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     04. Nota congiunturale - aprile 2010

      

  

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Angelo Gennari

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc257792978 \h 1

TENDENZE CONGUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc257792979 \h 2

nel mondo. PAGEREF _Toc257792980 \h 2

in Cina. PAGEREF _Toc257792981 \h 2

nei paesi (più o meno) emergenti PAGEREF _Toc257792982 \h 8

EUROPA.. PAGEREF _Toc257792983 \h 10

STATI UNITI. PAGEREF _Toc257792984 \h 35

GERMANIA.. PAGEREF _Toc257792985 \h 50

FRANCIA.. PAGEREF _Toc257792986 \h 51

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc257792987 \h 54

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc257792988 \h 57

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Nel 2009, attesta l’OCSE[1] sberleffando senza timori ogni trionfalismo del tipo che a noi è andata meglio che agli altri – che a noi è andata invece assai male: siamo ad uno dei risultati peggiori nella UE, scesi del 5,9% del PIL — uno dei risultati peggiori dell’Europa occidentale di certo… alla faccia di tutte le balle e le bolle che, finché non scoppiano, purtroppo tengono a galla la favola berlusconante che ci ammorba, e ci sgoverna, da anni e alla luce dei risultati delle regionali di fine mese continuerà a farlo.

Se si lascia perdere la parte predicante del paper dell’OCSE – che pure contiene analisi niente affatto banali ma, come al solito, pecca di miopia acuta (dice che bisogna uscire dalla crisi prima abbassando le tasse e, poi, sconfiggendo l’evasione: come se, invece, la prima cosa non fosse condizione resa possibile solo dalla seconda e da una ridistribuzione radicale del peso fiscale, questo è, in pratica, l’unico messaggio serio che ci arriva di lì. Ma è molto serio davvero…

La più sintetica e fondata spiegazione che abbiamo trovata sul come e qualmente questo sia successo – che abbiamo tenuto sul piano finanziario, tutto considerato, come paese ma che, per farlo, abbiamo mandato a ramengo l’economia reale – è stata, nel mese, quella offerta da un paper[2] dell’Ufficio Studi CISL ch vale la pena di essere tutto studiato, e a cui rimandiamo.

E del quale qui riportiamo le poche righe che spiegano, appunto il come e qualmente. Quelle che qui immediatamente precedono – sia chiaro – sono parole nostre, non imputabili certo a quei colleghi ed amici. E’ opportuno specificarlo ad evitare ripicche piccine non proprio, da qualche tempo, più inconsuete in quella che è stata ed è, anche, “casa nostra”:

Nella tempesta finanziaria l’Italia è stata finora abbastanza risparmiata, anche se ha un debito pubblico tra i più elevati. Alcuni fattori agiscono a nostro favore: innanzitutto il basso indebitamento ed il forte tasso di risparmio delle famiglie italiane; il nostro indebitamento estero risulta, quindi, decisamente contenuto rispetto a molti [degli altri] casi. Nella gestione della crisi il governo ha scelto una politica fiscale [cioè, di bilancio] non accomodante, cioè non ha fatto molti interventi di sostegno della domanda [lo 0,2% del PIL: quasi niente].

Questo ha portato ad una caduta del PIL tra le più rilevanti [già…], con le relative conseguenze sull’occupazione, lenite, ma non risolte dagli ammortizzatori sociali; tuttavia, il deficit pubblico è cresciuto, ma non in maniera esplosiva [sempre rispetto ai casi peggiori], arrivando al 5,3%. L’azione di contrasto della crisi è stata, cioè, complessivamente debole, ma ne sono derivati vantaggi nella posizione finanziaria. Lo si può vedere dall'andamento del differenziale dei titoli decennali italiani rispetto al T-Bund tedesco: nonostante l'Italia abbia un rating sovrano (A+) tra i più bassi, il differenziale è cresciuto meno dei titoli spagnoli e portoghesi. La situazione è decisamente più  negativa per l'Irlanda (i titoli di questo paese pagano quasi due punti in più rispetto a quelli tedeschi) e della Grecia (attorno ai 3,5 punti).

Nella tempesta finanziaria l’Italia è stata, dunque, relativamente al riparo, ma dal punto di vista sociale non è una situazione che il paese può sostenere a lungo. Occorre fare un’azione di rilancio dello sviluppo, troppo debole nelle sue tendenze spontanee; il PIL italiano è previsto in crescita nel 2010 tra lo 0,7 e l’1%, una quota limitatissima della caduta di due anni.

L’azione di risanamento della finanza pubblica deve proseguire, ma nello stesso tempo occorre riequilibrare tra coloro che hanno una pressione fiscale troppo alta e coloro che, via evasione, scaricano l’onere su altri. La spesa pubblica ha bisogno di interventi mirati, su sprechi ed inefficienze, non di tagli lineari, che spesso incidono su settori delicatissimi” [già… e per “attingere” questi obiettivi, basta – come è noto e ormai dimostrato da anni – sedersi a un tavolo… quando neanche si trova, poi, il tavolo, vero Sacconi?].

Ma, poi, l’unica cosa che – non più come analisi ma come proposta politica – pare emergere dalla Confederazione come tale è l’invocazione al governo di… essere convocati. Come se risolvesse qualche problema, di per sé, poi. “convocarci”…

TENDENZE CONGUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Un indice largamente osservato dei volumi degli scambi a livello mondiale compilato dal Bureau of Economic Policy Analysis, un autorevole istituto indipendente di ricerche olandese registra una crescita del 4,8% a dicembre: un tasso record, del 15% superiore al buco profondo che era stato toccato solo a maggio 2009[3]

in Cina

Gli ultimi dati dell’Ufficio nazionale di statistica confermano che si allarga, che continua ad allargarsi, il gap di reddito tra le popolazioni di città e campagne è al massimo da quando nel 1978 il paese lanciò le sue prime grandi riforme, con Deng Xiaoping. Il reddito netto dei cittadini ha raggiunto mediamente i 17.175 yuan (a parità di potere d’acquisto, in dollari calcolati non al valore nominale di cambio ufficiale – sarebbero appena 2.500 $ a testa – ma a quello effettivo, reale, di ciò che ci si compra al mercato, almeno otto volte tanto sui 17.000 $: c’è chi dice realisticamente anche di più, sui 10.000 €[4]) mentre resta di tre volte inferiore (5.153 yuan) nelle zone rurali.

E, nota Song Hongyuan, che dirige il Centro di ricerche sull’economia rurale del ministero dell’Agricoltura, la prospettiva è che il gap continui a crescere, vista la focalizzazione degli sforzi di sviluppo del paese su un’ulteriore espansione urbanistica piuttosto che sulle campagne[5]e anche il fatto che, malgrado il processo di urbanizzazione in atto, il 55% del quasi miliardo e mezzo di cinesi ancora risiedono nelle zone rurali. Anche per questo motivo, nel paese ci sono 150 milioni di lavoratori migranti che lavorano lontano dal loro luogo di residenza creando i problemi e le tensioni sociali associati ogni dove a situazioni analoghe.

Spiega Song che, se i lavoratori rurali non fossero classificati come tali (rurali) dalle statistiche, il reddito pro-capite delle campagne sarebbe ancora più basso. Ma, equiparati nella classificazione del loro tipo di reddito, i lavoratori migranti non lo sono da altri, cruciali, punti di vista— e questa è una battaglia aperta che trova sensibilità diffuse, ma anche resistenze assai forti alla correzione, nelle stesse classi dirigenti.

Infatti, il gap non è solo di reddito: è anche di diritti giuridici perché il sistema cosiddetto “hukou” di registrazione delle famiglie residenti determina l’accesso o il non accesso a diversi servizi sociali che restano disponibili solo ai residenti. Con un’azione concertata e coordinata, cioè non certo casuale, una dozzina di quotidiani locali sparsi un po’ in tutto il paese, hanno pubblicato lo stesso giorno lo stesso editoriale: è un precedente assoluto e chiede che il sistema dell’hukou venga rapidamente corretto. Subito, o quasi, uasi, però – e la faccenda risulta così di lettura e decifrazione complessa e anche contraddittoria (dissensi al vertice?) – l’editoriale scompare dai siti di tutti questi giornali[6].

Lo sforzo di correggere queste differenze di diritto e di fatto è motivato, oltre che da quel che resta di slancio a una società egualitaria in questa immensa realtà di comunismo ideologico e capitalismo economico che è la Cina, anche da ragioni puramente economiche: oltre alle esportazioni, lo sviluppo qui deve poggiare ormai anche su un’accelerazione dei consumi domestici e per farlo bisogna aiutare lo sviluppo nelle campagne. Del resto, è questo il tema principale all’o.d.g. dell’assemblea annuale del Congresso del popolo che si tiene ora per una settimana all’inizio di marzo.

Che, in effetti, comincia annunciando come le spese militari del paese nel 2010 cresceranno del 7,5%, a circa 77 miliardi di $: che è l’aumento più contenuto degli anni recenti, la metà circa, e l’unico che dal 1989 venga tenuto sotto il 10%[7]*. Per dire: le spese militari degli Stati Uniti arrivano da sole al 48% di tutte le spese militari complessive del mondo: il 4% del PIL americano a confronto con l’1,4% cinese[8].

Protagonista tecnico, ma per la prima volta e non a caso con fortissima dimensione politica al Congresso del popolo è stato stavolta il dr. Yi Gang, capo dell’Ufficio nazionale delle valute. Ha spiegato a un deputato che glielo aveva chiesto che su una prospettiva di lungo periodo, una trentina d’anni, l’oro non è un gran buon investimento e, soprattutto, non è molto agibile per depositarci le immense riserve del paese— non foss’altro che per l’ingombro che ha.

Oggi, la Cina ne possiede 1.000 tonnellate e, anche se raddoppiasse a prezzi correnti non coprirebbe più di 30 miliardi di $ di valore: sì e no un 80° delle proprie riserve valutarie (2.400 miliardi di $). Che sono suddivise anche e, soprattutto, dunque su dollaro e sterlina e diverse valute di mercati emergenti (Brasile, India…) ma, in progress, sempre di più sull’euro, malgrado le incertezze recenti.

Che, spiega Yi, sono sempre minori di quelle in salita ogni giorno sull’affidabilità del biglietto verde che, in ogni caso, resta ancora la valuta quantitativamente più presente nel monte riserve cinesi[9]. Notizia che, naturalmente, in America viene venduta sotto il titolo del dollaro che resta il re delle riserve cinesi, ma in realtà significa altro…

Il mercato del Tesoro statunitense, ha messo in evidenza Yi Gang, è il più vasto tra quelli del debito che i vari governi tengono aperti nel mondo. E, data la dimensione delle riserve di valuta estera della Cina, è un mercato per essa critico e fondamentale. Ma la Cina non è presente su di esso a fini di speculazione valutaria di breve periodo. Il suo comportamento, da anni, su quel mercato attesta che investe a lungo e – ammonisce? avvisa? in ogni caso, sottolinea Yi Gang… meglio che ascoltiate, sottende  – che non vuole politicizzare e non accetterà di vedere “politicizzati” i suoi assets.

La Cina – afferma all’assemblea parlamentare – è un investitore responsabile – il più affidabile, come riconoscono oggi i mercati dopo l’urgano che su di essi ha scatenato l’irresponsabilità ingorda di chi ha causato la crisi – e aggiunge, con un pizzico di orgoglio, capace anche – l’unico, forse – di arrivare a un risultato del tipo win-win7.

Sempre il direttore dell’Ufficio valute della Repubblica popolare cinese illustra, e documenta, l’attacco che “il capitale speculativo” sta rovesciando sistematicamente sul paese nascondendo, dietro investimenti diretti o conti relativi agli scambi, fiumi di capitali che arrivano attraverso la miriade di “ufficetti cambi”, illegali ma ben esistenti e attivissimi.

Incoraggiata sottobanco da Washington, questa ondata sta spingendo i rendimenti dei bond cinesi: lo spread tra la resa del bond ad un anno e l’equivalente statunitense è aumentato, a oggi, di 1,43 punti base dalla parità cui era solo sei mesi fa. Dichiara Yi che il tasso di interesse cinese sta salendo anche in rapporto alle attese alimentate ad hoc su una rivalutazione dello yuan che attraggono in massa dall’estero capitali come si dice di “arbitraggio”, cioè di puro rischio e speculazione. Molte imprese preferiscono, sempre più spesso, tenersi in casa i propri fondi in yuan e prendere in prestito valuta estera[10].

In ogni caso, a Pechino sembra in atto anche una lotta, neanche troppo sorda, dell’élite e nell’élite economico-finanziaria, tra e dentro i ministeri e la Banca centrale, per valutare la convenienza eventuale a rivalutare “sovranamente” qualche po’ lo yuan, controllandone anche così meglio il ritmo[11]

Dal gennaio 2009 a questo gennaio, il tasso di inflazione è aumentato in Cina dell’1,5% e, in ragione d’anno, del 2,7%. E la notizia, se preoccupa un po’ i mercati, sembra anche convincerli che il governo rallenterà un po’ lo stimolo fiscale che è ancora in atto.

Spiega, però, il vice governatore della Banca centrale, Su Ning[12], che a febbraio l’inflazione salirà ancora, ma destagionalizzata in effetti resterà stabile. La Cina – conferma – osserva con grande attenzione l’andamento dei prezzi, ma è fiduciosa che scenderanno un po’. Il massimo arriverà probabilmente a giugno-luglio, prevede, quando l’effetto base causato dal paragone coi dati dell’anno passato comincerà a svaporare. Alla fine del primo trimestre 2010 potrebbe arrivare tra il  2 e il 2,5%, con moderato aumento dei prezzi al consumo ma, subito dopo, con la primavera e l’estate incipiente, un calo del costo degli alimentari[13].

Invece, la produzione è cresciuta del 20,7% nei primi due mesi del 2010. I nuovi crediti bancari concessi a febbraio hanno contato 700 miliardi di yuan (103 miliardi di $). Le vendite al dettaglio sono salite del 17,9% nel primo trimestre su quello di un anno prima e gli investimenti fissi urbani sono aumentati del 26,6%[14].

Viene anche segnalato che l’export cinese a febbraio[15], è salito su un anno prima per il terzo mese consecutivo ma, stavolta, addirittura del 46%, a riflettere la crescita della domanda di beni e servizi che viene dagli USA, anzitutto, ma anche da altri mercati occidentali che stanno cominciando a uscire dalla recessione. Salgono anche le importazioni, anch’esse del 45%, a segnare quanto l’economia stia tirando anche sul piano interno. E la forza della ripresa fa subito alzare la pressione esterna per un rivalutazione dello yuan.

Anche se il premier Wen dichiara, appena oltre metà marzo, ma mettendo in risalto che non si tratta certo di una tendenza nuova quanto di un’anomalia che questo mese, con ogni probabilità, la Cina registrerà un deficit di bilancia commerciale di oltre 8 miliardi di $[16]. Ma l’attivo finale del 2010, secondo osservatori della Barclays Capital di Hong Kong, toccherà almeno i 186-190 miliardi di $, in ribasso marginale dai 196 miliardi del 2009.

Pressione che all’interno, però, ha poco effetto. La Cina conferma, al Congresso del popolo di non avere alcuna intenzione al momento di rendere pienamente convertibile, cioè libera di fluttuare sul mercato, la sua moneta. Cosa che, invece, secondo gli esperti (sic!) di mercato – sapete: Wall Street, la City, le banche centrali… – dovrebbe fare per, come dicono loro, trasformare a fondo la propria economia. Che, però, è meglio che quegli esperti si rassegnino, i cinesi trasformarsi tanto a fondo non vogliono… E i risultati danno ragione a loro: ai cinesi, non certo agli “esperti”.

Per cui, quando il premier Wen Jiabao dice, a metà mese, che la posizione di chi “punta il dito ingiustamente contro la Cina”, pretendendo di farle cambiare scelte, mentre “svalutano la loro moneta e tentano di forzare gli altri a rivalutare la loro allo scopo unico di riuscire ad esportare di più” è del tutto sbagliata[17]. E, in effetti, la spiegazione di Wen – il vero protezionismo è quello di chi chiede agli altri di rivalutare e svaluta, intanto, per primo – viene assorbita dai mercati quasi come scontata, comunque normale: credibile, di certo, più di quella del Tesoro americano che, ridotta ai minimi termini suona più o meno così: noi svalutiamo di fatto, ma rivendichiamo il diritto ad avere il dollaro forte; gli altri non possono che fare quel che diciamo loro, perché noi siamo i mercati:… solo che Wen, impietoso, ricorda loro che una volta, forse, erano da soli  i mercati.

Il ministro del Commercio estero rileva che gli Investimenti Diretti Esteri[18], a febbraio, sono cresciuti per sette mesi di seguito, dell’1,08% anno su anno, a 5,89 miliardi di $. Ma l’espansione degli IDE rallenta a febbraio rispetto al 7,79% di gennaio.

Potrebbe avere qualche maggior successo un diverso fronte di attacco, quello accennato da Serge Abou, ambasciatore della UE, sul sistema di certificazione di “congruità” che Pechino vuole rafforzare sull’import di tecnologie estere (qualità, rispetto di standard sanitari, ecc.) per i prodotti europei… Di fatto, dice l’ambasciatore, è un meccanismo di stampo protezionistico che scoraggia molte PMI europee dal competere in questo paese[19]: per ottenere la certificazione già ci vogliono, infatti, non sempre ma a volte anche anni di attesa e la Cina non sembra molto disposta, anzi, a semplificare le sue procedure complesse.

Solo che, per sfondare su questo terreno, anche su questo terreno, l’Europa deve mostrarsi anche pronta a trattare con Pechino, non solo a chiedere. Perché anche i cinesi hanno fior di reclami da lanciare contro gli standard europei che non riguardano tutti solo i sacrosanti valori della buona sanità e della sicurezza.

E poi la denuncia di Abou viene subito contraddetta, e fiaccata, dal ministro del Commercio nipponico, Masayuki Naoshima[20], che – dopo alcuni chiarimenti dati dai cinesi sulla loro nuova legislazione di certificazione obbligatoria – dichiara di non considerarla più come una minaccia alle importazioni in Cina dal Sol levante. Perché, dunque, dovrebbe esserlo per quelle in Cina dall’Europa?

Intanto, la Banca mondiale rivede in aumento i dati sulla crescita prevista di questo paese, non più l’8,7% ma il 9,5 nel 2010, e lo riconosce con un annuncio in gran pompa[21] che le serve anche a raccomandare alla Cina di alzare il tasso di interesse e, soprattutto, a rimorchio del Tesoro americano, consente al suo presidente Strauss-Kahn di chiedere di rivalutare lo yuan.

In uno straordinario minuetto diplomatico, Cina e Gran Bretagna, con la visita del ministro degli Esteri inglese David Miliband a Pechino, si promettono rispetto e collaborazione reciproca. Giurano che faranno tutto il possibile per opporsi al protezionismo e favorire il libero commercio: e si tratta di puro bla-bla. Poi Miliband dice che Londra non eserciterà pressioni su Pechino perché rivaluti la sua valuta e il primo ministro Wen Jabao garantisce che gli investimenti inglesi in Cina sono i benvenuti e troveranno “condizioni favorevoli”. E anche questo è ovvio…

Invece, e questa secondo alcuni osservatori è la novità vera, suggestiva comunque, il ministro degli Esteri Yang Jiechi lascia intendere, con qualche ambiguità, che la Cina potrebbe mollare un po’ sulla posizione di “principio” che tiene sull’Iran dicendo, in conferenza stampa congiunta col ministro inglese, che adesso è “più preoccupata” di qualche tempo fa per la posizione di Teheran anche se resta contro le sanzioni, a meno di convincersi che ogni altra soluzione alternativa è stata effettivamente provata, e sempre a favore di una soluzione diplomatica[22].

E c’è chi speranzosamente o con preoccupazione, ovviamente dipende, interpreta la cosa come una specie di scambio offerto agli USA: se anche Washington rallentasse la pressione sulla Cina sul cambio dello yuan e la smettesse di accusarla di “manipolazioni monetarie”, allora, chi sa, al Consiglio di sicurezza, forse…. Che sembra francamente, però, un baratto ridicolo.

Anche, e soprattutto, perché il governo americano non sarebbe mai in grado di onorarlo: come per la condanna di genocidi (Turchi sì, altri no…) e violazioni dei diritti dell’uomo (Serbia sì, Croazia no), questa del comportamento anti-mercato o meno di un paese straniero in materia economico-finanziaria è, di fatto, potere insindacabile di un Congresso incontrollabile e non del governo…

In ogni caso, ormai la Cina non sembra disposta a cedere senza combattere su nessun punto del suo contenzioso con gli USA. O con chi, come il motore di ricerca americano più diffuso del mondo rifiuta di sottostare alle leggi e alle consuetudini della Cina.

Ad esempio, Pechino ha ordinato a Google di non onorare sul suo sito cinese le richieste di link su temi che i cinesi considerano “impropri”: ad esempio, le parole Tibet, Dalai lama, Tienanmen, ecc. E Google ha deciso di spostare automaticamente queste richieste sul suo sito di Hong Kong, così scavalcando il problema della censura cinese.

Ma scavalcandolo un cavolo… pare che qualcuno alla casa madre californiana si fosse dimenticato, improbabilmente però, che Hong Kong è territorio dotato di una certa autonomia, ma pur sempre limitata e, alla fine, è territorio della Repubblica popolare cinese… per cui, il link da Google.com.cn a Google.com.hk si scopre subito poi che non serve a superare quello che gli internauti chiamano il “muro di fuoco”, il Firewall, che sbarra l’accesso senza censura, in cinese, ai siti cinesi…

Perché, contrariamente all’enfasi che ci hanno sopra creato, Google non è né uno Stato sovrano capace di resistere a uno Stato vero né, tanto meno, una filosofia capace di conquistare le anime e i cervelli. E’ solo una tecnologia (sì, la scienza di per sé è sempre neutrale) usata per predicare l’amore o l’odio, “per scaricare video porno o per guardare un gatto che suona il pianoforte[23]. Questo è Google e non vince né contro la Cina, né contro l’America… alla fine. E’ una forza per il cambiamento, Google, Internet, quant’altro… Ma è buona per qualsiasi tipo di cambiamento: dipende da noi e da chi, alla fine, poi lo controlla davvero…

E, certo, che se tutto quel che la Cina ha, poi, da temere dai colpi e contraccolpi di questo scontro è il rischio che lascia balenare, con una sintesi delle conseguenze possibili per lo meno banale e vacua, il NYT (cioè, dice, “l’intransigenza della Cina sul voler limitare il flusso di informazioni potrebbe danneggiare i suoi legami con l’economa globale e sporcare la sua immagine[24]) il timore è semplicemente ridicolo.

In fondo, a livello globale sono più soli della Cina, in realtà, gli USA col loro falso rigore: perché poi censurano – e come se censurano! per mille diversi motivi: di sicurezza, vera o presunta, di limitazione dei diritti civili, di controllo “etico” dei siti web… – in casa loro e lo sanno tutti…; e, poi, perché sono stati loro, no? – la loro cultura del profitto che fa premio su tutto – a insegnare ai cinesi – forse non ne avrebbero neanche avuto troppo bisogno – che, in termini di mercato, quello che conta sono solo i quattrini…).

Poi, appena il Dipartimento di Stato pubblica il suo annuale, e usuale, Rapporto sui diritti umani in Cina – come su altri 194 paesi del mondo: tutti, praticamente, eccetto si intende che gli… Stati Uniti d’America[25] – centrato stavolta proprio sul non rispetto della libertà di Internet, mentre tutti, o quasi, i paesi-bersaglio ingoiano e stanno zitti: spesso perché per loro comunque è meglio farlo, quasi altrettanto spesso perché non hanno le pa**e per mandare il Dipartimento di Stato a farsi i fatti suoi, a quel paese – la Cina immediatamente reagisce e rende noto il suo Rapporto sui diritti umani in America[26].

Anzitutto, c’è la denuncia di quello che giudicano il loro arrogante arrogarsi il diritto di “porsi, ancora una volta, e per mandato del Congresso poi, a giudice del mondo”: un diritto che nessuno gli ha conferito e che si sono preso ma nessuno gli riconosce. E poi, nel merito, niente di particolarmente eclatante: le responsabilità degli americani sulle ricadute della crisi globale sui più poveri al mondo, del loro esercizio di potenza militare con i lutti che comporta dovunque – dall’Afganistan, all’Iraq e a Guantanamo— “abusi tutti documentati e denunciati dalle stesse Nazioni unite”.

Ma stavolta, mirata ed in più, c’è l’accusa che “mentre pretende di assumere la difesa della libertà di parola, di pensiero e di Internet nel mondo il governo americano monìtora senza alcuno scrupolo e restringe i diritti dei propri cittadini ad ogni libertà di espressione sull’etere quando ad esso conviene”— ed è vero: con l’apparato di leggi per la sicurezza nazionale che Bush si inventò ma che Obama ancora non ha annullato e che molti, in America, considerano incostituzionali.

E poi, naturalmente, c’è la litania di infrazioni ai diritti all’uguaglianza sociale, alla persistenza della discriminazione razziale sia pratica che istituzionalizzata, c’è la discriminazione verso le donne e verso i minori… Tutto documentato, al di sopra di ogni ragionevole dubbio, soprattutto dai media americani, si intende.

E la cosa – ma soprattutto, ed in sé, il puntiglioso occhio per occhio che i cinesi sembrano ormai decisi a riservare agli Stati Uniti: se loro si arrogano certi diritti, lo facciamo anche noi – dà palesemente sui nervi al Dipartimento di Stato: abituato a veder ingoiare gli altri e non a ingoiare esso stesso…

Se i toni – di là come di qua – non si raffreddano presto, si potrebbe anche profilare un classico incontro-scontro tra l’egemone, che tale resta ma inesorabilmente calante, e un potere giovane e ineluttabilmente emergente: con sussulti anche pericolosi. E differenze di valutazioni e di visioni del mondo che potrebbero anche trasformarsi – la scintilla essendo, magari, uno scontro banale e addirittura casuale ma di valenza simbolicamente cruciale proprio per la presa di misura delle egemonie rispettive: intorno, ad esempio, a Taiwan – in uno scontro temerariamente rovente…

nei paesi (più o meno) emergenti

In Brasile, che ha ricevuto la visita, molto più “attenta” e meno distratta del solito, di Hillary Clinton, si va verso le elezioni dell’ottobre prossimo con Dilma Rousseff, candidata del partito di Lula, il partito dei lavoratori, che ha già iniziato la sua campagna sottolineando e valorizzando i risultati portati a casa nei suoi due mandati da Luis Inácio Lula da Silva[27].

No – ma l’aveva subito detto – la rivoluzione non l’ha fatta, Lula, però sta superando bene, meglio di molti altri, la crisi finanziaria globale: certo, il PIL del 2009 ha subito una contrazione, la prima dal 1992: ma, pur nella recessione globale, s’è limitata allo 0,2%[28].

Malgrado tutto ciò, il Brasile di Lula ha costruito praticamente dal niente una corposa classe media   era un paese di contadini sim terra e morti di fame di qua e di stramiliardari di là – ha ridotto la povertà e l’ineguaglianza (certo, non abbastanza, riconosce lui stesso); e ha consolidato tra la gente il senso della democrazia come possibilità, anche, di cambiare. Tanto che, adesso, le priorità della campagna elettorale sta diventando, per la candidata del PT, la lotta alla corruzione, al crimine diffuso, alla violenza facile e alla droga.

Lula annuncia – e ovviamente l’annuncio è letto come una spinta anche e proprio alla candidatura di Dilma Rousseff e contro il probabile candidato unico dell’opposizione, il socialdemocratico governatore dello Stato di São Paulo, José Serra – che il governo comincerà subito a preparare il finanziamento di 960 miliardi di $ (1.720 di reais) in un piano di investimenti infrastrutturali per il triennio 2010-2014, il cosiddetto PAC2, acronimo del portoghese Programma di crescita accelerato, concepito e disegnato dalla Rousseff, la “madre del PAC” lui la chiama, che servirà alla modernizzazione rapida del paese in campi tanto diversi, e tanto essenziali, come le reti energetiche, i trasporti e l’edilizia abitativa[29].

Sul piano bilaterale, con gli USA, i rapporti politico-commerciali si vanno inasprendo. In rappresaglia per i sussidi che gli USA versano da molti anni ai propri produttori di cotone in concorrenza diretta col prodotto brasiliano – e, a posteriori, approvati dall’Organizzazione mondiale per il commercio – Brasilia ha imposto un aumento delle tariffe di importazione su 102 prodotti americani[30]. La lista, pubblicata l’8 marzo sulla Gazzetta ufficiale, va dalle auto alle barche, ai frigoriferi, a patate, zibibbi vari, ciliege e pere, e varia dal 14 al 100%, con misure ulteriori che, se gli Stati Uniti non tornano indietro, potrebbero – scrive la stessa GU – anche aumentare.

Sul piano internazionale propriamente detto, e senza più tante tergiversazioni, Lula catapulta il paese sulla ribalta globale. Dovunque si presenta, a Roma come a Caracas, è ormai chiaro che per Brasilia gli Stati Uniti sono solo una parte, non l’alfa e l’omega, della sua agenda globale. Con la sottolineatura della multipolarità e del multilateralismo come stelle polari dei suoi rapporti col mondo che mette in evidenza sempre e dovunque il Brasile sembra dare per scontato il declino – non il tramonto, ovviamente – dell’influenza degli Stati Uniti d’America.

Non a caso, alla Clinton, Lula ricorda che l’Iran, proprio come il Brasile, ha un diritto “assoluto” a sviluppare la sua energia nucleare per scopi pacifici e che la posizione del Brasile è che le sanzioni sono sempre controproducenti anche perché proprio il farle balenare di continuo irrigidisce le posizioni dell’interlocutore[31]

Del resto, poi, si viene a sapere che “il governo americano, nello scorso decennio, ha pagato più di 107 miliardi di $ in contratti, trasferimenti e altri benefici a imprese americane e multinazionali in affari con l’Iran, alla faccia di ogni sforzo di Washington per scoraggiarvi ogni investimento[32]. E la cosa non può che far risonare la politica delle sanzioni – in sé vessatoria e cretina – anche come un gigantesco e spernacchiante facite ammuina[33] di stampo americano, vista l’insistenza con cui vanno facendo pressioni sugli altri perché decretino il boicottaggio all’Iran o, al meglio, un caso clamoroso della mano destra che non riesce a sapere quel che fa la sinistra…

Dopo questa parentesi, e riprendendo il filo del nostro discorso, proprio il Brasile poi, e non a caso, è oggi al centro del tentativo di 32 paesi dell’America latina di mettere in piedi una loro organizzazione regionale dalla quale, essendo caraibica e dell’America del Sud, gli USA sarebbero fuori. E Cuba, malgrado le sue “diversità”, dentro[34].

Ne ha discusso, su proposta molto più convinta – e convincente – di Lula che dei vari Masaniello[35] latino americani, come Chávez, un vertice di paesi dell’America caraibica e del Sud ormai decisamente scontenti di come l’Organizzazione degli Stati Americani, l’OAS, che include Canada e Stati Uniti non governa i temi che ai latinoamericani interessano, proprio perché non interessano granché ai nordamericani.

Cartina di tornasole del clima che si va instaurando tra Americhe, del Nord e del Sud: annuncia l’ambasciatore americano in Colombia, William Brownfield in una curiosa intervista al Espectador, colombiano[36], che gli Stati Uniti firmeranno due accordi bilaterali di cooperazione militare con altrettanti Stati latino-americani. Che però non nomina perché, spiega con bella ingenuità, gli hanno chiesto di non identificare “per evitare reazioni negative pubbliche come quelle che causò in tutta l’America del Sud l’anno scorso l’accordo di cooperazione militare degli USA con la Colombia

Che è una notevole manifestazione del livello cui, subito dopo i primi mesi di Obama, sono ormai ri-precipitati prestigio e considerazione degli Stati Uniti nel subcontinente…

L’India ha registrato una crescita del 6% l’anno passato, con la produzione industriale cresciuta del 16,7% nel 2009 e quella manifatturiera salita del 14,3%, con la produzione agricola che cala del 2,8% per la stagione dei monsoni particolarmente distruttiva[37].

EUROPA

Il PIL dell’eurozona è salito dello 0,1% nell’ultimo trimestre del 2009 a paragone del precedente,  quando s’era contratto del 2,1% anno su anno[38].

La produzione industriale nell’eurozona è cresciuta del massimo nei due ultimi decenni rispetto al mese precedente, con +1,7% che nell’Unione a 27 cresce all’1,8. A dicembre la produzione era aumentata dello 0,6 e dello 0,3, rispettivamente[39].

E i nuovi ordinativi industriali calano nell’eurozona del 2% in gennaio dopo essere cresciuti dello 0,8 il mese prima[40].

Il tasso di inflazione nell’eurozona, secondo stime preliminari ma solide, si è attestato a febbraio allo 0,9% su base annua, in calo dello 0,1 dal mese prima. In febbraio 2009 era cresciuto all’1,2% annuale. La percentuale di aumento mensile a febbraio quest’anno è stata dello 0,3%[41].

E quello della disoccupazione è rimasto al 9,9% in gennaio per il terzo mese di seguito[42]. Invece, secondo le stime avanzate a metà marzo sul quarto trimestre del 2009[43], il numero di disoccupati nell’eurozona aumenta di 347.000 unità, dello 0,2%. Sullo stesso trimestre del 2008, il calo di occupazione è del 2% secco, col massimo nel manifatturiero (-1,1%), nel commercio, trasporti e servizi di comunicazione (-0,5%) e nell’edilizia (-0,4%).

