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    04. Nota congiunturale - aprile 2009

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.04.2009

 

Angelo Gennari

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Più disoccupazione, molta di più, e 201.000 nuovi disoccupati: 370.000 in due mesi, il doppio in altre parole del ritmo della disoccupazione ufficiale contata, certo a loro modo negli USA (dove in paragone la popolazione è cinque volte più numerose della nostra). Già agli inizi di marzo in Lombardia non hanno più fondi per aiutare i disoccupati.

E Berlusconi, con la solita tattica di buttar lì proposte così come gli vengono (qualche giorno prima aveva lanciato l’idea di far aumentare la cubatura delle case esistenti di 20 m2: chi sa, per chi non vive in villa – il 90% degli italiani – forse, è stato suggerito, allargandosi sul pianerottolo? E, infatti, poi, ha dovuto specificare che solo per chi vive in villa la cosa vale…), prospetta – lo stesso giorno in cui dall’ISTAT, il 10 marzo, arrivano queste cifre – di far votare alla Camera, per snellire l’iter legislativo… solo i capi dei gruppi parlamentari (salvo il diritto di chi volesse andare in lista di proscrizione nel partito che insieme tiene in piedi, in ogni modo, da solo a votare magari contro).

Non si può, gli ricorda il presidente della Camera, proprio non si può. Ma, intanto, lui fa come José Mário dos Santos Félix Mourinho, l’allenatore dell’Inter: voi dite, dite, dite, qualche cosa resterà… E, soprattutto, l’attenzione si distrarrà da dove voi volete distrarla.

Ai primi di aprile il G-20 segnerà il futuro a breve e medio periodo proprio di tutti. O, forse, non lo segnerà, ancora. Ed è più probabile. Il G-20 conterà, infatti, ma probabilmente conterà poco quanto a misure concrete – prima di decidere e di decidere insieme, o magari di subire, quel che per il meglio magari ma anche per il peggio, forse, avranno deciso altri – e la crisi dovrà scoppiare in tutta la sua virulenza con le sue sequele penose di miseria diffusa, di disoccupazione, di conflitto.

Al G-2, che si è tenuto a Londra il 2 aprile, troverete ancora molti riferimenti in questa Nota congiunturale, praticamente in ogni capitolo: sparsi cioè, qua e là, perché più direttamente afferenti al tema che in quel capitolo è sviluppato. Forse, così, il ragionamento può sembrare meno “ordinato”: però ci sembra più “al dente”.

Qui ci limitiamo a riportare un giudizio di massima – e pre-evento, naturalmente, ancora – che pienamente condividiamo[1] sulla, dimensione globale dell’esercizio e sul perché in esso l’Italia, nei fatti, poi è assente. Ma, come abbiamo detto, dovremo ripetutamente tornarci sopra…

Secondo Barroso, presidente della Commissione europea e Trichet, presidente della BCE, l’Unione europea ha già preso tutte le misure necessarie, e ora non rimane che aspettare che passi la nottata(…) Ma anche quando la crisi si arrestasse per l’economia reale la nottata potrebbe ancora essere lunga, molto lunga”(…) Tra gli “economisti liberal”, in effetti, con molti ad affermare che “per  evitare il rischio della Grande Depressione sarebbero necessarie misure più forti(...)

   Ma, al di là delle polemiche, il fatto certo è che Obama ha assunto misure fiscali e di interventi pubblici, di cui in Europa non si vede traccia. Ha ridotto le tasse sulle classi lavoratrici e i ceti medi, aumentandole sui più ricchi(…) Cosa fa intanto l’Unione europea? E’ semplicemente soddisfatta di ciò che ha già fatto, che è quasi nulla, rispetto al repentino crollo della produzione e all'aumento della disoccupazione”(…)

E l’Italia? Non è che ce la siamo scordata, è che proprio non c’è in campo europeo e in campo internazionale. O è come se non ci fosse…

   “Per Berlusconi la crisi è la proiezione psicologica di timori artificialmente alimentati da una perversa campagna mediatica. Ma il fatto più grave è che nessuno più si sorprende. C’è una forma di crescente assuefazione alle assurdità politiche che Berlusconi e i suoi ministri somministrano senza sosta al paese. Quanto all’opposizione, non rimane che sperare. Per molti versi il suo compito, dopo una lunga débacle, è difficilissimo. Ma per altri versi, potrebbe perfino avvantaggiarsi del fatto che il governo è retto dalla peggiore destra che, da molti decenni a questa parte, dopo il crollo degli ultimi regimi fascisti, si sia vista in Europa(…)”.

Speriamo, chi scrive almeno lo spera. Prendendo atto che l’ultimissima stima dell’OCSE[2] per il nostro paese prevede – le previsioni, tutte queste comprese, sono per definizione ballerine… ma queste dell’OCSE, in particolare, alla fine risultano troppo ottimistiche… – una perdita secca e quasi catastrofica di PIL del 4,3% nel 2009 e un’inflazione acquattata, in coma di produzione profondo come questo, comunque all’1,2%…  

 TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI               

nel mondo

Standard & Poor’s, l’agenzia americana di valutazioni finanziarie cui, malgrado le pessime figure degli ultimi mesi sui mercati, esperti – tra virgolette – banche, governi e media internazionali fanno ancora ricorso per colpevole, neghittosa pigrizia o, forse, per mancanza di meglio, ha ridotto il rating del credito sovrano a lungo termine dell’India (cioè delle possibilità di ripagare i suoi debiti a scadenza ai suoi creditori) aggiungendo la grande economia asiatica alla lunga lista di paesi che si sono visti degradare la loro reputazione finanziaria nel bel mezzo di questa crisi del credito.

Naturalmente i ratings – valutazioni soggettive, cioè, e giustificate sempre, nei casi al limite, da sensazioni e pregiudizi culturali e anche nazionalistici: se no quale dovrebbe essere il rating americano, oggi? – sono importanti per ogni paese nei periodi di crescita, ma diventano assolutamente cruciali quando le condizioni di credito, come ora, si fanno più difficili.

Quell’altra categoria di emeriti gonzi che – considerato quel che hanno combinato, e lasciato combinare, ai loro delegati – sono gli investitori e gli amministratori di fondi, a questo punto comunque si volgeranno a chi, anche da quei valutatori ormai poco credibili – ma tutti poco credibili, tutti: compresi Moody’s e Fitch, i concorrenti di S&P – ottiene in ogni caso ratings più forti. E non sono buone notizie nel mondo per i più[3]

La crescita della produttività globale, misurata come produzione per persona al lavoro, è caduta del 2,2% nel 2008 secondo l’ultimo studio dell’americano, e influente, Conference Board. Quest’anno l’aspettativa è che scenderà ancora all’1,4% coi declini più ingenti nei paesi ricchi.

La produttività del lavoro ristagnerà in America, dopo il +1,6% dell’anno scorso, e in Giappone scenderà dell’1,8% come in Europa (escludendo i nuovi paesi aderenti dell’ultima infornata). Più incoraggianti le previsioni per la Cina (produttività del lavoro, +1,9% nel 2009: dal +7,7) e per il Brasile del 4,4%[4].

Il prezzo del greggio petrolifero, dopo molti alti e bassi nell’ultimo anno, sembra essersi acquattato tutto sommato al ribasso: più o meno intorno ai 50 $ al barile, soprattutto a causa della caduta della domanda mondiale in questa crisi globale. Ma ormai – pare – in leggera ripresa.

Adesso, parlando a Vienna alla riunione mensile dell’OPEC (il cartello che complessivamente fornisce i 2/3 della produzione mondiale e che ha ufficialmente deciso di non ridurre ulteriormente la produzione di greggio[5]: il fatto è che i membri dell’OPEC, in realtà – incapaci come da sempre sdi dimostrano di agire davvero insieme come un vero cartello – non hanno ancora ridotto la loro produzione ai livelli decisi a dicembre scorso…), è intervenuto il vice primo ministro russo Igor Sechin.

La Russia non è membro dell’Organizzazione ma, da qualche tempo, sembra seguirne più da vicino le mosse restando sempre, dopo l’Arabia saudita, uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali ed avendo l’evidente interesse a massimizzare il rendimento del suo petrolio: per cui spesso partecipa e dice la sua, anche ascoltata ormai, alle riunioni di policy dell’OPEC.

E Sechin ha rilanciato la vecchia idea di Enrico Mattei – dopo la sua eliminazione mai seriamente ripresa da nessuno: fierissimamente osteggiata com’è sempre stata dai cantori del libero mercato – cioè il cartello, questo sì efficientissimo, dei petrolieri (raffinatori, trasportatori, distributori:non produttori) controllato da loro… – di firmare contratti a lungo termine di fornitura di flussi e di prezzo più o meno garantiti tra venditori e clienti.

Così, ha spiegato Sechin, riprendendo senza citarlo però la filosofia di Mattei, si mitigano i rischi, si includono e si fissano nei contratti i costi reali in aumento di produzione e trasporto, si riduce l’influsso nefasto della speculazione e si appiana la volatilità del mercato. I contratti a lungo termine, che sono già in uso con maggiore frequenza per la fornitura di gas, potrebbero anche attrarre stabilizzando il rischio nuovi investimenti nell’industria estrattiva.

L’idea – che, comunque, è “una forma di pianificazione che mortifica il mercato[6]: come spiegò, con forte carica missionaria nel 1960 a Roma, in visita all’ENI – ma senza affatto convincere il presidente Mattei dell’empietà del concetto – il presidente della Standard Oil del New Jersey, una delle Sette sorelle – non sembra aver attecchito granché. Almeno per ora, almeno ancora[7]

La crisi, nel suo feroce dispiegarsi, si sta focalizzando, nell’economia reale, soprattutto sulla profondità e la velocità del crollo della produzione manifatturiera un po’ dappertutto[8]. Ormai non foss’altro, dicono magari incrociando le dita, molti economisti per l’analogia a cascata con il trend  che portò alla Grande Depressione.

In Europa, dove il manifatturiero conta per 1/5 del PIL collettivo, la produzione cala del 12% in un anno; in Brasile del 15%, a Taiwan di un terrificante 43% e anche in Cina, diventata da tempo l’officina del mondo, se non c’è stato calo c’è stato però rallentamento della crescita della produzione, con l’export che cade più del 25% e milioni di operai messi fuori produzione.

Negli USA, dove fino a poco tempo – fa malgrado l’erosione costante di posti di lavoro blue-collar – il manifatturiero restava relativamente solido, la produzione industriale è caduta dell’11% a febbraio su un anno prima secondo le statistiche rilasciate a due settimane dalla fine del mese dalla Federal Reserve.       

Quanto alla crisi, nel suo complesso e nelle sue tante sfaccettature, riportiamo per sintesi massima un parere che ci convince. Come viene fatto notare con naturale e radicato buon senso, qualità ormai che sembra andata troppo spesso perduta, più o meno tutti i grandi centri che formulano previsioni affermano che nel 2010 ci sarà la ripresa. Ma quale credibilità può mai avere una previsione sull'anno prossimo quando ognuno degli studi pubblicati da qualche tempo non fa altro che smentire – peggiorandoli – i risultati della previsione fatta il mese precedente. Ed è anche lecito sospettare che l'invariabile conclusione (che ‘nel 2010 ci sarà la ripresa’) non appartenga più alla categoria delle previsioni, bensì a quella delle rassicurazioni[9].

in Cina

Si riunisce l’Assemblea nazionale[10], nella sua al solito attentamente coreografata conferenza annuale che ha all’ordine del giorno reale, anche se non risultano così elencati in agenda, il come cavalcare la crisi economica e il come contenere il conseguente scontento dei cinesi – lavoratori e consumatori e base stessa del partito – al di sotto del livello di guardia dello scontento pubblicamente manifestato. Il primo ministro Wen Jabao, mentre smentisce di fatto il chiacchiericcio di un rilancio ulteriore con nuovi pacchetti di stimolo, annuncia ufficialmente che il tasso di crescita del paese punta nel 2009 all’8% e che, per aiutare a raggiungerlo, la spesa pubblica aumenterà del 24%[11].

Ma la Banca mondiale, riflettendo l’impatto della crisi pure su un’economia tanto vasta ma anche, rispetto alle altre grandi, ancora tanto “isolata”, pur sottolineando nel suo ultimo rapporto quadrimestrale sulla Cina abbassa la sua previsione di crescita al 6,5%. Ma conferma, come altri osservatori, che la Cina è assai meglio piazzata di molte altre economie per uscire con danni minori da questa generale frenata dell’economia. Tutto sommato, dice il Direttore della Banca per gli affari cinesi, David Dollar (si chiama proprio così…), “la Cina è un punto relativamente brillante in un’economia globale altrimenti assai buia[12].

Tra i dati resi pubblici nel corso della sessione c’è che, in risposta all’appello del governo per creare maggiore liquidità, le banche a febbraio hanno immesso in circolazione nel sistema e reso possibili prestiti per 177 miliardi di $ e, finora, nell’anno 351 miliardi di $: da solo il credito aperto a febbraio supera di cinque volte i 35,5 miliardi del febbraio di un anno prima[13].

Emerge anche che la Cina sta programmando un aumento del bilancio della Difesa per l’anno in corso del 14,9%: diretto soprattutto a miglioramenti della paga e delle condizioni di vita delle truppe. Lo dice il portavoce della presidenza dell’Assemblea popolare Li Zaoxing. E’ un bilancio pari a 70 miliardi di $ (1/9 di quello del Pentagono, al cambio attuale) e include allocazioni per equipaggiamento e materiali, nuove costruzioni, miglioramenti nelle capacità di intervento rapido ed anti-terrorismo. E’ il 6,3% della spesa nazionale del 2009— in lievo calo rispetto agli anni recenti[14].

Il primo ministro, ha detto all’Assemblea del popolo che Pechino “è pronta a creare condizioni in grado di mettere fine allo stato di ostilità” con Taiwan, “lavorando sulla base del principio di una sola Cina” al miglioramento della fiducia reciproca con Taipei “per arrivare a concludere un accordo di pace”. Taipei ha confermato che si lavora di comune accordo in questo senso, anche se la crisi profonda dell’economia e la recessione spingono oggi anzitutto alla ricerca di accordi sul paino economico[15].

Intanto, un indice attentamente seguito del ritmo di produzione e d’attività manifatturiera, la vede salire a febbraio: segno letto da molti economisti ed esperti – soprattutto all’estero, va detto, più che qui in Cina – come segnale che l’economia potrebbe aver raggiunto il suo livello di peggior calo[16].

In definitiva, arrivano insieme dalla Cina segnali diversi e contraddittori che, però, tengono ancora un tono tutto sommato positivo e, proprio per essere in parte contraddittorio, danno alla Cina una credibilità che ieri certo non c’era. Così ora sembra importante apprendere contemporaneamente che il mese scorso le esportazioni sono calate di ben il 25,7% sullo stesso mese dell’anno scorso e che gli investimenti sono saliti di parecchio, e subito,con l’entrata in funzione del programma di stimoli annunciato neanche un mese prima[17].

Intanto, viene reso noto che gli investimenti diretti esteri[18] sono calati del 16% sull’anno precedente a febbraio, arrivando ai 5,83 miliardi di $. E’ il quinto mese consecutivo di calo degli IDE, il cui totale tra gennaio e febbraio ha raggiunto i 13,37 miliardi, in contrazione del 26% dallo stesso bimestre dell’anno prima.

L’Ufficio nazionale di statistica, con un altro pacchetto di dati economici del 12 marzo, stimola riflessioni tra di loro anche conflittuali. In negativo, a gennaio e febbraio si indeboliscono le vendite al dettaglio— crescono del 15,2% rispetto al 20,2 dello stesso periodo dello scorso anno. Detto altrimenti, i consumatori nei primi due mesi del 2009 hanno speso 2.000 miliardi di yuan, 290 miliardi di $: ma con un potere d’acquisto reale moltiplicato, sul loro mercato, di molte volte. Nel corso del 2008 i consumi al dettaglio sono cresciuti del 21,6%.

Ma ha rallentato anche la produzione industriale in ragione d’anno, al 3,8%, nel bimestre gennaio- febbraio, dal tasso di crescita di dicembre, del 5,7%. Gran parte della frenata sembra essersi verificata a gennaio, visto che nel solo mese di febbraio è salita dell’11% su un anno prima in termini reali, destagionalizzati. Secondo la Banca centrale, la liquidità disponibile nell’economia cinese è cresciuta a gennaio del 18,8% e a febbraio del 20,5. Ma i nuovi prestiti in yuan, dunque all’economia interna, sono calati da 1.620 miliardi di yuan a gennaio (236 di $) a 1.070 a febbraio (157 di $)[19].

I prezzi al consumo sono caduti a febbraio all’1,6% in ragione d’ anno, il primo calo secco in più di sei anni, mentre a gennaio erano ancora in ascesa del’1%. Ma il declino nel corso degli ultimi dieci mesi è stato costante, dall’8,7% di febbraio che risentiva dell’aumento assai forte dei prezzi di derrate alimentari e energia. L’indice dei prezzi alla produzione si è anch’esso contratto a febbraio del 4,5%, dopo il calo del 3,3 già registrato a gennaio.

L’Ufficio nazionale di statistica, non proprio secondo costume, ha ritenuto di dover mettere avanti le mani e spiegare che il calo forte dei prezzi è pesantemente condizionato da distorsioni stagionali (i saldi) e dai costi in caduta delle materie prime: per cui “è decisamente tropo presto e azzardato  affermare che in Cina stia mettendo piede la deflazione [20]

Subito prima dell’incontro dei ministri delle Finanze a Londra che, a metà marzo, si pensava potesse cominciare a gettare le fondamenta di un possibile accordo del vertice mondiale dei G-20[21], ma non lo ha fatto, e mentre si incontravano tra loro, e a parte, prima Merkel e Sarkozy e, poi, insieme con Brown, il primo ministro cinese Wen Jabao mette le mani avanti mettendo in guardia gli americani.

Siamo “preoccupati”, dice, e seguiamo con attenzione gli sforzi che il presidente Obama e il suo governo stanno facendo per raddrizzare la loro economia. “Noi, rispetto ad essa, abbiamo legittime aspettative: abbiamo un credito nei confronti degli USA che sfiora i 1.000 miliardi di $ e  naturalmente siamo qualche po’ ansiosi per la sicurezza dei nostri assets. Se devo essere onesto, sì, ho un po’ di apprensione ma conto che gli Stati Uniti si diano da fare per mantenere il loro credito internazionale, per onorare i loro impegni e garantire la sicurezza degli assets cinesi[22].

Detto così chiaro, finora, agli Stati Uniti non l’aveva mai detto nessuno di rimettere in ordine la loro economia, di controllarla, sottintendendo un non detto ma trasparente “altrimenti”— in un momento anche delicato, poi, politicamente: in Congresso gli americani continuano, malgrado il quasi sorvolare sull’argomento della Clinton proprio a Pechino, a bollare e sfruculiare sul Tibet… e la Cina non gradisce per niente; e mandano le loro navi a esercitarsi nella caccia ai sottomarini all’interno di acque territoriali cinesi – il Mar Cinese meridionale: di questo si tratta – i cui limiti sono per lo meno contesi… e i cinesi gradiscono ancora di meno…

E forse qui, in una tensione che non è acuta ma è comunque crescente su tutti questi punti a livello politico, emerge la ragione più vera di questo screzio, chiamiamolo così. Perché non sembra del tutto credibile tutta questa preoccupazione dei cinesi di veder perdere valore ai loro assets in dollari. Dopotutto, il dollaro tra il 2002 e il 2008 aveva  perso addirittura il 50% sull’euro (che poi ha largamente recuperato). Ma la Cina per tutti quegli anni ha continuato imperterrita a divorare le emissioni di bonds americani anche se sapeva benissimo trattarsi di investimenti su cui perdeva denaro a bizzeffe. E’ per questo che l’allarme oggi sembra un po’ peculiare.

Strano, comunque, è che stavolta i cinesi non abbiano seguito le vie consuete della loro diplomazia: esprimendo la loro preoccupazione ma senza renderla pubblica in maniera così eclatante. Questa, forse, è la novità vera stavolta: non tanto la preoccupazione economica, ma l’averla voluta rendere nota così pubblicamente.

A meno che sia la crisi a innervosire tanto la Cina e la previsione dei suoi esperti su quel che essa, stavolta, può comportare per l’economia americana… il rendersi conto che, forse, davvero il moto perpetuo non esiste in natura, come era sembrata promettere l’illusione neo-liberista… A questo punto, si potrebbe anche capire se il massimo prestatore di fondi all’America si rivolge al suo massimo debitore e come si dice in banca “forza il margine” chiedendogli: 1. di onorare il suo debito, 2. di mostrare il proprio impegno a onorarlo e, 3. per dirgli che non ci sarà più accesso a quel credito senza risposte positive a 1. e 2.

Aggiungendo forse, anche se non lo proclama ad alta voce, che l’America ormai dovrebbe realizzare di non poter fare più la predica proprio a nessuno, specie a chi la finanzia da anni, come il ministro del Tesoro Geithner ha tendenza a fare ancora ogni tanto, per contentare il Congresso, quando ciancia  – ma tanto per dar fiato alla bocca nelle condizioni in cui è – di denunciare la Cina all’Organizzazione mondiale per il commercio per la manipolazione dello yuan che non si rivaluterebbe sul dollaro… proprio mentre Clinton a Pechino ha chiesto alla Cina, per carità, di non farlo.

In ogni caso, sul risvolto politico, Pechino risponde irritata, a livello ufficiale di nota verbale presentata ufficialmente al Dipartimento di Stato il 12 marzo che la Marina americana deve fermare le sue missioni di sorveglianza al largo delle coste meridionali della Cina. Prima l’affermazione: “la conduzione da parte cinese di misure di routine atte ad imporre all’interno della propria zona economica esclusiva era appropriata e assolutamente legale”. Poi la rivendicazione: “la Cina pretende dagli Stati Uniti tanto il rispetto dei propri interessi economici legittimi quanto delle proprie preoccupazioni di sicurezza e l’applicazione di misure che prevengano il ripetersi di simili incidenti[23].

Prima o poi, dicono a Pechino, se continuano a insistere, saremo noi a portare davanti all’ONU questioni di genocidi e violazioni dei diritti umani da parte degli USA e andremo con le nostre navi ad esercitarci nelle decine di miglia di acque territoriali che loro rivendicano al largo delle coste, proprio come i cinesi, da intrusioni straniere in pratica come zona di loro esclusivo interesse… Il fatto, oggettivo, è che i cinesi hanno le carte – il credito, non solo quello finanziario, e la voce – di chi da anni presta all’America centinaia di miliardi di $ per dire la loro…

Un colpo al cerchio, insomma, e uno… Dove il secondo qui è rappresentato dalla dichiarazione subito sopraggiunta del governatore della Banca centrale di Cina che rassicura sul fatto che “i buoni del Tesoro americani continuano a rappresentare un elemento importante nella strategia di investimenti della Repubblica popolare cinese[24].

Poi, ancora, un colpetto al cerchio: forse è ora di cominciare a pensare – dice sempre il governatore, Zhou Xiaochuan – alla possibilità e, chissà mai, alla necessità di rimpiazzare il dollaro come moneta privilegiata di riserva mondiale con una nuova moneta che potrebbe essere emessa, ha suggerito, dal FMI: “i costi di mantenere il dollaro sul suo pulpito potrebbero ormai – osserva acerbamente – eccedere i benefici[25]. E anche la Russia dice che, al G-20, presenterà una propria “mozione” in tal senso[26]

Il ministro del Tesoro americano, Tim Geithner, reagisce a caldo alla notizia – a una domanda precisa che gli viene posta in conferenza stampa – dicendo che nelle cose che dice la Banca cinese “c’è del merito e che ormai una riconsiderazione si fa cosa evidente”. Crolla subito il dollaro e, per farlo riprendere un po’, deve immediatamente correggersi, bla-blando genericamente e ricordando che la faccenda ormai è studiata da tempo in sede di FMI. Vero ma irrilevante: qui non è di uno studio che si tratta, ma della richiesta/proposta avanzata da chi detiene le riserve più vaste del mondo… Solo che la frittata è fatta e al G-20 anche la voce della Cina si unirà a quelle dei non più pochissimi che chiedono ormai con una certa insistenza di riformare tutto il sistema monetario globale…   

nei paesi emergenti

In Brasile, la produzione industriale a gennaio, è caduta del 17,2%, rispetto al dato dell’anno prima. Si tratta del calo maggiore da 17 anni a questa parte[27]. Ma già a gennaio la contrazione rispetto al mese prima, a dicembre, era stata del 14,8%.

Il PIL cala del 3,6% intanto nel quarto trimestre rispetto al terzo del 2008, a ritmo maggiore delle aspettative. E si tratta della peggiore performance trimestrale da dieci anni[28]. Il PIL di tutto il 2008, d’altra parte, non riesce a salire più dell’1,3%.

EUROPA

La Banca centrale, nella sessione del 5 marzo, ha portato ora all’1,5%, abbassandolo di mezzo punto, il tasso di interesse[29], come del resto si era intuito fosse intenzionata a fare dalle dichiarazioni del mese scorso quando, pur tenendolo fermo, aveva di fatto preannunciato il ribasso. Una cura omeopatica per un male sicuramente curabile: ma come? Certo, non coi mezzi punti centellinati così ma sicuramente col ricorso a dosi ben più da cavallo. Dall’ottobre 2008 ad oggi, il tasso è stato comunque abbassato del 2,75%.

Del resto, non sembra rischioso farlo stavolta – e per questo, in effetti, la BCE si azzarda a  rischiare tremebonda com’è – se è vero come è vero che l’inflazione a febbraio, nell’eurozona, è salita dello 0,1% nelle stime preliminari, ma attestandosi sempre e solo a un +1,2%.

In Europa, la produzione industriale nel suo complesso è caduta del 17,3% a gennaio sull’anno prima, oltre la contrazione del 15% circa che prevedevano gli analisti, dal dicembre del 2008 è scesa ancora del 3,8%, secondo EUROSTAT col calo attribuito a licenziamenti, rallentamento di investimenti e altri fattori connessi alla recessione globale: la peggiore, del resto, per l’Europa da più di 60 anni a oggi e, fra poco, forse – certo, speriamo di no – dal 1930[30].

Anche gli ordinativi industriali crollano, a gennaio, nell’eurozona del 34% su un anno prima, andando anche oltre il -28% delle attese, secondo EUROSTAT di Lussemburgo. A dicembre erano 4 punti percentuali di declino in meno e il nuovo dato riflette la domanda in calo ulteriore di macchinari da parte delle imprese nel mezzo di questa recessione[31].

Il 19 marzo, il Fondo monetario internazionale ha aggiustato, ovviamente al ribasso, le sue previsioni da una contrazione del 2% del PIL per l’eurozona ad almeno un -3,2%. E il nuovo rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro, causato dalla Fed con il suo particolarmente inusitato e aggressivo acquisto di titoli del Tesoro teso al ribasso dei tassi a lungo termine e dalla Banca d’Inghilterra con le sue facilitazioni quantitative, cioè la messa in moto delle rotative per stampare nuova moneta, provocando qualche aumento delle tendenze inflattive ha rivalutato l’euro portando al forte rallentamento della domanda di export dell’eurozona e contribuendo a raffreddarne ancora l’economia[32].

Una tendenza molto pericolosa per le economie reali dell’eurozona di cui i governi si allarmano ma senza sapersi inventare che fare e la BCE non osa affrontare come potrebbe. E’ un fatto che l’immobilismo, o se preferite la prudenza della Banca centrale europea, la catalessi che la immobilizza rispetto all’attivismo delle altre Banche centrali, ha portato l’euro da inizio febbraio a rivalutarsi del 7,8% sul dollaro, del 4,7 sulla sterlina e del 3,1% sul franco svizzero.

Come suggerisce il titolo di un articolo tra il preoccupato e il quasi gongolante del NYT[33], la crisi sta forse minacciando sul serio l’idea stessa di un’Europa unita. Ma se è così, è per colpa nostra— dell’Europa stessa che resta svincola e sparpagliata.

L’Ungheria ha lanciato un appello urgente che, in pratica, significa la richiesta all’Unione europea di aiutare concretamente, finanziariamente, i suoi nuovi aderenti a tirarsi fuori delle peste stanziando un fondo di almeno 270 miliardi di $. E l’appello è stato respinto al mittente con grande freddezza dal paese più forte d’Europa, la Germania, e non è stato – a dir poco – gran che sostenuto dagli altri. La cancelliera Merkel, che deve andare alle elezioni a settembre, anzi sminuisce tutto, dicendo che invece il caso di ogni paese va preso a se stante.

E, in modo che sicuramente appare sensato ma significativamente e volutamente anche sempre più scettico, torna poi, alla vigilia del summit dei capi di governo del 2 aprile a dire i leaders del mondo non saranno in grado a Londra di mettere in piedi l’architettura di un nuovo mercato finanziario, di risolvere la crisi economica e di definire un inquadramento efficace del problema del commercio mondiale nella loro riunione di Londra. E che perciò dovranno tornare a incontrarsi in futuro[34]

Il vertice preparatorio del 1° marzo, però, ripropone l’impegno comune a difendere il mercato unico finanziario europeo anche dentro la crisi. La grande paura è il protezionismo che potrebbe dilaniare l’Unione e che si scatenerà se persisteranno tutti a far finta che l’America resisterà alla tentazione di pensare anzitutto e magari anche solo a se stessa, senza decidersi a decidere insieme, tutti, come Europa, un protezionismo non becero e non penalizzante per chi non se lo può da solo permettere.

La questione su cui questo vertice si giocava per gli europei, se ci sarebbe stato o no un pacchetto europeo di salvataggio per chi in Europa è nei guai oggi e corre il rischio di metterci tutti domani, è stata risolta con un secco no. Ma ciascuno, inevitabilmente, finirà così col curare i protezionismi suoi come può. Merkel, l’abbiamo ricordato, l’aveva annunciato già prima del vertice, gelando a priori l’appello un po’ patetico, è vero, un po’ ridicolo e molto allarmato, di Ferenc Gyurcsany, il primo ministro ungherese: quando dice che bisogna impedire a una “nuova cortina di ferro” di alzarsi a dividere di nuovo l’Europa[35].

La appoggia senza riserve, né possibilità di appello, alla riunione BCE che il 5 dicembre ritocca il tasso di sconto per l’eurozona, il presidente della BCE, Trichet: la Banca centrale non è disposta a cambiare le regole di adesione all’euro neanche di fronte agli appelli dei paesi dell’Est e del Centro Europa che considererebbero l’adesione come uno scudo dietro cui ripararsi nel mezzo della  tempesta finanziaria che li sta un po’ tutti colpendo[36].

La verità è che, per quanto accorati e anche allarmati, anche i nuovi paesi, i nuovi regimi ex sovietici che sono nella UE solo da pochi anni, chiedono e chiacchierano e niente di più. Non ne scopri uno, neanche il Gyurcsany tanto preoccupato di una nuova “cortina di ferro”, che trovi il coraggio di dire alla sua gente della necessità che da sempre c’è, e oggi più che mai, se l’Europa vuole essere Europa davvero per tutti, anche per loro: che non si può proprio avere una moneta unica sul serio ed a lungo senza un’unione politica, che non c’è.

Senza una politica fiscale, di bilancio e di tassazione più o meno comune e non solo sull’IVA dove è più facile fissare una media per tutti. Dove non ci sono regole del lavoro del salario, delle condizioni di lavoro comuni. Dive non c’è accordo su quali industrie sussidiare e quali no. E dove nessuno dei leaders è abbastanza forte e popolare da portarsi dietro gli altri e aiutare tutti a tirarsi fuori dal pantano…

Il problema c’è e resta tutto: a Merkel che dice di no, ripetendo pari pari i giuramenti e le geremiadi “di principio e teoriche”della Commissione, risponde tra l’altro, e battendola in anticipo, dentro il suo stesso governo – ma sviluppando un accenno di Sarkozy – il suo ministro delle Finanze e vicecancelliere Peer Steinbrück.

Fa presente che la Germania non potrebbe, comunque, ignorare che, se mai uno dei 16 membri dell’eurozona venisse adesso messo dai mercati con le spalle al muro, per evitare l’innesco di un rischiosissimo “effetto domino” anche la più grande economia europea – e proprio perché è la più grande – buttando a mare tutti i sacri princìpi, e specificamente l’Art.103 del Trattato di Nizza attualmente vigente, potrebbe rischiare “senza reagire decisamente” di veder sgretolarsi la roccaforte dell’euro: è una “semplice questione di teoria, da una parte, e di pratica, poi, dall’altra[37]— ricorda anche alla cancelliera cristiano-democratica il vicecancelliere social-democratico.

Merkel – ormai in piena campagna elettorale, tenendo ben presente l’ostilità di fondo che specie verso un ulteriore allargamento alla Turchia ma anche, forse, riflettendo onestamente all’esperienza non proprio brillante e anzi, quanto a esiti positivi per l’Europa tutta, piuttosto frustrante dell’allargamento del 2004 a ben otto paesi dell’Est tutti insieme – adesso dice, con molta più forza di ieri, quello che una quindicina di anni fa aveva con forza raccomandato (ma allora suonava certo diversamente) alla Comunità europea il più grande presidente che abbia mai avuto, Jacques Delors:

Che prima di allargare ancora l’Unione si sarebbe dovuto approfondirne istituti e contenuti. Che, altrimenti, si correva il rischio di annacquarla e sfibrarla. Che questo – ma così, certo, il Libro Bianco non lo diceva, facendolo però perfettamente capire - era l’obiettivo di quanti da sempre frenavano (l’Inghilterra) una maggiore integrazione. Come del resto sta frenando adesso proprio la Germania, da quando si avvicinano, appunto, le elezioni politiche (settembre 2009).

Ora dice chiaramente che, prima di allargarsi di nuovo a, e cercare di integrare, altri paesi, l’Unione ha bisogno di “una fase certa di consolidamento”. Parlando delle istanze di paesi balcanici e Turchia afferma che “Non vogliamo certo far perdere ai paesi candidati le loro ambizioni nei confronti dell’Unione europea. Ma non facciamo un buon servizio a nessuno se l’Europa non ce la fa a tenere il passo dell’integrazione e ingloba troppi altri membri troppo in fretta[38].    

Anche il Commissario Almunia è preoccupato, ma preferisce focalizzare le sue preoccupazioni sull’allarme sociale che la crisi economica va diffondendo un po’ ovunque, in Europa occidentale e non solo all’Est. “Le condizioni sociali, economiche e di vita, di chi resta senza lavoro, o non trova lavoro, ma anche quelle di chi lavora, vanno deteriorandosi e” l’Unione nel suo insieme dovrà far fronte a un “autunno caldodi protesta sociale: “ci saranno tensioni dovunque[39].    

Dei paesi dell’est europeo da poco entrati solo Slovacchia e Slovenia sono in qualche modo protette dall’euro cui hanno aderito, la Repubblica Ceca tutto sommato tiene e la Polonia anche – ma meno – e le altre repubbliche dell’ex blocco sovietico dell’Europa centrale sono tutte non solo fuori ma anche diabolicamente nei guai, anche se buona parte del loro indebitamento bancario pesa alla fine su molti istituti bancari poco previdenti di Austria e, anche, dell’Italia.

Del resto, Unicredit ha appena chiesto ai governi di Italia e Austria intorno a 4 miliardi di € di ricapitalizzazione per quel che ha “perso” all’Est: 3 miliardi dall’Austria e 1, con i “Tremonti bonds[40] in Italia… Infatti, adesso da noi nascono questi Buoni del Tesoro, diciamo così, perpetui che possono essere convertiti in azioni solo su richiesta delle banche e servono ad assorbire le perdite quando il rapporto, la percentuale, tra capitale e assets a rischio (così come definiti dall’accordo interbancario conosciuto come Basilea II della Banca dei Regolamenti Internazionali), scende sotto l’8%.

