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     08. Nota congiunturale - agosto 2013

      

  

 

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01.08.13

 

Angelo Gennari

 

 

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc363078839 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc363078840 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto resistenza crollo dei rais) AFRICA e AMERICALATINA    PAGEREF _Toc363078841 \h 4

Il golpe? In Egitto? Ma quale golpe, suvvia!    (vignette) PAGEREF _Toc363078842 \h 7

I curdi e il Kurdistan: a cavallo di cinque paesi…  (mappa) PAGEREF _Toc363078843 \h 21

Questi *** di burattini, ogni tanto e vivaddio, sembrano  avere qualche idea anche per conto loro   (vignetta) PAGEREF _Toc363078844 \h 23

Il Sud Sudan   (mappa) PAGEREF _Toc363078845 \h 24

Risorse e riserve delle formazioni di rocce scistose (gas e greggio) di Vaca Muerta (Argentina)  (mappa) PAGEREF _Toc363078846 \h 28

in CINA (e nei paesi dell’ASIA.. PAGEREF _Toc363078847 \h 29

L’elezione di Abe: e ecco a voi il mio prossimo trucco – seghiamo via la Costituzione pacifista!   (vignetta) PAGEREF _Toc363078848 \h 35

EUROPA... PAGEREF _Toc363078849 \h 39

STATI UNITI. PAGEREF _Toc363078850 \h 48

Ma questo traditore chi crede di essere? noi? Parla piano, ma portati dietro un grosso bastone    (vignette) PAGEREF _Toc363078851 \h 54

E il drone americano domanda: ma perché mai ci odiate tanto?   (vignetta) PAGEREF _Toc363078852 \h 55

Cappuccio cattivo e cappuccio buono   (vignetta) PAGEREF _Toc363078853 \h 55

FRANCIA... PAGEREF _Toc363078854 \h 62

GIAPPONE... PAGEREF _Toc363078855 \h 63

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale

L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di agosto 2013, dopo lo Zimbabwe ha anticipato a fine luglio le elezioni presidenziali e politiche, prevede per il 6 del mese solo le elezioni presidenziali in Pakistan ma non altri appuntamenti istituzionali, politici od economici di rilievo. L  termine cruciale, chiave, è quel “prevede” che, in qualche modo, si applica a tutti e due i casi in esame: perché – per dire – il collasso economico di un paese o di un insieme di paesi, un colpo di Stato, ecc., cose di questo genere non sono certo quasi mai, in calendario…

Il 20 e 21 luglio, a Mosca, si è riunito il vertice congiunto dei ministri delle Finanze e dei ministri del Lavoro del G-20: per la prima volta, come da sempre avevano chiesto i sindacati, insieme.  All’o.d.g., come rilanciare la creazione del lavoro nel mondo e come condurre una lotta più efficace all’evasione fiscale delle grandi multinazionali che forse hanno tirato troppo la corda con la sistematica evasione ed elusione delle tasse esercitata su scala vastissima attraverso la sistematica messa in concorrenza dell’un sistema fiscale con l’altro e dei marchingegni evasivi che l’uno e l’altro in concorrenza tra tutti consentono.

E’ un nodo che l’ultima riunione dei G-20 aveva riconosciuto come ormai pericoloso per tutti e affidato allo studio di un gruppo di lavoro costituito presso l’OCSE e che ora torna a loro con varie proposte. Su questo secondo tema, viene ora nel documento che arriva all’approvazione finale si afferma che, a fronte di entrate fiscal che per la crisi e per l’evasione tendono a ridursi spesso fino a sparire, i governi rischiano tutti “un caos globale dei sistemi di tassazione” se non reagiscono alle prevaricazioni delle multinazionali: a meno che “il regime fiscale internazionale non venga radicalmente rivisto”.

Ormai, per evitare lo scoppio della crisi fiscale, il minimo necessario è una “mossa audace”, conclude lo studio, di chi determina le politiche soprattutto fiscali dei grandi paesi per mettere insieme quello che il responsabile dell’economia britannica, il pur iperliberista George Osborne, ha salutato come un “piano biennale di azione” per imporre l’alt alle “pratiche discutibili in materia fiscale da parte della grandi società per azioni”. L’OCSE lo chiama un punto di svolta “nella storia della cooperazione internazionale sui regimi fiscali”.

Probabilmente esagera, vista l’esperienza in materia. Chi critica lo studio dell’OCSE – diciamo da sinistra: quelli che lo criticano da destra sono della scuola, chiamiamola pure così, vede con favore la concorrenza massima anche nel campo dell’evasione e della frode fiscale come consona, anzi proprio connaturata, all’essenza stessa del libero mercato[1] – sostiene che, pur sembrando addirittura in qualche passaggio addirittura puntare più che a correggere proprio a rovesciare il sistema, il documento è più forte nelle sue parti analitiche che nelle proposte di soluzioni specifiche. Alla cui fattibilità, secondo queste voci più che perplesse, sembra proprio mancare credibilità.

L’OCSE stessa, del resto, lo riconosce: non si aspetta di completare il lavoro sulla propria proposta, una volta passata al G-20, prima della fine del 2015; dopo di che, avvisa, toccherà ai singoli governi e ai singoli parlamenti adottarne i princìpi traducendoli nelle varie legislazioni nazionali. E sanno tutti che Apple, Google, Amazon, ecc., ecc., scateneranno tutte le loro lobbies e le loro difese – legali, illegali, quant’altro – e tutti i meccanismi parlamentari di ostruzionismo oltre che i legislatori comprati per far crollare il castello di leggi e di carte che li costringerebbe a pagare le tasse (Boston Globe, 20.7.2013. A. E. Kramer e F. Norris, G-20 backs plan to curb tax avoidance by large corporations Il G-20 sostiene  il  piano per  frenare  l’evasione  fiscale  delle grandi imprese http://www.bostonglobe.com/business/2013/07/19/backs-plan-curb-tax-avoidance-large-corporations/QbyvVCr1TRG6Ernz6mtpsM/story.html).

L’OCSE fa osservare che, però, così ora, con la sua proposta d’insieme, si crea finalmente un quadro nell’ambito del quale si potranno “prendere di petto le questioni fondamentali che i governi ormai devono decidersi ad affrontare, incluso il bisogno risolutivo ormai di una maggiore cooperazione internazionale fra le autorità fiscali dei vari paesi”. L’ambizione dichiarata cui mira lo studio è quella che “suggerisce” ai paesi G-20 di muoversi verso una legislazione quadro multilaterale che impedisca a imprese, società, anonime, multinazionali dal farsi beffe dei loro accordi puramente bilaterali.

Fra i punti nodali del piano che l’OCSE ha proposto e il G-20 ora approvato (in linea, si capisce, di massima, ovviamente):

• Chiedere alle multinazionali che operano online con grandi magazzini collocati in paesi oltremare, come ad esempio Amazon che tratta libri, DVD, ecc., ordinati in America o in Europa spedendoli da chi sa dove nel mondo e fatturandoli lì, di pagare le tasse sulle operazioni condotte oltremare nel paese dove risiede la casa madre.

• Obbligare le multinazionali a rivelare paese per paese a ogni autorità fiscale un inventario dettagliato di profitti, vendite, tasse e altre misure precise di attività economica.

• Rendere più cogenti regole capaci di bloccare il trasferimento di assets di alto valore e “intangibili”, come marchi di fabbrica, brevetti, patenti e diritti di proprietà intellettuale nei paradisi fiscali dove non esiste o quasi attività reale di business.

• L’indurimento dei regimi di tassazione troppo deboli, e dunque incapaci di contrastare le multinazionali che trasferiscono propri assets a loro filiali o dipendenze estere con l’istituzione di un nuovo benchmark internazionale sull’appropriato livello di transazione delle compagnie estere controllate.

• Misure allargate per contrastare l’azione di quei paesi che puntano sulla concorrenza fiscale al ribasso.

• Ed altre misure tutte mirate nello stesso senso, a rendere più difficile l’evasione e l’elusione fiscale mettendo un paese contro l’altro.

(1. Guardian, 18.7.2013, S. Bowers, OECD and G-20 tax reform: the key points Le riforme fiscali proposte da OCSE e G-20 http://www.guardian.co.uk/business/2013/jul/19/oecd-g20-tax-reforms-key-points; 2. OECD/OCSE, 7/2013, Closing tax gaps: OECD launches Action Plan on Base Erosion and Profit Shifting Chiudere i buchi nella tassazione: l’OCSE lancia il Piano d’Azione contro l’erosione della base fiscale e lo spostamento di profitti http://www.oecd. org/ctp/BEPSActionPlan.pdf).

Si tratta, come si vede anche da questa breve sinossi, di un documento tanto ambizioso da sembrare, francamente qua e là avventuroso e di una serie di proposte che tradotte in pratica cambierebbero radicalmente il volto del business mondiale. Per questo purtroppo non suonano proprio credibili…, salvo verifica.

Certo, a parole e in termini almeno verbali di potenziale incisività, sembra anche peggio quanto al G-20 non viene proposto in termini di bozza di documento finale sul problema della disoccupazione che cresce nel mondo, specie nei paesi cosiddetti più sviluppati. . Che è, davvero, purissima fuffa e nient’altro, al di là dello sforzo che la rappresentanza sindacale internazionale (ICTU/TUAC, 19-20.7.2013, Moscow, L20 Trade Union Statement to the G-20 Finance and Labour Ministers CSI/TUAC, Dichiarazione sindacale al vertice G-20 congiunto dei ministri delle Finanze e del Lavoro http://www.ituc-csi.org/IMG/pdf/l20_statement_ 2013_en.pdfper la traduzione italiana del documento dei sindacati, 18-19..2013, cfr. CGIL in ▬ http://www.cgil.it/ Archivio/Internazionale/G20_Mosca_2013. pdf) a latere del G-20 aveva cercato di formulare presentando le sue proposte anche concrete ai ministri (cfr. la documentazione completa in http://www.g20.org/labour_20).

Per sintetizzare e anche concludere sul tema. La vera, forse unica arma, a disposizione dell’OCSE per provare a coordinare con efficacia gli sforzi di riforma del quadro internazionale delle regole sulla tassazione alle imprese, specie alle multinazionali, è il know-how dei suoi esperti e una certa qual cosiddetta pressione tra pari, o peer pressure. Lo fa rilevare puntualmente una ONG nata di recente ma che nel mondo anglosassone ha già registrato un notevole successo nel seguire e documentare sistematicamente – e con molto senso della misura – a livello globale la necessità di trasparenza e di un po’ più di giustizia, laTax Justice Network— la Rete per la Giustizia Fiscale.

Come s’è visto, il piano vuol mettere in piedi un trattato multilaterale sulla tassazione di impresa che superi gli accordi bilaterali esistenti ma che dovrà essere ratificato da ogni singolo paese aderente e  acquisterà forza esecutiva solo là dove, appunto, fosse ratificato. L’ultima convenzione in materia di cooperazione fiscale, disegnata sempre dall’OCSE e dal Consiglio d’Europa negli anni ’80, ci ha messo dopotutto 20 anni a trovare qualcosa di più che una manciata di ratifiche.