La disoccupazione, insomma, continua a peggiorare ma a ritmi che rallentano dal -0,8% nel primo trimestre del 2009 al -0,2 dell’ultimo. Notizie e dati meno peggiori di prima sono sempre i benvenuti, ma altro è rilanciare la creazione di posti di lavoro dato, poi, che eccesso di capacità produttiva, turbamenti e paure nel settore bancario, misure di stimolo ormai in via di estinzione e crescita che resta comunque bassa caratterizzano gli ambienti economici del futuro prossimo venturo e di quello a medio termine.

Calzando nuovamente, come di tanto in tanto è prona a fare, il cappellino da maestrina con la penna rossa, Angela Merkel ha ritenuto – mentre a latere provvedeva a mettere nella legge di bilancio una posta che l’autorizzasse a “considerare” un premio di “rischio-Grecia” nel caso che l’UE poi impegnasse i suoi membri a dare una mano ad Atene per uscire dalla crisi che sta attraversando – di  reiterare che lei è contraria a qualsiasi operazione di salvataggio.

Il miglior aiuto che si può dare alla Grecia, ripete brandendo fieramente la penna rossa del suo cappellino, è garantire che faccia i compiti a casa riducendo spesa e deficit secondo i piani “ambiziosi” di austerità che ha presentato esso stesso (è la forma mentis o, se volete, la sindrome che il Nobel Stiglitz ha bollato come il “feticismo del taglio del deficit[44]). Anche perché, torna a ricordare severamente, c’è un “contratto” tra tutti i membri della UE che, sotto il nome di Maastricht, li impegna a mantenersi dentro certi parametri (il 3% di deficit/PIL, soprattutto)[45]. Sarebbe questa anche la soluzione migliore – aggiunge – “per evitare ulteriori speculazioni contro l’euro[46].

Peccato, sicuro, che sul parametro più cruciale di tutti imposto da quel contratto, il deficit/PIL, chi meno chi più, tutti stiano fuori dei termini. Germania compresa (sopra il 3% per il terzo anno consecutivo, proprio come gli altri la formichina operosa)[47]… E, certo, peccato che l’austerità alla tedesca finirebbe con ogni probabilità con l’affossare drammaticamente la Grecia nella recessione. 

Ora, però, la Grecia avanza un correttivo al suo piano, di tagli di spesa ed aumento di entrate per altri 4,8 miliardi di €, venendo incontro alle esigenze impostele dall’esterno ma rischiando – e molto – sul piano dell’ordine interno[48]. Si tratta di due punti d’aumento all’IVA (ora al 19%); di un altro aumento della tassa sulla benzina; del 20% di incremento di quella sugli alcoolici; del 6% sulle sigarette; di altre imposizioni fiscali sui beni di lusso; e del 12% di tagli ai salari degli impiegati pubblici.

Verranno anche cancellati i due mesi di vacanza pagata che tradizionalmente andavano, oltre alle ferie regolari, ai dipendenti pubblici: di fatto, una riduzione sul 30% del salario reale… che riesce subito a impressionare positivamente i mercati ma non tanto positivamente ne restano impressionati sindacati e lavoratori. E non sarà facile far passare simile misure – non le prime, poi – né in parlamento né nel paese.

Mette tutti sull’avviso il maggiore sindacato confederale del pubblico impiego, l’ADEDY, col suo segretario generale Ilias Iliopoulos: “risponderemo a queste misure con tutta la forza che abbiamo. Ho paura che, a questo punto, ci sarà una vera e propria esplosione sociale”. Che, naturalmente, potrebbe frustrare le speranze di rassicurare gli investitori esteri, ma potrebbe rincuorare le speranze di resistenza dei lavoratori greci. E che, altrettanto naturalmente, dal settore pubblico potrebbe estendersi a tutta la platea del mondo del lavoro greco…

E al governo lo sanno. Lo sanno pure alla Commissione, dove non in effetti non sembrano del tutto convinti che il piano suppletivo annunciato da Atene sia una cosa vera[49]… Intanto, però, la Grecia comincia a mostrare di voler far sul serio: nei primi due mesi del 2010[50], le entrate fiscali sono cresciute del 13,2% mentre le spese sono calate, anno su anno, del 9,6%, con un deficit di bilancio di 904 milioni di euro, ridotto di oltre il 400%, dai 4 miliardi di € dello stesso periodo del 2009.

Il ministro delle Finanze sottolinea, onestamente – e anche questo va detto è una novità sesquipedale rispetto alla conduzione del governo precedente – che l’aumento di entrate e la riduzione del deficit di bilancio (del 77% in due mesi) è dovuto essenzialmente a un’extra tassazione sui profitti del 2008 e a entrate aumentate dell’IVA (alcool, tabacco, benzina). Cosa che, onestamente, al di là del tamponamento temporaneo dei buchi di bilancio, non dice granché sulla maggiore sostenibilità delle finanze pubbliche greche.

Ma al sindacato hanno anche un obiettivo di seconda fila, per così dire, o almeno un obiettivo anche più strategico, forse, che, partendo da una posizione di difesa pretende di costringere il governo a passare all’offensiva: piegando cioè, alle esigenze “oggettive” del piano di austerità le ragioni di una distribuzione più proporzionata dei sacrifici fra i vari tipi di redditi e di una caccia grossa finalmente feroce a ogni evasione fiscale…

Intanto, alla vigilia di un delicato viaggio a Bruxelles, a Parigi e a Berlino del primo ministro, il 4 marzo, la Grecia vende con grande rapidità 5 miliardi di € di suoi buoni decennali del Tesoro[51]: la domanda ha ecceduto l’offerta di ben 11 miliardi di €, informa Petros Christodoulou, capo dell’agenzia ministeriale che ne cura la vendita, contro un rendimento del 6,35%, superiore al  6,09% di altri bonds di analoga maturità ma di ben 48 punti base già sotto al livello appena precedente.

Si tratta di un’ottima notizia per Atene, ma ancor più per la Merkel, a veder bene, come la cancelliera ci tiene a sottolineare quasi trionfalmente in una sua dichiarazione imprevista alla stampa, anche perché il governo greco deve ancora trovare altri 18 miliardi di € entro fine maggio per continuare a onorare il servizio del debito.

E, se Papandreou insiste a dire, per quanto ufficiosamente, che il suo paese deve poter trovare sostegno da parte dell’Unione europea, il punto di vista tedesco è proprio che la Grecia può accedere ai finanziamenti internazionali di cui ha ancora bisogno semplicemente impegnandosi a seguire e implementare le misure di austerità che ha annunciato essa stessa, anche se sotto pressione internazionale e contro un fortissimo dissenso sociale, di voler applicare.

C’è da notare che, dall’inizio dell’anno, la Grecia sul mercato ha trovato credito per 13 miliardi di €, un quarto più o meno del fabbisogno di finanziamento di tutto l’anno che dovrà ancora però procurarsi. I mercati, che come è noto non amando incertezze ed insicurezze non reagiscono troppo bene e puniscono l’euro, abbassandone il valore sul dollaro (il 19 marzo l minimo di $1,3522 per €) e con lo spread sui bond tedeschi al doppio (oltre 6 punti base contro oltre 3)[52].

Va anche rilevato che la Grecia, come governo, che aveva evitato finora di minacciare o ricattare i suoi creditori – come potrebbe con la forza che le dà il suo stesso stato di grande debitore— come, cioè, qualsiasi grosso debitore di qualsiasi grossa banca (se le devi 10.000 €, la banca ti tiene per il collo; ma, se gliene devi 10 milioni, sei tu a tenerla per il collo, lo sanno tutti…). Però ora ha come cominciato a perdere la pazienza e a lasciar intuire qualcosa.

Papandreou ha fatto sussurrare, e poi ha detto esplicitamente lui stesso nella riunione di governo che ha deciso la stretta di vite, che se la Grecia non troverà aiuto concreto in sede europea potrebbe doversi rivolgere al Fondo monetario[53]. E a una Commissione del parlamento europeo ha detto chiaro, il 18 marzo, ha fatto balenare l’ipotesi – così l’ha chiamata – che, se la Grecia dovesse continuare a onorare un servizio del debito in continuo aumento a causa d’una speculazione non adeguatamente repressa come pure ci si è impegnati a fare, in linea però di principio soltanto, “dovendo trovare credito a interessi sempre più alti, non sarebbe in grado di portare avanti le proprie misure di austerità”.

Per cui, conclusione ormai fuori dai denti, ormai c’è bisogno di un qualche piano europeo di salvataggio “reale, non solo intravisto” che consenta al paese di trovare credito a condizioni di mercato più ragionevoli[54]. Altrimenti, sempre ipoteticamente e anche se agli altri (specie alla Germania) non piace, resterebbe solo il ricorso al Fondo monetario. Intrigante, vessatorio anche, che sfugge per le sue divisioni alla decisionalità che l’Europa potrebbe averci altrimenti, ma forse meno vessatorio di quello di cui alcuni (Merkel e il suo Fondo monetario europeo…) hanno iniziato a parlare in Europa…

Come punto sul vivo, il presidente della BCE, Jean-Claude Trichet, reagisce di nuovo, proprio come giorni prima aveva già fatto: no, “noi non pensiamo che in nessun modo risulti appropriato un intervento del Fondo come fornitore di aiuto di ultima istanza[55]. Ma è una dichiarazione che, detta così, piena di presunzione e vuota di ogni novità fattuale, pretenderebbe di essere creduta sulla parola quanto alla propria veridicità e, ovviamente,  invece non basta a nessuno: né ai mercati, né all’Europa, né soprattutto alla Grecia. Ormai, se la BCE vuole essere presa in considerazione, dovrà decidersi a entrare in dettagli. Nessuno – nessuno – crede sulla parola oggi a nessuno e, si capisce bene perché, alle assicurazioni di nessuna banca.

Prende nota Angela Merkel e, nella sua foga savonaroliana, rilancia a modo suo: Papandreou e altri, anche nella Commissione a Bruxelles, insistono sul tema della regolamentazione dei mercati che lasciati a se stessi, selvaggi come sono, e alle loro pulsioni altrimenti sono in grado di imporre penalizzazioni a qualsiasi paese per ogni tentativo serio e responsabile di riequilibrio? Cioè, osserva il primo ministro greco che se, con grandi sacrifici e un impegno durissimo, il paese  risparmia per riassestare i conti e poi deve pagare alla speculazione in servizio del debito tutto quello che ha risparmiato tirando la cinghia, allora perché risparmiare[56]?

E, in risposta, lei da una parte lo appoggia – soprattutto si schiera contro i cosiddetti credit default swaps e altri strumenti di finanza cosiddetta creativa, che servono a speculare sui debiti dei governi e chiede agli altri che dicono di volerli punire – tra gli altri con Obama lo dicono anche gli USA, ma a partire dal suo ministro del Tesoro poi nicchiano molto – gli USA, di farlo –; ma, dall’altra, cede – lei come tutti – alle insistenze della Gran Bretagna (personalmente, del grande riformatore che per primo aveva invocato la riforma, Gordon Brown) per “ritardare” la decisione.

Perché, va ad argomentare a Bruxelles, se la City diventasse più severa sui fondi a rischio di Wall Street, gli speculatori potrebbero minacciare[57] di trasferirsi oltre atlantico— o, meglio, lui dice, lui teme all’improvviso, minaccerebbero… e da bravo neo-liberista nel fondo, solo da poco riconvertito ma superficialmente al suo Keynes, invece di usare i poteri che ha per tagliare loro le unghie preferisce sottrarsi, lasciandoli fare, alle loro unghiate possibili.

E poi – anzi subito prima – la Merkel che si stava appecoronando ai desiderata degli speculatori come tutti i suoi colleghi, come abbiamo visto su istanza di Brown, fa proporre dal suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble – salvo subito frenare e di persona: è difficile…, bisognerebbe cambiare il Trattato…, ci vorrebbero anni…, ci vorrebbe l’unanimità, o quasi… – la creazione di un Fondo monetario europeo a se stante.

L’idea sarebbe: buoni del Tesoro garantiti dall’eurozona – anche se non è affatto chiaro come e esattamente da chi – al posto dei buoni del Tesoro emessi, con credibilità bassa, da uno Stato nei guai. Ma è un’idea che provoca subito grande resistenze per ragioni tecniche, di forma e di ortodossia monetaria – lo stesso presidente della Bundesbank, Axel Weber, che però è contrario sempre e per principio a ogni idea nuova…, la ministra delle Finanze francese Christine Lagarde che non reputa l’innovazione per niente urgente – ma anche perché, a detta di non pochi, acquisirebbe subito il significato di una nuova e più dura polizia monetaria e finanziaria imposta ai paesi in difficoltà.

Perché, certo, potrebbe anche avere il senso di una maggiore integrazione in Europa di poteri economici – e non sarebbe davvero cosa da poco… – ma lo farebbe anche consegnando poteri di fustigazione alle tenere cure della BCE, in pratica consentendole di imporre ai peccatori, pardon ai debitori, a chi sdirazza o “devia”, punizioni più immediate e adeguate di quelle che potrebbe mai imporre l’FMI. I cui poteri di intervento immediato sono, invece, indiretti anche se importanti per l’effetto che poi hanno sui mercati[58].

Però, a dire con forza che bisogna aiutare la Grecia e farlo presto – e a dirlo, è chiaro, rivolgendosi a chi – è intervenuto, subito dopo il discorsetto di Merkel, il presidente francese Nicolas Sarkozy[59], subito prima di incontrare Papandreou – che andava a Berlino a trovare la cancelliera e a Parigi per lui – ha sostenuto che, se i componenti dell’eurozona lasciassero che uno dei loro cadesse – fallisse, ha detto – allora “non ci sarebbe stata proprio ragione di creare l’euro”. La Grecia andrebbe sostenuta perché sta sforzandosi di mettersi in regola, ha detto. Ma non ha detto ancora chiaro e tondo, pur andandoci molto vicino, che alla Grecia arriveranno concretamente aiuti francesi…

Alla fine, mentre Standard & Poor’s toglie la Grecia dalla lista dei sorvegliati a rischio immediato – alleggerendo un po’ così la pressione sul servizio del debito – la soluzione seguirà, verosimilmente, le linee che ha indicato il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, dei ministri delle Finanze che si riuniscono a metà marzo, come deciso un mese fa, per fare il punto: ogni Stato europeo che lo vorrà fare – o lo potrà fare – presterà fondi alla Grecia su base bilaterale e l’azione separata sarà in qualche modo, però, “coordinata”: anche se non si capisce bene come farlo, ancora[60].

Questa è la più probabile delle alternative sul piatto, perché la prima – far intervenire, a nome di tutti e insieme, la BCE o, comunque, l’Unione non è “tecnicamente” ammissibile (il Trattato non la prevede e la Germania su questo è inflessibile), la seconda – far intervenire il Fondo monetario – non la tollera la Germania che ha detto di considerarla un’umiliazione non ammissibile per il blocco di cui fa parte[61], e la terza – già ventilata, di far garantire da tutti, anche se ciascuno per sé e da sé, il prestito concesso alla Grecia – pare subito già caduta… Adesso sembra certo, poi, che comunque tutto verrà rinviato al più tardi possibile. Anche se, s’intende, la Grecia proprio non gradisce.

Anticipato di quasi una settimana lo sciopero generale dei due maggiori sindacati dell’impiego pubblico e di quello privato greci, ADEDY e GSEE, è andato in scena l’11 marzo. Naturalmente tutti il benpensantismo nazionale e internazionale aveva avvisato che l’attivismo sindacale e gli scioperi non avrebbero aiutato a ridurre il costo del finanziamento del debito greco (come se fosse mai stato – potesse mai essere – quello lo scopo di una grande azione di protesta sociale…).

E, in effetti, lo sciopero potrebbe anche finire con l’aumentare il costo del servizio del debito con gli investitori ad insistere su un premio di rischio per coprire la possibilità che le autorità elleniche non siano in grado, proprio a causa della protesta sociale, di far applicare le misure di austerità che sono state votate dal parlamento. C’è però – ma forse è proprio sbagliato l’avverbio avversativo, questo “però”: le due cose, infatti, avvengono insieme – la contemporanea curiosa popolarità molto alta sia della protesta, sia della “coraggiosa” decisione del governo di Papandreou di tenere botta…

Viene fuori intanto con sempre maggiore chiarezza che, come nella bancarotta dell’americano A.I.G. (l’American International Group), come nella fregatura data a quegli amatori del comune di Milano che si sono fatti fregare la bellezza di 1,7 miliardi di € dalla combutta di JP Morgan Chase, UBS, Deuthsche Bank e DEPFA Bank di Monaco di Baviera[62], anche sui conti della Grecia, c’entrano i “derivati”.[63] Messi in gioco, per aiutare a mascherare il debito reale di quella economia con operazioni, appunto, formalmente del tutto legali di finanza altamente creativa (= fasulla) dalla Goldman Sachs e altri istituti bancari di nome internazionale: in genere, statunitensi o britannici.

E, subito dopo, emerge anche che alcune di quelle stesse banche e diversi fondi a rischio – i famosi e famigerati hedge funds – stavano  utilizzando a piene mani i cosiddetti credit default swap – il tipo specifico di derivati che hanno mandato a fondo proprio l’A.I.G. americano – per come di dice scommettere sui futures di un default del debito greco e, quindi, della caduta dell’euro e farci sopra montagne di soldi. Tutto legalmente, sia chiaro: alla faccia dei babbei, del FMI, della BCE, di tutte le banche centrali e di tutti i nostri governi cosiddetti “sovrani”.

Intanto, dando una specie di segnale ulteriore di “fermezza” retorica e verbosa per il consumo interno dei suoi elettori, Merkel ha scritto, e diffuso, una lettera di protesta al presidente della Commissione esprimendo la propria critica severa alla cosiddetta strategia “Europa 2020” che Bruxelles sta per pubblicizzare incoraggiando gli Stati membri ad investire, anche se “sotto sorveglianza” per così dire, in ricerca, sviluppo, istruzione e creazione di impieghi[64].

Il piano viene duramente bacchettato dal governo tedesco proprio perché improvvidamente – sostiene – richiama questi obiettivi di fondo, anche se per ogni Stato ne collega strettamente l’attenimento al Patto di stabilità e di crescita e alla “sorveglianza” della Commissione stessa che limita la spesa in deficit al 3% del PIL e il debito pubblico al suo 60%. Ma sembra dare così – è questo che preoccupa la Germania – come un implicito permesso agli Stati membri ad aumentare le spese per raggiungere così gli obiettivi strategici dell’Unione.

Come se a Bruxelles, ma anche a Berlino, non sapessero perfettamente che tutte quelle percentuali di deficit e debito, in pratica in tutti i paesi, sono già state raggiunte e anche largamente sfondate… Di qui il fatto che di pura retorica, poi, si tratta: da una parte, con l’ipocrisia della “sorveglianza” quando i cavali sono già tutti fuori dalla stalla; dall’altra, con l’equipollente ipocrisia di credere che nella stalla forse essi ancora ci stiano…

In mezzo al baillame di cui veniamo parlando, ora è successo anche che uno che conta abbia menato giù duro, finalmente, al sacrosanto status delle agenzie internazionali di rating che emettono giudizi troppo spesso indiscussi e molto spesso assai discutibili su imprese, investimenti, crediti e debiti sovrani anche di interi paesi, godendo di un  grande potere e agendo del tutto irresponsabilmente, cioè senza nessuna responsabilità se non verso se stesse e gli interessi privati che rappresentano. E poi sono  tutte – quelle che pesano – americane: Moody’s, Fitch, Standard & Poor’s

Ewald Novotny, presidente della Banca centrale austriaca e membro del Consiglio direttivo della BCE, parlando proprio di Moody’s, ha detto, a inizio marzo, che “è una situazione inaccettabile: il destino della Grecia e, per metterla giù un po’ drammatica, quello dell’Europa dipende in realtà da un’agenzia di rating[65]. E a Bruxelles, alla Commissione hanno cominciato a discutere di sottrarre i conti europei a questo diritto esterno e privato di signoraggio trovando il modo di fornire essa stessa valutazioni e rating su conti e affidabilità almeno a livello dei cosiddetti conti sovrani: crediti e debiti dei paesi membri[66].

In altri termini. Resta vero ovviamente che, alla fine della fiera, a decidere se comprare bond greci (o portoghesi[67]…) oppure no, saranno sempre risparmiatori ed investitori operando sul mercato. Ma la loro percezione del valore di un titolo non sarà più affidata solo o soprattutto alle fisime e agli interessi di una valutazione privata. Se il debito sovrano di uno Stato è, o meno, affidabile sul mercato come collaterale e a garanzia, insomma, la BCE lo considererà e lo valuterà in base ai suoi rating e non a quelli di Moody’s

L’idea di creare un sistema di rating a sé stante, per l’eurozona, sta avanzando sia alla Commissione che alla BCE che in diversi governi dell’Unione. Ma non è chiaro se e quando si passerà ai fatti: soprattutto alla BCE dove è maggiore lo scontento per il ruolo delle agenzie private di rating, ma, ovviamente, c’è anche, ed è radicato, il partito ortodosso contrario che teme di veder avanzare dubbi sull’indipendenza dell’istituto e sulla credibilità dei suoi rating e, comunque, avverte che bisognerebbe aspettare, che non si può fare niente adesso, in mezzo a una crisi…

Vedrete che, stavolta, faranno anche qualcosa… Moody’s ha avuto proprio adesso la pessima idea di mettersi a sfruculiare, e insieme, tutti i grandi paesi. Già aveva provveduto nei mesi scorsi ad  abbassare il rating di Giappone e Italia ad AA2 e, ora, ammonisce USA, Germania, Gran Bretagna, Spagna, oggi tutti più o meno “stabili”, che la “loro” distanza dal downgrade, dalla riduzione del loro rating, in tutti i casi è “sostanzialmente diminuita[68]: tutti dovrebbero provvedere a rimettere in equilibrio i loro rapporti tra debito e PIL, e alcuni – Stati Uniti, Regno Unito… – anche più degli altri.

E’ proprio quello di cui parlava Nowotny: Stati sovrani, quelli che si considerano e, in fondo, anche sono i più ricchi e potenti del mondo, che dipendono sui mercati – per il livello di servizio del loro debito in sostanza – dalle valutazioni e dalle fisime magari di Moody’s… Stavolta, se solo trovano un po’ di coraggio, trovano il modo di tagliare le unghie a queste “irresponsabili” agenzie sovrane: in fondo rispondono solo a se stesse di quanto raccontano al mondo… e la cosa, ovviamente, non è gradita a nessuno… Tanto più quando poi questi signori somigliano moltissimo agli arbitri di calcio: che, per un identico fallo, danno un rigore o magari niente, ti espellono o ti danno solo un cartellino giallo. Perché proprio non si capisce, ad esempio, come nella situazione attuale abbassino la AAA all’Italia, ma non alla Spagna…

Sulla Grecia trova il modo, intanto, di pronunciarsi dal suo alto scanno il Wall Street Journal[69], il quotidiano finanziario più importante anche se non il più serio del mondo (quello fatto meglio e maggiormente informato e informante, il più serio secondo chi scrive, è in effetti il Financial Times: dal quale si può, e si deve, spesso dissentire ma del quale, certo, non si può fare a meno.

Scrive che, se nelle prossime settimane i costi del servizio del debito greco non si abbasseranno significativamente, e visto che i premi di rischio pretesi da chi oggi è disposto a investire in quel debito stanno diventando realmente “insostenibili”, se non scendono al massimo sui due punti di spread da qui ad aprile-maggio diciamo rispetto ai bond tedeschi, “la Grecia, pubblicamente, chiederà l’aiuto economico della UE e, se non troverà risposta, potrebbe non avere altra scelta che rivolgersi al Fondo monetario internazionale”. Idea, come s’è appena visto, niente affatto gradita all’Europa e, soprattutto, alla Germania. Che, però, così sono messe sull’avviso…

Solo che, poi, Angela Merkel personalmente prende il timone del pessimismo: e, per non correre il rischio di sembrare morbida coi greci – o, comunque, coi deboli –, sentenzia al Bundestag[70] che l’eurozona ha la necessità di definire le regole che servono a “rimuovere” chi tra i sedici violi ripetutamente le regole fiscali (quante volte padre, quante volte? chi lo decide? lei?), cioè di fatto a costringerlo, a uscire dalla zona stessa. Il Patto di stabilità, constata, non è sufficiente e la crisi attuale è certamente la maggiore che abbia colpito l’euro. I guai economici della Grecia devono essere “attaccati in radice” e non si deve cercare di risolverli con “offerte premature” di aiuto.

Qualche giorno prima, il tema in termini analoghi era stato sollevato dal ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble[71] nel caso in cui un paese membro non riuscisse a raddrizzare il suo deficit di bilancio e a riconquistare competitività. Insomma, la Germania prende atto che oggi non c’è modo di costringere nessuno a uscire dal blocco— e qua e là si intuisce che avrebbe anche paura dell’effetto secondario, sull’euro come tale, di una simile mossa. Però, in ogni caso, amerebbe avere a sua disposizione questo potere[72].

Non ce l’ha, però, e glielo ricorda il presidente della Commissione, Barroso, pubblicamente[73], ma proprio per questo lo chiede. E, a sottolineare il disagio crescente di Berlino ma anche la sua ormai assodata incapacità e non volontà di assumersi un ruolo di leadership che tutti gli europei le lascerebbero assai volentieri, intanto la Germania, lanciando il sasso senza mostrare la mano, “e citando costrizioni legali – sempre per il freno che asserisce esserle posto dalla Costituzione tedesca o, meglio, dell’interpretazione di essa che dà la Corte costituzionale al momento attuale – un esponente del governo tedesco asserisce che secondo la Germania ogni aiuto finanziario esterno ad Atene farebbe meglio ad essere fornito dal Fondo monetario internazionale… Se la Grecia si trovasse in problemi davvero seri, noi sosterremmo una soluzione gestita dal FMI[74].

E prende una botta forte l’euro – che contro il dollaro scivola subito a $1,3621 a New York il pomeriggio di quel giorno, giovedì 18 marzo, da $1,3741 di apertura sessione, mentre precipita la borsa di Atene. Ma nessuno trova il coraggio di denunciare per turbativa di mercato il governo di Merkel… Subito fortemente contrariati si mostrano, però, sia Sarkozy che Trichet, mentre per il loro silenzio impotente – perché non riescono proprio a capire e decidere niente – si segnalano Tremonti e gli inglesi… L’ex primo ministro belga e attuale presidente dei Liberal democratici europei segnala che la soluzione europea sarebbe “comunque preferibile perché certamente meno costosa e, comunque, più rapida”.

Saltata, dunque, la prima data del redde rationem pure fissato un mese fa all’Eurogruppo del 16 marzo, arrivati ormai quasi alla vigilia della riunione del Consiglio europeo del 26, l’Unione è sempre profondamente divisa[75]:

• tra chi (Francia, Spagna, diversi altri, la Commissione in genere) dice che “sarà necessario se necessario” – questa è la formula che magari suona anche un poco ridicola ma riflette bene questa posizione – dare una mano – concretamente – alla Grecia;

• e chi (la Germania, con pochi altri: ma quel che conta sono i tedeschi) dice che non sarà necessario e che, se lo fosse, il problema va risolto – concretamente – dai greci da soli… e Merkel arriva ad aggiungere, convinta di poter fare e disfare l’agenda del Consiglio da sola, che il 25-26 all’o.d.g. la crisi greca non ci sarà.

Può fare l’altezzosa, la Germania di Merkel, la formica virtuosa e weberiana dell’etica del protestantesimo e del capitalismo che bacchetta ogni cicala sprecona. Ma, prima o poi, capirà anche – sarà costretta a capire – che la sua forza economica non è affatto basata solo sul suo duro lavoro e la sua efficienza ma anche sulla domanda forte che arriva a Berlino e a Dortmund dal resto dell’eurozona, compresi anche e proprio i suoi vicini in deficit. Merkel questo lo sa, resistono all’idea sicuramente la maggioranza dei tedeschi, però, e lei non ha più il coraggio di ricordarglielo…

Ha scritto severo, ma corretto ci pare, l’ex ministro degli Esteri e, con Schröder, vicecancelliere Joschka Fischer, che adesso Merkel sembra esserselo scordato: la Germania – è il senso del ragionamento – dà e ottiene, a turno, dall’Europa. Ma se non punta all’Europa si perde… e con lei perde l’Europa. La Merkel di oggi farebbe bene a ricordarselo, come quella di ieri, come tutti i suoi predecessori alla cancelleria: da Adenauer in poi…

Invece, oggi “Angela Merkel ha ritirato la Germania nel suo guscio, proprio quando una leadership risoluta era necessaria da parte dell’economia maggiore dell’Unione europea[76]. Una leadership risoluta: non necessariamente fatta solo – e neanche soprattutto – di soldi… Ma, e questo è il punto, da chi altri potrebbe mai venire oggi una leadership appena appena appropriata? E’ deplorevole ma c’è poco da fare, con i nanetti che le stanno dovunque di fronte nel Consiglio europeo, dal Berlusca a Sarko al capo della sua opposizione socialdemocratica: di cui nessuno ricorda neanche il nome…

Ancora più duro un altro commentatore tedesco di cose internazionali, uno che potremmo – per dare un’idea e chiedendo scusa a tutti e due – paragonare a un Sergio Romano nostrano e che scrive su uno dei giornali più paludati e conservatori del paese. Dice che la cancelliera sta istintualmente sbagliando tutto: vedete

   “Helmut Kohl è stato il Bismarck della Germania del XX secolo. Lui aveva unito il paese e tenuto sempre d’occhio, dal punto di vista specificamente tedesco, la necessità di mantenere l’equilibrio in Europa. In questo disegno il trattato di Maastricht ha svolto un ruolo centrale.

   L’abbandono del marco non era solo, ma anche, un segnale che la Germania non intendeva sostenere né sosteneva una posizione di primazia nel continente e che la moneta unica, l’euro, era un passo importante sulla strada degli Stati Uniti d’Europa.

   Invece Angela Merkel si è oggi avviata sul percorso di Guglielmo II [77]: il Kaiser, della I guerra mondiale… E scusate se è poco…    

Mettiamola così. Resta ormai prima o poi, ma con un’urgenza reale, da affrontare il problema di chi ha il compito di “guidare” – o meglio di cercar di guidare – la governance dell’Europa. Secondo Sarkozy, soprattutto e diversi altri – dell’Italia, però, nulla si sa – tocca all’eurozona, a chi dell’Europa condivide il nucleo iniziale di una politica economica unita. Secondo Merkel è un compito di tutta l’Unione. E questa è la vera differenza epocale rispetto alla prima Merkel e ai suoi predecessori che sta britannicamente annacquando davvero il progetto…

La verità è che ormai si sta ponendo il problema che la Germania – come la Cina, d’altra parte, a modo suo – stanno cercando di scansare almeno da qualche anno: che Cina e Germania stanno sfruttando a fondo spazi e occasioni offerte loro dalla globalizzazione ma resistono all’idea di accettare le responsabilità che anche da quella forza derivano… 

O, meglio, dovrebbero derivare. Perché non è che chi, come gli Stati Uniti, ha quella forza e quelle responsabilità poi le sue le eserciti davvero equanimemente: che, poi, è la ragione per cui anche Cina e Germania trovano scuse non campate in aria alla loro riluttanza.

Cerca di dare un segnale a Bruxelles – e gliene va dato atto – il 25 mattino[78], la Banca Centrale Europea che col presidente Trichet al parlamento europeo annuncia in modo del tutto atipico (di regola una dichiarazione simile sarebbe venuta dopo la riunione di routine del direttorio) che per tutto il 2010 la BCE continuerà a tenere bassi i tassi di interesse— dando ad intendere che, ancora e per mesi, non restringerà il credito.

Mossa che mercati ed esperti leggono unanimemente come mirata ad aiutare soprattutto le banche greche e a mandare un segnale esplicito: a pochi minuti, letteralmente, dalla riunione del Consiglio europeo – pare: perché ormai non c’è più niente di certo – che dovrebbe discutere di possibili aiuti. Siano essi, poi, codecisi, decisi da ognuno per conto proprio, decisi – si vedrà – separatamente o, per lo meno con decisioni coordinate…

E sembra, il 25 marzo sera, essere stata alla fine una combinazione fra soldi che la Grecia avrà in prestito dall’aborrito Fondo monetario e prestiti accordati bilateralmente su cessione di ognuno dei 16 paesi dell’euro, la soluzione trovata. Sembra, come nota sempre il NYT[79]. E, dichiaratamente, sempre se ce ne sarà bisogno… Pare essere stato questo, alla fine, il risultato del pre-vertice a due che, escludendo ogni altro e la Commissione e l’Unione, i due hanno tenuto tra loro.

Poi si viene a sapere che, in effetti, la proposta approvata dal Consiglio è il piano concordato tra Merkel e Sarkozy (più lei che lui: è lei, adesso, a pretendere un ruolo del Fondo monetario internazionale…), senza che alcuno degli altri quattordici partecipanti – greci compresi – abbia potuto, voluto o, comunque, osato offrire alcun emendamento[80]: a testimonianza ed accettazione supina dei rapporti di forza reali.