In altri termini, si tratta di obbligazioni speciali emesse delle banche che il ministero del Tesoro si dichiara pronto a comprare. Lo scopo essendo quello di permettere che il sistema bancario italiano si mantenga ben patrimonializzato e che, anzitutto, non scarichi se non in misura che così dovrebbe – potrebbe – restare contenuta il peso di questo indebitamento tossico degli istituti di credito sull’economia reale.

Così, Unicredit, che chiede 3 miliardi agli austriaci per la sua filiale di Vienna, ha annunciato di voler usufruire dei Tremonti bonds per 1 miliardo di €, Intesa Sanpaolo per 4 e Monte dei Paschi di Siena per 2.

Il fatto è che le banche italiane sono esposte sull’Est (Romania, Bulgaria, Ungheria…) per diversi miliardi, per percentuali a due cifre del loro investimento di portafoglio e, se non trovano qualche copertura nel prossimo futuro, quando filiali locali e sponsorizzati saranno chiamati al redde rationem, vedranno aprirsi un buco non da poco davvero[41].

Una cosa certa è che chi tra questi paesi – come Ungheria e Polonia, ma Bulgaria, Romania, ecc., per non parlare di chi sta proprio fuori e sembra, poi, poco affidabile da ogni punto di vista, come l’Ucraina per dire – sperava però in una specie di salvataggio automatico da mettere a carico dell’eurozona o dell’Unione come tale, adesso sembra chiaro che probabilmente si illudeva.

Il blocco farà blocco, se proprio dovrà, per sé e su di sé. Ma difficilmente si spingerà a svenarsi per chi ancora dentro nell’euro non è ma in ogni caso – e lo dice e dimostra a ogni passo, con ogni mossa – non intende sacrificare per entrarci neanche un po’ della propria inesistente, ridicola, “sovranità”. Manco fosse, diciamo, il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, da sempre  - inutilmente, come oggi sta confessando Gordon Brown in persona – fissato su un tipo di sovranità nazionale che ormai non c’è più…

Il problema resta tutto ed è il buco di volontà politica che può portare anche in Europa, forse soprattutto per questo vuoto proprio in Europa, al cataclisma. Perché qui è davvero come per le ciliegie, che quella bacata finisce con il far marcire anche le buone o, per tenere bene nel merito l’analogia, è sempre la moneta cattiva che caccia via quella buona…

Per sintetizzare, o comunque cercare di spiegare ancora un po’ meglio, facciamo parlare per la chiarezza del’esposizione, anzitutto, il NYT. Intanto viene osservato quel che è anche troppo evidente a tanti di noi: che “il sistema europeo non è disegnato per prendere le misure di policy che sono necessarie inadatto ad adottare il tipo di politiche fiscali di stimolo che, per esempio, la Banca di Inghilterra ha messo in atto[42]. Il presidente della BCE, Trichet, continua a fare l’ottimista –alla Berlusca – sulla ripresa (alla riunione che ha tagliato a inizio marzo il tasso di sconto) ma tutte le previsioni della Banca da lui presieduta preconizzano un quadro al ribasso, anche pesantemente al ribasso.

Il fatto è che “i problemi dell’Europa orientale sono iniziati proprio dal credito facile[43], reso tale per copiare il modello di “libero mercato” americano che veniva presentato – sbagliando: ammette e spiega con chiarezza perché e come, adesso, il prof. Jeremy Sachs[44], che ne fu allora il massimo profeta – come quello che aveva trionfato sull’ “economia di comando” e come ideale per uscire dal congelamento dell’economia di comando: di qui deregolamentazione, capitalismo autodeterminato e selvaggio, abbattimento di tutti i sistemi, certo pesanti, di welfare alla sovietica e delle sue protezioni, minime ma indispensabili e garantite a tutti.

Tutti del resto, adesso, spiegavano allora, potevano farsi imprenditori, a tutti mercato e cantori del mercato promettevano incanti e entusiasmi e trovare, alle condizioni generose iniziali del mercato, il capitale iniziale necessario a “intraprendere” e a consumare (dall’auto alla casa) sembrava facile.

Dal 2004 al 2008, l’Europa dell’Est ha ostentato a tutti la sua ‘bolla’ speculativa… La Bulgaria e la Lettonia – per dire – hanno preso in prestito ogni anno dall’estero l’equivalente di più del 20% del loro PIL”: manco fossero, appunto, gli Stati Uniti e, anzi, peggio. “A fine 2008, 13 paesi che avevano fatto parte di quello che era stato l’impero sovietico avevano accumulato, verso banche o in valute straniere, un debito collettivo di 1.000 miliardi di $. Un po’ di questi soldi andarono in investimenti, ma in gran parte alimentarono consumi e acquisti di proprietà edilizia”.

Quando la musica ha smesso di suonare, l’anno scorso, il flusso di capitali si è bruscamente interrotto e poi ha cambiato di direzione, rovesciandola... Con larga parte di questo debito denominata in valuta straniera tutti e ciascuno all’Est”, dei loro signori locali, naturalmente “hanno cercato di mettere le mani sulla valuta straniera e sono crollate le valute locali. Larga parte delle banche locali all’Est “è di proprietà di banche dell’Ovest, anzitutto austriache ed italiane”…

E, “ora, Italia e Austria non possono permettersi il salvataggio neanche delle loro stesse banche”. Che non è proprio vero, almeno per la maggior parte delle banche italiane ma che certamente sottolinea quanto e perché le banche dell’UE siano restie a caricarsi dei debiti delle loro filiali dell’Est: se necessario, mandandole anche a gambe all’aria.

Cosa si potrebbe fare, anche per esorcizzare lo spettro del ripetersi, in questo clima non impensabile all’Est, di tentazioni di tipo nazionalistico di destra estrema, di tipo nazista? C’era la proposta ungherese, alla quale Merkel ha detto di no, c’è il FMI che qua e là può seminare qualche miliardo di $ in aiuti.

Ma è del tutto evidente che i “debiti di molti paesi dell’Est, dei loro governi e anche di alcune loro banche dovranno essere cancellati…. Alla fine, come in America, il conto se lo dovranno accollare i contribuenti… certamente non se lo possono permettere quelli di Austria e Italia. Il che vuol dire che il peso finirà per ricadere sui paesi più ricchi d’Europa, specie Germania e Francia”— e spiega bene certe riluttanze e certi no.

Sono due gli approcci che vengono indicati. Il primo è quello tedesco: “il caso per caso, che però non fa nulla per stabilire la fiducia e prevenire il contagio”. La soluzione certamente migliore sarebbe un fondo che fornisca una specie di dote di salvataggio e un ombrello di protezione per banche e paesi, anche quelli che al momento non sembrassero averne bisogno… E “alla fine un fondo simile a quello proposto dall’Ungheria – ma certo coi soldi di altri – sembra quello che toccherà adottare all’Europa”.

Ma qui c’è il problema, il macigno che blocca tutto, diciamolo chiaramente la differenza fondamentale – e inevitabile finché l’Europa non decide di cambiare se stessa – che c’è tra una soluzione europea e quella che possono offrire gli Stati Uniti d’America: Obama ha annunciato una finanziaria monstre che manderà il paese ancora più in debito ma che rappresenta anche un enorme sforzo di ridistrìbuzione – potenziale – del reddito e di riforma – sempre potenziale si capisce – della sanità e dell’istruzione pubblica e di impegno – anche potenziale ma, come gli altri, stavolta più credibile – di ingaggiare una lotta vera a dimensione di tutti gli Stati Uniti contro i problemi ambientali.

Gli europei non lo fanno, non sono in grado, non hanno la volontà di farlo (ne riparleremo con le parole del Nobel Krugman anche più avanti, nel capitolo STATI UNITI). L’Europa non è un paese che come l’America può, in qualche modo efficace, impegnare i cittadini della California ad aiutare quelli di New York e viceversa. Da noi è impossibile chiedere agli austriaci e agli italiani, e tanto più ai tedeschi e ai francesi, di pagare per i debiti che hanno fatto, per dire, le cicale ungheresi indebitatesi per anni all’estero e che adesso dovrebbero pagare e non possono. In nome di che? Di un’Europa che non c’è e non si intravvede neanche?

Intanto, la NATO, dopo aver fatto la faccia feroce contro la Russia per l’ “aggressione”, dicevano, dell’estate scorsa alla Georgia, ha deciso adesso, nella riunione dei ministri degli Esteri di Bruxelles di inizio marzo di lasciar perdere, come era giusto fare vista la cronaca ormai accertata dei fatti (di chi era stato, cioè, l’incauto e giustamente punito aggressore), degli appelli a non farlo di Tbilisi avanzati per mezzo della Lituania e – visto che ora, al contrario che sotto Bush, erano d’accordo anche gli americani – di riaprire il Consiglio congiunto NATO-Russia[45].

Lo ha comunicato in quella sede e di persona al primo ministro georgiano, Nicoloz Gilauri, la Clinton. In buona sostanza, come sintetizzano brutalmente gli osservatori più attenti, ha chiarito che gli USA non sono disposti a difendere la Georgia dalla Russia specie se poi, come ad agosto, non è chiaro (anzi è chiaro il contrario) chi sia l’aggressore[46].

Che, in altre parole, se deve scegliere tra migliorare i rapporti con Mosca o proclamare (solo gridandolo ai quattro venti, badate bene, niente di più poi, come fece Bush illudendo i georgiani) che se la Russia tocca la Georgia, l’America scende in campo, bè Washington in campo non scende.

Poi l’hanno chiarito sempre a Bruxelles gli europei in sede di Unione senza possibilità di equivoco al vertice loro. Benita Ferrero-Waldner, la Commissaria agli Esteri della Commissione, non solo ha detto al premier Gilauri che l’Unione era d’accordo con gli americani ma ha anche “consigliato” lui e il presidente georgiano a ristabilire un rapporto di comune lavoro con Mosca. In pratica, ha lasciato intendere che, se Saakashvili se ne deve andare per rendere possibile un miglioramento dei rapporti tra i due paesi, che se ne vada…

La Georgia ha fatto presente, mai ufficialmente – nessuno, neanche lì, a porte chiuse, ha avuto il coraggio di dichiarare che il re (l’aggressore) era nudo anche se si vestiva da vittima – che, in fondo, aveva solo copiato il modus operandi dell’amico Bush – fare la guerra preventiva a chi percepiva come minaccia incombente – ma la guerra preventiva, specie dopo il fallimento delle guerre di Bush, non ha oggi buona opinione, specie in Europa.

E Tbilisi è rimasta sola: o, almeno, sola nelle ambizioni che s’era date, affidandosi a Cheney e a Bush sconsideratamente di entrare adesso, subito, nella NATO e nell’Unione europea… Sarà interessante, tra qualche anno, leggere le memorie e le carte di Saakashvili: specie sui chi, quando e come, a Washington – e non solo ma soprattutto di parte bushotta – lo aveva istigato, e con quali promesse, a provarci…

Mosca ha subito colto con favore la decisione di ridar vita al Consiglio NATO-Russia – “è un passo nella giusta direzione” – e, ora ma solo ora, anche l’americanolatra segretario generale, Jaap de Hoop Scheffer lo dice – “sì, la Russia è un attore globale: non parlarci non è un’opzione” – intervenendo nel dibattito dopo la Clinton e prima del rappresentante della Lituania, al quale fa capire – su incarico ricevuto – che deve ritirare, come fa riluttante ma fa…, la sua opposizione.

Subito prima Hillary Clinton aveva annunciato che nel futuro a breve Stati Uniti e Russia potrebbero dar vita, anche entro l’anno, a un nuovo Trattato di riduzione degli arsenali nucleari strategici riprendendo un cammino che era stato interrotto bruscamente e unilateralmente da Bush. E, aggiunge il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, che lo START, il Trattato per la riduzione degli armamenti strategici, congelato da Bush ma formalmente vigente ancora fino alla fine dell’anno.

Leggendo da una dichiarazione scritta e che consegnava a Clinton del presidente Medvedev, Lavrov ha ripetuto che, con questa nuova Amministrazione americana, “proprio la novità del rinnovato interesse di Washington nel processo di disarmo può diventare una parte chiave della nuova agenda nei colloqui bilaterali”. E ha ancora detto, con la Clinton lì ad assentire, che ogni nuovo accordo di riduzione dovrebbe proibire il dispiegamento di armi strategiche offensive in paesi terzi.

Non parlano, né la Clinton né lui, del fatto che il vecchio Trattato già questo prevedeva… Ma la speranza è che lo diano per sottinteso: il vecchio START diceva che doveva congelare l’accesso a nuovi armamenti nucleari in paesi terzi; ma scontava, e anzi riconosceva, che fermarli sarebbe dipeso anzitutto dal mantenimento degli impegni formali alla riduzione delle due superpotenze e dalla loro pressione concertata sugli altri paesi atomici (Cina, Gran Bretagna, Francia, Israele, Pakistan, India e, forse, Nord Corea ormai) perché anche loro cominciassero a procedere in quella direzione. Impegno che non è stato attivamente esercitato e, in ogni caso, neanche lontanamente raggiunto[47]

Per primo sulla lista dei “rischi paese” tra quelli dell’Europa orientale, almeno a stare ai ratings degli istituti di valutazione finanziario-economici, sembra arrivata la Lituania il credito del cui governo è stato drasticamente abbassato da BBB+ a BBB, il secondo più basso dei possibili livelli nel rating dell’agenzia Standard & Poor’s. Si impennano subito i costi del servizio del debito del paese che ha già dovuto tagliare il bilancio e alzare le tasse per cercare di mettere una toppa piena di sbreghi sui buchi aperti dal rallentamento dell’economia globale[48].

Mentre in Ungheria il primo ministro almeno di nome socialdemocratico, Gyurcsany, annuncia le dimissioni perché dice con la maggioranza risicata che si ritrova non è più in grado di affrontare la crisi – poi si vedrà … – a Praga, il primo ministro della coalizione di destra Mirek Topolànek – che era appena riuscito ad evitare, col rinvio, la sconfitta sui missili americani – è costretto il 24 marzo a dimettersi dal voto di sfiducia del parlamento di una mozione che porterà, ora, alle dimissioni nel mezzo del mandato del governo che ha attualmente la presidenza della Unione europea[49].

Ma fa ancora in tempo a recarsi a Strasburgo a impartire una lezione di sagacia finanziaria – lui, “diplomato” ingegnere meccanico alla scuola militare… – a Barak Obama predicando al parlamento europeo che la via degli americani (spendere in deficit) per superare la crisi è “la via dell’inferno[50]. Topolánek resta, infatti, in carica “per gli affari correnti” e, comunque, continua a presiedere i suoi sei mesi d’Europa finché non lo rimpiazzerà il presidente della Repubblica, Václav Klaus. Un autentico reazionario che essendo, però, il suo padrino politico – ma criticandolo da qualche tempo radicalmente da destra – ritarderà comunque, anche forzando la Costituzione, il ricorso alle urne che la destra euroscettica e russofoba con ogni probabilità perderebbe.

Poi, tenta invano di fare un po’ marcia indietro, Topolànek, alla berluscona (non sono stato capito…, mi hanno tradotto male) e anche peggio (ho parlato piuttosto, dice, di una “via alla rovina che avrebbe minato la stabilità del mercato finanziario mondiale”: che è una vera e propria sciocchezza, riaffermata pappagallescamente così nel caos attuale del mercato finanziario globale provocato proprio dalle ricette neo-liberiste).

Ma in realtà non era certo l’interprete ad aver toppato— Topolànek ha detto solo, più alto e forte e sguaiatamente della Merkel quello che tutti i conservatori d’Europa pensano dei piani di Obama: che è troppo, non troppo poco, e che gli è tutto sbagliato… Critica da destra, insomma. Non da sinistra. Però tutti, o quasi, sentono il bisogno di precisare, ai media, che lui parla per sé, non per l’Europa e tanto meno per l’Europa tutta, alla vigilia del vertice dei G-20[51]: altra botta niente da poco alla credibilità dell’Unione europea…

Dove, infatti, ci saranno sì, cinque grandi paesi europei (Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Spagna). Ma non ci sarà proprio l’Europa, al di là appunto di un ectoplasma di rappresentante come Topolánek o, peggio? meglio?, chi sa?, come Barroso… Nessuno in grado comunque di parlare per tutti, con autorevolezza, voce e credibilità sufficiente…

Intanto, in Ucraina va in scena l’ennesimo atto della pantomima azzeccagarbugliesca nazionale che sta paralizzando il paese. Il presidente, Yushenko, da cui dipendono i servizi di sicurezza, ordina loro di perquisire la sede dell’ente energetico nazionale, Naftogaz, dipendente dalla primo ministro, Timoshenko, per acquisire a un’inchiesta che lui ha ordinato alla magistratura di aprire – ma che la magistratura non ha nessuna intenzione di aprire – copia dell’ultimo contratto firmato su ordine della prima ministro con la russa Gazprom.

Naftogaz passa al contrattacco, rischiando e giocando, però, ancora una volta col fuoco: la  nuova situazione potrebbe imporre un “qualche ritardo” nei pagamenti del debito che deve alla Russia… E Putin controreagisce, come da copione anche lui, minacciando: attenti che a noi delle beghe vostre non ce ne potrebbe fregare di meno e, se non pagate, Gazprom “bloccherà la fornitura di gas fino a pagamento avvenuto… Sempre da copione, l’Unione europea esprime – e come farne a meno? – tutta la propria “preoccupazione”…

In crisi, adesso, subito, tre governi dell’Est europeo: Repubblica ceca – ma ne parleremo più avanti, nel capitolo sugli USA perché arriva sui missili antimissili americani e sfocia subito in un voto di sfiducia – e poi, ancora, Lituania e Ungheria.

Timoshenko, da parte sua, dice in un’intervista a Le Monde che le elezioni presidenziali vanno anticipate perché il paese non può semplicemente permettersi la paralisi istituzionale fino al gennaio 2010; e che i rapporti bilaterali con la Russia non possono più essere impostati dall’Ucraina su basi “aggressive o di ricerca dello scontro”— comunque non più, ora che ha capito che USA e NATO reciteranno qualche giaculatoria, al massimo, forse proveranno a dire ai russi che sono prepotenti ma, alla fine, non apriranno un conflitto con Mosca per conto di un paese come l’Ucraina che non fa i conti con la realtà e, come la Georgia-coniglio, si mette a ruggire contro l’orso russo sperando nel cacciatore, nella riscossa dei “nostri”… che però non arriveranno mai[52]

Intanto, il primo ministro Vladimir Putin rende noto che la Russia per combattere la crisi spenderà  il 12% del PIL nel 2009 – percentualmente molto più di ogni altro paese, tra i grandi –, che il deficit di bilancio raggiungerà quest’anno l’8% del PIL e che spenderà 3.000 miliardi di rubli (85 miliardi di $) dalla riserva accumulata negli anni grassi di 8.000 miliardi di rubli (227 di $) per coprire il deficit. Ma le garanzie che lo Stato fornisce al’industria privata non sono illimitate, ha avvertito, e nel 2009 non supereranno i 300 miliardi rubli (8,5 miliardi di $)[53].

Secondo la valutazione di un’agenzia finanziaria di Wall Street, assolutamente mainstream e largamente stimata anche dopo il cataclisma che, infatti, dà una lettura assai positiva delle decisioni del Cremlino, il braccio di ferro tra i consiglieri economici di Putin s’è risolto a favore dei più liberisti, il governo russo ha buttato al macero tutte le vecchie previsioni di bilancio e le sta ricalibrando sulla contrazione del PIL ormai scontata per il 2009, e realisticamente, anche il 2010.

Le previsioni sulla contrazione dell’economia russa, avanzata in questi giorni dalla Banca mondiale, sono peggiori: -4,5% di PIL nel 2009 e l’avvertenza che la crisi finanziaria potrebbe affondare nella povertà 5,8 milioni di russi, se il governo non aiuta le famiglie povere con maggiori sussidi[54].

Malgrado questa misure drastiche di rimessa in ordine dei conti – o forse proprio a loro causa – mentre inizia a risalire il prezzo del greggio petrolifero sui mercati internazionali, le borse trattano bene i titoli russi (negli ultimi due mesi a San Pietroburgo il valore medio delle azioni è aumentato del 50%) e la Banca centrale vende rubli per evitarne un eccessivo apprezzamento.

L’economia non è certo uscita dai guai, ma proprio il rigore del trattamento che il Cremlino le sta impartendo come medicina sembra che possa aiutare la ripresa: insomma – dice – il contrario di quel che fa e raccomanda Obama[55]

Il presidente Medvedev torna alla carica, e non a caso prima di incontrare Obama al G-20: per aumentare la pressione sull’America e i suoi piani e dimostrare che la Russia non si siede al tavolo dell’incontro da posizioni di debolezza. Parlando a una platea di generali e ammiragli, e citando come causa principale la sovraestensione e le tentazioni di sconfinamento cui si va abbandonando, dice, ogni giorno la NATO, ribadisce che la Russia nel 2011 darà inizio a un suo “programma di riarmo su larga scala”, 4.600 miliardi di rubli (140 di $) in tre anni, per far fronte alla “minaccia che incombe” in questo modo ogni giorno di più “sulla sicurezza del paese[56]

I “pericoli potenziali di conflitto aumentano in molte parti del mondo e resta la minaccia che possano portare a crisi locali e a vampate di terrorismo internazionale. E la NATO non sta frenando i suoi tentativi di allargare la propria infrastruttura militare ai confini del nostro paese. E tutto questo impone una modernizzazione qualitativa delle nostre forze armate”.   

L’esperienza fatta con Bush, ma prima ancora con Clinton – sotto Eltsin – nel momento della loro massima debolezza, ha convinto i russi che trattare con gli Stati Uniti si può e si deve ma che non va mai loro concesso niente a priori e, soprattutto, mai niente in cambio di niente. Sembra, purtroppo, un approccio sensato, anche se è duro adesso presentarlo così al presidente Obama.

Adesso, poi, vengono fuori le motivazioni esplicitamente – se volete anche provocatoriamente – antirusse avanzate, con il solito felpato savoir dire diplomatico, dal ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, per rivendicare a un paese dell’Europa dell’Est la carica di prossimo segretario generale della NATO (il mandato va rinnovato, o cambiato, nel prossimo luglio quando scade quello di Jaap de Hoop Scheffer).

Da una parte ha sostenuto che una nomina del genere, come la sua, “allevierebbe i timori dei paesi dell’ex blocco sovietico” e, dall’altra – e insieme – parlando a una conferenza NATO sulla sicurezza europea a Bruxelles, ha affermato con un palese non sequitur che “questa nomina migliorerebbe i rapporti della NATO con la Russia”.

Non convince nessuno oltre i governi, due o tre, che erano già convinti (oltre al suo, ovviamente). E, infatti, cogliendo la stessa occasione, la delegazione americana rende ufficiale che baltici) e Washington favorisce la candidatura del primo ministro danese, Anders Fogh Rasmussen[57]. Il problema è che, così, la NATO nominerebbe segretario generale una figura che milioni di mussulmani detestano più di ogni altro europeo, l’uomo che era già al timone nel suo paese quando un giornale pubblicò a Copenhagen le famose “vignette del profeta[58], considerate subito blasfeme in tutto il mondo islamico.

Insomma, questa delle vignette è davvero insieme una tragicommedia, ridicola quasi per qualcuno tragica per altri. La scelta tra il polacco russofobo e il danese che magari islamofobo non è ma tale è considerato da più di un miliardo di esseri umani. Ma dalla padella, così, è nella brace che si va diritti…, ovvero come crearsi problemi che non è proprio necessario crearsi con la NATO che combatte… in Afganistan, al confine col Pakistan e l’Iran e la Tirchia.

A meno di non voler spingere i turchi, paese islamico di sicuro e coinvolto malamente nelle manifestazioni del 2005, a mettere il veto su Rasmussen, senza annunciarlo però – anzi da subito formalmente smentendolo come hanno fatto subito – magari solo informandone discretamente e segretamente chi di dovere…

Intanto, il primo ministro spagnolo, José Luis Rodríguez Zapatero, è stato attaccato da francesi, tedeschi, inglesi e americani (di critiche italiane non c’è traccia e non si sa bene perché… forse perché alla Farnesina nessuno se n’è accorto…) per aver annunciato il ritiro dal Kosovo dei 600 soldati spagnoli che lì fanno la guardia alla tregua tra kosovari e serbi. Sostengono che il ritiro si potrà avere solo quando verrà deciso insieme.

Ma la ministra della Difesa, Carme Chácon, fa osservare che di andare in Kosovo come parte della KFOR della NATO ogni paese, a suo tempo, lo decise da solo… e a Zapatero, comunque, non gliene potrebbe fregare di meno delle proteste degli altri: gli spagnoli sono d’accordo con lui e la mossa è del tutto logica e anche troppo a lungo rimandata visto che la Spagna è uno dei cinque paesi dell’Unione europea che non riconoscono l’indipendenza del Kosovo (Madrid ha il problema del secessionismo basco, come altri europei sentono la minaccia potenziale dei loro secessionismi e capiscono bene il punto di vista serbo (che, poi, è quello dello stesso diritto internazionale)[59].

STATI UNITI

Prima un po’ di dati, poi qualche considerazione di fondo.

Scendono anche e più del previsto le vendite al dettaglio a gennaio, con l’eccezione del supermercatissimo Wal-Mart, che vende ai prezzi più stracciati d’America e con costi, del lavoro anzitutto, tra i più bassi d’America[60].

A febbraio, invece risale dello 0,2% la spesa per consumi, mentre però calano i redditi medi dei cittadini americani, lasciando stabile il tasso di risparmio, assai vicino al record da 14 anni a questa parte. E l’inflazione sale dello 0,3% in un mese, a ritmo identico a quello precedente[61].

Stesso discorso, ma molto più preoccupante per la disoccupazione (per le strade delle grandi città si vedono, come nelle vecchie foto seppiate degli anni ’30, lunghe serpentine di persone di ogni ceto sociale del lavoro dipendente in cerca di occupazione). In una misura assai cruda del costo della recessione, l’Ufficio Statistico del Lavoro informa a inizio marzo sui dati pesanti relativi a febbraio.

Il tasso di disoccupazione, contato nel modo ufficiale assai restrittivo, dà un 8,1% che è il più alto livello da 25 anni. L’economica ha tagliato 4.400.000 posti di lavoro a tempo pieno dall’inizio della recessione a dicembre 2007 e gran parte degli economisti dà per certo che il dissanguamento continuerà per tutto l’anno e per gran parte del 2010.

A gennaio, nella revisione ufficiale, l’economia aveva perso 665.000 posizioni lavorative per un tasso del 7,6% e a dicembre, sempre nella revisione definitiva, 681.000, dai 557.000 prima calcolati. “E sono molti gli economisti a scommettere che il business adesso, prima dell’inizio di una qualsiasi ripresa, taglierà almeno altri 2.000.000 posti di lavoro e potrebbe ben toccare un [ufficiale] 10%”...

Il fatto è che, se si includessero nel computo quanti, sempre ufficialmente, non hanno più lavoro ma vorrebbero averlo, i disoccupati sarebbero “già al 9,3%”. Se si includessero coloro che sono obbligati a lavorare part-time, la percentuale “salirebbe di altri 5,5 punti” percentuali. E la percentuale di senza lavoro che non lo ritrovano “da più di tre mesi e mezzo” è ormai più o meno al 40% del totale dei disoccupati, uno dei livelli più alti dopo la II guerra mondiale[62].

E, secondo una misurazione meno irrigidita e più inclusiva della disoccupazione come della sottoccupazione, il tasso sarebbe oggi del 14,8%[63]. Inoltre, al solito – ma questo a indicarlo siamo (quasi soltanto) noi – se si calcolano come ovunque anche qui fuori del mercato del lavoro il numero spropositatamente elevato qui di occupati sotto le armi e di non calcolati dalle statistiche perché residenti (a milioni: dice, venti, trenta volte di più che in ogni altro paese) nei penitenziari d’America, federali e statali, verrebbero fuori almeno diversi altri punti percentuali…

Quel che preoccupa di più, e tutti senza eccezione anche se la cosa hanno il “coraggio” di metterla per iscritto in pochi, ancora, “è che in molte industrie cruciali – manifatturiero, servizi finanziari e rivendite al dettaglio – molte imprese stanno optando per lasciare il campo in interi settori. ‘Questi non sono lavori che torneranno – dice il capo economista della Wachovia [una grande azienda di servizi finanziari che a dicembre scorso è passata a far parte della Wells Fargo] – un gran quantità di produzione o scompare del tutto o si farà altrove e non più negli Stati Uniti. Ci saranno meno negozi, meno fabbriche, meno filiali di banca e di servizi finanziari. Insomma, imprese e industrie stanno assumendo la decisione strategica di chiudere baracca e burattini e di abbandonare il mercato’”[64].

Mettendo sotto una lente di ingrandimento, neanche poi troppo grande, il peggio del peggio di questa pessima situazione, bisogna dire – e non solo per questa economia, un po’ per tutte le nostre di grandi paesi industrializzati e avanzati – che non fanno paura solo dati e tendenze ma il fatto che più della metà dei 4 milioni e quattrocentomila posti di lavoro perduti da quando la recessione è iniziata, a fine 2007, sono scomparsi negli ultimi quattro mesi. La tendenza che preoccupa di più –e che è largamente, appunto, dicevamo comune – è questa…

La produzione industriale è caduta dell’1,4% a febbraio, per il quarto mese consecutivo, con gli impianti inattivi per il tasso più basso da più di mezzo secolo: in produzione solo per il 67,4% del totale[65].

Il deficit dei conti correnti si riduce a 132,8 miliardi di $ nel quarto trimestre e corrisponde al 3,7% del PIL, ancora grazie soprattutto al ribasso dei prezzi del greggio petrolifero.

Un barlume di luce, del tutto a sorpresa e del tutto inspiegabile, anche dagli ordini del settore manifatturiero che, a febbraio, per la prima volta dopo sei mesi di declino continuo, sono risaliti per i beni durevoli del 3,4%, contro aspettative che li davano in calo del 2,5 e una caduta rivista in peggio di ben il 7,3% a gennaio. Il Dipartimento del Commercio, che diffonde il dato[66], mete però le mani avanti ricordando che “spesso” (quattro mesi sui sei di cui sopra) il dato del declino è stato sempre rivisto in peggioramento…

Emergono anche segnali che, forse, la crisi edilizia ha toccato il fondo, almeno a vedere i dati di inizio costruzione di nuove case che, a febbraio, salgono del 22,2%, col numero dei permessi concessi per la costruzione di nuove case anch’esso in aumento e quello delle vendite di case nuove che, sempre sul mese prima, registra un +4,7%[67]. Dopo tre anni di declino ininterrotto sul mercato edilizio, la domanda sta lentamente risalendo e tra gli agenti immobiliari c’è chi la vede finalmente riavvicinarsi all’offerta. Sale anche del 5,1% nel mese il numero delle vendite di case usate[68].   

Globalmente considerati, i prezzi delle case potrebbero ancora scendere per diversi mesi, col largo accumulo di scorte invendute ancora da smaltire e l’abbrivio al ribasso dei prezzi. E, vista la dimensione ingente, e in aumento, del deficit di bilancio, anche i tassi di interesse potrebbero a breve aumentare significativamente, riducendo le possibilità di comprarsi la casa e deprimendo i prezzi ancora di più.

D’altra parte, se l’economia cominciasse, coi piani di Obama e anche perché una volta toccato il fondo qualsiasi economia inizia sempre una risalita, secondo la legge fisica che in natura, in una forma o in un’altra, quello che sale poi scende e viceversa; e se, con un po’ di ripresa, si riaccendesse un po’ di inflazione, aumenterebbero i redditi nominali e, perciò, la possibilità di acquisto di cade.  

Resta sempre il problema di fondo di come agli occhi dei media, oltre che della pubblica supervisione, sia sfuggito – quando non ci volevano competenze affatto straordinarie per capirlo – che qui stava la radice della crisi economica che poi è scoppiata. A livello nazionale, il prezzo delle case aveva grosso modo seguito il tasso di inflazione per un secolo, dal 1895 al 1995. Poi, nel decennio ’96-2006, i prezzi delle case si impennarono più del 70% oltre la media dell’inflazione,  creando così una bolla di ricchezza edilizia superinflazionata da 8.000 miliardi di $.

Non c’era alcuna spiegazione plausibile, se non “il mercato”, né dal lato dell’offerta né da quello della domanda per questo aumento di prezzi. E se c’era uno scostamento tanto elevato da una tendenza di cento anni, cosa poteva mai spiegarlo se non la speculazione e la bolla speculativa? Questo si sarebbero dovuti chiedere i grandi giornali, i media, le inchieste televisive e questo non si chiesero mai per anni. E le autorità supervisorie avrebbero pure dovuto domandarsi delle conseguenze prevedibili di quella che sarebbe stata una perdita di 8 triliardi di $ (110.000 per ogni proprietario di casa) per l’economia nazionale?

Non ci volevano poteri d’inchiesta giudiziari speciali, né poteri investigativi straordinari da parte dei media per immaginarselo. Bastava conoscere un po’ di aritmetica, fare i conti e non lasciarli fare, citandoli come se fossero messia, alle agenzie immobiliari e ai loro imbonitori di professione.

Senza scordare poi, certo, la responsabilità degli economisti di professione. Quasi tutti hanno bucato conti e problema. Nessuno di loro è stato o sarà chiamato a pagare – in termini di discredito professionale, almeno – della propria dimostrata, imprudente incompetenza.

Intanto, Obama ha deciso di dire chiaramente che lui è schierato, che lui resta certo il presidente di tutti gli americani ma che è anche un presidente di parte: che pencola un po’ di più per qualcuno che per qualcun altro di loro. Il 28 febbraio, l’ha detto come mai, forse, prima un presidente degli Stati Uniti d’America.

Lui è un “presidente di parte, fa il tifo per e appoggia i più poveri contro i più ricchi e la sua proposta di un bilancio fortemente espansivo ‘è una minaccia allo status quo che impera qui a Washington’ e lui si vede come un crociato populista che vuole dar battaglia agli interessi privati per espandere la sanità pubblica, abbattere l’inquinamento e migliorare l’istruzione per tutti i bambini americani[69].

E la cauta, secondo molti anche dei suoi troppo cauta, confederazione sindacale, l’AFL-CIO, col suo Comitato esecutivo, buttando a mare stavolta ogni esitazione perbenistica e senza mostrare di temere nemmeno l’accusa fin troppo scontata di cedere a tentazioni “socialistiche”, dice che bisogna ormai nazionalizzare le banche. E invita il presidente ad agire in questo senso dopo che miliardi e miliardi di dollari dei contribuenti e, soprattutto, dei lavoratori sono stati regalati alle banche da salvare, ma non hanno migliorato per niente la propensione delle banche, che ormai stanno in piedi solo col pubblico denaro, ad aprire i cordoni del credito[70].

Il sindacato, qui, è meno del 10%, forse, dei lavoratori attivi ma ne organizza in ogni caso 10 milioni e costituisce, così, il gruppo di pressione – “a favore dei lavoratori”: così si definisce esso stesso per Statuto – più possente che si sia finora pronunciato a favore di una soluzione tanto drastica. D’altra parte, ricorda esso stesso che dopo le due stime preliminari di calo del PIL al 3,8% su base annua per il quarto trimestre, la revisione ufficiale dà l’economia in crollo quasi del doppio, al 6,3% in quel trimestre, sempre su base annua[71].

