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                         08. Nota congiunturale - agosto 2015

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

Angelo Gennari

 

 

 

(31.7.2015)

(chiusura: 01:19)

       

 

ATTN:  cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;per le fonti citate nel testo il link evidenziato può aprirle direttamente (prima di cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi,  fare attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola ‘Mila  no’ – restassero,  per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che,così, impedirebbero al testo di aprirsi).

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc426068086 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE.. PAGEREF _Toc426068087 \h 1

La tragedia: l’accordo nucleare con l’Iran è “ passato”. PAGEREF _Toc426068088 \h 2

I tentacoli dello Stato Islamico    PAGEREF _Toc426068089 \h 17

in America Latina. PAGEREF _Toc426068090 \h 20

in Africa. PAGEREF _Toc426068091 \h 23

CINA.. PAGEREF _Toc426068092 \h 24

nel resto dell’Asia. PAGEREF _Toc426068093 \h 28

EUROPA.. PAGEREF _Toc426068094 \h 31

€ o non €? No, non è la crescita a dirci se è meglio... Il discorso è tutto e solo politico: se però sta in piedi... PAGEREF _Toc426068095 \h 43

I soliti penultimatum e le linee tracciate sulla sabbia... o sulla neve. PAGEREF _Toc426068096 \h 48

STATI UNITI. PAGEREF _Toc426068097 \h 50

E se ci mettessimo a fare la guerra all’ERRORE oltre che, o piuttosto di, quella al TERRORE?. PAGEREF _Toc426068098 \h 51

GERMANIA.. PAGEREF _Toc426068099 \h 51

FRANCIA.. PAGEREF _Toc426068100 \h 53

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc426068101 \h 53

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc426068102 \h 53

 

 L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

●Il dipartimento di Stato ha annunciato ufficialmente il 30 giugno sera di aver deciso (come se poi decidessero da soli... ma è la solita, diciamo così, naturale presuntuosa prevaricazione che agli americani suona del tutto normale: perché, comunque, non possono deciderlo loro da soli: c’è l’Iran, che nella decisione conta quanto loro e ci sono, anche se contano poco, al tavolo altri 5 interlocutori) l’estensione di una settimana al 7 luglio dei colloqui tra Iran e, appunto, 5+1 a Vienna. Per tentare di superare gli ultimi ostacoli che restano ad un accordo definitivo.

Lo annuncia la portavoce del dipartimento di Stato, costretta poi a correggersi in senso più, diciamo di una decisione in effetti assunta in modo plurale, anche se poi tutti sanno che al dunque a decidere sono USA ed Iran e gli altri fanno solo da contorno, al massimo da testimoni (Washington Post, 30.6.2015, Carol Morello, Iran talks extended for a week as negotiators seek to bridge differences Prolungati di una settimana i colloqui sull’Iran coi negoziatori alla ricerca di come superare le ultime divergenze https://www.washingtonpost.com/world/national-security/iran-adds-key-envoys-to-nuclear-talks-as-possible-deal-ha ngs-in-the-balance/2015/06/30/78df2f92-1f0d-11e5-84d5-eb37ee8eaa61_story.html); e Department of State/ Washington D.C., News briefing, Marie Harf ▬  http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2015/06/244513.htm).

●Ma arriva in modo ufficiale anche la dichiarazione resa a Teheran dal direttore generale  dell’Agenzia dell’Energia Atomica Internazionale delle Nazioni Unite/IAEA, il giapponese Yukiya Amano – un tecnico filo-americano, assunto a quel ruolo solo e proprio perché è sempre stato e si è sfacciatamene dichiarato tale – che incontra il segretario generale del Consiglio supremo nazionale di Sicurezza iraniano, Ali Shamkhani, e il presidente Rouhani, tentando di identificare stavolta anche con loro sul piano tecnico alcune possibili soluzioni alle questioni rimaste ancora insolute in quel di Vienna (Press TV/Teheran, 2.7.2015, Iran president holds talks with IAEA’s Amano in Tehran Il presidente iraniano a colloquio a Teheran con Amano dell’IAEA http://www.presstv.ir/Detail/2015/07/02/418500/Iran-IAEA-Rouha ni-Amano-Shamkhani-P51).

Amano stavolta si sbilancia un tantino, rivelando che l’Iran ha scrupolosamente tenuto fede all’accordo preliminare di aprile provvedendo a ridurre come deciso il suo stock di U-238, non arricchito e non fissile, dunque (680News.com, 1.7.2015, G. Jahn e M. Lee (Agenzia Associated Press (A.P.), Confidential UN report positive on Iran compliance with preliminary nuclear accord Un Rapporto ONU [ancora mantenuto] segreto conferma che l’Iran ha onorato pienamente il testo di accordo preliminare sul nucleare http://www.680news.com/2015/07/01/confidential-un-report-gives-positive-review-of-irans-compliance-with-nuclear-commitments).

●Il negoziato è ripreso lunedì 6 luglio, con tutti i protagonisti presenti― quelli veri e quelli solo di contorno. Anche con una serie di incontri bilaterali del ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, e diverse tra le sue controparti. Un portavoce americano ribadisce che restano sempre problemi da risolvere tra le parti – anche tra gli stessi 5+1 dove, per dire, le idee oltranziste dei francesi non collimano sempre con quelle ormai più possibiliste degli americani (tra i quali poi ci sono anche differenze non piccole), per non dire dei cinesi e dei russi (gli altri europei, inglesi, tedeschi e UE, tutti allineati agli USA, è come se non ci fossero proprio) e un portavoce iraniano parla di un ulteriore rinvio, ma solo di qualche giorno, della scadenza autofissata dai negoziatori (poi confermato, anche se senza una scadenza precisa stavolta annunciata).

Sarà, secondo chi scrive, inevitabile che, alla fine, i negoziatori principali, Stati Uniti e Iran, arrivino a un compromesso di sostanza magari ancora con qualche giorno di negoziato anche per salvarsi reciprocamente la faccia avendo investito su questo specifico negoziato troppo capitale politico al proprio interno per potersene permettere il fallimento (Stratfor, 7.7.2015, Iran Talks Resume – Short Extension Possible Riprendono i colloqui con l’Iran – Possibile un’ [altra] breve estensione   https://www.stratfor. com/situation-report/iran-talks-resume-short-extension-possible).

●Poi, alla fine, dopo un giorno appena di lavoro collegiale – certo, per quel che vale... – tutti i ministri degli Esteri, quelli che poi forse e in conclusione possono o non possono dire il sì quasi definitivo all’accordo, meno quelli che contano― l’americano Kerry e l’iraniano Zarif che, loro,  restano a trattare. Secondo il ministro degli Esteri russo, Lavrov, ci sono – e, specifica, “tra di loro” – ancora  una decina di questioni irrisolte prima di poter arrivare a concludere un accordo (U.S. News and World Report/Washington, D.C. (A.P.),  G. Jahn, 8.7.2015, Top U.S and Iranian nuclear technical officials work on Iran deal rough spots I massimi esponenti politici ed esperti atomici di USA ed Iran lavorano a smussare i punti più delicati dell’accordo http://www.usnews.com/news/politics/articles/2015/07/08/iran-talks-enter-rough-slog-most-foreign-mi nisters-leave).

●Un flash d’agenzia delle ore 07:00 del 14 luglio avverte che l’Iran e i 6 altri negoziatori di Vienna,  i 5+1, hanno raggiunto l’accordo cui miravano sullo scambio tra limiti al nucleare e limiti alle sanzioni, notizia confermata ufficiosamente da diplomatici delle parti. L’iraniano Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri, e Federica Mogherini – a nome degli occidentali – solo il fatto che Obama non abbia dato ancora il sì ufficiale (a Washington è notte fonda) fa sì che sostituisca Kerry a quel podio come Alta rappresentante della Commissione europea, che con gli USA c’entra solo quando a loro fa comodo e tengono ora una conferenza stampa congiunta.

Zarif commenta, e Mogherini assente, che naturalmente, “l’accordo non è, e non può essere perfetto per nessuno ma apre un capitolo nuovo di speranza  per tutti”. Bé, magari per tutti meno che per il governo di Israele e, forse, anche per quel popolo asfissiato dalla retorica altrui e ossessionato dalle paure prima studiosamente artefatte ma poi anche diventate genuine della monomania del suo  primo ministro, Benjamin Netanyahu.

Che reagisce prevedibilissimamente spargendo a piene mani anatemi perché ora, dice scordando che lui già ne ha 2-300, l’Iran, fra dieci anni potrebbe, forse, arrivare a costruirsi una o due bombe. Come se, senza l’accordo di Vienna, qualcuno glielo potesse comunque impedire e non fra dieci ma allora ore fra tre o quattro anni… In  realtà ad ossessionarlo davvero è lo spazio che l’Iran si sta conquistando nel mondo a scapito, sicuramente, anche di Israele e dei suoi interessi che lo Stato ebraico non trova modo più di difendere solo dicendo, come era abituato a fare, di non volerlo...

Come altrettanto negativamente ha reagito l’Arabia saudita, per ragioni collimanti e identiche ma diversamente motivate da quelle di Israele. Ma, appunto, era tutto scontato, come scontata è l’opposizione repubblicana al Congresso che, però, finché e se la presidenza resta in mano a un presidente democratico, non conta al dunque granché. Cioè può rallentare, ma non può bloccare nei fatti l’accordo.

La tragedia: l’accordo nucleare con l’Iran è “ passato”

Tutto il mio greggio, inutile!      Tutta la strapotenza dela lobby ebraica, per niente!

Fonte: : Khaled Bendid, 17.7.2015

E, a Teheran, il presidente Hassan Rouhani (non ancora il numero uno effettivo, Ali Khamenei cui, come a Obama ma, nell’ambito della Repubblica islamica con ben altra autorevolezza, autorità e potere decisionale, spetterà la determinazione finale). Subito, invece, è stato Rouhani a rivolgersi alla Nazione (Guardian, 14.7.2015, C. Phipps e M. Weaver, Iran nuclear deal, historic agreement in Vienna Intesa sul nucleare iraniano, accordo storico a Vienna http://www.theguardian.com/world/live/2015/jul/14/iran-nuclear-talks-deal-historic-vienna-live-updates).

●Ma, già il 18, la Guida suprema della Rivoluzione – è il titolo ufficiale di Khamenei – nel discorso che saluta la fine del Ramadan, ha espresso chiaro il sostegno suo politico e personale per l’accordo coi 5+1 all’accordo ma ha tenuto a chiarire che scopi e obiettivi dell’Iran non collimano affatto con quelli degli USA o della loro alleata Israele.

Formalmente l’accordo sarà approvato, tiene però a precisare, solo dopo il sì del Majilis e del Consiglio nazionale supremo di sicurezza, oltre che di quello personale del ولیفقی vali-e faghih la Guida suprema (Al Jazeera, 18.7.2015, Khamenei: Opposition to US persists after nuclear deal Khamenei: la contrarietà alle politiche USA resta tal quale anche dopo l’accordo sul nucleare http://www.aljazeera.com/news/2015/07/iran-nuclear-deal-150718051925210.html)

Deve essere a tutti chiaro, però, precisa Khamenei, che con l’accordo Teheran non ha cambiato nulla alle sue posizioni di fondo: “Noi continueremo ad appoggiare contro l’occupazione militare e l’oppressione israeliana il popolo della Palestina, e quelli dello Yemen e del Bahrain [immediata protesta qui dell’ambasciatore: ma è un fatto ch il 60% della popolazione di quell’emirato è sci’ita e, di fatto, privato di ogni voce in capitolo] come le nazioni e i governi di Siria e di Iraq e i combattenti liberi e autonomi, onesti, del Libano e della Palestina stessa (Hezbollah e Hamas)”. E noi insiste, su questi temi, non abbiamo alcuna intenzione di negoziare o anche solo di stare a sentire il parere degli american. “Le nostre posizioni divergono di 180 gradi, in effetti, dalle loro; e ogni discussione è, perciò, inutile”.

Del resto, cinque diversi presidenti americani che pretendevano tutti, alla fine, anche se diversi tra loro (Carter, Reagan, Clinton, Bush sr., Obama) di farci dire “sissignore” sono scomparsi dalla ribalta della storia e noi siamo qui, senza averglielo mai concesso.

Quanto al nostro programma nucleare, ricorda la Guida suprema, tutti sanno che “molti anni fa l’ayatollah Khomeini, e poi chi vi parla, abbiamo emesso e reiterato una fatwa che, sulla base delle prescrizioni imposteci dall’Islam, proibisce la produzione di armi nucleari: checché ne dicano quanti – tutti: Stati Uniti, Israele e altri – anche se ne hanno dovuto prendere atto continuano a diffondere la loro propaganda menzognera” e a proclamare che solo “le loro minacce ci hanno bloccato”.

In realtà, al dunque, hanno scommesso tutti, l’Iran e i 5+1, che l’alternativa prospettata da Israele – pressioni sue e minacce di guerra ravvicinate degli altri, degli USA anzitutto – era inagibile e molto rischiosa e la normalizzazione fin dove possibile dell’Iran come parte ormai da far diventare integrante della cosiddetta comunità internazionale – per quanto di una nozione del tutto vuota poi al dunque si tratti – sarà comunque un fattore più stabilizzante con risultati maggiori dell’altra opzione. Comunque e sempre che non ci si aspetti che ciò voglia dire dall’Iran un cambio delle sue posizioni “di principio”, come le chiama Khamenei a 180 gradi, ma anche solo a 90...

Intrigante, e qualche poco curioso, è che l’ayatollah non menzioni nella sua lista di minoranze sci’ite perseguitate quelle residenti in Arabia saudita, nella provincia orientale di Al-Sharqiyya. Il che lascia capire che la loro sporadicamente ribollente rivolta al regime di Riyād non abbia il sostegno di Teheran, che comunque non sia interessato a attirarvi sopra l’attenzione e non voglia “provocare” i sauditi se e dove fosse possibile ancora evitarlo (NightWatch KGS, 19.7.2015― Iran-Saudi Arabia▬ https://www.kforcegov.com/services/IS/NightWatch/NightWatch_20150719.aspx).

E’ un fatto, però, che di recente, sotto il nuovo sovrano, il governatore dal 2013 della regione più vasta del paese, il principe della  famiglia regnante Saud bin Nayyef bin Abdel Aziz, ha alzato il tiro parlando degli sci’ti come di una minoranza che alberga “malvagi schifosi” tra i suoi, nemici impenitenti di Dio e del Profeta (MiddleEastEye, 9.4.2015, Eastern Province governor says ‘evil filth’ among Saudi Arabia’s Shiite communityIl governatore della provincia d’Oriente saudita afferma che c’èi sono schifosi malvagi dentro la comunità sci’ita dell’Arabia saudita  http://www.middleeasteye.net/news/official-says-evil-filth-among-saudi-arabias-shiite-community-1784152417#sthash.lDkmvqew.dpuf).

●Riprendendo le fila su come si vanno sviluppando, nel dopo firma, le cose a Teheran, il Majlis ha dato vita a una commissione speciale di studio dell’accordo raggiunto coi sei altri interlocutori, in realtà con  gli USA, gli unici che poi contano (Al Alam News/Teheran (in arabo)―L’avamposto, 21.7.2015,   Iran’s Majlis Will Establish ‘Special Commision’ to Study JCPOA Il Majilis, il parlamento iraniano, costituisce una ‘Commissione speciale’ per studiare il JCPOA http://en.alalam.ir/news/1722446). Prima di questa decisione il parlamento aveva approvato una risoluzione che chiedeva all’accordo di rispettare una serie di condizioni che salvaguardino le “conquiste della ricerca nucleare” acquisita dal paese.

Il ministro degli Esteri, Zarif, ha anche comunicato al Majlis che, a partire dal giorno prima, l’Iran ha ripreso a comprare e vendere uranio e a lavorare per ripristinare l’installazione del suo reattore di Arak. Aggiungendo anche che, a suo giudizio, una volta ripresi a ritmo “normale” gli scambi commerciali con l’estero, saranno gli stessi partners stranieri a costituire una barriera solida contro una qualsiasi reimposizione delle sanzioni. D’altra parte, alla fine Zarif conferma al Majlis stesso, anche gli USA hanno lasciato cadere ogni ulteriore richiesta di frenare lo sviluppo della tecnologia missilistica iraniana (Radio Fahran― Cultura/Teheran, 21.7.2015, Zarif: US dropped objections to Iran’s missile technology Zarif afferna che gli USA hanno lasciato cadere le obiezioni alla tecnologia nucleare iraniana http://radiofarhang.se/calture-art/87-civilization-stories-2).

●Sulla nozione stessa di scadenza – in inglese deadline― letteralmente linea della morte[1], da non oltrepassare comunque, c’è forse da aprire una breve parentesi. Adesso è toccato passare oltre la data annunciata – e non per la prima volta – ai  negoziati di Vienna, all’Hotel Palais de Coburg,  tra Iran e 5+1 e a quelli tra strutture della UE e Atene in vari luoghi del continente. E’ la natura di negoziati come questi che prende tempo, chiede e impone. Ma il punto è che la storia si fa ancora fuori delle sale e delle conferenze. E la realtà geopolitica detta ormai che USA e Iran sono destinate a ravvicinarsi, mentre per la Grecia toccherà restare a vedere se la storia dei Balcani non porterà alla fine comunque Atene a spaccare come un melone l’incompiuta grottesca che è l’eurozona.

Per quel che riguarda Washington e Teheran, c’è da dire in partenza che tutta la regione ha già “interiorizzato” le aspettative emergenti di intesa. L’Arabia saudita sta spendendo montagne dei suoi petrodollari cercando di mobilitare tutti i propri alleati e le altre monarchie-dipendenze sue del Golfo persico cercando di respingere l’influenza di Teheran e dello scisma sci’ita. Israele ha già cominciato a lavorare selettivamente coi sauditi – ma consentendo loro di smentirlo – allo stesso scopo. La Turchia sta facendo sentire il suo peso nell’area a partire dalla Siria.

●Del resto, il segnale che arriva già nel pomeriggio del 20 luglio dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU – che è tenuto formalmente, formalmente avendo esso stesso dichiarate le sanzioni, a decidere di cassarle – è inequivocabile: all’unanimità, 15 voti su 15, il CdS vota il principio della fine del pacchetto di sanzioni e il primo politico/uomo d’affari in visita a Teheran – il primo di quello che sarà una lunghissima fila – è il vice cancelliere tedesco, Sigmar Gabriel, a capo di una delegazione di businessmen di Mercedes-Benz, Siemens e Volkswagen. Quando non era ancor asciutto l’inchiostro  delle firme sotto l’accordo (Guardian, 20.7.2015, Saaed Kamali Deghan, Western businesses eye Iran after UN backs nuclear deal Il mondo del business in occidente guarda all’Iran [che vuole subito liberato dalle sanzioni] dopo che l’ONU approva l’accordo sul nucleare http://www.theguardian.com/world/2015/jul/20/ western-businesses-eye-iran-after-un-backs-nuclear-deal).

All’Arabia saudita, però, questo sforzo già costa moltissimo, associato com’è stato, per sua stessa scelta tesa a far abbondare il greggio sul mercato tenendo così bassi i prezzi e tentando di rovinare l’Iran, al crollo recente del prezzo alla vendita. Nell’anno passato 2014, il regno ha preso in prestito, con a garanzia titoli del Tesoro emessi per la prima volta da molti anni a coprire un rosso di  bilancio dovuto proprio al ribasso del petrolio, 4 miliardi di $ da diverse banche private locali invece che direttamente, come sempre finora, dal Tesoro reale – che, del resto, qui non è distinto da quello personale del monarca.

Per far fronte alle spese di bilancio è risaputo che il prezzo di vendita del greggio dovrebbe anche qui  assestarsi sopra i $105 al barile e da agosto dell’anno scorso il Tesoro privato/pubblico del regno aveva già fatto ripetutamente ricorso  alle riserve valutarie scese da allora di più di 50 miliardi di $. Il ministero delle Finanze stima ora, per l’anno in corso (Stratfor – Analysis, 15.7.2015, Profiling the Economic Interests of the Gulf States Il profilo degli interessi economici degli Stati del Golfo https://www.stratfor.com/analysis/profiling-economic-interests-gulf-states), un buco di bilancio di 38,6 miliardi di $: una differenza pesantissima, un buco di oltre 90 miliardi, rispetto all’attivo di 54,9 miliardi di $ registrato nel 2013. Con niente all’attivo sul piano geo-politico-strategico del ridimensionamento della potenza e dell’influenza del grande nemico, l’Iran.

E, anzi, adesso pure con la fine delle sanzioni che Riyād ha dovuto ingoiare… (Sputnik News/Mosca, 16.7.2015, Saudi Government Starts Borrowing Money After Oil Price Slide Il governo saudita comincia a chiedere prestiti dopo il crollo dei prezzi del greggio [che s’era dato da fare per mesi ad architettare esso stesso...] http://sputniknews.com/middleeast/20150716/1024685858.html); e IRNA Agency/Teheran, 16.7.2015 ▬ http://www3. irna.ir/en/News/81685553). Il capo delle operazioni del Fondo di investimenti petrolifero Ashmore per la regione del Golfo, John Sfakianakis, dice al Financial Times e al quotidiano saudita Al-Eqtisadiah l’Economia, che ormai stanno colpendo duro sia la realtà che la necessità” e costringendo perfino questi qui a farci i conti...

●D’altronde, sul tema del petrolio e dei suoi prezzi confusione e disinformazione – sostanzialmente  ignoranza – sembrano proprio sovrane. Il WP, in un lungo articolo che dedica alla competizione mondiale tra i produttori di greggio che punta a restare sul mercato anche a prezzi che restano bassi, sembra come implicare che la strategia dell’Arabia saudita sarebbe quella di tener bassi i prezzi pompando giusto il greggio che basta a tenere basso il prezzo, così cacciando via i concorrenti. Per poi, una volta riusciti a cacciarli via dal mercato, riprendere a alzarli (Washington Post, 15.7.2015, Chico Harlan, How the plunging price of oil has set off a new global contest Come il prezzo che affonda del greggio ha rimesso in moto una concorrenza globale http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2015/07/15/how-the-plunging-price-of-oil-has-set-off-a-new-global-contest).

Ma, descritta così, suona proprio come una strategia senza alcun senso. Certo, un periodo prolungato di prezzi bassi può spingere in bancarotta alcuni concorrenti (è riuscito, ad esempio, con la Continental Resources, l’impresa specializzata americana del fracking al centro dell’articolo). Ma scorda sempre  il fatto che il petrolio resta dov’è, sottoterra, mica scompare. Appena risalisse il prezzo fino a rendere l’estrazione dalle rocce bituminose conveniente, riprenderebbe la vendita dei terreni e si metterebbero di nuovo a produrre. Un processo che richiederebbe mesi e non anni di attesa.

In definitiva, dato lo stato attuale del mercato, l’Arabia saudita può forse scegliere se godersi una larga fetta di mercato, ma a prezzi bassi e anche per essa non solo per l’Iran insufficienti; oppure, se invece tenere alti i prezzi. Ma non esiste scenario plausibile in cui possa godersi insieme le due cose. E dovrà prenderne atto, Anzi, lo sta già facendo. Volente o – piuttosto – nolente...       

E finché la minaccia dello Stato Islamico continuerà, spesso a torto, più spesso ancora a ragione, a tenere inchiodata alla regione la presenza degli USA, Washington continuerà a cercare di bilanciare tutte queste sue relazioni e queste sue co-interessenze senza lasciarsi risucchiare dentro le faide e le vendette che da sempre avvelenano questa zona del mondo.

●Adesso, sintetizzando col NYT, col titolo e il catenaccio con cui presenta l’annuncio dato da Obama – che deve tener conto necessariamente dei condizionamenti e dei ricatti che Israele e una parte importante del Congresso gli vanno facendo (New York Times, 14.7.2015, D. E Sanger e M. R. Gordon, Iran Nuclear Deal ‘Built on Verification,’ Obama SaysObama assicura che l’accordo nucleare con l’Iran “si basa sula verifica” http://www.nytimes.com/2015/07/15/world/middleeast/iran-nuclear-deal-is-reached-after-long-ne gotiations.html?emc=edit_ae_20150714&nl=todaysheadlines&nlid=11376580&_r=0#): “il presidente ha parlato dell’intesa tra l’Iran e le potenze mondiali dicendo che si tratta di un accordo globale e di lungo periodo con l’Iran volto a prevenire che possa ottenere armi nucleari.

●Commenta da Bruxelles, lo stesso giorno dell’annuncio, l’International Crisis Group/ICG―, l’Istituto di Studi sulle crisi internazionali che analizza con tempestività e in termini raramente scontati gli eventi, pubblica una dichiarazione che saluta con convinzione e favore tra l’Iran e il 5+1. Il Piano d’Azione Globale Congiunto (la sigla, inevitabilmente in inglese, è JCPOA) postula uno sviluppo pacifico del programma nucleare iraniano attento a restare nei limiti fissati per l’Iran dal Trattato di non proliferazione e, comunque, da esso accettati, e – in cambio – ritira molte delle sanzioni.

L’accordo promette una risoluzione diplomatica equilibrata a una delle più complesse sfide alla sicurezza che esistono al mondo. Mantenere il tempo e il ritmo del lavoro comune che ha consentito di arrivare all’intesa, sarà ora essenziale nel farlo applicare e le parti, tutte, dovranno rispettare gli impegni assunti senza lasciarsi andare a provocazioni o cedere a interferenze di terzi, senza in particolare farsi tentare da proclamazioni di vittoria che potrebbero portare a reazioni negative degli altri.

L’attenzione ora si sposta dal piano multi, o bilaterale che dir si voglia, guardando alla sostanza più che al contorno, al piano degli sviluppi interni, in Iran e negli USA, dove qualsiasi tentativo di rinegoziare l’accordo potrebbe affossarlo. Tredici anni di tensioni sul piano del sospetto nucleare da parte americana e di risentimenti per le soperchierie subite e, comunque, percepite da parte iraniana e tutta la serie di faticosi e affaticati sforzi intermittenti per tentar di risolverli volta per volta, hanno reso chiaro che nessun accordo migliore è ipotizzabile.

Perché, semplicemente, per uno dei due interlocutori principali sarebbe considerato sicuramente peggiore e che l’unica alternativa a questa intesa sarebbe il ripartire della crisi e potenzialmente una sua escalation anche forse fuori controllo. Per cui è nostra ferma opinione che il Majilis a Teheran e il Congresso a Washington dovrebbero lasciar cadere ogni ostruzionismo ulteriore (se votasse contro, Obama ha già detto che gli contrapporrebbe il veto) e che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dovrebbe subito, come si dice, in Italia “bollinarlo”.

Come ogni accordo sul controllo degli armamenti il JCPOA è focalizzato a una minaccia pericolosa ma di portata molto specifica che non risolverà alcuno degli altri problemi che vanno suppurando nella regione nè i conflitti che, per nemico interposto schierano l’Iran contro alcuni suoi vicini e il contrario, né l’ostilità ch ancora avvelena i rapporti di Teheran con l’occidente e, al dunque, in realtà con l’America.

In effetti, a breve, questo accordo potrebbe anche rafforzare nel resto della regione l’idea/incubo (di Israele e dell’Arabia saudita) che la stella di Teheran sta salendo allo zenit, il che potrebbe esacerbare le linee di faglia nell’area mediorientale. Per definizione, dunque, questo come ogni altro accordo è incompleto. In sé, eccellente e lodevole ma, appunto, lacunoso e abbozzato se non completato da uno sforzo di tutti gli attori principali ad assicurare una più vasta riduzione delle tensioni in tutta la regione con l’obiettivo di stabilire un quadro globale e inclusivo di sicurezza.        

I due ultimi anni di trattative hanno in ogni caso dimostrato a tutti – chi ne voleva il successo e chi dentro e fuori più lo osteggiava – che anche i nodi maggiormente spinosi e intrattabili possono venir districati con un’azione diplomatica insistente e paziente (ICG/Bruxelles, 14.7.15, The triumph of nuclear diplomacy http://www.crisisgroup.org/en/publication-type/media-releases/2015/middle-east-north-africa/statement-the-triumph-of-nuclear-diplomacy.aspx?utm_campaign=website&utm_source=sendgrid.com&utm_medium=email).

●In effetti, il presidente Obama ha subito trasmesso come deve ma bruciando le attese il testo dell’accordo al Congresso già il 19 luglio, accompagnandolo all’annuncio che, se il testo firmato a Vienna venisse stravolto da emendamenti inaccettabili, lui metterebbe il veto presidenziale. Che, per essere annullato, prevede un maggioranza dei 2/3 sia al Senato che alla Camera dei Rappresentanti. Il Congresso aveva il diritto di pronunciarsi – e il presidente glielo ha dovuto riconoscere – ma il presidente minacciando il veto glielo ha neutralizzato (The Daily Mail/Londra,  19.7.2015, Obama sends Iran deal to wary Congress, Israel urges rejection Obama invia l’accordo sull’Iran a un Congresso circospetto, mentre Israele [intervenendo a gamba tesa, scorrettamente] preme perché lo respingano http://www.dailymail.co.uk/wires/reuters/article-3167520/Obama-sends-Iran-deal-wary-Congress-Israel-urges-reject     ion.html). Almeno per ora...

●Il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Khalifa bin Zayed al-Nuhayyan, ha ufficialmente e anche del tutto inaspettatamente  comunicato di aver inviato le congratulazioni del suo paese al presidente iraniano Hassan Ruhani per l’accordo su nucleare/sanzioni raggiunto nel negoziato di Vienna. Aprendo anche qualche incuriosita riflessione sul perché e come sia maturato e, soprattutto, si  stato reso pubblicamente noto un  punto di vista stavolta totalmente divergente da quello della maggiore potenza araba del Golfo sul tema – l’accordo – che, invece, era del tutto avversato  e la cui soluzione resta inaccettabile per la maggiore potenza araba del Golfo, l’Arabia saudita.

Forse qui al-Nuhayyan ha bisogno di essere più attento e meno avventato degli altri monarchi regnanti nella regione: i sette EAU, sono tutti monarchie assolute che scelgono tra loro un presidente della propria Federazione di Emirati, hanno una popolazione congiunta sui 9 milioni, di cui solo 1,5 milioni cittadini pieni, gli altri quasi tutti operai e lavoratori clandestini importati da tutta la penisola e dal Sud Est asiatico, una capitale sfavillante come Abu Dhabi costruita sul loro sangue e il supersfruttamento del loro lavoro e potenzialmente, con gli emigrati, confinando con Oman,  Arabia saudita ma anche con l’Iran, una colossale quinta colonna di ribelli sci’ti...

Ed è per questo che una realtà geo-politica tanto meno omogenea e più fragile delle altre monarchie assolute della regione deve calcolare meglio di altri azioni e reazioni, mosse e equilibri... Resta,  comunque una prima assoluta e sui cui si sbizzarriscono ora politologi e sauditologi di tutta la regione la manifestazione così palesemente resa evidente di una nota dissonante e, anzi, del tutto discordante da quella trasmessa al mondo arabo tutto da Riyād (The Daily Star/Beirut, 14.7.2015, UAE congratulates Iran on nuclear deal, first official Gulf comment Primo commento ufficiale dal Golfo persico, gli  Emirati Arabi Uniti si felicitano con l’Iran per l’accordo sul nucleare http://www.dailystar.com.lb/News/ Middle-East/2015/Jul-14/306643-uae-congratulates-iran-on-nuclear-deal-in-first-official-reaction-from-gulf-arab-states-state.ashx).

Va anche ricordato che c’era stato un altro tra gli emiri del Golfo proprio all’inizio di questo lungo e tortuoso processo diplomatico anche soprattutto poi, al dunque, bilaterale USA/Iran nel 2011, quando venne avanzato, con grande discrezione e circospezione, il suggerimento rimasto a lungo segreto nei confronti della Casa Bianca, da Sultan Qaboos bin Said, Emiro dell’Oman che ne aveva avuto mandato credibile da ambienti iraniani.

