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     04. Nota congiunturale - aprile 2008

 

  


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Se Padoa Schioppa ha ragione nel dire, con qualche meritata soddisfazione, che coi nuovi dati sul deficit (all’1,9%, in calo dell’1,5% dal 2006) e sul debito pubblico (che scende al 104,4% del PIL), l’Italia sta uscendo dalla procedura di infrazione dell’Unione europea[1], ancor più ragione hanno però gli italiani che lavorano come dipendenti, i pensionati, i precari  a mandar giù la dura realtà, ora confermata dall’OCSE che i salari italiani, quelli che al netto vanno in tasca ad impiegati e operai per camparci – o per tentare di camparci – ogni mese, sono la schifezza della schifezza d’Europa.

Certo, non è una scoperta: è quello che tutti denunciano da mesi, a cominciare dal Governatore di Bankitalia e quello che è tema centrale anche di questa campagna elettorale. Quello cui tutti promettono di porre rimedio, sena che nessuno agisca però ora e subito…

E qui affondano, tra l’altro, a nostro giudizio – sempre e solo quello personale di chi scrive questa Nota, sia chiaro – le radici della grande difficoltà elettorale del centro-sinistra in queste elezioni: pieni voti per i conti pubblici, altro che il Cavaliere!, ma uno score disastroso per quelli privati degli italiani meno ricchi (certo, il Cavaliere anche qui non è che sia meglio.. anzi!).

E ormai su questo si fa urgente – non in teoria, ma in pratica: che fare, come rivedere una prassi più che decennale e che, certo, in sé non era sbagliata: tenere sotto controllo, con la concertazione, l’inflazione) ma che aveva scontato quanto non era scontato per niente: che nell’Italia degli stramilioni di piccolissime imprese si potesse effettivamente allargare la contrattazione di secondo livello per aumentare i redditi da lavoro – anche una riflessione duramente autocritica ma pratica, ripetiamolo, non più solo teorica, dei  sindacati[2].

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI 

 

nel mondo

A inizio marzo, la HSBC – che si autocelebra sul proprio sito come “la banca locale del mondo” – ha reso noto all’assemblea annuale degli azionisti di dover cancellare dai suoi libri contabili americani qualcosa come $11 miliardi di crediti ipotecari e al consumo (carte di credito) non più esigibili. E’ stata una gran brutta botta e costituisce la maggior parte del problema per la HSBC che, sulla colonna del proprio avere, aveva dovuto già cancellare dal resto del mondo $7 miliardi. In tutto un buco di $18 miliardi.

Alla Lehman Brothers, altra grande banca internazionale che “serve” anzitutto grandi imprese, istituzioni, governi, investitori e clienti stramiliardari, e quindi non è direttamente in concorrenza con chi come la HSBC lavora soprattutto sulla quantità dei clienti “normali”, hanno calcolato che di fatto la banca londinese (la più grande d’Europa) ha dovuto cancellare come ormai inesigibile il 14% del suo portafoglio prestiti americano negli ultimi due anni e, ha avvertito l’assemblea il chief executive della banca, che il calo continuo e persistente del mercato edilizio, unito al traballio allarmante dell’economia americana, significherà ancora tagli sul credito esigibile nel resto del 2008[3].

Malgrado questo, però, ha aggiunto il presidente della HSBC, Stephen Green, il profitto del gruppo è comunque salito, nel 2007, del 10%. Tutto e solo grazie alla crescita straordinaria del business finanziario e dell’intermediazione bancaria a Hong Kong, in particolare, ma anche altrove un po’ in tutta l’Asia[4].

Il fatto è che il cosiddetto Washington consensus – le regole di governo o, meglio, di non governo dell’economia globale elaborate tra accademici, politici e finanzieri ed “imposte” dall’inizio degli anni ’80, l’era di Clinton, al mondo: in sostanza deregulation a tutto campo – che hanno sgovernato l’economia facendosi, nei fatti accettare, come leggi di natura da tutti – anche i sindacati sì, anche; anche i partiti di sinistra sì, anche – è stato messo in crisi proprio dal fiasco dei mutui subprime oltre che dagli altri eccessi, chiamiamoli così, accumulati in oltre due decenni di mercati deregolati.

Ma credete che malgrado tutto questo, i vari parlamenti, i media, ecc., se ne stiano preoccupando?

I nuovi super-ricchi, specie i grandi managers che ormai dovunque e comunque (a proposito del merito come criterio per premiare o punire…) guadagnano sul milione e più di € a settimana ma non smettono di intascarli neanche se e quando – spesso – fanno perdere fior di quattrini  a coloro per conto dei quali gestiscono l’impresa: azionisti, dipendenti, ecc., gli stakeholders , rappresentano l’avidità fatta persone in una società dove sono milioni coloro che vivono con €500-600 a testa e centinaia di migliaia quanti sono costretti, con meno, a sopravvivere.

In effetti, nelle nostre società sempre globalizzate anche se non sempre pimpanti, il rapporto medio tra redditi più elevati e redditi minimi che era meno di 50 a 1 trent’anni fa è salito a 2.500 a 1. Non è questione di sinistra o di destra, non solo— ma come mai sembra tanto anomalo aspettarsi che un governo decente, un partito decente, di questo scarto facesse una propria priorità in fase elettorale, anche recuperando quanto sarebbe utile, o necessario, ridistribuire col taglio delle unghie più adunche e troppo a lungo sgraffìgnanti in totale impunità.

Ma vi risulta che questa sia la priorità di qualcuno? O che sia di qualche importanza per qualche partito, o qualche programma – non contando, certo, quelli di cui va scontata, come dicono tutti, e per altri versi magari è anche indesiderabile, l’ineleggibilità – cambiare la struttura di potere che in mille modi diversi, per lo più poco trasparenti e nascosti, rafforza le mani a lor signori. Dovunque.

Insomma, parlare di riequilibrare l’economia sul piano dell’equità senza parlare della necessità di regolare l’economia dopo il ventennio infausto della deregulation, cioè appunto del dominio del Washington consensus, caro ai neo-cons come ai lib-lab alla Blair o a certi centro-sinistri nostrani, è come mettersi a curare la malaria ignorando zanzare e DDT.

Su costo del petrolio, che è arrivato mercoledì 12 marzo oltre i $110 al barile, il presidente di turno dell’OPEC, l’algerino Chakib Khelil, ha detto al vertice di Vienna del 4 marzo (che, però, bisogna sempre tenerlo presente, aggiustati per l’aumento del l’inflazione sono ancora sotto il prezzo reale del greggio raggiunto con la crisi del 1973) che l’alto prezzo del petrolio non dipende affatto, come racconta Bush, dalla carenza di forniture— che al momento proprio non esiste perché, finora, regge ancora bene alla domanda esistente ed a quella crescente di Cina e India.

Ma è, invece, largamente imputabile “in generale, alla pessima gestione dell’economia negli USA e, in particolare, a quella del mercato del greggio (sprechi colossali e vendite al dettaglio a prezzo troppo basso) fatta da Washington”. Dove ci si innervosisce, comprensibilmente, ma non si prova neanche a rispondere a tono[5], continuando soltanto a premere vanamente perché l’OPEC aumenti la produzione. Cosa che, regolarmente, il cartello rifiuta di fare[6]

Questa altalena che sembra salire sempre e non scendere più – col prezzo del petrolio che da un mese sta sopra i $100 al barile e un numero crescente di operatori petroliferi che si mettono a scommettere sul barile future a $200 dollari prima della fine dell’anno – porta ormai il James Baker Institute[7] a insistere perché le grandi compagnie del petrolio riprendano la ricerca di nuovi campi petroliferi.                      

in Cina

Repressione dura in Tibet contro la dimostrazione di monaci buddisti ed altri esponenti tibetani di quella pur assai grezza società civile in occasione dell’anniversario della sollevazione di 49 anni fa contro il ristabilimento armato della sovranità della Cina.

Non proprio, come pure in occidente, ma non in Tibet, si è sostenuto, una rivolta allargata contro i cinesi: le dimostrazioni sono state “efficacemente” (la repressione) circoscritte a Lhasa e tendevano a cogliere l’occasione strategica della prossima celebrazione a Pechino dei Giochi olimpici per mettere sotto pressione la Cina ma, come il Dalai Lama ha ribadito pur denunciando il “genocidio culturale” del Tibet la rivendicazione è sempre la stessa.

Come ormai da anni: lui e la grande maggioranza dei tibetani non rivendicano più l’indipendenza, ma un’autonomia effettiva, effettivamente godibile. Niente di meno e niente di più. Del resto, il Dalai Lama è decisamente contrario all’idea del boicottaggio delle olimpiadi, rivendicato invece da tutte le minoranze vocali dei non tibetani più tibetani dei tibetani: in Italia, in America, in Olanda, in Belgio[8].

Il Dalai Lama, però, continua a denunciare con forza quello che chiama il “genocidio culturale” del Tibet. Culturale, badate, e trattandosi di una cultura aliena parecchio da tutte le altre al mondo anche difficile da difendere: costumi, lingua, religione antichissime, pittoresche, affascinanti ma anche senza dubbio anacronistiche e, magari, anche peggio. Tipo la pratica, di fatto, dello schiavismo e delle punizioni corporali fino a poche decine di anni fa, prassi del tutto normale del regime dei lama. E come genocidio culturale il Dalai Lama denuncia anche l’arrivo di masse di nuove popolazioni: ma in un territorio, il Tibet, di 1.300.000 kmq. – più di quattro volte l’Italia – con una popolazione di soli 8 milioni di abitanti…  

Un osservatore di casa nostra[9] – che esagera: la polveriera Tibet… perché in realtà, in Tibet, non sono affatto tutti, e senza equivoci, dalla parte del Dalai Lama: perché la reintegrazione alla Cina, insieme all’appiattimento forzoso su di essa e sui suoi “valori” ha comunque comportato un avanzamento economico ma anche politico dal Medioevo immobile e tutt’altro che democratico dei lama del Tibet in un qualcosa comunque di più moderno – un osservatore di regola attento, annota sagacemente che il nodo, per i cinesi è che “non possono accettare il Dalai Lama” perché, in ogni caso, con lui dovrebbero accettare “un’autorità spirituale indipendente”.

Dove il termine chiave non è tanto spirituale quanto proprio indipendente (anche gli altri culti, anche la Chiesa cattolica in Cina, è lasciata in pace: ma, appunto, solo quella nazionale, cioè controllata e dipendente: non quella legata a un’“autorità esterna”, come quella di Roma, proibita e repressa e perciò costretta ancor oggi a nascondersi) e malgrado la rapida modernizzazione sul piano economico (la perestrojika) questa è un’apertura politica e culturale (una glasnost) che, rimettendo in questione il monopolio del potere, comporterebbe rischi, una concorrenza, che il potere cinese non è (ancora?) pronto a correre.

Ma poi il giornalista sente il bisogno di concludere con la predica di prammatica: “è indispensabile che l’occidente eserciti ogni pressione” non per portare la Cina ad allentare la morsa, che è rivendicazione sacrosanta, ma “per far capire a Hu Jintao i rischi che corre in Tibet”: che è una bella presunzione (Hu Jintao era stato incaricato da Pechino della repressione dell’ultima rivolta tibetana e, adesso, è presidente e segretario generale del PCC).

E continua: “lo sviluppo con cui i dirigenti di Pechino si garantiscono un consenso reale fra una parte [per onestà intellettuale, bisognerebbe dire una grande parte o, almeno, la maggioranza] della popolazione, può incappare in serie turbolenze se la Cina decide di presentarci un volto odioso o minaccioso”.

Che è una sciocchezza. Perché di volti odiosi e minacciosi sono in molti al mondo a presentarceli… e non è che poi, da parte nostra incorrano in serie turbolenze (pensiamo solo al petrolio che continua a venderci e che continuiamo a comprare dall’Arabia saudita, malgrado le sue decapitazioni di giustizia, l’oppressione della donna e il fanatismo islamista)… E non è che il volto che noi presentiamo al mondo – le guerre che andiamo a combattere, i massacri che provochiamo, anonimamente, con gli strumenti della guerra tecnologica più avanzata, le torture, ecc., ecc. – sia poi meno odioso e meno minaccioso, ci sembra.

C’è chi parla, con allarme di una “Cina che sta invecchiando e che, dicono i demografi, potrebbe dover affrontare a breve problemi seri. Lo stato della forza lavoro sta già sfidando l’opinione diffusa che qui l’offerta di lavoro sia senza fondo. Da diverse fabbriche, negli anni recenti, si sono levati, infatti, segnali di scarsità crescente tra le giovani leve del lavoro[10].

Ora, a parte ogni valutazione, qui e adesso, sul merito dell’incentivazione o dell’obbligo, quasi, per  ogni famiglia ad attenersi alla linea ufficiale di solo figlio – tanto ricca, ormai, di eccezioni da sembrare più uno zig-zag pieno di fratture che a una linea – non è affatto vero, per cominciare, che ci sia questa gran carenza di giovani. La carenza è quella di giovani che, ormai, si accontentino dei salari che vengono loro offerti.

Il solito problema che c’è anche da noi. Le imprese resistono ad alzare i salari in modo da reclutare operai e tecnici di cui hanno bisogno. Cioè, non si rassegnano ad accettare, come invece pretendono che facciano gli altri attori dell’economia, la legge della domanda e dell’offerta.

Qui in Cina comunque i salari crescono già, inevitabilmente e rapidamente, come è giusto che capiti vedere in un paese in via di (grande) sviluppo. Dice che qualche industriale così fallirà… e chi se ne frega non lo dice nessuno? C’è forse qualcuno – in Cina come da noi – al quale qualcun altro, quando ha cominciato a industriarsi per mettere in piedi il suo business, ha promesso che avrebbe fatto solo profitti nel proprio lavoro? Aprendo la sessione annuale del parlamento cinese, il primo ministro Wen Jiabao (che ha fatto nominare come suo vice il giovane Li Keqiang: nato nel 1955, è un’assoluta novità per un regime, tutto considerato, piuttosto gerontocratico ed è l’astro nascente nel firmamento di Pechino) ha messo l’accento su due pericoli di cui l’economia cinese deve preoccuparsi: l’inflazione che sale e le ricadute della crisi americana dei subprime sui consumatori di quel paese che potrebbe tagliare le gambe anche all’export cinese.

E ha proposto la creazione di cinque “superministeri” col compito di coordinare meglio ed accelerare le riforme di cui il paese ha bisogno soffocando le forti resistenze burocratiche che vi si oppongono: fuori dell’ufficialese, vuol dire cercare di centralizzare un po’ di più l’anarchica gestione tipica da sempre di ogni mandarinato periferico cinese[11].

Nascerà così, ora, un ministero dell’Ambiente. Ma, per le opposizioni periferiche e burocratiche durissime scoppiate dentro l’oligarchia diffusa, non ci sarà un ministero dell’Energia[12]

Nel suo rapporto alla sessione parlamentare, il primo ministro Wen ha precisato che il PIL in Cina è aumentato del 10,6%, cioè di $3,46 miliardi nel 2007. Le riserve sono cresciute a $1 miliardo e 520 milioni e, per il 2008, il target di crescita del paese è stato ridotto all’8% (per il quarto anno di seguito, però, e inutilmente…) per cercare di domare un’inflazione dal tetto fissato al 4,8% ma, in realtà, dell’8,7% nei dodici mesi dal febbraio 2007 a questo febbraio, il livello più elevato da dodici anni, coi prezzi dei prodotti alimentari a +23,3% sull’anno prima.

La spesa pubblica del governo centrale salirà del 17,8%, puntando molto alla crescita dell’economia rurale (+30%), a frenare i prezzi e a colmare gli scarti di reddito presenti nel paese. Le entrate sono previsti in $465,2 miliardi al cambio ufficiale, sette-otto volte tanto in termini reali di potere d’acquisto, con le spese proiettate e a $490,6 miliardi, quindi con $25,4 di deficit di bilancio (9,1 meno dell’anno scorso)[13].

Bilancio che sarà votato, sicuramente a larghissima maggioranza, come e più che in qualsiasi parlamento controllato da una maggiorana, qui poi predefinita non solo di fatto dai numeri ma anche dal monopolio del potere. Che, pure, sarebbe sbagliato concepire e vedere come immobile e incapace di trasformarsi.

Due aree di polemica e di contenzioso – non nuove e che, qualche volta, danno l’impressione di essere perfino un balletto rituale diventato del tutto ipocrita – si riaccendono tra USA e Cina: diritti umani, come sempre, e armamenti reciproci.

Sì, stavolta il Rapporto annuale del Dipartimento di Stato ha attestato che la Cina ha rispettato “meglio”, anche se non completamente, i diritti umani dei cinesi[14]. Così adesso non è più tra i peggiori della lista americana, poco credibile nei giudizi finali (tutti e solo politici, di convenienza politica) anche se compilata da esperti e con grande professionalità: ma giudizi che risentono, ovviamente, della categoria amico/nemico che porta a fare fior di eccezioni e di assoluzioni, tutte colorate dai propri interessi politici.

Quest’anno gli Esteri americani elencano nella lista dei “peggiori” (i “top ten”) Corea del Nord, Myanmar, Iran, Siria, Zimbabwe, Cuba, Bielorussia, Uzbekistan, Eritrea and Sudan (ma guardate solo all’assenza dalla lista, per dire, di Arabia saudita, Pakistan, ecc., ecc.). E già il concetto di dare i voti a tutti meno che a sé, ovviamente, è aberrante.

La Cina, ora, è passata così nella categoria dei paesi autoritari che stanno sperimentando serie riforme economiche e un rapido cambiamento sociale ma che “non hanno intrapreso una riforma politica democratica”. Una caratterizzazione, tutto sommato, corretta. Ma che è vera da almeno dieci anni, ma generosamente  applicata solo adesso che l’America è diventata dipendente dalla buona volontà finanziaria della Repubblica popolare cinese.

Ma a Pechino non va bene per niente farsi dare i voti, anche se leggermente migliori del solito e, comunque, oggettivamente utili, forse, alla vigilia delle Olimpiadi, da Washington. La ritorsione cinese, immediata, è quella di accusare gli USA di ipocrisia, in un proprio Rapporto ufficiale preparato per uscire subito dopo quello statunitense.

Lo fa – ed è abbastanza facile – rifacendosi alle proteste di tanti americani per la riduzione dei loro diritti civili; alle leggi e alle ordinanze presidenziali che autorizzano e coprono prigioni segrete un po’ in tutto il mondo controllato dagli USA, “altrettanto complice e silente”; la tortura; e il “massimo disastro umanitario” di questi anni che si è rivelata l’invasione dell’Iraq con la sequela di centinaia di migliaia di vittime civili di quella guerra e di quella in Afganistan[15].    

Un altro Rapporto, del Pentagono questo, americano (marcato sempre da questa mania tutta loro di dare i voti agli altri, sempre rifiutando di vedere se stessi) che ha mandato la mosca al naso ai cinesi (che sembrano rimasti, però, anche gli unici a rispondere non lasciandogliene passare una) è quello annuale del Pentagono che stima la spesa militare cinese nel 2007 fra i $97 e i $139 miliardi, più del doppio di quello dichiarato di appena $45 miliardi.

Nel breve, secondo il Pentagono, è la preparazione a un possibile conflitto con Taiwan – che tiene conto anche di un possibile intervento americano – a motivare la spesa militare cinese. Ma, sempre secondo il Rapporto, nel calcolo dei pianificatori militari di Pechino sono pure evenienze come un possibile scontro per l’acquisizione di risorse (petrolio, minerali, derrate) o di territori per i quali la Cina ha ancora aperte vertenze (come con India o Vietnam).

La critica di fondo del Rapporto alla spesa cinese per armamenti è che è… “poco trasparente” e, quindi, “minaccia la stabilità globale”. Che, in bocca a chi sostiene (la posizione ufficiale di Bush e degli USA) che le guerre di Iraq e Afganistan stanno costando al paese, sì e no, 300 miliardi di dollari in sei anni (sono 3.000, invece[16]), suona francamente curiosa[17].

Così la risposta cinese è, anche qui, parallela. Citando la necessità di vedere la trave nel proprio occhio oltre che la pagliuzza in quello altrui[18], il ministero degli Esteri afferma essere ora che Washington butti “alle ortiche questa strana mentalità da guerra fredda che ancora si ritrova”: le attività spaziali cinesi, il pattugliamento da parte della Cina non delle acque della Florida ma di quelle intorno a Taiwan, a casa sua, le ricerche e gli esperimenti cinesi nel ciberspazio, sono condotti in parallelo a quelli di tanti altri, americani, russi, britannici… Un rapporto, come quello americano, “è una seria distorsione dei fatti” e l’aria di voler dare lezioni su tutto al mondo tutto e, in particolare, alla Cina può “disturbare” le relazioni fra i due paesi[19].

Dopotutto, ci vuole una bella faccia tosta – soggiungono – a criticare come fa Washington la spesa militare cinese quando per essa si spende, in rapporto alla Cina, dieci volte di più— e in un paese che ha oltre quattro volte la popolazione degli USA…

O a criticarne la poca trasparenza quando, a parte il costo delle guerre in atto, secondo il Congresso – che poi non lo conosce neanche tutto e se ne lamenta magari pur solo ritualmente – forse il 30% del bilancio della difesa americana (sui $1.000 miliardi all’anno, ormai) è “coperto”…

O quando solo ora si viene a sapere che dal 2006 Taiwan aveva trattenuto cinque “detonatori termonucleari”, ultrasofisticati e delicatissimi, supersegreti, meccanismi che innescano l’esplosione delle testate dei missili intercontinentali Minuteman, inviati per errore invece di… parti di ricambio di elicotteri americani venduti a Taipei. E, adesso, Pechino protesta: inviati per sbaglio due anni fa e restituiti soltanto oggi? Chi toglie dalla testa ai cinesi, che gli americani hanno lasciato così a Taiwan tutto il tempo di copiarseli, per lo meno[20]? Altro che sbaglio…

La verità è che il Rapporto del Pentagono trova la sua ragione nel fatto che, senza la “minaccia” cinese così pompata e quella russa, da alimentare anche piazzando missili antimissili alle immediate frontiere della Russia, troverebbe meno argomenti per farsi finanziare dal contribuente le nuove generazioni di super-costosi caccia F-22 ed F-35, i nuovi Stealth, le nuove super-portaerei: gran parte di quei 1.000 miliardi di dollari di bilancio che non servono certo a combattere la guerra al terrorismo…

La verità è che l’America sta gradualmente, ma abbastanza rapidamente, perdendo il potere – il diritto non l’ha mai avuto – di dettare ed imporre il proprio concetto di sicurezza alla Cina, e ormai anche alla Russia, nelle aree di loro, chiamiamola così, pertinenza territoriale. E non si rassegna…

Ancor più bizzarro è che, nel farlo e per farlo, nella solita illusione di perseguire il divide et impera ma perseguendo, in realtà, quella che si rivelerà, e si sta già cominciando a rivelare, come un’altra manifestazione di eterogenesi dei fini, gli Stati Uniti stiano rafforzando e puntellando il potere militare dell’India.

