_Century/; o il documento originale, che auspica e disegna il da farsi, in Rebuilding American defenses Ricostruire le difese dell’America cfr. http://www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDe fenses.pdf/.

[96] The Wall Street Journal, 11.3.2011, P. Wolfowitz, The Case for Backing Libya's Rebels Perché sostenere i ribelli libici (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704823004576192852331022690.html?KEYWORDS=paul+wolfo witz/).

[97] Discorso del sen. Obama al Senato, 20.12.2007 (cfr. http://community.history.com/reply/407038/t/president-does---po wer---Constitution--unilaterally-author.html/); e risposta scritta al questionario del Boston Globe, stessa data, a tutti i candidati democratici e repubblicani che correvano allora per le rispettive elezioni primarie (cfr. http://www.boston. com/news/politics/2008/specials/CandidateQA/question2/).

[98] Qui parafraseremo soltanto il primo presidente americano: siamo una repubblica (allora più vecchia degli USA c’era solo San Marino!) eccezionale diceva, benedetta da Dio che ci ha preservato separandoci con due grandi oceani dalla monarchie assolute d’oriente (l’Europa) e dalle satrapie di occidente (l’Asia)…

    E questa è la radice dell’eccezionalismo e della missione salvifica affidata da Dio per il mondo all’America… (leggere il testo completo del saluto d’addio al paese del presidente Washington in G. Washington, 17.9.1796, Washington Farewell Address Indirizzo di addio di Washington [al paese], pubblicato il 19.9.1796, dal Philadelphia Daily Advertiser (cfr. www.access.gpo.gov/congress/senate/farewell/sd106-21.pdf/).

[99] New York Times, 31.3.2011, R. Cohen, Obama’s exceptionalism L’eccezionalismo di Obama.  

[100] Guardian, 29.3.2011, T. Ali, Libya is another case of selective vigilantism by the west La Libia è un altro caso del vigilantismo selettivo dell’occidente.

[101] 1) CBS Tv, intervista di Bob Schieffer su Face the Nation, 27.3.2011(cfr. http://www.state.gov/secretary/rm/2011/ 03/159210.htm/); 2) Bloomberg, 28.3.2011, N. Gaouette e G. Ratnam, Clinton Says U.S. Won't Intervene in Syria— La Clinton dice che gli USA non interverranno in Siria (cfr. http://www.bloomberg.com/news/2011-03-27/u-s-won-t-intervene-in-syria-unrest-clinton-says-on-cbs.html/)

[102] Stratfor, 10.3.2011, EU: Stance On Libya Guided By Arab League's – Ashton UE: la nostra posizione sulla Libia sarà guidata da quella della Lega araba, dice la Ashton (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110310-eu-stance-libya-guided-arab-leagues-ashton/).

[104] New York Times, 10.3.2011, A. Cowell e S. Erlanger, France Becomes First Country to Recognize Libyan Rebels La Francia diventa il primo paese a riconoscere i ribelli libici.

[105] B.-H. Lévy ha raccontato, con il narcisismo soggettivo che suppura tutto il suo essere, come ha “convinto” Sarko a ingerirsi… ma solo qui in Libia ovviamente ché, in fondo, la Francia mica sono gli Stati Uniti (sul settimanale le Point, 17.3.2011, Il blocco-note di Bernard Henri-Lévy, Sarkozy, la Libye et la diplomatie d'extrême urgence (cfr. http://www.lepoint.fr/editos-du-point/bernard-henri-levy/sarkozy-la-libye-et-la-diplomatie-d-extreme-urgence-17-03-2011-1307598_69.php/).

[106] Reuters, 9.3.2011, NATO chief says no plans to intervene— Il capo [si fa per dire: il più alto burocrate] della NATO afferma che non ci sono piani di intervento (cfr. http://in.reuters.com/article/2011/03/09/idINIndia-55443820110309/).

[107] Xinhua, 11.3.2011, NATO launches around-the-clock airborne surveillance on Libya La NATO lancia la sorveglianza aerea continua sulla Libia [in realtà non lancia proprio niente: decide di esaminare la possibilità di…, piuttosto] (cfr. http://schema root.org/region/international/government/nato/).

[109] Liveleak, 16.8.2010, US Intelligence: Number of Agencies, Employees, and total cost not known— Numero degli enti, dei dipendenti e costi totali non conosciuti [esattamente: ma questei indicazioni, incomplete,sono comunque ufficiali] (cfr. http ://www.liveleak.com/view?i=e76_1282016395/).

[110] New York Times, 10.3.2011, T. Zakaria, U.S. Spy Chief Sees Gaddafi Forces Prevailing Long-Term Alla lunga, le forze di Gheddafi prevarranno, dice il capo dello spionaggio americano.

[111] Yahoo!News, 2.3.2011, Iran contacting Arab opposition movements: Clinton La Clinton dice che l’Iran è in contatto coi movimenti di opposizione arabi (cfr. http://uk.news.yahoo.com/18/20110302/twl-iran-contacting-arab-opposition-move-3cd7efd.html/).

[112] 1) New York Times, 11.3.2011, S. Castle, European Leaders Don’t Rule Out Armed Intervention in Libyan Conflict—  I leader europei non escludono l’intervento armato nel conflitto libico [però, rifiutano esplicitamente di contemplarlo, almeno per ora, in appoggio ai ribelli: e – anche se a chi amerebbe flettere i muscoli, suoi e altrui, non piace – questo è altrettanto se non più degno di nota del ‘non escludere’…]; 2) New York Times, 11.3.2011, Reuters, Highlights: EU Leaders' Comments After Summit on LibyaI commenti salienti [secondo questo osservatore, si capisce] dei leader europei dopo il vertice sulla Libia.

[113] Haaretz, 12.3.2011, Arab League to officially request UN impose no-fly zone on Libya— La Lega araba chiederà ufficialmente all’ONU di imporre la no-fly zone sulla Libia (cfr. http://www.haaretz.com/news/international/arab-league-to-officially-request-un-impose-no-fly-zone-on-libya-1.348747/).

[114] Stratfor, 15.3.2011, Libya: Existing Oil Contracts Honored Libia: onoreremo i contratti petroliferi esistenti [avverte Gheddafi] (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110315-libya-existing-oil-contracts-honored/).

[115] ANSA, 16.3.2011, Eni: stop produzione petrolio Libia (cfr. http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2011/ 03/16/visualizza_new.html_1555243474.html/).

[116] The Independent, 7.3.2011, R. Fisk, America’s secret plan to arm Libya’s rebels Il piano segreto dell’America per armare i ribelli libici (cfr. http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/americas-secret-plan-to-arm-libyas-rebels-2234227.html/).

[117] New York Times, 16.3.2011, E. Bronner— Forces Rout Protesters From Bahrain Square.

[118] New York Times, 16.3.2011, N. D. Kristof, Bahrain Pulls a Qaddafi Il Bahrain fa come Gheddafi.