A soluzioni drastiche, dunque, ormai è necessario far appello appoggiando, proprio  per obbligare le banche a riaprire il credito, come hanno anticipato, del resto, e chiedono a voce alta fior di premi Nobel e, senza dirlo lettera per lettera, sembra di aver capito, perfino il presidente stesso della Federal Reserve…

Roba che manco uno come Chávez…, dice velenoso ed odioso uno dei più sbraitanti commentatori radio neo-cons (Rush Limbaugh: più a destra di Attila, o di Hitler, se fosse possibile), accorato perché questo “spudorato” candore non aliena simpatie al presidente ma anzi gli attira il  favore popolare di gente che “ha perso fiducia nella forza del nostro sistema”, cioè di quello che a lui è molto caro…

Il sindacato va, come è giusto, più in là e critica esplicitamente l’Amministrazione per aver trattato con i guanti di velluto gli azionisti di queste banche “zombie”, come le chiama, che non sono state nazionalizzate per affrettare la pulizia necessaria dei loro libri contabili. “Noi siamo convinti che il dibattito su nazionalizzazione sì o no stia ritardando l’inevitabile ristrutturazione del sistema bancario, qualcosa che l’economia non si può permettere”.

In effetti, il sindacato segnala che il 43% degli assets bancari della nazione sono di proprietà di quattro soli istituti: Citigroup, Bank of America, Wells Fargo e JPMorgan Chase— le prime due in pratica già insolventi e, quindi, subito candidate alla nazionalizzazione.

Quando questi istituti sono paralizzati, ne soffre tutta la nostra economia”, dice il testo sindacale e aggiunge che, però, “gli interventi del governo vanno strutturati in modo da proteggere l’interesse pubblico e non solo per salvare dirigenti o ricchi investitori[72].

L’Amministrazione Obama, dice un passaggio pesante del documento, non ha strappato in cambio dei miliardi investiti nelle banche ormai compromesse un ritorno equo per contribuenti e cittadini tutti. Insomma, anche Obama, proprio come Bush – non dice ma sottende il testo –  magari perché dà troppo retta ai suoi “posapiano”, come li chiama il Nobel dell’Economia Paul Krugman, sembrerebbe essersi preoccupato più di loro signori che degli americani normali…

Obama, però, non ci sta. Probabilmente aveva avuto sentore, o anche conoscenza della critica montante dal gruppo più organizzato dei suoi sostenitori, perché già qualche giorno prima aveva solennemente assicurato che “il sistema che abbiamo oggi può forse lavorare a favore degli interessi potenti e meglio rappresentati che hanno comandato a Washington per troppo tempo, ma io non lavoro per loro. Io lavoro per il popolo americano[73]. Forse è retorica pura. Ma forse no…

Solo che. Solo che… fra molti sostenitori di Obama si sta diffondendo davvero un’impazienza, anche una paura sottile: presentando il bilancio, e i buchi del bilancio, che per ora coprirà con il deficit cui l’ha obbligato l’irresponsabile conduzione fiscale e politica dell’amministrazione Bush, ha detto al Congresso che “mentre il costo dell’agire sarà elevato, posso garantirvi che sarebbe molto più alto il costo dell’inazione: potrebbe risultare in un’economia che va avanti balbettando non per mesi o per anni ma, forse, per un decennio”.

Sul deficit di bilancio, sull’improvviso allarme e la denuncia del deficit eccessivo – realmente elevato – che Obama mette nei conti per cercare di superare la crisi, suona dannatamente fasullo lo scandalo sollevato dal partito di Bush che ha accumulato, per conto suo, come fece Reagan nei suoi otto anni, il deficit reale più elevato della storia americana: sedici anni in tutto di buco in rosso profondo del quale mai i repubblicani si sono troppo preoccupati. Checché adesso ne dica il NYT, ipocritamente, quando ne segnala “il crescente disagio[74]

Il Congresso, e anche diversi tra i democratici, ha cominciato a rivedere le bucce al bilancio presentato da Obama, sforbiciandogli diverse richieste di spesa, diciamo, sociale, approfittando anche della stima del CBO, l’ufficio indipendente del bilancio dello stesso Congresso, che prevede un ulteriore deficit – su dieci anni – di 2,3 miliardi di $ (230 all’anno, fa presente Obama, per tirar fuori il paese da questo baratro nel quale Bush e l’Amministrazione repubblicana lo sono andati affondando. Ma è una battaglia complessa[75].  

In generale, poi, e in riferimento a tutte queste questioni relative alla sacertà, ormai sputtanata, del deficit/PIL[76] (quando una regola non la osserva più praticamente nessuno, che cavolo di regola è quella regola?) un tetto che ha ossessionato, e ancora ossessiona, i banchieri centrali, specie la BCE, la Commissione europea e tanti governi, viene fatto – secondo noi giustamente – osservare che “nel 1929, il presidente Herbert Hoover pensò che la migliore risposta al collasso economico fosse di rimettere il bilancio in pareggio. Con redditi e entrate fiscali in netta caduta, la cosa si tradusse nel taglio della spesa federale. Come riconoscono, ora, quasi tutti gli economisti, il presidente Hoover si sbagliava profondamente”.

Quello che conta, infatti, non è se si aumenta di per sé il deficit, ma il fatto è che la sua dimensione  conta molto di meno di quanto conti l’uso che dei soldi presi in prestito viene fatto. Certo, “se larga parte delle migliaia di miliardi di $ presi in prestito dalla Cina sono stati bruciati in tagli alle tasse dei ricchi per far costruire case e ville più grandi ai già miliardari”, allora sì che il deficit/PIL alto è davvero sprecato.

Obama è pienamente cosciente del costo dell’agire come del costo maggiore, dell’inazione, e “molti tra gli analisti sono d’accordo. Ma tra la gente con cui ho occasione di discuterne, tanti – osserva, preoccupato e molto ascoltato, anche se non necessariamente poi sempre molto seguito, Paul Krugman, che con l’ala sinistra del partito democratico da tempo fa pressione su Obama perché non esiti ad accelerare il passo – sentono crescere un senso di frustrazione, perfino di panico, per la mancanza palese di Obama nel trasformare, poi, le sue parole in fatti. La realtà è che quando tratta con le banche, l’Amministrazione Obama tentenna[77].

Certo, il deficit deve preoccupare e non c’è dubbio, l’America deve tornare a vivere contando di più sui propri mezzi, senza farsi foraggiare per triliardi di dollari ogni anno dalla Cina e da altri. Ma non è ragion  sufficiente neanche questa – spiegano all’unisono Stiglitz e Krugman, i due premi Nobel che incitano Obama, in genere insieme alla sinistra accademica e sindacale e politica ad osare di più – per rifiutare di dar da mangiare a un bambino affamato – e ce ne sono in America – o per negare il ricovero in ospedale a una signora anziana che vive dignitosamente della propria pensione ma non ha alcuna copertura assicurativa contro la malattia.

No, il deficit va frenato appena possibile. Ma, intanto, subito, si fa quel che si deve – si deve fare quel che si deve – per  dare da mangiare a quel bimbo e curare quella signora. Magari recuperando da subito, per quanto possibile, il maltolto di cui the wealthy, i più ricchi, lor signori hanno goduto specie negli ultimi anni accumulando loro quel deficit e quel debito estero.

Bush, il 20 gennaio scorso, ha consegnato a Obama un disastro, un paese che si stava dissanguando, limitandosi a regalare a chi aveva ridotto in quelle condizioni il paese – alle banche che s’erano illuse vendendo carta per oro di moltiplicare la ricchezza esistente – la metà del primo pacchetto di salvataggio, per 350 miliardi di $. E, adesso, la chirurgia costa – non può non costare – cara…

Ma la differenza di fondo sta tutta lì: nel gonfiare il deficit per impinguare i conti in banca di lor signori ogni giorno di più e per giocare ai soldati, mandandoli a centinaia di migliaia nel mondo a crepare e a seminare morte e distruzione— in nome, si capisce, della libertà e del libero mercato; oppure nel “tollerare” la crescita di quel deficit se serve a dar da mangiare agli affamati e a curare i malati che altrimenti crescerebbero loro nel paese più ricco del mondo. 

Torna in continuazione alla carica, Krugman: bisogna subito osare di più, La politica economica è in ritardo e se la Casa Bianca non decide subito di fare di più, molto di più, corriamo il rischio che quando, tra qualche mese, se ne renderà conto non trovi più il sostegno popolare che ha oggi per forzare la mano ai conservatori di ogni colore che vogliono muoversi piano[78].

Ha scritto durissimo, e papale papale, Krugman che non ci siamo. Non ci siamo proprio. Semplicemente perché per nostra disgrazia “i massimi esponenti dell’amministrazione Obama ancora credono nella magia del mercato finanziario e nell’abilità dei suoi maghi a rendere concreta quella magia… ma quei maghi erano fasulli che, lo sapessero o no, e le loro magie si sono rivelate niente di più di un insieme di trucchetti d’avanspettacolo.

   Per prima, la promessa chiave che chiamavano ‘sicurizzazione’ – che avrebbero fatto più robusto il sistema finanziario distribuendone i rischi su base più larga – s’è rivelata una bugia. Le banche hanno usato della sicurizzazione per aumentare i rischi che affrontavano, non per ridurli, e nel seguire questo processo hanno reso l’economia più, non meno, vulnerabile a ogni sconvolgimento[79].   

A volte, insinuano i suoi oppositori accademici, i “posapiano”, Krugman sembra ossessionato. Ma l’analisi di Stiglitz, l’altro premio Nobel recente per l’Economia, anche lui dichiarato sostenitore di Obama, e soprattutto uno che come lui diceva che le cose stavano andando male quando gli altri –– inneggiavano al sistema, al capitalismo, alla deregolamentazione e al lasseir-faire.

E’ un sollievo il fatto che gli Stati Uniti oggi abbiano un presidente capace di agire, e quel che egli sta facendo farà di sicuro una gran differenza. Ma, sfortunatamente, quel che sta facendo non è abbastanza[80].

E, infatti, Stiglitz e Krugman, avanzano grosso modo analoghe osservazioni, stesse proposte, stessi suggerimenti. Di comune essi alla base hanno, comunque, la tesi che bisogna fare molto di più. E anche molti suggerimenti, utilissimi – tecnicamente solidi e di grande buon senso – su cosa, imparare a non fare: perché “sono proprio i fallimenti dell’America a fornire importanti lezioni a tutti gli altri paesi del mondo, che stano facendo o faranno fronte con i loro sistemi bancari a problemi crescenti”.

L’elenco non è breve ed è molto più articolato ed argomentato di quanto qui noi possiamo rendere ai nostri lettori. Ma ci proviamo:

• “Ritardare la ristrutturazione del sistema bancario è costoso…” e ritardare qui significa non chiudere le banche insolventi, non lasciarle fallire, non nazionalizzarle e riaprirle dopo averle “ripulite” di amministratori incapaci e di malfattori…

•  I governi non amano ammettere il costo pieno del problema…

•  “La fiducia è importante, ma deve appoggiare su fondamentali sani… non sulla finzione che i prestiti erano solidi e che, ripristinata la fiducia, l’acume di regolatori e amministratori verrà legittimato”: non è affatto così e bisogna dirselo…

•  “C’è sempre da aspettarsi che i banchieri agiranno nel proprio interesse sulla base degli incentivi che trovano... anche perversi… 

Socializzare le perdite e privatizzare i profitti è cosa che dovrebbe preoccupare di più che nazionalizzare le banche…

•  Non confondere mai il salvataggio dei banchieri e degli azionisti con quello delle banche…

•  L’economia dello ‘sgocciolamento’ [trickle-down: se i più ricchi diventano sempre più ricchi,b alla fine finiscono col diventare un po’ più ricchi anche i poveri…] non funziona quasi mai…

•  E’ stata la mancanza di trasparenza a mettere il sistema finanziario americano nei guai in cui si trova…

•  Meglio guardare avanti… garantire che i fondi elargiti creino nuove capacità di prestito” che preoccuparsi di mettere toppe al passato. Per esempio, “e come punto di riferimento, 700 miliardi $ forniti a nuove banche su cui poter far leva  genererebbero fondi per 1 contro 10 e finanzierebbero 7.000 miliardi di $ di nuovo credito”…   

Ci sarà molto da lavorare sopra, sulla speranza, sulle promesse, sugli impegni e sui tempi, concordano i due premi Nobel. Anzitutto, appunto, sul passaggio dagli impegni e dalle decisioni enunciate alla loro trasformazione in fatti reali e concreti. Ma, per esempio, l’idea di fondo su cui il presidente punta per avviare una riforma in senso un po’ più universale della sanità è interessante.

In sostanza, dentro una cifra stanziata di 630 miliardi di $ di spesa federale per questo soggetto, si tratterebbe di tagliare i sussidi che il sistema di Medicaid (aiuti agli americani più poveri, i poverissimi, e neanche a tutti) e Medicare (aiuti agli anziani, sopra i 65 anni o con altre specifiche caratteristiche di “debolezza sociale”) regala a compagnie di assicurazione e imprese farmaceutiche e utilizzarli,  insieme a una parte di imposte maggiorate sugli scaglioni dei redditi più pingui, per finanziare la riforma più complessiva.

Quanto sarà complicato affrontare questa come le altre forche caudine lo svela anche, senza neppure rendersene conto, il sottotitolo di un servizio di prima pagina sul paludato WP, che sottolinea e implicitamente denuncia il carattere di “rovesciamento ideologico” che hanno questa come altre proposte del bilancio di Obama[81]. Il punto è che non è chiaro quale sia l’ideologia sotto attacco. A meno che l’implicazione non sia quella più evidente: che, cioè, sotto attacco – ed è quel che non va bene – è ora l’ideologia per cui potenti, grandi lobbies e gruppi di interesse più forti (assicurazioni, industria farmaceutica), hanno diritto – loro sì e per sempre – al sussidio che danno i dollari del contribuente.

Perché questa – quella di Reagan, cui Clinton presto si arrese, rilanciata all’eccesso da Bush – è l’ideologia che ora attacca Obama: la filosofia e la prassi del trickle-down del far arricchire i ricchi prima e sempre, perché poi, così e solo così, qualcosa arriva, prima o poi si capisce, anche ai poveri.

Il NYT, del resto, segue in stretta convergenza parallela: descrive come uno spostamento quello che sta iniziando Obama dall’ “ortodossia del libero mercato” su cui l’economia era stata saldamente ancorata da Bush. Il discorso è chiaro: l’eterodossia consisterebbe precisamente nel “discostarsi dall’ortodossia di libero mercato del predecessore, George W. Bush, usando il potere della spesa pubblica e della tassazione per spingere verso nuove direzioni il mercato privato[82]. La filosofia sarebbe: aiuti pubblici e sussidi al mercato privato, sì; ma purché poi, per quanto sussidiati e aiutati, o diventati magari proprio di proprietà pubblica, le decisioni restino dei privati anche se non fossero più, appunto, privati…

Perché ci vuole una bella faccia tosta per sostenere che ortodossia di libero mercato è quella che regalava miliardi di $ di sussidi pubblici agli assicuratori privati per metterli in grado di meglio competere con il poco di programmi pubblici che c’erano, Medicaid e Medicare. E che ortodossia di libero mercato è quella che impedisce ai programmi pubblici, quando per legge quando per regolamento, uando epr lege e quando epr regolamento, di sfruttare le economie di scala per negoziare coi produttori prezzi più bassi per le medicine acquistate di quelli pagati dai programma privati…

Sarà una battaglia epocale, questa, con tutto il benpensantismo americano e anche mondiale – seguitelo anche da noi, in chi sbava ancora e sempre, malgrado i pessimi esempi dati, dietro le  privatizzazioni come principio – ad appoggiare l’implicita, “naturale”, scelta di campo dei media mainstream.

E anche una battaglia piena di incongruenze, di contraddizioni, di strani voltafaccia. Il presidente della Fed, Bernanke, erede e sodale di Greenspan, sempre zitto e ossequioso mentre Bush minava l’economia lasciando ingrassare tutti i “gatti grassi” d’America a spese del contribuente, lasciando accumulare debito e deficit pubblici, lasciando volutamente briglie lente alle banche perché vendessero tutti i loro pacchetti di derivati-immondizia a tutti in tutto il mondo, ora va al Congresso e dice che il piano del presidente è poco “aggressivo”, poco “ambizioso”[83].

Bene, gli risponde pacatamente Obama, che non vuole (ancora) puramente e semplicemente come gli raccomanda Bernanke, con molti altri – in particolare ma loro al contrario di lui, i Nobel Stiglitz e Krugman, per capirci meglio da “sinistra” – di “far comprare allo stato tutti i titoli tossici”, così eliminando il problema, visto che non considerate il mio piano aggressivo, piantatela di frenarlo facendo ostruzionismo, voi e i vostri alleati in Congresso. Poi, vediamo magari di farlo mordere ancora di più: ma sui “gatti grassi” non sui poveracci…

In realtà, questa stessa lettura di attacco da sinistra da parte della destra al piano Obama è controversa e, probabilmente, sbagliata. A noi, almeno, pare più attendibile – parecchio più attendibile – quella alternativa e proprio americana – non mediata, cioè, dal nostro italianissimo, solito  e spesso, è vero, azzeccato culto del sospetto dell’ “a pensar male si fa peccato, però…” che in America, leggono per quel che dice: non solo, cioè, in apparenza.

Cioè, che Bernanke, invece, “ha proprio fatto eco all’appello del presidente per un’azione audace da parte del governo federale tesa a far fronte alle immediate difficoltà dell’economia e ha espresso puntualmente un rifiuto esplicito ad avanzare critiche ai suoi programmi più a lungo termine… Mr. Bernanke, un repubblicano designato dal presidente Bush, ha invece fornito a Obama ed ai legislatori democratici un sostegno cruciale per le battaglie politiche [contro i repubblicani, in  sostanza] che dovranno adesso affrontare[84]. Dunque, esattamente il contrario.

D’altra parte cresce, anche in chi è moderatamente e magari solo per disperazione post-Bush a favore di Obama e della sua presidenza[85], in America “il timore che il suo primo mandato possa essere schiacciato,consumato, divorato da Citigroup, dalla A.I.G., dalla Bank of America, dalla Merrill Lynch e dalla bolla creditizia dell’edilizia e dei subprime”. Insomma: ne esce presto, e con lui può cominciare ad uscirne – non da sola: ma di questo in America ancora non si rassegnano a prenderne atto – solo se agisce subito, decisamente e alla faccia di tutte le ortodossie.

Poi, mentre infuriano polemica e dibattito, esce la notizia che ora è La Fed a programmare di iniettare altri 1.000 miliardi di $ per aiutare l’economia reale[86]. La Fed – non il Tesoro, ma certo non senza l’accordo dell’esecutivo – che avendo già ridotto a zero il tasso di interesse, in cerca di alternative per stimolare l’economia come impone il suo mandato – oltre alla stabilità monetaria che, invece, è l’unica missione statutaria della BCE – ha deciso di trasformarsi in compratore di buoni del Tesoro pluriennali, piuttosto che solo di debito a breve, tipicamente il tipo di bonds che di regola acquista per controllare la liquidità in circolazione.

Di fatto, cioè, e in definitiva, si è messa a stampare dollari in parallelo con il meccanismo della “facilitazione quantitativa” cui fa ricorso (vedi in GRAN BRETAGNA) già da qualche tempo la Banca d’Inghilterra. Di fatto, “Les banques centrales deviennent asservies au budget de l'Etat[87] commenta amaro un economista francese, Michel Aglietta: “l’acquisto diretto da parte degli istituti di emissione dei buoni del Tesoro fa loro perdere la propria indipendenza”. Che è vero, naturalmente.

Ma che non significa niente, in realtà, visto che mai, in ogni caso, nessuna Banca centrale, al di là dei suoi Statuti, è indipendente dal potere politico: sempre i suoi membri sono nominati dal potere politico che, alla fine della fiera, li può sempre sostituire. Come, in fondo, poi, è giusto: sono i politici, non i tecnici, a rispondere delle loro decisioni – almeno in teoria – all’opinione pubblica.

Adesso, spiegato in termini quanto mai tecnici e anodini ma proprio per questo equivalenti, per l’ambiente, a un urlo di allarme anche stridulo, il comunicato della Fed che lascia i tassi di interesse dov’erano dice di prevedere che “alla luce del crescente rallentamento economico… il Comitato [che delibera sui tassi] vede un rischio di inflazione in persistenza per qualche tempo al di sotto di tassi che favoriscono la crescita economica e la stabilità dei prezzi nel lungo periodo[88]. Il linguaggio è, in effetti, quasi allucinante ma significa solo che l’inflazione, a giudizio della Fed, sta calando troppo… E quando una Banca centrale si preoccupa perché i prezzi non salgono abbastanza è il segnale sicuro che il mondo è andato a capitombolo: con la testa giù al posto dei piedi.

Mai e poi mai, si capisce – e in un certo modo anche, se volete, a ragione; ma, in un momento come questo, sicuramente a torto – la Banca centrale europea prenderebbe una decisione simile atrofizzata com’è, pur con l’economia complessiva maggiore del mondo, dalle sue paure, dalle sue remore, dall’ortodossia dominante paralizzante – e ormai chiaramente fasulla – dei suoi principali governi.

La decisione ha subito aumentato il prezzo dei buoni del Tesoro e abbassato il valore al cambio del dollaro con l’euro, come era presumibile che facesse[89]. A Wall Street calano i titoli finanziari ma si rafforzano quelli delle società che trattano e commerciano in derrate, materie prime e produzioni industriali.

Una lezione dura e chiara viene anche per noi, noi in Europa, dalla crisi delle grandi banche americane. Per anni c’era stato nei loro confronti il pregiudizio favorevole che più grandi erano più scontava la loro solidità e sicurezza. Ora, è diventato evidente che proprio quanto più grandi ed estese erano, e più globalizzate, legate alle consorelle di tutto il mondo, più capaci in realtà erano a seminare il caos e di farsene contagiare. Che o bisogna salvarle tirandole fuori dalla melma in cui si sono cacciate con un sacco di soldi pubblici – come per A.I.G., Citigroup, Royal Bank of  Scotland, UBS… – o bisogna lasciarle affondare – come è successo per Lehman Brothers – ma seminando allora di rottami tutto il sistema finanziario internazionale…

La soluzione che stanno tentando ora, finalmente, in America col piano Geithner è quella di applicare regole più strette e rigorose proprio alle grandi banche per l’effetto moltiplicatore che possono avere.

La sua proposta finale (almeno per ora…) per fare i conti coi cosiddetti assets tossici delle grandi banche che paralizzano il credito e il paese è nel piano che prevede di mobilitare un po’ di capitali privati e molti pubblici per ricomprarne fino a 1.000 miliardi di $. Geithner scommette che il mercato così si rimette al lavoro. E, insieme al presidente della Fed, Bernanke, chiede al Congresso poteri nuovi allo stesso fine, per far prendere possesso al Tesoro, come del resto nei fatti è già avvenuto, di quelle compagnie finanziarie che stanno fallendo (l’A.I.G., ad esempio, non è una banca: ma il governo degli Stati Uniti vuole adesso formalizzare il fatto che se l’è comprata con soldi pubblici per una quota dell’80%).

E la borsa, stavolta, sembra finalmente abbastanza convinta. Pare di essere, quasi, tornati al mercato “toro”. Già a inizio gennaio, da inizio novembre, Wall Street aveva però visto l’indice risalire del 19,2% prima di riprecipitare del 28% fino al 9 marzo. E, adesso, fino al 26 marzo il Dow Jones è riarrivato al 21%: il confine che separa per tradizione una ripresa che la borsa tende a considerare consolidata, cioè il passaggio dal mercato “orso” al mercato “toro”.

Da un punto di vista economico, dopo la nazionalizzazione del rischio finanziario con le garanzie pubbliche messe in moto e la stampa di dollari a profusione, quanto al possibile collasso imminente del settore finanziario il panico sembra esagerato. E forse, anche se il primo trimestre del 2009 vede un PIL in calo sostanziale su quello del 2008, forse il ritmo del declino potrebbe già rallentare.

Ma il trend globale al ribasso continuo, la recessione, i segnali di depressione restano forti. Il FMI che, di regola, celebra il Te pecuniam laudamus dice anch’esso di non aspettarsi ormai nessuna ripresa economica fino al 2010 inoltrato[90].

Se il Congresso approva, tutti i grandi istituti per operare dovranno comunque adesso avere più capitali, più liquidi e un management molto più attento… Sarà per loro più costoso, di certo. Ma, se il mantenere la propria dimensione non porterò davvero ad economie di scala importanti, potrebbero – anzi,  dovrebbero - trovar conveniente lo spezzettarsi in unità di dimensioni e ambizioni minori.

Geithner non si è spinto già fino a dire quali sono gli istituti bancari ai quali sta pensando per questa “convincerli”, regolandoli, a questa cura da cavallo. Ma sarebbe sorprendente che nella lista non si trovassero, appunto, Bank of America, Citigroup, Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley. Wells Fargo… il top assoluto delle grandi banche globali. E anche qualche “non-banca” – istituti di credito ipotecario, assicurazioni – come A.I.G., Fannie Mae, Freddie Mac e GE Capital.

Sarebbe davvero ironico, in qualche modo. Tre di questi mostri bancari – BofA, JP Morgan e Wells Fargo – hanno affrontato finora la crisi decidendo, al contrario e per conto proprio – si far dire –  di allargarsi, cioè acquisendo altri grandi istituti nei guai – rispettivamente: Merrill Lynch, Bear Stearns e Washington Mutual e Wachovia – e, per di più, addirittura su istanza del governo americano… Per cui, se dovranno ora ridimensionarsi per forza, sentiremo levarsi al cielo, con qualche ragione, alti lai di protesta.

Ma, a prescindere da questa osservazione, in sé l’idea di riconsiderare le convenienze reali del gigantismo quando non si riflettano senza equivoci in effettive economie di scala, a noi sembrerebbe da seguire anche in Europa e a casa nostra, in Italia.

• Due candidati inglesi che vengono subito in mente per questa cura forzosa sono i Lloyds (che si sono mangiati HBOS su richiesta del governo britannico— e che proprio per questo stanno oggi affondando: cfr. poi, sotto GRAN BRETAGNA) e Barclays Bank (che si è messa sui libri una buona fetta del business americano della ex Lehman).

• In Francia, la BNP Paribas, la banca maggiore, si è ingoiata buona parte della Fortis, il grande gruppo fallito del Benelux.

• In Germania, la Commerzbank ha inghiottito la Dresdner Bank.

• E, in Italia, anche in Italia dove misure così drastiche ancora non sono state necessarie (ma forse perché erano già anticipate in progress da anni, quando ad esempio Unicredit s’era mangiata la Banca di Roma, ecc., ecc.) i grandi istituti bancari hanno annunciato risultati di bilancio  relativamente solidi. Anche e proprio Unicredit, la banca più esposta coi suoi impegni sull’Est europeo. Però, tutti insieme, hanno chiesto al governo un “supporto” di 9 miliardi di € anche loro . Con l’economia reale che, malgrado le favole, sta andando a ramengo su tutti i fronti per continuare a prestare denaro dovranno poterci contare…

Su questa dimensione della crisi, quella finanziaria – lo stimolo economico sembra più facilmente trangugiabile dall’opinione pubblica – Obama è passato personalmente all’attacco, vista anche la relativa poca efficacia dei suoi ministri sul piano della comunicazione. Si è messo ad usare tutti gli strumenti che ha imparato a padroneggiare nella campagna elettorale e dopo: dalle live chats su Internet, ai blog, alla televisione in incontri mirati con focus groups, come si chiamano, alle conferenze stampa in diretta, alle interviste-duetti anche con commentatori e comici-politici famosi e non sempre amici ai quali, del resto, regge perfettamente bordone – e anzi – e ai quali, se è il caso, contrattacca assai bene[91]

uantio piò grosse erano,. ma conq eusta cirsi è diventato lampante che wuanto piò grosse erano e quanto piò , quindi, globalizzate”

Arriva però notizia che chi, per conto dell’Amministrazione Obama, sta verificando i conti della General Motors, come chi lo sta facendo alla Chrysler, si sta convincendo che, a questo punto, per le grandi dell’auto non ci sono aiuti di Stato che tengano: che ormai, cioè, bisogna lasciar fallire almeno queste due grandi imprese. Si può salvare cioè, soltanto la Ford. Dice la G.M. stessa, nel rapporto annuale appena uscito, che la sua sopravvivenza “è in questione”, anche dopo i 13,4 miliardi di $ di denaro pubblico ricevuto.

Già… E i dipendenti, l’industria, i pensionati che da quell’industria dipendono, l’indotto? tutti insieme forse 5 forse, dicono alcuni, quasi 10 milioni? Ma non sono pochi ad essere anche convinti che G.M. stia seminando un po’ di terrore proprio per mettere paura a Casa Bianca e Congresso e ottenerne ora, strappando magari altre concessioni pure al sindacato, magari il doppio[92]

E’ per questi motivi – lo spettro della disoccupazione: e questa specifica disoccupazione poi…nel settore che direttamente e indirettamente, indotto, ecc., dà lavoro a milioni e milioni di americani – che al dunque il Tesoro, malgrado Obama lasci ormai minacciosamente capire che potrebbe anche lasciarli fallire se non si  raddrizzano subito, fa in pratica suo il suggerimento finale dell’istruttoria della Commissione presidenziale d’inchiesta.

Sì, la leadership è fallimentare, i piani finanziari e industriali non sono realistici, il ritmo di riforma e ristrutturazione dell’impresa è del tutto insufficiente… ma non si può non cercare di aiutare ancora G.M.. Ma stavolta – per cominciare – chi paga, cioè il governo, le impone di licenziare – senza bonus né gratifiche, presumibilmente e sperabilmente – Rick Wagoner, presidente, amministratore delegato e boss veterano (31 anni di servizio) dell’azienda[93]. E, prima di fare altre trasfusioni di liquido il Tesoro, poi, esige di vedere, entro due mesi, un piano di ristrutturazione molto più serio: non escludendo, anche, altri licenziamenti/pensionamenti anticipati.

Mentre alla Chrysler vengono dati proprio i trenta giorni. Entro un mese deve prendere atto che non può più restare in piedi da sola e che – pena lasciarla a se stessa – deve rendere immediatamente operativa l’annunciata partnership con la FIAT[94]. Detto, fatto: per avere aiuti per 6 miliardi di $, in ventiquattr’ore viene annunciato che la cosa è fatta secondo i termini di un’intesa di massima che era stata definita da mesi (tecnologia italiana per automobili USA: arrivano Alfa Romeo e Punto) che dovrebbe servire (solo? o anche?) per difendere posti di lavoro americani.

Commenta, tra il fattuale e lo scandalizzato quasi, il NYT[95] che si tratta di “un livello di coinvolgimento diretto del governo nella conduzione di impresa che forse non s’era più visto dal tempo della Grande Depressione”.

E poi continua a sottolineare, con alcuni tra i suoi columnist più tradizionalmente conservatori, come Obama stia facendo una grossa scommessa e che “immischiando tanto profondamente la Casa Bianca negli affari della G.M., il presidente ha aumentato le probabilità che la minaccia di adesso, di marzo, porterà a giugno a cercare di svicolarsela un po’ alla cieca[96]. Insomma, era meglio lasciarli fallire subito…  

Restano ancora una marea di dubbi: la visione che ha Obama è quella di costringere le major di Detroit, ora che sono diventate minor e che gli chiedono aiuto, a sfornare per averlo auto più piccole e che divorino meno benzina (l’imposizione alla Chrysler di lavorare con la FIAT) o, comunque, di scontare un forte ridimensionamento (la G.M.). Ma ancora non ci sono i dettagli. E ancora, non si vede con chiarezza nessun futuro sicuro…

Intanto, mentre l’indice Dow Jones scende, a inizio marzo, sotto quota 7.000, per la prima volta dall’ottobre 1997[97], trascinando in parallelo con incertezze, turbolenze e ribassi tutte le altre borse del mondo allarmate dalle paure che continuano quando a imperversare, quando a serpeggiare ma ormai costanti, sui mercati finanziari, l’Amministrazione annuncia che rifornirà di altri 30 miliardi di $ la A.I.G., la grande compagnia di assicurazione che ha già, e ripetutamente, ripreso per la collottola impedendole di affogare.

Lo fa proprio nel momento in cui l’impresa (“troppo grossa per lasciarla fallire”) annuncia che nell’ultimo trimestre del 2008 ha perso al netto 61,7 miliardi di $ e, nell’anno, la bellezza di 99,3 miliardi di $ (tanto per non dire 100 e fare numero tondo): cioè ha perso 37,84 $ per azione a fronte di un profitto di 6,2 miliardi, o 2,39 $ per azione[98]… Anche se poi si viene  a sapere – qui si viene sempre, presto o tardi e magari troppo tardi, a sapere – che “La A.I.G.ha pagato [in questa situazione! di bancarotta e di perdite stracolossali] 165 milioni di $ in gratifiche e premi di produzione [bonus] dopo il salvataggio federale[99].

La scusa è sempre la stessa: dice Edward Libby, il nuovo capo, designato dal Tesoro dopo il salvataggio, che l’azienda deve essere in grado di tenersi con bonus adeguati “the best and the  brightest”— “i migliori e i più brillanti” tra i managers e i dirigenti (stessa cosa che sostiene ad esempio il WP, seguendo al solito l’imbeccata della Fed e del Tesoro – cane non morde cane, no? e i primi a ignorare deliberatamente i segnali di allarme stavano proprio lì, ai vertici del sistema di conttolo e di sorveglianza – quando ammonisce il presidente a “bilanciare la rabbia contro Wall Street col bisogno che i grandi banchieri diano adesso una mano a rivitalizzare l’economia[100]).

Ma, dato che sono stati proprio loro, i grandi attori del mondo bancario, a portare sull’orlo o proprio alla bancarotta i propri istituti, con scelte tanto imprudenti e irresponsabili, di che premio di produzione va cianciando mai Libby, di che bisogno di tenerseli buoni va dicendo la stampa? Non è che converrebbe, forse,  assumere – e far loro gestire le banche – “the worst and the dumbest”— “i peggiori e i più scemi”? costano certo meno e di peggio non possono fare, no?

E si viene anche a sapere, ed è la cosa che suscita forse ancora più scandalo dei premi in sé, che gente comune e governo possono strillare quanto vogliono ma, essendo i premi – in sostanza – preconcordati per contratto a prescindere dal risultato raggiunto, c’è poco da fare… Come ha ricordato a Obama Summers, consigliere di Obama, il governo “non può cancellare d’autorità i contratti”.

