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              08. Nota congiunturale - agosto 2014

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

 

 

 

 

1.8.2014

(chiusura: 31.7.2014)

                                                                                                                             

di Angelo Gennari

 

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola Mila no – restassero , per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc394604142 \h 1

nel mondo  in generale. PAGEREF _Toc394604143 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE.. PAGEREF _Toc394604144 \h 1

La geografia etnica dell’Iraq (e la vecchia/nuova idea del VP americano, Joe Biden)…   (mappa) PAGEREF _Toc394604145 \h 4

L’Iraq: la “Costa Discordia”?...   (vignetta) PAGEREF _Toc394604146 \h 5

La Terra santa: ma che mai è venuto a fare? ovvero il trionfo dell’odio e della paura...   (vignetta) PAGEREF _Toc394604147 \h 10

Una bella gara di estremismi scatenati...   (vignetta) PAGEREF _Toc394604148 \h 11

Quattro obiettivi mirati del bombardamento navale di Gaza... (vignetta) PAGEREF _Toc394604149 \h 13

Bombe sulle case e, poi, ancora bombe sui rifugi degli sfollati, come la scuola di Beit  Hanoun   (foto) PAGEREF _Toc394604150 \h 15

Il silenzio degli arabi...   (vignetta) PAGEREF _Toc394604151 \h 18

nel resto dell’Africa.. PAGEREF _Toc394604153 \h 22

in America latina.. PAGEREF _Toc394604154 \h 23

CINA... PAGEREF _Toc394604155 \h 26

nel resto dell’Asia.. PAGEREF _Toc394604156 \h 29

EUROPA... PAGEREF _Toc394604157 \h 37

Noi ucraini, “ne ammazzeremo 100 dei vostri per ogni morto nostro”... l(dal sito di Poroshenko) PAGEREF _Toc394604158 \h 42

La scelta del tracciato: per risparmiare – pare – 3.000 € di tasse di sorvolo... (mappa) PAGEREF _Toc394604159 \h 44

Ci sono oligarchi buoni e oligarchi cattivi...  (vignetta) PAGEREF _Toc394604160 \h 45

STATI UNITI. PAGEREF _Toc394604161 \h 50

Investimenti in abitazioni in % del PIL...   (grafico) PAGEREF _Toc394604162 \h 51

GERMANIA... PAGEREF _Toc394604163 \h 53

Angela calcia via gli spioni di Barak... (vignetta) PAGEREF _Toc394604164 \h 54

FRANCIA.... PAGEREF _Toc394604165 \h 54

GRAN BRETAGNA... PAGEREF _Toc394604166 \h 56

GIAPPONE... PAGEREF _Toc394604167 \h 56

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

 

nel mondo in generale

L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di agosto 2014 prevede, tra gli  appuntamenti che sembrano di maggiore rilevanza

• il 10 agosto, in Turchia, primo round delle elezioni presidenziali;

• il 24, se al primo turno nessuno ottiene il 50+1 dei voti espressi, ballottaggio in Turchia.

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

●Il 90% degli aerei parcheggiati, negli hangars o sulle piste dell’aeroporto internazionale di Tripoli, in Libia, sono stati distrutti a terra, rende noto a metà mese Ahmed Lamine, portavoce  – diciamo... – del governo. Il primo ministro di nuova nomina, come sempre ancora molto in bilico, sta – viene anche detto – valutando la possibilità di chiedere a qualche paese straniero “assistenza” nel campo della sicurezza, di cui evidentemente ha un disperato bisogno (Al Arabiya, 15.7.2014, Libya attack destroys ‘90% of Tripoli airport jets’― Un attacco all’aeroporto distrugge ‘il 90% degli aerei presenti a Tripoli ▬ http:// english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2014/07/15/Libya-attack-destroys-90-of-Tripoli-airport-jets-.html).  

Ma, come sempre, dopo aver cercato senza successo per oltre un anno di gestire in proprio, unatura basilare di sicurezza, a nome di chi esattamente parli ora il de facto premier del momento, Ahmed Maiteek, nessuno lo sa neanche lontanamente (Stratfor – Global Intelligence, 24.6.2014, Libya's New Government Will Face Old Challenges Il nuovo governo libico dovrà far fronte a sfide antiche http://www.stratfor.com/ analysis/libyas-new-government-will-face-old-challenges#axzz37Y3l56Vs).

Il punto è che, come succede da anni per esempio in Somalia, anche la Libia si sta ormai trasformando, si è ormai trasformata secondo i più tra gli osservatori, in una pura espressione geografica... e quasi più niente, c erto non più ormai grazie al capolavoro congegnato tra Sarkozy, Cameron e Obama nella caccia a Gheddafi e nello sgretolamento dello Stato-Nazione che si chiamava Libia, regalato con le bombe della NATO ai jihadisti peggiori...

Poi, a fine mese, due grandi serbatoi di benzina che a Tripoli rifornivano la capitale per milioni di litri di carburante sono colpiti e incendiati e la dimensione della crisi assume quella della catastrofe vera e propria... E, naturalmente, che fa il governo libico? Un appello, a chi ha appiccato gli incendi, di smetterla!

●Anche lo stato di confusione in cui versa in Iraq nelle ore dell’agonia, terminale probabilmente, del governo Maliki – e non solo per l’offensiva difficile da arginare anche qui dei jihadisti ma forse ancor più per la frattura irreparabile che la sua politica settaria ha esasperato tra sci’iti vincenti e sunniti iracheni soccombenti –è testimoniato, prima, dal rinvio di oltre un mese, forse al 12 agosto, della prossima sessione del parlamento che non riesce a eleggersi neanche lo speaker, altro che il nuovo primo ministro (decisione poi corretta dal facente funzione di speaker autonomamente ma senza poter garantire che per il 12 luglio da lui deciso poi l’assemblea davvero si riunirà).

E, poi, dal grottesco riemergere – quasi più della ricandidatura al terzo mandato dello stesso al-Maliki – della candidatura in queste condizioni, pare, anche possibile di Ahmad Chalabi (New York Times, 1.7.2014, Rod Nordland, Iraqi Parliament Fails to Reach Deal on New Government Il parlamento iracheno non riesce a trovare un accordo sul nuovo governohttp://www.nytimes.com/2014/07/02/world/middleeast/iraq.html?8 &hp&action=click&pgtype=Homepage&version=HpSumSmallMediaHigh&module=second-column-region&regi on =top-news&WT.nav=top-news#).

Che, probabilmente – grazie a Dio qualcuno lo ricorda – fu il responsabile principale a far precipitare, non certo da solo ma coi suoi deliberati imbrogli – mentendo, fabbricando prove e indizi falsi –  ma certo per decisione finale di Bush a precipitare l’America nella seconda guerra del Golfo, distruggendo l’Iraq e creando le premesse del disastro di oggi.

Questo straordinario Carneade – da sempre spione della CIA, pagato da essa milioni di dollari, al servizio pagato (sempre con milioni e milioni) degli interessi di Cheney, vice presidente di Bush che curava direttamente con il suo i profitti dei petrolieri americani, già fondatore e poi condannato in Giordania per frode e fallimento della seconda maggiore banca di quel paese, fu per lunghi mesi il cavallo dei neo-cons su cui nel 2003, dopo l’invasione, aveva puntato l’amministrazione statunitense che, del resto (Cheney e Bush proprio) gli doveva l’invenzione – le armi di distruzione di massa di Saddam – con cui aveva “giustificato”, a base delle prove truccate o inventate su suo suggerimento, l’invasione e il bombardamento dell’Iraq.

Sputtanato com’è, lui che pure è sci’ita – ma se n’è sempre fregato... – ha avuto comune per gli sci’iti il merito di aver fatto crollare Saddam― con un imbroglio criminale, certo, ma chi se ne frega no? forse che il fine in politica non giustifica tutto? come in economia? E, in fondo, va anche detto che, con un solo seggio del suo partito al Majlis (il suo), il fatto stesso di essere preso in considerazione come premier attesta delle sue capacità già largamente provate, del resto, di operatore e di manipolatore politico (New York Times, 30.6.2014, Rod Nordland, For Iraq, Potential Leader with a Tarnished Past Per l’Iraq un potenziale leader dal passato sporcatohttp://www.nytimes.com/2014/07/01/ world/middleeast/for-iraq-potential-leader-with-a-tarnished-past.html?hp&action=click&pgtype=Homepage&modu le=second-column-region&region=top-news&WT. nav=top-news).

Subito il 4 luglio, i curdi iracheni chiariscono che loro non ci staranno facilmente alla formazione di un governo unitario, anche cambiato da quello al-Maliqi, se il potere centrale a Bagdad non riconferma – e, anzi, non rafforza – l’autonomia e l’indipendenza di Erbil: esplicitamente anche in diritto, senza più cercare di rovesciarlo, deve riconoscere il controllo di fatto che i curdi esercitano da diverso tempo ormai sulla grande città di Kirkuk, al Nord dell’Iraq. Lo dichiara, ormai pubblicamente, Fuad Husseini, capo di gabinetto del presidente della regione autonoma curda, Massoud Barzani (New York Times, 3.7.2014, M. R. Gordon e A. J. Rubini Kurdish Officials Seek More Autonomy in Any Deal With a New Government― Gli esponenti curdi cercano maggiore autonomia in qualsiasi accordo con un nuovo governo http://www.nytimes.com/2014/07/04/world/middleeast/kurdish-officials-doubtful-of-a-new-iraqi-govern ment-still-seek-autonomy.html?_r=0).

Che, in visita a Washington, dopo aver visto Obama, ha tenuto a parlare col vice presidente, Joe Biden: che, da senatore , anni fa aveva avanzato la proposta di dividere l’Iraq in tre stati autonomi ma federati― uno per i curdi, a nord, un al centro per i sunniti e quello per gli sci’iti a Sud. Come, soluzione possibile – mai facile – per questo disgraziato paese. Allora gli americani occupavano e comandavano. Ma Bush non ne volle sapere (USA Today, 1.5.2006, (A. P.), Biden: Split Iraq into 3 Different Regions ― Dividiamo l’Iraq in tre diverse regioni ▬ http://usatoday30.usatoday. com/news/washington/2006-05-01-biden-iraq_x.htm).

●Barzani ha anche, contemporaneamente, annunciato di voler convocare un referendum aperto a tutti i cittadini del Kurdistan iracheno cui proporrà di formare uno Stato proprio, autonomo e indipendente― e ciò, dice chiaro, a prescindere dalla posizione ufficiale di Washington. E chiede a tutta, come la chiamano, “comunità internazionale” – sottolinea “tutta” trattandosi, fa rilevare, di un ectoplasma variabile di fatto riservato e inclusivo solo di chi con gli USA concorda – di “rispettare l’esito del referendum”.

Anche se poi negli ambienti del governo di Erbil si ammette che di fronte ai mille ostacoli coi quali devono fare i conti – manca la benzina alla pompa e devono razionarla, il governo centrale di Bagdad da mesi non paga più conti e stipendi – i curdi dovranno forse, se fosse ancora necessario, saper aspettare (Shafaq News/, 5.7.2014, Poised to Gain in Iraq Crisis, Kurds Face New Barriers to Autonomy Pronti a approfittare della crisi irachena, i curdi fronteggiano altri ostacoli all’autonomiahttp://english.shafaaq.com/index. php/stories/10404-poised-to-gain-in-iraq-crisis-kurds-face-new-barriers-to-autonomy).

Vanno per la loro strada, quindi, e naturalmente approfittando – come si fa sempre in politica e in tutte le questioni di potere – della debolezza massima contingente dello Stato centrale iracheno oggi sotto l’attacco caparbiamente risoluto dell’ISIL, i curdi iracheni che, con l’occupazione da parte delle milizie peshmerga dei campi petroliferi di Kirkuk, hanno cominciato a pompare greggio senza più chiedere permessi o licenze o accordi a nessuno.

I curdi trasporteranno in Kurdistan adesso via oleodotto il petrolio per raffinarlo e venderlo sul mercato. L’oleodotto in questione ha una capacità massima di 120.000 barili al giorno e i curdi  venderanno separatamente quel greggio dal loro territorio perché quello iracheno – meno pesante – ha un valore di mercato più elevato del loro (Rigzone-Iraq Oil Report, 17.7.2014, Rania El Gamal, Iraqi Kurdistan starts oil pumping from Kirkuk Il Kurdistan iracheno comincia a pompare petrolio da Kirkukhttps://www. rigzone.com/news/il_gas/a/134082/Iraqi_Official_Iraqi_Kurdistan_starts_Oil_Pumping_from_Kirkuk).

E’ una misura forse anche sollecitata dalla decisione turca di fermare “temporaneamente” l’import del gas curdo-iracheno, giustificata con l’accumularsi di petroliere cariche nei porti della Turchia – o almeno così, non per ragioni politiche, motivata dal ministro dell’Energia di Istanbul, Taner Yildiz: in realtà, però, si sono fatti anche più cauti, a fronte delle azioni legali intraprese e non più solo minacciate da Bagdad, gli importatori finali (Italia, Spagna, pare anche Germania) che adesso pare abbiano cominciato a frenare (Iraq Dinar News, 18.7.2014, Yildiz: stop off oil shipments coming from Kurdistan to Turkey▬ Yildiz: alt in Turchia alle spedizioni di greggio in arrivo dal Kurdistanhttp://iraqidinarnewstoday. net/yildiz-stop-off-oil-shipments-coming-from-kurdistan-to-turkey).

●Con l’inasprirsi della fiammata insorgente dei sunniti in Iraq contro il governo a dominanza sci’ita, i curdi, comunque, ormai sfidano apertamente il controllo del governo centrale di Bagdad. Anche se con altri mezzi rispetto a quelli dei ribelli sunniti, per ora, e senza negare al centro l’aiuto indispensabile dei suoi peshmerga, al momento (Stratfor – Global Intelligence, 12.6.2014, Kurds use oil tankers to challenge Baghdad’s control― I curdi utilizzano le petroliere per sfidare il controllo di Bagdadhttp:// www.stratfor.com/analysis/kurds-use-oil-tankers-challenge-baghdads-control#axzz37jURbcbs).

Naturalmente, se il referendum va avanti, segna la fine dell’Iraq come esso esiste. Barzani insiste, e non ha torto, sul fatto che l’invasione dell’ISIL ha creato una nuova strapotente giustificazione del bisogno di indipendenza. Da cui forse non oggi ma domani di certo, indietro i curdi non tornano più. Intanto, e in ogni caso, Erbil annuncia che il suo governo, d’ora in poi, pagherà i dipendenti pubblici in dollari americani, visto che Bagdad da sette mesi, per punizione e non solo per il caos che lì regna sovrano, non invia a nord la divisa irachena che dovrebbe trasferirvi (Shafaq News, 22.7.2014, KRG to distribute salaries of its employees in U.S. dollars Il Governo regionale curdo [dell’Iraq] distribuirà i salari dei suoi impiegati in dollari USA http://english.shafaaq.com/index.php/politics/10621-krg-to-distribute-salaries-of-its-employees-by-u-s-dollar).

●Adesso, nel tentativo di catturare la benevolenza dei curdi, al-Maliki alla fine si rassegna a far rieleggere dopo il vecchio leader curdo Jalal Talabani, in scadenza e da tempo malato, ancora un curdo, F’uad Mas’um, un guerrigliero peshmerga e lui stesso veterano della lotta armata dei curdi contro Saddam, come presidente della Repubblica federale irachena, con 211 voti su 269 membri del parlamento. Ma, non solo a parere di chi scrive, Nouri al-Maliki probabilmente si illude se pensa davvero così di comprare il voto dei deputati curdi alla sua rielezione.

Anche perché, intanto, quel voto i curdi già lo hanno incassato, dopo aver portato a casa anche un curdo come il presidente del parlamento stesso, contraddicendo l’accordo raggiunto anni fa che prevedeva un curdo alla presidenza della Repubblica, un sunnita a numero uno della Camera e asl posto di premier, il più importante, uno sci’ita: come appunto è al-Maliki.

Ora – bè, ora...: fra manovre e contro-manovre, imbrogli, nuovi attacchi dell’ISIL e contrattacchi dell’esercito, attentati e mercati delle varie vacche, si arriva però ormai anche se ci vorranno ancora settimane, appunto, al piatto forte: l’elezione del nuovo premier (New York Times, 24.7.2014, Tim Arango e Suadad al-Salhy, Iraqi Leaders Elect Former Foe of Hussein as President I dirigenti iracheni eleggono ex nemico [ma soprattutto – chi ha stilato il titolo è un cretino – un curdo!] come presidente della Repubblica dell’ Iraq  http://www.nytimes.com/2014/07/25/world/middleeast/iraq-president-fouad-massoum.html).

●In effetti, il Kurdistan continua a lanciare sfide e tenere fieramente il punto, ma deve registrare e tentar di affrontare ogni giorno problemi crescenti di ordine finanziario, appoggiarsi per le sue più impellenti necessità sul vecchio avversario storico che per il paese è la Turchia: ma in questo momento, prima che cominci ad arrivargli qualche introito per il petrolio di Kirkuk che estrae e cerca di vendere – e col contenzioso aperto ci vorranno mesi – l’unico credito che riesce a trovare pare che sia proprio a Istanbul.

Si possono aprire, d’altra parte, se la Turchia recalcitra spazi insperati a Erbil per una qualche assistenza iraniana che a questo punto non è più affatto da escludere, anzi...(Stratfor – Global Intelligence, 21.7.2014, Iraqi Kurdistan’s Financial Trap La trappola finanziaria del Kurdistan iracheno http://www.stratfor.com/analysis/ iraqi-kurdistans-financial-trap#axzz386BS9hYN).

●Ma la voglia di indipendenza è ormai assai contagiosa anche a migliaia di Km. di distanza.non certo solo tra i curdi. C’è una simmetria curiosa persino tra la proclamazione del califfato che non accetta più i confini tracciati cento anni fa dal colonialismo intorno al Tigri e all’Eufrate, il  referendum curdo, la secessione della Crimea e la tentata secessione dell’Ucraina orientale... Ovviamente, sono processi diversi e separati. Ma tutti hanno in comune il principio che, se i vecchi confini la gente non li accetta più, e li vuole cambiare alla fine li cambia.

A meno di imporli come sono con una guerra continua. Nel caso del califfato, la rivolta va montando a scala addirittura mondiale e sulla base di una visione addirittura da incubo di sottomissione a un autoproclamato “successore”. Che rinnega proprio la stessa concezione della divisione in confini e in Stati sovrani... Il processo, però, è sempre quello...

L’ultima manifestazione di questo fenomeno prima dell’ISIL, la Crimea, affonda le radici nel processo di frantumazione politica e di ricostruzione iniziato dopo il collasso del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica. Prima di questo evento, lo stesso processo di dissolvimento s’era attivato nei primi anni del decennio 1960 quando i paesi europei s’erano dovuti spossessare dei loro imperi coloniali in Africa e in Asia. E si tratta dello stesso processo che va avanti.

● La geografia etnica dell’Iraq (e la vecchia/nuova idea del VP americano, Joe Biden)…   (mappa) 

Fonte: Informed Comment, Juan Cole, 6.12.2010, Religion & Ethnicities of Iraq Religioni e etnie del’Iraq.

 ●Il governo della Turchia è in totale confusione, e anche chiaramente diviso, sulla questione del Kurdistan iracheno, dell’Iraq e dell’ISIL.

• Da una parte, è apertamente grato ai peshmerga e in debito col governo di Erbil per aver bloccato l’avanzata iniziale dell’ISIL in Iraq, perfettamente al corrente che i jihadisti vogliono sottoporre al loro califfato anche la Turchia stessa. Il fatto che se la frantumazione dell’Iraq andasse avanti, il sostegno ufficioso della Turchia a un forte Kurdistan iracheno potrebbe trasformarsi in linea ufficiale del suo governo. Ma

• dall’altra, il vice primo ministro turco Bulent Arinc oggi dichiara che il governo di Istanbul si oppone comunque sempre, però, alla separazione della regione curda dell’Iraq e sempre perché a quel punto teme che diventerebbe forte la tentazione per i curdi di Turchia a cercare di unificarsi con loro separandosi dalla penisola anatolica (Zawya/Dubai, 1.7.2014, Turkey declares its opposition to Kurdistan's separation from Iraq La Turchia dichiara la sua opposizione alla separazione del Kurdistan dall’Iraq http://www.zawya.com/story/Turkey_declares_its_opposition_to_Kurdistans_separation_from_Iraq-ZAWYA2014070 1062454).

Questa è la formulazione ufficiale e pubblica della politica turca. Che però a questo punto è chiaramente divisa, spaccata e contraddittoria al suo interno, tra esponenti diversi e magari anche nello stesso esponente. E’ che la Turchia ha aiutato direttamente, ha perfino istigato e coperto anche diplomaticamente e politicamente, l’ISIL finché stava in Siria a combattere e massacrare per rovesciare il governo di Assad. Ma adesso che ISIL e califfato suo succedaneo rifiutano di riconoscere i confini tra Stati e li vogliono scavalcare tutti piegandoli all’unica loro obbedienza la Turchia scopre di aver fatto l’apprendista stregone finendo come finiscono sempre poi gli apprendisti stregoni...

L’ambasciatore russo a Bagdad, Ilya Morgunov, ha tenuto a specificare ai media che, come annunciato dal presidente Putin, piloti russi “possono” anche già essere al lavoro in Iraq per far funzionare immediatamente i caccia SU-25 “Frogfoot”― zampa di rana (nel codice NATO) forniti da Mosca. Ma essi, “al contrario di qualcun altro”, non prenderanno parte, se non su richiesta del Consiglio di Sicurezza dell’ONU  e del parlamento iracheno, e dopo l’approvazione della misura da parte del parlamento russo – ha aggiunto polemicamente – ad alcuna azione militare contro l’ISIL o altri ribelli.

In ogni caso, già il 1° luglio parecchi SU-25 hanno sorvolato Bagdad, ma la posizione ufficiale dei russi resta di non confermare che loro tecnici e addestratori militari siano già al lavoro  (“potrebbero già”, ha ripetuto più volte) soggiungendo che sarebbe logico, però, se fossero arrivati insieme agli aerei (che, questo lo ha confermato, sono arrivati: si tratta di modelli vecchi ma ammodernati e già in dotazione dai tempi di Saddam, all’aviazione irachena: quando però erano pilotati, quasi esclusivamente, però, da militari di estrazione sunnita...). Lo conferma anche un video postato sul sito delle Forze armate irachene e disponibile in rete (Global Aviation Report/New York, 1.7.2014, Iraq confirms arrival of Sukhoi Su-25 fighter jets from Russia L’Iraq conferma l’arrivo dalla Russia di caccia Sukhoi SU-25 http://globalaviationreport.com/2014/06/29/iraq-confirms-arrival-of-sukhoi-su-24-fighter-jets-in-iraq).

●Nel contempo, il vice ministro degli Esteri dell’Iran, Hossein Amir Abdollahian, rende noto che Teheran – oltre a restituire parte degli aerei che Saddam, per sottrarli ai bombardamenti americani, inviò a gennaio 1991, all’inizio della prima guerra del Golfo, in Iran – potrebbe anche provvedere, su richiesta specifica di armi “appropriate” da parte delle Forze armate irachene, a fornirne “tempestivamente”. Ma non ha alcun piano di inviare a Bagdad truppe sue combattenti (Khaleeji Times/Dubai, 1.7.2014, Reuters-G. Baczynska, Iran deputy minister says ready to provide Iraq with arms if requested― Vice ministro iraniano afferma che, se richiesti, sono pronti a  fornire armi all’Iraq http://www.khaleejtimes.com/kt-article-display-1.asp?xfile=data/middleeast/2014/July/middleeast_July7.xml&section=middleeast).

L’Iraq: la “Costa Discordia”?...   (vignetta)

Sci’ti, sunniti, curdi: Ci siamo riuniti per discutere della direzione futura del nostro paese 

Fonte: The Economist, 4.7.2014,  KAL  

● Poi, però, anche senza piani forse, solo qualche giorno dopo, il 5 luglio, l’agenzia di notizie ufficiale di Teheran riporta che il col. Shoja’at Alamdari Mourjani, dell’aviazione iraniana è rimasto ucciso combattendo in Iraq contro i jihadisti sunniti, nella difesa dei luoghi sacri sci’ti della città di Samarra a nord di Bagdad: non è però chiaro in questa notizia se è morto combattendo a terra o pilotando in volo il suo caccia. Ed è la prima dichiarazione ufficiale della presenza “attiva” in Iraq di piloti iraniani, finora mai confermata come mai confermato, finora, è che l’Iraq la abbia richiesta (Al Jazeera, 5.7.2014, Iranian pilot killed fighting in Iraq Un pilota iraniano ucciso combattendo in Iraq http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2014/07/iranian-pilot-killed-fighting-iraq-201475104851577720.html).

●Alla vigilia della forzata uscita di scena – o di quella che ormai, nel clima da non pochi paventato/auspicato da “ultimi giorni di Salò” che incombe su Bagdad, un’impasse che al-Maliki sta manovrando per prolungare al massimo restando il più possibile abbarbicato alla sedia del comando, nella speranza quasi disperata di una sua inopinata riconferma – nella Grande moschea di Mosul, Abu Bakr al-Baghdadi, già leader di al-Qaeda in Iraq, poi dell’ISIL e ora autoproclamato califfo di Iraq e Siria, conduce la preghiera del venerdì.  

Ha anche postato un video sui social networks cui riesce ad accedere che il governo di Bagdad denuncia, naturalmente, come truccato e fasullo e si fa giurare obbedienza cieca dai suoi seguaci (Al Jazeera, 5.7.2014, Islamic State's 'caliph' lauds Iraq rebellion― Il ‘califfo’ dello Stato Islamico tesse le lodi della ribellione in Iraq http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2014/07/islamic-state-caliph-lauds-iraq-rebellion-20147512574 517772.html). Giurando, tra l’altro, dopo aver riconquistato Bagdad e pure la Mecca, di riprendersi anche Roma “perché nell’846 d.C. – ricorda – i saraceni, nostri antenati, già la catturarono[1]”: una logica proprio del cappio!).

Comunque, sul piano concreto, riprende l’offensiva dell’ISIL con la riconquista almeno di parte di Tikrit a neanche 200 Km. a nord di Bagdad, tamponata da una campagna di lenta e sanguinosa ma alla fine soltanto temporanea avanzata casa per casa delle truppe governative di più di due settimane. Intanto il traballante primo ministro che resta in carica, Nouri al-Maliki, ha licenziato in tronco (ma probabilmente sarebbe stato meglio se lo avesse fatto subito, prima) il comandante dell’esercito ten. gen. Ali Ghaidan e il capo della polizia federale ten. gen. Mohsen al-Kaabi (Military Industry Today, 5.7.2014, Agenzia Associated Press (A.P.),  Qassim Abdul-Zahra, Iraqi prime minister forces head of army ground force, federal police chief into retirement Il primo ministro iracheno manda forzatamente in pensione il comandante delle truppe di terra dell’esercito e il capo della polizia federale http://military.einnews.com/article__detail/ 212483732?lcode=EYrTUjaZJ_J0inTq1VD-eA%3D%3D). Ma non ne ha neanche potuto nominare subito, come aveva detto di volere i sostituti.

Al-Maliki sta cercando così di rifarsi in extremis, dopo la catastrofe politica in cui la sua ostinata rigidità e incapacità di mediare con gli altri ha sfociato aprendo la strada all’ISIL, un’ormai impossibile verginità, anche considerando che ha tenuto in mano con polso ferreo tutte le redini di comando del paese, prime durante l’invasione quando gli americani se lo inventarono e dopo, per tutta l’occupazione, l’impennata e la ritirata delle truppe americane.

Però il suo muoversi è pieno di contraddizioni e di pericolosissime sfide sempre più arrischiate. Adesso, ha criticato accusandoli in televisione di “tradimento” il governo curdo autonomo del Nord del paese, di come ha trattate il dossier del petrolio e ha affermato, ma senza portare alcuna prova che suonasse nuova, per quella che è la sua equivoca posizione verso l’ISIL― che, dice, insieme combatterebbe ma, schierandosi contro la sua rielezione, anche proteggerebbe.

E, dopo aver dovuto registrare la protesta dei curdi che partecipano alla sua coalizione e al governo, con l’annuncio che avrebbero subito sospeso la loro partecipazione alle riunioni di gabinetto, reagisce l’11 luglio licenziando il ministro degli Esteri, il facondo, rotondo e navigatissimo (al suo posto anche da prima di Maliki, dal 2003, dalla caduta di Saddam) esponente curdo, Hoshyar Zebari, con un suo tirapiedi sci’ita...

...e la conseguenza, naturalmente, di far infuriare i curdi consolidando la loro decisione di associarsi a quanti – molti – vanno chiedendo di andare avanti col processo costituzionale che serve adesso a cambiare istituzioni e governo e, soprattutto, proprio al-Maliki (New York Times, 11.7.2014, A. J. Rubin, Rift With Kurds Widens as Iraqi Leader Ousts Foreign Minister― La spaccatura coi curdi si allarga col premier iracheno che caccia il ministro degli Esteri http://www.nytimes.com/2014/07/12/world/middleeast/maliki-replaces-zebari-as-kurds-seize-oil-plants.html?_r=0).

E subito il vice primo ministro iracheno, Nourish Shades, il curdo più elevato in grado nel gabinetto al-Maliki accusa il premier di aver tentato con le sue forzature di distogliere l’attenzione dal grande fiasco provocato “col suo fare alla sicurezza del paese”. Ha confermato che tutti i curdi boicotteranno d’ora in poi le riunioni di gabinetto... ma ha smentito che intendano uscire dalla coalizione. Vogliono, infatti, continuare a pesare sulla sua successione a Maliki e sulla formazione del nuovo governo centrale (NightWatch, 10.7.2014, VPM confirms Curds’ boycott Il VPM conferma il boicottaggio dei curdi http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000148.aspx).

●Ma, adesso che insiste a ripresentarsi e a farsi ripresentare dalla sua coalizione, emergono con forza e intransigenza voci diverse contro la possibilità di prendere anche solo in considerazione l’ipotesi stessa. E il leader sci’ita Muqtada al-Sadr, anomalo da sempre e politicamente indipendente ma molto autorevole perché combatté armi alla mano contro le peggiori prevaricazioni degli americani occupanti/liberatori (il “chierico ribelle”, lo chiamavano proprio così i pro-consoli statunitensi, diplomatici, spioni e militari che hanno cercato per anni di farlo fuori) e perché vicinissimo al Grande ayatollah al-Sistani, il capo spirituale di tutti gli sci’ti da sempre, componente – Sadr – lui stesso irrequieto della coalizione di Maliki, è quello che più pubblicamente e seccamente contrasta oggi la stessa ipotesi di vederlo ricandidarsi.

Il parlamento sembra  incapace, come sempre del resto,  di decidere e parecchi chiedono anche nella stessa maggioranza sci’ita almeno di cominciare escludendo chi, come appunto al-Maliki, dice al-Sadr, ha “affondato l’Iraq in continue crisi sul piano della sicurezza interna e in una crisi politica senza soste” e che “è il suo stesso partito dello Stato della Legge che deve proporre un altro candidato trattandosi del singolo blocco politico più vasto dell’Alleanza Nazionale(The Daily Star/Beirut, 6.7.2014, Sadr wants Maliki's bloc to choose new Iraq PM candidate Sadr vuole che la coalizione di Maliki cambi il candidato a primo ministro http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2014/Jul-06/262819-sadr-wants-malikis-bloc-to-choose-new-iraq-pm-candidate.ashx#axzz36mlupaAQ).

Poi, per sbloccare l’impasse, torna a premere pubblicamente l’ayatollah al-Sistani, dopo che l’assemblea fa un piccolo passo avanti eleggendo il 15 luglio, intanto, finalmente il deputato sunnita Salim al-Juburi a proprio presidente (The Siasat Daily/Hyderabad,15.7.2014, Salim al-Jubouri elected new Iraq parliament speaker http://www.siasat.com/english/news/salim-al-jubouri-elected-new-iraq-parliament-speaker ).