Altro grande paese che tra non molto potrebbe anch’esso trasformarsi in una potenza rivale strategica dell’America in quella regione del globo. Stanno cercando di vendere agli indiani tecnologia nucleare moderna, ma non ci riescono perché gli indiani pretendono – ma guarda un po’, quando l’hanno comprata – di controllarla poi loro…, missili balistici intercontinentali e miliardi di dollari di armamenti high-tech .

Che, domani, potrebbero ben contrastare la potenza americana dispiegata in quel quadrante del lontano oriente (d’altra parte, di missili balistici intercontinentali il paese del Mahatma Gandhi potrebbe averne bisogno solo se volesse lanciarli su Australia, Europa od… America).           

nei paesi “emergenti”

Il governo dell’India ha annunciato che, nel bilancio del prossimo anno fiscale, cancellerà con uno stanziamento di $15 miliardi (600 miliardi di rupie) i debiti di 30 milioni di contadini, che aumenterà la spesa per l’educazione del 20% e della sanità del 15: gli ultimi frutti di una crescita che si è fatta seconda, a quelle dimensioni statuali, solo a quella cinese[21].

Intanto, la produzione industriale è cresciuta del 5,3% nell’anno, a gennaio.

Un paper[22] sullo stato dell’economia e, diciamo così, della giustizia distributiva nella Repubblica bolivariana del Venezuela, redatto dell’ex capo economista del parlamento venezuelano (fino al 2004, quando alle elezioni la maggioranza è decisamente cambiata), uscito di fresco su una prestigiosa rivista dell’establishment americano, sostiene la tesi bushista che, in realtà, i poveri di quel paese non hanno tratto vantaggio alcuno dal governo del presidente Hugo Chávez.

Risponde, a strettissimo giro di stampa, un altro paper[23], del Center for Economic and Policy Research di Washington questo, uno think-tank progressista che demolisce mattone per mattone le tesi, velenose e interessate, delle oligarchie venezuelane di cui il banchiere si fa non disinteressato portavoce.

Il botta e risposta procede, in sintesi, così:

• Rodriguez: sostiene – ma il suo è un ragionare fatto soltanto di asserzioni e di nessuna documentazione – che l’ineguaglianza (misurata in base ai cosiddetti coefficienti Gini[24]) è peggiorata negli anni di Chávez:

•• ma è falso: in Venezuela questa non è affatto l’opinione della gente, dei più poveri e della maggioranza e (spiega Mark Weisbrot che firma il saggio del CEPR, con abbondanza di pertinenti documenti, analisi, istogrammi e diagrammi a supporto) “l’unica costante misura del coefficiente ne evidenzia un declino sostanziale: dal 48,7 nel 1998 o, alternativamente, dal 48,1 nel 2003, al 42  nel 2007. Per dare un’idea approssimata della dimensione di questa riduzione del tasso di ineguaglianza basta paragonare il movimento analogo, ma nella direzione opposta, che si è verificato fra il 1980 ed il 1985 negli Stati Uniti dove il coefficiente Gini è andato dal 40,3 al 46,9 in un periodo – il primo mandato di Reagan – di enorme ridistribuzione del reddito dal basso verso l’alto”.   

• Rodriguez: la riduzione effettiva della povertà in Venezuela nel corso del periodo di espansione economica in corso – della metà, riconosce lui stesso, dal 55,1% delle famiglie nel 2003 al 27,5% a metà del 2007 – non regge il passo con la riduzione avvenuta in altri paesi grazie allo steso ciclo espansivo (prima dell’attuale calo e, forse, della recessione in arrivo):  

•• ma anche questo è falso. Lui afferma che altri paesi hanno ridotto la povertà “di due punti percentuali circa”, per ogni punto di aumento nel reddito pro-capite. Solo che, se fosse stato così, il Venezuela, col suo rapporto crescita del PIL pro-capite/riduzione della povertà così come definito da Rodriguez stesso, avrebbe eliminato del tutto la sua povertà: non solo del 50%.

• Rodriguez: “E’ notevole, data la retorica a lui consueta e la reputazione di Chávez, che nel corso della sua amministrazione i dati ufficiali non mostrino alcun significativo cambiamento di priorità nella spesa sociale”;  

•• ancora falso: perché la spesa sociale pro-capite, scontata dell’inflazione, tra il 1998 ed il 2005 è aumentata del 350%, in Venezuela.

• Rodriguez: la crescita dell’import venezuelano “minaccia di cancellare il surplus dei conti correnti del paese”;

•• fasullo anche questo: l’attivo dei conti correnti è sempre vastissimo qui, più dell’8% del PIL; al contrario che negli USA che, se stessero come il Venezuela, vedrebbero un avanzo di conto corrente di $1.100 miliardi  invece che il deficit attuale di $739 miliardi.

• Rodriguez: “utilizzando tutta una batteria di dati statistici, in specie l’inchiesta sullo status delle famiglie, abbiamo trovato scarse indicazioni che il programma [di alfabetizzazione del governo] non avuto effetti statisticamente rilevanti sull’analfabetismo in Venezuela”;

•• altra menzogna o, a dir poco, altra scorrettezza: perché, tanto per cominciare, l’inchiesta sullo status delle famiglie non è stata disegnata per misurare l’alfabetizzazione; poi perché ai dati statistici raccolti da Rodriguez erano state date specificazioni artificiosamente redatte a non riflettere la realtà; infine, perché l’esperienza, le testimonianze orali, le inchieste sul campo  (compresi i risultati raccolti sul tema nel WorldFactbook della CIA) sbugiardano queste curiose deduzioni.

• Rodriguez: e, per chiudere con questo breve florilegio di malafede messa al servizio di una tesi predeterminata a favorire interessi che non sono di certo quelli venezuelani, c’è un lavoro di selezione accurata sul peso dei neonati, sui pavimenti di terra battuta ancora diffusi nelle case, sulla diffusione dell’acqua corrente, nel tentativo di argomentare che le condizioni di vita dei più poveri tra i venezuelani si sono andate deteriorando durante il periodo della straordinaria espansione dell’economia in Venezuela;

•• Ma – ed è l’ultima menzogna che, con il CEPR, riportiamo – sono appunto statistiche tanto selezionate (i criteri, il campione,…) da non avere significato alcuno specie a fronte delle condizioni medie di vita che sia i dati completi sia l’esperienza mostrano, invece, essere largamente migliorate.

EUROPA

Il quadro previsionale per l’area euro riflette aspettative migliori di quanto sia per l’America. La fiducia in Germania, misurata dall’IFO, è cresciuta a marzo per il terzo mese consecutivo e confermata dall’INSEE di Parigi per la Francia. Eccezione, l’Italia dove il mondo degli affari non condivide affatto lo stesso sentimento: l’indice di fiducia calcolato dall’ISAE scende al livello più basso dall’agosto 2005[25].

Il 6 marzo, i tassi di sconto della BCE – e della Banca d’Inghilterra – sono stati tenuti fermi: la prima al 4%, la seconda al 5,25[26]. Mosse, entrambe, largamente aspettate. Perché – Dio li benedica e, se lui può, li perdoni – i banchieri centrali d’Europa sono, tutto sommato, soddisfatti della crescita e più preoccupati – come sempre – dall’inflazione. Mentre la Fed si è mossa con aggressività a tentare di rilanciare un’economia che ristagna, la BCE non ci prova neanche: non tocca a lei, non è parte del suo mandato che deve mirare solo alla stabilità della moneta…

Non concordano, ormai, tanti governi della zona euro. Non concordano, con questa visione “stitica” del compito della BCE, ma non provvedono neanche a dire, o almeno a tentare di dire alla BCE, di cambiarla. Come sarebbe in loro potere, nel potere della politica, fare. Se lo volessero…

Invece continuano a borbottare, qualche volta anche all’unisono e quindi preoccupando i banchieri di Francoforte, sul fatto che la loro distratta negligenza abbia lasciato apprezzare talmente l’euro nei confronti del dollaro (ma anche dello yen e della sterlina) da danneggiare non poco esportazioni europee e prospettive di crescita[27].

Ci sono anche voci (Francia, un po’ anche l’Italia, per quello che in questa fase riesce a contare: assai poco) a spingere per una qualche regolazione centralizzata europea di mercati finanziari tanto turbolenti quanto quelli di oggi. A frenare, con l’ausilio consueto di Germania – nulla al di fuori della BCE – e Gran Bretagna – niente al di fuori del mercato e dei suoi meccanismi spontanei – è, secondo copione, il lib-lab Barroso, presidente della Commissione.

Noi – dice, parlando per la Commissione Barroso che decide solo sulla gestione, non decide la policy non abbiamo sicuramente alcuna intenzione di avere una qualche forma di super-regolazione europea. Vogliamo, invece, più trasparenza e più cooperazione fra i vari regolatori nazionali”. Come se, nel mercato globale, le misure nazionali (pensate al Lichtenstein, solo per dirne una…), servissero a qualcosa.

In realtà, perfino Barroso lo sa. Aggiunge: “pensiamo che l’innovazione nei mercati finanziari sia buone. E’ stata buona per le istituzioni finanziari, per il business e per i clienti [bé, per i clienti poi,  sgonfiata la bolla, per niente …]. Ma l’innovazione finanziaria ed i prodotti incredibilmente sofisticati [sofisticati? artefatti, artificiali, fasulli, incredibilmente rischiosi: aggettivi qualificativi, ci sembra, ben più obiettivi…] che offre sul mercato hanno creato dei vuoti di regolazione”.

Dunque, sembrerebbe la conclusione logica, no?, questi buchi bisognerebbe riempirli. Ma, qui,  scattano le palpitazioni di questa Commissione quando si tratta di rischiare di disturbare un pochino i mercati: “certo, sono vuoti che vanno riempiti, e riempiti pragmaticamente; ma una risposta affrettata farebbe più male che bene [28].

 Giudicate voi del senso di responsabilità, dell’attenzione, della prudenza e della capacità di proposta necessaria per fare il suo mestiere, non quello di un burocrate eunuco ma di un presidente della Commissione europea, cioè di un promotore dell’idea di un’Europa più unita. A noi, la comparazione fa qualche impressione solo a pensare che, una volta, a quel posto, c’era Jacques Delors…      

La produzione industriale dell’eurozona è salita dello 0,9% a gennaio, il 3,8% in più dell’anno prima[29]. E l’inflazione nell’eurozona è cresciuta nell’anno, a febbraio, al 3,2% nelle stime preliminari. A gennaio, le vendite al consumo sono aumentate dello 0,4%, dopo tre mesi di continue cadute.

Facendo una pessima figura e subendo un altro scivolone della propria credibilità, ma prendendo, finalmente, la decisione giusta – quella sbagliata era stata la promessa di Blair e Brown ai propri ultras euroscettici di sottoporre il Trattato di Lisbona a referendum: quando la legge britannica non lo prevede e solo la demagogia lo imponeva – la Camera dei Comuni ha respinto il 5 marzo, con un margine di 63 voti, la richiesta di sottoporre a referendum la ratifica del trattato riformato di Lisbona. A decidere, quando sarà – già: ma quando sarà? – sarà il parlamento: come per ogni altra ratifica di trattato internazionale.

Il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha cancellato i piani per incontrarsi col presidente francese Sarkozy e a cancelliera tedesca Merkel sul tema dell’adesione del suo paese alla UE. L’ha scritto il ministero degli Esteri Ali Babacan ad un membro dell’opposizione turca che ha reso nota la lettera.

Erdogan aveva cercato l’incontro con l’intenzione di cominciare a “smontare” l’opposizione di principio dei due leaders europei motivata, al di là di ogni ipocrisia, dalla islamicità della Turchia. Loro avrebbero continuato al massimo a proporgli una “partnership speciale”, senza però osare dichiararne esplicitamente il motivo. Ha scritto Babacan che la proposta dei due non interessa la Turchia e che, al fondo, “sembra” che la Turchia non  interessi all’Europa[30]

In Polonia, l’opposizione ha bloccato la ratifica del Trattato di adesione alla Unione europea (cvio vuole un voto dei 2/3 del parlamento) perché la legge proposta dal governo per sottoscriverla non includeva una dichiarazione voluta dal partito della Legge e della Giustizia (si fa per dire…) dei gemelli Kaczynski: che la Costituzione e le leggi polacche “soprassiedono” comunque ad ogni Trattato europeo.

I cretini – che avevano pure negoziato di persona il testo del Trattato di Lisbona essendo loro presidente della Repubblica e primo ministro un anno fa – sembrano convinti che potrebbe fare lo stesso chiunque, il Lussemburgo e/ o la Germania[31]

Se non ingoieranno il rospo, il governo della Piattaforma Civica di Donald Tusk che ha relegato i Kaczynski all’opposizione ha già “minacciato” il referendum come alternativa per una ratifica che popolarità dell’Unione e sondaggi in questo paese assicurano passerebbe a vele spiegate.

Francia e Germania hanno risolto le divergenze restanti e deciso sulla creazione di una qualche organizzazione “politica” dei paesi del Mediterraneo e hanno presentato al vertice europeo del 13 marzo una proposta congiunta per dar corpo all’Unione mediterranea, un’idea lanciata da Sarkozy anche per ribilanciare l’equilibrio europeo a Sud dopo l’allargamento ad est.

La proposta prevede una partnership paritaria di tutti i 27 membri dell’Union coi paesi mediterranei che vorranno aderirvi (si prevede di invitarne una dozzina piena, Israele e Siria comprese. Il prossimo 13 luglio, a Parigi, nel corso del semestre di presidenza francese dell’Unione europea, lancio ufficiale e solenne dell’Unione mediterranea.

Rispetto all’idea sarkozysta iniziale, come dire?, più esclusivista, questa nuova versione non prevede più alcuna esclusione predeterminata (quella degli europei non mediterranei) e, ha sottolineato la Merkel, adesso coinvolge tutta l’Unione. Anche nel suo finanziamento, come chiarisce, che altrimenti non sarebbe stato tale[32]. Adesso andrà  creato un segretariato, una presidenza congiunta nord-sud e sono previsti, calendarizzati, vertici periodici.

Bisogna dire che i nuovi paesi dell’Est ex sovietico hanno buttato qua e là qualche ostacolo sulla strada della nuova creatura. Il polacco, Tusk, ha detto che adesso bisognerebbe pensare a “dare all’Ucraina una chiara prospettiva europea”, risollevano così il problema che sembrava messo tra parentesi di un altro, o di altri, allargamenti prossimi venturi. Ma mettendo fra parentesi che qui, con l’Unione mediterranea, non c’azzecca proprio niente nessun allargamento.

Il primo ministro ceco, Topolanek, ha sottolineato invece – con qualche verosimiglianza – che  adesso bisognerà capire bene, però, quale dovrà essere lo scopo dell’UM: osservazione pesante, se associata poi, come fa Topolanek con un suo quasi implicito, ma non troppo, suggerimento che in realtà Sarkozy puntasse a far assumere da tutta l’Europa finalità anzitutto nazionali, francesi…

Il premier sloveno Janez Jansa ha chiamato la Grande Unione del Mediterraneo – dal Marocco alla Turchia – “un upgrade del processo di Barcellona”— il meccanismo che al presente regola i rapporti tra UE e paesi del Mare Nostrum che, in effetti, come ha detto Merkel “aveva bisogno di essere rivitalizzato”. E, a questo punto, col pieno consenso francese si è fatta carico lei, in prima persona, durante il vertice, di convincere i recalcitranti: non proprio pochissimi.

Per parte sua anche il presidente del parlamento europeo, Hans-Gert Pöttering, ha espresso la sua grande “meraviglia” per il non coinvolgimento del parlamento europeo nel progetto. Quando pure “la componente parlamentare è parte integrante del processo di Barcellona”.    

Forzando la mano a tutti gli altri membri della UE, senza neanche tentare, cioè, di coinvolgerli, Francia e Gran Bretagna si sono fatte una mini-cooperazione rafforzata per conto loro, concordando – o almeno annunciando di aver concordato: ma il diavolo, come si sa, si nasconde sempre e anche in questo caso lo farà nei dettagli – una loro politica a parte su energia nucleare ed immigrazione[33].

Sarkozy e Brown hanno deciso di “costruire insieme centrali nucleari di nuova generazione e di esportare la loro nuova tecnologia in giro per il mondo”, quando in realtà il Regno Unito a disposizione mette la propria rete commerciale e le capacità finanziarie della City – che, però, è molto inguaiata al presente – mentre la Francia propone il reattore Areva (dal nome dell’abbazia di Arevalo, meno una sillaba, nella regione di Avila in Spagna) nuovo ma vecchio di almeno otto anni e gestito da Energie de France e anche molto costoso. Naturalmente “nello sforzo di combattere i cambiamenti climatici”.

E hanno anche concordato nuove misure contro l’immigrazione clandestina che, nelle intenzioni di Sarkozy, non confermate però da Gordon Brown, dovrebbe servire a rendere poi più probabile la firma da parte degli inglesi del Trattato di Schengen. Illusione, illusione: se poi fosse sincera…

In Kosovo, quasi un mese e mezzo dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza – che ha solo, proclamato in effetti la dipendenza totale del paese dal protettorato NATO (quanto durerà? cinque anni? dieci? senza fine?...) – sembra prevalere il senso di responsabilità: da entrambe le parti, sia quella che irresponsabilmente, rispetto ad ogni altro interesse in questione, ha acceso la miccia (il Kosovo) ma, poi, sembra aver tenuto contro le tentazioni di ulteriore provocazioni, sia quella che la miccia se l’è trovata accesa in mano (la Serbia)…

Però, una conseguenza seria c’è stata ma, per fortuna, tutta interna alla Serbia e che viene, pare, gestita nei termini civili di uno scontro elettorale, diciamo così, chiarificatore. Con le dimissioni del primo ministro Vojislav Kostunica – “il governo è spaccato, irrimediabilmente e non ha una posizione unitaria sulle questioni che riguardano il futuro del Paese e tra queste il Kosovo come parte della Serbia”. In sostanza, dentro il governo stesso siamo divisi:

• parte della coalizione, con me, vuole che la Serbia si associ all’UE solo se l’UE ritira i suoi riconoscimenti all’indipendenza del Kosovo;

• l’altra, la maggioranza del gabinetto, col presidente Tadic, rifiuta di collegare le due questioni. In sostanza, accusa Kostunica, è disposta a piegarsi all’amputazione delle proprie radici storiche e culturali… malgrado gli impegni internazionali solennemente assunti[34].

Le elezioni, ora – da una parte Kostunica, l’uomo che ha cacciato Milosevic dieci anni fa ma si sente legato alla sua “serbità” originaria; e, dall’altra, il candidato che sarà proposto da Boris Tadic, presidente della Repubblica, appena rieletto – si terranno a maggio[35].

Il problema è che per farsi eleggere presidente due mesi fa Tadic aveva “mentito” affermando con forza, anche lui, l’irrinunciabilità al Kosovo per tutti i serbi. Per poi, una volta eletto per un’incollatura, cominciare a utilizzare i timori di isolamento in Europa, rafforzati sull’identico tono dall’Europa stessa, per far marcia indietro: con molta prudenza, ma chiaramente.

Al fondo, il nodo è sempre lo stesso: il Kosovo. Nel 1999, il Consiglio di Sicurezza, all’unanimità, per mettere fine all’intervento sanguinoso con cui Milosevic affrontava la tentata scissione del Kosovo, autorizzava un controintervento NATO alla condizione assoluta, dettata dal diritto internazionale, che riconosceva come premessa che il Kosovo fosse e dovesse restare parte integrante del territorio serbo…

Il fatto è che, come aveva spiegato già nel 1991 l’Alta Commissione di giuristi istituita dall’Unione europea (che prendeva il nome dal costituzionalista francese Robert Badinter) all’inizio, quasi, delle frammentazioni balcaniche ed era stata istituita col compito specifico di supervisionare uno sviluppo pacifico della dissoluzione dell’ex Jugoslavia, ormai considerato inevitabile, riferendosi al nodo di vipere delle intolleranze e delle pulizie etniche contrapposte della Bosnia-Erzegovina, “il diritto all’autodeterminazione non deve scontare cambiamenti alle frontiere esistenti al momento dell’indipendenza se non dove gli Stati interessati abbiano concordato altrimenti[36].

E’ su queste basi che la precedente dichiarazione di indipendenza del Kosovo del 1990 era stata riconosciuta solo dall’Albania. E la novità – unica e reale – che adesso ha portato, contraddicendo ogni premessa e promessa di diritto internazionale, al riconoscimento piuttosto largo del Kosovo come Stato indipendente – ma inevitabilmente precario – è che così ha voluto l’America di Bush che, come al solito, vista la pavidità degli altri, è riuscita ad imporsi a quella che continua a chiamare la “comunità internazionale”.

Solo che qui, come per l’Iran, come per l’Afganistan, ecc., ecc., ogni volta – guarda caso – la “comunità internazionale” è quella formata, di volta in volta, solo e sempre da chi dice di sì agli americani, alla loro strategia per quanto catastrofica finisca col rivelarsi e confermarsi ogni volta, alle loro tattiche per sbagliate e controproducenti che siano. Gli altri, la Cina, la Russia in specie, ormai non possono essere certo ignorati: ma, in pratica, è come se lo fossero, anche loro…

Nei fatti questa “comunità internazionale”, nella versione a stelle e strisce che l’America va imponendo – formata cioè dal volere degli USA e di chi con gli USA di volta in volta è d’accordo – stavolta, con l’emarginazione di fatto, nei fatti, dell’ONU e la cancellazione, se finirà con l’andare a buon fine, di una risoluzione unanime del Consiglio di Sicurezza senza che essa sia mai stata cambiata, si troverà di fronte a una serie di scuotimenti squassanti.