Il fatto è che un po’ tutti i governi lamentano e qualche volta sbraitano contro le strategie di minimizzazione del carico fiscale – la chiamano così – che le multinazionali mettono in campo regolarmente per evadere con successo le leggi. Ma poi, chi più chi un po’ meno, ma tutti hanno paura di vedersi scatenare contro di sé la mobilità del capitale. Per esempio, la Gran Bretagna ha, senza neanche dichiararlo pubblicamente, allentato in pratica fino ad abolire le regole che presiedono al controllo di imprese straniere sul territorio di Sua Maestà, così di fatto incoraggiando sena dirlo, naturalmente, l’utilizzo da parte loro dei tanti paradisi fiscali esistenti.

E, poi, anche quando un governo intenda realmente stringere e cambiare rotta, scatta la rete strapotente delle lobbies padronali onnipotenti del settore— altro che le ONG favorevoli alla “trasparenza”! Obama aveva cercato di modificare la concessione che, introdotta negli anni rampanti iniziali della deregulation, affidava all’onestà stessa delle multinazionali (ossimoro) per consentire a ogni compagnia di decidere da sé come classificare “ai fini fiscali” le loro filiali.

Era una concessione diventata in pratica una specie di tana libera tutti per ogni mega evasione fiscale. Ma Obama  ha dovuto frenare senza arrivare a concludere la questione di fronte alla controffensiva delle lobbies del business che hanno scatenato a frenare i loro uomini al Congresso argomentando che ne sarebbe stata colpita l’economia… (The Economist, 26.7.2013, Company taxes – Minimize this! La tassazione d’impresa – E minimizzami questo! http://www.economist.com/news/business/21582279 -plan-curbing-tax-avoidance-begins-take-shape-mini mise).

Anche qui, bisognerà star a vedere, però,  come poi va a finire. Perché, al solito nel documento finale di impegni cogenti alla fine non ce ne sono (Final Communiqué, G-20, Incontro dei ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche centrali, Mosca, 19-20.7.2013 ▬ http://www.forexlive.com/blog/2013/02/16/ g20-moscow-meeting-final-communique). E’ vero, però, che in buona sostanza da questo G-20 esce un clima stavolta un tantino diverso.

Come ammette a denti assai stretti lo stesso ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaüble, il disciplinario in capo del rigore per gli altri nella sua conferenza stampa finale: “ormai è chiaro che per il momento le preoccupazioni relative alla necessità di una crescita maggiore prendono il sopravvento su quelle relative alla riduzione dei deficit di bilancio(Washington Post, 20.7.2013, Agenzia Bloomberg/Rainer Buergin, Germany’s Schaeuble Acknowledges Growth Outweighs Deficit Cuts Il tedesco Schaüble prende atto che [le preoccupazioni per] la crescita pesano di più dei tagli del deficithttp://washpost.bloomberg. com/Story?docId=1376-MQ8SSD6JIJUP01-6PME1V8OLI2NO82EU97F9JQLTG) è questo, in sostanza, il messaggio – ma tutto di principio, niente di misurabile e pratico… – che gli uomini che nel G-20 controllano i soldi e i debiti passano al Vertice del G-20 dei capi di Stato di San Pietroburgo del 5 e 6 settembre.

●E, per quanto riguarda specificamente, lavoro e occupazione c’è un solenne impegno. Come spesso, quasi sempre in queste verbose dichiaratorie, chiaro sull’obiettivo perseguito (i governi del G-20, che insieme rappresentano – bè, certo, si fa per dire… – o comunque dichiarano di incarnare, il 90% dell’economia mondiale solennemente proclamo “il loro impegno pieno a intraprendere azioni decisive per ritornare su un percorso di crescita del’economia, ricco di lavoro”. Peccato che, nel documento “dedicato” (si dice così) al tema, al G-20 dei ministri delle Finanze, non ci sia una riga, una parola, che dica come e quando (New York Times, 20.7.2013, A. E. Kramer, G-20 Ministers Aim for More Job Growth I ministri dei G-20 puntano [o, meglio: siccome è l’ennesima volta che lo fanno da anni, anno dopo anno, a ogni G-20, è più serio dire che dichiarano di puntare…] a una maggior crescita di posti di lavorohttp://www.nytimes. com/2013/07/21/business/global/g-20-ministers-aim-for-more-job-growth.html?_r=0).   

MEDITERRANEO arabo (tramonto resistenza crollo dei rais) AFRICA e AMERICA LATINA

A fine giugno, più o meno, in Egitto, i militari sembravano averci ripensato. Dopo aver giurato fiducia e obbedienza alle autorità democraticamente elette, anche se sempre discusse, proprio sulla base di una scelta alle urne di cui tutti riconoscono la sostanziale legittimità, il capo di Stato maggiore ten. gen. Abdel Fattah al-Sisi aveva dichiarato pubblicamente, il 1° luglio che l’intensificarsi nel fine settimana delle dimostrazioni popolari di massa contrarie al governo e l’assalto nella notte tra domenica e lunedì al Cairo alla sede dei Fratelli mussulmani denotano l’esprimersi di una “rabbia” popolare contro il presidente e i suoi sostenitori che non ha precedenti nel suo primo anno al potere (16 morti per le strade per scontri o sparatorie) anche tenendo conto della risposta di portata per niente irrilevante che i dimostranti hanno avuto dai “controdimostranti” favorevoli al governo.

Dalla dichiarazione non risultava chiaro se i militari chiedessero ormai, come i dimostranti, le dimissioni di Morsi, ma risultava evidente che se i politici (non solo il presidente, dunque) non trovavano il modo “entro 48 ore” di soddisfare le richieste che, genericamente, si appellano a un governo “inclusivo” – una specie di governo di salute nazionale che mettesse insieme ai Fratelli, anche i laici, i liberali, i socialisti e tutta la fantasmagorica congrega incoerente delle mille frantumate opposizioni, le Forze armate potrebbero ormai imporre anche coi carri armati, come si spinge a dire al-Sisi peraltro del tutto vagamente la loro “nuova agenda per il futuro del paese(New York Times, 1.7.2013, D. D. Kirkpatrick, Kareem Fahim e B. Hubbard, Egypt’s Army Issues Ultimatum to MorsiL’esercito egiziano lancia un ultimatum a Morsi http://www.nytimes.com/2013/07/02/world/middleeast/egypt-protests.html?pagewanted=1&_r= 0&ref=global-home).

Già… ma come? come, con chi fuori del governo e del partito di Morsi chiede più obbedienza alla shar’ia, l’obbligo del velo, il taglio della mano ai ladri, la lapidazione delle adultere e la fustigazione dei ribelli a Dio e chi, dall’altro versante, fuori del governo rivendica esattamente il contrario, maggiore libertà di espressione del pensiero, dei costumi – banalizzando, alcool, tabacco e venere, come si diceva da noi – sul fronte morale-sociale e su quello social-economico più libertà ai capitali e, soprattutto, ai mercanti e ai capitalisti, come unico modo per superare la crisi e, al contrario, più sussidi ai poveri e agli esclusi nell’immediato e più uguaglianza economica e sociale per tutti… e, in mezzo, il governo stesso di Morsi. L’unico modo, alla fine, sembra proprio un controllo diretto e ferreo dell’esercito sul paese, che non risolverebbe niente se non la pace dei cimiteri, dei plotoni d’esecuzione e delle galere. 

In buona sostanza, forse è vero quanto è stato, ci sembra, piuttosto acutamente fatto osservare: che “questa fase della rivoluzione non è né contro Morsi né contro l’IKhwan— la Fratellanza mussulmana come tale, ma contro la continuazione delle politiche che hanno marcato tutta l’era Mubarak(Guardian, 1.7.2013, Ahdad Soueif, In Egypt, we thought democracy was enough. It was not In Egitto, pensavamo che la democrazia fosse abbastanza. Non lo era http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jul/01/ egypt-thought-democracy-enough-morsi).

Sembra giusto anche a noi. Ma c’è la differenza che, nel frattempo, ci sono state fior di elezioni generali: vere, non finte, molto partecipate, non una ma tre volte. E che ne facciamo adesso? Le buttiamo via così? Facciamo finta che non ci siano state? Diamo retta a chi strilla, magari al momento, più forte? E questo, si capisce, al di là degli errori che qui, come altrove no?, il potere ha fatto…

Ma la democrazia oltre che non sufficiente, secondo questa scuola avanzante di pensiero, diventa anche irrilevante e la protesta, così, resta in genere al palo invece di passare a governare un paese …  Anche con una mobilitazione, come qui, di decine di milioni di persone— altro che i comizi grillini… o i cinquantamila – cinquantamila! – iscritti che dice di avere on-line, se poi non si sa come organizzare e trasformare in politica – in azione e in proposta politica – una proposta anche magari la più sacrosanta.

Nel frattempo, secondo alcuni segnali ancora abbastanza confusi, però, la sera del primo giorno dopo il “pronunciamiento” qausi di un possibile golpe condizionato, gli Stati Uniti sembrano aver fatto discretamente sapere alle Forze armate egiziane che, tutto sommato, non ritirano ancora il loro appoggio (verbale, si capisce verbale) a Mubarak (Guardian, 1.7.2013, 4:07 p.m., Egypt protests: army issues 48-hour ultimatum - as it happened— Diario minuto per minuto - L’Egitto protesta: e le Forze armate emanano un ultimatum di 48 ore ▬ http://www.guardian.co.uk/world/middle-east-live/2013/jul/01/egypt-stanoff-millions-protest).

Dal movimento, Tamarrod— la ribellione, rilanciano subito: esigono le dimissioni di Morsi entro ventiquattr’ore… e

• per ora ottengono, in concreto, il 1° luglio stesso, mentre viene data alle fiamme la sede del Cairo dei Fratelli mussulmani, quelle di diversi ministri (turismo, ambiente, comunicazioni, giustizia e, alla fine, anche del ministro degli Esteri, Mohamed Kamel al-Amr (Voice of Russia, 1.7.2013, Five Ministers resign Si dimettono cinque ministri http://english.ruvr.ru/2013_07_01/Four-Egypt-ministers-quit-Morsis-cabinet-government-official-6162)

• mentre il presidente dichiara di considerare come un tentativo di golpe l’ultimatum militare (Voice of Russia, 1.7.2013, Mohamed Morsi rejects Army ultimatum Morsi respinge l’ultimatum delle Forze armatehttp:// english.ruvr.ru/news/2013_07_02/Egyptian-President-Mohamed-Morsi-rejects-army-ultimatum-1406);

e un portavoce dell’esercito subito dopo precisa che “la dottrina ufficiale dell’Egitto non prevede neanche la possibilità di un golpe militare”, seminando ancora più incertezza perché, come è ovvio, si tratta dell’esercito che ha fatto fuori con un golpe prima il re Faruk, poi con Nasser destituì il gen. Neguib, poi alla morte di Nasser prese il potere col capo delle Forze armate Sadat e quando lui fu assassinato lo rimpiazzò con Mubarak: anche lui capo delle FF.AA (Al Ahram/Il Cairo, 1.7.2013, Coup not allowed by doctrine I princìpi militari del paese non consentono nessun golpehttp://english.ahram.org.eg/News Content/1/64/75445/Egypt/Politics-/Armed-forces-spokesman-Egypt-military-doctrine-doe.aspx)…

La sera sempre del primo giorno del mese, il Tamarrod, che cambia nome in un giorno e si ribattezza ora Fronte del 30 giugno, concorda di puntare sul premio Nobel e antico prestigioso presidente dell’Agenzia atomica internazionale dell’ONU, Mohamed ElBaradei, che a suo tempo contrastò fin quando poté le menzogne criminali di Bush sulle armi di distruzione di massa che s’era inventato per l’Iraq di Saddam.