Ma per il Grande ayatollah degli sci’iti irakeni, uomo rispettato anche da parecchi dei sunniti non estremisti in tutto il paese, avvisa di nuovo, pubblicamente, Al-Maliki, che gli si opporrà, sempre pubblicamente, se non riuscirà adesso, entro una settimana a partire da metà mese, a trovare un candidato della sua stessa coalizione per farsi subito rimpiazzare (U.S. News & World Report/Washington. D.C., 9.7.2014, Ali Mamouri, Iraq's Shiite Religious Leader May Want Maliki Gone Capo religioso iracheno può vorrebbe vedere andarsene Maliki http://www.usnews.com/news/articles/2014/07/09/iraqs-shiite-religious-leader-may-want-maliki-gone).

●Il governo iraniano, per bocca del ministro degli Esteri Javad Zarif, ha reso pubblico che non sosterrà automaticamente il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki nei tentativi, che sembrano in effetti sempre più disperati, di essere rieletto. Ma sosterrà chiunque sia il prescelto – non forzato da golpe o prove di forza interne – dalla libera scelta del popolo e del parlamento iracheni. E’ la prima volta che Teheran fa sentire la sua voce, sicuramente pesante, sul futuro del paese e di fatto ormai suo protetto del Nord-Est (Dinar/Bagdad, 21.7.2014, Iran does not support Maliki for third term, but support Iraqi people’s choice― L’Iran non sostiene Maliki per un terzo msndato, ma appoggerà la scelta del popolo iracheno                               ▬ http://dinarnuggets.com/iran-does-not-support-maliki-for-third-term-but-support-iraqi-peoples-choice).

Quanto allo Stato Islamico e alla sua sbandierata proclamazione del califfato per Siria e Iraq come prodromo per l’unico universale comando di tutti i credenti nel mondo che riprende la successione, nella vulgata sunnita l’unica legittima, del califfato Rashidun che nel VII secolo d.C. succedette a Maometto riconosciuto da tutti i mussulmani, meno gli eretici sci’iti ovviamente, come davvero universale – anche se, per il momento, limitato certo alle fette di territorio “liberati” dall’ISIL e dai suoi precari alleati in Siria e in Iraq – sono invero pochi i gruppi e le fazioni islamiche che hanno dichiarato la loro adesione e lealtà all’offerta avanzata.

Il fatto è che “liberati”, in effetti, qui significa per i cristiani convertirsi o far finta almeno di convertirsi pubblicamente all’Islam, facendone pubblica confessione, o pagare una rovinosa multa (in un secondi tempo, soluzione però cancellata perché insufficientemente punitiva per i miscredenti, o andarsene coi panni che si portano addosso e nient’altro o venire se no, e se va bene, sgozzati (erano ancora diverse decine di migliaia, i cristiani a Mosul, e chi tra loro ci è riuscito è così sfollato nel Kurdistan) mentre chi non è sunnita ma non passa all’ala dell’ISIL è destinato a  subire le stesse conseguenze.

Subito prima dell’appello accorato del papa di domenica 20 luglio, parlando da Erbil, il vescovo cattolico caldeo Shlemon Warduni, ha invocatoil mondo, disperatamente, perché in qualche modo aiuti i cristiani di Mosul a non scomparire

E’ necessario “pensare a come fare per garantire i diritti umani”... ma poi ha dovuto amaramente  concludere che di fatto, però, non ci pensa nessuno perché forse non ci può neanche pensare davvero nessuno... e aveva ragione (Agenzia Reuters, 20.7.2014, Raheem Salman,  Iraqi bishop urges world to act after Mosul's Christians forced to flee― Vescovo iracheno fa appello al mondo perché agisca dopo la forzata fuga dei cristiani da Mosul http://uk.reuters.com/article/ 2014/07/20/uk-iraq-security-christians-idUKKBN0FP0IQ2014 0720); e The Economist, 25.7.2014, Iraq’s ChristiansNearly all gone I cristiani d’Iraq – Quasi tutti andati http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21608804-conquering-jihadists-are-evicting-or-killing-mo suls-last-christians-nearly-all).

In Siria, dove la “liberazione” di marca dell’ISIL è stata sperimentata anche prima, è la stragrande maggioranza dei ribelli anti-Assad, ormai però in rotta e in ritirata forzata, a respingere apertamente e pubblicamente l’ “invito”. Anche in Iraq, del resto, mentre la maggior parte dei leaders tribali sunniti, accolgono volentieri la disponibilità a combattere con spietata ferocia e a morire di questi jihadisti estemisti nella guerra contro il governo, quasi tutti dichiarano anche che continueranno indipendentemente la loro lotta contro il dominio sci’ita che schiaccia l’Iraq e che, all’ISIL e a come rapportarcisi, ci penseranno dopo (NightWatch KGS Agency, 30.6.2014, Concerning the Islamic State... A proposito dello Stato islamico http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch _14000140.aspx)...

Sicuramente sembrano illudersi visto che neanche la storia provata di selvaggia brutalità dell’ISIL contro i fratelli jihadisti in Siria sembra essere riuscita a fare abbastanza impressione ai ba’athisti iracheni e leaders tribali sunniti sulla sua propensione a ammazzare, insieme ai comuni nemici, anche gli amici che non gli si sottomettono subito.

●Del resto l’ISIL, nella totale intransigenza che esibisce contro chi non riesce a controllare pienamente, mentre nella Siria orientale che in parte controlla, per cercare di guadagnare popolarità tra la gente, emana ad esempio strettissime disposizioni di controllo del prezzo di benzina e gasolio al dettaglio, con punizioni esemplari per chi trasgredisca, continua anche ad espellere da case e villaggi su cui non riesce ad esercitare  stabilmente il proprio potere – per esempio a Shheil, sempre nei territori dell’est siriano – più di 30.000 abitanti colpevoli di trovarsi in una zona che è roccaforte di un gruppo di jihadisti rivali, il Fronte Jabhat al-Nusra, come del resto fa sistematicamente in ogni località dove l’esercito regolare di Damasco li costringe a ritirarsi (The Daily Star, ISIL expels thousands in East Syria L’ISIL espelle migliaia di abitanti dalle loro case in Siria orientale http://www.dailystar.com.lb/ News/Middle-East/2014/Jul-06/262829-isis-expels-thousands-in-east-syria.ashx#axzz 36mlupaAQ).

●Se qualche preoccupazione deve ancora nutrire Bashar al-Assad – che ha appena inaugurato a Damasco il suo terzo mandato – è da questo lato che una qualche minaccia, anche se per il momento è riuscito a stopparli, può ancora venire: dall’ISIL e dalle sue allucinanti ambizioni, visto che ormai ha ridimensionato o almeno contenuto anche le pretese della Turchia di Erdoğan.

Non certo dalla Coalizione nazionale siriana, la congrega di oppositori quasi tutti con sede a Parigi e a Londra e qualcuno a Washington (ricordate? gli “amici della Siria”, eclissatisi anche loro da tempo all’orizzonte, ma sotto la cui cupola anche l’Italia ha versato il suo obolo per mesi, sotto la regia della Bonino nei precedenti governi, perché diceva che era giusto schierarsi contro Assad e così faceva sentire anche il nostro paese parte di una del tutto cieca “comunità internazionale” che non leggeva, come s’è visto, i fatti com’erano – grigi e confusi – ma solo in bianco e nero come avrebbe voluto che fossero.

Adesso, la Coalizione che si è sempre vanamente sforzata dal suo esilio impotente di controllare (fallendo completamente) o almeno di influire sui combattenti del fronte interno contro Assad (proprio lo stesso, un fiasco totale) ha deciso semplicemente di dissolvere il governo imbelle che aveva nominato: anche se si è subito ripromessa – ma con quella credibilità?!? – di rimettere insieme un altro accrocco del genere: dicono, anzi, entro un mese (Daily Star/Beirut, 22.7.2014, Syrian opposition dissolves interim government L’opposizione siriana [quella che prende l’aperitivo agli Champs Elysèes...] scioglie il suo governo ad interim http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2014/Jul-22/264732-syrian-opposi tion-dissolves-interim-government.ashx#axzz38Jv2G3FP).

●A Gioia Tauro, come aveva alla fine deciso il governo italiano, hanno dato inizio al carico su una nave traghetto americana specialmente attrezzata di 200 m. di lunghezza e 32.450 tonnellate di stazza, la MV Cape Ray, del materiale chimico (armamenti e cosiddetti materiali di essi precursori) consegnato dal governo siriano di Bashar al-Assad, secondo gli impegni assunti nel negoziato organizzato dalle Nazioni Unite, alla loro Organizzazione per il Disarmo Chimico (New York Times, 2.7.2014, E. Povoledo e A. Cowell, American Ship Loaded with Toxic Syrian Chemicals Nave americana caricata dei materiali chimici tossici siriani http://www.nytimes.com/2014/07/03/world/middleeast/syria-chemicals. html?_r=0). 

●Il governo del Venezuela ha annunciato un piano che, attraverso la formazione di un apposito istituto di cooperazione speciale detto Petropalestina, si ripromette di arrivare a mettere in grado la Palestina di importare greggio petrolifero e diesel che Caracas ha annunciato di volergli cedere a prezzi fortemente scontati. In base all’accordo che ha concluso la visita resa a maggio al presidente venezuelano, Nicolas Maduro, da quello palestinese, Mahmoud Abbas, varrà per un periodo di cinque anni.

Due domande inevase che ancora neanche sono state poste:

• la prima, il carico per arrivare in Cisgiordania, e tanto più a Gaza, dovrebbe transitare – e per cinque anni... – per Israele e col permesso di Netanyhau... e qualcuno ci crede?;

• e, la seconda, chi paga? perché Caracas lo vende scontato ad amici speciali, e specialmente bisognosi, il petrolio. Ma lo vende, sempre, mica lo regala (Agencia Venezolana de Noticias/AVN, 16.5.2014,  Presidente Maduro anuncia la creación de Petropalestina http://www.avn.info.ve/contenido/presidente-maduro-anuncia-creaci%C3%B3n-petropalestina; e Stratfor, 30.6.2014, Venezuela: Palestinian Territories To Import Crude Oil, Diesel Venezuela: i territori palestinesi importeranno greggio e diesel http://www.stratfor.com/situation-report/venezuela-palestinian-territories-import-crude-oil-diesel#axzz361aXF1Iu).

La Terra santa: ma che mai è venuto a fare? ovvero il trionfo dell’odio e della paura...   (vignetta)

Fonte: INYT, 5.7.2014, Patrick Chappatte

E come si può pensare che Israele faccia un favore simile a Abbas nel clima di oggi – dopo il fallimento del fiacco, ennesimo tentativo americano di mediazione che mai tale è stata davvero per l’assoluta incapacità degli USA a dire quello che chiederebbero se osassero andare allo scontro con gli alleati perinde ac cadaver di Israele al Congresso: come la chiamano gli stessi suoi esponenti, la lobby ebraica – e, dopo le efferatezze reciproche dettate da vendetta, odio e, soprattutto, dalla reciproca impotenza a volere e cercare una soluzione che sia reciprocamente accettabile?

Nel clima che ha portato tre ragazzi israeliani a essere massacrati a freddo, a pugnalate, da fanatici islamisti e un ragazzino palestinese a venire arso vivo da estremisti ortodossi ebrei? come si può immaginare, oggi, di poter arrivare a un qualche allentamento della morsa terribile di Israele sui palestinesi e della terribile rabbia di è attanagliato così e si sente desolatamente impotente?

Come? mentre Gaza è sottoposta a centinaia di bombe israeliane e Israele ai razzi palestinesi (soprattutto homegrown fatti in casa, dice di essi il NYT (New York Times, 9.7-2014, S. Erlanger, A Growing Arsenal of Homegrown Rockets Encounters Israel’s Iron Dome Un crescente arsenale di razzi fatti in casa si scontra con la Cupola di ferro [lo scudo antimissili] di Israele http://www.nytimes.com/2014/07/10/world/middleeast/ israel-gaza-missiles-iron-dome.html?_r=0).

Certo, con un rapporto di morti che, al 18° giorno dell’operazione israeliana iniziata l’8 di luglio, è di 45 israeliani contro 1.058 palestinesi (più di 200 bambini), a riflettere bene l’asimmetria di fondo di questo conflitto che è chiaro, insieme al peccato originale di un’occupazione militare illegittima che dura da 47 anni e all’infinita capacità di autoilludersi di quelli di Hamas, sono i fattori alla radice di una violenza sempre pari a se stessa e sempre destinata a ripetersi.

Quanto a questa capacità di autoillusione – o, se volete, di disperata speranza cieca di Hamas – che, da sempre, insieme a altre caratteristiche sue – di sintonia politica e sociale coi bisogni della gente e di capacità anche organizzativa di sapere ad essi in qualche modo meglio di ogni altro rispondere – si tratta di qualcosa che da sempre contraddistingue l’organizzazione più forte e dinamica della resistenza armata palestinese.

E’ vero che i razzi di Hamas si sono ormai dimostrati capaci di raggiungere anche il Nord di Israele ma il fatto è che la loro efficacia e la loro efficienza rimangono sempre decisamente ridotte. Forse qualcuno chioserà che, che nella storia dei conflitti di artiglieria – ormai quasi cinque secoli – o anche solo in quella dei razzi e dei missili – che parte grosso modo dalle V1 e V2 di Wernher von Braun sviluppate per Hitler – questa sia stata una delle dimostrazione d’uso di cannoni  e dei razzi loro succedanei tra le pii inette e le più inefficaci di sempre.

Un portavoce,  secondo noi, del tutto irresponsabile di Hamas, in queste condizioni ha però affermato il 10 luglio che aver inviato tre razzi M-75, costruiti localmente ma di tecnologia importata dall’Iran, dice Israele, contro la città di Dimona, nel Sud di Israele, a un po’ più di 60 Km. da Gaza, dove sorge il reattore nucleare di Israele, dimostra la debolezza e la vulnerabilità dello Stato ebraico... ma data la portata e la serietà di una catastrofe nucleare anche senza che magari si verifichi una vera e propria esplosione comporterebbe anche decine, forse centinaia di migliaia di vittime palestinesi...

La realtà è che i tre razzi M-75 – nessuno dei quali ha neanche sfiorato Dimona, intercettati e distrutti dalla “cupola di ferro” (tecnologia, questa, americana) – non sono affatto una vera minaccia militare tattica per Israele, ma sono per il governo di Netanyahu una minaccia politica (Anadolu Agency/Istanbul, 10.7.2014, Hamas Says Striking Dimona Shows Israel’s Weakness Hamas sostiene che colpire Dimona [solo che non ci sono riusciti] mostra la debolezza di Israele http://www.aa.com.tr/en/world/356545--hamas-says-striking-dimona-shows-israels-weakness).

● Una bella gara di estremismi scatenati...   (vignetta)

Ma ci puoi credere? Gli estremisti delle due parti hanno all’improvviso creato un rapporto catastroficamente

tossico...        Pauroso, sì.  Non vedo l’ora di tornare ai normali giorni del nostro quotidiano rapporto tossico...

   

Fonte: The Economist, 11.7.2014, KAL

 

Quella di Hamas è sicuramente una fanfaronata ma, adesso, accompagnata nella psiche di tutto Israele dalla seminagione epidemica, non tanto reale ma, in ogni caso, percepita come realistica di insicurezza e terrore che portano le centinaia di razzi – fabbricati in casa o importati – a disposizione, per largamente inefficaci al 99% che siano  comunque, dei palestinesi.

E, come osservano a Tel Aviv “Netanyahu è andato precipitosamente perdendo le due garanzie che, con la pioggia di razzi palestinesi, intercettati o deviati grazie alla ‘cupola di ferro’, da diversi anni era sembrato in grado di assicurare ai suoi elettori— sicurezza e tranquillità. Che, se non riesce presto a recuperare – cosa che è in grado di fare, o tentare, solo aumentando le operazioni di guerra, un fattore di per sé poco rassicurante – cadrà come una pera matura, anzi sfatta”.

Che è un opinione sempre più diffusa e qui espressa crudamente da un analista politico israeliano autorevole, Ofer Zalzberg quando scrive per il non proprio neutrale ma in genere anche attendibile International Crisis Group, mentre i sondaggi mostrano che la piccola sinistra estrema di Meretz, a sinistra dei laburisti, ha raddoppiato i suoi potenziali elettori. E che, soprattutto, li sta raddoppiando la destra estrema del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman che, senza abbandonare il sostegno al governo (ha 10 deputati, essenziali e non vuole correre neanche lui il rischio delle elezioni) lo ha subito condizionato, estremizzandone le propensioni belliche solo col ritirare non l’appoggio al governo ma i suoi ministri dal governo di Netanyahu, trasformando così il suo in appoggio esterno.

Il giorno dopo la presa di posizione di Lieberman, di passare al sostegno esterno, il primo ministro ha comunque ordinato il bombardamento a oltranza di Gaza, la cosiddetta operazione Protective Edge― in inglese naturalmente, mica in ebraico, o  Bordo di protezione (The Economist, 11.7.2014, Israelis and Palestinians – From two wrongs, ruin Israeliani e palestinesi – Da due crimini, una sola rovinahttp://www. economist.com/news/middle-east-and-africa/21606862-four-brutal-murders-have-sparked-military-escalation-costin g-dozens-lives).

Anche l’altra componente forte della coalizione, quella del ministro dell’Economia e capo del partito anch’esso sempre di destra, la Casa degli ebrei, Naftali Bennett, ha ferocemente criticato, nello stesso senso – da destra!!! – la posizione del premier che non ha deciso come loro volevano l’attacco di terra sul territorio di Gaza; ma né Bennett né Lieberman possono essere licenziati da Netanyahu pena la dissoluzione del suo stesso governo. Ma non è il caso del vice ministro della Difesa (Likud) Danny Danon, che siccome non avrebbe i numeri sufficienti a mettere in crisi il governo, per aver criticato il premier , sempre dalle stesse posizioni falcheggianti, viene invece, lui,  licenziato in tronco (Haaretz/Tel Aviv, 15.7.2014,  Hawkish Danon fired for opposing Netanyahu's acceptance of Gaza truce Il falco [vice ministro della Difesa] Danon licenziato per essersi opposto all’accettazione da parte di Netanyahu di una tregua per Gaza http://www.haaretz.com/news/national/.premium-1.605347).

Comunque, dopo solo qualche ora necessaria per poter dimostrare che Hamas non ha accettato la prima proposta di tregua – certo, alle condizioni di resa, di disarmo unilaterale che le erano state dettate – Netanyahu ha ordinato all’esercito di lanciare l’offensiva di terra per la quale, da tattico consumato ben più dei falchi con cui condivide in realtà tutto meno che il tempismo, ha preparato accuratamente il terreno (Guardian, 17.10.2014, M. Weaver e C. Johnson, Israeli military begins ground offensive in Gaza I militari di Israele danno inizio all’offensiva di terra a Gaza http://www.theguardian.com/world/ 2014/jul/17/ gaza-crisis-humanitarian-truce-due-to-start-live-updates). E poi se ne è fregato lui della seconda proposta avanzata, praticamente insieme, da egiziani e americani e che, da Hamas dopo 800 morti era stata accettata.

Qui, sui cessate il fuoco in parte accettati ma quasi mai davvero garantiti cui accede o non accede Hamas, va detto chiaro che il movimento palestinese non è stato in caso di farlo onorare neanche per l’ultimo dichiarato per 24 ore sabato 26 luglio con la motivazione tutta religiosa di onorare la festa di Eid-al-Fitr, che segna la fine del mese del Ramadan. Perché diversi altri gruppi di militanti palestinesi hanno continuato a sparare i loro razzi, non riconoscendo di fatto il potere di decidere per loro al raggruppamento che pure riconoscono come il più forte.

Israele è stata invece quanto mai chiara nel motivare il suo no quando a premere per un cessate il fuoco è stato l’americano Kerry in accordo con Sisi che pure aggiungeva anche il riconoscimento da parte di Hamas del proprio “diritto” a continuare a occupare Gaza militarmente. Lo aveva previsto due giorni prima l’unica – moderata – oppositrice interna al governo, la signora Livni: v. appena qui sotto) affermando che Netanyahu non avrebbe interrotto l’offensiva prima di avere con sua piena soddisfazione distrutto e chiuso i tunnels che servivano a Gaza da transito con Egitto e territorio israeliano.

Ma, intanto e subito, dopo soli due giorni dall’inizio dell’offensiva di terra, anche tra gli israeliani, i militari, c’erano già 13 morti in combattimento in impennata rapida, poi. (Times of Israel, 20.7.2014, Lazar Berman Ilan Ben Zion e Ricky Ben-David, Thirteen soldiers killed in Gaza Tredici soldati ucci a Gaza http://www.timesofisrael.com/as-israel-hunts-for-terror-tunnels-after-soldiers-killed-abbas-to-meet-hamas-chief-for-ceasefire-talks/#)

Il macabro conto tenuto dalla stampa israeliana è che poi, al 30 luglio, dall’inizio dell’operazione aerea contro la striscia di Gaza l’8 del mese, i palestinesi abbiano sparato 2.507 razzi e colpi di mortaio sul territorio dello Stato ebraico e solo dal 17 luglio, inizio della cosiddetta operazione di terra, i lanci di razzi e colpi di mortaio siano stati altri 1.004; mentre le bombe di aereo e di artiglieria israeliane hanno colpito con enorme efficacia 3.497 obiettivi a Gaza, con 1.328 morti tra i palestinesi – l’80%, ammettono, civili – e 59 tra i soldati israeliani di cui, pare, solo 2 i civili.

http://www.therakyatpost.com/world/2014/07/22/israel-rules-ceasefire-gaza-tunnels-destroyed

 

●Qualche spunto addizionale, ora, di riflessione sui dati e sulle ragioni della tragedia di Gaza, anche se qui quasi solo per titoli:

• Per la terza volta in cinque anni, la quarta potenza militare del mondo ha lanciato un attacco armato contro uno dei territori più poveri e affollati del mondo (1.900.000 abitanti, densità 5.046 per Km2). Questa volta, in poco più di appena una settimana, dice l’ONU, oltre 200 morti, l’80% dei quali almeno civili, il 20% bambini (4 bombardati dal mare su una spiaggia sabbiosa di Gaza), 1.400 feriti (solo quelli gravi) e 1.255 abitazioni distrutte: dall’altra parte del muro, che fa di Gaza la più vasta prigione a cielo aperto del mondo, un morto israeliano, almeno fino all’invasione condotta con truppe schierate direttamente nella striscia di Gaza  (The Independent, 17.7.2014, L. Dearden, Israel-Gaza conflict: 80 per cent of Palestinians killed by Israeli strikes are civilians, UN report says― Rapporto dell’ONU: conflitto Israele-Gaza, l’80% dei palestinesi morti per i raids israeliani sono civili http://www.independent. co.uk/news/world/middle-east/israelgaza-conflict-80-per-cent-of-palestinians-killed-by-israe li-strikes-are-civilians-un-report-says-9606397.html).

● Quattro obiettivi mirati del bombardamento navale di Gaza... (vignetta)

Evacuate o ve ne pentirete              Crescete o morite

Fonte: Guardian, 18.7.2014, Steve Bell

• Con l’avanzare giorno per giorno dell’offensiva di terra su Gaza, già verso fine luglio e ormai a una ventina di giorni dal suo inizio, si pongono sempre più con urgenza e avrebbero bisogno di trovare razionale risposta alcune questioni cruciali:

    Qual è lo scopo finale di quest’offensiva? Può mai garantire a Israele, che al contrario di quanto promesso e fallito in passato, otterrà stavolta l’indebolimento di Hamas al punto di impedirgli di rappresentare più un rischio per la sicurezza di Israele― più potenziale che reale, nei fatti, vista la sproporzione dei danni materiali ed umani che al 27-28 di luglio sono state verificate (oltre 1.000 morti di qua e meno di una trentina di là)?

    E questa è almeno la terza volta che dicono di aver distrutto le gallerie sotterranee che collegano precariamente Gaza al mondo esterno, malgrado il blocco militare di terra e di mare che strangola la vita della striscia ma non impedisce, non riesce a bloccarne ovviamente la permeabilità a razzi, dinamite e Kalashnikov... è la terza volta che “bucano”...

    O, forse, specie in questa fetta del mondo dove – però a venti secoli di distanza, magari l’uno dall’altro – molti credono e dicono che i miracoli avvengano, proprio questa ennesima futile e cruenta offensiva militare potrebbe contribuire a sdipanare il groviglio della matassa di passioni, di odi, di contraddizioni che, secondo i più, postula ormai la sola fattibile soluzione dei due Stati per due popoli? da imporre, però, in qualche modo per forza a tutti e due...

• Viene detto che questa deflagrazione di violenza è stata scatenata dal rapimento e dall’assassinio in giugno di tre giovanissime reclute israeliane in Cisgiordania occupata, per il quale Hamas ha negato ogni responsabilità, e per vendicare il quale è stato bruciato vivo un ragazzo palestinese. Ma l’origine del tutto è nel collasso del negoziato americano, seguito dalla formazione di un abbozzo di governo unitario di riconciliazione nazionale tra i palestinesi di Fatah e di Hamas, la cui divisione coltivata con grande continuità e con ogni mezzo è sempre stata un punto di forza cruciale della linea israelo-americana di mantenere aperta e allargare la frattura tra i palestinesi.

• Ora Hamas imputa il rifiuto della mediazione per il cessate il fuoco proposta da Netanyahu anche al fatto che a mediarla è stato uno di cui non può proprio fidarsi come il presidente Sisi, l’alleato egiziano di Tel Aviv che l’anno scorso ha rovesciato col golpe, messo fuori legge e represso con migliaia di morti il governo comunque legittimo dei Fratelli mussulmani al Cairo procedendo poi a rafforzare per la parte egiziana l’assedio a Gaza, che dura ormai da otto anni. Alla fine, a una qualche “mediazione”, nei fatti ancora e sempre imposta ai più deboli, si finirà con l’arrivare... per ripartire dal solito impasse dell’occupazione militare perpetua e perpetuamente.

• La resistenza palestinese viene spesso attaccata come futile e anche controproducente dato il grottesco squilibrio di potenza armata che esiste tra le parti. Uno squilibrio sempre esistito, però, per ogni altro movimento di resistenza a un’invasione e a un’occupazione militare e che, prima o poi – certo mai tanto a lungo come qui – ha visto alle fine prevalere chi resiste contro chi occupa...

• E Hamas – sostenuta rispetto a Fatah nel movimento palestinese e nel mondo molto meno per il suo islamismo che per la sua volontà di sfidare l’occupante senza dipendere, come Abu Mazen/Abbas, da un processo di pace sempre bloccato e in cui non conta niente per la non volontà di mediare inerente alla natura filo-israeliana del mediatore – ha visto crescere il sostegno tra i palestinesi – malgrado le botte prese “bilanciate”, si fa per dire, solo dal tentativo di restituirle dei giorni scorsi, senza grande efficacia è vero ma riuscendo, questo sì, a squilibrare le certezze soprattutto psicologiche di Israele...

Il 23 luglio, tutti i voli – eccetto quelli della El Al israeliana – dall’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv sono stati sospesi, per il timore diffuso dei razzi palestinesi –  per imbranati e maldestri che siano – comunque in arrivo... Sospendono i voli tutti i vettori stranieri e solo quello di bandiera di Israele, coi due minori, l’Arkia Airlines Ltd. e Israir Airlines & Tourism Ltd. continuano con un’operatività di routine pure se ormai anche all’interno non volano in molti.

Il governo ordina l’apertura immediata dell’aerodromo militare di Ovda al centro del deserto del Negev come alternativa per gli aerei civili, ma reagisce male protestando anche perché Kerry arriva sì per parlare con Netanyahu al Ben Gurion col suo volo di Stato ma non sul normale aereo civile a disposizione del dipartimento di Stato ma su un volo militare (CNN, 23.7.2014, Josh Levs, Ben Brumfield e Dana Ford, U.S. extends ban on flights into Israel's Ben Gurion Airport― Gli Stati Uniti estendono il bando sui voli nell’aeroporto di Ben Gurion http://edition.cnn.com/2014/07/23/travel/israel-flights-suspended/index.html)

L’alt americano ai voli per Ben Gurion dura solo 24 ore: pressata dal proprio tremebondo governo –che subisce il ricatto della lobby israeliana in Congresso – la FAA, l’ente americano per la sicurezza dei voli, dice che il suo ordine viene rescisso. Ma non può garantire ovviamente che i voli delle compagnie americane riprenderanno: e tanto meno che riprenderanno a pieno carico― se non, forse, per qualche viaggio di fans e ultras di Israele.

L’analogo ente europeo che presiede alla sicurezza dei voli, e non c’è da meravigliarsi, tergiversa... ma per Israele l’isolamento ha rappresentato, comunque, un’esperienza nuova e capace di seminare altra apprensione e altra insicurezza: la decisione, dicono, va presa sula base di una completa valutazione dei rischi, in particolare quella degli operatori che conducano la loro singola analisi dei rischi” sull’uso di quell’aeroporto in questo momento― in altre parole, sono cavoli vostri... fate voi (New York Times, 24.7.2014, Flights to and From Israel Can Resume, Regulators Say― I regolatori [americani e, poi, forse, anche gli altri…] dicono che i voli da e per Israele possono anche riprendere http://www.nytimes.com/2014/07/25/ world/middleeast/faa-lifts-ban-on-us-flights-to-and-from-israel.html?_r=0).

●Il 23 luglio, per Israele, è una gran brutta giornata non solo su questo, ma anche sul piano diplomatico e politico. Quello che succede a Gaza, a prescindere da ogni altra considerazione, ha convinto una larga maggioranza del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani a mettere sotto inchiesta per i “crimini di guerra” perpetrati a Gaza dallo Stato ebraico e denunciati dai palestinesi (Haaretz, 23.7.20124, Barak Ravid, Human rights council to form commission of inquiry over Israeli 'war crimes' in Gaza Il Consiglio dei diritti umani dell’ONU formerà una commissione di inchiesta sui crimini di guerra di Israele a Gaza http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premium-1.606860#): unica, solita, eccezione gli Stati Uniti; quelli europei, altrettanto solitamente e pilatescamente si astengono in 17, ma su richiesta della presidenza stessa della Commissione stavolta ben 29 governi votano a favore.

Del resto, è clamoroso: prima hanno bombardato e distrutto le case di Gaza e ferito, anche, decine di bambini; poi, sapendo esattamente – è l’accusa – quel che facevano, hanno bombardato e distrutto – è solo un esempio, il 23 luglio – la scuola elementare di Beit Hanoun, nel nord della striscia, dove quegli sfollati si erano rifugiati fidando sul logo dell’ONU, che la scuola gestisce, verniciato sul tetto accanto alla Mezzaluna rossa e alla Stella di David di Israele.

E sul fatto, che il rappresentante in loco dell’ONU il dr. John Ging direttore delle operazioni dell’Ufficio di coordinamento per le questioni umanitarie dell’ONU ha denunciato e documentato, che all’esercito di Israele era stato comunicato il GPS di tutti gli ospedali, rifugi e scuole dell’ONU. Come se per quelli contasse qualcosa saperli o non saperli, avendo deciso di colpirli comunque  (New York Times, 24.7.2014, Somini Sengupta, Official Vents Outrage at Shelling of UN Schools in Gaza Un esponente dell’ONU sfoga la sua indignazione per il bombardamento delle scuole dell’ONU a Gaza ▬  http://www.nytimes.com/ 2014/07/25/world/middleeast/official-vents-outrage-at-shelling-of-un-schools-in-gaza.html).