E ora il ministro degli Esteri e capo negoziatore iraniano, Mohammad Javad Zarif, qualche po’ preoccupato di non lasciare campo libero solo agli americani e tanto meno ai sauditi di dare la loro versione dell’accordo nella regione, visita il Kuwait incontrando l’emiro del Kuwait, sheikh Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah il 26 luglio per discutere ogni questione di ordine regionale e internazionale ancora da chiarire come meglio condurre la lotta al vero terrorismo e poi anche il Qatar dove incontra il primo ministro sci’ita, suo amico e alleato, Haydar Jawwād al-Abādī (Stratfor – 26.7.2015, Iran: Foreign Minister Visits Kuwait, Qatar and Iraq Iran: il ministro degli Esteri in visita in Kuwait, Qatar ed Iraq https://www.stratfor.com/situation-report/iran-foreign-minister-visits-kuwait-qatar-and-iraq).

●Andando ora, un po’ più in dettaglio, a sintetizzare il merito principale dell’accordo raggiunto a Vienna, l’Iran dovrà ridurre il suo attuale stock di uranio arricchito, e per 15 anni, al livello del 98% rispetto a quello attuale (o, meglio al livello cui è stato già ridotto in base al precedente accordo interinale di aprile, quello già attestato come onorato dall’AIEA). Mentre 2/3 delle centrifughe di arricchimento che funzionano al momento saranno “rimosse” fino a un massimo di 5.060 che potranno restare in funzione nel principale centro del  processo operativo che  ha luogo a Natanz. Queste centrifughe attive saranno sotto verifica e sorveglianza “costante”, secondo quel che dice il presidente (ma tutte queste cifre saranno alla fine obbliganti solo se trasferite effettivamente, poi, nel testo finale bilingue dell’intesa).

In definitiva, se l’Iran si atterrà al patto – e state sicuri che i cani da guardia non mancheranno di abbaiare se non lo farà; magari, come ha spesso fatto finora: ricordate le scene ripetute e assai goffe di Bibi Netanyahu all’ONU coi suoi strani schizzi di bombe A e di linee rosse squadernati dal podio, tra risate anche qualche poco sguaiate, dell’Assemblea generale – non potrebbe riuscire a farsi una bomba prima almeno di un altro decennio per mancanza di materia prima, l’Uranio-235 arricchito e delle  centrifughe necessarie a trasformarlo da quello impoverito, l’Uranio-238 che invece si trova in natura.

Gli ispettori dell’ONU – quelli che contano: gli americani e, mascherata con credenziali delle Nazioni Unite (è già successo Breitbart website, 1.6.2015, J. Sexton, Iranian Official: Military Sites off-limits because ‘IAEA inspectors really CIA Agents Esponente iraniano: i siti militari off-limits perché ‘gli ispettori della AIEA erano in realtà [a volte, spesso] agenti della CIA ’ http://www.breitbart.com/national-security/2015/06/01/iranian-official-military-sites-off-limits-because-iaea-inspectors-really-cia-agents; e Boston Globe, 6.1.1999, Colum Lynch, US  used UN t o spy on Iraq [e sull’Iran] pressoché inevitabilmente forse anche la CIA – avranno accesso  a qualsiasi installazione iraniana; ma non ovunque e quando gli salta il vezzo: devono chiederlo sulla base della presentazione di una documentazione che lo motivi “in modo convincente”.

Non si tratta di un accordo di non proliferazione. E’ un accordo che ne consente, invece, un limitato e regolato sviluppo avendo abbandonato a priori perché irraggiungibile e inverificabile senza occupazione militare la richiesta di bloccare qualsiasi sviluppo, pacifico o no, del programma nucleare. E non è neanche un programma di contenimento. Al massimo, pospone lo sviluppo di alcuni aspetti dell’infrastruttura nucleare del paese mentre, in altre aree, l’Iran può continuare a modernizzare e aggiornare le sue tecnologie. Come qualsiasi altro paese.

Dal punto di vista iraniano, il JCPOA è prima di tutto un accordo economico  che, in cambio della riduzione controllata di parte del programma nucleare iraniano, rimuoverà tutta l’architettura delle sanzioni che, senza più zavorra a frenarlo artificialmente potrebbe consentire a Teheran di emergere rapidamente come potenza economica regionale. Il che, alla fine muterebbe in profondità i rapporti strategici facendo dell’Iran, e alimentando i timori di sauditi e israeliani, la vera potenza egemone  della regione...   

Le sanzioni internazionali verranno, infatti, eliminate già da quest’anno assicurando all’Iran la possibilità concreta di riprendere a vendere il suo greggio sui mercati e ad utilizzare a pieno il sistema globale finanziario per vendite e scambi. Invece, l’embargo sulle armi in arrivo o in partenza in Iran sarà cancellato solo gradualmente e soprattutto non più unilateralmente al ritmo determinato in parte dalla valutazione dell’AIEA sugli aspetti restanti del programma nucleare iraniano.

Se ripristinare le sanzioni o meno, poi, in caso di “gravi” violazioni dell’intesa da parte iraniana, spetterà a un panel composto dai 5+1 e dall’Iran con una maggioranza assoluta per ripristinarle di otto dei membri, compreso Teheran, cioè 5. Nuove restrizioni proibiranno anche all’Iran di sperimentare lo sviluppo di alcuni tipi di armi per un periodo prefissato di tempo (New York Times, 15.7.2015, Josh Keller, S. Peçanha e  D . Watkins, The Iran deal in 200 words L’accordo con l’Iran in 200 parole http://www.nytimes.com/interactive/2015/07/15/world/middleeast/iran-deal-qa.html?_r=0).

Dice che così però non ci sono garanzie assolute che l’Iran non provi comunque a costruirsi di nascosto la bomba. Ed è vero. Ma, rispetto allo stato attuale delle cose le garanzie sono molto accresciute, mentre averle in toto presupporrebbe di fare la guerra, vincerla e imporre all’Iran una resa incondizionata della propria sovranità. Cosa che nessuno – neanche Israele, al dunque – pare voglia azzardarsi a tentare. Insomma, così ci sono limiti ferrei all’arricchimento dell’uranio che servirebbe a farsi la bomba per altri quindici anni, tetti su ricerca e sviluppo di tecnologie che scompariranno gradualmente sì, ma a cominciare tra un decennio e anche restrizioni che resteranno in atto fino al 2040.   

●Adesso, Teheran si appresta a tornare sul mercato petrolifero globale, come tempestivamente dichiara, subito prima della sigla dell’accordo di Vienna il Direttore per gli Affari Internazionali della Compagnia nazionale petrolifera iraniana, Mohsen Qamsari, informando che la priorità sarà l’export in Asia per ragioni di vicinanza geografica e la riconquista di almeno il 42% del mercato europeo di prima dell’imposizione delle sanzioni. Qamsari ha anche tenuto ad assicurare i mercati che l’Iran non ha alcuna intenzione di inondarli del surplus di immagazzinaggio accumulato, provocando così un’ulteriore sprofondamento di prezzi (SHANA Agency/Teheran, 14.7.2015, Rania El Gamal, Iran  to Return to Oil Market with Maximum Capacity ― L’Iran è pronto a tornare sul mercato petrolifero al massimo delle sue capacità http://www.rigzone.com/news/oil_gas/a139604/Shana_Iran_to_Return_to_Oil_Market_with _Maximum_Capacity).

E il ministero del Petrolio ha reso noto di aver immediatamente firmato tutti gli accordi di  consegna per il resto del 2015 nelle ventiquattrore seguenti dopo la sigla dell’intesa di Vienna  coi regolari clienti del recente passato, di prima delle sanzioni: incluse Cina, India, Corea del Sud, Turchia, Giappone. Grossi acquirenti, e sicuri, sul mercato. Ma è solo più avanti, nel 2016, che sarà concretamente visibile l’impatto di un cinquantina forse di milioni di barili di greggio attualmente immagazzinato in Iran e di un 300 mila barili addizionali al giorno disponibili per l’export (SHANA, 15.7.2015, All 2015 oil deals signed already Già firmati tutti i contratti petroliferi del 2015 http://www.shana.ir/en/ newsagency/244252/All-2015-Oil-Deals-Signed-Already).

●Intanto, si va mobilitando, per quel che conta, perfino Renzi andando a dire alla Knesset di Israele  che il loro paese è sempre “nei nostri cuori” anche se, di tanto in tanto (bontà loro?), possiamo perfino “avere qualche punto di vista diverso”. Ma, soprattutto,  si vanno mobilitando viaggiando a Tel Aviv e a Riyād e in tutta la variegata galassia dei succubi monarchi regionali, qualcuno dei quali poi accenna di tanto in tanto, lo abbiamo visto, a differenziarsi almeno di un po’, i numeri due e tre dell’amministrazione americana, John Kerry e Ashton Carter, ministri degli Esteri e della Difesa:  sostanzialmente a lisciar loro le penne, dopo la firma dell’accordo con Teheran.

●Appena concluso, con successo, il negoziato dei 5+1 con l’Iran, sempre a Vienna, Commissione euopea e governo di Teheran hanno portato  anche a buon fine un convegno di studio di due giorni su commercio e investimenti col ministro persiano di Industria, Commercio e Miniere, Mohammad Reza Nematzadeh. Lui enuncia l’impegno immediato ad aprire il paese a investimenti  stranieri per un ammontare di almeno180 miliardi di € in petrolio e progetti di sviluppo di giacimenti di gas naturale.

Dall’Europa sono arrivate delegazioni miste di governi ed imprese: da  Austria, Francia, Germania e Regno Unito (non l’Italia presa dai problemi di Marino e  Crocetta e degli sconti fiscali sui salari minimi che sembrano preoccupare prioritariamente gli industriali piccoli, medi e grandi del Nord, quanto Renzi e la miriade dei suoi valvassori. “In questa fase – ha spiegato agli interlocutori Nematzadeh – noi non siamo più interessati a importazioni unidirezionali di beni e macchinari dall’Europa...: e solo nelle due ultime settimane il mio governo ha approvato la partecipazione di diverse imprese europee a progetti valutati sui 2 miliardi di $”.

Un po’ dappertutto delegazioni delle autorità iraniane stanno perseguendo sistematicamente la caccia a investitori esteri. Puntano ad avvantaggiarsi del momento e dell’impulso in arrivo a dall’accordo di Vienna per saltare le fasi iniziali dei nuovi o ripresi rapporti d’affari. E’ un vero e proprio blitz teso a garantire di cortocircuitare subito l’apparato delle sanzioni per garantirne la cancellazione come previsto e, soprattutto, forse, una più difficile restaurazione se mai qualcuno ci volesse provare...

●E il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, per la prima volta in visita a Teheran da dodici anni – arrivano in tanti, ora che non rischiano niente (neanche il dito ammonitore dei maestrini americani) ad aprire la strada ai tanti “statisti” fino a ieri riottosi e che, magari, anche nel gruppo dei 5+1 remavano contro – proprio lui per primo, Fabius, facendosi il copia-incolla di ubbie e tremori in pressing da Netanyahu – adesso a mettersi in fila per cercar di concludere affari lucrosi – per lo meno il nostro modesto ma “pulito” Paolo Gentiloni stavolta si è, come dire, astenuto – invita in pompa magna il presidente dell’Iran, Hassan Rohuani, a visitare ufficialmente l’Eliseo, a Garde  républicaine in pompa magna e in corazze lucenti schierata a cavallo.

Secondo una serie di foto postate, anche in francese, sui social media di Teheran un marea di protestatari hanno distribuito volantini e bruciato fantocci sotto la scritta “non dimenticheremo e non perdoneremo niente”, Fabius (The Globe and Mail/Toronto, 29.7.2015, French foreign minister visits Tehran, invites Iranian president to France Il ministro degli Esteri francese visita Teheran e invita in Francia il presidente iraniano http://www.theglobeandmail.com/news/world/french-foreign-minister-visits-tehran-invites-iranian-presi dent-to-france/article25748612).

●In Giordania, il re si è anche incontrato con Michael Nagata, che in Medio Oriente comanda (ma che significa, nel contesto?) le Operazioni Speciali (quanto e come, speciali?) degli USA. Kerry ha reso noto che andrà anche in Qatar e che, comunque, Washington è d’accordo con loro “e si impegnerà a respingere (ma come?) il tentativo dell’Iran di estendere la sua influenza nella regione(Asharq al-Awsat, 22.7.2015, John Kerry: US will ‘push back’ against Iran’s role in region John Kerry; gli Stati Uniti ‘si opporranno’al ruiolo dell’Iran nella regione http://www.aawsat.net/2015/07/article55344466/john-kerry-us-will-push-back-against-irans-role-in-region).

●In Siria, è meglio per la Turchia stare attenta – avverte ora Murat Karayilan, il numero due del Partito del lavoro dei curdi di Turchia, ― il PKK, quello che per anni ha combattuto in armi con l’esercito turco e che negozia da anni direttamente con Erdoğan col suo numero uno, Abdullah Öcalan (dal 1999 ormai l’unico ospite del carcere di massima sicurezza di Imrali, isolotto con solo quell’edificio del  mar di Marmara e che da anni ormai negozia, pure con qualche successo (una tregua armata contro il riconoscimento di alcuni diritti per i curdi di Turchia) direttamente col presidente Erdoğan.

Perché, se poi come ormai si va vociferando (Stratfor – Analysis, 30.6,2015, How Turkey would invade Syria Come la Turchia invaderebbe la Siria https://www.stratfor.com/analysis/how-turkey-would-invade-syria), Ankara decidesse di far intervenire le sue forze armate in appoggio anche solo di fatto ma diretto ai tagliagole dell’ISIS ed ai suoi affiliati di al-Nusrah nell’area di Rojava in Siria settentrionale – a nord di Raqqa e a sud di Kobane, al confine turco – contro Assad e i suoi alleati peshmerga curdi-siriani, loro, il PKK di Turchia, trasformerebbero tutta la zona in un inferno di guerra per i turchi. Che ne conoscono bene il valore di forza armata combattente sul terreno, mai da essi sconfitta.

Lo Stato maggiore delle Forze armate – e il fatto è stato reso noto, inusualmente, anche dai media – ha preso nota di questo quasi ultimatum e, restando ancora ben al di qua dall’accettare la sfida, ha comunque dato inizio a una serie di spostamenti di missili e pezzi di artiglieria pesante in prossimità del confine con la Siria nella provincia di Kilis (World Bulletin/Istanbul, 6.7.2015, Turkey places artillery, missiles near Syrian border La Turchia schiera artiglieria e missili vicino al confine con la Siriahttp://www.worldbulletin. net/headlines/161769/turkey-places-artillery-missiles-on-syrian-border).

●Poi, il PKK del Kurdistan turco, il partito di Öcalan, con una dichiarazione postata sul proprio sito, comunica al governo e all’esercito turco e informa tutti i suoi militanti che la tregua instaurata col governo di Ankara nel 2012 è ormai senza senso considerando i sistematici bombardamenti lanciati a tradimento contro le sue posizioni dai servizi e dall’aviazione turca, dietro lo schermo – quasi l’esca, lo specchietto per le allodole – subito dopo un attacco all’ISIL nel nord dell’Iraq. E resta da scoprire alla fine, solo se l’esercito turco è riuscito a sabotare una volta per tutte il cessate il fuoco tra Erdoğan e il PKK, o se è stato lui a fregare, insieme, esercito e partito curdo dei lavoratori (New York Times, 25.7.2015, Ceylan Yeginsu, Turkey Attacks Kurdish Militant Camps in Northern Iraq La Turchia attacca i campi di militanti curdi nel Nord dell’Iraq http://www.nytimes.com/2015/07/26/world/middleeast/turkey-attacks-kurdish-militant-camps-in-northern-iraq.html?hp&action=click&pgtype=Homepage&module=first-column-region &region =top-news&WT.nav=top-news).

●I raids turchi confermano subito il giorno dopo di non essere stati condotti per sbaglio, tornando a bombardare gli stessi obiettivi, accampamenti militari e villaggi curdi per aver i peshmerga reagito sparando – forse avrebbero dovuto inviare omaggi floreali? – contro le truppe che li avevano aggrediti, uccidendo due militari e facendo saltare in aria un veicolo militare vicino alla base aerea di Dijarbakir. I raids aerei sono stati condotti sul villaggio di confine curdo-iracheno di Harkuk. Il premier turco Davutoglu afferma ora che le operazioni nel loro insieme hanno cambiato la portata del gioco e chiede un vertice NATO per ridiscutere insieme delle campagne in Siria e in Iraq (RichSwyer blog, 27.7,2015, Turkey Uses Islamic State as Excuse to Attack Kurds La Turchia strumentalizza lo Stato Islamico come scusa per attaccare i curdi http://drrichswier.com/2015/07/27/turkey-uses-the-islamic-state-as-excuse-to-attack-kurds).

E c’è chi si spinge a domandarsi ora se l’OK implicito, visti i tempi decisionali non casuali, dato da Obama ai turchi per attaccare peshmerga e PKK non sia il peggiore errore strategico commesso dagli americani antagonizzando ora l’appoggio più efficace che hanno avuto contro l’ISIL dove esso più conta, sul terreno cioè, e lo sbaglio più madornale fatto dopo aver deciso più di dieci anni fa di fare la guerra di Bush, il piccolo, contro l’Iraq (The Independent/Londra, 26.7.2015, P. Cockburn, Turkey conflict with Kurds: Was approving air strikes against the PKK America's worst error in the Middle East since the Iraq War? Il conflitto tra Turchia e curdi: dopo la guerra scatenata in Iraq, approvare i bombardamenti aerei contro il PKK è stato il peggiore errore dell’America in Medioriente? http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/turkey-conflict-with-kurds-was-approving-air-strikes-against-the-pkk-americas-worst-error-in-the-middle-east-since-the-iraq-war-1 0417381.html).

uando forse sarrebve ro anor in tmpo per ripensarci, sd l’OK almeno implicio di >obama dato ai militari  ai politivi turchi di attaccare peshmerga e PKK non si l’erore più grave tra i mille che nela zona hanno ftto gli mericani

E’ un fatto che – più e certamente e meglio dello stesso governo turco, abituato alla tonitruanza in genere vuota della politica (il ministro degli Esteri, Mevlüt Çavuşoğlu, ha volutamente declinato di smentire, dopo averne pubblicamente discussa l’eventualità, e anche solo di ridimensionare le voci che corrono e deliberatamente provocano i curdi) – l’esercito era ben conscio che una qualsiasi sua operazione in territorio siriano comporterebbe rischi molto pesanti e di tipo assai variato, tutti secondo molti anche tra i militari tali da non valere la pena di incorrervi.

Intanto, già subito, il 1° luglio, il PKK attacca a colpi di mortaio e di mitra la base area di Dağlica, nella provincia turca di Hakkâri da cui si erano alzate in volo e avevano bombardato – ancora sporadicamente e dicendo che si era trattato di un errore  che non si sarebbe più ripetuto – postazioni peshmerga anti-ISIS nell’area. Attacco cui i turchi rispondono con altre e più massicce ma sempre “inconcludenti” – valutazione loro – incursioni aeree (ANSAMed, 1.7.2015, PKK, "se Turchia attacca il Nord-Siria, sarà guerra civile http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/stati/turchia/2015/07/ 01 /pkk-se-turchia-attacca-nord-siria-sara-guerra-civile_a53d7299-ef2b-4ba7-8f3c-a4dffd849394.html).

●E adesso, forse solo per cercare di capire meglio come stanno e, soprattutto, come alla fine andranno ad evolversi, o a involversi, effettivamente le cose, arriva a Ankara, la capitale amministrativa e funzionale della Turchia, un alto esponente non identificato dell’amministrazione americana (che per strane ragioni di riservatezza rifiuta di identificarlo, ma viene subito ovviamente – tra l’altro arriva scortata da un larghissimo seguito di militari e funzionari – individuata dalla stampa turca) per parlare di come lottare contro lo Stato Islamico (informa il quotidiano Todays Zaman/Istanbul, 7.7.2015, US Underscretary of Defense Wormuth visits Ankara to discuss ISIL La sottosegretaria  USA alla Difesa [Christine] Wormuth in visita a Ankara per discutere dell’ISIL http://www.todayszaman.com/diplomacy_us-undersecretary-of-defense-wormuth-visits-ankara-to-discuss-isil_392996.html).  

In particolare, gli americani vogliono capire meglio procedure e metodi di utilizzo delle basi aeree turche per lanciare nuove campagne aeree USA in Siria. Ma anche in America sorgono molti dubbi se poi il vero obiettivo di una offensiva turca sia davvero lo Stato Islamico o, piuttosto, senza dirlo  Assad, che in questo momento per gli USA non sembra essere proprio la priorità...

●Anche se poi, in flagrante contraddizione con le sue annunciate politiche contingenti, in modo che è poco definire inadeguato e anche sciagurato, Washington ha intanto bloccato i tentativi di alcuni suoi alleati mediorientali (rigorosamente non identificati questi però: pare certo, perché è logico, che uno sia il Kuwait; forse anche Oman e Bahrein) di trasferire direttamente armamenti pesanti alle forze curde che sul campo combattono sul serio contro lo Stato Islamico senza passare per l’approvazione e il tramite di Washington o, almeno, del riluttante governo di Bagdad. Lo hanno reso noto alti esponenti di alcuni governi del Golfo Persico.

La richiesta/pretesa di Washington di controllare tutto quel che passa per la coalizione che ha messo insieme, e che continua a traballare, risulta sempre più ostica da ingoiare per alcuni di questi alleati (The Independent, 2.7.2015, US 'blocks Middle East allies from helping Kurds fight Isis Gli USA bloccano alcuni alleati mediorientali dall’aiutare i curdi a combattere l’ISIS ▬ http://www.independent.co.uk/news/uk/home-news/us-blocks-middle-east-allies-from-helping-kurds-fight-isis-as-britain-considers-syria-air-strikes-10359775.html).

●Intanto, però, le forze armate di Assad e il gruppo libanese sci’ita degli Hezbollah hanno reso noto di aver dato inizio a una controffensiva per riprendere allo SI il controllo della grande città di Aleppo e un attacco di peso ad Al Zabadani, sui 25.000 abitanti, località a sud ovest del paese, strategica, come si dice, data la collocazione geografica vicina al confine libanese e sull’autostrada tra Beirut e Damasco: uno dei pochi agglomerati al momento ancora controllati e in mano ai ribelli del cosiddetto Libero esercito siriano, non dei tagliagole dello Stato Islamico. L’assalto è condotto via terra, ma anche con bombardamenti aerei di qualche spessore (Deutsche Welle Radio/Berlino, 4.7.2015, Fighting rages for control of Syria's Aleppo, Zabadani Infierisce la lotta per il controllo di Aleppo e Zabadani http://www.dw.com/en/fighting-rages-for-control-of-syrias-aleppo-zabadani/a-18561590).

Ci sono movimenti e spostamenti in atto quanto alla presenza di forze straniere nel conflitto siriano. In effetti, dopo aver perso non poca parte dell’Est del paese alle forze islamiste e ai ribelli curdi siriani – che sono suoi alleati nominali ma di fatto controllano loro, e non cedono, il territorio che occupano – il governo di Assad viene ora minacciato da una possibile offensiva nel Nord del paese di forze ribelli, e proprio quelle dell’estremismo dello SI  appoggiato della Turchia e del Qatar.

Da parte sua, l’Iran continuerà ad appoggiare Damasco, anche con una propria presenza militare diretta, per difendere le roccaforti della capitale e quelle lungo la costa.

La Russia cercherà ancora di “diversificare” il proprio rapporto con la Siria di Assad: che resta al potere ma non sembra, com’era ancora qualche tempo fa, in controllo pieno dei suoi senza però rischiare di rompere i rapporti che ha col governo alawita.

Mosca cercherà anche di usare le vulnerabilità ormai più evidenti del governo siriano per riformattare un negoziato tra siriani che attragga anche l’attenzione degli USA: è uno sforzo di forzare una qualche condivisione del potere a Damasco, probabilmente destinato ancora a fallire, come altri tentativi più discreti in passato.

Col ritiro e il consolidarsi delle forze regolari di Assad che si ancoreranno a Damasco e nei punti di forza che controllano sulla costa, gli USA potrebbero anche intensificare la campagna aerea contro le forze dello Stato Islamico nel paese. Ma continueranno a sfuggire alla necessità di sostenere con un’adeguata offensiva di terra la campagna dell’aria, anche per timore di dare non volendo comunque una mano ad Assad.

●Scoppia, però, in senso del tutto letterale, un gran brutta sorpresa per il governo della Turchia, nel tentativo che lo vede impegnato da mesi a bilanciare la sua piuttosto saltuaria ostilità alle forze jihadiste estremiste senza rischiare (Allah ce ne liberi!) di “confortare” Assad, lo scismatico ’alawita/sci’ita al potere in Siria. E’ l’ISIL stessa che forza la mano e, con un suicida che fa saltare in aria con sé una trentina di povere vittime, attacca a 10 km. dalla città-martire curda di  Kobane, in Siria, la cittadina turca di Suruç, trascinando così Ankara al centro del conflitto. L’esplosione “sapientemente” indirizzata ha demolito un centro culturale che lavorava proprio alla ricostruzione di Kobane (BCC News, 20.7.2015, Suruc massacre: At least 30 killed in Turkey border blast― Massacro a Suruç: almeno 30 morti in un’esplosione appena oltre il confine con la Turchia http://www.bbc.com/news/world-europe-33593615).

E forzerà qualche po’ la mano, adesso, forse, al riluttante e contraddittorio governo di Ankara sul quale premono forte gli americani (da Erdoğan hanno appena mandato l’inviato speciale di Obama incaricato di coordinare le forze aeree di intervento dei paesi sunniti contro i tagliagole, gen. John Allen: che, nel passato recente di inviato speciale, decorato super-marine a quattro stelle, non annovera proprio nessun grande successo... anzi! (Stratfor - Geopolitical Diary, 7.7.2015, Turkey Considers a Larger Role in Syria― La Turchia considera un  suo ruolo più vasto in Siria [ma a favore di chi?] https://www.stratfor. com/geopolitical-diary/turkey-considers-larger-role-syria).

Poi dopo settimane intere di tira e molla, tra americani e turchi, e con la spinta degli attacchi efferati sul territorio turco ormai condotti da gente che si rifà apertamente all’ISIL che ha bisogno anch’esso di essere riportato alla shari’a e alla sua unica valida interpretazione, la loro, della parola di Allah. Ora, finalmente, secondo una dichiarazione della Casa Bianca riportata dalla stampa turca (Hürriyet/Ankara, 23.7.2015, Tolga Taniş, Turkey's key air base poised to host anti-ISIL coalition aircraft Base aerea turca in località chiave pronta a ospitare aerei della coalizione anti-ISIL http://www.hurriyetdailynews.com/turkeys-key-air-base-poised-to-host-anti-isil-coalition-aircraft.aspx?pageID=238&nid=85811).

Il presidente Obama e il presidente Erdoğan avrebbero concluso un accordo definitivo raggiunto al telefono – imprecisato nel tempo, però: per quanto? a cominciare esattamente da quando? – sull’utilizzo della base aerea di Incirlik ad Adana, nel sud del paese (Askannews, 23.7.2015, La Turchia concede la base Nato di Incirlik per i raid anti-Isis ▬ http://www.askanews.it/esteri/la-turchia-concede-la-base-nato-di-incirlik-per-i-raid-anti-isis_711567494.htm). E’ un accordo che era stato già raggiunto a inizio mese ma che hanno dovuto definire i due capi di Stato di persona, data la forte riluttanza dei turchi a lasciar liberi di muoversi contro lo SI gli americani che restano anzitutto ciecamente nemici di Assad più che dei tagliagola suoi avversari...

●Pare che l’accordo raggiunto tra i presidenti turco ed americano sull’utilizzo “libero” (che vorrà mai dire?) della base aerea di Incirlik, in Turchia meridionale includerebbe anche una parziale no-fly-zone a cavallo del confine turco-siriano (Hürriyet, 24.7.2015, Uğur Ergan, Partial no-fly zone included in US-Turkey consensus: Turkish sources Fonti turche rivelano che una no-fly-zone parziale è compresa nel consenso tra USA e Turchia, http://www.hurriyetdailynews.com/partial-no-fly-zone-included-in-us-turkey-consensus.aspx?PageID= 238&NID=85850&NewsCatID=510). Dovrebbe riuscire a prevenire ai gruppi radicali islamisti estremisti a lungo sospetti, come lo Stato Islamico o Jabhat al-Nusra, di essere stati appoggiati dal governo stesso di Ankara con quello saudita e qatariota.

Adesso, il governo turco ha anche inviato carri armati e “sciolto” i suoi caccia-bombardieri, oltre a aprire Incirlik agli F-18 e agli F-16 americani. E si prendono insieme il diritto, che nessuno loro riconosce – ma tant ‘è – di interdire l’accesso aereo sullo spazio aereo siriano ai caccia siriani, che d’altra parte sembrano anche ben disposti a non spingere troppo in là le proteste sempre che concentrino le loro bombe sui jihadisti.

●L’ONU, intanto, vede sempre più ridursi il suo ruolo – schiacciata com’è tra l’esigenza americana di sconfiggere insieme – ormai ci provano da ben tre anni – i jihadisti dello SI e Assad e la difesa di principio (e non solo) dei russi del governo “legittimo” di Damasco (non l’ideale e certo non il migliore ma quello ch i siriani comunque preferiscono) – a quello di tenere il conto dei numeri del disastro umanitario. E ora attesta che ormai sfollati e rifugiati usciti dal paese hanno raggiunto i 4 milioni nei paesi vicini, un milione di più di dieci mesi fa (The Economist, 10.7.2015).

La riunione di Bruxelles, da cui la Turchia si aspettava grandi appoggi concreti e morali, non va tutta liscia per Ankara. Il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg – il norvegese che da poco ha rimpiazzato il succube olandese Anders Fogh Rasmussen: succube sempre e solo agli Stati Uniti, tiene quasi preliminarmente a chiarire che ai bombardamenti sul PKK l’Alleanza non dà coperture ma, se mai, e come si nota qualche po’ imbarazzati lo fanno gli Stati Uniti – e anche l’ONU chiarisce di rifiutarsi di coprire e approvare, con la no-fly-zone,  anche la zona cuscinetto dentro cui la Turchia vorrebbe relegare e di fatto incarcerare le centinaia di migliaia di rifugiati siriani che premono sul suo confine― piano che, invece, vergognosamente sembra essere stato approvato da Obama.

La Turchia non ha mai chiesto, né mai perciò ha ottenuto, il sì della NATO ad allargare i suoi bombardamenti al PKK. Che è già un modo chiaro di prendere le distanze (A.F.-P/Agence France-Presse, 28.7.2015, Turkey has ‘not asked’ for NATO military help La Turchia ‘non ha chiesto’ l’aiuto militare della NATO http://www.afp.com/en/news/turkey-has-not-asked-nato-military-help).Anche se la presa di distanza, per quanto politicamente lampante, non serve a niente.

Secondo una dichiarazione delle Forze armate turche l’aviazione di Ankara ha continuato a martellare il nord dell’Iraq, concentrandosi non sull’ISIL ma su obiettivi – villaggi e campi – del PKK (riferisce Hürriyet/Istanbul, 29.7.2015, Turkish jets target PKK in Turkey and northern Iraq― Aerei turchi puntno le loro bombe sul PKK in tuerchia e nel Nord dell’Iraq http://www.hurriyetdailynews.com/turkish-jets-target-pkk-in-turkey-and-northern-iraq.aspx?pageID=238&nID=86090&NewsCatID=341) partendo da una base turca nella provincia del sud-est di Diarbakir.

Due F-16 hanno colpito sei bersagli civili e militari  oltre a diverse postazioni – dicono – di mortai del PKK nella provincia sud-orientale di Sirnak vicino al confine iracheno. Il punto sfacciatamente evidente è che nella realtà delle cose Ankara stia “approfittando” della pretesa lotta che rivendica ora di condurre contro l’ISIL per riprendere e allargare la sua guerra civile coi curdi (Stratfor – Geopolitical Diary, 28.7.2015, An Invigorated Turkey Lashes Out Si scatena una [forse] rinvigorita Turchia https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/invigorated-turkey-lashes-out).