Concorda, almeno per ora… ma bisognerà poi vedere se, di fatto e nei fatti, i suoi compagni di strada gli riconosceranno la facoltà di rappresentarli davvero con una voce unica – nessuno può dimenticare alla fine la figura davvero meschina che la sua candidatura rimediò alle ultime elezioni: e, ora, dovrebbe mediare tra tutte le forze politiche e le istituzioni dello Stato egiziano e, insieme, rappresentare con efficacia e equanimità le mille sfumature che, al di là della voglia di abbattere Morsi, dividono le opposizioni in Egitto (Al Ahram, 2.7.2013, ElBaradei named as spokesman for Egypt's anti-Morsi 30 June Front ElBaradei designato come portavoce del Fronte 30 giugno anti-Morsihttp://english.ahram. org.eg/NewsContent/1/64/75468/Egypt/Politics-/ElBaradei-authorised-as-spokesman-for-Egypts-antiM.aspx).

Poi, il pomeriggio del 3 luglio, i militari scatenano il golpe (New York Times, 3.7.2013, Army Ousts Egypt’s President; Morsi Decries ‘Complete Military Coup’ L’esercito espelle il presidente dell’Egitto; Morsi  condanna un ‘golpe militare totale’ http://www.nytimes.com/2013/07/04/world/middleeast/egypt.html?ref=global-home). Morsi finisce agli arresti in caserma, rimpiazzato d’autorità militare – alla faccia dell’elezione democratica – dal presidente della Corte costituzionale, Adly Mansour, scelto qualche mese fa da Morsi stesso come suo presidente ma nominato alla Corte da Mubarak nel 1992…

Anche se come capo dello Stato ad interim sarà un puro e semplice re travicello… E, insieme, il parlamento è sciolto; la Costituzione sospesa; e, a centinaia, le prime file della Fratellanza mussulmana sbattute in galera— o almeno così dice il comando delle FF.AA.  – ma non subito il capo dei Fratelli, Mohammed Badie, che smentendo quel che aveva detto l’esercito appare per un giorno o due anche in pubblico. Poi, naturalmente, va in clandestinità.

E, in realtà, quel che succede lo descrive al meglio, e al di là di ogni imbellettamento attento alle manie democraticistiche cui l’occidente è tanto decisamente, formalmente e ipocritamente legato, argomentando in dettaglio e con molti esempi specifici, che (New York Times, 20.7.2013, After Morsi’s ouster, Egypt’s old guard is back— and Muslim Brotherhood is out ▬ Dopo l’arresto di Morsi , la vecchia guardia è di nuovo in sella e la Fratellanza mussulmana è fuori http://www.washingtonpost.com/world/after-morsis-ouster-egypts-old-guard-is-back--and-muslim-brotherhood-is-out/2013/07/19/28ae563c-efd1-11e2-8c36-0e868255a989_ story_1.html).

Coi vecchi liberali, laici e occidentalisti anti-Mubarak, in nome della democrazia che, accusando Morsi di incompetenza e di voler far passare la legislazione voluta dalla maggioranza elettoralmente accertata dei cittadini, adesso giurano che il golpe militare se l’era meritato e lodano la soppressione della democrazia di cui, in realtà, non gliene era fregato mai niente perché non avevano vinto loro. Hanno giustificato l’aver addirittura “chiamato” il golpe con la motivazione che con Morsi il paese si andava spaccando fra posizioni contrapposte e non dialoganti…

E adesso? dopo 200 morti seminati in venti giorni nelle strade dalla repressione militare, forse che adesso c’è la pace sociale, la pace politica, il dialogo? Alle solite, siamo: sempre al trionfo dell’ipocrisia liberale... e al patto faustiano con Mefistofele (i militari) dal quale connubio è sempre il (democratico) dr. Faust ad essere divorato.

Come, a questo punto, un tantino ipocrita suona anche l’annuncio americano di un temporaneo rinvio della consegna alle Forze armate egiziane di una consegna di quattro caccia F-16 già in calendario: rinvio, non cancellazione, infatti, e solo per qualche settimana poi: che nelle intenzioni rese pubbliche da Washington dovrebbe significare la “disapprovazione”, come se gliene potesse fregare qualcosa ad al-Sisi, per l’appello che il 24 luglio ha lanciato ai suoi perché si contrappongano per le strade del Cairo venerdì 2t ai fautori della Fratellanza (New York Times, 24.7.2013, M. Landler e T. Shanker, U.S. Halts Delivery of F-16 Fighters to Egypt, in Sign of Disapproval Gli USA interrompono la consegna di caccia F-16 all’Egitto, come segnale di disapprovazione http://www.nytimes.com/2013/07/25/ world/middleeast/us-halts-delivery-of-f-16-fighters-to-egypt-in-sign-of-disapproval.html?_r=0).

E adesso si fronteggiano due piazze, una piena di fuochi artificiali esultanti a favore e una altrettanto consistente ma meno televisionata contro il golpe… E tutto resta ancora aperto e estremamente precario, in bilico… Lo resterà a lungo. Mentre il Cairo, una megalopoli d’una ventina di milioni di abitanti sobbolle, l’Egitto immenso di quasi 90 milioni sembra risentito e per ora come più silente ma, al dunque, forse pure più minaccioso. Ma su tutto resta il nodo che questo regime era stato liberamente e democraticamente eletto, al contrario di tutti gli altri.

E non è, certo, cosa da poco… Facciamo – facciano, soprattutto gli egiziani, pure le corna – ma qui il precedente è l’Algeria del 1991, quando l’Esercito impedì, cancellando il turno di ballottaggio, la probabile/certa vittoria elettorale del partito islamico e… venne fuori più di un decennio di guerra civile e forse, non si sa bene, 100.000 morti su 25 milioni, allora, di abitanti. E non è neanche l’unico antecedente: anche a Gaza, e in tutti i territori occupati, non è stato consentito a chi aveva vinto democraticamente le elezioni, Hamas, di andare al governo. Ci è dovuta arrivare, poi, e solo a Gaza, reagendo a un vero e proprio secondo colpo di Stato messo in piedi dai militi di al-Fatah, con l’aiuto di Israele e degli USA.

Ma la rimozione di un presidente eletto, di un parlamento eletto, di istituzioni elette e scelte democraticamente secondo regole e procedure legali, costituisce comunque, ormai, per tutte le ipocrisie imperanti nel mondo un enorme problema … E – speriamo di no ma temiamo di sì

●Il golpe? In Egitto? Ma quale golpe, suvvia!    (vignette)     

Continuate a guardare… vedrete la luce                 In f ondo, si passa solo dalla padella

 alla fine del tunnel                                                    proprio dentro la brace     

Fonte: NYT e Liahne Zaobao (Singapore), 6.7.2013,   Fonte: Khalil Bendib, 11.7.2013

L. Heng

 

Scrisse, anni dopo la seconda guerra mondiale, il pastore luterano e antinazista Martin Niemöller (e non parlava ma era come se… dell’Egitto, certo):

Als die Nazis die Kommunisten holten, | habe ich geschwiegen; | ich war ja kein Kommunist. || Als sie die Sozialdemokraten einsperrten, | habe ich geschwiegen; | ich war ja kein Sozialdemokrat. || Als sie die Gewerkschafter holten, | habe ich nicht protestiert; | ich war ja kein Gewerkschafter. || Als sie die Juden holten, | habe ich geschwiegen; | ich war ja kein Jude. || Als sie mich holten, | gab es keinen mehr, der protestieren konnte.

||Quando i nazisti vennero per i comunisti, | io restai in silenzio: infatti, mica ero comunista.

|| Quando rinchiusero i socialdemocratici, | rimasi in silenzio; | non ero certo un socialdemocratico.

|| Quando vennero per i sindacalisti, | io non feci sentire la mia voce; | non ero mai stato  un sindacalista.

|| Quando vennero per gli ebrei, | rimasi in silenzio; | non ero certo  un ebreo.

|| E quando vennero per me, non c’era più rimasto nessuno cui potessi far sentire la mia voce.

(Algeria, Gaza… e non solo), costituirà una lezione che potrebbero essere pronti a imparare tutti i movimenti islamici del pianeta: che tanto a loro, anche se le elezioni le vincono, il potere non glielo lasciano prendere: mai… E allora?

Diamo ragione al golpe o diamo ragione a una democrazia anche se piena di difetti? Forse la soluzione migliore – alla fine poi l’ultima e giusta – sarà quella di lasciar decidere gli egiziani… Anche perché questo paese, nel mondo arabo e nel mondo intero, poi non è – per dire – la Tunisia: quanto succede qui non resta confinato qui— non in questo paese, il più grande e influente del mondo arabo, l’Egitto…  

La speranza che forse ancora resta qui resta è che all’Egitto non tocchi il destino di trasformarsi in un altro Pakistan trasferito nel Mediterraneo, un paese dove l’esercito è pronto a utilizzare le armi che ha in dotazione per fare di sé l’arbitro ultimo del potere, espellere ogni governo democraticamente eletto che possa in qualche modo mettere in questione i suoi interessi, le sue posizioni acquisite, per esempio come qui in Egitto e, appunto, in Pakistan, il complesso – suo proprio e distinto – militar-commerciale-industriale che, direttamente e da sempre controlla e vede da un potere in mano ai civili comunque messo in pericolo. E, quindi, da difendere. Se possibile, naturalmente, in nome del popolo, comunque del bene del popolo…

●Comunque, le due prime misure del nuovo capo dello Stato – cioè, del potere militare che ormai controlla tutto – sono state il reintegro come procuratore generale di Abdel-Meguid Mahmoud, nominato nel 2006 da Mubarak e rimosso mesi fa da Morsi e la nomina come premier ad interim del governatore della Banca centrale egiziana, Hisham Ramez, che però pare non sia disposto a accettare, mentre accetta – pare – di fare il premier ElBaradei, che era già chiaramente schierato contro la Fratellanza e per il golpe come vice presidente (1) Atlantic Council, 4.7.2013 ▬ http://www.acus. org/egypt source/top-news-top-judge-sworn-interim-egypt-president-brotherhood-rejects-coup#7; 2) Agenzia Stratfor, 5.7.2013, ElBaradei to be named as vice president ElBaradei sarà designato vice presidente http://www.stratfor.com/ situation-report/egypt-elbaradei-be-named-vice-president).

Intanto il venerdì 5 luglio, giorno della preghiera e “giorno del rifiuto”, partono come previsto quelle che subito, a caldo, il NYT definisce “gigantesche” manifestazioni di protesta contro il golpe (New York Times, 5.7.2013, B. Hubbard, D. D. Kirkpatrick e Mayy El Sheikh, Morsi Loyalists Clash With Soldiers in Cairo Protests Le proteste dei lealisti di Morsi si scontrano con le truppe per le strade del Cairo http://www.nytimes.com/ 2013/07/06/world/middleeast/egypt.html?pagewanted=all&_r=0).