Forse quelli dei metalmeccanici e degli impiegati statali sì (lo fece Reagan), quelli del sindacato UAW con le grandi dell’auto pure (l’hanno fatto proprio ora: o mangiate questa minestra – e fate queste concessioni salariali e normative – o dichiariamo fallimento. Loro lo hanno detto ai sindacati, l’A.I.G. più “rispettosa” dei diritti dei lavoratori, non se l’è sentita…) ma certo, come dice Summers, in una “nazione governata da leggi[101], non si possono cancellare quelli dei top managers delle grandi banche… Che è falso, naturalmente: basterebbe obbligare le banche che sono state appena assistite a cancellare i loro bonus, così come sono stati obbligati i lavoratori a restituire parte del loro contratto…

Obama ha, certo, ordinato al ministro del Tesoro Geithner di fare “tutto quanto sia possibile e legale” per recuperare il maltolto. Ma non solo la compagnia difende, come s’è visto, l’utilità di queste gratifiche del tutto irrazionali— o almeno a-razionali, perché motivate al contrario. Ma pare proprio che non ci sia modo, legale[102], di farla tornare indietro anche con una dirigenza che è nuova di zecca ma partecipa, come alcuni nell’Amministrazione stessa di Obama del resto, di questa logica anche capitalisticamente aberrante…

Modo legale, no, dunque. Ma pare aver funzionato – almeno a livello di attenzioni annunciate: tutte, una per una, adesso da verificare, però, e qui lo faranno – la moral suasion, come adesso la chiamano anche da noi: cioè, non la persuasione morale, come la chiamano con ipocrisia, ma proprio la nuda e cruda pressione sociale di un ambiente che non tollera più lo scandalo di vedere ricompensati in modo ridicolo, addirittura, per il malfatto chi non merita alcun apprezzamento, anzi… E comincia a non tollerare neanche gli equivoci – interessati e, per così dire, come si sospetta e si vocifera di “classe” – di non pochi degli stessi consiglieri di Obama.

In effetti, ci sono stati molti annunci “spontanei”, “volontari”, di restituzione delle gratifiche… Troppo tardi per la propria credibilità, l’A.I.G. stessa ha annunciato che, ora, cercherà di farsi restituire la metà dei bonus sborsati. Ma, tra i beneficiari, alcuni proprio non hanno degnato di risposta il sollecito, tra gli altri c’è chi ha detto per intero, chi ha promesso per metà, chi forse del venti per cento… E, poi, in America tutti sono perfettamente al corrente del fatto – giuridico e politico – che quel che è volontariamente concesso può sempre essere volontariamente ritirato: si tratta, in fondo, di far sfuriare la rabbia sociale e, poi, si vedrà...

Ma, intanto, la Camera passa – a furor di popolo incaz..to: 328 voti a 93, con ben 85 repubblicani a votare insieme a 243 democratici e solo 6 democratici a votare contro, invece, con 87 repubblicani – una pesantissima tassa del 90% su tutti i bonus pagati da aziende che abbiano ricevuto dal governo almeno 5 miliardi di $ di salvataggio in aiuti federali[103]… E, prima che la misura passi al vaglio e al voto del Senato, nel tentativo di neutralizzare la voglia di punizione diffusa tra la gente – e, di conseguenza, tra i politici che pure sempre hanno taciuto e acconsentito e che adesso si indignano – viene annunciato che quindici dei venti massimi premi di rendimento in questione, per 50 milioni di $, sono stati “restituiti”[104].

Contraddittoriamente poi – ma certo anche qui l’America è una grossa, anche se non certo unica contraddizione – si apprende che, allo stesso tempo, in Congresso si sta arenando[105] per l’opposizione sorda, neanche dichiarata, di un gran numero di parlamentari la misura proposta dalla Casa Bianca per recuperare qualche centinaio di milioni di $ di elusione fiscale di mettere un tetto del 28% alle possibili deduzioni regalate, in vario modo (beneficenza, donazioni alle arti, ecc., ecc.) ai contribuenti che pagano così meno delle aliquote che dovrebbero.

Il fatto è che, adesso, quasi l’80% della grande compagnia assicuratrice – la maggiore del mondo – è di proprietà pubblica: con 60 miliardi di prestito, 40 di acquisto di azioni preferenziali e 50 messi dentro ad assorbirne gli assets tossici accumulati… Un salvataggio obbligato, d’altronde, considerando come e quanto le attività di business e di scambio pervadano in modo tanto intricato e diffuso tutto il sistema bancario internazionale. Questo specifico intervento del Tesoro americano, eclissa di gran lunga gli altri, pure di grande portata, già fatti.

Compreso quello che ha portato alla Citigroup 50 miliardi di $ di salvataggio, con l’acquisto da parte del Tesoro federale di azioni preferenziali che, convertite ora in azioni normali, porterebbero la quota di proprietà pubblica della Banca al 36% del totale. Ma a carissimo prezzo, così, fissato non dal mercato ma dall’offerta artificiosa del Tesoro al doppio di quello quotato per la Citi in borsa i quei giorni: $3,25 invece che 1,20 per azione. E compreso l’altro grosso intervento per foraggiare la Bank of America che si è presa, per conto suo, 45 miliardi di $. Tutti gli altri interventi, per decine di banche salvate dall’intervento pubblico, sono stati di portata minore.

Insomma, i segnali si stanno facendo chiari. Stiamo arrivando al dunque. Di qua ad aprile, al vertice dei G20 a Londra, l’Amministrazione Obama si dovrà presentare all’opinione pubblica del suo paese ed al mondo avendo assolto al test di fondo della trasparenza che promette ai cittadini americani, agli azionisti stranieri ed a tutti una risposta chiave su chi è, alla fine della fiera, il padrone vero di assets come A.I.G., o Citigroup, o Bank of America…; e dovrà decidere, anche in questo campo come in altri della sua politica internazionale, se continuare a rifiutare di “compromettersi”, cioè di impegnarsi a discutere e decidere insieme con gli altri, in una reale collaborazione internazionale, i modi e le vie per tentare di uscire dal marasma finanziario imperante.

Perché, se dall’Afganistan e dall’Iraq, ingoiando orgoglio e ripiegando le bandiere, l’America potrebbe anche uscire da sola come fece dal Vietnam più di trent’anni fa in Vietnam, qui, dalla crisi economica e finanziaria globale è chiaro a tutti che da sola l’America non ce la può fare.

Che piaccia loro o no, gli Stati Uniti sono ormai troppo affondati nell’economia globale per tirarsene fuori da sé. Dai discorsi di Obama, emerge ogni tanto che ne è ben cosciente. Ma il nodo è che, poi, non arriva mai a tirarne le conseguenze: continua a muoversi infatti da solo, cosciente com’è anche del condizionamento dell’animus unilateralista che ancora è dominante nel suo paese.

Così come, d’altra parte, anche gli altri (soprattutto noi europei) dovranno rendersi disponibili superando i loro pregiudizi, le loro reticenze, le loro tentazioni di grandeur e/o le loro pulsioni irrepresse da parvenus:            

• gli inglesi, che pure proprio questo da Obama reclamano con forza e mille buone evidenti ragioni, dovranno anch’essi rinnegare il loro rifiuto a lasciar parlare ed agire l’Europa, l’Unione europea, per tutti controllandone le decisioni sì, sempre, ma delegandole i poteri per farlo che, tra l’altro restituirebbero agli europei, insieme non più individualmente certo, un po’ della sovranità che da soli, e da tempo, non hanno più;

• i tedeschi, che dovrebbero assumere comportamenti un po’ meno gretti, un po’ più disponibili verso tutti quelli che – senza che glielo ordinasse il dottore – hanno scelto, dopotutto, di lasciar entrare nella casa comune;

• i francesi, che dovrebbero piantarla di agire da soli, anche se e quando, va detto, è per fortuna di tutti che qualche volta (Georgia, Gaza…) hanno forzato la mano e agito da soli in nome di tutti;

• gli italiani, noi – il nostro governo – che finalmente dovrebbero cambiare cervello e costume e  a far seguire alla politica degli annunci roboanti, almeno ogni tanto, qualche fatto concreto: lasciando perdere anche la politica del motteggio, della battuta un po’ da pochade, delle corna…

Il fatto è che siamo arrivati al dunque, al momento della verità, o quasi. Ha spiegato bene Jeff Faux, dell’Economic Policy Institute di Washington, in una conferenza tenuta a Milano in onore di Bruno Trentin a inizio marzo[106], che bisogna togliersi dalla testa alcune illusioni. La più perniciosa, e diffusa ma non in America, è che se il piano Obama “potrebbe essere sufficiente a raddrizzare la contrazione dell’economia americana, non è di sicuro abbastanza per ri-stimolare le economie del resto del mondo. Ma gran parte del mondo sembra aspettarsi che invece lo sia.

   Una specie di dichiarazione recente dell’ “Economist” britannico riflette al meglio questa fiducia: “Ancora una volta, il compito di salvare l’economia mondiale ricade sulle spalle dell’America”.  E’ un’aspettativa, questa – che l’America abbia l’obbligo di riportare “al migliore dei tempi possibili” l’economia mondiale – riflessa nell’indignazione quasi universale contro la clausola del “comprare americano” [inserita dal Congresso - NdT] nella legislazione che autorizzava il programma di stimolo.

   Una specie di riflesso automatico esagerato. In effetti, la legislazione proibisce specificamente ogni azione che violi gli accordi di scambio commerciali attualmente vigenti per gli Stati Uniti. Tutto quel che dice è quanto sembra semplicemente dire il buon senso: se lo scopo dello stimolo è stimolare l’economia americana, è importante che al massimo possibile lo stimolo sia esercitato nei confronti dell’economia americana.

   Una tendenza che può venire interpretata come una minaccia dal resto del mondo, solo se il mondo si aspetta che lo stimolo di Obama sia indirizzato anche a rigenerare la crescita nell’economia globale. Non sarebbe realistico, però aspettarselo. Con lo scoppio della bolla creditizia, sono finiti i tempi in cui l’America poteva agire come motore della crescita dell’economia globale.

   Negli anni ’30 gli USA erano il paese che faceva credito al mondo. Oggi, sono il paese che ha più debiti al mondo, con un deficit commerciale cronico e una competitività che si va erodendo. E il programma di Obama dovrà essere pagato prendendo a prestito i soldi dal resto del mondo, aggiungendoli al debito.

   C’è anche chi, altrettanto irrealisticamente, guarda alla Cina per la propria salvezza economica. Ma i dirigenti cinesi hanno esplicitamente respinto l’idea di poter usare i 1.900 miliardi di $ delle loro riserve in valuta estera per aiutare a “salvare” il mondo: “la Cina può salvare soltanto se stessa”, ha chiarito ai primi di dicembre un alto esponente cinese”.

Insomma, ormai se ne esce – se si riesce ad uscirne decentemente – solo prendendo atto – tutti e tutti insieme: non uno solo, non pochi e per conto loro, poi – del fatto che questa crisi rappresenta davvero il momento della verità per l’economia globale. “Per l’ennesima volta abbiamo imparato che ogni mercato ha bisogno di essere regolamentato, ha bisogno di politiche macroeconomiche e di un contratto sociale per poter prosperare.

   Ignorando questa verità fondamentale e intossicato dal miraggio del facile denaro, il neoliberismo ha creato un mercato globale senza le istituzioni di governo adeguate – come una banca centrale, un bilancio comune e le associazioni intermedie, le organizzazioni di mediazione (compresi sindacati e partiti politici di valenza globale) – necessarie a guidare poi quel mercato”.

Altrimenti, stavolta – la prossima – potrebbe essere il caos. Partirebbe la rincorsa di tutti a fregare tutti: sui cambi, con le barriere protezionistiche, con misure difensive che diventano inevitabilmente offensive e l’inesorabile degrado di tutti i meccanismi esistenti quando ancora non li abbiamo rimpiazzati con niente. Perciò, ora dovremmo tener conto, se non si agisce, anche di questa possibile/probabile involuzione del nostro futuro prossimo venturo: senza sottovalutarla… Tra parentesi: qualcuno dovrà pure spiegare, prima o poi, perché viene considerato protezionismo dai media – qui, ma anche altrove – aiutare l’industria dell’auto e non aiutare le banche…

C’è  anche chi  suggerisce – e prima  di dire sommariamente di no bisognerebbe almeno pensarci bene – che questo è il tempo giusto per scommettere seriamente su un’economia nuova. La crisi finanziaria e la crisi ambientale si stanno dimostrando, per lo meno, della stessa natura: si tratta di due crisi da eccesso. E non ci sarà ripresa capace di durare senza il riconoscimento che il mondo, come tale, nel suo complesso – chi è andato avanti di più, magari di più; e chi di meno, di meno – ha bisogno di rallentare un po’.

Per le Banche centrali questo significa imparare a servirsi di una gamma di strumenti anche nuovi, ma ormai responsabilmente calibrati e trasparenti, per marciare anche controvento e – magari – anche riportare sotto controllo la creazione di moneta come prima del 1971. Più in generale, potrebbe significare adottare il principio precauzionale che consiste nel mettere sempre il locale davanti al globale e, soprattutto, l’umiltà di accettare a priori che il G-20, il G-8, gli Stati Uniti, la Cina, l’Europa – nessuno – ha tutte le risposte giuste…

In economia, cioè in buona sostanza in politica interna, c’è chi sostiene però che Obama sia già arrivato a scontrarsi col suo momento della verità. Come l’uragano Katrina per Bush, che cambiò tutto per la sua immagine con la pubblica opinione che pure fino ad allora lo aveva – malgrado tutto e tutto sommato – seguito.

In uno di questi tipici momenti della verità, in televisione, hanno chiesto in questi giorni a Larry Summers, l’eminenza grigia dei consiglieri economici del presidente, ex segretario al Tesoro di Clinton, se conoscesse “quel che le banche avevano fatto con tutti i soldi pubblici che erano stati mandati loro dal governo”. Sintetizza risposta e reazioni pubbliche un columnist del NYT, osservando che “quel che è seguito è stato un monologo di raffinata evasione che, tradotto in inglese, si riassume in un no, non lo so; ma voi, gente comune, non ve ne dovete preoccupare[107].

Bè, la gente se ne preoccupa, si scandalizza, si indigna, si arrabbia, vuole vedere cosa si fa in questa materia a suo nome. Tutti: da destra, chi dice che si fa troppo; e da sinistra chi si allarma perché si fa poco. Perché, comunque, si sta facendo tantissimo: molto più che in ogni altro paese, probabilmente. Ma l’altra parte della promessa di Obama al suo pubblico era stata la trasparenza. E qui, davvero, se ne vede poca perché tra coloro che tifano per Obama non vedano in molti il rischio che corre. E non se ne preoccupino.  

Il nuovo bilancio americano 2009-2010, da 3.600 miliardi di $, appena annunciato da Obama comprende un po’ più di 530 miliardi di spese previste per il Pentagono[108]: ridotte di 50 miliardi dalla richiesta che era stata avanzata da Bush ma risalite, alla fine, a 660 miliardi di $. Teoricamente, nelle intenzioni annunciate dalla Casa Bianca avrebbero dovuto crescere stavolta solo del 2%, cioè sotto il tasso di inflazione uguale al momento a quello del 2008, intorno al 3,8%.

Ma, nei fatti e nelle cifre finali presentate al Congresso, gonfiati di nuovo – e a prescindere poi dagli altri almeno 130 miliardi di $ di spesa per le guerre di Afganistan e Iraq (spese “obbligate”, no?) che comunque continuano, qualcosa in meno però dei 141 miliardi appropriati in bilancio quest’anno.

Solo che si apprende a ruota come, di fatto, le spese reali – non quelle formalmente iscritte a bilancio dal Pentagono – per “il 70% della fornitura dei principali armamenti abbiano superato nel 2008 i limiti prefissati per una somma combinata di 296 miliardi di $ più delle previsioni[109].

Nei programmi di Obama ci sono, già annunciati, nel bilancio della Difesa anche un riequilibrio tra truppe combattenti (esercito e marines) rispetto alle altre branche e l’aumento di salario per le Forze Armate, ormai formate solo da professionisti: una spesa ancora non precisata, che sarà resa nota solo con la pubblicazione del bilancio integrale del Pentagono ad aprile, ma sicuramente pesante.

Che, sempre nelle intenzioni, si cercherà ora di compensare – per restare dentro il più possibile vicino al tetto di quei 630 miliardi ma comunque sforandolo – sforbiciando dalla lista delle spese i tanti dispendiosi, già sofisticatissimi e oggi datati sistemi bellici pensati oltre trent’anni fa per la guerra fredda ma ormai pressoché inutili nelle guerre reali del XXI secolo.

Per farlo ci vuole coraggio politico, visti gli interessi intrecciati dei lobbisti dell’industria degli armamenti, dei politici che essi legalmente e abitualmente foraggiano e si coltivano in Congresso e delle strombettate di patriottismo che continuano a sostenerli nell’opinione pubblica allargata e sui media.

E qui si parrà anche, indubbiamente, dell’onestà intellettuale e della nobilitate delle intenzioni del grande e ricco e potente lobbista degli armamenti che Obama, scavalcando le regole che aveva imposto lui stesso alla sua Amministrazione, ha personalmente voluto come suo sottosegretario alla Difesa, quel William Lynn, che era stato fino allo scorso anno lobbista capo della Raytheon[110], nientepopodimeno: forse la più grande, forse – se ne potrebbe discutere – la seconda industria di armamenti del mondo…

Non è, intanto e malgrado tutto, finito il signoraggio più che del dollaro, ormai, dell’America.  E’ un fatto che si va manifestando sempre più chiaro, giorno dopo giorno, è che mentre il mondo viene preso tutto dall’ansietà della crisi finanziaria globale, il posto che sulla terra riesce ad attrarre più soldi, perversamente, è quello dove sono cominciati e a lungo si sono consolidati i guai per tutti: gli Stati Uniti d’America. Qui gli investitori si stanno liberando dei loro assets all’estero e riportando a casa i dollari, affidandoli alla sicurezza presunta dei buoni del Tesoro americani.

E la Cina continua a comprare quantità sbalorditive di debito americano. Altre banche centrali fanno lo stesso e il combinato-disposto di tutte queste azioni, che puntano sull’America comunque come banca di ultima istanza a prescindere, sta rivalutando fortemente il dollaro. E fornendo all’Amministrazione Obama un’infusione assolutamente determinante di finanziamenti nel momento in cui è impegnato a versare migliaia di miliardi di dollari al salvataggio di banche e allo stimolo dell’economia. Così mettendo in grado il governo di far fronte a questa montagna di impegni pressanti senza essere costretto ad alzare il tasso di interesse e il costo del denaro.

In un’economia ormai davvero globalizzata e azzoppata dalla mancanza di fiducia oltre che dalla latitanza di capitali, con meccanismi di credito e di investimento diventati del tutto disfunzionali da Rejkiavik a Sidney, questo indirizzo massiccio di liquidità verso gli USA sembra esacerbare altrove la crisi. I capitali privati investiti nei cosiddetti mercati emergenti sono crollati da oltre 928 miliardi di $ nel 2007 a 466 miliardi l’anno scorso e quest’anno, nel 2009, scenderanno ancora forse a non più di 160-170 miliardi di $[111].

In breve, chi ha soldi da investire non vuole correre rischi, ritirano i remi in barca e, quando può,  sulla barca che i parametri cui è abituato gli indicano, ancora, come la più sicura. Ma anche le tradizionali, cospicue per la dimensione di chi le riceve, rimesse degli emigrati verso i paesi d’origine vengono oggi falcidiate dalla crisi e dalla crescente disoccupazione e precarizzazione del lavoro nei paesi di immigrazione.

Non è che, anche così, però, arrivino carrettate di soldi negli USA, perché globalmente un po’ tutti gli investitori restano sulle loro. Ora, resta vero che in tempi, diciamo, normali l’ apprezzamento del valore del dollaro provocherebbe serie preoccupazioni negli USA per i prezzi di conseguenza più cari sui mercati mondiali dei propri prodotti[112] e l’affondamento dell’export. Ma oggi non è quella la priorità in America. Il problema è che le importazioni surclassano e di gran lunga le esportazioni, che consumano come si dice molto più di quanto producano…

Washington e Wall Street devono, nell’immediato e non per breve tempo, continuare a finanziarsi attraendo compratori del debito americano dall’estero e se, per farlo, il dollaro deve apprezzarsi, sono disposti a pagarne il costo— anche se contraddittoriamente, come quando chiedono ai cinesi di apprezzare lo yuan  che renderebbe ancora maggiormente cari i prodotti USA venduti all’estero. Il fatto che l’America sia così in grado di prendere prestiti dal mondo a tassi bassi, fa risparmiare agli americani quello che sarebbe altrimenti un aggiustamento assai più severo[113].

E, infatti, da un rapporto della Banca mondiale[114], viene puntualmente fuori che, nel 2009 e nel mezzo del rallentamento economico globale, ai paesi in via di sviluppo – come convenzionalmente e eufemisticamente li chiamano, anche se spesso sono in realtà in stagnazione quando non in via di sottosviluppo – verranno a mancare dai 270 ai 70  miliardi di $ per pagarsi le importazioni di cui non possono fare a meno e il servizio del debito. Il presidente della Banca, l’americano Robert Zoellick, mette in guardia nel presentare il rapporto sulla “crisi crescente” nei PVS avvertendo che governi e credito multilaterale devono agire adesso “per evitare turbolenze serie, sociali e anche    politiche”.

Il rapporto ripete e convalida quello che è ormai noto e previsto da tutte le fonti: che con ogni probabilità l’economia mondiale quest’anno, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, non solo non crescerà ma finirà col contrarsi e sarà di almeno 5 punti percentuali al di sotto del cosiddetto “potenziale”, cioè di quanto potrebbe crescere in condizioni “normali”. L’aspettativa è che gli scambi mondiali si contrarranno essi stessi al massimo da più di 80 anni, col declino peggiore nel’’Asia orientale (Cina, Giappone, Indocina). E la produzione globale dovrebbe calare di almeno il 15% sull’anno precedente, sul 2008.    

Due domande di fondo, ora. La prima è avanzata dal columnist-principe del NYT e del mainstream giornalistico, che però da tempo sul problema ecologico s’è schierato senza tanti diplomatismi[115].

Ma, e se la crisi del 2008 rappresentasse qualcosa di molto più fondamentale che una recessione assai dura? Se ci stesse dicendo, questa crisi, che tutto il modello di crescita creato negli ultimi cinquant’anni è semplicemente insostenibile, sia economicamente che ecologicamente, e che il 2008 è quando madre natura e il mercato, insieme, ci hanno gridato ‘basta!’?

    Abbiamo creato un sistema di crescita che dipendeva dalla costruzione di un supermercato dopo l’altro, per vendere un prodotto dietro l’altro, fabbricato in un’azienda cinese dopo l’altra, fatta funzionare da tonnellate di carbone consumate una dopo l’altra che inesorabilmente causano un cambiamento climatico dopo l’altro ma rendono alla Cina un dollaro dopo l’altro per comprarci un titolo del Tesoro americano dopo l’altro e garantire all’America, cosi, un dollaro dopo l’altro con cui fabbricare un supermercato dopo l’altro dove vendere sempre più roba e dar lavoro, così, a un l’altro. Ecco, è questo che non possiamo più fare…”.

Come rilevano, da tempo, la maggior parte degli scienziati, tutti quelli che non sono foraggiati anzitutto dall’industria, “Madre natura non fa salvataggi” e, ormai, dicono sempre più numerosi anche gli economisti.

E l’altra domanda veramente di fondo – questa sulla politica internazionale degli Stati Uniti d’America: se con Obama è nuova, o solo riverniciata – è forse quella che pone un “serbatoio di pensiero” che lavora soprattutto sulla geo-politica e la geo-strategia come Stratfor, gelosamente indipendente ma anche assai vicino al Pentagono—– anche per i finanziamenti che riceve per le proprie ricerche – al Pentagono. La sua, certo, è un’ottica americana totalmente unilaterale (quello che preoccupa è solo quel che succede all’America e anche al mondo, certo, ma solo perché c’è l’America nel mondo…) ma non per questo è meno valida.

Annota, quanto all’approccio e alla sostanza della nuova politica di Obama col mondo, coi suoi problemi reali e non ideologicamente fantasmatici e, in esso, con i rapporti reali di forza, come va detto preliminarmente e doverosamente che “l’Amministrazione Obama è al lavoro solo da poche settimane: e che, tra premere il bottone del reset – del ricominciare da capo – coi russi, la necessità di riparlare con gli europei, i discorsi di una qualche riconciliazione coi talebani, dell’avanzare inviti agli iraniani e dello stendere la mano ai siriani, questo da molto tempo a questa parte sia già uno dei governi americani maggiormente dinamici sul piano diplomatico…

   Ora e malgrado ciò, mentre si sviluppa l’offensiva diplomatica sul piano globale, bisogna valutare se Obama è pronto ad operare spostamenti sostanziali nella policy americana o se anche lui si aspetterà concessioni dagli altri in cambio solo di una diversa atmosfera diplomatica[116].

Alla Bush, in sostanza anche se con un altro approccio: del tipo, prima mi dite a priori di sì, poi ci sediamo insieme a discutere. Ma a discutere del sì che già mi avete detto… E, purtroppo, segnali di equivoco abbondano. Almeno ancora…

Sull’Afganistan, mentre il più recente autorevole sondaggio a scala nazionale rivela che ormai un numero sempre più alto di americani, il 42% considera uno sbaglio essere andati a fare la guerra in quel paese (il 52% è ancora a favore, il 6 non si pronuncia: ma a novembre del 2001, a favore, era il 91% …)[117], il segretario alla Difesa, Robert Gates, rende noto che, nella diatriba interna alla cupola che governa formalmente il paese, l’America appoggia quelli che vogliono ritardare di qualche mese le elezioni contro il presidente Karzai, che le vuole secondo Costituzione afgana, ad aprile,.

Si tratta, dicono, di prepararle meglio per dare il tempo ad altri soldati dall’estero di arrivare per controllarle (o, come avrebbe detto il lupo di Cappuccetto Rosso, “per vederle meglio”). Ma il fatto curioso – o, forse, proprio no – è che il ministro americano dà per scontato il suo diritto a dire sì o no alla data che preferisce. Meno scontato, sempre forse, è che dica come “Washington potrebbe anche accettare un accordo politico tra governo afgano e talebani, se gli insorti deporranno le armi e acconsentiranno ai termini decisi dal governo[118].

Ora, il diritto degli americani è davvero, di fatto, scontato— dietro c’è l’occupazione militare del territorio politicamente “utile” – secondo la lettura strategica convenzionale delle scuole di guerra occidentali: quelle che sempre hanno sbagliato tutto qui – del paese, sostanzialmente Kabul e qualche area urbana; ma non è affatto scontato di diritto, quel diritto— l’Afganistan, in fondo, è un paese formalmente ed ufficialmente sovrano).  

Prepararle meglio le elezioni, se meglio significasse davvero renderle più libere – ma che significa questo avverbio applicato alle elezioni in questo paese? – potrebbe anche sembrare un passo avanti. Ma, ancora una volta, l’accordo tra afgani, alla fine lo detta l’America. Infatti, quasi ad horas, Karzai deve ingoiare la decisione per quanto anticostituzionale essa sia – d’altra parte, in un paese come questo parlare di costituzione, di leggi, effettivamente fa ridere i polli – e le elezioni si terranno ad agosto.

E poi tutto l’accordo coi talebani “moderati” si basa sulla solita presunzione di un’accettazione a priori di condizioni di resa (deporre le armi, dice Gates, che altrimenti non sa come ottenerlo) che sono improponibili ovviamente, qui come altrove. Visto che Obama per primo, poi, riconosce che il suo paese in Afganistan non sta proprio vincendo[119].

E Gates, parlando con la stampa, riconosce anche che non c’è chiarezza di strategia neanche ora su questo nodo cruciale, neanche nella nuova Amministrazione; lo può ben dire lui che aveva lo stesso posto in quella vecchia che come allora non c’è neanche ora un’idea sul che fare e sul come farlo. Qui non hanno ancora scelto una strategia di escalation, ma non c’è neanche una strategia di uscita[120]. Si resta così a bagnomaria, discutendo del che fare con tutti gli alleati e sempre meno, però, con gli afgani, ma decisi sempre, oggi proprio come ieri, a decidere alla fine da soli.

Del resto, che non ci fossero idee chiare e distinte sul nodo afgano, sempre senza accorgersene – sono candidi invero questi americani – il segretario alla Difesa lo aveva detto alla Commissione esteri del Senato[121]: “Gli obiettivi [della nuova strategia americana nel paese] devono essere ‘modesti, realistici’ e ‘anzitutto questa guerra deve avere un volto afgano – ha dichiarato Gates – perché il popolo afgano deve credere che questa guerra è la sua e che noi siamo lì per aiutarli. Se credono che siamo lì per scopi nostri, allora finiremo come ogni altro esercito straniero che è stato in [cioè, che ha occupato l’] Afganistan’”.

Insomma, si confermerebbe il verdetto della storia: qui, in Afganistan trovano, hanno trovato, la loro tomba tutti gli imperi invasori: da quello di Alessandro Magno, a quello di Gengis Khan, all’ambizione – mai una vera e propria invasione e tanto meno un’occupazione, però – degli arabi intorno all’anno 1000, a quello della regina Vittoria, a quello sovietico e, adesso, a quello americano…

Per ora di sicuro, qui intanto sta affondando nell’inconsistenza e nell’inefficacia la NATO. Dice – è la tesi americana pressoché ufficiale – che la NATO deve ritrovare una sua missione. Dopo quella dettata dalla guerra fredda, dalla contrapposizione sull’orlo del baratro anche nucleare tra occidente e oriente, la missione è qui in Afganistan dove “la NATO deve avere successo. Ora, però, è paurosamente vicina proprio al fallimento[122].

Riprendendo la frase appena sopra citata di Robert Gates, il ministro della Difesa, vale la pena di considerarla bene perché è assolutamente rivelatrice (c’è gente di grande valore in Commissione Esteri: il presidente è Kerry, c’è John McCain, c’è Kennedy, che però sta male e non era presente, e gli hanno fatto una marea di domande, anche critiche... ma nessuna – nessuna – sul punto). Il punto essendo tutto in quella sua affermazione, fatta passare liscia così, che ‘questa guerra deve avere un volto afgano”.

Mettere un volto a qualcosa significa in fondo “sovrapporlo” a quello che c’è perché evidentemente – come il mondo e gli afgani da tempo sospettano – quello che c’è adesso non appare sufficientemente “afgano”… L’unica cosa certa e subito compresa da tutti è nel titolo, citato in nota, dell’agenzia che riporta la notizia: l’unica cosa che conta è la lotta al “terrore” e lasciamo perdere le promesse di ricostruzione… tanto, anche se continuiamo a farle, in questo clima economico e continuando a bombardare, non ci crede nessuno.

Negli stessi giorni, però, il presidente Obama avanza – sembra affacciare, anche se con riserve e cautele – una diversa modalità di affrontare questo nodo intricato e spinoso. Dichiara in un’intervista che “gli Stati Uniti non stanno vincendo la guerra in Afganistan e apre la porta a un processo di riconciliazione nel quale l’esercito americano cercherebbe di tendere la mano agli elementi ‘moderati’ tra i talebani, come a suo tempo venne fatto in Iraq, con le milizie sunnite[123].

Le cose stanno, starebbero, insomma cambiando: ha detto un diplomatico europeo, tra quanti più premono per un’apertura del genere, in particolare gli inglesi, che “con l’Amministrazione Bush c’era un vero e proprio blocco ideologico totale verso qualsiasi nozione sembrasse tendere verso un qualsiasi tipo di accordo con qualsiasi cosa si potesse mai definire talebana. Ma oggi…”.

Peccato, però, che l’offerta sembri anche troppo trasparente: agli intervistatori americani stessi[124], pensate un po’ ai talebani: prima, come dicono alcuni loro portavoce, se state perdendo perché mai vi dovremmo aiutare? piuttosto, prima  annunciate che ve ne andate e, quindi, vi daremo una mano ad andarvene, proprio come abbiamo fatto coi sovietici…; e, poi, fanno notare la fine che hanno fatto oggi, restando schiacciate sotto il dominio sciita del governo al-Maliki, le milizie sunnite cui gli americani avevano teso la mano in Iraq… Sono obiezioni, forse anche troppo a caldo, che comunque non sembrano lasciare molto spazio alle incognite e alle speranze americane.

Intanto Karzai non si fa scavalcare, non resta a aspettare e punta al bersaglio grosso aprendo le sue trattative, a livello almeno preliminare, con una fazione chiave della costellazione jihadista dei talebani che prende il nome dal capo tribù Maulvi Jalaluddin Haqqani: che, poi, tanto moderato non sembra legato com’è, e come proclama orgogliosamente di essere, ad al-Qaeda[125]. In cambio della cessazione dei suoi attacchi alle scuole e alle èquipes che lavorano per la ricostruzione nelle zone rurali che sono sotto la sua influenza, la rete Haqqani otterrebbe, pare, la liberazione dei suoi prigionieri e la cessazione degli attacchi aerei americani alle sue posizioni.

Naturalmente, Karzai non è in grado di garantire queste due condizioni, dipendente com’è dagli americani e tanto meno sarebbe ora in grado di garantire la prossima fase che, se esse andassero a buon fine, prevederebbe il ritiro delle forze USA e NATO e un nuovo sistema di governo per l’Afganistan.

D’altra parte il gruppo Haqqani è identificato proprio dagli americani come responsabile della gran parte degli attentati suicidi nel paese, non un qualsiasi gruppo di talebani ma un compagine estremamente disciplinata e efficace, legata sia a al-Qaeda che all’ISI, il Servizio di Inter-Ingellicence, militare e segreto, del Pakistan, messo in piedi negli anni ‘80 dalla CIA come tramite coi mujaheddin antisovietci e che ora come da copione, si rivolta contro gli apprendisti stregoni.

Solo qualche mese fa – per dire della ostilità e dell’odio radicatissimo tra questo specifico gruppo della jihad afgana e i GIs – diversi aerei senza pilota statunitensi, attaccando il suo acquartieramento fortificato, mancarono Haqqani stesso e i suoi figli ma massacrarono due dozzine di membri della sua famiglia. Per la strategia americana, in definitiva, non ci potrebbe essere partner peggiore da parte di Karzai per cercare di far funzionare la propria strategia…

Ora, la conferenza sull’Afganistan dell’Aja del 31 marzo – alla quale era stata invitata anche una rappresentanza dell’Iran e di cui  potremo riferire solo nella prossima Nota – verrà sfruttata da americani e alleati (tutti? all’unanimità? difficile…) anche per forzare la mano a Karzai: e difficile che la Russia, cui Karzai si è anche ufficiosamente rivolto per averne l’appoggio[126], lasci fare agli americani quello che vogliono…

Karzai, che è sempre stato un occidentalista americaneggiante, e per questo era stato voluto da Bush, adesso si è messo ad appoggiare anche il burka pressoché obbligatorio e la rivendicazione originale dei talebani di imporre, o quasi, la legge e la giurisprudenza islamica della sharia[127]. Opportunisticamente, alla vigilia delle elezioni?

Certo, adesso, pare impossibile scalzarlo dalla presidenza perché gli afgani lo voterebbero ancora come il male minore tra occupanti ai quali ogni tanto almeno negli annunci egli resiste e insorti che tenta comunque, al minimo, di condizionare. Forse sarà solo opportunismo… ma è indicativo, no?, di quel che sta succedendo davvero nella realtà di quel paese…

Adesso – dicono a Washington da qualche giorno[128] – la Casa Bianca, o meglio Gates e Clinton,  intenderebbero utilizzare la conferenza per costringere nei fatti Karzai ad affiancarsi, anticostituzionalmente, coi poteri esecutivi del governo, un primo ministro di loro fiducia che non è proprio previsto…

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Naturalmente, bisogna usare il condizionale perché la notizia, che ha ragioni interne ma anche accreditamenti internazionali di qualche rilievo (Guardian, le Monde…), viene smentita dal governo a Kabul come una “buffonata” e dall’inviato speciale di Obama, Holbrooke, come qualcosa che non rispecchia le “intenzioni” di Washington…

A Washington, intanto, Obama stesso illustra la sua cosiddetta “nuova” strategia per quello che qui chiamano sempre più spesso Af/Pak (Afganistan/Pakistan): è la posizione su cui, alla fine, ha mediato tra le voglie dell’apparato militare (più truppe, in prima linea e molti più soldi a sostenerle ed armarle) e la prudenza raccomandata dal vicepresidente Biden (non ci cacciamo anche noi in una strada senza via d’uscita).