●Dopo aver interrotto distruggendo parte del gasdotto che annualmente fornisce il flusso di 10 miliardi di m3 di gas che arrivano in Turchia dall’Iran,  presso Agri sul confine con l’Iran, il PKK adesso ha anche fatto saltare più di un tratto dell’oleodotto che porta il greggio dalla città iracheno-curda di Kirkuk al porto mediterraneo turco di Ceyhan (lo rende noto il ministro turco dell’Energia, Taner Yildiz, all’agenzia Anadolu/Ankara, 29.7.2015, Kirkuk-Ceyhan Oil Pipeline Attacked in East Turkey L’oleodotto Kirkuk [Iraq]-Ceyhan [Turchia] attaccato in Turchia orientale http://www.aa.com.tr/en/rss/564359--oil-pipeline-blown-up-in-east-turkey). Il governo autonomo curdo dell’Iraq si affida in buona parte sull’export attraverso quel gasdotto che ha una portata effettiva sui 300.000 barili rispetto al massimo che aveva, fino a qualche mese fa, in condizioni normali di 400.000.

●Protesta contro gli americani, in particolare – quelli che poi al dunque contano – il premier iracheno Haider al-Abadi che denuncia la campagna aerea di bombardamenti in corso dei turchi contro il nord curdo del suo paese come un’escalation pericolosa di violazioni reiterate e illegittime della sovranità del paese che è, in ogni caso, impegnato a non tollerare – e di fatto non tollera, come Ankara sa bene, assicura – alcun attacco dal suo territorio a quello della Turchia.

Ma non le riconosce comunque – in fondo non l’ha riconosciuto neanche alla superpotenza americana: figuriamoci ad Ankara – il diritto di dettarle con chi essere amico e chi no, cioè anche con l’Iran. Che ha bisogno del supporto iracheno nell’immaginario importante però anche se, ormai, più che altro nominale, per proiettare la sua forza in Medioriente: perché se, al contrario e peggio, l’Iraq cadesse sotto il controllo di una qualche altra potenza estranea alla regione, costituirebbe per esso una minaccia diretta (Hürriyet, 29.7.2015, Iraqi PM speaks out against Turkish airstrikes Il premier iracheno si dichiara contrario ai raids aerei della Turchia http://www.hurriyetdailynews.com/iraqi-pm-speaks-out-against-turkish-airstrikes.aspx?pageID=238& nid=86098).

Anche il rais dell’Egitto in esercizio, il feldmaresciallo El Sisi, che sulla questione non conta certo per autorevolezza morale o politica ma solo perché è puntellato, e puntella lui stesso, le variegate, variegabili e variate politiche americane fa presente con molta minor veemenza la sua contrarietà alle operazioni militari turche in  Iraq. Sostiene la campagna contro i gruppi terroristi attivi in Siria. Ma sempre in un contesto – precisa – che punta a preservare unità e integrità del territorio siriano, e contro il diritto e le norme internazionali della convivenza tra le nazioni: proprio quello che la Turchia, invece, e l’originale piano di Obama, continuano a negare alla Siria di Assad.

Al dunque, però, tutti sanno che qui tutti – Turchia, Arabia saudita, Egitto e una galassia di poteri, etnie, sette e religioni conflittuali e le maggiori potenze (America e Russia) che agiscono anche – non sempre controllando perfettamente il processo – su delega loro in concorrenza e talvolta anche in collusione tra loro continueranno a farsi concorrenza spietata (Stratfor- Analysis, 28.7.2015, After the Nuclear Deal, a Region Recalibrates – Aftershocks of the Iran Deal Dopo l’accordo sul nucleare [e sulle sanzioni] tutta la regione si sta ricalibrando – I contraccolpi immediati dell’intesa con l’Iran https://www.stratfor.com/analysis/after-nuclear-deal-region-recalibrates).

●In Iraq, le forze regolari del governo hanno lanciato una nuova offensiva per cacciare lo Stato Islamico dal territorio della provincia di Anbar, dove l’attacco è cominciato con un assalto alla città di Fallujah che ha coinvolto anche milizie sci’ite e forze di polizia oltre a militanti di tribù sunnite opposte alla presenza dello Stato Islamico. Il primo ministro Haider al-Abadi è arrivato di persona – ma poi è subito ripartito: ovviamente, altri impegni – per dirigere le operazioni militari sul campo (The New Iraqi Dinar/Bagdad, 13.7.2015, PM Abadi (shortly) supervises Anbar anti-ISIL operations Il PM Abadi si mette a supervisionare (per breve tempo) le operazioni anti-ISIL condotte ad Anbar https://search4dinar.wordpress.com/ 2015/07/13/abadi-snzv-soon-bushra-edit-anbar).

Tre villaggi intorno a Fallujah sono stati subito liberati mentre, nel corso del primo fine settimana del mese, le forze della coalizione aerea – strettamente e solo aerea – guidata dagli Stati Uniti hanno condotto una ventina di raids in Siria e una dozzina in Iraq. Lo Stato Islamico, nello stesso tempo, si è attribuito il credito di una serie di bombe fatte esplodere nella capitale che hanno ucciso almeno 325 persone, ferendone il doppio. Lo SI che è senza alcun dubbio una formazione di terroristi per i sistemi  di lotta e la propaganda che usa ma è anche però una formazione armata di insorti che combatte una guerra su fronti diversi e governa a modo duo territori non esigui. Città come Mosul, Raqqa e Ramadi: cose che tra l’altro richiedono una quantità enorme di soldi, di risorse e di personale a disposizione dei capi del califfato. Che, evidentemente, ci sono.

●L’ultimo giorno del Ramadan, il 17 luglio, strage però a Khan Bani Saad (Guardian, 1.7.2015, Reuters, ISIS claims responsibility for Iraq car bomb blast that kills dozens Lo SI rivendica la responsabilità di nuove esplosioni che ammazzano dozzine di iracheni http://www.theguardian.com/world/2015/jul/17/iraq-car-bomb-blast-kills-at-least-80), cittadina a qualche decina di Km. a nord di Bagdad: un massacro mirato contro un mercato dove sopratutto una folla di sci’iti celebrava l’evento. Tutti colpevoli, 115 morti e più di altrettanti feriti, perché “negazionisti” dello Stato Islamico come denuncia la “rivendicazione” del fatto voluto da Allah, si capisce sempre clemente e misericordioso... A testimonianza che in Iraq la battaglia contro i fanatici non è stata affatto vinta ancora ed è lontana dall’esserlo...   

●Il quadro in Libia si fa ancor più confuso e, dunque, allarmante. I due  governi rivali, quello di Tobruk che l’occidente dice di riconoscere e quello di Tobruk dichiarano che non torneranno a cercare un’intesa nei colloqui che l’ONU tenta di sponsorizzare con essi in Marocco. Il nodo vero è  che tutti e due i fronti sono spaccati e anche più frantumati all’interno, inchiodati in un intrigo di faide che non sembrano proprio conciliabili in alcun modo (Agenzia Reuters, 2.7.2015, Aziz El Yaakoub, U.N. talks on Libya stumble as rival governments postpone participation I colloqui dell’ONU sulla Libia si bloccano  con il rifiuto a partecipare dei due governi rivali http://www.reuters.com/article/2015/07/02/us-libya-security-idUSKCN0PC 21Z20150702).

Il primo ministro del governo non riconosciuto dalla maggior parte degli altri paesi del mondo, quello regolarmente più o meno eletto però, ma anche più dichiaratamene “islamista”, e qui non per questo sicuramente il peggiore, Khalifa Ghweil, ha annunciato la ristrutturazione delle Forze armate, che dice o presume di “controllare” in 11 brigate. Esse includeranno i miliziani che, appoggiati allora dagli alleati occidentali – francesi, inglesi e americani ma anche qualche po’ controvoglia italiani che li finanziavano, li armavano e fornivano loro l’intelligence necessaria,  decimavano dall’aria l’esercito di Gheddafi fino a costringerlo nel cul de sac dove poi lo linciarono, essenzialmente per vecchi odi tribali (Libya Today/Tripoli [ma solo on-line], 7.7.2015, Unrecognised Government in Libya announces army reforms Il governo libico  non riconosciuto annuncia la riforma delle sue forze armate http://www.libya-today.com/unrecognised-government-in-libya-announces-army-reforms). 

La ristrutturazione di Ghweil intenderebbe formare un esercito regolare permanente di circa 5.000 unità. Bisognerà però vedere cosa ne pensano le migliaia di miliziani che al momento resterebbero escluse da questa risistemazione. E che fare dell’esercito rivale al comando del gen. Khalifa Haftar, ex puntello di Gheddafi, allevato per anni dalla CIA e poi paracadutato, letteralmente e direttamente, da Washington a Tripoli negli ultimi mesi del rais al potere e che, schieratosi con molto ritardo col governo “riconosciuto” ma non eletto è scappato da Tripoli a Tobruk e comanda ora le truppe e, anche lui, le milizie.

Intanto Khalifa Ghweil ha reso noto di essere pronto a riprendere i colloqui con l’altro governo, ma a condizione che l’ONU che li gestisce assicuri la pari dignità delle due formazioni concorrenti e la smetta di privilegiare l’altra solo perché gode – diplomaticamente, poi... – del sostegno, molto miope visti i risultati, dell’occidente. Del resto a chi voleva e sapeva interpretare gli eventi era chiaro da tempo, almeno dalle prime manifestazioni ormai mesi fa della presenza dei tagliagole dello SI a complicare il quadro, che ogni tentativo di mediazione delle Nazioni Unite sarebbe fallito (Stratfor – Geopolitical Diary, 18.2.2015, Why a U.N. Intervention Would Fail to Help Libya― Perché qualsiasi intervento delle Nazioni Unite [foss’anche, poi, militare] non sarebbe in grado di aiutare la Libia https://www.stratfor.com/ geopolitical-diary/why-un-intervention-would-fail-help-libya).

●Tutti, senza eccezione, i giacimenti petroliferi libici sono sotto il controllo e la protezione – afferma ma non dimostra Umar Al-Qweri, ministro delle Informazioni – non sempre un granché, a dire il vero – delle forze leali al governo che ha la sua sede non a Tripoli ma a Tobruk, a 1.240 e più  km. dalla capitale e quasi al confine con l’Egitto.

Dove, un governo che mai è stato eletto ma “gode”, si dice così, del riconoscimento diplomatico non operativo – neanche i consolati ci sono e del tutto inutile – di quasi tutti i governi occidentali solo perché si proclama islamico ma non islamista e piace di più all’America è stato stabilmente ormai ricacciato. Dice il falso, ovviamente, come attestano i tanti enti stranieri che cercano di operare, ma non ci riescono neanche poi, anche più vicino a Tripoli (Stratfor, 27.7.2015, Libya: All Oil Fields Controlled By Eastern Government, Minister Says Libia: tutti i giacimenti petroliferi del paese sono [sarebbero] sotto il controllo del governo dell’est del paese https://www.stratfor.com/situation-report/libya-all-oil-fields-controlled-eastern-government-minister-says).

●Lo stesso al-Qweri informa anche che il suo governo, quello di Tobruk,  ha in mano la promessa – dice ai media russi ha la promessa russa di  trasferirgli – ma a domanda non risponde: gratuitamente? – piccoli battelli armati (Agenzia Sputnik/Mosca, 27.7.2015 – che, non trovando a Mosca conferma, gli dà però apertamente del pallonaro – We could crush ISIL if Arms Embargo Lifted Potremmo schiacciare l’ISIL, se ci togliessero l’embargo alle armi http://sputniknews.com/middleeast/20150727/1025083773.html).

●L’Egitto, ha subìto, prima, un attacco dinamitardo un micidiale attentato che una settimana dopo la condanna a morte, da lui personalmente e tecnicamente per conto del regime militare orchestrata dell’ex presidente Morsi, il primo capo dell’esecutivo eletto nella storia del paese, ha ucciso il capo della procura generale Hisham Barakat e, poi, per l’azione terrorista di un gruppo che si richiama allo Stato Islamico, la morte di una ventina di soldati in una serie di attacchi coordinati nella regione del Sinai settentrionale. (The Economist, 3.7.2015, Islamic State – Spreading its tentacles― Lo Stato Islamico – Allungando iI tentacoli http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21656690-islamic-state-making-itself-felt-ever-more-countries-how-much-influence).

●E’ stata la conclusione di una settimana che ha sparso sangue di innocenti con decine e decine di morti in Tunisia, al resort di Sousse, e a Kuwait City nella principale moschea sci’ita della città. Azioni entrambe reclamate dallo SI (come la decapitazione, questa sì forse opera di un lupo solitario) ma nessuna a settimane ancora confermata dai due governi arabi. In effetti, ormai – anche se poi le sue capacità militari le dispiega e le ostenta quasi solo in Siria e in Iraq, lo Stato Islamico è ormai sicuramente presente coi suoi attentati e le sue efferatezze praticamente in tutto il Nord Africa e, via il Caucaso russo, alle soglie di India e Cina, in Asia.

Il governo di Tunisi è tornato a negare con forza, temendo comprensibilmente il ripetersi di attacchi mirati alle sue spiagge e alle sue mete turistiche, di aver concordato con gli USA l’apertura di una sua base militare alle forze armate americane, ufficiali o ufficiose, per dare la caccia ai gruppi dello Stato Islamico presenti in Libia (Al Arabiya News, 23.7.2015, Will Tunisia host a U.S. base to fight ISIS in Libya? Ma la Tunisia ospiterà una base americana per combattere l’ISIS in Libia? [la risposta del governo è un enfatico no!] http://english.alarabiya.net/en/perspective/analysis/2015/07/23/Will-Tunisia-host-a-U-S-base-to-fight-ISIS-in-Li bya-.html).

Secondo informazioni comparse su alcune abbastanza improbabili però anche ben informate agenzie di stampa (Agenzia Nova/Ankara, di informazioni in italiano su Balcani, Nord Africa, Medio Oriente ed Africa sub sahariana, 22.7.2015, Tunisia,non è in discussione l’apertura di una base militare USA http://www.agenzianova.com/a/0/1183115/2015-07-22/difesa-tunisia-non-e-in-discussione-l-apertura-di-una-base-mi litare-usa), la Tunisia stava immagazzinando già da mesi materiale elettronico americano che avrebbe dovuto – ma forse ora salta tutto – servire gli impianti della nuova base di El Haouaria che stava per prendere il posto della più vetusta stazione radio-trasmittente di Niscemi, in provincia di Caltanissetta..

Nelle primissime settimane di luglio, nella penisola egiziana del Sinai, a lungo una base dei gruppi terroristi, anche prima del nascere un anno fa dello Stato Islamico e della proclamazione del Califfato, s’è scatenata un’ondata di violenza con il Wilayat― la regione amministrativa o il governatorato del Sinai,  sottoposto a una sfida di attacchi coordinati su larga scala culminati, per ora, il 1° luglio in quelli condotti contro la cittadina di Sheikh Zuweid (60.000 abitanti).

Sul piano della tattica, i gruppi armati ribelli sembrano aver cambiato anche radicalmente metodo puntando ormai non più come finora a colpire e scappare ma a controllare il terreno occupato, a mo’dello stesso SI in Siria e in Iraq. E l’Egitto lo sa, lo ha capito, avendo forzato irresponsabilmente e costretto a far sperare in qualche, improbabile tra l’altro, “protezione” da parte della Fratellanza mussulmana, che pure era lontanissima dalle posizioni oltranziste verso le quali si è trovata spinta, pur riluttante, dalla crescente militarizzazione imposta al paese da chi continua a rafforzarla condannando a morte una volta alla settimana l’ex presidente eletto, Morsi, di cui la dittatura comincia in questi giorni a pagare il fio.  

I tentacoli dello Stato Islamico  

Le franchigie dello Stato Islamico

Basi in 1. Siria 2.Iraq  Affiliati in 3. Algeria 4. Libia 5. Egitto 6.Arabia saudita 7.Yemen 8. Nigeria 9.Afganistan 10. Pakistan11. Russia (Caucaso)                 

 

Fonti: Institute for the Study of War, The Economist, 3.7.2015

Nei fatti, anche se i jihadisti non sembrano ancora in grado di presentare un minaccia esistenziale per il generalissimo Abdel Fattah El Sisi e al suo regime, il Cairo avrà ormai le mani piene nel cercar di reprimere – ultima è la gigantesca bomba che però ha fatto, chirurgicamente e sapientemente, solo un morto di fronte al consolato italiano  alle 6.30 del mattino di un  venerdì di preghiera di un Ramadan: un avvertimento fortissimo, davanti a un consolato d’Italia in una zona popolarissima della megalopoli (oltre 20 milioni di abitanti), in una zona di transito tra la stazione centrale di Ramses e il Nilo – da un antagonismo islamico che rischia di trasformarsi in islamista e jihadista, sempre più diversificato e più radicale.

E che, intanto, mette al centro del mirino – della bomba – la rappresentanza diplomatica di un paese che con discutibile tempismo dichiara apertamente e pubblicamente di appoggiare El Sisi e la sua repressione sistemica del ritorno alla dittatura militare di Mubarak e peggio: che perseguita con la forza, la frusta, la tortura e la galera non solo i “Fratelli mussulmani” ma tutti i ragazzi e le ragazze in galera, non solo islamisti, ma soprattutto “laici” che furono i protagonisti della rivoluzione e della rivolta antimilitare del 2011.

●In Tunisia, il governo si propone di erigere 500 Km. di muro al confine con la Libia, nell’illusione di riuscire così a tamponare l’infiltrazione dello Stato Islamico nel paese. Il primo ministro Essid spera così di riuscire a bloccare attentati come quello di Sousse che il 26 giugno ha fatto 38 morti nel tentativo in buona parte riuscito di strangolare un’attività chiave che dà lavoro a  centinaia di migliaia di tunisini e costituisce una parte rilevante del PIL (Agenzia Bloomberg, 8.7.2015, Tunisia to build border barrier with Libya to keep militants out La Tunisia costruirà una barriera al confine con la Libia per tenere fuori i militanti http://www.bloomberg.com/news/articles/2015-07-08/tunisia-to-build-border-barrier-with-libya-to-keep-militants-out).

●In Yemen, l’ex presidente Hadi, dimissionato e dimissionario e che aveva accettato di andarsene, davanti alla vittoria dei ribelli – salvo poi rivolgersi ai sauditi perché lo riportassero al potere a forza di bombe distruggendo le abbastanza scarse strutture moderne del paese, ha adesso accettato la tregua con gli Houthi: che non hanno controbattuto chiedendo anzitutto la fine dei raids aerei: stanno sicuramente vincendo, infatti, su territorio anche se costretti a assorbire la furibonda ma  militarmente inutile reazione di  Riyād alla sfida che hanno lanciato alla sua egemonia sulla parte meridionale della penisola arabica (America Al Jazeera, 8.7.2015, Yemen government tells UN it is open to cease-fire, including bombings though Il governo dello Yemen notifica all’ONU di essere pronto a un cessate il fuoco che includa, però, anche i bombardamenti aerei....▬  http://america.aljazeera.com/articles/2015/7/8/yemen-government-tells-un-it-is-open-to-ceasefire.html ).

Il fatto è che i sauditi hanno distrutto lo Yemen ma non hanno intaccato il controllo degli Houthi sul paese e l’influenza in esso ormai dominante dell’Iran. Ma lo sbaglio di cui forse anche lì, con ritardo, si vanno ormai rendendo conto è di aver dato retta ai consigli militari americani che le dettavano la tattica di affidarsi all’aviazione, anche dopo aver fallito così sempre e dovunque lo hanno fatto essi stessi, hanno forse cominciato a ingoiare la lezione.

Anche il giovane virgulto della famiglia reale, Mohammad bin Salman Al Saud, appena trentenne cui il nuovo re ha affidato avventatamente col titolo di ministro della Difesa le fortune militar-geopolitiche della monarchia, avrebbe dovuto, se non avesse portato quel nome, ormai essere licenziato per incapacità, inefficienza e incompetenza. Durerà ancora poco, ma intanto – è della famiglia, come un capobastone, o un capo decina, o addirittura un consigliori molto molto vicinu al boss ... – è ancora lì.

Pare che alla fine dopo che gli Houthi si sono impegnati a non attaccare il territorio saudita, l’ex presidente Hadi sia stato richiamato all’ordine da Riyād e abbia dovuto accettare il “senza eccezioni” richiesto pure dall’ONU anche se, a rigore, Hadi poi andava citando la risoluzione che il CdS, con l’astensione di russi e cinesi, aveva votato. Ma dopo settimane di bombardamenti aerei sauditi che non hanno piegato la volontà degli Houthi né li hanno costretti ad arrendersi, è ormai l’ONU stessa a certificare che 21 milioni, quasi l’80% della popolazione dello Yemen hanno bisogno di acqua, cibo e assistenza medica immediata con un paese che le bombe hanno sistematicamente distrutto.

●Poi salta tutto di nuovo perché il generale saudita Ahmad al-Assiri, adducendo a motivo il non aver mai ricevuto formalmente la richiesta di Hadi, di cui hanno solo sentito parlare – dicono – dal rappresentante dell’ONU, ha motivato la ripresa dei bombardamenti sul territorio dello Yemen. Del resto, forze fedeli a Hadi hanno contemporaneamente attaccato la città di Taiz. E tutto è ricominciato, senza neanche l’inizio di alcuna tregua. C’è chi pensa che Hadi, come gli è capitato da mesi, se non da anni, ha mentito all’ONU.

Del resto il gen. Assiri è un seguace della rigida scuola coranica wahabita secondo cui, per salvare gli Houthi e lo Yemen, vale anche la pena di distruggerli. Mentre si guardano bene, i sauditi, dal disturbare – e con gli USA beninteso silenti – le fazioni di al Qaeda nella penisola arabica  dsl consolidare la presa che mantengono già nel sud est del paese, con base a Mukalla (Reuters, 13.7.2015, Khaled Abdullah, Saudi-led air raids in Yemen kill 21 two days into truce I raids aerei condotti dai sauditi nello Yemen, a due giorni dall’inizio della tregua, fanno 21 morti http://www.reuters.com/article/2015/07/13/us-yemen-fighting-idUSKCN0PN0HM20150713).  

La settimana di tregua prevista non sarebbe stata comunque sufficiente – anche se mai fosse stata osservata – a organizzare, spostare e distribuire anche solo l’essenziale degli aiuti necessari alla popolazione per sopravvivere. E l’ONU pare contare, probabilmente illudendosi sulla sensibilità soprattutto dei sauditi, che una volta cominciate le operazioni di aiuto straordinario, il ritmo loro impresso e l’urgenza che le caratterizza riescano a prevalere sulla ragion di Stato e le considerazioni di breve periodo incoraggiando un tregua più lunga (Daily Mail/Londra, 10.7.2015, Airstrikes, fighting halt as Yemen truce begins to allow aid Bombardamenti aerei e scontri a terra si fermano con la tregua che inizia in Yemen per contenere gli aiuti http://www.dailymail.co.uk/wires/ap/article-3156764/US-drone-strike-kills-4-al-Qaida-fighters-Yemen.html).

●Con l’appoggio dell’aviazione saudita forze restate fedeli all’ex presidente dimissionario Hadi hanno ripreso, il 14 luglio, un precario controllo di parte del porto di Aden, dopo aver ricatturato anche qui una parte dell’aeroporto, riprendendosi anche dagli Houthi alcune zone della capitale del Sud del paese. Si tratta della prima consistente offensiva via terra delle forze di Hadi da marzo scorso, quando scapparono in massa con lui esiliandosi in Arabia saudita (Stratfor – Analysis, 14.7.2015, Anti-Houthi Fighters Gain Advantage in Aden Ad Aden, i combattenti anti-Houthi in vantaggiohttps://www.stratfor. com/analysis/anti-houthi-fighters-gain-advantage-aden). Ma neanche stavolta, malgrado il pesantissimo appoggio aereo saudita,i ribelli filo Hadi sono riusciti a riprendersi tutta, o anche solo gran parte, della vecchia capitale del Sud.

Rappresentanti debitamente autorizzati dall’ex presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, che lo aveva autocraticamente governato fino al 2010 quando fu costretto ad andarsene da una rivolta dell’esercito e da una sollevazione popolare dopo l’unificazione del 1990 tra la Repubblica del  Nord, che già presiedeva, e il Regno del Sud che allora si dissolse, si stanno incontrando al Cairo le forze ex governative e ora ribelli, sponsorizzate dall’Arabia saudita, con gli uomini di Saleh, schierati però, ufficialmente col nord e con gli Houthi (Observer’s Gate, 24.7.2015, Western, Arab diplomats meet with representatives of Yemen’s Saleh Diplomatici occidentali e arabi si incontrano con delegati dello yemenita Saleh http://www.observersgate.com/2015/07/24/western-arab-diplomats-meet-with-representatives-of-yemens-saleh).

Ufficialmente, il partito di Saleh poi smentisce tutto, ma i diplomatici occidentali confermano tendendo però a ridimensionare gli incontri come parte delle discussioni regolari che, comunque, continuano ad aver luogo tra esponenti delle parti in Yemen.

●Dall’altra parte del continente asiatico, il Giappone ha intanto accettato l’invito dell’India di partecipare, anche con gli USA a esercitazioni navali congiunte nel prossimo ottobre nell’Oceano indiano. Decisione assunta in un incontro tenuto alla base navale di Yokosuka nella baia di Tokyo, allargando volutamente la tradizionale esercitazione bilaterale, cosiddetta di Malabar, tra India e Stati Uniti. L’esercitazione si svolgerà nella baia del Bengala, tra Tailandia, Myanmar e India, a sud di Calcutta e a  nord di Indonesia e Sri Lanka. Anche l’Australia avrebbe già espresso interesse a parteciparvi, anche se forse al posto dell’addestramento congiunto già previsto un mese prima con la Marina militare indiana.

Il Giappone ha partecipato l’ultima volta a esercitazioni congiunte con l’Australia nel 2007, provocando reazioni estremamente negative della Cina così che da allora l’India aveva mantenuto le esercitazioni co Giapone solo sul piano bilaterale. Ma ora il governo nazionalista di Modi,  più “assertivo” nei confronti della Cina del precedente governo del partito del Congresso, potrebbe tornare a provarci, rischiando ritorsioni sul piano economico-commerciale per togliersi la voglia, come sintetizza il Times of India, di mollare “una spernacchiata alla Cina(Times of India, 11.7.2015, India to include Japan in its Malabar naval exercise with the US L’India includerà il Giappone nelle sue esercitazioni navali con  gli USA http://timesofindia.indiatimes.com/india/India-to-include-Japan-in-its-Malabar-naval-exercise-with-the-US/articleshow/48027221.cms).

●Il primo ministro del Kirghizistan Temir Sariyev ha confermato – ma se ne parla ormai da quasi due anni – la denuncia dell’accordo bilaterale del 1993 con gli Stati Uniti con effetto immediato, dal prossimo 20 agosto. La settimana scorsa il ministro degli Esteri kirghizo aveva ufficialmente protestato per la presunzione americana di arrogarsi il diritto di assegnare un premio per i diritti umani a un giornalista del luogo, Azimzhan Askarov, un’attivista condannato all’ergastolo per incitazione all’odio etnico durante i pogroms di metà 2010 a Osh, la vecchia capitale del Sud (quasi 2.000 morti). Anche qui, come sempre più spesso in altri paesi che gli americani intendono “aiutare a perseguire la democrazia”, come le concepiscono loro, molto spesso, l’azione è vissuta dai governi locali, come lo sarebbe in America: proibita per legge, come opera di agenti stranieri in faccende altrui.

Insomma, non possono suonarsela e cantarsela diversamente e come vogliono, in casa e in trasferta, gli americani... E’ un problema che l’America coi suoi neo-cons ha coltivato nell’Est europeo del dopo URSS seminando promesse, speranze, illusioni e anche disordini dalle prime rivoluzioni dei fiori negli anni ’90 fino al golpe in Ucraina del 2014. 

La Russia e la Cina che hanno la loro visione bacata della democrazia – diversamente bacata da quella americana che privilegia sempre e comunque chi ha i soldi, ma sempre bacata – si oppongono sempre più strenuamente all’avanzata territoriale e politica dell’America specie proprio nell’Asia centrale ex sovietica e già l’anno scorso, quando andò in scadenza l’affitto agli USA dell’installazione della base aerea di Manas nel paese, Putin incoraggiò in molti modi Bišhkek, la capitale del Khirghizistan, a chiuderla.

E’ il collasso dell’apertura voluta dagli americani in Kirghizistan – analoga a quella che si va preparando in Kazakistan e Turkmenistan, dopo la fine ormai avviata anche se sempre disperatamente ritardata dalla volontà di non ammettere apertamente che la guerra in Afganistan è stata persa. Ed è anche quasi il completamento del processo di ritorno del paese nell’antica sfera di influenza russa. Nel 2003, per “compensare” la chiusura della base statunitense di Manas ormai prevista, la Russia aprì una sua base aerea a Kant, a est di Biškek. Di recente l’ha allargata e rinnovata e ha annunciato di volerne fare il nodo centrale delle forze aeree congiunte dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, mentre il mese scorso Biškek ha aderito anche come sesto Stato membro all’Unione economica euro-asiatica proposta dal presidente Putin. Che non sarà certo, l’Unione europea ma è qui e è oggi...

Riprendendo la denuncia dell’interferenza americana nelle faccende interne kirghize, il presidente Almazbek Atambayev ha detto che è spiegabile solo con la volontà perfida di creare nel paese un caos controllato” la decisione del dipartimento di Stato di dare (“per quel che vale, cioè niente”) a un ignoto fomentatore che i tribunali  condannano come un “seminatore di odio etnico” nel paese, (tribunali non granché affidabili, certo: ma quelli americani che assolvono regolarmente decine e decine di poliziotti assassini a freddo di giovani neri disarmati per strada, forse lo sono?), la massima onorificenza per i diritti umani d’America (in effetti, un’idea che un po’ puzza).

E’ un fatto che nel faccia a faccia in atto tra Mosca e Washington, anche ma non solo per sempre validi motivi, Biškek si è molto avvicinata alla Russia e alla credibilità dei  suoi impegni più modesti e concreti che alle ditirambiche promesse di paradisi molto molto futuri f atti balenare e sempre, però, per il breve periodo, smentite da Washington (Sputnik, 27.7.2015, Kyrghyzistan accuses US of scheming to create a situation of ‘controlled chaos’ Il Kirghizistan accusa gli USA di tramare per creare una situazione di ‘caos controllato’ https://www.stratfor.com/analysis/central-asia-feels-reverberations-ukraine-crisis); e Stratfor – Analysis, 10.9.2014, Central Asia Feels the Reverberations of the Ukraine Crisis L’Asia centrale risente i contraccolpi della crisi ucraina [ma il più delle volte in senso diametralmente opposto a quello degli europei] https://www.stratfor. com/analysis/central-asia-feels-reverberations-ukraine-crisis). 

in America Latina

Riaprono dal 1° luglio le ambasciate americana a l’Avana e cubana a Washington, a conclusione di un lungo disgelo voluto con perseveranza da Barak Obama e da Raul Castro, fino a convincere anche una maggioranza degli americani e dei cubani. Lo annunciano allo stesso tempo le parti che avevano rotto i rapporti diplomatici dopo l’invasione avventurosamente e avventatamente fallita della CIA nel 1961 alla Baia dei Maiali: ormai 54 anni fa e da allora perseguita con una propaganda anti-yankee senza tregua e un assedio economico contro l’isola caraibica e soprattutto contro l’intollerabile esempio di una piccola potenza che lo trattava a pernacchie, Assedio fatuo e fallito anch’esso – Castro è sempre lì, sempre saldamente al potere – della superpotenza, davvero Davide contro Golia.

Poi, proprio il 1° luglio, Obama in TV e in diretta spiega agli americani che “non dobbiamo lasciarci imprigionare da un passato che poi non ha neanche mai funzionato” precisando che, tra qualche giorno – senza data ancora indicata, a l’Avana andrà di persona a tagliare il nastro che riapre l’ambasciata, il segretario di Stato John Kerry (New York Times, 1.7.2015, J. Hirschfeld Davis, U.S. Ready to Restore Ties With Cuba and Open Embassy in Havana Gli USA pronti a riprendere i legami con Cuba e a aprire l’ambasciata a l’Avana http://www.nytimes.com/2015/07/02/us/us-cuba-restoring-diplomatic-ties-and-reopening-embassies.html?_r=0); e The Economist, 3.7.2015, Relations with Cuba – Our man in Havana― I rapporti [USA ] con Cuba – Il nostro uomo all’Avana ▬ http://www.economist.com/news/united-states/21656685-our-man-havana).