Per Israele venire, adesso, trascinata alla sbarra di fronte all’opinione pubblica internazionale – altro che a quella buffonata appecoronata che chiamano “comunità internazionale” – è uno smacco straordinariamente inconsueto: sentire un’antica, e tutto sommato finora scontata alleata come le signora Navanethem (Navi) Pillay, magistrata sudafricana di origine tamil, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani che presiede quell’organismo, dichiarare in pubblico di aver constatato “le forti possibilità e l’evidente credibilità” delle accuse (Il Sole-24 ore, 23.7.2014, La guerra a Gaza, dure accuse di Navi Pillay a Israele e Gaza http://video.ilsole24ore.com/TMNews/2014/20140723_video_ 15554212/00023185-la-guerra-a-gaza-dure-accuse-di-navi-pillay-a-israele-e-hamas.php). Quando finora aveva sempre potuto contare sulla sua comprensione e sulla copertura altrettanto scontata degli USA che, però, stavolta non basta a far passare per “eccessi” i suoi bombardamenti, mirati o a tappeto che siano.

● Bombe sulle case e, poi, ancora bombe sui rifugi degli sfollati, come la scuola di Beit  Hanoun   (foto)

Fonte: INYT, 24.7.2014

●E, poi, Israele, il 30 del mese, ci rifà. 23 bambini ammazzati stavolta, mettendo nel mirino dei propri cannoni, essendo pure stata Tsahal (le Forze armate di Israele) nuovamente avvisata, tante volte le fosse sfuggita la prima segnalazione, dell’esatto collocamento GPS degli istituti dell’ONU, un’altra scuola da esso gestita a Jabalya, quattro Km. a nord della città di Gaza.

Il responsabile dell’UNWRA in loco, l’inglese Christopher Gunness, che aveva personalmente informato, della collocazione esatta dell’istituto scolastico usato come rifugio soprattutto per i bambini sfollati dalle case distrutte, i comandanti israeliani, bolla il misfatto come “una fonte di vergogna veramente universale e una violazione gravissima del diritto internazionale (Al Jaazera, 30.7.2014, Imtiaz Tyab, Israeli fire kills refugees in Gaza UN school Il fuoco israeliano ammazza rifugiati in una scuola ONU di Gaza http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2014/07/gaza-un-school-hit-201473041918975321.html ); e Haaretz, 30.7.2014, UNWRA school shelled by Israel... Scuola dell organismo ONU per i diritti umani bombardata da israele... http://www.haaretz.com/news/video/1.608027).

Condanna anche, Gunness – che non può dire chi ce li abbia messi, però stigmatizza il fatto, ragionevolmente sospettandone gli autori..., il fatto che in un’altra scuola, sempre gestita dall’ONU, nella zona, siano stati trovati alcuni razzi... Ma stavolta, a dire il vero, Tel Aviv neanche prova a negare lo “sbaglio” che ha fatto, non se ne scusa addossandolo a Hamas e incassa condanna e obbrobrio – stavolta anche e addirittura da parte degli USA (dice una portavoce del Consiglio nazionale di Sicurezza della Casa Bianca, Bernadette Meehan, dell’ “estrema preoccupazione che migliaia di palestinesi sfollati dalle loro case su richiesta dei militari israeliani prima che le bombardassero non hanno nessuna sicurezza a Gaza neanche in aree designate dall’ONU come rifugi protetti”▬ http://www.whitehouse.gov/administration/eop/nsc).

Ma poi, da sepolcro lucentemente imbiancato come spesso si mostra l’inquilino principale, la Casa [im]Bianca[ta] fa accompagnare quell’ipocrita e lacrimante annuncio con quello coincidente – per caso? – del portavoce del Pentagono contrammiraglio Kirby (che gli Stati Uniti continuano e “continueranno ad assistere Israele a sviluppare e mantenere una forte e pronta capacità di auto-difesa”: in altri termini, continueranno come viene chiarito subito a Tel Aviv, a fornire a Tsahal bombe, artiglieria e aerei per andare avanti ▬ http://www.defense.gov/news/newsarticle.aspx?id=122808)[2].   

●Poi, c’è questo nuovo fattore per Israele, che prima o poi anche gli USA dovranno cominciare a tenere conto non potendo più contare, sulla capacità di interdizione del no americano― molto spesso anche inverosimilmente assurdo ma che spesso bastava a consentire a Tel Aviv di sfuggire a accuse dello stesso ordine anche in apparenza visibilmente credibili: del resto, e di recente, neanche l’usbergo a stelle e strisce era servito a far passare il no in Assemblea generale allo “Stato” palestinese. E il combinato disposto segna per Netanyahu un gran brutto giorno. tremebondo

E poi, per Israele, va montando ancora  il problema di fondo: l’effetto controproducente, suicida, della sua linea tra la popolazione di Gaza, è aumentato con l’offensiva di Israele  malgrado le bombe l’appoggio a Hamas, rispetto a quello di cui, si fa sempre per dire, gode il presidente di Fatah, dell’ANP e della Palestina, Mahmud Abbas: è la conclusione, appoggiata da inchieste e sondaggi, di uno dei più autorevoli bimensili di politica internazionale d’America (Foreign Policy/Washington, 14.7.2014, M. Perry, You Can’t Kill Hamas, You Can Only Make It Stronger Hamas non può essere ucciso, può solo essere rafforzato http://id.foreignpolicy.com/articles/2014/07/14/cant_kill_hamas_maker_it_ stronger_protective_ edge_israel_gaza; e  New York Times, 24.7.2014, I. Kershner, In West Bank, Hamas is Hailed for Its Fight Against Israel― [anche] In Cisgiordania, Hamas viene salutata per la sua lotta contro Israele http://www.nytimes .com/2014/ 07/25/world/middleeast/in-west-bank-hamas-hailed-for-israel-in-gaza.html?_r=0).

In definitiva anche così, con grande efficacia, Israele ora è riuscita – ancora una volta e per l’ennesima volta – a sputtanare un tantino di più la stessa credibilità dell’interlocutore che pure essa e gli USA si erano sono scelti per cercare di arrivare a una qualche intesa – va da sé: subalterna – coi palestinesi: Abu Mazen/Mahmud Abbas che, da vent’anni prima con Arafat e da dieci ormai da solo, ha tentato di parlare con la potenza militarmente occupante e affidare il buon esito del cosiddetto “negoziato” alla buona volontà degli americani e dei vari governi di Israele.      

●Un’altra manifestazione di quella che resta comunque, al di là delle sue mezze prese di posizione “morali” – della commozione sincera che porta quasi ai singhiozzi l’ambasciatrice americana Samantha Power quando in CdS elenca i nomi dei bambini morti nell’abbattimento del volo MH17 in Ucraina, o del pianto sommesso e sempre palesemente sincero dell’inviato palestinese Riyad Mansour che, in quella stessa sede, recita quelli dei bimbi uccisi dalle bombe israeliane a Gaza – l’assoluta impotenza dell’ONU è ancora oggi, come tante altre volte, la sua totale incapacità di agire: di intervenire, di fare la differenza. Ci sono diverse analisi e teorie che tentano di spiegarne il perché ma ormai sembra chiaro  agli osservatori onesti con se stessi.

Il problema non è che le grandi potenze se ne freghino. E’ che se ne interessano troppo. In ogni conflitto, Russia e USA sempre, e le  altre potenze, Cina, Regno Unito e Francia spesso o ogni tanto, hanno da difendere i loro interessi hanno e il potere di paralizzare col proprio veto ogni azione da parte del Consiglio di Sicurezza. Dalla fine della cosiddetta guerra fredda gli Stati Uniti hanno posto il veto, quasi sempre a difendere e impedire la condanna e la punizione di Israele nel conflitto coi palestinesi, e la Russia ha esercitato il suo veto 11 volte per bloccare condanna e azioni di ritorsione contro i suoi alleati, come il governo siriano.

Così che, alla fine, le Nazioni Unite riescono a intervenire in modo appena appena concreto sulle crisi di cui non importa niente a nessuno e su nessun altra. Ma in realtà la colpa non è affatto delle Nazioni Unite: è di chi all’ONU comanda e, certo, di riflesso, è responsabilità anche di chi all’andazzo si adegua e non manda all’aria il castello di carte truccate dal veto sui cui tutto si regge e che, alla lunga ormai, finirà col distruggere ogni credibilità dell’organizzazione. Ormai, questo lo diciamo noi però, non l’articolo del NYT che avanza questa analisi anch’essa del tutto impotente, finché tre o quattro grandi paesi non si mettono insieme per dire che ormai metteranno in mora questo accrocco fasullo, qui non cambierà niente. Ma almeno non continuiamo a dire che c’est la faute a l’ONU (New York Times, 26.7.2014, Somini Sengupta, Why the U.N. Can’t Solve the World’s Problems Perché l’ONU non può risolvere i problemi del mondo http://www.nytimes.com/2014/07/27/sunday-review/why-the-un-cant-solve-the-worlds-problems.html).

●Una realtà che, in effetti, a Gaza si sta imponendo sul terreno, nella quasi totale inavvertenza di tutti e soprattutto proprio dell’ONU ma non dei disgraziati che ne vanno subendo il catastrofico impatto, è nell’informazione diffusa dall’Ufficio di Gaza dell’ONU stessa per il coordinamento degli aiuti umanitari che Israele sta metodicamente riducendo, grosso modo del 40%, la dimensione stessa del territorio di Gaza.

Lo fa creando una zona di circa 3 Km. di larghezza nella quale va preavvertendo la gente che non lascerà in piedi pietra su pietra – adesso, nella notte del 28-29 luglio, ha in effetti distrutto anche l’unica centrale elettrica del territorio lasciandolo senza energia e al buio – e chiuderà ogni strada, ogni passaggio e ogni tunnel impedendo così anche – dice – ogni uso di possibili razzi palestinesi. Questa è la vera dimensione e il senso vero dell’operazione chiamata Bordo di protezione...

L’informazione e il senso dell’analisi stessa sono confermate proprio dal meccanismo di preavvertimento agli abitanti di abbandonare le case con qualche mezz’ora, in genere non più, di preavviso per l’evacuazione. Ogni nuova bomba israeliana che segue, così, ogni quasi inutile razzo palestinese e l’estensione di questa nuovo allargamento della zona morta di Gaza segnano l’escalation e l’allargarsi inesorabile – finché dura... – del Protective Edge. In definitiva, ormai ci si può aspettare che Tel  Aviv non fermerà l’offensiva prima di aver raggiunto lo scopo (NightWatch KGS, 29.7.2014, The real meaning of operation Protective Edge Il reale intento dell’operazione Bordo di Protezione http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000159.aspx).

●Non è poi solo l’ONU, a guardar bene, con questo suo maledetto diritto di veto a proclamare e sfoggiare la sua vergognosa impotenza. Lo stesso fa poi il mondo arabo, con la sua balbuziente Lega incapace di parlare, e di pesare, divisa com’è tra petrolieri, estremisti, jihadisti lì poco a dire il vero rappresentati, monarchi più o meno tranquilli, o più o meno nervosi... Tutti assai poco disposti  a sostenersi l’un l’altro e a sostenere, soprattutto, i più disgraziati tra loro.

La scusa reale – la loro motivazione reale e anche però inconfessata – è che i loro satrapi hanno ormai tanta paura dell’Islam politicizzato che per tutti loro: Egitto, Arabia saudita, Giordania, Emirati del Golfo... – è un pericolo vero, tale da portarli a preferire a Hamas perfino uno come Benny Netanyahu: almeno finora...

Solo un anno e mezzo fa, “la primavera araba aveva portato la maggior parte degli analisti, in Israele, a Washington, a Parigi e nei territori palestinesi – molto meno convinti sembravano gli osservatori sia a Mosca che in Vaticano – a pensare che le sollevazioni popolari nel mondo arabo avrebbero obbligato quei nuovi governi a rispondere più da vicino alle pressioni dei loro cittadini e perciò a mostrare più empatia coi palestinesi e maggiore ostilità vero Israele”. Niente di più effimero, come s’è visto, grazie alla serie di golpe di natura militare e alle reazioni dei satrapi restati al potere che la primavera l’hanno dovunque trasformata in un inverno pieno (New York Times, 31.7.2014, D. D. Kirkpatrick, Arab Leaders Silent, Viewing Hamas as Worse Than Israel― I capi arabi se ne stanno zitti, convinti che Hamas [per loro, e forse dal loro punto di vista a ragione] sia peggio di Israele http://www.nytimes.com/ 2014/07/31/world/middleeast/fighting-political-islam-arab-states-find-themselves-allied-with-israel.html?_r=0).

● Il silenzio degli arabi...   (vignetta)

... dice la scritta sulla pompa di benzina

Fonte: (il vignettista arabo saudita عبدالله جابر  @jabertoon)

Sono, in effetti, solo quelli di Hamas, e più sommessamente, noblesse del suo ruolo formale lo oblige, anche Abu Mazen, gli unici arabi che, sotto attacco diretto certo, esprimono qualche conato di ribellione e di reazione nel mondo arabo. Ne prende atto, come sempre del tutto impotente, anche il Consiglio di Sicurezza dell’ONU che, per bocca del re travicello che lo presiede, il segretario generale Ban Ki-moon, riunendosi d’urgenza la mattina del 10 luglio, ha condannato – equanime (sic!) – il lancio dei razzi palestinesi e anche l’uso della forza definito “eccessivo” (sic!) della reazione di Israele – il bombardamento di Gaza – da anni assediata da Israele.

Insieme all’altrettanto “illegittima”, per definizione stavolta perfino dei governi americani (neanche l’Ambasciata USA è a Gerusalemme: anch’essa sta a Tel Aviv), occupazione militare e anche della  colonizzazione “ebraica” di buona parte della Cisgiordania (Guardian, 10.7.2014, UN Security Council meets as Palestinian death toll passes 80 Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si riunisce con il conto dei morti che, tra i palestinesi, supera gli 80 [zero tra gli israeliani] ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/ jul/10/israel-gaza-conflict-prompts-emergency-un-security-council-meeting-live-updates).

●Quando è per tutti evidente, pure per chi segua le questioni internazionali con un’attenzione appena appena diligente, che la natura ripetitiva e stupida di questo nuovo conflitto dopo aver fatto alcune centinaia di vittime e accumulato macerie su macerie finirà come tutte le precedenti analoghe avventure: in una tregua molto irrequieta e molto precaria, perché Israele non può vincere e Hamas non può perdere  (Guardian, 13.7.14, P. Beaumont, Gaza war is futile. Neither side can win― La guerra di Gaza è futile. Nessuna delle parti è in grado di vincerlahttp://www.the guardian.com/world/2014/jul/13/gaza-war-futile-neither-side-can-win).

Fra l’altro perché anche a Tel Aviv non sono pochi davvero i militari e non pochi politici, gli osservatori e gli esperti a sapere, addirittura a temere che la scomparsa di Hamas aprirebbe un vuoto che sarebbe riempito da tendenze e formazioni molto più estreme (tipo ISIL, per dire...). In definitiva, siamo alle solite: al  gioco cinico del governo di Israele e di Hamas. Netanyahu ha scommesso che il fallimento del cosiddetto tentativo di mediazione americana, l’ennesimo, sarebbe risultato al peggio in un ritorno allo status quo: che gli avrebbe permesso di continuare a gestire gli equilibri precari interni della sua coalizione, calcolando male perché così ha riaperto invece la strada agli estremismi di tutti e ha rinfocolato il conflitto. 

E Hamas aveva pensato, sempre a breve termine, di poter combattere il suo isolamento crescente nel mondo arabo, l’alt anche a aiuti e finanziamenti dal nuovo regime egiziano, razionalizzando forse che, con la sanguinosa ma tutto sommato mai conclusiva azione/reazione di Israele, una nuova fiammata degli scontri avrebbe potuto riaprirle qualche canale di supporto esterno. La propaganda di Israele sulla popolazione di Gaza come puro e semplice “ostaggio di Hamas” è di certo largamente fasulla: non solo perché le ultime elezioni, libere o quasi, le ha vinte sul serio ma anche perché dopo due guerre che Israele ha iniziato e è stata costretta a fermare dopo aver fatto centinaia di morti e creato nuovi jihadisti a migliaia nel grande ghetto che è Gaza non ha affatto finito con l’indebolirla.

In realtà, sia Netanyahu che Hamas – condizionati dalle divisioni nel loro campo – puntano a una guerra che finisca presto con una mediazione esterna: ma quale? Nel 2012 a farla fu, con successo e con un ritorno allo status quo ante, il presidente egiziano Morsi che con Hamas aveva voce in capitolo e, al di là della retorica, anche con Tel Aviv (Guardian, 20.11.2012, P.Beaumont, Gaza ceasefire imminent, says Egypt's President Mohamed Morsi Imminente il cessate il fuoco a Gaza, annuncia il presidente egiziano Mohamed Morsi http://www.theguardian.com/world/2012/nov/20/gaza-ceasefire-imminent-egypt-morsi).

●L’accettazione, di qua – il rassegnarsi, da parte israeliana – al dato che ormai Hamas è dentro il governo unitario palestinese e la cessazione delle ostilità che aveva scatenato questo fatto nuovo; e, di là, l’alt alla pioggia di razzi che non cambia mai la realtà sul terreno ma minaccia sempre di più l’equilibrio nervoso – chiamiamolo così – della popolazione ebraica israeliana, finiranno – diciamo entro un mese? un mese, però, molto pericoloso – col concludere questa nuova, inutile tappa di una guerra che resta sempiterna e ha prodotto solo nuovi morti palestinesi.

E’ la convinzione che esprime lucidamente, forse più di ogni altro uno come David Barenboim, il grande pianista e direttore d’orchestra nato a Buenos Aires, da genitori ebrei e quindi cittadino israeliano che da anni ha optato anche, e insieme, per la nazionalità palestinese, otenendone il passaporto e scandalizzando anche molti tra gli uni come tra gli altri. Nel 1999, insieme allo scrittore e storico palestinese, ora scomparso, Edward Said, ha fondato, finanzia, fa suonare  in giro per il mondo e dirige la West Eastern Divan Orchestra, formata da giovanissimi musicisti israeliani e palestinesi, gettando semi importanti di un futuro che già oggi sarebbe – e lo dimostra coi fatti – possibile.

Scrive Barenboim, che citiamo quasi per intero perché ne vale davvero la pena, di farlo “con cuore molto pesante... Non se ne esce con la guerra perché questo non è un conflitto politico ma umano, tra due popoli che condividono la convinzione profonda e apparentemente irreconciliabile di avere diritto allo stesso piccolo pezzo di terra.

E’ proprio perché questo fatto è stato scartato da ogni considerazione che ogni negoziato, ogni tentativo di mediazione del conflitto è fallito. Perché invece di riconoscere la sua vera natura e cercare di risolvere questo nodo, le parti hanno cercato soluzioni più facili e immediatescontri  armati, bombardamenti, attentati: la guerra – ... Ma sfortunatamente qui non ci sono scorciatoie: esse funzionano solo quando e se si conosce bene il territorio che va tagliato― e in questo caso nessuno lo conosce, giacché è proprio la natura del conflitto a restare ignota e inesplorata.

E’ per questo motivo che oso proporre che proprio questo è il momento giusto per proporre una soluzione vera del problema. Naturalmente è subito indispensabile un cessate il fuoco, ma sicuramente non sarà abbastanza. L’unica via d’uscita per evitare altri orrori e tragedie è proprio quella di approfittare di questa situazione per costringere tutti a parlarsi l’un l’altro direttamente. Non c’è alcuna logica nel rifiuto di Israele a negoziare con Hamas e a riconoscere un governo unitario palestinese. No, Israele deve ascoltare proprio i palestinesi quando sono in grado di parlare in un’unica lingua.

La prima decisione da prendere è quella di raggiungere un accordo comune sulla premessa che non c’è soluzione militare al problema. Solo allora si potrà cominciare a discutere della questione di una giustizia a lungo negata ai palestinesi e della sicurezza giustamente rivendicata dagli israeliani.

Noi palestinesi avvertiamo il bisogno schiacciante di avere una soluzione giusta: la nostra aspirazione fondamentale è questione di giustizia e di diritti riconosciuti a ogni altro popolo di questo pianeta― autonomia, auto-determinazione, libertà e tutto quanto a questi concetti è legato. E noi israeliani abbiamo bisogno di veder riconosciuto il nostro diritto a vivere su questo stesso pezzo di terra. Una divisione del paese può venire solo dopo che le parti abbiano non solo accettato ma anche compreso di poter vivere insieme, uno accanto all’altro, sicuramente non uno di schiena rispetto all’altro.

La mia opinione è che la compassione – qui intesa nel senso proprio di patire e di sentire insieme all’unisono – non è solo un sentimento che risulta dalla comprensione psicologica del bisogno di un altro, ma è anche un obbligo morale. Solo sforzandosi di capire le angosce dell’altra parte possiamo metterci in grado di fare un passo nei confronti dell’altro. Come disse una volta Schopenhauer[3]Nulla ci riporta con più solerzia sul cammino della giustizia quanto il renderci conto dell’ansia, del dolore e del lamento di chi è il perdente.

E in questa faccenda siamo tutti perdenti. Possiamo superare questo triste stato di cose  se cominciamo a accettare le sofferenze dell’altro e i suoi diritti. Solo se partiamo, insieme, da qui possiamo cominciare a cercare di costruire un qualche futuro comune (Guardian, 24.7.2014, D. Barenboim, Both Israelis and Palestinians are losers in this conflict: there can be no military solution; both sides need to acknowledge that Tanto gli israeliani che i palestinesi, questo conflitto lo perdono: perché non ha soluzioni militari e entrambe le parti hanno bisogno di darsene attohttp://www.theguardian.com commentisfree/2014/jul/24/israelis-palestinians-losers-conflict-suffering-rights).

E, adesso, che succede? Qui il futuro si annuncia nerissimo. Sembra ormai che la rottura formale del processo di pace voluta da Israele, ormai tenuto in piedi quasi solo con lo sputo, come si dice, dagli USA tra Netanyahu e Abbas, a causa del tentativo dei palestinesi di mettere in piedi un loro governo unitario abbia inferto un colpo davvero mortale al processo. Con l’ostilità e gli scontri che qui continueranno a pesare su tutto e su tutti, e con la reiterata insistenza di Israele a allargare nei territori palestinesi gli insediamenti ebraici, spazio e possibilità di dar vita a una soluzione su due Stati per due popoli, in realtà, stanno scomparendo o sono già scomparsi.

Certo, nei panni di chi al timone di Israele anche e proprio per la sua intransigenza – e sa di non essere in grado di garantire alcuna sicurezza al paese ma, per ora, di essere sempre capace di regalare alla sua gente il sentore, il gusto si direbbe, della vendetta e della rappresaglia sempre almeno di dieci a uno – ormai tanto quanto per il suo nemico ogni prospettiva di pace si fa ancora più labile― appunto senza qualche miracolo, dovuto, chi sa, per chi ci crede alla santità della Terra Santa.

Ma Israele sa anche, ormai, che per sbloccare ogni sbocco possibile anche se complesso e difficile di una pace forse possibile deve riuscire a rendersi conto che non riuscirà mai a eliminare Hamas dalla faccia della terra. Come, del resto, anche se non si rassegna a star ferma, sta facendo Hamas nei confronti della stessa Israele. Prima o dopo – e prima è, meglio – per avere la pace per il popolo ebraico, in sostanza per farlo “accettare” come qualsiasi popolo al mondo deve farsi “accettare” nella regione della terra in cui vive – tutti i gruppi palestinesi che contano devono venir inclusi nell ricerca di pace. Se non sarà così, resteranno solo tre opzioni:

• la prima è la prosecuzione delle ostilità e delle guerre sferrate ogni tanto per tornare a zero e ricominciare: senza alcuna prospettiva di possibile pace per un possibile Stato palestinese;

• la seconda è l’occupazione militare totale e perpetua di Gaza per strangolare Hamas ma, a quel punto, rioccupando necessariamente anche tutta la Cisgiordania, condannando Israele a diventare il nuoco paese dell’apartheid dichiarata ufficiale e con una guerra più vasta che potrebbe coinvolgere a quel punto, però, davvero tutta la regione;

• la terza opzione sarebbe quella di un tentativo vero di lavorare alla riconciliazione e alla pace:  che – ne siamo sempre più convinti, a questo punto e lo ripetiamo – dovrebbe e potrebbe solo essere imposta ai soggetti primari da parte del mondo esterno, una volta che Israele dovesse constatare, come sarà costretta a fare, che neanche la sua ultima offensiva militare, come tutte le altre, è riuscita a risolvere il suo problema.

Perché la verità è questa. Israele ha battuto nel tempo ciascuno e in pratica tutti gli Stati arabi. Ma non è riuscita a sconfiggere Hamas. E, per salvarsi e salvare con sé la regione, deve saperlo capire.

●Intanto, gli USA hanno deciso di vendere subito, per 11 miliardi di $, al Qatar, secondo l’informazione data a metà luglio da un esponente del Pentagono, 24 elicotteri d’attacco AH-64 Apache, sistemi di missili guidati anticarro Javelin, 10 sistemi radar e 34 lanciatori per la futura fornitura di missili anti-missili Patriot. Data la prossimità del Qatar a paesi potenzialmente e di fatto ostili come l’Iran che dispone di sistemi di missili considerati efficienti, Doha intende continuare a investire nel sistema anti-missili americano PAC-3, in grado di abbattere, secondo le stime e – in parte – anche secondo l’esperienza già fatta, di missili eventualmente in arrivo.

Anche quelli israeliani, però, non solo quelli iraniani… Scatenando l’ostilità immediata e vociferante del governo israeliano che – mentre annuncia di voler mobilitare tutti i suoi amici in America per bloccare la vendita – ricorda a Washington come proprio il Qatar sia, tra l’altro, ancora uno dei pochi regimi arabi a cooperare, horribile dictu, con Hamas (DefenseNews, 14.7.2014, Agenzia France-Presse (A.F.-P.), US: Qatar To Buy Patriot Missiles in $11B Deal― USA: il Qatar comprerà anche gli [anti]- missili Patriot con un contratto da 11 miliardi di $ http://www.defensenews.com/article/20140714/DEFREG04/307140029?sf3 702671=1).

●In Iran, due autorevoli membri del parlamento― il Majilis, Ahmad Shohan e Evaz  Heydarpur, ormai alla vigilia della conclusione del negoziato coi P5+1 che si chiude a Ginevra appena dopo metà luglio, hanno affermato che Teheran accetterà di firmare il protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione se gli occidentali cancelleranno tutte le sanzioni contro il loro paese e accetteranno di riconoscere che l’Iran ha i suoi diritti sovrani all’uso civile dell’energia e della ricerca nucleare.

E il presidente del Majilis Ali Larijani ha garantito a chi nel parlamento sollevava critiche e dubbi che i negoziatori avrebbero difeso i diritti inalienabili del paese che seguono lealmente le linee guida, le linee rosse, cioè le direttive tracciate da governo e dal Grande ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema della Rivoluzione designato a suo tempo da Khomeini stesso alla sua successione (Iranian News Agency/IRNA/Teheran, 5.7.2014, Iran not to cross red lines in nuclear talks: Larijani― L’Iran non supererà le sue linee rosse nei colloqui sul nucleare: Larijani http://217.25.54.55/en/News/2720448/Politic/Iran_not_to_ cross_red_lines_in_nuclear_talks_Larijani).

●Il presidente della Repubblica Hassan Rouhani ha detto, incontrando pubblicamente la Guida suprema della Rivoluzione, il Grande ayatollah Ali Khamenei, che se le domande dell’occidente nei confronti del suo paese si dimostrassero “eccessive per i nostri diritti e la nostra dignità”, come qualcuno paventa, il negoziato, e non per colpa di Teheran, ne verrebbe di certo deragliato (President Rouhani’s website, 7.7.2014, They still might derail crisis exit― Potrebbero ancora far deragliare l’uscita dalla crisi http://theiranproject.com/blog/tag/hassan-rouhani).

●Poi, incontrati gli iraniani a Ginevra, alla vigilia della scadenza del 17 luglio, John Kerry constata pubblicamente che sono stati fatti passi avanti reali (“progressi tangibili”, dice) pur segnalando che restano ostacoli ancora seri a concludere. E il capo della delegazione iraniana, il suo omologo Mohammad Javad Zarif, concorda. Anche se i due non concordano, ancora?, sui punti di frizione che secondo entrambi restano né su chi ne porti al dunque la responsabilità. E ciò anche se alla fine Kerry ha dato atto alla controparte di aver rispettato tutti gli impegni concordati nell’accordo ad interim dei P5 +1 a gennaio scorso, per cui adesso lui raccomanderà al presidente Obama di estendere la scadenza, visto che le attese sembrano raggiungibili.

● I negoziatori scontentano sempre chi li delega a negoziare... (vignetta)

                            Negoziati nucleari

Gli Ayatollah islamici  ... e quelli  (non solo) repubblicani

Fonte: INYT, 19.7.2014, Patrick Chappatte

Ma – conoscendo bene la natura della bestia – vedrete se ora in America il dibattito non sarà tutto centrato sul se la scadenza andrebbe spostata di tre o di sei mesi, di qua e, di là, alla rincorsa un po’ tutti di tamponare la denuncia dei filo-israeliani ad oltranza di essersi arresi a Teheran... (New York Times, 15.7.2014, M. R. Gordon e D. E Sanger, Kerry Cites ‘Progress’ in Iran Talks but Says ‘Very Real Gaps’ Remain Kerry cita ‘progressi’ nei negoziati sull’Iran ma nota che restano anche ‘distanze molto reali’ http://www.nytimes. com/2014/07/16/world/middleeast/kerry-cites-progress-in-iran-talks-while-gaps-remain.html? _r=0).

●E il 17, alla fine di questa fase,Stati Uniti, Iran e gli altri 5 dei P5+1 concordano di estendere la scadenza dei colloqui su programma nucleare iraniano e sanzioni di altri quattro mesi per darsi il tempo di fare i conti con gli ostacoli che ancora, e non irrilevanti, restano sul tappeto. La strategia americana, l’unica che alla fine da parte dei P5+1 poi conta, resta ciecamente quella di sempre: bastone e carota, entrambi e con lo stesso tono di ammonimento e minaccia ben illustrato nella sua grezza semplicità dal titolo steso dell’articolo del NYT che ora ne parla (New York Times, 19.7.2014, D. E. Sanger, Staying the Course on Iran by Threatening Pain and Offering Relief― Tenere la rotta sull’Iran, minacciando insieme dolore e offrendo sollievo http://www.nytimes.com/2014/07/20/world/middleeast/staying-the-course-on-iran-by-threatening-pain-and-offering-relief.html?_r=0).

Appena meno imbecille di quella amatissima dei falchi puri che vorrebbero solo continuare a rilanciare nuove sanzioni e quella che chiamano pudicamente covert action azioni copertei, cioè omicidi mirati e anche, magari, meno mirati, e minaccia non di sanzioni ma di un’azione armata vera e propria.

La data del 24 novembre – la nuova scadenza – è calibrata sulla possibilità che Obama avrebbe ancora in teoria, prima dell’inaugurazione del nuovo Senato – quello eletto proprio a inizio novembre dove forse avrà anche meno voti democratici, teme, e ancora più oppositori repubblicani – per negoziare con la nuova maggioranza in caso di accordo raggiunto a Ginevra― ma in realtà sul nodo Iran di qua e pressioni di Israele di là, non c’è in realtà gran differenza: più di destra o più di sinistra che siano, qui l’opposizione a un accordo è puramente, soltanto, viscerale.

nel resto dell’Africa

●Arrogandosi lo stesso identico diritto sovrano di cui si sono appropriati, ad esempio, Stati Uniti e Russia – addirittura in maniera più radicale e eclatante di qualunque altro paese, col rifiuto stesso ad entrarvi essendo, poi, loro... loro – adesso anche gli Stati africani hanno negato alla Corte internazionale (ICC) sui crimini contro l’umanità la giurisdizione sull’operato dei propri leaders in carica (Global Policy Forum, US Opposition to the International Criminal Court L’opposizione degli USA alla Corte penale internazionale [raccolta documenti archiviati dal 2004 a oggi]▬ http://www.globalpolicy. org/us-un-and-international-law-8-24/us-opposition-to-the-icc-8-29.html).