[119] Sheick شيخ‎, è termine puramente onorifico che letteralmente significa “studioso” ma viene comunemente usato per indirizzarsi con deferenza a un capo tribù o a un personaggio universalmente ritenuto “saggio” e che, eccezionalmente in questo mondo – come del resto da noi, no?, il titolo per dire di commendatore – è riferibile anche ad alcune donne.

[120] Al-awsat.com, 16.3.2011, Sheick Asfour leaves Council and minister Bahama obliged to resign Lo sceicco Asfour lascia il Consiglio e il ministro Bahama costretto a dimettersi (cfr. http://www.alwasatnews.com/).

[121] Centro stampa delle Nazioni Unite, Security Council authorizes ‘all necessary measures’ to protect civilians in Libya Il Consiglio di Sicurezza autorizza ‘ogni misura necessaria’ a proteggere i civili in Libia (cfr. http://www.un.org/apps/ news/story.asp?NewsID=37808&Cr=libya&Cr1=/). Per il testo integrale della Risoluzione no. 1973/2011, del 17.3.2011 (cfr. http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N11/268/39/PDF/N1126839.pdf?OpenElement/).

[122] v. sopra, Srebrenica p. 25.

[123] Per il testo delle dichiarazioni di voto, in particolare del russo, amb. Valery Chuirkin, e del cinese, Li Baodong, v. comunicato stampa SC/10200, no. 6498 del 17 3.2011 (cfr. http://www.un.org/News/Press/docs//2011/sc10200.doc .htm/).

[124] Lo annuncia per primo il… Qatar annunciando che i suoi reattori saranno basati a Sigonella… (Stratfor, 18.3.2011, Qatar: No-Fly Zone To Be Supported From Sicily-Source Qatar: fonti dell’emirato sosterranno la no-fly zone dalla Sicilia  (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110318-qatar-no-fly-zone-supported-sicily-stratfor-source/).

   E il secondo dei misirizzi in ballo su questa faccenda dopo il Sarko, quello che conta di meno cioè niente, Ignazio La Russa, il 20 dopo due giorni, annuncia che si vedrà…, può essere…, chi sa… anche alcuni aerei italiani parteciperanno ai raid… ma – specifica pure lui – come sorveglianza aerea più che come attacchi a terra…

[125] Disse Henry Kissinger (al Daily Telegraph, 28.6.1999, The American Rambouillet provocation La provocazione americana di Rambouillet, cfr. http://www.telegraph.co.uk/property//rambouillet-provocation.html/) con la sua lucida, proverbiale e cinica dose di realpolitik, che l’ultimatum diplomatico presentato allora dagli americani ai serbi e noto come “il testo di Rambouillet, che chiedeva alla Serbia di ammettere truppe NATO in tutta la Iugoslavia era una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento”. E D’Alema lo sapeva benissimo – questo lo aggiungiamo noi, non lo disse Kissinger – ma, per accreditarsi come leader atlantico, tutto valeva bene una messa…

[126] Yahoo!News, 20.3.2011, I.Lamloum, West pounds Libya, Kadhafi vows retaliation L’occidente martella la Libia e Gheddafi promette rappresaglie [sull’immigrazione, in specie, dice Europa ma si tratta proprio dell’Italia] (cfr. http://news.yahoo. com/s/afp/20110320/wl_afp/libyaunrestmideast_20110320074826/).

[127] 1) Defense Management.com, 11.3.2011, NATO split over Libya intervention— La NATO è spaccata sull’intervento armato in Libia [la Germania è contro e l’Alleanza proprio non è pronta…]; e 2)  Stratfor, France: NATO's Involvement In Libya Unnecessary-Foreign Ministry— Il ministero degli Esteri della Francia [insiste: come aveva detto il nuovo ministro , il gaullista Juppé]: in Libia il coinvolgimento della NATO non  è necessario (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110318-france-natos-involvement-libya-unnecessary-foreign-ministry/).

[128] Reuters, 19.3.2011, Sarkozy says air forces in action over Libya Sarkozy proclama che le aviazioni sono in azione sulla Libia [ma mente: solo la sua… per ora, almeno](cfr. http://af.reuters.com/article/libyaNews/idAFLDE72I0DZ20110319/).

[129] Il Mattino, 19.3.2011, ANSA, Libia: al comando Nato di Napoli preparativi per intervento (cfr. http://www.ilmattino. it/ANSAviewnews.php?file=newsANSA/2011-03-19_119638544.txt/).

[130] New York Times, 22.3.2011, E. Bumiller, K. Fahim e A. Cowell [ci si mettono in tre per raccontarci la palla… del guasto tecnico!, anche se in un secondo momento il titolo, centrato originariamente su questo, viene prudentemente – si ricordano forse di altri titoli suggeriti loro da quella credulona della Bumiller in particolare, pronta spesso a seguire la bandiera, cioè la versione ufficiale in passato – cambiato (da Mechanical Failure Cited in U.S. Crash; Ground Fight Rages— Guasto meccanico citato come causa dello schianto americano; gli scontri a terra imperversano) in] American Warplane Crashes in Libya as Ground Fighting Continues Un aereo americano si schianta a terra in Libia mentre continuano i combattimenti.

[131] Gulf News, 20.3.2011, At least 110 Tomahawk missiles fired at Libya:US Gli USA: almeno 110 missili Tomahawk lanciati contro la Libia (cfr. http://gulfnews.com/news/region/libya/at-least-110-tomahawk-missiles-fired-at-libya-us-1.779560/).

[132] War in Libya, 21.3.2011, C. Buckley, China intensifies condemnation of Libya air strikes La Cina intensifica la condanna degli attacchi aerei in Libia (cfr. http://libyarevolt.wordpress.com/).

[133] Agenzia Interfax, 19.3.2011, Russia deplores intl military action in Libya— La Russia deplora l’azione militare internazionale intrapresa contro la Libia (cfr. http://www.interfax.com/newsinf.asp?y=2011&m=2&d=6&id=230018/).

[134] Interfax, 23.3.2011, Russian Duma Committee president: abstention good— Il presidente della Commissione della Duma: buona la decisione di astenersi (cfr. http://interfax.com/newsinf.asp?id= 230778/).

[135] War in Libya, 21.3.2011, NATO’s Libya action beyond UN resolution–Russia L’azione della NATO in Libia va al di là della risoluzione dell’ONU (cfr. http://libyarevolt.wordpress.com/).

[136] Reuters, 21.3.2011, G. Briansky, Putin likens U.N. Libya resolution to crusades— Putin parla di [spirito di] crociata nella Risoluzione ONU sulla Libia (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/03/21/us-libya-russia-idUSTRE72K3JR2011 0321/).

[137] Interfax, 21.3.2011, Expressions like ‘crusades’ unacceptable with respect to situation in Libya–Medvedev Espressioni come ‘crociate’ inaccettabili rispetto alla situazione in Libia: dice Medvedev (cfr. http://interfax.com/newsinf.asp?id= 230380/).

[138] TG1.online, 28.3.2011, Missione in Libia: Lavrov, intervento non autorizzato (cfr. http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/ articoli/ContentItem-65e2ecbb-3045-4c6c-9e0a-f789af94c293.html/).