●La Stonegate Bank della Florida e il Banco Internacional de Comercio hanno concordato il 21 luglio di offrirsi a vicenda cosiddetti conti aperti di corrispondenza: il primo accordo del genere da quando sono stati riaperte tra i due paesi relazioni diplomatiche normali. L’apertura di conti di corrispondenza mette in grado una banca di effettuare pagamenti sull’altra e portare avanti  transazioni con essa da paese a paese (The Wall Street Journal/New York,  22.7.2015, Felicia Schwartz e Ryan Tracy, U.S., Cuban Banks Agree to Form  Financial Link Banche americane e cubane si accordano per stabilier diretti legami finanziari ▬ http://www.wsj.com/articles/u-s-cuban-banks-agree-to-form-financial-link-1437554458).

Brasile e Stati Uniti, nel corso di una visita a Washington della presidente Rousseff che ha anche corteggiato, con incerte fortune per ora, nuovi investimenti privati americani nel suo paese, hanno lasciato intendere di voler rinnovare e magari “riscaldare” un po’ l’amicizia reciproca anche proponendosi di costruire insieme un ambizioso progetto energetico impegnandosi entrambe, per quello che vale ovviamente, a generare almeno il 20% della loro energia entro il 2030  

Le due maggiori democrazie dell’emisfero occidentale, anche se di tanto in tanto, come è noto, manipolano il voto di brutto[2], avevano visto di recente un peggioramento dei rapporti a causa della politica estera dei brasiliani aperta a anzi co-inventata con gli altri BRICS – dove la B sta proprio per Brasile ed è lontanissima non solo alfabeticamente da Washington e dalle sue pulsioni politiche – e che si era anche avvelenata per lo spionaggio a go-go e sistematico contro la presidente in persona della NSA americana e dal rifiuto di Obama di chiedere scusa e anche di promettere (come invece con la Merkel ha fatto) di non consentirglielo più.

Ma come è noto, in materia di spionaggio, specie elettronico, l’unica cosa davvero inscusabile è il farsi cogliere in flagrante reato. Cosa che, agli americani in specie, riesce sempre perfettamente (The Economist, 3.7.2015).

●Le migliaia di lavoratori del petrolio della compagnia di Stato, Petrobas/la Petroleo Brasileiro, hanno dato vita a uno sciopero generale di 24 ore contro le manovre messe in atto dalla dirigenza per ridurre le dimensioni della protesta convocata dal forte sindacato d’impresa, d’intesa con la FUP, la maggiore organizzazione sindacale dei dipendenti dell’industria petrolifera. Sindacato e dipendenti si oppongono ai piani annunciati da Petrobas di liquidare 15,1 miliardi di assets dell’impresa nel corso del prossimo anno. Chi contesta l’impresa ce l’ha anche con la legislazione presentata al Senato che sottrae all’impresa il diritto a sviluppare la ricerca offshore in un’area nota come Poligono Subsalt che prevede di riservare un minimo del 30% nell’esplorazione e nella produzione n tutta la zona, al di sotto di depositi di sale marino profondi.

Di peggio, c’è che un’inchiesta giudiziaria ha sfiorato e sembra anche coinvolgere direttamente  il presidente Dilma Rousseff contro la quale sta partendo una complessa operazione di impeachment che anche se non attingerà il suo obiettivo farà sentire i suoi effetti deleteri sul Partido do Trabalho, (Stratfor – Analysis, 22.7.2015, Brazil: The Political Cost of Corruption Brasile: il costo politico della corruzione https://www.stratfor.com/analysis/brazil-political-cost-corruption), il partito del lavoro, al governo ormai dagli anni di “Lula”.

Che, a questo punto e per tenere insieme il partito, potrebbe anche decidere di “correre” ancora alle prossime presidenziali del 2018― lui pure inseguito da denunce molto meno credibili, però, di violazioni di legge dopo la fine del suo mandato ma personalmente sempre molto popolare grazie alle sue vere riforme sociali – quelle che hanno davvero cambiato in meglio la faccia al paese, combattendo con efficacia la fame e riducendo con una ben mirata spesa pubblica la miseria ancora molto diffusa tra i ceti più popolari, riducendo drasticamente la disoccupazione e ridistribuendo potere d’acquisto, a scapito dei più ricchi, ai più poveri tra i brasiliani.

●Il Brasile ha raggiunto un accordo finanziario col governo di Svezia per farsi finanziare – come quando comprate un televisore al supermercato, pagandolo a rate: il meccanismo del finanziamento è lo stesso – l’acquisto di 36 caccia militari JAS39 Gripen della Saab per 5,4 miliardi di $, con consegna entro il 2019. Si tratta della conclusione operativa definitiva, annuncia il ministro della Difesa brasiliano Jacques Wagner di un affare che vede prevalere nel rapporto costi-benefici un eccellente strumento di guerra sull’analogo, più sperimentato ma più pesante e costoso F/A-18 Super Hornet statunitense della McDonnell Douglas, che non sembrava però poter figurare tra le priorità di Brasilia, ma che le lobbies militar-industriali, che mica esistono solo in America, sono riuscite a far passare nei rispettivi governi e nelle maggioranze parlamentari: almeno per il momento  (Asian Defense News, 17. 7.2015, Brazil will sign Gripen fighter jet contract soon, minister says Il ministro informa che il Brasile firmerà presto il contratto per i caccia Gripen http://asian-defence-news.blogspot.it/2015/07/ brazil-will-sign-gripen-fighter-jet.html).

●Le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, le FARC, hanno dichiarato di entrare in un mese di cessate il fuoco unilaterale a cominciare dal 20 luglio, secondo l’annuncio fatto dal capo della delegazione della guerriglia Ivan Marquez ai negoziati in corso a Cuba che, malgrado alti e bassi, e violazioni dall’una parte e dall’altra continuano a progredire (WordPress.com, 8.7.2015, FARC Declares Unilateral Ceasefire Beginning July 20th Le FARC dichiarano un cessate il fuoco unilaterale a partire dal 20 luglio https://vbouvier.wordpress.com/2015/07/08/farc-declares-unilateral-ceasefire-beginning-july-20th).

Il precedente cessate il fuoco unilaterale era stato interrotto a maggio da una serie di attacchi con parecchie vittime delle FARC da parte dell’esercito, con 36 militanti uccisi a Guapi, nel Dipartimento di Cauca. Adesso, il presidente della Repubblica Juan Manuel Santos – che ha difficoltà a governare i suoi militari riottosi – risponde all’iniziativa nuova delle FARC garantendo che disporrà una de-escalation dell’offensiva delle Forze armate (ma anche qui, disporre non vuol dire ottenere...) e che a settembre riconsidererà tutto l’andamento della trattativa in corso (The Economist, 17.7.2015).

●Il rilascio dei politicanti d’opposizione, come li chiama il governo di Caracas, arrestati nel 2014 sotto l’accusa di aver guidato gravi violenze e disordini di piazza, malgrado la richiesta dei dissidenti venezuelani e l’insistenza dei loro amici americani, non sarà parte del negoziato in corso fra Venezuela e Stati Uniti per arrivare a un miglioramento delle relazioni.

La ministra degli Esteri, Delcy Rodriguez, ha soavemente suggerito agli interlocutori statunitensi, e in faccia alla “petulante”, come l’ha definita, assistente segretaria di Stato Roberta Jacobson (riferisce la Reuters, 15.7.2015, Diego Ore, Mind your manners, Venezuela tells US official Comportati bene, dice il Venezuela a un’esponente degli Esteri americana http://www.reuters.com/article/2015/03/11/us-venezuela-usa-idUSKBN0M 72BS20150311) di discutere di quei fermi ed arresti ma in parallelo con i casi americani delle uccisioni a freddo per strada, da parte delle forze del cosiddetto ordine, di tanti giovani neri americani disarmati. Il che sembra aver subito chiuso l’argomento.   

in Africa

●Il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, ha rimandato la nomina di un governo, dice, a tempi migliori, mentre la banca centrale ad Abuya ha di fatto vietato l’importazione di una vasta gamma di prodotti e di beni finora disponibili a chi se li poteva pagare (ma è un lista strana, che va dagli stuzzicadenti alle sardine in scatola passando per il riso e per gli aerei privati), allo scopo di sostenere il valore della valuta nazionale, il naira, che nel corso dell’ultimo anno era caduto di circa il 20%, colpito duramente dal ribasso del petrolio, unica esportazione forte di questo paese.

Secondo il governatore della Banca di Nigeria, Godwin Emefiele, si tratta di una misura d’emergenza che risulta abbastanza disperata per conservare valuta estera (The Economist, 3.7.2015, Nigeria’s currency – Toothpick alert― La valuta nigeriana – Allerta stuzzicadenti http://www.economist.com/news/ middle-east-and-africa/21656700-desperate-measures-bank-toothpick-alert), specie in un quadro politico e militare che non riesce a migliorare per niente.

●Perché la situazione interna, che Buhari aveva giurato sarebbe radicalmente cambiata con la sua elezione, al meglio è restata pessima come già era. Adesso un  gruppo d’assalto formato da una cinquantina di guerriglieri-terroristi di Boko Haram, senza uomini bomba suicidi stavolta ma in auto e sparando a raffica contro fedeli nelle moschee e per le strade, ha trucidato 146 abitanti del villaggio di Kukawa, ferendone altre decine, a inizio luglio, alla periferia di Maiduguri, cittadina già bersaglio degli attacchi feroci dei terroristi anti-educazione specie se “occidentale”, nello Stato federale di Borno, uno dei 36 in cui, oltre alla capitale, è diviso il paese.

Le promesse altisonanti di dura repressione dei terroristi fatte al paese dal generale Muhammadu Buhari, il  nuovo uomo forte eletto al posto di quello inconcludente che avevano poco più di un mese fa, si sono rivelate del tutto effimere perché l’esercito nigeriano neanche s’è fatto vedere nelle vicinanze fino a due giorni dopo i massacri (Nigerian Scoop, 3.7.2015, Boko Haram kills 145 in Borno mosques, villages― Boko Haram massacra 145 persone attaccando moschee e villaggi nel Borno http://www.nigerians coop.com/boko-haram-kills-145-in-borno-mosques-villages).

Intanto, però, di fronte all’incapacità conclamata di reagire con efficacia visibile all’offensiva di Boko Haram, Buhari ha licenziato in tronco tutti i capi militari che anche sotto di lui avevano continuato invano ad opporsi ai ribelli jihadisti del paese (The Economist, 17.7.2015).

●In Burundi, dove la violenza squassa il paese da mesi – da quando il presidente Pierre Nkurunziza aveva annunciato di volersi candidare per la terza volta, contro lettera e spirito della Costituzione, provocando anche un tentativo di colpo di Stato fallito – adesso la presidenza sostanzialmente illegale e golpista afferma che la sua parte ha vinto le elezioni parlamentari, ma senza neanche provare a dare alcun dato e riconoscendo che la partecipazione al voto è stata comunque assai bassa. Le elezioni presidenziali a cui per il momento lui è l’unico candidato reale, fissate a metà di questo mese (The Economist, 3.7.2015), sono state adesso posposte a tempo indeterminato, ma poi alla fine soltanto di qualche giorno, nella speranza del presidente di far stemperare le “contrarietà” come sottovalutandole le chiama lui (The Economist, 17.7.2015).

Di fatto, all’immediata vigilia dell’apertura dei seggi, un poliziotto e un civile sono rimasti uccisi (come riferisce Al Jazeera, 21.7.2015, Poll close in Burundi amid election boycott Si chiude il voto in Burundi in mezzo a un boicottaggio diffusoin mezzo anche a disordini e pure alcune bombe fatte esplodere nel corso di tutta la notte.

Ormai, compresa la seconda volta, quando venne eletto dal parlamento e, quindi, un giudice compiacente ha accettato la sua richiesta di non calcolarglielo nel totale delle presidenze da non sforare, Nkurunziza è stato in carica per un decennio senza mostrare alcuna disponibilità a lasciarsi, eventualmente sostituire. La sua base di potere è la maggioranza Hutu, l’85% dei 10,7 milioni di burundesi, la popolazione che si rese responsabile nel 1994 del genocidio della minoranza dei Tutsi nel vicino Rwanda. E anche qui i Tutsi sono la minoranza etnica, col 14% della popolazione, più rilevante.

A metà maggio, la rivolta contro il suo semi-golpe legale ha causato un tentativo vero e proprio di golpe militare da parte di unità dell’esercito, anche di Houtu presto però ridotte alla macchia o decimate. Né l’Unione europea – anche se non glielo ha chiesto nessuno... –, né gli USA – lo stesso... – e neanche l’Unione africana considerano imparziali o credibili queste elezioni. In effetti, il presidente uscente e rientrante, con un basso livello di partecipazione al voto raggiunto soprattutto, poi, nelle zone rurali è stato inevitabilmente rieletto col 61,49% dei 2,8 milioni  di voti ufficialmente dichiarati validi. Adesso, dopo la proclamazione della vittoria di Nkurunziza, è tutto possibile, anche  una guerra civile allargata che rischierebbe di arrivare a coinvolgere anche tribù ed etnie del vicino Rwanda (NightWatch KGS,, 21.7.2015, Burundi https://www.ezsubscription.com/nnl/login? t=archives_20150721.aspx).

●Barak Obama, in visita dopo il Kenya da cui veniva suo padre anche in Etiopia, all’Organizzazione per l’Unità Africana, il 28 luglio è stato il primo presidente americano a indirizzarsi a tutti i suoi omologhi del continente. Col solito predicozzo sulla democrazia e i diritti umani che suonava tanto più ipocrita e incongruo dopo aver elogiato per ben tre volte di seguito – perché e come  “democraticamente eletto” – il presidente e il governo etiopico che ha appena ottenuto, col premier Hailemariam Desalegn, praticamente il 100% dei voti (che manco il compianto Ceausescu o Kim Il-sung incassavano ai loro tempi.

Cosa di cui il realpolitiker=ipocrita-in-capo americano era perfettamente al corrente non avendo potuto almeno evitare di “invitarlo” a non schiacciare più l’opposizione e la libertà di espressione e di stampa che al pese mancano (Guardian, 27.7.2015, David Smith, Obama criticised for calling Ethiopia’s government “democratically elected” Obama criticato per aver chiamato quello etiopico un regime  ‘democraticamente eletto’ http://www.theguardian.com/us-news/2015/jul/27/obama-urges-ethiopia-end-crackdown-political-press-freedom).

E’ che per gli Stati Uniti l’unica cosa che ormai sembra contare qui, è che l’esercito etiopico, uno dei più forti dell’Africa, faccia davvero la guerra allo Stato islamico... Chi se ne frega degli etiopi!  dopo tutto non sono neanche bianchi e non sono neanche ucraini...

E’ che Obama, ormai è chiaro, è fatto così, come plasmabile nel pongo. Lui magari ha anche i sentimenti giusti... se non gli costano troppo elettoralmente. Poi, dove lo tirano di più, alla fine lui va. Tutt’altro che a dire il vero, un uomo di ferrei princìpi. Ma, ormai che se ne sta per andare, lascerà molti rimpianti: per quello che avrebbe potuto essere e non è certo stato... Ha ricordato, senza fare nomi se non quelli degli avversari dichiarati dell’America come il sudanese Bashir,  l’unica eccezione alla regola. Riconoscendo che non è solo l’Africa a essere colpevole, richiama problemi endemici come la corruzione diffusa, la discriminazione di genere, la violazione di diritti umani, la tendenza a restare a galla per sempre di chi qui arriva ai vertici del potere e chiede specificamente ai capi del Sudan e del Sud Sudan di fare la pace entro il 17 agosto  (perché non il 16 o il 18, non lo spiega)...

CINA

●Il quinto plenum del 18° Comitato centrale del partito comunista cinese è stato convocato ad ottobre per discutere del nuovo piano quinquennale di sviluppo – il tredicesimo – e l’annuncio è seguito come di consueto a un incontro dell’Ufficio politico del CC. Si tratta del tipo di vertici che hanno luogo di regola una volta all’anno per preparare e attivare svolte, o aggiustamenti, di rotta per gli anni a venire (Xinhua Finance Agency― Nuova Cina, 21.7.2015, CPC to hold key plenum in October, discuss 13th five-year development plan Il CC del PCC terrà un plenum cruciale in ottobre per discutere del 13° piano di sviluppo quinquennale http://en.xinfinance.com/html/Policy/2015/119611.shtml); e Stratfor – Geopolitical Diary, 20.10.2014, China Continues to Wrestle With the Meaning of Reform― La Cina continua a dibattere sul significato della parola riforma  [ma, a veder bene, non solo la Cina, no?] https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/china-continues-wrestle-meaning-reform).

●Avevamo chiuso la scorsa Nota sul tema della Cina rilevando un certo rallentamento del ritmo di  crescita del PIL che, rispetto a qualunque altro paese sembra però più che altro una pia illusione.   restando sempre a un per gli altri inarrivabile ritmo sopra il 7% annuale. Comunque, in reazione immediata, le autorità monetarie e politiche hanno anche preso immediate misure di diminuzione dei tassi e di allentamento della tradizionale, rigorosa gestione della massa monetaria nel tentativo di facilitare comunque un più forte rilancio dell’economia. Perché anche qui ci si comincia a preoccupare, e non poco, del fatto che i due maggiori mercati di borsa, a Shanghai e a Shenzhen, hanno perso in una ventina di giorni il 25% del loro valore nominale. Che molto probabilmente era proprio gonfiato.

Di qui, allo studio ma anche già in moto – qui, tra discutere, decidere e applicare le decisioni, i tempi sono molto più rapidi che da noi... e la differenza non la fa, no, la democrazia – almeno due misure immediate.

La prima non ufficiale, ma molto reale, vede comunque 21 grandi agenti di borsa coalizzarsi e dare il via a un fondo speciale di intervento mirato in borsa nel tentativo di tamponare il declino degli indici chiave che in tre settimane malgrado il taglio dei tassi e l’allentamento della gestione monetaria ha perso 2,8 trilioni di $ di capitalizzazione.

Le agenzie che hanno dato vita a questo fondo speciale hanno annunciato di voler investire non meno di 120 miliardi di yuan (quasi 20 miliardi di $: che, rispetto al problema posto, sono però quasi niente) in titoli di cosiddette blue chips (Money web, Agenzia Bloomberg, 4.7.2015, China brokers set up $1.9 bn fund to stem market route―  Agenti di borsa cinesi creano un fondo da 1,9 miliardi di $  per  tamponare  il crollo sul mercato [questa, la lettura catastrofista,; che, al dunque, non sembra poi preoccupare  neanche  troppo gli  stessi   ideatori, se poi non ci mettono neanche loro l’1% del totale per rimediare...] ▬ http://www.moneyweb.co.za/news/international/china-brokers-set-up-19bn-fund-to-stem-market-rout).

La seconda mossa, invece, è un’iniziativa delle autorità monetarie. La Banca centrale di Cina ha provveduto alla sospensione di ogni offerta pubblica di acquisto in borsa e dieci imprese sono state subito costrette a sospendere le loro offerte iniziali pubbliche alla borsa di Shanghai e altre 18 seguiranno alla borsa di Shenzen, secondo gli annunci di quelle imprese. Anche il governo sta creando un fondo speciale per la stabilizzazione della borsa (RT/Russia Today(Mosca , 4.7.2015, China freezes IPOs to stop rapid stock market decline La Cina congela le OPA iniziali per bloccare il rapido declino  delle borse http://rt.com/business/271723-china-freeze-ipo-decline).

●Va giù il valore dell’oro, al minimo da un quinquennio a 32,5 $ per grammo in parte anche a seguito del reiterato annuncio della Fed americana di  voler sempre aumentare un po’  più avanti nell’anno il tasso di sconto. Altro fattore a s valutare l’oro è stata la notizia che la Banca centrale di Cina vuole rilanciare l’uso dello yuan come valuta di regolazione degli scambi commerciali tra diverse economie e diversi Stati, abbassando di conseguenza il livello di acquisto del metallo prezioso (The Economist, 24.7.2015).

●Anche nei giorni seguenti, continua a riprendersi forte la borsa. A Shanghai, per il terzo giorno di seguito, l’indice composito ha chiuso in aumento, del 2,4%, a livello 3.970,39, in recupero sull’8 luglio a un solido 13,2% che certo resta ancor sotto al massimo toccato a giugno. E anche a Shenzhen il “composito” è salito del 4,2% in tre giorni. Ciò avviene  soprattutto perché qui continua forte – e sempre più forte che in qualsiasi altro paese che conti qualcosa – la crescita dell’economia (Wall Street Journal, 13.7.2015, Corrie Driebusch, Why investors are sticking with China’s troubled stock markets― Perché gli investitori restano con la Cina e il suo turbolento mercato di borsa http://www.pressreader.com/belgium/the-wall-street-journal-europe/20150713/281517929796773/TextView). Anche se a tutti ormai pare possibile – a qualcuno anche probabile e pure auspicabile – un certo ridimensionamento di insieme Poi, di nuovo una scivolata e, ancora, una ripresa: nell’eterno yo-yo del dare ed avere, per definizione di ogni scommessa. Del resto, si dice “giocare” in borsa, no?  

●Insomma, anche in Cina si prende ormai atto che la bolla speculativa si sta sgonfiando, ma l’allarme per una nuova Grande Depressione in arrivo anche su questo fronte sembra francamente prematuro e esagerato. Perché avendo notato, come si deve, il recente calo verticale dei valori di borsa andrebbe anche fatto notare che esso segue a un boom eccezionale, davvero enorme di quegli stessi valori.

E non c’è dubbio che, tra quanti hanno comprato nel periodo di ascesa a razzo della borsa, adesso molti saranno puniti. Ma non è affatto detto che costituisca un disastro, per la Cina e la sua economia, se i titoli di borsa si riassestano ai livelli sicuramente più sostenibili che avevano solo cinque mesi fa cinque mesi fa. (CEPR/Washington.D.C., Beat the Press, D. Baker, 8.7.2015, China’s stock market plunges back to… February level!― La borsa cinese affonda al livello [già eccezionale, però..] dello... scorso febbraio! http://www.cepr.net/blogs/beat-the-press/china-s-stock-market-plunges-back-to-february-level).

Così come sarebbe anche opportuno non dimenticare nel 2008 qui le borse ebbero un crollo molto più duro  di questo. Con un’economia che però continuò a crescere, grazie anche e soprattutto agli stimoli ingenti che subito ci investì sopra – con la grande liquidità che aveva a disposizione e che ha anche adesso – il governo centrale.

●Dopo una settimana di ballo di San Vito, come si dice, le borse cinesi hanno cominciato a riprendersi dal secco e improvviso calo di diversi giorni a partire dal 9 luglio, quando tra l’altro raggiunge in un giorno il  guadagno maggiore ormai da sei anni. Di fatto e subito, con l’entrata in vigore delle prime misure di stabilizzazione d’emergenza (Wall Street Journal, 9.7.2015, Gregor Stuart Hunter, China Stocks Make Biggest Daily Gain in Six Years ▬ http://www.wsj.com/articles/asians-shares-lower-as-chinas-rout-grips-global-markets-1436405225) messe in atto dalla Banca centrale e dal governo – i tassi, la flessibilità di gestione, l’impegno qui sempre credibile a immettere liquidità nel sistema con la cura necessaria a far sì che non resti bloccata nelle casseforti degli istituti bancari.

Così l’indice composito della borsa di Shangai sale al 9 luglio già del 5,8% e quello di Shenzhen del 3,8. Intanto altre 100 imprese, il 9 luglio, hanno prudentemente sospeso gli scambi raggiungendo un totale di 1.467 società quotate in borsa, il 51,1% di quelle quotate sui due principali mercati. La  polizia ispettiva di borsa, analoga alla nostra Guardia di Finanza, ha ispezionato gli uffici della Commissione di Regolazione di borsa investigando su episodi, di per sé purtroppo anche qui, considerati legittimi di vendita allo scoperto ma si sospetta anche in diversi casi col trucco di strumenti finanziari non posseduti da chi li scambiava.

●Poi, a conferma della sconnessione completa, anche qui ormai, tra l’economia reale (crescita, occupazione, prezzi) e quella di carta (borsa, bolle, speculazione) i titoli di borsa sono mediamente scesi ancora del 3% con la crescita annua che resta invece saldamente ancorata a un solido 7% nel secondo trimestre, nei dati secondo l’FMI ormai del tutto affidabili del Bureau nazionale di statistica della Cina, accompagnato però – effetto principale delle campagne allarmiste della speculazione a breve – da un forte rallentamento degli investimenti nel settore edilizio che aumentano “solo” del 4,6% anno su anno.

Una borsa che si dimostra, malgrado queste cifre di fondo, così ombrosa può adesso, certo, comportare conseguenze sul finanziamento di impresa, frenare gli sforzi in atto su quanto qui chiamano lo spostamento del clima economico (dagli investimenti ai consumi: che, però, sembra seguite da vicino proprio le indicazioni dei vertici politici) e, se continuasse a lungo, porre qualche problema di stabilità politica al sistema. O, almeno, questo è quel che sperano quanti alla Cina e al suo “modello” sono i più ostili: la ciurmaglia di benpensanti della saggezza economica maggiormente convenzionale che allignano al centro e ai margini dei governi del mondo nell’accademia sopracciò e nel giornalismo abborracciato di più (Reuters, 15.7.2015, China’s stocks fall despite sound economic data In Cina, i titoli di borsa scendono malgrado i solidi dati dell’economia reale http://in.reuters.com/article/2015/07/15/markets-hongkong-china-stocks-midday-idINL4N0ZV22B20150715).

●L’ambasciatore cinese a Manila ha ripetuto ai media quel che aveva appena ribadito ufficialmente al governo filippino: che la Cina non sottoporrà all’arbitrato internazionale della Corte permanente  dell’Aja, cui non aderisce, il dissidio territoriale aperto coi paesi che non riconoscono la sua sovranità sulle isole del Mar cinese meridionale. Potrebbe eventualmente farlo, aggiunge più sardonico che ironico, una volta che altri paesi tra quelli che glielo chiedono, dice con maggior “petulanza”– gli USA per dire, su tutto; o il Regno Unito, sulla vertenza Falklands/Maldive – per accettare di sottoporsi essi stessi a quell’ “arbitrato imperativo” cui invece sfuggono. Come tanti altri paesi.

La Corte sprecherà così tempo e denaro (almeno una settimana) prima di arrivare a dichiararsi, anche brontolando un po’, “incompetente”, per tentare di “incardinare”, si dice così, una vertenza su cui appunto non ha competenza e lo sa. Ma tutto resterà com’ è. Con la Cina che in ogni caso tiene fermo il punto e,soprattutto, si tiene e sovranamente controlla le isole. Pechino invece contropropone il dialogo, il confronto e il negoziato tra le due parti direttamente interessate (Reuters, 4.7.2015, China lobbies hard ahead of Manila's South China Sea arbitration case La Cina preme duro prima del tentativo di arbitrato di Manila per il caso del Mar cinese meridionale http://www.reuters.com/article/2015/07/04/us-sou thchinasea-arbitration-idUSKCN0PE0VK20150704).

●In visita ufficiale, la prima di un segretario generale del partito comunista del Vietnam, Nguyen Phu Trong, al vecchio impero nemico e nuovo amico geopolitico, gli USA, ha messo in rilievo con Barak Obama la preoccupazione del suo paese per l’attività extra-diritto internazionale – dice – della Cina nel Mar cinese meridionale. Trong chiede, improbabilmente a Obama – presidente del paese che per primo ha rifiutato di ratificare il Trattato dell’Aja: e che, dunque,  non ha titolo alcuno a farsi ascoltare sul tema – di parlare e “convincere” la Cina. Che, per parte sua, insiste chiedendo a chi con Pechino ha o vuole aprire un qualche contenzioso ad aprire vertenze bilaterali tra paesi sovrani (The Economist, 10.7.2015) ― ed uguali, dice sempre... che, però, non è proprio vero.

●In effetti, lo smottamento di peso demografico ed economico dall’Europa all’Asia orientale è andato aumentando nell’ultimo ventennio a favore dell’area asiatica e, soprattutto, delle sue fasce costiere – uno spostamento cruciale nella dinamica dei rapporti futuri tra le nazioni del Pacifico come ha voluto sottolineare più volte Obama affibbiando a questa zona e a questa politica l’etichetta un po’ supponente di pivot della politica statunitense verso tutta l’Asia.

Anche questo fatto nuovo, o tale proclamato dagli USA, ha riacceso l’attenzione cinese sulla sovranità come tema non più dormiente del suo Mar cinese meridionale. La minaccia alla stabilità regionale a causa di questa faccenda sembra francamente assai esagerata, perché l’aggressività in proposito della Cina è sempre accompagnata dall’enfasi sulle relazioni che con tutti i vicini devono restare pacifiche e della piena disponibilità di Pechino a trovare le soluzioni necessarie con normali rapporti di negoziato sul piano bilaterale.

Certo, l’impegno potrebbe anche sembrare qualche po’ paradossale. Ma è un fatto che la Cina ha bisogno, insieme, di garantirsi il controllo sulle risorse del Mar cinese meridionale e di mantenere sicurezza e tranquillità sostanziale nella regione se vuole poter usufruire dei benefici di una crescita economica ininterrotta. Deve tenersi cioè, sul crinale stretto tra mantenere la pace e accedere alle risorse di cui ha bisogno. E’ molto improbabile, perciò, che abbandoni uno di questi due obiettivi diventando estremamente cooperativa od estremamente aggressiva.

In passato, del resto, la Cina ha risolto molte dispute coi paesi vicini pacificamente, incluso il Vietnam ed è di sicuro il paese della regione che più tende a risolvere i suoi contenziosi per via negoziale. Cina e ASEAN hanno firmato una specie di codice di condotta che impegna tutti i paesi del Sud Est asiatico ala risoluzione pacifica e ad evitare ogni uso della forza per farlo. E la Cina, al massimo livello, col presidente Xi Jinping, continua a reiterare l’impegno ma specificando, a ogni buon conto che la Cina reagirà con la forza solo alla forza che le venisse rivolta contro.

Tutti i paesi dell’area, in fondo, condividono poi l’interesse dei cinesi a mantenere insieme pace e sviluppo costante degli scambi. Ma un “incidente”, magari anche solo per un calcolo o una segnalazione sbagliata di un gurdiamarina o di un pilota, è sempre possibile. Come anche la collisione di nazionalismi e sciovinismi che qui – Cina, Vietnam, Filippine – sono sempre presenti e pronti a essere strumentalizzati per superare, o illudersi di superare, magari, momenti di difficoltà (economica, sociale o politica) su altri piani (Geopolitical Monitor.com, 7.7.2015, Marinko Bobić & Scott N. Romaniuk, A Fine Balance: China’s Need for Resources and Stability in the South China Sea Un equilibrio delicato: la necessità per la Cina di risorse e stabilità nel Mar cinese meridionale http://www.geopoliticalmonitor.com/a-fine-balance-chinas-need-for-resources-and-stability-in-the-south-china-sea).     

nel resto dell’Asia

●Un Airbus A320 delle linee aeree del Laos decollato da un’ora da un aeroporto sud coreano è dovuto tornare all’aeroporto di partenza perché mancava del permesso di transito sul Mar cinese orientale ormai imposto dalla normativa aerea di Pechino, la ADIZ (Zona di Identificazione della Difesa Aerea) in vigore dal novembre 2013. Tutti i voli che transitano per quello spazio aereo protestano pro-forma ma si sottomettono di fatto alle regole e al preavviso di sicurezza imposto, compresi i voli sud-coreani e americani ma non quelli giapponesi che, per evitarlo, non ci hanno però mai neanche provato. Il fatto è che in quell’area del Pacifico si accavallano molte e diverse ADIZ... Il volo laotiano pare che avesse semplicemente dimenticato di non essere un volo regolare

di linea ma un volo straordinario e,, in quanto tale, tenuto al preavviso.

L’evento ha provato due cose: che il Laos era caduto, forse proprio per semplice disattenzione, in un incidente del tutto inaspettato, anche perché in ogni caso un paese come il Laos non può certo permettersi di mettere deliberatamente a rischio un suo A320 sfidando i cinesi. Ma anche – e questa è una tempestiva lezione per tutti, che l’ADIZ cinese funziona ed è attivo, pronto a reagire ma anche con attenta circospezione a ogni violazione accertata (ATW - Air Transport World/mensile specializzato di aviazione civile/Washington,D.C., 27.7.2015, J. Torr, China turns back Lao Airlines flight for failing to comply with ADIZ rules La Cina obbliga un volo di linea del Laos a tornare indietro per non aver rispettato le norme di Pechino sull’ identificazione della zona aerea http://atwonline.com/open-skies/china-turns-back-lao-airlines-flight-failing-comply-adiz-rules).