La prossima puntata, la prima molto probabilmente di una serie di mini-secessioni non concordate sembra annunciarsi, in effetti, in arrivo. E’ subito scoppiato un confronto duro con la Macedonia   perché, invece di muovere almeno con qualche prudenza i suoi primi passi nell’arena internazionale in cui si è introdotto così eccentricamente, il Kosovo si dimena lanciando ultimatum.

Il presidente della Repubblica della Macedonia, Branko Crvenkoski, ha respinto la richiesta kosovara che Skopje proceda subito al riconoscimento di Pristina prima di discutere sul contenzioso relativo al confine tra i due paesi su 2.000 ettari di territorio che l’autorità territorialmente sovrana, la Serbia, aveva riconosciuto.  Dicono, a Skopje, con qualche ragione, che anche se lo volessero non potrebbero riconoscere un confine internazionale tra due Stati se prima non sanno quel si chiede loro di riconoscere: compresi i 2.000 ettari, come kossovari o come territorio proprio?

Crvenkoski si propone, semmai, di discutere della questione con la rappresentanza ONU a Pristina che, “dopotutto rappresenta, e rappresenterà ancora per molto tempo, se ho capito bene, l’autorità finale decisionale in Kosovo[37].

Intanto, nella crisi che è scoppiata a Mitrovica, la città del Nord Kosovo a maggioranza serba, con scontri che hanno anche portato alla morte di un casco blu dell’ONU, le forze dell’ordine polacche e ucraine sono state respinte a sud del fiume che divide la città serbo-kosovara.

E la Serbia – anche se non è ancora chiaro, tanto per semplificare le cose, chi ha preso l’iniziativa: governo, o presidenza, o tutt’e due – ha annunciato che “potrebbe” invitare i militari russi “ad affiancare quelli dell’ONU, o anche a sostituirli” in un’operazione di peace-keeping nel Nord Kosovo. Che potrebbe portare alla spartizione di fatto del territorio, di Mitrovica, dal Kosovo[38]: così come il Kosovo si è separato dalla Serbia.  

L’aver buttato a mare – prima con l’invasione dell’Iraq, poi adesso con la scissione in Kosovo, per citare solo i casi più rimarchevoli – tutte le regole e le norme del diritto internazionale, cercando di rifondarselo a proprio uso unilateralmente anche buttando via l’ONU – l’acqua sporca che c’è col bambino che è sempre prezioso – ha adesso creato davvero un maledetto imbroglio.

Senza un quadro di riferimento legale e legittimo a livello internazionale, cioè universalmente riconosciuto e che impegna al proprio rispetto tutti – ma tutti senza eccezioni che, altrimenti, si moltiplicano – è difficile vedere come questo tipo di dispute e vertenze – territoriali, nazionali, etniche – possano essere affrontate e risolte senza il ricorso alla minaccia della o all’uso della forza.

E’ questo il contenuto del vaso, famoso e famigerato, di Pandora che la “comunità internazionale” ha deciso adesso di riaprire nei Balcani. Con conseguenze che cominciano a riflettersi, infatti, un  po’ dovunque nella regione.

Ne stanno fuoriuscendo possibili fantasmi di scontri prossimi venturi. Abkazia e Ossezia del Sud, le due regioni ribelli della Georgia a larga maggioranza russa e la Transdniestria moldava che dalla Moldova vuole anche andarsene, hanno fatto pervenire una dichiarazione comune alla Duma russa confermando che intendono “risolvere pacificamente le loro vertenze coi paesi da cui vogliono separarsi… ma che separarsene intendono”, così come hanno appena fatto “altri”.

E i presidenti di Abkazia, Eduard Kokoity, Sud Ossezia, Sergei Bagapsh, e Transdniestria, Igor Smirnov, consegnando l’appello a Mosca, hanno detto secondo le fonti[39] che le loro repubbliche restano “per ora” in attesa delle risposte ufficiali di Russia, Georgia e Moldova.

Ma Smirnov ha anche aggiunto di non capire perché la Russia non trovi il coraggio, “come altri hanno fatto” su basi molto meno legittime, di appoggiare apertamente le rivendicazioni delle popolazioni russe dei tre piccoli territori.

La risposta, anche se niente affatto ufficiale della Duma – non del governo russo, ancora – e dunque del tutto informale ma foriera di possibili/probabili guai a venire, è stata di rendere pubblica l’opinione del parlamento. Dice che Mosca, intanto, dovrebbe inviare “missioni”, non meglio specificate, e dovrebbe anche aumentare i suoi legami ed aiuti commerciali, economici, sociali ed umanitari ai territori “fratelli” in questione e, da subito, dovrebbe esentare da ogni imposta all’importazione le merci in essi prodotte con la partecipazione di aziende russe[40]

Sul fronte del rapporto Serbia-Unione europea, il Commissario europea all’allargamento, Olli Rehn, continua a insistere[41] che “la grande maggioranza del popolo serbo è a favore dell’adesione all’Unione” e che “ci si dovrebbe ragionevolmente aspettare dal governo serbo di mettersi all’ascolto di quello che dice il suo popolo”.

Ed è vero, quello che dice riferendosi ad un sondaggio recente[42], Olli Rehn, sulla maggioranza e quello che vuole. Solo che dell’altra parte del sondaggio in questione, Rehn tace. L’ingresso nell’Unione è effettivamente appoggiato dal 67% dei cittadini serbi, ma il 74% rifiuta lo scambio tra più integrazione di qua e, per averla, riconoscimento del Kosovo di là, implicato da Rehn nel suo dire.

Insomma, la “maggioranza silenziosa”, di cui lui dice ed il resto della Commissione continua a parlare, è quanto mai dubbia, specie oggi dopo che la maggioranza dei paesi dell’Unione hanno riconosciuto il Kosovo anche se alcuni no non irrilevanti Uno per tutti, la Spagna) hanno impedito all’Unione come tale di farlo.

In modo affrettato e inconsulto, come se non avesse insegnato niente il riconoscimento ben più coerentemente motivato, però, anche se altrettanto impreparato e avventato di Slovenia e Croazia che diede il via all’implosione della Jugoslavia nel ’91. E adesso tocca aspettare e vedere…

Tadic e il suo partito democratico dovranno affrontare la formidabile sfida di convincere, adesso, l’elettorato serbo che il loro approccio duale – insieme, integrazione europea ed opposizione all’indipendenza del Kosovo – non è irrimediabilmente bacato dalla contraddizione interna ma costituisce, invece la strada migliore, e ormai anche l’unica forse, anche se per il tradimento degli impegni assunti dagli altri, per la Serbia.

Per questo, e per aiutarli davvero, e ammettendo che sia in buona fede la convinzione che quella di Tadic e dei suoi sia la strada migliore – o anche solo, fregandosene della Serbia, che sia la migliore comunque per l’Unione europea – Bruxelles una volta tanto, e almeno fino al secondo turno delle nuove elezioni, se vuole veder vincere i suoi favoriti, farebbe meglio a tacersi.

Perché non è che in Serbia si siano dimenticati delle promesse quasi del tutto esplicite qualche mese fa prima delle presidenziali – appoggiate Tadic, contro Kostunica, al ballottaggio e avrete il nostro sostegno nella mediazione sulla questione Kosovo – del tutto inevase, poi. Non c’è stata, infatti, mediazione alcuna perché non c’è stata resistenza europea alcuna alla fredda volontà americana di vedere indipendente il Kosovo.

Si va intensificando il conflitto economico e politico tra Russia e Ucraina, anche se formalmente è tra Gazprom russo e Naftogaz ucraino: i russi dicono che ridurranno il flusso di gas a Kiev in attesa che, oltre ai debiti accumulati per il 2007 e in via di pagamento, cominci a pagare anche i debiti dei suoi acquisti di gas per il 2008. Per i quali, però, dice la Naftogaz – che intanto non intende pagare – si stanno ancora negoziando prezzo e termini dell’acquisto. Solo una settimana prima, il presidente ucraino Yushenko in visita a Mosca aveva dato, invece, per concluso l’accordo[43].

Poi vengono, in gran fretta, ricucite le fila del confronto politico e Gazprom assicura che riprenderà la fornitura di gas all’Ucraina; e Naftogaz assicura che pagherà il suo debito di $400 milioni[44]. Non è, però, tutto il dovuto secondo il calcolo che era stato concordato (pochi giorni prima a Mosca) nell’incontro Putin-Yushenko…

Infatti, il presidente ha subito criticato pubblicamente e ferocemente la sua alleata e nemica di sempre, il primo ministro Yulia Timoshenko che rifiuta di applicare l’accordo raggiunto da lui con Putin scatenando, di nuovo, accusa Yushenko, l’ennesima crisi con Mosca. La demagoga “arancione”, come adesso la chiama il presidente anch’egli “arancione” che ha appena rivinto le elezioni alleato con lei, il giorno dopo l’accordo tra Gazprom e Naftogaz aveva infatti annunciato che il suo governo rigettava il testo dell’accordo firmato dal presidente…

Suscitando, però, come ha avvertito la responsabile del Consiglio di sicurezza ucraino, Raisa Bgatyreva, la minaccia del presidente di sciogliere di nuovo il parlamento che, d’altra parte, non si è  riunito dal 12 febbraio. E la Timoshenko batte subito in ritirata. Ma i russi, come si capisce, si fidano poco e restano aperte, a medio e lungo termine, diverse questioni spinose nel contenzioso tra le due imprese ed i due paesi[45].

Fra le imprese, certo, ed in ogni momento, potrebbe riprendere il taglio delle forniture a Naftogaz, se Gazprom non viene pagata a pieno. Una possibilità che l’Europa vive malissimo perché attraverso l’Ucraina passa un quinto del gas naturale che i russi inviano sul mercato europeo via gasdotto.

Già una volta, due anni fa – e del tutto illegalmente, come poi la Commissione stessa fu costretta a riconoscere – Kiev aveva dirottato parte non irrilevante di quel gas naturale dal mercato europeo per rifornire quello suo interno. Ma la tendenza, quasi inconsulta, degli europei era stata, ed è sempre, quella di prendersela coi russi: come se fossero loro a mettere in tentazione gli ucraini pretendendo, ormai, di giocare con loro come con tutti e come da sempre aveva loro predicato proprio l’occidente— secondo le leggi di mercato.

E’ il sempiterno, bizantino assurdo balletto delle divisioni ideologico-nazionalistiche tra i cosiddetti alleati “arancioni”, ma ormai stinti, al governo (una specie della coalizioni italiane: sempre l’un partito contro l’altro armato). In effetti, la primo ministro, Yulia Timoshenko, dissentendo pubblicamente dai termini dell’accordo commerciale raggiunto tra le due imprese e ratificato dal presidente Yushenko che, dice lei, ha mollato troppo ai russi, ci ha ripensato.

L’accordo, dice, ma non spiega perché, “conserverebbe una lunga serie di privilegi, di corruzioni e di abusi – probabilmente vero, ma quali? –, porterebbe alla bancarotta della Naftogaz – certo, se le si chiede di pagare per quello che importa... – e contraddirebbe – così come lei li interpreta – gli interessi nazionali dell’Ucraina”. Insomma, niente – ma proprio niente – di nuovo sul fronte della politica interna ucraina.

Lasciando gli ucraini alle loro perenni diatribe, ma notando anche che per ora il presidente ha messo sotto scacco l’ex oligarca del petrolio ucraino e leader della destra, primo ministro, Timoshenko, alla fine la Naftogaz si è impegnata a pagare subito il gas ricevuto dalla Gazprom al prezzo di $315 per 1.000 m3 per il periodo gennaio e febbraio e la società russa a coprire per tutto il resto del 2008, in attesa di un accordo globale e definitivo che però ancora non c’è, il fabbisogno ucraino[46]. Pur contentando in questo la richiesta della primo ministro: infatti, l’accordo scavalcherà adesso ogni mediatore e si farà direttamente tra le due compagnie.

Intanto, sul piano politico, la Russia non ha tardato a prendersi subito la rivincita sull’“umiliazione” inflitta alla Serbia, e di riflesso anche da essa subita in Kosovo. La prima mossa è stata la rinuncia, sostanziale e formale, di parte ucraina alla richiesta di entrare nella NATO. Un dietro front completo e sorprendente, vista l’insistenza precedente del partito “arancione” ora tornato, anche se così precariamente, al governo. Ma un dietro fronte forse, che dite?, spiegato proprio dall’incontro Yushenko-Putin, al quale ha partecipato anche Medvedev[47]

Del resto, sembrava ragionevole a pochi anche a Kiev la rottura completa con Mosca in condizioni di così evidente dipendenza da Mosca e, per di più di fronte ai dubbi e all’incapacità di decidere (solita) dei membri della NATO che, come minimo, non si erano dimostrati entusiasti all’idea di associare all’Alleanza l’Ucraina.

Da quella società in difficile transizione che è, comunque, la Russia vengono fuori voci, sussurri, indicazioni anche piuttosto preoccupanti, però. Come se l’ambizione del nuovo paese che Putin passa in eredità a Medvedev sia quella di riportarsi per forza, esibendo i muscoli, al livello della superpotenza americana… e chi s’è visto, s’è visto…

Se ne esce, infatti, il primo vice primo ministro Sergei Ivanov, uno dei duri, affermando – secondo quanto riportato[48] di un suo discorso alla base antartica russa di Novolazarevskaya – che il paese ha bisogno di una versione modernizzata dei suoi aerei Il-76 da trasporto a medio raggio ed Il-114, turboelica da trasporto a corto raggio, per “guadagnarsi il dominio sullo spazio aereo dell’Artico e dell’Antartico”. Che, detto così, suona davvero preoccupante…

In Ungheria, il popolo ha detto no al governo[49]… In effetti, al referendum il popolo ha osato rispondere con un sonoro no, bocciando con oltre l’80% dei voti i tre quesiti voluti dalla coalizione neoliberale del multimilionario, in euro, e di nome socialista – alla Blair, per capirci – Ferenc Gyurcsany per far approvare il suo piano di “riforme”.

Riforme neo-liberiste, cioè, si capisce, vere e proprie controriforme. La gente avrebbe dovuto accettare di pagare più ticket per medici e per cure mediche e più soldi per l’istruzione superiore. Il bello è che quel tonto del primo ministro era convinto che la gente gliel’avrebbe votata la sua controriforma e, pensava il tapino, anche con entusiasmo. Su questa premessa aveva impostato sia il referendum (non un obbligo, ma una sua scelta) che la campagna elettorale…

E adesso che è stato sonoramente impalato, che la gente s’è resa chiaramente conto di come le ricette neo-liberali e neo-liberiste siano parte integrante del problema e non della soluzione, Gyurcsany si propone di insistere: siccome, secondo il vecchio aforisma brechtiano, il governo ha perso la fiducia del popolo, il governo ha deciso di cambiarlo, il popolo… E, dunque, ripresenterà il suo piano “riformista” in parlamento, lo farà riapprovare dalla maggioranza e correrà il rischio che l’opposizione lo costringa a un altro referendum. Chje se perde, però, stavolta gli costerà la testa.

STATI UNITI D’AMERICA

La disoccupazione, ufficialmente, a marzo è calata al 4,8% dal 4,9 a febbraio. E c’è chi quasi come riflesso condizionato all’ottimismo e al “patriottismo” tende a valorizzare il dato come una speranza[50]. Poi si ricorda, magari, di quello che sulle stesse pagine ha scritto solo due giorni prima, ci ripensa e cambia tono e titolazione[51].

Il fatto è che, nello stesso mese, in realtà calano i posti di lavoro: del massimo da cinque anni, andandone persi 63.000, in quasi tutti i settori, specie manifatturiero e edilizia. E il fatto è che il mistero – calo e aumento insieme – si spiega bene perché sono centinaia di migliaia, forse milioni, e in aumento continuo, i lavoratori che neanche si iscrivono più alle liste di disoccupazione… E non vengono quindi contati tra i disoccupati.

Questo marzo è stata solo l’aggiunta di 38.000 posti di lavoro nel pubblico impiego, federale e periferico, a frenare un peggioramento dei dati, ufficiali e largamente sottostimati (ci torneremo fra poco) che gli americani hanno subito letto come particolarmente preoccupante[52].

Ce n’è ragione:

• l’occupazione a busta paga, anche solo quella ufficiale, si è contratta per due mesi consecutivi nel settore privato: e, dal momento che l’impiego pubblico tende a reagire all’andamento del ciclo economico con più lentezza e minor propensione a tagliare puramente e semplicemente, questo è l’indicatore di gran lunga maggiormente affidabile;

• nella revisione dei dati reali, cioè non più solo quelli stimati, erano già andati persi 46.000 posti di lavoro a dicembre e gennaio;

• si è contratto seccamente il tasso di partecipazione occupazionale, dal 66,1 al 65,9% della forza lavoro: rispetto ad una anno fa, mezzo punto percentuale di meno (700.000 posti di lavoro di meno);

• i posti di lavoro persi sono stati tagliati in tutta la gamma dei settori produttivi, a marzo: servizi, vendite al dettaglio e lavori impiegatizi inclusi;

• in quello che gli economisti leggono come un segnale chiaro del trend recessivo, i datori di lavoro cominciano a tagliare anche il lavoro temporaneo, a ritmi che si vanno accrescendo;

• oltre ai posti di lavoro, secondo un noto schema di tipo recessionistico, si tagliano in crescendo anche le ore di lavoro.

Cala l’attività manifatturiera e, con essa, soprattutto l’export di beni durevoli (auto, acciaio, ecc.) mentre aumenta un po’, col calare del dollaro, quello dei beni meno, o non, durevoli e con esso l’occupazione nel settore; ancora di più, naturalmente, cala il lavoro nell’edilizia, vista la crisi congiunturale ma, probabilmente, anche e di più ormai strutturale di questo settore.

L’anno passato i redditi da lavoro sia orari che settimanali (qui li calcolano così) sono saliti del 3,7%: sotto il tasso di inflazione, cioè con un ennesima perdita del potere d’acquisto. E con la disoccupazione in aumento, la debolezza, diciamo così, “culturale”, la rappresentatività molto bassa e la flebile incisività dei sindacati, la crescita anche solo nominale di salari e stipendi andrà decrescendo.

Gli ultimissimi dati di fine marzo indicano che l’economia è andata praticamente in stallo, nell’ultimo trimestre del 2007 (tra ottobre e dicembre la crescita del PIL è appena arrivata al +0,6%) e probabilmente, nel bel mezzo di una crisi edilizia[53] e delle crisi creditizia e finanziaria in atto, sta andando peggio.

Nel registrare blandamente le sue preoccupazioni – l’America si riprende, ce lo dice il presidente, no? – il  ministro del Commercio, Carlos M. Gutierrez, fa notare che nel 2007 il paese ha esportato per quasi $1.500 miliardi di beni e servizi, così contribuendo alla crescita per il 27%. Si scorda, o meglio non menziona per niente, il particolare che le importazioni sono cresciute ad oltre $1.900 miliardi lasciando un buco non piccolo[54].   

  In conclusione. Su basi storiche, cioè empiriche e sperimentali ma estremamente reali – è la conclusione dell’ultima analisi mensile del prestigioso Economic Policy Institute di Washington[55] – una volta che le buste paga crescono meno dell’1% su base annuale e, su base mensile, perdono ogni volta valore, allora l’economia si trova già in recessione.

Il fatto è che se ufficialmente si sta già, oppure no, in recessione è questione puramente accademica, che obbedisce soltanto a una convenzione (due mesi consecutivi di crescita zero) man mano che il lavoro si rarefà e sempre più potenziali lavoratori abbandonano il mercato del lavoro non iscrivendosi neanche più (il fenomeno si chiama “scoraggiamento”) alle liste di disoccupazione, i redditi delle famiglie si troveranno compressi e carichi di implicazioni di tipo  recessivo sia per le condizioni di vita individuali e familiari che per la macroeconomia del paese.

Un governo appena appena responsabile (ma non solo qui, certo: in tutte le situazioni che sfiorano la recessione, come ormai anche da noi in Italia, dove siamo pure alla crescita zero, o quasi) dovrebbe:

• anzitutto prendere atto che il settore privato quanto a creazione di lavoro (e soprattutto di lavoro appena appena decente) sta andando all’indietro e provare a rilanciarlo, sul piano interno e, per  noi, soprattutto, su quello europeo lavorando con altri paesi in situazione analoga a costringere la BCE a misure correttive del costo del denaro;

• e rilanciare, poi, la domanda interna ricostituendo il potere d’acquisto dei salari nel più grande mercato comune del mondo che è l’Unione europea; è obbligatorio perché l’incapacità, o anche solo la crescente difficoltà, individuale e delle famiglie si ripercuoteranno di brutto su tutta l’economia.      

E, adesso, è l’industria finanziaria, sono le banche, gli istituti di credito, la borsa, le assicurazioni a mettere paura davvero a Wall Street: che paga la bellezza di un terzo del monte salari dell’intera città di New York, la più alta percentuale di sempre e con un indotto moltiplicato per tre[56]. Ci saranno sicuramente migliaia, se non decine di migliaia, di licenziamenti e stavolta anche tra gli strapagati banchieri e gli agenti di borsa a Wall Street.   

Col timore, così potenziato, della recessione avanzante, con le pessime notizie economiche in arrivo, con la sfiducia ed il panico – sì, panico – che si  diffonde, subito crolla la borsa. Il fatto è che adesso tremano anche coloro che sottolineavano come “un articolo di fede per tutti che se la recessione fosse poi mai arrivata sarebbe stata mite e di breve periodo”: articolo di fede per loro e per lor signori, s’intende, non per chi fa dell’economia un serio mestiere fondato sui dati e l’aveva ben detto…[57])

La vera disgrazia è che questi sfrenati ottimisti erano la maggior parte dei quotidiani e dei media che prestano attenzione all’economia ma, di fatto, si servono e si rivolgono solo e sempre agli “esperti” che alla recessione non avevano creduto (come se fosse stata una questione di fede e non di accurata valutazione delle informazioni!), quelli che la prevedevano appunto, come un dogma di fede: “molto blanda, comunque”.

In realtà, come spiega Stephen Roach, della Morgan Stanley Asia[58], se l’economia americana stesse entrando in un periodo normale di rallentamento, potrebbe anche bastare lo stimolo tempestivo, magari doverosamente un po’ meglio distribuito tra i beneficiari, che Fed e Casa Bianca hanno comunque provveduto a fornire.