[139] War in Libya, 21.3.2011, Libya: Apostolic Vicar of Tripoli denounces bombing Libia: il Vicario apostolico di Tripoli denuncia i bombardamenti (cfr. http://libyarevolt.wordpress.com/).

[140] Il mondo di Annibale, 28.3.201, Fratelli coltelli (cfr. http://www.ilmondodiannibale.it/fratelli-coltelli/).

[141] Guardian, 20.3.2011, Russia and Arab League condemn allied attack Russia e Lega araba condannano l’attacco alleato.

[142] Stratfor, 24.3.2011, Algeria: Libyan Crisis Promotes 'Terrorism' - Algerian FM Il ministro degli Esteri algerino: la crisi in Libia promuove il ‘terrorismo’ (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110324-algeria-libyan-crisis-promotes-terrorism-al gerian-fm/).

[143] Al-Jazeerah, 19.3.2011, AU  panel opposed to foreign military intervention in Libya— Un comitato dell’Unione dei paesi africani si oppone all’intervento militare straniero in Libia (cfr. http://www.aljazeerah.info/News/2011/Mar ch / 20%20n/Reactions%20to%20US-Led%20Attacks%20on%20Libya%20from%20Qadhafi,%20African%20Union %20China,%20Russia,%20March%2020,%202011.htm/).

[144] American Kafir, 20.3.2011, U.K.: Cyprus Critical Of Use Of Base— GB: Cipro critica l’utilizzazione [britannica] della [sua- non sua] base aerea(cfr. http://americankafir.wordpress.com/2011/03/20/u-k-cyprus-critical-of-use-of-base/).

[145] Perth Now, 22.3.2011, End air strikes in India— Cessare gli attacchi aerei in Libia (cfr. http://www.perthnow.com.au/ news/world/west-launches-attack-against-libya/story-e6frg1p3-1226024884745/).

[146] Times Live, 21.3.2011, Zuma concerned about UN action in Libya Zuma preoccupato dell’azione ONU in Libia (cfr. http://www.timeslive.co.za/Politics/article978950.ece/Zuma-concerned-about-UN-action-in-Libya/).

[147] Bild am Sonntag, 21.3.2011, Warum machen wir den Krieg gegen Gaddafi nicht mit? Ma perché non dovremmo fare la guerra contro Gheddafi? (sondaggio) (cfr. http://www.bild.de/BILD/politik/2011/03/22/libyen-merkel-und-westerwelle/ warum-machen-wir-den-krieg-gegen-gaddafi-nicht-mit.html/).

[148] IndiaInteracts, 22.3.2011, Germany-presses-for-fullscale-oil-embargo-against-Libya La Germania preme per un embargo completo

del  petrolio contro la Libia (cfr. http://indiainteracts.in/news/2011/03/22/Germany-presses-for-fullscale-oil-embargo-against-Libya.html/).

[149] New York Times, 23.3.2011, J. Dempsey, Germany Withdraws From NATO Naval Patrols— La Germania si ritira dal pattugliamento navale della NATO.

[150] The Gulf Today, 22.3.2011, Brazil calls for ceasefire in Libya— Il Brasile chiede il cessate il fuoco in Libia (cfr. http:// gulftoday.ae/portal/83a235b7-1fce-4cf2-8f59-ff24b9197138.aspx/).

[151] New York Times, 21.3.2011, (A.P.), Italy Issues NATO Command Ultimatum Over Libya— L’Italia dà l’ultimatum per un comando NATO sula Libia.

[152] New York Times, 22.3.2011, (A.P.),France Agrees for Key NATO Role in Libya Fight— La Francia concorda su un ruolo chiave della NATO nella guerra in Libia [di inventato, qui, nel titolo c’è l’aggettivo ‘chiave’]. 

[153] White House, 22.3.2011, Testo della chiacchierata del vice consigliere nazionale per la sicurezza sulle comunicazioni strategiche Ben Rhodes con i media: sull’aereo presidenziale in volo verso El Salvador (cfr. http://www.whitehouse.gov/ the-press-office/2011/03/22/press-gaggle-deputy-national-security-advisor-strategic-communications-b/). 

[154] Dice, testualmente (da  Metro, 23.3.2011, cfr. http://www.metrofrance.com/info/direct-libye-reprise-des-bombarde ments-sur-zentane/mkcw!4fgwhfaFWcd2Y/), il portavoce francese dell’Eliseo che “Pour des raisons d'efficacité, nous souhaitons (auspichiamo) une structure de commandement unique pour organiser l'action de la coalition et l'Otan (la NATO) dispose de telles capacités. Nous devons donc utiliser ses moyens”. Fuori del gergo ufficiale poi spiega che di questo si tratta, solo di “utilizzare i mezzi della NATO”: en d'autres termes, la France, le Royaume-Uni et les Etats-Unis conserveront le pilotage politique des opérations militaires”.

   Dunque il Cavaliere se la prende in saccoccia, neanche la citano, questi, l’Italia… E chi scrive è disposto a scommetterci il doppio contro la metà che, parlando tra loro come in questi giorni di tormentone sulla NATO hanno fatto, Obama, Sarkozy e Cameron, Berlusconi neanche lo hanno mai menzionato...

[155] Stratfor, 25.3.2011, Germany: FM Criticizes Sarkozy For Arab Leader ThreatLa Germania: il ministro degli Esteri critica Sarkozy per le minacce avanzate contro i leader arabi (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110325-ger many-fm-criticizes-sarkozy-arab-leader-threat/).  

[156] New York Times, 24.3.2011, S. Lee Myers e  D. D. Kirkpatrick, Allies Are Split on Goal and Exit Strategy in Libya— Gli alleati sono spaccati su obiettivi e strategia per metter fine alla guerra [altro che comando unico NATO, come i buffoni raccontano a noi più buffoni di loro, perché e se ci crediamo…].

    Perché, naturalmente, l’altro articolo, lo specchietto principale per noi allodole insignificanti – quello che viene per primo in pagina nel NYT e dà il là a tutti i servizi della nostra succuba stampa di periferia che “passa” regolarmente per fatti i comunicati delle autorità del Pentagono, la stampa nostra, cioè di ogni paese europeo che ai briefing direttamente neanche ha accesso –  recita quasi trionfalmente nel titolo che (New York Times, 24.3.2011,S. Erlanger, E. Bumiller e A. Cowell) NATO Set to Take Full Command of Libyan Campaign Deciso che la NATO assumerà il pieno comando della campagna di Libia… Con un’improntitudine che neanche la franca spudoratezza dell’altro servizio, quello che smentisce completamente il primo, riesce a nascondere…  

[157] New York Times, 20.13,.2011, H. Cooper e D. E. Sanger, Target in Libya Is Clear; Intent Is Not— L’obiettivo in Libia è chiaro; non le intenzioni.

[158] Guardian, 21.3.2011, No.10 says Gaddafi's removal legal if required to protect civilians • UK general says it is 'not allowed' Il no. 10 [di Downing Street] afferma che la rimozione di Gheddafi è legale se necessaria per proteggere i civili • Generale britannico dice che no, che ‘non è consentito’.   