Per mandato, la Corte dovrebbe portare a giudizio capi di Stato e di governo, ministri, generali e quant’altri, militari e civili, siano accusati dalla procura dell’ICC stesso di crimini di guerra e contro l’umanità. Ma lo può fare solo coi cittadini degli Stati che ne accettano la giurisdizione. Insomma, una  buffonata       che ora gli africani rifiutano di accettare, anche – ma soprattutto – considerando il fatto che la Corte ha portato a giudizio e anche condannato finora solo otto uomini politici e comandanti di truppe tutti senza eccezione africani... come se fossero i soli ad aver violato e a violare crassamente e sistematicamente i diritti umani dei loro sudditi e di cittadini di altri paesi...

Guardandosi bene dal toccare o anche solo dal menzionare, s’intende, gente come il re del’Arabia saudita, per dire; o, magari, Putin in Cecenia..., o Bush per l’Iraq e anche Obama, sì anche Obama, per gli assassinii extragiudiziali “mirati” e l’uso dei droni... E’ facile vedere così perché i capi di Stato africani, riuniti a in Guinea equatoriale, abbiano deciso anch’essi a questo punto di sottrarsi alla giurisdizione della Corte internazionale.

Meno facile è capire che istituzioni come l’ICC stessa o Amnesty International (AI/Africa, 1.7.2014, AU Summit decision, a backward step for international justice― La decisione del vertice africano, un passo indietro per la giustizia internazionale http://www.amnesty.org/en/news/au-summit-decision-backward-step-international-justice-20 14-07-01) non abbiano trovato di meglio che deplorare la decisione africana, senza aver alzato o alzare un dito per le altre eclatanti, e almeno altrettanto scandalose autoproclamate eccezioni (Guardian, 3.7.2014, M. Mark, African leaders vote themselves immunity from new human rights court I leaders africani si votano l’immunità di fronte alla nuova Corte internazionale sui diritti umani ▬  http://www.theguardian.com/global-development/2014/jul/03/african-leaders-vote-immunity-human-rights-court).

●Sempre in Guinea equatoriale, l’Organizzazione mondiale della sanità/OMS ha convocato uno speciale vertice di esperti di 11 paesi per coordinare una risposta alla epidemia di ebola di cui, al momento, sono stati riferiti ben 760 casi solo in Guinea (The Economist, 4.7.2014).

●In Sudafrica, appena terminato con un difficile accordo uno sciopero di ben sei mesi che aveva paralizzato l’industria e che ha visto la sostanziale vittoria del sindacato dei minatori dell’alluminio, si apre un nuovo capitolo di lotta operaia con l’apertura dei 220.000 lavoratori, operai e tecnici, dell’Unione nazionale dei Metalmeccanici che anche qui chiedono aumenti di salario e migliori condizioni di lavoro. A Johannesburg, Cape Town e Durban. La richiesta del sindacato è per un aumento del 12%, la controfferta del padronato arriva al 7-8%. Il che significa che l’accordo presto sarà trovato, come capita a metà strada (Wall Street Journal, 1.7.2014, Devon Mailie, Thousands of Workers Down Tools in South Africa Over Pay Sugli aumenti di salario, migliaia di lavoratori scendono in sciopero in Sudafrica http://online.wsj.com/articles/thousands-of-workers-down-tools-in-south-africa-over-pay-1404211331).   

in America latina

●Alla vigilia della visita di Stato di Vladimir Putin a Cuba, il governo russo ha cancellato con un’apposita legge di iniziativa del governo ratificata dopo due anni dalla decisione iniziale il credito che ancora aveva nei confronti dell’Avana. Si tratta di una bella cifra di 90 miliardi di $ dei quali resta valido solo un trentesimo, sui 3 miliardi da versare a rate su un apposito conto aperto presso la Banca nazionale cubana dalla Vnesheconombank, l’istituto creditizio di Mosca che nominalmente è il creditore per conto dello Stato.

Valentina Tereshkova, nel 1963 la prima cosmonauta e deputata da anni, ha sostenuto con forza la decisione ricordando come Cuba fosse incorsa in quel debito schiacciata dal duro “e ingiusto” boicottaggio degli USA e mentre dava accoglienza – curando a sue spese –  40.000 bimbi vittime del disastro nucleare di Chernobyl del 1986 (Guardian, da The Moscow Times, 10.7.2014, Russia writes off  Cuban debt ▬ La Russia cancella il debito cubano http://www.theguardian.com/world/2014/jul/10/russia-writes-off-cuban-debt).

●In Argentina dove è passato provenendo da Cuba in viaggio per Rio de Janeiro dove incontra altri leaders dei BRIC[4] e Angela Merkel, con la quale assisterà alla finale della Coppa del mondo di calcio, poi vinta dalla sua squadra proprio con l’Argentina, il presidente russo ha incontrato Cristina Fernández de Kirchner, la presidentessa che rinuncia a andare alla finale per una ricaduta nella malattia, il cancro alla gola, che l’ha colpita da tempo.

I due hanno discusso di cooperazione militare tecnologica e di ricerca anche congiunta nel campo dei satelliti di osservazione civili e militari e di energia nucleare. La Russia costruirà il terzo reattore dell’impianto di produzione già esistente (New Yor4k Times, 13.7.2014, Jonathan Gilbert, Putin and Argentine Leader Agree on Nuclear Power Project Putin e la presidentessa argentina concordano un progetto relativo all’energia nucleare http://www.nytimes.com/ 2014/07/13/world/americas/putin-and-argentine-leader-agree-on-nuclear-power-project.html).

Da parte russa, l’interesse evidente è quello di allargare l’influenza del paese in America latina, mettendo anche così un dito nell’occhio all’America (la sera del 12 luglio ha incontrato a cena tutti insieme i presidenti di Argentina, ovviamente, e di Venezuela, Bolivia e Uruguay); da parte argentina, c’è l’altrettanto palese interesse a sfuggire alla morsa del condizionamento e della elefantiaca pesantezza yankee (il tribunale di Washington ha deciso di imporre a Buenos Aires di pagare, nell’ordine da esso deciso, i suoi debiti all’estero).

Kirchner aveva denunciato l’ipocrisia dell’occidente e, in specie, degli USA che hanno accusato la Russia per il voto con cui la Crimea ha deciso di riunificarsi alla Russia ma hanno accettato, in silenzio e de plano, il referendum per restare britanniche dell’anno scorso della popolazione  dell’arcipelago delle isole Malvinas/Falklands...

●Intanto, sul caso ultradecennale ormai del debito dell’Argentina, il giudice dello Stato di New York (neanche di una Corte federale) che aveva sentenziato come lo Stato sudamericano dovesse piegarsi alla legge statunitense, come la intendeva lui – e pagare quindi interessi sul capitale dovuto rimborsando anche e per primi gli hedge funds, i fondi a rischio, anzitutto e  proprio americani, che avevano rifiutato, al contrario della maggior parte degli altri creditori, di negoziare e concordare nuovi tassi ridotti e una nuova rateizzazione del default del 2001– ha scoperto di aver combinato un casino: si è reso conto di aver a che fare – ma guarda un po’ – con un paese sovrano e che, mentre può rendergli la vita molto difficile, non può obbligarlo ad applicare le sue decisioni senza fargli la guerra― sapete: bombe, cannoni, raid aerei, cannoniere, invasioni...

Può, invece, ben mettere con le sue decisioni in guai profondi – affondandole in una rete intricata di obblighi contraddittori l’uno con l’altro – le banche americane di cui lo Stato debitore si serve come mediatrici per pagare interessi e restituire capitali agli altri suoi creditori, quelli che con esso avevano raggiunto l’accordo. Come nel caso, specificamente, la Citibank...

 E, adesso, quest’altro nesci dell’onorevole giudice Thomas Poole Griesa, presidente del tribunale del distretto sud di New York, dichiara pubblicamente di non aver capito quasi niente e di  essere finito così “nella zuppa”― come dice pudicamente. Forse riuscendo solo a provocare a breve un’altra dichiarazione di default da parte dello Stato argentino – che, però, purtroppo per lui resta sempre uno Stato sovrano! – e la perdita conseguente di ogni diritto effettivo di chi lui, con tanta presunzione e tanta inadeguatezza, si riprometteva di tutelare: gli speculatori americani di hedge funds (New York Times, 24.7.2014, Floyd Norris, The Muddled Case of Argentine Bonds― Il pasticciato caso dei bonds argentini http://www.nytimes.com/2014/07/25/business/rulings-add-to-the-mess-in-argentine-bonds.html?_r=0).

Alla fine della fiera, questo sarebbe l’ottavo default della storia argentina (ma, in un momento o l’altro della loro storia, ha dovuto dichiarare il default, due volte, anche l’impero britannico, lo hanno fatto i tedeschi e pure – chiamandolo diversamente, per vergogna quasi – gli americani! cfr. Ludwig von Mises Institute, J. S. Chamberlain, A short history of US debt default Breve storia dei fallimenti sul debito americano http://mises.org/daily/5463/a-short-history-of-us-credit-defaults): a dimostrazione del fatto che alla fine, poi, gli Stati sovrani non si chiamano inutilmente sovrani e che, al dunque, alla fine, solo la guerra li può obbligare a fare qualcosa se non vogliono e mai un tribunale.

E che stavolta, in ogni caso, l’Argentina (come fa puntualmente rilevare il ministro dell’Economia di Buenos Aires Axel Kiciloff) stava regolarmente pagando, cosa che il giudice americano, nella sua ignoranza della questione, le sta impedendo di fare bloccando nelle banche i pagamenti  già regolarmente depositati e portando così – “non  per colpa propria” sostiene con qualche buona ragione – al secondo default... 

E, poi, bisogna pur notare (qui, in queste Note congiunturali l’abbiamo documentato: e adesso lo ripetiamo; cfr. ad esempio, IMF/FMI, World Economic Outlook: Unemployment Data Prospettive mondiali dell’occupazione Dati - Report for selected countries per paesi selezionati, Database 4. 2014 ▬ http://www.imf. org/external/pubs/ft/weo/2014/01/ weodata/weorept.aspx?pr.x=43&pr.y=12&sy=2012&ey=2019&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=122%136% 2C124%2C941%2C423%2C137%2C939%2C181%2C172%2C138%2C132%2C182%2C134%2C936%2C17 4%2C961%2C178%2C184&s=LUR&grp=0&a=) che, negli ultimi 13 anni, il paese è sopravvissuto, e neanche poi così male come dimostrato, senza alcun accesso al mercato dei bonds denominati in dollari (The Economist, 25.7.2014, Argentina’s debt saga – Unsettling times La saga del debito argentino – Tempi irrequieti http://www.economist.com/news/americas/21608638-clock-ticking-toward-argenti ne-default-unsettling-times).

●Alla fine e c.v.d., all’Argentina non è restata altra soluzione che dichiarare il suo nuovo default, una volta respinta dal 7% dei creditori che non avevano accettato di aderire come gli altri alla soluzione del rimborso fortemente scontato offerto anni fa e che stava in effetti onorando, che avevano fatto ricorso al giudice americano che credevano onnipotente e non lo era affatto e che alla fine non incasseranno un dollaro per questa loro ottusa intransigenza. Secondo molti, anche alla luce dell’esperienza già fatta, ci rimetteranno loro... e di brutto (BBC Mundo, 30.7.2014, Argentina: 5 maneras de sobrellevar un default 5 modi per superare un default http://www.bbc.co.uk/mundo/noticias/2014/07/ 140730_economia_argentina_default_msd.shtml).

Naturalmente, la tesi degli aderenti alla scuola di pensiero – chiamiamola pure  – della cosiddetta saggezza convenzionale è che adesso invece seguiranno conseguenze economiche serie per il paese che va in fallimento (Stratfor – Global Intelligence, 27.6.2014, U.S. Court Ruling Creates Dilemma For Argentine Government― La sentenza di un tribunale americano apre un dilemma per il governo argentino [o, in realtà e al dunque poi, lo apre per gli ingordi “avvoltoi” che puntavano a banchettare sulla carcassa del’Argentina ma, ancora una volta, così resteranno fregati?] http://www.stratfor.com/analysis/us-court-ruling-creates-dilemma-argentine-government #ax zz392Q5NseZ).

●Il Nicaragua ha svelato il tracciato del nuovo canale che, traversando il territorio dovrebbe collegare l’Atlantico col Pacifico, ampliando (di tre volte rispetto agli 81 Km. la lunghezza e più che raddoppiando la portata di quello costruito a Panama oltre un secolo fa dagli Stati Uniti, secondo molti – e anzitutto gli stessi USA – diventato ormai insufficiente. Sarà costruito, per un costo previsto di circa 40 miliardi di $, da una ditta cinese ma con base a Hong Kong, la HKND. Gli ambientalisti, come presumibile, non amano affatto l’idea e sollevano parecchie, e anche sensate, obiezioni.

Ancora maggiori, ma tenute dal governo americano come un po’ sotto traccia, le riserve e le opposizioni che senza certo alcun titolo di fatto e di diritto stanno facendo montare in America campagne di stampa e di media ben alimentate e allarmiste nell’opinione pubblica, sulla minaccia potenziale che una presenza cinese e anche sovietica – pardon, russa: sono quelli lì, in effetti, i consiglieri militari in loco da quando i sandinisti andarono al potere abbattendo il più feroce e obbediente servo degli USA e tiranno delle Americhe, Anastasio Somoza, e oggi al governo  sempre vincendo le elezioni contro chi voleva tornare al vecchio regime, forse certo in modo più morbido.

E si può anche capire. La concorrenza al Canale di Panama non solleva le preoccupazioni americane in quanto tale, in quanto concorrenza, ma proprio perché a costruirlo saranno i cinesi e a  garantire, negli anni che a ciò serviranno, la sicurezza del progetto saranno i russi in una zona che da sempre gli Stati Uniti – rifiutando di riconoscere agli altri, a chiunque, lo stesso diritto in altre latitudini e longitudini considerano nei fatti, e nella tradizionale legenda che danno dei fatti, il diritto a precludere altre presenze militari nel “cortile di casa” come lo chiamano dai tempi della dottrina Monroe (“l’America agli americani”..., e tutto il resto a chi se lo prende) del 1823 (Lignet.com [Langley Intelligence Group Network- sito online che si autodichiara – mai ufficialmente, come sarebbe pur facile fare, smentito e, quindi, in qualche modo lasciato fare “collegato” alla sede della CIA, a Langley, appunto, in Virginia...], 24.7.2014, China plants flag in US backyard with canal contract Col contratto sul canale, la Cina pianta la bandiera nel cortile di casa dell’America http://www.lignet.com/ArticleAnalysis/China-Plants-Flag-in-U-S--Backyard-With-Canal-Cont).

La costruzione dovrebbe cominciare a fine anno e concludersi in un quinquennio. Ma sono molti i tecnici e anche i politici che addirittura scommettono, scettici, che non si arriverà mai a concretizzare l’idea (The Economist, 11.7.2014; e gbtimes/Hong Kong, 10.7.2014, Nicaragua announces $40bn Pacific-Atlantic canal― Il Nicaragua annuncia il suo canale Pacifico-Atlantico da 40 miliardi di $ http://gbtimes.com/ world/nicaragua-announces-40bn-pacific-atlantic-canal).

CINA

●Un rapporto sulla crescita nel manifatturiero consegnato al governo dall’Ufficio nazionale di statistica riferisce col massimo nell’anno di una solida stabilizzazione dell’economia. L’indice dei managers agli acquisti registra, a giugno, livello 51, in ascesa anche rispetto al già buon 50,8 di un mese prima e Zhang Liqun, direttore di ricerche del Centro sullo sviluppo, conclude per la stampa che si tratta appunto di un consolidamento stabile. E anche gli ordini alle esportazioni aumentano in un mese di un secco 1% tondo, a 50,3 dal 49,3 di maggio(New York Times, 30.6.2014, Agenzia Reuters, Chinese Manufacturing Expansion Hits 6-Month High L’espansione del settore manifatturiero tocca il massimo da sei mesi http://www.nytimes.com/2014/07/02/business/international/chinese-manufacturing-expansion-hits-6-month-high. html#).

●Nella sua indefessa campagna per convincere i lettori più creduloni e superficiali a ingoiare, in base all’antico prestigio di cui ancora si vanta e di quello che considera il suo dovere, patriottico o patriottardo[5] che sia, il NYT dipinge foscamente quella che afferma essere la realtà economica e sociale della Cina, vista ormai come pericoloso concorrente e avversario, su tutti i piani, degli USA e, quindi, comunque e sempre, voglioso di aiutare gli States a ridimensionarla come in difficoltà (New York Times, 16.7.2014, K. Bradsher, China Sees a Recovery, on Paper La Cina vede la ripresa, ma sulla carta http://www.nytimes.com/2014/07/17/business/international/chinas-gdp-expands-but-businesses-arent-feeling-the-eff ct.html?_r=0#).

Adesso, certo, attesta del fatto che i dati più recenti, certificati anche dal FMI, mostrano che l’economia della Cina è cresciuta del 7,5% nel secondo trimestre del 2014 rispetto al dato di un anno fa. Si tratta, ammette il giornale, a denti stretti, di un tasso di crescita che denota “buona salute” anche per un turbo come la Cina. Ma subito annota che “tre dei quattro cilindri di quel motore – esportazioni, edilizia privata e vendite al dettaglio – vanno avanti a singhiozzo.

E l’A. dell’articolo passa alla predica. A riempire il gap ci sta pensando il governo – nota e deplora – con aperture di credito su larga scala ai consumi: uno schema che non potrà continuare a lungo, ammonisce, secondo le logiche del neo-liberismo convenzionale, perché la Cina prima o poi così raggiungerebbe il tetto delle sue capacità di credito. “Alcuni economisti cinesi, nel governo ma anche fuori – ma, non ne cita nessuno: soprattutto è lui che ne è convinto, il tabarro che scrive sul NYT insistono a dire che la Cina ormai è obbligata a scegliere: frenare i prestiti e accettare un declino stabile della crescita, anno per anno; oppure continuare a prestare per alimentare i consumi con soldi pubblici rischiando, prima o poi, un crollo secco di crescita dell’economia quando il sistema finanziario cominciasse a traballare”.

Prima o poi, eh?  Peccato che lui citi solo un americano di scuola neo-liberista consolidata, tal Michael Pettis, che insegna dottrine finanziarie presso la Guanghua School of management dell’università di Pechino che, nella sua newsletter, afferma sicuro che questa linea può andare avanti al massimo “per altri 3-4 anni”. Peccato che la stessa identica cosa, immarcescibile, la dicesse già cinque o sei anni fa e la sia andato ripetendo ai frollocconi che lo stanno a ascoltare praticamente da allora ogni anno: düra minga, mica può durare...

Peccato che dura almeno, ormai, da vent’anni, quella linea e quella politica, e che la Cina  – non un paese senza problemi, sicuro: ma di altra natura a noi sembra da questi – non va esaurendo affatto il suo credito. E’ proprio la Cina che, notoriamente invece, fa credito a tutto il mondo e, anzitutto, proprio all’America...

E, poi, a autodistruggere tutto l’effetto che l’articolo voleva creare, ecco l’ultimo paragrafo di questo inverosimile pezzo: “Le vendite al dettaglio, la domanda di consumi, in effetti crescono forte, del 12,4% a giugno rispetto allo stesso mese dell’anno prima, dopo un aumento il mese prima del 12,5%. Mentre i salari reali per i lavoratori di fabbrica aumentano di un solido 8%, anno su anno”.

Però, nella seconda edizione del giornale, pervicacemente intignante, il titolo cambia e anche in modo ancora più assurdo, spiegando che sì tutto va bene e anzi va meglio ma, come riportiamo nella citazione fattane sopra in epigrafe “il business non ne vede ancora gli effetti”... Forse ha ragione, questo sprovveduto che chiosa così: se col termine “business” non si parla di realtà dell’economia – di occupazione, di consumi, di crescita, salari e investimenti (magari più pubblici che privati...) ma di speculazione selvaggia che coccola soprattutto i finanzieri, allora sì, si capisce che non sono contenti...

●In visita a Taiwan, Zhang Zhijun, capo dell’Ufficio del governo cinese incaricato di seguire i rapporti bilaterali con Taiwan, ha incontrato il sindaco delle città di Kaohsiung un importante esponente del partito di opposizione al governo del Kuomintang, il Partito democratico progressista molto più resistente di quello conservatore al governo che, forse ipocritamente ma almeno in linea di principio, dichiara di condividere l’idea da sempre propugnata dal Partito comunista cinese di “un paese due sistemi”. La visita e l’attenzione che i giornali di Pechino le hanno dedicato sembra indicare che il governo cinese sarebbe pronto a trattare, malgrado la differenza di principio ideologica, anche con un eventuale governo del DPP dopo le prossime elezioni del 2016 (The Economist, 4.7.2014).

●A inizio luglio, il presidente cinese Xi Jinping si è recato in visita a Seul su invito della presidente sud-coreana Park Geun-hye, scavalcando l’usanza di sempre secondo cui, prima di andare in Corea del Sud, un leader cinese sempre era passato in visita a Pyongyang. Ma Xi , che da quando è stato eletto nel 2013 si è incontrato già cinque volte con la presidente del Sud Corea, anche nel corso di una visita ufficiale a Pechino, non ha mai viaggiato a Nord né ha invitato il presidente Kim Jong-un a Pechino.

E’ stato un modo chiarissimo, anche per i non iniziati nella un po’ esoterica cerimoniosità del rituale dell’oriente estremo nippo-sino-coreano, di manifestare il forte scontento col modo di fare politico dell’alleato nord-coreano, soprattutto per la sua testarda renitenza a come la Cina stessa chiede insieme alle altre grandi potenze – di rimetterne in questione l’armamento nucleare. Che, però, Kim è convinto – e non a torto – resti la migliore, anzi unica, deterrenza che ha il suo regime contro l’ambizione di Washington di piegarlo alla sua volontà.

Del resto, l’insoddisfazione cinese è del tutto evidente: la vecchia formula, una specie di vera e propria giaculatoria sempre citata parlando dei due paesi a Pechino secondo cui Corea del Nord e Cina sono tanto “vicine quanto lo sono le labbra ai denti” in vigore fino a non più, diciamo, di un anno fa è adesso sostituita da quella utilizzata ufficialmente e pubblicamente da Xi  anche a Seul “di una equilibrata attenzione per le preoccupazioni di ogni parte, tutte  da trattare in modo bilanciato, con metodi sincronizzati ed equivalenti per portare la questione nucleare nella penisola coreana fino a un processo di sostenibile, irreversibile e efficace, definitiva risoluzione”.   

E’ chiaro. Pechino continua a parlare di denuclearizzazione di “tutta la penisola coreana – Nord e Sud – con riferimento indiretto ma trasparente anche alle armi nucleari americane nei mari della Corea del Sud e alle centinaia di missili, decine dei quali con bombe nucleari che l’America tiene puntati sulla Corea del Nord anche se non più – pare – in territorio del Sud. Ma ormai il messaggio è limpido... E, di più, il primo obiettivo dichiarato di Xi e annunciato proprio adesso a Seul è di arrivare entro un anno a scambi bilaterali aumentati ad almeno $ 300 miliardi.

Certo, poi, c’è quel  po’ di paranoia con cui sempre qualunque grande potenza guarda le mosse dell’altra – ma, come si sa, capita che qualche volta anche i paranoici abbiano ragione – e anche lo sviluppo gelido del rapporto di Seul con Tokyo – il principale alleato asiatico dell’America – offre alla Cina buone prospettive di spostare a proprio favore gli equilibri con l’America. Da questo punto di vista è forse casuale ma in ogni caso del tutto tempestivo che la visita di Xi a Seul arrivi subito dopo la decisione del governo giapponese di re-interpretare in senso volutamente non più pacifista la Costituzione giapponese (v. sotto, nel capitolo GIAPPONE) affermando un proprio diritto a una politica militare più “assertiva” nella regione.

Non sarà facile, neanche per uno come Xi, irretire una politicante di lunga navigazione come la signora Park, cresciuta alla scuola del padre, il dittatore militare Park Chung-hee, che andò al potere con un golpe nel 1961 e lo lasciò solo perché assassinato nell’ottobre 1979 per mano del capo dei    suoi stessi servizi segreti, la KCIA, gen. Kim Jae-kyu: che dichiarò di aver voluto così aprire la strada alla democrazia, venne catturato, torturato e, dopo un processo “esemplare” ma anche pubblico, condannato e impiccato: riuscendo, nei fatti però, a riaprire una fase di democrazia elettorale nel paese che ancora dura. E Park Geun-hye, non intende rinunciare alla presenza nella sua parte della penisola a sud del 38° parallelo, alla presenza di 30.000 soldati americani che sono lì, in numero decrescente, dalla fine della guerra di Corea: ormai dal 1953 (New York Times, 2.7.2014, J. Perlez, Chinese President’s Visit to South Korea Is Seen as Way to Weaken U.S. Alliances La visita del presidente cinese in Corea del Sud vista come uno strumento per indebolire le alleanze americane [nell’area] ▬ http://www.nytimes.com/ 2014/07/03/world/asia/chinas-president-to-visit-south-korea.html).

E, subito prima di ripartire, Xi riprende a battere il chiodo – il motivo principale che ha insistito a illustrare soprattutto indirettamente ma in modo trasparente recandosi a Seul in modo così inconsueto – tornando a ricordare ai sudcoreani di quando Corea e Cina, più di quattro secoli fa, combatterono “spalla a spalla” contro i giapponesi.

Fu sotto la dinastia Ming, subito dopo il 1590, che la Cina inviò suoi soldati a aiutare i coreani a respingere la prima di diverse invasioni giapponesi della penisola. Così come, sempre spalla a spalla, Corea e Cina resisterono all’invasione delle truppe giapponesi nella seconda guerra mondiale...

nel resto dell’Asia

●In Pakistan, il direttore generale delle pubbliche relazioni dell’ISI (i servizi segreti militari pakistani), magg. gen. Asim Saleem Bajwa, ha dichiarato che chiunque non autorizzato prenderà d’ora in poi le armi contro le Forze regolari sarà perseguito e schiacciato. Peccato che chi nel paese d’ora in poi prenderà le armi contro di loro se lo siano a suo tempo inventato loro― secondo la regola degli apprendisti stregoni: come i talebani locali e quelli afgani... E ha aggiunto che le operazioni in corso contro i fondamentalisti nel Nord Waziristan sono vitali per la sopravvivenza del paese stesso.

Cominciate a metà giugno, le operazioni hanno “neutralizzato”, cioè ucciso, nell’arco di un mese 447 militanti e distrutto 88 covi, grotte, spelonche, casolari e accampamenti ribelli. Ma, coi droni o gli attacchi dell’esercito, anche decine di abitazioni. Secondo un portavoce dell’ISI (Critical Threats, 15.7.2015, Pakistan Security brief Pakistan, rapporto di sicurezza http://www.criticalthreats.org/pakistan-security-brief/pakistan-security-brief-july-15-2014), l’80% del territorio di Miran Shah, la capitale del Waziristan, a 17 Km. dal confine afgano e all’estremo nord del Pakistan, è stata “liberata” dei combattenti; o come annotano osservatori appena più “obiettivi” (Voice of America, sempre il 15.7.2014, Ayaz Gul, Biggest town in militant sanctuary emptied― Svuotata la città principale santuario dei talebani http://www.voanews.com/ media/ video/1955614.html) praticamente “svuotata” dei suoi 350.000 abitanti: solo qualche migliaio dei quali, naturalmente, militanti o combattenti, insomma proprio i “danni collaterali”.

Il generale Bajwa, comandante dei servizi segreti militari, assicura che verranno cancellati, insieme ai talebani locali tutti i terroristi arrivati nel paese “da fuori”: e cita specificamente uzbeki e ceceni chiedendosi, è ovvio retoricamente, “perché non se ne tornino a casa loro a condurre la loro jihad”...

Anche qui, va rilevato però che jihadisti uzbeki e ceceni presenti in Pakistan sono parte del gruppo di al-Qaeda che nel lontano 2001 abbandonò l’Afganistan con bin Laden e insieme ai talebani dopo l’inizio dell’occupazione e dei bombardamenti americani. Diverse migliaia di guerriglieri che si sono integrati, anche come vita personale e familiare, nelle società tribali del Nord Waziristan. Il generale dell’ISI lo sa benissimo ma pare accorgersene solo adesso... dopo averli utilizzati sia in Afganistan che (dice la CIA americana, ben informata) in Kashmir...

Ma il fatto stesso che l’ISI ora citi, per nome e cognome, i jihadisti stranieri sembra in realtà voler sviare l’attenzione per evitare di caricare direttamente sulle spalle dei guerriglieri autoctoni che nel  Waziristan e altrove combattono armi alla mano contro il governo e le autorità pakistane (NightWatch, KGS, 30.6.2014, Pakistan against terrorism, ISI says Il Pakistan contro il terrorismo, dice l’ISI http://www.kforcegov. com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000140.aspx).

Un po’ pateticamente, poi, a conclusione di un’operazione come questa nel Nord Waziristan assai – troppo forse – strombazzata per ragioni di propaganda e di esibizione dei muscoli a fini interni, il magg. gen. Zafarullah Khan ha ammesso però con la stampa che in pratica tutti i leaders sono sfuggiti alla caccia restando uccel di bosco: quando sono falliti i colloqui che avevano intrapreso col governo di Islamabad fiutando i guai hanno abbandonato la zona sottraendosi ai rastrellamenti.

Come avevano già fatto molte volte in passato, in particolare quando lasciarono Kabul con bin Laden a fine 2001 sotto i bombardamenti a tappeto dei B-52 e degli Stealth americani che, infatti, non li trovarono più... essendosi tempestivamente dileguati, proprio come hanno fatto adesso, tra le montagne di confine con l’Afganistan (BBC News Asia, 10.7.2014, Taliban 'fled' Pakistani offensive 'before it began'― I talebani sono ‘sfuggiti’ all’offensiva pakistana ‘prima ancora che cominciasse’ http://www.bbc.com/news/world-asia-28241352).

●C’è forse il modo di inserire qui, forse un po’ fuori sacco su questa faccenda della lotta al terrorismo, un’osservazione per forza di cose ben informata sull’effettiva portata, la natura, della minaccia islamista, da non confondere, come è ovvio ma va sempre ripetuto, con la religione islamica di cui è, semplicemente,   un’aberrazione. E un’osservazione anche apparentemente banale, in realtà acuta che ha avanzato in questo caso “M”, ex capo dei servizi segreti britannici, come lo chiamano i romanzi di 007 firmati da John le Carré, forse il massimo esperto reale di spionaggio vivente― e molto critico del modo in cui tutto l’occidente svolge il suo lavoro contro il terrorismo[6].  

Anzi, uno dei capi di 007, James Bond (uno dei tanti “M”, gli ultimi  che lì, a cadenza più o meno quinquennale, per prudenza diciamo, mandano regolarmene in pensione col titolo di Sir...), Sir Richard Dearlove – ma dite un po’ i nomi: Dearlove significa letteralmente Caroamore... – che era capo dell’MI6, adesso Secret Intelligence Services/SIS, i servizi segreti britannici per l’estero ai tempi dell’invasione dell’Iraq, dice, infatti, che in questo paese e non solo in esso “governo e media hanno gonfiato al di fuori di ogni proporzione la minaccia del terrorismo islamista, dandogli una pubblicità del tutto controproducente”.