Sfortunatamente, fa osservare, questo rallentamento è tutt’altro che normale. Perché questa è una recessione, come si dice, dopo-bolla. Stavolta “sono scoppiate contemporaneamente la bolla del credito e la bomba delle proprietà edilizia. Due settori economici che insieme fanno il 78% del PIL: sei volte di più del 10% della bolla di borsa che, sette anni fa, aprì l’ultima recessione”…

Negli ultimi sei anni, un ricorso troppo facile ai prestiti bancari ha sostenuto la bolla creditizia, rendendo altrettanto facile ai consumatori approfittare della bolla edilizia col valore ipotecato delle case come se fosse reddito normale.

Questo gioco – dice Roach – non va più”. La nostra crisi – nota – è fondata “su un tasso di risparmio bassissimo, un deficit commerciale troppo vasto da anni e anni, un debito dei consumatori spropositato”. In questo è proprio nostra, con caratteristiche tutte americane: tipiche della cicala di Esopo. 

Ma preoccupa di brutto i mercati il fatto che un guru attento e tra i meno smentiti dai fatti come lui, la pensi come altri quando vedono analogie brutte anche con l’economia giapponese degli anni ’90 q uando si sgonfiarono insieme la bolla di borsa e quella del mercato edilizio.

La lezione di quella crisi furono i danni seri provocati a vicenda e a catena dallo scoppio appaiato delle due bolle, quella finanziaria e quella edilizia. Ed è lo stesso gioco incrociato letale che sta oggi scatenandosi sui mercati americani”.

Come aveva scritto un altro osservatore[59]a grandissime linee, i paralleli sono davvero allarmanti. Dopo una lunga fase di boom, l’economia giapponese degli anni ‘90, come oggi quella americana, venne scossa da una pesante caduta del mercato edilizio.

A Tokyo, banchieri pubblici e autorità politiche furono lenti a riconoscere la dimensione del problema. Si cominciarono ad accumulare i crediti inesigibili. I guai finanziari si ripercossero su tutta l’economia reale con la caduta della spesa per consumi e dell’occupazione.

La crisi giapponese si è rivelata di durata straordinariamente lunga, è finita solo da pochissimi anni dopo il prolungarsi di una vera e propria stagnazione economica, nota ormai come il decennio perduto del Giappone. E quei dieci anni sono stati un rovescio duraturo e umiliante per un paese che era stato temuto e ammirato come modello di dinamismo economico”.

E, più avanti nel mese, il 18, segue – quasi scontata un’altra vasta, disperata, sforbiciata ai tassi: ¾ di punto, al 2,25%[60]. Che, nell’immediato, costituisce un’iniezione di fiducia non solo per l’America ma, data la dipendenza globale da essa, per l’Europa e anche un po’ il mondo.

L’indice del manifatturato, redatto mensilmente dall’Istituto dei managers agli acquisti, rende noto che a febbraio c’è stata una caduta sotto il livello di guardia a 50: da 50,7 a 48,3. E’ invece salito quello dell’attività non manifatturiera, da 44,6 a 49,3[61].

Il deficit commerciale, determinato dall’eccesso di import ($204,4 miliardi) sull’export ($148,2) di beni e servizi è salito, a gennaio, con l’importazione di greggio che vede impennarsi tanto quantità che, soprattutto, costi. Dice il Dipartimento del Commercio che il buco di bilancia commerciale è salito a $58,2 miliardi dai 57,9 di dicembre.

E le previsioni sono pessime, visto che questi dati sono il risultato di un costo del greggio importato che nel mese è stato mediamente di $84,09 al barile per una bolletta petrolifera di $27,1 miliardi[62]. E’ facile pensare quel che succederà nei prossimi mesi col prezzo del barile intorno ai $105-110.  

Anche le vendite al dettaglio, che molti dicevano sarebbero salite dello 0,2% a febbraio, sono invece calate dello 0,6. E la notizia, accompagnata dalle indicazioni, +4,3 a gennaio sullo stesso mese dell’anno prima, di un’inflazione ancora in aumento e con previsioni secche di crescita consistente a febbraio, semina ansietà sui mercati[63].

Si viene anche ad aggiungere, poco oltre metà mese, il dato di febbraio che in un mese vede aumentare i prezzi all’ingrosso dello 0,5%, con tutto quel che significa per il corso futuro dell’inflazione al dettaglio, secondo le rilevazioni del Dipartimento del Lavoro[64].

Confermato, come se ce ne fosse bisogno, che le politiche sulle imposte messe in atto dal presidente servono solo a fare più ricchi i ricchi tra i più ricchi, a spese di tutti gli altri: i poveri, le classi medie basse (qui comprendenti quella che noi chiamiamo classe operaia o classe lavoratrice, nel nome cancellata per sempre anche se solo nel nome…) e più alte e anche i più ricchi ma non proprio straricchi.

Infatti, dal “1980 al 2002, l’ultimo anno per il quale i dati sono completi e definitivi, la fetta del reddito totale incamerata dallo 0,1% dei percettori è più che raddoppiata, mentre la porzione di reddito di tutti gli altri ricchi che formano il 10% dei ricchi è cresciuta molto, molto di meno. Ed è seccamente calata, per contro, la percentuale di reddito intascata dal 90” di tutti gli americani[65].

E’ aperta la discussione, anche accesa, fra gli stessi economisti progressisti, diciamo. Chi deve pagare per la crisi? Chi bisogna aiutare davvero, le banche o i poveri cristi, per aiutare il paese ad uscire, e presto, dalla crisi? Dice l’ala conservatrice dell’economia e della politica che bisogna continuare a puntare sullo “sgocciolamento”, di Milton Friedman e Ronald Reagan: facciamo più ricchi i più ricchi e un po’ del grasso che si fa più abbondante sulla tavola degli Epuloni sgocciolerà giù verso i tanti Lazzari, i poveracci che crepano là sotto di fame… Guardate che non è un esagerazione polemica: è proprio la teoria dello sgocciolamento, del trickle-down. E non vale che (vedi il paragrafo sopra) non abbia funzionato per niente.

Paul Krugman, per esempio, che ha spiegato bene come si sono cacciate in questo cul de sac finanziario le grandi banche, le assicurazioni, gli istituti che investono e fanno investire i clienti sui capitali di rischio, gli hedge funds, i trash funds se non i crap funds— i fondi mondezza se non  proprio, li chiamano proprio così – i fondi cacca, ecc. Insomma, sulle catene finanziarie di Sant’Antonio, in sostanza, ma a scala megafinanziaria e megaindustriale.

Malgrado ciò, Krugman reputa che sì, che alla Fed tocca soccorrerli, trasformandosi in pratica nell’uomo del monte dei pegni di Wall Street anche se questo significa regalare centinaia di miliardi di dollari prelevati dalle tasche del contribuente per passarli a quelle della gente più ricca del mondo.

Certo, spiega Krugman, è dura far sopportare a tutti il costo dell’avventatezza di pochi gestori straricchi di fondi allo scopo di salvare dal rischio di fusione mercati di rilevanza schiacciante (quello ipotecario americano sono $11.000 miliardi contro una perdita quasi sicura per la finanza pubblica pagata dai contribuenti forse di 3-400 miliardi di dollari). Un ragionamento a suo modo cogente: costoso sicuro, ma una specie di schiaffo in faccia ai capitalisti di punta che dovrebbe funzionare da pressione per convertirli a un comportamento più consono e più professionale, anche[66]

Una logica comprensibile, dunque. Ma – nota un altro importante economista di sinistra, diciamo così, più vicino alla sensibilità sociale che a quella puramente finanziaria, Dean Baker, del CEPR, importante centro di ricerche di politica economica – anche una logica difficile da seguire fino in fondo. La Fed, infatti, il mondo finanziario, quello politico sanno bene come si mantiene operativo un sistema finanziario, anche se ha – come ha sicuramente – i problemi del fallimento di qualche banca, o anche di parecchie.

Si chiama nazionalizzazione,  di quella o di quelle banche. Come per la Northern Rock britannica, il mese scorso. Certo, in America – e, poi, in questa America – il termine stesso è tabù. Però, funziona, funzionerebbe.

Spiega Baker: “aveva perso tanti soldi da rendersi insolvente. Dopo che diversi tentativi di salvataggio erano andati buchi, il governo ha rilevato la proprietà dell’istituto e vi ha insediato un nuovo management. Ora il progetto è quello di rimettere a posto i libri e rivendere la banca al più presto possibile al settore privato.

    Questo è un approccio che ha il vantaggio di aver messo fuori il management attuale che ha reso insolvente la banca, come è giusto che sia. Gli azionisti attuali riceveranno poco o niente, perché poco o niente vale oggi la loro società. Ma la banca continua ad operare”.

E, in questo modo, non sarebbero soldi magnanimamente regalati ai magnati della finanza e ai supermanagers pagati centinaia di milioni di dollari all’anno, alla gente che ha portato le banche sull’orlo dell’insolvenza dal denaro pubblico. Il fatto è che, comunque, ci sarebbero guai in ogni caso, se il monte dei pegni della spesa pubblica si sostituisse fino in fondo nel salvataggio dei fallimenti delle banche private. In definitiva, poi, la scelta non è tra nazionalizzare o no.

E’ tra nazionalizzare le banche rilevandone il debito con la proprietà, o nazionalizzarne solo i debiti, sollevandole così soltanto dalle loro insolvenze… Insomma, quello che chiede Wall Street, che manifesta in mille modi – come tutta le classi proprietarie nel mondo, però – la propria indisponibilità ad accettare ogni salvataggio che comporti il riconoscimento di una qualche sua obbligazione secondo la regola del nazionalizzare sempre e solo le perdite e mai i profitti e le rendite.

Conclude Baker che come paese “abbiamo troppi custodi di caseggiati e troppe cameriere di bar che non hanno assistenza sanitaria né per sé né per i propri figli né diritto a un giorno di malattia per poterci permettere di far cadere a pioggia centinaia di miliardi di dollari sulle ciurme di Wall Street, gente che si gode panfili, seconde e terze case per le vacanze, governanti per la prole e fiori di camerieri personali al proprio servizio. E’ questa la gente, e sono le istituzioni che essi controllano, che vanno forzate a pagare il prezzo della propria stupidità e farsi carico dei danni che hanno arrecato all’economia[67].

E’ la stessa opinione espressa duramente dal capo della maggioranza democratica al Senato, Harry Reed, quando constata e denuncia che “la Casa Bianca è pronta a salvare Wall Street a spese del contribuente proprio mentre si oppone a ogni legge tesa ad aiutare tutti i cittadini stretti nella morsa  finanziaria dei loro mutui ipotecari[68].

Sicuro. Suona qualche po’ demagogico. Ma dice la verità vera. E, vivaddio, una volta tanto – e senza prescindere però, anzi, dal merito della questione – fa bene al cuore un po’ di sacrosanta demagogia! Ma certo, ora, dopo i due ultimi quasi fallimenti, sempre meno iperbolica appare l’idea che gli Stati Uniti si trovino di fronte alla minaccia peggiore al sistema finanziario dalla Grande crisi e dalla depressione degli anni ’30[69].

Si tratta del Carlyle Group o, più esattamente, di un fondo ipotecario di sua proprietà che per quanto lontanissimo dai subprime e, anzi, con un rating creditizio eccellente, si è trovato assalito da chi vi aveva investito e, colto dal panico, rivoleva indietro i suoi soldi— a sottolineare quanto ormai sia diffusa a tutto il settore, non più solo ai subprime, la crisi creditizia) e della banca Bear Stearns, la quarta banca d’affari d’America.

Il cui crollo è stato stoppato solo dal soccorso della JP Morgan che ne diventa proprietaria – a prezzo largamente scontato – e dopo che fior di fondi pubblici federali saranno arrivati al soccorso[70]: ma a costo di cancellare il ruolo di banca indipendente di investimenti che era stato il suo per 85 anni. E, questo, mentre anche un altro colosso bancario privato USA, la Lehman Brothers, entra in convulsioni: solo il 17 marzo perde in borsa sul 47% del proprio valore, la Bear sull’85.

Ma pure all’Europa, di riflesso e di conseguenza (anche, non solo certo, perché il panico è una malattia contagiosa) va assai dura: quel giorno perde €300 miliardi in un botto e, dall’inizio dell’anno, ne ha persi 800.

Questo è il quadro. E, in mezzo a questo sfacelo, racconta un’editorialista del NYT, George W. Bush se ne va in televisione a esibirsi in qualche grottesco passo di danza, manco fosse Gene Kelly (voi sapete chi è l’unico personaggio politico al mondo capace di fare altrettanto? dite la verità, lo sapete!).

E poi, a chi lo guarda dal vivo, all’Economic Club di New York o in diretta un po’ esterrefatto, Bush dice: “sapete, credo che il modo migliore di descrivere le politiche di un governo è come se una persona cercasse di guidare un veicolo su un fondo stradale molto accidentato. Se la macchina si blocca, in una simile situazione, uno sa che è importante non sovrasterzare perché quando si sovrasterza, si finisce nel fosso… Brutto imbranato (“Dude”), ma se stai già dentro il fosso…[71].

A costringere la Fed – che, comunque, di economia magari non troppo ma un po’ di più ne capisce – a stendere una mano alle banche, contro ogni dogma e contro ogni prassi, è il sospetto sempre più radicato che siamo all’esemplificazione classica della teoria del domino in campo finanziario. Ogni banca che fallisce minaccia ormai di tirarsene indietro altre, come nel gioco di origine cinese con il primo domino che cade a trascinar giù il secondo e, via via, a catena, gli altri[72]

Ben Bernanke – il presidente della Federal Reserve, la Banca centrale degli Stati Uniti, rispettato economista di stampo moderato-conservatore – ha detto al Congresso, deponendo in audizione il 3 marzo, di non credere che l’economia americana stia per andare in recessione. Su quel che uno “crede” o non “crede” – questione di fede! – è meglio non mettere bocca, naturalmente…

Ma sembra solo a noi un po’ curioso che a sostenere lo stesso punto di vista, o a sostenere che la recessione magari, è vero, c’è ma che sarà corta e dolce, ci pensino, nella loro smania di “sopire, chetare, adelante Pedro con juicio quanti, dal NYT al FT, citano esperti che, tutti nessuno escluso, la recessione non solo non l’avevano vista ma l’avevano accaloratamente negata[73]?

E Bernanke, da buon banchiere centrale (uno che rappresenta, cioè, per definizione, interessi e valori secondo cultura di lor signori, ovviamente) ha previsto che l’inflazione, essa sì, può diventare il problema spingendo in alto il costo degli affitti visto che di case, con la crisi del mercato edilizio, se ne vendono meno.

Forse vale la pena ricordare, però, che il crollo del mercato edilizio – adesso anche per lui scontato e evidente – Bernanke non solo non lo aveva previsto ma lo aveva ripetutamente negato – negando che ci fosse davvero una qualsiasi “bolla speculativa edilizia” – perfino quando l’anno scorso cominciarono le cancellazioni forzose dei prestiti subprime… Ecco, ci sembrerebbe utile prendere anche questi fatti in considerazione quando si dà credito alle assicurazioni bernankiane sulla recessione che, opina, non ci sarà.

Non gli dà credito alcuno l’oracolo di Omaha, come qui hanno ribattezzato lo stramiliardario “progressista” (non è sempre e necessariamente una contraddizione totale in termini) Warren Buffett, quello che invita a riflettere, con dichiarata preoccupazione per l’ingiustizia trionfante, della “guerra di classe che in America ha stravinto ormai la mia classe”.

Buffett – che nel frattempo è diventato, “superando” il suo amico Bill Gates, l’uomo più ricco del mondo[74]: oltre $62 miliardi di “valore netto” personale (quel morto di fame di Berlusconi è al 90° posto, con un patrimonio suo proprio di appena $9 miliardi, dopo anche Michele Ferrero e famiglia, al 68°, e Leonardo Del Vecchio al 72° posto) – che “secondo una qualsiasi definizione di buon senso della realtà”, l’Ameriica è sicuramente già in “recessione[75] e che la caduta del mercato edilizio fa male, molto male, a molti.

Quanto all’allarme inflazione, che salirebbe per colpa delle case invendute (perché si trasformano, dice Bernanke, in case offerte in affitto a prezzi più alti), com’è allora che recentemente, negli ultimi mesi, il numero delle case offerte in affitto – vero, dopo essere aumentato l’anno scorso – si è stabilizzato[76]?

Bernanke ha anche spiegato, qualche giorno dopo, in un discorso a una platea di banchieri ad Orlando, in Florida, che non è solo il governo a doversi preoccupare delle serie conseguenze della crisi dei mutui subprime su tanti cittadini americani, ma anche le banche: non fosse altro che per evitarne il prolungamento, dovrebbero offrire ai loro clienti nei guai (su base volontaria, s’intende: non sia mai che qualcuno dica ai banchieri di sacrificarsi! come dice il Cavaliere, siamo o non siamo in un libero mercato? siamo, siamo…) almeno un taglio sul capitale che dovrebbero loro rimborsare… Insomma, un appello al buon cuore delle banche!![77]

Meno drammaticamente e più cautamente, anche preoccupato forse degli interessi immediati delle banche stesse, il ministro del Tesoro, Hank Paulson, lui stesso ex banchiere, chiede invece alle banche solo di rinegoziare coi clienti il pagamento dei loro debiti ipotecari[78].

Intanto, la Fed è riuscita a dare un effimero, anche se importante, input di adrelina finanziaria alla borsa (il Dow Jones è salito in un giorno di 416,66 punti, il guadagno maggiore in cinque anni: ma con una bella spinta, come si vede, anche se del tutto artificiale, del tipo abbiate fiducia…) annunciando, il giorno che il greggio arriva a $108 dollari al barile, che accelererà ritmo e quantità della liquidità messa in circolazione per allentare così (quasi subito, quasi $200 miliardi) la pressione crescente in un mercato finanziario che è poco definire disfunzionale[79].

Per oggi va bene, benissimo – annota il responsabile di una società di investimenti a Wall Street – ma non credo proprio che sarà possibile aggiustare cinque anni di espansione sconsiderata del credito in quattro, cinque mesi[80].

I segnali di inquietudine sono sempre più evidenti in borsa (un’altalena continua, ma ogni volta un po’ più al ribasso…), il dollaro che si sdilinquisce in continuazione (verso l’euro, a $1,55 ormai, verso lo yen, a parità inferiore ormai a 100 per dollaro, il minimo da dodici anni, ed anche sulla sterlina…), con petrolio alle stelle, deficit commerciale alle stalle e oro che sta sopra i $1.000 l’oncia[81]

(A proposito, e tra parentesi.

Per il NYT il fatto che il dollaro si stia svalutando comporta per l’Europa “riflessi fortunati: i prezzi del petrolio andati alle stelle non l’hanno colpita perché il petrolio è prezzato in dollari e il declino del valore del dollaro ha tenuto giù il costo del greggio in euro[82]. Ora, il titolo di questo articolo argomenta un’altra cosa, che col crollo graduale ma continuo del dollaro chi ha assets in esso denominati cerca di cambiarli in euro, yen, ecc. E’ vero ed è corretto. Ma il resto, anche se stampato  su un così autorevole quotidiano, è solo legenda metropolitana.

Infatti, la tesi, anche esplicita, è che siccome è prezzato in dollari il costo del petrolio sale, visto che cade il dollaro. Ma un valore minore del dollaro significa che di dollari ce ne vorrebbero di più per comprare petrolio anche se esso fosse prezzato in euro, oro o qualsiasi altro bene. Insomma, il problema è il valore del dollaro, non altro. Chi vende petrolio, o grano per questo, non è che incassa di più perché se lo fa pagare in dollari svalutati.

Rileggiamo la questione da un altro punto di vista. Il petrolio è prezzato in dollari in base ad una pura e semplice convenzione. Gran parte dei mercati internazionali prezzano derrate, prodotti e risorse in dollari come unità di conto perché l’America è l’economia piò grande del mondo e perché quando quei mercati vennero creati il dollaro era la valuta preminente nel mondo. Un po’ quel che spiega il dominio dell’inglese come lingua internazionale: prima l’impero britannico, poi quello di fatto statunitense…

Ma è, appunto, solo una convenzione e il dollaro è solo un’unità di conto. Se una tonnellata di grano costa all’ingrosso $6, non fa nessuna differenza agli americani, come agli italiani, come ai sauditi se il grano è prezzato in euro e si vende per l’equivalente in euro, appunto, di $6. Il prezzo è lo stesso.

E’ anche importante tenere sempre presente che nessuno è obbligato a vendere il suo petrolio in dollari. Se vuole, il Kuwait può cedere a una compagnia giapponese $10 milioni di petrolio pagandoli nel loro equivalente direttamente in yen, magari anche risparmiando sul costo del cambio.

Già oggi, se è vero che gran parte del commercio del greggio viene pagato in dollari ce n’è un’altra, e vasta prezzata in altre valute. Il vantaggio minore delle quali è proprio quello di annullare il costo delle transazioni di cambio. E’ una convenzione che sta cambiando e è in aumento. Perché il trend è quello ad abbandonare, comunque, il dollaro per l’euro. Ma non perché il petrolio costerebbe di meno, come assurdamente diceva il NYT. Perché l’euro è ormai una moneta più stabile e meno soggetta a deprezzarsi del dollaro e i petrolieri preferirebbero farsi pagare in euro per questo. Non per altro.

Ma ovviamente sarebbe una sfida politica, geo-strategica, all’egemonia americana. Gli interessati, specie in Medio Oriente, sarebbero tanti. Ma i grandi protetti degli USA nella regione, Arabia saudita, Kuwait, resistono… ancora. E tutti, in ogni caso, preferirebbero farlo insieme e non separatamente. Gli ultimi che ci hanno provato da soli e su grande scala sono stati l’Iraq di Saddam e l’Iran… E – non solo per questo, magari – la reazione americana è stata quella che è stata.

Parentesi chiusa).

Tornando al tema più generale della sfiducia che cresce fra i consumatori (l’indice del Conference Board cade dal 76,4 di febbraio al 64,5 di marzo (il massimo da sei anni[83]) e che cresce nel mondo finanziario, ormai è evidente per tutti che malgrado il (o, forse, proprio a causa del) loro ruolo, ministri delle Finanze e banchieri centrali sono quelli maggiormente nel panico. Perché a non funzionare più sono proprio i meccanismi del sistema finanziario internazionale che lubrificano e alimentano le economie mondiali.

Le cinque massime banche centrali del mondo (UE, Stati Uniti, Giappone, Svizzera e Canada) hanno concordato, in effetti con una misura del tutto inusitata quanto, di sicuro, anche insufficiente, un salvataggio per ora limitato di alcune delle maggiori istituzioni del mondo rilevando dai loro libri $245 miliardi di prestiti diventati pressoché inesigibili.