Ma tutto si giocherà, ancora una volta, su due fattori: il cambiamento in meglio, che per “rendere” deve avvenire palesemente grazie all’occupazione, delle condizioni di vita dell’afgano della strada o della montagna (ma chi ci crede…); e la persistenza o meno (che certo non sembra mancare…) della voglia di sempre di questi montanari di dire no a qualsiasi straniero che non sia consioderato un invitato o un ospite. Non del governo, ma del paese.

Manderà più truppe, ha deciso. Perché “la situazione è sempre più pericolosa”, dice, e sappiamo che “al-Qaeda vuole nuovamente attaccarci”. Non ci voleva granché per intuirlo, a dire il vero, né ci voleva nessuna strategia nuova: la stessa, identica cosa l’aveva annunciata in media ogni tre mesi George W. Bush ed è certo credibile che al-Qaeda lo “voglia”.

La differenza, per ora, è che Obama mentre annuncia di voler mandare altri 4.000 soldati americani, li vuole inviare ad addestrare le truppe afgane e non in prima linea e promette che, però, “non firmerà nessun assegno in bianco” per coprire gli impegni futuri né continuerà a perseguire nessuna strategia anche quando essa si rivelasse “fallita”. Insomma: tutto meno che chiaro, per ora[129]. Meno il fatto che della tragica chimera bushista della “democrazia rappresentativa” alla maniera nostra da instaurare in Afganistan con le armi, ora non si parla più. Forse… Ma, più realisticamente, di impedire ad al-Qaeda di far male all’America. Come riuscirci, poi, è altra cosa. E è ancor meno chiaro…

Intanto, annotiamo qui al volo che, già subito in apertura della conferenza dell’Aja cui abbiamo sopra accennato, il delegato iraniano, pur non rinunciando a criticare tattiche e strategia della NATO in Afganistan, offre la piena cooperazione del suo paese per quella che chiama l’ ‘afganizzazione’ della lotta agli estremisti (non tanto i talebani, specifica, che sono a casa loro e coi quali bisogna trattare, ma al-Qaeda)[130]

Quanto al Pakistan, nel grande paese vicino e armato di bombe A, si sta semplicemente instaurando il radicamento del caos. Sostiene un osservatore d’origine pakistana, ma ormai di cittadinanza e di cultura britannica, non certo un moderato e anzi decisamente un  “rivoluzionario” (una volta si definiva lui stesso un trotzkista), come Tariq Ali, che “il terribile attacco terroristico alla squadra nazionale di cricket dello Sri Lanka in Pakistan è stato un messaggio chiarissimo a Washington: il Pakistan è ingovernabile[131], ormai grazie ai mostri che Musharraf e il suo regime ispirato, armato e guidato dalla CIA, prima e con Bush, hanno creato, apprendisti stregoni che erano: l’estremismo fondamentalista islamico.

Oggi il Pakistan è minacciato, realisticamente, da una terza possibile scissione: dopo quella in cui nacque spaccando e portandosi via il Nord dall’India in nome dell’Islam e dopo l’altra con cui subì la scissione della sua parte meridionale ricostituitasi nel Bangladesh malgrado la comune fede islamica, oggi è forse sull’orlo di una scissione tra Pakistan estremista, talebaneggiante, e Pakistan “moderato”— che poi sarebbe – dicono – quello dei militari e di Zardari…

Ormai sono tre gli eventi, correlati tra loro e temporalmente coincidenti, che hanno reso esplosiva la situazione:

• il primo è la “decisione sciocca” di Washington di mandare più truppe in Afganistan, che ha “unificato in un solo blocco quanti resistevano in quel paese e la provincia della Frontiera Nord-Ovest del Pakistan…” e che, invece, di cercare un’efficace strategia di uscita, ha visto Obama puntare sull’ “impennata” militare;

• il secondo è che si è ora ufficialmente saputo come gli attacchi aerei sul territorio del Pakistan stesso, condotti da diverso tempo da aerei senza pilota “contro militanti e santuari del terrorismo”, attacchi che hanno fatto sicuramente decine e centinaia di morti tra i civili, adesso accelerati da Obama, venivano “lanciati, ovviamente, da basi pakistane”. Ha suscitato scalpore  anche perché  il fatto era stato finora ufficialmente negato per nascondere le “vergogne” ed evitare la profonda rivolta suscitata nell’opinione da una tattica “vigliacca” ma sistematicamente applicata “con l’approvazione della leadership militare e politica del paese”: un altro esempio, l’ennesimo, di come le cose segrete non restano tali e non lo restano giustamente[132];

A questo punto, naturalmente, suona patetica l’ennesima affermazione, stavolta di Asfandyar Wali Khan, il leader storico del partito nazionale Awami, il partito popolare pashtun che ha appoggiato e lavorato da sempre per il licenziamento di Musharraf , quando dop oun incontro con l’ambasciatrice americana Anne W. Patterson, tuona che ogni attacco di un qualsiasi drone sul territorio pakistano è controproducente per gli interessi degli americani e che “nessuno di essi è, comunque, accettabile per i pachistani”. Non è accettabile ma, nei fatti, è accettato e ingoiato[133]

E, come spiega, Richard Holbrooke, l’inviato speciale di Obama per l’Afganistan, questo “di tutti i dilemmi, i problemi e le sfide con cui abbiamo a che fare, è il più grosso perché abbiamo a che fare con un paese sovrano che qui ha fissato la sua linea rossa in maniera niente affatto ambigua e dichiarata pubblicamente. Il governo pakistano l’ha ripetuto più e più volte: nessun militare straniero, hanno detto, mai sul nostro suolo[134]. Bè, a dire il vero il governo pakistano ha ripetuto anche che a nessun militare americano è consentito bombardare dal cielo il loro suolo… ma forse è per questo che gli americani, formali come sempre, adoperano aerei senza pilota…   

• il terzo è la corruzione interna del partito popolare al potere, il suo rifiuto di restaurare come aveva promesso un sistema giudiziario indipendente (ma dopo le rivolte di marzo si apprende che primo ministro e capo dell’esercito sono riusciti a far ingoiare al presidente il ritorno dell’ex capo della Corte suprema licenziato da Musharraf, il giudice capo Iftikhar Muhammad Chaudhry, assurto al di là dei suoi meriti e del ruolo stesso che ha svolto a simbolo di onestà giudiziaria nel paese) e, per combattere e marginalizzare ogni opposizione, l’uso da sempre appecoronato della giustizia al potere— come ieri a Musharraf, così oggi a Zardari.

Così, l’ex alleato Sharif che viene condannato ed escluso dalla vita politica con le stesse dubbie anche se credibili accuse (dubbie, visto chi oggi come ieri le lancia il governo; credibili, visto chi oggi come ieri – Sharif proprio come Zardari – ne è il bersaglio), destabilizzando un paese che di tutto meno che di questo ha bisogno.

E, in questa situazione, l’attacco terroristico alla squadra di cricket che porterà sicuramente il Pakistan fuori da ogni evento sportivo internazionale (e qui proprio il cricket, importato dagli inglesi a fine ‘800, un po’ come il calcio da noi, è sport nazionale popolarissimo dove, tra l’altro, il paese quando non è primo è secondo nel mondo) è appunto la ciliegina tossica su una torta che il governo ha provveduto da sé – e con l’aiuto critico degli americani: prima, certo, di Bush ma ora, altrettanto certamente, di Obama – ad avvelenare…

Adesso, il presidente Zardari, innervosito dal proprio cedimento a Chaudhy (e a Sharif; che viene in effetti rapidamente riportato in parlamento dichiarando nulla la precedente sentenza della Corte sotto Musharraf, ma anche sotto lo stesso Zardari) e allarmato dalle intenzioni proclamate del primo ministro Yousaf Raza Gilani di restituire al parlamento, sottraendoli alla presidenza, molti dei poteri – compreso quello di dissolverlo – che gli erano stati sequestrati dal predecessore Musharraf ed annunciando di voler lavorare per “riconciliare” le fazioni politiche, anche l’opposizione di Sharif[135], decide di contrattaccare, anche correndo il rischio di far traballare ancora di più il suo claudicante regime visto che l’esercito sembra schierato più dalla parte del PM più che dalla sua…

Infatti, ha lasciato intendere di essere pronto a formare un’alleanza con la Lega mussulmana pakistana (PML-Q), di opposizione, mirata alla rimozione del premier Gilani, scontento com’è della sua crescente “disponibilità” verso l’altra fazione dell’opposizione che si rifà alla Lega mussulmana pakistana denominata -N (PML-N), legata al partito dell’ex alleato di Zardari contro Musharraf, Sharif, suo nuovo nemico e suo possibile – sempre! – alleato domani…

Le sfaccettature della politica interna e delle fazioni e correnti partitiche pakistane, per quello che contano, sono ancor più azzeccagarbugliesche di quelle della politica italiana, di ieri e di oggi (pensate a Mastella, Di Gregorio, quant’altri): una o due fazioni che contano, ma quattro-venticinque partiti e dodici-centoquattro correnti che litigano e, perciò, contano anch’esse. Da noi è un andazzo: il trasformismo di sempre. Qui sembrano sono solo i prodromi della prossima lotta intestina. Almeno per ora[136]

L’Iraq sta lentamente passando in secondo piano nel livello d’attenzione dei media americani. Il fatto è che sono diminuiti i morti americani, ma è ricominciato lo stillicidio di attentati e massacri che mette in questione proprio la stabilità e, con essa, l’unità del paese. E l’incubo che ora sovrasta l’Amministrazione Obama è se l’ “impennata” gliela stanno preparando magari gli insorti iracheni: che, se lo facessero, farebbero saltare a priori la sua scommessa di ritirare soldati dalla guerra sbagliata (l’Iraq), per mandarli a combattere in quella che lui ritiene giusta (in Afganistan)[137].

E dal Kurdistan iracheno arrivano segnali strani[138]. Dice alla stampa internazionale il presidente della regione curda, Massoud Barzani, (l’altro capo tradizionale dei curdi, Jalal Tablabani dal 2005 è presidente della repubblica dell’Iraq) che i curdi iracheni rimangono fedeli all’Iraq e alla sua Costituzione. Ma aggiunge: “per ora”…

Perché – spiega – la nostra ultima aspirazione resta sempre un Kurdistan indipendente che unisca il nostro popolo tutto: quello che da sempre risiede sul grande altopiano della Mesopotamia de Nord, spartito tra i territori di Iraq, Siria, Iran, Armenia e Turchia. “Come nazione l’autodeterminazione è un nostro diritto”, conclude. Proteste veementi di turchi e siriani, come è naturale. E preoccupazioni, forti anche se più sommesse, a Bagdad.

Intanto, emerge con una certa chiarezza che, al di là di ogni leggenda o di ogni edulcorata propaganda, è la realtà dell’Iraq, ora che gli americani cominciano ad andarsene. “Gli USA e l’Amministrazione irachena che da essi dipende detengono ancora senza processo alcuno decine di migliaia di prigionieri; corruzione e tortura sono rampanti; la posizione nella società della donna si è andata seccamente deteriorando sotto la tutela americana e britannica; e più di 4 milioni di rifugiati iracheni non sono ancora in grado di tornarsene a casa, né di votare in elezioni meno che libere.

   Non c’è più questione sul fatto che gli USA, in Iraq, abbiano sofferto una sconfitta strategica. Lungi dal trasformare il paese in una base avanzata per la trasformazione della regione sul modello occidentale, l’Iraq è diventato una dimostrazione globale dei limiti della potenza militare americana[139].

Bè, a chi scrive sembra che meglio non si potesse riassumere e dire.

A fine febbraio e inizio marzo, grande attivismo e ripresa dei lavori all’impianto per la produzione di energia nucleare costruito dai russi per l’Iran a Bushehr. A marcare un altro passo avanti, dopo molti ritardi (tecnici? politici? politico-tecnici, sicuramente), nel processo di attivazione a lungo ritardato dell’impianto di produzione di energia nucleare.

La fase di costruzione è completata – ha detto alla stampa Sergei Kiriyenko che affiancava il suo omologo direttore dell’organismo per l’energia atomica iraniano, Mohammad Saeedi – e adesso una serie di test potrebbe portare la produzione in linea, entro quattro-sette mesi[140].

La Russia, con l’America e l’Europa un po’ tutta, condivide l’interesse a tenere l’Iran fuori dall’accesso all’arma nucleare. In realtà, l’interesse di tutti sarebbe che a tutti fosse impedito quell’accesso… Ma tant’è: c’è chi già ce l’ha, e da tempo, la bomba, a centinaia e a migliaia… Però, allora, bisognerebbe trovare una motivazione razionale e almeno in apparenza equa per poter convincere qualcuno a negarlo solo a se stesso: non basta il “no tu no” di un’imposizione unilaterale e palesemente squilibrata.

Mosca scarta, dice il presidente Medvedev in visita a Madrid, lo scambio improprio propostole da Obama di cancellare gli antimissili americani in Polonia e i radar serventi che sarebbero piazzati nella Repubblica ceca se Mosca riesce a bloccare, in cambio, il programma iraniano (tutto, anche e solo quello energetico nucleare perché, obiettivamente, è impossibile accertare a priori che sarebbe solo un programma civile: per l’Iran, come per qualunque altro paese).

Medvedev ha escluso che se ne possa far niente e ha declinato d’acchitto quasi a rendere omaggio a un bon ton internazionale appena appena decente— soprattutto considerata la condizione americana inespressa ma, non a caso, fatta trapelare che, la fine, sarebbe sempre e solo Washington a giudicare se la Russia abbia mantenuto il suo impegno a provarci, se il tentativo abbia avuto successo, ecc., ecc. Ma Medvedev ha anche volutamente sottolineato che la Russia accoglie con grande favore ogni apertura americana al dialogo e al negoziato sugli antimissili americani e sui missili che, se quelli fossero schierati alle sue frontiere, punterebbe contro di essi[141].

E, tanto per ricordare agli americani che i russi sono sempre pronti al dialogo, ma che sono anche pronti sempre al dente per dente, viene annunciato a Caracas dal magg. gen. russo Anatoly Zikarev, capo di stato maggiore dell’aviazione a lungo raggio di Mosca che il presidente Chávez ha offerto alla Russia basi temporanee per i suoi bombardieri strategici. Insomma, a questo gioco se volete proprio possiamo giocare in due… anche se da Mosca non è mai giunto il sì all’offerta dei venezuelani[142]

Sul tema degli antimissili/missili americani da schierare ai confini russi, tra gli alleati americani, oltre alle riserve ripetutamente ma cautamente accennate da Sarkozy e Merkel e a quelle, invece anche esplicite – che, bisogna dargli atto, aveva dette in pubblico – di Berlusconi[143], ora si pronunciano contro, chiaro e tondo, anche i turchi.

Il ministro degli Esteri, Ali Babacan, ha messo in questione apertamente, subito prima dell’apertura del vertice NATO di Bruxelles, le stesse intenzioni degli USA sui piani di dislocazione di difesa missilistica in Europa orientale, mettendo in dubbio che la strategia non sia quella di contenere l’Iran, dichiarata da Washington, ma quella di contenere la Russia. Ne ha riferito, con enfasi, la stampa turca, richiamando l’appello che Babacan ha fatto ai paesi occidentali tutti di buttar via posizioni e strategie ritenute minacciose da Mosca perché ormai sistemi di armamento costruiti in un'altra fase storica, per la deterrenza della guerra fredda, non sono più utili[144].

Intanto, a Praga il parlamento, su richiesta del governo, ha rinviato a data da destinarsi il voto sulla difesa antimissilistica americana, i radar, da ospitare nel paese: non era affatto sicuro il governo, di riuscire a vincere il voto – c’è opposizione popolare assai forte all’idea – e ha preferito rinviare lo scrutinio segreto, anche viste le nuove disponibilità americane a trattare coi russi[145]

La Russia, in ogni caso, di tanto in tanto e anche contemporaneamente usa la leva fornitale dall’uranio (non arricchito ancora) che vende a Busher, sia per condizionare gli iraniani che per obbligare gli americani a prestare maggiore attenzione ai suoi desiderata. Come praticamente tutti i suoi vicini, e non solo Israele ma anche molti paesi arabi sunniti che della Persia sciita hanno palesemente paura[146], non hanno interesse a vedere un armamento atomico a Teheran.

Ma la verità è che questo – rinunciare alla bomba – possono ormai farlo solo gli iraniani stessi: se vogliono, come garantiscono, ma come nessuno può garantire per sempre, anche se dicessero tutta la verità; soprattutto se continuano a sentirsi intorno minacce esterne possibili e probabili, nucleari, da Israele, dall’India, dal Pakistan, dalle centinaia di bombe atomiche a bordo delle navi e dei sottomarini della Quinta flotta americana che pattuglia i mari arabi e il Golfo.

Sempre che poi alla bomba ci sia effettivamente da rinunciare:

• dice il capo dei capi di Stato maggiore americano l’ammiraglio Mike Mullen, alla CNN che l’Iran ha già abbastanza materiale fissile per costruirsi una bomba atomica, aggiungendo che questo sviluppo sarebbe “molto molto grave” per tutto il Medio Oriente come per il mondo intero[147];

• ma, subito dopo – solo qualche ora dopo – il segretario alla Difesa Robert Gates, il suo superiore gerarchico diretto, attesta, parlando con la NBC Tv che l’Iran non è “neanche vicino” a farsi la bomba e che, quindi, c’è ancora tempo di convincerlo ad abbandonare il programma[148]

D’altra parte, anche tra i russi c’è chi, qualificato per farlo, non pensa che Teheran abbia già in suo possesso l’arma nucleare ma vede l’avvicinarsi di una possibile “bomba” iraniana. Siamo “ad uno o due anni”, sostiene, dalla produzione di un’arma nucleare iraniana, secondo l’ex generale Vladimir Dvorkin[149], che negli anni ’70 ed ’80 era parte del team che per i russi, anzi allora per i sovietici, partecipava ai colloqui sul disarmo con gli americani e che oggi presiede il Centro per la sicurezza internazionale dell’Istituto per l’economia e le relazioni internazionali di Mosca.

E’, chiarisce, un’ipotesi personale e non rappresenta la linea del governo russo. Come “personale, ma credo fondata”, è la mia convinzione che a impedire  all’Iran di farsi ancora, se vuole, la bomba è la mancanza di uranio ad alta gradazione, quello necessario per produrla. 

Il punto che, prima o poi, senza infingimenti, bisognerà cominciare a affrontare sul nucleare iraniano è assai netto. “Perché, al contrario di Israele, Pakistan e India, nessuno dei quali è firmatario del Trattato di Non Proliferazione nucleare e che tutti hanno condotto programmi clandestini e prodotto le loro bombe nucleari, l’Iran il TNP lo ha firmato e ha onorato i connessi Accordi di Salvaguardia. Quel che rifiuta di accettare sono le richieste più ampie del Consiglio di Sicurezza, che vanno al di là del TNP, e le sanzioni per aver fatto quel che è suo diritto legale fare[150].

Lo scrive, con massima lucidità di ragionamento e chiarezza rara di esposizione, un ultra-conservatore americano di quelli che, però, coi neo-cons non hanno niente a  che fare, uno dalle cui idee in ogni caso – con qualche eccezione per il freno a mano tirato, di tanto in tanto, sulle avventure di politica estera – quasi sempre teniamo a distinguerci.

Aggiunge che il capo della AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, il cane da guardia del’ONU sul nucleare, è “convinto che il fatto per cui solo 4.000 delle almeno 5.000 centrifughe iraniane già pronte sono in funzione è un segnale che Teheran vuole negoziare con gli Stati Uniti: ma senza dover mollare sui suoi diritti”, come da TNP e risoluzioni stesse del Consiglio di Sicurezza, anche se contraddittoriamente poi proprio questo gli chiedono, “di arricchirsi l’uranio e di gestire i suoi impianti ad energia nucleare”.

Al fondo, “né gli Stati Uniti né l’AIEA hanno prove che abbia materiale missile per una bomba, o un programma attivo per costruirsela. Non ha mai sperimentato un congegno nucleare e non ha mai dimostrato capacità di trasformazione in arma di qualunque congegno del genere, se mai ne ha avuto uno... Nulla di ciò suggerisce che l’Iran sia un paese di anime caritatevoli tese soltanto alla pace e al progresso”. Certo, una volta che avesse una sua centrale ad energia nucleare, “forse come la Corea del Sud o il Giappone o altre nazioni che ce l’hanno già, potrebbe anche voler uscire dal TNP, se mai lo considerasse necessario per scopi di deterrenza¸ di difesa o per la sconfitta dei propri nemici”.

Ma tant’é. Questa, oggi, è la spada di Damocle che ogni paese è in grado di far pendere sulla testa di ogni altro paese, oggi quando ormai è stato fatto uscire il genietto dal vaso nucleare… Ma “non è una minaccia tale da giustificare una guerra… E , se la deterrenza ha funzionato con Stalin e Mao [e viceversa] può anche funzionare con un Iran che a memoria d’essere oggi vivente… non ha mai lanciato una guerra offensiva contro nessun altro paese del mondo. Forse che noi americani, possiamo dire lo stesso?”, si chiede Buchanan.

Ed è necessario richiamare tutti i paesi che hanno e non rinunciano all’arma nucleare al fatto, che sembra solo di buon senso, che loro non hanno, e non possono avere, alcun titolo morale né credibilità internazionale ma solo le ragioni della forza – che, però, da sole non riescono mai a trionfare - per chiedere ad altri Stati di non cominciare a svilupparle. Per questo i loro appelli anche se di per sé sono sensati (fermatevi!) suonano tanto ipocriti e vuoti.

Obama, in un messaggio di apertura rivolto direttamente al governo e al popolo dell’Iran – per augurare loro il Nowruz, il Buon Anno del calendario persiano moderno che comincia il 21 marzo, equinozio di primavera – ha di nuovo offerto un nuovo inizio”. La reazione è stata aperta ma anche assai cauta, se non sospettosa.

Ha detto Khamenei[151], in un discorso per il trentennale della rivoluzione khomeinista, e dicono di fatto tutti i governanti iraniani, che staranno a osservare con attenzione il seguito che verrà dato a quelle parole: sulle sanzioni, sull’isolamento sistematizzato, sul contenzioso delle questioni concrete… “vista la lunga storia di ostilità degli Stati Uniti d’America verso l’Iran” e considerata l’appena riconfermata (due giorni prima, da Obama) vigenza delle sanzioni unilaterali americane. Ed è la stessa conclusione cui arrivano esperti e studiosi meglio informati e attenti in America della faccenda iraniana[152].

Ma Khamenei, per la prima volta, ha anche acquetato la folla che al solito gridava il suo “morte all’America” dicendo che l’Iran non prende le sue decisioni in base alle “emozioni” o anche al lungo elenco di “crimini” che gli USA hanno commesso contro l’Iran dai tempi della restaurazione dello scià in poi, ma in base a “calcoli razionali”…

E c’è anche, in America, chi insiste a leggere[153] in modo molto più aperto l’ “apertura” di Obama. In un colpo solo, spiega, il presidente “ha abbandonato il cambio di regime come obiettivo americano in Iran, ha scartato la cosiddetta opzione militare, ha sepolto l’approccio del bastone e della carota che gli iraniani considerano, con disprezzo, adatto solo ai somari. E ha rimesso il programma nucleare iraniano ben dentro ‘la lista delle questioni che ci troviamo davanti’ ”.

Si è anche riferito “due volte, alla Repubblica islamica dell’Iran, una formula a lungo deliberatamente evitata” e ha detto che “quella e non un’altra repubblica ‘aveva il diritto di prendere il posto che le spettava nella comunità delle Nazioni’, con ciò accettando esplicitamente a nome dell’America la trentennale rivoluzione islamica dell’Iran, aggiungendo che legami costruttivi non si possono far avanzare ‘attraverso la via delle minacce’ e, con ciò, ritirandosi dalla sua posizione di campagna elettorale secondo cui l’opzione militare doveva sempre restare sul tavolo”.

Adesso, bisognerà vedere due cose. La risposta “calcolata razionalmente” della parte iraniana, che non viene di certo in un comizio davanti a un milione di persone né in un indirizzo televisivo alla Obama, e la decisione, che non sarà pubblica anch’essa, di Obama di chiarire finalmente il rapporto dell’America con Israele: che non sarà più quello di chi esegue una linea decisa altrove, non a Washington ma a Tel Aviv o a Gerusalemme.

Il tempo scorre – scrive Cohen – e l’orologio di Obama non sarà lo stesso del nuovo primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. I due approcci, già divergenti, americano e israeliano all’Iran, sono stati resi evidenti nel saluto [deliberatamente accoppiato, quasi a correggerlo, a quello dell’americano] che il presidente di Israele Shimon Peres ha indirizzato in occasione del Nowruz al popolo iraniano (non [come Obama, anche] ai suoi dirigenti) dichiarando di prevedere che si sarebbe sollevato e avrebbe rovesciato ‘una manciata di fanatici religiosi’”. E di fanatici religiosi, un laico dichiarato come Peres se ne intende, visti quelli che in passato ha imbarcato nei suoi governi e dei quali adesso accetterà la nomina e il giuramento (Netanyahu, Avigdor, anche di peggio…) come massima carica istituzionale del suo paese…

Insomma, per la prima volta forse dalla guerra del 1956 – quando Eisenhower bloccò l’offensiva di Israele insieme allora a Francia e Regno Unito contro Nasser che aveva nazionalizzato il canale di Suez – “la nuova linea diplomatica di Obama in Medio Oriente e il suo impegno equivalgono a una frenata bruscamente applicata alla bellicosità israeliana [anche se è vero che negli ultimi mesi della sua presidenza Bush, contro l’avviso di Cheney e dei suoi falchi più falchi, aveva già detto no alla richiesta di Tel Aviv di non sollevare ostacoli e di facilitare un suo bombardamento in Iran di quelle che pensava fossero le installazioni nucleari iraniane, fossero pur esse “civili”] e al probabile raffreddamento dei rapporti israelo-americani. E era ora! La linea americana che Israele non-può-mai-sbagliare è stata disastrosa. Non per ultimo per la sicurezza a lungo termine della stessa Israele”.

Come dice Cohen era ora. Ed è molto ben detto…

Intanto, l’ex presidente della Repubblica islamica dell’Iran, il “moderato” Khatami, che sembrava deciso a correre contro Ahmadinejad alle nuove elezioni presidenziali, ha cambiato idea. Non è ancora chiaro perché (ma forse temeva di vedersi la candidatura stoppata in sede di filtro della Commissione di pre-approvazione prevista dalla Costituzione khomeinista) e annuncia che appoggerà un altro candidato “moderato”[154].

E ricordate gli impegni solenni contro la tortura di Obama, come a dire il vero, di McCain, in campagna elettorale? E l’impegno, questo solo di Obama ma esplicito e netto, a non condonarne o banalizzarne l’uso che l’America ne aveva fatto come cosa accettabile: ricordate?

Bene, anzi male. Leggiamo insieme:

In Cambogia stanno ancora una volta cercando di processare alcuni degli ex capi Khmer rossi per i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità cui hanno presieduto nel periodo del loro governo, 1975-79. Kaing Guek Eav, il principale imputato che comandava il centro di tortura dei Khmeri rossi, nel processo organizzato dall’ONU ha confessato le atrocità commesse ma ha insistito che stava solo eseguendo gli ordini ricevuti (Associated Press, 1.8.2007).

   Ora, come sappiamo tutti, questa fu la linea di difesa degli imputati nazisti rigettata a suo tempo dal tribunale di Norimberga. Lo sappiamo tutti, no? Nessuno può più dare alcun peso a una difesa simile, no? Viene quasi da ridere a riascoltare le dichiarazione naziste del tipo dello ‘stavo solo eseguendo ordini’ (‘Ich habe nur den Befehlen gehorcht!’).

   Solo che sia l’Amministrazione Bush che l’Amministrazione Obama hanno considerato questa linea di difesa con esplicito e dichiarato favore. Per dire, il nuovo capo della CIA, nominato da Obama,Leon Panetta ha dichiarato: “Quel che mi preoccupa, e l’ho detto come l’ha detto il presidente, è che quanti operano seguendo le regole stabilite dal ministro della Giustizia interpretando le leggi (sulla tortura) se le seguono poi non dovrebbero essere puniti. Per cui io non sarei a favore, ovviamente, di un’inchiesta o di un procedimento d’accusa per questi individui.

   Penso che abbiano semplicemente fatto il loro lavoro (Conferenza stampa, trascrizione del Federal News Service, 25.2.2009).

   Operano seguendo le regole… fatto il loro lavoro…, naturalmente sono la stessa cosa dello ‘stavo soltanto eseguendo ordini’ [155]. Già… male, molto male.

Come è sicuramente male, e fa male, anche il rimangiarsi almeno per ora – ed è davvero grave – della decisione di chiudere la prigione di Guantànamo per “nemici combattenti”, come li definiva Bush senza mai rendere neanche noto il perché li arrestava… Aveva giurato di chiuderla subito, e in realtà aveva anche annunciato di averlo ordinato, Obama. Ma, adesso, in una Corte d’Appello federale, ha dichiarato che lascia cadere la dizione di “nemici combattenti”, ma anche che “finché Guantànamo rimane aperta [dunque, per ora non chiude] l’Amministrazione [questa qui, quella di Obama] difenderà fieramente [aggressively, dice l’originale] il suo potere di detenervi alcuni arrestati[156]

Intanto, a Sharm el-Sheikh sul Mar Rosso egiziano, una marea eccezionale di ipocrisia ammantata da diplomazia, 75 paesi (compresa l’Autorità nazionale palestinese ma non Hamas: rappresentati chi dalla segretaria di Stato americana, chi dal presidente egiziano, passando per il presidente del Consiglio italiano) promettono aiuti a Gaza per la bellezza di quasi 5 miliardi di $.

Berlusconi ha annunciato, a dire il vero senza impressionare nessuno, che l’Italia contribuirà con 100 milioni, dopo che l’Arabia saudita aveva promesso 1/5 del totale, 1 miliardo di $, e altrettanto, quasi, s’erano dichiarati disposti a garantire gli Stati Uniti: anche se neanche un dollaro americano andrà alla ricostruzione di Gaza, ma agli aiuti all’ANP e a quel che riuscirà a passare di “umanitario” oltre il blocco israeliano; blocco ferreo, che Human Rights Watch ha definito come “una politica che non mira affatto alla sicurezza di Israele ma solo alla punizione[157], collettiva, di massa e perciò stesso illegale, dei palestinesi.

Già… ma questi sono gli aiuti di una politica che, dal tempo di Oslo del ’93 almeno, tiene dipendente e foraggiata e corrotta l’ANP, che mantiene Gaza distrutta ripetutamente a rate  senza mai alcuna ricostruzione e le masse palestinesi disperate e rabbiose e inevitabilmente sempre più pencolanti verso Hamas che verso Fatah. Una politica di dipendenza deliberata e scientemente perseguita, dai donatori nell’illusione di influire così sui donati.

Ma tutti erano perfettamente coscienti di far finta, visto che[158]promettere tanto non costa niente. Prima di arrivare destino, anche un solo dollaro di aiuti dovrebbe penetrare un labirinto di barriere e condizioni che avrebbe fatto l’invidia del re di Creta, Minosse. I soldi verranno dati all’Autorità palestinese, non a Hamas, anche se l’autorità palestinese non conta un fico a Gaza. Dovrebbe passare, poi, ogni aiuto attraverso ingressi che sono al presente tutti sigillati da Israele. E sarebbe, comunque, distribuito in modo tale da non arrivare a chi governa a Gaza. Ma come? Bè, sarebbe come tentare di far ingoiare con un cucchiaio un brodino a un agonizzante, ma senza farglielo passare comunque per la gola”.

Insomma, non si farà, non si può fare e sarebbe anche inutile farlo se ad ogni momento “non essendo riuscito a ristabilire la sua deterrenza con l’operazione Piombo fuso nei confronti di Hamas e degli altri gruppi del rifiuto, Israele può rimandare in ogni momento i suoi aerei distruggere tutto. A dimostrazione del fatto”, senza tenere conto del quale non se ne esce e ogni conferenza di pace o di aiuti di questo tipo è solo una farsa, “che l’unico modo di fermare i razzi di Hamas”, arma di pressione psicologica di grande efficacia ma di assoluta inefficacia militare contro Israele – se non per attirare sui palestinesi i fulmini terrificanti di Javeh, dio della vendetta – è una soluzione politica, non militare”.

Però è anche vero che una qualche novità – tra incongruenza e contraddizioni – traspare proprio dalla visita della segretaria di Stato americana, Hillary Clinton[159]:

• conferma che la nuova Amministrazione Obama intende cambiare strada;

• poi in Egitto, a Sharm, annuncia quei 900 milioni di $ di aiuti a Gaza… ma non proprio a Gaza, come abbiamo visto;

• in Israele, ri-proclama che, per gli USA, la proposta due Stati-due popoli rimane valida: anche se uno dei due Stati ancora Stato non è e, se mai lo sarà, dovrà esserlo un po’ meno (meno sovrano) dell’altro perché uno dei due popoli è un po’ meno popolo e, soprattutto, non vuole dichiarare di arrendersi a priori; e ciò – questa è la novità: pur non puntellata da alcuna “sanzione” né da alcun “buffetto” americano, si capisce, neanche con Obama – Clinton dichiara anche se la proposta non è più ufficialmente quella del governo israeliano in formazione (ma lo è mai stata, nei fatti?);

• sulla Siria, poi, per la prima volta senza l’accordo preliminare di Israele, gli USA annunciano che manderanno a breve a Damasco due emissari speciali: a riprendere almeno contatto. E i due arrivano subito, il giorno dopo, malgrado lo scontento e, anzi, la stizza politica assolutamente palese di Tel Aviv[160].

• e sull’Iran, tra un trasferimento e l’altro, dice informalmente che gli USA potrebbero anche “invitare” Teheran ad un incontro internazionale sull’Afganistan[161] per chiederle direttamente dove e come potrebbero essere disposti ad aiutarli. Dopotutto, all’inizio dell’attacco in Afghanistan,  quando ancora pensavano che l’operazione Enduring Freedom lanciata nell’ottobre 2001, un mese dopo le Torri gemelle fosse mirata alla caccia a bin Laden e non all’occupazione militare per anni dell’Afganistan, gli iraniani avevano concretamente dato una mano…

Un portavoce iraniano, citato dal quotidiano israeliano Ha’aretz, spiega che, se invitato, il suo paese alla conferenza andrà per portare aiuto all’ “Afganistan”. E chiarisce: non alla NATO. L’Iran, infatti, non lascerà transitare rifornimenti NATO sul suo territorio perché, in ogni caso, l’aumento di forze americane e alleate in quel paese porterebbe con sé “più estremismo e più terrorismo”.

E non è vero, precisano gli iraniani non rinunciando a correggere puntigliosamente la Clinton, che Iran e Stati Uniti fronteggiano “una minaccia e una sfida in comune nelle regioni di confine dell’Afganistan e del Pakistan”. Perché, basta buttare un’occhiata a una mappa: “Noi, e non certo l’America, abbiamo un confine in comune con l’Afganistan e il Pakistan, no?[162].

Anche l’Italia, con Frattini, sempre a Bruxelles aveva offerto (in Tv) di svolgere una missione di buona volontà a Teheran per discutere del possibile contributo iraniano alla lotta “comune” e alla “stabilità” in Afganistan. Ma, visto quel che avevano risposto alla Clinton (sì, certo; ma non per fare quel che volete voi), che sulla stabilità dell’occupazione non erano per niente d’accordo, ha di corsa, il giorno dopo (sempre e solo in Tv e  solo la nostra perché solo la nostra aveva dato spazio all’offerta) rinunciato al viaggio.