Pare, invece, che non ci sia stata subito pronuncia sull’altra proposta congiunta franco-tedesca, pure avanzata ma sostanzialmente passata da tutti sotto silenzio, di varare una legislazione che estendesse in tutta l’Unione una supertassazione bancaria[81], proporzionata ai vari fatturati e livelli di rischio. Schäuble, ministro tedesco delle Finanze – pure, quadratissimo sostenitore del “libero mercato”, aveva spiegato che a casa sua (e a casa nostra no?) i superprofitti delle banche grazie ai vari pacchetti di salvataggio sono tali che aprono almeno una filiale nuova al giorno…

E aveva lamentato di non poter impedire loro, però, allo stato attuale della legislazione, di passare la tassa ai depositanti via aumenti di interessi passivi e diminuzione di quelli attivi. E, perciò, chiedeva all’Europa – lui, figliol putativo di Milton Friedman e della Tatcher – di dire la sua e di consentire a tutti, con l’uniformità legislativa (e lui continua a sperare, con l’aiuto del libero mercato) di finanziare così i futuri pacchetti di salvataggio. Silenzio, però, più o meno imbarazzato ma tremebondo e sfibrato di tutti i don Abbondio riuniti intorno al tavolo…    

La Grecia sarà tenuta a pagare al di sopra dei tassi di mercato se dovesse mai chiedere di accedere a fondi messi a disposizione da qualcuno degli altri paesi dell’euro “per fissare incentivi al ritorno al finanziamento per via di mercato appena sarà praticabile”: insomma la logica è chiara, merkelian-mercatista: non vi basta il mercato? i soldi ve li prestiamo noi… ma, come una qualsiasi siura Lella del condominio, ve li diamo a strozzo… così vi spingiamo a tornare al mercato, no?

Un aiuto, insomma, solidarmente fraterno perché il condominio, pardon l’Unione, dovrà approvarlo “unanimemente in base a condizioni severe espresse – appunto, all’unanimità – da Commissione e BCE anche se, poi, spetterà ad ogni governo decidere separatamente di darlo[82].    

Tant’è… Il governo Papandreou, ufficialmente, a caldo, si dice soddisfatto: il primo ministro fa sapere di sostenere l’accordo e che ne farà uso, come previsto, se il ricorso al mercato dovesse fallire[83]. Esprime discretissimamente un po’ di delusione per quel “sopra i tassi di mercato” annunciato ma – non avendo scelta – lo accetta anche perché, così, l’accordo protegge l’eurozona nel suo insieme e “l’Europa esce dalla riunione più forte di quando c’è entrata[84]…  

Elabora, subito dopo, un portavoce ufficiale di Atene, Georgios Petalotis, facendo cadere pure quella minima riserva timidamente accennata dal premier, che il piano europeo, sottoscritto da tutti i paesi dell’eurozona, “è molto buono” e che “lo vediamo come messaggio di stabilità che avrà un impatto positivo sull’economia della Grecia[85].

Adesso, sembra evidente che la sfida più immediata per tutta l’Unione, per l’eurozona di certo, è quella di evitare il rischio che la crisi si diffonda ad altri tra i paesi più indebitati: Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia e, fuori dell’eurozona, anche Gran Bretagna: il paese dell’Unione che, tra tutti, ha il deficit di gran lunga maggiore.

Questa è la priorità, oggi. Riscrivere, come vuole la Merkel, le regole dell’eurozona, in sostanza per evitare che Maastricht – che non lo è – diventi davvero obbligante (ma anche per la Germania, ovviamente…) sarà forse poi necessario. Ma la priorità oggi è quell’altra e vi si fa fronte solo rilanciando la crescita.

Qualche opzione, tra quelle immediatamente disponibili, per farlo sarebbe per esempio quella di sbloccare subito tutti i fondi strutturali e regionali che sono fermi per sostenere un’espansione immediata dell’economia senza aumentare oltre il debito. O anche quella di accelerare i prestiti della Banca europea degli investimenti per consentire subito un rilancio immediato, appunto degli investimenti che servono a far ripartire la domanda in Europa. Ma si tratta, naturalmente, di scelte politiche. Dell’Unione. Dell’Europa. Dei governi europei. E uno, se il coraggio non ce l’ha…

Anche su altre questioni, diversamente delicate, la Germania va facendo sentire, come deplora Fischer, solo in ottica tedesca il suo peso. Una nota diplomatica fatta trapelare dal governo tedesco attacca i piani, mascherati ma anche palesi, del governo britannico tesi a dominare col proprio personale il nascente Servizio di azione esterna dell’Unione: nei fatti, il nuovo staff degli Affari esteri[86], il corpo diplomatico che si sta formando intorno e per iniziativa del Commissario agli Esteri UE dotato di nuovi poteri dal trattato di Lisbona, la signora Catherine Ashton.

Mentre ancora si discute del come e quando e quanto tra gli Stati membri, lei si sta dando da fare e sembra voler ricorrere per “popolare” il servizio di cui è responsabile anzitutto a personale che conosce, di lingua inglese, di cui insomma si fida. Anche perché, certo, è cosa “naturale” prendere il suo personale dalle fila del governo di cui fino a pochi mesi fa lei stessa era parte …

Anche – non solo – per ragioni politiche: pare che ai tedeschi, ma pure ad alcuni altri grandi paesi, non piaccia molto la sottolineatura che la Ashton dà al servizio come strumento soprattutto del Consiglio dei ministri più che della Commissione o della UE come tale e non vede con favore l’impronta tendenzialmente troppo euroscettica che esso, uno degli istituti maggiormente innovati da Lisbona, finirebbe con l’assumere. Sia che a dominarlo siano gli inglesi della Ashton, sia che riescano a vincere la loro battaglia lettoni e polacchi che meno euroscettici di loro, certo, non sono.

Sia quel che sia, il piano per la creazione di un Servizio diplomatico dell’Unione, nella versione che Ashton ha inviato al parlamento europeo con l’assenso alla fine neanche troppo convinto del resto della Commissione, viene subito bocciato dai gruppi parlamentari che – popolari, socialisti e liberal-democratici – gli imputano la mancanza di meccanismi che in modo efficiente rendano chiara la necessità, e l’impegno, che lo strumento dia conto del proprio operato non solo all’esecutivo europeo ma anche al parlamento: sia “in termini di rendicontazione di bilancio che in termini  politici[87].

Insomma, per Ashton, tutto da rifare, tenendo presente che sul tema il parlamento non sembra intenzionato a mollare. Questo, del costituendo servizio diplomatico dell’Unione, sta diventando un altro punto di attrito e di diatriba nel post-Lisbona, con molti tra i nuovi Stati venuti dall’Europa centrale e orientale che si sentono già sottorappresentati nel personale estero dell’Unione e temono che, comunque alla fine venga formato il nuovo corpo diplomatico, verrà consolidata questa loro emarginazione. Ora, poi, sembra che il contenzioso si allarghi in particolare a Berlino che, come abbiamo visto, non gradisce per niente il presenzialismo britannico nel servizio estero dell’Unione. Ma, certo, ci avrebbe potuto pensare prima di sostenere per quel posto decisivo Catherine Ashton.

Tra parentesi. Chi, anche sollecitato a più voci stavolta, anche da Frattini a Tremonti, a far sentire la propria voce diciamo “nazionale” subito, adesso, e non lo fa, ma non certo per ragioni di europeismo, è Berlusconi. Per tre volte ha presentato tardi, sempre fuori tempo massimo quando i giochi erano già chiusi, un suo candidato (prima tal Mauro a presidente del parlamento europeo…; poi, Tremonti, a capo dell’Eurogruppo…; infine, bipartisan stavolta perché tanto sapeva di non farcela e faceva sapere di non volercela fare, addirittura D’Alema come nuovo superministro degli Esteri europeo, invece di Ashton.

Stavolta, gli dicono una sessantina di deputati italiani sull’ottantina del totale che sono, c’è da presentare subito con forza, e tutti insieme, la candidatura di Mario Draghi, il governatore della Banca d’Italia a presidente della BCE[88] quando, tra diciotto mesi, Trichet se ne andrà. No, è troppo presto dice lui, lo bruciamo.

Ma gli ricorda il drappello dei fautori di Draghi – che presentato dall’Italia come tale sarebbe tanto forte da superare anche il pregiudizio anti-italiano (per lo più meritato) che vale al parlamento europeo – che se non ti muovi subito, si mettono d’accordo al solito Francia e Germania e ti tagliano, al solito, fuori (col candidato che già Merkel ha reso noto di gradire e che è il presidente della loro Bundesbank, Axel Weber).

Ma il Berlusca resiste perché, in fondo, non ha il cuore su Draghi, che non è suo, di certo non anima e corpo… e perché teme un quarto pernacchio europeo. E così lascia il campo al bombardamento a tappeto condotto dai tedeschi che denunciano come, dal 2002 al 2005, è stato presidente della Goldman Sachs Europe, la banca americana madre di tutti poi i salvataggi, ripescata per la collottola dal fallimento dal suo ex presidente Paulson quando era, con Bush a fine 2008, ministro americano del Tesoro… e che – questo è il suo peccato mortale – ha contribuito non poco, lautamente pagata, a ripulire a botte di finanza creativa i debiti della Grecia (ma la verità è, anche della Francia, anche dell’Italia, anche della Germania stessa[89]…)

Ma poi, alla fine, tirano fuori l’asso, quasi razzista diciamo, dalla manica. Il Bild, il più diffuso e populista dei quotidiani tedeschi[90], merkeliano di ferro, ricorda ai tedeschi, e agli europei tutti, che Axel Weber è uno che “è cresciuto sotto una moneta forte” e Mario Draghi “è figlio della lira! la moneta con un numero infinito di zeri”… come poi se marco e lira fossero mai state monete controllate da loro…

Intanto, in Islanda, hanno respinto, come era largamente scontato ma in misura perfino più larga del previsto – oltre il 90% dei no, meno del 2% dei sì: sembra quasi che solo i ministri si siano detti a favore… – la proposta del governo di far ripagare ai contribuenti i 4 miliardi di € che le banche islandesi hanno sottratto ai risparmiatori/investitori inglesi e olandesi. Gli islandesi sono in tutto 319.000 e i risparmiatori dei due paesi dell’Unione cui le banche hanno bruciato i risparmi sono lo stesso numero, 300.000 circa.

Il dovuto (dovuto! quel che reclamano i governi olandese e britannico da promessa ottenuta dal governo islandese sotto pena di bloccargli l’accesso chiesto alla UE…), quei 4 miliardi di €, sono – per metterla in prospettiva – poca cosa davvero in un’ottica globale… Ma è il 40% del PIL del paese, tra capitale e interessi, e solo pagare questi si mangerebbe il 25% delle entrate del paese.         

Il problema per il governo islandese è, però, doppio. Deve decidere se fare come sembra chiedergli il popolo, cioè rifiutare il debito e dire agli investitori stranieri la verità nuda e cruda: che hanno rischiato credendo di aver trovato il paese delle meraviglie capitalistiche e hanno perso ma, e soprattutto, che ormai come tutti i perdenti si devono rassegnare, cioè che l’Islanda è un paese come l’Argentina, diciamo, che manda tutti a quel paese e va avanti per conto suo rischiando – anche se poi di fatto non diventando – un paria internazionale; o se riesce, invece, a rinegoziare – ma ormai su basi che dovranno essere molto meno onerose – il suo debito estero[91].

La primissima conseguenza del no è che, anche se il nesso viene ufficialmente negato, la Commissione torna sulla decisione presa quasi un mese prima di raccomandare un percorso accelerato e preferenziale per l’accesso islandese[92]. Il voto al referendum, dice, non dovrebbe influenzare i negoziati di accesso, che dovrebbero restare separati[93], ma di fatto li ha già stoppati malgrado ogni pia affermazione in contrario.

A fine marzo, il direttore generale del FMI, Dominique Strauss-Kahn, ha dichiarato che nella seconda tappa della revisione dei conti islandesi, necessaria perché il Fondo possa procedere al pagamento della seconda rata del suo prestito, è emersa la mancanza del sostegno indispensabile all’esborso dell’aiuto in sede di Consiglio d’Amministrazione dell’Istituto[94].

Il problema principale è che continua a sobollire, pronta ad esplodere, la controversia con Gran Bretagna e Olanda sul rimborso, promesso dal governo islandese ma bocciato dall’elettorato, del debito incorso per evitare il fallimento della Icesave islandese, banca di risparmio online della Landsbanki di Reykjavík il cui fallimento era stato bloccato solo dal prestito di 5,3 miliardi di $ – certo del tutto imprudente – erogato dai depositanti olandesi e britannici che contavano di fare sui loro prestiti fior di quattrini e si sono trovati con in mano solo farfalle di carta.

Solo il membro norvegese del CdA sembra aver ha dichiarato, forse per malintesa solidarietà scandinava, come dire, a prescindere – e forse per far vedere all’Islanda, che sta chiedendo di entrare nella UE, di come una solidarietà concreta gliela offra in pratica l’unico paese europeo di qualche rilievo che ne resta fuori – che si dovrebbe comunque aiutare l’Islanda a prescindere dalla soluzione del caso. Gli altri paesi scandinavi, Finlandia, Svezia, Danimarca, largamente responsabili della maggior parte del pacchetto offerto dal FMI (totale 4,6 miliardi di $) esitano a votare contro gli interessi di Olanda e Regno Unito, anch’essi membri della UE.

Avevamo anticipato che la prima visita all’estero del nuovo presidente ucraino, sarebbe stata a Bruxelles. E così è stato, il 1° marzo[95], cinque giorni prima della visita ad limina a Mosca. Nella città che ospita le istituzioni dell’Unione ha incontrato Van Rompuy, Barroso, Ashton e Buzek, presidente del parlamento ha tenuto a mostrare che la sua politica ha varie facce e non è orientata solo e se trova un po’ d’aiuto anche altrove magari neanche soprattutto sul grande vicino russo.

José Manuel Barroso, in particolare, ha insistito sul grande interesse che ha la Commissione “a ogni urgente progresso verso la modernizzazione e la ristrutturazione del settore ucraino del gas”. Se il paese, ha detto a Yanukovich, prima di dargli atto pubblicamente che “con lui si può lavorare” adotta una nuova legislazione al riguardo che lo metta in linea con la regolamentazione UE, Kiev potrebbe firmare il trattato comunitario sull’energia e così attirare investimenti diretti esteri nel settore. Non lui, ma un altissimo funzionario della Commissione tiene a dichiarare alla stampa che “venire a Bruxelles prima di andare a Mosca è stato un segnale politico forte e l’incontro che abbiamo avuto è stato un primo incontro estremamente positivo”.

Yanukovich sorride e non risponde, però. Il problema, naturalmente, è che i cambiamenti che Barroso nella sua plecara incoscienza/finta innocenza richiede – la legislazione in linea, ecc., ecc. – significherebbero aumento immediato delle tariffe interne del gas al consumo e alla produzione e ristrutturazione per assicurarne la sostenibilità in termini solo di mercato della Naftogaz, la principale impresa ucraina di produzione e distribuzione energetica. Roba, insomma, da rovesciare e all’istante per le strade il regime…   

Il presidente ucraino non ha incontrato (non ha voluto incontrare, né gli era del resto stato chiesto di incontrare) la NATO, che pure ha sede a Bruxelles e alla quale aveva invano premuto per entrare il suo predecessore. Ma ha tenuto a far sapere che l’Ucraina continuerà a sviluppare con l’Alleanza atlantica i programmi di consultazione e anche collaborazione (scambi, studi strategici, ecc.) esistenti[96].

La visita avrà subito anche un risconto pratico: l’Ucraina, adesso, viene annunciato, può accedere ai 470,1 milioni di € che le erano stati riservati dalla politica di vicinato dell’Unione[97] per promuovere, in generale, la cooperazione con l’Unione e programmi specifici di integrazione economica (riforme politiche e della struttura economica, cooperazione regionale, progetti di intervento sul cambiamento climatico, su trasporti, energia e ambiente. Il piano di “politiche di vicinato”, rivolto ai paesi viciniori dell’Unione che manifestino una qualche intenzione di avvicinamento, è dotato per il 2013 di 2 miliardi di € e parte adesso, quest’anno, con una disponibilità di 1,6 miliardi.

Intanto, proprio mentre il presidente era a Bruxelles, in parlamento a Kiev si disintegrava la maggioranza “arancione” della Timoshenko: la signora dalla crocchia trecciuta e dall’animo ipercapitalistico, nel paese forse capitalisticamente più smandrappato, selvaggio e senza regole d’Europa, una sempre pragmaticamente disposta a ogni compromesso, stavolta ha bucato: ha voluto  per forza misurarsi in un voto di sfiducia, rifiutando l’inevitabile e ha perso[98] con 243 voti contrari (sette dal suo stesso partito: la lista Timoshenko) su un totale di 450. Adesso, Yanukovich proverà a far mettere insieme lui stesso una propria coalizione.

Ci riesce: si chiamerà per la Stabilità e la Riforma, viene annunciato sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica, Holos Ukrainy: ne fanno parte tutti i 172 membri del suo stesso Partito delle Regioni, i 27 comunisti, i 20 del blocco Lytvyn. E, a titolo individuale, come consente la nuova legislazione, 4 indipendenti, 6 membri del blocco di Yulia Timoshenko e 6 della fazione Autodifesa del Popolo-Nostra Ucraina.

In effetti è questa nuova legge che permette la costituzione di questa maggioranza, consentendo ai singoli deputati di uscire dal proprio partito per formare coalizioni con altri schieramenti. Finora le coalizioni governative dovevano essere obbligatoriamente formate dalle fazioni di maggioranza di ogni partito partecipante. Ora, alla fine si conteranno i voti, non più i partiti partecipanti. La maggioranza essendo di 226 voti, il partito di Yanukovich, quello delle Regioni, arriva da solo a 171; coi Comunisti (27 seggi) e il blocco Lytvyn (20) non avrebbe raggiunto la maggioranza, trovandosi contro i partiti della Timoshenko e di Yushenko. Con gli altri sparsi arriva a 235.

Da subito è stato previsto che, approfittando di rancori personali e divergenze di interessi negli altri schieramenti, Yanukovich sarebbe riuscito a mettere insieme abbastanza voti da singoli deputati delle opposizioni cui non dispiaceva, anche e proprio per quella inconcludenza e rissosità, tornare in maggioranza. Il voto con cui il parlamento ha passato la nuova legge (proprio quei 235 sì) preconizzava l’esito finale del braccio di ferro sembra rassicurante anche se i perdenti naturalmente faranno ora ricorso alla Corte costituzionale.

Del resto, se un nuovo governo più omogeneo di quello ora crollato non fosse riuscito a nascere, si sarebbe stavolta andati, a poche settimane di distanza, a nuove elezioni politiche generali. E questo, qui, è di per sé un deterrente assai forte. Tanto che il nuovo governo è stato formato al primo tentativo[99]. La Verkhovna Rada, il parlamento, ha approvato la nomina come primo ministro di Mykola Azarov, alto esponente del partito delle Regioni che proprio a Yanukovich fa capo, noto come tecnocrate assolutamente grigio ma, come dicono qui, quello che forse adesso ci voleva dopo una passionaria squilibrante di ogni governance seria come l’arancione Yulia Timoshenko.

Così Azarov ha portato a casa addirittura 242 voti, coi quali può ora riuscire anche a far funzionare il nuovo governo: e ce n’è bisogno, visto che subito, nell’indirizzo di accettazione dell’incarico, dice[100] al parlamento che “sarà dura: questi qui hanno messo a sacco il paese, le casse dello Stato sono del tutto vuote e il declino economico prosegue, il debito dello Stato s’è moltiplicato per tre e il bilancio del 2010 semplicemente neanche c’è”. E dice il vero…

Il primo compito che ha adesso Azarov, con l’appoggio dichiarato ma qui mai scontato, nemmeno per un governo di nuovissima nomina presidenziale, di Yanukovich, è di negoziare con Mosca sul prezzo del gas. Che intanto, in attesa di spuntare qualcosa di meglio dal colloquio coi russi – magari a fronte dell’offerta a Mosca di una quota di proprietà nel sistema di gasdotti ucraino: che Yushenko già denuncia come alto tradimento – presume di poter fissare ai fini del bilancio – tra l’altro da presentare a giorni al Fondo monetario per accedere alla rata prossima del prestito che prima le era stato concesso e poi congelato – per il 2010 a 334 $ per 1.000 m3, scontando un aumento del PIL a livello mondiale del 3,9% secondo le proiezioni del FMI stesso e di prezzi dei metalli non ferrosi mediamente in aumento del 5-8%, col petrolio a 75-80 $ al barile. L’inflazione interna viene calcolata a un prudente ma realistico 13-14%, con deficit/PIL previsto al 4,5-5% dal 6 del 2009[101]

Adesso, agli “arancioni” Timoshenko e Yushenko – ricacciati all’opposizione e cui, a buona ragione, scottano queste accuse – toccherà cercare malgrado il reciproco astio di tenere a freno il governo del presidente – è la prima volta, comunque, da molti anni che i due termini non sono in opposizione mortale tra loro – anche se è chiaro che ormai qui a dover comunque essere sempre tenuto in conto è il punto di vista del grande vicino dell’Est. Intanto le teste cominciano a cadere, e ancor prima che si formi compiutamente il nuovo governo.

La seconda a rotolare è stata quella del capo della Flotta del Mar Nero, ammiraglio Igor Tenyukh, che si dimette per ragioni “morali ed etiche[102], dice, essendo stato scelto e legato fin dalla sua nomina nel 2006 alla parte che ha perso le elezioni, a Yushenko: una rimozione necessitata, anche, dall’intenzione del nuovo presidente di trattare coi russi l’estensione del loro accesso alla base navale ucraina di Sebastopoli, proprio sul Mar Nero.  

La prima era già stata quella del massimo dirigente della Naftogaz, Oleh Dubnya[103], a capo della direzione del monopolio energetico ucraino dal 2007, nominato a quel posto anche perché fedelissimo della Timoshenko (che lei stessa da quella nomenclatura petrolifera poi veniva, in origine) e alleato più occasionalmente del presidente uscente Yushenko. Sarà interessante quali altri cambiamenti si succederanno in Ucraina, nel settore e in altri come quello chimico e siderurgico.

La terza, per decisione della nuova maggioranza parlamentare, tanto politica quanto lo era stata quella che l’aveva nominato capo dei servizi segreti, la SBU, è stata la testa di Valentyn Nalivaichenko, sostituito dal suo vice, Valerii Khoroshkovskyi, uomo di riserva da sempre all’interno dei servizi proprio di Yanukovich.

Intanto, però, scoppia un piccolo putiferio quando, malgrado sia indispensabile tenere i loro voti per far maggioranza, il partito delle Regioni tenta – tenta soltanto… – di non onorare gli accordi coi comunisti non riconoscendo i posti concordati nella compagine governativa. Vogliono riaprire il negoziato, ma si dovranno rassegnare[104], alla fine.

E, su un piano diverso, a Yanukovich, in visita a Mosca, Putin[105] offre subito di unirsi alla costituenda Unione doganale russo-bielorussa-kazaka – che, però, appunto è ancora di là da venire – ma che dovrebbe, annuncia,  andare ai limiti di una vera e propria comunità economica, sullo stampo di quella europea, della UE stessa, al di là della convergenza delle politiche tariffarie con l’integrazione anche delle politiche economiche dei paesi associati a vari livelli.

Una specie di piattaforma – l’ha chiamata Putin offrendo così a Yanukovich un traguardo comune che Bruxelles non è oggi in grado di pareggiare – per la creazione di uno spazio economico comune, dotato anche di una moneta comune, entro il 2012. Potrebbe suonare, come dire?, un progetto un tantino ambizioso… Ma è Putin a sponsorizzarlo, personalmente e pubblicamente…

Con Medvedev, invece, il nuovo presidente ucraino ha parlato[106] non solo della opportunità di riprendere su basi nuove e più aperte le trattative sul gas e sul petrolio ma anche dell’estensione dopo la scadenza del 2017 dell’accordo per l’affitto della base navale di Sebastopoli alla marina russa. Intanto, ancor prima delle dimissioni forzate del vecchio ammiraglio in capo della Marina, pubblicamente “russofobo”, le due marine hanno deciso di riprendere le esercitazioni militari congiunte nel Mar Nero[107], dopo sette anni di interruzione, in pratica da subito prima della “rivoluzione arancione”.

E i nuovi capi dei gruppi parlamentari di maggioranza a Kiev promettono, ora, che voteranno una legge per impedire al paese di associarsi a qualsiasi alleanza militare— NATO, ovviamente e anzitutto, compresa[108]. Si tratta di garantirsi per legge subito – si sta muovendo con grande rapidità su tutto il nuovo esecutivo: evidenziando così anche la differenza che, subito, salta più all’occhio rispetto al vecchio – il rovesciamento promesso in campagna elettorale da Yanukovich della politica filo-NATO – improduttiva del tutto, però – di Yushenko. Come l’analoga legge austriaca, o quella svedese, spiegano, lo status di paese non allineato sarà assicurato per legge. Ma, naturalmente, esso può sempre cambiare, con un’altra legge…

Commenta Vadim Karasyov, che a Kiev dirige l’istituto globale di studi strategici, uno yushenkiano a ventiquattro carati, che esattamente “questo è quanto stava aspettando la Russia” ed è certo vero. Poi aggiunge, però, che invece la direzione adesso presa è un “vicolo cieco perché un paese nella posizione dell’Ucraina non può permettersi di rimanere non allineato”.

Se avesse ragione, sarebbe una tragedia davvero. Perché proprio una presidenza deliberatamente, e anche provocatoriamente, sbilanciata a ovest come quella di Yushenko ha dimostrato perché un paese come l’Ucraina non può permettersi di allinearsi sulla NATO e a ovest, senza tener conto degli interessi degli altri…

Adesso l’Ucraina si barcamenerà. Non più programmaticamente ostile a Mosca come era con Yushenko... Non più attenta a non distinguersi mai da Mosca, come faceva necessariamente una volta— quando neanche ci poteva provare… Adesso, il presidente neoeletto tiene ad andare in visita all’Unione europea prima che in Russia— evento in sé di nessun significato se non simbolico, dunque proprio per questo politico… Ma anche non più disposta a snobbare per partito preso una riunione come quella dell’Unione degli Stati indipendenti dell’ex Unione sovietica.

L’Ucraina così, al contrario di quello che aveva deciso e detto Yushenko, è presente col suo  nuovo ministro degli Esteri Kostantyn Hryshchenko alla riunione di Mosca: insieme al russo Lavrov, ovviamente, e a Kadyrbek Sarbaev del Kirghizistan, Sergei Martynov della Bielorussia, Elmar Mammadyarov dell’Azerbaijan, Kanat Saudabayev del Kazakistan e Eduard Nalbandian dell’Armenia. Di tutti i paesi, cioè, che sono usciti dall’URSS quando l’hanno sciolta e non hanno aderito a “blocchi” come la NATO o lo vorrebbero, anche se gli altri membri proprio non sono disposti a consentirglielo. Come la Georgia, naturalmente…

In Russia, a fine marzo riparte dopo sei anni una campagna di violenza estrema: più di 40 morti ammazzati in due attentati alla metro di Mosca, terrorismo di origine “caucasica” – come si dice qui, di estremisti islamisti (ceceni, ingusceti, daghestani…ancora non è chiaro) – di quelle regioni dove la lotta antiterrorismo e la repressione sono state pure particolarmente dure e efficaci (ma c’è chi dice, proprio perché lì sono state particolarmente efficaci).

Non è verosimilmente un attacco tale da restare isolato: feroce è stata la repressione russa, largo è il serbatoio di rabbia, vittime e vittimismi, e la fornitura di “martiri” potenziali tra i giovani e le donne islamiste cresce. E, se questo succede, se gli attacchi si moltiplicano a catena, ne risulterà stroncata, ancora in radice, la possibilità stessa di ammorbidire, “liberalizzare” come dicono i “moderati”, aprire insomma, l’assetto della società russa e ne potrebbe risultare per contro aumentato l’appello, tradizionalmente, qui forte alla legge e all’ordine.

Nei termini ipersemplificatori amati dai media, specie i nostri, occidentali, potrebbe essere il rafforzamento di Putin (della linea Putin) nei confronti di Medvedev (e della sua linea), sempre che sia reale la contrapposizione dei due su cui da noi si sono versati fiumi di inchiostro.

Sotto il profilo strettamente economico-finanziario, invece, sembra porsi adesso un problema in qualche modo nuovo, o almeno in modo nuovo: la Banca centrale ha tagliato il tasso di sconto abbassando quello di rifinanziamento di 25 punti base al minimo record di 8,25% e riducendo il tasso di riacquisto dei prestiti della Banca stessa, sul periodo da uno a sette giorni, al 7,25 dal 7,5% a partire dal 29 marzo[109].

Sono in atto, lo riconoscono anche alla Banca centrale europea, tendenze nuove al consolidamento della ripresa economica in Russia, specificamente dei principali fondamentali macroeconomici, ma il processo resta instabile o, per lo meno, insufficientemente stabilizzato. La Banca centrale di Mosca intende scoraggiare, sostiene, l’afflusso di capitali speculativi a breve termine che puntassero sulla rivalutazione del rublo ed “equilibrare meglio”, così, il mercato interno delle valute.

Sul piano della politica energetica, qui stanno preparando – stanno… cioè, il Cremlino sta preparando: secondo informazioni non ufficializzate ma autorevoli[110] – un “consolidamento”, di fatto l’unificazione, del settore che prevede, per ragioni dichiarate di maggiore efficienza, la fusione di Gazprom (gas naturale) e Rosneft (petrolio, soprattutto quello della Siberia orientale), le due imprese giganti che coltivano da sempre una forte rivalità. Effetto secondario – per modo di dire, s’intende – dell’operazione, oltre ad efficienza e maggiore competitività, è anche il consolidamento del controllo politico del settore energetico, dopotutto di proprietà dello Stato, al centro del potere esecutivo: cioè al Cremlino.

Il nuovo Commissario europeo all’Energia, Günther Öttinger, ha dichiarato a un intervistatore che l’Europa ha bisogno di costruire con la Russia un vero e proprio “rapporto strategico, basato sullo scambio di tecnologie per il loro gas e su un soluzione affidabile dei problemi di transito con l’Ucraina. E non possiamo scordare – ha aggiunto – che oltre al gas naturale la Russia può fornire all’Europa altre materie prime che sono essenziali per la sua stessa sopravvivenza essendo essa stessa un vicino “essenziale, complementare per noi. E viceversa[111].

E va riconosciuto che, per Bruxelles, è un approccio nuovo, dopo i tentativi di avvicinamento basati sul rifiuto pregiudiziale antirusso che spingeva a non vedere per quello che erano i processi oggettivi, economici e geo-politici e, quindi, sull’infinita capacità di autoillusione e di delusione che erano stati avventurosamente abbozzati: legami speciali e rapida adesione, dopo i Baltici, della Georgia, dell’Ucraina, di volta in volta scambiati, colpevolmente – e anche qualche po’ criminalmente illudendoli, come nei confronti degli insorti ungheresi nel 1956 – per grimaldelli coi quali scassare la Russiauali forzare

D’altra parte a chi l’accusava di illudersi sull’impraticabilità di un lavoro comune coi russi, Öttinger – un politicante tedesco a cavallo tra partito cristiano-democratico e destra, non un russofono – ha trovato facile replicare rimandando alle notizie che vengono dall’incontro a Mosca tra la Clinton e il presidente Medvedev: hanno raggiunto un accordo che mira a rafforzare i rapporti economici di cooperazione, da parte americana con l’intenzione dichiarata di far soldi, da parte russa soprattutto con quella proclamata di accelerare la modernizzare economica[112].

A Parigi, invece, Medvedev firma con Sarkozy tutta una serie di contratti ed intese[113] che vanno dall’acquisto russo di quattro portaelicotteri della classe Mistral (che innervosisce molto, al solito, i paesi baltici, la Georgia, ecc.) alla proposta di coinvolgimento della GDF Suez francese in un quota di proprietà del gasdotto russo-tedesco NordStream, all’apertura di un possibile transito libero tra i due paesi senza più visti e ad una partnership tra i due fabbricanti di treni ultraveloci, il francese Alstom e il russo TMH.

Viene anche annunciato dalla Renault che, approfittando del piano russo di rottamazione sovvenzionata di vecchie auto per auto nuove, la Renault raddoppierà in Russia la sua produzione e sta pensando si raddoppiare la sua quota di proprietà nella russa AvtoVAZ. E sul piano più direttamente strategico, le due parti hanno anche discusso di nuove proposte russe per l’arricchimento dell’uranio iraniano. In altri termini, all’approfondimento e alla moltiplicazione dei rapporti bilaterali russo-tedeschi adesso si accompagnano anche quelli con la Francia, mentre il sentire comune così solarmente, e anche furbescamente, dichiarato tra Putin e Berlusconi non è che, poi, renda molto.

Intanto emerge notizia, da fonte introdotta, che Gli USA istigano vari tentativi di contenere la Russia[114]: che vuol dire, in termini pratici, “istigare” come dice la fonte, Georgia, Polonia, ecc., ecc., a far l’onda per dare fastidio, sempre e comunque ma dentro certi limiti – la Russia serve ancora e sempre agli USA per “contenere” l’Iran e per render loro meno difficile restare in Afganistan… – ai  disegni geo-politici del Cremlino.