La mossa è arrivata solo quattro giorni dopo il salvataggio analogo per $200 miliardi già deciso unilateralmente dalla Fed e di cui abbiamo sopra parlato: a dimostrazione, che più chiara non si può proprio, che quei miliardi (alla fine della fiera finiti sul gobbo ai cittadini americani: questi sarebbero a carico di quelli dei cinque paesi) erano stati buttati via.

Adesso, se l’operazione riesce, dovrebbe riuscire a far calare il costo del denaro che gli istituti bancari applicano ai loro clienti, dovrebbero salire le borse e i banchieri centrali dovrebbero essere portati sugli scudi finanziari del mondo. Ma questa massiccia opera di salvataggio coordinato (in inglese, bailout: che è l’azione con cui si svuota una barca che affonda a secchiate) non sembra destinata ad esiti migliori di quello sortito dall’analoga e più modesta mossa già praticata  a dicembre scorso.

Certo, però, è che “se Ben Bernanke riuscirà a salvare il sistema finanziario dal collasso, sarà giusto riconoscerne il merito ai suoi eroici sforzi. Ma quel che dovremmo domandarci è perché e come siamo arrivati qui? Com’è che [l’onnisciente ed onnipotente] sistema finanziario ha bisogno, oggi, di essere salvato? E perché c’è bisogno che economisti dai modi tanto urbani debbano trasformarsi in super-eroi”?

Il fatto è che tra dolori e lacrime, che governo e governi si preoccupano di alleviare anzitutto se sono quelli di banchieri e ricconi e molto meno se si tratta dei fallimenti dei piccoli e piccolissimi, “stiamo re-imparando lezioni dimenticate dagli anni ’30 sui rischi di mercati finanziari lasciati senza regole e senza supervisione[84].

Ma è proprio sul come si re-impara che c’è divergenza[85], anzi che si sta producendo negli ambienti politici di Washington una vera e propria spaccatura tra il Congresso e la Casa Bianca, appoggiata ovviamente dal mondo degli affari, che un po’ più di regolazione la potrebbe anche accettare, ma poi non tanta…

Invece, la maggioranza del Congresso, preso atto degli stramiliardi che la Fed si è messa a prestare alle banche d’affari di Wall Street, sembra decisa ad imporre anche a loro almeno le stesse regole di supervisione e controllo che oggi impone alle banche commerciali (ad esempio, un certo ammontare obbligatorio di riserve ora imposto solo alle banche commerciali) proprio per il fatto che accedono al credito scontato speciale che fa loro la Fed.

Ma se adesso, la Fed si mette a prestare fior di quattrini alle business banks e alle grandi investment banks soldi a tutte le banche, le regole devono diventare uguali per tutte. Si oppone il presidente perché si oppone il mondo delle grandi banche che, adducendo il loro ruolo essenziale per la ripresa – e sarà… – pretendono di restare libere di investire e disinvestire con chi, come e quando vogliono, senza alcuna supervisione che non sia solo formale, sarà utile vedere come va a finire. Anche se, in qualsiasi scontro tra presidenza e Congresso, per la pavidità del secondo di regola vince la prima.    

Comincia a essere tema di prima pagina, in questo paese, un fenomeno che finora è sempre stato sotteso. Ma il fatto è che “dopo tre decenni di crescita continua ed esponenziale, la popolazione carceraria ha raggiunto il numero di 1 su 100 adulti dietro le sbarre. Un nero su 9, tra i 24 e i 34 anni, è in galera, come 1 su 36 adulti “ispanici”.

    Su scala nazionale siamo a 1.600.000 americani in prigione: proporzionalmente più di ogni altro paese, per il quale esistano statistiche affidabili. I 50 Stati hanno speso l’anno scorso $44 miliardi al riguardo, vent’anni fa esattamente la metà. Il Vermont, il Connecticut, il Delaware, il Michigan e l’Oregon spendono più soldi per mantenere la gente in galera che per l’istruzione: pubblica e privata[86]. Come conclude questo osservatore “è un terribile spreco di soldi e di vite”. E la dice assai lunga…

Tra l’altro, questa è una (l’altra sono tutti i disoccupati reali che, però, non contano perché non si “registrano”) delle ragioni strutturali per cui la disoccupazione in America appare più bassa, parecchio più bassa di quello che è: che questo milione e mezzo, ed oltre, di galeotti nelle statistiche appaiono, come del resto il milione e più di americani sotto le armi, sono calcolati ufficialmente come occupati.

Certo, è lo stesso dovunque. Ma qui le proporzioni del numero di galeotti e di militari rispetto al totale della popolazione sono tali (tre, quattro, anche cinque volte quelle degli altri) che abbassano di 1,5 e anche 2 punti percentuali il tasso di disoccupazione

Il nuovo libro di Joseph Stiglitz, di cui abbiamo cominciato a parlare nel numero scorso di questa Nota congiunturale[87], sul costo reale della guerra in Iraq[88], mette in evidenza due fatti (fatti, non opinioni) finora non rilevati (taciuti).

Primo, che questa guerra – oggi a carico dei contribuenti già per $3.000 miliardi, grosso modo il PIL, non il bilancio ma proprio il prodotto nazionale lordo italiano – finirà per costare agli USA più della seconda guerra mondiale (con un conto aggiustato per l’inflazione, cioè in valore costante di oggi, allora $5 miliardi). E, secondo, che così questa guerra invece di diventare un vantaggio economico per l’America che avrebbe dominato, con l’Iraq, anche il mercato di uno dei grandi esportatori del mondo…

Ma la resistenza ha, anzitutto, reso difficile e anche impossibile sfruttare la risorsa controllando la quale – il petrolio – la guerra si sarebbe pagata da sola— come avevano garantito Cheney e la sua banda di petrolieri al paese; e, in secondo luogo, c’è stato l’aumento (enorme) di spese per feriti e veterani in concomitanza di altri fattori: la Cina, l’India…, l’indebolimento globale dell’egemonia americana dovuto proprio alla guerra in Iraq e a quella in Afghanistan: che avrebbero dovuto essere “questione di mesi”— disse subito Bush, “mission accomplished!”…

E neanche quella che era la tradizionale spinta che una volta la guerra dava all’economia ha più funzionato, stavolta[89].

E, a prescindere poi dal calcolo dei costi – anche solo finanziari per l’America stessa – prima o poi qualcuno riuscirà, forse perfino negli USA, ad aprire davvero un dibattito. Cominciando col chiedersi quello cui la storia, e la cronaca, hanno da tempo abbondantemente risposto:

• ma il Medio Oriente è più sicuro oggi di quanto fosse prima della guerra? e la risposta, ovvia, è che no;

• gli iracheni sono, forse, almeno loro, un po’ più sicuri di quanto fossero sotto Saddam? ma se neanche Bush osa sostenerlo!;

• non è che noi americani, intervenendo come abbiamo fatto, abbiamo peggiorato una situazione già brutta? sì, certo, e anche di molto;

• almeno siamo saliti, con la nostra dimostrazione di forza, nella considerazione del mondo in credibilità, autorevolezza, capacità egemonica? ma vi sembra necessario rispondere?;

• abbiamo trovato le armi di distruzione di massa di Saddam? si sa bene che no; perché ce le eravamo inventate e avevamo convinto i gonzi del mondo intero, i governi, per lo più, non la gente, a crederci sulla parola;

• siamo riusciti a prendere Osama bin Laden? no;

• la finiremo presto? con Bush certo che no; con McCain, neanche; con la Clinton, col tempo…; e con Obama sì, forse, comunque più rapidamente, ma sempre gradualmente;

• quando la finiremo, comunque, con l’agire ciecamente, sempre noi americani, come il più efficiente ufficio reclutamento di al-Qaeda? se non cambiamo anzitutto cervello, buttando alle ortiche la nostra infinita arroganza, mai decisamente;

• ma da tutto il casino che abbiamo scatenato, siamo riusciti almeno a strappare un abbassamento del prezzo del greggio? a $105-110 al barile certo che no.

Tutto sommato c’è molto da ripensare più che molto di cui rispondere.

Poi, c’è il problema dell’impennata e del suo grande successo che in America sbandierano adesso sia Bush che McCain. Ma davvero qualcun altro oltre loro crede che stia funzionando? Tanto bene, in effetti, da costringerli a trangugiare un boccone amarissimo come la “storica” visita trionfale del presidente iraniano Ahmadinejad a Bagdad….

Perché si è trattato, addirittura, di una visita che gli americani stessi – non il governo, certo, ma i media sì – hanno definito trionfale. Il primo ministro ed il presidente (curdo) dell’Iraq (che ha pregato Ahmadinejad di chiamarlo “zio Jalal”: un segnale significativo di rispetto e familiarità nel mondo arabo tutto), lo hanno accolto, accompagnato in visita ai santuari sciiti più sacri della capitale (in particolare a quello dell’Imam Mousa al-Kadim) e gli hanno fatto traversare in lungo e in largo – primo presidente iraniano che abbia mai visitato l’Iraq, primo presidente di un altro Stato della regione in visita dopo la fine di Saddam – la “zona verde” controllata dalle truppe statunitensi.

Prima, l’iraniano ha sapientemente preso in giro Bush, domandandosi e domandando in conferenza stampa ai suoi interlocutori iracheni e lasciandoli senza parole (come facevano a dire che sì? ma come facevano, anche, a dire che no?) se non sembrasse buffo anche a loro che ad accusare l’Iran di interferenze negli affari dell’Iraq fosse chi da anni occupava il paese con 160.000 super-guerrieri, soldati e mercenari, di professione…

Poi, volutamente, e se volete un po’ infantilmente, marcando il terreno di fronte agli americani, costretti ad assistere del tutto impotenti agli onori speciali tributati dai loro recalcitranti vassalli-ribelli al loro nemico no. 1: il principale pilastro dell’ “asse del male” che così sberleffa il “grande satana” e  mette in evidenza la sua crescente influenza sul paese occupato, vassallo proprio di quel satana lì[90].

Insomma, resta assodata la legge dell’eterogenesi dei fini che ha segnato l’esecrabile presidenza di Bush e la sua improvvida Amministrazione per cui non ne azzecca una che è una:

• punta a un obiettivo e centra precisamente il suo opposto: dichiara guerra al terrorismo e, dopo sette anni di guerra, se lo ritrova molto più radicato, esteso e capillarmente diffuso di quando quella guerra ha lanciato…;

• predica, a tutti nel mondo, legge e democrazia e razzola, lo vedono tutti, esattamente all’opposto: quindi, nessuno prende più sul serio la credibilità dell’America, malgrado gli appelli non si sa se più naif o più patetici di chi pure lo sa e ne scrive ogni giorno ma, come il NYT, in nome di una malintesa dignità nazionale, disperatamente lo nasconde perfino a se stesso: quando chiede a Bush, ad esempio, di render chiaro al governo armeno che “il suo comportamento”, antidemocratico nei confronti degli oppositori, “è inaccettabile[91] e mette a rischio le future relazioni” tra i due paesi;

• ma Bush si guarda bene dal farlo, come in mille altre occasioni – come sul Darfur, sulla Birmania, sul Pakistan, ecc., ecc., ecc. – per ragioni, sia chiaro rispettabili, di real politik: perché quei governi gli servono geo-politicamente e perché sa benissimo che se lo facesse, gli risponderebbero – come hanno già fatto – di guardare a far pulizia in casa propria: cioè con un altro educato pernacchio.

Ora, alla luce della prova provata che è Bush in persona della legge dell’eterogenesi dei fini e della definizione di utile idiota che dà il Dizionario Webster della lingua inglese (“uno sciocco che agisce come propagandista non pagato anche se non del tutto e  necessariamente incosciente, degli interessi di un potere nemico e a detrimento di quelli della propria parte”) allora di dubbi ne restano pochi: il più utile idiota degli utili idioti contemporanei all’inizio del XXI secolo è stato – e  senza gara alcuna – George W. Bush…

Il sigillo che chiude il pacchetto delle malefatte di Bush in Iraq viene svelato dalla notizia di uno studio, sfuggito – e magari, in questo clima da basso impero, anche volutamente – all’iniziale e maldestro tentativo di censura pentagonese, che porta il titolo di Saddam e il terrorismo: conclusioni emergenti dai documenti catturati agli iracheni[92].

Pubblicato e subito rimosso dal web a settembre del 2007 perché troppo imbarazzante questo rapporto che era stato detto sarebbe stato messo il 12.3.2008 sul sito del Comando unificato delle FF. AA. americane e non vi è poi mai comparso, è stato invece diffuso, tra gli altri, sul sito dell’attendibilissimo e quasi ufficioso Council of Foreign Relations. La sostanza è che – guarda un po’… – no, Saddam non aveva alcun collegamento, né ideologico né operativo, con al-Qaeda. Chi lo ha sostenuto, lo ha inventato oppure s’è sbagliato di brutto. Fate un po’ voi.

Letteralmente conclude “di non essere riuscito a trovare nessuna pistola fumante” pur avendo cercato dovunque in Iraq per quattro anni e mezzo, ogni giorno e giorno dopo giorno, tra 600.000 documenti catturati e decine di migliaia di testimonianze rese (nessun chiarimento sulle condizioni in cui sono state, poi, rese però) con una spesa che ha rasentato i $100 milioni.

Questo, dopo il primo flop della vana ricerca delle armi di distruzione di massa – anche lì, quasi due anni e mezzo di ricerche per trovare, alla fine, quello che avevano già testimoniato gli ispettori dell’ONU, subito e ancor prima dell’invasione – era stato il secondo tentativo, ugualmente fallito, di trovare a posteriori la prova – la pistola fumante – in mano a Saddam.

Che non c’era— non c’erano legami di sorta tra lui e al-Qaeda, anche se lo studio conferma (ma con quale credibilità, se non quella che risiede, chiamiamola così, nella natura di Saddam?) anche se ci furono appoggi, finanziari ed altri, ad organizzazioni che gli USA hanno etichettato, adesso, come terroristiche: anche se ieri erano organizzazioni amiche o addirittura da loro create. Si capisce bene perché i militari, e il presidente, preferirebbero allora ignorare, anche se non possono più cancellare, i risultati delle loro stesse ricerche.

Le sanzioni all’Iran sono state reiterate per la terza volta dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con l’astensione della sola Indonesia (ha detto “di dover essere ancora convinta dell’efficacia di adottare sanzioni aggiuntive in questo momento[93]”), con l’assenso ma anche la sottolineatura cinese che il voto “non va letto come atto punitivo ma come scintilla che vuole innescare un maggior tasso di diplomazia per risolvere i problemi aperti” e l’assenso ma anche la sottolineatura russa che si tratta di una pressione tesa esclusivamente “a sbloccare l’impasse sottolineando comunque  la preoccupazione che c’è”… Insomma, un pizzico di ipocrisia ci sta sempre bene. Ma, insomma, niente di nuovo davvero.

Le sanzioni sono stata ufficialmente motivate per il ripetuto rifiuto a cessare l’arricchimento del suo uranio (che continuerà a ribadire per l’eternità, visto che lo chiedono solo all’Iran), con l’assenso praticamente unanime e (su questo l’Indonesia, che si è astenuta, aveva assolutamente ragione) praticamente irrilevante del CS e sono state approvate per la terza volta sanzioni economiche contro l’Iran, che sono puramente e semplicemente ripetitive di quelle precedenti (per la serie del “facimmo l’ammoina”…).

L’unica nuova sanzione di qualche peso (potenziale) è l’autorizzazione data dal CS ad ispezionare carichi diretti a, o dall’Iran, che siano sospettati di trasportare “equipaggiamento proibito[94]. Qui – anche se non si definisce chi è il sospettante autorizzato a sospettare, né si chiarisce cosa vuol dire “ispezionare”… abbordare in acque internazionali? forzare un aereo magari civile ad atterrare?... – ci sono i rischi di un’altra escalation, perché, certo, ad abbordare la nave o ad abbattere l’aereo non sarebbero, comunque, né Cina, né Italia, né Indonesia ma sapete voi chi…

E’ l’ultimo episodio della lunga guerra scatenata dagli Stati Uniti per obbligare l’Iran alla prova del diavolo di medioevale memoria: se quello che dici è vero, visto che noi non siamo stati capaci di trovare le prove che stai mentendo (anzi… proprio i servizi segreti americani, tutti e 16 che sono, hanno detto che hai ragione tu e torto noi perché è da anni che non persegui più la ricerca su e la fabbricazione di armi nucleari…), è Dio – o nelle fattispecie Allah, forse – che ti aiuterà a salvarti il braccio quando, per provare che dici il vero, ti chiediamo di metterlo sul braciere acceso. Noi non siamo in grado di dimostrare che sei colpevole. Ma è Dio che dimostrerà, salvandoti il braccio, che sei innocente…

Il problema è che la politica attuale degli USA, così come l’ha definita l’amministrazione Bush, si è data per obiettivo il cosiddetto regime change, il cambiamento del regime iraniano. Anche la controversia sul nucleare è usata semplicemente come uno strumento che serve ad isolare l’Iran, a questo, fine economicamente e politicamente.

Quella di far cambiare per volontà dell’America, o di chiunque altro che non siano gli iraniani, il regime iraniano è pretesa illegittima sul piano del diritto internazionale. Una pretesa che inquina e rende inoperabile la credibilità di una qualsiasi soluzione realmente multilaterale al problema dell’arricchimento dell’uranio iraniano.

Perché la soluzione, per essere credibile e perseguibile, non può consistere in restrizioni ed obblighi da imporre solo all’Iran, ma deve riguardare anche gli altri Stati che vogliano dotarsi di nucleare civile— e, secondo gli obblighi che impone a tutti, Stati Uniti compresi, il Trattato di non proliferazione nucleare dovrebbe veder bilanciata ogni richiesta di controllo sugli uni dalla riduzione degli armamenti nucleari degli altri: dei paesi, cioè, che già hanno le bombe. Ci sono, poi, anche pretese squilibrate e sottolineature tese a demonizzare l’Iran perfino più ridicole di quelle della prova del diavolo— per quanto, almeno nominalmente, straordinariamente autorevoli.

Per farvi un esempio, l’articolo semplicemente ridicolo firmato nientepopodimeno che dal giovane e – dicono – brillante nuovo ministro degli Esteri britannico, David Miliband, che, preso dalla foja di mettere in dubbio il parere dei 16 servizi segreti americani appena citati (non stanno lavorando più sull’arma nucleare in Iran almeno da cinque anni), se n’è uscito così: che i “programmi di arricchimento dell’uranio non hanno, pare, nessuna applicazione possibile nel campo civile[95], ma solo militare.

Scempiaggine sesquipedale per chiunque si informi appena del tema e, soprattutto se poi uno fa quel mestiere, una vera corbelleria. Tutti sanno – ma in proposito vi citiamo, tra virgolette, una fonte scientifica al di sopra di ogni sospetto – che, contrariamente proprio a quel che sostiene Miliband o, con lui e come lui, altri sciocchi corifei dell’establishment guerresco americano, è vero quel che affermano già le primissime righe di un documento importante e recente.

Là dove chiariscono che “la stragrande maggioranza dei 470 reattori commerciali ad energia nucleare esistenti o in costruzione nel modo richiedono oggi per il loro combustibile l’arricchimento dell’isotopo U-235 dell’uranio [96]… E’ chiaro perché non è facile trovare altra spiegazione possibile a questa sciocchezza che la mala fede pura e nuda?

Nel frattempo, sempre sull’Iran, maretta (ma come al solito poco di più, oltre ai titoli dei giornali: per la spaurita incapacità reattiva di chi pure era stato eletto per combattere e fermare le politiche del presidente) per le dimissioni anticipate, non richieste ma comunque forzate dalla polemica con la politica iraniana di Bush, del comandante in capo del CENTCOM, cioè del Central Command, di tutte le Forze armate americane in Medio Oriente.

L’ammiraglio William J. Fallon si è dimesso parlando apertamente di “significative differenze”. Che, del resto, ripetutamente e sia in privato, al Pentagono e alla Casa Bianca, che – nei modi dovuti – in pubblico, aveva di già varie volte manifestato chiarendo:

• di escludere come “sensato” un “attacco militare contro l’Iran”: era la terza volta in due mesi che Fallon metteva direttamente le dita nelle pupille del presidente[97];

• all’opinione pubblica araba, direttamente, che “questo costante rullar di tamburi sul conflitto con l’Iran mi colpisce perché non è assolutamente di aiuto e di nessunissima utilità[98];

• in un’altra intervista sulla stampa internazionale Fallon aveva, ancora, detto che un attacco militare non era “in programma”, aggiungendo che con l’Iraq e l’Afganistan per le mani “l’ultima cosa di cui aveva bisogno l’America era un’altra guerra[99];

• era la contestazione più dura, e anche anomala, è vero, da parte di un comandante militare in servizio attivo – il massimo nella regione peraltro, perfino sopra al tanto pompato Petraeus che comanda solo in Iraq – del fulcro stesso della strategia militare di Bush-Cheney sull’Iran;

• insomma stava avanzando la minaccia di una “rivolta”, pubblica e allargata, delle alte gerarchie militari in nome della propria competenza e professionalità contro una strategia sconsiderata ed avventuristica dei generali da scrivania: Fallon era arrivato a chiamarla così;

• e anche il Capo dei Capi di Stato maggiore, il gen. Peter Pace, rimpiazzato poco dopo, a ottobre scorso, quando più forti rullavano a Washington i “tamburi di guerra”, aveva detto le stesse cose: “dobbiamo far attenzione ai rischi [che nascerebbero] dal dar vita ad un terzo conflitto militare nella regione[100];

• del resto, pure il segretario alla Difesa, Robert Gates, da poco nominato a rimpiazzare Donald Rumsfeld, aveva detto proprio la stessa identica cosa in un’intervista rimasta famosa: “L’ultima cosa di cui c’è bisogno in Medio Oriente è un’altra guerra. Dobbiamo tenere aperte sul tavolo tutte le opzioni – ha continuato, ripetendo l’ammonimento standard [di Bush] – ma se l’Iraq ci ha dimostrato qualcosa è l’imprevedibilità di una qualsiasi guerra. Una volta che comincia un conflitto, i politici perdono il controllo[101].