Non sembrano prenderlo molto sul serio, però, a Teheran visto che con loro non è stato motivato ufficialmente il ripensamento sulla visita. Anche perché sanno che sostanzialmente è solo scena. Il ministro degli Esteri iraniano, Manoucher Mottaki, sembra invece cogliere al volo l’invito americano, reiterato proprio dal collega italiano, presidente di turno del G-8, a dare una mano a stabilizzare l’Afganistan e contribuire al suo sviluppo economico. Accoglie con grande favore la notizia anche il ministro degli Esteri afgano, Rangeen Dadfar Spanta[163].

Quanto a Israele, siamo ormai alla vigilia del giuramento del nuovo gabinetto che porterà al potere il destro Netanyahu del Likud come premier, come suo ministro degli Esteri, pare proprio, il destrissimo e razzista (gli arabi sono scarafaggi: da schiacciare e basta) leader di Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman, e come ministro della Difesa il vecchio ministro, Ehud Barak, che dalla crisi emerge come figura importante della coalizione, con poteri nominalmente perfino accresciuti malgrado il dimezzamento elettorale del suo partito, ma che per portare dentro il governo i laburisti ha sacrificato tutti i “princìpi” del suo partito.

Entriamo “per moderare gli altri” ha detto… come Blair moderò Bush in Iraq, gli hanno ricordato di fatto affiancandolo, punto e basta: in realtà è un uomo, o se preferite, un omuncolo di potere per tutte e ogni stagione, e checché ne dica, sta trasformando se stesso e il suo partito in una foglia di fico lerciamente sbrindellata per cercar di coprire le vergogne di un simile governo. Ma, stavolta, rischia davvero la spaccatura dei laburisti. Come sarebbe ora...

Molti di loro (molti? poi si vedrà) infatti non ci stanno – dopo la batosta elettorale che è loro costato il governo di coalizione in subordine con la destra di Kadima (prima Sharon e Olmert, poi Livni) – a buttare a mare ogni principio, per quanto sbiadito ormai, lasciando l’opposizione per unirsi a questa accozzaglia estremista, razzista e fondamentalista ortodossa (c’è anche lo Shas, il partito ultra-ortodosso di Eli Yishay, che sarà all’Interno) e abbandonando l’immagine di un pezzo di vita politica di Israele appena appena decente alla destra classica di Tzipi Livni, la ministra degli Esteri della destra uscente più moderata[164].  

Intanto, però, almeno su una cosa il litigioso subbuglio che qui chiamano opinione pubblica ha raggiunto l’unanimità. Sulla disgraziata guerra di Israele a Gaza, tutto il paese sembra ormai aver trovato l’accordo: l’operazione Piombo fuso non è stata un successo, alla faccia di quei pessimi amici di Israele che dalla parti nostre continuano a strombettarcelo.

No, sintetizza al meglio Gideon Levy: “improvvisamente, c’è il consenso di tutti; la recente guerra di Gaza è stato un fallimento. Adesso è quasi bon ton elencarne tutte le cantonate. Quelli che tentennano sempre dicono che quel che aveva ottenuto è stato ‘sprecato’; quelli di sinistra dicono che ‘questa guerra non avrebbe mai dovuto cominciare’; e quelli di destra che ‘avrebbe dovuto continuare più a lungo’. Ma sul punto che si è trattato di uno svarione marchiano, concordano ormai proprio tutti [165].

E, in America, a tentare di riequilibrare qualche po’ il pregiudizio antipalestinese, antiarabo e filoisraeliano “a prescindere”, alimentato da comitati come l’AIPAC, l’American-Israel Public Affairs Committee (che si definisce a ragione come la “lobby filoisraeliana più potente d’America”) nove ex alti esponenti governativi di ogni governo prima di quello di Bush hanno chiesto per iscritto a Obama di “aprire un dialogo con i leaders di Hamas” per verificare la possibilità, e le condizioni, che esso disarmi e si unisca a un governo “pacifico” palestinese.

Il gruppo, che include l’attuale consigliere di Obama per la ripresa economica, Paul Volcker, e gli ex capi del Consiglio di sicurezza nazionale Zibgniew Brezinski (con Carter) e Brent Scowcroft (Bush sr.) incontrerà Obama stesso nei prossimi giorni. “La cosa essenziale che vogliamo dirgli è che deve spingere con forza, di persona, per mandare avanti il processo di pace palestinese. Non lo deve mettere in coda alla sua agenda con la motivazione che ha troppo da fare. Gi USA devono avere e portare avanti una loro posizione, non limitarsi a reggere la giacca ai partecipanti quando il dialogo finalmente comincerà[166].

Siccome anche in Europa, quanto e più che in America (dove a quelle firme se ne sono unite molte altre e molto autorevoli e bipartisan), ormai avanza questa pressione perché gli USA decidano di favorire il dialogo tra Hamas e Tel Aviv, la cosa è subito stata denunciata come poco meno che tradimento (degli USA? di Israele? di tutte e due? ma…) dall’AIPAC.

Così come tradimento, anche se non si capisce bene di chi e di che se non del giuramento a scatola chiusa sul fatto che Israele non sbaglia mai e mai, poi, commette crimini contro l’umanità, è stata giudicata dall’AIPAC stessa, oltre che dal governo israeliano, la circostanziata denuncia avanzata sulla stampa stessa di Gerusalemme dai più attenti e meno timorosi osservatori israeliani – e del resto inevitabilmente ed abbondantemente filmata – ma e soprattutto avanzata ufficialmente da Human Rights Watch, un istituto-lobby per i diritti umani di solito – sempre, finora – allineato e coperto su Washington e la lettura occidentale delle violazioni dei diritti umani nel mondo.

Scrive HRW che l’uso largamente diffuso delle bombe al fosforo bianco da parte della forze armate israeliane a Gaza, a cavallo di fine anno 2008 e inizio 2009, è una “prova— evidence di crimine di guerra”. La stampa israeliana (non tutta, s’intende, anzi…) aveva dato voce a diversi soldati di Israele che parlavano, separatamente l’uno dall’altro, di plurime uccisioni non saltuarie né casuali di civili palestinesi eseguite a sangue freddo: veri e propri omicidi… Altri giornali israeliani hanno pubblicato foto di magliette autostampate da marines delle IDF con sopra la silhouette di una palestinese incinta nel collimatore di un mirino e la scritta “un colpo solo, due morti ammazzati[167]

Anche su Cuba, oltre che su Siria ed Iran (non su Hezbollah e Hamas, finora: ma su questi due interlocutori controversi sempre in guerra con Israele – che d’altra parte è sempre in guerra con loro – si muove, con cautela ma si sta muovendo, la Gran Bretagna, forse sondando la strada al dialogo e non esclusivamente allo scontro), ci sono segnali – sempre equivoci ancora, ma sicuramente a loro modo anche nuovi – di una volontà di cambiare l’approccio.

Mentre nella grande isola caraibica che da cinquant’anni è una spina nel fianco della politica yankee, come la chiamano loro, c’è un rinnovamento rilevante dei vecchi quadri più vicini a Fidel (che, volente o nolente, comunque pubblicamente si dice d’accordo) a favore di nuovi esponenti più pragmatici e, con evidenza, più consoni al nuovo leader, Raul Castro, a Washington Obama dà segnali nuovi.

Spinto dalle moltissime imprese americane che, nel clima di crisi, stanno facendo la coda per alleviare e cancellare le ormai stravecchie, e addirittura controproducenti  sanzioni economiche e commerciali, aprendo un nuovo mercato di 12 milioni di persone, ma anche per recuperare qualche terreno e qualche “presa” nel continente latino-americano, quasi del tutto alienato dagli anni catastrofici della presidenza di Bush (a partire dalla Terra del Fuoco argentina e cilena fino al Venezuela, di governi amici e clienti di Washington sembra rimasto quello della Colombia, che puzza forte di coca: cocaina, non cocacola…), il governo di Washington sembra puntare, cominciando col rimuovere alcune restrizioni secondarie e chiaramente meschine agli scambi ( le visite di cittadini americani di origine cubana con parenti anziani a Cuba, ad esempio).

Il momento della verità, per il quale stanno lavorando i governi di Brasile e Cile in prima fila che hanno ottime relazioni sia con l’Avana che con Washington, potrebbe arrivare – superando l’ostilità ancora furibonda della vecchia guardia anticastrista di Miami, nostalgica del vecchio regime di Batista di cinquantuno anni fa (proprietà, privilegi, domino medioevale sui peones) – potrebbe anche arrivare già il mese prossimo al vertice delle Americhe di Trinidad e Tobago cui Obama intende partecipare impostandolo come l’inizio di una nuova era di “cooperazione” tra gli Stati Uniti d’America e il resto delle Americhe[168].     

GERMANIA

Gli ordinativi di prodotti manifatturati sono caduti del 38% nel’anno a gennaio. Nello stesso periodo le esportazioni sono andate giù, nel complesso, del 20,7%[169]. E la fiducia delle imprese registra nell’indice IFO di marzo un livello ancora in calo, dall’82,6 all’82,1%[170].

Ogni tanto conviene fare il punto (e magari aggiungerci pure le virgole) sui dati economici che pesano maggiormente sulla Germania nel corso di questa crisi. Soprattutto per quanto anche per noi pesa e significa la crescita – o la decrescita – dell’economia maggiore d’Europa. E, anche, per iniziare a capire come mai la cancelliera tedesca Angela Merkel, che a lungo non era certo sembrata euroscettica o tiepida verso l’Europa, stia sistematicamente applicando da qualche mese il freno al processo, diciamo, di integrazione delimitando, e di molto, la sua tradizionale visione di un’Europa più unita (cfr., qui, nel capitolo EUROPA).

E il quadro della messa a punto sull’economia dice anzitutto che:

PREVISIONI

Contrazione del PIL:                     -2,3% (2009)

Defict/PIL:3% (2009):                    4% (2010)

ESPORTAZIONI

Esportazioni in valore

export tedesco:                              1.300 miliardi di $

    “    cinese:                                 1.400 miliardi di $

    “   americano:                           1.800 miliardi di $

Tipo delle esportazioni tedesche

Macchinario industriale pesante:  14,7% del totale

Industria automobilistica:              19,1% del totale

IMPATTO DELLA RECESSIONE IN GERMANIA

Ordinazioni di macchinario pesante

ed equipaggiamento:                     -4,7% (a gennaio 2009, anno su anno)

Esportazioni totali:                        -7,3% (nel quarto trimestre del 2009)

Sulla contrazione del PIL tedesco, gran brutte previsioni – avrebbero dovuto restare ancora per un po’ riservate ma che, anche qui, non lo restano – che, dal calo previsto e sopra indicato del 2,3% a fine 2009, arrivano adesso al doppio, o quasi, al 4-4,5% secondo fonti del ministero delle Finanze e, addirittura, al -6, -7% secondo la Commerzbank (previsioni di lunedì 23 marzo)[171]

Dietro tutte queste cifre, c’ è una realtà economico-finanziaria ancora abbastanza diversa da quella del resto d’Europa e che il governo vuole, vorrebbe, continuare a difendere anche tenendo lontana la commistione con gli altri. Ma non si può: lo ha spiegato bene il vicecancelliere Steinbrück, che la Germania non può permettersi, per non rischiare di essere trascinata sul fondo dal risucchio di altri che nell’Unione europea già sono e che eventualmente affogassero – ad esempio, dell’Ungheria, della Grecia… e cita (dietro le quinte, poi) solo questi paesi perché non osa citarne altri – e, quindi, di lasciarli affogare.

Alla Banca centrale, alla Bundesbank, alla Commissione europea viene quasi un colpo apoplettico a sentire di queste eresie: buttare a mare così, anche se per evitare un pericolosissimo “effetto domino” per l’Unione stessa, i sacri princìpi e specificamente quelli dell’Art.103 del Trattato di Nizza attualmente vigente (il principio di non salvataggio finanziario, o non-bailout) . Ma nessuno, nell’eurozona, potrebbe rischiare di veder sgretolare così la roccaforte dell’euro, ha spiegato Peer Steinbrück, “senza reagire decisamente”. E’ puramente e semplicemente una “questione di teoria, da una parte, e di pratica, poi, dall’altra[172].  

Queste ormai evidenti spaccature dentro la coalizione di governo portano ora Guido Westerwelle, il presidente del partito liberal-democratico all’opposizione a chiedere l’anticipazione delle elezioni politiche di settembre a giugno, in coincidenza col voto delle europee. Non possiamo rischiare, sostiene, trovando eco nell’opinione pubblica su questo punto, una paralisi decisionale nel governo in mezzo a questa crisi economica. Richiesta respinta subito, però, sia dai cristiano-democratici che dai social-democratici della coalizione[173].

Naturalmente anche in Germania sono fallite parecchie banche, o sono state appena riprese per il colletto con fondi pubblici, per esempio la Commerzbank e la Hypo. In effetti, come in molti altri paesi europei, le banche tedesche sono più esposte di quanto vorrebbero— e, come le altre, per colpa loro, avendo acquistato per merce buona troppa immondizia.

Ma, al contrario di tante banche britanniche, irlandesi e spagnole, quelle tedesche non sono andte affondando prima nel boom della bolla edilizia e poi nel risultato del suo sgonfiamento, né si sono lasciate coinvolgere in massa, come molte consorelle austriache, svedesi e italiane nella febbre dei facili profitti, della crescita facile perché partiva da poco e del superfacile sfruttamento della manodopera – tutto era stato smantellato del vecchio stato sociale, del poco ma garantito a tutti, e nulla lo aveva rimpiazzato – che le aveva allettate ad esporsi nei paesi di quella che definivano l’Europa “emergente”.

Anche il mercato ipotecario tedesco, in questo anche più rigoroso (più tirchio) di quello nostrano, è stato sempre attento a non fare il passo più lungo della gamba. Ma, al contrario che da noi, la proprietà della casa qui nel 2007 era alla percentuale più bassa d’Europa: il 42% nell’ex Repubblica federale e il 35 nella Germania che era dell’Est, solo il 12% a Berlino (negli USA, all’inizio del 2008 eravamo al 68%; in Italia a fine 2006, al 73,3%[174]): qui l’acquisto di una casa non è considerato come un investimento finanziario, al contrario che da noi o negli USA.

Come da noi, e più che da noi, il deposito minimo su un mutuo non era mai stato, prima del crack, a zero, né al massimo al 5-8%. Qui, per di più, prima di ottenerlo, un mutuo, l’uso è quello di fare depositi per molto tempo in depositi fruttiferi ma vincolati allo scopo presso la banca cui il mutuo viene richiesto per “provare” la propria affidabilità.    

Il tema è sul tappeto: la manica larga americana era, è, preferibile – economicamente? finanziariamente?socialmente? – alla dura condizionalità imposta a chi vuol comprarsi casa in Germania e, in misura qualche poco minore, anche in Italia? La Germania ci aveva brevemente provato al’inizio degli anni ’90 a incoraggiare la domanda di case con una politica generosa del credito,aiutata da larghi incentivi fiscali e tesa deliberatamente a riavvicinare anche economicamente le due metà del paese. Il risultato fu un grande boom edilizio ma anche un flop creditizio pesante che coinvolse (1998) per prima, e praticamente portò al fallimento, la banca più “generosa”: quella di proprietà, allora, della DGB, la Confederazione nazionale dei sindacati[175].

Però, adesso, la risposta al perché la Germania di Merkel è diventata quasi all’improvviso meno aperta e disponibile a lavorare con gli altri, comincia a farsi più chiara: (comincia… bè, c’è chi dice che in realtà è sempre stato così: che era l’europeismo convinto ad essere solo scena…): semplicemente Berlino non si fida granché e teme il contagio del debito eccessivo degli altri.

Il problema vero è che la Germania è al cuore di ogni possibile risposta europea, ma il suo cuore non sta dietro (almeno, non ancora) a nessuna delle possibili risposte europee alla crisi finanziaria ed economica globale[176]. La Germania teme di buttar via denaro buono dietro quello che ha già speso, inutilmente come le sembra. Il suo atteggiamento è quello di chi dice “vediamo come va a finire coi soldi già sborsati”. Che sono sui 50 miliardi di €, ma senza che se ne siano ancora visti concreti effetti positivi sulla vita dei cittadini.

C’è la memoria storica, sullo sfondo, della crisi economica che con l’iperinflazione che, a cavallo degli anni ’20 del secolo scorso, spazzò via la democrazia e aprì le porte al nazismo e una certa nostalgia della stabilità senza avventure che dagli anni ’50 in poi ha caratterizzato in questo paese una politica fiscale responsabile e davvero bipartisan. Le pressioni americane sull’Europa perché si mettesse a spendere, ora, rimpiazzando così la domanda persa per il declino dell’import statunitense hanno portato la Merkel a paventare secondo ancestrale DNA tedesco che un debito più alto avrebbe finito con l’essere a lungo una palla al piede dell’economia del continente.

E avrebbe anche scoraggiato i paesi più cicala dell’Unione – l’Italia, la Spagna, la Grecia: nella valutazione diffusa in Germania – dal mettere in atto le “riforme di struttura” di cui – dicono sempre i tedeschi – hanno ancora bisogno per far fronte alla competizione globale (solo che, parlare ormai di competizione globale e di globalizzazione, da molti punti di vista sembra perfino patetico: ancor più che cercare, in questo clima, di resuscitare le riforme di struttura, forse).

L’economia qui, secondo il governo stesso, si contrarrà nell’anno del 2,25%, e probabilmente anche di più. Ma l’occupazione tiene – con gli ordinativi accumulati e ora in esecuzione e una certa recente flessibilizzazione della legislazione del lavoro – anche se la domanda, comunque, cala e se stanno calando verticalmente gli ordini in arrivo.

Ma il fatto è che, se qui si fa sentire e si aggraverà, verosimilmente, la crisi economica – e che dopo le elezioni di settembre arriverà un altro pacchetto di stimolo – Francoforte sembra essere stata solo sfiorata nei titoli guida dalla crisi finanziaria, lontano di sicuro dalla misura in cui ha toccato piazze finanziarie più spregiudicate come Wall Street e la City; e il fatto è che, qui, non c’è certamente crisi del mercato edilizio.

Questa posizione è pungolata da sinistra, dai social-democratici più convinti della posizione inglese, francese e – in teoria: a parole più che a fatti – anche italiana che è convinta di dover spendere di più. Ma “spostarsi”, per Merkel, sarebbe pericoloso: sono più rigidi dei suoi i liberal-democratici  che spera di co-optare al posto dei primi nel suo governo post-elezioni e, anche, i cristiano-sociali di Baviera.

E, adesso, si è incontrata separatamente con Sarkozy e Brown (non con Berlusconi: irrilevante?) per cercare di frenarne le tentazioni a dar retta a Obama e a prestarsi al salvataggio finanziario globale e anche solo a quello europeo. E di mettere insieme una posizione comune da presentare nei prossimi incontri europei e al G-20 di Londra di inizio aprile. Ma il che fare, alla fine, le sfugge di mano soprattutto perché non ha la forza di definirlo con precisione, piegato com’è al peso di mercati in fibrillazione e degli americani che meglio di altri sembrano aver capito – forse perché l’hanno messa in moto in larga parte essi stessi – la dimensione reale, globale, epocale o quasi, di questa crisi.

Ora nella preparazione di questo G-20 si cominciano a delineare le posizioni che, ancora una volta però, sembrano portare tutti ad affrontare il problema separatamente. E, con ciò, a non risolverlo. Obama, che è fieramente criticato tra i suoi per non aver fatto il massimo subito, oggi, moltiplicando per tre lo sforzo già dispiegato, chiede agli altri paesi – specie Cina, Europa e Giappone – di fare anch’essi uno sforzo grosso. Il Giappone sembra – sembra – dirsi (ma senza far cifre) d’accordo. Non convince granché. Ma l’Europa non ci vuole proprio sentire.

In America spiegano e commentano[177]: “l’economia mondiale affonda in quella che probabilmente si rivelerà come la peggiore recessione dal 1930. Pure, i decisori politici in Europa e in Giappone sembrano credere di avere cose più importanti da fare che cercare di portare il mondo fuori dal baratro: il mondo, inclusi se stessi. Quando Lawrence Summers, il consigliere capo economico del presidente Obama, di recente è andato a raccomandare a questi paesi di aumentare la loro spesa pubblica per rilanciare la domanda globale, Jean-Claude Juncker, ministro delle Finanze lussemburghese che rappresentava l’Unione europea ha risposto che in Europa quella ricetta  ‘non piaceva’ ”. Come se fosse una questione di gusti… ha raccontato Summers al presidente.

Brown stavolta sembra schierato per un apertura di spesa cui i suoi importanti colleghi europei – anche Sarkozy, adesso, convertito da Merkel – resistono e del resto, tra tutti, lui ha già lanciato un forte programma di salvataggio delle banche e di spinta all’economia reale in Gran Bretagna.

Comunque, è chiaro che al G-20 Obama si presenterà con due obiettivi precisi: assicurare un’azione “concertata in tutto il mondo per dare un nuovo start all’economia” con una spesa più forte un po’ dappertutto dove sia appena possibile e “stringere le viti di una riforma regolatoria della finanza mondiale[178].

Gli obiettivi, almeno al momento, degli europei non sono come sempre, e come abbiamo visto, condivisi e sarà interessante vedere che posizione alla fine prenderà Berlusconi, quando si tratterà di mettere quattrini e non solo ciarle sul tavolo e con date precise— se mai ci si arriverà, certo, a concludere in questo senso. Più propensi saranno sul secondo obiettivo di Obama, la ri-regolamentazione del mercato finanziario, Sarkozy e Merkel, mentre sul punto Brown, almeno fino a tempi assai recenti, mostrava di sentire i forti richiami della foresta neo-liberista.

Ma, in generale, c’è da vedere che efficacia avrà mai (poca o forse nessuna, diciamo noi, scommettendo quasi sul sicuro) senza che sia stata trovata la volontà politica e lo strumento tecnico nuovo (non certo gli sputtanati FMI e Banca mondiale che, infatti, nessuno ha nominato) per una regolazione realmente globale la promessa di concertare, coordinare, regolare i mercati finanziari e il loro operare visto e considerato che così, a bocce ferme, continuerà a spettare a ogni singolo governo l’onere, poi, di dar vita e vigore e efficacia – in proprio e senza doverne rendere conto a nessun altro – delle misure che saranno decise a inizio aprile a Londra.

Certo, nelle intenzioni dichiarate – e anche nei documenti segreti ma già noti[179] al momento di scrivere questa Nota – gli impegni sembrano suonare bene. Gli Stati sembrano – sembrano: bisognerà poi vedere i dettagli nei quali, come al solito, si nasconde il diavolo, sempre – decisi a regolamentare la finanza mettendola sotto stretta sorveglianza sostanzialmente sulla linea delle 24 proposte avanzate dal Gruppo di lavoro.

Un quadro di riforme come questo costituisce quasi una rivoluzione. Non una rivoluzione completa: non si tratta, ad esempio, di restaurare la Legge Glass-Steagall, che in America aveva decretato di ergere una paratia stagna tra banche commerciali e banche d’affari al tempo della Grande Depressione [nel 1933 e la cui cancellazione, decisa dal Congresso su spinta del senatore repubblicano Phil Gramm, largamente e doviziosamente convinto dall’industria finanziaria e firmata il 12.11.1999 da Clinton su spinta, e certo anche qui finanziamento cospicuo, di Rubin e Greenspan] ormai tutti riconoscono all’origine della crisi bancaria.

   Si tratta, però, di obblighi nuovi che – se fatti applicare – modificheranno profondamente la faccia del mondo della finanza. Le banche costrette a mettere da parte maggiori riserve, farebbero meno profitti. E non potranno semplicemente affidarsi alla divina provvidenza. Stessa cosa per quel che riguarda l’obbligo che sarà loro imposto di detenere in ogni momento un minimo di liquidità.

   Non sarà affatto semplice continuare a procurarsi denaro a poco prezzo e a corto termine mettendolo semplicemente in cassaforte in titoli non liquidi a lungo termine. I profitti saranno anche decurtati da una serie di misure che reprimeranno il rischio eccessivo— in tempo almeno di vacche grasse.

   Con una profittabilità al ribasso, la finanza non sarà più l’idrovora in grado di risucchiare talenti da tutto il mondo. Aggiungete anche questo alle restrizioni che puntano ad allineare i compensi ai risultati a lungo termine e Wall Street e la City non saranno più una scorciatoia così facile per diventare ricchi rapidamente…. E ciò sarà sicuramente utile.

   Tutto considerato, il nuovo pacchetto regolatorio renderà probabilmente il mondo finanziario del dopo-crisi un luogo più sicuro ma anche meno eccitante. Dopo l’altalena degli anni recenti non è affatto male[180].   

Ma ormai, in America, c’è chi come il prof. Krugman dispera degli europei (ed è andato anche a dirlo nella tana del lupo, meglio di quel coniglietto zigante che è la Commissione, a Bruxelles): “e non per colpa del loro welfare state pesante che, anzi, per loro è un fattore mitigante di un certo rilievo della crisi…Il pericolo proprio adesso chiaro e pressante per l’Europa viene da una direzione totalmente diversa— il fallimento del continente a trovare una risposta efficace alla crisi finanziaria[181]. Non spetta a Krugman – che, infatti, neanche ci pensa – dirci il perché sia così (perché è svincola e sparpagliata l’Europa, in quanto non c’è proprio l’Europa…). Ma la diagnosi nuda e cruda (fallimento…, inesistenza…, inefficacia…) è assolutamente precisa. 

Emerge, dopo i pre-incontri bi- e tri-laterali tra i grandi dell’occidente, in area globale e in zona europea a livello di ministri competenti, che al G-20 sarà presa “ogni misura necessaria” per tamponare e risolvere la crisi. Però – e tutti insieme questi 20 paesi rappresentano l’85% dell’economia del globo – non avanzano nessun’idea di approccio coordinato[182]: dimensioni, tempi, modalità, ecc.

Gli Stati Uniti hanno provato a proporre uno stimolo, appunto, “coordinato” del 2% del PIL di ogni partecipante ma, pare, sia stato un errore “tattico”: la risposta uniforme degli europei sembra sia stata che, con le loro ben più robuste e capillari reti di sicurezza sociale, essi riescono a stabilizzare automaticamente le loro economie in modo che agli USA è possibile, invece, solo con stimoli di bilancio.

Che, naturalmente, è anche vero. Ma è irrilevante, perché non si tratta di stabilizzare nessuna economia, coprendo i casi più disgraziati. Qui si tratta di rilanciarle tutte insieme, nell’unico modo possibile, le economie di tutti. E paesi chiave come Francia e Germania restano esplicitamente restii, invece, a qualsiasi aumento del proprio debito per rilanciare l’economia. E, per sottolinearlo, sono gli unici a tenere, alla fine della riunione dei ministri delle Finanze del G-20, una conferenza stampa congiunta, a due soltanto…

E neanche si è tentato di ripiegare su un ulteriore allentamento, concordato, delle politiche monetarie: ma c’è il tabù dell’indipendenza presunta delle Banche centrali a impedirlo— in realtà finta, come si sa: i Direttori delle Banche centrali sono nominati dai governi, tutti… Né si è portato avanti seriamente il tentativo di mettere in agenda un Fondo di stabilizzazione per le economie più deboli dell’Europa— gli europei si erano già dichiarati contrari per bocca di Germania e Francia e non è cosa scavalcare le sovranità nazionali, per quanto fittizie, degli Stati-nazione. Che, nei fatti, rimangono le uniche entità capaci a livello internazionale di esprimere una qualsiasi decisione cogente…   

Gli impegni, formalmente, ci sono. L’onere di aiutare i paesi in via di sviluppo c’è, ribadito, come quello ad evitare il collasso delle economie dell’Europa dell’est, come l’impegno a ri-regolare i mercati e a “convincere” le banche a riaprire i flussi del credito. Ma si tratta di promesse vaghissime, non cifrate, non impegnative e senza scadenza alcuna… Toccherà a Obama, adesso, e agli altri capi di governo e di Stato dei G-20 convincere i mercati che si sta facendo sul serio. E, con certe premesse, non sarà facile…  

Intanto, quelli che lasciati fuori da tutti questi preparativi si troverebbero a partecipare al G-20 di Londra andando in ordine sparso, cominciano a darsi da fare. Brasile, Russia, India e Cina – i nuovi giganti dell’economia mondiale, che non sono nel G-8 solo perché chi non ha più titolo per esserci da tempo (dimensione dei rispettivi PIL a parità di potere d’acquisto messi a confronto) non vuole andarsene: come Canada, Italia e Gran Bretagna, per dire – visto che nessuno li convocava si sono autoconvocati[183] e hanno riunito i loro ministri delle Finanze e relativi banchieri centrali.

Temi di discussione: quello voluto per primo dal Brasile che chiede una maggiore regolazione dei flussi di capitale finanziario che la crisi sta squilibrando ancora di più, penalizzando gli scambi internazionali; e una riforma che riequilibri poteri ed oneri nel Fondo Monetario Internazionale e nel Forum di Stabilità Finanziaria, attualmente presieduto dal governatore della Banca d’Italia.

Bisogna dirlo adesso, chiaramente: se dal G-20 dei primi di aprile non esce, per bocca dei capi di Stato e di governo, qualcosa di meglio e di più, resta aperto – e si trascinerà molto più a lungo – il problema di una crescita in calo e di una ripresa faticosamente anemica.

Cosa dovrebbero fare, invece, cosa dovrebbero decidere lì?

• Anzitutto un rilancio coordinato di politiche monetarie al ribasso, o anche di liquidità più diffusa nelle nuove forme che i banchieri centrali sanno inventare quando e se vogliono (le “facilitazioni quantitative”, ad esempio).

• Poi, c’è bisogno che l’Europa rischi – perché è il rischio minore che corre – la  creazione di un Fondo di stabilizzazione – qui si potrebbe bastare, se tempestiva e in questa fase, la stabilizzazione – per le economie più fragili dell’eurozona: in nome dell’interesse dell’eurozona stessa (il massimo, su cui si sbilancia il vertice dei suoi capi di governo del 20 marzo, è un raddoppio da 25 a 50 miliardi di € dello stanziamento per le bilance dei pagamenti dei paesi membri dell’Est europeo in difficoltà: diciamo Ungheria, Romania, Stati baltici[184]. E’ stata la risposta a Ferenc Gyurcsany, il primo ministro ungherese, e alla sua richiesta di 180 miliardi di €, “almeno”…).

• E, infine, ma non necessariamente in ordine di importanza, è indispensabile ripulire le banche dai loro depositi tossici e ricapitalizzarle, specie le banche americane. Però, qui, bisogna tenere ben presente che concentrare, come suggerisce il piano Geithner, questa “ripulitura” solo sulle grandi banche, Citigroup e altre, visto che i titoli spazzatura sono diffusi un po’ dappertutto, significa puntellando i loro assets tossici – ma solo i loro non quelli delle banche minori – premiare i grandi, aiutarli, proteggerli… cioè in pratica, garantisce l’insolvenza di molti istituti di dimensioni più piccole.

Per dirla con un economista acuto oltre che ricco di humor  – che non fa mai male – “non è più il tempo di risistemare le sedie sul ponte del Titanic”, né di continuare ad ascoltare l’orchestrina di bordo, si chiami pur essa G-20: “bisogna buttare in acqua, adesso, le scialuppe di salvataggio[185].

A latere, poi, magari in una piega del loro tempo centellinato e prezioso ma non certo della loro attenzione se fossero consci di quel che si va preparando, questi Grandi del mondo dovrebbero prestare orecchio al messaggio che, una volta tanto con qualche credibilità, viene lanciato loro dalla Banca mondiale: tanto più quanto più sorda in passato questa istituzione si era dimostrata verso i bisogni del mondo dei poveri e dei poveri del mondo.

Dice adesso Ngozi Okonjo-Iweala[186], direttore esecutivo della Banca, che i G-20 dovrebbero usare il vertice per aiutare a proteggere dai peggiori effetti della crisi finanziaria il mondo in via di sviluppo. Che non sarà granché come economia complessiva, ma è molto nella demografia complessiva del pianeta…

Non si tratta di un appello alla bontà del loro animo – spiega – ma è nel loro stesso interesse come in quello di tutti prevenire “l’impatto terribile che la crisi può avere sui paesi a reddito basso. Altrimenti, e senza per questo voler diffondere allarmismo, disordini sociali e crisi politica diffusa potrebbero essere il risultato”. Con ripercussioni anche, e come, sui paesi più ricchi.

Da parte loro anche le organizzazioni sindacali – coordinate a livello mondiale, Nord e Sud del pianeta, dalla CIS (la Confederazione internazionale dei sindacati) – hanno detto la loro e indicato un piano, assai articolato, di proposte che chiede, in cinque punti specifici che di fatto sintetizzano un’agenda:

“• un piano coordinato per la ripresa internazionale e una crescita sostenibile in grado di creare posti di lavoro e garantire investimenti pubblici;

la nazionalizzazione delle banche insolventi e nuove regolamentazioni finanziarie;

un’azione decisa per combattere il rischio di deflazione salariale e rovesciare decenni di crescente sperequazione antiugualitaria;

un’azione di lunga portata sul cambiamento climatico;

un nuovo quadro di legalità internazionale in grado di regolare l’economia globale insieme alla riforma degli istituti finanziari ed economici di portata globale (il FMI, la Banca mondiale, l’OCSE, l’OMC)[187].

E’ un documento che vale la pena di studiare e sul quale riflettere. Tra parentesi, la terminologia di “riforma degli istituti finanziari”, nei fatti porta il movimento sindacale a schierarsi apertamente con quei paesi come Cina, Brasile, India, Russia che chiedono di ricalibrare il peso delle loro voci all’interno del Fondo monetario prima di consentire a rimpinguarne le casse per poter prestare soldi ai paesi che ne hanno bisogno nella crisi. Loro vogliono subito la riforma, Obama promette anche lui una revisione delle quote e delle regole di gestione del Fondo.

Ma non ora. Ora vuole soldi secondo le vecchie regole e ancor prima del G-20, sul punto, avrebbe ottenuto il sì scontato di Europa e Giappone: 100 miliardi di $ a testa, si dice. Ma la sua, di riforma, così come le promesse di europei e giapponesi di versare subito i quattrini, sono solo un “impegno” tra i tanti. Che i nuovi “grandi” vogliono vedere onorato prima di impegnarsi anche loro[188]...

Il punto è che lo scenario francamente oggi, alla vigilia del vertice che in un giorno dovrebbe sistemare i guai dell’economia-mondo sui bordi del Tamigi, sembra quello delineato – dichiarando di farlo facendo le corna – in un editoriale del 26 marzo del NYT[189]

Considerate la possibilità: che l’Europa respinga l’appello americano per uno stimolo fiscale [dei bilanci tutti, cioè] – di maggiore portata e resista all’idea di allentare ancora la stretta monetaria [magari nascondendosi dietro la foglia di fico dell’indipendenza della Banca centrale europea]; e che il Congresso americano renda [a questo punto ] più dure le restrizioni alle importazioni per garantirsi che il pacchetto di stimolo economico USA crei lavoro solo a casa nostra e non sgoccioli via ad aiutare altri paesi [importando da loro prodotti che produciamo, magari un po’ più cari, anche noi]. 