Con la primavera araba “la natura dell’estremismo islamista è profondamente cambiata: si sono creati grandi problemi nel Medioriente ma hanno solo marginalmente toccato l’occidente, compresa la Gran Bretagna”: il fondamentalismo radicale dell’ISIL è del tutto diverso da quello di al-Qaeda, molto più centrato – malgrado alcune proclamazioni stentoree – all’interno dell’Umma – la cosiddetta comunità universale dei credenti: il conflitto è, ora, “essenzialmente, uno scontro tra mussulmani (Guardian, 7.7.2014, R. Norton-Taylor, Islamist terror threat to west blown out of proportion - former MI6 chief Il terrore islamista che minaccia l’occidente gonfiato fuori proporzione – afferma ex capo dell’MI6  [i servizi segreti britannici per l’Estero] ▬ http://www.theguardian.com/uk-news/2014/jul/07/islamist-terror-threat-out-proportion-former-mi6-chief-richard-dearlove).

E’ facile, ma è anche tutto sommato corretto, evincere, anche da una citazione così troncata e  succinta, che questa lettura del terrorismo jihadista – non islamista e non islamico – è una tonante perché netta e “professionale” pernacchia all’ortodossia convenzionale occidentale come la vano predicando da anni – con risultati però catastrofici – in specie gli Stati Uniti. Adesso, Eric Holder, il ministro della Giustizia americano, parlando in occasione del none anniversario delle bombe che colpirono la metropolitana di Londra, ha esposto il dogma, secondo lui indiscutibile ma per fortuna invece, annotiamo noi, sempre più discusso, che “questa è una crisi globale e di una soluzione globale ha bisogno”.

Ovviamente quella voluta da loro, anche se è finora servita solo a far nascere e, peggio, a motivare a “razionalizzare” la nascita, l’istruzione e la crescita di dieci nuovi jihadisti per ognuno di quelli che riescono ad ammazzare, a prendere o, comunque, a neutralizzare. Questa è un buonissima e dimostrata ragione per non starli a ascoltare, questi maestri del nulla. E, poi, come ammoniva già Giovenale[7],  tantissimi secoli fa, se “si arriva a tradire le ragioni per cui vale la pena vivere, alla fine, guardandosi allo specchio ci si accorge, a forza di somigliare al nemico, di essere diventati noi stessi il nemico”. Non è che il fine non giustifica i mezzi: è che in certi casi il fine e i mezzi diventano la stessa cosa; gli sgozzamenti  e le crocifissioni degli infedeli e degli apostati di là, gli assassinî mirati, le torture e le sparizioni di qua...

●In Afganistan i talebani, che avevano sostanzialmente fallito nel sabotaggio del voto alle presidenziali – ma sono stati nell’opera rimpiazzati, con grande efficienza, da sé i candidati alla successione di Karzai a farlo, truccando, imbrogliando, aggrovigliando, ingarbugliando e alterando tutto il  processo di voto, con la copertura sfacciatamente lampante degli organi di controllo: ne parleremo subito, tra un momento... – hanno bloccato e distrutto incendiandoli, alle porte di Kabul, 200 grandi autobotti che rifornivano di benzina e diesel le residue truppe della NATO (residue, poi...:  a fine febbraio 2014 erano ancora decine di migliaia― 50.000 da 49 paesi, 34.000 Gi’s americani, ancora... ▬ http://www.bbc.com/news/world-south-asia-11371138).

E’ stato un grande colpo, peggiore come danno specifico più sul piano della propaganda che altro (Jihad Watch, 6.7.2014, R. Spencer, Afghanistan: Islamic jihadists set fire to 200 oil tanker trucks supplying fuel for NATO forces In Afganistan, jihadisti islamisti danno fuoco a 200 autobotti che rifornivano di combustibile le forze della NATO http://www.jihad watch.org/2014/07/afghanistan-islamic-jihadists-set-fire-to-200-oil-tanker-trucks-supplying-fuel-for-nato-forces) di morti stavolta, per fortuna, non s’è neanche parlato – tanto per ricordare a tutti chi davvero condiziona, e spesso comanda, in questo disgraziato e straordinario, fiero, paese che ha cacciato ogni invasore nella sua storia millenaria e è sempre stato tradito dalle sue altrettanto fiere lacerazioni tribali, etniche, religiose e dalle ambizioni di piccoli politicanti di ogni ordine e specie.

●Nel frattempo, secondo quanto annuncia la Commissione elettorale nazionale, il candidato che al primo turno aveva preso il 31%, Ashraf Ghani Ahmadzai, ex ministro delle Finanze di Karzai e ex esponente del Fondo monetario internazionale, scavalca inopinatamente quello, Abdullad Abdullah, ex mujaheddin contro i sovietici e poi ministro degli Esteri dello stesso Karzai, che ne aveva presi il 45%. E, come si capisce, non ci crede nessuno: tanto più che al ballottaggio ha votato – è ufficioso ma reale – solo una frazione di quelli che l’avevano fatto al primo turno.

Il presidente della Commissione ha annunciato che su 13,5 milioni di elettori hanno votato in 8 milioni. E, appunto, non ci crede nessuno tra  li afgani e gli osservatori hanno assistito alle operazioni. Ghani avrebbe preso 4.485.888 voti, il 56,4% salendo quasi del doppio sui suffragi avuti al primo turno. Non ci crede nessuno, neanche chi lo proclama riservandosi tra più di due settimane di comunicare il conteggio ufficiale. Abdullah ha ottenuto 3.461.639 voti, il 43,6% dei suffragi espressi: perdendo addirittura, il 2%, di voti per strada tra il primo e il secondo turno.

E, ri-appunto, non ci crede proprio nessuno. Il signor Ahmad Youssuf Nuristani, presidente di questa barzelletta di Commissione elettorale, riconosce e conferma che ci sono stati “vasti e diffusi fenomeni di manipolazione e alterazione del voto: e non possiamo ignorare i problemi tecnici e gli episodi di frode che si sono verificati durante lo svolgimento del processo elettorale. Ci sono stati governatori provinciali e strutture del governo nazionale coinvolti nelle frodi”.

Ma, se lui stesso confessa, ufficialmente, che è andata così, se riconosce anche lui di intuire che non è credibile che nel ballottaggio abbiano votato in 2 milioni di più che al primo turno, come puoi consentirti di lasciar conteggiare che Ghani ha preso un milione di voti in più e dire, insieme, che almeno parte di quei voti è falsa! Glielo chiedono, con evidenti ragioni, dalla parte di Abdullah.

Il fatto più plausibile è che Ashraf Ghani era il candidato di fatto di pashtun e uzbeki, col suo vice, è Abdul Rashid Dostum, signore della guerra famoso e, a dire il vero, anche di pessima fama sul piano del rispetto dei diritti, diciamo in genere umani (il “flagello dei talebani”, lo chiamano, ma anche il massacratore all’ingrosso dei suoi prigionieri e con le donne afgane con la stessa visione ad angolo cieco dei loro diritti). Al primo turno il loro ticket aveva vinto in 9 su 34 province afgane, con non più di 2 milioni di voti soprattutto proprio grazie alla partecipazione di pashtun e uzbeki.

Abdullah era invece il candidato del nord del paese, anche di parte degli stessi pashtun ma soprattutto di tagiki, hazara e panishir che, come tutte le altre etnie e tribù meno numerose votano sempre davvero in massa. E in queste condizioni Ghani avrebbe più che raddoppiato il suo voto e Abdullah nel computo generale lo avrebbe visto salire, invece, solo del 17%...  E nessuno ci crede: perché per essere andata così avrebbe dovuto esserci un maremoto: e non solo nell’atteggiamento di chi ha votato ma anche nella composizione tribale dell’Afganistan e nella sua cultura politica: fra aprile e giugno! con numeri importanti di votanti non-pashtun che non solo avrebbero votato diversamente dagli altri ma avrebbero votato proprio per il candidato dei pashtun. 

Ma la politica afgana non funziona così, per due motivi anzitutto che:

• le etnie non-pashtun, comunque la maggioranza della popolazione, nutrono un forte disprezzo per l’etnia di maggioranza relativa perché talebani sono i loro leaders che  ha sempre appoggiati; e che qui i non-pashtun per questi non votano. L’eccezione fu proprio Karzai: ma era il candidato voluto dagli USA che, quando venne eletto e rieletto, erano il potere assoluto, occupante e dominante; e che

• in secondo luogo, i pashtun non votano o, meglio, votano poco: al primo turno, nelle 13 province a larga maggioranza di quella etnia vennero espressi 750.000 suffragi, appena sopra il 10% dei voti espressi con i pashtun che sono tra il 40 e il 45% della popolazione. Per arrivare ai risultati oggi pre-annunciati, anche se provvisoriamente, mezzo milione di elettori in più del primo turno hanno adesso votato per Abdullah, ma cinque volte tanti per Ghani. E la cosa è plausibile solo se le urne sono state imbottite di schede fasulle. E sembrano esserci, così, tutte le premesse di una ripresa della guerra civile.

Conclude, sconfortato, sul NYT un noto commentatore e giornalista nato a Kabul ma cresciuto in America che ha sempre fatto il tifo, contro i talebani, per il governo e per gli americani – cercando di rendere compatibili, come è possibile ma difficile, le due cose – che “siamo sopravissuti al 2014, al ritiro delle truppe straniere... ma alla fine può essere questa tornata elettorale ad abbattere questo paese(New York Times, 7.7.2014, Ali M. Latifi, Signs of an Afghan Crisis, There on Election Day in June― Già a giugno, il primo giorno delle elezioni, segnali di crisi in Afganistan ▬ http://atwar.blogs.nytimes.com/2014/ 07/07/signs-of-an-afghan-crisis-there-on-election-day-in-june/?php=true&_type=blogs&_r=0).

E, certo, la confusione e il disordine che hanno ammorbato lo svolgimento di tutto il processo elettorale e il suo esito scompigliato e complesso, aprono la strada – oltre che alla possibilità che il presidente uscente Karzai alla fine si autoproponga per una riconferma magari a tempo ma indefinito, come unica uscita immediata dal caos – anche alle incursioni de talebani sempre capaci di approfittare di ogni spiraglio che loro offrano gli avversari.

Adesso, il 9 luglio, a Kandahar otto jihadisti compresi alcuni “martiri suicidi” hanno attaccato la residenza del governatore e una stazione di polizia: 30 morti almeno, inclusi gli aggressori. E, secondo la stampa afgana, 300 combattenti talebani hanno sferrato l’offensiva nella provincia nord-settentrionale di Ghor occupando per diversi giorni il quartier generale del distretto di Chadar Sada. Per questo, adesso non è difficile aspettarsi lo scatenarsi di attacchi del gebnre su scala più vasta (Khaama Press, 12.7.2014, Taliban militants and Afghan forces killed in Kadahar and Ghor province― A Kandahar e nella provincia di Ghor, uccisi militanti talebani e forze governative http://www.khaama.com/15-taliban-militants-7-afghan-forces-killed-in-laghman-clashes-6391).

E Atta Muhammad Nur, governatore della provincia di Balkh – capitale Mazar-i-Sharif, la quarta città più popolosa del paese e una delle province più prospere, stabili e disciplinate – un personaggio che è stato, nella guerra prima contro i sovietici e poi contro i talebani, un famoso comandante e signore della guerra tagiko, servendo insieme e a diretto contatto col defunto eroe Ahmed Shah Massoud, noto come il Leone del Panjshir e famoso guerrigliero, comandante dell’Alleanza del Nord contro i talebani nella regione di Balkh e da loro assassinato lì appena due giorni prima dell’attentato alle Torri gemelle, ha ora dichiarato di appoggiare Abdullah con una sfida direttamente lanciata proprio contro Karzai che, almeno nel ballottaggio, ha apertamente appoggiato Ghani.

Ora, Atta Muhammad ha la statura, le risorse e il seguito nel nord del paese per essere lui stesso un più che credibile candidato presidenziale anche a se stante. La sua dichiarazione incoraggia adesso i seguaci di Abdullah, e anche lui che da tempo lo va minacciando – pur avendo accettato un tentativo di mediazione che ha offerto di fare il segretario di Stato americano John Kerry recatosi in visita d’urgenza a Kabul – a formare al dunque un suo governo separato. Si tratta in ogni caso di alzare la posta, polarizzando tribù ed etnie. E con la concreta possibilità, offertagli ora dal sostegno di Atta Muhammad di far secedere il nord dell’Afganistan. E sopravvivere (Wikipedia, 12.7.2014, Afghan presidential election, 2014 http://en.wikipedia.org/wiki/Afghan_presidential_election,_2014).

●Poi – certo, se la cosa tiene, sarà un grande successo stavolta per lui: l’unico forse del suo intero mandato – Kerry sembra riuscire a convincere entrambi i rivali ad accettare il riconteggio e un controllo completo di tutte e ciascuna le schede di voto – 8 milioni che, dice la Commissione nazionale elettorale,  ha – o avrebbe – ricevuto dai seggi per arrivare a decidere del risultato effettivo di questa combattuta elezione (South China Morning Pos/HongKong, 14.7.2014, (A.F.-P.), Amazement in Afghanistan as Kerry brokers deal for audit to settle presidential poll― Stupore in Afganistan con Kerry che riesce a strappare un accordo per il la verifica necessaria a decidere il risultato del voto presidenziale http://www.scmp.com/ news/world/article/1553429/amazement-afghanistan-kerry-brokers-deal-audit-settle-presi den tial-poll).

Entrambi i candidati, che si sono anche abbracciati sorridenti dopo la mediazione e davanti al giustamente soddisfatto segretario di Stato americano – in fondo è stata questa l’unica guerra vinta dagli USA in Afganistan, no? – si sono impegnati a accettare il risultato del riconteggio e della verifica, col vincitore che formerà subito un governo di unità nazionale. Naturalmente, e come sempre, è nei dettagli che si nasconde il diavolo e qui il problema sono proprio i dettagli non concordati e neanche discussi. Il primo ad emergere è se debbano essere gli osservatori internazionali o la Commissione elettorale afgana a condurre la verifica...

Il problema  vero è che i due non sembrano avere la stessa idea di cosa e come fare questa verifica anche se entrambi dichiarano che, alla fine, ci sarà solo qualche giorno di ritardo sui tempi della proclamazione prevista. E, se andrà così, sarà la prova provata che i miracoli, forse, ancora esistono...

Un secondo problema potrebbe essere nei termini stessi dell’accordo di condivisione dei poteri che, di fatto, vedrebbe – senza alcuna modifica costituzionale – un rafforzamento del ruolo di primo ministro e un indebolimento di quello del presidente, scivolando di fatto dal sistema presidenziale voluto dall’occupante americano a propria immagine a somiglianza ma ratificato poi dagli afgani attuali a un sistema nettamente più parlamentare: ma., allo stato, anticostituzionale.

Altro è il problema che nulla sembra poter fermare comunque attentati e martirî suicidi – e, insieme, omicidi – con 89 morti nell’esplosione di un grosso SUV in un affollato mercato nella provincia di orientale di Paktika (BBC Asia, 15.7.2014, Afghan market car bomb kills 89 in Paktika province― Una bomba sucida [e omicida] stermina 89 afgani in un mercato popolare della provincia di Paktikahttp://www.bbc.com/ news/world-asia-28307857) di cui, stavolta, però i talebani smentiscono seccamente di essere i responsabili... e, stavolta, sono anche credibili perché loro sempre rivendicano quel che fanno per aberrante che sia e sembri a una logica dalla loro diversa.

Intanto, vanno avanti a singhiozzo le operazioni di verifica dei voti, proprio perché i due campi non riescono a dare neanche la stessa definizione di cosa costituisca o no alterazione di un bollettino di voto... Insomma, forse neanche questa sarà una vittoria per il povero Kerry! Che, visto ormai come non gliene riesca una che è una, di mediazione, ovunque nel mondo farebbe meglio davvero a lasciar perdere. Alla fine, non ci sarà mai un accordo conclusivo davvero perché, malgrado abbracci e dichiarazioni di buona volontà, in realtà nessuno dei due contendenti è davvero disposto ad accettare la vittoria dell’altro.

E, tanto meno, avendo perso la corsa per il primo posto a entrarci insieme al governo ma in posizione subordinata: su base teorica, quella proposta da Kerry e in linea di principio anche accettata – pareva – certo con un premier non più dipendente dal presidente ma dotato di veri poteri suoi, esecutivi― ma tutti da definire e con una distribuzione di incarichi nel gabinetto di governo che dovrà, o dovrebbe, tenere conto, bilanciandoli, degli equilibri fra le varie etnie e regioni del paese...

Comunque, a questo punto, se un accordo verrà mai trovato, sarà tutto e solo politico: non su una base oggettiva e su una verifica ma su un inciucio di spartizione di potere e di posti, in qualche modo di condivisione forzata del potere, imposta dalla pressione dei talebani molto più certo che dalle mediazioni americane (New York Times, 25.7.2014, Carlotta Gall, Political Divisions Threaten Kerry-Brokered Agreement in Afghanistan― Le divisioni politiche mettono a rischio gli accordi mediati da Kerry in Afganistan ▬ http://www.nytimes.com/2014/07/26/world/asia/political-divisions-threaten-kerry-brokered-agreement-in-afghani stan.html).

Ma l’impressione sempre più netta ad emergere è che il miracolo di Kerry sia stato in effetti piuttosto un artificio di scena, un trasformismo, e che abbia ragione chi ha scritto di temere che, alla fine, può essere questa tornata elettorale a sconquassare del tutto questo paese. Anche perché, intanto, non è che i talebani se ne stiano proprio fermi a contemplare lo stallo: si vanno assicurando – fanno notare gli esperti sia di qui che gli americani – il controllo di aree e territori strategici e mettono in serio dubbio la stabilità stessa di qualsiasi governo centrale, una volta che gli USA avranno finito davvero con l’andarsene (New York Times, 26.7.2014, Azam Hamed, Taliban Making Military Gains in Afghanistan Sul piano militare in Afganistan avanzano I talebani http://www.nytimes.com/2014/07/27/world/ asia/taliban-making-military-gains-in-afghanistan.html).

Ormai si sono spinti ben al di là delle loro roccaforti tradizionali del Sud rurale e controllano il territorio vicino a autostrade cruciali e alle città intorno a Kabul nelle province strategiche di Kapisa e Nangarhar. Il governo afgano, nel bel mezzo del caos elettorale, non ha sprecato tempo e risorse né a spiegarlo né a giustificarsi e gli americani, che se ne stanno già andando, non hanno continuato a monitorare da vicino il territorio.

●E, adesso, come del resto era stato anche previsto, Karzai quasi appare invitare entrambi i suoi possibili successori a chiedergli di restare in carica per aiutare a rafforzare le condizioni fragili di sicurezza interna... Nella provincia di Kandahar, nel sud del paese, i talebani si mantengono all’offensiva e hanno catturato il centro amministrativo di un suo distretto ai confini col Pakistan. Si tratta ormai di un’offensiva prolungata che coinvolge centinaia di combattenti in coincidenza con la chiusura del Ramadan.

E’ il tipo di attacco che i talebani stanno già conducendo da tempo nelle province di Helmand e Ghor, dove i distretti centrali sono stati invasi e conquistati dai talebani. Che, magari, dopo qualche tempo, viene nuovamente abbandonato alle forze di sicurezza ma dopo averle costrette a mobilitare forze ingenti e solo quando i talebani hanno deciso di andarsene senza più far resistenza. Senza copertura aerea e capacità elitrasportate, in ognuno dei due casi, nel Ghor e nell’Helmand, c’è voluta più di una settimana.

Ma nel frattempo l’effetto voluto – far vedere alla gente che i talebani ci sono e che possono in ogni momento tornare – è stato raggiunto e il governo non è stato capace di impedirglielo.

●In Indonesia, il più popoloso paese del mondo islamico (arcipelago di 240 milioni di abitanti su più di 13.500 isole, dalla più occidentale di Aceh sul mare di Andaman al confine orientale con Papua Nuova Guinea, su un’area vastissima di 3.200 miglia coperte da ben tre fusi orari), retto da un regime a democrazia parlamentare, è andato alle urne il 9 luglio in ben mezzo milione di seggi elettorali e, al momento, il risultato sembra in un equilibrio piuttosto precario coi due principali candidati che si autoproclamano entrambi vincitori (i risultati finali e definitivi si avranno tra due settimane) anche se il governatore della capitale, Jakarta, Jokowi, è dato ben avanti da tutti gli exit polls e tutti gli osservatori neutrali, sia indonesiani che internazionali.

Jokowi, come chiamano tutti il governatore Joko Widowo – ne abbiamo trovato due diverse significati: elefantino o... “ciccio”: e ve li riferiamo così – in un paese dove la democrazia formale è  sempre stata segnata, come e forse più che altrove, da chi ha già potere, quattrini e privilegi, è un personaggio assai anomalo, un candidato come dire fuori del sistema però arrivato a farsi eleggere due volte governatore della capitale su una grande ondata di popolarità (è uno che, per dire, viaggiando in campagna elettorale, si porta da solo il bagaglio a mano: solo perché lo ha sempre fatto).

Il secondo è un ex generale, con solidi legami al passato peggiore del paese, alle stragi di comunisti, sindacalisti e intellettuali condotte anche direttamente sotto il suo comando per ordini del dittatore Haji Mohammad Suharto che ha governato dopo il colpo di Stato militare del 1965 condotto contro il presidente Sukarno, fondatore del paese e restato al governo fino alle dimissioni obbligate nel 1998, morto dieci anni dopo avendo subìto, senza passare un giorno in galera ma senza che riuscissero mai a concludersi una serie di processi per corruzione (che, però, accertarono sui 20 miliardi di $ di arricchimento personale illegittimo suo e della famiglia).

Ora il candidato, generale Prabowo Subianto corre anche dichiaratamente per conto della stessa famiglia Suharto: è sposato con sua figlia e, certo, lamenta che gli americani adesso gli vietino per le sue responsabilità del passato il visto per gli USA, anche se se le stragi sistematiche e i massacri di più di un milione di oppositori indonesiani ebbero sempre la benedizione non solo implicita dei governi americani, a partire da Johnson ma, soprattutto, con Nixon e Ford.

Kissinger stesso, nelle Memorie[8], ha sostenuto che, per la lotta al comunismo, era “necessario”; come qualche anno dopo fu “necessario” sostenere e aiutare a organizzare il golpe in Cile e, anche, dare una mano con le segnalazioni della CIA a rastrellare e far fuori i desaparecidos (The Economist, 11.7.2014, Indonesia’s election – The quick count and the long Il conteggio rapido e quello lungohttp://www. economist.com/news/asia/21606861-though-official-result-remains-least-two-weeks-away-jokowi-pictured-looks-have-won; e The Huffington Post, 9.7.2014, Widowo leads early results I primi risultati danno avanti Widowohttp:// www.huffingtonpost.com/huff-wires/20140709/as--indonesia-election-results/?utm_hp_ref=world&ir=world).

Alla fine, il 22 luglio, la Commissione elettorale proclama Jokowi come vincitore con più del 6% di voti di distacco rispetto al generale e col 53,17% del voto totale, su oltre 130 milioni di votanti. Prabowo, subito prima della proclamazione ufficiale, s’era appena ritirato dalla competizione dichiarando tutto il processo non democratico, iniquo e sistematicamente truccato. Cosa della quale, però, non ha presentato né prove, né indicazioni attendibili mentre tutti gli osservatori attestano, invece, di un processo eccezionalmente trasparente per questo paese (Guardian, 22.7.2014, Kate Lamb, Joko Widowo set to be declared next Indonesian president Joko Widowo sta per essere proclamato prossimo presiDente dell’Indonesia http://www.theguardian.com/world/2014/jul/22/joko-widodo-jokowi-next-indonesian-president).

Ora il gen. Prabowo Subianto trascinerà il suo tentativo di rimettere in questione il risultato nei tribunali – visto che ormai nelle Forze armate pare proprio non poter più contare – ma il risultato che, dopo il primo turno lo vedeva già in svantaggio di 4 punti percentuali, ormai lo vede soccombere ancora più nettamente. Ma la mancanza di prove o indicazioni credibili da parte di qualcuno che non sia stato, o non sia, parte della sua campagna elettorale, non lo lascia sperare in niente di positivo.

Sta, inoltre, perdendo tutti gli ex alleati della coalizione che lo aveva appoggiato mentre anche il presidente uscente, Susilo Bambang Yudhoyono, gli ha chiesto pubblicamente di accettare la sconfitta, indicando che lui e il suo governo rispettano il processo elettorale e riconoscono il risultato proclamato dalla Commissione elettorale. Del resto, non ci sono state manifestazioni rimarchevoli di protesta o di contestazione né a Giakarta né altrove, soprattutto nelle isole esterne all’estremità est e ovest dell’arcipelago, tradizionalmente le più irrequiete, né disordini su scala tale da sembrare mettere in forse stabilità politica e continuità produttiva (Stratfor – Global Intelligence, 22.7.2014, Indonesia: Potential Legal Challenge Not Likely To Overturn Election― In  Indonesia, nessuna potenziale contestazione di ordine legale sembra in grado di rovesciare l’esito delle elezioni http://www.stratfor.com/situation-report/ indonesia-potential-legal-challenge-not-likely-overturn-election#axzz386BS9hYN).   

EUROPA

●Jean-Claude Juncker è stato eletto dal nuovo parlamento europeo – come già concordato dal Consiglio dei capi di Stato e di governo di giugno, con 476 voti, 250 contrari e 47 astenuti (la maggioranza assoluta necessaria era di 356 sui 751 totali) – a successore di Barroso come nuovo presidente della Commissione europea. Ha promesso che per la sua Commissione “lavoro e crescita saranno le priorità e che mobiliterà fino a 300 miliardi di € per arrivarci” attraverso il bilancio UE e, soprattutto, la Banca europea degli investimenti, muovendosi nei margini di flessibilità dei patti “senza modificare quello di stabilità” e ha rintuzzato con forza eurofobi, euroscettici e cacadubbi (la Repubblica, 15.7.2014, Ue, Juncker presidente della Commissione: "Priorità lavoro e crescita, 300 miliardi in 3 anni"

http://www.repubblica.it/economia/2014/07/15/news/juncker_il_giorno_della_fiducia_priorit_lavoro_e_crescita _300_miliardi_in_3_anni-91599045).

Ma ... 300 miliardi sono, sì e no, lo 0,8% del PIL globale della UE, che per i 28 paesi ammonta a qualcosa sopra i 12.000 miliardi di €: non proprio tanto, quasi niente, anzi...  E, poi – saremo anche  diventati anche noi un po’ cinici – ma “mobiliterà fino a 300 miliardi” significa probabilmente che l’Europa dal suo bilancio forse tirerà fuori due-tre decine di miliardi e per gli altri chiederà di provvederli al “mercato”...

Insomma, Renzi, presidente di turno dell’Unione per i prossimi sei mesi aveva minacciato chiaro e tondo che lo avrebbe votato solo se avesse reso chiaro che non avrebbe constatato una lina meno “austera” e  si è accontentato: non poteva fare altrimenti chiuso come s’era da sé nel cul de sac del ti dico di sì se me lo prometti.  E lui l’ha promesso (la Repubblica, 17.7.2014, Soldi e potere/C. Clericetti, Renzi e i miliardi finti di Juncker http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2014/07/17/renzi-e-i-miliardi-finti-di-juncker) ...

Cameron, invece, gli dice di no, come aveva annunciato, e  segnala col rimpasto del suo governo all’Europa che la Gran Bretagna è ormai ‘pronta ad andarsene’ (Guardian, 15.7.2014, J. Borger e R. Norton-Taylor, Cameron reshuffle tells Europe that Britain is 'ready to leave' http://www.theguardian. com/politics/2014/jul/15/cabinet-reshuffle-lord-hill-says-britain-ready-to-leave-eu). Sceglie proprio questo giorno, trovando anche l’appoggio di alcuni laburisti britannici in sede di parlamento europeo che lo seguono per animus isolazionista da rule Britannia frustrata, per lanciare poi un segnale che secondo molti è chiarissimo. E, al solito, pateticamente sbagliato. Di distacco, peggio di disprezzo, per le istituzioni europee.

Rimpasta, infatti, scegliendo il nuovo Commissario britannico al posto dell’uscente lady Ashford, un suo uomo particolarmente extra light (di nessun peso specifico nel partito), il leader della Camera alta Lord Jonathan Hill of Oareford, euroscettico dichiarato e vociferante per la cui approvazione, necessaria da parte del parlamento europeo, però il presidente rieletto Martin Schulz fa subito presente di non riuscire a vedere la possibilità che uno come lui sia in grado di far passare la propria nomina.

E, per proseguire sempre su quella strada, sceglie un altro conservatore isolazionista e euroscettico, di nessun calibro reale nella politica inglese, Philip Hammond, al posto del ministro degli Esteri William Hague. In effetti colpevole di condurre da sempre, ma sempre discretamente, dentro il governo una sua battaglia di freno più cauta ma ormai disperatamente perdente sull’Europa. E che, perciò, ora s’è dimesso.

Lo scopo annunciato del rimpasto nota anche il conservatore Economist – cinque ministri, con Hague anche un altro membro del gabinetto di primissima fila, il controverso titolare dell’istruzione Michael Gove –  concordando in sostanza con l’altra fonte, liberal, sopra citata, “è quello di portare alla ribalta volti nuovi, comprese alcune giovani donne, per cambiare l’immagine di un governo ‘maschio, pallido e ammuffito’ – in inglese fa rima: male, pale and stale ma ha anche riempito il governo ancor più di euroscettici (The Economist, 18.7.2014, Politics – Dressing up for the election Politica – Rivestirsi un po’ meglio  per le elezioni [del 7 maggio 2015] ▬ http://www.economist.com/news/britain/21607826-david-cameron-carries-out-big-risky-cabinet-reshuffle-just-one-aim-mind-dressing-up).

Insomma, come qui quasi tutti i primi ministri, grosso modo nell’ultimo anno che riescono ancora a restare tali, tentano il più spesso senza riuscire per questo a rivincere (Macmillan, Thatcher,... Gordon Brown) anche Cameron sta tentando di rilanciare un po’ disperatamente un recupero della loro popolarità esercitando il loro diritto sovrano – quello tanto agognato da Berlusconi e quello cui, pare, anche aspirare Renzi – alla propria notte dei lunghi coltelli: o coltellini, magari... Difficile che se gli riesce rivincerà, però, proprio per questo. Se lo farà sarà per l’imbelle conduzione di un’opposizione sempre assai floscia.

●Delle nomine europee in questione, è passata per ora solo quella dell’ex premier lussemburghese (che avrebbe dovuto essere magari stoppato, ma non certo da quel palamidone di Cameron che con lui invece andava sul tema d’accordo, e non perché fosse e sia troppo, o troppo poco, europeista, ma perché egli ha sempre lasciato fare al Granducato, nel decennio suo di governo, il mestiere di massimo covo degli evasori fiscali di tutta Europa: altro che europeismo eccessivo!

Mentre è subito scattato l’alt alla candidatura di Federica Mogherini, presentata con grande impegno al Consiglio da Renzi per entrare alla Commissione al posto molto modestamente gestito della britannica lady Ashton per l’incarico di lavorare agli Affari esteri. Adesso vien fuori un blocco di dieci-undici paesi, saldatosi intorno a quelli dell’Est che, senza poter indicare alcun documento e tanto meno alcun fatto a supporto comunque ne stoppano la nomina: lei nettamente, come tantissimi, secondo noi sia i più che i più sensati, s’è espressa di recente a favore del gasdotto South Stream che “salterebbe”, tra Russia ed Europa, il passaggio obbligato del gas per l’Ucraina.

Diffidano, di lei e di Renzi, e lo dicono giudicandola inesperta – come se la signora Ashton che prima di lei aveva ricoperto quel posto avesse mai gestito qualcosa di più di quella specie di club che è la Camera dei Lords britannica... – ma soprattutto, lei e lui, troppo attenti secondo loro alle sensibilità... dei russi. A questo punto, però, potremo tutti verificare di che stoffa è fatto davvero il bellicoso primo ministro nostrano.