Quello che è successo quel giorno – ma poi soprattutto in quelli immediatamente successivi culminando nel massacro dell’8 luglio, quando le Forze armate hanno deciso di stroncare costasse quel che costasse la protesta – è stato esaminato in un’inchiesta davvero approfondita, e abbastanza unica, e non certo di parte, condotta sulla base di testimonianze affidabili ma – anzitutto – con una documentazione abbondante e evidente anche visiva portata direttamente a disposizione del pubblico. Conclude che “nelle primissime ore dell’8 luglio, 51 sostenitori della Fratellanza mussulmana accampati fuori del club ufficiali delle Guardie repubblicane del Cairo vennero ammazzati dalle forze di sicurezza. I militari hanno affermato che i dimostranti avevano tentato di irrompere nell’edificio con l’aiuto di alcuni motociclisti armati presenti tra di loro”.

Ma, “dopo aver esaminato le scene e le prove registrate su video e aver intervistato testimoni, medici, infermieri e dimostranti(sul Guardian, del 18.7.2013, P. Kingsley, Killing in Cairo: the full story of the Republican Guards’ club shootings Assassini al Cairo: tutta la storia delle sparatoria davanti al club delle Guardie repubblicane http://www.guardian.co.uk/world/interactive/2013/jul/18/cairo-republican-guard-shooting-full-story# part-one) in una lunga ricostruzione documentatissima e che non lascia margini di ambiguità, racconta una storia del tutto diversa— quella di “un attacco deliberato e coordinato contro una massa di cittadini, di civili, largamente pacifici”.

Dentro la Fratellanza, si apre anche e subito un duro confronto che imputa a Morsi e ai suoi l’ingenuità con la quale si sono fidati delle assicurazioni di neutralità politica, al di sopra delle parti, che nei giorni precedenti il golpe aveva dato l’esercito e, specificamente e personalmente, al presidente il generale al-Sisi. E, fidandosi di quel giuramento di lealtà, di non avere mai realmente tentato la ricerca di un compromesso politico con le opposizioni, con quella parte delle opposizioni, che avrebbe potuto anche starci.

Ma, d’altra parte, alla Fratellanza molti anche dei suoi rinfacciano l’incapacità e la lentezza con cui non hanno proprio imparato il mestiere – non l’arte – del governare in pratica uno Stato che si avvia ad essere, ed è già, moderno con la dose inevitabile che in esso coesiste di condivisione dei poteri e di compromesso, la necessità di imparare a pianificare, urbanizzare, gestire metropoli altrimenti invivibili, a garantire un tasso apprezzabile di sicurezza sulle strade e anche a mantenere accesa la luce.

Perché, in effetti, qui nell’anno di Morsi, poco era stato fatto per evitare il collasso economico sopravveniente già dagli anni di Mubarak. Sia la sterlina egiziana che le riserve di valuta s’erano rattrappite, l’inflazione s’era impennata, il turismo era quasi scomparso con l’eccezione, solo parziale, dell’angoletto di Sharm el Sheikh sul mar Rosso e la disoccupazione tra i giovani con meno di 24 anni era arrivata al 40% (bé, meglio di  Spagna o Grecia, no?, e come in Italia a dire il vero). E ormai col solleone precoce della feroce estate egiziana che qui picchia duro, i tagli improvvisi e prolungati alla distribuzione della corrente elettrica s’erano fatti ormai cronici e le code alle pompe di benzina si allungavano. E il tasso di criminalità media è triplicato dopo la rivoluzione del gennaio 2011.

L’ala ultraconservatrice degli islamisti, quelli del partito al-Nour la luce, avevano d’altra parte sollecitato la Fratellanza a formare una coalizione di governo più vasta, più inclusiva nel suo primo governo, anche se magari solo tatticamente, per disinnescare l’insoddisfazione; per poi richiamare alle urne il popolo ancipatamente, in un momento migliore… E, alla fine al-Nour s’è schierato esso stesso con la presa di potere dei militari, fiancheggiando in televisione, sul palco da dove è stato proclamato il golpe, il gen. Al-Sisi.

Insieme a lui, e a fianco di al-Sisi, comparivano sul podio altri alti esponenti islamici— compreso il rettore dell’università di al-Ahzar e grande imam della moschea dello stesso nome che, per tradizione, è riconosciuto come autorità guida dell’islam sunnita… che poi, subito dopo il massacro del venerdì seguente, dell’8 luglio davanti alla caserma della Guardia repubblicana, ha chiesto ai militari di favorire la riconciliazione: cosa di cui non sembrano avere, però, alcuna intenzione.

Ma lì accanto a loro, con quella che a molti della sua gente è sembrata una scelta abbastanza azzardata, anche se del tutto silente, c’era pure il patriarca della Chiesa copta, papa Tawadros II, che così ora verrà sicuramente accusato di aver coperto i militari (The Economist, 12.7.2013, Egypt after the coup - It isn’t over yet L’Egitto dopo il golpe - Non è ancora finitahttp:// www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21581763-week-after-military-coup-overthrew-egypts-elected-islamist-president).

Pare che invece i salafiti di al-Nour abbiano voluto leggere il golpe come una parentesi da superare, nell’ottica solo di una parentesi, come direbbero i cattolici, dell’arrivo della parusia, della fine dei tempi prossima ventura— che trova un’analogia nella tradizione sci’ita, nella ricomparsa sulla terra del 12° Imam; ma non in quella sunnita, che chiama questa attesa messianica semplicemente speranza… magari, anzi probabilmente, una pura illusione.

Che, del resto, dura soltanto un giorno e mezzo… Infatti, si dichiarano subito contrari alla dissoluzione del parlamento per decreto del presidente nominato e all’arresto ordinato, a ogni buon conto a prescindere, del loro candidato alle scorse presidenziali che aveva concorso e perso con Morsi, il salafita Hazem Salah Abu Ismail. Confessione rapida, anzi immediata, di quanto si fossero drammaticamente sbagliati.

E in ogni caso, visto che l’esercito considera importante riuscire a tenere al-Nour divisa, se può e quanto a lungo può, dalla Fratellanza, anche se adesso hanno proclamato di non starci più, i salafiti esercitano un potere di veto effettivo e, pare, efficace opponendosi, proprio come la Fratellanza, alla nomina considerata – comprensibilmente, dal loro punto di vista – provocatoria tout court del portavoce ufficiale dell’opposizione “laica” e liberista, ElBaradei, ora diventata maggioranza che ha esplicitamene voluto il golpe a capo, fosse pure solo nominale, dell’esecutivo.

Quanto alle reazioni internazionali immediate:

Russi e cinesi reagiscono, separatamente, con estremo pragmatismo, in modo asetticamente analogo: prendono atto del cambio avvenuto al Cairo evitando di prendere posizioni di principio pro o contro il golpe.

L’America sostanzialmente fa lo stesso, aggiungendo la Casa Bianca, però, di aspettarsi un rapido “ripristino della normalità democratica”— insomma, che rifacciano presto le elezioni: come se questo di per sé servisse a salvare il vulnus di un golpe militare…e come se i militari avessero intenzioni o interesse di farle davvero libere elezioni; ma si scontra col problema che l’impressione lasciata dall’Ambasciatrice degli USA al Cairo ai milioni di militanti anti-Morsi che hanno appoggiato e gridato al golpe, è stata quella di voler appoggiare Morsi mentre a Fratelli mussulmani e salafiti nessuno toglie la convinzione che, dietro ai militari c’è, come sempre secondo loro, l’appoggio dei servizi segreti e delle FF.AA. americane— al solito, cioè, nimica a Dio e a li nimici suoi…; poi il primo segnale di inconsistente disapprovazione “diplomatica” da Washington – il rinvio di una consegna di aerei da caccia, appena quattro, alle FF.AA. egiziane – che arriva solo dopo più di tre settimane dal golpe… 

In America latina, dove molti governi cercano di non pronunciarsi troppo fuori del coro ci sono voci, dal Cile anzitutto, che ricordano però appropriatamente, rivolgendosi in modo mirato a chi, come Mohammed ElBaradei oggi in Egitto, dà la sua copertura di “democratico” ai militari dell’ex presidente democristiano Eduardo Frei che credette alla buona fede dei generali che, col golpe del 1973, prendendo il potere gli chiesero e ne ottennero “per qualche mese” l’appoggio per far superare al paese le divisioni del governo democratico ma “socialista” di Allende e finì per garantire al suo paese un potere totale e totalitario per anni e anni coi torturatori in uniforme e in borghese del generale Augusto Pinochet…

     Del resto c’è chi, a Washington, si permette – e speriamo che qualcuno, in qualche modo, magari anche spiacevole come quello che evocano loro, trovi il modo di farglielo pagare – ma forse, magari ci sfugge, verificheremo però, verificheremo anche su qualche “Giornale” o qualche “Libero” della stampa nostrana (sono capaci, sono capaci…) ne segue l’esempio, osa scrivere del “la fortuna che avranno gli egiziani se i loro nuovi governanti si riveleranno dello stampo del cileno Augusto Pinochet che prese il potere nel caos ma diede il governo a riformatori libero mercatisti e fece da balia alla transizione alla democrazia”.

     Insomma, per Wall Street e la gente che Wall Street rappresenta – è il Wall Street Journal che scrive così – non ci sono dubbi: 17 anni di dittatura militare di torture, migliaia di ragazzi e ragazze buttati nel’oceano Atlantico dagli elicotteri, sono stati una fortuna per il Cile… e loro augurano altrettanto all’Egitto! (Wall Street Journal, 5.7.2013, edit., After the coup in CairoDopo il golpe al Cairo              ▬ http://online.wsj.com/article/SB10001424127887324399404578583932317286550.html).

     In fondo, dopo il golpe del ’73 a Santiago – il suicidio-esempio di Allende che diede alla sua gente enorme conforto e coraggio, e quando già si sapeva di come i militari di Pinochet andavano reprimendo chi non ci stava – il più grande maître à penser del liberalismo europeo, Raymond Aron non scacazzò forse i suoi aulici princìpi liberali (la democrazia, la libertà di pensiero, ecc.) esprimendo la sua comprensione per l’ordine dittatoriale, in quanto sotto Allende, spiegò, stanno rimettendo in questione i fondamenti stessi del libero mercato…

     E adesso non va facendo lo stesso quel progressista fasullo e vero spergiuro del pensiero democratico che risponde al nome di Tony Blair, proprio sul golpe in Egitto “di cui bisogna sforzarsi di capire le ragioni(The Observer, 6.7.2013, T. Helm e M. Chulov, Egyptian army had no choice over move to topple Morsy, says Tony Blair L’esercito egiziano non aveva scelta e ha dovuto rovesciare Morsi, dice [cioè giustifica] Tony Blair http://www.guardian.co.uk/world/2013/jul/07/egypt-army-morsi-tony-blair) che poi pensa anche di spiegarsi direttamente, ma soprattutto per chiedere, se ce ne fosse bisogno e secondo lui è così,  un qualche “intervento”, non meglio specificato, occidentale anche in Egitto (The Observer, 6.7.2013, T. Blair, Democracy doesn’t on its own mean effective government La democrazia di per sé non garantisce un governo efficace [la scoperta dell’acqua calda, ovviamente!] ▬ http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jul/06/egypt-middle-east-tony-blair)...      

La Turchia condanna e duramente… ma si ha quasi l’impressione che, più preoccupato di quel che è avvenuto laggiù il suo governo sia di eventuali pruriti che dall’Egitto vengano a tentare certe sue irrequiete ma ormai come rassegnate gerarchie militari…;

In Siria, Assad si frega le mani: la presidenza di Morsi era dichiaratamente e palesemente schierata contro di lui, arrivando anche alla rottura ufficiale dei rapporti con l’altro più grande paese arabo del Mediterraneo e a fornire appoggio anche logistico, ma soprattutto apertamente politico ai ribelli, pur non riuscendo a capire mai bene chi fra di loro, fra i nazionalisti e gli islamisti duri  finiva poi per davvero appoggiare (il problema che con loro hanno tutti i sostenitori in occidente).