Naturalmente, se mai avvenisse il rovescio – se a “istigare” fosse la Russia ai margini dei confini statunitensi: per esempio, con Venezuela, o Cuba, o altri – sarebbe normale in America considerare la questione addirittura come un casus belli… ma questo non viene neanche pensato agli americani, nella loro normale, naturale alterigia (altruità+eccezonalitù+unicità degli Stati Uniti rispetto a ogni altro paese).

Intanto, a Mosca, prosegue dalla Georgia la processione di esponenti dell’opposizione, finora emarginati e tenuti a freno dalla presidenza ipernazionalista di Saakashvili che tende a equiparare all’alto tradimento il dialogo stesso con Mosca. Dopo, l’ex premier Zurab Nogaideli e l’ex ambasciatore all’ONU Irakli Alasani, tocca ora alla signora Nino Burjanadze[115], ripetutamente presidente del parlamento e, a questo titolo, capo dello Stato supplente proprio di Saakashvili— che aveva inizialmente e crucialmente appoggiato nella cosiddetta “rivoluzione delle rose” che aveva extra-istituzionalmente deposto il presidente Shevardnadze nel 1994.

Ma che, da prima della guerra contro i russi di due anni fa, ormai è forse l’esponente all’estero più noto e stimato dello schieramento di opposizione, notoriamente assai sparpagliato (in 14 partitini e forse più). A maggio prossimo ci sono elezioni municipali e regionali e stanno tentando di riavvicinarsi su una piattaforma che sia chiarissimamente anti-saakashviliana e meno ingenuamente filo-americana ma non per questo identificabile come russofona…

Sembra aiutarli quel mentecatto del presidente che, il 14 marzo, fa mettere su, dai suoi scherani, una tragica buffonata facendo dare alla televisione governativa la notizia e il reportage con immagini in diretta di un’invasione di carri armati russi con molti morti— tra cui lo stesso Saakashvili, assassinato a freddo dagli invasori… La finzione – dalla quale prende le distanze ma della quale loda che sia servita a “ricordare al paese che i russi sono sempre pericolosi” (sic!: parole del mentecatto…) – dura poche ore ma nel frattempo la Georgia è stata gettata nel caos. Poi, per fortuna, le reazioni all’interno si fanno veementi[116], Georgy Arveladze.

La ex presidente del parlamento, Burjanadze, che era appena stata accusata dal presidente di avere le mani sporche del sangue georgiano per averle strette ai russi, replica facendo osservare che casomai sono le sue ad essersi macchiate del sangue delle tante vittime della provocazione scatenata due anni fa e anche di quest’ultima carnevalata (ci sono stati diversi infartuati, tra la popolazione…) e aggiunge di essere certa che la prossima volta “il popolo georgiano farà una scelta di stabilità, di unità del paese, di democrazia. Per farla, avremo bisogno di cambiare questo governo di criminali e di irresponsabili[117].

Insomma, come altrove, più che altrove, anche in Georgia ci vorrebbe un governo “normale”...

Ma non lo è. Insiste e persiste, in effetti, anche adesso, dopo aver constatato de visu e sbattendocelo addosso di brutto alla ritrosia degli altri ad ammetterlo tra di loro (ci vuole l’unanimità e proprio non c’è: tanto inaffidabile è il loro governo e assurda la pretesa di emettere ogni giorno il proprio velleitario “ruggito del topo”…), a chiedere una rapida adesione alla NATO. Saakashvili annuncia che ne vuole discutere col segretario generale dell’Alleanza Rasmussen— anche se lui ha già detto che può, al massimo, ascoltare e riferire… non altro.

Il ministro per l’integrazione europea ed euro-atlantica, Giorgy Baramidze, prende atto che purtroppo la guerra del 2008 con la Russia ha influito sui tempi; ma sostiene che non ha influito sul processo stesso dell’adesione[118]... Pura illusione: l’Alleanza ha spiegato tondo e chiaro che, prima di pensare anche solo a riaprire il discorso, Tbilisi deve risolvere il contenzioso che ha aperto con Mosca su Abkazia e Sud Ossetia come impone il testo del suo Statuto (per aderire, non ci devono essere pendenze aperte di natura territoriale). Ma tant’è. Questo povero paese, se non lo raddrizzano i georgiani col cervello un po’ più freddo, è destinato a continuare ad illudersi. Pericolosamente, per sé anzitutto ma, poi, anche e per tutti.      

Sempre sul fronte ex paesi sovietici-NATO, ma dall’interno stavolta, si rifanno petulanti – anche qui per l’evidente irrilevanza – le richieste dei lituani che, col loro ministro degli Esteri nuovo di zecca, Audronius Azubalis[119], chiedono alla NATO, nel cosiddetto gruppo di esperti, di “aumentare la visibilità” delle proprie esercitazioni militari (che significa?) e accelerare la modernizzazione delle infrastrutture negli Stati membri, i baltici per primi— naturalmente e, si capisce, a spese di tutti.

Importante è anche – avverte polemizzando soprattutto col suo collega tedesco Westerwelle – che gli Stati Uniti mantengano le loro armi nucleari sul territorio europeo[120] (visione congelata, risponde il tedesco, ai tempi della guerra fredda) e dovrebbe fare della sicurezza energetica e della difesa ciber-elettronica una materia di rilevanza militare comune.

In Turchia si sta, forse, avviando a conclusione senza clangore di carri armati e senza golpe e,al massimo, con un singhiozzo di frustrata impotenza militare il sempiterno braccio di ferro tra il potere civile e quello delle forze armate (qui c’è il secondo esercito della NATO, dopo quello americano) che aveva scandito gli 86 anni del nuovo Stato fondato asule ancerrie del’inmpero ottomano dal maresciallo Kemal Ataturk.

In esso era cresciuta una società dove i diritti civili erano spesso calpestati e sempre tenuti sotto tutela dell’alta sorveglianza costituzionalmente garantita dai soldati. Una società che, però, aveva visto la presenza militare “proteggere” anche, altrettanto spesso, i diritti della cultura laica contro le prevaricazioni dei fanatismi religiosi islamici tenuti a bada dal ruolo di supervisione dei militari voluto dal padre fondatore della Repubblica.

Insomma, per la prima volta nella sua storia, le forze armate turche sono diventate “toccabili” da parte della magistratura e del potere civile. Vanno sotto processo. E questo, per questo paese, è un cambiamento sconvolgente. Ma anche, per non pochi – i meno, però: quelli che magari sono convinti che il partito islamista moderato di Erdogan sia una forza democratizzante per il paese ma niente affatto, in sé, democratica – preoccupante… Molti sono convinti, però, che la trasformazione da islamista in mussulmana della piazza turca sia ormai un fatto compiuto[121].

Comunque, al partito di maggioranza largamente relativa – ma non dei due terzi – per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), come si chiama, sarà difficile far emendare la Costituzione coi voti che servono (367), senza dover ricorrere al referendum, di fronte all’opposizione degli avversari politici (il CHP, Partito repubblicano, e MHP, Movimento nazionalista) e della magistratura.

La legge sul referendum è stata già modificata e, ora, chiede solo una maggioranza assoluta con due mesi di periodo d’attesa. Ma, alla lettera, la legge sul referendum ancora non entra in vigore per un altro anno. Ora, se forzasse la sua interpretazione, e lo convocasse come sembra entro questa estate[122], l’AKP potrebbe scontrarsi non solo con l’ostilità sorda dei militari  ma anche con quella esplicita e formale dei magistrati.

E, adesso, al Senato americano pensano bene, per accontentare le smanie della lobby pro-armena – seconda solo qui a quella che si autodefinisce impropriamente pro-Jewish, pro-ebraica o, se volete, filo-israeliana – di far ripartire la pressione sulla Turchia apprestandosi a bollare il genocidio condotto contro gli armeni dalle truppe turche nel corso della prima guerra mondiale, nel 1915-1916.

Il problema contingente ma anche pressante è che, della Turchia, l’America su Iran, Iran, Russia, medio orient e in generale…) ha disperatamente busdognsio , Iraq, Russia, Medio Oriente in generale, ha disperatamente bisogno… Per cui alla fine, vedrete – come è già successo nel recente passato – che, in qualche modo, su una questione che, in fondo, è solo simbolica – ma anche per questo è ancor più critica – troveranno il modo di soddisfarli senza usare la parola tabù, per i turchi, genocidio.

Si affretta a rendere noto, proprio testimoniando al Congresso, il gen. Duncan McNabb, capo del Comando Trasporti delle Forze Armate, che la disponibilità della base americana di Incirlik, nella Turchia meridionale è “assolutamente essenziale” per assicurare i rifornimenti indispensabili, giorno dopo giorno, alle truppe in Iraq e, soprattutto, in Afganistan. Questo, dicevamo, il problema contingente anche se serio[123]

Quello di fondo è ancora più serio. È che sarebbe non solo accettabile ma anche lodevole se, bollare un genocidio di genocidio, fosse uno sforzo serio di riproporre analisi e giusta condanna dei grandi massacri di massa della storia moderna: a cominciare, però, non da quello turco in Armenia, ma da quelli britannici contro gli indiani in India o contro i kenyoti in Kenya nel 1950 se non, per decenza, da quelli americani contro gli indiani (i pellerossa) in America nell’800, per non parlare della sistematica pulizia etnica condotta da spagnoli, portoghesi, belgi o anche italiani (sì, anche italiani: Libia, Etiopia…) in tempi più antichi o recenti… Altrimenti, solo di opportunismo si tratta.

Sempre più evidente diventa, poi, il peso specifico che nelle cose europee sta, di fatto, assumendo la Turchia. Che vuole la riforma costituzionale anche, proclama, per mettere in qualche modo sotto  controllo politico le forze armate, rispondendo a quella che è dopotutto proprio un’esigenza europea. Ma non riesce ad entrare nell’Unione per l’opposizione comunque ideologica (la civiltà ebraico-cristiana…, Lepanto…, l’Europa contro le orde turche alle porte…, roba da XVI e XII secolo…) e populista di Merkel e Sarkozy, soprattutto.

A ogni buon conto, la Merkel – che si sta muovendo con la delicatezza d’un’ippopotama – va a dire a Istanbul che, con l’Unione che tende a integrarsi di più – e non è vero che lo stia facendo; anche se sarebbe forse vero se lo facesse –, sempre più difficile risulterà entrare per la Turchia…

Dicevano del peso specifico che la Turchia, comunque, occupa ormai nelle cose europee. Di fatto, nei fatti, anche restando fuori dell’Unione ma certo non del quadro strategico che interessa Unione, Medio oriente, Russia, America, Russia. E’ il caso del possibile accesso – meglio del processo di avvicinamento… – all’Unione europea della Bosnia-Herzegovina.

Il meccanismo che l’Unione aveva tentato avrebbe dovuto spingere le diverse fazioni etniche e partitiche bosniache (mussulmana, croata e serba) a superare le loro divergenze e differenze istituzionali profonde – la rimozione del veto etnico che nessuno, però, vuole mollare e l’abolizione della figura, nominata dall’esterno, dell’Amministratore internazionale – cosa che potrebbe consentire a Sarajevo di muoversi verso l’entrata in Europa[124].

L’agenda del 2010 sarà ora assai più modesta: niente di nuovo, niente di ambizioso, neanche la speranza – forse – di riprendere il discorso da dove era stato interrotto: a ottobre ci sono le politiche generali qui e, come sempre, in questo periodo le retoriche nazional-sciovinistiche trovano il massimo spazio. L’altro fattore che sta cambiando le cose è che l’influenza turca sula regione sta molto aumentando: e non solo a sostegno della zona mussulmana ma anche, più indirettamente, sulle altre aree.

E l’Europa, in maniera più indiretta la NATO, anche gli Stati Uniti, non possono che prenderne atto. Dice adesso il segretario dell’Alleanza, Rasmussen, che solo come Stato unitario, che superi le sue divisioni etniche profonde e persegua insieme coerenti riforme di stampo democratico, la Bosnia potrebbe mirare in futuro ad aderire alla NATO (a dicembre scorso l’esame della domanda di adesione è già stato rinviato). Ma non sembra aria…

La Polonia, rivela l’Ufficio centrale di statistica[125], nell’ultimo trimestre del 2009, ha visto crescere il PIL (destagionalizzato) dell’1,2% sul precedente e del 2,8% in un anno, sfuggendo così alla recessione (unico paese dell’Unione europea a farlo) grazie, in parte, all’isolamento stesso e alla chiusura relativi della sua economia, a un mercato interno di quasi 40 milioni di consumatori, a un settore bancario flessibile e senza tanti scrupoli e alla leva potente di una svalutazione secca dello zloty che ha garantito il traino delle esportazioni.

La Banca centrale, anche se le previsioni parlano di una disoccupazione che resterà intorno all’11-12% almeno fino al 2012, resta ufficialmente nel complesso ottimista e preconizza un PIL che dall’1,7% complessivo del 2009 passa quest’anno al 3,1%, nel 2011 torna un  po’ indietro al 2,9 e nel 2012 risale al 3,1%.

Malgrado questa solidità della propria base economica, in qualche modo maggiore di quella degli altri paesi dell’Est nuovi membri della UE – solidità sempre discutibile con quella disoccupazione (e quella reale, poi…), la Polonia sembra mancare di capacità di attrazione e trazione— per tanti motivi: la personalità politicamente scorbutica e molto scorretta di alcuni dei suoi leaders, per cominciare; la tendenza nazionale all’esagerazione e al lamento e, in parallelo, anche alla provocazione, partendo magari anche da posizioni e motivazioni di per sé ragionevoli ma sempre difficilmente comprese proprio perché coperte dauesto l gusto del costante sopra le righe polacco; la ipersuscettibilità nel voler fare da soli, ma rifiutando i comportamenti analoghi di chiunque altro…

Intanto, primo tra i paesi baltici l’Estonia comincia ad uscire dalla recessione[126]. Su basi destagionalizzate il PIL cresce infatti del 2,5% nel quarto trimestre— non la fine della recessione per dichiarare la quale servono due trimestri consecutivi di crescita, ma un ottimo segnale che mette fine a ben otto trimestri consecutivi marcati dal segno meno alla crescita. Così, nota con uno strano sollievo l’Ufficio statistico nazionale, il PIL del 2009 è calato “solo” del 14,1%: vuol dire, meno di quello degli altri paesi baltici, meno del 15 della Lituania e del 17,7% della Lettonia.

L’Estonia aveva deliberatamente rinunciato, per non allargare il suo deficit di bilancio, a rilanciare l’economia, per non ritardare la sua entrata nell’euro, nella convinzione – questa la logica – che così facendo avrebbe comunque contribuito di più a stabilizzare l’economia di ogni possibile misura anticiclica di bilancio.

A Tallinn sembrano ancora aspettarsi – era stato quasi promesso ma non sarà così, ormai – di accedere all’eurozona nel 2011, ma con gli aumenti dell’imposta sul valore aggiunto previsti a cominciare da questo gennaio per benzina, tabacco e alcool e lo stoccaggio che, già dal quarto trimestre, hanno cominciato a fare famiglie e imprese, la crescita del PIL potrebbe al dunque risultare inferiore a quella dell’1,4% prevista dalla Banca centrale per il 2010.

Dall’altro lato, quello meridionale dei baltici, nella Lettonia, il partito principale di governo si è ritirato dalla coalizione e ne ha provocato la caduta denunciando di non poter più cooperare col premier Vladis Dombrovskis del partito di minoranza Nuova Era che ha respinto il piano di riforma (si fa per dire…, di controriforma naturalmente: qui il PIL nel 2009 è crollato del 18%) dell’ex premier e presidente del partito popolare di maggioranza relativa, Andris Skele[127].

Dombrovskis vorrebbe restare fino alle elezioni, in calendario il prossimo ottobre ma Nuova Era non ha intenzione di lasciarcelo. Lo ha fato cadere ma non intende “pagare” per i ritardi che ciò comporterà nel versamento del pacchetto di aiuti che aveva negoziato per 7,5 miliardi di €, a condizioni durissime per il bilancio, col FMI.

Con un grande sforzo di coordinamento e di volontà comune sette governi europei, che s’erano impegnati come acquirenti di 180 esemplari dell’aereo, hanno deciso di coprire un 10% di aumenti dei costi di produzione[128] che consentirà di non affossare il progetto di trasporto militare dell’Airbus A400M che altrimenti il costruttore, il consorzio EADS, minacciava – credibilmente – di lasciar cadere: il progetto è indietro di quattro anni sui tempi previsti, il prototipo pesa diverse tonnellate più del previsto e ha extracosti, ormai, di 7 miliardi di €.

Anticiperanno anche, all’EADS, 1,5 miliardi di € cash sulle future vendite degli A400 ad altri acquirenti. La compagnia costruttrice aveva già cancellato quasi 4 miliardi di € di preventivati profitti  e aveva bisogno di questa iniezione di liquidità esterna per poter accedere a un credito bancario che la valutazione più recente del suo rating da parte della Fitch aveva reso preoccupante.

Intanto, esce dal consorzio internazionale dei costruttori/clienti – la motivazione formale è che il governo americano ha rivisto le basi d’asta, che era stata tenuta addirittura nel 2008 – l’impresa aerospaziale americana Northrop Grumman. E il giudizio secco della Northrop stessa e della EADS è uguale a quello del ministro dell’Economia tedesco, Rainer Brüderle: che si tratta di “puro protezionismo teso a favorire gli interessi dell’americana Boeing contro quelli dell’Airbus europeo[129].

Da parte sua, agli americani, “per decenza”, a questo punto l’EADS chiede un prolungamento almeno di 90 giorni della gara di appalto[130]— col dipartimento della Difesa anche propenso, ma difficile da strappare coi congressisti americani a sorvegliare al microscopio l’Ufficio gare del Pentagono…

L’EADS, alla fine, denuncia una perdita di 763 miliardi di € nel 2009 e annuncia che, per la prima volta, non darà dividendi. E Peter Hintze, sottosegretario di Stato incaricato di seguire nel governo di Berlino le questioni aerospaziali, dichiara che il governo USA dovrebbe, a questo punto, ridisegnare il formato della gara (sui 35 miliardi di $) e non limitarsi ad assegnare semplicemente il contratto alla Boeing: a meno di mettere poi la sordina alla sua lamentela costante, che sono gli europei a evitare le gare d’appalto[131]

In definitiva, questo non è certo uno dei momenti migliori nel rapporto tra Merkel e Obama: prima la pressione quasi invereconda perché la Germania mandasse più truppe a combattere in Afganistan— e a combattere dove e come decidevano poi le strategie americane, neanche condivise dai comandi tedeschi e solo subìte da quelli NATO; poi il fiasco della Opel l’anno scorso, sul controllo della General Motors. Ma la questione, stavolta, oltre alla Germania riguarda gli altri paesi europei membri del consorzio EADS: Francia, Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Lussemburgo e Turchia…

E infatti, subito, Sarkozy si associa alla protesta tedesca firmando, formale e dura assai, insieme a Merkel, una protesta congiunta che denuncia le favorevoli condizioni che così sembrano essere fatte alla Boeing, in pratica il riconoscimento di un monopolio[132]. Ma è un fatto che se, a gareggiare per il contratto dei nuovi aerei cisterna dell’aviazione militare americana, resterà sul piatto una sola offerta, a guadagnarci non sarà certo il contribuente americano né, necessariamente, la qualità migliore a vincere…

STATI UNITI

Passa alla Camera la riforma sanitaria[133] che era già passata al Senato. E diventa legge. Non era scontato per niente, con la guerra santa scatenata da ogni tipo di destra, da quella politica repubblicana a quella cosiddetta “sociale” – qui la chiamano così – contraria all’aborto e sospettosa che  un solo centesimo di dollaro federale aiuti una donna a interrompere la gravidanza.

Passa con 219 voti a favore e 212 contro. Contro tutti – in blocco – i repubblicani (178) insieme a 34 democratici. Costerà 940 miliardi di $ in dieci anni. Ma, calcolano i tecnici (il GAO, che non dipende dal governo ma è organo di accounting della Camera), complessivamente ne farà risparmiare, a carico di datori di lavoro e contribuenti più ricchi, una trentina, “coprendo” 32 milioni di americani in più di quanti abbiano oggi una copertura sanitaria.

Bisognerà riparlarne e lo faremo, di certo. Per ora, bisogna notare che si tratta di un voto capace di definire la differenza filosofica e di pratica politica tra i due partiti per molti, molti anni. Che questa è la legislazione di portata sociale di maggiore portata negli USA da oltre un cinquantennio. Che si tratta di una grande, indispensabile, vittoria di Obama per cui era questo l’obiettivo sine qua non del suo primo anno e il complemento di un impegno del partito – del pezzo riformatore d’America che, bene o male, esso rappresenta – che durava da più di un decennio e aveva umiliato già Clinton troncandone tutte le velleità riformatrici già nel corso del suo primo mandato.

Non è una riforma radicale – ha detto Obama – ma è certo una grande riforma”. Poi, in realtà è radicale, per questo contesto e questo paese. Anche se non ancora radicale abbastanza quanto ce ne sarebbe stato bisogno per dare assistenza sanitaria come diritto universale a tutti gli americani, senza eccezione, già oggi. Come in qualsiasi moderno Stato sociale, dove il diritto alla salute è questo e non un privilegio, o una concessione del principe… Anche se non si è riusciti a mettere in concorrenza la pubblica opzione con le assicurazioni private…  

Ma, alla fine, con Obama (e con la speaker della Camera, Nancy Pelosi, che ha provveduto anche, in qualche misura, a obbligarlo ad irrigidirsi) hanno vinto le 59 mila suore americane che, schierandosi pubblicamente contro i vescovi statunitensi, hanno detto, al contrario di loro, che  avrebbero, potendolo, votato a favore: perché, a fronte del “rischio” che un centesimo di dollaro, vada malgrado tutti gli impegni formali che la legge ribadisce, in sussidi pubblici a una ragazzina che vuole abortire, ci stanno decine di milioni di americani che devono aver diritto – e così ce l’hanno – all’assistenza sanitaria[134]. Spostando così i voti, fino a quel momento sicuramente contrari, di almeno sette deputati democratici che avevano annunciato prima di quell’intervento di voler votare contro…

Certo, così, come scrive un osservatore, riflessivo e civilmente preoccupato, “il presidente Obama ha perso la sua scommessa di arrivare a una società post-partigiana nella quale razionalità e dibattito rimpiazzino lo scontro di parte[135] come regola della vita politica e sociale. Ma la realtà ha dimostrato che, quella sì, era solo e proprio un’utopia. Quella di far lavorare insieme, qui e oggi, e non nella parusia o nel migliore dei mondi possibili, il lupo e l’agnello…

E che, per vincere, anche se non è stato per scelta sua ma perché costretto dall’ostruzionismo becero e irriducibile dell’avversario, Obama ha dovuto accettare la guerra e pretenderne dunque la resa. Senza condizioni. Ve lo abbiamo promesso: ne riparleremo…

La revisione dei dati del quarto trimestre 2009 aveva corretto la crescita dal 5,7 al 5,9%... Poi adesso, definitivamente, il dato si attesta al 5,6[136]. Comunque, il problema è che il risultato è in realtà attribuibile – e è documentato – a una maggiore accumulazione di magazzino o, in realtà, a un tasso più lento di de-accumulazione.

Alla fine – e questo non è stato, a vero dire, proprio pubblicizzato – la crescita finale della domanda effettiva – depurata del magazzino – è stata rivista al ribasso: dal 2,2 all’1,9%, che è stato così il tasso vero di crescita nel quarto trimestre[137] (nel corso del 2009, il PIL complessivo è calato, ma nella prima stima, del 2,4%: quella finale sarà sicuramente peggiore).

Leggermente più alta e anche forse più rapida del previsto la spesa per consumi a gennaio, a indicare che la ripresa sta avanzando, meno piano di quanto anticipato anche se non così forte come sperato: +0,5%, ed è il quarto mese consecutivo dopo lo 0,3 di dicembre.  Dice, invece, l’Istituto dei managers agli acquisti (ISM) sull’industria manifatturiera che la produzione di fabbrica scende dal 58,4 di gennaio al 56,5%, ora, a febbraio[138].

La produzione industriale, come tale, nel suo complesso, sale dello 0,1% a febbraio, l’1,7% più elevato di un anno prima[139]. Un indice di attività dell’industria dei servizi in America sale nettamente a febbraio a livello 53, da 50: il livello più alto dal lontano ottobre 2007[140].

E il reddito realmente disponibile è sceso in gennaio dello 0,6%, registrando la perdita più secca da sette mesi dopo che il mese prima era aumentato dello 0,2%. E il tasso di risparmio americano scende a dicembre dal 4,2% al 3,3, il più basso dall’ottobre 200943.

L’occupazione a febbraio ha perso 36.000 nuovi posti di lavoro, meno del previsto – specie ricordando che un anno fa ne perdeva al ritmo di 650.000 ogni mese – mentre il tasso di disoccupazione resta fermo al 9,7%[141]: e il risultato, a molti osservatori, sembra indicare un netto miglioramento. Dean Baker, l’economista che dirige il CEPR, il Centro studi liberal che spesso citiamo, e che si è mostrato – e tutto sommato resta ancora – abbastanza scettico sul tono della ripresa, riconosce senza problemi che “stavolta è un risultato molto migliore di quello che ci aspettavamo tutti”.

Viene notato, però e giustamente, che il 41% dei disoccupati in America, 6.100.000 persone, sono ormai senza lavoro da più di sei mesi e che quanti lavorano a part-time contro la loro volontà, perché non trovano lavoro a tempo pieno, è cresciuta di un altro mezzo milione di unità, a 8,8 milioni di persone.

In definitiva, l’impressione maggiormente diffusa è che si tratti, intanto, di un tamponamento parziale anche se importante del lento salasso di posti che dall’inizio della recessione affligge l’economia. Ma c’è poca fiducia che l’espansone ancora incerta in atto sia in grado di fornire la robusta ripresa che è necessaria a tagliare le schiere folte dei disoccupati.

Il tasso di sottoccupazione, poi, che calcola quanti sono costretti a lavorare ad orario ridotto, non dunque per scelta anche essendo occupati – è cresciuto ora, a febbraio, dal 16,5 al 16,8%. In sintesi, forse l’America ha toccato il fondo, ma non ha ancora cominciato a salire sulla scala di una ripresa robusta[142].

Buona parte dei posti nuovamente andati perduti lo sono stati nel settore edilizio, duramente penalizzato dalle forti tempeste di neve che hanno spazzato gli USA. Anche le analisi dettagliate per tipi, categorie e scaglioni di lavoratori mostrano qua e là qualche segnale di miglioramento, ma adesso, a febbraio, sono aumentati di quasi mezzo milione in un mese i lavoratori involontariamente costretti al part-time. Una strana, ma molto affidabile, prova del nove dello stato di fiducia della gente nel mercato del lavoro nota che quelli che, appunto fiduciosi, hanno volontariamente lasciato l’occupazione che avevano, sono calati dello 0,4%[143].

Il Nobel dell’Economia, Joseph Stiglitz, dice che tutto il sistema costruito in questo paese intorno alla Banca centrale, la Federal Reserve, è “profondamente corrotto”: perché le diverse banche regionali, che insieme la formano, sono gestite da C.d.A. i cui membri sono funzionari di quegli stessi istituti bancari privati che dovrebbero poi controllare. Tipico caso di controllato che controlla il controllore e viceversa e di conflitto di interessi.

Stiglitz, che anni fa è stato capo economista della Banca mondiale, spiega che se un paese del Terzo mondo con una Banca centrale così strutturata fosse arrivato da lui a chiedergli aiuto, l’avrebbero cacciato a urlacci: il fatto è che “con una struttura così profondamente bacata di Banca centrale non avrebbero avuto titolo proprio a nessun aiuto[144].

Scrive dello stato attuale dell’America – per una volta senza, semplicisticamente, darne la colpa a Obama – uno dei guru conservatori ma non estremisti che vanno per la maggiore sul suo consueto editoriale del NYT, che “gli Stati Uniti si stanno trasformando in una società sconquassata. La gente disprezza tutta la classe politica. Si accumula il debito pubblico a un ritmo stupefacente e senza sosta. I salari dei lavoratori sono restati indietro. Ci vorranno anni per riprendersi completamente dalla crisi finanziaria”. A parte l’ossessione di questo autore, che non è affatto quella della gente, per il “debito pubblico[145] è una sintesi buona.

E questa è la situazione che qui ormai descrivono tutti i non estremisti di destra, ma anche chi rifiuta di fare il sepolcro imbiancato: da questo autore, perbenista e moderato per quanto moderatamente reazionario, per il quale il presidente però per far uscire l’America dalla crisi, deve continuare a cercare il consenso dei sepolcri imbiancati, a Stiglitz e Krugman che, sull’opposto versante politico, a Obama raccomandano, con grande forza e anche veemenza, di mollare la ricerca del compromesso e di rilanciare subito l’economia oltre che la finanza spendendo molto di più, di fregarsene per ora delle conseguenze del debito pubblico. E, insomma, di “fare” molto di più.

Come fa un altro noto economista progressista americano, Robert Reich, ex ministro del Lavoro del primo Clinton – nel secondo mandato, quando il presidente, dando retta ad altri suggeritori molto più “ortodossi” di lui come l’attuale superconsigliere di Obama, Larry Summers, aveva assai raffreddato le sue velleità di riformare l’economia preoccupato soltanto di raddrizzarne i conti, lo mollò e torno ad insegnare – che oggi lo avverte di come questa ripresa sia in realtà, più che sostanza, “apparenza: fumo e gioco di specchi”: il fatto, spiega, che “lo stimolo del pacchetto di salvataggio sta giungendo ormai al tetto e nei mesi a venire calerà”.

E la realtà è che, anche se l’economia nel quarto trimestre del 2009, è cresciuta al tasso annuo del 5,6%, quei dati di PIL sono malamente distorti dai cambiamenti strutturali che nell’economia americana hanno introdotto spese in drastico aumento come quella della sanità quando le compagnie di assicurazione aumentano, come stanno facendo e di molto, i loro premi assicurativi il PIL cresce automaticamente e, se l’America sembra arricchirsi, gli americani diventano più poveri, anche molto più poveri...

Ma qui in America – come d’altra parte da noi, no? pensate solo al Cavaliere e ai suoi ritornelli – i tifosi sono convinti che il combustibile dell’economia sia l’ottimismo. Se la maggior parte dei consumatori si convincono che le cose vanno bene, si metteranno a svuotare i portafogli rimettendosi a spendere e riparte il ciclo virtuoso, dicono e quel che peggio pensano. Ma come tutti i tifosi sono accecati: “non capiscono che c’entra poco come un consumatore si sente, un consumatore se non ha i soldi in quel suo portafoglio non li spende: semplicemente perché non ha soldi da spendere”.

Ma, Reich, alla fine delle sue rapide considerazioni[146] ricorda anche quel che, forse, altri suoi colleghi continuano a sottovalutare: che “un debito federale comunque in aumento, alla fine della fiera, bisognerà poi ripagarlo”. Non adesso, non subito, certo – su questo concorda con i suoi amici Nobel, Stiglitz e Krugman – adesso, le priorità sono altre. Ma in conto bisogna mettere da adesso, da subito, quei quasi 14.000 miliardi che l’America deve al mondo. Perché il mondo – tutti: cinesi, giapponesi, europei, petrodollari, Terzo mondo, ma anche gli americani stessi – alla fine quel proprio credito pretenderà di incassarlo.

Così come alla fine, ma non troppo in là ormai, bisognerà tener conto del fatto che il deficit dei conti correnti americani va ancora aumentando: nell’ultimo trimestre del 2009 è salito da 102,3 miliardi del terzo a 115,6 miliardi di $[147]...

Tra i reazionari e il loro opposto speculare, in mezzo c’è proprio lui, il presidente, che corre ormai il rischio di veder affondare nella melma dell’inazione, dell’insufficienza comunque, la sua presidenza… E non solo in economia.

A fine mese scorso, in America, commentando la decisione olandese di ritirare dall’Afganistan il proprio contingente militare, come era stato annunciato e senza, quindi, accogliere l’invito pressante degli americani ad estenderne la presenza (c’è caduto sopra il governo, all’Aja[148]), il NYT[149] aveva sostenuto che gli olandesi non arrivano a capire che la loro sicurezza e – a sentire il Berlusca e i suoi, tipo La Russa e Frattini, ma va detto anche Merkel e Sarkozy che, al contrario degli olandesi, dire altrimenti (ancora) non osano – anche la nostra indipendenza sono legate a una forte presenza armata della NATO in quel paese. Dalla continuazione, cioè, di una missione e di una occupazione militare che dura ormai da ben nove anni.

Ecco. Il punto è che gli olandesi – la loro maggioranza e, adesso, pare anche il loro governo – non concordano proprio sul nesso fra Afganistan e sicurezza: in Europa come anche in America, poi. Anzi sono arrivati a concludere quello che, a dire la verità, lì hanno concluso gli eserciti ora occupanti, tutti e prima di loro quelli che, nei secoli, ad occupare il “paese della rivolta” (etimologia dall’antico persiano) ci hanno provato: che si tratta di una guerra che non si può vincere e della quale gli obiettivi dichiarati – la sicurezza – non sono raggiungibili con mezzi bellici.