Staranno tutti, e staremo tutti, a vedere se tiene duro e esige lui il voto a maggioranza, che sostiene di avere, e se, quindi, la sua accettazione del rinvio della nomina della Commissaria al 30 agosto è una mossa davvero solo tattica o se, invece, è la resa – come ha lasciato intendere addirittura van Rompuy, presidente uscente del Consiglio europeo, smentendo nettamente che la Mogherini abbia la maggioranza necessaria come Renzi invece aveva sempre vantato. E’ vero, poi, anche che Renzi ha sempre dato per scontato l’appoggio della cancelliera tedesca che, invece, gli si è dileguato tra le mani...

E, poi, se il suo scortesemente sbrigativo fare non finirà per irritare troppo i potenziali alleati perdendone altri per strada, potrebbe provare, a fine agosto ormai, anche a forzare il voto, perché almeno sembra accertato a metà luglio – questo sì – che comunque gli oppositori – gli eredi di oggi dei governi ex comunisti veri, quelli filo-sovietici, non filo-russi di ieri – non detengono, loro, i numeri per imporre il loro no. Sempre che, a questo punto,  osi provarci e che vinca...

Sarà una prova dura anche per lui se passa all’attacco bocciando il ballon d’essai che l’Est fa venire a galla della Commissaria bulgara Kristalina Georgieva, una buro-tecnocrate che ha lavorato per anni a Washington, alla Banca mondiale, che candiderebbero in alternativa alla Mogherini stessa (Huffington Post-Italia, 15.7.2014, Federica Mogherini, Alto rappresentante Ue - Sandro Gozi [sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per le politiche europee]: Andremo avanti anche se ci sono paesi contrari http://www.huffingtonpost.it/2014/07/15/federica-mogherini-alto-rappresentante-ue_n_5587141.html?utm_hp_ref= italy&ir=Italy).

Si chiacchiera anche di un piano B, forse troppo tardi avanzato da Renzi, con un nome che quanto a esperienza ne ha anche troppa ma anche più “sospetto”, quasi automaticamente, di lui e di lei quanto a vicinanza coi russi, quello già circolato e smentito di Massimo D’Alema... O, come adesso sembra aver suggerito sempre il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy, forse, per l’Italia Renzi potrebbe avanzare la candidatura di Enrico Letta― sempre e solo di candidature, infatti e però, si tratta e mai di diritti acquisiti: e per nessuno a un posto specifico. Ma solo a un posto, su 28, in Commissione.

Poi è tornato a premere su Renzi, direttamente, il nuovo presidente lui già eletto e anche col suo voto della Commissione, Juncker, il 25 luglio, per avvisarlo: se entro fine mese non arrivasse ufficialmente, a Bruxelles, un’altra candidatura italiana capace di trovare una maggioranza sicura tra i 28 governi per quel posto o un cambio di opzione tra le cariche ancora da ricoprire al posto dell’abbinamento Affari esteri e Mogherini – peraltro da lui mai formalmente avanzato. Questa è la prassi: lei, come chiunque, passerebbe solo dopo esser stata indicata e votata e, a priori, nessuno ha garanzie .

Renzi, insomma, anche lui, “se ne dovrà fare una ragione”: perché ormai rischia di trovarsi di fronte a candidature avanzate da altri paesi (Il Sole-24 ore, 28.7.2014, Romano Beda, Pressione di Juncker perché l’Italia cambi poltrona http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-07-28/mogherini-pressione-juncker-perche-italia-cambi-poltrona-091411.shtml?uuid=ABKRr3eB). E, a questo punto, anche il volitivo PM italiano dovrà ripiegare, probabilmente, sul detestato D’Alema o cambiare proprio il posto di Commissario cui vuole aspirare. Ma – non avendo fatto bene il lavoro preparatorio, come ormai è clamorosamente evidente – potrebbe davvero essere costretto a rifugiarsi proprio sull’unica candidatura in grado di garantire all’Italia l’unico posto di rilievo rimasto: la presidenza del Consiglio dei ministri, il posto che ora è di Van Rompuy per... Enrico Letta.

E per lui – per Renzi – la necessità di salvarsi in corner trangugiando un calice di amarissimo fiele... Anche se  per l’Italia, invece, sarebbe addirittura una designazione più prestigiosa e importante, lui la vivrebbe come sconfitta, personale e rognosa soprattutto sul fronte interno... Dimostrando – ed è quanto rode di più perché sembra davvero più pericoloso – che pure (e perfino) Matteo Renzi può essere sonoramente sconfitto― proprio perché corre spesso senza fare i conti coi fatti, a rotta di collo, spregiudicatamente forzando anche i rapporti di forza, le norme, le consuetudini per piegarli a quello che lui vuole ottenere... e che invece così finisce col non riuscire a portare a casa.       

●La BCE, nella seduta mensile del Comitato direttivo, ha deciso come era largamente atteso, il 3 luglio, di tenere fermo il tasso di sconto, puntando sul tempo che sarà necessario – ha detto Draghi – a dar modo di funzionare alle misure straordinarie decise un mese fa: il tassodi sconto allo 0,15, giù dallo 0,25%; il -0,1% di interesse sui depositi della singole banche, così incentivate a  prestarli piuttosto che a lasciarli fermi a Francoforte pagandoci addirittura un interesse negativo; e l’annuncio – solo l’annuncio, appunto – di un piano quadriennale di prestiti a basso tasso di interesse per le banche che accettino di aprire, e lo facciano, nuovo credito a imprese dell’economia reale.

Tutto per dar tempo – è stato detto a fine seduta – a queste misure di cominciare a dare il loro effetto, positivo, nei meccanismi dell’economia― col problema che resta, ovviamente, quello di scoprire se poi, al dunque, quelle misure funzioneranno; o se ci sarà, prima, il patatrac (per il calo di crescita, per l’assenza catastrofica di lavoro...); se, insomma, davvero c’è questo sperato tempo di aspettare che comincino a farlo (New York Times, 3.7.2014, D. Jolly, European Central Bank Holds Interest Rates Steady La Banca centrale europea tiene fermi I tassi di interesse ▬ http://www.nytimes.com/2014/07/04/business/ international/ecb-holds-interest-rates-steady.html?_r=0); e ECB/BCE, Frankfurt-am-Main, 1.7.2014, Dichiarazione alla stampa del presidente Mario Draghi ▬ http://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2014/html/is140703.en.html ). 

●Draghi ha anche annunciato che, a partire dalla prossima seduta, le riunioni del Direttivo che fissa la politica monetaria saranno verbalizzate e, per avere più trasparenza, ne verrà pubblicato il resoconto sommario. E anche che si terranno non più a scadenza mensile ma ogni sei settimane. E, soprattutto ha chiesto al Consiglio europeo, l’istanza decisionale dei governi messi insieme (tutti e 28... anche quelli che con l’eurozona non c’entrano niente: per loro scelta, o perché non è consentito loro di entrarci) di creare una nuova forte istituzione nell’eurozona per coordinate la convergenza economica dei paesi membri.

Draghi ha fatto notare la differenza, oggi abissale per esempio tra Finlandia e Grecia, sottolineando che “nessuna impresa, e nessun cittadino europeo dovrebbe essere penalizzato nell’Unione per il fatto di essere residente di uno o di un altro paese”. E, a parole, certo, si tratta di una visione dell’Europa del tutto diversa da quella che – dalla Germania alla Gran Bretagna, magari per ragioni anche in parte differenti – sempre vi è dominante (The Economist, 11.7.2014).

●La Banca centrale di Svezia Stato membro dell’Unione europea ma, con altri nove, non entrato nell’euro – ha operato un pesante taglio al tasso di sconto di mezzo punto secco, cioè del 50%, dallo 0,75 allo 0,25 col quale finora, seguendo pedissequamente e testardamente l’input perverso della saggezza economica convenzionale neo-liberista, perché pare che, finalmente “pentendosi” si è accorta che deve far fronte alla minaccia, reale, di una deflazione che si andava facendo rampante. Las mossa per la sua consistenza ha sorpreso i mercati causando una salutare caduta del valore della corona svedese sul cambio. Salutare per una possibile ripresa delle esportazioni che erano andate pericolosamente stoppandosi (The Economist, 4.7.2014).

●In Germania, polemica aperta tra responsabili dell’Ambiente e dell’Energia del governo Merkel e quell’abboccone del Commissario europeo tedesco uscente all’Energia, Günther Öttinger. E’ entrato a piedi unito nel dibattito, ancora interno al gabinetto Merkel, contrastando esplicitamente – più come Commissario, dice, che come tedesco – le proposte di bloccare ogni sperimentazione della tecnologia della frantumazione meccanica delle rocce bituminose per estrarne greggio avanzata formalmente in sede di governo dai due ministri responsabili della questione, per l’Economia, Sigmar Gabriel, e per l’Ambiente, Barbara Hendricks.

Entrambi sono socialdemocratici – il primo è anche vice cancelliere del governo e presidente della SPD – e richiamano con puntiglio che lo stop è impegno “politico integrante”, nella formazione stessa della Große Koalition... Cosa certo, che “uno come Herr Öttinger può anche ignorare”, osserva sarcastico Gabriel..., mentre la signora Hendricks aggiunge che questa è proprio una questione di principio: il fracking come tale, nelle linee guida che il suo ministero fa circolare, sarà proprio “vietato    

Ma Öttinger è Öttinger... un capoccione che pretende, politico e politicante com’è, di fare solo il tecnico e afferma che, invece, la Germania dovrebbe riservarsi aperta ogni opzione, e ogni possibilità di sperimentazione, sullo sfruttamento potenziale della tecnologia del fracking, la frantumazione in profondità delle scisti bituminose (BZ am Sonntag/Berlino, 5.7.2014, Ulrike Ruppel, EU-Energiekommissar Günther Öttinger spricht ― La parola a lCommissario all’Energia europeo Günther Öttinger, Fracking nicht grundsätzlich ausschließen In linea di principio, non va escluso il fracking http://www.bz-berlin.de/welt/fracking-nicht-grundsaetzlich-ausschliessen; e Euractiv, 7.7.2014, Öttinger tells Germany to keep options open on fracking― Öttinger dice alla Germania di tenfssi aperte tute le opzioni sul fracking ▬ http://www.euractiv.com/sections/energy/ oettinger-tells-germany-keep-options-open-fracking-303323; e, anche, New York Times, 4.7.2014, M. Eddy, German Proposal Seeks to Sharply Curtail Fracking― Proposta di legge tedesca vuole ridurre drasticamente la trivellazione per frantumazione di scisti bituminose http://www.nytimes.com/2014/07/05/business/international/german-proposal-to-curtail-fracking.html?_r=0#).

●Poroshenko per l’Ucraina e Putin per la Russia avevano concordato l’ultimo giorno di giugno di lavorare separatamente ma per lo stesso obiettivo, quello di arrivare a un cessate il fuoco permanente e, poi, a una soluzione politica dello scontro tra governo di Kiev e separatisti dell’est del paese.  Lo aveva annunciato la presidenza della Repubblica francese, affermando che avrebbero anche instaurato controlli confinari tra i loro due paesi decidendo poi di liberare i prigionieri fatti finora durante il conflitto. L’accordo, veniva annunciato, era stato raggiunto dopo due conference calls telefoniche in ventiquattrore tra Poroshenkop, Putin, Angela Merkel e François Hollande (Stratfor, 30.6.2014, Ukraine: Moscow, Kiev Agree On Cease-Fire, Border Controls Per l’Ucraina, Mosca e Kiev si accordano sul cessate il fuoco http://www.stratfor.com/situation-report/ukraine-moscow-kiev-agree-cease-fire-border-controls#axzz361aXF1Iu).

Ma, neanche avevano finito di dirsi di sì che Poroshenko non ce l’ha fatta, pare, a resistere alle pressioni dei suoi ultras – che lo criticavano duramente per aver continuato a negoziare – era  l’accusa – anche coi terroristi, sia pure con l’intermediazione dei russi: cioè, coi ribelli dell’est che chiedono, e cui era stata pure promessa prima dal premier a interim e poi, nel discorso suo inaugurale, proprio da Poroshenko, una “larga” autonomia... E, subito, di persona annuncia,  in Tv e poi ad alleati e potenziali avversari – a Obama, agli europei occidentali (non tutti... chi conta, o pretende di contare qualcosa) e anche a Putin – che il cessate il fuoco è cessato e che... riprenderà subito i tentativi di schiacciare con le armi la rivolta nell’est del paese.

Da parte sua, Putin a Mosca, parlando subito dopo a un convegno di diplomatici, deplora che malgrado il suo appello – e, aggiunge, anche quello di molti altri leaders europei – Poroshenko abbia scelto di perseguire la via senza sbocco della guerra e che ora dovrà renderne conto “anche personalmente”. Stavolta il presidente russo non minaccia un intervento militare diretto dell’Armata rossa ma conferma l’impegno del suo paese a proteggeredovunque esse siano le popolazioni che nella regione parlano russo(New York Times, 1.7.2014, D.M. Herszenhorn, Fighting Intensifies in Ukraine After Cease-Fire Is Ended Gli scontri armati si intensificano in Ucraina dopo la fine del cessate il fuoco http://www.nytimes.com/2014/07/02/world/europeukraine.html?&hp&action=click&pgtype=Homepage&version=

LargeMediaHeadlineSum&module=photo-spot-region&region=photo-spot&WT.nav=photo-spot).

E Poroshenko dà seguito immediato alla minaccia proclamando la legge marziale nelle province di Lukansk e di Donetsk, spiegando la sua decisione, sembra con qualche imbarazzo, agli interlocutori del giorno prima – cui adesso aggiunge l’americano Kerry ma sottrae, naturalmente, Putin – assicurando  che l’Ucraina avrebbe potuto tornare indietro su questa sua decisione se gli interlocutori avversari, insorti e russi, accettassero solennemente e senza riserve, in toto, il suo piano di pace (Stratfor, 30.6.2014, Ukraine: Poroshenko Speaks With Leaders On Termination Of Ceasefire▬ Ucraina: Poroshenko parla con gli altri leaders della cessazione del cessate il fuoco http://www.stratfor.com/ situation-report/ukraine-poroshenko-speaks-leaders-termination-ceasefire#axzz 361aXF1Iu).

Una considerazione, sul punto, che riprendiamo in sostanza dall’agenzia di intelligence che forse è più ammanicata al Pentagono― o che almeno gode di un accesso sicuramente facilitato alle informazioni di origine militare (NightWatch KGS, 30.6.2014, Ucraine cease fire disowned by Kiev Il cessate il fuoco in Ucraina rinnegato da Kiev http://www.kforcegov.com/NightWatch/NightWatch_14000140.aspx).

Poroshenko e i suoi sembrano aver concluso che, con la cancellazione, su richiesta di Putin, della autorizzazione automatica data dalla Duma all’impiego dell’Armata rossa in Ucraina, i russi abbiano deciso di abbandonare  l’idea di dare un sostegno militare diretto alla rivolta di Donetsk e Luhansk. E, secondo questa lettura del retro pensiero ucraino di vertice, anche l’accordo di associazione con l’Ue, per quanto sostanzialmente vuoto di contenuti concreti, sembra aver rafforzato la loro spericolata propensione a scommettere e rischiare. Al dunque, sembra che Kiev abbiano addirittura deciso di testare la promessa di Putin di difendere la popolazione russa e russofona... Molto, molto rischioso.

●In ogni caso, il governo di Kiev – che sa bene, o almeno è sperabile che lo sappia – rischia di brutto in bilico sull’orlo del baratro al di là del quale si trovano i russi: che, comunque sembrano accontentarsi di essersi ripresi la Crimea e non voler rischiare la guerra vera e propria con l’Ucraina se non ci sono trascinati, pur ribadendo il loro sostegno ormai più che altro morale alle popolazione russofona (quei militanti, in effetti, lamentano che armi sì, anche volontari magari, ma da est non arrivano certo le truppe che aspettavano di veder arrivare) riporta nei primissimi giorni di luglio una prima concreta vittoria nel tentativo di restaurare il controllo dello Stato ucraino nella sua offensiva militare contro le forze autonome/separatiste (The Observer, 5.7.2014, Ukrainian troops retake key city of Slavyansk from rebels in east― Le truppe ucraine riprendono ai ribelli dell’est del paese la città chiave di Slavyanskhttp:// www.theguardian.com/world/2014/jul/05/ukraine-slavyansk-army-rebels-east).

I ribelli, per parte loro, continuano a rappresentare il governo ucraino come una banda di fascisti e ipernazionalisti decisi a sottomettere l’est russofono e russofilo del paese. E, certo, come quel governo è nato, con le sommosse neo-naziste di piazza, appoggiate dai governi e dai servizi segreti occidentali e, ora, i  bombardamenti di Slavyansk e di altre città, per loro natura all’ingrosso e diretti proprio alle popolazioni civili visto che i ribelli vengono poi proprio di lì, dalla popolazione civile.

●C’è poi anche la retorica ucraina, proprio da ukase delle SS di una settantina di anni fa, che da queste parti in diversi rimpiangono e non è quella che qualcuno sostiene seminata apposta da Putin e dai suoi per avvelenare il rapporto con l’Ucraina (New York Times, 20.7.2014, Maxim Trudolyubov [un opinionista moscovita passato direttamente dal dirigere Vedomosti, quotidiano di business della Dow Jones di Wall Street, con l’etichetta data per scontata dell’indipendenza, a stilare opinioni, indipendenti magari non proprio ‘obiettive’ per il NYT stesso], Russia’s Anti-West Isolationism L’isolazionismo anti-occidentale della Russia http://www.nytimes.com/2014/07/21/opinion/ russias-anti-west-isolationism.html?_r=0) ma, guarda un po’, è quella ora postata direttamente e personalmente addirittura sul sito web della presidenza della Repubblica a fomentare ogni timore possibile. Retorica anch’essa, forse, ma si converrà, allucinante:

● Noi ucraini, “ne ammazzeremo 100 dei vostri per ogni morto nostro”... l(dal sito di Poroshenko)   

Fonte: Sito web ufficiale della Presidenza della Repubblica ucraina, 11.7.2014, 16:32 ▬ [http://www.president.gov.ua/en/news/30733.html]

Sotto l’intestazione dell’Ufficio stampa del presidente, viene infatti postato un annuncio in stile tale e quale a quello degli ukase SS che annunciavano le rappresaglie-massacro tipo Marzabotto, o Lidice, o per restare all’Ucraina il fossato di Babij Yar a Kiev nella seconda guerra mondiale: in inglese, proclama Poroshenko, che “per ogni vita persa dai nostri soldati, i militanti dell’Est del paese pagheranno con 100 delle loro vite [essendo ovviamente non sufficiente la razione di 10 consueta alle rappresaglie SS e non valida, perché invece a volontà, nel caso degli ebrei]”...  

Ma, a parte questi tonitruanti e nefandi eccessi di stampo terroristico, forse, la lettura che dà ormai Poroshenko delle intenzioni dei russi, se non spingono troppo in là le provocazioni, sembra corretta: malgrado il passo indietro di fine giugno e la nuova offensiva sferrata da Kiev, il presidente Putin ha dato il suo accordo a un altro round di negoziati con Kiev mirato a risolvere il conflitto in Ucraina orientale per via non militare. E, in fondo, è del tutto sensato e nelle corde di un abile giocatore di scacchi che mastica bene di strategia e di valutazione di rischi, di guadagni e di perdite con varie mosse di anticipo, che la Russia consenta così una vittoria di Kiev.

Vittoria dopotutto parziale: la Crimea – grazie alle azzardate mosse provocatorie di gennaio-marzo (il semi-golpe e il rovesciamento con le sommosse di strada del governo formalmente legittimo di Kiev col quale l’occidente aveva appena mediato l’intesa per forzarla e rovesciarla dopo mezza giornata: un voltafaccia condotto con la complicità occidentale di USA e, anche e come, dell’Unione europea – i russi se la sono ripresa senza fare la guerra. E, sensatamente, il mondo lo ha accettato, di fatto. Come pure, nei fatti, anche se dice il contrario, lo ha dovuto ingoiare l’Ucraina (Guardian, 8.7.2014, Balázs Jarábik [postato sul sito web del Centro di studi Carnegie di Mosca], Putin's Ukraine U-turn Il dietro-fronte di Putin http://carnegie.ru/eurasiaoutlook/?fa=56097)

Però, sembra proprio che questi nuovi leaders ucraini – meno, forse, con qualche eccezione però come abbiamo visto anche lui, proprio Poroshenko – non resistano alla tentazione di star lì a provocare la Russia, sfidando l’orso che è appena oltre il confine e che sembra illudere qualcuno di loro di starsene come in letargo. Il nuovo ministro degli Esteri, Klimkin, ha ora aggiunto la sua voce a quella del ministro della Difesa, Heletey, nell’asserzione di non considerare la Crimea come persa davvero e di essere certo di riuscire a riprendersela. Come? con una guerra mondiale combattuta da soli contro una grande potenza? Non David contro Golia ma un misirizzi imbelle e pure, pare a volte, un tantino scemo e antidiluviano? Lo chieda a Washington se aspettarsi un aiuto, se poi ad attaccare fosse  mai essa, lo chieda a Tbilisi, lo chieda pure a Bruxelles...

In conferenza stampa, per chiarire, il suo omologo russo Lavrov – un Metternich a suo confronto, un Talleyrand – fa notare con ostentato distacco che ognuno, perfino un ministro, è libero di sperare e  pensare quello che vuole, ma che la Crimea è tornata ormai a essere territorio russo. E ha aggiunto, rivolgendosi direttamente al reporter che gli andava facendo domande, che “se aveva inteso bene la sua questione, essa sembrava come implicare un attacco al territorio russo come la Repubblica di Crimea e Sebastopoli: nel qual caso, chiunque ci pensasse farebbe bene a non provarci neanche: la dottrina ufficiale di sicurezza nazionale della Federazione russa definisce chiaramente e preventivamente, consultabile da tutti in rete, in inglese ma anche in russo-ucraino,   le reazioni che ne deriverebbero per chi ci provasse”.

●Poi, il 17 luglio, con un bruttissimo salto di qualità, ecco la tragedia dell’abbattimento di un Boeing 777 delle Malaysia Airlines:  da parte dell’aviazione ucraina con un suo caccia SU-25 o con uno dei missili contraerei Buk-M1 terra-aria (SA-11/SA-17) di cui con 28 esemplari il governo di Kiev dispone?; o da parte dei separatisti russofoni che ne hanno, o ne avrebbero, catturata una batteria (4 missili) agli ucraini? questi negano di avere armi di questo tipo capaci di attingere un bersaglio in volo a 10 Km. di altezza: ma i servizi segreti di Obama lo affermano, pur non potendo provarlo  (NightWatch KGS, 17.7.2014, Who has use of the BukM in Ukraine? Chi è che in Ucraina può usare il BukM? http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000153.aspx).

Certo, Kiev assicura di poter dimostrare che il missile Buk che avrebbe abbattuto l’aereo è stato costruito dai russi (New York Times, 19.7.2014, D. M. Herszenhorn e S. Tavernise, Ukraine Says It Can Prove Russia Supplied Arms System That Felled Jet― L’Ucraina afferma di poter provare che la Russia ha fornito [già... ma a chi?] i sistemi d’arma che hanno abbattuto l‘aereo http://www.nytimes.com/2014/07/20/world/europe/malaysia-airlines-plane-ukraine.html). Ma è grottesco e anche patetico, prenderli su serio, però, perché lo erano anche i Buk che la Russia anni fa aveva venduto, guarda un po’, all’... Ucraina.

E, riporta questa stessa fonte vicina al Pentagono, che da parte loro i russi col portavoce del ministero della Difesa, Aleksey Komarov, ripreso anche dalla televisione (Rossiya24― Вести.Ru: Россия 24 www.vesti. ru/videos?vid=onair) confermano: “secondo le informazioni di cui disponiamo, un distaccamento delle Forze armate ucraine dotato di oltre una ventina di installazioni di lancio di BukM1 è dislocato nell’area del disastro. Sono divisioni del 156° reggimento missilistico di difesa aerea nei sobborghi nord-occidentali della città di Donetsk”. E Komarov aggiunge di “non poter confermare ma neanche smentire che qualcuna di queste armi possa essere stata però catturata” dai ribelli...

Comunque sia adesso ci sono altri 300 poveri morti, tutti civili tra passeggeri di  varie nazionalità ed equipaggio che hanno solo la colpa di aver azzardato un trasvolo per lo meno rischioso attraverso uno spazio aereo che comunque si sapeva in guerra: un missile o un aereo, proprio come per il DC-9 dell’Itavia e la strage di Ustica e, quasi certamente, come allora, per sbaglio. Ma per “sbaglio” di chi? (Guardian, 17.10.2014, Shaun Walker, Harriet Salem, Alec Luhn, Tania Branigan, Malaysia Airlines flight MH17 crashes in east Ukraine― Il volo MH17 della Malaysia Airlines si schianta in Ucraina orientale http://www.theguardian. com/world/2014/jul/17/malaysia-airlines-plane-crash-east-ukraine).

Tutti – ma proprio nessuno escluso – adesso chiedono un’inchiesta seria, magari internazionale, magari sotto l’egida – avete indovinato – dell’ONU...  sulla causa immediata dello “sbaglio”. Ma nessuno, naturalmente, concorda su chi finirà col condurla. Le due scatole nere dell’MH17 sono state – dicono alcuni e smentiscono altri – recuperate sul territorio dell’Ucraina ribelle e pare siano state consegnate ai russi.

Due dei più ponderati servizi di stampa, letti su un grande e serio quotidiano internazionale danno l’idea della confusione e della contraddittorietà in cui tutti si trovano per arrivarci a capire qualcosa: due articoli nello stesso giorno arrivano, il primo, esattamente alle conclusioni contrarie del secondo― perché ciascuno, con toni diversi, il secondo apertamente più scettico e nessuno dei due con niente di solido dietro se non che l’una parte accusa l’altra, citando nel senso di riportare quello che affermano le due macchine propagandistiche (Financial Times, 19-20.7.2014, Sam Jones and Neil Buckley, Evidence jigsaw points to rebel missile attack Un puzzle di indizi punta su un attacco missilistico dei ribelli http://www.ft.com/intl/cms/s/0/7efea166-0e68-11e4-b1c4-00144feabdc0.html#axzz380gwXqEQ; e Financial Times, 19-20.7.2014, Courtney Weaver, Jack Farchy e Kathrin Hille, Russian media blame Kiev I media russi incolpano Kiev ▬ http://www.ft.com/intl/cms/s/0/bed2089e-0e56-11e4-b1c4-00144feabdc0.html#axzz384FDETk8). Ed è solo un esempio.

Ma qui, come tutti vedono, di obiettivo, di neutrale – se non i poveri morti ammazzati – non c’è proprio nessuno: neanche quegli irresponsabili della Malaysia Airlines – diciamolo chiaro – che, per risparmiare un po’ di carburante, hanno pensato bene di far trasvolare a un aereo di linea una zona di guerra guerreggiata... (la Repubblica, 18.7.2014, C. Ciavoni, Una rotta rischiosa e sbagliata, ma sorvolare gli spazi aerei costa e si scelgono i cieli più economici” [più corti, cioè, e col sorvolo  meno tassato: abbiamo calcolato che sorvolare la ribollente Ucraina sud-orientale invece che la Russia più a nord o Austria, Ungheria ecc., a sud, abbia fatto risparmiare alla compagnia aerea qualcosa come, forse, 3.000-3.500 €...] ▬ http://www. repubblica.it/esteri/2014/07/17/news/le_rotte-91831926).

La scelta del tracciato: per risparmiare – pare – 3.000 € di tasse di sorvolo... (mappa)

 

 

Fonte: INYT, 22.7.2014

Un tassista a Kuala Lumpur ha detto, amaramente e molto pungente, che la colpa originale è del governo malaysiano: “prima – solo alcuni mesi fa, ricordate – si è perso un aereo tra cielo, mare e terra [quattro mesi fa, il volo MH370 da qualche parte su, o ne,ll’oceano indiano] e non è più stato capace neanche di ritrovarlo...; e adesso ne ha mandato un altro a passare per un posto dove in questo periodo un aereo con centinaia di passeggeri non doveva proprio passare (Guardian, 18.7.2014, Kate Hodal, Flight MH17 was following right route, says Malaysian minister― Dice ministro malaysiano che il volo MH17 stava seguendo la giusta rotta http://www.theguardian.com/world/2014/jul/18/ malaysia-airlines-flight-mh17-route-minister).

●L’autoproclamato primo ministro di Donetsk, Aleksander Borodai, ha consegnato le due scatole nere dell’MH17 abbattuto sul suolo dell’Ucraina orientale in rivolta al col. Mohamed Sakri, del Consiglio nazionale di Sicurezza della Malaysia, rifiutando di cederli al governo ucraino o a chi, sostengono gli ucraini dell’Est ha preso senza alcuna prova― se non l’affermazione di averle.  E ha stipulato col governo malaysiano un accordo che questi strumenti di registrazione del volo (in realtà, scatole rosso-arancione brillante) non siano consegnati ad altri che all’ICAO.

Si tratta dell’International Civil Aviation Organization Organizzazione Internazionale per l’Aviazione Civile, organismo dell’ONU, e mai al governo ucraino e a chi, senza prove in grado di essere esibite pubblicamente, hanno subito preso le parti del governo golpista appena riverniciato (Live Network News, 22.7.2014, Ukraine rebels hand over MH17 black boxes I ribelli ucraini cedono le scatole nere del volo MH17 http://livenetworknews.com/bz/article/100100100100768735).

●Intanto, come volevasi dimostrare continua il braccio di ferro tra ministri e rappresentanti dell’Unione europea sull’opportunità/possibilità/utilità di rilanciare anche le loro sanzioni contro la Russia come strepitano di volere gli americani, pretendendo di farsi obbedire. Un dibattito che resterà aperto anche se per ora è stato – sorpresa! sorpresa! – rinviato al di là di schiamazzi essenzialmente vocali di un mesetto. Perché, adesso, all’estremismo bellicoso del governo britannico, risponde col proprio eloquente silenzio quello tedesco e reagisce, sprezzante e insultante – a ragione – la Francia, ad esempio.

Il nuovo primo segretario del partito socialista, Jean-Christophe Cambadéis, fino a qualche anno fa e alla sua personale disgrazia braccio destro di Dominique Strauss-Kahn, ex militante di estrema sinistra studentesca, finito anche in galera due volte negli anni ’70, e l’uomo che punta a riportare a sinistra dopo Hollande l’asse del partito, ha parlato col masimo e sacrosanto disprezzo di un David Cameron che “gronda ipocrisia”.

Come quando stridulo chiede al Consiglio europeo che la Francia rinunci agli affari avviati con la Russia ma non pensa neanche a cacciar via da Londra e dalla City le decine di oligarchi russi e anche ex sovietici cha hanno succhiato risorse e sangue da quel paese per anni (Financial Times, 23.7.2014, EU rifts scupper new Russia sanctions Le fratture nella UE affondano nuove sanzioni contro la Russia http://www.ft.com/intl/cms/s/0/65ea43e0-11bc-11e4-8279-00144feabdc0.html#axzz393FCxEH4).

● Ci sono oligarchi buoni e oligarchi cattivi...  (vignetta)

Fonte: Guardian, 23.7.2014, Steve Bell

A Cambadélis, che reagiva alla condanna cameroniana della decisione francese di consegnare come da contratto, anche per evitare l’inevitabile condanna a restituire a Mosca, oltre quanto già aveva incassato, un’altrimenti inevitabile penale di oltre 1 miliardo di € cash, la prima delle due portaelicotteri vendute alla Russia. Transazione, ha pontificato, l’ipocrita abitante di Downing Street, , che per la Gran Bretagna sarebbe stata semplicemente impensabile.

Alla fine, fanfarona Obama nel giardino della Casa Bianca, “gli USA si caratterizzano sempre di fronte al mondo per mantenere quello che dicono e sono sempre in prima fila alla guida della comunità internazionale per la difesa dei diritti e delle libertà di tutti i popoli del mondo”. Ancora frescacce, visto che all’elenco di quei popoli e di quelle libertà ne mancano molti e per molti dei sudditi di monarchie e di satrapi amici, loro sì – si capisce, puzzando di petrolio – sempre difesi (New York Times, 29.7.2014, P. Baker, A. Cowell e J. Kanter, Obama Joins Europe in Expanding Sanctions on Russia― Obama si aggiunge all’Europa nell’allargare le sanzioni contro la Russia ▬ http://www.nytimes.com/2014/ 07/30/world/europe/european-sanctions-russia.html?_r=0).