[159] Da Wikipedia, etimologia: “La parola ‘assassino’ si rifà al termine usato per identificare comunemente i Nizariti (gli Assassini appunto), ovvero gli aderenti al movimento ismailita fondato da Hasan-i Sabbah che, nell'Oriente islamico dell'età delle Crociate, diede vita a una peculiare esperienza statuale ad Alamūt, nelle montagne dell'Iran centro-occidentale. I Nizariti erano infatti chiamati Hashashyyn, termine che ha forse origine dalla parola hashish, in quanto si credeva che i Naziriti, gli Assassini, si drogassero con l'hashish prima di uccidere o fossero drogati con lo stesso per essere meglio controllati dal loro capo, il Veglio o anche Vecchio della montagna (Hasan-i Sabah, appunto). Il termine potrebbe anche significare seguaci di Hasan. Gli Assassini erano dei sicari ismailiti (una minoranza sciita), che eliminavano i capi politici sunniti in paesi mediorientali come Persia e Siria. Da questo l'associazione moderna tra la parola Assassino e il concetto di sicario o più in generale di omicida”.

[160] New York Times, 24.3.2011, M. McDonald, North Korea Suggests Libya Should Have Kept Nuclear Program— La Corea del Nord suggerisce che la Libia avrebbe dovuto tenersi il suo programma nucleare.

[161] Stratfor, 28.3.2011, Libya: Germany, Italy, Offer peace process Libia: Germania e Italia [dice solo l’Italia, però…] offrono un processo di pace (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110327-libya-germany-italy-offer-peace-process/).

[162] New York Times, 28.3.2011, E. Schmitt, U.S. Gives Its Air Power Expansive Role in Libya— .

[163] Guardian, 27.3.2011, S. Milne, Turkey offers to broker Libya ceasefire as rebels advance on Sirte La Turchia offre di mediare il cessate il fuoco in Libia mentre i ribelli avanzano verso Sirte.

[164] Stratfor, 30.3.2011, Analisi, The problem with arming the Libyan rebels Il problema che si pone mettendosi ad armare i ribelli libici (cfr. http://www.stratfor.com/analysis/20110330-problem-arming-libyan-rebels/).

[165] Times of Malta, 31.3.2011, We can't arm rebels, says Nato La NATO dice di non poter armare i ribelli (cfr. http://www. timesofmalta.com/articles/view/20110331/local/we-cant-arm-rebels-says-nato/).

[166] New York Times, 31.3.2011, T. Shanker e C. Savage, NATO Warns Rebels Against Attacking Libyan Civilians La NATO avverte i ribelli di non attaccare i civili libici.  

[167] Reuters France, 31.3.2011, Ni armes aux rebelles, ni soldats au sol en Libye, dit Longuet— Nè armi ai ribelli, né soldati a terra in Libia, dice Longuet (cfr. http://librabunda.blogspot.com/).

[168] New York Times, 31.3.2011, Gates Reaffirms Opposition to U.S. Troops in Libya Gates riafferma l’opposizione alla presenza di truppe americane in Libia.

[169] Stratfor, 28.3.2011, Libya: Rebel Council Will Not Negotiate With Gadhafi Libia: il Consiglio dei ribelli non negozierà con Gheddafi (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110328-libya-rebel-council-will-not-negotiate-gadhafi/).

[170] Xinhua, 30.3.2011, Libya threatens to sue firms over rebel oil deals— La Libia minaccia di perseguire le imprese che sul suo  greggio trattino coi ribelli (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/world/2011-03/30/c_13805843.htm/).

[171] Reuters, 30.3.2011, Libyan oil tanker trade halted for now – sources Fonti [dell’industria energetica]: il commercio dei trasporti petroliferi per il momento è bloccato (cfr. http://af.reuters.com/article/idAFLDE72T16E20110330/).

[172] New York Times, 28.3.2011, D. D. Kirkpatrick e K. Fahim, Libyan Rebel Gains Could Be Fleeting, U.S. Military Says I guadagni territoriali dei ribelli libici potrebbero essere transitori, dicono i  militari statunitensi.

[173] New York Times, 27.3.2011, R. Douthat, A War by Any Name Una guerra, qualsiasi nome le diano.

[174] , Consiglio nazionale ad interim, 29.3.2011, A Vision of a democratic Libya— (cfr. http://english.al jazee ra.net/mritems/Documents/2011/3/29/2011329113923943811The%20Interim%20Transitional%20National%20C ouncil%20Statement.pdf/).

[175] Reuters, 29.3.2011, 'More than reasonable chance' Gaddafi will leave-US— Gli USA: Un’‘opportunità più che ragionevole che Gheddafi se ne vada’ (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/03/29/libya-usa-military-idUSWAT015 01320110329/).

[176] E’ anche l’opinione che abbiamo trovato, del resto, ben argomentata in un articolo sul Guardian, di S. Jenkins, del 31.3.2011, By merely bolstering the weaker side, we are prolonging Libya's civil war Solo spalleggiando la parte più debole, stiamo prolungando la guerra civile in Libia.

[177] New York Times, 3.3.2011, R. Cohen, Go to Jerusalem Vada a Gerusalemme.

[178] 1) YNet (Israele), 8.3.2011, Israel seeks $20 billion in US military aid Israele cerca 20 miliardi di $ in aiuti militari americani (cfr. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4039147,00.html/); 2) The Wall Street Journal, 8.3.2011, R. Budreau e B. Spindle, Israel Considers Military ‘Upgrade’— Israele valuta un potenziamento delle sue FF.AA.(cfr. http:// online.wsj.com/article/SB10001424052748703386704576186861325527354.html?KEYWORDS=ehud+barak/).

[179] Haaretz, 26.3.2011, DPA e N. Mozgovya, Fayyad updates U.S. on plan for Palestinian statehood in 2011— Fayyad aggiorna gli Stati Uniti sui piani per uno Stato palestinese entro il 2011 (cfr. http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defen se/ fayyad-updates-u-s-on-plan-for-palestinian-statehood-in-2011-1.351839/).

[180] Kodoom (Teheran), 29.3.2011, Iran Welcomes Egypt's Call to Mend Relations— L’Iran salute l’appello egiziano a ristabilire relazioni (cfr. http://news.kodoom.com/en/iran-politics/iran-welcomes-egypt-s-call-to-mend/topic/1259392/).

[182] Arab Times, 16.3.2011, Algeria Salafist sheick damns democracy: don’t change your Islamist chiefs Sceicco salafita algerino condanna la democrazia: non cambiate i vostri leader islamici (cfr. http://www.arabtimesonline.com/ NewsDetails/ta bid/96/smid/414/ArticleID/166760/reftab/36/t/Gaddafi-forces-seize-key-town/Default.aspx/).

[183] 1) Stratfor, 5.3.2011, China: Middle East Protests Criticized Cina: critica alle proteste mediorientali (cfr. http:// www. stratfor.com/sitrep/20110305-china-middle-east-protests-criticized/); 2) San Francisco Gate, 5.3.2011, China paper blasts Middle East protest movementsQuotidiano cinese attacca i movimenti di protesta del Medioriente (cfr. http://imgs. sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?f=/n/a/2011/03/04/international/i231711S25.DTL/).