     E, in effetti, subito il nuovo ministro degli Esteri, Nabil Fahmy ha dichiarato l’intenzione del nuovo regime di migliorare le relazioni con Bashar al-Assad al quale non ha alcuna intenzione di fare o propiziare la guerra (Xinhua.net, 20.7.2013, Zhu Ningzhu, Egypt to enhance relations with Syria, urges political solution L’Egito rafforzerà i rapporti con la ,premerà per una soluzione politica ▬ http:// news.xinhuanet.com/english/africa/2013-07/20/c_132558545.htm). Morsi si ricorderà, aveva invece addirittura rotto, i rapporti ufficiali, diplomatici e politici, col regime di Assad;

      e, secondo chi scrive, forse, questa è la sola cosa buona che per il momento ci sembra emergere dall’ultimo sommovimento egiziano. Che ora, almeno a parole – ma, in cose come questa, le parole contano… – questi faranno ora il tifo per una soluzione politica in Siria.

      Non fosse altro perché sono diventati – e se non ora, quando? – davvero inaccettabili atteggiamenti politici che rifiutano in partenza di trattare con l’avversario ignorando il dato di fondo della tragedia siriana: che se trasferissimo numeri e fatti, solo per capirli meglio, alla dimensione italiana, è come se 17 milioni di bambini, donne e uomini avessero dovuto, in due anni, sfollare le loro case sotto le bombe, le mitraglie e le atrocità di governo e ribelli, lasciando sul terreno qualcosa  come forse 220-230.000 morti e più del doppio sicuramente feriti.

     E nessuno che cerchi davvero di spingere l’una e l’altra parte – ma soprattutto i ribelli che siccome stanno perdendo rifiutano di trattare e preferiscono continuare a perdere magari: tanto i loro capi mica campano sotto le bombe a Damasco e a Homs, ma su Bentley e Mercedes, cuscini di velluto e conti correnti d’oro stando a Jeddah, a Parigi, a Londra.

E Israele, pure, tutto sommato, forse si sente più garantita dai militari al potere al Cairo che da una dirigenza politica di stampo sia pur “moderato” ma pur sempre islamico.

L’Unione per l’unità africana isola il nuovo regime egiziano non considerando legittima la “transumanza disordinata” imposta con le armi e la rivolta di strada.    

In generale, le monarchie islamiche sono a favore del golpe anche se di Morsi in genere erano politicamente alleate; le democrazie islamiche, o comunque i regimi retti da governi civili più o meno nominali, come Sudan, Senegal, Indonesia e Malaisia sembrano ostili ai golpisti.

E quel che pensa l’Europa – che, come tale, del resto non è autorizzata a pensare e neanche, poi, c’è – tanto non conta (prova è vero a cercare di dirlo, la signora Catherine Ashton, che porta il titolo altisonante, e purtroppo anche largamente vuoto, di Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, in un testo, per una volta tanto, scritto – pare a chi legge – da qualcuno che l’Egitto un tantino forse un po’ lo conosce— ma è solo, letteralmente, un flatus vocis.

Anche perché parte scontando un’accettazione del rovesciamento del regime magari un po’ sgangherato ma democraticamente eletto di Morsi come un dato di fatto che proprio non è (New York Times, 23.7.2013, C. Ashton, The Challenge for Egypt La sfida per l’Egitto http://www.nytimes.com/2013/07/24/ opinion/global/ashton-the-challenge-for-egypt.html). E, certo, poi è un testo che arriva al solito con almeno due settimane di ritardo anche perché – non lo sappiamo ma lo sospettiamo – prima di essere diffuso deve essere stato concordato, limato, sfumato— da 28 cancellerie che vanno da Malta alla Finlandia passando adesso anche per la… Croazia.   

●Il 6 luglio emerge anche la proposta avanzata dal gruppo Jamaa al-Islamiya, che da qualche anno cerca di prendere le distanze dal suo passato estremista-terrorista (era l’anima del nucleo che ispirò e portò a termine, tra l’altro, l’assassinio di Sadat nel 1981 e il massacro dei turisti a Luxor nel 1997) affermando di essersi ricreduto e cercando di galleggiare ormai da tempo tra i gruppi islamici presenti nel paese senza connotazioni eversive, di risolvere in sostanza l’impasse con un… referendum sul golpe.

L’idea sarebbe quella di chiamare gli egiziani a dire a posteriori il loro sì o no al golpe, dando al  popolo il diritto a pronunciarsi con un referendum secco: sul ritorno del presidente dimissionato Morsi o, in alternativa, confermando invece l’agenda imposta da al-Sisi. Ma sembra un’impresa francamente impossibile: un suicidio, non solo politico, probabilmente, per i militari che vi accedessero; e, per il presidente rimosso, l’accettazione del principio che a rimuoverlo sarebbe legittimato, comunque, un plebiscito di fatto imposto dall’azione di forza de militari (Stratfor, 5.72013, Egypt: Islamist Group Proposes Referendum Gruppo estremista islamico propone un referendum [sul golpe!] ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/egypt-islamist-group-proposes-referendum).

●Hisham Ramez, il governatore della Banca centrale cui in un primo momento i generali avevano pensato come loro primo ministro ma che aveva saggiamente subito declinato (letteralmente: “io sono davvero e solo un tecnico di banca”: non fa proprio per me), per poi ripiegare sulla nomina di ElBaradei, anch’essa abortita però senza fortuna, è volato d’urgenza a Abu Dahbi, il 7 luglio, per chiedere agli sceicchi del Golfo l’aiuto finanziario di cui l’Egitto, chiunque sia al governo, e oggi quello dei generali che quelle monarchie sembrano, comunque, apprezzare anche se altrove apprezzano di più gli islamisti, ha urgentemente bisogno per pagare anche solo l’import di derrate essenziali per sfamare la gente e consentirne il trasporto sopravvivere (Stratfor, 7.7.2013, Egypt: Central Bank Head Flies to Abu DhabiIl capo della Banca centrale egiziana vola a Abu Dhabi http://www.stratfor.com/ situation-report/egypt-central-bank-head-flies-abu-dhabi).

Quanto allo stato dell’economia egiziana, dei meccanismi micro che la fanno funzionare, viene fatto notare che ora già il 9 luglio e miracolosamente, oppure chi sa per caso…, l’elettricità è tornata in rete normalmente nelle grandi città e le file d’attesa ai distributori di benzina un po’ in tutto il paese sono cessate: in meno di una settimana dalla cacciata di Morsi… E appare evidente che la cricca, la banda, il cartello di industriali e distributori di combustibili all’ingrosso e al dettaglio, ha boicottato deliberatamente i consumatori per aumentarne l’ostilità verso il governo “incapace”: sicuramente incapace di obbligarli a lavorare come dovevano.

E anche la polizia è tornata a pattugliare, come di norma, le strade non abbandonandole più ala plebaglia. (Agenzia NightWatchKGS, 10.7.2013, Gas lines and electricity stoppage have ended Le file per la benzina e la fornitura di elettricità si sono normalizzate http://www.kforcegov.com/services/IS/NightWatch/NightWatch_130001 54.aspx).

Appare ora chiaro ad alcune prime inchieste giornalistiche che la pletora di impiegati e burocrati dello Stato impiantati sotto il vecchio regime di Mubarak e non epurati dopo la sua cacciata si è data molto da fare. E subito cominciano a emergere nomi che adesso passano per patrioti ma solo ieri sarebbero stati bollati come traditori: il miliardario Naguib Sawiris, socio stretto del Berlusca nostrano, e ras delle telecomunicazioni (9° uomo più ricco d’Africa, con patrimonio personale sui 2,5 miliardi di $, al marzo 2013 secondo Forbes http://www.forbes.com/profile/naguib-sawiris), Tahani el-Gebali, ex giudichessa sempre ammanicata e potente che per Tamarrod ha detto al NYT di aver disegnato la strategia di avvicinamento, appoggio ed irretimento dei militari, Shawki al-Sayed, consigliere legale dell’ultimo premier di Mubarak, Ahmed Shafik  e concorrente sconfitto da Morsi alle presidenziali di un anno fa…

Il governo della Fratellanza, alla ricerca della riconciliazione a ogni costo ma soprattutto della neutralizzazione politica dei militari, li aveva lasciati tranquilli coi terminali della loro potenza intatti… Naturalmente, adesso, nessuno sulla questione apre nessuna inchiesta: se lo facesse, dopotutto, gli darebbero magari una medaglia. Ma altrettanto naturalmente, qui – altrove non è sempre andata così, ad esempio un po’ a nord-ovest, appena al di là del Mediterraneo, le unghie all’amico di Sawiris che sapete le hanno continuate a lasciar crescere senza mai neanche accorciargliele, come avrebbero dovuto e potuto – la lezione ormai l’hanno imparata…

… per la prossima volta: adesso Sawiris ha detto – orgogliosamente confessato, con comprensibile arrogante fierezza (ha buttato giù un governo, dopotutto, forse anche più e meglio dei militari) – che tutta l’infrastruttura logistica e informatica che ha costituito e messo in moto negli ultimi mesi il movimento Tamarrod, l’ha finanziata lui e messa lui a loro disposizione (New York Times, 10.7.2013, B. Hubbard e D. D. Kirkpatrick, Sudden Improvements in Egypt Suggest a Campaign to Undermine Morsi Miglioramenti subitanei in Egitto stanno lì ad indicare una campagna organizzata per indebolire Morsi http://www.nytimes.com/2013/07/11/ world/middleeast/improvements-in-egypt-suggest-a-campaign-that-undermined-morsi.html?pagewanted=all &_r=0).

Alla fine, sempre il 9 luglio, quanto ai problemi invece di ordine macroeconomico si apprende che, rispondendo all’appello del nuovo regime egiziano, Abu Dahbi mette a disposizione un prestito infruttifero per 1 miliardo di $, gli Emirati Arabi Uniti si sono impegnati a versare altri 3 miliardi – dice 1 cash e 2 come parte di un più vasto pacchetto di aiuti finanziari – e dall’Arabia saudita arriverebbe un’apertura di credito per altri 5 miliardi.

Viene ora fatto anche rilevare che il golpista egiziano al-Sisi ha speso due o tre anni della sua carriera come addetto militare d’Egitto in Arabia saudita e, secondo alcune voci, è in realtà un uomo dei sauditi. Si tratterà di un pacchetto di aiuti che potrebbe arrivare così agli 8 miliardi di $ (RT/RosTelecom/Mosca, 9.7.2013, Saudi Arabia and UAE to lend Egypt up to $8 billion Arabia Saudita e EAU prestano all’Egitto fino ad 8 miliardi di $ http://rt.com/news/uae-saudi-egypt-loan-849).