●In Afganistan, una serie di fonti (blogs, Twitters e qualche raro articolo di stampa) hanno montato la notizia che, saltando ogni mediazione di terzi, rappresentanti del governo di Kabul e dei talebani d’Afganistan si sono incontrati faccia a faccia a Islamabad, in Pakistan, per discutere di condizioni di pace. Ci sono state tante di quelle false partenze in passato, e da anni, da non suscitare scalpore o troppi commenti. Ma, adesso, c’è il fattore nuovo nell’equazione degli equilibri di sicurezza afgani della presenza di gruppi diversi che hanno giurato fedeltà a e, comunque, seguono ordini e indirizzi dell’ISIL.

E’ l’emergenza di questi gruppi che sta cambiando la natura stessa del quadro della sicurezza in Afganistan. I leaders talebani che gestiscono l’insorgenza dal santuario loro assicurato di servizi segreti militari pakistani non sono più in grado di perseguire come finora le loro tattiche passivo/aggressive in attesa paziente della partenza definitiva delle forze armate occidentali che ancora restano in Afganistan.

Ora l’attivismo delle forze che fanno riferimento all’ISIL potrebbe obbligarle a una maggiore assertività/aggressività anche e proprio contro queste forze irriducibilmente diverse e esclusive. E’ un fatto che, in ogni caso, la presenza dell’ISIL tra e con i talebani ne sta desso minando la tradizionale e leggendaria compattezza costringendoli dunque a reagire.

Ma a questo punto, e presumendo che una volta tanto gli afgani – forze del governo e ribelli – stiano stavolta trattando in buona fede, l’affermarsi sul campo della presenza “diversa” e sempre antagonista dello Stato Islamico, potrebbe fornire un motivo e una spinta forse unica di co-interesse almeno parzialmente coincidente sia al governo di Kabul che alla Shura ▬ il Consiglio rivoluzionario, formato a Quetta, dal presidente talebano deposto dagli americani, il Mullah Omar, a fine 2011.

C’è chi pensa che, sul serio, a questo punto e in questi frangenti potrebbero anche cercare di lavorare insieme, governo di Kabul e talebani afgani, per far restare agli afgani il compito di decidere del loro futuro una volta che gli stranieri targati NATO/USA se ne siano andati davvero dal paese (Financial Times/Londra,  7.7.2015, Fahran Bockari e V. Mallet, Afghan talks revive flickering hopes for peace I colloqui tra afgani rivitalizzano qualche barlume di speranza per la pace http://www.ft.com/intl/cms/s/0/ce5fb07e-2569-11e5-bd83-71cb60e8f08c.html#axzz3fPnNV7iw).

I colloqui, poi, si interrompono presto, con dichiarazioni interlocutorie su sviluppi positivi dei  pakistani ospiti e della delegazione del governo afgano e il completo silenzio dei delegati talebani che però lascino dire, senza smentire, che riprenderanno subito dopo il Ramadan, verso il 20 luglio. Con la presenza, confermata, di osservatori diplomatici anche statunitensi e cinesi, invitati – pare – direttamente dai pakistani...

Il 12 del mese, a Camp Chapman, una base delle Forze americane che ancora restano nella provincia di Khost, al centro orientale estremo dell’Afganistan ai confini con le aree tribali federalmente amministrate del Pakistan è stata attaccata da un “martire suicida” che nel paradiso o nell’inferno di Allah ha portato con sé un trentina di guardie delle forze di sicurezza di Khost, membri privatamente arruolati per fare la guardia esterna al campo degli americani. Lo precisa il vice capo della polizia provinciale che ammette, però, di non saper dire a chi risale l’attacco: se a talebani dissidenti o a uno di militanti dello SI (Al Jazeera, 13.7.2015, At least 33 people dead in Afghanistan suicide blast― Almeno33 persone uccise in Afganistan da un’esplosione suicida http://www.aljazeera.com/news/ 2015/07/25-people-dead-afghanistan-suicide-blast-150712180936407.html).

Mullah Omar, come sempre restio a parlare pubblicamente, nel messaggio che celebra Eid al- Fitr – la fine del Ramadan, il 17 luglio – ha scritto che il negoziato è “un legittimo mezzo per raggiungere l’obiettivo di metter fine all’occupazione del paese da parte dei governativi e degli stranieri che li hanno messi e li tengono ancora al potere” e che è compatibile con il perseguimento della lotta armata. Ma ha anche aggiunto che, ora, si tratta di lottare all’interno per impedire anzitutto di prevalere agli elementi che “tentano di spaccare la resistenza”: parla dell’ISIL, ovviamente, e dei suoi seguaci (Islamic Emirate of Afghanistan, 16.7. 2015, Eid Felicitation Message of Amir-ul-Momineen, Mulla Mohammad Umar Mujahid― Messaggio di felicitazione per Eid, di Amir-ul-Momineen, Mulla Mohammad Umar Mujahid http://shahamat-english.com/eid-felicitation-message-of-amir-ul-momineen-mulla-mohammad-umar-mujahid).

Poi, proprio a fine luglio, arriva repentina e inattesa la notizia da Kabul, quasi sponsorizzata ufficialmente anche dalla Casa Bianca della morte sotto un bombardamento già due anni fa del capo supremo dei talebani, il Mullah Omar – ma senza giurarci sopra (al New York Times, 9.7.2015, fanno  scrivere, con Rod Nordland e J. Goldtein, che Afghanistan Says Mullah Omar, Taliban Leader, Died in 2013 Il governo afgano sostiene che il leader dei talebani, Mullah Omar, sarebbe morto nel [l’aprile] 2013,  in un ospedale pakistano di Karachi, per le ferite riportate in un raid aereo americano, una volta tanto, sembrerebbe, mirato precisamente contro di lui ▬ http://www.nytimes.com/2015/07/30/world/asia/mullah-omar-taliban-death-reports-prompt-inquiry-by-afghan-government.html?_r=0) si scrive, si fa scrivere o, comunque, si pubblicaue si pub blica, que si que che “l’annuncio non chiude probabilmente in modo definitivo la questione del destino del Mullah Omar: perché, per l’ennesima volta, non viene offerta alcun prova” della sua scomparsa.

Secondo molti, anche le divisioni interne ai talebani nascono da questo motivo, sempre prendendo atto che in ogni caso la combattività delle sue truppe, pungolate e incalzate dall’ISIL, non sembra essere stata affatto intaccata o aver visto affievolire l’efficacia della sua insorgenza.

Naturalmente, la novità, se viene confermata, solleva molte questioni. E molto serie:

• Se Omar è deceduto davvero in un ospedale a Karachi – non uno qualsiasi, poi, ma un ospedale  militare – ci sono stati molti ufficiali e politicanti pakistani che, dal 2013, lo hanno saputo. Perché non ne hanno, o non ne avrebbero, mai informati gli alleati, gli americani, i nostri, i tedeschi che sono rimasti ancora lì schierati contro il Mullah Omar e, soprattutto, gli afgani? o lo sapevano bene, invece, anche loro? tutti? o alcuni sì, i pakistani, e gli afgani no? gli americani magari sì e gli italiani no?

• Se è dal 2013 che i talebani sono rimasti senza una testa, chi sono gli uomini che da allora li hanno guidati, hanno davvero lanciato e coordinato le ultime tre grandi offensive di primavera? Quest’ultima, in particolare, unica per estensione alle province del Nord afgano, che hanno tradizionalmente costituito un baluardo di resistenza e rivolta anche quando lui, Omar, era  l’emiro e presidente dell’Afganistan che aveva cacciato i russi. E’ un cambio di prospettiva importante e anche, a  modo suo, pur non ancora chiaro, qualche po’ infausto.

• E, quanto ai colloqui di pace tra governo e delegati dell’emirato, chi è il leader che ha autorizzato, spinto, sponsorizzato e alla fine approvato, un quindicina di giorni fa, alla fine del Ramadan,  il negoziato salutandolo come un passo avanti a nome di Omar? Ora un vuoto di leadership è quello che maggiormente potrebbe far saltare ogni accordo in mancanza di un’autorità che lo approvi e sia poi in grado di farlo applicare.

• Considerando che la guida dei talebani di Quetta in Pakistan ha continuato a parlare, dar ordini e lanciare messaggi in nome, per conto e con l’autorità del Mullah Omar, sicuramente i comandanti talebani sul campo non erano al corrente della morte di Omar ma ora, visto che poi al dunque sono  loro a rischiare, esigeranno la verità. E il punto è che lo sgretolamento della fiducia tra i comandanti talebani di stanza in Pakistan sarebbe ora il meglio possibile per l’ISIL e il suo insediamento nell’Asia centro-orientale.

●Alla vigilia del vertice tra i primi ministri di India e Pakistan in Russia, nel contesto del summit dell’Organizzazione di Cooperazione di Shangai, il 9 e 10 luglio, un cecchino pakistano ha provveduto a ammazzare una guardia di frontiera appena dentro i confini dello Stato indiano di Jammu e Kashmir, cercando così ancora una volta di impedire o avvelenare l’incontro. Ma non riuscendoci ancora una volta, pare, avendo le parti convenuto ancora di contenere le ripercussioni dell’incidente.

Uno dei molti analoghi e che, tutti insieme, minano l’atmosfera degli incontri, a ogni livello, tra le due parti. Facendo il gioco come sempre, più che del Pakistan però dei servizi segreti militari del Pakistan che anche così condizionano da sempre pesantemente la politica del paese (Pakistan Telegraph/Islamabad, 10.7.2015, Border guard shot dead before India-Pakistan talks, says India L’India denuncia l’assassinio da parte di un cecchino di una guardia di frontiera prima del colloquio tra India e Pakistan http://www.pakistantelegraph.com/index.php/sid/234614807).

●In Myanmar, l’antica Birmania, la Commissione elettorale nominata dal regime militare ha fissato ora all’8 novembre la data delle elezioni generali. E Aung San Suu Kyi, la leader del partito principale d’opposizione, la Lega nazionale per la democrazia birmana, conferma che vi prenderà parte, anche se il voto avrà luogo in condizioni per lo meno precarie di vita democratica per sé, per le altre opposizioni e soprattutto  col diniego – di cui lei, a dire il vero, sembra curarsi assai poco – dei diritti di cittadinanza alla minoranza dell’etnia Rohingya, emarginata, repressa e soggetta a veri e propri pogrom anti-islamici da parte della maggioranza buddista, cui la stessa signora Aung, come il resto del mondo, col suo silenzio, consente.

I Rohingya a Myanmar sono una minoranza consistente di 1 milione e 400.000 persone, il 5% della popolazione, presidente che in molti altri paesi del Sud Est asiatico e del Medioriente (The Economist, 17.7.2015, The lose-lose election - Le elezioni che sicuramente perderanno tutti http://www.economist. com/news/asia/21657809-election-myanmar-may-produce-more-questions-answers-lose-lose-election).

●In Tailandia, la Giunta militare e il parlamento che essa si è nominato ad hoc stanno decidendo, senza altre finte, di rinviare ancora le elezioni politiche che avevano pure promesso al paese di tenere entro sei mesi dal golpe. Il vice presidente dell’Assemblea designata dai golpisti, Peerasak Porchit, lo annuncia il 20 lasciando capire che la cosiddetta “road map” della giunta è stata prolungata, dice, per preparare il referendum costituzionale che dovrebbe consacrare la “legittimità” del proprio potere.

La nuova Costituzione,viene anche preannunciato,dovrebbe contenere per nome il divieto a fare politica per i due ultimi primi ministri, Thahsin Shinawatra, e per la sorella, Yingluck: divieto a vita. Alla fine, poi, i militari non molleranno la loro presa diretta sul potere fino alla scomparsa del  monarca, riverito e succube – e loro vero puntello – re Bhumibol Adulyadej, 88enne, e stramiliardario, e aver “testato” la lealtà verso di loro del successore e la completezza della purga che con loro alla testa le élites urbane stano conducendo contro mondo rurale e interessi delle popolazioni contadine rappresentate dalla coalizione degli Shinawatra (Khaosodenglish, 20.7.2015, Thai Junta Govt to Stay Until 2017― La giunta tailandese dichiara che il governo resterà al potere fino al 2017 ▬ http://www.khaosodenglish.com/detail.php?newsid=1437371207).

EUROPA  ui tra afgani idnno auqlshe cita a ìlle speranz 

 

●I nuovi dati dell’EUROSTAT mettono adesso in rilievo che l’inflazione annua nell’eurozona a giugno è scesa ancora allo 0,2 dallo 0,3% di maggio. Malgrado il programma di facilitazione quantitativa messo in atto dalla BCE da qualche mese, l’inflazione proprio non ce la fa a spingere almeno un po’ l’economia e resta lontana assai dal 2% che sarebbe l’obiettivo ufficiale dalla BCE stessa fissato. Malgrado ciò, non è che ammettono di avere del tutto sbagliato politica economica col loro sfrenato desiderio di austerità imposta alla maggioranza dei cittadini (The Economist, 3.7.2015).

●Abbiamo com’era giusto a lungo parlato, in questi ultimi mesi, del caso greco e dei precedenti ultimi – Argentina e Islanda – di fallimento internazionale che hanno portato crescita e fortuna ai paesi falliti essendosi schierati controcorrente e che hanno respinto le ricette affamatrici e nefaste della saggezza convenzionale, in realtà della piatta e sciocca propensione al masochismo degli accademici di proprietà di lor signori.

Ora, una volta tanto, non più solo Paul Krugman e Joseph Stiglitz, i grandi Nobel che, appunto  controcorrente, da sempre lo dicono e lo dimostrano con dovizia di prove, ma una reporter ricca di esperienza e anche, una volta tanto, di conoscenze non orecchiate e supinamente piegate ai presuntuosi in questioni di finanza, spiega estesamente e dettagliatamente sul NYT di Come l’Islanda è uscita dal congelatore (New York Times, 3.7.2015, Jenny Anderson, ―How Iceland Emerged from its Deep Freeze http://www.nytimes.com/2015/07/05/business/international/how-iceland-emerged-from-its-deep-freeze.html?_r=0) e spiega che ora, dopo il default e il ripudio del debito, qui “la disoccupazione è scesa al 4%, il FMI predice per quest’anno una crescita del PIL al 4,1% e il turismo è in pienissimo boom”.

E il paese, ancora in fase di rigidissimo controllo del movimento dei capitali è andato anche sperimentando il più lungo periodo di crescita sostenibile, sena scatenare l’inflazione, della sua storia recente e ha ricominciato a investire all’interno, essendosi liberato in pratica con un colpo di penna, e dicendo di andare a quel paese al FMI, del fardello che da anni era ridotto a trascinarsi dietro: pagare, senza mai riuscire neanche a cancellare il debito principale accumulato, un esorbitante interesse sul debito.

E è vero che Islanda e Grecia non sono la stessa cosa: una popolazione, questa, di 320.000 persone a fronte di una di 11 milioni e a un PIL di 242 miliardi di $, 16 volte quello dell’Islanda. E, poi, certo, l’Islanda aveva comunque la sua moneta, la corona...

●Nella sua ostinata, pervicace e probabilmente – per ignoranza di chi magari qualche volta anche qualcuno nome famoso scrive e del partito preso patriottardicamente ossequioso dell’editore verso lor signori, diciamo per mantenersi dentro il mainstream della saggezza convenzionale e, quindi, della propaganda molto poco innocente per il concetto dell’ “austerità” rigorosa tanto più quanto più uno non è ricco e potente, il NYT persiste comunque, anche lasciando spazio, di tanto in tanto, magari come alibi, a voci contrarie.

Non è la prima volta che insiste, e ora in prima pagina, a sottolineare l’effetto limitato se non irrilevante delle politiche monetarie delle Banche centrali, dell’eurozona e fuori, che dice hanno “speso trilioni  di $ e/o di €” nel tentativo di risolvere problemi che anche 10.000 miliardi di $ non possono invece risolvere”. E’ la “pantagruelica somma” che Fed, BCE, BoE, BoJ ma anche la Banca della Federazione russa hanno speso negli anni recenti tentando di stimolare le loro economie e di combattere la crisi finanziaria(New York Times, 29.6.2015, P. Eavis, Loads of Debt: A Global Ailment With Few Cures Stracarichi di debiti: una malattia globale [ma mica tanto, poi...] con pochi rimedi http://www.nytimes.com/2015/06/30/business/dealbook/trillions-spent-but-crises-like-greeces-persist.html).

L’unico problema di questa tesi è, guarda un po’, che è fasulla. Perché quelle somme pantagrueliche non le hanno affatto spese, le Banche centrali; le hanno prestate, soprattutto comprando buoni di Stato o mettendole a disposizione all’1% e meno di interesse alle banche che si sono guardate bene dal metterle davvero a interesse basso a disposizione dei clienti: imprese e consumatori. E è importante perché prestare è sempre un modo molto più indiretto di stimolare un’economia che spendere.

Si suppone che crediti aperti da – e prestiti de – lle Banche centrali servano a stimolare la crescita abbassando i tassi di sconto. Il che recita quella saggezza lì, quella convenzionale di lor signori e degli accademici loro serventi, incoraggia a chieder prestiti sia i privati che il pubblico. Il che spiega bene l’aumento del debito di questi anni. Anche se i tassi di interesse per lo più restano molto bassi; meno dell’1% addirittura per il Giappone, anche se il paese ha un rapporto debito/PIL molto sopra il 200%. Perché è il tasso stesso di interesse anche sul debito a lungo termine che è qui sotto l’1%. Il che dimostra che far debiti, a qualcuno almeno, può quasi costare niente...

●Forse, parlando ormai all’immediata vigilia del referendum greco e del suo default probabile, così come dell’uscita dal paese dall’eurozona, forse è il caso di mettere bene in evidenza che uscire dall’eurozona non equivale affatto ad uscire dall’euro... Anche  se, ovviamente, cresce la convinzione che questo euro stia distruggendo se non che abbia già addirittura distrutto il sogno e la visione che era alla base dell’Unione europea. Il punto, però, è quello lì: che dire no all’eurozona non vuol dire di per sé dire no all’euro.

Almeno nel senso che è messo in evidenza dall’ennesimo errore del WP che, proprio come il fratello maggiore, il NYT, malgrado il prestigio meritatamente acquisito (ai tempi del Watergate contro Nixon l’uno e con la pubblicazione delle carte segrete del Pentagono l’altro, contro chi aveva voluto la guerra del Vietnam), ha poi acquisito l’abitudine – talora addirittura criminale, talaltra solo imperdonabilmente sciatta – di dare in pasto ai propri lettori quasi come fosse un dovere patriottico la propaganda di Stato o colossali e mai provate frescacce.

Ora, scrive in questo caso solo sciattamente o per pura ignoranza, illustrando l’assunto addirittura con un mappa: del tutto sbagliata perché, mostrando i paesi che in Europa usano come propria moneta l’euro non include anche paesi che sicuramente utilizzano la moneta unica come San Marino, la Città del Vaticano, Andorra e, soprattutto, Montenegro e Kosovo: che non sono nell’eurozona, si intende, ma hanno l’euro comunque come moneta di uso corrente e ufficiale.

Ed un fatto molto importante non certo sfuggito all’attenzione di Atene anche se a Francoforte e Bruxelles sembrano invece, come l’A. citato, avere scordato che né Commissione, né Eurogruppo, né Banca centrale possono imporre di non usare una moneta o un’altra – anche lo yen o il dollaro, come l’euro, volendo – a nessun paese sovrano ― a meno di fargli la guerra e costringerlo. Insomma, la decisione di forzare la Grecia fuori dell’eurozona e perfino dell’Unione europea, la possono anche prendere a Bruxelles, a Francoforte, a Berlino.

Ma fuori dell’euro può decidere di andarci, se lo decide, solo la Grecia e i referendum neanche lo ipotizza, poi, affatto (Washington Post, 30.6.2015, 7 questions about Greece’s huge crisis 7 domande sulla grande crisi della Grecia https://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2015/06/30/7-questions-about-greeces-huge-crisis-you-were-too-embarrassed-to-ask/?hpid=z1). E se, però, continuasse a utilizzare l’euro ma sfuggendo come fanno già, in discreta misura, alle norme restrittive imposte dall’eurozona, Montenegro, Kosovo e Vaticano?

●Altro ragionamento che è venuto sviluppando, e documentando, passo per passo, e che qui abbiamo cercato di riferirvi anche noi quasi passo per passo, il Nobel Paul Krugman, si aggiunge oggi una nuova considerazione. Fa notare, ancora una volta, l’economista americano (New York Times, 29.6.2015, P. Krugman, The Awesome Gratuitousness of the Greek Criisis La sconvolgente gratuità [la si sarebbe potuta evitare con poco: sarebbe bastato un cambio di policy] della crisi ellenica http://krugman.blogs. nytimes.com/2015/06/29/the-awesome-gratuitousness-of-the-greek-crisis) come “nel 2007 la Grecia avesse un debito pubblico leggermente sopra il 100% del PIL – elevato, sicuro, ma non proprio fuori linea rispetto a quelli di molti altri paesi, compresa per esempio la Gran Bretagna che è andata avanti per decenni se non per generazioni di seguito a quei livelli.

E aveva un deficit di  bilancio, sempre nel 2007, del 7% del PIL. Se consideriamo che tempi normali implichino una crescita più o meno del 2% con un 2% anche di inflazione, un deficit del 4% del PIL sarebbe in linea con un rapporto stabile debito/PIL, con scarto di bilancio, dunque, intorno ai 3 punti percentuali: non poco ma un buco non impossibile poi da annullare. Ora, è vero, il FMI dice che il deficit strutturale era molto più vasto, stimando addirittura – stima che io [Krugman] considero del tutto incredibile... – avrebbe operato addirittura al 10% oltre le proprie capacità [definite come il prodotto totale che un’economia nel suo complesso – capitale, lavoro, macchinario e ogni altra risorsa disponibile riesce a sfornare – tutto compreso].

Insomma, sì, la Grecia spendeva più di quanto guadagnasse, ma non più di tanto. Era sovra-indebitata ma, ancora una volta, non poi di tanto. Ma, allora, come si è trasformato questo in una catastrofe che ha visto, tra l’altro, il debito salire oltre il 170% del PIL malgrado misure feroci di tagli alla spesa e di austerità?

La responsabilità, ovvia, è della camicia di forza dell’euro, insieme a un’inadeguata prassi di espansione monetaria nell’eurozona. Ma è questa, allora, la vera questione di fondo. Se l’Europa, come è oggi organizzata e strutturata, può trasformare un problema di ordine fiscale di portata media in un simile incubo, il sistema com’è è fondamentalmente incapace i funzionare”. Oggi per la Grecia... Domani?

●Domani si vedrà. Intanto, e al solito, il solito NYT, dopo aver a lungo ponzato sulla ricaduta della dura vendetta tedesca sulla Grecia che, dopo il gesto iniziale di sfida sembra aver costretti gli ellenici  al disarmo e alla resa, piange anche sulla sorte meschina in arrivo per francesi e italiani.

Infatti (New York Times, 16.7.2015, S. Erlanger, Greek Debt Crisis Highlights Fractures in European Union La crisi del debito greco mette in evidenza le profonde fatture dell’Unione europea [titolo facile: come dire che i milioni e milioni di bimbi e ragazzi americani che soffrono ogni giorno la fame – proporzionalmente quattro volte più i neri dei bianchi – una cosa che a noi sembra più grave, guarda un po’, perfino del debito, mettono in evidenza le profonde fratture della società americana: scoperta tanto banale quanto di tutta evidenza, no?] http://www.nytimes.com/2015/07/17/world/ europe/greek-debt-crisis-highlights-fractures-in-european-union.html?ref=world&_r=0#); e Huffington Post, 21.7. 2015, A.P., Kyle Potter, More U.S. Children Are Living In Poverty Than During The Great Recession ― Sono di  più adesso di quanti fossero nella Grande Recessione i bambini americani che vivono in condizioni di miseria http://www.huffingtonpost.com/2015/07/21/children-poverty-great-recession_n_7841576.html).

I due paesi sentenzia “devono fare i conti con alcuni degli stessi problemi dei greci: crescita debole, disoccupazione giovanile, mercati del lavoro rigidi, burocrazie pubbliche gonfiate e, in sintesi, un sistema di welfare e previdenza sociale ormai troppo generoso ora che la gente vive più a lungo”.

Solo che non sa, né può, documentare affermazioni di questo tipo. Secondo il Fondo monetario internazionale (IMF/Washington. D.C., World Economic Outlook, 4.2015, Report on Selected Countries and Subjects ▬ http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2015/01/weodata/weorept.aspx?pr.x=72&pr.y=9&sy =2010&ey= 2017&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=136%2C132%2C134&s=NGAP_NPGDP%2CPCPIEPCH%2C GGSB_NPGDP%2CGGXONLB_NGDP%2CBCA_NGDPD&grp=0&a=) la Francia ha, infatti, un deficit strutturale di bilancio del 2% del PIL, l’Italia addirittura solo dello 0,3% del PIL.

Deficit del genere sono sostenibili, dicono tutti quelli che ne capiscono qualcosa, pressoché indefinitamente, anche se al momento entrambi i paesi devono sostenerli più alti a causa di una strutturazione economica che li tiene sotto performance, sotto occupazione, sotto consumo e sotto produzione (il concetto di sottoperformance è stato elaborato dallo stesso FMI ed è basato sullo standard di produzione medio rispetto a quello che sarebbe stato in condizioni di attività normale e non artificialmente depressa dalle politiche austeriane dettate con il consenso dello stesso Fondo).

Il che suggerisce, a dir poco, ma in realtà proprio dimostra, che la principale fonte dei problemi di bilancio francesi e italiani è la politica di bilancio di pura contrazione imposta nell’eurozona tutta dalla volontà dei tedeschi e della BCE e non dalla spesa complessiva del welfare.     

●Quel che si è visto, già dopo cinque minuti di scrutinio  ad Atene, è che i greci avevano detto no alla proposta che era arrivata da Bruxelles. I greci avevano scoperto tre giorni prima delle elezioni che, a quattro giorni dal voto, il Fondo monetario mantenendo ferma, si capisce, la sua condanna del governo greco e della sua opzione per il no, se ne esce affermando papale papale e con una faccia tosta francamente anche un po’ oscena che, però, Tsipras ha in effetti ragione. In un conciso e eloquente Rapporto interno, di studio e non di policy, quella non spetta a studiosi e ricercatori ma a politici come i rappresentanti del Direttivo e la segaligna/spigolosa Lagarde, un falsa tecnica che somiglia, con qualche kilo di meno, ma è meno “tecnica”  della nostra Fornero.

Il Rapporto stilato da qualche giorno ma diffuso sadicamente solo adesso, il Fondo monetario ammette chiaro – non si può usare altro verbo, davvero – che la Grecia profondamente colpita dalla crisi e che ha dovuto sopportare cure da cavallo austeriane a go-go, ha bisogno di almeno 60 miliardi di € di fondi extra nei prossimo triennio e, soprattutto, di una riduzione massiccia del debito in grado di creare pr la Grecia “un po’ di respiro” e di stabilizzare l’economia.

Secondo il FMI, la Grecia – dal punto di vista puramente tecnico, del poter fare, dovrebbe usufruire di un periodo di grazia, come si dice in gergo, di 20 anni prima di dover procedere a qualsiasi ulteriore pagamento del debito, sia per gli interessi[3] che per il capitale iniziale; e che, in realtà, il pagamento finale non dovrebbe aver luogo prima del 2055. Adesso avrebbe bisogno di 10 miliardi di € per sopravvivere – dicono – ai prossimi mesi e poi subito di altri 50 miliardi comunue non di dovrebe procedere a ripagare il debuit om – da un punto di vista n realtà ue (Guardian, 2.7.2015, P. Inman e L. Elliott, IMF says Greece needs extra €60bn in funds and debt relief L’FMI afferma che la Grecia ha effettivamente bisogno di 60 miliardi di € di finanziamento [immediato] e di una [significativa] riduzione del debito http://www.theguardian.com/business/2015/jul/02/imf-greece-needs-extra-50bn-euros; e, per il testo del Rapporto del Fondo, cfr. IMF Report, 15/65, 26.6.2015 – ma reso pubblico solo ora... e proprio casualmente? – Preliminary Draft Debt Sustainability – Analysis Analisi - Bozza preliminare sulla sostenibilità del debito [greco... aggettivo che, però, non viene neanche menzionato nel titolo, gli ipocriti! anche se le 24 pagine fitte e le tabelle del Rapporto, al dunque, solo di questo parlano] ▬ http://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2015/cr15165.pdf).

Insomma, il voto in Grecia non ha risolto il problema: lo ha rilanciato. E qui, adesso, davvero si parrà... più della nostra che della loro nobilitate e capacitate, per dirla on chi sapeva pesare bene le proprie parole...

Per ora l’ultima – ma forse non proprio ultima... poi – ci sembra utile, forse anche doveroso, lasciarla a Krugman, che a due ore dallo scrutinio scriveva già sul suo blog del NYT, che L’Europa vince (New York Times, 5.7.2015, P. Krugman, Europe Wins ▬ http://krugman.blogs.nytimes.com/ 2015/07/05/europe-wins/?_r=0).

Tsipras e Syriza hanno vinto il referendum alla grande, rafforzandosi la mano per ogni evenienzsa prossima ventura. Ma non sono gli unici che hanno vinto: io sosterrei che hanno vinto alla grande anche l’Europa e l’idea stessa d’Europa― almeno nel senso di aver schivato il fuoco del plotone d’esecuzione.

Lo so che non è come la vede la maggioranza. Ma pensateci in questo modo: siamo appena stati i testimoni di una Grecia che ha fatto fronte a una campagna realmente vile di bullismo e intimidazione, il tentativo di terrorizzarne l’opinione  non solo perché accettasse e ingoiasse le pretese dei creditori ma anche a liberarsi del loro governo. Si è trattato di un momento di pura vergogna nella storia moderna d’Europa che, se fosse riuscito a passare, avrebbe creato un gran brutto precedente.

Ma non è passato. Non c’è bisogno di essere innamorati di Syriza, o di essere convinti che sanno quello che fanno – non è chiaro del  tutto che poi lo sappiano, ma la troika ha mostrato di capirne molto di meno – per credere che le istituzioni europee siano appena state salvate dalle conseguenze dei loro istinti peggiori. Perché, se la Grecia fosse stata obbligata a mettersi in riga dalla campagna terroristica di paura che le avevano scatenata contro, l’Europa avrebbe peccato in modo tale da sputtanarsi per intere generazioni. Così invece si è trattato di un comportamento che potremmo, forse,  all’evenienza, considerare ora solo un’aberrazione.

E, se la Grecia finisse con l’uscire dall’euro? C’è, in effetti, ora, una ratio piuttosto solida per la Grexit― ma è necessario partire dalla considerazione che, in ogni caso, la democrazia conta  poi di più di qualsiasi arrangiamento di ordine valutario”.

Richard Wolff, altro economista americano di vaglia e fama internazionale per aver da  tempo avuto ragione proprio perché rifiuta e combatte le loro analisi convenzionali e tanto più le ricette bislacche per cui per guarire un malato bisogna cominciare col dissanguarlo, scrive sempre a caldo  Ma poi sceglie di valorizzare la dimensione tutta politica della vittoria di Tsipras e della sconfitta di Merkel. Qui traduciamo e, in parte, per ragioni di sintesi, lo parafrasiamo (R. Wolff, Democracy at  work blog, 6.7.2015, 1:18, Comments from Greece voting results Commenti sui risultati del voto in Greciardwolff@att.net). 

Wolff comincia col far rilevare che Syriza ha detto chiaro di voler restare in Europa e nell’eurozona. Cosa che ha detto di volere per la Grecia anche Merkel. Il problema è che le condizioni dell’una e dell’altra per starci sono diverse e in conflitto e questo è sempre stato e rimane il problema. Se ci sarà ora la Grexit, Merkel ne incolperà Syriza e viceversa.