[184] Dati dell’Ufficio nazionale di statistica, 11.3.2011, China's economic figures in February, 2011— Dati dell’economia cinese a febbraio 2011 (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/business/2011-03/11/c_13772480.htm/).           

[185] New York Times, 18.3.2011, Reuters, China Ratchets Up Bank Reserves Again La Cina forza all’insù le riserve obbligatorie delle sue banche.  

[186] AmCham-China Beijing, 2011, 13a inchiesta annuale del clima degli affari in Cina (cfr. http://www.amchamchina. org/upload/cmsfile/2011/03/22/efb2ab9d3806269fc343f640cb33baf9.pdf/).

[187] Cfr. tutti i Benchmarking Studies pubblicati anno per anno, ormai da ventanni, da Business International Italy (cfr. http://www.businessinternational.it/events/ed.action?edCode=2566&t=events/): dai quali sistematicamente risulta che a scoraggiare gli investimenti diretti esteri in Italia è da sempre al primo posto proprio la burocrazia mentre, per esempio, il costo del lavoro è di anno in anno al settimo, nono, decimo posto…).

[188] China Daily, 28.3.2011, China urges U.S. to quickly correct trade mistake after WTO ruling La Cina preme sugli Stati Uniti perché correggano rapidamente il loro errore sugli scambi obbedendo alla sentenza dell’OMC (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/xinhua/2011-03-28/content_2145114.html/).

[189] New York Times, 31.3.2011, N. Clark, W.T.O. Rules U.S. Subsidies for Boeing Unfair L’OMC sentenzia che i sussidi pubblici americani alla Boeing erano scorretti.

[190] China Daily, 10.3.2011, China's trade deficit hits $7.3b in Feb— Il deficit commerciale della Cina a febbraio è a 7,3 miliardi di $ (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/business/2011-03/10/content_12149885.htm/).

[191] China Daily, 21.3.2011, Trade deficit forecast for March A marzo, previsione di deficit commerciale (cfr. http://www. chinadaily.com.cn/bizchina/2011-03/21/content_12201729.htm/).

[192] Xinhua, 21.3.2011, China's growth this year slower but still robust La crescita della Cinq quest’anno rallenta ma resta robusta (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/business/2011-03/21/c_13790116.htm/).

[193] China News, 9.3.2011, Top legislator delivers NPC Standing Committee work report Il legislatore capo presenta la relazione di lavoro al Comitato permanente dell’Assemblea popolare di Cina (cfr. http://latestchina.com/article/?rid=31962/).

[194] Renminribao (Quotidiano del Popolo), 14.3.2011, Premier Wen: Control inflation No 1 job this year Il primo ministro Wen: l’obiettivo no 1 quest’anno è il controllo dell’inflazione [dal 4,9% attuale al 4] (cfr. http://english.peopledaily.com. cn/90001/90776/90785/7318665.html/).

[195] New York Times, 14.3.2011, S. LaFraniere e J. Ansfield, Premier Says China Will Let Currency Appreciate Gradually Il primo ministro riafferma che la Cina rivaluterà la sua moneta, ma gradualmente [così come, dice lui, gradualmente andrà avanti nell’aumentare la qualità della sua democrazia].

[196] The Economist, 12.3.2011.

[197] China Daily, 4.3.2011, Defense budget to grow 12.7% to $91.5 billion Cresce il bilancio della Difesa del 12,7% a  91,5 miliardi di $ (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/china/2011npc/2011-03/04/content_1211649 0.htm/).

[198] New York Times, 11.3.2011, I. Austen, In Canada, Opposition Grows to Purchase of 65 Fighter Jets In Canada, cresce l’opposizione all’acquisto di 65 cacciareattori.

[199] The Economist, 19.3.2011.

[200] The Economist, 26.3.2011.

[201] EUROSTAT, 3.3.2011, Comunicato #35/2011, EU area and EU27 GDP up in 4th quarter PIL dell’Eurozona e dell’Unione a 27 in aumento nel quarto trimestre (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-03032011-BP/EN/2-03032011-BP-EN.PDF/).

[202] EUROSTAT, 1.1.2011, Comunicato #31/2011, Euro area unemployment rate at 9.9%  EU27 at 9.5% Eurozona: tasso di disoccupazione al 9,9%  Al 9,5 nel’Europa a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-01032011-AP/EN/3-01032011-AP-EN.PDF/).

[203] The Economist, 19.3.2011.

[204] BCE, 3.3.2011, Conferenza stampa, introduzione del presidente J.-C. Trichet (cfr. http://www.ecb.int/press/press conf/2011/html/is110303.en.html/).

[205] Anche Mario Draghi che, per la carica che ha in Bankitalia è membro del direttorio della BCE e “corre” ancora per succedere al presidente Trichet quando adesso a ottobre gli scade il mandato, deve fare i rumori giusti per continuare a poterci sperare. Così seguendo a ruota quanto torna ad annunciare proprio Trichet, spiega dopo metà mese che la BCE è “pronta sempre ad agire in modo fermo e tempestivo”contro ogni pericolo di inflazione. In fondo, fa il mestiere suo, di banchiere centrale (cfr. The Economist, 26.3.2011). 

[206] EUROSTAT, 1.3.2011, Comunicato #32/2011, Euro area inflation estimated at 2.4% Eurozona: tasso di inflazione stimato al 2,4% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-01032011-BP/EN/2-01032011-BP-EN.PDF/).

[207] EUROSTAT, 9.3.2011, Comunicato #38/2011, Fourth quarter of 2010-EU27 current account deficit Quarto trimestre del 2010-Deficit dei conti correnti (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-09032011-AP/EN/2-09032011-AP-EN.PDF/).

[208] EUROSTAT, 18.3.2011, Comunicato #44/2011, Euro area external trade deficit 14.8 bn euro  29.8 bn  euro deficit  for EU27— Deficit del commercio estero dell’eurozona a 14,8 miliardi di € e quello della UE a 27 a 29,8 miliardi (cfr. http://epp. eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/6-18032011-AP/EN/6-18032011-AP-EN.PDF/).

[209] EUObserver, 22.3.2011, Denmark embraces Europact La Danimarca abbraccia l’europatto (cfr. http://euobserver. com/?aid= 32035/).

[210] Yahoo!News, 23.3.2011, L. Baker, EU leaders set to delay decision on bailout fund I leader europei rinvieranno la decisione sul fondo di salvataggio (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20110323/bs_nm/us_eu_summit/).

[211] Ministerio de Trabajo e Immigración, 4.3.2011, Resumen ultimos datos, feb. 2011 (cfr. http://www.mtin.es/es/estadi sticas/resumenweb/RUD.pdf/)

[212] RTT News, 30.3.2011, Bank Of Spain Sees 0.8% GDP Growth, 6.2% Deficit In 2011 La Banca di Spagna vede nel 2011 una crescita del PIL dello 0,8% e un deficit del 6,2% (cfr. http://www.rttnews.com/Content/European Econo micNews.aspx?Node=B2&Id=1586861/).