Queste interferenze nelle sue scelte politiche, almeno quelle dei generali, la Casa Bianca – per quanto sputtanata, per quanto agli sgoccioli – non le tollerava più e dovevano, ormai, essere fermate. E l’unica maniera per tentare di tamponare l’emorragia di un pesante, anche se motivato dissenso militare, ed esorcizzare la minaccia politica di questo assolutamente straordinario sviluppo, era quella di impartire una lezione a chi minacciava la dottrina e la pratica della superiorità dell’autorità dei civili sui militari. Sacrosanta… solo che qui irresponsabile è proprio l’autorità civile…

Vi ricordate il gen. Jack D. Ripper, “Jack lo squartatore”, il personaggio masticasigari del formidabile film Stanley Kubrik del 1964, il Dr. Stranamore: o come ho imparato a smettere di preoccuparmi e ad amare la Bomba? quello che scatena la guerra nucleare globale ossessionato dall’idea della cospirazione comunista internazionale che “mira a succhiare via ed impurificare dagli americani i loro preziosi fluidi vitali”?

Bé, oggi l’ossessione è l’asse del male, sono il fantasma di Khomeini e la presidenza di Ahmadinejad: a parole, certo, più consistenti dei “fluidi vitali” ma, come minaccia reale stimata dai militari americani, i massimi gradi, altrettanto irrilevante. La differenza è che gli ossessionati di oggi non portano divise militari ma le grisaglie di Dick Cheney e George W. Bush…

E adesso, inevitabile, nasce il sospetto che ci si voglia liberare di Fallon per poter fare la guerra –o, magari, iniziare a fare la guerra… con la speranza, illusoria, di interromperla subito dopo il bombardamento iniziale – prima delle elezioni presidenziali di novembre e per influenzarle nel senso voluto.

Alla fine – come abbiamo visto – è passato al Consiglio di sicurezza il terzo round di irrilevanti sanzioni contro l’Iran: che però sono, e soprattutto sono percepite, a Teheran come inique, dunque inaccettabili e, quindi, anche controproducenti perché rafforzano gli ayatollah contro il “nemico esterno” e chi con lui vuole un compromesso.

Sanzioni irrilevanti, nel merito, però – perché capaci di colpire solo gli iraniani cretini che abbiano lasciato i loro fondi in banche raggiungibili dalla longa manus dell’America e di vietare di recarsi all’estero, negando loro i visti, ai cittadini iraniani “sospetti” che, con questi chiari di luna, all’estero non hanno comunque adesso alcuna intenzione di andare.

Per questo si tratta davvero solo di grida di stampo manzoniano che, però, danno alla banda bushotti l’illusione di venir presa sul serio quando, in realtà, servono agli altri membri del Consiglio tengono a bada le frenesie vendicative degli USA contro uno dei pochissimi Stati al mondo che li prendono apertamente a sberleffi.

L’Iran, però, è paese che dietro le spalle non ha quasi trent’anni di khomeinismo soltanto, ma anche – dai tempi di Ciro il Grande – venticinque, quasi trenta secoli di antica, sofisticata e duttile storia diplomatica e di indipendenza nazionale mai infranta da alcuna potenza straniera. E subito, il giorno dopo l’annuncio delle nuove sanzioni, ha annunciato che è pronto ad aprire colloqui su punti di contenzioso specifico e di ordine politico coi cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania e di continuare a cooperare per il futuro con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Infatti, “il programma iraniano di sviluppo dell’energia atomica resterà sotto la supervisione dell’Agenzia in base al Trattato di non proliferazione e al diritto internazionale vigente”. Lo ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, come ha detto, “a presente e a futura memoria[102].

Intanto le elezioni politiche al primo round hanno visto una buona performance dei “principisti”: i conservatori, che si chiamano così per la loro fedeltà ai principi originari del khomeinismo e, più che ad Ahmadinejad, alla Guida suprema, l’ayatollah Khamenei. I “riformatori” sono stati penalizzati in partenza per le loro molte candidature cassate dal Consiglio di sorveglianza a causa della loro “inaffidabilità” teologica e ideologica. Ma, fra un anno, se Ahmadinejad si ripresenta come presidente, capo dell’Esecutivo cioè anche se sempre sotto il freno e il controllo di Khamenei, non è affatto sicuro di riuscirci ancora.

Non è neanche affatto scontato, però, che non ci riesca. Un bloggista iraniano che vive in America ci informa, con dovizia di documentazione (sondaggi d’opinione anzitutto, ma non condotti da organismi iraniani o filo-iraniani quanto, ad esempio, da una fondazione americana (e repubblicana, di stampo proprio “guerrafondaio”) che ha nel suo Comitato direttivo anche John McCain, la Terror Free Tomorrow— Liberi dal terrore domani) e che, ad esempio, proprio sul punto debole riconosciuto della sua Amministrazione, le politiche economiche, il 42% degli intervistati si dicono ora convinti che “l’economia sta andando nella giusta direzione”, salendo di quindici punti dal 27% dello scorso giugno.

Anche su inflazione e disoccupazione sempre il 42% degli iraniani adesso crede che Ahmadinejad stia facendo un buon lavoro essendo “riuscito a ridurle” ambedue (a giugno erano solo il 33%). Sostiene questo esperto iraniano che tutti gli esperti di Teheran citati dai media occidentali su Ahmadinejad sono i nemici politici di Ahmadinejad, in particolare gli esperti ed i portavoce dell’ex presidente che quei media chiamano pragmatista, Rafsanjani: come il direttore del giornale finanziario Sarmayeh—Il capitale, Saeed Leylaz.

E, quanto all’opposizione interna allo sviluppo di un armamento nucleare iraniano, che la TFT dà per scontato, secondo il loro precedente sondaggio gli iraniani contrari erano 1/3, adesso sono scesi a 1/5[103].   

In Pakistan, Musharraf è sotto assedio. I due partiti che hanno vinto contro di lui le elezioni sono quelli che aveva tentato in ogni modo di schiacciare emarginare e distruggere, esiliandone gli ex due primi ministri, non grandi democratici neanche loro si sa, compresa la Bhutto assassinata proprio alla vigilia delle elezioni, e contro i quali aveva scatenato stato d’assedio e colpo di Stato. E ora, avendo lui perso malamente la scommessa elettorale che, controllata com’era, s’era illuso di vincere, è arrivata la resa dei conti. A meno che, per l’ennesima volta – ma ora è più difficile – butti per aria il tavolo…

Perché né i poteri dello Stato, dell’esercito che controllava – ma ora già controlla di meno… – e dei possenti Servizi segreti che aveva fondato, che copriva e che lo coprivano, né il sostegno dichiarato del Grande Fratello di Washington (o, forse, proprio il sostegno dichiarato del Grande Fratello di Washington) gli hanno consentito stavolta di farcela.

E ora i due partiti vincitori, che hanno appena eletto il nuovo primo ministro, sfidano apertamente l’autorità del presidente riportando in libertà subito, intanto, e poi promettendo di ridare i loro seggi ai giudici costituzionali la cui liquidazione sommaria da parte di Musharraf aveva, in origine, scatenato la crisi[104].

I partiti dei due ex primi ministri esiliati da Musharraf (una, la Bhutto, anche assassinata; l’altro Sharif che alle politiche è arrivato secondo) hanno eletto, congiuntamente, come nuovo primo ministro, con 264 voti su 342 un dirigente di secondo fila del partito della Bhutto nello Stato del Punjab, Yousaf Raza Gilani[105], che sembra destinato a dover “reggere” il posto al marito dell’ex premier assassinata, Asif Ali Zardari: ma che, intanto, con un segnale in questo paese fortissimo, ha subito messo in libertà i giudici anti-Musharraf.

E già in questa scelta, sottotono, ma rivelatasi contraddittoriamente anche subito significativa, c’è un sospetto ed insieme un auspico quanto meno ambiguo sull’esito del confronto prossimo venturo, decisivo probabilmente, tra governo e presidente sulla reinstallazione effettiva dei giudici che Musharraf aveva rimosso d’autorità con le armi al piede sui loro scranni della Corte costituzionale[106].

Poi, mentre Musharraf riceveva abbracciandoli, da vecchi amici, complici e alleati, il vice segretario di Stato John Negroponte e l’assistente segretario di Stato per il Sud Est asiatico, Richard Boucher, due collaboratori dei leaders della coalizione di governo (non loro, dunque, personalmente: ed è un segnale nettissimo) ricevevano i plenipotenziari americani informandoli che “erano pregati di prendere buona nota del fatto che i vecchi rapporti erano chiusi per sempre[107].

O, per dirla con un altro partecipante pakistano all’incontro, “se mi si consente di utilizzare una locuzione americana, in citò c’eè un nuovo sceriffo e forse adesso si rendono conto di aver trattato troppo a lungo solo con un uomo”. Insomma, per l’America di Bush, che aveva puntato e sembra voler puntare ancora le sue carte solo sul traballante presidente, una tragedia strategica: figlia anch’essa della cecità nell’appoggio agli amici sbagliati e della catastrofe in Afganistan.

Preoccupati i grandi media americani: quelli che, come il NYT, sull’appoggio a Musharraf avevano espresso, è vero, i loro dubbi ma sostenevano, per patriottardismo, le scelte strategiche presidenziali. Sono gli stessi media benpensanti che non si rassegnano ancora a riconoscere che l’unico modo efficace di onorare la memoria ed il sacrificio dei 4.000 soldati (e soldatesse) americani morti in Iraq non è affatto di vincere questa guerra insensata, come dice Bush – che, senza gara, è il più insensato degli americani – ma è, invece, di mettere fine alla guerra insensata che li ha spediti a morire nella lontanissima Mesopotamia.

Questo bisogna fare, proprio per queste 4.000 buonissime ragioni ma anche per quelle identiche che, moltiplicate per più di cento, riguardano i morti iracheni. Che non sono andati in guerra per scelta, loro, da professionisti ben pagati, che nessuno anzi ha pagato mai per combattere, ma che muoiono come, quanto e più degli americani: per non parlare dei civili iracheni, naturalmente.

Dice che, però, così si lascerebbero le popolazioni irachene alla mercé degli scontri settari e delle carneficine di tutti contro tutti… ma, perché, oggi cos’è diventata questa specie di guerra se non  proprio questo? le carneficine incrociate e reciproche – quotidiane e per così dire usuali o, come in questi giorni di fine mese, straordinarie e deliberatamente cercate – dei sunniti e degli sciiti a Bassora da parte del cosiddetto esercito nazionale dell’altra frazione sciita e, dall’altra parte, il bombardamento alla cieca della Zona verde di Bagdad…

Dopo dieci giorni di assalti, anche con i letali elicotteri americani, e l’impasse completo creato sul terreno tra le fazioni sciite irachene nei vicoli di Bassora, mentre Nassiria (ricordate?) viene “liberata” dalle truppe governative dalle milizie antigovernative, è il capo dei ribelli sciiti che si oppongono al governo dello sciita al-Maliki, Moqtada al-Sadr, a mettere il primo ministro con le spalle al muro.

Chiede ai propri seguaci di cessare il fuoco e al governo concessioni importanti che probabilmente otterrà (perché,  appunto, è uno stallo). E lo stallo, l’aver costretto al-Maliki a trattare, è la vittoria dei ribelli[108]… 

Ora è in queste condizioni che il Pentagono ha il coraggio di assicurare che scontri come questi sono chiaramente “un buon segno[109]. Un  buon segno, cioè, proprio la guerra civile che, se se ne andassero, assicurano, sarebbe  quello che toccherebbe in sorte all’Iraq… ma che già succede…

Ma, tornando al Pakistan, scrive il NYT – l’esempio più fulgido del buonsenso insensato di questa stampa benpensante e per bene – “sfortunatamente [un avverbio che è proprio un poema] ma non sorprendentemente, il nuovo governo pakistano ha reso chiaro che non si  fida del governo di Bush…” che, dopotutto, ha sempre istigato Musharraf a reprimere poliziescamente e militarmente ogni opzione diversa…

Ma c’è di più, ed è quanto assilla maggiormente il grande quotidiano di New York, che viene qui sottolineato: che  “i nuovi governanti [pakistani] stanno parlando della necessità di rivedere il ruolo del loro paese nella guerra al terrorismo capeggiata da Washington. E ciò è molto preoccupante[110]. Ma, in realtà, sembra che il Pakistan cominci, finalmente, a preoccuparsi anch’esso proprio delle tattiche e delle strategie sbagliate di Washington e di come Washington stia capeggiando e conducendo, nel modo più controproducente possibile, la guerra al terrorismo…

Sull’Afganistan, un’analisi che ci è sembrata seria ed attenta, è quella che abbiamo letto per la penna di un’associazione, una ONG, che porta aiuto concreto, giorno per giorno, alla gente: scrive che “vincere”, in Afganistan, significa sconfiggere i fascistoidi talebani, i signori della guerra e della corruzione e i narco baroni in un paese che è 174° nella lista dei 178 dell’Indice mondiale dello sviluppo dell’ONU e che affonda nella guerra – civile, contro i russi, contro gli americani – ormai da trent’anni.

Vincere” ci imporrebbe di rovesciare l’approccio e l’andazzo completamente – perché di tutte le cose elencate solo l’ultima è stata fatta e male, combattere i talebani – di “ricostruire case e strade, di portare una ventina di milioni di afgani fuori dalla fame e dalla mancanza di qualsiasi occupazione, di ristabilire il dominio della legge, di ridar vita ad un’economia praticamente morta, a cancellare corruzione e crimine rampanti, a costruire impianti idroelettrici e reti di distribuzione, a educare generazioni di analfabeti e ad istituire un governo efficiente e legittimo capace di riparare e trascendere le spaccature etniche. E tutto questo, certo, va fatto combattendo contro i talebani risorti[111].

Questo scritto intendeva rispondere – e lo fa con una certa efficacia, ci sembra – a uno studio stilato dall’Afghan Study Group del Center for the Study of the Presidency, uno think tank vicinissimo alla Casa Bianca, pieno di falchi, sia civili che militari, che lamenta come in Afganistan la NATO “non sta vincendo[112], come il fallimento però sarebbe un catastrofe e come, anche col tempo, ormai siamo agli sgoccioli: e che raccomandava, in pratica, quasi disperatamente, per far fronte a queste carenze di persistere e anzi accentuare, puramente e semplicemente, l’intervento armato.  

Enorme impatto negli Stati Uniti della decisione del Pentagono che, forse prendendo sul serio la retorica sulla globalizzazione, ha ordinato 179 aerei cisterna KC-30 all’Airbus, preferendoli a quelli offerti dalla Boeing. Quelli del consorzio europeo, fatti sul modello dell’A330, si fanno preferire, ha spiegato, perché sono più grandi ed in grado di trasportare, per un costo analogo, più combustibile, più passeggeri e più carico delle cisterne aeromobili costruite sul modello del Boeing 767.

L’ordine vale sui $40 miliardi e potrebbe moltiplicarsi per tre e più, a 600 esemplari, domani, man mano che l’Aeronautica rimpiazzerà quelli che ha in dotazione. La Boeing ha subito segnalato ai parlamentari dello Stato di Washington, dove ha le sue fabbriche, e bipartisanamente, che avrebbe assunto per far fronte all’ordine ben 40 mila addetti, annunciando anche un reclamo contro l’Aeronautica affermando che le sue aerocisterne sono più sicure, meno costose e che lo stesso sistema di valutazione dei militari è fasullo.

L’Airbus risponde, naturalmente negando, e sottolineando che buona parte del lavoro – sia fabbricazione di parti che assemblaggio – verrà comunque espletato in America, con la Northrop Grumman e impiegando più di 25 mila addetti (infatti non protestano affatto i rappresentanti al Congresso dell’Alabama: lo Stato dove verrà assemblato). I deputati allarmati dalla Boeing hanno detto che sottoporranno ad un esame accurato non solo i pro ma anche i contro delle scelte dell’Air Force: anche perché la compagnia di Seattle, tanto quanto l’Airbus, gode e ha goduto di fior di sussidi pubblici[113].

Un esempio di logica militare molto, molto curiosa è quello che mette il rischio di un disastro sullo stesso piano di un vero, ed immane, disastro. La NATO, dice un alto funzionario del Centro risposta incidenti computers dell’Alleanza, Suleyman Anil, in una conferenza sul crimine E (elettronico) considera la minaccia di un possibile cyber-attacco – una guerra elettronica – sullo stesso piano di un vero e proprio attacco missilistico nucleare. Logica militare, appunto, ma di questi militari scemi: per fortuna non tutti[114].

Sta calando il costo di un possibile attacco alle comunicazioni governative, mentre sale quello dei danni che un simile attacco potrebbe causare. Il terrorismo su Internet e lo spionaggio on-line sono tra le minacce maggiori ala sicurezza globale. Tutto vero, di certo. Ma è da dementi comparare questo pericolo con la distruzione sicura, in un lampo, di milioni e milioni di esseri umani in un lampo.

Il 18 marzo, a Mosca, Condy e Gates hanno presentato ai loro omologhi ministri russi degli Esteri e della Difesa una proposta nuova sui missili antimissili americani che vorrebbero piazzare in Polonia, ma che ormai è vista con riserve anche dai polacchi stessi. Proposta che è stata giudicata di primo acchitto “interessante e positiva comunque, anche se ancora discutibile” dai russi. Putin in persona ha detto che, stavolta, ha ricevuto da Bush “una proposta assai seria[115].

Mentre, seguendo l’impostazione tipica del loro capo e sempre rosata anche degli eventi più catastrofici (le guerre, Katrina e New Orleans, la crisi economica…), la segretaria di Stato e quello alla Difesa americani dicono che ci siamo, che al massimo per l’inizio del 2009 il contenzioso coi russi sarà certo risolto[116].

I russi, per natura loro e cultura, molto meno ottimisti – ma anche assai più realisti – il giorno dopo mettono in evidenza, invece, che le due parti non sono riuscite a superare lo scarto di valutazioni che le divide sui piani missilistici americani e sul destino del trattato antimissilistico che gli americani hanno, al solito, con Bush, già all’inizio del suo primo mandato, unilateralmente cassato. Il ministro della Difesa, Lavrov, affiancando Condoleezza Rice in conferenza stampa, ha detto però anche che è stato fatto un buon lavoro comune[117].    

Intanto, almeno per ora ma con ogni probabilità almeno per questa presidenza per sempre, Bush è riuscito a bloccare col veto[118] la legge che vietava alla CIA il diritto di torturare i prigionieri che lo spionaggio americano sospetta, o dice di sospettare, di terrorismo. E, vedrete, il Congresso accetterà  ancora una volta supino per il timore di sentirsi denunciare dagli scimmiotti di Bush come “poco patriottico”: malgrado ormai al 70% degli americani – almeno – questo presidente non vada più bene per niente.

Nel confronto, a distanza ravvicinata e pericolosissima, tra Israele e i gruppi armati della resistenza palestinese, in particolare Hamas, prove generali – sembrerebbe – e per la prima volta di cauto sniffamento reciproco – come si fa tra due fiere che si combattono quando tentano di retrocedere mentre continuano sul territorio israeliano vicino a Gaza a cadere i razzi che provocano (pochi) morti ma (molta) insicurezza e, su quello di Gaza, le bombe “mirate” e quelle all’ingrosso di Israele (con ben altra efficienza ed efficacia mortale).

Il fatto, anche, è che un sondaggio da tutti ritenuto affidabile[119] ha confermato che, in una libera elezione, Hamas (Ismail Haniyeh) batterebbe, e pesantemente, Fatah (Mahmoud Abbas/Abu Mazen). Giustamente la cosa preoccupa anzitutto Israele che, sulla maggiore “docilità” di Abu Mazen, ha scommesso molto.

Il fatto è che, se i palestinesi da quella docilità non vedono arrivare mai niente, solo chiacchiere anzi, poi votano per l’opposizione, per meno docile che essa sia… Forse in Israele qualcuno comincia a capirlo che è (anche) con Hamas che bisogna trattare.

Adesso, che lo chiamino “cessate il fuoco” o “tregua”, o come ha detto un leader della Jihad islamica a Gaza, una boccata di “aria un po’ più tranquilla”, è davvero questione semantica. Significativo è che le parti che hanno dichiarata reciprocamente la policy di distruggere l’altra, adesso, attraverso la mediazione egiziana, stiano quietamente negoziando una qualche implicita coesistenza. Anche se, certo, non lo dicono.

Il fatto è che una guerra prolungata, come si dice di basa intensità, è assai spiacevole per entrambe le parti, anche se a questi livelli sia gli uni che gli altri – con maggiori difficoltà, naturalmente, i palestinesi – si mostrano capaci di reggerla e di continuare gli attacchi contro l’altro. Ma nessuno dei due è disposto ad oggi ad accettare un accordo formale con l’altro, anche se a entrambi potrebbe chiaramente fa comodo la cessazione mutua dei reciprochi attacchi.

Questo alt dovrebbe essere, però, chiaramente la priorità delle priorità per tutte le altre parti interessate— americani, europei, russi e arabi ed ONU. Ma gli americani sono quelli che sono, con credibilità zero assoluto nei confronti degli arabi (pure, molti, loro alleati)... I russi hanno, quasi, lo stesso problema (con gli israeliani)… Gli europei si sono lasciati convincere dagli americani a designare, improvvidamente, come mediatore in Medio Oriente, col consenso sofferto ma subito anche di ONU di quel gigolò stra-occupato di Tony Blair.

Che, da quando è stato costretto ad andarsene da primo ministro, soffre da bulimia di titoli. Ha cumulato ormai una decina di incarichi, tutti a livello internazionale. L’ultimo dei quali, per tempo ed impegno spesi, è proprio quello di mediatore in Medio Oriente, l’unico per altro per cui al di là delle spese non viene pagato…

Adesso che si è ufficialmente convertito al cattolicesimo, spende buona parte del suo tempo

• facendo la spola con gli USA, dove “spiega” all’università del Connecticut il nesso “fede-globalizzazione” (incarico da mezzo milione di dollari all’anno);

• cumulando tre, quattro presenze in prestigiosi consigli d’Amministrazione di istituti di credito internazionali (la JP Morgan Chase, la Zurich Insurance…) cui assicura, sempre per un mezzo milione di dollari a testa, presenza sua prestigiosa e “contatti”; e il lavoro di consigliere pro-bono del governo del Ruanda (che Dio protegga l’Africa, che ne ha tanto bisogno…);

• presiedendo due o tre fondazioni, come quella per lo sport, o quella “intra-fede”…; 

• girando il mondo facendosi invitare a parlare, per 50-100.000 dollari e per quaranta-cinquanta minuti alla volta: il top è stato in Cina, un viaggio che gli ha reso €308.000 – sempre, sostanzialmente, sull’argomento che era giusto fare la guerra in Iraq – combinato dal Washington Speakers Bureau Inc., un apposito servizio di prenotazioni per strapagati oratori VIP;

• e, infine, per non farsi proprio mancare niente, sta pensando, e lasciando avanzare agli amici, la sua candidatura come presidente di lungo periodo dell’Unione europea, in base al Trattato di Lisbona…          

Dunque l’alt anche temporaneo al conflitto dovrebbe essere la priorità numero uno. Ma a rispondere in senso utile finora è solo l’Egitto, la cui credibilità peraltro traballa essa stessa.