Adesso quel che è cambiato davvero è che, trovandosi la mano forzata da Tsipras che ha offerto Syriza come il partito che metterà fine all’austerità, il partito che nel 2012 aveva preso il 4% dei voti è passato in sei mesi dal 35 al 60% del voto popolare e Merkel ha definitivamente affossato la destra greca e fallito nel tentativo di affossare invece la sinistra e di ridar fiato ai suoi amici austeriani a spese altrui. Ora l’America e Hollande cercheranno di convincerla a evitare il contagio dell’OKI in altri paesi, cosa che temono per differenti ragioni.

Ma saranno soprattutto i tedeschi al dunque a deciderlo. Sullo sfondo resta sempre, forse, la carta di riserva dei militari per risolvere il problema dal di dentro. Carta che, all’interno della NATO qui è stata già tentata coi colonnelli negli anni ’70 e altrove è stata preparata e approntata a scattare col nome di copertura di Gladio/Stay Behind per quasi quarant’anni, fino allo scioglimento negli anni ’90 quando venne a galla con clamore e giusto scandalo per soffiate, casuali o volute, di Tambroni, Moro e Cossiga.

Carta, però, resa adesso anche molto meno agibile e pensabile proprio dalla vittoria di Syriza... Anche se – a qualche patriota di quelli che, con copertura del tutto illegale NATO, avrebbero fatto il golpe in Italia se alle urne avesse vinto democraticamente un pericoloso eversore come Berlinguer, nominalmente sempre comunista, ancora negli anni ’70 – ci sarebbe chi si lascerebbe ancora tentare magari dal distruggere la Grecia come l’Ucraina per salvarla da Mosca[4]...

Non ci sono altre fonti a surrogare questa curiosa “fischiata”, ma la voce diventa presto, come si dice, virale ad Atene e Salonicco, anche se la gente poi reagisce per lo più domandandosi retoricamente, poi, cosa ci sia davvero di nuovo nelle mormorazioni sponsorizzate da uno come Murdoch...

Dice che il referendum è stato un voto complesso e confuso. Ed è stato di certo così, ma è stata anche e insieme una stupefacente e chiara vittoria politica di Syriza. Ha manovrato meglio e ha battuto Merkel proprio mentre coi suoi si autocongratulava “per aver tenutousti nhuovi venuti inefficaci attori poli tifi <tsipras e >Vafrioufakis . i loo post i ci subordinati otali” al loro posto di meri subordinati questi nuovi venuti― Tsipras e Varoufakis”. E ora questa vittoria potrebbe ramificarsi  un po’ in tutta Europa. O così, forse, era sembrato essere.

Per questo, a guardar bene, Schäuble si è scatenato con un blitz che pare aver rovesciato il tavolo. Ma preparando la fine a termine e probabilmente a breve per il progetto europeo. Perché ha dimostrato a tutti che esso è in grado di vivacchiare, non più ormai di vivere, e solo se tutti dicono al più forte – e sempre anche se a termine e anche a breve saranno ormai guai veri per la Grecia, per lui stesso e per la stessa Europa.

●Forse perfino un pessimista razionale come Krugman stavolta si era illuso quando aveva  scritto che l’Europa ha vinto. Non passano, infatti, più di tre-quattro giorni e anche lui, obbligato a prender atto della morsa di ferro tedesca che vuole punire la Grecia perché è peccatrice (c’è sempre da ricordare che da Lutero in qua i tedeschi chiamano il debito con la stessa parola che usano per chiamare di peccato― Schuld, scordandosi sempre che a loro, e per ragioni solo politiche, l’hanno cancellato del tutto nel 1953 il debito/peccato schiacciante che avevano nei confronti del resto del mondo cui avevano imposto la  guerra di Hitler.

(Tra parentesi qui, lo ricorda, puntuale, l’economista francese Thomas Picketty, l’Autore ormai arcifamoso de Il Capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano,  2015, in un’intervista estremamente dura ma motivata a un grande giornale tedesco (Die Zeit/Amburgo, 27.6.2015, Deutschland hat nie bezalt! No, la Germania non ha mai pagato! http://www.zeit.de/2015/26/thomas-piketty-schulden-griechenland/ komplettan  sicht). Dice all’intervistatore  

della gran voglia che ha di mettersi a ridere in faccia ai tedeschi quando li sente rivendicare la loro fermissima postura morale sul debito e ricordare quanto siano convinti che i debiti vanno sempre ripagati. Si tratta di una colossale stro**ata! Perché la Germania è il paese che al mondo non ha mai – mai! – ripagato i suoi debiti. E, dunque, non ha alcuna reputazione storica cui rifarsi sul serio per mettersi a predicare niente sul tema proprio a nessuno).

In effetti, la Germania è il miglior esempio di un paese che nel corso della propria storia non abbia mai ripagato il debito estero che ha contratto. Non dopo la prima guerra mondiale e non dopo  la seconda. Ma è spesso riuscita a far pagare gli altri,  come dopo la guerra franco-prussiana del 1870 qqaquando pretese massicce riparazioni dalla Francia e nei fatti le ottenne. Lo Stato francese ha sofferto per decenni sotto il fardello di questo debito. Ma è la storia stessa dei debiti pubblici a essere piena di ironia e assai di rado segue i criteri normali, nostrani, di ordine e di giustizia( per il testo completo, tradotto in inglese, dell’intervista di Piketty allo Zeit, cfr. Zerohedge.com, 6.7.2015, Piketty: la Germania non ha mai rimborsato i suoi debiti. E non ha alcuna credibilità a impartire, quindi, le sue prediche  ad altri paesi ▬ http://www.zerohedge.com/news/2015-07-06/piketty-germany-has-never-repaid-its-debts-it-has-no-standing-lecture-other-nations)).

Fuori parentesi adesso, nuovamente, e tornando a Krugman (col New York Times, 12.7.2015, P. Krugman, Disaster in Europe http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/07/12/ disaster-in-europe/?_r=0) scrive:

E’ chiaro che adesso le notizie dall’Europa sono terribili, con grande confusione profusa a piene mani su quel che va poi esattamente accadendo. E, allora, vi dico come io sto vedendo questa maledetta storia, anche se non ho fatto alcuna mia indipendente ricerca di informazioni.

1. Qualche tempo fa, Tsipras si era lasciato convincere, pare, che l’uscita dall’euro fosse del tutto impossibile. Sembra che non abbia neanche predisposto alcun piano contingente di una moneta parallela (e spero proprio di scoprire che invece non sia così). Questo lo ha lasciato in una posizione negoziale senza speranza. E comincio a sentir dire da chi dovrebbe saperne qualcosa che lui, Tsipras, sperasse di perdere il referendum del 5 luglio: la scusa di cui avrebbe avuto bisogno per capitolare.

2. Ma alla Germania non basta la pura e semplice resa di fatto, vuole anche il cambio di regime e l’umiliazione totale della Grecia ― e viene fuori che c’è, in Germania, una sostanziale fazione che vuole semplicemente cacciare via la Grecia e salutare invece uno Stato in pieno e conclamato fallimento come avvertimento per tutti gli altri.

3. Non so se un qualche tipo di accordo possa venire a questo punto approvato. Ma anche se fosse così, quanto potrebbe durare?

Il punto è che tutti quei saggi che affermano come una Grexit sia impossibile, perché porterebbe all’implosione totale non sanno di quel che parlano. Dicendo così, non voglio dire che abbiano necessariamente torto― io credo di sì, ma chiunque su questo tema sia sicuro di qualcosa è un illuso. Quel che invece asserisco è che nessuno al mondo ha un’esperienza concreta di questo tipo di cose. Colpisce che tutta la saggezza convenzionale continui a leggere, sbagliando, il parallelo più vicino a questo, l’Argentina del 2002. La narrativa che sfornano abitualmente è del tutto errata: la de-dollarizzazione non causò il collasso economico: arrivò dopo, invece, e la ripresa cominciò molto rapidamente.

A questo punto, le alternative sono tutte terribili, grazie anche all’imperizia del governo greco, certo, ma molto più seriamente, alla totalmente irresponsabile campagna di intimidazione dei tedeschi e dei loro alleati. E credo proprio di doverlo dire: se adesso Merkel non trova miracolosamente un modo per offrire un piano d’azione molto meno distruttivo di quelli di cui si sente dire, una Grexit, per quanto terrificante poi sia, sarebbe meglio”.

E in un secondo, più breve, commento – quasi uno sfogo – redatto a ruota, sempre per il NYT, Krugman poi conclude:

Mettiamo pure che consideriate Tsipras un cretino. Che vogliate vedere Syriza cacciato dal potere. Mettiamo pure che siate pronti a spingere questi grandi scocciatori che sono i greci fuori dell’euro. Bene, anche se fosse tutto vero, la lista delle pretese dell’eurogruppo è pura follia. L’hashtag di tendenza― ThisIsACoup― QuestoÉUnGolpe, è assolutamente azzeccato. Qui andiamo ben oltre il duro, nella vendetta pura, completa di distruzione della sovranità nazionale e senza speranza alcuna di qualche sollievo. E’ presumibile che questa offerta venga avanzata come un’offerta che la Grecia non possa proprio accettare; ma, anche così, si tratta di un tradimento grottesco di tutto quel che il progetto europeo si pensava significasse.

C’è qualcosa in grado di tirare via l’Europa dall’orlo di questo baratro? Girano voci che Mario Draghi stia cercando di reintrodurre in tutto il processo almeno una qualche dose di buonsenso, che Hollande stia finalmente tirando fuori un po’ di spina dorsale opponendosi all’economia da operetta morale dei tedeschi, quel po’ di fermezza che finora non aveva sicuramente mostrato in passato. Ma il fatto è che gran parte del danno ormai è stato fatto. Chi mai si fiderà più delle buone intenzioni tedesche dopo tutto questo.

In un certo senso, le questioni dell’economia sono diventate quasi secondarie. Pure, facciamo un po’ di chiarezza: quel che abbiamo  imparato in queste due ultime settimane è che, se sei  dentro l’eurozona, i creditori possono distruggere la tua economia come ti metti fuori riga. E questo non ha niente a che fare con  l’economia  sottostante all’austerità. E, adesso, vedono tutti quanti tengono gli occhi aperti che è ancor più vero come una dura politica austeriana senza la riduzione del debito è una condanna a morte qualsiasi sia il grado di sacrificio che un paese sia disposto poi a tollerare. Il che poi vuol dire che anche la capitolazione totale della Grecia  sarebbe una via snza uscita

Ma la Grecia può riuscire a venirne fuori con un’exit di successo? La Germania potrebbe bloccare una sua ripresa? (lo so, certo, questo è proprio il tipo di domanda che, negli ambienti per bene della saggezza convenzionale, bisogna sempre evitare di porre).

Ma il progetto europeo [non quello monco di oggi, impiccato solo alla, e dalla, moneta unica] – il  progetto dell’Unione europea che ho sempre lodato e sostenuto – ha ricevuto un terribile colpo forse anche fatale. qualsiasi sia quel che pensiate di Syriza e della Grecia, la colpa di questo   fallimento non è proprio dei greci((New York Times, 12.7.2015, P. Krugman, Killing the European Project L’assassinio del progetto d’Europa http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/07/12/killing-the-european-project).

●In sostanza, mentre tutto intorno al palazzo del parlamento in piazza Syntagma― Βουλή των Ελλήνων― translitterato in Voulí ton Ellínon, volano le bottiglie molotov, e si moltiplicano le manifestazioni, anche comprensibilmente abbastanza violente, di chi si sente adesso “tradito” da Tsipras, una nuova del tutto spuria maggioranza formata dal non poco che resta, turandosi il naso,  di Syriza (votano no o non sono presenti con uguale effetto 38 deputati su 149 eletti: il plenum essendo di 300 parlamentari) e dalle destre accetta di votare un pacchetto eccezionalmente duro di misure economiche (The Economist, 17.7.2015, Tsipras’s new impromptu majority - Hemlock, not champagne La nuova maggioranza accozzata da Tipras - Cicuta e non champagne http://www.economist.com/news/europe/21657843-term-set-greeces-creditors-raise-more-questions-answers-hemlock-not-champagne).

Come pre-condizione per poter accedere poi a un nuovo pacchetto di salvataggio d 86 miliardi di € “offerto” dai partners dell’eurozona dominati da Schäuble e Merkel. Il primo ministro dichiara che è d’accordo con la più recente e spregiudicata valutazione del Fondo monetario ma, in fondo, anche della BCE – che, senza un drastico abbassamento del fardello del debito estero, per la Grecia non c’è  comunque salvezza – ma anche che piegarsi è l’unico modo per tenerla a galla nell’immediato e per qualche tempo  nell’euro (altrimenti la costringerebbero a uscire dalla moneta unica).

L’uscita dall’euro non era, in effetti, quanto dieci giorni prima, chiedendo il no al referendum, Tsipras aveva promesso al paese― ma senza specificare che, appunto, avrebbe dovuto dir signorsì ai padroni d’Europa. Ci saranno, comunque, aumenti di tasse che, dice, saranno solo sui redditi alti (ma chi ci crede, ormai?), tagli e strette alle pensioni, privatizzazioni che però non cercheranno diritti di proprietà all’estero ma, ancora e sempre, chi ci crede ormai?  

●Il primo test, duro, della propria credibilità – la merce più preziosa in dotazione a una Banca centrale, dicono tutti, basata sull’indipendenza in realtà poi sempre fittizia perché i vertici di una qualsiasi Banca centrale sono tutti e sempre poi di nomina politica – tocca ora, subito dopo il referendum greco, alla BCE: rinnova – come le impone lo Statuto e il mandato che ha – o non rinnova – come le chiede di fare il falco del suo direttivo, il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann – la provvista di liquidità d’emergenza alle banche greche?  

Alla fine lascia per qualche giorno dov’è, a 89 miliardi di €, la fornitura ad Atene di liquidità d’emergenza. Perché si rendono conto perfino a Francoforte di essere obbligati a farlo. Per le considerazioni che, documentandole, avanza ad empio un blogger cui siamo sempre attenti, mai banale e sempre informato (C. Clericetti, Repubblica, 6.7.2015, BCE alla prova di indipendenza http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2015/07/06/bce-alla-prova-di-indipendenza).

Perché per Statuto è tenuta a dare liquidità, come prestatore di ultima istanza (il compito di una Banca centrale), alla sola condizione che “ci sia la solvibilità delle banche in questione”. Nel caso della Grecia, e niente affatto paradossalmente, le banche sono di certo solvibili. Lo  dicono economisti autorevoli di ogni estrazione ideal-ideologica e lo documentano atti tutti ufficiali. Per esempio, ome scrive alla London School of Economics e del CEPR― il Centro di Ricerche Politiche Europee  di Bruxelles (VOX/il portale del CEPR, 3.7.2015, Paul De Grauwe, Greece is solvent but illiquid: Policy implications La Grecia è perfettamente solvente ma non ha liquidità: implicazioni politiche http://www.voxeu.org/article/ greece-solvent-illiquid-poicy-implications#.VZkFZAl9R8s.facebook). Dice seccamente che

il debito greco non solo ha una maturità (che significa grosso modo il termine medio di scadenza) più lunga degli altri paesi dell'eurozona, ben 16 anni (e questo è un primo vantaggio); ma ha anche un costo estremamente ridotto, intorno al 2% del Pil. Questo significa in pratica che il suo livello al 180% del Pil è solo nominale, perché pesa in realtà come se fosse la metà. E questo comporta che basterebbe una crescita nominale (ossia crescita reale più inflazione) del 2% per  stabilizzarlo, mentre superando quella soglia comincerebbe a scendere.

Sembra che, nel durissimo scontro avuto col superfalco tedesco Schäuble, nelle ore prima dell’accordo che andrà adesso – se passa all’approvazione finale del parlamento greco ma anche di altri – tedesco, finlandese che dopo quello di Atene votano il loro sì, tutti con defezioni importanti, il 17 luglio e altri ancora – in Europa, lo stesso Draghi gli abbia ricordato che è solo sulla solvibilità delle banche greche e non sulla loro liquidità che la BCE deve alla fine decidere provocandone la domanda irritata “se lo stesse prendendo per scemo” e ricevendone – pare proprio – l’altrettanto irrituale e anche più secca risposta che forse “scemo no, ma tecnicamente ignorante su quel che postulano mandato e Statuto della BCE, sì”...

In una maniera, o in un’altra, comunque, e con non poca irritazione, Draghi si è poi dovuto piegare – sembra proprio – all’imposizione  dettata da Schäuble, forzando il mandato― non un euro d’emergenza oltre il già deciso. E , al momento, non ha osato sfidarlo – in fondo il potere politico è suo, anche se non lo è il diritto,a cui anche il probo Wachhund – il  cane da guardia dell’euro – è ligio in  fondo solo se gli fa comodo.  

Sempre sulla solvibilità, si pronuncia poi un economista liberista nostrano – si fa per dire – che ha pure tentato, con Oscar Giannino, la strada politica alle ultime europee nel tentativo, fallito, di convincere gli italiani a quello che loro ritengono essere il paradiso liberista senza lacci e lacciuoli all’americana neo-lib, il prof. Luigi Zingales, che insegna all’università di Chicago (Europa o No, 21.6.2015, Grexit: a political, not economic problem Grexit: problema politico, non economico http://europaono.com/ 2015/06/21/zingales-grexit-political-problem-not-economic-problema-politco-non-economico). Anche lui, apartire dal titolo stesso, dice subito come la vede: intanto, da pochi mesi le banche greche hanno superato gli ‘stress test’ della BCE, dunque la domanda sulla solvibilità non dovrebbe neanche porsi.

E puntualizza anche un altro fatto pressoché ignoto: “pochi sanno come oggi la Grecia sia l’unico paese dell’eurozona a non beneficiare delle facilitazioni quantitative perché la BCE possiede titoli greci al di sopra del limite. Visto che il limite è stato deciso a gennaio 2015, quando la BCE deteneva già questi titoli, si capisce che lo hanno scelto apposta per escludere la Grecia”.

Infine, il blog di Carlo Clericetti segnala tempestivo alla nostra attenzione come anche Charles Wyplosz, economista francese che insegna all’università di Ginevra e dirige proprio il CEPR sopra citato, richiama durissimo la BCE al suo dovere statutario di svolgere appieno il suo ruolo di prestatore di ultima istanza senza piegarlo né piegarsi, pena l’irrimediabile sputtanamento della propria pretesa fondante anche se solo formale di autonomia a considerazioni di ordine politico dei propri effettivi padroni. O se no a osare dichiarare la sua effettiva e reale subordinazione. Che, però, deve poter, anche se appunto solo formalmente, poter proclamare (VOX, 29.6.2015, C. Wyplosz, Grexit: The staggering cost of central bank dependenceGrexit: il costo schiacciante della dipendenza [politica] delle banche centrali http://www.voxeu.org/article/grexit-staggering-cost-central-bank-dependence).

Provando ora – sulla base delle informazioni che a metà luglio ci sono e delle considerazioni che a questo punto ci sembrano possibili – sembra francamente anche a noi che quella che, alla fine, e sotto strangolamento del boia tedesco a Bruxelles, con gli altri di fatto solo notarilmente a prenderne atto, Tsipras si è rassegnato a sottoscrivere sia una nuova versione dell’esiziale pace di Versailles: quella che alla fine della prima guerra mondiale impose alla Germania la vessazione dei vincitori sui vinti e seminò il terreno per Adolf Hitler e il suo revanscismo.

I paesi del Nord Europa, con alla testa una Germania trascinata all'intransigenza dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, impongono alla Grecia condizioni per evitare il crack  definitivo che equivalgono al trattato di resa senza condizioni di un paese sconfitto in una guerra” (l’analogia è sviluppata nel blog di Clericetti appena citato, cfr. C. Clericetti, Repubblica, 13.7.2015, La Versailles della Grecia http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2015/07/13/ la-versailles-della-grecia).

Questo accade all'interno di una entità politica che ha il nome, che ormai suona grottesco, di ‘Unione’. I greci non solo devono accettare i provvedimenti che sono sulla stessa linea di quelli che hanno ridotto il paese in uno stato miserevole, ma devono farlo subito, nel giro di poche ore; inoltre dovranno conferire beni pubblici per un valore di 50 miliardi, un’enormità per un’economia di quelle proporzioni, in un Fondo sulla cui gestione appare chiaro che non avranno alcuna voce in capitolo e i cui introiti saranno gettati nel pozzo senza fondo di un debito che non riusciranno comunque a ripagare in quel modo. All’umiliazione viene aggiunta così la definitiva spoliazione di ciò che resta dei beni pubblici.

Il ministro tedesco non ha ottenuto l’espulsione che voleva – sempre che questo piano ottenga l’approvazione non solo in Grecia, ma anche dei parlamenti di alcuni tra i più duri dei paesi creditori, Germania e Finlandia in testa – ma la linea durissima che ha sostenuto insieme agli altri ‘falchi’ europei ha avuto la meglio su quella timidamente proposta dalla Francia con l’ancor più timido appoggio dell’Italia: una ulteriore conferma che questi due paesi non hanno voce in capitolo nella politica europea.

Schäuble è l'immagine di un paese senza pietà e senza memoria, sicuro che la sua attuale posizione di forza sia destinata a durare in eterno e che quindi l’unico modo di condurre una trattativa è secondo il principio ‘Guai ai vinti’. Dunque impone alla Grecia l’equivalente del Trattato di Versailles che fu imposto alla Germania dopo la prima guerra mondiale, quello contro cui si scagliò Keynes che avrebbe provocato le drammatiche conseguenze che sappiamo.Per fortuna nella storia non c'è nulla di meccanico, ma di certo, se questa sarà la conclusione della vicenda, la tenuta della democrazia in Grecia sarà messa a dura prova. Ma anche della democrazia sembra che ormai a questa Europa, che intanto fa finta di non vedere quanto accade nell’Ungheria di Viktor Orbán, importi assai poco.

L'altro dato impressionante su quanto sta accadendo è il comportamento di quei partiti che continuano a chiamarsi socialisti: l’unica differenza tra i loro leader e quelli dei partiti conservatori (ma meglio sarebbe definirli reazionari) è che questi ultimi contano qualcosa e loro no. Singolare che poi ci si preoccupi se il terreno dell'opposizione viene occupato da forze populiste. Come dice il vecchio proverbio ‘chi semina vento raccoglie tempesta’. Immaginare che cosa accadrà nel prossimo futuro, tanto sul piano economico che su quello politico, è a questo punto davvero difficile. La sola cosa che appare probabile è che un’Europa di questo genere è destinata alla disgregazione”.

●Un altro tema cui proprio i tedeschi dovrebbero prestare un’attenzione ormai anche spasmodica è che sempre più evidente diventa che il modello tedesco magari va bene – e si dovrebbe comunque discutere – per la Germania. Ma imporlo a tutti gli altri europei distrugge ormai giorno per giorno l’Unione che ha salvato e consentito di unirsi proprio alla Germania. E’ l’ipotesi, e anche la tesi al dunque, di un attento e intrigante editoriale che si rivolge di fatto proprio ai tedeschi (del New York Times, 13.7.2015, Roger Cohen, The German Question Redux La questione tedesca torna alla ribalta http://www.nytimes.com/2015/07/14/opinion/roger-cohen-the-german-question-redux.html).

Ecco: la riunificazione tedesca venne raggiunta senza dover pagare il prezzo della neutralità del paese in un momento di debolezza della Russia e di scaltrezza biforcuta – per non dire di peggio – dell’America. E, malgrado il detto famoso – apocrifo o no che fosse, di Andreotti? ma che si riferiva, forse, ala boutade dell’intellettuale moderato-conservatore francese, Mauriac  – che lui amava tanto la Germania da essere felice che ce ne fossero due – l’Europa tutta si stava abituando lentamente a una sola Germania. Ma, con il declino post-gaullista della Francia e della sua capacità di riequilibrare l’egemonia tedesca, e la decisione statunitense già col primo Bush di lasciare di più l’Europa agli europei, è tornata viva e vitale la Russia.

E, con Putin, all’orizzonte, la sua chiara intenzione di riprendersi, nei modi ancora possibili, e soprattutto approfittando dei passi falsi altrui (Georgia, Ucraina) il posto che aveva sul continente. E la Germania, come forse neanche voleva, è tornata a dominare la vita dell’Unione in modi che anche solo quindici anni fa – e malgrado la debolezza effettiva e relativa di Merkel rispetto ai suoi stessi predecessori, comparata però ai lillipuziani leaders europei coi quali si è confrontata―   Berlusconi, Sarkozy, Letta, Hollande, Cameron, Renzi e Rajoy – era addirittura impensabile.

E la domanda di fondo torna prepotente ad affacciarsi sul futuro dell’Unione europea e ormai di tutta l’Europa, come manifestata adesso con assoluta prepotenza dal caso greco. Non solo l’egemonia, ma un vero e proprio dominio tedesco del continente è compatibile con una più forte integrazione europea appena appena anche compatibile con il concetto e la pratica della democrazia, o sarà il cuneo che aprirà e allargherà la frattura?

Se la Germania vuole che tutti in Europa ora seguano il suo Diktat, l’Unterricht― la lezione impartita alla Grecia, l’Europa che ha consentito alla Germania di salvarsi anche lasciandole cancellare un debito estero più alto anche di quello attuale della Grecia e, poi, di riunificarsi senza dover rinunciare a niente, si frantumerà. Alcuni potrebbero e, magari,  anche vorrebbero lasciare il passo a una maggiore sovranità europea. Ma francamente nessuno, alla fine lo farà, lo farebbe, per trasferirla ai tedeschi.

Anche il grande filosofo tedesco Jürgen Habermas esprime nettamente i suoi dubbi, anzi il suo raccapriccio – e nell’identico senso – per il rischio che la testarda rigidità e chiusura tedesca, l’egoismo da piccoli bottegai di questa meschina classe dirigente fa correre alla Germania e all’Europa tutta.

Il fatto, dice, è che “in una notte sola questi – Merkel e Schäuble e quanti gli sono andati dietro come pecoroni – si sono giocati tutto il capitale politico che la migliore Germania si era costruita nel corso degli ultimi cinquant'anni(la Repubblica [trad. dal Guardian], 18.7.2015, Jürgen Habermas: “L’egemonia di Berlino contro l'anima dell’Europa” ▬ http://www.repubblica.it/economia/2015/07/18/news/ju _ rgen_habermas_l_egemonia_di_berlino_contro_l _anima _dell_europa_-119347727).

Un altro economista, e non solo accademico ma uno operativo che ha gestito dal febbraio 2006  al gennaio 2014, con sapienza e pragmatismo, sotto Bush e Obama, contenendo molto meglio di qualsiasi altra Banca centrale di un grande paese gli effetti della crisi su crescita e occupazione, si è  espresso con grande lucidità in questi giorni su Grecia e Europa. E’ l’ex presidente della Fed Ben Bernanke, che scrive sul suo blog (invitiamo chi può a leggerselo direttamente ma cerchiamo anche di sintetizzarne, nei passaggi che ci sembrano fondamentali, alcune chiarissime valutazioni e diversi impietosi giudizi: (Brookings Inst., Ben S. Bernanke’s Blog, 17.7.2015, Greece and Europe: Is Europe holding up its end of the bargain? Grecia e Europa: ma l’Europa sta mantenendo la sua parte del contratto? http://www.brookings.edu/blogs/ben-bernanke/posts/2015/07/17-greece-and-europe).  Dice che

• I risultati economici dell’Unione europea sono di gran lunga “deludenti”e  le cause sono  anzitutto una politica monetaria che ha “tardato a intervenire” insieme a “politiche di bilancio” estremamente restrittive e imposte in modo analogo un po’ dappertutto.

• Nel 2009 la disoccupazione in USA e in Europa stazionava intorno al 10%, oggi in America è contata ufficialmente al 5,3, in Europa, secondo criteri di calcolo più o meno equivalenti, oltre l’'11; ma questa è una media: in Germania è a meno del 5, nel resto d’Europa, Germania esclusa, a  più del 13%.

• La differenza è  che la Germania beneficia della moneta unica, che non si apprezza come avverrebbe se fosse una moneta solo nazionale, e grazie (anche e molto) a questo fattore, messo in atto quando venne fissata all’inizio con la sovrappotenza della Bundesbank la parità tra le varie valute sussunte nell’euro, gode al contrario degli atri che lo subiscono di un fortissimo boom dell’export.

• Questo enorme surplus commerciale del tutto squilibrato è ‘insano’, sia malsano che pazzesco , comprimendo domanda e crescita degli altri e spostando solo su di loro tutto il peso degli aggiustamenti necessari, rendendo inevitabile una riduzione dei salari e di tutti gli altri costi. Per compensare, la Germania dovrebbe “spendere a casa sua”: anche nel suo interesse , riducendo così pure i rischi di rottura dell’euro.

• Questo è queluel che quel  che serve, mentre le “riforme strutturali” di cui Merkel, Schäuble, Montio e quanti li subiscono e li ascoltano vanno anche cianciando con tutti gli austeriani di ogni paese sono sciocchezze perché potrebbero avere effetto, se mai poi, solo nel lungo periodo, mentre intanto qui ed oggi – quello che conta, come osservava sapidamente quasi un secolo fa John Maynard Keynes, sottolineando per tutti i cretini che “nel lungo periodo, tanto, siamo tutti morti” – dilaga la disoccupazione, la bassa crescita, l’incapacità del consumo. Certo, in passato c’erano anche più rigidità strutturali, ma l’Europa non soffriva della pessima performance che sta sfoggiando da anni.

• Due proposte pratiche, avanza specificamente Bernanke:

   1. alla Grecia dovrebbe essere permesso di alleggerire gli obiettivi di bilancio, a partire da una revisione del fardello del debito: altrimenti non tornerà mai a crescere; e,

   2. l’Europa deve affrontare finalmente, come le dettano del resto le sue stesse regole mai applicate per la strapotenza tedesca (la Procedura di squilibrio economico― la  cosiddetta  Macroeconomic Imbalance Procedure/MIP, in vigore da ben cinque anni: Commissione europea, Economic and Financial Affairs, agg. 23.6.2015, The MIP Framework La Struttura della MIP http://ec.europa.eu/economy_finance/economic_governance/macroe conomic_imbalance_procedure/mip_framework/index_en.htm).

• Esse prevedono misure “adeguate” di correzione (multe, penali) per quegli Stati che vanno in deficit per oltre il 4% del PIL, con eccezioni molto rare e temporanee ma riservate solo ai più forti (la Francia), mai ai deboli (la Grecia). Ma anche a chi vada in attivo per oltre il 6%, che va riportato in linea perché danneggia, come s’è visto, la crescita degli altri; quel 6% che era, e non a caso, appena sopra l’asimmetria del surplus tedesco quando partì l’euro e che da tempo è stato sforato. Solo che la Germania di questa regola se ne infischia, tanto non sono previste sanzioni, e nessuno si azzarda a chiederle di rispettarla.

• Bernanke rileva anche un’ulteriore dato di non secondaria importanza. Che tutto questo mette a rischio la stessa fondazione del progetto europeo. Noi da tempo con altri osservatori nen più importanti, scriviamo che, con queste politiche e con il trattamento riservato alla Grecia, a rischio è proprio l’Europa (e non solo l’euro) e che ormai traguarda in un futuro prossimo venturo la propria stessa disgregazione.

• E’ proprio quello che negli ultimi cinque mesi, sostanzialmente con queste stesse parole, ha tentato di spiegare Yanis Varoufakis, un economista non ortodosso certo e di reale valore, ma non più eterodosso, come si vede poi, di un Ben Bernanke guadagnandosi, con l’ottusa ostilità dei membri dell’Eurogruppo – chi ragioniere, chi politicante, avvocato, commercialista e, al massimo, faccendiere – le simpatiche definizioni di “perditempo” e di “dilettante”... lui, dall’agrimensore olandese che, come il Jeroen Dijsselmbloem che presiede l’Eurogruppo e che un po’ d’economia aveva studiato, male, solo al ginnasio (per la ricostruzione, sintetica ma garantiamo – l’abbiamo letta integralmente – fedele del contenuto del contributo dell’ex presidente della Fed sul tema, ci siamo serviti a piene mani di quella postata da C. Clericetti, sul suo blog di Repubblica, Soldi e potere, 18.7.2015, Bernanke le canta alla Germania (e all’Europa) ▬ http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2015/07/18/bernanke-le-canta-alla-germania-e-alleuropa).