[213] Yahoo!News, 10.3.2011, E. O’ Leary, Moody's cuts Spain rating, cites higher bank costs Moody’s taglia il rationg della Spagna, citando i costi bancari più alti (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20110310/ts_nm/us_spain_downgrade/).

[214] The Economist,12.3.2011.

[215] The Economist,12.3.2011.

[216] MoneyNews.com, 16.3.2011, Portugal Raises $1.4 Billion Despite Debt Downgrade Il Portogallo tira su 1,4 miliardi di $ malgrado la svalutazione del suo debito [sovrano] (cfr. http://www.moneynews.com/Economy/EU-Portugal-Financial-Cri sis/2011/03/16/id/389610/).

[217] Catalpa Capìtal Advisors, 11.3.2011, Daily Intelligence Briefing, Portugal Unveils tougher austerity measures Il Portogallo svela misure di austerità ancora più dure [sui poveri, si capisce] (http://www.catalpacapital.com/dibs/).     

[218] Terra, 23..2011, La crisis portuguesa desbanca al presidente— (cfr. http://noticias.terra.com/fotos/la_crisis_portu guesa_desbanca_al_presidente/345599/).

[219] CBS MoneyWatch, 24.3.2011, Fitch downgrades Portugal amid political crisis Nel mezzo della crisi politica, Fitch svaluta il Portogallo (cfr. http://moneywatch.bnet.com/investing/news/fitch-downgrades-portugal-amid-political-crisis/ 6205882/).

[220] Financial Times, 25.3.2011, P. Wise, Portugal downgraded for the second time Il Portogalo svalutato per la seconda volta (cfr. http://www.ft.com/cms/s/0/0e3eb970-56ba-11e0-9c5c-00144feab49a.html#axzz1Hel3u5rn/).

[221] New York Times, 29.3.2011, M. Saltmarsh, S.&P. Downgrades Portugal and Greece Again S.&P. svaluta ancora Portogallo e Grecia.

[222] Instituto Nacional de Estatistica, 31.3.2011, Procedimento dos Défices Excessivos 1ª Notificação de 2011 (cfr. www.ine.pt/31PDEMar2011.pdf/).

[223] New York Times, 24.3.2011, W. Saltmarsh, Borrowing Costs Hit New High for Portugal Il costo del rendimento dei titoli di Stato portoghesi al massimo di sempre.

[224] iMarket News, 25.3.2011, Sarkozy: Europe Is Ready; Portugal Must Decide If Needs Aid— Sarkozy: l’Europa è pronta:al Portogallo tocca decidere se vuole essere aiutato (cfr. http://imarketnews.com/?q=node/28379/).

[225] Inside Central Europe, 1.3.2011, Hungarian Government unveils spending cuts proposals Il governo magiaro svela  i suoi piani di taglio alla spesa (cfr. http://www.insideworld.com/centraleurope/?morestories=106/).

[226] Warsaw Business Journal, 8.3.2011, Poland insists Gazprom lowers its prices La Polonia insiste perché Gazprom le  abbassi i prezzi (cfr. http://www.wbj.pl/article-53517-poland-insists-gazprom-lowers-its-prices.html?typ=pam/).        

[227] Nord-Stream Website, 4.3.2011, Nord Stream Completes Phase II Financing Nord Stream completa il finanziamento della seconda fase (cfr. http://www.nord-stream.com/en/press0/press-releases/press-release/article/nord-stream-comple tes-phase-ii-financing.html?tx_ttnews%5BbackPid%5D=1&cHash=3909e2415c/).         

[228] The Moscow News, 17.2.2011, A. Potts, Estonia 'suspicious' of Russian visit L’Estonia ha i suoi sospetti sulla visita russa (cfr. http://www.themoscownews.com/international/20110217/188425364.html/).

[229] Baltic Business News, 9.3.2011, T. Hõbemägi, Russian transport giant to operate new container terminal in Muuga Un gigante dei trasporti russo sarà l’operatore del nuovo terminal di containers a Muuga (cfr. http://balticbusiness news.com/article/2011/3/9/russian-transport-giant-to-operate-new-container-terminal-in-muuga/).

[230] Dow Jones, 4.3.2011, R. Froymovich, EU Leaders Signal Changes To Irish Loan, But Push For Reforms I leader della UE segnalano possibili cambiamenti al [le condizioni del] prestito irlandese, ma premono per riforme [subito e socialmente assai dure] (cfr. http://www.nasdaq.com/aspx/stock-market-news-story.aspx?storyid=201103041751dowjonesdjonline00 0580&title=update-eu-leaders-signal-changes-to-irish-loan-but-push-for-reforms/).

[231] 1) New York Times, 6.3.2011, (A.P.), Ireland’s Opposition Groups Form Coalition Government— I partiti della  vecchia opposizione formano il governo di coalizione; 2) testo integrale nel sito del Fine Gael (cfr. http://bit.ly/fbH6DH/).

[232] Reuters, 3.3.2011, Kenny to press Irish case on debt costs with Merkel— Kenny fa pressione sulla Merkel per la riduzione dei costi del debito (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/03/03/us-ireland-merkel-idUSTRE722 35R20110303/).

[233] Reuters, 5.3.2011, EU's Rehn says Ireland, Greece need cheaper loans— Rehn, Commissario UE,avvwrte che Irlanda e Grecia hanno bisogno di prestiti ma a costi più bassi (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/03/05/us-eurozone-de bt-rehn-idUSTRE7241W220110305/).          

[234] Yahoo!News, 6.3.2011, C. Crimmins e P. Halpin, Ireland aims to woo Europe with fiscal obedienceL’Irlanda punta a ingraziarsi l’Europa obbedendole sul bilancio (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20110306/ts_nm/us_ireland/).

[235] ANSA, 12.3.2011, Berlusconi: ‘Su debito e sud missione compiuta’ (cfr. http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/poli tica/2011/03/12/visualizza_new.html_1557039612.html/).

[236] Earth Times, 15.3.2011, EU finance ministers reach agreement on new budget rules I ministri delle Finanze della UE concordano sulle nuove regole dei bilanci (cfr. http://www.earthtimes.org/articles/news/371784,agreement-new-bud get-ru les.html/).

[237] The Telegraph, 25.3.2011, France raises pressure on Ireland to raise corporation tax La Francia aumenta le pressioni sull’Irlanda perché aumenti il livello della sua tassazione di impresa (cfr. http://www.telegraph.co.uk/finance/economi cs/8406705/France-raises-pressure-on-Ireland-to-raise-corporation-tax.html/).

[238] Agenzia B92, 28.3.2011, Spain urges reforms, won't change Kosovo stance La Spagna preme sulla Serbia per le riforme, non cambierà però posizione sul Kosovo (cfr. http://www.b92.net/eng/news/politics-article.php?yyyy=2011&mm =03&dd=28&nav_id=73482/).