Il ragionamento degli americani, Obama compreso, e di chi come loro si pone – da noi Giorgio Napolitano, per dire – dà per indiscutibile e per dimostrato ciò che non lo è mai stato e che è indimostrabile e assai discutibile, anzi ciò per cui ormai è stato dimostrato il contrario: che una presenza armata occidentale sul luogo ci libererà dal terrorismo, quando invece è essa stessa fonte, causa di terrorismo e di frustrazione. Insomma, se non è così ormai dovrebbe spettare a lor signori, non a noi che diciamo di no, la prova del contrario, ci sembra…

Che cresca il “disagio” tra gli alleati è palese: non tutti, certo… noi per esempio a livello di governo – ma anche, largamente, di opposizione – facciamo come se non ci fosse problema: fino ai prossimi soldati morti, s’intende… Anche il Canada, il più succube e ininfluente degli alleati (perché più scontato perfino dell’Italia), rende pubblico a questo punto – lo dichiara il ministro degli Esteri, Lawrence Cannon che riconosce di trovarsi “stretto” tra la decisione politica e popolare di andarsene e le pressioni del governo di Washington – di “pianificare” il proprio ritiro dall’Afganistan alla data prevista e annunciata, entro il 2011 al massimo.

E dichiara anche che non darà retta alle pressioni americane, già in corso anche se non in forma “diplomaticamente usuale” – dice diplomaticamente Cannon – perché lasci sul posto un contingente di almeno 600 uomini. Non si fida l’opposizione che, qui, lo incalza: sì o no? ce ne andiamo o no? che cosa significa “pianifichiamo” di andarcene? ma ce ne andiamo o no?

E ha ovviamente, ragione[150]...

Sullo status attuale della guerra, anzitutto, la dice lunga una breve nota diffusa da un’agenzia di notizie di Intelligence, molto vicina al Pentagono, Stratfor – non accessibile a tutti, ma solo a certi media – che prevede come, in primavera ed estate, aumenterà esponenzialmente il numero degli attacchi degli insorti[151].

Mohammad Naim Baloch, vice capo della direzione di sicurezza nazionale del paese ricapitola: negli ultimi nove mesi si sono contati 7.000 attacchi “importanti” contro le forze della coalizione da parte degli insorti, il massimo dal 2001— cioè impennata o no, strategia nuova o no, le cose vanno peggio in almeno 15 province afgane nel Nord, nell’Est e nell’Ovest, dove dieci distretti sono caduti in mano agli insorti che li gestiscono senza neanche dovervi sempre garantire una presenza diretta. Solo a Sud, un’altra quindicina di province, la situazione sul campo è migliore, il che non vuol dire però che sia buona…

Aggiunge il vice ministro degli Interni, Mohammad Munir Mangal, che la sicurezza nazionale direttamente presiede che gli afgani non hanno abbastanza agenti e che la situazione si va deteriorando in tutte le province confinanti con Iran e Pakistan…

Ma ha colto il punto, in un’intervista strappatagli al volo al fronte, il ten. col. Jeff Rule, il capo dei Marines che oggi occupano Marjah, parlando dell’offensiva con la quale hanno spazzato via in pratica – anche se con decine di vittime civili – tutti i militanti talebani che l’occupavano e la difendevano. Adesso però, spiega, comincia il difficile: “è stato facile, infatti, cacciare via gli insorti fisicamente; adesso cacciarli via socialmente – dimostrando alla gente che intendiamo restare qui ad aiutarla – sarà molto più dura[152].

Anche perché il “modello” Marjah non è replicabile. Sul posto a metà marzo c’erano 4.000 militari tra truppe ISAF, esercito afgano e polizia nazionale: un rapporto di 20 a 1 con la popolazione (a Marjah ci sono un’ottantina di abitanti) che nessun esercito al mondo si può permettere e che non riesce a impedire, comunque, di notte le esecuzioni di rappresaglia dei talebani nei confronti dei sospetti collaboratori degli americani… Insomma, è proprio la sensatezza stessa di un’operazione del genere che non si riesce a capire.      

C’è anche di peggio, forse, dal punto di vista dell’alleanza. Comincia ad esasperarsi, e in pubblico,  lo scaricabarile. Il capo del Wolaswalei, il distretto pashtun di Musa Qala, nella provincia orientale di Helmand, dice alla stampa che la colpa della situazione così pesantemente deteriorata è tutta delle forze britanniche. Gli inglesi non si battono contro i talebani né danno una mano alla polizia in qualsiasi modo. Non costruiscono moschee né scuole, né forniscono alla gente alcun tipo di servizio: pensano solo a restare vivi… defilandosi. E non gli risulta neanche che siano i soli[153]. E dal quartier generale alleato nessuno risponde…

E sul punto delle strategie da seguire e del come concordarle, le discrasie si fanno evidenti… Tanto che il contrammiraglio Gregory Smith, responsabile per tutto il paese delle comunicazioni strategiche dell’ISAF, il contingente NATO nel suo complesso, annuncia che, per evitare divergenze, contraddizioni e mancanza di comunicazione, tutta – o meglio larga parte: non la detenzione dei talebani sospetti, che resta saldamente in mano agli americani, pare – l’operazione Enduring Freedom passerà dal comando appunto americano al comando unificato della NATO.

C’è chi, due o tre senatori, da Washington, si perita di fargli subito presente che la legge americana non lo consente, ma anche chi sostiene che, invece, lo è. E’ possibile, infatti, con un gimmick, una furbata, infatti: perché sia il corpo di spedizione americano che quello ISAF sono naturalmente, proprio per le disposizioni di legge statunitensi e la prassi, sotto il comando del generale americano Stanley McChrystal… che ora, dopo la transizione, resterà al comando ma a titolo ISAF…

In ogni caso, pare proprio, anche se l’amm. Smith lo nega fermissimamente[154], che la misura sia stata resa ormai necessaria dalla eccessiva “facilità” con cui gli americani, da soli, decidono di bombardare da lontano i bersagli afgani: con aerei pilota e cacciabombardieri che colpiscono sulla base di informazioni di intelligence (vulgus: spiate, o intercettazioni elettroniche) spesso sbagliate perché riflettono, comunque, lo status sul terreno del momento in cui sono raccolte, magari giorni prima del bombardamento…

Attacca duramente, da un’altra delicatissima angolazione, la strategia americana in Afganistan anche l’ambasciatore russo alla NATO, Dmitry Rogozin, segnalando che la Russia è seriamente preoccupata – quanto e come gli americani: e anche di più, vista la vicinanza dei talebani al suo territorio – della perdita forte di sostegno politico e popolare alla guerra che oggi va salendo in Europa e della tolleranza instaurata per l’oppio afgano dall’impostazione congiunta data da Obama e McChrystal alla guerra ai talebani[155].

Sono loro ad aver deciso, almeno da sei mesi, di lasciare ormai in pace le coltivazioni d’oppio che prima erano state osteggiate dagli occupanti, anche arrivando a sradicarle fisicamente e distruggerle chimicamente. Ma spingendo così decine, centinaia di migliaia di contadini afgani, privati dell’unica coltivazione che portasse loro qualche misero introito, a sostenere gli insorti. Che, a suo tempo quando erano al potere, avevano quasi completamente annullato la coltivazione dell’oppio ma, ora, costretti alla macchia, o meglio qui alla montagna, facevano i difensori del popolo affamato dall’invasore…

Il problema è che la cessazione della guerra all’oppio (ormai attestata anche da altre fonti, sempre al di sopra di ogni sospetto[156] e dimostrata dalla campagna congiunta ISAF-afgana, non ancora conclusa ma avviata a finire, per “liberare” la provincia di Helmland dai talebani) lascia liberi i coltivatori di curare un raccolto che costituisce il 90% della produzione mondiale e trova il suo primo mercato di sbocco proprio in Russia. “Dove – dice Rogozin – di fatto così gli afgani stano conducendo contro di noi una guerra non dichiarata nella quale andiamo perdendo 30.000 vite ogni anno e vediamo un milione di giovani russi trasformarsi in eroinomani”.

La Russia denuncia, e l’ONU in parte appoggia la sua accusa, che dall’invasione in poi la produzione e l’esportazione di oppio afgano è cresciuta di dieci volte e Rogozin sottolinea la differenza abissale tra la guerra senza tregua che gli americani conducono alla cocaina di origine colombiana che viene esportata a casa loro e la compiacenza che mostravamo e, soprattutto mostrano oggi, all’oppio e all’eroina afgana che viene invece esportata in Russia: una politica “ipocrita” e irresponsabile, dice, anche qui sostenuto dalle analisi avanzate dalle Nazioni Unite[157].

Un fatto nuovo rispetto agli anni di Bush è che meno lisci passano oggi per l’etere i messaggi dei sopracciò che, come la Hillary Clinton, pur così diversa dalla “predecessora” Condoleezza, in Qatar un mese fa, per esempio, avverte gli interlocutori (con toni che non possono non suonare curiosi e che, in bocca a chi fa parte dell’Amministrazione Obama e della sua legenda, stridono anche di più) della preoccupazione degli Stati Uniti per la possibilità che una “dittatura militare” si vada instaurando in Iran.

Il bersaglio da demonizzare, nella lettura che vuole il Dipartimento di Stato, che lei fa semplicisticamente sua, viene ora identificato in Ahmadinejad, insieme agli ayatollah e al  corpo dei Guardiani della rivoluzione[158]. Che i signori della guerra iraniani non siano proprio gigli di campo è scontato. E forse è vera anche la notizia che arriva adesso dall’Afganistan, dove due comandanti talebani, o così indicati da chi li ha catturati – e “interrogati”: per giorni… – dicono ora di essere stati addestrati appena al di là del confine dagli iraniani a fabbricare bombe da usare contro le forze della NATO nel paese. Forse… secondo una fonte, poi, molto molto oltranzista[159].

Quindi, mentre l’accusa generica resta sui “sospetti delle agenzie di spionaggio (chissà perché non molto credibili e non molto credute) che l’Iran starebbe “preparando la costruzione di nuovi siti per la produzione di energia nucleare[160] adesso quella più mirata, e accreditata personalmente dalla stessa signora segretaria di Stato, è che gli iraniani stanno “andando verso una dittatura militare”.

Ora, che si possa trattare realmente di un’involuzione verso una regime di stampo militare ormai, più che islamico, e meno strumentalmente degli americani sembra pensarlo anche altri, pur essi però non certo al di sopra di ogni sospetto, come l’ex presidente – il primo – di Khomeini e della Repubblica islamica dell’Iran, Abolhassan Bani-Sadr, deposto nel 1981 e da allora in esilio a Parigi.

Che, però, dall’imposizione delle minacciate dure sanzioni “mirate a infiacchire i vertici”, ma destinate a colpire le gente (negando l’importazione della benzina, ad esempio), si aspetta come molti senza paraocchi, ormai “l’effetto opposto: che li rafforzerebbe. Così, per promuovere la democrazia, il governo americano getterebbe una ciambella di salvataggio al regime iraniano che affonda[161]: o, almeno, che affonda nelle speranze e, dunque, nelle previsioni di un Bani-Sadr…

Ma il problema vero, quello di sempre e di fondo, è che a Washington nessuno – nessuno – si rende conto minimamente di come stoni ormai una retorica quasi imperiale figlia di altri tempi, più innocenti di certo, tra genti e classi dirigenti del Medio Oriente perfettamente al corrente, tutte – le beneficiarie per prime – che proprio la presenza armata degli Stati Uniti d’America ha puntellato per decenni regimi dittatoriali come quello egiziano di Mohamed Hosni Mubarak a occidente, e ad oriente quello saudita di Abdallah bin Abd al-Aziz Al Saud, specializzati entrambi in rapimenti e tortura in conto proprio e su commissione americana di cittadini di vari paesi accomunati dall’essere agli occhi degli USA sospetti di terrorismo.

E perciò, senza che nessuno di loro, e sono decine e decine, sia mai stato condannato – nemmeno portato davanti a un tribunale, per questo – bollato come terrorista. Che magari, poi, magari anche è. Ma che mai è stato dimostrato che sia. Però, intanto, è sbattuto in galera, in divisa arancione, con catene ai piedi e manette, gli occhi bendati e un ora d’aria al giorno. Per sempre. Roba che uno, se terrorista non fosse, di certo ci diventerebbe.

In Iraq, intanto, a inizio marzo si è votato. Sotto le bombe – nota l’Economist, “dozzine, però per lo più non letali[162], ma la gente è comunque andata a votare. Meno votanti che nel 2005 ma, contrariamente al 2005, stavolta – per tutelare i propri interessi più che per ostacolare la prepotenza degli altri, degli sciiti – sembra che siano andati a votare parecchi sunniti. E anche questo è un fatto di certo positivo.

L’unica cosa buona, forse, che all’Iraq è venuta dall’invasione e dall’occupazione americana è che li hanno “costretti” a votare: e mai prima, di sicuro, così “liberamente”. Almeno in apparenza e per ora, anche senza che l’esercito iracheno – sotto stretto controllo americano com’è – si sia lasciato “coinvolgere” nella lotta politica…

In tutto il Medio Oriente nessuno sembra credere, però, che da queste elezioni sortirà un Iraq più pacifico, con meno conflitti interni[163] (non ci crede, a venti giorni dalle elezioni. più del 90% degli spettatori intervistati) e tutti guardano al risultato sotto i profili

• della possibilità di ulteriori conflitti etnici o settari, a una chiara dominanza sciita (gradita all’Iran e invisa assai a Siria e Arabia saudita come a tutto il resto del mondo arabo);

• di ulteriori divisioni tra iracheni e curdi (che se sfociassero in appelli più forti all’indipendenza curda porterebbero a grosse preoccupazioni – e reazioni, anche – in Turchia, Siria e anche Iran);

• e delle conseguenze che il risultato avrà sul calendario reale del ritiro delle truppe americane…

C’è in campo anche, e va menzionata per dovere di aprire alla speranza – discutibile, discussa, ma sempre speranza – l’ipotesi che Allawi sia stato eletto da una maggioranza molto ristretta ma reale del popolo iracheno proprio perché si è presentato come il più laico, il meno allineato e coperto ai e dai fanatismi religiosi dei valori assoluti di qualsiasi stampo e qualsiasi fede…

Se sarà così, se gli iracheni cominciano davvero ad averne pieno lo stomaco dei partiti ideologicamente religiosi o religiosamente radicali[164], che Dio (Allah) lo benedica, malgrado un passato pur discutibile, e che magari lo imitino tanti altri popoli, inch Allah, nel mondo islamico o (perché no e qui, se volete, magari con l’aiuto di Dio) anche nel mondo cristiano-cattolico, dove di fanatismi e intransigentismi ne sono stati seminati a bizzeffe.

Per il resto, del grande esempio di democrazia di bushottiana memoria, non gliene frega niente a nessuno. Perche non ci crede proprio nessuno. Tanto per cominciare, mentre i primi risultati sembrano confermare una maggioranza relativa a turno, e per l’uno o per l’altro schieramento sempre risicatissima, al primo ministro Nuri Al-Maliki e al suo predecessore più “laico”, Iyad Allawi[165], partono subito, bloccando l’annuncio dei risultati, ricorsi e proteste ma, soprattutto, i risultati “minacciano di minare una larga accettazione da parte dell’opinione pubblica[166].

Subito dopo, prima accennano a cambiare le gerarchie dei risultati in una continua altalena e, alla fine, effettivamente cambiano. Sui 325 seggi del parlamento, alla fine vince[167]

• 91 seggi (28%) la coalizione Iraqiya di Allawi (composta in maggioranza da sciiti e sunniti, che si lasciano però volutamente identificare come “laici” – e la cosa è significativa – e ha subito la squalifica preventiva di alcuni suoi candidati importanti accusati di saddamismo); 

• scende al-Maliki, il primo ministro, con la coalizione Stato della legge, formata da molti piccoli partiti oltre il suo, a 89 (27,4%);

• prende stavolta la bellezza di 70 seggi (21,5%), la terza coalizione in campo, l’Alleanza nazionale sciita, che ha rotto, o quasi, con al-Maliki e comprende Moktada al-Sadr – che gli americani, amanti come sono delle etichette semplificanti, chiamano invariabilmente il chierico-ribelle ma che, in realtà, è il più anti-americano e filo-iraniano dei leader sciiti;

• 51 seggi (15,7%) vanno ai partiti curdi: il Partito democratico e l’Unione democratica del Kurdistan che formano il loro formidabile blocco tradizionale, ma stavolta devono fare i conti col terzo incomodo, il partito Gorran (Cambiamento) che annuncia fuoco e fiamme ma, alla fine, probabilmente farà blocco con gli altri perché, dice, il loro proverbio, “i curdi non hanno amici che i loro monti”: tentando, come oggi, di diventare l’ago della bilancia.

Adesso l’unica cosa certa è che l’accettazione di questi risultati sarà travagliata: sono stati subito contestati dal premier in carica… che ha fatto aprire una strana “procedura” per la squalifica a posteriori di qualche decina di deputati eletti nella lista di Allawi: una procedura che, se arriverà a buon fine, costituirà sicuramente il prodromo di una nuova guerra civile[168].

E Allawi va oltre: accusa gli iraniani di “interferire”[169], istigando i loro amici dell’alleanza sciita a far carte false per impedire alla sua coalizione, Iraqiya, di poter onorare il voto e farlo diventare primo ministro. Del resto, l’Iran ha invitato per colloqui a Teheran tutti i partiti e le coalizioni irachene, meno proprio Iraqiya e sta “incoraggiando” la commissione per la squalifica dei candidati ad andarci giù duro…

Ma i risultati sono stati anche ufficialmente convalidati sia dalla Commissione elettorale irachena, pur insediata dallo stesso primo ministro uscente, dagli osservatori delle Nazioni Unite e anche dai massimi rappresentanti in loco della potenza occupante e “garante”, gli USA: l’ambasciatore americano Christopher Hill e il generale Ray Odierno, capo del contingente americano, malgrado gli alti lai di al-Maliki, dichiarano[170] che “non esiste alcuna indicazione seria di brogli diffusi o di frode” nelle elezioni del 7 marzo che sono state, naturalmente, un “evento storico”.

Insomma, qui, come in Afganistan col presidente Karzai di cui palesemente gli americani non si “fidano” più[171], gli apprendisti stregoni stanno causando al capo stregone non pochi problemi perché, incredibile dictu, quelli resistono all’idea e ai tentativi di farli fuori: “democraticamente” o no…

Comunque, è certo che in Iraq il processo stesso di riconciliazione (se sarà possibile…) e la ricerca di un accordo di coalizione (chi è il primo? chi il secondo? e i numeri due e tre, insieme, fanno più del numero uno?) chiederà parecchio tempo costringendo il pese ad affrontare un periodo prolungato di mercato delle vacche tra le diverse fazioni, le etnie e i suoi plurimi scismi islamisti solo per cominciare a mettere insieme un governo, chiamiamolo così, di qualche efficienza minima.

Però, a Washington, hanno cominciato a mettere le mani avanti. Alla faccia di impegni, promesse, scadenze annunciate… forse, chi sa, bisognerà vedere ma, certo, potrebbe essere necessario lasciare truppe americane in aree specifiche del paese per garantire l’ordine oltre la scadenza annunciata del ritiro: il gen. Petraeus ne informa, con cautela e ambiguamente, ma anche chiaramente se uno vuole capire, la Commissione Forze Armate del Senato: nei posti, dice, suscitando mugugni ma non molto di più – questi se ne fregano dell’opinione della gente, comunque: e certo, non solo qui – dove una base forte di truppe deve restare disponibile al combattimento[172]… 

Nel frattempo, gli Stati Uniti – il loro governo – stanno tentando di concentrarsi su come “scoraggiare” l’Iran, su quelle che sono le sanzioni maggiormente capaci di “far male”, dicono così, ai suoi interessi, cioè inventandosi sanzioni che, stavolta, tocchino direttamente quello che il NYT[173] chiama l’ “asso di denari” (o, chi sa?, un “due,e neanche di briscola”) di Teheran: il petrolio, in particolare, l’import di benzina a Teheran che ha capacità insufficienti di raffinazione.

A parte che anche i dirigenti americani restano ben consapevoli delle difficoltà, diciamo così pratiche e di principio, che avranno la Cina ma anche la Russia a lasciar passare questo tipo di sanzioni al Consiglio di sicurezza dell’ONU (se passano, perché l’Iran sì e nessun altro? e, se passano, domani a chi tocca?) e alla difficoltà che avranno essi stessi e quanti loro si vorranno improvvidamente associare ad applicarle per conto loro, restano due problemi.

Il primo è che è naturale per la Russia ricordarsi del fatto che non ha proprio interesse a dare una mano all’America a liberarsi delle palle di piombo che ha scelto di legarsi ai piedi: l’Iraq ancora, l’Afganistan e, adesso, pure l’Iran… Mosca si è andata “riappropriando” in modo intelligentemente soft – di quando in quando, però, se vi è costretta come in Georgia, anche flettendo i muscoli – di un diritto di parola sulle questioni dei confini di casa sua. Là dove negli anni ’90 di Eltsin l’aveva ricacciata e confinata l’America.

Perché magari, sollevati dalla pressione che esercitano sulla loro attenzione e sulle loro risorse – Iran, Iraq, Afganistan e anche la Cina – gli Stati Uniti potrebbero tornare a puntare sulla “destabilizzazione” e sull’indebolimento dei russi. Che, si capisce, non gradiscono e non daranno una mano… specie dopo averla data subito dopo aver fatto fuori Gorbachev, credendo agli impegni americani di Bush padre e di Clinton.

Che, come lo descrive il NYT stesso è “quanto è cambiata la mappa mondiale dell’energia nello scorso decennio”. Ma e insieme – e questo deve certo preoccupare l’Iran – anche il fatto che, “secondo un certo numero di esperti, c’è da valutare quanto questa carta conservi il suo valore vincente o se, invece, stia perdendo il proprio valore nello stallo sul programma nucleare”.

L’Iran ha la seconda maggior riserva di greggio petrolifero al mondo e fornisce, più o meno, il 5% del totale conosciuto. Ed è in grado, materialmente, se vuole o se è messo con le spalle al muro, di bloccare o rallentare il flusso del traffico petrolifero nel punto chiave: lo stretto di Hormuz.

Da una parte – l’asso di denari – c’è, dunque, questa scorta di combustibile a disposizione di Cina, Russia ed Europa (i grandi, in particolare: Francia, Germania, Italia e Spagna) e la capacità di controllarne il flusso.

Dall’altra – il due di bastoni – c’è il dubbio crescente, in Europa ma anche in Russia ed in Cina, sulle intenzioni – non sul “diritto”: che, con un minimo di onestà intellettuale e di conoscenza del diritto internazionale, non è discutibile: almeno se non è nei fatti stato discusso quello di Israele, dell’India, del Pakistan… – dell’Iran di dotarsi della bomba.

Insomma – sempre lasciando da parte ogni questione di diritto e di equità: che sono dalla parte di Teheran, visto che le richieste del Consiglio di sicurezza vanno al di là dei suoi poteri in base alla Carta stessa delle Nazioni Unite – se l’America, forse, scommette troppo sul fatto di riuscire a imporre a Russia e Cina, e al mondo, il suo punto di vista e quello di Israele, forse l’Iran scommette troppo su russi, cinesi e interessi di alcuni europei nei suoi servigi.

Infatti, quasi rassegnata, l’ambasciatrice israeliana all’ONU Gabriella Shalev[174] ammette di vedere “poche possibilità” che, al Consiglio di sicurezza, passi, se e quando si voterà, una misura sanzionatoria significativa, di quelle che fanno male – che, come amano dire loro e amava dire la Clinton prima di smetterla, subodorando di sfiorare il ridicolo, ormai – sono capaci di “azzoppare” il “nemico”. Sono Cina e Russia a bloccare questa possibilità, spiega. Ma non aggiunge, come avrebbe potuto, che anche India e Pakistan e quaisuasi tutti i paesi latino-americani presenti al Consiglio sono ostili a sanzioni “paralizzanti”.

Ma anche l’altro estremista anti-iraniano per eccellenza sullo scenario internazionale, il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner (più sul piano personale che su quello istituzionale, però: è da sempre  un tifoso pressoché incondizionato di Israele), s’era lasciato andare a superottimistiche profezie del tipo che le sanzioni sarebbero state votate a febbraio nel mese di sua presidenza di turno del Consiglio di sicurezza, a questo punto dà atto del fatto che, probabilmente, non si voterà in realtà prima di giugno: e, poi, neanche si ha ancora la minima idea di quel che si vota…

E, ora, a un convegno OCSE a Parigi sul riscaldamento globale e l’energia nucleare, il ministro israeliano delle Infrastrutture, Uzi Landau (nessun rappresentante iraniano era stato invitato), comunica che Tel Aviv intende sviluppare la sua produzione di energia nucleare a fini pacifici (quella a fini militari Israele la pratica da decenni). Il che complica maledettamente, da un punto di vista logico e politico, la crociata americana contro la produzione di energia nucleare da parte di Teheran, dichiarata anch’essa “a fini pacifici”…

Solo pochi minuti dopo l’intervento di Landau, il vice ministro siriano degli Esteri, Faysal Mekdad, informa che pure Damasco ha le stesse intenzioni… e se non le avesse avute, comunque se le è subito fatte venire… Riducendo la replica dell’israeliano al commento improbabile che l’energia nucleare va riservata comunque a “leadership nazionali responsabili” (definite tali da chi parla, naturalmente, e comunque mai definite così dal diritto internazionale)[175].

Sollevando battute sarcastiche, se volete persino scontate, di chi[176] subito nota come “responsabili” magari, oltre a certe polemiche di Ahmadinejad, non sembrino proprio alcune, reiterate e mai ripudiate, chiamate alla “distruzione completa della popolazione palestinese” con l’arma atomica evocate da parte del ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman[177]

Del resto, talmente sconclusionata dall’accecamento di partenza è la conduzione americana del dossier israelo-palestinese che, adesso, al vice presidente di Obama, Biden – che va a Gerusalemme a reiterare l’amicizia, perenne e senza condizioni “comunque”, degli USA a Israele e ad assicurare tutti gli israeliani della sua “personale devozione” – il governo Netanyahu non trova neanche più la decenza di rispondere pro-forma ma lo fa annunciando sfacciatamente la costruzione di altre 1.600 unità abitative riservate ad ebrei a Gerusalemme Est. E, poi, ipocritamente si scusa… ma solo dei tempi dell’annuncio.

C’è chi sospetta che sia tutta una commedia. Scrive duro, su un grande quotidiano di Tel Aviv un forte critico del governo che, in realtà, Gli USA hanno dato a Israele semaforo verde per le costruzioni a Gerusalemme est[178]. Su Haaretz escono articoli di spietata opposizione alla politica “colonialista” di Netanyahu, ma anche molti pezzi di falchi e falcacci che l’appoggiano. Non è mai bene scordare, infatti, che Israele è una democrazia: anche se di più, molto di più, per i suoi cittadini ebrei che per i suoi arabi o non ebrei; di qui l’accusa, niente affatto cervellotica di mettere su, da anni, un paese dell’apartheid.

L’autore, qui, scrive che la storia delle scuse presentate a Biden dal primo ministro e dal ministro degli Interni gli “ricorda la barzelletta del servo che pizzica il sedere del re e, mentre lo trascinano alla forca, si scusa: pensava che fosse il sedere della regina”… E, in effetti, suona per lo meno, come dire, un po’ strano ma, se volete, del tutto come dire? normale per questo paese che la signora Hillary Clinton, segretaria di Stato, si affretti a garantire il 16 marzo che il legame tra Israele e Stati Uniti “è strettissimo e mai rimuovibile”.

Ripetendo che Washington ha un “impegno assoluto alla sicurezza di Israele[179]. Ed evidenziando come Netanyahu sia arretrato dai suoi no al 100% a circa il 90% di nyet[180]: un fatto in sé promettente… Insomma, sì, il presidente forse s’è un poco irritato, ma non vi dovete preoccupare troppo…

Così certo, quando il primo ministro israeliano incontra Obama, dieci giorni dopo, alla Casa Bianca non si è ammorbidito per niente, non è disponibile a promettergli niente per far riavviare il dialogo con gli arabi “moderati” – perché di riavviarlo proprio non gliene frega niente e non ne ha avuto mai l’intenzione – e arrivando direttamente dalla celebrazione della riunione annuale della massima e massimamente estremista lobby filo-israeliana d’Ameroca, l’AIPAC, che ha appena finito di tributargli il proprio incondizionato sostegno, non vede motivo di prendere Obama sul serio.

Il vero problema, insomma, è proprio questo: gli Stati Uniti, con Obama proprio come prima di lui, continuano a perdonare tutto a Israele. Tutto: Gaza; i territori militarmente occupati dal 1967 a oggi— la più lunga occupazione militare temporanea della storia moderna; una società democratica, a pieni diritti, per gli israeliani-ebrei e una a diritti da figli di un Dio minore per gli israeliani non ebrei e, tanto più, per i non israeliani— la definizione storica, cioè, proprio dell’apartheid; il continuo allargamento di nuove colonie ebraiche che espellono gli arabi demolendo loro le case o requisendo la terra dentro i confini stessi di Gerusalemme…

E perfino il NYT è costretto a concludere che “nel corso della visita di vice presidente Joseph R. Biden jr., l’incertezza sui colloqui tra palestinesi ed israeliani sembra addirittura cresciuta[181]. In ogni caso, Obama non ha ancora deciso di osare la sua proposta, il suo piano, corredato di carta geografica, da presentare alle parti per forzare come ormai è diventato necessario (lo è in realtà da decenni) la mano…

Insomma, il minimo di onesta politica intellettuale per dire le cose proprio come stanno sembra trovarlo oggi sullo scenario internazionale solo il primo ministro turco Erdogan che, a Londra, prima di una conferenza stampa congiunta col premier inglese Brown – peccato: sarebbe stato meglio se glielo avesse detto in faccia – se ne esce e chiede papale papale perché: ma “perché oggi si tollera che paesi dotati di armamento nucleare che non sono sicuramente in condizione di dire a nessuno che non ha diritto di dotarsi di armi uguali alle sue, per esempio di quel che dalle nostre parti ha anche, ma non solo, Israele?

Insomma, come sintetizza in un titolo chiaro il sito web che raccoglie le sue parole e, giustamente,  le sottolinea— largamente ignorato dalla grande stampa internazionale con l’eccezione, ben comprensibile, di quella israeliana, però: “Il premier turco; perché fate pressioni sull’Iran non su Israele, paese certamente nucleare?[182].

Cresciuta è anche, ormai, l’impazienza di Teheran coi russi. Sono debitori, da anni, nei loro confronti di un reattore nucleare da consegnare “chiavi in mano” a Bushehr per il quale sono stati pagati da tempo lautamente ma continuano, sotto la pressione americana, a ritardare la consegna. Ora, ricorda pubblicamente Ramin Mehman-Parast, portavoce del ministero degli Esteri[183], l’Iran che ha bisogno di altri 20 reattori per la produzione di energia atomica a scopi civili della portata di quello di Bushehr, se l’inadempienza non verrà subito colmata, si rivolgerà ad altri interlocutori per i relativi contratti che garantiscano una consegna nei tempi prescritti e concordati. Si tratta di un affare da miliardi di dollari che la Russia verrebbe così a perdere…

Passano due giorni e Putin, personalmente, rassicura Teheran che, entro giugno, almeno la prima parte, operativa, del reattore di Bushehr verrà consegnata al legittimo proprietario e potrà essere messa in moto[184]: ed è la prima volta che viene fatta una data, a questo punto chiaramente obbligante. E si scusa, Putin, a nome del suo paese per i ritardi in cui è incorso, aiutato – tiene, però, a ricordare – da alcune “inadempienze” iniziali (ritardi di pagamento) anche della parte iraniana.

Ma poi la Russia torna come a ciurlare nel manico: precisa il vice presidente della Atomstroyexport, l’impresa costruttrice, Timur Bavlakov, che il test operativo, come si dice a caldo, avrà luogo sicuramente in aprile, quest’anno, ma che il lancio ufficiale della prima unità operativa del reattore di Bushsher avrà luogo “non più tardi del dicembre 2010[185]: insomma, altri sei mesi…

E, alla Clinton che, in visita a Mosca, si attarda a ripetere che così “il messaggio inviato agli iraniani è sbagliato”, evitano di rispondere se non con annotazioni di stampa[186]: che, al solito, gli americani si vanno impropriamente impicciando di cose di terzi; che nessuno ha chiesto loro se sono, o non sono, d’accordo; che è tutto da vedere se sono giusti, invece, i loro messaggi che annunciano un braccio di ferro mai poi ingaggiato perché non si può poi, ingaggiarlo… In sostanza, dice: non siete d’accordo? lo sapevamo: e allora? 

Intanto, il generale David Petraeus, comandante in capo del Comando centrale delle FF. AA. americane, che copre tutta l’area del Medio Oriente, dall’Iraq all’Afganistan per capirci, ha dichiarato[187] che non è chiaro se l’Iran abbia deciso, come molti paesi occidentali temono o almeno dichiarano di temere, di perseguire la costruzione di un suo armamento nucleare.

Ma, aggiunge – ed è la parte più rilevante della sua riflessione – che “in realtà, la cosa è immateriale” – cioè, concretamente, non significa niente – perché tutti i componenti che fanno insieme un programma nucleare in realtà esistono e progrediscono insieme (ricerca, sviluppo, metallurgie speciali, alto esplosivo convenzionale per l’innesco, nucleo di uranio e/o plutonio, veicoli di lancio, ecc.): come in ogni altro paese che intenda, quando vuole, dotarsene. Un dato che, poi, è semplicemente ovvio… 

Diversi paesi della NATO rilanciano sulla proposta avanzata da alcuni di loro (la Germania per prima, per volontà forte ma quasi personale del ministro degli Esteri e vice cancelliere Westerwelle che ha trovato subito, però, la solidarietà e la firma congiunta di Olanda e paesi del Benelux) di discutere del ritiro o della riduzione delle armi nucleari statunitensi dislocate ancora , a vent’anni dalla fine della guerra fredda, in diversi paesi d’Europa.