 

Le banche, il 20 mattina, dopo averli chiusi tre settimane fa, hanno riaperto sportelli e ATM per prevenire, largamente riuscendoci, un assalto e il panico. Resta il controllo imposto ai movimenti di capitali e restano restrizioni ai prelievi on Atene che continua a  cercare liquidità d’emergenza in sede di BCE. E’ stato autorizzato anche fino a 420 € alla settimana in una volta il massimale di 60 € al giorno di contanti ritirabili in banca. Ora un cittadino greco può depositare assegni, ma non contanti, e avere accesso a cassette di sicurezza bancarie. Le borse restano chiuse. 

Ma la Cancelliera tedesca ha avvisato – la solita maestrina insopportabile con la mania del dare lezioni a tutti – che la riapertura delle banche non attesta per niente il ritorno alla normalità in Grecia. Perché c’è ancora bisogno di  riaprire il negoziato sulle condizioni di un nuovo salvataggio. E’ un fatto che l’accordo fatto ingoiare al parlamento greco malgrado il referendum, e quella  che è apparsa a tutti come una prevaricazione tedesca, ha scombussolato gli equilibri in Europa: a cominciare da quello delicato – che è ma non doveva mai apparire e, invece, è sembrato chiaro che fosse, troppo subalterno – tra Berlino e Parigi (Kathimerini/Atene, 20.7.2015, Lefteris Karagiannopoulos, Greek banks reopen as Tsipras eyes return to normal―  Le banche riaprono e Tsipras vede un ritorno alla normalità [che la Merkel invece nega] http://www.ekathimerini.com/199724/article/ekathimerini/news/greek-banks-reopen-as-tsipras-eyes-return-to-normal).

Non la grande scusa, post-factum, ma “il grande motivo per cui nacque l’euro è che si trattò di un grande progetto politico e strategico e non solo di un marhingegno di carattere economico – di costi e benefici – le cui origini affondavano e trovano ancora giustificazione nel retaggio di sangue e di distruzioni delle grandi guerre europee e nel disegno comunque anch’esso strategico di rafforzare, anche con mezzi discussi, discutibili e spudoratamente anti-democratici ma quello era l’intento, di rinvigorire la democrazia dentro la guerra fredda.

Insomma, si trattava anche e sempre di economia, a ogni stadio dello sviluppo del disegno europeo,  insieme alla democrazia e alla pace attraverso l’integrazione economica e una prosperità sempre maggiore. Ma si tratta di un progetto che può funzionare solo se le misure economiche prese per supportarlo costituiscono in sé un’idea buona e non una catastrofe. Ma è successo, sulla strada della costruzione dell’euro, che l’infatuazione per il simbolismo della moneta unica ha completamente distratto anche persone serie e davvero capaci dal valutare il rischio che – contrariamente alla rimozione in sé di barriere agli scambi – l’unione monetaria fosse almeno ambigua per logica economica e addirittura, forse, dall’inizio come una pessima idea da far funzionare. E qui si annodava il baco che dall’inizio ha eroso tutta la costruzione europea: fermarsi subito, solo alla moneta unica.

L’alternativa, diciamo così di ripiego, che avanzano i cantori di economie cosiddette virtuose anche se, al momento e da tempo, profondamente depresse come la Finlandia è che i costi a breve di un’inflessibile austerità sono largamente compensati, poi, dai vantaggi di una maggiore integrazione. Ma non ci sono proprio le prove di questa tesi. Anzi... Il paragone tra Finlandia e Svezia parla chiaro:

Il grafico mostra l’andamento delle due economie, molto simili, dopo l’89. La Svezia, nel 2003, respinse con referendum l’adesione all’euro. E questa è la differenza fondamentale. Per entrambe, il 1989, da cui partiamo per delineare l’andamento del PIL, segna l’anno che precede il grande tonfo delle economie scandinave dopo il buco delle sofferenze bancarie fattesi insostenibili e la crisi dovuta allo scoppio della bolla speculativa edilizia.

Dopo quel crollo, la Finlandia ha sperimentato un lungo periodo di solida crescita; come però anche la Svezia e il grafico non evidenzia proprio – anzi! – la differenza che avrebbe, secondo la tesi  del vantaggio fornito dall’euro, aiutato a crescere di più la Finlandia rispetto all’altro paese che ne restò fuori. Invece, a partire dal 2008, con la crisi finanziaria globale, la Svezia, con tutta l’instabilità della sua corona, è andata assai meglio della Finlandia(New York Times, 22.7.2015, P. Krugman, Annoying Euro Apologetics L’apologetica fastidiosa sull’euro http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/07/ 22/annoying-euro-apologetics/?_r=0).

 

 

€ o non €? No, non è la crescita a dirci se è meglio... Il discorso è tutto e solo politico: se però sta in piedi...

PIL per capita 1989=100

  

Fonte: INYT, 22.7.2015

●A cose che, a luglio quasi finito, ormai sembrano avviate a una conclusione che non sembra proprio gloriosa per la Grecia, con Tsipras costretto a far marcia indietro e nei fatti a piegarsi e a far piegare il paese al diktat tedesco, viene però fuori il fatto che qualcuno pare, o fa finta di essere scioccato, perché Atene avesse, con Varoufakis, predisposto i piani per produrre, se fosse stato necessario, una valuta parallela sua propria (New York Times, 27.7.2015, J. Ewing e Niki Kitsantonis, Greece Made Preparations to Exit Euro― La Grecia aveva preparato l’uscita dall’euro ▬  http://www.nytimes.com/2015/ 07/28/ business/greece-debt-varoufakis-recording.html?_r=0).

Piani di contingenza, o in italiano forse meglio di emergenza, si chiamano – nella fattispecie proprio il Piano B di cui un po’ più avanti, e proprio per l’Italia, torna qui a parlare l’economista Paolo Savona (qui, nel capitoletto GERMANIA) e li predispongono tutti i governi del mondo, appena preveggenti: in ogni campo specie delle potenziali evenienze militare e di quelle economiche).  “Prima o poi – osserva Krugman (New York Times, 27.7.2015, P. Krugman, Contingency plans―  Piani di emergenza ▬ http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/07/27/contingency-plans/?_r=0) che conosce i suoi polli e pulcini – finiremo col sapere quali siano quelli predisposti, ad esempio, dagli USA per invadere il Canada, dichiarando magari la legge marziale in caso di una sommossa di stampo suprematista razzista..., forse” negli USA.

Il punto, ora, però non è più se Tsipras avesse ragione quando decise di non far ricorso a questo suo piano di contingenza di fronte a quella che ammontava a una vera e propria estorsione dei creditori – va sempre ricordato che anche il capitale iniziale era stato varie volte già rimborsato a banche, privati e Stati creditori, sotto forma di interessi pagatie che potremmo anche non sapere mai chi abbia avuto ragione”.

●Il re di Spagna, Felipe VI, si incontra col presidente della regione autonoma di Catalogna, Artur Mas, a Barcellona mentre il governo centrale di Madrid sta lavorando a una legge che mira a sospendere temporaneamente l’autonomia se la Catalogna dichiarasse la sua indipendenza. Mas ha  di recente firmato un accordo per far coalizzare in vista delle elezioni catalane del 27 settembre i due principali partiti indipendentisti della regione. La crescita di partiti anti-establishment, e tendenzialmente di sinistra autonoma rispetto a quelli tradizionali social-comunisti ha dato un forte impulso alle divisioni profonde e in aumento nel paese sul piano sociale, culturale e della spinta all’indipendenza territoriale (ABC/Madrid, 23.7.2015, Àlex Gubern, El rey recuerda ante Mas “que no hay alternativa” al cumplimiento [all’esecuzione] de la ley ▬ http://www.abc.es/catalunya/politica/20150723/abci-recuerda-ante-alternativa-cumplimiento-201507231232.html).

●Il presidente del Portogallo, Anibal Cavaco Silva, ha annunciato che le prossime elezioni generali avranno luogo il 4 ottobre  (Euractiv, 22.7.2015, President of Portugal calls for election as no clear leader emerges Il presidente portoghese convoca le elezioni in assenza di ogni candidato in  chiaro vantaggio http://www.euractiv.com/sections/elections/president-portugla-calls-election-no-clear-leader-emerges-316537 ) con i sondaggi che non danno nessuno chiaramente in testa tra i contendenti e il presidente in Tv si è dimostrato molto preoccupato da questa incertezza, auspicando – pare che alla regola dell’auspicio presidenziale riesca a sottrarsi del “mestiere” solo Mattarella – che comunque una maggioranza venga raggiunta.

La coalizione del primo ministro Pedro Passos Coelho che sta completando un quadriennio di governo incluso un periodo di dura austerità imposto da un piano di (preteso) salvataggio europeo è quasi alla pari  coi socialisti all’opposizione. Il premier si è dichiarato contrario, nel tentativo di recuperare popolarità a buon mercato,  alla riduzione del debito della Grecia, terrorizzato com’è se ci riuscisse dal non esser stato capace di strapparlo ai partners-aguzzini di Bruxelles e del FMI come i governi di Spagna e Irlanda per il proprio paese quando, prima che alla Grecia, toccò a loro cercarlo senza successo.    

●Un altro paese, ma fuori dell’eurozona questo a trovarsi sull’orlo del default anche se gli europei, oltre agli americani, ci hanno versato sopra, a vanvera e a vuoto, miliardi di aiuti finanziari, per ragioni tutte e solo politiche e, secondo chi scrive, pure largamente sbagliate, è l’Ucraina che, adesso, fa sapere di poter ormai anche essere costretta a dichiararlo.

A fine giugno la ministra delle Finanze di Kiev, Natalie Jaresko, dopo aver “saltato” senza preavviso un incontro tecnico col Fondo monetario internazionale e ha dichiarato, dicendo di                farlo ufficialmente e a nome del suo governo, che il default del paese sui suoi debiti è ormai “teoricamente e tecnicamente possibile(Kyiv Post/Kiev, 25.6.2015, Jaresko says market crash in July is theoretically possible Jaresko dice che questo luglio il fallimento sui mercati dell’Ucraina è ormai teoricamente possibile http://www.kyivpost.com/content/ukraine/jaresko-says-market-crash-in-july-is-theoretically-possible-391980.html).   

Ormai sono molti i creditori, banche private più che governi a dire il vero, ma sempre spinte dalla cancellerie europee e d’occidente che, dopo aver continuato per anni a far credito al paese malgrado la sua cronica crescita zero, l’altrettanto cronico ritardo, o proprio il non rimborso alle scadenze, l’ accumulo anche e specie nei confronti di creditori comprensibilmente esigenti – i russi: Gazprom e il Cremlino – e la corruzione rampante a Kiev come e più di prima anche coi nuovi governanti che si proclamano filo-occidentali sembrano cominciare ad averne abbastanza di un sistema tanto precario, guasto ed opaco... a prescindere, in pratica, c ome ormai è dimostrato da h i poi è al vertice (Poroshenko, adesso, come prima Yanukovich, Yulia Timoshenko, Yushemko: tutti, davvero.

Anche il fondo di investimenti americano Franklin Templeton che, puntando sulla vittoria ucraina contro i russi, non per amore dell’occidente ma della speculazione su una causa che i gollonzi neo-cons di Washington garantivano come una vittoria a breve su una Russia per sua natura, dicevano, ormai perdente, su quella montagna di debito aveva investito finora 7 miliardi di $, ha adesso detto no alla richiesta ucraina di assorbire una perdita secca sul proprio investimento principale preferendo, invece, di prolungare – ma non è chiaro di quanto – il periodo di attesa per il rimborso.  

In effetti, le faccende si vanno complicando ancor più per questo disgraziato paese  – anche e non poco per imprudenza sua e di chi lo ha istigato a sfidare irresponsabilmente la Russia, invece di perseguirci un accordo – con l’interruzione del trasferimento di gas naturale da Gazprom. Lo rende pubblico l’ente monopolistico di Stato ucraino Ukrtransgaz che i russi hanno accusato di non aver pagato, come avrebbe dovuto, diversi debiti passati e anticipato il pagamento come da accordi raggiunti per gli ordini di consegna di luglio (ne danno notizia diverse agenzie russe, come Sputnik e Interfax a Mosca, ma noi la riprendiamo dal New York Times, 1.7.2015, A. Roth, Gazprom Halts Natural Gas Deliveries to Ukraine Gazprom interrompe le consegne di gas naturale all’Ucraina http://www.nytimes.com/2015/07/02/business/ international/gazprom-ukraine-natural-gas-deliveries-russia.html?_r =1).

L’Ucraina reagisce un po’ alla volpe e l’uva – siamo noi che non compriamo più il gas russo! non loro a non vendercelo― ma non ci crede nessuno; e rinnovando le denunce di ogni momento di difficoltà sulle pressioni militari cui è sottoposta da Mosca― tanto per tenere calda la piuttosto artefatta – anche se non inventata ovviamente – “indignazione” europea.

La denuncia precedente, di un’offensiva russa massiccia a sostegno dei ribelli e contro l’Ucraina meridionale che,  orchestrata e inventata a Kiev e poi smentita dai fatti, immediatamente prima e messa insieme proprio per convincere – e con successo – qualche  riluttanza europea a sostenere la richiesta del rinnovo delle sanzioni contro la Russia. E adesso ci va riprovando, dicendo che sotto attacco imminente è l’area di Mariupol.

Allo stesso modo (scrive NightWatch, ito di intelligence e di analisi molto vicino al Pentagono – non alla Casa Bianca e non al dipartimento di Stato – il 2.7.2015, Ukraine/Russia https://www.ezsubscription.com/nnl/content/ content_servlet.aspx?target=NightWatch_20150702), i fatti non supportano neanche stavolta la denuncia”. La realtà è che il cessate il fuoco in Ucraina è di tipo assai inconsueto, con le due parti che nei fatti accettano come di routine sporadici bombardamenti reciproci quotidiani e anche occasionali scontri al fronte. E’ paradossalmente, in questo stato, quasi rassicurante che in questo cessate il fuoco nessuna delle parti stia tentando di strappare territorio all’altra. Inclusa l’area oggi proprio di Mariupol che sarebbe cruciale per aprire una nuova linea di comunicazione tra Russia e Crimea.

●In una conference call telefonica del 24 luglio, esponenti dei governi francese, tedesco, russo e ucraino hanno concordato di allargare gli accordi preliminari già raggiunti a e dopo Minsk al ritiro delle armi pesanti schierate nell’Ucraina orientale e che l’accordo specifico dovrebbe essere raggiunto “al più presto”, come ha dichiarato tenendosi rigorosamente nel vago il rappresentate dell’Ufficio di François Hollande. Nel corso della settimana precedente rappresentanti del governo e dei separatisti ucraini avevano già concordato qualcosa del genere (Kyiv Post/Kiev, 24.7.2015, Ukraine, rebels urged to sign deal extending arms withdrawal I ribelli [ma il titolo del quotidiano ucraino è disonesto: anche i governativi sono stati messi, infatti, sotto pressione] per una firma che estenda il ritiro delle armi dal fronte http://www.kyivpost.com/content/ukraine-abroad/reuters-ukraine-rebels-urged-to-sign-deal-extending-arms-with dr awal-394173.html).

Il 22, il presidente Petro Poroshenko aveva dichiarato che  di voler creare una zona cuscinetto larga 30 km. e smilitarizzata a nord del confine di fatto tra i due territori mentre i ribelli hanno già proclamato di aver già fatto arretrare di 3 km. i loro schieramenti armati dalla linea del possibile fronte. Con  l’appoggio di Francia, Germania e Russia, e non solo di una delle due parti ucraine in lotta, c’è ora la possibilità concreta di arrivare a un effettivo rarefarsi degli scontri di artiglieria. Di fatto, con la proclamazione di una zona cuscinetto, Poroshenko sta, implicitamente almeno, abbandonando l’altrettanto e ancor più conclamata posizione di volersi riprendere le regioni c he se ne sono già andate.

Rosatom, la compagnia energetica nucleare russa sta negoziando oltremare, cioè all’estero  soprattutto nell’Europa centro-orientale, 30 nuovi reattori atomici oltre a quelli che finora sono stati già regolarmente contrattati, secondo il resoconto annuale sul 2014 presentato dal presidente Sergei Kirienko (Stratfor, 10.7.2015, Russia:Rosatom Eyes30 Foreign Nuclear Units Construction Sites In Near Future Russia: Rosatom guarda a 30 nuovi siti per costruire altri reattori nucleari nel prossimo futuro ▬ http://sputniknews. com/world/20150710/1024447768.html; e Stratfor – Analysis, 18.1.2015, The U.S.-Russia Battle Extends Into the Nuclear Energy Sector La battaglia tra USA e Russia si allarga al settore energetico nucleare https://www.stratfor.com/  analysis/ us-russia-battle-extends-nuclear-energy-sector).

●E, alla fine, il costo reale per i paesi della UE delle sanzioni contro la Russia comincia a fare qualche impressione. La crisi in Russia sta infatti avendo conseguenze assai peggiori per i 28 dell’Unione e la Svizzera che, stolidamente li va seguendo sul tema, di quanto i ragiunatt di Bruxelles dessero per scontato. Adesso, i calcoli del WIFOÖsterreichisches Institut für Wirtscha ftsforschung Istituto austriaco di ricerche economiche sono precisi quanto drasticamente duri: sono a rischio, adesso, non tra un anno, due milioni di posti di lavoro in Europa e 100 miliardi di € di mancato guadagno...

Un danno contenibile solo se l’Europa riuscisse a sostituire con altri scambi quelli che ha con la Russia – ma con questi chiari di luna e la crisi globale che continua a bruciare opportunità... L’Italia, prevede lo studio del WIFO perderebbe un po’ più di 200.000 altri postoi di lasvoro e lo 0,9% del PIL. La Francia quasi 150.000 occupati e lo 0,5. E la Germania, oltre mezzo milione di posti perduti e più dell’1% del PIL.

La Commissione, sempre forzosamente di corte vedute e di mestiere ottimista, che vede sempre a breve, prevede perciò che, a mesi al massimo, calerà l’impatto negativo sulle economie nostrane – ma sempre sulla base di una professione di fede e non di previsioni supportate da studi e sondaggi. Di qui anche l’indignazione ipocrita quando i russi rispondono alle “nostre” sanzioni con le loro contro-sanzioni: per tutti, ma non per Juncker e Mogherini, ovvie e scontate. Conclude l’economista Oliver Fritz che ha coordinato lo studio del WIFO che “le sanzioni, insieme alle reazioni dei russi, hanno avuto un impatto significativo e negativo sulle nostre economie e peggiore lo avranno(Die Welt/Amburgo, 19.6.2015, Jörg Eigendorf, Über die Folgen der Sanktionen - Russland-Krise kostet Europa bis zu 100 Milliarden Euro Sulle conseguenze delle sanzioni – La crisi coi russi è costata all’Europa fino a 100 miliardi di € http://www.welt.de/wirtschaft/article142742046/Russland-Krise-kostet-Europa-bis-zu-100-Milliarden-Euro.html); e WIFO/Wien, 3.7.2015, EU-Russia Economic Sanctions http://www.wifo.ac.at/jart/prj3/wifo/resour ces/person_dokument/person_dokument.jart?publikationsid=58220&mime_type=application/pdf).

●Intanto, la Francia per conto suo e cercando magari di forzare un po’ senza limitarsi a aspettare  solo passivamente il maturare degli eventi, cerca di manovrare per smarcarsi, appena potrà – cioè vorrà e oserà farlo: non ancora – dalla gabbia delle sanzioni che l’America sta riuscendo a far imporre agli altri evitando, poi, in gran parte di subirle essa stessa (vista la ridottissima mole degli scambi bilaterali in atto tra Russia e USA, rispetto a quelli tra russi e europei).

Mosca e Parigi hanno redatto in accordo tra loro, ma non ancora firmato per le residue esitazioni francesi, un memorandum di intesa sulla mancata consegna da parte francese, e le multe irrogate come da contratto in tribunale su richiesta russa, du due portaelicotteri di classe Mistral già comprati e quasi completamente pagati da Mosca per 1,5 miliardi di $ (Russia Beyond the Headlines/ Mosca 2.7.2015, La Russia dietro ai  titoli/Mosca, 2.7.2015, Mistral talks between Paris, Moscow almost over, refund issue to be settled soon – Kozhin― [il consigliere speciale del presidente Putin per le questioni di cooperazione militare con l’estero, Vladimir] Kozhin rivela che i colloqui tra Parigi e Mosca per la sistemazione del rimborso dovuto alla Russia sono pressoché terminati http://rbth.co.uk/news/2015/07/02/mistral_talks_between_paris_moscow_almost_over_refund_ issue_to_be_settle_47420.html).  

Consegna sospesa dalle sanzioni della UE che il presidente del Consiglio europeo, sciaguratamente scelto l’ultima volta, Donald Franciszek Tusk, ha molto stupidamente ma anche parlando dal fondo del suo cuore donchisciottescamente polacco, candidamente chiamato i “nemici” (ammonendo i greci a non chiedere aiuto ai russi perché – dice lui – questo, nemici dell’Europa, essi sono...

Ma perseverano..., perversamente. Adesso, perfino la Georgia, l’Albania, il Montenegro e anche Liechtenstein, Islanda, Norvegia – ma loro possono con qualche diverso grado di ualch diverso grafo di difficoltà forse permetterselo: ché i soldi, loro, li hanno – hanno dichiarato di aderire al citrullico boicottaggio contro la Russia della UE. Beccandosi subito l’ammonimento che Mosca risponderà ovviamente dente per dente― se lo comprino a Bruxelles, il gas con cui si dovranno scaldare il prossimo inverno a Tbilisi, li avverte direttamente Gazprom (armedia/Erevan, 30.7.2015, Georgia Joins Anti-Russian Sanctions La Georgia si unisce alle sanzioni europee contro la Russia http://armedia.am/eng/news/21559/georgia-joins-anti-russian-sanctions.html).

E’ naturalmente, proprio il presidente del Consiglio europeo, Tusk, a annunciarlo, tronfiamente molto più che trionfalmente, come gli capita spesso. E a prendersi una per ora cautamente calibrata smentita, parziale ma assai infastidita, dall’inviato Zurab Abashidze, il plenipotenziario del governo di Tbilisi per i rapporti coi russi che specifica trattarsi di misure allo studio e solo per produzioni della Crimea e del Donetsk (TASS/Mosca, 30.7.2015, David Urbani, Georgia has no plans to join all anti-Russian sanctions — diplomat Inviato georgiano chiarisce che il suo paese non ha alcuna intenzione di unirsi a tutte le sanzioni anti-russe http://tass.ru/en/world/811774).    

●Sta montando, sul piano globale e in modo che sembra spesso minacciare di farsi quasi automaticamente, come da riflesso condizionato, sempre più pericoloso anche e proprio perché sempre meno “pensato” – e che, più passa il tempo meno sarà agevole poi arrivare a smontare – una tensione forte tra USA e Russia, la prima convinta com’era di essere diventata, alla fine della guerra fredda, l’unica superpotenza globale ma incapace di farsi semplicemente obbedire dall’altra che non ha mai riconosciuto di averla perduta né appena ha potuto rifiutare di farlo si è rassegnata a comportarsi come mini-potenza succube che accetta silente il suo ruolo ridotto nel mondo e anche ai confini stessi di casa sua.

A Bush senior e a Clinton era riuscito con Gorbaciov che, alla caduta dell’URSS s’era rassegnato anche perché era convinto dell’utilità di scioglierla; e con Eltsin che, tra debolezze e croniche ubriacature, non riusciva a resistere alle loro pressioni; ma non più con Putin che – cogliendo al volo il declino della posizione statunitense infognata tra Iraq e Afganistan e sfuggita di mano a Bush il piccolo – già con la e aveva dimostrato di riuscire a intralciare con efficacia le pretese egemoniche senza confini, fino alle porte della Russia, di Washington.

Adesso, un incontro dei ministri della Difesa della NATO, a Bruxelles, il 24 giugno, ha approvato – meglio: ha proposto di approvare – i piani preparati dagli Stati maggiori di aumentare da 13 a 40.000 soldati il contingente di truppe cosiddette di pronto intervento della NATO in Europa centrale, ai confini russi e hanno discusso la recente offerta americana di inviare una brigata corazzata e di artiglieria pesante in Europa dell’Est.

La Russia ha risposto a tamburo battente, col gen. Yuri Yakubov, di essere sempre in grado di rispondere inviando ai suoi confini con l’Europa orientale non una brigata ma intere divisioni e corpi d’armata per rispondere “adeguatamente” a misure eventuali non più solo annunciate ma prese a occidente. La Russia aveva già anticipato di aver messo allo studio il rafforzamento delle forze sul cosiddetto teatro di operazioni occidentale, al cui arsenale aggiungerebbe 40 nuovi missili balistici intercontinentali. Nel frattempo, sia i russi che l’occidente stanno incrementando le esercitazioni ai confini, di qua e di là della Russia (Stratfor – Geopolitical Diary, 25.6.2015, Whom are Russia and America preparing war with? Ma con chi si vanno preparando a fare la guerra Russia e America? https://www. stratfor.com/geopolitical-diary/whom-russias-military-preparing-fight).

Sta crescendo molto, all’antica, il clangore di sciabole di stile guerra fredda,  manovrate per il momento a vuoto per scena e per far impressione al “nemico” potenziale. Sembra una situazione di stallo che minaccia di prolungarsi a tempo indeterminato. Il nuovo segretario alla Difesa americano, Ash Carter, ha dichiarato proprio a fine giugno che USA e NATO stanno ormai entrando nell’ottica di un fossato che si va approfondendo tra Est e Ovest e che durerà ben oltre la stessa presidenza di Vladimir Putin. Il capo della segreteria del Cremlino, Sergei Ivanov, ha analogamente rimarcato, subito dopo, che ormai non ci sono quasi più canali attivi in funzione, oltre a quelli formali diplomatici, tra Russia e Stati Uniti...

I soliti penultimatum e le linee tracciate sulla sabbia... o sulla neve

Vernice rossa per linee da non superare   MI SA CHE L’HAI ADOPRATA TUTTA PER LA SIRIA...

Fonte: POLITICO, 4.2014, M. Wuerker

●Il ministro della Difesa azero Zakir Hasanov, ha ordinato – non si sa, però si presume – con l’assenso di tutto il governo dell’Azerbaijan una manovra anti-aerea del paese nel corso di un’esercitazione speciale. Durante il corso della quale sono stati usati ripetutamene – e, dice il ministro “con successo” – sistemi missilistici terra-aria― SAM― surface-to-air di fabbricazione russa Buk-MB per difendersi da “ipotetici” attacchi aerei avversari (i SAM sono stati venduti agli azeri dalla Bielorussia – e non dai russi – e gli “ipotetici” bersagli portano la bandiera armena, che gode di una certa protezione di Mosca (APA/Baku, Agenzia ufficiale dell’Azerbaijian, 2.7.2015, Farid Mirzajev, Zakir Hasanov: "Azerbaijan has always shown a firm stance against terrorism and separatism"― Zakir Hasanov: “L’Azerbaijn ha sempre dimostrato un fermo comportamento contro terrorismo e separatismo” [in chiaro: intendiamo comunque riprenderci il territorio del Nagormo-Karaback che da noi sì è separato andando con l’Armenia] ▬ http://en.apa.az/news/229288); e Stratfor – Geopolitical Diary, 27.7.2015, Azerbaijan Reconsiders Its Foreign Ties― L’Azerbaijan riconsidera i suoi legami con l’’estero [solo che non decide mai e spera sempre di poter contare a ritornare anche su Mosca, da parte sua ben attenta a non rompere del tutto i ponti anche con Baku. Il fatto è che anche qui hanno superato ormai l’illusione imparando che in occidente trova soprattuttoo quasi solo chiacchiere e attenzione verbale: bla-bla che non costa niente!] https://www.stratfor.com/ geopolitical-diary/azerbaijan-reconsiders-its-foreign-ties).

●In Romania, dopo aver minacciato tuoni e fulmini, il nuovo presidente romeno Klaus Johannis, si è piegato ai numeri che in parlamento gli restano sempre contrari, e ha firmato il decreto di reintegro in carica del premier, Victor Ponta, dopo una specie di autosospensione di 25 giorni e di dubbia costituzionalità per ragioni di salute ratificata dal parlamento proprio nel mezzo di un’inchiesta giudiziaria che lo indiziava di corruzione e dava luogo a richieste, tanto furibonde quanto impotenti, di dimissioni da parte del presidente stesso e dell’opposizione (Stratfor – Analysis, 10.6.2015, Romania's Corruption Scandal Threatens Political Stability― In Romania lo scandalo della corruzione minaccia la stabilità poliica https://www.stratfor.com/analysis/romanias-corruption-scandal-threatens-political-stability).

Intanto,  le cose si complicano perché arriva dalla magistratura anche formale denuncia contro il premier per mazzette, riciclaggio di danaro e evasione fiscale di cui è accusato per faccende risalenti a prima del 2013 quando andò la prima volta al governo (The Economist, 17.7.2015). Lui nega, naturalmente, ma anche molti dei suoi sostenitori sono convinti che sia colpevole. Come, del resto, qui sono convinti che più o meno tutti i suoi concorrenti di tutti i partiti siano altrettanto colpevoli agli occhi della legge. Sapete, un po’ come in Italia. Ma moltiplicato forse per dieci.

●In Macedonia, i quattro principali partiti politici hanno concordato a metà luglio, con la mediazione del Comissario UE all’allargamento, il popolare austriaco Johannes Hahn – perché ancora a Bruxelles non si accontentano dei guai creati con i tanti allargamenti inconsulti precedenti! – una possibile soluzione della seria crisi politica in cui s’è infognato il paese. Anzitutto, l’accordo prevede elezioni anticipate il 24 aprile 2016 ma anche l’entrata in funzione “tre mesi prima del voto” di un governo “tecnicoad interim (presieduto dal partito del premier ora defenestrato e che si dovrà dimettere, il primo ministro attuale e conteso, Nikola Gruevski, probabilmente entro fine anno.

Ma, prima questione, che succede di qui ad allora, intanto, nei fatti e non nelle promesse? Ora, l’opposizione, s’è impegnata, per dire, a riprendere i propri posti alla Camera a metà settembre. Ma lo farà? A condizioni ancora invariate? Il calderone macedone vede la polarizzazione gorgogliante da tempo di corruzione e conflitto/i etnico/i storico/i che hanno sempre contribuito a un’instabilità politica oggi ormai implosa (Stratfor, 15.7.2015, Macedonia: Deal Reached To Resolve Political Crisis Macedonia: raggiunto l’accordo per la soluzione della crisi politica  ▬ https://www.stratfor.com/situation-report/macedonia-deal-reached-resolve-political-crisis); e  New York Times, 15.7, 2015, Aleksandar Dimishkovski e Rick Lyman, Macedonia’s Prime Minister to Resign, Paving Way for April Elections Il premier macedone si dimetterà, aprendo in  aprile la strada alle elezioni [anticipate] ▬  http://www. nytimes.com/2015/07/16/world/europe/macedonias-prime-minis ter-to-step-down-paving-way-for-april-elections.html?_r=0).

●Tre partiti della Moldova, tutti sedicenti filo-europei (ma che significa?) hanno concordato di formare una nuova coalizione di governo: liberal-democratici, democratici e liberali hanno un potenziale di 55 seggi in un parlamento di 101. Adesso, si tratta però di suddividersi i posti di governo e di sottogoverno e simili.... (Infotag/Chisinaiu, 22.7.2015, Moldovan pro-european parties agree on forming parliamentary majority In Moldova, i partiti filo-europei si accordano per formare un maggioranza parlamentare http://www.infotag.md/politics-en). 

Il premier uscente si era dimesso già un mese fa. E qui, Unione europea– ma solo a chiacchiere – e Russia – con promesse più modeste e meno roboanti ma assai pù concrete: sconti sul gas, al 100% importato da Mosca, e un passato e una storia, una lingua e una cultura ben più comuni – sono in concorrenza da sempre. E qui poi ci sono sempre, e da sempre, le pressioni fagocitanti della Romania (Stratfor – Analysis, 17.7.2015, Moldova's Instability Could Be Romania's Opportunity― L’instabilità della Moldova può offrire occasioni a[lle tentazioni de]lla Romania https://www.stratfor.com/analysis/moldovas-instability-could-be-romanias-opportunity).  