Bisognerebbe mirare, subito, a

• una tregua senza limiti prefissati;

• uno scambio di prigionieri;

• la riapertura dei transiti al confine tra Gaza e Israele per consentire all’economia, e alla vita, dei palestinesi di ripartire.

E, ma questo è compito che spetterebbe agli arabi, bisognerebbe provare a ridar vita a un  governo palestinese unito (Fatah e Hamas) senza di cui, è evidente, non c’è soluzione. Nessuna. Infine, noi consiglieremmo D’Alema di non dare retta per niente a quanti gli dicono di fermarsi: nessun possibile contributo italiano potrebbe superare l’utilità del continuare a ricordare l’ovvio ad Israele, e ad Hamas, che devono negoziare tra loro direttamente. Perché è coi nemici che si negozia…

Rompendo il ritmo, il momentum, ritmato dalle vittorie a catena di Barak Obama, Hillary Clinton – mentre si sta avvelenando progressivamente il rapporto tra i due candidati e, soprattutto, tra i due fronti rispettivi – con le larghe (e cruciali) vittorie dell’Ohio e del Rhode Island e quella più stretta del Texas (invece, nel Vermont, ha vinto Obama, così come in Wyoming: ma contavano meno delegati) la campagna per la Convention americana dei democratici si sta avviando, pare proprio, all’impasse.

Deciderà chi è avanti e chi dietro, alla fine, la primaria della Pennsylvania, del lontanissimo ancora 22 aprile, con la spartizione dei suoi 158 delegati. Ma non deciderà, probabilmente, chi ha vinto: perché potrebbero davvero arrivare a fine agosto, alla Convenzione, senza chiudere la partita e, quindi, doversela giocare lì: scannandosi in pubblico o lasciando regolare intra moenia, al chiuso delle sale chiuse della politica politiciènne dei democratici…

Però, tra le altre cose ancora non chiare di Obama e di Clinton, c’è la posizione sulla guerra in Iraq. Chiara e dura è quella di John McCain (restiamo, se serve, anche per cento anni ancora…) che ha già vinto la corsa per la nomination repubblicana lasciando a distanza il predicatore (di mestiere) Huckabee (ex governatore dell’Arkansas) in tutte le quattro primarie del 4 marzo e che, adesso, ha anche il sostegno di Bush— anche se non sembra esserne eccitato più di tanto.

Bush, del resto, per i repubblicani sembra portare ormai jella… E McCain, in politica estera, sta ormai rivalutando la necessità di tornare a parlare con l’Europa e di rallentare il tasso di multilateralismo bushista. Mentre sulla Cina, e ancor più sulla Russia, suona addirittura come fautore di un vero e proprio rilancio della guerra fredda: bisogna isolarli e ricacciarli indietro, cosa però più facile a dirsi che a farsi[120].  

Ma, a dire la verità, sulla guerra di Bush sembra anche abbastanza chiaro che Clinton e Obama ciurlano, come si dice, nel manico. Né l’una né l’altro, al di là delle reciproche, selettive, memorie richiamate a seconda delle convenienze e del pubblico cui si rivolgono, non sembrano avere – e comunque non hanno reso nota, malgrado la richiesta larghissima della base del partito  – un’agenda vera e propria, per mettere fine all’occupazione.

Non è un caso che i fabbricanti di armi (dati desunti dai siti ufficiali dei tre candidati) diano stavolta più contributi elettorali ai democratici che ai repubblicani: il 52% (nel 1996, era solo il 32%). Il fatto è che, ragionevolmente, di McCain si fidano di più e la sua agenda (restare, continuare, perseverare) la conoscono bene: è la loro. E i soldi dell’industria della difesa non sono certo beneficenza, ma servono a cercare di formare la politica estera come l’industria vuole…

Obama e Clinton, con toni un po’diversi ma con passione – uno di più, l’altra un po’ meno – denunciano la guerra: nei comizi, nei dibattiti, negli spot televisivi. Ma, in effetti, i piani di Clinton e Obama sembrano somigliare tanto a continuare con una guerra, come dire?, light.

Ambedue intendono mantenere una presenza militare americana massiccia almeno nella “zona verde” di Bagdad e tenere sotto controllo americano l’aeroporto, conservando una “forza d’attacco” per operazioni antiterroristiche e, comunque, una capacitò di addestrare le truppe irachene. Per non parlare delle basi militari che Bush ha impiantato e che loro non hanno mai parlato di chiudere. E continuano a prevedere l’impiego di migliaia, forse ancora decine di migliaia, di guardioni, della Blackwater o di altri servizi di sicurezza mercenari (oggi sono tanti quanti sono i soldati: 160.000 per parte).

Adesso si tratterà di vedere se, obbligati comunque ad appoggiare l’uno o ad appoggiare l’altra, i tanti americani che con la guerra di Bush vogliono farla davvero finita, sapranno far pesare il loro voto, condizionandolo in qualche modo a scelte più nette nei loro piani relativi all’Iraq e, magari, anche all’Afganistan. Che, naturalmente, non sono la stessa cosa ma richiedono entrambi una svolta ed una discontinuità chiara.

A dire la verità, una delle cose più orripilanti agli occhi esterrefatti di tanti osservatori, americani e no, è che proprio nel mezzo della campagna presidenziale e nei giorni in cui il presidente Bush riafferma, col veto contro il Congresso che, pur con grande cautela, intendeva proibirla, il suo personale sostegno e quello di tutta la sua Amministrazione alla tortura come politica e prassi del governo…

… nei giorni della Costituzione sotto attacco e sotto progressiva erosione continua e della fiducia nella democrazia americana che va evaporando in tutto il mondo, la questione all’attenzione, spasmodica, del partito democratico non sembra proprio la coscienza di questa enorme crisi o della crisi gemella alimentata e fomentata dalle politiche catastrofiche, economiche e sociali, di questa Aministrazione...

... ma sembra concentrarsi sulla questione dei superdelegati e del come spartirli, delle bugie (quasi) innocenti di Hillary (quando nel ’96, a marzo, sbarcai a Tuzla, in Bosnia, i cecchini serbi mi presero sotto il fuoco…: ma è falso, la TV ce la mostra accolta da una bambina coi fiori, all’aeroporto, visto che la guerra di Bosnia era completamente cessata con l’accordo di Dayton del novembre ‘95[121]) e del tentativo (più efficace[122]… almeno per ora) di Obama di prendere le distanze dalla rabbia dei neri, ma senza rinunciare a spiegare al paese “bianco” le loro ragioni.

Ecco, è questo guardare ai propri ombelichi che sembra relegare a domani la battaglia vera: perché le primarie non servono a far scannare tra sé compagni di partito ma a battere nelle elezioni che contano, quelle di novembre, l’avversario repubblicano. Invece questa dei democratici è una campagna tanto autocentrata ed autoreferente da dare ai repubblicani un vantaggio che speriamo non diventi incolmabile… Ma che allucinante, comunque, ci sembra.

Potrebbe essere utile forse se, a questo punto, tutti – tutti quelli che tra i democratici sull’Iraq hanno sbagliato, chi più chi meno, per patriottardismo acuto— cioè proprio tutti davvero: quelli che a larghissima maggioranza, allora, votarono sì, quando sarebbe stato sufficiente probabilmente a sgonfiare il palloncino pieno di aria fritta della propaganda bushotta, semplicemente porre le domande giuste.

Nessuno – pur a fronte dei migliori specialisti arabisti del mondo (delle grandi università di punta ma anche della CIA e del Pentagono che tentarono, alla fine anche pubblicamente, di spiegarlo a chi già, però, aveva deciso – sollevò le questioni veramente di fondo.

Sul fatto cruciale, ad esempio, che intervenendo con un’invasione militare a distruggere uno Stato di polizia repressivo come quello di Saddam, in una società creata artificialmente dall’impero britannico negli anni ’20 appiccicando insieme popoli, etnie e regioni tenute sostanzialmente insieme dalla paura, non sarebbe mai stato un accrocco di governo che si reggeva con lo sputo e veniva inevitabilmente visto come uno strumento degli americani.

A Washington, dicevamo, l’opposizione – diventata poi maggioranza democratica – non osò neanche sollevare il dubbio che fosse pura illusione trapiantare democrazia e stabilità col ferro, il fuoco ed il bisturi della guerra e dell’invasione e l’appoggio reticente, di mese in mese sempre più reticente, di qualche ras locale e che un controllo ferocemente repressivo su una popolazione inevitabilmente ribelle avrebbe solo garantito instabilità perpetua e anarchia generalizzata.   

GERMANIA

Sono scesi in sciopero qualche centinaio di migliaia di lavoratori del Ver.di (sono 1.300.000 i membri del Vereinte Dienstleistungsgewerkschaft, il sindacato del pubblico impiego. Sulle autostrade, già dai primissimi giorni, 160 km di code, Berlino paralizzata e treni fermi[123].

Lo scopo dichiarato, in una situazione in cui il governo continua a parlare di ripresa economica e di essersi lasciato indietro le tribolazioni degli anni recenti, e ad esaltare il rilancio dei profitti delle imprese è di rendere evidente, per tutti, che anche i lavoratori vogliono la loro fetta di torta. La maggior parte chiede aumenti salariali dell’8%, alcuni ne vorrebbero si accontenterebbero del 12.

Né si cura troppo, a ragione, il sindacato, degli ammonimenti a raffica che arrivano dalla BCE, sulla necessità della moderazione salariale. Il fatto è che nessuno (né i pontefici massimi della BCE, né le Confindustrie qui, come da noi, hanno convinto i lavoratori di cui si reclama la responsabilità, che altrettanto responsabili sono i padroni: vedono anche loro, e glielo conferma il governo, profitti in salita continua ma non vedono in salita continua gli investimenti…

E vedono 1.000 cittadini tedeschi coinvolti nell’affaire evasioni fiscali in Liechtenstein che aiutano a far perdere di ogni credibilità gli appelli alla responsabilità avanzati solo ai prestatori e non ai datori d’opera: con salari che fanno fatica a tenere anche qui o, come dice da noi il Governatore della Banca d’Italia, sono addirittura in regresso.

E’ stato proprio il governo tedesco, con quello italiano, il più duro[124]  ad esigere dalla Commissione europea misure effettive, “e non altre prediche inutili”, contro l’usbergo fiscale offerto dal principato (ma anche da Andorra, Monaco, Svizzera, San Marino…) agli evasori e elusori fiscali nei confronti degli altri paesi europei.

E’ un risentimento profondo e giustificato che, del resto, si manifesta nettamente anche sul piano politico con la sinistra del Links Partei, a sinistra appunto dei socialdemocratici che coi conservatori sono al governo, a vincere alcune importanti elezioni locali e di Länder. E l’anno prossimo ci sono le elezioni politiche generali…

Questo è un paese che, molto più dell’America e della Gran Bretagna, ma anche dell’Italia, ha sempre giustificato, socialmente ma anche eticamente, con una più garantita uguaglianza ed una più diffusa, sostanziale omogeneità dei salari dei più la ricchezza dei meno.

Ma anche qui, il trionfo del liberismo selvaggio di questi ultimi anni, già deliberatamente incentivato sotto il cancellierato di Schröder e esaltato con Merkel e i suoi docili co-governanti socialdemocratici, sta portando il clima sociale all’ebollizione. Alla tedesca, si capisce, con ponderatezza epperò altrettanta serietà.

Ammonisce Roman Herzog, rispettato democristiano di ferro ex presidente della Repubblica (1994-1999) e ex presidente della Corte costituzionale, che “sta crescendo il pericolo di governi di minoranza”: nessuno riesce più a coalizzare da solo, né a destra né a sinistra, una maggioranza sufficientemente compatta per governare.

E la vita – basta guardare vicino a noi, dice senza far nomi per carità tra europei – si farebbe molto difficile per un cancelliere di minoranza”, sottolinea Herzog. Preoccupato anzitutto dalla crescita della sinistra dell’ex socialdemocratico Oskar Lafontaine che sta tentando i socialdemocratici guidati da Kurt Beck, non al governo, a mollare i democristiani della grande coalizione portando i socialdemocratici a un’alleanza col partito dei Verdi appoggiata, magari solo dall’esterno per ora, dal Links Partei[125].

Un accordo che, intanto, farà le sue prove generali alle elezioni dell’Assia (Francoforte). Con Herzog che invoca riforme elettorali e costituzionali – Senato con poteri diversi dalla Camera; sistema elettorale sostanzialmente ala francese, a due turni – ma aggiunge sottovoce “non come altrove, però…”. E su questo, sicuramente, ha ragione.

Gli scambi commerciali tra Russia e Germania[126] hanno toccato il record di €33,4 miliardi nel 2007, rende noto il portavoce del ministero degli Esteri russo. E gli investimenti tedeschi in Russia sono cresciuti, sempre l’anno scorso, del 70% rispetto al 2006, a $2 miliardi e 150 milioni.

GRAN BRETAGNA

Saranno almeno diecimila i posti di lavoro tagliati quest’anno alla City di Londra da banche e istituti finanziari e assicurativi. E, forse, di più con l’intensificarsi progressivo della crisi finanziaria in atto e le aspettative di recessione americana[127]. E’ quanto emerge dallo studio più recente del Centro per la ricerca economica e degli affari (CEBR).

I conservatori sono avanti, oggi, di ben 13 punti rispetto a Brown ed al suo partito. Il fatto, è che dopo la svolta dei laburisti che si sono separati anche abbastanza trauma ticamente da Blair, il partito non ha cambiato in niente, o quasi, le sue politiche: e da lraq a Afganistan, all’appecoronamento senza pudore verso tutto quello che è americano – e di questa America, poi! – a quelle economiche e sociali, agli elogi ai ricchi spropositati in parlamento, la gente che, in questo paese, vota tradizionalmente a sinistra, queste politiche le odia.

GIAPPONE

Il partito d’opposizione, ma di maggioranza alla Camera Alta della Dieta, ha bocciato la nomina di Toshiro Muto da parte del governo a nuovo presidente della Banca centrale. Il vecchio governatore sta andando in pensione e, secondo l’opposizione, il nuovo sarebbe una specie di sottopancia del partito liberal-democratico che, grazie ad esso, ha percorso negli anni la sua accelerata carriera nella burocrazia del ministero delle Finanze.

Il posto, così, è restato vuoto[128] e, se il governo non “concilia”, lo resterà ancora a lungo. Intanto, il premier ha dovuto nominare un governatore ad interim, Masaaki Shirakawa, di credibilità pressoché zero nel mezzo finanziaria internazionale così seria.

Intanto, l’indice di fiducia delle famiglie[129] è caduto del 3,7% nell’anno a febbraio: il livello più basso dal marzo 2003.


 

[1] Ministero dell’Economia, Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza pubbica per il 2008, 12.3.2008 (cfr. www.te  soro.it/web/apri.asp?idDoc=18732/).

[2] La Stampa, 12.3.2008, R. Masci, Gli stipendi?Sempre più poveri: penultimi in Europa [€19.861], dopo la Spagna [€22.207] ci sorpassa anche la Grecia [€25.572:… Dietro c’è solo il Portogallo, tra i paesi più ricchi d’Europa, con €17.184, col primo dei più poveri la Repubblica ceca a €13.485; il primo in Europa, in assoluto, è la Gran Bretagna con €37.299— e, per tutti, si tratta dei salari medi annui netti del lavoratore single senza carichi di famiglia]. Per i dati dell’OCSE, 11.3.2008, cfr. www.oecd. org/docu ment/57/0,3343,en_2649_201185_40255097_1_1_1_1,00.html/).  

[3] Guardian, 2.3.2008, HSBC poised to write off $17bn debts La HSCB sta per cancellare $17 miliardi di debiti [debiti degli altri, cui ha concesso troppo leggermente quattrini, nei propri confronti, cioè crediti propri non più esigibili… Abbiamo collocato qui, nella rubrica nel mondo, questa  notizia perché, come vedete riguarda Regno Unito, Stati Uniti e l’economia globale tutta…].

[4] New York Times, 3.3.2008, Agenzia Reuters, HSBC Profit Up 10 Percent in 2007 I profitti della HSBC salgono del 10% nel 2007.

[5] New York Times, 5.3.2008, J. Mouawad, Oil Hits $104 As OPEC Rebuffs Bush Il petrolio tocca $104 e l’OPEC se la prende seccamente con Bush.

[6] The Economist, 8.3.2008.

[7] Un importante istituto di ricerca – soprattutto centrato sul futuro dell’energia – presieduto dal petroliere texano dello stesso nome, padrino politico di George Bush padre (di cui fu segretario di Stato) e, poi, anche di George Bush figlio, dal quale ha preso però, senza mai dirlo esplicitamente, le distanze per il suo avventurismo politico (The Cost of Energy, 5.3.2008,  cfr. www.grinzo.com/energy/index.php/2008/03/05/linkage-2-2/ ).

[8] The Economist, 15.3.2008; e Yahoo!News., 8.3.2008, L. Wangyal, Dalai Lama reiterates support for Beijing Olympics— Il Dalai Lama ripete che appoggia le Olimpiadi di Pechino.

[9] la Repubblica, 15.3.2008, F. Rampini, Riesplode la “polveriera” Tibet

[10] New York Times, 11.3.2008, J. Yardley, China sticking with one-child policy La Cina mantiene la sua politica del figlio unico.

[11] The Economist, 8.3.2008.

[12] The Economist, 15.3.2008.

[13] Agenzia Xinhua—Nuova Cina, 5.3.2008, Premier: China Targets 8-percent GDP Growth in 2008— lI PM: la Cina punta a una crescita del PIL dell’8% nel 2008 (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2008-03/05/content_7720892.htm/).

[14] U.S. Department of State, Bureau of Democracy, Human Rights and Labor, 2007 Country Reports on Human Rights Practices— Rapporti paese 2007sulla pratica dei diritti umani (cfr. www.state.gov/g/drl/rls/hrrpt/2007/index.htm/).

[15] Gov.cn, 13.3.2008, Human Rights Record of the United States in 2007Lo stato dei diritti umani negli Stati Uniti nel 2007 (cfr. www.gov.cn/misc/2008-03/13/content_918785.htm/).

[16] Vedi, qui, Nota76  ///  (Stiglitz).            

[17] Ufficio del Segretario alla Difesa, Annual Report to Congress, Military Power of the People’s Republic of China Rapporto annuale al Congresso, La potenza militare della Repubblica popolare cinese, 2007 (cfr. www.defenselink.mil/pubs/ pdfs/070523-China-Military-Power-final.pdf /).

[18] Luca, 6, 41.42; 45.

[19] Agenzia Xinhua Nuova Cina, 4.3.2008, FM press conference: China firmly opposes US military report Conferenza stampa del ministero degli Esteri: la Cina si oppone con fermezza al rapporto militare degli USA (cfr. http://news.xinhuanet.com/ english/2008-03/04/content_7717441.htm/).

[20] New York Times, 26.3.2008, Reuters, China Concerned Over Missile Parts Mistake in Taiwan— La Cina si  preoccupa per le componenti missilistiche arrivate per sbaglio a Taiwan. 

[21] The Economist, 8.3.2008.

[22] Foreign Affairs, 3/4.2008, F. Rodriguez, An Empty Revolution: The Unfulfilled Promises of Hugo Chávez— Una rivoluzione vuota: le promesse incompiute di Hugo Chávez (cfr. www.foreignaffairs.org/20080301faessay87205/francisco-rodriguez/an-empty-revolution.html/).

[23] CEPR, 21.3.2008, An Empty Research Agenda: The Creation of Myths About Contemporary Venezuela-              Response to Foreign Affairs Un’agenda di ricerca vuota: come funziona la creazione dei miti sul Venezuela di oggi- Risposta a Foreign Affairs (cfr. www.cepr.net/index.php/press-rele ases/press-releases/cepr-paper-responds-to-foreign-affairs-on-venezuela/).

[24] Corrado Gini, l’economista, sociologo e statistico che ha creato l’ISTAT e ne è stato il primo presidente, elaborò e pubblicò nel 1912 “Variabilità e mutabilità”, proponendo il metodo e la misura di dispersione statistica da allora più utilizzata ed universalmente accettata per calcolare l’ineguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza).

[25] The Economist, 29.3.2008.

[26] New York Times, 6.3.2008, D. Jolly, E.C.B. and Britain Hold Rates Steady— La BCE e la Gran Bretagna mantengono fermi i tassi di sconto.

[27] The Economist, 8.3.2008.

[28] Financial Times, 2.3.2008, L. e T. Barber, Barroso warns on protectionist pressures— Barroso mette in guardia da pressioni protezionistiche.

[29] The Economist, 15.3.2008.

[30] Hűrryet, 7.3.2008, Turkish PM cancels EU summit with Sarkozy-Merkel— Il PM turco cancella il vertice UE con Sarkozy-Merkel (cfr. http://arama.hurriyet.com.tr/arsivnews.aspx?id=8399917/).

[31] Financial Times, 14.3.2008, J. Cienski, Polish party move delays treaty ratification La mossa del partito polacco [all’opposizione] ritarda la ratifica del trattato [europeo].

[32] EUObserver.com, 14.3.2008, EU leaders agree to weakened Mediterranean Union plan I capi dell’Unione europea concordano su un piano ridotto [o rafforzato, invece, chi sa… bisognerà vedere in concreto…] di Unione mediterranea (cfr. http://euobserver.com/9/25835/).

[33] Guardian, 22.3.2008, P. Wintour, Britain and France to take nuclear power to the world— La Gran Bretagna e la Francia porteranno l’energia nucleare al mondo.

[34] Observer, 9.3.2008, P. Beaumont, Serbia in crisis as PM quits over Kosovo La Serbia in crisi col Pm che abbandona sul Kosovo.

[35] la Repubblica, 8.3.2008, Serbia, il premier Kostunica annuncia le proprie dimissioni.