Ai quali, si apprende subito dopo, il 10 luglio, si aggiungerà anche l’impegno del Kuwait, altro emirato straricco del Golfo, a “donare” all’Egitto, se si comporta bene, come gli emiri desiderano, 4 miliardi di $ di aiuti, suddivisi tra 2 depositati presso la banca centrale del Cairo (non è, però, indicata alcuna scadenza precisa), 1 miliardo di prestito senza interessi e 1 in natura (petrolio) (Ahram.online, 10.7.2013, KUNA News Agency [agenzia ufficiale di notizie] Kuwait promises Egypt $4 billion in aid Il Kuwait promette all’Egitto 4 miliardi di $ di aiuti http://english.ahram.org.eg/NewsContentPrint/3/0/76217/ Business/0/Kuwait-promises-Egypt--billion-in-aid-State-news-a.aspx).

Salta subito agli occhi nel leggere questo elenco di Stati, sceiccati, emirati e satrapie come, di fatto, manchi soltanto il nome del Qatar: l’emirato che aveva invece appoggiato, anche se con reticenza ma apertamene, il governo dei Fratelli mussulmani…     

Certo, bisognerà, poi, vedere se, al contrario di quanto questi paesi hanno fatto ai tempi di Morsi, quando avevano preso impegni finanziari che non avevano poi onorato quasi per niente – eccezione parziale, appunto, il Qatar – adesso a questi nuovi impegni daranno seguito. Non c’è dubbio che sceicchi ed emiri sono molto più a loro agio con un regime diretto dai militari che con la Fratellanza mussulmana, in ogni caso sempre all’opposizione se non costretta alla clandestinità nei loro paesi. E poi bisogna vedere se anche un aiuto nell’ordine di 8-10 miliardi di $ sarebbe sufficiente a “sbloccare” l’economia dell’Egitto: perché per rimettersi in moto qualche po’ oltre a una robusta ma difficile ripresa del flusso turistico, il paese avrà poi bisogno di una cancellazione tout court di tutto il proprio debito…

Intanto, pare che effettivamente perfino il Kuwait stia cominciando a onorare da subito il suo impegno, ordinando – viene ora detto – di deviare 200 milioni di $ di greggio e di diesel (sulle 90-100.000 tonnellate), già in rotta verso l’Europa, nel canale di Suez. Anche una seconda petroliera che trasporta 1 milione e 100 mila tonnellate di greggio ha ricevuto l’ordine di scaricarlo ai terminali egiziani di Suez (Kuwait Times, 14.7.2013, Kuwait delivers free oil to Egypt – Gulf welcomes fall of Morsi Il Kuwait consegna [consegnerà… piuttosto] gratuitamente greggio petrolifero all’Egitto Il Golfo saluta [così] la caduta di Morsi http://news.kuwaittimes.net/kuwait-delivers-free-oil-to-egypt-gulf-welcomes-fall-of-morsi).

E si apprende anche che la Banca centrale egiziana ha ricevuto subito, il 21 giugno, un deposito a cinque anni senza interessi – infruttifero – di 2 miliardi di $ cash dall’Arabia saudita (Al-Ahram, 21.7.2013, Egypt receives Saudi $2 bn deposit L’Egitto riceve 2 miliardi di $ di deposito dal’Arabia sauditahttp:// english.ahram.org.eg/NewsContentPrint/3/0/77004/Business/0/Egypt-receives-Saudi--bn-deposit-.aspx).

●Il nuovo governo sta cercando di attrarre investimenti dall’estero per stimolare l’economia senza dover sopprimere i sussidi pubblici o instaurare misure di austerità che alimenterebbero proteste e sommosse sicuramente capaci di farlo traballare riprendo le porte alla rivolta dei Fratelli mussulmani contro i militari. Su questo obiettivo saranno, dunque, concentrati i miliardi di $ cash che stanno cominciando adesso a arrivare dai paesi del Golfo e che, per ora, hanno già portato le riserve egiziane a circa 20 miliardi di $ (nei giorni del governo Morsi erano appena a 12 miliardi di $), che consentono di finanziarsi circa tre mesi di importazioni.

Questo è un segno importante, rivelatore come pochi altri, dell’impegno e dell’interesse concreto che sceicchi  ed emiri portano al nuovo equilibrio di governo assicurato dalla dittatura militare in Egitto che ha abbattuto un governo islamico sì ma, anche e soprattutto, poi – come fa notare Hafez Ghanem, senior fellow dell’americano Brookings Institute di tendenza politicamente liberal – se  democraticamente eletti e anche solo per questo per loro già molto pericolosi, facevano quasi solo promesse come di regola hanno sempre fatto con tutti i tipi di governo non del tutto favoriti da loro, al contrario ad esempio di ribelli ultra-islamisti, al-Qaedisti, comunque jihadisti, di Siria (The Christian Science Monitor, 10.7.2013, J. Ravinsky, Saudi Arabia, UAE jump in to aid Egypt Arabia saudita e Emirati arabi si buttano ad aiutare l’Egitto [dei militari] ▬ http://www.csmonitor.com/World/Global-Issues/2013/0710/Friends-again-Saudi-Arabia-UAE-jump-in-to-aid-Egypt).

●Obama, da parte sua, ha disposto che nessuno nell’Amministrazione americana chiami il golpe un golpe: c’è una legge degli anni ’80 che lo obbligherebbe, se la Casa Bianca così lo definisse, a sospendere gli aiuti all’Egitto, soprattutto ogni aiuto militare, trovandosi così obbligato a rinunciare anche all’unico strumento che ancora gli resta, forse, per influire sulla politica del più grande paese arabo e mussulmano del Mediterraneo/Medioriente: fulcro e, al  contempo, chiave di volta  per cercare di raccordare se non di tenere insieme il Nord Africa, tutta l’Africa e l’Oriente medio e vicino e unica base araba indispensabile per una qualsiasi pace possibile, forse domani, degli israeliani con gli arabi.

Il 12 luglio – anticipata poche ore prima dal ministero degli Esteri tedesco – la portavoce del Dipartimento di Stato americano, a domanda proprio su come gli USA giudicano l’iniziativa tedesca ha chiesto con un molto secco “noi siamo d’accordo” e anche noi chiediamo alle autorità militari e politiche egiziane – dunque con un riconoscimento di fatto chiarissimo del nuovo potere – di rilasciare il deposto presidente Morsi.

Cioè, si chiede al potere egiziano allo stato dei fatti di mettere in pericolo se stesso— che sembra, effettivamente, un tantino incongruo (Dipartimento di Stato, press briefing, 12.7.2012, portavoce Jen Psaki, sulla situazione in Egitto ▬ http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2013/07/211891.htm). Buon ultima, alla richiesta di Germania e Italia, con Emma Bonino, anche l’Italia ha aggiunto il suo avviso: lo stesso e, a questo punto, forse non inutile no ma un po’ pleonastico…

●L’8 luglio mattina, intanto, l’esercito aveva sparato sulla folla dei manifestanti pro-Morsi, che protestano a piazza Rabiah, nella sede della moschea al-Adawiyah, nei pressi del quartier generale della Guardia repubblicana: ne falcia a mitraglia una cinquantina (il conto avallato dai militari, ma c’è chi arriva a contare oltre 70 morti (Al Jazeera, 8.7.2013, Reactions to Cairo shootings Reazioni alle fucilazioni del Cairo http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2013/07/20137884857657920.html)

Le reazioni al massacro sono subito largamente negative, anche da chi ha favorito e chiesto il golpe come i superislamisti di al-Nusr, ancora a cavallo tra l’appoggio al golpe del tanto peggio tanto meglio e un no sempre più fermo; come il liberal-laico ElBaradei che si sovviene, un po’ in ritardo, della contraddizione tra il suo giustificare e anzi invocare un colpo di Stato e lo status di Nobel della pace che ebbe nel 2005 per aver detto alto e forte, allora, che Bush sulle armi di distruzione di massa dell’Iraq aveva mentito.

E ora chiede, un po’ pateticamente, un’inchiesta “indipendente e, ah! ah!, trasparente”; come Ahmed el-Harawy, fondatore del partito al-Dustour e membro del Tamarrod, Fronte pro-golpe del 30 giugno che afferma, ovviamente, di  responsabilità anche dei Fratelli nell’essersi messi a dimostrare, ma assai meno ovviamente che la responsabilità fondamentale in una repressione come questa, all’ingrosso, risale alle truppe; i militari, in genere, spiegano tutto come fanno sempre e dovunque: qui, in Iraq, in Siria… i soldati sono stati attaccati da una banda di terroristi armati e si sono solo difesi...

Fallita la nomina come primo ministro dello stesso ElBaradei, appena accennata e subito ritirata per l’opposizione dichiarata e feroce degli islamici di ogni colore e sfumatura a quello che hanno visto per troppi mesi come il più vocale ed esposto fautore del golpe, il presidente ad interim Adly Mansour ha designato come primo ministro il social-democratico Hazem el-Beblawi, già per alcuni mesi ministro delle Finanze dopo la prima rivoluzione contro Mubarak: un economista di scuola convenzional-conservatrice che ha lavorato molto anche all’estero (Al Ahram, 9.7.2013, Liberal economist Hazem El-Beblawi appointed new Egyptian PM Hazem el-Beblawi, economista liberista, designato come primo ministro http://english.ahram.org.eg/NewsContentPrint/1/0/76108/Egypt/0/Liberal-economist-Hazem-ElBeblawi-appointed-new-Eg.aspx). Uomo forte del governo è, naturalmente, il vice premier e ministro della Difesa, ten. gen. Abdel Fattah al-Sisi, il golpista che ha rovesciato Morsi.

E per Mohamed ElBaradei, Mansour a questo punto ha ripiegato sul posto di vice presidente della Repubblica con l’incarico specifico di seguire gli Esteri, al di là delle specifiche competenze del titolare competente (nominato nella persona di un anonimo ambasciatore di carriera, già inviato a Washington, Nabil Fahmy). E ha anche nominato ministro delle Finanze, Ahmed Galal, altro economista liberista che viene dagli studi all’università di Boston.

●Poi, lo stesso movimento Tamarrod, che con la sua mobilitazione di massa ha fornito ai militari l’alibi della richiesta popolare di cui aveva bisogno per abbattere in nome della salvezza nazionale il regime di Morsi ha, il 9 luglio, fatto sapere di respingere il decreto con cui il nuovo presidente Mansour ha disegnato la sua agenda di transizione per il prossimo futuro in termini di calendario elettorale ecc., ecc., non gli va bene per niente. Ovviamente non va bene ai Fratelli mussulmani. E ancora una volta questo rifiuto generale sta a sottolineare come in questo paese nessuno, non solo Morsi, sembri in grado di far propria la cultura di negoziare, di consultare, di forgiare una decisione discutendo ma solo per decreto, salvo poi ritrovarsi di fronte a reazioni negative quasi universali alla fine.

D’altra parte, a noi sembra anche già certo che questo governo ad interim come, più in generale, questo assetto militar-diretto della nazione, al di là di ogni problema poi di legittimità e di sopportabilità politico-sociale, potrà durare solo se farà progressi rapidi e visibili, concreti, sul piano del risanamento economico. Sarebbe la fine rapida anche della fase di Adli Mansour se continuassero a prolungarsi scarsità e prezzi elevati per le derrate di base non sul mercato in generale ma sui mercati che contano per la gente comune: quelli rionali, diciamo, e dei villaggi.