Anche qui, lui stesso in realtà dice, stavolta – e lo riporta, quasi chiedendo venia poi nel testo, perfino il titolo del NYT – che, stavolta, a “guidare” i partners, sembra essere stata l’Europa. Ha imposto a se stessa e ai suoi membri il divieto a vendere armi alla Russia― ma non per i contratti già stilati come quelli francesi e altri, anche gli inglesi, che saranno tutti onorati.  

E ha anche stretto i freni ai rapporti bancari con Mosca― mentre lui, Obama, l’America, non l’ha fatto tenendo conto di quel che gli rammentano i suoi banchieri e i suoi finanzieri, che i russi hanno credito aperto, specie dopo l’accordo trentennale sul petrolio, con Pechino e sul pericolo che per loro, per gli interessi dell’America, una stretta del genere potrebbe rappresentare... Insomma, predica male ma razzola un po’ meglio, lui... mentre gli europei, sicuramente più sprovveduti, pur tanto più esposti degli americani al quid pro quo dei russi, fanno proprio il contrario.

La realtà, però, semplificando un po’ ma riflettendola molto meglio della serie di pompose e vuote minacce che avanza l’occidente, è che né Putin né i suoi stanno di certo tremando. I russi – la stragrande maggioranza dei russi: non quelli che sorseggiano i vodka martini frequentando o i cocktails delle ambasciate a Mosca – hanno sempre e sotto ogni regime – sotto gli zar e contro Napoleone, sotto Stalin e contro Hitler, anche sotto il Breznev un po’ imbolsito della guerra fredda e, adesso, con Putin – mostrato come nessun altro popolo al mondo di saper stringere la cinghia quando chiamati a farlo in nome della rodina―  la grande madre Russia.

E oggi la Russia sostanzialmente è autosufficiente, e non affoga nel debito come gli USA, E quando una qualsiasi entità pubblica, specie uno Stato sovrano, come del resto anche un privato cittadino non si trova sommerso da debiti, le sue opzioni sono, in pratica, quasi illimitate.

E poi, la questione delle sanzioni, per contare qualcosa oggi nel mondo in cui al contrario di ieri si sa tutto di tutti, postula da parte di chi la solleva una stretta coerenza sul piano morale. La Russia non può di sicuro rispondere a viso aperto delle nefandezze, parecchie, che sotto il suo impulso e la sua responsabilità si fanno nel mondo. Ma anche gli Stati Uniti mai – mai! nella loro storia – sono stati un faro di morale pubblica nei loro comportamenti... e le loro infamie sono state perpetrate a scala proprio globale più che, come nel caso dei russi, quasi solo continentale.

Ora, l’Ucraina si va proponendo per tutto l’occidente quasi come un alleato obbligatorio. Ma è un pessimo alleato: rappresenta l’epitomo di una sconfinata e capillare, asfissiante corruzione e commistione di privato e di pubblico come era sotto Eltsin e non sempre ha smesso di essere anche con Putin in Russia e come c’è in tanta nostra “società – come dire – civile”. Il suo governo è andato al potere spaccando verticalmente il paese e spodestando col golpe e un’insurrezione addirittura filo-nazista quello precedente, traballante e insoddisfacente ma coi crismi esso almeno della legalità internazionale. Ha perso senza resistere un giorno un bel pezzo del suo territorio avendo portato col suo cieco comportamento e “giustificato” i russi a riprenderselo su richiesta del popolo di Crimea.

Malgrado questa lezione, ha rifiutato di negoziare in buona fede con il suo est in rivolta e ha tenatto di piegarlo coi mortai e l’esercito facendo centinaia di morti. E è sempre guidato, se così si può dire,  da una cricca litigiosa e irresponsabile di governanti, disorganizzata e incapace di garantire nulla di quanto decide o non decide di fare a nessuno. E, adesso, anche avvelenata con qualche torto e diverse ragioni, con quella che considera le promesse avvelenate che le ha fatto l’America, spingendola al disastro, l’Europa – la Commissione e la guida europea più inetta e scriteriata che con Barroso e i suoi Öttinger si sia data negli anni la Comunità – e l’occidente tutto...

●Alla fine, dopo la decisione annunciata – anche se con molte reticenze, data la natura della bestia, della sua non volontà di agire davvero insieme, delle pressioni che subisce e della a dir poco incerta guida che, per colpa sua, si ritrova; e che ogni governo, come sempre, cercherà di risolvere da sé e bilateralmente con la Russia – di rilanciare comunque una nuova ondata di sanzioni. Che, stavolta, però potrebbero anche effettivamente toccare, come denuncia lo stesso ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, “la cooperrazione ulteriore nel campo dell’energia” tra il suo paese e l’Unione europea.

La conseguenza, pressoché inevitabile, è che Mosca ora risponderà alle “irresponsabili” nuove misure ostili aumentando il prezzo per gli europei delle sue forniture di gas; ed è sicuro, visto il legame tra l’economia europea e quella russa, che ci saranno conseguenze per tutti: ma più gravi – predice Lavrov e gli danno ragione anche gli esperti europei: quelli veri, non il grezzo Commissario uscente e, nei fatti e non certo a chiacchiere, inesistente all’Energia – di sicuro per gli europei obbligati a importare che per i russi che sono ormai in grado di esportare di più verso l’Asia e neanche solo verso la Cina (Stratfor, 31.7.2014, Russia: Foreign Ministry Says EU Energy Prices Could Rise Russia: il ministro degli Esteri afferma che il prezzo dell’energia potrebbe adesso salire http://www.stratfor.com/situation-report/russia-foreign-ministry-says-eu-energy-prices-could-rise#axzz392Q5NseZ).

●Intanto, a Kiev, i politicanti irresponsabili che sono al timone – si fa per dire – continuano a scannarsi e autofagocitarsi. Il primo ministro Yatsenyuk si è dimesso. L’uomo più direttamente legato alla sponsorship americana e, secondo la famigerata Viktoria Nuland, vice segretaria di Stato neo-cons dell’amministrazione, che lo chiamava così nella conversazione intercettata con l’ambasciatore a febbraio scorso a Kiev, quando se la prendeva con gli europei che non le venivano dietro abbastanza solerti il “campione” di Washington.

E’ il parere molto autorevole di Yuriy Yakymenko, ricercatore capo del Centro di studi politici indipendente Razumkov di Kiev, riferito dal NYT (Agenzia Bloomberg, 24.7.2014, Aliaksandr Kudrytski e Daryna Krasnolutska, Yatsenyuk Resigns as Ukraine’s Premier After Coalition Dissolves Col dissolvimento della sua coalizione, Yatsenyuk si dimette da primo ministro ucraino http://www.bloomberg.com/news/2014-07-24/eu-floats-russia n-bank-finance-ban-as-ukraine-vote-nears.html).

Poroshenko stava protestando da qualche tempo per la paralisi in cui i dissensi nella coalizione stavano affondando i lavori del parlamento non riuscendo neanche a dar seguito alla legislazione economica di maggior austerità cui s’era impegnato a maggio per cominciare a incassare il prestito di 17 miliardi di $ apertogli ora – ma a condizioni sempre vessatorie – dal Fondo Monetario Internazionale. Mentre la valuta ucraina, la hryvnia perdeva il 30% del suo valore sul dollaro in cinque mesi. Ma naturalmente, adesso, un parlamento – a dir poco – tanto disfunzionale sarà  ancora più riluttante a votare prima delle elezioni anticipate misure uteriori di austerità in un apese che non è solo quasi alla fame ma anche in guerra.

●Continuando la propria paziente, costante pressione, o se volete convinzione, anche nei confronti della Moldova, per renderle chiaro quel che perde se sceglie di insistere ad andar dietro a quelle che chiama le chimere dell’Unione europea di promesse e speranze future invece che sul presente che c’è, restando nella cosiddetta Comunità commerciale di scambi degli Stati indipendenti – visto che tanto davvero, come Chisinău sa bene, nessuno farà mai aderire la Moldova all’Unione – il Servizio federale russo di sorveglianza veterinaria e fitosanitaria (il Rosselhoznadzor), dà un altro avvertimento pesante alla Moldova.

A motivo della “non conformità della produzione moldava rispetto alle norme della Federazione” e, quindi,  per la stessa ragione per cui giorni fa ne aveva già vietato l’import di frutta fresca ha ora bloccato ogni acquisto di conserve moldave. Il messaggio è chiaro: a questo dovete subito rinunciare se, come è vostro diritto, scegliete di uscirne: perché queste sono le regole comuni – e diverse da quelle europee – per tutti i membri della CSI (TRM /Chisinău, 21.7.2014, Russia suspends imports of canned vegetables from Moldova La Russia sospende le importazioni di vegetali in scatola dala Moldova http://trm.md/en/economic/rusia-a-suspendat-importurile-de-conserve-de-legume-din-republica-moldova).

●Anche con la Georgia, visto che ha firmato l’accordo di associazione con la UE ma a perfetta conoscenza – essendone state preavvisate – che alla sua decisione sovrana sarebbero corrisposte conseguenze  sul fronte dell’associazione già esistente con la Confederazione degli Stati Indipendenti e delle sue decisioni altrettanto sovrane  – il primo ministro russo Dmitri Medvedev dice che Mosca ora sospenderà l’accordo commerciale di libero scambio con Tbilisi per proteggere la sua economia.

Ci saranno conseguenze economiche serie per la Georgia, proprio come sta avvenendo, essendone state anche loro debitamente preavvisate, per Ucraina e Moldova. Ma sono state loro a scegliere, secondo Medvedev sostanzialmente illudendosi che le promesse di Bruxelles avrebbero avuto conseguenze positive, e a forzare a Mosca la mano (Stratfor, 30.7.2014, Russia: Free Trade With Georgia Will Be Suspended La Russia: sospeso il libero commercio con la Georgia http://www.stratfor.com/situation-report/russia-free-trade-georgia-will-be-suspended#axzz392Q5NseZ).

●Per la Polonia, la Russia prende, ma più gradualmente per ora, qualche distanza: intanto, ha subito interrotto, con motivazioni di ordine sanitario, l’importazione di frutta e verdura dalla Polonia: in questo caso la decisione viene anche legata, e direttamente, nel comunicato che la annuncia, alle nuove sanzioni che la UE, “nella sua infinita stoltezza” dice ai media il portavoce del ministero del Commercio russo, col voto polacco e anzi proprio su esplicita richiesta polacca, ha assunto contro la Russia (Stratfor, 30.7.2014, Poland: Moscow Halts Polish Fruit, Vegetable Imports― Polonia: Mosca interrompe le importazioni di frutta e verdura polacche http://www.stratfor.com/situation-report/poland-moscow-halts-polish-fruit-vegetable-imports#axzz392Q5NseZ).

●Il governo dell’Ungheria, dichiara, col primo ministro Viktor Orbán, di non avere la minima intenzione, invece, di interrompere la costruzione che gli compete sul suo territorio della porzione del gasdotto South Stream il Flusso verso il Sud. Perché, contrariamente a quel che dicono il Commissario europeo Öttinger e la Commissione, esso aumenterà la sicurezza energetica del paese e lo renderà meno dipendente da quello che, oggi e in proiezione, è l’unico rischio davvero impellente e che viene dal transito per l’Ucraina e non dalla spedizione del gas dalla Russia.

Come è noto la russa Gazprom e l’austriaca ÖMV Aktiengesellschaft hanno firmato un mese e mezzo fa  un accordo di compartecipazione alle quote azionarie dell’impresa facendone una joint venture ancora aperta a altri ingressi. Il gasdotto comincerà a pompare gas naturale russo per la fine del 2016 (Agenzia ITAR-Tass, 1.7.2014, Budapest continues to support South Stream project – prime minister― Il primo ministro: Budapest continua a sostenere il South Stream http://voiceofrussia.com/news/2014_ 07_01/Budapest-not-to-refuse-from-South-Stream-project-prime-minister-8032).

●Adesso, in visita a Sofia, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha chiesto al governo della Bulgaria – che solo qualche giorno dopo, comunque, poi si dimette annunciando che il paese andrà a nuove elezioni anticipate – di riprendere al più presto il lavoro sulla South Stream, ottenendo l’impegno di volerlo fare del premier Plamen Oresharski, che lo aveva sospeso ma che, ormai ala vigilia delle dimissioni, è in carica solo per gli affari ordinari e fino a fine luglio, ma “nella misura – si sente costretto a dire, spiega – in  cui ciò sia compatibile con le regole dell’Unione europea”: del resto, alla vigilia della sua uscita di scena non potrebbe fare altrimenti.  

Ma la pressione russa sale. Allo stesso tempo, Lavrov continua a ricordare all’Unione che la costruzione del South Stream annullerebbe, scavalcando il gasdotto ucraino, il ricatto di Kiev che altrimenti resta sempre in grado di tagliare fuori l’Europa occidentale dal flusso del gas russo; afferma ancora una volta che, sul piano giuridico e del diritto internazionale, la UE abbia competenza a dettare leggi e regolamenti suoi pretendendo che siano obbliganti anche per aziende come ad esempio la Gazprom che non fanno parte di un paese dell’Unione.

E, poi, Lavrov apre, sempre sul piano del diritto internazionale un nuovo capitolo, sottolineando coi giornali bulgari che “la legislazione europea non potrebbe mai essere applicata retrospettivamente ad accordi commerciali e internazionali conclusi, votati e ratificati come quelli sul gasdotto South Stream prima che quelle direttive fossero emanate e addirittura discusse(New York Times, 7.7.2014,  G. Gantchev, Russia Urges Bulgaria to Resume Building Gas Pipeline La Russia preme sulla Bulgaria perché riprenda subito a costruire il gasdotto http://www.nytimes.com/2014/07/08/business/energy-environment/russia-urges-bulgaria -to-resume-building-gas-pipeline.html).

●Intanto, in Finlandia, la compagnia Gasum che importa e fornisce gas naturale liquefatto (LNG) ha introdotto diversi piani di costruzione di terminals e serbatoi di stivaggio di LNG con la costruzione del primo, a cominciare già dal prossimo autunno, a Pori, porto di 70.000 abitanti sul Golfo di Bothnia, a ovest del paese e di fronte alla costa svedese... sempre che il governo, però, sostenga economicamente il progetto – soldi pubblici, insomma – ma con Gasum che, a ogni buon conto, ha già commissionato una serie di suoi studi preliminari.

Al solito, la Commissione che ha spinto da anni anche la Finlandia a dotarsi di terminal LNG per alleviare – dice – la dipendenza dalle forniture di gas russo, ha da una parte quasi promesso di chiudere un occhio sulle spese pubbliche proibite dalle sue stesse regole in cui il paese incorrerebbe e non ha spiegato, ovviamente, da quale altro paese che non sia la Russia potrebbe mai arrivare quel gas naturale di cui comunque la Gasum avrebbe bisogno per riempire quei serbatoi (The Helsinki Times, 7.7.2014, Gasum poised to build LNG import terminal in Pori La Gasum pronta a costruire un terminal di importazione di LNG  a Pori ▬ http://www.helsinkitimes.fi/business/11120-gasum-poised-to-build-lng-import-terminal-in-pori.html).

●Il NYT, al solito sbagliando cavallo e, bisogna riconoscerglielo con la perseveranza necessaria a chi ha torto per far finta d avere ragione, punta sul modello sbagliato, la Spagna, tentando di fare delle riforme strutturali in corso nella sua economia – cioè delle sue controriforme selvagge del lavoro, del welfare, del peggioramento della vita dei meno abbienti, una specie di esempio per chi in Europa ha problemi. Come dice chiaro – ovviamente – oltre al caso scontato dell’Italia, la Francia.

Per contrasto – assicura – si va facendo avanti l’ottima idea di nominare a nuovo capo dell’eurogruppo, che riunisce i ministri delle Finanze dell’eurozona quello spagnolo, Luis de Guindos. Che è nella posizione migliore per spiegare ai colleghi il valore delle riforme strutturali che hanno lavorato tanto bene nel suo paese(New York Times,  27.7.2014, H. Dixon,  Eurozone Must Brace for New Shocks L‘eurozona deve prepararsi per nuovi shocks http://www.nytimes.com/2014/07/28/business/ international/eurozone-must-brace-for-new-shocks.html?src=twr &_r=0#).    

Peccato che al solito i dati non sostengano affatto la tesi. Quelli più completi, e affidabili,  dell’OCSE sui tassi di occupazione non mostrano affatto per la Spagna questi grandi progressi derivati dalla riforma strutturale del mercato del lavoro. Il tasso di occupazione per l’intera forza lavoro dai 15 ai 64 anni è salito dello 0,5% sull’anno precedente al 55,3%. Nello stesso identico periodo in Francia il tasso di occupazione è salito dello stesso 0,5% al 64,4%. E non si vede proprio perciò sulla base di questi numeri che cosa diavolo mai la Francia avrebbe da imparare poi dalla Spagna.  E, a veder da vicino, con il 55,4% di tasso di occupazione globale, neppure la stessa Italia. E queste non sono chiacchiere farlocche, ma cifre, dati precisi (OECD Library, OECDStat.Extracts, Employment Rate, Dati sull’occupazione per classe d’età/15-64 anni, al 28.7.2014 ▬ http://stats.oecd.org/Index.aspx?Que ryId=38900).

E le cose non vanno meglio a restringere la classe di età degli occupati, considerando anche solo quelli tra i 25 e i 54 anni, i cosiddetti prime time, i giovani in piena età lavorativa. Il tasso di occupazione di questo gruppo di età è salito dello 0,7% sull’anno scorso al 66,5. In Francia, l’esempio e anzi, secondo questa gente, l’icona obbrobriosa del rifiuto delle riforme che dovrebbe paralizzarla, è cresciuto solo dello 0,3% ma è all’80,8%. Se la tendenza prosegue, nel paese-icona delle riforme di struttura del mercato del lavoro la Francia potrebbe essere superata solo nel 2055 in questa classe di età e la Spagna potrebbe recuperare il livello di occupabilità perso rispetto all’anno dell’inizio della crisi del 2008 nel... 2043. Forse (OECD Library, OECDStat.Extracts, Employment Rate by Age Group, Dati sull’occupazione per classe d’età/25-54 anni, al 28.7.2014 ▬ http://stats.oecd.org/Index.aspx?QueryId= 38902)...

Insomma, se è così – ed è così: lo attesta l’OCSE, non la narrativa fantasmatica dei neo-cons (loro) o da neo-cons (nostri: magari chiamati democratici e nominalmente sedicenti di sinistra) – sapete dove se le possono andare a mettere queste loro riforme di struttura?       

●In Vaticano, è stata annunciata una ristrutturazione radicale dello IOR, la Banca dello SCV dopo una serie di scandali – gli ultimi di una lunga serie: a cominciare dal fallimento nel 1982 del banco Ambrosiano di Roberto Calvi, il “banchiere (mafioso) di Dio e dal ritrovamento del suo cadavere a Londra, impiccato sotto le arcate del ponte dei Domenicani – che hanno continuato a coinvolgere l’Istituto per le Opere di Religione nel riciclaggio di denaro sporco e nell’apertura e nella chiusura di diversi conti sospetti (sono stati chiusi nel corso dell’ultimo anno ben 3.000 conti correnti di clienti indesiderati e d’ora in poi i clienti saranno solo istituti cattolici, preti e religiosi, dipendenti vaticani di residenti nella CdV di diplomatici accreditati).

Alla banca arriva ora un nuovo direttore, Jean-Baptiste de Franssu, esperto di assets management, cioè di gestione degli investimenti finanziari e già membro della Pontificia commissione per le strutture e le attività amministrative e finanziarie della Santa Sede e, da marzo scorso, del Consiglio per l’economia dello Stato della Città del Vaticano come membro laico.

Papa Francesco che, aveva annunciato di volerci vedere chiaro e di voler ristrutturare lo IOR, dopo aver flirtato per qualche tempo con l’idea di chiudere proprio l’Istituto, ha optato per cambiare completamente il CdA con sei nuovi membri, tutti laici, a cominciare dal presidente, francese. Sembra che serio abbia iniziato (The Economist, 11.7.2014, Managing mammon – A shake up of Catholic Finances Gestendo mammona – Uno scossone alla finanza cattolica http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21606897-shake-up-catholic-finances-managing-mammon).

STATI UNITI

●L’economia ha aggiunto nel mese di giugno 288.000 nuovi posti di lavoro, col tasso ufficiale di disoccupazione sceso al 6,1%, il dato migliore dal settembre 2008, subito dopo il crack della Lehman Brothers che aprì la crisi, e qualche po’ migliore delle aspettative in un mercato del lavoro che ancora porta le cicatrici di quella crisi finanziaria e economica.

Registrando il più basso tasso di sempre di partecipazione alla forza lavoro e, alla fine del primo trimestre dell’anno, una perdita secca di PIL del tutto inattesa sul trimestre precedente del 2,9%. Però, è anche vero, come sempre in questa economia piena di antinomie almeno apparenti, che l’aumento di occupazione di giugno riguarda un po’ tutti i settori dell’economia e che il 6% di disoccupazione ufficiale è stato ora raggiunto, rispetto alle previsioni della Fed, almeno sei mesi prima di quanto previsto.

Commenta a Washington l’EPI, un istituto di ricerche socio-economiche di gran lunga più attento degli altri alle dimensioni sociali e alle conseguenze dei dati economico-politici, che con questo 6,1% di conteggio ufficiale dei disoccupati, se si tenesse conto di tutti i lavoratori che mancano all’appello ufficiale – così riflettendo non la statistica ma la realtà – il tasso di disoccupazione sarebbe al 9,6% e rifletterebbe l’esistenza di almeno 5.980.000 disoccupati reali (sono dati anche questi pubblicati dal BLS, ma mai evidenziati – cui aggiungerne altri 2-2,5 milioni se venisse contato, come si dovrebbe, anche chi sfugge al conteggio:

• i militari in servizio, ancora e sempre più di un milione e 400 mila in uniforme e di gran lunga, in rapporto alla popolazione, le Forze armate più numerose del mondo (Wikipedia, agg.3.7.2014, United States Armed Forces http://en.wikipedia.org/wiki/United_States_Armed_Forces);

• e la popolazione carceraria, pure, più numerosa del mondo, in rapporto alla popolazione― tra condannati e in attesa di giudizio, almeno cinque volte di più di ogni altro sistema carcerario: con il 5% della popolazione, il 20% dei galeotti del mondo (New York Times, 23.4.2008, A. Liptak, U.S. Jailed Population Dwarfs That of other nations La popolazione carceraria degli USA eclissa quella di ogni altro paese [i dati qui sono un po’ datati; poi, però, sono pure peggiorati...] ▬ http://www.nytimes. com/2008/04/23/world/americas/23iht-23prison.12253738.html?pagewanted=all; e (New York Times, 3.7.2014, Nelson D. Schwartz, Pace of U.S. Hiring Picked Up in June Signaling Rebound Marcando un rimbalzo, il ritmo delle assunzioni aumenta a giugno http://www.nytimes.com/2014/07/04/business/jobs-data-for-june-released-by-labor-department.html; e ancora, Dip. del Lavoro, Bureau of Labor Statistics/BLS, 3.7.2014, USDL-14-1243, Employment Situation Summ-6.2014 ▬ http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm; infine, Economic Policy Institute/EPI, Washington, D.C., dati aggiornati al 3.7.2014, Missing Workers: The Missing Part of the Unemployment Story I lavoratori mancanti [al conteggio ufficiale]:la parte mancante della storia della disoccupazione http://www.epi.org/publication/missing-workers).             .

Quanto alla “qualità”, poi, di questi posti di lavoro, fa notare il WP che “a giugno i ranghi di chi lavora a tempo parziale ma vorrebbe poter lavorare a tempo pieno si sono gonfiati di altre 275.000 persone fino a un totale di 7 milioni e mezzo. Nel 2007, subito prima dello scoppio della crisi, i lavoratori in condizioni di lavoro forzatamente a tempo parziale erano 4,4 milioni(Washington Post, 3.7.2014, Ylan Q. Mui, More Americans are stuck in part-time work Sempre di più gli americani a trovarsi bloccati in lavori a tempo parziale http://www.washingtonpost.com/business/economy/more-americans-are-stuck-in-part-time-work/2014/07/02/2eefaa72-f7e7-11e3-a3a5-42be35962a52_story.html).

●La Federal Reserve americana ha deciso di mettere fine ad ottobre al programma di facilitazioni quantitative secondo i verbali della sua riunione più recente. La riduzione che è andata diminuendo  progressivamente di 10 miliardi di $ al mese sarà interrotta a ottobre con un ultimo acquisto di 15 miliardi di $. E’ dal 2008 che il programma ha iniziato a sostenere i mercati nel mezzo della liquefazione di assets che era in corso a Wall Street.

Fino a questo momento per la politica di facilitazioni quantitative la Fed, cioè il governo, ha speso date le dimensioni di questa economia 4.400 miliardi di $ del Tesoro – ancora pochi dicono in molti (Krugman, Stiglitz, la scuola neo-keynesiana in genere...) riuscendo così anche a tenere, però, un po’ più alti i consumi aumentando un po’ deficit e debito e, anche se in modo sempre insoddisfacente, il tasso di occupazione ufficiale (The Economist, 11.7.2014); e, per i verbali integrali della riunione del board della Fed del 17-18.6.2014 ▬ http://www.federalreserve.gov/monetarypolicy/files/fomcminutes 20140618.pdf). 

●Paul Krugman, Nobel dell’economia e maestro delle sintesi chiare in due righe di testo due, spiega che cosa è successo: cosa c’è stato realmente, cioè, alla base della crisi finanziaria che nel 2008 ha provocato quella economica. Colpendo prima l’America e, di rimbalzo, poi tutto il mondo che – e perché – aveva deciso irresponsabilmente, oppure criminalmente di scimmiottare le teorie macro-economiche liberiste e neo-liberiste lì ormai dominanti.

Scrive che “fondamentalmente, la storia di quel che è andato storto è quasi assurdamente semplice: galleggiavamo su un’immense bolla speculativa che, quando si è sgonfiata, ha lasciato un buco enorme di spesa. Tutto il resto è, al massimo, una nota a fondo pagina”.

Investimenti in abitazioni in % del PIL...   (grafico)

 

 

Fonte: INYT, 1.7.2014, P. Krugman, Learned Macroeconomic Helplessness L’impotenza della sapienza macroeconomica http://krugman.blogs.nytimes.com/2014/07/01/learned-macroeconomic-helplessness/?php=true&type=blogs&r=0#.

 

E è vero: basta dare anche solo un’occhiata sulla destra del grafico – al picco che segna il crollo nel settore dell’edilizia abitativa che dal 2008 arriva in pratica a oggi – per vedere lampante da dove e perché tutto è cominciato a partire intorno alla fine del 2007 (New York Times, 3.7.2014, P. Krugman, BuIld We Won’t No, non ci metteremo a costruire [perché aumentare le tasse, magari per la benzina – che qui mediamente costa ancora 3,7 $ al gallone, su 70 centesimi di € al litro – per investire in infrastrutture, o mettersi a spendere di più in deficit, anche a tassi di interesse ridicoli e potendosi stampare quanti biglietti verdi si vogliono, è proclamato anatema da quella stessa “insipienza  convenzionale” nero-liberista che costruì la bolla e poi approfondì il buco da essa stessa creato ... ma Tant’è!] http://www.nytimes.com/2014/07/04/opinion/paul-krugman-build-we-wont.html?hp& action=click&pgtype=Homepage&module=c-column-top-span-region&region=c-column-top-span-region&WT.nav =c-co lumn-top-span-region&_r=0).

●Dopo uno iato di oltre cinque mesi, in un momento delicatissimo – basti pensare all’Ucraina, ma certo non solo – gli Stati Uniti sembrano aver concluso che è stupido e autolesionistico lasciare senza un titolare la sede della loro ambasciata a Mosca per mostrare quanto sia scontento Obama di Putin..., come se poi a Putin della sua insoddisfazione potesse fregargliene niente tanto più se poi espressa nella forma da asilo infantile quasi del broncio controproducente.

E già il 9 luglio il Cremlino ha approvato la nomina fresca quasi di giornata di John Tefft, un diplomatico di carriera già vice ambasciatore a Mosca dal 1996 al 1999, poi ambasciatore in Lituania dal 2000 al 2003, in Georgia dal 2005 al 2009 e, infine, in Ucraina ai tempi della presidenza di Yanukovich dal 2009 al 2013 prima della forzata cacciata dell’ex presidente e che adesso, come plenipotenziario degli USA adesso succederà a Michael McFaul. Che era, invece, un famoso accademico, studioso di storia e politica russa moderna e consigliere di Obama che poi lo nominò lui al Cremlino.

Dove cominciò subito malino, però, mettendosi a fare insieme l’ambasciatore e quasi il rappresentante ufficioso di quella che chiamava la società civile russa nei confronti del Cremlino.  Se n’era andato a febbraio scorso, dopo aver constatato che il popolo russo aveva in massa rivotato per Putin e contro i dissidenti che aveva cercato invano di aiutare, del tutto scoraggiato,  tornandosene in America ad insegnare non più storia moderna russa.

Aveva tentato, anche forzando le prerogative del suo status in senso più vicino alla sua sensibilità occidentale, americana, di interpretare la sua missione dando spazio all’opposizione interna ma complicando di brutto il rapporto di Mosca con Washington. E fallendo alla fine su tutti e due i fronti (The Voice of Russia, 11.7.2014, Barack Obama announced John Tefft as US ambassador to Moscow― Barack Obama annuncia la nomina di John Tefft  come ambasciatore USA a Mosca http://voiceofrussia.com/news/2014_07_11/ Barack-Obama-announced-John-Tefft-as-US-ambassador-to-Moscow-8220).

Resta ancora da vedere se il Senato adesso ne approverà la nomina visto che McFaul e il suo modo da cow boy di fare il mestiere di ambasciatore nella tana dell’orso, al Campidoglio di Washington, s’era fatto comunque moltissimi fans.

●Sullo Stato vero e concreto dell’Unione, quello su cui vanno cianciando ogni anno a inizio anno qui solennemente davanti al Congresso riunito in sessione plenaria, semplificando – come è necessario fare per mantenere chiara una visione di prospettiva, senza perdersi in troppi dettagli – e, come si dice anche qui semplificando un po’ a sinistra come a destra – sono in tanti ormai a partire dal dato più semplice: il governo, i governi americani, a cominciare da Reagan ormai trent’anni fa, hanno accumulato un rapporto tra debito pubblico e PIL – a fronte di uno squilibrio dei bilanci anno per anno e per moltissimi anni – che ormai sta andando, come si dice all’italiana ma non essendo l’Italia e essendo l’America,  sopra il 100%: 16.000 miliardi di $... e sempre a salire.

Guerre e “presenze” armate all’estero in cielo, in terra e in ogni luogo da trilioni di $ all’anno e per anni...

• La necessità di sostenere non tanto una disoccupazione, che con trucchi e raggiri e sbattendo in galera la percentuale più alta di popolazione del mondo, viene grosso modo tenuta “sotto controllo”, ma – pur col minimo possibile e necessario del welfare – la necessità di tenere viva una spesa per consumi e la sicurezza interna di polizia nel paese comunque più omicida del mondo che continua a costituire oltre il 70% dell’economia: non dunque un welfare per buon cuore ma perché se no tutto crolla subito, oggi e domani, non dopodomani...

• I salvataggi dei grandi istituti bancari che superano ormai la stessa spesa per il minimo dato di sicurezza sociale, anche se non ancora la spesa per la cosiddetta difesa: cioè, per continuare come si vuole a mettere il proprio naso nei problemi del mondo...