[239] 1) New York Times, 4.3.2011, C. Rampell, Spurred by Private Hiring, Job Growth Gathers Steam— Spinta dalle assunzioni nel privato, la crescita di posti di lavoro prende un po’ di abbrivio; 2) Dipartimento del Lavoro, Bureau of Labor Statistics (BLS), Employment Situation Summary, USDL-11-0271, 4.3.2011(cfr. http://www.bls.gov/news.release/emp sit.nr0.htm/); e 3) Center for Economic Policy Research, Washington, D.C. (CEPR), D. Baker, Unemployment Edges Lower as Job Growth Returns La disoccupazione cala lentissimamente col ritorno di un po’ di crescita del lavoro (http:// www .cepr.net/index.php/data-bytes/jobs-bytes/jobs-2011-03/).

[240] Dove, in nome del taglio del deficit, il nuovo governatore ha imposto la riduzione dei salari pubblici e impedisce ai sindacati di contrattare in futuro: facendo, dello Stato tradizionalmente all’avanguardia sociale d’America un laboratorio vero e proprio della reazione sociale (cfr. Nota congiunturale 3-2011, paragrafo sul Wisconsin).

[241] New York Times, 3.3.2011, edit., Foreclosure Follies Le follie dei pignoramenti.

[242] Lo fa D. Baker, sul Guardian, 7.3.2011, Who reaps the rewards of productivity? Ma chi miete i frutti della produttività? Si tratta di un breve articolo, molto succoso, la cui lettura raccomandiamo caldamente a chi vuol capire…

[243] New York Times, 26.11.2006, B. Stein, In Class Warfare, Guess Which Class Is Winning— Nella guerra di classe che è in atto, indovinate chi è che sta vincendo.

[244] The Economist, 19.3.2011.

[245] New York Times, 4.3.2011, M. S. Schmidt e J. Healy, Maliki’s Broadened Powers Seen  as a Threat in Iraq I poteri crescenti di Maliki visti come minaccia all’Iraq.

[246] Dinar Daddy’s, 2.3.2011, Allawi to Najaf to meet with al-Sadr, hours after the declaration of formal abandonment of Government Board— Allawi a Najaf per incontrarsi con al-Sadr, ore dopo il suo abbandono del Consiglio di governo (cfr. http://exchangetidbits.com/index.php?option=com_content&view=article&id=2541&catid=66:latest-news-articl es&Itemid=194/).   

[247] New York Times, 11.3.2011, E. Bumiller, Gates Faults U.S. Allies on Afghan War Gates mette sotto accusa gli alleati per la guerra afgana [che sta andando male].

[248] The Times of India (Mumbai), 3.3.2011, Payments to Iran for crude oil imports resume— Riprendono I pagamenti all’Iran per l’import di greggio petrolifero (cfr. http://economictimes.indiatimes.com/news/economy/foreign-trade/payments-to-iran-for-crude-oil-imports-resume/articleshow/7618393.cms/).

[249] CNN, 4.3.2011, P.Colsey, Israel to join sanctions against Iran Israele si unirà alle sanzioni contro l’Iran (cfr. http://edi tion.cnn.com/2011/WORLD/meast/03/03/israel.iran.sanctions/).

[250] New York Times, 9.3.2011, Reuters, Netanyahu Names New National Security Adviser Netanyahu designa il nuovo consigliere alla sicurezza nazionale.

[251] Famiglia cristiana, 2.3.2011, La motivazione della fatwa:“Shabhaz Bhatti era complice di blasfemia” (cfr. http:// www.famigliacristiana.it/Informazione/i-grandi-servizi/dossier/pakistan_020311144915/la-motivazione-della-fatwa-shabhaz-bhatti-era-complice-di-blasfemia_020311150105.aspx/).

[252] Guardian, 16.3.2011, D. Walsh, Pakistan frees CIA spy charged with murder Il Pakistan libera la spia della CIA accusata di omicidio.

[253] Woodrow Wilson International Center, 18.2.2009, Case studies of Civilian Casualties in Afghanistan: Compensation, Aid, and Relief Efforts— Studi di casi, vittime civili in Afganistan, compensi, aiuti e tentativi di soccorso (cfr. http://www.wilsoncenter.org/index.cfm?event_id=502605&fuseaction=events.event_summary/).

[254] Express India, 24.3.2011, 331 US officials may leave Pak under secret deal over Davis 331 funzionari americani potrebbero dover andarsene dal Pakistan in base all’accordo segreto sul caso Davis (cfr. http://www.expressindia.com/latest-news/331-US-officials-may-leave-Pak-under-secret-deal-over-Davis/766774/).

[255] RIA Novosti, 10.3.2011, Russia concerned over U.S. missile plans in Poland - Foreign Ministry— Il ministero degli Esteri: la Russia è preoccupata dai piani missilistici americani in Polonia (cfr. http://en.rian.ru/world/20110310/162 942175.html/).

[256] Russian News from Russia, 22.3.2011, Medvedev, Gates to discuss missile defense in St. Petersburg Medvedev e Gates discutono di difese missilistiche a  San Pietroburgo (cfr. http://news.windowstorussia.com/2011/03/medvedev-gates-to-discuss-missile-defense-in-st-petersburg.html/).

[257] XE.com, 9.3.2011, Germany to export over 1 trln euros in 2011-BGA La Germania esporterà più di 1.000 miliardi di € nel 2011, dice la Federazione tedesca delle vendite alla produzione (cfr. http://www.xe.com/news/2011/03/09/1753609 .htm?c =1&t=/).

[258] The Economist, 5.3.2011.

[259] The Economist, 19.3.2011.

[260] Lo scoop l’ha fatto la SüdDeutscheZeitung di Monaco di Baviera, il 16.2.2011, con un servizio di R. Preuß e T. Schultz, dal titolo Plagiatsvorwurf gegen Verteidigungsminister-Guttenberg soll bei Doktorarbeit abgeschrieben haben Accusa di plagio contro il ministro della Difesa- Viene riferito che Guttenberg abbia copiato testi nel suo dottorato di ricerca (cfr. http://www.sueddeutsche.de/politik/pla giatsvorwurf-gegen-verteidigungsminister-guttenberg-soll-bei-doktorar beit-abgeschrieben-haben-1.1060774/).

[261] La tesi è ancora su Amazon.de, ma la stampa malauguratamente è esaurita (K.-T. Freiherr zu Guttenberg, Verfassung und Verfassungsvertrag:Konstitutionelle Entwicklungsstufen in den USA und der EU Costituzione e Trattato costituzionale: fasi dello sviluppo costituzionale negli USA e in Europa, ed. Duncker & Humblot, 2009, p.475.

[262] New York Times, 9.3.2011, M. Khan, Muslim Immmigrants in Germany Immigrati mussulmani in Germania.

[263] Das Bild, 25.3.2011, H. Kohl, Atombehörde: Reaktor Neckarwestheim “exzellent”— Per l’energia atomica: l’impianto nucleare di Neckarwestheim è “eccellente” (cfr. http://www.bild.de/regional/stuttgart/stuttgart-regional/atombehoerde-reaktor-neckarwestheim-exzellent-9620448.bild.html/).