Invece di concentrarsi su questo punto, però, e scontando forse con troppa approssimazione di poter contare comunque sull’apporto appunto scontato dei paesi del Golfo, proprio mentre perfino il Qatar chiedeva – sommessamente certo, però facendolo sapere – di  aspettare un solerte liberazione del presidente deposto dal golpe, il gen. Al-Sisi ordina al procuratore generale di metterlo sotto accusa per “tradimento” (The Telegraph/Londra, 26.7.2013, R. Sherlock, Magdy Samaan, Egypt: Mohammed Morsi accused of conspiring with Hamas In Egitto, Mohammed Morsi accusato di cospirazione con Hamas http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/egypt/10205552/Egypt-Mohammed-Morsi-accu s ed-of-conspiring-with-Hamas.html): perché, nel periodo in cui era ancora presidente Mubarak, lui per conto della Fratellanza aveva tenuto contatti – e passato informazioni, dice l’accusa – a… Hamas, l’organizzazione palestinese che governa Gaza.

Avrebbe cospirato per far attaccare – da Hamas? – stazioni  di polizia di obbedienza mubarakiana oltre due anni fa… Insomma, è colpevole di aver cercato di buttar giù Mubarak! Il generale fellone così è tornato tornato alla casella sotto zero, addirittura. Tornando alla restaurazione allo statoi puro…

Nella notte tra venerdì e sabato 27 luglio, in Egitto l’esercito ha abbattuto, sparando a raffica e a alzo zero per strada, da 120 a 150 dimostranti per Morsi – con molte salme poi allineate sotto le mura della moschea di Rabaa al-Adaweya al Cairo e, dopo l’accusa di “tradimento” elevata contro il legittimo presidente democraticamente eletto, ha nei fatti proclamato ormai ufficialmente la guerra civile (Haaretz/Tel Aviv, 27.7.2013, Rising death toll in Egypt amid clashes between pro and anti-Morsi protesters—  Crescita del numero dei morti in Egitto, negli scontri fra dimostranti filo e anti Morsi [o, in realtà, più tra dimostranti filo Morsi e truppe] ▬ http://www.haaretz.com/news/middle-east/1.538186). Gli Ikhwan— i Fratelli, che nacquero qui per diffondersi poi in tutto il Medioriente come partito e ideologia alternativa ai governi degli emiri e dei militari, nacquero qui nel 1928 e qui ora stanno tentando di eliminarli. Per ora garantendo, però, solo l’espandersi a macchia d’olio della guerra civile.

Poi, il 30 luglio, i militari, bontà loro, “consentono” all’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Esteri, Catherine Ashton, su sua insistente richiesta di incontrare per la prima volta nel luogo dove è detenuto (che non ha potuto o voluto identificare) il presidente che hanno deposto, Mohamed Morsi. Riferisce, Ashton, che “sta bene”, fisicamente, e che “hanno parlato di Egitto”— e sarebbe stato certo più curioso, però, se si fossero mesi a parlare di… Nuova Zelanda. Può vedere la Tv e ha accesso, dice, ai giornali…

Lei, a nome dell’Europa ma certo pateticamente, ha chiesto ai militari di garantire “una rapida transizione verso un regime costituzionale, la tenuta di elezioni libere e trasparenti e la formazione di un governo civile che includa tutte le forze politiche della società egiziana”, inclusa la Fratellanza mussulmana… e lo ha chiesto al gen. al-Sisi.

Richiesta curiosa: visto che non si può fare finta che non ci sia stato un golpe militare e che sulle strade i militari non abbiano seminato centinaia di morti ammazzati… annullando, comunque, tutta una serie di voti che il mondo ha riconosciuto come, ogni caso, largamente liberi e democratici (New York Times, 30.7.2013, Kareem Fahim e R. Gladstone, European Union Official Says Ousted Egyptian Leader “Is Well” Esponente dell’Unione europea afferma che il leader egiziano rimosso “sta bene” [insomma, a lei non è parso cvhe lo abbiano malmenato, né torturato, né che lo abbiano rimbambito…] http://www.nytimes.com/2013/07/31/world/mid dleeast/egypt.html?r=0).

Ashton si è vista anche – se è vero quanto riporta il più autorevole quotidiano del Cairo, sulla scorta di notizia che escono dalla Fratellanza e dai suoi alleati (Al Ahram, 31.7.2013, Morsi rejects Ashton “safe exit” offer Morsi respinge l’offerta di “uscita sicura” dall’Egitto che gli ha avanzato Ashton ▬ http://english.ahram.org.eg/ NewsContent/1/64/77849/Egypt/Politics-/AlGamaa-AlIslamiya-says-Morsi-to-reject-Ashton-saf.aspx). Chi capisse anche solo un po’ di politica, di Egitto, di mondo arabo, le avrebbe potuto evitare, consigliandole di risparmiarsela, una simile sesquipedale gaffe.

Perché ovviamente si è vista rifiutare da Morsi l’offerta che gli ha incautamente e, diciamo la verità, stupidamente avanzato e che comunque, al minimo, avrebbe dovuto ella stessa  fieramente smentire di aver fatto specie se, come si lascia dire, è stata presentata come “offerta di ‘riconciliazione’ nazionale da ottenere con la sua “rinuncia” con l’accettazione in cambio di una sua personale “uscita sicura” dal paese…  

Quanto alla Libia, continua l’altalena in corso qui da sempre, dopo Gheddafi, della formazione complicatissima in atto, colma di resistenze, di una qualche unità nazionale che, però, storicamente, esisteva solo da un  secolo e sempre tenuta insieme prima dalla dominazione, la forca e la frusta delle occupazioni coloniali, italiana e britannica e, poi, con la personalissima e singolare dittatura autocratica e personale del colonnello Gheddafi.

Il fatto è che oggi il nuovo processo costituzionale che sta faticando tra mille spaccature a avanzare tenendo insieme Tripolitania, Cirenaica e Fezzan ormai a ben diciannove mesi dal linciaggio di Moammar Gheddafi e che va aggravando l’ingovernabilità dell’insieme del paese approfondendone disgregazioni etniche, tribali e storiche.

Ora, il 20 luglio, l’élite politica tutta del paese si riunisce nella città portuale di Beida, in Cirenaica, per celebrare solennemente la legge che definisce modi e metodi di elezione della Commissione costituzionale che, alla fine, poi deciderà chi scriverà la futura costituzione. Francia, America, Italia, Inghilterra – forse sbagliando tutto – vedono l’operazione come segnale positivo nel percorso di transizione…

Si tratta di creare dal niente una codificazione legale e giuridica accettabile ed accettata tra i diversi gruppi armati del paese e il governo centrale, per determinare chi e come si suddividerà la rendita petrolifera, – e addirittura se ci si porrà il problema, o bisognerà risolverlo di volta in volta in base solo agli scontri sul campo – come verranno salvaguardati i diritti dei tanti e vari gruppi di minoranza.

E, poi, ci sono le microdivisioni tribali e quelle macroetniche  e geografiche (est, ovest,  berberi...., Tripoli, Misurata e Bengasi). Che, tutte e tutti, spingeranno per maggiori autonomie a proprio favore e alla fine, se riusciranno a non far scoppiare su scala totale una nuova vera guerra civile, una soluzione federalista ma forse di vera e propria scomposizione della Libia.

Insomma, il timore reale è che l’esercizio in atto o che, adesso, si inaugura potrebbe più facilmente dare una mano a destabilizzare ancora di più gli equilibri delicati e sempre fluidi e sempre indefiniti che si sono aperti con la cacciata di Gheddafi tra le varie componenti del paese. Anzitutto: uno? o due? o magari tre? (Stratfor, Global Intelligence, 23.7.2013, Libya's Constitutional Process Threatens the Country's Stability Il processo costituzionale minaccia la stabilità stessa del paese http://www.stratfor.com/analysis/libyas-constitutional-process-threatens-countrys-stability).

E, alla fine, in Libia, a fine mese, nuovi scontri, aggressioni assassine e grandi disordini tra militanti sempre della Fratellanza mussulmana del paese e estremisti e radicali liberal-libertari tutti confusi e dediti a scannarsi a vicenda.

Anche in Tunisia, la Fratellanza e la sua ala politica al governo, il partito Ennhada sono sotto attacco congiunto di ogni opposizione, con assalti armati e incendi delle sue sedi, dopo l’assassinio di un dirigente della sinistra laica di cui è stata accusata. Pure, la Tunisia è il paese dove la Fratellanza s’è mostrata molto più duttile nella gestione del potere conquistato alle urne, con significative aperture politiche e la formazione di una coalizione di governo realmente aperta e cooperativa. Ma è importante, soprattutto per gli Ikhwan, accorgersi e riflettere sul fatto che, in ogni caso, implacabile resta nei loro confronti l’ostilità delle minoranze numeriche…

Dovunque, il problema è che in tutti questi paesi, chi perde non accetta di aver perso e, però, chi vince ha una concezione in genere onnivora della vittoria e, comunque non è spesso, sempre forse, in grado di contenere le forze avversarie in modo da riuscire poi a governare con efficacia. E il problema vero che tutte hanno in comune è che le forze avversarie sono sempre più vicine di loro al nocciolo duro del potere reale, là dove sono i soldi e le armi.

Alla fine, un po’ come, mutatis mutandis, le molte che fanno la differenza ovviamente, succede come in Italia al partito democratico di Bersani e soci. Che vincono ma non riescono, poi mai, proprio a vincere. E in forma certo più drammatica di quanto succede al PD, specie in Egitto ormai la domanda si pone impietosa alla Fratellanza e ai suoi vertici: ma come abbiamo potuto lasciare che questo capitasse a noi?

Sale, sul governo islamico “moderato” la pressione generale, politica, nel paese dopo che la vecchia e anche gloriosa UGTT, l’Union Générale de Travailleurs Tunisiens, che ha oltre mezzo milioni di iscritti effettivi. Nel tentativo anche di allentare un po’ questa pressione, il ministro degli Interni Lofti Ben Jeddou, formalmente un tecnico “indipendente”, annuncia che lui (per quello che conta, però…) è prontissimo a dimettersi anche perché, al di là della già esistente relativa apertura del governo di Ennhadaormai bisogna formare per far uscire la Tunisia dal cul de sac in cui s’ è andata a chiudere, serve un vero governo di salvezza o di unità nazionale(Agenzia Reuters, 30.7.2013, E. Solomon, Tunisia Interior Minister Says Ready to Resign Il ministro degli Interni tunisino è pronto a dimettersi http://news.yahoo.com/tunisia-interior-minister-says-ready-resign-102423517.html).

Il primo ministro Ali Larayedh, che sembra quasi davvero alle corde dopo il nuovo assassinio dell’oppositore laico e di sinistra Mohamed Brahmi che quella parte imputa, comunque, si direbbe “oggettivamente”, al governo, propone – adesso, come via d’uscita da un’impasse comunque pericolosa – elezioni generali politiche nuove per il 17 dicembre.

Rifiutando, però, di dimettersi afferma perché non si possono ripudiare le elezioni che ci sono state e che tutti hanno, allora, riconosciuto essere democratiche né accettare la dissoluzione dell’Assemblea costituente anch’essa scelta liberamente dagli elettori  che, in oltre un anno però, non è riuscita a produrre neanche una bozza di prima bozza della Costituzione… Una specie di appello, il suo, che appare quasi disperato (ANSA, 29.7.2013, Tunisia: il premier non si dimette: ma...▬ http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2013/07/29/Tunisia-premier-Larayedh-si-dimette_9092696.html ).