L’esperienza assicura che, almeno nel caso dell’economia più grande ancora, forse e almeno per qualche tempo, del mondo continuare a indebitarsi per lo più, poi, nei confronti di un solo creditore (la Cina) non è una politica sostenibile. Presto la Cina batterà cassa. E, quel giorno... il governo americano non sarà in grado di – e soprattutto nessuno crederà più che potrà mai – pagare il suo  debito.

Ci sarà, allora, un collasso economico di proporzione storiche dell’America. I depositi bancari saranno obliterati da un giorno all’altro. La disoccupazione a quattro-cinque volte il tasso ufficiale di oggi (sul 7%) e quello reale (almeno il 9) diventerà la norma . Saranno rovinate e distrutte milioni di vite. E il 1929 incomberà di nuovo... Ma nel mondo del 2015-2020 e non un secolo fa...

Si può evitare? Chi sa... Comunque solo cambiando radicalmente cervelli, convinzioni, abitudini. Cioè, facendo una vera rivoluzione...

GERMANIA

●A fine giugno, il Bundestag, la Camera bassa del parlamento federale ha votato – era una delle condizioni che imposero i socialdemocratici nel negoziato per formare la Grosse Koalition un minimo salariale di 8,50 € all’ora ($ 11,60), con la norma che passa al Bundesrat, il Senato, dove verrà approvata. Nell’Unione europea continueranno a non avere un salario minimo per legge solo sei paesi: Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Italia e Svezia. Ora, con l’aumento deciso in Germania, sale anche nel paese più ricco d’Europa il salario minimo dopo che, di recente, lo hanno già fatto Francia, Olanda e perfino, nel prossimo futuro, la Gran Bretagna. Per la Germania, come per l’Italia, dalla guerra in poi, il salario è stato stabilito essenzialmente per contratto, nazionale e locale.

Però, i tempi sono cambiati col declino forzato, anche in Germania, del potere negoziale dei sindacati. In Germania, come negli USA, come da noi, il mondo del business per dirla all’americana e non pochi accademici, come è ovvio, anche non necessariamente di stampo proprio neo-cons, non pochi cantori della flessibilità del lavoro, giuslavoristi anche e perfino, nei sindacati, quanti ancora al salario minimo sono contrari  perché magari si illudono di riprendersi il potere che avevano ma dalle mani si sono lasciati scappare per le scelte mosce e troppo spesso appecoronate che sono andati facendo da un quindici, forse vent’anni, continuano a dire che il salario minimo fa perdere posti di lavoro perché impone costi maggiori e va, quindi, evitato.

Solo che – argomenta addirittura il NYT dovunque l’esperienza storica dimostra il contrario. Salari più alti per lavori pagati male sono in generale più che compensati invece come costo da un minore turnover sul posto di lavoro e incrementano la spesa per consumi [che dovunque è gran parte del PIL e fa bene all’economia]. In Germania, poi [come del resto in Italia], dove la crescita del PIL dipende anche troppo dalle esportazioni, aumentare la domanda interna sarebbe in particolare  desiderabile(New York Times, 7.7.2014, edit. board, Germany and the Minimum Wage La Germania e il salario minimo http://www.nytimes.com/2014/07/08/opinion/germany-and-the-minimum-wage.html ).  

Qui ci sono importanti lezioni anche per gli USA, se i nostri legislatori fossero pronti a impararle– conclude l’editoriale, abbastanza scorato che stiamo citando –. “In questo paese, il minimo salariale federale orario è a $7,25 e è ovviamente troppo basso. Troppo basso è anche l’aumento proposto dai democratici [infognato dall’ostruzionismo repubblicano al Congresso] che per il 2016 prevede  10,10 $ di minimo orario. Perché, anche se avesse solo tenuto il passo dell’inflazione, della media dei salari vigenti o della crescita della produttività oggi sarebbe tra $ 11 e 18 all’ora. Così come è consistente il gap americano tenendo il passo del salario minimo vigente nelle altre economie avanzate dell’occidente”.

●La Repubblica federale tedesca ch ha appena scoperto come non fosse stata solo la NSA a spiare Angela Merkel e i suoi politici ma che la CIA aveva comprato pagandoli bene e da anni due agenti dei suoi servizi segreti, il Bundesnachrichtendienst/BND― i Servizi di informazione federale, come qui li chiamano pudicamente, non solo li ha ovviamente sbattuti in galera ma ha anche espulsoe non riprenderà la cosa in considerazione fino a spiegazioni e scuse adeguate” ― come ha dichiarato

● Angela calcia via gli spioni di Barak... (vignetta)

Fonte: Guardian, 19.7.2014, Steve Bell

Clemens Binninger, del partito cristiano-democratico che presiede la Comnissione parlamentare di supervisione dei servizi segreti, il massimo spione statunitense a Berlino.

Il parlamento “si sente preso per i fondelli dagli americani e dalle loro mezze promesse di emendarsi ma senza smettere di rivendicare il loro diritto a spiare chiunque, anche gli alleati più stretti – è la posizione ufficiale di Obama in nome dell’auto-proclamata eccezionalità americana – e tanto meno di chiedere scusa non perché sono stati colti con le mani nella marmellata ma per aver rubato e cercato di rubare la marmellata in casa di amici e alleati (Guardian, 10.7.2014, P. Oltermann e Spencer Ackerman, Germany asks top US intelligence official to leave country over spy row― La Germania chiede al massimo esponente dei servizi segreti americani di lasciare il paese per averla spiata http://www.theguardian.com/world/ 2014/jul/10/germany-asks-top-us-intelligence-official-spy-row).  

FRANCIA

●Non ha preso bene per niente, qui, il governo la multa di 9 miliardi di $ imposta dai regolatori americani alla banca più grande di Francia, la BNP Paribas, per aver violato le sanzioni imposte da Washington quando ha trattato alcune transazioni per conto di suoi clienti in Sudan, a Cuba e in Iran. Si trattava anzitutto di proprietà e fondi del Sudan, alcuni anche del governo stesso, al tempo del conflitto in Darfur. La multa è la più alta che colpisce una banca per aver trasgredito al boicottaggio statunitense (è più alta dei profitti dell’anno scorso della BNP) anche se, in rapporto al valore delle transazioni in questione, quella in assoluto più pesante è stata imposta finora alla Standard Chartered.

Ma c’è poi la sanzione forse più pesante che gli americani impongono alla banca. Dovrà, infatti, confessarsi pubblicamente colpevole, col rischio concreto di scoraggiare molti investitori specie americani dal farsi suoi clienti (The Economist, 4.7.2014, BNP Paribas – Capital Punishment Pena sul capitale http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21606321-frances-largest-bank-gets-fined-evading-ame rican-sanctions-capital-punishment).

La Banca centrale di Francia ha fatto osservare alla Fed, informandone per conoscenza anche la BCE, a prescindere da presunte colpe ancora non definitivamente accertate e dai diritti della parte sotto accusa, azzoppare o tentare comunque di azzoppare una grande banca europea potrebbe danneggiare il sistema finanziario globale e un continente intero come l’Europa che sta lottando per tornare a crescere.

●Guai seri per l’ex presidente Nicolas Sarkozy, sessantenne, chiamato, ora che non è più coperto dall’immunità, a rispondere alla magistratura di “irregolarità finanziarie” e “traffico di influenza” reati commessi direttamente, e/o da suoi famigli finora coperti da lui, nel corso della campagna presidenziale del 2007. Non è la prima volta: anche il suo predecessore Jacques Chirac è da tempo sotto inchiesta.

Ma, stavolta, si tratta di garde à vue, un vero e proprio “fermo di polizia, neanche giudiziario, per Sarko anche se, misericordiosamente – e al contrario di quanto riservato al suo avvocato e a diversi magistrati inquirenti implicati – lo lasciano a domicilio “risparmiandogli, forse, l’umiliazione di dover dormire in galera”.

Poi lo rilasciano subito, in pratica nel corso della prima nottata di restrizione, anche se l’ex presidente resta sempre sotto accusa per le imputazioni che contro di lui sono state avanzate e che potrebbero comportare una condanna fino a dieci anni di carcere, con la sospensione anche di molti diritti civili. Questa è una prima assoluta a quel livello.

Lo sarebbe anche e perfino per l’Italia, visto che – come hanno subito scritto qui, acidamente ma mettendo il dito in una piaga disgraziatamente aperta – la  Francia è stata contagiata, dal quello che chiama il “mal italien(Le Figaro, 1.7.2014, P. Gonzales, Les scénarios de la garde à vue de Nicolas Sarkozy― Gli scenari del fermo di polizia di NicolasSarkozy http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2014/07/01/01016-20140701ARTFIG00239-les-scenarios-de-la-garde-a-vue-de-nicolas-sarkozy.php).

●Ma, come del resto al Berlusca, anche a Sarko quanto a credibilità non va troppo bene. Anche la sua è ormai compromessa, cioè letteralmente spu**anata. E la credibilità del suo partito, l’Unione per un Movimento Popolare/UMP, è ormai anche peggiore: in tribunale, per ragioni amministrative e – per ora... – non ancora penali è stato costretto a “confessare” uno scoperto di cassa di 80 milioni di € incorsi per spese della campagna elettorale e per l’acquisto della nuova sede del partito tre anni fa.

Forse, dicono anche opinionisti di peso che pure simpatizzano da sempre per il partito, non sarebbero neanche in grado di potersi permettere ora una nuova campagna. E, poi, adesso, con chi alla loro testa la potrebbero correre? (Le Figaro, 8.7.2014, Paul-Henry du Limbert, Impardonnablehttp://  www.lefigaro.fr/mon-figaro/2014/07/08/10001-20140708ARTFIG00393-impardonnable.php).

Un sondaggio condotto per il quotidiano Le Parisien, nominalmente indipendente ma in realtà piuttosto destrorso, prima dell’accorata ma improduttiva intervista di Sarkozy alla Tv, ha mostrato che il 63% degli intervistati non crede proprio che lui sia stato ingiustamente trattato ma che, correttamente invece, giudici inquirenti e polizia giudiziaria l’abbiano “trattato come qualunque altro sospetto”. Una maggioranza del campione, il 60%, ha detto di non volerlo neanche veder tentare un ritorno politico― il 15% in più di tre mesi fa.

L’ex primo ministro Alain Juppé, sessantottenne, condannato nel 2004 ma finora con esecuzione della sentenza sospesa per il ruolo che svolse in un altro scandalo di finanziamenti illeciti del partito, è risultato essere “comunque” una scelta più popolare per il ruolo di possibile candidato dell’UMP alle presidenziali del 2007 (Le Parisien, 2.7.2014, Prés de deux tiers des Français ne soutaitent pas le retour de Nicolas Sarkozy dans la vie politiques― Quasi due terzi dei francesi non vogliono il ritorno di Nicolas Sarkozy nella vita pubblica http://www.csa.eu/multimedia/data/sondages/data2014/opi20140702-csa-les-francais-et-le-retour-de-nicolas-sarkozy-dans-la-vie-politique-juillet-2014.pdf; e Guardian, 3.7.2014, Kim Wilsher, Sarkozy claim that corruption case is a political plot fails to impress France― L’accusa di Sarkozy che il caso di corruzione contro di lui sia un complotto politico non riesce a convincere i francesi http://www.theguardian.com/world/2014/jul/03/nicolas-sarkozy-corruption-conspiracy-claims-fail-impress-france).

GRAN BRETAGNA

Problemi seri per il governo di S.G.M, con due sfide grosse che arrivano alla Camera dei comuni.

• L’Alta Corte di Giustizia, nei fatti la Corte di ultima istanza in tutti gli ambiti del diritto inglese, gallese e dell’Irlanda del Nord (ma non della Scozia che, da anni, in materia s’è resa autonoma) ha, per dirla in breve, citato “per disprezzo” la ministra degli Interni per aver ignorato la sentenza della Corte europea di Giustizia che impone a tutti i paesi membri di rivedere, in senso più restrittivo, i poteri che eventualmente  come qui, si fossero attribuiti di far tenere sotto sorveglianza segreta: pedinamenti, intercettazioni, e-mails, internet, quant’altro― dati su qualsiasi cittadino i servizi possano considerare sospetto e che tutte le compagnie telefoniche dovranno archiviare, tenendoli senza alcuna scadenza a disposizione dei servizi segreti.

E’ una violazione all’ingrosso della privacy, senza alcuna specifica autorizzazione giudiziaria che il governo cerca di tamponare presentando una legislazione d’emergenza che affermi espressamente il suo diritto a farlo, finora arrogatosi per decisione solo esecutiva, del governo stesso (che manco il KGB dei tempi andati, ma la CIA sì e l’NSA come è noto pure...).

La sfangherà, probabilmente, Theresa May, anche se con alcune concessioni sulle violazioni più grossolane, perché a dare una mano al premier conservatore ci saranno i laburisti, intimoriti a dir poco, quasi alla vigilia delle elezioni politiche generali, al pensiero di non fare qualcosa per evitare quel caso su un milione che effettivamente avrebbe bisogno di essere intercettato e bloccato perché metterebbe sul serio in dubbio la sicurezza nazionale..., specie ovviamente quella della popolazione (Guardian, 10.7.2014, P. Wintour e A. Travis, UK government to rush through emergency surveillance legislation― Il governo del Regno Unito cerca di forzare in gran fretta una legislazione d’emergenza sulla sorveglianza della popolazione http://www.theguardian.com/technology/2014/jul/10/high-court-snoopers-charter).

• Il secondo problema è rappresentato da un’altra legislazione di emergenza, questa relativa a una regolamentazione più dura – fino al divieto totale anche – delle possibilità di sciopero nei servizi pubblici.

Ma è bastato il minacciarlo, insieme alla dichiarazione del governo, datore del lavoro e padrone, del blocco di principio di ogni trattativa coi sindacati su recupero di inflazione, aumenti possibili e diritti pensionistici per provocare, intanto, il 10 luglio una giornata di sciopero quasi totale di oltre un milione di lavoratori specie della scuola, dei servizi municipali e perfino dei popolarissimi pompieri (Guardian, 10.7.2014, M. Taylor e Rowena Mason, Strikes by public sector workers largest in three years― Gli scioperi più vasti da tre anni dei lavoratori del pubblico impiego http://www.theguardian.com/society/2014/jul/ 10/strikes-public-sector-industrial-action-pay-pensions).

GIAPPONE

●Il 22 luglio l’Ufficio di Gabinetto, la potente segreteria generale “tecnica” del primo ministro, ha tagliato le previsioni di crescita per l’anno fiscale 2014 (che va dall’1.4.2014 al 31.3.2015) dall’1,4% annunciato all’1,2 nell’attesa che la nuova aliquota dell’IVA finisca, come tutti sanno e sapevano, anche il governo, col comprimere la domanda di consumi. Il Segretario generale, Yoshihide Suga, lo ha confermato, facnedo rilevare dopo aver notato che l’aumento dell’IVA sta al momento contribuendo a una ripresa temporanea d ben venuta dell’inflazione.

Anche se poi il paese potrebbe finire col godere solo di una breve pausa  prima che la crescente pressione sociale per aumentare i salari e la crisi demografica si facciano ancora sentire. Che sarebbe poi, secondo lui, la ragione fondamentale per cui Tokyo continuerà a perseguire una politica di aumento della liquidità monetarie e di incremento progressivamente – e lentamente, lui intenderebbe – cadenzato, dei salari nel prossimo trimestre (Mainichi Shinbun, 22.7.2014, Japan's economic growth forecast for FY 2014 cut to 1.2% La previsione di crescita dell’economia nell’anno fiscale 2014 tagliata all’1,2% http://mainichi.jp/english/english/newsselect/news/20140722p2g00m0bu044000c.html).

●Il governo Abe, rilanciando quella che chi gli resiste chiama la sua campagna di riarmo del paese – ma soprattutto della mentalità pacifista che la disfatta della seconda guerra mondiale, come essa  finì (con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, la resa incondizionata e la Costituzione “pacifista” dettata dai vincitori al Giappone – ha ufficialmente annunciato che chiederà anche formalmente al parlamento, la Dieta, una “rilettura dell’interpretazione” finora consueta e “pacifista” come si dice, della Costituzione日本國憲法,, la Kyūjitai:, Nihon-Koku Kenpō, del 1947.

Essa aveva anche vietato al paese di utilizzare ogni forma di forza militare di cui in futuro si fosse dotato (自衛隊 Jieitai― le Forze nipponiche di autodifesa si chiamano, pressoché esclusivamente, come dice di per sé già il nome, votate a difendere il territorio internazionalmente riconosciuto dell’impero. Ora Abe vuole allargare la possibilità di usare le Forze armate come aiuto a paesi amici che venissero – dice – a trovarsi sotto attacco, cambiandone il nome in un piamente solidale “autodifesa collettiva”.

Gli Stati Uniti sono d’accordo, ma ferocemente contrarie a modifiche unilaterali del Trattato di pace e alla sua nuova interpretazione sono le altre potenze che, formalmente e nei fatti, hanno vinto la seconda guerra mondiale come cobelligeranti (la Cina, la Russia) ma anche non pochi dei paesi che nel discorso di Abe dovrebbero fruire di questa ulteriore protezione (che, da parte dell’ex potenza imperiale – per cultura, storia e esperienza dolorosamente vissuta – non incute loro grande fiducia. Non tanto il Vietnam. Ma sicuramente le due Coree, le Filippine, la Malaysia, ecc.

E non si fidano neanche tanto i liberal-democratici dello stesso Abe che lo costringono già in fase di annuncio a frenare su quelle che erano le sue ancor più avventurose iniziali ambizioni che chiedevano un rinnovo costituzionale tale da autorizzare il Giappone a difendere, comunque e sempre quando lo decidesse sovranamente il Giappone, la sfera dei suoi interessi― Giappone che, però, ha il problema di quel Trattato di pace di più di sessant’anni fa, ma sempre vigente.

Abe, per convincere una minoranza quasi di blocco dei suoi – quelli del PLD, la vecchia balena bianca, e gli alleati del Nuovo Komeito, il partito agrario che si dice di ispirazione buddista e vagamente anche “pacifista” alleato che ha finito col dirgli di sì, accontentandosi che resti sempre in vigore però la proibizione alle Forze di autodifesa nipponiche di fornire soldati che scendano comunque in combattimento – manco fosse un Renzi qualsiasi dentro il PD, alla modifica.

Che – pomposamente e anche con un pizzico vago di ridicolo – è ufficialmente chiamata negli atti del governo come “Decisione suprema del Gabinetto per lo sviluppo di una legislazione ininterrotta e globale per assicurare la sopravvivenza del Giappone e proteggere il suo popolo” e che il premier ha personalmente giurato “sugli antenati” che mai consentirà comunque al Giappone di lasciarsi trascinare in guerre come quelle che gli USA hanno condotto o conducono ancora “ad esempio, in Iraq e in Afganistan” (The Economist, 4.7.2014, Japan’s Security: Clear and present dangers - The prime minister moves Japan a step away from its post-war pacifism― La sicurezza del Giappone: pericoli chiari e attuali – Il  primo ministro allontana il Giappone dal suo pacifismo post-bellico http://www.economist.com/news/asia/21606334-prime-minister-moves-japan-step-away-its-post-war-pacifism-clear-and-present-dangers).

Abe ha spiegato che il paese deve ormai garantire agli USA un’alleanza più solida quando chiede loro di appoggiarlo nel contenzioso aperto con Pechino e mentre la Corea del Nord – che gli ha dato di certo un aiuto potente a far passare, contro il sentimento di molti concittadini che giurano comunque di continuare la loro resistenza (ci sarà, pare proprio, comunque alla fine sul nodo un referendum...), una strategia dichiaratamente più bellicosa – continua a testare missili teoricamente capaci di raggiungere Tokyo e a rivendicare il diritto di fare i suoi esperimenti nucleari sotterranei.

Così, ora, Abe è molto più fiducioso di far passare la sua modifica costituzionale e, per contentare le forze industrial-militari che hanno salutato con favore la sua conversione a U consolidando l’appoggio che da sempre gli danno sulla questione, Shinzo Abe ha già cambiato, per ora senza neanche rischiare di consultare il parlamento, con ordinanze esecutive all’americana, la legislazione che finora vietava al Giappone di esportare armi all’estero.

Poi, però, dalla Dieta, dove gode di un’ampia ma non sempre granitica maggioranza puntellata saldamente e generosamente dalle lobbies industrial-militari e dai loro quattrini, dovrà arrivare a passare (New York Times, 1.7.2014, M. Fackler, Japan Moves to Permit Greater Use of Its Military Il Giappone si muove per consentirsi un uso maggiore delle sue Forze militari http://www.nytimes.com/2014/07/02/world/asia/japan-moves-to-permit-greater-use-of-its-military.html?_r=0#).

Intanto, però, i sondaggi che il Gabinetto stesso del primo ministro ha commissionato gli rovesciano addosso secchiate d’acqua gelida: i giapponesi sono molto meno disposti di lui a cambiare linea e la Costituzione rimane per i più tra di loro un punto di riferimento da non toccare. E il sondaggio su base nazionale fatto condurre dal quotidiano Yomiuri ha annunciato il 4 luglio  che in un mese il sostegno dell’opinione pubblica al governo è crollato in un mese di 10 punti, dal 58 al 48%.

Dopo qualche giorno dall’annuncio di Abe di voler cambiare la Carta fondamentale, diciamo noi come alla Renzi, a tambur battente, entro settembre, anche lui deve perciò piegarsi, pare, ai tempi più ritmati della politica e il segretario del Gabinetto, Yoshihide Suga, parla di una procedura che potrebbe avviarsi  a conclusione tra un anno... e, naturalmente, soggiunge – qui non usano come da noi spernacchiare ministri e politicanti sui media e in Tv – che la decisione non ha niente a che fare coi pessimi risultati dei sondaggi.

Il primo ministro stesso arriva a lamentare in un’intervista al Nihon Keizai Shimbun, ch e “sfortunatamente non posso dire di un’opinione pubblica che sul tema supporti pienamente il governo. Per cui i legislatori discuteranno della legge di riforma costituzionale senza fretta alla Dieta, approfondendo così anche la comprensione dell’opinione pubblica”. Insomma, si sa, nondum matura erat...

E questa è una gran brutta frenata se non proprio una sconfitta per lui (il fatto è che ha perso parecchio terreno, come s’è visto, ma ha ancora un numero di sostenitori che in generale lo appoggiano, anche se non su tutte le singole iniziative sue di politica estera, superiore a quello degli oppositori). Comunque chi lo spingeva ad accelerare è stato frenato e, secondo noi, lo stallo pur relativo è comunque una vittoria per i giapponesi, il Giappone e, al dunque, per tutti i popoli della regione (New York Times, 9.7.2014, Makiko Inoue e Neil Ghough, Polls Slow Japan’s Plan to Revise Constitution― I sondaggi d’opinione rallentano il piano del Giappone di rivedere la Costituzionehttp://www.nytimes.com/2014/7/10/world/ asia/polls-slow-japans-plan-to-revise-constitution.html).


 

[1] Per la storia documentata del sacco di Roma da parte dei saraceni, vedi (The Saracen raid of Rome in 846: an example of maritime Ghazw Il raid saraceno dell’846 contro Roma: un esempio di razzia marittima [in realtà la razzia – dall’arabo Ghazw, appunto – fu limitata alle due basiliche, S. Pietro e S. Paolo, entrambe allora fuori le mura, ma non la città vera e propria] di Tommi P. Lankila, Princeton University, pp. 93-121, nel lavoro collettaneo Studia orientalia 114, Traveling Through Time Viaggiando attraverso il tempo, saggi in onore di Kaj Öhrnberg ▬ http://www.academia.edu/7 4388/The_Saracen_Raid_of_Rome_in_846_-_An_example _of_maritime_ghazw._pp._93-120_).

[2] C’è anche il “servo sciocco” – o in verità, forse, più furbo e furbastro di altri – che vuole il suo nome segnalato come amico dall’ambasciata di via Veneto a chi di dovere. Introducendo il TG7 delle 20 il 31 luglio, infatti, un giornalista di peso ma sempre un po’ tremebondo come Enrico Mentana riporta, doverosamente, che Washington ha condannato le bombe di Israele, aggiunge pure che purtroppo la inesistente Rappresentante esteri della Commissione, lady Ashton, trova il modo di chiedere un’inchiesta dell’ONU su questi bombardamenti – non di condannarli, sicuro, neanche lei, come lui del resto che, infatti, deplora solo il fatto che a chiedere.. l’inchiesta lei sia arrivata buon’ultima... – ma non di informare i suoi ascoltatori che gli USA hanno trovato il modo come abbiamo qui documentato, impudicamente, di aggiungere che continueranno a  Israele bombe e tecnologie per continuare sulla stessa strada...

[3] Arthur Schopenhauer (Danzica, 22.2.1788-Francoforte sul Meno, 21.9.1860).

[4] Si vedono i presidenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa per decidere – e decidono – la fondazione di una Nuova Banca per lo Sviluppo che, con base a Shangai e una dotazione iniziale di 50 miliardi di $ e un fondo di riserva di 100 miliardi per quando uno di loro sia coinvolto, vorrebbe sfidare l’influenza di venerabili e poco venerate istituzioni finanziarie come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale.

   Come adesso, quando ad esempio la Fed americana decide da sola l’alt al programma pluriannuale che ha usato fondi del Tesoro per sostenere l’economia americana facendo ora correre il rischio di gettare nell’instabilità ancora una volta il sistema finanziario globale e quello creditizio.

    Ha detto la presidente Rousseff che il fondo speciale può ridurre, per i BRICS e per altri paesi, messi in difficoltà dalla volatilità che sui mercati potrebbero scatenare questo tipo di iniziative statunitensi (New York Times, 15.7.2014, S. Romero, Emerging Nations Bloc to Open Development Bank Blocco dei paesi emergenti apre banca per lo Sviluppo http://www.nytimes.com/2014/07/16/world/emerging-nations-bloc-to-open-development-bank.html?_r=0); e Financial Times, 6.7.2014, J. Leahy e J..P. Rathbone, China’s shadow over $100bn BRICS bank L’ombra della Cina sulla banca da 100 miliardi di $ dei BRICS http://www.ft.com/intl/cms/s/0/9bdd1f68-0cda-11e4-90fa-00144feabdc0. html#axzz37rgvdmYS).

    Il presidente cinese Xi Jinping, incontrando bilateralmente Dilma Rousseff, annuncia anche che la Cina ha adesso costituito un fondo di sviluppo di 100 miliardi di $ in parallelo a quello collettivo ma, questo, bilaterale e proprio per dare una mano all’incremento degli scambi tra Cina e Brasile. Comincerà il suo lavoro aprendo un credito immediato di 7,5 miliardi di $ alla compagnia mineraria Vale (un’impresa pubblica che estrae e esporta minerali di ferro dall’omonima valle dello Stato di Minas Gerais) per l’acquisto di nuovo naviglio da trasporto e aprirà un altro credito di 2,5 miliardi di $ allo stesso governo di Pechino per l’acquisto di aerei dalla compagnia brasiliana Embraer/Empresa Brasileira de Aeronáutica S.A., specializzata nella costruzione di aeromobili da trasporto a medio raggio.

    L’interscambio commerciale tra Cina e Brasile nel 2013 è arrivato a 83,3 miliardi di $, con la prima ormai il maggior partner commerciale del gigante sudamericano (Macau Hub/Macao, 18.7.2014, Brasil e China  assinam acordos avaliados em 7,5 mil milhões de dólares Brasile e Cina firmano accordi del valore di 7,5 miliardi di $http://www.macau.hub.com.mo/pt/ 2014/07/18/brasil-e-china-assinam-acordos-avaliados-em-75-mil-milhoes-de-dolares).   

[5] Per dirla in sintesi, il NYT compulsivamente, automaticamente, ripete – malgrado la confessione fatta più volte di aver sbagliato in passato schierandosi pregiudizialmente con le preferenze della Casa Bianca “provate” solo dalle menzogne che propinavano i Bush, i Cheney e tutta la banda dei felloni neo-cons – avendo ad essere semplicemente abboccato – le peggiori prove di pessima professionalità dimostrata nel recente passato. 

    “Con pochissime eccezioni, adesso il Times continua a fare la ragazza pom-pom degli stessi neo-cons sulle faccende della Siria e dell’Ucraina, tal quale fece per l’Iraq nel 2002-2003 [adesso, sistematicamente non per insipienza o incapacità certo, va facendo lo stesso, aggiungiamo noi, dando per fatti e notizie quelle che sono più spesso che no indiscrezioni, chiacchiere, invenzioni propagandistiche, anche per Cina, Russia, Iran sempre― gli avversari di turno reali o potenziali della volontà americana di turno...].

    Anche stavolta il Times non ha fatto il più piccolo sforzo per mascherare la sua simpatria verso i falchi più falchi del momento (leggere, per una documentazione esauriente del fatto, ConsortiumNews, 11.7.2014, R. Parry, No lessons learned at the NYT Al  NYT non hanno proprio imparato niente  ▬ http://consortiumnews.com/2014/07/11/no-lessons-learned-at-the-nyt).

[6] Leggere – è utile se non lo si è fatto – il grande romanzo di spionaggio di John le Carré, Yssa il buono, Mondadori, 2008, trad. di A. Biavasco e V. Guani; e Il giardiniere tenace, Mondadori, 2003, stesse traduttrici.   

[7] Decimo Giunio Giovenale (55-127 d.C.), poeta:e polemista satirico: qui, Satire (VIII, 83-84), Summum crede nefas animam praeferre pudori | Et propter vitam vivendi perdere causas che alla lettera potremmo tradurre Per cosa quanto mai turpe avrai l'anteporre la vita all’onore, e pur di salvare la vita perdere ogni ragione di vivere.

[8] Non nelle ufficialissime e auto-celebrative, comunque molto interessanti, Memorie (tre volumi e ben 3.955 pagine pubblicate da Little, Brown & Company tra il 1979 e il 1999 – ultimo volume da Simon & Schuster – mai pubblicati integralmente in italiano) dove neanche una volta ricorda che c’è stato, e su sua personale autorizzazione, proprio quel massacro, quanto, piuttosto, in altre occasioni, soprattutto interviste imbarazzate sue, e imbarazzanti per chi le faceva senza quasi mai approfondire davvero, con mezze ammissioni tutte ammantate di ipocrisia e soprattutto della sua tipica e cinica realpolitick.

    Erano comunisti, dopotutto, no? – ebbe una volta a osservare – e, sì, Allende in Cile era stato eletto democraticamente, è vero, ma “io non riesco proprio a capire perché dovremmo star fermi a guardare un paese che diventa comunista per l’irresponsabilità del suo popolo: le questioni sono troppo importanti per lasciare gli elettori cileni decidere da sé” (Alternet, 24.4.2013, F. Branfman, The Top Ten Most Inhuman Henry Kissinger Quotes― Le dieci più disumane citazioni di Henry Kissinger http://www.alternet.org/world/top-10-most-inhuman-henry-kissinger-quotes?paging=off& current_page=1#bookmark).

    E, poi, date un’occhiata, estremamente istruttiva anche questa, a NPR/National Public Radio/una rete, in parte sostenuta anche da fondi pubblici del Congresso, di 900 stazioni radio americane, 27.7.2013, Pat Dowell, Film Unveils Underpinnings Of Mass Killings In Indonesia― Un film/documentario [Jagal Macellaio, 2012, diffuso in occidente col titolo inglese ‘The Act of Killing’― L’azione dell’ammazzare, di Joshua Oppenheimer]: svela i puntelli dei massacri di massa in Indonesia intervistando decine di massacratori, nessuno dei quali è, e neanche sembra, affatto pentito.

    Uno di loro descrive come ha con le sue mani garrotato, fino a ‘staccar loro spesso la testa – spiega e dimostra – centinaia di comunisti’; altri testimoniano e documentano le coperture internazionali garantite esplicitamente a Suharto proprio da Kissinger per conto di almeno due presidenti americani http://www.npr.org/templates/story/story.php? storyId=206153204).