   I paesi ricchi, che hanno già speso centinaia di miliardi di dollari nel salvataggio delle proprie banche, impartiscono loro istruzioni perché focalizzino il loro credito in casa. Tagliando fuori dal finanziamento internazionale i paesi in via di sviluppo. Molti dei quali svalutano. Molti dei quali dichiarano il default [che, proprio materialmente, non sono più in grado di onorare i propri debiti]. E, tentando di uscirne esportando, si impegnano in una serie di svalutazioni competitive— scontrandosi, però, con nuove barriere protezionistiche erette dall’occidente.

   Sarebbe un errore scartare questo scenario. [Tutti] sanno… naturalmente che mutamenti di questo tipo renderebbero peggiore l’attuale emergenza globale. Ma il protezionismo fiorisce nei momenti di crisi con la ricerca di capri espiatori su cui tutti cercano di scaricare all’estero i propri guai e chiedono ai propri governi di proteggere il loro lavoro… A Washington, al vertice dei G-20 del novembre scorso, avevano sottoscritto tutti ‘l’importanza critica di respingere il protezionismo’.

  Una ricerca delle Banca mondiale ha scoperto che 17 di quei 20 paesi da allora a oggi hanno imposto qualche tipo di nuova misura protezionistica— dalle tariffe alle importazioni ai rimborsi fiscali e ai sussidi alle esportazioni. 

   Per questo, adesso, è essenziale non solo che al vertice di Londra sia ribadito da tutti l’impegno ad abbandonare questa strada ma anche che esso venga riempito di contenuti, di azioni concertate e calendarizzate. Il mondo ha bisogno di un accordo che ci obblighi tutti alla ricerca di soluzioni collettive”.

Siamo d’accordo. Non sembra uno scenario da scartare… e, se volete, aggiungiamo, purtroppo.

D’altra parte c’è chi – e non si tratta di teste calde o di aspiranti rivoluzionari[190] – prevede che se la crisi non trova presto un tamponamento efficace ci saranno dovunque, violente “esplosioni sociali”: in Europa, in Giappone e in America. La crisi sta entrando in una fase di “disarticolazione geopolitica mondiale” che, nei paesi maggiormente colpiti, a partire dai più poveri ma – con  manifestazioni sempre più esplicite – su su fino ai più ricchi, si tradurrà in un “si salvi chi può a spese di tutti contro tutti” gli altri e, anche, in veri e propri episodi di semi-guerra civile…

Dove le zone più pericolose sono quelle dove latitano maggiormente i sistemi di protezione sociale: Stati Uniti e America latina, le zone del mondo in cui circolano tra l’altro più liberamente, a livello capillarmente diffuso, le armi da fuoco: “20 milioni in circolazione solo negli USA”, ricordano.

Sembrerebbero profezie di sventura, tanto forzate da suonare francamente poco attendibili… Ma è difficile riuscire a scordare che, già a febbraio 2006, l’Associazione cui dà vita questo movimento, LEAP/Europa 2020 (Laboratorio europeo di anticipazioni politiche) di cui stiamo parlando, descriveva l’arrivo di una “crisi sistemica mondiale” innescata da un’infezione finanziaria globale legata a un super- indebitamento americano, seguita dalla liquefazione borsistica, in particolare in Asia ma soprattutto negli USA (perdite dal 20 al 50% in un anno), con lo scoppio delle bolle immobiliari che colpirà allora, o subito prima, Stati Uniti, Regno Unito, Spagna… Risultato: una grande depressione negli USA, una forte recessione in Europa.

Insomma, non erano proprio ipotesi campate in aria, no? L’ultima occasione, dicono sempre i componenti di questo gruppo di studio (le Monde spiega che sono tutti politicamente indipendenti ma tutti provenienti da ambienti politici, economici, delle associazioni sociali e delle professioni di diversi settori in Europa)[191].

Ci sono poi voci importanti, non catastrofiche, più accademicamente accreditate e quanto mai serie ad aggiungere alcune considerazioni importanti alle ricette profuse da tanti ormai sulla crisi— come quella di Robert Reich, ad esempio, che uscì nel 1997 da sinistra dal governo Clinton di cui era stato il ministro del Lavoro nel primo mandato e che aveva visto troppo pronto a rinunciare agli  slanci e alle speranze che aveva alimentato di trasformare la società americana per acquetarsi a gestirla così com’era, sull’onda del liberismo trionfante.

Scrive Reich[192], che non è entrato nel governo di Obama ma lo fiancheggia e adesso insegna economia all’università della California a Berkeley, che al fondo e in realtà “questa recessione economica mondiale è la manifestazione di problemi più profondamente strutturali delle nostre economie”. Con l’ipermodernizzazione globalizzata delle loro economie, “i paesi cosiddetti postindustriali hanno visto il declino medio dei loro redditi e uno scarto crescente tra ricchi e poveri”.

La domanda di consumi è diventata “insufficiente a mantenere il passo della piena produzione ed altri problemi strutturali (inclusi cambiamento climatico, dipendenza dell’occidente dal petrolio e dal capitale straniero) stanno anch’essi crescendo. Ecco perché, se vogliamo mettere le nostre economie sul percorso di una crescita sostenibile, abbiamo bisogno di una linea coerente e complessiva in grado di dare priorità, secondo un ordine di cose del tipo elencato di seguito”.

E Reich specifica bene i dettagli per tutte le singole voci di cui possiamo riportare qui quasi soltanto il titolo. Non abbiamo, ora, lo spazio per seguirlo (se non in maniera brutalmente sintetizzata) ma ne raccomandiamo una lettura attenta a chi è interessato e, soprattutto, a chi di dovere. Serve la combinazione di fattori che abbiano la capacità di incidere strutturalmente, appunto: serve

1.uno stimolo alle politiche di bilancio che vada oltre il ciclo economico attuale”: un primo passo di un percorso proprio da riaggiustare e non uno sprint dopo il quale si ricomincia come prima;

2.investire in beni collettivi”: fonti di energia rinnovabili che il mercato non ha incentivi a cercare; sanità; educazione permanente; formazione e riqualificazione professionale; sistema di trasporto collettivo, ecc.;

3. non fare della riduzione del debito pubblico una priorità”: perché esso serve a rimettere la gente al lavoro e a creare lavoro, perché il debito pubblico non può più passare davanti al terrificante debito sociale della disoccupazione profonda (si capisce bene che non lo avverta la destra…, ma l’indifferenza al tema della sinistra? pura e semplice omologazione? in America, come da noi, in Europa e in Italia?), perché serve anche a finanziare ricerca e sviluppo e nuovi prodotti, soprattutto diversi (più ecocompatibili, diciamo), per il mercato: cioè, per un mercato diverso ma niente affatto necessariamente più “povero”;

4.aumentare le imposte marginali sulle aliquote dei cittadini più ricchi”: quelli che hanno visto aumentare i propri redditi nel periodo del mercatismo trionfante e selvaggio;

5.cogliere il vantaggio offerto dal rallentamento economico”: oggi tutti vedono, in buona sostanza, come e perché è necessario agire.

FRANCIA

La recessione assume un impatto inedito in questo paese. La nota congiunturale dell’INSEE[193], Istituto nazionale di statistica, fornisce cifre allarmanti: il -0,9% di PIL del 1993 ed il -1% del 1975 sarebbero stavolta letteralmente sfondati, come di gran lunga sarebbe sforato il record di lunghezza di quelle due recessioni.

Nel giro di tre mesi era prevista una contrazione del PIL dello 0,4% nel primo trimestre e dello 0,1 nel secondo del 2009. Oggi, siamo rispettivamente a due “prudenziali” (cioè, al minimo) -1,5 e -0,6% (riduzione delle scorte da parte delle imprese e calo degli investimenti, fattori pirincipali). A metà anno la crescita sarà nettamente negativa (-2,9%) e, per limitare la recessione del 2010, al -1,5% dell’attuale previsione ufficiale, la crescita del terzo e quarto trimestre del 2009 dovrebbe attestarsi al +1,9%. Semplicemente impensabile.

In sei mesi sono scomparsi 330.000 posti di lavoro. E l’INSEE prevede, nel primo semestre, di quest’anno una spettacolare rimonta della disoccupazione, altri 387.000 posti cancellati nei settori commerciali che solo l’aumento di occupazione in quelli non mercantili consentirà di ridurre a 330.000. Ci saranno, tenuto conto anche dell’impiego pubblico, 281.000 disoccupati in più, col tasso di disoccupazione in sei mesi che salirà di un punto percentuale, all’8,8% (coi Territori oltremare, al 9,2).

E, per la prima volta, dal 2004, sono 47.000 i senza lavoro che nel corso dell’ultimo anno avrebbero rinunciato, a causa della crisi, anche a cercare un lavoro. Naturalmente, il tasso di senza lavoro tra i giovani progredisce a ritmi assai più accelerati che tra gli adulti.

Il deficit pubblico del 2009 è, al momento, fissato al 5,5% del PIL. Ma, col denominatore (come si dice), il PIL, che peggiora è probabile che per la prima volta dal 1993 il deficit/PIL superi il 6%. In euro verranno toccati e superati i 114 miliardi.

Unica nota non negativa (ma c’è anche chi parla di uno spunto di deflazione in arrivo…) è la tenuta del potere d’acquisto con un’inflazione che cala e le prestazioni sociali in aumento.   

La produzione industriale a gennaio va giù di un pesante 3,1% sul mese prima, attestandosi al 13,8% di meno su un anno prima[194]. E la fiducia delle imprese, secondo l’INSEE, tocca a marzo il livello più basso dal 1962[195].

François Fillon, il primo ministro, anticipando i dati ufficiali dell’INSEE, aveva già annunciato a inizio mese che il bilancio sarà in deficit per più del 5% del PIL nel 2009, mentre l’economica dovrebbe contrarsi tra l’1 e l’1,5%. “Tutto il 2009 sarà crisi piena”, dice[196].

In una seconda giornata nazionale di mobilitazione (non di sciopero generale, si badi: non sarebbe stata una mobilitazione tanto unitaria e forte… ancora; e per questo non sono state avanzate rivendicazioni cifrate in comune, limitandosi la parola d’ordine unitaria a reclamare “una svolta di direzione” nella gestione del’economia) contro le politiche economiche del governo, milioni di lavoratori sono scesi per le strade di Francia il 19 marzo su invito dei sindacati[197].

Come si sa, qui, numericamente e organizzativamente i sindacati confederali qui sono troppi e tutti deboli (CGT, CFDT, FO, CFTC, CFE-CGC, UNSA, FSU, Solidaires): ma capaci di dar vita a grandissime mobilitazioni di massa con forte presa sull’opinione pubblica, anche moderata. Con Sarkozy offeso e silente – per lesa maestà, quasi – il primo ministro che gli fa da parafulmine giura che il governo non farà “più” concessioni[198], puntando al successo delle misure (modeste) già annunciate al vertice sociale del 18 febbraio.

Probabilmente si illude, considerato anche il fatto politicamente nuovo, e non previsto di certo dal governo, di questo 19 marzo: che molto più del 29 gennaio c’erano stavolta in massa moltissimi dipendenti privati, non soprattutto di dipendenti pubblici il cui statuto li protegge da licenziamenti di rappresaglia molto più di chi è a padrone.

Nel corso delle manifestazioni ci sono stati anche episodi isolati ma crescenti di esasperazione personalizzata contro alcuni “padroni delle ferriere” vecchio stampo da parte di dipendenti licenziati o che hanno visto svanire i fondi messi da parte dalle aziende per le loro pensioni o la malattia. E questo è un fatto nuovo che desta qualche preoccupazione[199].

Adesso, il 30 marzo i sindacati cercheranno di compattare una posizione più forte, precisa e unitaria e, magari, punteranno – sarebbe la prima volta nella storia del movimento sindacale di questo paese – a una manifestazione unitaria il 1° maggio. Fosse così, sarebbe un altro miracolo del governo di destra. Il tipo di miracoli che, non solo in Francia, riescono – quando riescono – solo ai governi di destra…  

Il presidente Sarkozy ha confermato quello che aveva annunciato e lasciato a bagnomaria, a “maturare” ormai da mesi, che la Francia sta per tornare nel comando militare integrato della NATO, 43 anni dopo che  Charles de Gaulle l’aveva fatta uscire perché nella NATO la strategia di impiego, reale o presunto (aspettativa, minaccia…), della force de frappe—la forza d’urto  nucleare francese sarebbe stata soggetta alla strategia globale e alle decisioni americane.

Una questione, aveva detto, di sovranità nazionale. Alla cui rinuncia s’era subito, invece, piegato in materia l’altro grande alleato europeo nucleare degli USA, il Regno Unita: una sovranità questa, forse anzi senza forse infelice ma meno aulica e più palpabile, di sicuro, di quella nazionale genericamente intesa e ormai davvero obsoleta.

Ora il voto del parlamento (scontato) ratificando[200] la decisione di Sarkozy ha preso atto della sua assicurazione, sulla propria “autorità personale”, che la decisione non comprometterà in alcun modo l’indipendenza strategica della Francia (ed è una fandonia palese) ma “la rafforzerà e la renderà più influente” (che è tesi francamente per lo meno da dimostrare). Un sondaggio dice, comunque, che il 52% dei francesi è d’accordo[201].     

GRAN BRETAGNA

L’Ufficio nazionale di statistica (ONS) ha diffuso i dati rivisti (e ancora neanche definitivi) del quarto trimestre del 2008: il PIL ha subito una contrazione anche peggiore di quanto fosse stato annunciato, dell’1,6%, non dell’1,5, sul terzo trimestre e del 2%, non dell’1,9%, sul quarto del 2007[202].

La crescita della disoccupazione – da 1.970.000 a 2.030.000 iscritti nelle liste dei senza lavoro, il 6,5% negli ultimi tre mesi del 2008 e riconosciuti come tali perciò, perché sono così registrati, nel conteggio molto taccagno che è proprio delle statistiche ufficiali britanniche – non sembra, di per sé, neanche poi tanto quanto ad aumento – salvo, si capisce, per i senza lavoro in questione – ma la differenza politica è abissale. Nel DNA del vecchio partito laburista (non tanto del New Labour, certo) due milioni di senza lavoro erano una cifra che si raggiungeva solo sotto governi conservatori.

E, in effetti, solo in 27 dei quasi cent’anni ormai dalla prima guerra mondiale quella cifra è stata superata (per lo più gli anni ’30 e gli ’80) in uno soltanto, il 1930, erano al governo da soli i laburisti. E, adesso, succede di nuovo, 79 anni dopo… E’ uno shock storico e culturale, politico, che sta scavando profondamente nelle sicurezze ostentate dai neo-laburisti di Blair e che, dallo scoppio della crisi che con Blair lui stesso aveva tanto irresponsabilmente contribuito ad aizzare sciogliendo ogni laccio e lacciuolo ai mercati, spinge rapidamente (è Brown il più convinto ri-regolatore, adesso) a una riconversione profonda[203].

La produzione industriale a gennaio è crollata del 2,6% sul mese prima, il massimo da quasi vent’anni[204].

Improvviso balzo in avanti dell’inflazione a febbraio, di un punto percentuale pieno rispetto al tetto del 2% indicato come massimo dalla BoE, e arriva al 3,2% sull’anno prima, malgrado la recessione e i dati cattivi di produzione, occupazione e investimenti. Il governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, tra qualche ragionato sghignazzo, giura che presto andrà giù di nuovo. Ma non spiega perché, intanto, è andata su… e fa peraltro chiaramente capire che l’economia sta andando troppo male, ormai, perché i prezzi continuino a salire. Che, però, non è davvero una buona notizia[205]

La Banca di Inghilterra abbassa il tasso di sconto per la stessa percentuale (mezzo punto) e lo stesso giorno (il 5 marzo) della Banca centrale europea. E tale è l’allarme per lo stato comatoso dei fondamentali economici del paese che annuncia l’avvio di uno strumento nuovamente inventato, assai poco convenzionale che, tanto perché un nome fantasioso mancava, chiama “facilitazione quantitativa” e vuol dire, in pratica, che d’ora in poi la Banca è pronta a comprare direttamente, stampando  moneta ma pudicamente non chiamando col suo nome la cosa, sia alcuni assets privati sia buoni del Tesoro britannico per aumentare, così, la liquidità[206]

Al contempo, il governatore della BoE, Mervyn King, ammonisce pubblicamente – e chi se non il governo? – che il paese non si può permettere un altro round di stimolo di bilancio all’economia (il FMI prevede che il deficit/PIL della Gran Bretagna arriverà all’11% del PIL tra 2009 e 2010 nel corso di un anno[207]) nel quel che Gordon Brown si accinge ad andare a predicare al G-20, cioè) nel tentativo di evitare, lascia intendere, tre crisi che potrebbero anche sovrapporsi pericolosamente: quella fiscale, di bilancio; quella del’inflazione, che si riaffaccia; e lo scontro istituzionale fra volere del governo (per una politica fiscale espansiva) e volontà della Banca (più restrittiva) che potrebbe rimettere in questione l’indipendenza almeno nominale da questa acquisita rispetto a Downing Street.

Quasi a sottolineare il tempismo della sua osservazione, dopo pochissimi giorni fallisce per la prima volta da sette anni una nuova asta dei titoli di Stato[208].

Intanto, il Consiglio di amministrazione dell’istituto di assicurazioni più famoso, e sussiegoso, del mondo (non il maggiore: quello era la ormai famigerata A.I.G.), i Lloyds di Londra, ha tentato disperatamente di negoziare col Tesoro britannico un aiuto assai ingente ma che rimanesse nascosto il più possibile, in modo da non doversi arrendere pubblicamente all’umiliante e dura realtà.

Cioè al fatto che la conversione, necessaria per evitare il fallimento, di 4 miliardi di sterline di azioni di proprietà pubblica dallo status di preferenziali a quello di titoli ordinari, assicurando così la copertura altrimenti carente di 260 e più miliardi di sterline (360 di $) dei suoi assets maggiormente inguaiati con l’Asset Protection Scheme del governo di Sua Maestà, porti la quantità di titoli dei Lloyds in mano al governo fra il 60 e il 70% di una delle società private più “esclusive” e blasonate del mondo[209].

E’ finita così: gli investitori si sono ben guardati dal sottoscrivere l’offerta e così l’ha assorbita tutta il Tesoro cui, a nome dei contribuenti, passerà la proprietà del 75% dei Lloyds, dopo la disastrosa fusione che, su richiesta pressante del governo Brown, venne fatta assorbendo il gruppo bancario e assicurativo HBOS (Halifax Bank of Scotland) con la promessa personale di Brown che le autorità regolatorie avrebbero chiuso un occhio sulle leggi antitrust che avrebbero impedito la fusione delle due grandi holdings assicurative.

Fino a settembre scorso i Lloyds erano sopravvissuti alla crisi finanziaria relativamente indenni ed è stata proprio l’inglobamento della HBOS e dei suoi enormi debiti a schiacciarla a tal punto da dover ricorrere a un salvataggio monstre da 260 miliardi di sterline.

Ora è praticamente sicuro che questa corposa nazionalizzazione – di questo si tratta, anche se non viene detto – non sarà certo l’ultima di questa serie recente: toccherà ora, dopo la Royal Bank of Scotland e adesso i Lloyds, anche alla Barclays Bank. Non finirà lì. Dicono molti considerati finora Cassandre ma che, alla fine, avevano visto le loro previsioni confermate dai fatti, è possibile che il governo britannico sia costretto a un altro “salvataggio con pubblico denaro di un’altra grande compagnia di assicurazioni, a far fronte a un altro crollo del 15% dei prezzi delle case e a un periodo di vera e propria disinflazione e a una crescita di almeno un milione mezzo di disoccupati”. E sarà certo una catastrofe vera e pesante.

Un osservatore ben considerato, veterano commentatore del Guardian e dell’Observer – uno tra i più audaci ma anche tra quelli che, di regola, ci stanno da anni azzeccando di più – Will Hutton, scommette[210] che se ne esce, perché alla fine poi se ne esce: dopotutto “le recessioni non durano mai per sempre”. Stavolta, nel mezzo di questa bruttissima recessione, se ne esce però – il parere di Stiglitz e Krugman, tra gli altri maggiormente autorevoli – buttando proprio a mare l’ortodossia e ricominciando a spendere.

Ci vorrà ancora almeno un altro anno, forse due, di calo continuo ma poi la gente avrà bisogno di affittare una casa, di comprarsi una giacca e una macchina, di ricominciare a consumare col salario ma anche col debito, se riuscirà a riavere un po’ di credito da qualche parteualche aprteualche parte, con l’aiuto dello Stato che sarà indispensabile anche alle persone, occupati e precari e disoccupati, e non solo alle banche.

Segue una complessa, ma ben argomentata, stringente motivazione tecnica e politica che raccomandiamo alla vostra lettura (anche, magari, perché ne vale la pena coi mezzi assai grezzi e qualche volta un po’ stolidi e pure grotteschi delle traduzioni automatiche di Internet). Perché anche in quella forma resta convincente: in due parole, ancora oggi, come ottant’anni fa, ha ragione John Maynard Keynes, se ne esce col deficit spending.

Naturalmente, si tratta di un ragionamento discutibile e da discutere. E se ne discute. Ma almeno una soluzione coerente esso la offre...

GIAPPONE

Marcando il primo deficit dei conti correnti del paese dal 1966, il mese di gennaio 2009 ha raggiunto un rosso di 172,8 miliardi di yen (1,77 miliardi di $). Anche l’export giapponese è calato: a gennaio, del 46,3% rispetto al gennaio di un anno fa, mentre le importazioni sono scese del 31,7%[211]; e, a febbraio, anche peggio: calo dell’export quasi al 50% (-49,4) su un anno prima e nuovo record negativo. Crollo anche dell’import, molto più del previsto, del 43, con risultato complessivo di una bilancia commerciale in nero però (per i diversi valori di export e import, con quelli che restano maggiori) e un attivo a 82,4 miliardi di yen (843,5 milioni di $)[212].


 

[1] A. Lettieri, in Eguaglianza&Libertà, 28.3.2009, L’America di Obama e l’Europa di Trichet (cfr. www.eguaglianzae liberta.it/stampaArticolo.asp?id=1104/).

[2] Riporta il Giornale, 31.3.2009, Stime OCSE sull'Italia: “Nel 2009 PIL  -4,3%”. L'inflazione all'1,2%.

[3] Agenzia Stratfor, 26.2.2009, Economy: The Implications of Sovereign Credit Downgrades Economia: le implicazioni delle svalutazioni del credito sovrano (cfr. www.stratfor.com/analysis/20090226­_implications_sovereign­_credit_ down grades/).

[4] The Economist, 14.3.2009.

[5] The Economist, 21.3.2009.

[6] Daniel Yergin, The Prize: The Epic Quest for Oil, Money, and Power— Il premio: la ricerca epica del petrolio, dei soldi e del potere, 1991, New York, Simon&Schuster.

[7] Stratfor, 16.3.2009, OPEC: Russia's Sechin Advocates Long-Term Contracts Il russo Sechin spinge per contratti  a lungo termine (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090316_opec_russias_sechin_advocates_long_term_contracts/).

[8] New York Times, 19.3.2009, N. D. Schwartz, Rapid Declines in Manufacturing Spread Global Anxiety Una serie di secchi cali nel manifatturiero trasmettono ansietà a livello globale.

[9] Repubblica.it, 10.3.2009, C. Clericetti, La credibilità degli esperti. (cfr. www.repubblica.it/2009/03/sezioni/economia/ crisi-20/ prev-e-rass/prev-e-rass.html?ref=search/).

[10] New York Times, 5.3.2009, M. Wines, Economy to Dominate Annual Chinese Meeting L’economia dominerà l’assemblea annuale cinese.

[11] Guardian, 5.3.2009, T. Branigan, Wen boosts spending without adding to stimulus package Wen aumenta la spesa ma non aumenta il pacchetto di stimolo.

[12] World Bank, 18.3.2009, China quarterly update,3.2009— Aggiornamento trimestrale sulla Cina (cfr. http://siteresources. worldbank.org/INTCHINA/Resources/318862-1237238982080/CQU_March2009_fullreport.pdf/).

[13] Stratfor, 4.3.2009, China: February New Loans Total US$177 Billion Cina: i nuovi prestiti di febbraio arrivano a 177 miliardi di $ (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090304_china_february_new_loans_total_us_177_billion/).

[16] New York Times, 4.3.2009, B. Wassener, A Sign of Hope for China's Economy Un segno di speranza per l’economia cinese.

[17] New York Times, 11.3.2009, K. Bradsher, Conflicting Signals on China’s Economy Segnali contrastanti sull’economia della Cina.

[18] Wall Street Journal, 17.3.2009, China’s FDI Slump Cina: calo degli investimenti diretti esteri (cfr. http://online. wsj.com/article/SB123719890701639661.html/).

[19] Stratfor, 12.3.2009, China: Retail Sales Slow, Yuan Loans Grow -Agency Cina: le vendite al dettaglio rallentano, aumentano i prestiti in yuan (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090312_china_retail_sales_slow_yuan_loans_grow_age n cy/).

[20] ChinaDaily, 19.3.2009, China CPI falls 1.6% year-on-year in February— L’inflazione in Cina cade dell’1,.6% anno su anno (cfr. www.chinadaily.com.cn/china/2009-03/10/content_7560321.htm/).

[21] Va soprattutto affermato già subito, e ben prima dello stesso G-20, che questo sarà un esercizio vuoto. Perché la credibilità del G-20 è inesistente. Non è un organismo legittimo. Anzi, non è un organismo per niente. Non rappresenta neanche come proclama i 20 paesi più ricchi del mondo (anzi, solo 19: il 20° è l’Unione europea che, purtroppo, non è proprio un paese) e neanche i più ricchi ci sono tutti: Arabia Saudita e Argentina ci sono, ma non Iran e Taiwan, per dire. E la sua leggendaria incapacità di decidere alcunché con alcuna efficacia è superiore perfino a quella dell’ancor più illegittimo G-8.

    Una sensata alternativa (con più legittimità e più efficacia, sicuramente: anche perché minore non potrebbe mai essere…) era stata da tempo avanzata: mettere in piedi un Consiglio di sicurezza economico delle Nazioni unite con seggi elettivi (la legittimità) e coi paesi membri eletti sulla base di un coefficiente misto popolazione-PIL-capacità, a giudizio di tutti i membri delle Nazioni Unite, di contribuire alla stabilità finanziaria del mondo.

    Naturalmente, non se ne fece niente (cfr. An Economic and Social Security Council at the United Nations, 3.2001, Frances Stewart e Sam Daws, Queen Elizabeth House, University of Oxford, QEH Working Paper Series-QEHWPS68, cfr. www3.qeh.ox.ac.uk/pdf/qehwp/qehwps68.pdf/).     

[22] New York Times, 14.3.2009, M. Wines e K. Bradsher, China’s Leader Says He Is ‘Worried’ Over U.S. Trasuries Il premier cinese si dice ‘preoccupato’ dell’affidabilità dei bonds americani.

[23] Stratfor, 12-3.2009, China: U.S. Navy Must End Surveillance Missions La Cina: la marina americana deve mettere fine alle sue missioni di sorveglianza marittima (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090312_china_u_s_navy_must_end_surveil lance_missions/).

[24] Taiwan News, 24.3.2009, Agence France-Presse, U.S. Treasuries still key to China investment plan: central bank— I bonds americani sempre un fattore chiave nei piani di investimento cinesi: dice la Banca centrale (cfr. www.taiwannews.com.tw/ etn/news_content.php?id=900702&lang=eng_news&cate_img=logo_china&cate_rss=CHINA_eng/).

[25] The People’s Bank of China, 26.3.2009, Z. Xiaochuan, Reform of the Internatioonal Monetary System— Riforma del sistema monetario internazionale (cfr. www.pbc.gov.cn/english/detail.asp?col=6500&id=178/).  

[26] The Economist, 28.3.2009.

[27] Agenzia Bloomberg, 6.3.2009, Brazil harsh output fall— Caduta dura della produzione industrìale (cfr. www.bloomberg. com/apps/news?pid=20601086&sid=aDJn8LewrMrw&refer=latin_america/).

[28] The Economist, 14.3.2009.

[29] Conferenza stampa e dichiarazione introduttiva del presidente della BCE, J.-C. Trichet, 5.3.2009 (cfr. www.ecb.int/ press/pressconf/2009/html/is090305.en.html/).

[30] Stratfor, 20.3.2009, EU: Industrial Production Posts Record Contraction In January UE: la produzione industriale segna una contrazione record a gennaio (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090320_eu_industrial_production_posts_record_ contraction_january/).

[31] Stratfor, 27.3.2009, EU: industrial orders down 34% in January UE: gli ordini all’industria scendono a gennaio del  34% (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090327_eu_industrial_orders_down_34_percent_january/).

[32] New York Times, 20.3.2009, M. Saltmarsh, Stronger Euro Threatens Weak Economy in Europe— Il rafforzamento dell’euro minaccia un’econonmia europea debole.

[33] New York Times, 13.2009, S. Erlanger e S. Castle, Growing Economic Crisis Threatens the Idea of One EuropeLa  crisi economica montante minaccia l’idea stessa di un’Europa.

[34] The Independent, 28.3.2009, Agenzia Reuters, T. Castle, Merkel warns summit cannot solve everything Merkel avverte che il vertice non può risolvere tutto (cfr. www.independent.co.uk/news/uk/politics/merkel-warns-summit-cannot-solve-everything-1656267.html/).

[35] The Wall Street Journal, 2.3.2009, C. Forelle, EU Rejects Rescue of Faltering East Europe L’UE dice no a farsi carico del salvataggio della traballante Europa dell’Est (cfr. http://online.wsj.com/article/SB123591435325503221.html/).

[36] Cfr. Nota29, qui sopra.

[37] Financial Times, 18.2.2009, B. Benoit e T. Barber, Germany ready to help eurozone members La Germania pronta ad aiutare i membri dell’eurozona (cfr. www.ft.com/cms/s/0/825af89a-fe02-11dd-932e-000077b07658.html/).

[38] Turkish Weekly, 23.3.2009, Merkel says “No Enlargement before Consolidation!”— Merkel dcie: “nessun altro allargamento prima del consolidamento!” (cfr. www.turkishweekly.net/news/67267/merkel-says-no-enlargement-before-con solidation-.html/).

[39] RaiNews24, 17.3.2009, Almunia annuncia l’autunno caldo dell’Europa in crisi (cfr. www.rainews24.rai.it/notizia. asp?newsid=110953/).

[40] New York Times, 18.3.2009, D. Jolly, Bank to Ask Italy and Austria for $5.2 Billion— Una banca chiederà ad Austria e Italia 5,2 miliardi di $.

[41] BreakingNews.com, 27.3.2009, R. Sanderson, Hitting home— Colpiti in casa (cfr. www.breakingviews.com/2009/03/ 26/Italian%20bank%20wors.aspx/).

[42] New York Times, 11.3.2009, M. D. Schwartz, Europe faulted on too-tepid stimulus L’Europa non è in grado che di decidere stimoli troppo fiacchi.

[43] New York Times, 8.3.2009, L. Ahamed, Subprime Europe L’Europa subprime.

[44] Cfr. la sua lunga e accorata intervista sul Guardian, a J. Watts, 26.8.2006, Be here now— Essere qui, ora.

[45] Decisioni del vertice dei ministri degli Esteri NATO, 5.3.2009, Allies agree to resume formal meetings of the NATO-
Russia Council
Gli alleati concordano sulla ripresa fornmale degli incontri del Consiglio NATO-Russia (cfr. www.nato.int/ docu/update/2009/03-march/e0305c.html/).

[46] Stratfor, 10.3.2009, Georgia: Left to Russia’s Mercy? Georgia: lasciata alla mercé della Russia? (cfr. www.stratfor. com/analysis/20090309_georgia_left_russias_mercy/?utm_source=Snapshot&utm_campaign=none&utm_medi

um=email/).

[47] Stratfor, 7.3.2009, Russia: New Nuclear Arms Reduction Pact Should Be Made - FMIl ministro degli Esteri russo: bisogna arrivare a un nuovo patto di riduzione degli armamenti nucleari (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090307_ russia_new_nuclear_arms_reduction_pact_should_negotiated_fm/).

[48] Stratfor, 24.3.2009, Lithuania: Credit Rating Cut To BBB Lituania: il rating del credito tagliato a BBB(cfr. www. stratfor. com/sitrep/20090324_lithuania_credit_rating_cut_bbb/).

[49] Stratfor, 24.3.2009, 24.3.2009, Czech Republic: Government Loses No-Confidence Vote Repubblica ceca: votata la sfiducia al governo(cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090324_czech_republic_government_loses_no_confidence_vote/).

[50] ANSA, 25.3.2009, Topolanek attacca piano USA, giallo sulle sue parole (cfr. www.ansa.it/balcani/news/2009032515 2634848605.html/).

[51] New York Times, 25.3.2009, S. Erlander e S. Castle, European Leader Assails American Stimulus Plan Attacco di un leader europeo al piano di stimolo americano.

[52] Le Monde, 3.3.2009, P. Smolar, Ioulia Timochenko: "Il faut des élections anticipées en Ukraine" (cfr. www.lemonde.fr/cgi- bin/ACHATS/acheter.cgi?offre=ARCHIVES&type_item=ART_ARCH_30J&objet_id=1073219/).

[53] Agenzia RIA Novosti, 12.3.2009, Russia's anti-crisis package to hit 12% of GDP in 2009 –Putin—Il pacchetto anti-crisi russo raggiungerà il 12% del PIL nel 2009 (cfr. http://en.rian.ru/russia/20090312/120529604.html/).

[54] New York Times, 31.3.2009, E. Barry, World Bank Sees Slump in Russia Worsening— La>Banca mondiale vede un peggioramento dell’economia in Russia; e The World Bank in Russia, Russian Economic Report La Banca mondiale in Russia, Rapporto sull’economia, no., 18, 3.2009 (cfr. http://siteresources.worldbank.org/INTRUSSIANFEDERATION/Reso urces/rer18eng.pdf/).

[55] BreakingNews.com, 25.3.2009, P. Briançon, Pleasant Surprise— Una bella sorpresa  (cfr. www.breakingviews.com/ 2009/03/25/Rouble.aspx?email/).

[56] New York Times, 18.3.2009, C. J. Levy, Russia Is Planning a ‘Large Scale Rearming’ La Russia sta pianificando un ‘riarmo su larga scala’.

[57] National Post (Ottawa), 21.3.2009, Agenzia Reuters, D. Brunnstrom,. US backs Danish PM as next NATO chief— Gli Stati Uniti sostengono il primo ministro danese come nuovo capo della NATO (cfr. www.nationalpost.com/rss/story.html?id= 1414409/).

[58] Piuttosto brutte come disegno e assai poco spiritose (pubblicate sullo Jyllands-Posten, il 30.11.2005). Ma a quel punto, quasi inevitabilmente, viste in occidente da molti come una rivendicazione di libertà di pensiero; nel mondo islamico in pratica da tutti solo come offensive e blasfeme. Undici ambasciatori di paesi islamici chiesero a Rasmussen di essere ricevuti, per discutere dei modi di calmare le acque che si stavano agitando furiosamente nei loro paesi. Ci furono disordini diffusi e molte decine di morti nelle proteste. E lo stesso Anders Fogh Rasmussen descrisse poi la faccenda come “la peggiore crisi internazionale che la Danimarca abbia mai dovuto affrontare dopo la Seconda guerra mondiale” (Wikipedia, Jyllands-Posten Muhammad cartoons controversy, cfr. http://en.wikipedia.org/ wiki/ Jyllands-Posten_Muhammad_cartoons_controversy#cite_note-3/). 

[59] The Economist, 28.3.2009.