Ora la richiesta – motivata anche con ragioni di puro realismo: l’unico possibile loro uso è contro i russi che attaccassero in massa l’Europa, ipotesi cui ormai non crede nessuno, ma comunque poi di fronte a un esercito tecnologicamente avanzato come quello russo, si sta parlando di armi con “gravi problemi di credibilità per la loro bassissima prontezza operativa e per la loro altissima vulnerabilità ad attacchi di sorpresa… armi – insomma – obsolete, inutili e forse pericolose per noi più ancora che per eventuali avversari[188]si allarga anche alla Norvegia.

E propone all’alleanza di includere nella proposta da avanzare alla “controparte”, ma da discutere anzitutto e subito in sede NATO,  le armi nucleari cosiddette “sub-strategiche[189]…— innervosendo subito l’ala più falcheggiante dell’alleanza: oltre agli USA (non proprio Obama, ma tutti gli altri vertici americani ai quali il presidente lascia comunque campo libero per ostacolarlo[190]), i paesi dell’Est e, per definizione, il segretario generale, l’ex primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen, tutti restii perfino a discutere del tema.

Ma la Germania, stavolta per conto suo, rilancia anche su un altro piano. Secondo Merkel la proposta del presidente russo Medvedev di sviluppare un nuovo accordo di sicurezza europeo su basi continentali dovrebbe essere considerata con grande attenzione e favorevolmente discussa da tutti gli europei nell’ambito dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea di cui fanno parte tutti i paesi d’Europa (ma anche Stati Uniti e Canada).

Dice Merkel di averne parlato al telefono a inizio marzo col presidente russo al quale ha tenuto a confermare personalmente il suo apprezzamento della proposta e della sua serietà, “concludendo con lui che bisognerà riparlare insieme di questa iniziativa di nuova partnership nella sfera della sicurezza”. Esattamente il contrario di quanto poco prima aveva asserito la segretaria di Stato americana, Hillary Clinton[191]

Medvedev aveva irritualmente pubblicato il testo della sua proposta, formulata già in buona e dovuta forma – per aprirla, come scrisse, al dibattito – verso la fine del’anno scorso sul sito web del Cremlino[192]. L’idea, che era stata dapprima accolta con cortese attenzione ma poca rispondenza in occidente e, poi, piuttosto scortesemente respinta dalla Clinton – cui tra l’altro neanche era rivolta – proprio a fine febbraio dicendo che non c’era bisogno di alcun nuovo accordo di sicurezza tra Russia e Europa perché invece la sicurezza europea sarebbe stata meglio servita dal rafforzamento dei legami già esistenti tra Russia e NATO, come tale, viene adesso ripresa dall’interlocutore più forte d’Europa anche palesemente irritato dell’indebita, comunque unilaterale al solito, interferenza americana.

Finora era sembrato che Germania e anche Francia avessero dato un assenso più che altro di principio alla discussione ma ora, dopo questa specifica dichiarazione della cancelliera tedesca, appare che la Germania intende sostenere più direttamente l’idea del negoziato vero e proprio. Ma è il tempismo stesso della dichiarazione a farsi intrigante, vista la reintegrazione ormai dell’Ucraina nella sfera di fatto dell’influenza russa.

Ma anche il difficile periodo che sta passando tutta la zona euro per la crisi finanziaria greca e poi, in realtà, per la crisi di credibilità del sistema stesso dell’eurozona, non solo finanziaria ma anche istituzionale vista l’incapacità in cui sembra affondare di decidersi sul cosa fare, se svilupparsi anche economicamente e “politicamente” o rassegnarsi a dissolversi, più o meno lentamente.

E’ ovvio che, dal punto di vista tedesco – e non solo – con la crisi potenziale dell’eurozona, l’ultima cosa desiderabile è dover far fronte a una Russia troppo prepotentemente emergente… Con gli Stati Uniti a grattarsi le rogne del Medio Oriente e di tutta l’area – da Gaza, all’Iraq (ancora e sempre), all’Afganistan e oltre – con Arabia saudita e Egitto che, dice una fonte per altro anche dubbia ma che sul punto ha ragione, il leader della Fratellanza mussulmana, Mohammed Badia, al di là della loro ingessatura apparente sotto Mubarak e i Saud, sono ormai sull’orlo di “un’esplosione civile se le finestre della libertà non si aprono presto[193] – ecco la decisione di fatto, forse più che una vera e è propria scelta, una specie di risulta, by default come si dice.

Ormai, da parte tedesca e europea, con il recalcitrante contrappunto dei baltici e di alcuni altri paesi dell’Europa dell’Est ex sovietica, c’è il perseguimento non proprio nuovo, e certo razionale, di legami più stabili e negoziati con la Russia nei campi energetico ed economico e – adesso – anche forse proprio nel campo di una partnership di sicurezza non più antagonistica ma condivisa.

GERMANIA

Uno strano articolo sul NYT rileva e, in qualche modo, denuncia la strapotenza tedesca nell’export, parlando di Bravura della Germania nel campo delle esportazioni che pesa sull’eurozona[194]. Come se gliene fregasse niente dei problemi europei… In realtà, quello di cui si lamenta è l’eccessivo livello di competitività della Germania rispetto agli Stati Uniti, anche se così chiaro mai lo confesserà. Per cui sembra a modo suo divertente che questa storia lamenti l’eccessiva bravura della Germania in questo campo.

Ma come? questa è la Germania, no? il paese che ha un welfare state troppo generoso, cinque settimane di vacanze pagate per i lavoratori dipendenti – dirigenti, impiegati e, horribile dictu, anche operai –, sindacati straforti, un’ambientazione super-regolata e, come dicono a Washington ui, una settimana sì e l’altra pure, “economicamente ingessata”…, tutte le condizioni strutturali, cioè, del crollo economico e, malgrado ciò, avrebbe – ha – quel po’ po’ di esportazioni ultra-competitive e, dunque, sì, di competitività che è in grado, pure a fronte dell’euro forte, di affossare quella americana…

Cattivo tempismo, però, per la denuncia dello strapotere dell’export tedesco nel mese in cui viene reso noto che esso è calato del 6,3% a gennaio[195], rovesciano una tendenza positiva che durava da quattro mesi,  mentre scendeva dello stesso livello anche l’import. L’attivo si contrae a 8,7 miliardi di € dal doppio (16,6) del mese prima. Anno su anno, però, l’export cresce comunque dello 0,2% mentre l’import è sceso dell’1,4%.

Come nel resto d’Europa, ma qui anche di più, la ripresa non sarà trainata dalla domanda interna, viste le difficoltà che pesano ancora e sempre sul credito nel settore bancario e la stasi occupazionale ma semmai, sempre dalle esportazioni e, dunque, da una ripresa della domanda esterna: intra-europea e americana, anzitutto. Ma anche se, come dicono i numeri, l’export non è mai calato in tutto il 2009, nel quarto trimestre la crescita è rimasta inchiodata al nulla, lo 0%.

Adesso la produzione industriale fa di nuovo capolino in salita, +0,6% a gennaio sul mese prima (dato destagionalizzato) ma la convinzione resta che, sul piano di un’uscita seria dalla recessione, questa economia – la principale d’Europa – sta sempre come boccheggiando. Il che, naturalmente, complica maledettamente le cose anche per chi da questo paese si aspetterebbe magari, come la Grecia oggi, con un  po’ di lungimiranza una mano.

A febbraio, sale anche l’inflazione, dello 0,6%, quando già a gennaio era cresciuta dello 0,8: quindi, cala il ritmo dell’aumento ma di un aumento consistente sempre si tratta. Ma in termini annuali, su tutto il 2009, non va dimenticato e farebbe meglio a non dimenticarlo né la Bundesbank né la BCE, l’aumento dei prezzi al consumo è stato un modesto 0,4%[196].

Il clima di fiducia a marzo cambia rispetto a febbraio[197] e raggiunge il livello più alto dal giugno 2008: le imprese considerano “significativamente migliore” la loro situazione attuale che promette bene specie nella sottocomponente relativa alle aspettative.

FRANCIA

La produzione industriale cresce dell’1,6%, a tasso destagionalizzato, a gennaio rispetto a dicembre, con la componente del manifatturiero nell’indice che sale della metà, dello 0,8%[198].

Il tasso di disoccupazione si alza nell’ultimo trimestre del 2009 al 9,6%[199], il più elevato negli ultimi dieci anni, corrispondente a 2.700.000 senza lavoro. A fine 2009, e nel complesso, la disoccupazione ha toccato il 10%.

Questo paese non ha solo superato la tempesta che ha imperversato nel mondo meglio di tanti altri, ma ne sta venendo fuori anche decisamente meglio di quasi tutti, come una delle economie più forti d’Europa (la prima ad uscire dalla recessione e, mentre la ripresa in Germania era in stallo, una dove la ripresa monta in modo anche inaspettatamente deciso).

Il fatto è che la Francia – liberista di nome, ma di fatto ancora ben dirigista anche se non può certo essere chiamato collettivista – ha evitato come se fosse la peste ogni ideologia di liberismo praticato, pur con i dovuti ossequi di prammatica a quello teorico (come facevano con l’ultimo comunismo reale all’Est, negli anni prima del crollo, facendo finta di adorare genuflettersi al marxismo-leninismo ma niente di più… – scegliendo invece di limitare severamente, regolandolo, il leverage – come lo chiamano.                                                                                      

Cioè, l’allargamento del credito con a garanzia pochissimi assets davvero reali –, proteggendo  i consumatori dalle grinfie avide dei venditori e di chi, appellandosi al mercato sovrano, lasciava fissare a loro i prezzi senza controllo alcuno evitando, appunto, di farsi intrappolare nell’ideologia che nega la necessità di regolare i mercati affidandosi alla loro pretesa autoregolamentazione: che c’è, si capisce, ma è sempre autointeressata e di parte…

Qui, però, i vari pacchetti di salvataggio sono ammontati – alla fine – a oltre dieci volte quello miserabile che l’Italia ha iniettato nelle vene del proprio sistema economico (appena lo 0,2% del PIL)[200] ma, soprattutto, lo ha fatto in modo intelligente e efficace.  86 miliardi di $

Non solo e non tanto, come da noi per lo più, consentendo magari di ritardare qualche versamento all’erario (o strizzando l’occhio magari all’evasione fiscale) ma rendendo disponibili subito i soldi freschi delle amministrazioni pubbliche ai clienti (pagando le fatture, versando i rimborsi dovuti, consentendo immediatamente le deduzioni e rinviando i controlli) e, quindi, rimettendo in circolo quattrini freschi…

Questa, spiega Christine Lagarde, ministra dell’Economia, è stata davvero una decisione chiave che ha messo davvero le mani in tasca ai contribuenti francesi per metterci i soldi che erano loro dovuti scegliendo i indebitare un po’ più il governo e un po’ meno i consumatori. Cero, è keynesismo, questo. Ma la crisi non ha forse ormai dimostrato che lui aveva ragione e gli altri torto?

E poi se n’è anche impipata – la Francia nominalmente liberista, in realtà e in buona sostanza sempre quanto basta dirigista – dei consigli e dei divieti europei, concentrandosi sul salvataggio di imprese e posti di lavoro, aiutando la creazione di infrastrutture che creassero lavoro, sostenendo le banche ma condizionandone l’agire coi poteri dello Stato francese, di fatto obbligandole ad aprire il   credito a livello soprattutto locale e decidendo di far crescere il deficit di bilancio in rapporto al PIL per alcuni anni, ma anno per anno in modo graduale.

Certo, in Francia avevano speculato sull’edilizia assai meno che in Inghilterra o negli Stati Uniti, al contrario di loro la Francia aveva un settore statale più numeroso e dunque un cuscinetto più “naturale” contro i licenziamenti di massa, al contrario dell’Italia la Francia aveva anche una dotazione solida di medie e grandi imprese e, diversamente dalla Germania, non era così esposta, finanziariamente, sul fronte dell’Est europeo…

E’ vero che la Francia ha una disoccupazione comunque in crescita, specie tra i giovani… ma, qui, i disoccupati hanno tutti – tutti – un sussidio che farebbe la felicità di molti occupati da noi. Ed è vero che l’alto livello di deficit e debito contro PIL che garantisce queste spese e insieme, a debito, la stabilità (reale) dell’imposizione fiscale non può durare a lungo. Insomma, appena comincerà davvero, strutturalmente, a uscire dalla crisi la Francia dovrà decidersi[201]. Ma intanto sembra aver dato la polvere a tutti. Meno che al Cavaliere, s’intende: nei desiderata del Cavaliere stesso, è sottinteso anche questo.

Sempre senza curarsi molto di onorare i valori in cui dice di credere, il liberismo ideologico e il valore della concorrenza, Sarkozy dice adesso alto e chiaro che bisogna, invece, sopprimerla tra le due agenzie governative che in questo paese si occupano di energia nucleare, Areva e EDF, la prima che ha il compito di costruire le centrali mentre alla seconda spetta quello di gestirle.

Ma che da sempre litigano tra di loro. “E’ inaccettabile”, tuona il presidente[202] che ordina una riorganizzazione del business in modo tale che la competizione non sia tra imprese francesi ma solo delle imprese francesi con quelle straniere. Insomma, il monopolio se è bianco rosso e blu non è più tale…

Con una mossa che appare, a dire il vero piuttosto paradossale, la Francia sembra far suo contro la Germania l’argomento abbastanza ingenuo e anche vuoto degli Stati Uniti contro la Cina: la ministra delle Finanze, Christine Lagarde, si mette a predicare ad alta voce che i tedeschi dovrebbero rilanciare la domanda interna e frenare il loro vasto attivo di bilancia commerciale che mette in pericolo la competitività degli altri paesi dell’eurozona[203].

La Germania ha fatto un buon lavoro per migliorare la propria competitività e ridurre i propri costi del lavoro. Ma la Francia non è affatto sicura che quello tedesco sia un modello sostenibile nel lungo termine e, certo, non è adatto a tutto il blocco. Il fatto è che in un gruppo bisognerebbe, però, stare in gruppo, condividere con gli altri un destino comune: uno non deve mettersi a camminare tanto più veloce degli altri.

La conseguenza logica di questo curioso discorso sembrerebbe quella di chiedere l’accelerazione  dell’integrazione europea, la costruzione di un’economia e di una politica economica comuni che affianchi quella monetaria… non certo questo appello alla Germania perché si metta a frenare in attesa degli altri…    

Intanto, però, perde le elezioni regionali[204] di brutto, contro i socialisti. Anche se oltre il 50% degli aventi diritto sceglie di non votare… (al primo turno) e se gli sfuggono (razzista per razzista, meglio l’originale, no?) ben il 12% dei suffragi che vanno al Fronte nazionale di Le Pen (e, al secondo turno, si riducono al 10%).

Due segnali, non uno, di pesante disagio, sociale e politico: contro Sarkozy, malgrado le sue resistenze forti da destra sociale a lasciar andare il paese alla deriva che vorrebbe imporre la destra finanziaria e contro di lui perché, pur sapendo di razzismo come tematiche e gusto di fondo della sua politica non puzza abbastanza; ma, con la massiccia astensione dal voto, anche contro tutto il sistema politico nel suo complesso.

Al partito di governo restano due regioni su ventisei, l’Alsazia e le isole della Reunion… Un po’ poco rispetto alle speranze e il primo ministro Fillon concorda subito, con Sarkozy, che bisogna fare un piccolo rimpasto… a cominciare dai ministri dei settori che più hanno dimostrato di soffrire e di far soffrire il governo: lavoro e gioventù[205].

E contro i piani di riforma, ovviamente in pejus, delle pensioni annunciati dal governo (proprio dal ministro del Lavoro licenziato, che era stato incaricato del negoziato finito male coi sindacati), adesso – per colpire la bestia ferita mentre è più indebolita, come dicono nel movimento sindacale si sarebbe detto una volta più gruppettaro – partono subito, quasi a prevenzione per così dire, scioperi duri di ventiquattro ore e di massa in tutto il pubblico impiego e nei trasporti[206].

Che ormai sarà, è, un problema comune a molti governi in tutta l’Unione europea. Certo è che non si tratta di un problema solo di Francia, Grecia e Spagna. Perché ormai dappertutto, quanti da sempre sono stati tosati perché hanno redditi fissi – chi lavora a padrone per capirci – comincia ad esigere che a pagare siano prima gli altri…

Intanto, Sarkozy viene messo pesantemente in questione all’interno del suo partito, l’UMP, dal suo ex primo ministro Dominique de Villepin che ha appena vinto contro di lui un processo in cui il presidente lo accusava di fatto di tradimento su questione private, anzi privatissime… De Villepin lancerà un partito di destra moderata concorrente[207], basato anzitutto sulla sua antipatia viscerale ormai per Sarko…         

GRAN BRETAGNA

Si avvicinano le elezioni (devono essere celebrate entro giugno) e sono in parecchi, ormai, a considerare anche il rischio di un risultato non risolutivo, dove nessun partito sarà stavolta in grado di avere da solo la maggioranza e, dunque – temono, e dicono di temere, alla City – nessuno  sarà in grado di prendersi la responsabilità di “imporre” al paese (questi amano tutti parlare come se fossero il maresciallo Montgomery…) misure dure di austerità capaci di dissipare il timore di un possibile default del debito sovrano.

I dati dei sondaggi nella prima metà di marzo danno ai conservatori il 37% delle intenzioni di voto, al New Labour il 34 e ai Liberal-democratici il 17%[208]: fermi i conservatori, i laburisti avanzano di 2 punti e il gap tra il primo ministro Brown e il capo dei Tories Cameron è ormai ridotto a tre punti percentuali soltanto, il più ristretto da diversi mesi.

Ma se il margine del vantaggio dei tories cala, e parecchio, non significa affatto che vinceranno ancora i laburisti… Anche perché sembra che proprio la figura del leader, di Brown, come quella di Blair nei suoi ultimi anni, sia diventata la palla al piede più pesante del suo partito.

Sembra ora che le elezioni saranno tenute a maggio, forse con un mese di anticipo sulla scadenza massima (lo decide il premier). E l’attenzione si sposta sempre più sul terzo contendente, i liberal-democratici che stanno puntando tutta la campagna elettorale sulla difesa dei diritti dei cittadini  contro uno Stato che sta diventando sempre più onnivoro in nome non tanto di priorità e valori sbagliati quanto di misure legislative e di polizia che molti avvertono sbagliate e anche, talora,  qualche volta un po’ paranoiche.

Il fatto è che, secondo molti osservatori, i liberal-democratici di Nick Clegg si potrebbero trovare nella posizione di arbitri su chi sarà il nuovo premier, nel senso che potrebbero essere in grado di scegliere loro con chi allearsi per fare un governo di coalizione e di stretta maggioranza. Che sarebbe uno spostamento notevole rispetto a oggi e alla larga maggioranza dei laburisti ma anche rispetto alla maggioranza larghissima che, invece, solo qualche mese fa sembrava decisa a volgersi a favore dei conservatori.

L’argomento che spinge più a loro sfavore, pure in un momento sfavorevole a ogni pulsione di sinistra, è proprio il timore, invece, che le misure di politica economica più restrittive e dure che cercano di mascherare ma che sono le loro verso gli interessi popolari maggioritari potrebbero riservare al paese: alla maggioranza degli inglesi, cioè, che, pure, dei laburisti, delle loro leccapiedismo estero neo-cons, dei loro incestuosi amorazzi neo-lib col capitale selvaggio – di cui adesso stanno facendo ammenda, ma forse un po’ tardi – ne  hanno abbastanza. Ma sembra che gli inglesi che detestano Brown e i suoi non si fidino proprio di questi stolidi conservatori.

Comunque, l’argomento che dominerà queste elezioni sarà la crisi economica. Dopotutto, insieme alla Grecia, questo è il paese europeo che ha un deficit/PIL davvero mostruoso, al 12,5% e oltre (altro che Maastricht…). Già oggi per vendere i titoli, i rendimenti dei bond inglesi devono toccare il massimo in Europa (ma l’UK non è nell’euro e perciò, se da una parte resta sempre da solo, dall’altra ha il vantaggio di svalutare “a piacimento” e di comprarsi, se vuole, i suoi stessi titoli di debito cin un dare ed avere che è sempre, per definizione, alla pari.

Ma, facilitando un comportamento così meno responsabile e più, diciamo, “sportivo”, su scala più larga – che include anche il debito di famiglie e imprese, non solo quello pubblico – il debito complessivo britannico è ormai secondo solo a quello giapponese a 380, forse al 400%, del PIL. E quello delle famiglie da sole è uguale al 170% del PIL, a fronte di quello americano che tocca il 130%.

Cala un po’ l’inflazione a febbraio rispetto a gennaio, dal 3,5 al 3% coi prezzi che, nel mese, crescono comunque di un consistente 0,4%.

A questo punto, un aumento dell’1% del tasso di interesse in termini di aumento del servizio del debito delle famiglie corrisponderebbe a un aumento reale per esse di oltre il 13%: “una vera bomba a orologeria, con mezzo milione di persone nei guai già oggi a pagare gli interessi nominalmente più bassi della storia che andrebbero a gambe all’aria non appena aumentassero i tassi[209].

Malgrado tutto ciò, noblesse oblige, il debito sovrano del Regno Unito mantiene il suo tradizionale triplo A di rating, ma il 30% di esso detenuto all’estero rende il paese assai vulnerabile. E quanto può durare, voi dite, questo privilegio ormai obsoleto che fa la riverenza alla “sovranità”, stracciona ormai, della City su tutto?

Il cancelliere dello Scacchiere, come qui in modo pittoresco anche se alquanto goffo insistono a chiamare il ministro del Tesoro (lo Scacchiere, chiamato così perché in origine era strumento usato per contare, è l’istituzione di epoca medievale creata da Enrico I per raccogliere i tributi dovuti al re: insomma, l’ufficio delle tasse), ha presentato alla Camera dei comuni in pompa magna, nella vecchia e logora borsa di marocchino rosso sbiadito ormai quasi in un marron sporco che, all’uopo, venne fabbricata oltre due secoli fa, il bilancio pre-elezioni[210].

Come tale, inevitabilmente, colorato di tanta politica e scarso di proposte concrete su tagli di spese e aumento di tasse che tutti ono convinti toccherà metterci, poi, a chiunque vincerà le prossime elezioni per raddrizzare un po’ i rovinosi conti del paese.

Anzi. Il bilancio in rosso profondo è in aumento: viene ridimensionato un po’ il deficit (nel 2011-2012 il fabbisogno scende di 11 miliardi di sterline a 167 miliardi, ma aumenta il pacchetto di salvataggio con lo stanziamento di altri 2 miliardi e mezzo di sterline per una spesa pubblica che in complesso ammonterà a 644 miliardi (715,5 miliardi di €) da 604,6 nell’anno fiscale a venire e cui si riferisce il bilancio[211].    

I laburisti hanno difeso la scelta di evitare tagli con l’argomento, fortissimo, che la crisi non è certo passata e che questo sarebbe il momento peggiore, che aggraverebbe soltanto la disoccupazione e l’impoverimento del paese. I conservatori hanno denunciato, correttamente, che poi chiunque vince, a meno di rovesciare come un calzino le politiche finora seguite – il mercato anzitutto: cosa che neanche i laburisti si sono impegnati a fare – dovrà invece tagliare e a fondo. Perché malgrado le notizie di qualche marginale riduzione, il deficit/PIL è ancora ufficialmente all’11,8%.

Faremo le nostre scelte, ha detto Darling, il cancelliere, e correggeremo quanto va corretto – questa è la differenza tra noi e i conservatori – per non penalizzare oltre le classi popolari, i pensionati, i giovanissimi, i vecchi, i consumatori: la crisi la dovranno pagare proporzionalmente di più quelli che ne sono stati risparmiati: dai mercati, che non falcidiano i loro redditi nello stesso modo, e dalla politica anche dei governi (quello laburista compreso che, ormai, dicono Darling e anche Brown con qualche imbarazzo, non è più quello New di Blair e ha cambiato strada).

Promesse. Ma solo elettorali? E basteranno gli annunci di incentivi fiscali per gli acquirenti della prima casa, i 2,5 miliardi di sterline per nuovi “stimoli” alla crescita economica finanziati dall’incasso, già messo a regime, della nuova tassa punitiva – giustamente punitiva, ha detto il cancelliere… – sulle gratifiche dei dirigenti di banca che ha già portato all’erario oltre 2 miliardi… oppure anche questa spinta non sarà sufficiente a cominciare a tirar su dal marasma di una deflazione incipiente questa economia?

Che effetto avrà, alla fine, sugli elettori il trend che già si è andato affermando in Francia e comincia a pesare in Germania, che la gente rifiuta – visceralmente rifiuta – le ricette troppo brutali anche se mascherate ma chiaramente avvertite di tagli al welfare e di attacco al minimo di uguaglianza che è stata strappata in decenni di lotte a lor signori? Taglierà le gambe, qui, ai tories?   

Ma che effetto avranno le “rivelazioni” quasi spontanee (sono venute fuori così, proprio come se fossero ormai cose del tutto normali…) di fine mese secondo le quali tre-quattro ministri di Blair e di Brown, una volta sostituiti, hanno messo le loro conoscenze e influenze in vendita a servizio di privati e aziende come “consulenti” lautamente pagati? Insomma, lobbisti…Una volta sarebbe stata la loro fine, in un partito con le sue radici popolari e operaie, come il laburismo di ieri. In questo Labour, non più proprio Nuovo ma ancora a bagnomaria, forse potrebbe essere proprio la fine del Labour.

E adesso da vedere resta se magari, invece, la gente premierà i Liberal-democratici, che qui sono di sicuro un partito più a sinistra dei conservatori e anche, spesso, ormai, dei laburisti. Che, soprattutto, sembrano più sensibili degli uni per cultura e degli altri per disabitudine, diciamo, al potere alle tematiche di un’uguaglianza decente di base e delle libertà personali e collettive.

E che anche in materia economica, quella più rovente, hanno la loro da dire. Del più popolare tra loro – quello che, se costringessero uno degli altri partiti a fare il governo di coalizione, sarebbe di certo il loro candidato a cancelliere dello Scacchiere – un vispo, paffuto ed arguto sessantacinquenne, Vince Cable, tutta l’Inghilterra oggi ricorda la domanda con cui nel 2003 inchiodò nel question time ai Comuni l’allora cancelliere dello Scacchiere, Gordon Brown.

Oggi la propaganda del partito ha ricordato a tutta l’Inghilterra che allora il cancelliere negò, e anche sprezzantemente, ma che Cable aveva completamente ragione quando gli chiedeva, secondo la formula falso-dubitativa di rito: “Ma non è, onorevole cancelliere, verità nuda e cruda che… la crescita dell’economia britannica si regge sulla spesa per consumi, tenuta su da livelli record di indebitamento personale, garantito se poi lo è solo da un prezzo delle case che la Banca centrale ci ha appena detto essere ben al di sopra del livello di equilibrio? e che quando scoppierà questa bolla ci troveremo tutti con una mano davanti e una di dietro?[212]” [cioè, l’equivalente in slang popolare britannico].

Il problema attuale del Labour di Brown è che tale è la sua viscerale paura di sembrare tornare “indietro”, cioé al buon senso minimo del laburismo pre-Blair e prima che lo contagiassero le manie liberiste di leccare i piedi al capitale più sfrenato e selvaggio, che il suo ripensarci magari comincia a praticarlo ma non lo confessa mai ad alta voce.

Per cui neanche adesso, dopo aver dovuto riconoscere ehe aveva ragione Cable e non lui – il cancelliere di allora e il primo ministro di oggi – mai uno come Brown potrebbe sottoscrivere una simile impostazione per quanto corretta, giusta, vera essa suoni, sembri e sia. E, allora, forse è proprio arrivato il momento – malgrado tutto… – che, come si dice, il popolo cambi cavallo…

GIAPPONE

Rivisto al ribasso il tasso di crescita del PIL: +3,8% nel quarto trimestre, invece del 4,6 originariamente previsto[213].

Quest’anno, l’attivo dei conti correnti giapponesi ha segnato a gennaio 899,8 miliardi di yen (1 yen = 0,011 $; 899,8 miliardi di yen, quindi, = 9,4 miliardi di $), contro il passivo di 132,7 miliardi dell’anno scorso, grazie a un forte recupero dell’export.

La bilancia relativi a beni e servizi ha segnato un surplus di 37,3 miliardi di yen, con quella commerciale che da sola ha marcato un attivo di 197,2 miliardi contro un passivo l’anno precedente di 844,8.

Le esportazioni a gennaio sono balzate in avanti del 40,6% a 4.616,9 miliardi di yen. A febbraio, a dati destagionalizzati, l’aumento è stato a 5.700 miliardi di yen (63,1 miliardi di $), come comunica l’Agenzia delle dogane, facendo rilevare che rispetto allo stesso mese dell’anno scorso è un aumento del 45,6%[214].

L’import è anch’esso risultato positivo, per la prima volta in quindici mesi, in crescita del 7,1% a 4.419,7 miliardi.      

Cresce, però, la preoccupazione per un export che potrebbe risultare penalizzato dalla forza ancora ritenuta eccessiva dello yen. Dice il premier Yukio Hatoyama che contraddice direttamente l’indicazione di Obama – rivolta ai cinesi, però – secondo la quale le valute dovrebbero sempre lasciarsi orientare dal mercato (come se il dollaro, poi, facesse sempre così…) che bisognerà intervenire a moderarne la robustezza, visto che i mercati non riescono a vedere certe debolezze dell’economia giapponese: la deflazione cronica, ad esempio[215].

La disoccupazione, in questo paese, calcolata secondo i suoi (e non solo suoi) metodi estremamente conservatori (qui proprio stitici, a dire verità) è calata al 4,9% a gennaio, dal 5,2 di dicembre. Gli esperti non troppo di parte concordano a dirla, in realtà, almeno all’8%[216].

Per combattere, o meglio per cercare di combattere, la deflazione avanzante, il Giappone allenta la sua politica monetaria[217]. E, facendo così, la seconda, o la terza ormai forse, economia del mondo sceglie un percorso diverso da quello di tutti gli altri paesi industrializzati: del resto, si tratta dell’unico paese che per il momento deve combattere attivamente contro la deflazione.

In effetti, l’indice dei prezzi al consumo a febbraio, anno su anno, cade dell’1,2% per il dodicesimo mese consecutivo[218]. A confronto con la base di riferimento (uguale a 100 nel 2005), ed escludendo dal computo i prezzi maggiormente volatili degli alimentari freschi, il livello registrato adesso è a 99,2 e questa è la deflazione più critica, afferma il ministero degli Affari interni e delle Comunicazioni che diffonde il dato. Globalmente il mese prima, a gennaio, il dato della deflazione era all’1,3%.   

Per questo, la Banca centrale mentre anche qui – come altrove dovunque, in America, in Inghilterra, in Europa – lascia i tassi al livello cui sono (lo 0,1%, qui) senza tagliarli, come cominciano a fare loro non taglia neanche i programmi in atto di cosiddetta facilitazione quantitativa che rendono più abbondante la liquidità nel sistema. Anzi, raddoppia il piano di aiuto nazionale alle banche: da 10.000 a 20.000 miliardi di yen (222 miliardi di $) per re-inflazionare un poco l’economia che questo febbraio ha visto i prezzi calare dell’1,8% su quelli dell’anno passato, col debito pubblico che ha già toccato il 190% del PIL.

Il governo ha deciso di far pressione sulla Banca del Giappone perché combatta con determinazione il flagello della deflazione finanziandone la spesa e aumentando la liquidità in circolazione. Ma si scontra con la tradizionale riluttanza di ogni Banca centrale a veder crescere il debito: secondo le proiezioni della BoJ, quest’anno, a fine anno, esso potrebbe anche arrivare al 225% sul PIL…

Ma, in effetti, è difficile che la deflazione possa essere sconfitta con l’aumento di spesa pubblica perché, secondo molti attenti osservatori, il problema nasce da una popolazione che diminuisce ed invecchia e dall’impegno, sempre più difficile da soddisfare, a mantenere un tasso elevato di occupazione a reddito considerato sufficiente.

Il problema è che, come riassume bene un titolo di stampa “specializzato” sul nodo[219] Il programma di prestiti della Banca centrale sembra trovare eco molto più nel governo che nella pubblica opinione: non c’è alcuna indicazione che imprenditori, banchieri, consumatori, insomma – come si dice – il cavallo sia pronto a bere…

Onestamente, sembra non esistere via d’uscita se non nella decisione, sovrana, del governo giapponese di uscire dal debito, e dal problema che gli impone il servizio del debito, svalutando pesantemente lo yen e rilanciando così, fregandosene degli altri, l’export di manifatturato, beni e servizi che sostiene la ripresa economia.

Anche se bisogna pur notare che, al contrario ad esempio del caso britannico e, in buona parte, anche di quello italiano, l’enorme debito pubblico giapponese non è in mani straniere (come nel primo caso) e neanche in mani di creditori nazionali (il nostro) quanto e proprio della Banca centrale del Giappone.

Il che significa che, qui, l’interesse sul debito viene pagato alla Banca e viene riversato nelle casse dell’erario, abbattendo così il peso del servizio del debito: meccanismo virtuoso che, purtroppo, non funziona nel caso nostro dove gli interessi vanno in tasca non allo stato, alla comunità, ma ai singoli detentori. 