[264] Agenzia AGI, 27.3.2011, Francia, cantonali: disfatta Sarkozy, bene socialisti e FN (cfr. http://www.agi.it/rubriche/ ultime-notizie-page/201103272147-est-rom0213-francia_cantonali_disfatta_sarkozy_bene_socialisti_e_fn/).

[265] The Economist, 12.3.2011.

[266] Guardian, 22.3.2011, L. Elliott, Inflation and public borrowing add to budget 2011 headaches Inflazione e fabbisogno di bilancio aggiungono guai ai conti del 2011.

[267] The Economist, 12.3.2011.

[268] New York Times, 26.3.2011, N. Onishi e J. Glantz, Japanese Rules for Nuclear Plants Relied on Old Science Le regole di sicurezza per gli impianti nucleari in Giappone si affidavano una scienza obsoleta.

[269] New York Times, 13.3.2011, K. Chang , Quake Moves Japan Closer to U.S. and Alters Earth’s Spin— Il terremoto spopsta il Giappone piò vicino agli USA e altera l’asse terrestre.

[270] Disse allora, nello spiegare cosa era la bomba al popolo americano, il presidente Truman che “si tratta di una bomba atomica. Abbiamo imbrigliato la potenza fondamentale dell’universo. La forza da cui il sole trae l’energia è stata così scatenata contro chi ha portato la guerra in Estremo oriente” (testo della Dichiarazione del presidente Harry S. Truman, 6.8.1945, cfr. http://www.pbs.org/wgbh/amex/truman/psources/ps_pressrelease.html/).

[271] Al-Jazeerah Tv, 14.3.2011, 12:30 ora italiana (cfr. http://english.aljazeera.net/).

[272] AIEA (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica), 14.3.2011, Onagawa reactor crisis— (cfr. http://www.iaea. org/newscenter/news/tsunamiupdate01.html/).

[273] New York Times, 16.3.11, H. Tabuchi, K. Belson e N. Onishi, Dearth of Candor From Japan’s Leadership— Mancanza di candore della eldership del Giappone.

[274] Bloomberg News, 16.3.2011, Many Japanese refineries out of work Molte raffinerie giapponesi fuori uso  (cfr. http:// www.esai.com/news/news.php/).

[275] Rilanciata in Italia da RaiNews24, 13.3.2011, L’esperto nucleare accusa: Tokyo non dice la verità (cfr. http://www. rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=150951/).

[276] DailyMotion, 16.3.2011, Nuclear radiation concerns grow Preoccupazioni crescenti sulle radiazioni atomiche  (cfr. ht tp://dailymotion.virgilio.it/video/xhmqgj_nuclear-radiation-concerns_news/).

[277] New York Times, 21.3.2011, J. Dempsey, Merkel Pays Political Price for Shift on Nuclear Power— Merkel paga  un prezzo politico per il cambio di posizione sul nucleare [in realtà, l’articolo spiega che quel prezzo lo ha già pagato quando ha deciso di puntare, due anni fa, sul nucleare… adesso cerca, piuttosto, di recuperare].

[278] New York Times, 15.3.2011, J. Dempsey, Germany Shuts 7 Reactors for 3-Month Review La Germania chiude 7 reattori per un revisione di tre mesi.

[279] ANSA, 15.3.2011, Nucleare:Ue, si' stress test su centrali - Per verificare resistenza a eventi straordinari (cfr. http:// www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/03/15/visualizza_new.html_1555281851.html/).

[280] The Wall Street Journal, 21.3.2011, G. T. Smitz e B. Radowitz, EU Fails to Agree on Nuclear Stress-Test— La UE non riesce ad accordarsi sugli stress nucleari sotto sforzo (cfr. http://online.wsj.com/article/SB100014240527487038584045 76214343547274926.html?KEYWORDS=bruederle/).

[281] President of the Republic of Lithuania, 25.3.2011, European Council agrees to Lithuania’s proposals concerning nuclear safety— Il Consiglio europeo concorda sulle proposte lituane relative alla sicurezza nucleare [proposte di principio, eh… solo di principio: leggere quel che recita di fatto – di fronte a nessuna misura concreta decisa e a qualche linea guida che non guida proprio niente e nessuno – il sito della presidente Dalia Grybauskaitė, pur proclamando, tronfiamente e trionfalmente a vuoto – alla Berlusconi proprio – che “tutti gli obiettivi che la Lituania aveva fissato per questo vertice sono stati raggiunti] (cfr. http://www. lrp.lt/en/press_center/press_releases/european_council_agrees_to_lithuanias_proposals_concerning_nuclear_sa

fety.html/).

[282] Agenzia Adnkronos International-McClatchy-Tribune Regional News, 21.3.2011, Italy: Return to nuclear power put on hold, minister says Il ministro conferma che il ritorno all’energia nucleare verrà ora di nuovo a trovarsi rimesso in sosta (cfr. http://www.energycentral.com/utilitybusiness/international/news/en/19286355/Italy-Return-to-nuclear-power-put-on-hold-minister-says/).

[283] Xinhua, 17.3.2011, Earthquake, ensuing disasters in Japan a lesson for all— Lezione per tutti dal terremoto e dai conseguenti disastri del Giappone (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/world/2011-03/17/c_13782394.htm/).

[284] The Economist, 26.3.2011.

[285] OECD, 15.3.2011, The Tohoku Pacific earthquake: Economic consequences— Il terremoto nel Nord-Est del Pacifico giapponese: le conseguenze economiche (cfr. http://www.oecd.org/document/8/0,3746,en_2649_201185_47347080_1_1_ 1_ 1,00.html/).

[286] Guardian, 15.3.2011, P. Hadfield, Japan's earthquake will cause a global financial aftershock Il terremoto del Giappone causerà un doposhock finanziario globale.

[287] 1) Agenzia Kyodo, 23.3.2011, Restoration at nuke plant disrupted, radiation fears spread to Tokyo Bloccata la rimessa in ordine dell’impianto nucleare, la paura delle radiazioni si diffonde a Tokyo (cfr. http://english.kyodonews.jp/news/ 2011/03/80532.html/); 2) New York Times, 23.3.2011, D. Jolly e D. Grady,  Tokyo Says Radiation in Water Puts Infants at Risk— Tokyo dice che la radioattività nell’acqua mette i bambini in pericolo.

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[288] Rusnavy, 2.3.2011, Russia to deploy Bastion coastal missile systems at Kurils La Russia dispiega sistemi costali di missili Bastion sulle Kurili (cfr. http://rusnavy.com/news/navy/index.php?ELEMENT_ID=11615/).

[289] The Independent, 8.3.2011, D. McNeill, Japan must develop nuclear weapons, warns Tokyo mayor— Il Giappone deve sviluppare armi nucleari sue, avverte il sindaco di Tokyo (cfr. http://www.independent.co.uk/news/world/asia/japan-must-develop-nuclear-weapons-warns-tokyo-mayor-2235186.html/).

[290] New York Times, 6.3.2011, M. Fackler, Japanese Foreign Minister to Resign Il ministro degli Esteri giapponese si dimette.