[60] New York Times, 5.3.2009, S. Rosenbloom, Retail Sales Slide Further, Except at Wal-Mart Le vendite al dettaglio scivolano ancora più giù, eccetto che a Wal-Mart.

[61] Stratfor, 27.3.2009, United States: Consumer Spending Up, Income Down In February Stati Uniti: le spese per consumi salgono, mentre i redditi scendono a febbraio (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090327_united_states_consumer _ spending_income_down_february/).

[62] New York Times, 6.3.2009, J. Healy, 651,000 Jobs Loss in February— 651.000 posti di lavoro persi a febbraio; e BLS, 6.3.2009, Employment Situation Summary 2.2009, 6.3.2009 (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); e, per un efficace commento, scientifico e politico, Economic Policy Institute, 6.3.2008, Steepest drop in employment in 30 years— Il più precipitoso calo nell’occupazione in 30 anni (“‘la perdita di posizioni di lavoro continua a ritmo sbalorditivo— non s’era mai vista l’occupazione precipitare giù per un precipizio come questo in trent’anni’, rilevano gli esperti dell’EPI, Lawrence Mishel e Heidi Shierholz”).

[63] New York Times, 5.3.2009, D. Leonhardt, Ever closer to 1982— Sempre più come nel 1982 [ancora non è peggio solo perché i dati della disoccupazione ufficiale con cui si entrò nella recessione dell’81 erano già un po’ peggiori di quelli con cui si è entrati adesso nella recessione del dicembre 2007].

[64] New York Times, 6.3.2009, P. S. Goodman e J. Healy, Continuing Job Losses May Signal Broad Economic ShiftLa perdita continua di posti di lavoro potrebbe segnalare una vasta ridislocazione economica.

[65] New York Times, 16.3.2009, Agenzia Associated Press (A.P.), Industrial Production Declines for a Fourth Month La produzione industriale scende per un quarto mese.

[66] Dipartimento del Commercio, 25.3.2009, Ordinativi alle imprese del manifatturiero, 2.2009(cfr. www.commerce.gov /NewsRoom/index.htm/); e New York Times, 25.3.2009, J. Healy, Latest Glimmer of Economic Hope: Rise in Factory Orders— L’ultima scintilla di speranza economica: aumentano gli ordinativi alle fabbriche.

[67] The Economist, 21.3.2009.

[68] The Economist, 28.3.2009.

[69] New York Times, 26.2.2009, J. Calmes, Obama Plans Major Shifts in Spending— Obama progetta importanti spostamenti di spesa [o meglio, di filosofia della spesa pubblica: perché non è che quella di Bush – date un’occhiata ai suoi deficit – fosse  modesta…].

[70] New York Times, 3.3.2009, S. Greenhouse, A.F.L.-C.I.O. to Support Nationalizing Banks L’AFL-CIO sostiene la nazionalizzazione delle banche.

[71] New York Times, 26.3.2009, (A.P.), G.D.P. Revised Down for 4th Quarter Il PIL rivisto al ribasso nel 4° trimestre.

[72] A.F.L.-C.I.O., Executive Council, Miami, 3.2009, Policy Statements (cfr. www.aflcio.org/aboutus/thisistheaflcio/ ecouncil/).

[73] New York Times, 28.2.2009, P.Baker, Obama calls his budget sweeping, needed change— Obama dice che l’ingente portata del suo bilancio è un cambio necessario.

[74] New York Times, 5.3.2009. D. S. Herszenhorn, In Senate, Republicans block spending measure In Senato, i repubblicani bloccano la spesa. Temporaneamente, minacciando l’ostruzionismo e contando sull’alleanza occasionale con pochi democratici— uno ad esempio, d’origine cubana, che non vuole veder passare facilitazioni agli scambi con Cuba…, una che critica, e anche giustamente, il bilancio “da sinistra”, la legge di bilancio è stata bloccata e i repubblicani, solamente con la minaccia, senza neanche essere costretti ad esercitarla e, al dunque, a contarsi davvero,  per la pusillanimità sostanziale della leadership democratica del Senato che non ha insistito sul voto ma lo ha rinviato, i repubblicani ci sono riusciti.

   Sono gli stessi sepolcri imbiancati che, mentre si scandalizzano ad alta voce per il deficit eccessivo, avanzano proposte di emendamenti per rendere permanenti i tagli di Bush alle tasse dei più abbienti che aggiungerebbero al deficit, solo nei prossimi dieci anni, 2.000 miliardi di $ di deficit…

[75] The Economist, 28.3.2009.

[76] New York Times, 22.3.2009, R. H. Frank, When ‘Deficit’ Isn’t a Dirty Word Quando la parola ‘deficit’ non è una parolaccia.

[77] New York Times, 5.3.2009, P. Krugman, The Big Dither— La grande titubanza.

[78] New York Times, 7.3.2009, P. Krugman, Behind the Curve.

[79] New York Times, 27.3.2009, P. Krugman, The Market Mystique— La mistica del mercato.

[80] Guardian, 8.3.2009, J. Stiglitz, How to fail to recover the economy— Come fallire il recupero dell’economia.

[81] Washington Post, 1.3.2009, L. Montgomery, Battle Lines Quickly Set Over Planned Policy: Massive Budget Marks Largest Ideological Swing Since the Reagan Era Le linee dello scontro subito definite sulla linea programmata: un massiccio bilancio segna il più grande spostamento ideologico dall’era di Reagan.

[82] Idem, Nota81.

[83] La Stampa, 4.3.2009, M. Molinari, Il Governatore della Fed a Obama: ‘Serve un piano più aggressivo’ [ma, al solito, più che una citazione dal testo, malgrado le virgolette, questa e una sintesi soggettiva di M.M…].

[84] New York Times, 3.3.2009, E. L. Andrews e J. Calmes, Fed Chairman Backs Call for Higher Spending— Il presidente della Fed appoggia la spinta per una spesa [pubblica] più alta. Vedi, del resto, per una conferma – la più autorevole, perché quella autentica – il testo integrale della deposizione di Ben S. Bernanke alla Commissione Bilancio del Senato, 3.3.2009 (cfr. www.federalreserve.gov/newsevents/testimony/bernanke20090303a.htm/).

[85] New York Times, 3.3.2009, T. L. Friedman, Obama’s Ball and Chain La palla e la catena al piede di Obama.

[86] New York Times, 18.3.2009, E. L. Andrews,.Fed Plans to Inject Another $1 Trillion to Aid the Economy.

[87] Le Monde, 20.3.2009, M. Aglietta— Le banche centrali così sono asservite ai bilanci degli Stati.

[88] Comunicato stampa della Federal Reserve, 18.3.2009 (cfr. www.federalreserve.gov/newsevents/press/monetary/ 20090318a.htm/), sulla sessione del Comitato che fissa i tassi d’interesse.

[89] New York Times, 19.3.2009, J. Healy, Fed’s Move Still Shaking Up Markets— La mossa della Fed scuote ancora i mercati.

[90] Reuters, 5.2.2009, IMF's Strauss-Kahn says recovery possible in 2010 Strauus-Kahn [presidente del] FMI vede una ripresa possibile [solo] nel 2010 (cfr. www.reuters.com/article/usDollarRpt/idUSBEB00231120090205/).

[91] The Economist, 28.3.2009.

[92] New York Times, 5.3.2009, N. Bunkley, Auditors raise doubts about G.M.’s viability I revisori dei conti sollevano dubbi sulla sopravvibilità della G.M.

[93] Testo della Determinazione sulla sopravvivibilità della G.M., Piano G.M. del 17.2.2009, 30.3.2009 (cfr. http://graph ics8.nytimes. com/packages/pdf/business/20090330-gm-assessment.pdf/).

[94] Testo della Determinazione sulla sopravvivibilità della Chrysler, Piano Chrysler del 17.2.2009, 30.3.2009 (cfr. http:// graphics8.nytimes.com/packages/pdf/business/20090330-chrysler-assessment.pdf/).

[95] New York Times, 30.3.2009, S. Gay Stolberg e B. Vlasic, Obama issues ultimatum to car makers— Obama dà l’ultimatum ai fabbricanti d’auto.

[96] New York Times, 30.3.2009, D. Brooks, Car Dealer in Chief— Il capo di tutti i venditori di auto.; e c’è, anche qui, chi ricicla nel senso del “date tregua ai banchieri e lasciategli i loro soldini”, l’appello pro-Wagoner “della cui capacità ed esperienza adesso la G.M. viene privata” (sempre New York Times, 31.3.2009, W. J. Holstein, One Roadblock Too Many for G.M.— Un ostacolo di troppo per la G.M.: come se non fosse stato lui, e la gente come lui, a portare la General Motors sul’orlo del baratro…  

[97] New York Times, 1.3.2009, D. Jolly e B. Wassener, Dow Falls Below 7,000— L’indice Dow cade sotto quota 7.000.

[98] New York Times, 2.3.2009, A. Ross Sorkin e M. Williams Walsh, A.I.G. Reports $61.7 Billion Loss as U.S. Gives More Aid— L’A.I.G. denuncia una perdita di 61,7 miliardi di $ proprio mentre gli USA danno loro altri aiuti.

[99] New York Times, 15.3.2009, E. L. Andrews e P. Baker, A.I.G. Paying $165 Million in Bonuses After Federal Bailout.

[100] Washington Post, 22.3.2009, M. D. Shear e P. Kane, Obama looks for calm in a firestorm Obama cerca un po’ di calma nel bel mezzo di una tempesta di fuoco.

[101] Salon.com, 16.3.2009, G. Greenwald, The sanctity of AIG’s contracts La sacralità dei contratti della AIG (cfr. www.sa lon.com/opinion/greenwald/2009/03/16/aig/).

[102] New York Times, 16.3.2009, H. Cooper, Obama Orders Treasury Chief to Try to Block A.I.G. Bonuses Obama ordina al capo del Tesoro di tentare di bloccare i bonus dell’A.I.G.

[103] New York Times, 20.3.2009, D. Stout, House Passes Heavy Tax on Bonuses at Rescued Firms La Camera passa una tassazione molto alta sui bonus delle imprese salvate.

[104] New York Times, M. W. Walsh e C . Hulse, A.I.G. Bonuses of $50 Million Will Be Repaid, Cuomo Says— I bonus della A.I.G. saranno restituiti per 50 milioni di $, dice Cuomo [il procuratore generale dello Stato di New York, che ha aperto una sua inchiesta per “truffa” sulla faccenda].

[105] New York Times, 20.3.2009, edit., Giving  and Taxes— Donazioni e tasse.

[106] J. Faux, in Eguaglianza&Libertà, 28.3.2009, Obama e la crisi: lezioni per la sinistra europea (cfr. www.eguaglian zaeliberta.it/stampaArticolo.asp?id=1106/).

[107] New York Times, 21.3.2009, F. Rich, Has a ‘Katrina moment’ arrived? Ma è [già] arrivato un ‘momento Katrina’?

[108] Congressional Budget Office, I dati 2009-2010 6.2.2009 (cfr. www.cbo.gov/).

[109] New York Times, 30.3.2009, C. Drew, $296 Billion in Overruns in U.S. Weapons Programs— 296 miliardi di $ di sforamenti nei programmi di armamenti americani [secondo il GAO, la Ragioneria federale].  

[110] New York Times, 1.3.2009, edit., The Pentagon Meets the Real World Il Pentagono fa i conti con la realtà.

[111] Dati dell’Institute of International Finance (IIF), l’unica associazione globale di istituti finanziari creata nel 1983 nel bel mezzo di quella crisi del debito internazionale, in IIF, 27.1.2009, Capital Flows to Emerging Market Economies— Flussi di capitale internazionale nei mercati delle economie (cfr. www.iif.com/about/article+204.php/).

[112] Gli USA restano, ancora e di gran lunga, il paese che non solo importa spropositatamente più di ogni altro ma anche esporta di più al mondo (nel 2008 per 1.800 miliardi di $, contro i 1.400 della Cina ed i 1.300 della Germania (cfr, qui, in GERMANIA).

[113] New York Times, 9.3.2009, P. S. Goodman, A Rising Dollar Lifts the U.S. but Adds to the Crisis Abroad Un dollaro in rialzo solleva gli Stati Uniti, ma accresce la crisi nel mondo.

[114] World Bank Banca Mondiale, 13.3.2009, Swimming Against The Tide: How Developing Countries  Are Coping With The Global Crisis— Nuotando contro la marea: come i paesi in via di sviluppo stanno affrontando la crisi globale  [Rapporto preparato dallo staff della Banca per il G-20 del 2 aprile a Londra].(cfr. http://siteresources.worldbank.org/NEWS/ Resources/swimmingagainstthetide-march2009.pdf/).

[115] New York Times, 7.3.2009, T. L. Friedman, The Inflection Is Near? Il cambio di indirizzo è vicino?

[116] Stratfor, 10.3.2009, R. Bhalla, Obama’s diplomatic offensive and the reality of geopolitics L’offensiva diplomatica di Obama e la realtà della geopolitica (cfr. www.stratfor.com/weekly/20090309_obamas_diplomatic_offensive _and _ reality _geopolitics/?utm_source=GWeekly&utm_campaign=none&utm_medium=email/).

[117] USA Today, 16.3.2009, T. Vanden Brook, Poll: more view Afghan war as ‘mistake’ Secondo i sondaggi, sempre di più sono gli americani a considerare la guerra afgana come uno ‘sbaglio’ [a noi piacerebbe sapere quanti arrivino oggi a considerarla un ‘crimine’: ma questo sondaggio non lo fanno] (cfr.www.usatoday.com/news/world/2009-03-16-poll_ N.htm/).

[118] Yahoo!.News, 20.2.2009, Agenzia Associated Press (A.P.), US: Pakistan-style truce in Afghanistan acceptable Gli USA: accettabile una tregua stile pakistano in Afganistan [in Pakistan, il governo centrale, su richiesta di quello provinciale, ha acceduto alla richiesta di ristabilire nella regione di confine dello Swat la legge islamica – la sharia – coi suoi tribunali e le sue polizie locali, i suoi divieti di scuola per le bambine e di musica per tutti in cambio della tregua: ma ci sono resistenze sia da parte americana che pakistana che da parte dei talebani stessi, sostanzialmente su chi comincia a deporre le armi] (cfr.http://news. yahoo.com/s/ap/20090220/ap_on_re_as/eu_nato_ pakistan_afghanistan/).

[119] New York Times, 7.3.2009, H. Cooper e S. G. Stolberg, Obama Ponders Outreach to Elements of the Taliban— Obama pensa a una qualche apertura verso elementi dei talebani.

[120] New York Times, 3.3.2009, B. Herbert, Wars, Endless Wars— Guerre, guerre senza fine.

[121] Bloomberg.com, 27.1.2009, K. Fireman e T. Capaccio, Gates Says Afghan Terror Fight Trumps Nation-Building Gates dice che la lotta afgana al terrore deve prevalere rispetto alla ricostruzione (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?Pid= 20601087&sid=a1AEQzTqf6Hc&refer=home#/); e, per il testo integrale della sua deposizione, U.S. Senate Committee on Foreign Relations, 27.1.2009 (cfr. http://foreign.senate.gov/hearing.html/).

[122] New York Times, 20.3.2009, edit., NATO’s Mission La missione della NATO.

[123] Cfr., qui sopra, Nota119.

[124] New York Times, 7.3.2009, H. Cooper, Dreaming of Splitting the Taliban Sognando di spaccare i talebani.

[125] ThaiIndian News, 19.3.2009, Agenzia Asian News International (ANI), Karzai Gov.t initiates talks with al-Qaeda linked Haqqani network Il governo Karzai apre colloqui con la rete Haqqani, legata ad al-Qaeda (cfr. www.thaindian.com / newsportal/india-news/karzai-govt-initiates-talks-with-al-qaeda-linked-haqqani-network_100168573.html/).

[126] Agenzia Bloomberg, 24.3.2009, Karzai Seeks Russia Help to Stay Afghan Leader, Kommersant Says Il giornale Kommersant sostiene che Karzai cerca l’aiuto russo per restare in sella come leader afgano (cfr. www.e-ariana.com/ariana/e ariana.nsf/allDocs/444992E27DFD217F87257583005E94E0?OpenDocument/).

[127] Guardian, 31.3.2009, J. Boone, 'Worse than the Taliban' - new law rolls back rights for Afghan women ‘Peggio dei talebani’ – una nuova legislazione rimanda indietro I diritti delle donne afgane [il giudizio è quello della senatrice afgana Humaira Namati].  

[128] Guardian, 22.3.2009, J. Borger e E. MacAskill, US will appoint Afghan 'prime minister' to bypass Hamid Karzai— Gli Stati Uniti designeranno un  ‘primo ministro’ afgano per scavalcare Hamid Karzai.

[129] New York Times, 27.3.2009, D. Stout, Obama Sounds Cautious Note as He Sets Out Afghan Plan Obama si esprime cautamente  nel delineare il suo piano per l’Afganistan.

[130] Guardian, 31.3.2009, J. Borger, Iran offers to help US rebuild Afghanistan L’Iran offre il suo aiuto agli USA per la ricostruzione dell’Afganistan.

[131] Guardian, 3.3.2009, T. Ali, Pakistan’s drift into the hands of extremists Come il Pakistan sta scivolando nelle mani degli estremisti.

[132] Lo ha rivelato – e lo ha fatto apposta: sostenendo che in democrazia non si possono raccontare bugie al popolo… – la  sen. Dianne Feinstein, democratica californiana e presidente della Commissione per i Servizi segreti del Senato, al Los Angeles Times, 13.2.2009, G. Miller, Feinstein comment on U.S. drones likely to embarrass Pakistan— Il commento della Feinstein sui bombardamenti senza piloti americani imbarazzerà probabilmente il Pakistan (cfr. www.latimes.com/news/nation world/world/la-fg-uspakistan13-2009feb13,0,4776260.story/).

[133] GeoTv, 20.3.2009, Awami National Party: drone attacks ‘unacceptable’ ’Inaccettabili’ gli attacchi degli aerei senza pilota (cfr. www.geo.tv/geotv/sch.asp/). 

[134] Cfr. Nota129, qui sopra.

[135] Deccan Chronicle (Karachi), 20.3.2009, Gilani wants Prez powers cut— Gilani vuole tagliare I poteri presidenziali (cfr.  www.deccanchronicle.com/neutral/gilani-wants-prez-powers-cut-073/)... Tra l’altro, il New York Times solo qualche giorno dopo, il 25.3.2009, a firma di J. Perlez, informa ed intitola che, ancora una volta lasciandosi andare alla loro  tentazione di sempre, Obama o non Obama – così come stanno facendo in Afganistan e hanno fatto in Iraq – di decidere loro chi deve governare nelle marche che occupano in giro per l’impero, Gli Stati Uniti stanno valutando Sharif come loro possibile partner per il Pakistan U.S. Weighs Sharif as Partner in Pakistan 

[136] Press Trust of India, 19.3.2009, Zardari may try to remove Gilani Zardari potrebbe cercare di rimuovere Gilani (cfr. http://publication.samachar.com/presstrustofindia/general/presstrustofindia.php/).

[137] McClatchy Newspapers, 10.3.2009, N. A. Youssef e S. Issa, Fears grow Iraq violence will doom Obama's Afghan plan— Crescono i timori che la violenza in Iraq affossi il piano Obama per l’Afganistan  (cfr. www.mcclatchydc.com/227/story/63703.html/).

[138] Stratfor, 12.3.2009, Iraq: Kurds Committed To Iraqi Nation-State, For Now – Kurd Leader— Capo dei curdi: restiamo impegnati allo Stato-nazione iracheno: per ora…(cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090312_iraq_kurds_ are_committed_ iraqi_nation_state_now_kurd_leader/).

[139] Guardian, 19.3.2009, S. Milne, To free Iraq, resistance musty bridge the sectarian divide— Per liberare l’Iraq, la resistenza deve gettare un ponte sul baratro tra le sette.

[140] Kuwait Times, 26.2.2009, (A.P.), Iran tests its first nuclear power plant Iran prova il suo primo impianto per la produzione di energia nucleare (cfr. www.kuwaittimes.net/read_news.php?newsid=MTM4MTEwMzk 4OQ==/).

[141] New York Times, 3.3.2009, E. Barry, Russia Welcomes Letter from Obama La Russia saluta la lettera di Obama.

[142] Stratfor, 14.3.2009, Russia: Venezuela Could Offer Bomber Bases La Russia: il Venezuela potrebbe offrire basi per i nostri bombardieri (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090314_russia_venezuela_cuba_could_offer_bomber_bases/).

[143] Cfr. Corriere della sera, 10.11.2008, F. Verderami, Berlusconi, gli amici russi e la telefonata con Barack (“Io sono figlio della guerra fredda e, quando sento parlare di scudo spaziale in Polonia e di missili russi a Kaliningrad, mi vengono i sudori freddi. L’ho detto… a Medvedev e l’ho ripetuto a Vladimir Putin: smettiamola. E Putin mi ha risposto che per andare d’accordo bisogna essere in due, che loro finora hanno solo risposto a provocazioni”. Non aggiunge., è vero, che hanno ragione i russi. Ma è evidente che, sul punto, è quello che pensa.

[144] Today’s Zaman (Istanbul), 6.3.2009, Turkish FM Babacan courts Russia, questions missile defense system— Il ministro degli Esteri Babacan corteggia la Russia, mette in questione il sistema di difesa missilistico (cfr. www.todayszaman.com/tz-web/ detaylar.do?load=detay&link=168756/).

[145] The Economist. 21.3.2009.

[146] Si va palesemente innervosendo il Regno saudita, dove le maniere forti di routine dalla polizia per regolare l’afflusso alla città santa della Mecca si fanno sempre e da sempre un po’ più forti coi pellegrini sciiti. Che da qualche tempo, però, non subiscono sempre senza ribellarsi. Ci sono così proteste e anche dimostrazioni di massa e i sauditi temono che dietro ci sia la longa manus eversiva di Teheran. Ma il fatto è che dovunque nel Medio Oriente dopo aver preso il potere di fatto in Iraq, dove sono maggioranza, appoggiati dall’Iran e dagli … americani, gli sciiti cominciano a voler pesare anche dove sono da sempre minoranza. E’ questa la lettura nuova della situazione che, tra molti altri che la fanno nell’aerea, avanza anche a Washington Stratfor. l’Istituto di studi strategici (e di intelligence) vicino al Pentagono (cfr. www.stratfor.com/analysis/20090225_saudi_arabia_shiite_uprising/).

[147] Stratfor, 1.3.2009, U.S.: Iran Has Enough Material for Nuke - Mullen Gli USA: l’Iran ha materiale sufficiente per farsi una bomba – dice Mullen (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090301_u_s_iran_not_close_getting_nuke_gates/).

[148] Stratfor, 1.3.2009, U.S.: Iran Is Not Close To Getting Nuke - Gates Gli USA: l’Iran non è vicino ad ottenere la bomba, dice Gates (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090301_u_s_iran_not_close_getting_nuke_gates/).

[149] Stratfor, 12.3.2009, Iran: 'One Or Two Years' From Nuclear Weapon - Russian Expert Iran: a “uno o due anni’ dall’arma nucleare, dice un esperto russo (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090312_iran_one_or_twoyears_ nuclear_ weapon_russian_expert/).

[150] The American Conservative, 27.2.2009, P. J. Buchanan, Return of the War Party Il ritorno del partito della guerra (cfr. www.amconmag.com/blog/2009/02/26/return-of-the-war-party/).

[151] New York Times, 21.3.2009, (A.P.), Iran’s Supreme Leadr Dismisses Obama Overtures Il leader supremo dell’Iran sminuisce le aperture di Obama.

[152] Guardian, 20.3.2009, I. Black, Obama message welcomed cautiously Il messaggio Obama accolto con cautela; e R. Taft, Analysts: message must be followed by policyPer gli analisti: il messaggio deve essere seguito da una policy concret.a.

[153] Cfr. i diversi riferimenti nell’ultima Nota congiunturale 3-2004 a questo Autore e, qui, in New York Times, 23.3.209, R. Cohen, From Tehran to Tel Aviv— Da Teheran a Tel Aviv.

[154] International Herald Tribune, 16.3.2009, Khatami withdraws from Iran’s poll Khatami si ritira dalle elezioni in Iran.

[155] W. Blum, 4.3.2009, Being serious about torture. Or not Siamo seri sulla tortura. Oppure no.(cfr. www.killinghope. org :80/bblum6/aer67.html/).

[156] New York Times, 1332009, W. Glaberson, U.S. Won’t Label Terror Suspects as ‘Combatants’ Gli USA non etichetteranno più i sospetti terroristi come ‘combattenti’ [titolo ipocrita, noterete: la notizia non è questa, infatti: è che per ora non chiudono, come avevano giurato di fare, Guantànamo].

[157] Guardian, 3.3.2009, B. White, Aid as a weapon— Gli aiuti, come un’arma.

[158] Segnala il Guardian, sempre 3.3.2009, edit., Failed siege Assedio fallito: un editoriale, una volta tanto, correttamente realistico e non pregiudizialmente sbilanciato, come di solito è questo quotidiano. 

[159] The Economist, 7.3.2009.

[160] New York Times, 7.3.2009 (A.P.), American Officials Hold Talks in Syria Inviati americani in Siria per colloqui.

[162] KUNA (Kuwai News) Agency, 5.3.2009 (cfr. www.kuna.net.kw/NewsAgenciesPublicSite/HomePage.aspx?Language =en/).

[163] Stratfor, 16.3.2009, Iran: Help For G-8 On Afghanistan? Iran: aiuto per il G-8 sull’Afganistan? (cfr.  www.stratfor.com /sitrep/20090316_iran_may_help_ g _ 8_afghanistan/).

[164] Ha’aretz, 25.3.2009, Labor split over entry to Netanyahu coalition I laburisti spaccati sull’entrata nella coalizione di Natanyahu; e Y. Sarid, Like slaughtered chickens Come galline al macello:mai in Israele un partito social-democratico è stato così necessario e mai è stato tanto superfluo” (cfr.www.haaretz.com/hasen/objects/pages/PrinArticle En.jhtml?itemNo=1073804/; e www.haaretz.com/hasen/objects/pages/PrintArticleEn.jhtml?itemNo=1073725/).    

[165] Ha’aretz, 12.3.2009, Everyone agrees: War in Gaza was a failure Tutti concordano: la guerra a Gaza è stata un fallimento (cfr. www.haaretz.com/hasen/spages/1070476.html/).

[166] Boston Globe, 14.3.2009, B. Bender e F. Stockman, Top officials urge dialogue with Hamas Esponenti [americani] di alto livello sollecitano il dialogo con Hamas (cfr. www.boston.com/news/nation/washington/articles/2009/03/14/top _officials_urge_dialogue_with_hamas/).

[167] The Economist, 28.3.2009; in origine foto di Ha’aretz, riproduzione su News SKY.com, 20.3.2009, D. Waghorn, Israeli Army T- Shirts Mock Gaza Killings Le T-shirt dell’esercito israeliano sbeffeggiano i morti ammazzati di Gaza (cfr. http://news.sky.com/skynews/Home/World-News/Israeli-Army-T-Shirts-Mock-Killing-Palestinian-Women-And-Chil dren-During-Gaza-Offensive/Article/200903315245946?lpos=World_News_Carousel_Region_2/).

[168] Tra i moltissimi servizi sul tema, in America del Nord come del Sud come in Europa, citiamo l’Observer di Londra, 8.3.2009, R. Carroll, Obama will use spring summit to bring Cuba in from the cold— Obama utilizzerà il vertice di primavera per far rientrare Cuba dal freddo.

[169] The Economist, 14.3.2009.

[170] The Economist, 28.3.2009.

[171] Wall Stret Journal, 24.3,.2009, M. Walker, Forecasts for German GDP Worsen Amid Export Meltdown— Le previsioni sul PIL tedesco peggiorano col liquefarsi dell’export (cfr.  http://online.wsj.com/article/SB12378376989991 6897.html/).

[172] Financial Times, 18.2.2009, B. Benoit e T. Barber, Germany ready to help eurozone members La Germania pronta ad aiutare i membri dell’eurozona (cfr. www.ft.com/cms/s/0/825af89a-fe02-11dd-932e-000077b07658.html/).

[173] The Local (Berlino), 23.3.2009, Westerwelle demands early elections Westerwelle reclama elezioni anticipate (cfr. www.thelocal.de/politics/20090323-18191.html/).

[174] ISTAT, 17.7.2007, Dossier 4 - “L’accesso alla casa d’abitazione in Italia: proprietà, mutui, affitti e spesa delle famiglie” (cfr. www.istat.it/istat/audizioni/170707/E-Dossier4.pdf/).

[175] Dati ed informazioni desunte dallo studio (riservato e solo per abbonati) dell’Agenzia Stratfor di Washington, D.C., 5.3.2009,The Financial Crisis in Germany La crisi finanziaria in Germania (cfr. www.stratfor.com/analysis/20090305_ financial_crisis_germany/?utm_source=General_Analysis&utm_campaign=none&utm_medium=email/).  

[176] New York Times, 10.3.2009, C. Dougherty e J. Dempsey, Leery of Debt, Germany Shuns a Spending Spree Recalcitrante per il peso del debito, la Germania resiste a un’ondata di spesa.

[177] New York Times, 13.3.2009, edit., While Everyone Fiddles Mentre tutti si gingillano.

[178] International Herald Tribune, 13.3.2009, J. Dempsey, France and Germany resist call for more aid Francia e Germania resistono all’appello di aumentare il loro contributo al rilancio economico.

[179] La bozza del testo ufficiale, datato 19.3.2009 che sarà discusso al vertice di Londra,  è stata pubblicata, per i soli abbonati, sul sito dell’Agenzia finanziaria Breakingnews.com: G20 Working Group on Enhancing Sound Regulation and Strengthening Transparency— G-20, Gruppo di lavoro sul rafforzamento di una solida regolazione e della trasparenza (cfr. www.breakingviews.com/2009/03/19/~/media/Files/G20.ashxe/) e resa disponibile in sintesi, dal Wall Street Journal, 19.3.2009 (cfr. http://online.wsj.com/article/BT-CO-20090319-715095.html/) e da le Monde, 20.3.2009, Les pays du G20 vont mettre au pas le monde de la finance (cfr. www.lemonde.fr/archives/article/2009/03/20/les-pays-du-g20-vont-mettre-au-pas-le-monde-de-la-finance_1170330_0.html/).

[180] E’ la sintesi del senso del lungo documento, 62 pagine, proposto al vertice dei G-20 e avanzata in mezza cartella a firma del direttore, Hugo Dixon, da Breaking.news (cfr. www.breakingnews.com/2009/03/19/G20%20report.aspx/).

[181] New York Times, 16.3.2009, P. Krugman, A Continent Adrift Un continente alla deriva.

[182] New York Times, 15.3.2009, L. Thomas Jr. e J. Werdigier, No Clear Accord on Stimulus by Top 20 Nations Nessun accordo chiaro fra i G-20 sulle misure di stimolo.

[183] Stratfor, 12.3.2009, Brazil, Russia, India, China: Meeting To Be Held Before G-20— Brasile, Russia, India e Cina: si incontrano tra loro prima del G-20 (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090312_brazil_russia_india_china_meeting_be_ held_g_20/).

[184] Guardian, 20.3.2009, I. Traynor, EU doubles funding for fragile Eastern European economies L’UE raddoppia il fondo per le fragili economie dell’Europa dell’Est.

[185] S. Johnson, professore di Entrepreneurship Imprenditorialità (letteralmente) alla Sloan School of Management dell’M.I.T. di Boston, 16.3.2009, Whistling Past the Graveyard Fischiettando al di là della tomba (cfr. http://blogs.tnr. com/tnr/blogs/the_plank/archive/2009/03/16/whistling-past-the-graveyard.aspx/). 

[186] The Observer, 22.3.2009, G20 warned unrest will sweep globe— I G20 avvertiti che il mondo potrebbe essere investito da seri disordini.

[187] Dichiarazione delle Organizzazioni sindacali mondiali per il G-20 di Londra, 4-2009 (per il testo integrale, cfr. www.  ituc-csi.org/IMG/pdf/No_ 16_-_G20_London_Declaration_FINAL.pdf/).

[188] New York Times, 29.3.2009, M. Landler, Rising Powers Challenge U.S. on Role in I.M.F.— Le potenze in crescita sfidano gli Stati Uniti sul loro peso nel FMI.

[189] New York Times, 26.3.2009, edit., Grand Bargain Il grande accordo.

[190] Movimento politico Newropeans, Lettera aperta ai leaders del G-20: il vertice di Londra: ultima possibilità prima della disarticolazione geopolitica mondiale, 24.3.209 (cfr. www.newropeans.eu/article.php3?id_article=1224&lang=it /).

[191] le Monde, 26.2.2009, C. Gatinoise, Après la crise financière, la guerre civile? (cfr. www.lemonde.fr/web/imprimer_ element/0,40-0,50-1160698,0.html/).

[192] Guardian, 27.3.2009, R. Reich, Restructure nowAdesso, ristrutturiamo.

[193] INSEE, 3.2009, Note de conjoncture (cfr. www.insee.fr/fr/themes/theme.asp?theme=17&sous_theme= 3&page=vue ensemble.htm/).

[194] The Economist, 14.3.2009.

[195] The Economist, 28.3.2009.

[196] France24, 3.3.209, French premier forecasts deficit over 5% for 2009 Il premier francese prevede il deficit 2009 a sopra il 5% (cfr. www.france24.com/en/20090303-french-prime-minister-fillon-deficit-5-percent-2009/).

[197] le Monde, 21.3.2009, M. Noblecourt, Un déprime sociale sur fond de dépression économique— Depressione sociale su sfondo di depressione economica (cfr. www.lemonde.fr/web/imprimer_element/0,40-0@2-3232,50-1170852,0.html/).

[198] The Economist, 21.3.2009.

[199] The Economist, 28.3.2009.

[200] The Economist, 21.3.2009

[201] The Economist, 14.3.2009.

[202] Stratfor, 27.3.2009, United Kingdom: 2008 Q4 GDP Revised, Downward Regno Unito: PIL del quarto trimestre del 2008 riveduto al ribasso (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090327_united_kingdom_2008_q4_gdp_revised_downward/).

[203] Guardian, 19.3.2009, edit., Bleak times Tempi bui.

[204] The Economist, 14.3.2009.

[205] Guardian, 24.3.2009, J. Kollewe, Surprise rise in inflation defies City predictions— L’aumento a sorpresa dell’inflazione sfida le previsioni della City.

[206] The Economist, 7.3.2009.

[207] Daily Telegraph, 20.3.2009, E. Conway, UK will have the worst deficit in Western world, warns IMF Il FMI mette in guardia: il Regno Unito avrà il deficit peggiore del mondo occidentale [dei G-20, dice in realtà: Russia, Cina, India, Brasile e Messico compresi…] (cfr. www.telegraph.co.uk/finance/financetopics/recession/5018214/UK-will-have-the-worst-deficit-in-Western-world-warns-IMF.html/).

[208] The Economist, 28.3.2009.

[210] The Observer, 8.3.2009, W. Hutton, Printing money is the right way to get us out of this mess Stampare moneta è il modo giusto per tirarci fuori da questo casino.

[211] Wall Street Journal, 9.3.2009, Japan’s Economy Weakens L’economia giapponese si indebolisce (cfr. http://online.wsj .com/article/SB123655949345366563.html/).

[212] Ministero delle Finanze, Trade Statistics of Japan, Value of Exports and Imports (2. 2009) Statistiche degli scambi del Giappone, Valore di esportazioni e importazioni (cfr. www.customs.go.jp/toukei/shinbun/trade-st_e/2009/200902ce.xml/).