STATI UNITI

●Il dato ufficiale di giugno sulla disoccupazione attesta che l’economia ha aggiunto una quantità sostanziale, 223.000 posti di lavoro, a quelli esistenti. Lo afferma il dipartimento del Lavoro nel Rapporto mensile su giugno. Ma altri indicatori la variazione scarsa di stipendi e salari, la quantità di giovani disposti a lavorare e che non trovano occupazione e tanto più un’occupazione decente, mostrano un quadro molto meno roseo. Certo, il tasso ufficiale di disoccupazione calcolato solo su chi si iscrive formalmente nelle liste al 5,3% è il più basso da sette anni cosa però dovuta essenzialmente alla fuoruscita dalla forza lavoro di molti americani  anziché al fatto che molti di loro riescano a trovare un lavoro.

Insomma, e al di la del soffietto del titolo del NYT – all’improvviso molto più entusiasta che nella                       prima edizione dove venivano messi in evidenza anche punti evidenti di debolezza nei dati del mese la disoccupazione è scesa, sì, ma per le ragioni sbagliate; di più, la crescita forte registrata tra aprile e maggio, che aveva fortemente pompato ogni ottimismo più o meno di maniera, è stata ora rivista al ribasso: per un totale, pesante, di 60.000 posti che, in realtà, non ci sono mai stati (New York Times, 2.7.2015, U.S. Economy Adds 223,000 Jobs; Unemployment at 5.3%― L’economia aggiunge223.000 posti. Il tasso di disoccupazione è al 5,3% http://www.nytimes.com/2015/07/03/business/economy/jobs-report-hiring-unemployment-june.html?_r=0); e BLS/ Bureau of Labor Statistics, Department of Labor, USDL-15-1274, 2.7.2015, Employment Situation Summary ▬ http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm).

L’EPI di Washington – un istituto di ricerca particolarmente attento alle dimensioni sociali dei problemi economici – sottolinea piuttosto che questo mese, a giugno, il settore pubblico ha  aggiunto all’occupazione zero posti di lavoro. “Zero – commenta – è meglio di un valore negativo, come quelli che si sono registrati per gran parte della recessione. Sembrava che la perdita di lavoro nel pubblico impiego avesse svoltato direzione nel 2014, quando l’economia aggiunse 74.000 posti di lavoro. Ma tutto s’è appiattito nuovamente quest’anno, quando son o stati creati in tutto solo 8.000 nuovi posti ad ogni livello nel settore pubblico.

E’ il risultato diretto della politica di austerità (EPI, 19.3.2015, Austerity as a Hazard to Health: Economic and Otherwise― L’austerità come rischio alla salute: sia economica che di altro tipo http://www.epi.org/blog/austerity-as-a-hazard-to-health-economic-and-otherwise) che – malgrado resistenze maggiori qui che nel governo di qualsiasi paese europeo – hanno falcidiato cancellandoli oltre mezzo milione di posti pubblici di lavoro rispetto a prima dell’inizio della recessione. Di più, tutto ciò non rende conto del fatto che, col crescere della popolazione, ci si sarebbe poi di regola anche aspettati un grosso modo analogo incremento dell’impiego pubblico― qualcosa come altri 1,8 milioni di posti di lavoro, diciamo.

Un buco  che a sua volta rimuove l’effetto moltiplicatore del pubblico sulla domanda del settore privato, con l’effetto a valanga che ne consegue su una ripresa ancora più lenta (EPI/Economic Policy Institute, 2.7.2015, Public Sector Employment Is Stuck in the Doldrums L’occupazione nel settore pubblico è in coma profondo http://www.epi.org/blog/public-sector-employment-is-stuck-in-the-doldrums).

●Alla fine della sessione attuale della Corte suprema americana, sono arrivate a sorpresa due decisioni, come si dice, storiche e che la natura profondamente e tradizionalmente conservatrice era sembrata invece escludere: la prima è stato il salvataggio dell’Obamacare affermando la totale legittimità di sovvenzionare con fondi pubblici il pagamento delle assicurazioni sanitarie per le famiglie che altrimenti sarebbero condannate a restare senza copertura e assistenza sanitaria; la seconda è che d’ora in poi anche i matrimoni tra coppie gay saranno legittimi in tutti i 50 Stati dell’Unione perché, dice oggi la Corte, questo è un diritto, pari a tutti gli altri (The Economist, 3.7.2015, The Supreme Court – Change is gonna come― La Corte Suprema – Il cambiamento è in arrivo http://www.economist.com/news/united-states/21656667-nine-judges-are-being-asked-compensate-political-stalema te-both-troubling).

L’attacco cibernetico dell’8 luglio a Wall Street che ha paralizzata la borsa quasi per metà dell’orario di apertura un giorno e quello contemporaneo alla compagnia aerea United Airlines che ne ha bloccati tutti i voli, sono stati opera – dicono subito in molti, di hackers (cinesi? russi? o di qualche micropotenza tipo Corea del Nord? oppure, chi sa?, di hacktivists di un qualche gruppo intraprendente di anarchici alla Anonymous, quelli che si coprono il volto e “attaccano il capitalismo”ormai dovunque nel mondo mascherandosi dietro l’effige sardonico-grottesca che si rifà al cospiratore e dinamitardo cattolico inglese Guy Fawkes che nel 1605 tentò di far saltare in aria il Parlamento col re Giacomo I, in visita a Westminster?

No, dicono a fine giornata, gli esperti, stavolta i paranoici – che però qualche volta magari hanno anche ragione – hanno sbagliato. E’ stato, rassicurano – ma è peggio la toppa del buco, forse – un glitch, un puro e semplice problema tecnico, un’anomalia. Sembrano crederci tutti, ma nessuno riesce a spiegare la contemporaneità e, al fondo, anche se poi smentiscono tutti nessuno davvero crede alle coincidenze (New York Times, 8.7.2015,Nathaniel Popper, New York Stock Exchange Resumes After Shutdown La Borsa a New York riprende a operare dopo la chiusura http://www.nytimes.com/2015/07/09/business/ dealbook/new-york-stock-exchange-suspends-trading.html?_r=0).

IL NOSTRO (Ps,FBI,CIA,NSA) MANDATO: METTERE L’AMERICA AL SICURO DA NERI E  COLORATI

Spiamo, facciamo il profilo e  diffamiamo a go-go,                           e spariamo sistematicamente agli afro-americani

arrestiamo senza mandato,  alcuno perseguiamo i                            disarmati ma, si capisce,  per sbaglio, perché 

mussulmani americani con la nostra guerra al TERRORE              possiamo anche SBAGLIARE, no?

E se ci mettessimo a fare la guerra all’ERRORE oltre che, o piuttosto di, quella al TERRORE?   

WANTED: perché colpevoli , fino a prova di innocenza    WANTED: però meglio se morti stecchiti

Fonte: Khaled Bendid, 26.6. 2015

GERMANIA

●Vale la pena di leggere quanto dice molto specificamente – per cui dal capitolo sull’EUROPA lo abbiamo spostato qui sul caso Grecia/Gemania – o, se volete, appunto, “Germania/Europa” ( proprio come lo intitola lui direttamente) un economista  non solo lontano da ogni “sgrillettata” o “salvinata” ma anche, di regola, da ogni presa di distanza dalla saggezza convenzionale e scontata della professione al servizio di lor signori.

Si tratta di Paolo Savona, ex dirigente di Bankitalia e direttore generale di Confindustria, segretario generale al ministero del  Bilancio e della programmazione, ministro dell’Industria nel governo Ciampi, docente ordinario ed emerito di politica economica in mezzo mondo – il perfetto commis della prima repubblica e servente emerito di lor signori dai quali però si è sempre mantenuto distante e intellettualmente anche indipendente.

Che, adesso, scrive su come sia “la Germania il vero paese inaffidabile” e che ormai tutti gli altri devono sul serio “prepararsi per il piano B(Vita, 17.7.2015, P. Savona , E’ la Germania il vero Paese inaffidabile http://www.vita.it/it/article/2015/07/13/paolo-savona-la-germania-e-il-vero-paese-inaffidabile/135908)

L’economista non usa mezzi termini: ‘L’Italia prepari un piano B per l’uscita dall’euro. Se dovessimo essere colti impreparati sarebbe veramente un dramma. La Germania si è autoproclamata come ‘paese d’ordine dell’Europa’ e ha usato la Grecia per riaffermare questo ruolo... La Germania ha dichiarato che ha perso la fiducia nella Grecia di Tsipras. Questa dichiarazione fa perdere definitivamente fiducia nella Germania di Schäuble o, più esattamente, conferma che la Germania non è partner affidabile nella costruzione dell’Europa unita. Secondo Savona, proprio Schäuble (e non la Merkel), è in ultima istanza responsabile della vicenda. La mia insistenza nel non attribuirla a Merkel è dovuta alla conoscenza delle vicende dei cristiano-democratici tedeschi che videro Schäuble, delfino del prestigioso cancelliere Khol, restare con lui coinvolto negli scandali finanziari del Partito, e venir  poi scavalcato dalla Merkel.

Schäuble è stato protagonista della riunificazione tedesca e... oggetto di un attentato che lo privò dell’uso delle gambe costringendolo su una carrozzella. Alla sua ambizione personale ha perciò aggiunto il ‘diritto a un compenso’, quello di essere nominato cancelliere. E la crisi greca è l’occasione che gli è stata offerta di cavalcare il 70% dei tedeschi contrari ad assistere la Grecia e favorevoli a gestire l’euro in modo diverso dal marco tedesco... Il punto principale del piano è l’auto- proclamazione della Germania come “paese d’ordine dell’Europa”. La crisi greca – e soprattutto il risvolto del referendum che ha rivelato l’allergia di un popolo alla democrazia “degli altri” – è stata un’ottima occasione per confermare questo punto. Gli altri sono avvertiti e tra questi c’è ovviamente l’Italia di cui è noto che i tedeschi non si fidano per le passate esperienze. I conti perciò vanno pareggiati e spetta alla parte sana dei tedeschi dirci che così non è. Io ho perso fiducia in loro”, conclude Savona.

E con lui, di sicuro, moltissimi altri europei. Insomma, Schäuble, con i suoi e la connivenza accondiscendente di Merkel che ormai si sa e si sente avviata al tramonto, hanno ormai affossato euro, eurozona e probabilmente anche l’Unione europea stessa. Così come l’avevano costruita: fragile, incompleta ma anche piena di promesse e di speranze.

Se l’Italia non l’ha già fatto, ormai è giunto il momento d’avere pronto un Piano B – di fine dell’euro o di uscita dallo stesso... se ci costringessero a farlo. “Gli accordi costruiti male o firmati da paesi con intenti egemoni non hanno lunga vita. Se dovessimo essere colti impreparati all’evento, sarebbe veramente un dramma: non aver approfittato della bonanza monetaria e dei tassi quasi nulli per sistemare il nostro debito... ad esempio con la confluenza del patrimonio dello Stato in un Fondo simile a quello richiesto dall’Eurogruppo alla Grecia, gestito da persona autorevole, nel quale far confluire il patrimonio dello Stato senza alienarlo, ponendolo a garanzia del rimborso di un debito pubblico con scadenze più lunghe delle attuali (7 anni, ma possono essere di più), offrendo un rendimento pari all’inflazione più 0,20% dell’eventuale tasso di crescita del PIL (visto che la Commissione e Renzi dicono che la crisi è superata e la ripresa è in atto).

Stiamo invece svendendo il patrimonio pubblico per finanziare spese correnti dello Stato centrale e periferico scavando una fossa ulteriore. Questa è la vera occasione perduta. L’alto debito pubblico italiano è la chiave di ricatto dell’Europa per indurci a “fare le riforme” (che, finalmente, quasi alla veneranda età di 80 anni, anche Savona sembra confessare trattarsi più di contro-riforme che altro) e permettere che al potere in Italia restino coloro che hanno propiziato e perpetuato questa condizione di sudditanza internazionale per stare al governo”.

FRANCIA

Jean-Marie Le Pen, l’87enne fondatore del Front National francese d’estrema destra, ha vinto due ricorsi giudiziari contro la tenuta interna al suo ex partito del referendum  che, per iniziativa del capo attuale del FN, la figlia Marine, lo vuole licenziare come presidente onorario per distanziare il partito dalle sue radici estremiste d’origine: fasciste e filo-naziste (The Economist, 10..7.2015).

GRAN BRETAGNA

●George Osborne, il cancelliere inglese dello scacchiere, h presentato il bilancio il primo di un governo monocolore conservatore e quindi libero dal condizionamento di una coalizione dal 1996. Come previsto, Osborne ha annunciato oltre 16 miliardi di € (12 di sterline) di tagli alla spesa sociale, anche se ha promesso di rallentare il ritmo del taglio. Ha anche annunciato di voler  introdurre nel tempo un salario vitale minimo nazionale che in linea di principio e “se sarà possibile” (ah!) dovrebbe arrivare a 9 sterline (al giorno, 12,5 €) entro il 2020.

E, sempre entro il 2020, ma questo è naturalmente un impegno e non una proposta da discutere e verificare, le tasse sulle imprese andranno ulteriormente ridotte dal 20 attuale (però, non certo onnicomprensivo) al 18%  (The Economist, 10.7.2015, George Osborne’s sad triumph Il triste trionfo di George Osborne http://www.economist.com/news/britain/21657397-conservative-chancellor-has-managed-politically-tri cky-welfare-cut-millions-may).

 

GIAPPONE

●La Camera dei rappresentanti che con quella dei Consiglieri, il Senato, costituisce la Dieta dell’impero, ha votato la nuova legislazione di sicurezza militare che, adesso, si trasferirà per l’approvazione finale alla Camera Alta. Molte massicce dimostrazioni di piazza e tutti i sondaggi  hanno manifestato una forte ostilità, con una forchetta di possibile errore del 2%, e un’opposizione netta almeno al 58-60% della popolazione ai nuovi poteri di intervento militare riconosciuti adesso alle Forze di Autodifesa nipponiche – il nome già di per sé programmatico dato alle Forze armate – anche al di fuori del territorio nazionale e anche in assenza di una minaccia diretta al paese.

Il primo ministro Abe, forse addirittura forzando il volere dello stesso imperatore, ha messo in moto ora il suo nuovo concetto che scavalca, reinterpretandolo in senso militar-attivista, l’art. 9 della Costituzione con cui il gen. MacArthur, il pro-console che di fatto regnò sul paese dopo la resa senza condizioni della II guerra mondiale fece rinunciare per sempre il  diritto di fare la guerra al Giappone. Ma da tempo anche gli USA sono, ufficiosamente e informalmente, favorevoli a un Sol Levante più militarmente ambizioso.

Contrari, fieramente, restano gli altri paesi del Sud Est asiatico, dalla Cina alle Filippine, alle Coree, tutte vittime della guerra d’aggressione nipponica prima e durante il secondo conflitto mondiale (New York Times, 16.7.2015, Jonathan Soble, Japan Moves to Allow Military Combat for First Time in 70 Years Il Giappone [o, più esattamente, la Dieta del Giappone] vota per consentire all’esercito di fare la guerra per la prima volta in 70 anni http://www.nytimes.com/2015/07/17/world/asia/japans-lower-house-passes-bills-giving-military-freer-hand-to-fight.html?_r=0).

Unica eccezione, se poi dura, sembra essere Taiwan che invita anzi Tokyo ad assumere apertamente maggiori responsabilità di ordine militare, buttando a mare una volta per tutte la vecchia Costituzione (Kyodo News/Tokyo, 17.7.2015, Taiwan urges Japan to assume responsibility after security bills pass Dopo il passaggio della legislazione di sicurezza, Taiwan fa pressione perché il Giappone assuma ‘le sue responsabilità’ http://english.kyodonews.jp/news/2015/07/364310.html).

●E il comandante in capo delle forze della Marina militare nipponica, l’amm. Katsutoshi Kawano, proprio il 16 in visita a Washington, dice, e in un secondo momento torna a ripetere, che – essendo la Cina diventata toppo “aggressiva” – ora  i mezzi navali nipponici di cui egli dispone potrebbero – al  condizionale... – attivarsi per “ostacolare con un’attiva opera di sorveglianza le ambizioni cinesi (The Daily Mail, 16.7.2015, Japan military chief says South China Sea surveillance possible Il capo dei  militari giapponesi [Kawano è il Capo delle Forze di Difesa nipponiche] sostiene che ormai diventa possibile una sorveglianza attiva del Mar cinese meridionale http://www.dailymail.co.uk/wires/ reuters/ article-3164693/ Japan-military-chief-says-South-China-Sea-surveillance-possible.html) compresa anche attività anti-sottomarina con tutte le conseguenze che, però, ciò comporta”, commenta subito l’agenzia Xinhua da Pechino)

Questo voto alla Dieta 国会 kokkai, va nel senso voluto dal premier Shinzo Abe di  dare alle Forze di difesa un potere maggiore di intervento militare, anche se ancor limitato, all’estero per la prima volta dalla II guerra mondiale. Ma ormai si tratta di uno spostamento di prospettiva che si scontra con il sentimento forte e largamente maggioritario tra la gente di un impegno ormai diventato storico al pacifismo.

●Abe da tempo sostiene la necessità di modificare la Costituzione, che al Giappone venne imposta nel 1947 ma è ormai stata fatta propria dai giapponesi, per liberare la terza potenza economica mondiale da una serie di costrizioni ormai – dice lui – fuori tempo. Per esempio, per “difendere” una portaerei americana sotto attacco, o per tentare di abbattere un missile sospettato di puntare sul territorio di qualche alleato del Giappone anche se non dell’arcipelago stesso.

Dichiarare, come ha fatto Abe, che adesso basta per farlo una reinterpretazione estensiva dell’art. 9 della  Costituzione, che letteralmente “rinuncia al diritto sovrano del popolo giapponese di fare la guerra per risolvere controversie di ordine internazionale senza seguire la via nomale e ardua della maggioranza dei 2/3 nei due rami della Dieta e, poi, di un referendum popolare a conferma, è molto molto dubbia.

Così come sospetto è l’appoggio che gli viene dato dalla destra nazionalista e revanscista che rimpiange i tempi del Tenno e dell’impero del Sol Levante che lui rifiuta testardamente di condannare senza arzigogoli, come fanno, sempre e dovunque, dappertutto, un po’ tutti i revisionismi (New York Times, 20.7.2015, edit. brd., Japan Wrestles With Its Pacifism Il Giappone [più correttamente: il governo nipponico] lotta contro il suo pacifismo http://www.nytimes.com/2015/07/20/opinion/japan-wrestles-with-its-pacifism.html?_r=0).     

●Non passa che un giorno e, subito, arriva l’annuncio congiunto sino-russo che  è stato firmato, diventando subito operativo, un protocollo di addestramento navale che comincerà adesso a fine agosto nel Mar del Giappone racchiuso ad est dall’arcipelago omonimo e ad ovest, muovendosi  verso nord da Coree, Cina e Russia. Sono manovre che, per la prima volta, includono assalti anfibi nel Primorsky Krai, il territorio di Primorsky, a Sud di Khabarovsk e a nord  di Vladivostok.

Prevede anche la partecipazione di aerei lanciati da portaerei della Flotta russa del Pacifico, in complesso una ventina di mezzi navali complementati con battelli appoggio, elicotteri e aerei della Marina. Nel maggio scorso una forza navale di tipo analogo dei due paesi aveva tenuto operazioni congiunte nel Mediterraneo. La Russia sta pianificando il rafforzamento delle forze navali nel Pacifico, ma  costrizioni di bilancio porteranno in un futuro anche prossimo a un più attenta calibratura delle priorità della spesa (Stratfor – Analysis, 25.32015, Russia: Reviving the Pacific Fleet Russia: la rivitalizzazione della Flotta del Pacifico https://www.stratfor.com/analysis/russia-reviving-pacific-fleet); e Agenzia TASS/Mosca, 17.7.2015, Russia, China to conduct first joint amphibious assault drill in Far East Russia e Cina svolgeranno le loro prime esercitazioni congiunte anfibie in Estremo Oriente http://tass.ru/en/russia/809252).

●In contemporanea, ne riferiscono la televisione CNTV di Pechino e Asia Times (da Sputnik News, 22.7.12015, China starts 10-day Navy drills in disputed waters of South China seas La Cina dà inizio a dieci giorni di manovre della Marina militare nl Mar cinese meridionale http://sputniknews.com/military/20150722/1024904995.html) avvertendo, secondo il codice della navigazione, tutte le marine militari e commerciali del mondo che, durante le manovre, saranno inaccessibili le aree designate e notificate dal piano di operazioni trasmesso dall’Amministrazione cinese di sicurezza marittima.

Gli esperti cinesi assicurano che queste manovre non sono legate direttamente alle tensioni persistenti sulle acque marittime territoriali ma parte del più vasto sforzo di modernizzazione militare della Marina cinese. Solo la settimana scorsa, il capo della VII Flotta americana, amm. Scott H. Swift, prendendo parte a voli di ricognizione lanciati da una sua portaerei sul Mar cinese meridionale, s’era lasciato andare a un imprudente e sbagliato vaticinio: escludeva categoricamente la “possibilità tecnica” stessa da parte cinese di coordinare nel tempo e nello spazio manovre diverse e separate delle loro forze navali.

Ma adesso, smentendo la competenza stessa del suo servizio di informazioni, la Marina militare di Pechino ha fatto proprio questo, lanciando insieme a quella congiunta coi russi nel Mar del Giappone, anche una serie di altre manovre di addestramento d’una decina di giorni nelle acque dell’isola di Hainan, nel Mar cinese meridionale (Sputnik News, 20.7.2015, US Pacific Fleet Chief spends week-end spying on South China seas Il capo della Flotta americana del   Pacifico ha speso il suo fine settimana spiando il Mar cinese  meridionale http://sputniknews.com/asia/20150720/1024849 103.html).

Ma è chiaro che il continuo avanzare della costruzione di isole e isolotti che la Cina rivendica, il pattugliamento insistente di formazioni navali americane in zona, nei Mari cinesi meridionale e orientale e nel mar del Giappone, insieme ai voli di intercettazione lanciati dai cinesi, terranno alte le tensioni e imporranno soprattutto a americani e cinesi di inventarsi e applicare insieme o, almeno, in parallelo meccanismi di gestione nuovi e efficaci di momenti di crisi, potenzialmente anche molto rischiosi (Stratfor – Forecast, 3rd quarter 2015, 8.7.2015 ▬ https://www.stratfor.com/forecast/stratfors-third-quarter-forecast-2015).

●Sempre da parte cinese, intanto, il ministero degli Esteri rivendica il diritto pieno delle compagnie cinesi a esplorare in acque sempre disputate dal Giappone nel Mar cinese orientale, né del resto Pechino riconosce a Tokyo la facoltà di marcare unilateralmente la linea cosiddetta mediana che segnerebbe le zone esclusive economiche dei due paesi. Tokyo era appena tornato a chiedere ufficialmente che Pechino interrompesse la costruzione di piattaforme per l’esplorazione di gas  naturale e greggio preoccupata che i cinesi potrebbero anche attingere così a riserve in territorio nipponico e utilizzarle come stazioni radio o basi per l’utilizzo di droni e altri mezzi aerei.

Ma le stesse fonti giapponesi danno atto che le piattaforme cinesi sono al dunque di fatto sempre in costruzione in acque territoriali che essi stessi riconoscono come cinesi e che, quindi, tutta la tesi di Tokyo è costruita sul sospetto e nessuna certezza effettiva, concreta, dimostrabile. Il punto è che la Cina, mentre malgrado la sua potenza e la sua prepotente onnipresenza reputa la strategia americana come quella di un potere che fondamentalmente resta tesa allo status quo mentre considera la politica di Shinzo Abe come quella di un governo ostile e potenzialmente e sicuramente aggressivo non tanto perché i due paesi sono diversi quanto perché si somigliano molto  (Stratfor – Geopolitical Diary, 22.7.2015, China Sees Its Competition With Japan Grow La Cina vede crescere la concorrenza col Giappone https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/china-sees-its-competition-japan-grow).

Anche la Russia si comincia a attivare pianificando di restaurare e ammodernare le infrastrutture civili e di difesa delle isole Curili che la Russia strappò al Giappone con la sconfitta e la resa nella seconda guerra mondiale che esso continua caparbiamente sempre, e invano, a reclamare come sue. Lo ha reso noto il primo ministro russo Dmitri Medvedev, rivendicandone il ruolo-chiave nella difesa delle frontiere russe e annunciando che intende recarvisi in visita presto, mentre incoraggia altri membri del Gabinetto federale russo a fare lo stesso. La Russia sta continuando a modernizzare le Curili del Sud dal 2011, inviandoci nuovi veicoli militari e modernizzandone le installazioni esistenti nel prossimo futuro (United Press International/U.P.I., 23.7.2015, Medvedev to visit Kuril Islands as Japan hopes for negotiations to resolve decades-old territorial dispute― Medvedev andrà in visita alle isole Curili tra speranze [secondo chi scrive infondate]giapponesi di negoziato per risolvere la disputa territoriale vecchia ormai di decenni ▬ http://www.upi.com/Top _News/World-News/2015/07/23/Medvedev-to-visit-Kuril-Islands-as-Japan-hopes-for-negotiations-to-resolve-decades-old-territorial-dispute/7841437662913).

 

●Della mentalità centripeta e un po’ monomaniaca che alberga a Washington tra Casa Bianca, Pentagono e Foggy Botttom― la Valle delle Nebbie, come dal metonimo popolare viene soprannominata la sede del dipartimento di Stato, è parte integrante il sospetto con cui Washington guarda alla serie di incontri e vertici economico-finanziari ma anche politici che hanno visto riunirsi nella Russia centrale i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e della SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai ), due organismi che crescono tenendo lontani – anche per scelta loro gli USA che ancora rifiutano lo status di uguale dignità e peso con gli altri in  qualsiasi organismo di cui siano parte – e vanno perciò sviluppando loro sensibilità e priorità, valori e interessi non sempre identici, anzi..., a quelli  degli occidentali.

Si tratta, però, come spesso capita agli USA che valutano tutto a spanne, a intuizioni e soprattutto a brevissimo termine, di un timore gonfiato di quello che qualcuno nella capitale americana,  tra i molti malati di America 1stism e affezionati alla loro eccezionalità cominciano a chiamare l’asse  Mosca-Pechino. E’ da quando è tramontato il periodo classico della guerra fredda prima maniera, diciamo così, con l’avvento rivoluzionario – o, se volete, controrivoluzionario – di Gorbaciov sulla scena del mondo che gli studiosi e gli analisti di temi di vera o presunta sicurezza sono andati ciclicamente pompando e sgonfiando la possibilità di una formale alleanza tra Russia e Cina. Ma la realtà è un’altra.

A partire dal 1990, dalle guerre globali scatenate dagli USA, e contemporaneamente, sull’Iraq e sull’Afganistan, e poi dal 2006, dalla formazione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, Russia e Cina continuano a esplorare, la prima, la strada di una sua autonomia di sviluppo quasi forzata all’autarchia, e alla difesa del suo storico spazio di interessi e, la seconda, ad esplorare modi informali di cooperazione di sicurezza e economica dentro quello che resta – anche se è in palese declino: da cui la paranoia che affanna gli americani – un sistema globale definito, almeno in primo abbozzo, dagli USA (cfr., Geopolitical Monitor, analisi poco rituale e originale di Neil Thompson, 22.7.2015, Fears of a Russia–China Axis Overblown Il timore gonfiato dell’asse Russia-Cina http://www.geopoliticalmonitor.com/fears-of-a-russia-china-axis-overblown).


 

[1] Un’esperienza fatta nel campo di concentramento confederato di Andersonville, in Georgia, Camp Sumter, il più vasto campo di prigionieri di guerra sudisti durante la guerra di secessione americana, aperto nel febbraio del 1864 su un’area  di 2 km2, dove i sudisti misero in gabbia 45.000 soldati nordisti: di cui quasi 15.000 non sopravvissero morendo di stenti e maltrattamenti, e “sparati a vista” quando tentavano di oltrepassare una barriera di tronchi di pino che, appositamente tagliati e sagomati, circondava con una striscia della morte deadline, il punto oltre la quale si sparava a vista.

   Il comandante del campo, capitano Henry Wirz, fu l’unico soldato della guerra civile giustiziato per crimini di guerra  e il campo può essere considerato il capostipite dei campi di concentramento, dai lager inglesi in Sudafrica per i ribelli boeri a quelli nazisti e ai gulag sovietici dove però in generale l’uscita era “libera”, se  riuscivi a scappare, circondati com’erano dalle nevi eterne e mortali della Siberia. 

[2] In Brasile, prima di Lula, il presidente Collor de Mello venne eletto con l’imbroglio e la corruzione nel 1990 e destituito con l’impeachment nel ’92... ; negli USA, elessero Bush jr. che aveva perso il voto popolare contro Al Gore, nel 2000, solo con lo scrutinio della Florida, a dir poco oscuramente contato e assegnatogli, con un singolo voto di maggioranza nella Corte Suprema spudoratamente poi motivato dal suo più sfegatato fan, il reazionario giudice Antonin Scalia con l’essere “politicamente necessario” rompere gli indugi nel conteggio del voto elettorale.

   Scalia, il  giudice della Corte di più antica nomina ormai (Reagan, 1986) scrisse, nella prima delle due             famigerate sentenze sfacciatamente politiche con cui mise fine al conteggio dei suffragi in Florida, interrompendolo d’autorità – sentenza che resta agli atti anche se, poi, tentò di ritirarla o modificarla – che compito della Corte suprema era assicurare la “pubblica accettazione” della presidenza Bush – in quel momento in vantaggio per alcune decine di voti – senza che un ri-conteggio ancor più protratto, dimostrando una possibile vittoria di Gore, potesse “delegittimare chi in quel preciso momento era”,  secondo lui e altri suoi quattro co-congiurati della Cortela maggioranza di uno avanti nel conteggio minando se i processo fosse andato avanti la “stabilità democraticadella “sua” presidenza: da dichiarare dunque acquisita in nome del supremo interesse dello Stato. Così come ovviamente da lui, Scalia, concepito… Testuale ▬  http://frwebgate.access.gpo.gov/supremecourt/00-949; o www.supremecourtus.gov/opinions/00pdf/00-949.pdf)…

   E così una sentenza, cui il debolissimo Gore non trovò il coraggio di opporsi, regalò al paese, e al mondo, il peggior presidente di sempre, le cui sfacciate menzogne sulle armi di distruzione di massa di Saddam, veri e propri crimini di guerra, diversamente di Collor, a lui, però non costarono destituzione e processo malgrado la guerra che ha inventato e imposto con milioni di morti all’Iraq e migliaia anche al suo stesso paese...

[3] Solo in interessi a breve, si viene a sapere da un attento e documentato studio della Jubilee Debt Campaign, il Fondo monetario ha fatto, da solo, 2,5 miliardi di profitto dai prestiti fatti alla Grecia in quattro anni, dal 2010, a un tasso effettivo del 3,6%, molto di più del livello che sarebbe necessario al FMI per far fronte a tutti i suoi costi: lo 0,9% (Jubilee Debt Campaign.com, 8.4.2015, IMF has made €2.5 billion profit out of Greece loans Il FMI ha fatto 2,5 miliardi di € di profitti dai suoi prestiti alla Grecia http://jubileedebt.org.uk/news/imf-made-e2-5-billion-profit-greece-loans); e, sempre la stessa fonte, già il 18.1.2015, documentava che, sempre dal 2010 a fine 2014, dei 252 miliardi di € prestati alla Grecia, su sponsorizzazione del FMI, da Banche di Stato varie e privati, ben 232,9 miliardi, il 92%,  sono stati già restituiti ai creditori: cioè, meno del 10% del prestito è stato usato per altro che per restituirlo in interessi ai creditori:    At least 90% of the Greek bailout has paid off reckless lenders― Almeno il 90% del salvataggio della Grecia è stato già restituito a  creditori del tutto irresponsabili http://jubileedebt.org.uk/press-release/least-90-greek-bailout-paid-reckless-lenders).    

[4] L’idea la butta lì, per esempio, un breve ma calcolatissimo articolo del Sunday Times londinese, il fogliaccio di Rupert Murdoch, scrivendo il 5.7.2015, giorno del referendum, come ad esso – articolo di M. Campbell – risulti che Greek army and police prepare for street battles Esercito e polizia greci preparano battaglie di strada, cioè la guerra civile, con un piano approntato autonomamente dal e contro il governo di Syriza, in codice chiamato piano Nemesis ▬ http://www.thesundaytimes.co.uk/sto/news/uk_news/National/article1577226.ece).