[36] Commissione di arbitrato della Conferenza sulla Jugoslavia (Commissione Badinter: formata dai presidenti di cinque Corti costituzionali di paesi dell’Unione), Opinione no. 2 sull’Autodeterminazione (cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Ar bitration_Commission_of_the_Peace_Conference_on_the_former_Yugoslavia#Opinion_No._2_.28Self-determi na tion.29/; cfr. A. Pellet The Opinions of the Badinter Arbitration Committee: A Second Breath for the Self-Determination of Peoples Le opinioni della Commissione Badinter di arbitrato: una seconda occasione per l’autodeterminazione dei popoli, European Journal of International Law— Giornale europeo di diritto internazionale, 1992, 3 (1): 178-185 (cfr. http://ejil . org/journalVol3/No1/art12.html/); e, per una sintesi efficace del ragionamento sul piano del diritto e della storia, Guardian, 19.2.2008, The end of multilateralism?— La finale del multilateralismo? (cfr. http://commentisfree.guardian.co. co.uk/ian_bancroft/2008/02/the_end_of_multilateralism.html/).

[37] International Herald Tribune, 5.3.2008, Agenzia Associated Press (A.P.), Macedonian president says Kosovo border ultimatum marks a bad start in bilateral relations Il presidente macedone afferma che l’ultimatum del Kosovo sulla vertenza confinaria segna una cattiva partenza nelle relazioni bilaterali.

[38] Guardian, 18.3.2008, C. Foley, Righting the rules— Rimettendo a posto le regole.

[39] GlobalSecurity.org, 12.3.2008, Russia: Duma To Weigh In On Abkhaz, South Ossetian, Transdniestrian Status— Russia: la Duma interverrà sullo status di Abkazia, Sud Ossezia e Transdniestria (cfr. www.globalsecurity.org/military/library / news/2008/03/mil-080313-rferl01.htm/).

[40] Agenzia RIA Novosti, 18.3.2008, RF Duma CIS affairs committee set to initiate South Ossetia and Abkhazia recognition— La commissione del parlamento federale russo sugli affari della Confederazione degli Stati Indipendenti [ex sovietici] avvierà le procedure di riconoscimento dell’Ossezia del Sud e dell’Abkazia  [cioè: le regioni che vogliono la secessione dalla Georgia; non – o non ancora: anche qui divide et impera? – la Transdniestria che vuole secedere, invece, dalla Moldova] (cfr. www.einnews.com/russia/newsfeed-state-duma/).

[41] Financial Times, 6.3.2008, T, Barber, Belgrade urged to embrace Brussels— Belgrado incalzata ad abbracciare Bruxelles.

[42] Guardian, 11.3.2008, I. Bankcroft, Serbia’s next move— La prossima mossa della Serbia.

[43] New York Times, 5.3.2008, A. E. Kramer, Gazprom Feud With Ukraine Heats Up La diatriba fra Gazprom e Ucraina [in realtà, come s’è visto, tra Gazprom e Naftogaz] si scalda.

[44] New York Times, 6.3.2008, A. E. Kramer, Gazprom Settles With Ukraine, for Now— La Gazprom, per il momento, trova l’accordo con l’Ucraina.

[45] Agenzia Stratfor, notiziario Ucraina da 3 a 7.3.2008.

[46] Ria Novosti, 13.3.2008, Russia, Ukraine axe intermediaries in natural gas supplies— La Russia e l’Ucraina tagliano fuori gli intermediari nelle forniture di gas naturale (cfr. http://en.rian.ru/russia/20080313/101238767.html/).

[47] Stratfor, 7.3.2008, Ukraine’s NATO About-face— Il dietro front dell’Ucraina sulla NATO (cfr. www.stratfor.com/sitrep/uk raine’s_nato_about-face /).

[48] Barents Observer, 11.3.2008, Upgraded planes needed— C’è bisogno di aerei ammodernati (cfr. www.barentsobserver .com/).

[49] Guardian, 11.3.2008, N. Clark, The Hungarian revolt— La rivolta ungherese.

[50] New York Times, 7.3.2008, E. L. Andrews, Employment Falls for Second  Month— La disoccupazione cala per il secondo mese consecutivo; e, per il testo del comunicato ufficiale del Ufficio delle statistiche (il BLS) del Dipartimento del Lavoro, Employment Situation Summary, 7.3.2008 (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/).

[51] New York Times, 5.3.2008, D. Leonhardt, Unemployed, and Skewing the Picture— Disoccupati, ma in un quadro distorto.

[52] The Economist, 15.3.2008; Guardian, 7.3.2008, A. Seager, US job numbers fuel recession fears I dati sul lavoro alimentano le paure di recessione

[53] The Economist, 29.3.2008: l’indice dei prezzi delle case, S&P/Case-Shiller, che copre le dieci più grandi città degli USA è caduto nell’anno, a gennaio, dell’11,4%, il massimo da quando si è dato inizio alla serie statistica. Il numero delle nuove case vendute a febbraio è sceso dell’1,8%, al minimo da tredici anni.

[54] Dipartimento del Commercio, 2.3.2008, (cfr. www.commerce.gov/EconomicNews/index.htm/).

[55] EPI, 7.3.2008, Jobs Picture (cfr. www.epi.org/content.cfm/webfeatures_econindicators_jobspict_20080307/).

[56] New York Times, 24.3.2008, L. Story, With Economy Tied to Wall St., New York Braces for Job Cuts Con la sua economia legata a Wall Street, New York si fa coraggio per affrontare i tagli all’occupazione.

[57] USA Today, 22.3.2008, M. Crutsinger, Financial turmoil suggests deeper recessionLe turbolenze finanziarie indicano una recessione più seria (cfr. www.usatoday.com/money/economy/2008-03-22-recession_N.htm/).

[58] New York Times, 5.3.2008, S. R. Roach, Double Bubble Trouble— I guai della doppia bolla.

[59] New York Times, 9.2.2008, S. Lohr, From Japan’s Slump in 1990s, Lessons for U.S.— Dall’afflosciarsi giapponese degli anni ’90, lezioni per gli USA.

[60] New York Times, 18.3.2008, Fed Cuts Key Interest Rate by ¾ of a Point La Fed taglia il tasso chiave di interesse di ¾ di punto; e Guardian, 18.3.2008, A. Seager e L. Elliott, Federal Reserve cuts rates three-quarters of a point— La Federal Reserve taglia i tassi di tre quarti di punto.

[61] The Economist, 8.3.2008.

[62] New York Times, 11.3.2008, (A.P.), Trade Deficit Up As Imports HiT Record— Il deficit commerciale sale con le importazioni che arrivano al massimo.

[63] Guardian, 14.3.2008, A. Clark, Rising prices and anxiety cause surprise drop in US retail sales I prezzi in ascesa e l’ansia causano il calo a sorpresa [ma sorpresa mica per tutti…] delle vendite al dettaglio in America.

[64] New York Times, 19.3.2008, M. M. Grynbaum, Increase in Producer Prices Feeds Fear of Rising Inflation— L’aumento dei prezzi di produzione alimenta i timori di un inflazione crescente.

[65] New York Times, 7.6.2005, The Bush Economy— L’economia di Bush [un articolo di tre anni fa che riferisce, però, di fatti e misfatti oggi ancora più radicalizzati e più confermati…].

[66] New York Times, 11.3.2008, The Face-Slap Theory— La teoria dello schiaffo in faccia.

[67] The American Prospect, 10.3.2008, Face Slap or Punch to the Head?— Schiaffo in faccia o cazzotto alla testa? (cfr. http: //prospect.org/csnc/blogs/beat_the_press_archive?month=03&year=2008&base_name=face_slap_or_punch_to_the_head#comments/).

[68] New York Times, 17.3.2008, S. L. Myers, Bush, Praising Fed’s Intervention, Faces Criticism— Bush, che loda l’intervento della Fed,deve far fronte alle critiche. 

[69] Guardian, 14.3.2008, L. Elliott, This crisis has a life of its ownQuesta crisi ha una vita tutta sua.

[70] The Economist, 15.3.2008, e New York Times, 14.3.2008, L. Thomas Jr., JP Morgan and Fed Move to Bail Out uBear Stearns JP Morgan e la Fed [ma, in sostanza, la Fed] si danno da fare per il salvataggio della Bear Stearns.

[71] New York Times, 16.3.2008, M. Dowd, Soft Shoe in Hard Times— Nei tempi duri di oggi, le scarpette da ballerina.

[72] New York Times, 15.3.2008, J. Anderson e V. Bajaj, A Wall Street Domino Theory— Una teoria del domino di Wall Street.

[73] Financial Times, 12.3.2008, K. Guha, US will avoid deep recession, Fed says Gli USA eviteranno una recessione dura, dice la Fed.

[74] Forbes.com, 5.3.2008, The World’s Billionairesù— I  miliardari [in $] del mondo (cfr. www.forbes.com/lists/2008/10/bi llionaires08_The-Worlds-Billionaires_Rank.html/).

[75] The Economist, 8.3.2008.

[76] U.S. Census Bureau, Ufficio federale dati del Censimento, American Housing Survey Data Dati sulla situazione abitativa, 25.1.2008 (cfr. www.census.gov/hhes/www/housing/ahs/ahs.html/)-

[77] The Times, 5.3.2008, T. Bawden, Cut size of outstanding loans, Ben Bernanke urgesBen Bernanke fa pressioni: tagliate l’ammontare dei vostri debiti ancora da incassare (cfr. http://business.timesonline.co.uk/tol/business/economics/ article 3485725.ece/).

[78] The Economist, 8.3.2008.

[79] New York Times, 12.3.2008, E. L. Andrews, Fed hopes to ease strain on economic activity— La Fed spera di allentare le pressioni sull’attività economica.

[80] New York Times, 12.3.2008, V. Bajaj e M. M. Grynbaum, Dow Climbs 416.66 for Its Biggest Gain in Over 5 Years— L’indice Dow sale di 416,66 punti, col massimo guadagno in più di cinque anni.

[81] Guardian, 13.3.2008, L. Elliott, Dollar's tumble rattles global markets— Il crollo del dollaro scuote di brutto i mercati globali.

[82] New York Times, 14.3.2008, S. R. Weisman, As Dollar Hits New Lows, Investors Look Elsewhere— Col dollaro che tocca nuovi ribassi, gli investitori guardano altrove.

[83] The Economist, 29.3.2008.

[84] New York Times, 21.3. 2008, P. Krugman, Partying Like It’s 1929 Ballando come se fossimo nel 1929 [quando già siamo negli anni ’30… in piena crisi].

[85] New York Times, 23.3.2008, E. L. Andrews e S. Labaton, In Washington, a Split Over Regulation of Wall Street— A Washington, spaccatura su come regolare Wall Street

[86] New York Times, 10.3.2008, edit., Prison Nation— Una nazione che s’è fatta galera.

[87] Lì, in Nota92: J. Stiglitz e L. Bilmes, The Three Trillion Dollar War— La guerra da 3.000 miliardi di dollari, W.W. Norton ed., 2008.

[88] E che analizziamo più a fondo nell’articolo che, al saggio di Stiglitz, dedichiamo ora su Eguaglianza&Libertà, 26.3.2008, L’Iraq cinque anni dopo. Cronache di una follia (cfr. www.eguaglianzaeliberta.com/). 

[89] Military.com, 3.3.2008, Stiglitz: Iraq war will surpass WWII— [I costi della] guerra in Iraq oltre [quelli del]la seconda guerra mondiale (cfr. http://forums.military.com/eve/forums/a/tpc/f/409192893/m/9310065271001/)

[90] MSNBC, 3.3.2008, Ahmadinejad, ‘Major powers’ should quit Iraq - He deflects US accusations that Iran arms militants— Ahmadinejad, ‘le grandi potenze’ dovrebbero lasciare l’Iraq – E deflette le accuse americane che l’Iran fornisce armamenti ai militanti (cfr. www.msnbc.msn.com/id/23429996/); e CNN.com, 3.3.2008, Iran’s president: No one likes Americans— Il presidente iraniano: gli americani non piacciono a nessuno (cfr. www.cnn.com/2008/WORLD/meast/03   /03/03/iraq.iran/index.html/).

[91] New York Times, 7.3.2008, edit., Dark Days in Armenia— Giorni bui in Armenia.

[92] Saddam and Terrorism: Emerging Insights from Captured Iraqi Documents, 11.2007 (cfr. http://abc.news.go.com/ images/Politics/Saddam%20and%20Terrorism%20Redaction%20EXSUM%20Extract.pdf/); e New York Times, 13.3. 2008, J. Olusha, Oh, By the Way, There Was No Al Qaeda Link Oh, a proposito, non  c’era proprio alcun legame con al-Qaeda.

[93] Ha raccontato il segretario generale del partito democratico, il partito di maggioranza al governo, Marzuki Alie che il presidente indonesiano, Susilo Bambang Yudhoyono, subito prima del voto all’ONU, ha rifiutato di ricevere le chiamate telefoniche sia di Ahmadinejad che di Bush. Poi, il giorno dopo, viene annunciato che Yudhoyono si recherà, comunque, a giorni, in visita a Teheran (LKBN Antara News, 9.3.2008, Yudhoyono Rejects Phone Calls From Us And Iranian Presidents Before Voting On UN Resolution— Prima del voto sulla risoluzione Yudhoyono respinge le telefonate del presidente americano e di quello iraniano: cfr. www6.lexisnexis.com/publisher/EndUser?Action=UserDisplayFull Document&orgId=574&topicId=100007193&docId=l:756945705&start=9/).

[94] New York Times, 4.3.2008, W. Hoge e E,. Sciolino, Security Council Adds Sanctions Against Iran Il Consiglio di Sicurezza aggiunge sanzioni all’Iran; e, per il testo completo della Risoluzione, S/RES/1803 (2008), 3.3.2008, compresa la reiterata – e, nella fattispecie, contraddittoria ed anche ipocrita – riaffermazione, già in Premessa, del “diritto di ogni paese firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare [dunque, poffarbacco, anche dell’Iran] a sviluppare, senza subire alcuna discriminazione, ricerca, produzione ed uso dell’energia nucleare a fini pacifici, in accordo con gli artt. I e II del Trattato”.

    E compresi anche i limiti precisi posti al diritto dei possibili ispezionanti: osservanza del “diritto internazionale” e luoghi delle ispezioni solo “nei propri porti ed aeroporti”. E certo sarebbero proprio scemi quelli di Teheran che mandassero le  proprie navi da carico a farsi ispezionare, diciamo, a Marsiglia… (cfr. http://daccesdds.un.org/ doc/UN DOC /GEN/N08/257/81.pdf?OpenElement/).

[95] Financial Times, 5.12.2007, D. Miliband, Why we must not take the pressure off Iran Perchè non dobbiamo alleggerire la pressione sull’Iran.

[96] Canadian Uranium Production and Nuclear Power, l’agenzia nazionale canadese sull’uranio e la produzione di energia nucleare (il Canada è il maggior produttore mondiale di uranio), Nuclear Issues Briefing Paper no. 33, 3.2008, Uranium Enrichment L’arricchimento dell’uranio (cfr. www.uic.com.au/nip33.htm/).  

[97] Egyptian Gazette, 19.11.2008, US Rules Out Strike Against Iran— Gli USA escludono di colpire l’Iran (cfr. http//news. gom.com.eg/gazette/pdf/2007/11/19/01.pdf?year=2007&month=11&day=19&page=01&submit=submit/).

[98] Intervista ad Al-Jazeera Television, 23.9.2007, cit. in USA Today, idem, Nervous Gulf hears calmer tones on Iran— Un Golfo innervosito ascolta toni più calmi sull’Iran (cfr. www.usatoday.com/news/world/2007-09-29-121882 95_x.htm/).

[99] Financial Times, 12.11.2007. D. Sevastopulo, D. Dombey e A. Ward, US strike in Iran ‘not being planned’— Non si sta pianificando un attacco militare americano contro l’Iraq.

[100] Sunday Times, 25.2.200, US generals will quit if Bush orders Iran attack— [Ci sono] generali americani pronti ad andarsene se Bush ordina l’attacco all’Iran

[101] New York Times, 10.2.2008, F. Kaplan, The Professional— Il professionista.

[102] Agenzia IRNA, 10.3.2008, Iran ready to hold talks with 5+1 on specific issues— L’Iran pronto a tenere colloqui coi 5+1 su questione specifiche (cfr. www2.irna.ir/en/news/view/menu-234/0803102610113514.htm/).

[103] Guardian, 29.3.2008, H. Derakhshan, Chorusing disapproval— Le disapprovazioni in coro. E, per il testo del sondaggio di Terror Free Tomorow (cfr. www.terrorfreetomorrow.org/upimagestft/TFT%20New%20/Iran%20Survey%20Report

%20March%202008.pdf/). 

[104] New York Times, 10.3.2008, J. Perlez, Pakistan Rivals Join to Fight Musharraf— I rivali si mettono insieme in Pakistan per combattere Musharraf; Guardian, 10.3.2008, D. Walsh, Musharraf under threat from new coalition— Musharraf minacciato dalla nuova coalizione di governo.

[105] New York Times, 23.3.2008, J. Perlez, Pakistani Party’s Leader Chooses a Prime Minister— Il capo del partito [di maggioranza] pakistano sceglie un primo ministro.

[106] Guardian, 24.3.2008, A. Stratton, New Pakistani prime minister challenges Musharraf with order to release judgesCon l’ordine di rilasciare i giudici il nuovo primo ministro del Pakistan sfida Musharraf.

[107] New York Times, 26.3.2008, S. Masood, Cool Reception for Envoys  in Pakistan Accoglienza fredda per gli invitati [americani] in Pakistan; e 26.3.2008, J. Perlez, New Pakistani Leaders Tell Americans There’s ‘a New Sheriff in Town’ — I nuovi governanti pakistani dicono agli americani che ‘in città c’è un nuovo sceriffo’.

[108] New York Times, 31.3.2008, E. Goode e J. Glanz, Cleric Suspends Battle in Basra by Shiite Militia— L’esponente sciita sospende gli scontri a Bassora da parte delle sue  milizie [che, detto così, è un titolo fuorviante, rispetto alla notizia politica principale che l’articolo illustra bene: così, sembra che sia stato Sadr a mollare e, invece, è stato al-Maliki – accettando di trattarci, dopo aver giurato di “sterminarlo”  – che s’è in realtà ritirato].

[109] Neo-Classics.blog, 28.3.2008, Wolves in the city: Iraq fighting “good sign”-Pentagon— I lupi in città: la guerra tra iracheni, “buon segno” dice il Pentagono (cfr. http://neoclassics.blogspot.com/).

[110] New York Times, 28.3.2008, edit., Sense and Insensitivity— Buon senso e insensibilità.

[111] Citato in Guardian, 10.3.2008, A. Johnson, Lost in Afghanistan— Perduti in Afganistan.

[112] Afghanistan Study Group Report, 30.1.2008, Revitalizing our efforts, rethinking our strategies— Rivitalizzare i nostri  sforzi, ripensare le nostre strategie [nostri di chi? ma quando sono stati discussi, e poi co-decisi, con noi?] (cfr. www.thepresiden cy.org/pubs/Afgan_study_group_final.pdf/).

[113] New York Times, 6.3.2008, D. M. Herszenhorn, Lawmakers Threaten to Kill Tanker Deal— I parlamentari minacciano di ammazzare l’accordo sulle aerocisterne; New York Times, 7.3.2008, edit., Buy the Best Tanker Comprare la cisterna migliore.

[114] Guardian, 6.3.2008, B. Johnson, Nato says cyber warfare poses as great a threat as a missile attack— La Nato afferma che una guerra elettronica pone una minaccia grave quanto un attacco missilistico

[115] New York Times, 18.3.2008, T. Shanker, Bush sends Putin missile defense offer— Bush manda a Putin un’offerta sulla sua proposta di difesa missilistica.

[116] Spacewar.com, 17.3.2008, US-Russia deal on missile shield possible by early 2009: Gates— USA-Russia, un possible accordo all’inizio del 2009, dice Gates (cfr. www.spacewar.com/reports/US-Russia_deal_on _missile_shield _ possible_by_early_2009_Gates_999.html/).

[117] Spacewar.com, 18.3.2008,US-Russia fail to end missile defence dispute— USA e Russia non riescono a metter fine alla loro disputa sulla difesa missilistica (cfr. www.spacewar.com/reports/US-Russia_fail_to_end_missile_defence_dispute_ 999.html/).

[118] New York Times, 9.3.2008, S. L. Myers, Bush Uses Veto on C.I.A. Tactics to Affirm Legacy Bush usa il veto sulle tattiche [le torture, cioè: ma almeno nel titolo dell’articolo è, appunto, più patriottico chiamarle… tattiche] della CIA per riaffermare il punto [che lui è lui e gli altri non sono un c….o: vale a dire che, nel tema in questione, il presidente decide da solo perché il presidente è giustificazione a se stesso... una logica chiaramente incostituzionale, simile a quella – si parva licet … – del frate confessore dei condannati a morte, Alberto Sordi, ne L’anno del Signore]. 

[119] Del Centro palestinese per le ricerche politiche e sondaggistiche (Palestinan Center for Policy and Survey Research), di cui si servono spesso anche i media israeliani. Sondaggio 13-15.3.2008, comunicato stampa no. 27 del  24.3.2008 (cfr. www.pcpsr.org/survey/polls/2008/p27e1.html/). 

[120] New York Times, 29.3.2008, H. Cooper, Cold War Chill in McCain Remarks on Russia— Il gelo della Guerra fredda nelle parole di McCain sulla Russia.

[121] New York Times, 27.3.2008, R. Cohen, Imagines Snipers, Real Challenges— Cecchini immaginari, sfide reali.

[122] New York Times, 18.3.2008, Barack Obama’s Speech on Race— [Testo del] discorso di Barack Obama sulla questione della razza.

[123] la Repubblica, 7.3.2008, A. Tarquini, Germania, lo spettro dello scontro sociale.

[124] Financial Times, 2.3.2008, B. Benoit, Germany seeks EU tax haven crackdown— La Germania vuole un giro di vite sui paradisi fiscali europei.

[125] Guardian, 6.3.2008, I. Traynor, Germany becoming ungovernable— La Germania sta diventando ingovernabile [manco fosse l’Italia…].

[126] New York Times, 6.3.2008, D. M. Herszenhorn, 2007 Trade at Record $52.8 Billion— Gli scambi a $52,8 miliardi nel 2007.

[127] Observer, 16.3.2008, 10,000 face axe as City panic spreads 10.000 posti di lavoro sotto la mannaia dei tagli alla  City.

[128] The Economist, 15.3.2008.

[129] The Economist, 15.3.2008.