Hatoyama ha scelto di presentare un bilancio record[220] di 92.300 miliardi di ¥ in parlamento (1.000 miliardi di $), mirato a un ulteriore stimolo economico— con un’altra ondata di spesa pubblica che sicuramente non servirà – ma il governo ne è perfettamente cosciente – ad alleviare il debito pubblico. E il parlamento ha subito approvato il bilancio stesso. Verranno così anche pagati sussidi generosi alle famiglie più giovani e numerose, un’istruzione pubblica di qualità e un sostegno ai redditi agricoli familiari.

Rovesciando le politiche economiche del precedente governo liberal-democratico di Junichiro Koizumi, quello che d’altra parte non solo ha affondato il paese nella recessione ma poi anche nell’esplosione del debito pubblico – già al doppio del PIL, il maggiore del mondo – il governo del partito democratico ha invece cancellato la marea di privatizzazioni (del sistema postale anzitutto) che era stata annunciata, ma non messa in opera. 

A inizio marzo, il governo ha ufficialmente notificato agli Stati Uniti che l’accordo in vigore e in base al quale la base militare americana[221] di Futenma, a Okinawa, dovrebbe essere spostata in un’altra località dell’isola meno densamente popolata, non può più tenere. Il capo del gabinetto della presidenza del Consiglio, Hirofumi Hirano, ha comunicato all’ambasciatore degli USA, John Roos, che attenersi al piano “è diventato politicamente difficile”. Il governo sta considerando alternative che prevedono lo spostamento della base dei marines americani più a nord nel’isola di Okinawa stessa, anche se ancora non ha presentato opzioni alla controparte in attesa delle sue indicazioni.

Probabilmente, ma con motivazioni altrettanto probabilmente ormai solo in negativo – perché hanno paura tutti e due della Cina: magari, poi, per motivi diversi – USA e Giappone, alla fine, troveranno un qualche accordo: e la carta più forte del mazzo – dei rapporti di forza, cioè – in ogni caso è in mano agli americani.

Per ora è il Giappone che spinge: il governo va proponendo con insistenza all’ambasciatore statunitense un piano che altera l’accordo bilaterale esistente per arrivare a una ridislocazione concordata della base di Okinawa; e John Roos ha assicurato che Washington “considererà attentamente la proposta[222]. Anche se gli sta saltando – abbastanza comprensibilmente – la mosca al naso…

Perché la proposta prevede, si è venuto a sapere, due stadi: come per la costruzione di una specie di lazzaretto. Prima, con la realizzazione di un nuovo eliporto alla base USA di Camp Schwab che accolga lo spostamento di quello di Futenma, la base che i giapponesi vogliono veder sparire; poi, la possibilità, per ospitare definitivamente, la base di edificare un’isola artificiale, come quella che attualmente ospita l’aeroporto di Tokyo, Narita, ad Uruma o a Tokunoshima, nella prefettura di Kagoshima dell’isola di Kyushu, la più meridionale e isolata dell’arcipelago giapponese…

Come se in Italia mettessero una base americana su un isolotto artificiale costruito a sud di Pantelleria e, forse, attaccato solo da un pontile all’isola e, da essa, comunque isolato dalla terraferma…

Il governo Hatoyama insiste, in ogni caso, nell’affermare pubblicamente e con grande veemenza – anche a fronte dell’ostilità antiamericana crescente – che vuole in ogni caso far restare la difesa del paese fermamente collegata alla stella polare dell’alleanza con gli USA[223]. Parlando nel corso della cerimonia dei brevetti all’Accademia di difesa nazionale di Yokosuka, ha detto anche che questa posizione tradizionale va solo completata dal rafforzamento dell’interdipendenza che il Giappone riconosce ormai esserci sempre coi paesi vicini al suo. Insomma, l’America è un punto fermo. Ma non esiste più soltanto l’America.


 

[1] OECD, Parigi, 10.3.2010, Economic Policy Reforms: Going for Growth 2010 - Italy Country Note— Riforme di politica economica: 2010, puntare alla crescita – Nota paese sull’Italia (cfr. www.oecd.org/dataoecd/18/36/44651634 .pdf/).

[2] CISL, Ufficio Studi confederale, 3.2010, B. Chiarini e G. Olini, Focus-La crisi finanziaria dei PIGS [Portogallo, Italia o/e Irlanda, Grecia, Spagna— ma PIG in inglese significa maiale…]: sono solo fatti loro? (cfr. www.cisl.it/sito-studi.nsf/ b35b4a42982ae79ec1257122003cdfe5/642e0527b474392ac12576e100442992/$FILE/Focus%20Pigs_Mar2010.pdf/).

[3] The Economist, 6.3.2010.

[4] Cfr., ad esempio, C.I.A. World Factbook, China- Economy (cfr. https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/ch.html/).

[5] China Daily, 2.3.2010, F. Jing, Urban-rural income gap widest since reform Al massimo il gap reddituale tra città e campagna (cfr. www.chinadaily.com.cn/china/2010-03/02/content_9521611.htm/).

[6] The Economist, 6.3.2010.

[7] New York Times, 4.3.2010, M. Wines e J. Ansfield, China Says It Is Slowing Down Military Spending— La Cina afferma che sta rallentando le spese militari.

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL Guardian E DEL New York Times NON VENGONODATI SINGOLARMENGTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI . QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[8] Dati di fine 2009 del Center for Arms Control and Non-Proliferation Centro per il controllo degli armamenti e la non proliferazione (cfr. www.armscontrolcenter.org/).

[9] Agenzia Reuters, 9.3.2010, Z. Xhin, China calls U.S. Treasuries important, wary on gold— La Cina: i bond americani sono i più importanti del mondo, cauta sull’oro (cfr. www.reuters.com/assets/print?aid=USSGE62804420100309/).

[10] Agenzia Bloomberg, 9.3.2010, Yuan Faces Appreciation Pressure on Rates, SAFE Says— L’Ufficio nazionale delle valute attesta della pressione alla rivalutazione dello yuan (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601068&sid=as McdavsAUao/).

[11] New York, 25.3.2010, K. Bradsher, China officials wrestle publicly over currency— I leaders cinesi discutono pubblicamente sulle valute.

[12] Reuters, 12.3.2010, Claim over inflation Asserzioni sull’inflazione (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE62B0LX20 100312/).

[13] Renminribao (Quotidiano del popolo), 24.3.2010, Xinhua (Agenzia Nuova Cina), China forecasts Q1 inflation rate between 2 to 2.5% La Cina prevede un’inflazione tra il 2 e il 2,5% nel primo trimestre (cfr. http://english.peopledaily.com.cn/ 90001/90778/90862/6928181.html/).

[14] Business Week, 11.3.2010, J. McDonald, China's February inflation accelerates A febbraio l’inflazione cinese accelera (cfr. www.businessweek.com/ap/financialnews/D9ECHBN00.htm/).

[15] New York Times, 10.3.2010, S. Lafraniere, China’s exports rise 46% Salgono del 46% le esportazioni cinesi.

[16] Reuters, 23.3.2010, Rare China trade deficit not seen signaling new trend— Un caso raro di deficit della bilancia commerciale non è considerato come segnale di una tendenza diversa (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE62M0GQ20 10 0323/).

[17] New York Times, 14.3.2010, M. Wines, Chinese leader firmly defends currency and trade policies Il premier cinese difende fermamente le scelte di politica valutaria e commerciale.

[18] Shangai Daily, 16.3.2010, FDI rises to US$5.89b— Gli IDE salgono a 5,89 miliardi di $ USA (cfr. www.shanghaidaily. com/sp/article/2010/201003/20100316/article_431341.htm/).

[19] China Daily, 18.3.2010, Z. Haizhou e C. Xiao, Nation's certification system protectionist, says EU envoy Il sistema di certificazione nazionale, dice l’inviato dell’UE, è protezionista (cfr. www.chinadaily.com.cn/cndy/2010-03/18/content_ 9606560.htm/).

[20] Kyodo economics news summary, 23.3.2010, China's IT certification no longer threat: Japan minister— Dice il ministro giapponese che la certificazione di qualità tecnologica non è più una minaccia (cfr. www.breitbart.com/article. php?id=D9EK81GG6&show_article=1/).  

[21] New York Times, 17.3.2010, B. Wassener, World Bank Upgrades 2010 China Growth Forecasts— La Banca mondiale aumenta le previsioni di crescita della Cina nel 2010; e, per il testo integrale dell’aggiornamento, World Bank, 3.2010, Quarterly Update— Aggiornamento trimestrale (cfr. http://siteresources.worldbank.org/CHINAEXTN/Resources/318949-1268688634523/CQU_march2010.pdf/).

[22] RenminribaoQuotidiano del popolo, 16.3.2010, Chinese premier, British foreign secretary underline free trade— Il premier cinese e il ministro egli esteri britannico sottolineano il libero commercio (cfr. http://english.people.com.cn/90001/90776 /90883/6921509.html/).

[23] Guardian, 30.3.2010, A. Chakrabortty, Freedom is not found online— La libertà non si trova online.

[24] New York Times, 23.3.2010, M. Wines, Stance by China to Limit Google Is Risk by Beijing— La posizione della Cina

di limitare Google è un rischio per Pechino.

[25] U.S. Department of State, 11.3.2010, 2009 Country Reports on Human Rights Practices Rapporti paese sulle pratiche relative ai diritti umani 2009 (cfr. www.state.gov/g/drl/rls/hrrpt/2009/index.htm/).

[26] Information Office of the State Council of China, 13.3.2010, U.S. Human rights record in 2009— I diritti umani in America nel 2009 (per il testo completo, pronto per la pubblicazione, evidentemente, un giorno solo dopo quello americano, cfr. www.chinadaily.com.cn/china/2010-03/12/content_9582821.htm/).    

[27] New York Times, 3.3.2010, J. E. Sweig, An American in Brazil—.

[28] Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística, (IBGE), 11.3.2010, Conti nazionali 2009 (cfr. www.ibge.gov.br/engli sh/presidencia/noticias/noticia_visualiza.php?id_noticia=1571&id_pagina=1/).

[29] Financial Times, 29.3.2010, J. Wheatley, Brazil to spend R$958.9bn on infrastructure— Il Brasile spenderà 958,9 miliardi di reais in infrastrutture (cfr. www.ft.com/cms/s/0/416eefaa-3aae-11df-b6d5-00144feabdc0.html/). 

[30] USA Today, 9.3.2010, Brazil slaps trade sanctions on U.S. to retaliate for subsidies to cotton farmers— Il Brasile schiaffa sanzioni commerciali contro gli USA in rappresaglia per i sussidi ai coltivatori di cotone (cfr. http://content.Usatoday. com/communities/ondeadline/post/2010/03/brazil-slaps-trade-sanctions-on-us--to-retaliate-for-subsidies-to-cotton-farmers/1/).

[31] New York Times, 3.3.2010, Agenzia Associated Press, (A.P.), Brazil President Urges Caution on Iran Sanctions— Il presidente brasiliano sollecita cautela sulle sanzioni contro l’Iran.

[32] New York Times, 6.23.2010, J. Becker e R. Nixon, U.S. Enriches Companies Defying Its Policy on Iran— Gli Stati Uniti vanno arricchendo le imprese che sfidano la linea americana sull’Iran [dove, a dire il vero, non è tanto eclatante il fatto in sé – businness is notoriamente business – ma la cifra: sui 10 miliardi di dollari di “premio” all’anno… anche se è un calcolo strano, questo, visto che sono molto meno di dieci anni da che gli USA hanno scatenato sanzioni contro l’Iran…] .

[33] Il testo del famoso articolo del Regolamento della Reale marina borbonica (probabilmente apocrifo) in www.napolion theroad.it/facitammuinadoc.htm/.

[34] The Economist, 27.2.2010.

[35] Dove sia chiaro che chi scrive, per il personaggio storico di Tommaso Aniello da Amalfi, ha il massimo rispetto: un grande rivoluzionario sociale allo stato puro – senza mistificazioni politico-ideologiche come dopo di allora, metà del ‘600, forse non se ne sono più visti…

[37] The Economist, 6.3.2010 e 20.3.2010.

[38] The Economist, 13.3.2010.

[39] EUROSTAT, 12.3.2010, Boll. #37/10, Industrial production up by 1.7% in euro area Nell’eurozona, la produzione industriale sale dell’1,7% nell’eurozona nell’eurozona (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-12032010-AP/EN/4-12032010-AP-EN.PDF/).

[40] EUROSTAT, 24.3.2010, Boll. #44, Industrial new orders down by 2.0% in euro area-Down by 0.2% in EU27— I nuovi ordinativi industriali calano del 2% nell’eurozona- E dello 0,2% nell’Unione a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/ca che/ITY_PUBLIC/4-24032010-AP/EN/4-24032010-AP-EN.PDF/).

[41] EUROSTAT, 16.3.2010, Boll. #39/10, Euro area annual inflation down to 0.9%— L’inflazione annua nell’ eurozona cala a 0,9% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-16032010-AP/EN/2-16032010-AP-EN.PDF/).  

[42] The Economist, 6.3.2010.

[43] EUROSTAT, 15.3.2010, Boll. #38/10, Employment down by 0.2% in the euro area and by 0.3% in the EU27 La disoccupazione scende dello 0,2% nell’eurozona e dello 0,3 nella UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY- PUBLIC/2-15032010-AP/EN/2-15032010-AP-EN.PDF/). 

[44] Guardian, 7.3.2010, J. Stiglitz, Dangers of deficit-cut fetishism— I pericoli del feticismo da taglio del deficit.

[45] WTOP, 1.3.2010, Germany's Merkel opposed to Greek bailout La tedesca Merkel si oppone al salvataggio greco (cfr. www.wtop.com/?nid=111&sid=1900196/).

[46] New York Times, 1.3.2010, (A.P.), Germany’ Merkel: Greece Needs to Implement Plan La tedesca Merkel: è necessario che la Grecia applichi il piano [di austerità].

[47] A modo loro, tutti (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-22102009-AP/EN/2-22102009-AP-EN.PDF/).

[48] New York Times, 33.2010, N. Kitsantonis, Greece Approves Plan for New Taxes and Pay Cuts— La Grecia approva un piano di nuove tassazioni e nuovi tagli ai salari [pubblici].

[49] Reuters, 3.3.2010, Grecia, sindacato settore pubblico teme esplosione sociale (cfr. www.investireoggi.it/fo rum/operativo-titoli-di-stato-greci-vt37706-401.html/).

[50] RTÊ.ie, 22.3.2010, Greek budget deficit picture improves Il deficit di bilancio greco migliora (cfr. www.rte.ie/business /2010/0322/greece.html/).

[51] Bloomberg, 4.3.2010, D. Merritt, Greek Notes Rally— I buoni greci vano forte (cfr. www.bloomberg.com/apps/ news?pid=20601087&sid=aMLzYPB3kO3c&pos=3/).

[52] le Monde, 20.3.2010, M. de Vergés, La cacophonie fait baisser l'euro— La cacofonia fa abbassare l’euro (cfr. www.le monde.fr/economie/article/2010/03/20/la-cacophonie-fait-baisser-l-euro_1321928_3234.html/).

[53] Athens News Agency-MPA, 3.3.2010, PM leaves open prospect of IMF recourse if EU backing not forthcoming— Il primo ministro lascia aperta la prospettiva di un ricorso al FMI se non arriva l’appoggio della UE (cfr. www.hri.org/news/greek/ ana/2010/10-03-04.ana.html/).

[54]NewsObserver.com, 18.3.2010, Greece: Will ask for IMF help if EU fails— La Grecia chiederà aiuto al FMI se le viene a mancare quello della UE (cfr. www.newsobserver.com/2010/03/18/395022/greece-deficit-plan-depends-on.html/).

[55] Google/A.P., 5.3.2010, M. Moore e P. Pylas, EU wary of Greece seeking IMF help— La UE guarda con circospezione alla prospettiva che la Grecia cerchi l’aiuto del FMI (cfr. www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5gpLylgpv2X81Awn WcfzaY3-Lu63AD9E7UGA80/).

[56] Bloomberg, 8.3.2010, Greece to Press U.S. to Crack Down on ‘Speculators’— La Grecia preme su USA [ed Europa] per stringere il freno sugli’ speculatori’ (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&sid=aGaNbSiY7BuU& pos=5/).

[57] The Economist, 20.3.2010; il Guardian/Oberver, 21.3.2010, Once again, Gordon Brown has shown he is in thrall to the City— Per l’ennesima volta, Gordon Brown si dimostra in adorazione della City, elenca tutte le circostanze in cui quest’uomo, prima, conduce la campagna contro hedge funds e derivati, poi si mette paura e frena; peggio, anzi, conduce nei termini che più beceri non si può la difesa degli interessi costituiti: quelli che si era appena dannato l’anima a dimostrare i peggiori… Ma ancora più scandaloso, crede chi scrive, è che quanti gli avevano dato ragione quando predicava indignato che A,  dopo averlo sentito dire che è meglio B, gli diano retta e si fermino… ossequienti.

   E’ chiaro perché, se perde le elezioni, non è che a piangere saranno poi in molti a Londra e a sinistra? Come se al peggio, però, ci fosse davvero una fine…

[58] New York Times, 8.3.2010, J. Ewing e M. Saltmarsh, Proposed European Monetary Fund Advances Avanza la proposta di un Fondo monetario europeo; New York Times, 9.3.2010, M. Saltmarsh, Proposal for European Monetary Fund Meets Resistance— La proposta di un Fondo monetario europeo trova resistenze.

[59] Bloomberg, 6.3.2010, J. Fraher e L. Totaro, Sarkozy Says EU Must Back Greece or Jeopardize Euro— Sarkozy afferma che l’UE deve sostenere la Grecia o vedere l’euro a rischio (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&sid=a7fu8 QDyEtlU/).

[60] NPR, 16.3.2010, Greece Gets Some Relief On Credit Rating— La Grecia trova un po’ di sollievo sulla valutazione del debito (cfr. www.nprorg/templates/story/story.php?storyId=123413270/).  

[61] E questa è la motivazione “politica”. Quella tecnica, sepolcristicamente imbiancata in modo impeccabile, si perita di   avanzarla la Bundesbank: parte lancia in resta contro il Fondo monetario il cui ruolo non è certo quello di aiutare paesi con eccessivi deficit di bilancio (Stratfor, 22.3.2010, Germany: Greece: Bundesbank criticizes possible IMF actions Germania, Grecia: la Bundesbank critica il possibile intervento l’agire possibile dell’FMI, cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100322 _germany_greece_bundesbank_criticizes_possible_imf_action/).

   Invece il mandato del Fondo – ricorda – è quello di usare le riserve valutarie estere delle sue casse per dare una mano ai deficit di breve periodo delle bilance dei pagamenti. Che è vero. Anche se essere un tantino pignoli, andrebbe detto più correttamente che il FMI, in base al proprio mandato, dovrebbe intervenire oltre che a disciplinare gli eccessivi deficit anche gli eccessivi attivi di bilancia dei pagamenti e di bilancia commerciale. Cioè, proprio e anche, sullo sbilancio dei conti tedeschi…

[62] The Economist, 20.3.2010.

[63] New York Times, 3.3.2010, edit., A.I.G., Greece, and Who’s Next?— L’A.I.G., la Grecia… e chi sarà il prossimo?

[64] Euractiv, 2.3.2010, Merkel kritisiert die’Europa 2020’-Strategie— Merkel critica la strategia di’Europa 2020’ (cfr. www.euractiv.com/de/prioritaten/merkel-kritisiert-die-europa-2020-strategie-news-299867/).

[65] Reuters, 2.3.2010, ECB's Nowotny, Greece’s rating fate unacceptable— L’esponente della BCE Nowotny:il destino deciso per la Grecia dalle agenzie di rating non è accettabile (cfr. www.reuters.com/article/idUSWEB341220100302?type= hotStocksNews/).

[66] Handelsblatt, 3.3.2010, EZB beklagt Rolle der Ratingagenturen-Situation “inakzeptabel”—: Alla BCE deplorano il ruolo delle agenzie di rating-Situazione “inaccettabile” (cfr. www.handelsblatt.com/politik/international/situation-inak zeptabel-ezb-beklagt-rolle-der-ratingagenturen;2540116/).

 

[67] New York Times, 24.3.2010, D. Jolly, Euro falls over downgrade for Portugal L’euro cade dopo la svalutazione del rating del Portogallo [da parte di Fitch, da AA a AA−, con previsione “negativa” sull’evoluzione del debito a lungo termine]. E’ la minaccia che convince i socialisti al governo (di minoranza) e i socialdemocratici all’opposizione a cercare e trovare l’accordo su un piano di austerità che dovrebbe servire a ridurre il deficit di bilancio al 3% entro il 2013 (ma nel 2010 solo dell’1%, al 10): tagli al welfare, maggiore controllo su ogni aiuto pubblico, tagli alla spesa militare e blocco di salari e stipendi per 700.000 dipendenti pubblici (promessa credibile); con aumento di tasse per i più abbienti (cui credono in pochi) e eliminazione di molte misure che consentono l’elusione fiscale (dunque, legale). E probabile vendita di pezzi del patrimonio pubblico.

   Ci sarà forte opposizione sociale, anche forse dei sindacati socialdemocraci e socialisti che reggono con difficoltà l’incaz***ura della base (WTop.com, 25.3.2010, B. Hatton, Portugal's main parties reach key deal on debt I principali partiti raggiungono un accordo chiave sul debito, cfr. http://wtop.com/?nid=111&sid=1881818/).

[68] New York Times, 15.3.2010, D. Jolly, Credit Agency Warns U.S. and Others of Risk to Top Rating— Agenzia di credito avverte Stati Uniti e altri che stanno rischiando il loro top rating.

[69] Wall Street Journal, 10.3.2010, C. Paris, Greece May Seek EU Aid If Spreads Don't Narrow— LaGrecia potrebbe cercare l’aiuto dell’Unione europea se i suoi spreads non calano (cfr. http://online.wsj.com/article/SB100014240527 48703701004575112943566949512.html?KEYWORDS=%2522simply+unsustainable%2522++++%2522crunch

+time%2522/).   

[70] EUObserver, 17.3.2010, A. Willis, Merkel says errant states should be kicked out of the eurozone Merkel sostiene che gli Stati “erranti” dovrebbero essere cacciati fuori dell’eurozona (cfr. http://euobserver.com/9/29706/).

[71] Yahoo!Finance, 12.3.2010, Germany takes aim at EU fiscal laggards La Germania mette sotto mira i ritardatari della UE (cfr. http://uk.finance.yahoo.com/news/germany-takes-aim-at-eu-fiscal-laggards-afp-c6aeef00c922.html?x=0/).

[72] Cfr. Nota congiunturale 2-2010, in Nota87: dove notavamo come non ci sembrasse affatto casuale che, proprio adesso, a dicembre, la BCE pubblichi una ricerca – tecnicamente un Working Paper-Legal— Documento di lavoro-Legale, no. 10 del dicembre 2009 – dal titolo vagamente evocativo in una serie che evocativa è essa stessa— titolo mai prima ritrovato, però, neanche come elemento di discussione; e, anche se il testo è carico di punti interrogativi sull’ipotizzabilità stessa del dibattito, nel titolo come si vede non ce neanche un solo segno interrogativo…

   Il titolo in questione, quanto mai esplicito, essendo poi Withdrawal or Expulsion from the EU and EMU: some reflections Ritiro o espulsione dalla Unione europea o dall’Unione monetaria europea: alcune riflessioni, di Ph. Athanassiou, consigliere legale – e ancora una volta, non a caso, proprio greco… – della BCE stessa (cfr. www.ecb.int/pub/pdf/ scplps/ecblwp10.pdf/).

[73] Euractive, 19.3.2010, Barroso: ‘No country can be expelled from the eurozone’, says Lisbon Il trattato di Lisbona dice che nessun paese può essere espulso dall’eurozona: Barroso (cfr. www.euractiv.com/en/priorities/barroso-no-country-can-be-expelled-eurozone-news-358343/).

[74] New York Times, 18.3.2010, M. Saltmarsh e N. D. Schwartz, Germany backtracks on Europe tracks for Greece— La Germania fa marcia indietro su una soluzione europea per la Grecia.

[75] le Monde, 21.3.2010, Reuters, Les Européens divisés sur l'octroi d'une aide à Athènes Gli europei sono divisi sulla concessione d’un aiuto ad Atene (cfr. www.lemonde.fr/depeches/?seq_id=3234&cont_dep_id=439&dep_id=41995369# top/).

[76] Guardian, 23.3.2010, J. Fischer, Ms Europe or Frau Germania?

[77] Die Welt, 26.3.2010, Von Detlef Gürtler, Merkel als Wilhelm II La Merkel come Guglielmo II [il Kaiser della I Guerra mondiale](cfr. www.welt.de/die-welt/debatte/article6933026/Merkel-als-Wilhelm-II.html/).

[78] New York Times, 25.3.2010, M. Saltmarsh, E.C.B. Signals Policy Shift That Could Benefit Greece La BCE, con una correzione di policy, segnala di voler dare una mano alla Grecia.

[79] New York Times, 25.3.2010, S. Castle e M. Saltmarsh, Germany and France Said to Agree on Plan for Greece— Pare che Germania e Francia alla fine concordino su un piano per la Grecia.

[80] Reuters, 25.3.2010, Europe agrees on Greek safety net with IMF role— L’Europa accorda ai greci una rete di sicurezza con ruolo del FMI.

[81] Yahoo!Finance, 27.3.2010, Agenzia AFP, France, Germany want Europe-wide bank tax: Schaeuble Francia e Germania, dice Schäuble, vogliono una tassa bancaria europea (cfr. http://uk.finance.yahoo.com/news/france-germany-want-europe-wide-bank-tax-schaeuble-afp-bb13853b0ac3.html?x=0/).

[82] Bloomberg, 25.3.2010, J. G. Neuger e J. Stearns, IMF Drafted by EU for Greece in Groundbreaking Support for Euro— Il Fondo monetario arruolato dalla UE a fondamentale sostegno dell’euro (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=2 0601010&sid=agQSdjzITF_M/).

[83] Nell’immediato, invece, l’offerta sul mercato di titoli pubblici greci trova immediato riscontro favorevole: per 5 miliardi di € a scadenza settennale. Ma con rendimenti che – come voleva Merkel a mo’ di cilicio da infliggere ai peccatori – sono comunque di ben 3,4 punti percentuali superiori a quelli dei bonds tedeschi, a un interesse del 5,9%, cioè ad un costo più basso del 6,35% della precedente asta ma ancora punitivo, molto molto elevato – come temeva Papandreou – per l’economia greca (cfr. New York Times, 29.3.2010, D. Jolly, Greece raises $6.7 billion in Bond Sales La Grecia alza 6,7 miliardi di $ coi bonds della sua asta).

    Ma, a questo punto, la Grecia ha incassato prestiti per 25 miliardi dei 37 che deve rastrellare sul mercato entro fine maggio. Nota l’A. dell’articolo sul NYT che il rendimento resta ben al di sopra di quello che il mercato chiede per comprare dei titoli di “Spagna, Irlanda, Portogallo e Italia, gli altri paesi il cui indebitamento causa preoccupazioni”: ma l’A. – lasciatecelo dire come la pensiamo – da servo sciocco della City, evita di citare che le stesse preoccupazioni anche se non gli stessi rendimenti valgono – dovrebbero valere – anche – e come, e di più! – per la Gran Bretagna, di tutti il paese più indebitato in Europa… E tanto meno si chiede perché.

[84] Stratfor, 25.3.2010, Greece: PM Hails EU Aid Deal Grecia: il premier saluta l’accordo raggiunto in  sede UE (cfr. www. stratfor.com/sitrep/20100325_greece_pm_hails_eu_aid_deal/).

[85] Stratfor, 25.3.2010, Greece: Plan Meets Athens' Needs - Spokesman Il piano europeo incontra le esigenze di Atene, dice portavoce del governo (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100325_greece_plan_meets_athens_needs_spokesman/).

[86] EUObserver, 1.2.1010, L. Phillips, Member states and EU commission clash over diplomatic service Stati membri e Commissione si scontrano sul servizio diplomatico (cfr. http://euobserver.com/9/29581/).

[87] Reuters, 25.3.2010, Parliament groups reject EU diplomatic corps plan— I gruppi parlamentari respingono il piano per il servizio diplomatico europeo (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE62O4KO20100325/).

[88] le Monde, 17.3.2010, L'Italie en campagne pour obtenir la présidence de la BCE— L’Italia [tutta, meno il Berlusca…] in campagna per ottenere la presidenza della BCE (cfr. www.lemonde.fr/web/imprimer_element/0,40-0@2-3234,50-1320472,0.html/).

[89] le Monde, 19.2.2010, C. Gatinoise, La Grèce n'est pas la seule à "maquiller" sa dette— La Grecia non è stata certo sola a ‘imbellettarsi’ il debito (cfr. www.lemonde.fr/economie/article/2010/02/19/la-grece-n-est-pas-la-seule-a-ma qu il ler-sa-dette_1308455_3234.html/).

[90] Bild Zeitung, 11.3.2010, ...und dieser Italiener, auf gar keinen Fall— … e questo italiano, mai in nessun caso (cfr. www. bild de/BILD/politik/2010/03/11/machtkampf-europaeische-zentralbank/hg-draghi/mario-dieser-italiener-auf-gar-keinen-fall. html/).

[91] New York Times, 5.3.2010, S. Lyall, Iceland Voters Set to Reject Debt Deal— Gli elettori islandesi decisi a respingere l’accordo sul debito; e New York Times, 6.3.2010, S. Lyall, Voters in Iceland Reject Repayment Plan— Gli elettori islandesi respingono il piano di rimborso.

[92] Cfr. Nota congiunturale 3-2010, Nota53.

[93] Stratfor, 8.3.2010, Iceland: EU Accession Should Be Separate From Vote - Commission Secondo la Commissione l’accesso alla UE dovrebbe essere questione separata dal voto (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100308_iceland_eu_acces s ion_should_be_separate_ vote_commission/).

[94] Business Week, 30.3.2010, A. Lowasz, Iceland Loan Needs Board Support, Strauss-Kahn Says Il prestito all’Islanda ha bisogno del sostegno del CdA [del Fondo: e non ce l’ha], dice Strauss-Kahn (cfr. www.businessweek.com/news/2010-03-30/iceland-s-imf-loan-payment-may-lack-support-strauss-kahn-says.html/).

[95] Poltavabloggen, 1.3.2010, President Yanukovytch in Brussels (cfr. www.ukrinform.ua/eng/order/?id=182013/).

[96] New York Times, 1.3.10, S. Castle, Ukraine Makes Pitch for Stronger Ties With E.U. L’Ucraina si move verso legami più forti con la UE.

[97] Stratfor, 2.3.2010, EU: Ukraine Gets European Neighborhood Policy Euros UE:l’Ucraina ottiene gli euro della politica di vicinato europea (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100302_eu_ukraine_gets_european_neighborhood_policy_euros/).

[98] New York Times, 3.3.2010, Agenzia Associated Press (A.P.), Ukraine Government Receives Vote of No-Confidence— Il governo dell’Ucraina ottiene il voto di sfiducia.

[99] Kiev Ukraine News Blog, 10.3.2010, Yanukovych Offers Key Ukraine Post To Reformer— Yanukovich offre il posto chiave al riformatore [Tigipko]: ma non come primo ministro, piuttosto come ministro-chave, appunto, in carica per tute le questioni dell’Economia. E Tigipko, già presidente della Banca centrale, accetta (cfr. http://blog.kievukraine. info/2010/03/yanukovych-offers-key-ukraine-post-to.html/; e Stratfor, 10.3.2010, The Building of a Ukrainian Cabinet La messa insieme del gabinetto ucraino (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100310_brief_ building_ukrainian cabinet/).  

[100] Euractiv, 11.3.2010, Yanukovich's ally Azarov to lead new Ukrainian government Azarov, alleato di Yanukovich, condurrà il nuovo governo ucraino (cfr. www.euractiv.com/en/east-mediterrane an/yanukovich-s-ally-azarov-lead-new-ukrainian-government-news-329676/).

[101] Stratfor, 24.3.2010, Ukraine: Draft Budget Assumes Gas At $334 Per TCM Ucraina: la bozza del bilancio presume il gas a 334 $ per m3T (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100324_ukraine_budget_assumes_gas_price_334_cubic_meter/).

[102] Stratfor, 18.3.2010, Ukrainian amdiral dismissed Licenziato ammiraglio ucraino (cfr.  www.stratfor.com/sitrep/2010 0318_ukraine_admiral_dismissed/).

[103] Stratfor, 3.3.2010, Government Purges Begin In Ukraine— Le purghe di governo cominciano in Ucraina (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100303_brief_government_purges_begin_ukraine/).

[104] RIA Novosti, 23.3.2010, Ukrainian Communists threaten to withdraw from parliamentary coalition— I comunisti ucraini minacciano il ritiro dalla coalizione parlamentare (cfr. http://en.rian.ru/exsoviet/20100323/158288711.html/).

[105] Kiev Ukraine News Blog, 6.3.2010, Russia's Putin Proposes Closer Economic Ties With Ukraine Il russo Putin propone all’Ucraina più stretti legami economici (cfr. http://blog.kievukraine.info/).

[107] Agenzia Itar-Tass, 12.3.2010, Ukraine and Russia to resume joint naval exercises L’Ucraina e la Russia riprendono le loro esercitazioni navali congiunte (cfr. www.itar-tass.com/eng/level2.html?NewsID=14908782&PageNum=0/).

[108] NBC Tv, 16.3.2010, A. Melnichuck e S. Schuster, Ukraine to pass law scrapping NATO ambitions— L’Ucraina passerà una legge che cancella l’ambizione di aderire alla NATO (cfr. www.nbc12.com/Global/story.asp?S=1214 9905/).

[109] Bloomberg, 26.3.2010, M. Levitov, Russia Cuts Rate 12th Time in a Year to Contain Ruble— Per tenere basso il valore del rublo, la Russia taglia il tasso di sconto per la 12a volta in un anno (cfr. www.bloomberg.com/apps/news? pid=newsarchive&sid=aDPuI_JvWwEw/).

[110] Stratfor, 2.3.2010, Global Intelligence, Russia: Consolidation to Hit Gazprom, Rosneft— Gazprom e Rosneft colpiti dal “consolidamento” (cfr. www.stratfor.com/node/155861/).

[111] Guardian, 17.10.2010, P. Harrison e I. Wissenbach, Europe's energy chief wants Russian partnership— Nell’Unione, il commissario in carica per l’Energia, vuole una partnership con la Russia.

[112] Con cui, comunque, gli americani si proclamano anch’essi d’accordo: Interfax.com, 19.3.2010, U.S. agrees to play bigger role in Russian economy modernization Gli USA concordano: giocheranno un ruolo maggiore nella modernizzazione dell’economia russa (cfr. www.interfax.com/newsinf.asp?id=152998/).

[113] RTcom, 1.3.2010, Russia and France ‘lose their ideological border’ Russia e Francia cancellano il loro ‘confine ideologico’ (cfr. http://rt.com/Politics/2010-03-01/russia-france-strategic-partners.html/).

[114] Stratfor, 3.3.2010, The U.S. Instigate Attempts at Containing Russia— (cfr. www.stratfor.com/geopolitical_diary/20 100302_us_instigates_attempts_containing_russia/).

[115] Eurasianet.org, 5.3.2010, Georgia: ex-parliamentary speaker meets with Putin in Moscow Ex presidente del parlamento si incontra a Mosca con Putin (cfr. www.eurasianet.org/departments/news/articles/eav030510a.shtml/).

[116] Non sono sono bastate le scuse della Tv in questione per l’insensato e “spregevole” (parole sue) programma di propaganda saakhsviliana trasmesso… RIA Novosti, 18.3.2010, Georgian opposition to file lawsuit over bogus report— L’opposizione georgiana denuncia il reportage fasullo, annuncia che i due principali partiti di opposizione provvederanno a una denuncia formale del presidente, Mickhail Saakashvili, e di quello, Georgy Arveladze, della Tv indipendente Imedi, da lui dipendente (cfr. www.en.rian.ru/exsoviet/20100318/158243298.html/).

[117] Radio Free Europe, 14.3.2010, Fake Report Of Russian Invasion Sparks Anger In Georgia— Falso reportage di un’invasione russa scatena la rabbia in Georgia (cfr. www.rferl.org/content/Georgians_Denounce_Fake_Report_Of_ Rus sian_Invasion/1983412.html/); e Guardian, 14.3.2010, L. Harding, Russian invasion scare sweeps Georgia after TV hoax La paura di invasione russa invade tutta la Georgia dopo la montatura Tv.

[118] Kavkazcenter.com, 25.3.2010, Georgia seeks accelerated accession to NATO— La Georgia vuole un’adesione accelerata alla NATO (cfr. www.kavkazcenter.com/eng/content/2010/03/25/11707.shtml/).

[119] Stratfor, 25.3.2010, Lithuania: FM Presents Stance On Strategic ConceptIl ministro degli Esteri lituano presenta una sua posizione sulla concezione strategica [della NATO] (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100325_lithuania_fm_ presents_stance_strategic_concept/).

[120] Cfr. più avanti, qui Nota189.

[121] New York Times, 1.3.2010, S. Tavernise, Army Ebbs, and Power realigns in Turkey L’esercito traccheggia e il potere si riallinea.

[122] ARY News, 22.3.2010, Turkish Govt seeks to reform Constitution Il governo turco cerca di riformare la Costituzione (cfr. www.thearynews.com/english/newsdetail.asp?nid=45266/).  

[123] Today’s Zaman, 18.3.2010, Anatolia News Agency, US commander defines İncirlik as pivotal base Comandante statunitense dice che Incirlik è una base essenziale (cfr. www.todayszaman.com/tz-web/news-204695-100-us-commander-defines-incirlik-as-pivotal-base.html/).

[124] Stratfor, 18.3.2010, Another Push For Bosnian Reform Un’altra spinta [ma utile?] per una riforma in Bosnia (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100318_brief_another_push_bosnian_reform/).

[125] Bloomberg, 2.3.2010, D. Bartyzel, Polish Economic Growth Accelerated in Fourth Quarter— La crescita economica polacca accelera nel quarto trimestre (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=newsarchive&sid=ap_KcpQww5kQ/).

[126] Stratfor, 11.3.2010, Estonia exits recession L’Estonia esce [o, piuttosto, comincia ad uscire] dalla recessione (cfr. www. stratfor.com/sitrep/20100311_brief_estonia_exits_recession/).

[127] Earth Times, 17.3.2010, Latvian government coalition collapses after a year— La coalizione di governo lettone collassa dopo un anno (cfr. www.earthtimes.org/articles/show/314579,latvian-government-coalition-collapses-after-a-year--summary.html/).

[128] New York Times, 5.3.2010, N. Clark, European Buyers of Airbus Plane Agree to Cover Its Cost Overruns— I compratori europei dell’aereo [da trasporto militare] Airbus concordano di coprire gli extracosti di produzione.

[129] Politico.com, 8.3.2010, J. Di Mascio, Northrop Grumman pulls out of tanker bid La Northrop Grumman si sfila dal progetto dell’aereo cisterna (cfr. www.politico.com/news/stories/0310/34083.html/).

[130] le Monde, 19.3.2010, Reuters, EADS pourrait à nouveau concourir pour l'offre de ravitailleurs américains— EADS potrebbe ancora concorrere all’offerta per gli aerei cisterna americani (cfr. www.lemonde.fr/economie/article/2010/03/ 19eads-pourrait-a-nouveau-concourir-pour-l-offre-de-ravitailleurs-americains_1321765_3234.html/).

[131] Parlamento europeo, Commissione Industria, Comunicato stampa, 14.3.2010, L'ombre d'Airbus plane sur le débat sur l'avenir de l'aéronautique européenne— (cfr. www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=IM-PRESS&referen ce=20070314IPR04175&language=IT/).

[132] Stratfor, 16.3.2010, Germany, France: U.S. Protectionism On Tanker Deal Germania, Francia: contro  il protezionismo americano nel contratto sulle aerocisterne (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100316_germany_france_us_protectionism_ tanker_deal/).

[134] Washington Post, 17.3.2010, D. Waters, Catholic sisters challenge bishops on abortion, health reform— Le suore cattoliche sfidano I vescovi sull’aborto e sulla riforma sanitaria (cfr. http://newsweek.washingtonpost.com/onfaith/undergod/ 2010/03/sisters_act_challenge_bishops.html/).

[135] New York Times, 21.3.2010, D. E. Sanger, Big Win for Obama, But at What Cost?— Grande vittoria per Obama, ma a quale costo?

[136] New York Times, 26.3.2010, J. C. Hernandez, U.S. Growth in 4th Quarter Revised Slightly Lower— La  crescita USA nel quarto trimestre rivista leggermente al ribasso.

[137] Cfr. www.bea.gov/newsreleases/national/gdp/gdpnewsrelease.htm/.

[138] Tutti dati forniti dal Dipartimento del Commercio (cfr. www.commerce.gov/NewsRoom/index.htm/) e ripresi dal New York Times, 1.3.2010, Personal Spending Tops Forecast; Income Lags La spesa individuale supera le previsioni; ma il reddito resta indietro.

[139] The Economist, 20.3.2010.

[140] The Economist, 6.3.2010.

[141] New York Times, 5.3.2010, P. S. Goodman, Jobless Rate Holds Steady, Raising Hopes of Recovery— Il tasso di disoccupazione rimane fermo, rialzando le speranze di ripresa.

[142] Bureau of Labor Statistics of the Department of Labor—Ufficio delle statistiche del Dipartimento del Lavoro , 5.3.2010, Employment situation summary 2.2010— Sintesi della situazione occupazionale (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit. nr0.htm/).

[143] CEPR, 5.3.2010, Unemployment Rate Holds at 9.7 Percent in Spite of Snow Storms Malgrado le tormente di neve, il tasso di disoccupazione rimane al 9,7% (cfr. www.cepr.net/index.php/data-bytes/jobs-bytes/2010-03/).

[144] Moneynews.com, 15.3.2010, F. Jones, Stiglitz: Federal Reserve Framework Is Corrupt La struttura stessa della Federal Reserve è bacata (cfr. http://moneynews.com/StreetTalk/Stiglitz-Federal-Reserve-Corrupt/2010/03/15/id/352650 ?s=al&promo_code=9961-1/).

[145] New York Times, 19.3.2010, D. Brooks, The broken society La società rotta.

[146] The Huffington Post, 28.1.2010, R. Reich, Obama Needs To Teach The Public How to Get Out Of The Mess We're In, But He's Not C’è bisogno che Obama insegni alla gente come uscire dal casino in cui siamo,ma non lo fa (cfr. www.huffing tonpost.com/robert-reich/obama-needs-to-teach-the_b_441369.html/); e in Moneynews, 18.3.2010, J. Crawshaw, http:// moneynews.com/StreetTalk/Reich-Economic-Recovery-Sham/2010/03/18/id/353148/).

[147] The Economist, 27.3.2010.

[148] Cfr. Nota congiunturale 3-2010, Nota87.

[149] Cfr.  New York Times, 26.2.2010, edit. Dutch Retreat Il ritiro degli olandesi.

[150] Globe and Mail, 25.3.2010, J. Taber, Afghan withdrawal date puts Lawrence Cannon in hot seat La data del ritiro dall’Afganistan mette [il ministro degli Esteri] Cannon sui carboni ardenti (cfr. www.theglobeandmail.com/blogs/bureau-blog/afghan-withdrawal-date-puts-lawrence-cannon-in-hot-seat/article1512272/).

[151] Stratfor, 16.3.2010, Afghanistan: Security Situation Severe In 15 Provinces Afganistan: lo stato della sicurezza è serio in quindici province (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100316_afghanistan_security_situation_severe_15_provinces/).

[152] MSNBC Tv, 17.3.2010, (A.P.), H. Vogt, Taliban launch fear campaign in Afghan townI talebani lanciano una campagna di paura in un villaggio afgano [dove, invece, la coalizione ISAF aveva distribuito caramelle…] (cfr. www.msnbc.msn.com/id/35918546/ns/world_news-south_and_central_asia/).

[153] Nightwatch, 16.3.2010 (cfr. http://nightwatch.afcea.org/NightWatch_20100316.htm/).

[154] Yahoo!News, 16.3.2010, Most US forces in Afghanistan to be under NATO La maggior parte delle Forze Armate USA in Afganistan sotto comando NATO (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20100316/ap_on_re_eu/eu_nato_afghanistan/).

[155] New York Times, 12.3.2010, (A.P.), Russia Criticizes US, NATO Over Afghan Drugs— La Russia critica gli USA e la NATO sulla [loro tolleranza della] droga afgana.

[156] Ad esempio, New York Times, 20.3.2010, R. Nordland, U.S. Turns a Blind Eye to Opium in Afghan Town— Gli USA evitano di vedere ì’oppio che cresce in un [o di tanti] villaggi afgani.

[157] New York Times, C. Gall, 6.2.2008, U.N. Warns of Huge Crop of Afghan Opium Poppies— Le Nazioni Unite avvisano della crescita di grossi raccolti di papaveri oppiacei in Afganistan.

[158] New York Times, 15.2.2010, M. Landler, Clinton Raises U.S. Concerns of Military Power in Iran— La Clinton solleva le preoccupazioni degli USA per il potere dei militari in Iran.

[159] Lancia la notizia un filmato con le voci “contraffatte” (per ragioni di sicurezza, dice) della Fox Tv americana, di attendibilità giornalistica quanto meno dubbia, ma attivissima nell’istigazione ad attaccare l’Iran: 21.3.2010, Iran Trains Taliban to Use Roadside Bombs L’Iran addestra i talebani [come se ne avessero mai avuto bisogno, poi…] ad usare le bombe da collocare ai lati delle strade (cfr. www.foxnews.com/world/2010/03/21/iran-trains-taliban-use-roadside-bombs/).

[160] New York Times, 27.3.2010, D. E. Sanger e W. J. Broad, Agencies Suspect Iran Is Planning New Atomic Sites [Varie] agenzie di spionaggio sospettano che l’Iran stia pianificando nuovi siti atomici: dunque, “sospettano” una “possibile pianificazione”…: la stessa, identica “notizia” che davano quattro, tre, due, un anno fa… livello di affidabilità dell’informazione, come si vede, massimo…

[161] New York Times, 10.3.2010, A. Bani-Sadr, To Bash Them Is to Help Them Scagliarsi contro di loro, significa dargli una mano.

[162] The Economist, 13.3.2010.

[164] New York Times, 29.3.2010, R. Mohammed, The Heart of Allawi’s Win Il cuore della vittoria di Allawi.

[165] Del quale, proprio in questi giorni si è pur appreso che negli anni di Saddam era pagato dalla CIA per (far) mettere bombe in giro per Bagdad (cfr. New York Times, 9.6.04, Ex CIA aides say Iraq leader helped agency in ‘90’s attacks Ex agenti della CIA affermano che il leader iracheno [I.A.] ha dato una mano all’agenzia negli attentati alle bombe degli anni ’90).

[166] New York Times, 11.3.2010, M. Santora, Maliki Holds Edge in Iraq, but Results Are Challenged— Maliki in corto vantaggio, coi risultati contestati in Iraq.

[167] New York Times, 26.3.2010, Allawi wins most seats in Iraqi elections— Allawi vince più seggi nelle elezioni irachene.  

[168] New York Times, 29.3.2010, Panel in Iraq Moves to Disqualify 52 Candidates Una commissione del governo iracheno [nominata, però, dalla vecchia maggioranza parlamentare… che le elezioni hanno appena licenziato] cerca di squalificare 52 candidati [la stragrande maggioranza dei quali del blocco Allawi]; e New York Times, 29.3.2010, R. Nordland e T. Arango, Iraqi Ex-Premier Looks to Past in Fighting Critics— L’ex primo ministro iracheno ripensa al suo passato (intervistato dice con nettezza che “se ce la fanno e si mettono a distorcere le cose, vi posso assicurare che questo paese affonderà nella violenza e che questa violenza non resterebbe dentro i confini iracheni, si diffonderebbe”…).

[169] BBC News, 30.3.2010, Allawi accuses Iran of election interference Allawi accusa l’Iran di interferenza nelle elezioni (cfr. http://news.bbc.co.uk/2/hi/8595207.stm/). 

[170] Yahoo! News, 26.3.2010, Allawi narrowly wins Iraq election, Maliki rejects result Allawi vince di poco le elezioni irachene, Maliki respinge il risultato (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20100326/wl_afp/iraqvoteresults/).

[171] New York Times, 29.3.2010, edit., President Obama in Kabul— Il Presidente Obama a Kabul. A Karzai sarebbero anche tornati a chiedere, gli americani (non Obama personalmente) di “far fuori” il fratello, Ahmed Wali: notoriamente signore della guerra e padrone dell’oppio e del suo commercio in tutta la zona del suo signoraggio… Ma non hanno ottenuto niente (New York Times,30.3.2010, Despite Doubt, Karzai Brother Retains Power— Malgrado i dubbi, il fratello di Karzai resta al potere).

[172] GrogNews, 16.3.2010, Iraq: drawdown on slowdown? Iraq: frenata sul disimpegno? (cfr. http://grognews.blogspot. com/2010/03/iraq-drawdown-on-slow-down.html/).

[173] New York Times, 5.3.2010, J. Mouawad, Iran’s Ace (or Deuce): Its Oil Reserves L’asso o il due di briscola in mano  all’Iran: le riserve petrolifere.

[174] YNet (Israel) 10.3.2010, Israel's UN envoy: Little chance of paralyzing sanctions on Iran— Poche probabilità di sanzion

paralizzanti contro l’Iran (cfr. www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3860495,00.html/).

[175] New York Times, 9.3.2010, (A.P.), Israel, Syria Announce Nuclear Energy Ambitions Israele e la Siria annunciano le loro ambizioni di produzione di energia atomica.

[176] الأهرام اليومى, Al-Ahram (Egitto), 12.3.2010, Boom!Boom!— (cfr. http://weekly.ahram.org.eg/2010/988/inter.htm/).

[177] Diverse volte, ha riferito la stampa israeliana (tutte le citazioni qui da Haaretz, cfr. http://www.haaretz.com/: basta cliccare su Avigdor Lieberman nella stringa di ricerca e si trova tutta la documentazione…) l’ha fatta fuori del vaso:

• nel 2002 chiese al governo israeliano di Ariel Sharon di bombardare a tappeto i centri abitati palestinesi in modo da costringere la popolazione a scappare in Giordania;

• nel 1998 aveva chiesto che l’Egitto venisse allagato, “ecatombe o non ecatombe” conseguente, bombardando la diga di Aswan;

• nel 2001, come ministro delle Infrastrutture nazionali, aveva proposto che la Cisgiordania fosse divisa in quattro cantoni “alla Svizzera”, ma senza alcun governo centrale palestinese e, soprattutto, nessuna possibilità per i palestinesi di spostarsi viaggiando tra i cantoni;

• nel 2003 Lieberman aveva chiesto che le migliaia di prigionieri palestinesi detenuti a qualsiasi titolo da Israele venissero “affogati come ranocchi” nel Mar Morto, offrendo di fornire a spese del suo partito gli autobus per portarceli…;

• e, infine (ma solo in questa elencazione incompleta), molte volte il leader di Yisrael Beiteinu— Israele è casa nostra e ministro degli Esteri di Israele ha evocato la necessità di “annichilire”, “bombardare a tappeto”, “distruggere”, per risolvere una volta per tutte il problema, la popolazione palestinese da tutti i territori di Israele: che non comprendono, poi, solo tutti quelli oggi militarmente occupati…

E ogni volta le sue non erano battute o esagerazioni polemiche propagandistiche, ogni volta le ha avanzate come proposte politiche estremiste e fasciste, sicuro, ma anche a suo modo “razionali”. E non una sola volta ha evocato la “soluzione di Hiroshima e Nagasaki” scelta dagli americani per mettere fine alla guerra col Giappone nel 1946… Si tratta, ovvimente, di caz…a storica – ma tant’è… – visto che una bomba atomica su Nablus, per dire, distruggerebbe anche, inevitabilmente, almeno mezza Israele.

nciata diciamo su nblus distruggerebbe inevitabilment weanhc egERUSLEMME…

[178] Su Haaretz, 12.3.2010, A. Eldar, U.S. gave Israel green light for East Jerusalem construction— (cfr. www.haaretz. com/hasen/pages/155895.html/).

[179] Reuters, 16.3.2010, Clinton pledges "unshakeable" bond with Israel Clinton riafferma l’ “incrollabile” legame con Israele (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE62F59720100316?loomia_ow=t0:s0:a49:g43:r1:c1.000000:b31919922:z0/).

[180] New York Times, 19.3.2010, M. Landler, Clinton Calls Israel’s Moves to Ease Tension ‘Useful’— Clinton chiama  ‘utili’ per allentare le tensioni le mosse di Israele.

[181] New York Times, 11.3.2010, E. Bronner, Unease Hangs Over Mideast as Biden Ends Israel Trip La tensione incombe sul Medio Oriente mentre Biden finisce il viaggio in Israele.

[182] Middle East online, 13.3.2010, Turkish PM: why pressure Iran, not nuclear Israel?— (cfr. www.middle-east-online. .com/english/?id=37881/). 

[183] Conferenza stampa, 16.3.2010 (cfr. www.irna.ir/En/View/FullStory/?NewsId=1016442&IdLanguage=3/).

[184] DNA, 18.3.2010, Reuters, Russia to start up Iran nuclear plant in mid-2010: V. Putin— V. Putin: la Russia avvierà il reattore nucleare iraniano a metà del 2010 (cfr. www.dnaindia.com/world/report_russia-to-start-up-iran-nuclear-plant-in-mid-2010-vladamir-putin_1360616/).

[185] Stratfor, 23.3.2010, Iran: Bushehr Plant To Launch In December -Russia In Iran, dicono i  russi, l’impianto di Bushehr partirà a dicembre (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100323_iran_nuclear_plant_launch_december_2010_russian_ contractor/).

[186] The Star (Kuala Lumpur), 118.3.2010, D. Korsunskaya, Russia, U.S. disagree over Iran atomic plant start-up— Russia e USA in disaccordo sull’avvio del reattore nucleare iraniano (cfr. http://thestar.com.my/news/story.asp?file=/2010 /3/19/world.updates/2010-03-18T215153Z_01_NOOTR_RTRMDNC_0_-470315-2&sec=Worldupdates/).

[187] YNet News (Israele), 8.3.2010, Petraeus: US to pursue info track on Iran— GLI USA continueranno a cercare   informazioni sull’’Iran (cfr. www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3852487,00.html/).

[188] Istituto Affari Internazionali, IAI, 22.2.2010, NATO: attenzione al due di briscola! (cfr. www.affarinternazionali.it/ar ticolo.asp?ID=1397/).

[189] Stratfor, 2.3.2010, Norway: Include Substrategic Nuclear Weapons In Talks La Norvegia: includere le armi nucleari sub-strategiche nei negoziati (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100302_norway_include_substrategic_nuclear_weapons _talks/).

[190] Anche se, adesso, lui e Medvedev si sono sentiti direttamente (New York Times, 13.3.2010, Obama and Medvedev Talk About Arms Treaty— Obama e Medvedev parlano del trattato su[lla riduzione de]gli armamenti strategici) e hanno concordato – ma è l’ennesima volta – di dare un’accelerata alla conclusione del nuovo trattato START sulla riduzione degli armamenti strategici nucleari che mira a tagliare di almeno un quarto gli arsenali nucleari attivi delle due superpotenze. Ma gli ostacoli che, prima di arrivarci, bisognerà ancora superare… soprattutto, è un fatto oggettivo per la sorda ostilità di parte americana, al Pentagono come al Congresso, non saranno pochi.

   Per ora Obama e Medvedev hanno deciso per la firma del nuovo Trattato in aprile a Praga: prevede la riduzione obbligatoria del tetto di testate nucleari strategiche (cioè, per semplificare: capaci di colpire il territorio dell’un paese partendo dall’altro) di un quarto e dei veicoli lanciatori (aerei e missili per lanciarle a bersaglio) della metà.

   Ristabilisce il regime di ispezioni e verifiche che era andato in scadenza col decadere del vecchio accordo e prende atto che tra i due paesi c’è dissenso sulla questione dell’armamento antimissilistico nucleare. Prende atto, però, per iscritto che per i russi la questione è dirimente nel calcolare l’equilibrio strategico e che la Russia quindi dichiara – e l’America deve accettare – come condizione sine qua non per avere il Trattato – che lo considererà decaduto “se e quando dovesse decidere che i piani di sviluppo dell’antimissile americano ai suoi confini minacciassero in qualsiasi modo la sua sicurezza”(New York Times, 26.3.2010, P. Baker e H. Cooper, Obama Completes Arms Control Deal With Russia— Obama chiude l’accordo sul controllo degli armamenti con la Russia).

   Non è certo quel che potrebbe essere e che avrebbe potuto essere, con queste riserve scritte e mentali il nuovo START. Ma è meglio di quel che avrebbe potuto essere e del fallimento totale che, per fortuna, non è stato. Anche se è ovvio che il motivo più forte per cui è stato firmato e forse – forse – domani sarà ratificato è la volontà di dare un segnale - che, tutto sommato, non costa tanto e significa poco in termini militari – a chi come l’Iran altrimenti ha tutte le ragioni, di diritto e di fatto, di seguirli su quella strada.

   E che così facendo, però, se l’Iran non viene convinto a fermarsi, la possibilità che mettersi a fare come loro – e non dimentichiamolo mai come Israele che incombe su tutta la regione – costituisce nei fatti, di fatto, un rischio di destabilizzazione estremamente pericoloso… E’ forse, questo insomma, un estremo tentativo delle due superpotenze di sbloccare le resistenze di Teheran. Che probabilmente servirà a poco. Nell’immediato… 

[191] RIA Novosti, 8.3.2010,  Russia’s European security initiative should get fair hearing – Merkel— Merkel: l’iniziativa europea di sicurezza della Russia merita attenta considerazione (cfr. http://en.rian.ru/russia/20100308/158129142.html/).

[192] Cfr.RIA Novosti, 29.11.2009, Russia's Europe security pact draft offers mutual military assistance— La bozza di patto di sicurezza tra Russia e Europa offre mutua assistenza militare (cfr. http://en.rian.ru/russia/ 2009112915 70300 69.html/).

[193] Gulf Times (Doha, Qatar), 18.3.2010, Egypt, Saudi ‘about to explode’, warns Brotherhood— La Fratellanza avverte che Egitto e Arabia ?stanno per esplodere’ (cfr. http://gulf-times.com/site/topics/article.asp?cu_no=2&item_no=349665& version=1&template_id=37&parent_id=17/).

   I Fratelli musulmani, ala militante dell’islamismo egiziano perseguitata fin dai tempi di Nasser ma sempre percorsa da spinte interne di tipo riformista in lotta con quelle più militanti e apertamente estremiste, da anni in condizioni di semiclandestinità, hanno annunciato negli stessi giorni che, stavolta intendono partecipare almeno al 20% de elezioni per il parlamento.

   Adesso, cioè, i Fratelli mussulmani – la più antica, spesso ribelle e anche repressa ma largamente rispettata setta islamico-politica del mondo arabo – tentano di dire la loro anche così, in campo politico aperto e malgrado le regole del gioco siano pesantemente truccate, al tramonto ormai naturale di Mubarak.

   Vogliono dichiaratamente (M. Badia) dare una mano a sconfiggere l’ambizione del vecchio e decrepito rais di vedersi succedere, per diritto faraonico ereditario di fatto, il figlio Jamãl— che già si sta scontrando con resistenze popolari ben evidenti, col codazzo di liberisti sfrenati che ha annunciato di voler portare con sé.

[194] New York Times, 26.2.2010, J. Ewing, Germany’s Export Prowess Weighs on Euro-Zone—.

[195] Statistiches Bundsamt, Ufficio statistico federale, DESTATIS, 10.3.2010, Dati sull’export (cfr. www.destatis.de/jet sp eed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Content/ Statistics/TimeSeries/EconomicIndicators/ForeignTrade/Content10 0/kah612x12,templateId=renderPrint.psml/).

[196] DESTATIS, 10.3.2010, Tasso di inflazione (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Con tent/Statistics/Preise/CPI,templateId=renderPrint.psml/).

[197] Istituto per le ricerche economiche, IFO, Institut für Wirtschaftsforschung, di Monaco di Baviera, 24.3.2010 (cfr. www. cesifo-group.de/ portal/page/portal/ifoContent/N/data/Indices/GSK2006/GSK2006Container/ GSK2006PDF/GSKK TD LPDF2010/KT_03_10_ee.pdf/).

[198] Institut national des statistiques, Istituto nazionale di statistiche, INSEE,10.3.2010 (cfr. www.inseefr/fr/themes/ta bleau.asp?reg_id=0&ref_id= NATTEF11106/).

[199] INSEE, 4.3.2010, Le taux de chômage— disoccupazione— augmente nettement et revient au niveau de 1999— (cfr.  www.insee.fr/fr/themes/info-rapide.asp?id=14&date=20100304/).

[200] Per la sintesi e, insieme, l’analisi non specialistica più completa e affidabile di dati che non si trovano facilmente collazionati, cfr. U.S. News and World Report, 28.8.2009, Amanda Ruggeri, A Look at the World’s Largest Stimulus Plans (cfr. www.usnews.com/articles/news/2009/01/05/a-look-at-the-worlds-largest-stimulus-plans-outside-the-united-states_print.htm/).

[201] Fatti e linea di ragionamento sono quelli delineati, con qualche esitazione e qualche dubbio di ordine “ideologico”, in New York Times, 7.3.2010, S. Erlanger, Absorbing the Blows that Buffet Europe Come assorbire i colpi che piovono sull’Europa.

[202] Le Figaro, 9.3.2010, F. De Monicault, Nucléaire: Sarkozy prône la coopérationNucleare: Sarkozy vuole cooperazione (cfr. www.lefigaro.fr/conjoncture/2010/03/09/04016-20100309ARTFIG00351-nucleaire-sarkozy-prone-la-cooperation-.php/).

[203] Der Spiegel, 15.3.2010, France urges Germany to curb export surplus— La Francia fa pressione sulla Germania per frenare il suo attivo di esportazioni (cfr. www.spiegel.de/international/europe/0,1518,683567,00.html/)

[204] La Depeche, 15.3.2010, édit., Le double avertissement— Il doppio avvertimento (cfr. www.ladepeche.fr/article/2010/0 3/15/797248-Le-double-avertissement.html/).

[205] Washington Post, 22.3.2010, J. Keaten, French pres. shakes up cabinet after vote losses— Il presidente francese rimescola il governo dopo la sconfitta elettorale (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/03/22/AR 2010032200793.html/).

[206] le Monde, 23.3.2010, Les syndicats "agréablement surpris" par l'ampleur de la mobilisation I sindacati “piacevolmente sorpresi” dall’ampiezza della mobilitazione (cfr. www.lemonde.fr/societe/article/2010/03/23/les-syndicats-agreablement-surpris-par-l-ampleur-de-la-mobilisation_1323506_3224.html#ens_id=1322361/):

[207] The Economist, 27.3.2010.

[208] The Sun/YouGov, 12.3.2010 (un sondaggio quotidiano, costantemente rinnovato e aggiornato, del più diffuso e più volgarmente populista, razzista, conservatore dei quotidiani d’Inghilterra).

[209] New York Times, 3.3.2010, L. Thomas, Jr., U.K. Teeters on the Brink of Its Own Greek Tragedy— Il Regno Unito barcolla sull’orlo della sua stessa tragedia greca.

[210] New York Times, 24.3.2010, L. Thomas, Jr., British Government Delivers Pre-Election Budget Il governo britannico presenta il bilancio pre-elezioni.

[211] Guardian, 25.3.20120, A. Stratton, The new budget: a little less deficit, more expenses— Il nuovo bilancio: un po’ in calo il deficit, ma aumenta la spesa.

[212] New York Times, 26.3.2010, R. Cohen, The Rumpled sage Il saggio un po’ spiegazzato.

[213] Kyodo Economic News Agency, 11.3.2010, Japan's Oct.-Dec. economic growth revised down to annualized 3.8%— La crescita dell’economia rivista al ribasso, a un 3,8 annualizzato da ottobre a dicembre (cfr. http://home.kyodo.co.jp/modules/ fstStory/index.php?storyid=489966/).

[214]Stratfor, 23.3.2010, Japan:Exports Increase February— A febbraio, l’export giapponese aumenta (cfr. www.stratfor .com/sitrep/20100323_japan_exports_increase_februaryfebruary/).

[215] Stratfor, 12.3.2010, Japan: PM Wants Firm Steps Against Strong Yen Giappone, il primo ministro vuole misure forti contro lo yen forte (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100312_japan_pm_wants_firm_steps_against_strong_yen/).

[216] The Economist, 6.3.2010.

[217] New York Times, 17.3.2010, H. Tabuchi, Japan Eases Monetary Policy to Fight Deflation

[218] Deutsche Presse-Agentur, 26.3.2010, Japan's consumer price index drops in FebruaryI prezzi al consumo di gennaio calano ancora a febbraio (cfr. http://blog.taragana.com/business/2010/03/26/japans-consumer-price-index-drops-in-february-45312/).

[219] Industry Newsletters, 17.3.2010, Bank of Japan’s Loan Program May Resound More With Government Than Economy— (cfr. http://industry-news.org/2010/03/17/bank-of-japans-loan-program-may-resound-more-with-govern ment-than-economy/).

[220] New York Times, 24.3.2010, H. Tabuchi, Japan Passes $1 Trillion Budget To Boost Economy Il Giappone passa un bilancio da 1.000 miliardi di $ per rilanciare l’economia.

[221] Xinhua— Nuova Cina, 4.3.2010, Japan tells U.S. current SOFA agreement will be modified— Il Giappone notifica agli USA che l’attuale Accordo sullo Stato delle Forze sarà modificato [però, per modificarlo, bisogna essere in due…](cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/world/2010-03/04/c_13197156.htm/).

[222] Kyodo News Summary, 26.3.2010, Plan to alter bilateral accord proposed Proposto il piano per cambiare l’accordo bilaterale esistente [sulla base dei marines americani] (cfr. www.breitbart.com/article.php?id=D9EMDUCG0&show_arti cle =1/).

[223] Breitbart.com, 22.3.2010, Hatoyama vows continued emphasis on U.S. alliance in address to cadets Hatoyama s’impegna a sottolineare l’enfasi sull’alleanza con gli USA nel discorso ai cadetti (cfr. www.breitbart.com/article.php?id=D9 EJFC J81&show_article=1l/).