In Siria, dopo l’ennesimo no dei ribelli  accertato dalla loro dichiarata posizione di debolezza sul campo che non li titola ad alzare credibilmente la voce al tavolo del negoziato col quale pare bloccarsi definitivamente la conferenza a Ginevra, il gruppo che autoproclama la sua massima rappresentatività anche a nome dell’opposizione armata, la Coalizione nazionale – neanche i veri combattenti sul campo, cioè, ma chi  potrebbe e non essendo mai stato delegato a farlo, però, non può rappresentarli – ma rappresenta, quando e se può, la variegata combutta dei ribelli “politici” che, da Londra, Parigi e Istanbul, lottano soprattutto per accaparrarsi i finanziamenti stranieri e pretenderebbero di parlare a nome loro, si riunisce a  Istanbul il 6 luglio.

Ed elegge a suo presidente, di fatto al massimo a suo temporaneo portavoce, Ahmad Asi al-Jarba, sceicco di una tribù del nord est siriano della provincia di Hakaba, uomo d’affari con interessi non piccoli nei paesi del Golfo e notoriamente uomo dei sauditi, vicino al fondamentalismo wahabita continuamente in gara con quello al-Qaedista per chi è più estremista. Jarba, a scrutinio segreto (dopo tutto questo è il gruppo appoggiato, finanziato e anche armato dalle democrazie occidentali, no?) prevale con 55 voti su 114 (neanche la maggioranza) su Mustafa Sabbagh, favorito invece dal Qatar, l’altro grande elemosiniere della Coalizione.

In definitiva, e ancora una volta, mentre l’opposizione siriana, militare e politica, continua a frammentarsi in mille schegge lungo le sue faglie di divisione settaria, proliferano gruppi tutti in gara tra loro per accaparrarsi sponsors e appoggi e influenza politica. In attesa, tutti, che cada Godot— quell’Assad che non ha alcuna intenzione di accontentarli, però (1) Al Jazeera.blog, 6.7.2013, Al-Jarba chosen as nominal leader— Scelto al-Jarba come [l’ennesimo: quarto, quinto in pochi mesi] leader nominale http://blogs.aljazeera.com/ liveblog/topic/syria-153; 2) New York Times, 6.7.2013, A. Barnard, Trying  to End Rift, Syria’s Opposition in Exile Elects President Cercando di mettere fine alle loro divisioni, l’opposizione in esilio si elegge un presidente ▬ http://www.nytimes.com/2013/07/07/world/middleeast/trying-to-end-rifts-syria-opposition-in-exile-elect s-president.html?_r=0).

Subito il giorno dopo, tanto per chiarire lo stato di caos totale di questa stranissima Coalizione siriana, il primo ministro in carica da alcuni mesi della Coalizione stessa, Ghassan Hitto, un cittadino americano di origine siriana che faceva il dirigente d’impresa a Silicon Valley si dimette per protesta visto che  è, sì, americano prestato ora alla rivoluzione anti-Assad ma è anche molto vicino agli islamisti estremisti: e, notoriamente, più alla Fratellanza mussulmana siriana e agli al-Qaedisti che ai wahabiti. Ma in secondo luogo anche, certo, perché dopo quattro mesi di tentativi di formare il governo provvisorio in esilio, non c’è neanche lontanamente riuscito. Insomma, in realtà, uno peggio dell’altro (New York Times, 8.7.2013, Hania Mourtada e A. Barnard, Another Leader Quits Post in Syrian Exile Group Un altro dei leaders se ne va dalla Coalizione siriana in esilio http://www.nytimes.com/2013/07/09/ world/middleeast/syria.html?ref=global-home&_r=0).

Sul campo si segnalano a inizio luglio ancora feroci e cruenti scontri tra ribelli e ribelli, specie tra questi della cosiddetta Coalizione siriana, gli al-Qaedisti e, adesso, anche alcune decine di talebani pakistani arrivati – ha dichiarato Mohammad Amin, esponente noto dei talebani pakistani e “coordinatore della base di operazioni siriana” su decisione ormai presa da mesi e ora resa effettiva. Si tratta per lo più, specifica, di “ex combattenti in Afganistan di origine mediorientale già da tempo attivi nel monitorare la jihad in Siria”.

Questa cellula di militanti è agli ordini di Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP) l’organizzazione-ombrello dei gruppi tribali islamisti pashtun pakistani. Dice Amin alla stampa che “abbiamo dozzine di martiri potenziali e centinaia di combattenti duri pronti a entrare in battaglia anche se al momento i fratelli ci dicono che di loro non hanno bisogno”.

Il know-how specifico e particolarmente letale che questi nuovi arrivati sembrano aver apportato alla guerra civile siriana è stata l’impennata nell’utilizzo efficace e terribile di ordigni ad alto esplosivo già largamente sperimentati senza discriminare tra nemici e civili innocenti in Pakistan, nello Yemen, in Afganistan, in Iraq. I talebani pakistani, tra i jihadisti del mondo sono anche i più noti per la propensione a affittarsi, sempre nell’ambito della galassia islamica estremista, proprio e anche come strumento di auto-finanziamento.

Un elemento significativo da valutare come influente e pesante nella rivalità (già molti morti a segnarla) tra i ribelli arabi e questi di matrice pashtun sul terreno, al di là anche perfino della lotta al nemico comune, il regime di Assad, è anche il rifiuto quasi razzista che, da parte araba, si nutre in genere verso gli asiatici, specie quelli, come i pakistani, di carnagione più scura (Khaama Press/il più  diffuso quotidiano afgano online sia in pasthtun che in versione-inglese, 13.7.2013, Ghanizada, Taliban setup base in Syria to assess needs of Jihad I talebani costituiscono una base in Siria per vagliare i bisogni della Jihadhttp://www. khaama.com/taliban-setup-base-in-syria-to-assess-needs-of-jihad-1653).

Dopo diversi scontri e diversi morti sul terreno già registrati tra jihadisti estremisti importati dall’estero e estremisti ribelli ma autoctoni, siriani, il più eclatante quello nel corso del quale venne ucciso un noto comandante dei ribelli locali, lo scontro tra formazioni dell’Esercito libero siriano e di un gruppo legato a al-Qaeda e da tempo presente che, arrivato dal Sud col nome di Stato Islamico nell’Iraq e nel Levante e comandato da Abu Bakr al-Baghdadi, ha fatto un grosso salto di qualità in una vera e propria battaglia per il controllo del distretto Butan a-Qasr nella città di Aleppo che poi è stato abbandonato alle truppe regolati siriane. La tensione cresce e, adesso, l’arrivo dei talebani pakistani complica ancora di più il quadro (Stratfor, 14.7.2013, Syria: Rebels, Jihadists Clash In Aleppo Siria: ribelli e jihadisti si scontrano ad Aleppo http://www.stratfor.com/situation-report/syria-rebels-jihadists-clash-aleppo).

Però, proprio a fine luglio, dopo la sua prima visita a Washington e un incontro col segretario di Stato John Kerry, il nuovo presidente – per quello che conta e per quanto poi dura: e bisognerà vederlo con attenzione – della Coalizione nazionale, Ahmad Asi al-Jarba, dice in un’intervista a New York che una delegazione dell’opposizione siriana potrebbe alla fine, sotto pressione, anche andare alla conferenza di pace di Ginevra sempre che sia prefissata una scadenza – sui sei mesi, non molto di più – per verificarne gli esiti.

E su questa base, coi russi oltre agli americani a favore – ma che premono per la partecipazione come dei sauditi ad esempio, anche degli iraniani – la conferenza potrebbe anche tenersi in un qualche futuro magari anche non troppo lontano… (New York Times, 28.7.2013, M. R. Gordon, Syrian Opposition Leader Says He Would Meet Assad Officials Leader dell’opposizione siriana dice che incontrerebbe esponenti del regime di Assad http://www.nytimes.com/2013/07/29/world/middleeast/syrian-opposition-leader-says-he-would-meet-assad-officials. html?_r=1&)... Se sono rose o gramigna bisognerà vedere quando fioriranno…

Scrive ora, “for the record”— per la cronaca, un’Agenzia, come diremmo noi, ammanicatissima con il Pentagono (Nightwatch, 18.7.2013, Pentagon: Government winning civil war Il Pentagono: il governo sta vincendo la guerra civile http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_13000160.aspx) che, “testimoniando di fronte al Congresso americano, due alti ufficiali delle Forze armate statunitensi – peraltro non identificati – sono in grado di affermare con conoscenza di causa che le forze del governo siriano stanno vincendo la guerra civile. Dopo di che un portavoce stampa del dipartimento di Stato si è affrettato ad assicurare che comunqueil governo di Damasco non governerà mai più tutta la Siria”. Ma, a conclusione della notizia/commento riportata, l’Agenzia in questione conclude che  sfortunatamente, la persona in questione conosce poco del Medioriente e ancor meno della Siria”. Tanto per chiarire, no?

Si viene poi anche a sapere che il Pentagono, in una lettera non più classificata consegnata al presidente della Commissione Servizi Armati del Senato Carl Levin a firma del presidente dei capi di stato maggiore delle Forze armate, gen. Martin E. Dempsey, confermando le conclusioni ormai anche secondo loro a favore di Assad, fino a quel momento esposte verbalmente, ha elencato e spiegato in dettaglio le opzioni militari che gli USA avrebbero, inserendosi più direttamente nella guerra civile in atto in Siria, concludendo che una campagna militare volta a rovesciare le sorti dello scontro a danno del presidente Assad e a pro dell’opposizione, una volta sempre che si riuscisse a decidere a favore di quale opposizione davvero, poi, tra le tante che fra di loro si scannano tutte dedite, poi, a scannare il governo.

Si tratterebbe in ogni caso di un impegno di portata notevole, di difficile portata per le finanze americane: costerebbe centinaia e forse migliaia di miliardi di miliardi di $, e “vite americane” a migliaia, senza neanche riuscire a distinguere spesso sul campo chi fosse il nemico a sparar loro addosso, non avrebbe alcuna garanzia di successo. E potrebbe, conclude il Pentagono, rovesciarsi alla fine contro gli Stati Uniti d’America stessi. Se una cosa negli ultimi decenni abbiamo dovuto imparare a nostre spese, allude pesante ma lucido il generale, “è la necessità di anticipare e prepararci alle conseguenze impreviste delle nostre azioni”.

E queste sarebbero solo le opzioni meno impegnative, limitate a addestrare i ribelli siriani (ma quali?), a condurre raids aerei contro le forze governative e le città da esse controllate (la grande maggioranza) e a imporre uno no-fly zone sulla Siria alle forze aeree siriane che equivarrebbe a una dichiarazione di guerra di fatto a forze armate di ben altra efficienza e portata di quelle che aveva Gheddafi. Senza neanche arrivare a un intervento come si dice, di terra e, dunque, all’ingaggio di vere e proprie battaglie campali nelle quali, però, le truppe americane potrebbero trovarsi inevitabilmente coinvolte.

Nella testimonianza resa oralmente al Senato, alla domanda di un fautore dell’intervento come il senatore repubblicano del Sud Carolina, Lindsey Graham, “se non cambia niente, se noi non ci decidiamo a intervenire, Assad tra un anno resterebbe ancora al potere?”, il generale  rispose che sì, che era “molto probabile”. Aggiungendo seccamente poi che sarebbe successo lo stesso, secondo lui, anche se l’America interveniva…

Ci sarebbe da riflettere – pare a noi – al solito sulla presunzione di diritto in base a cui, qui in America, danno per scontato che loro, se vogliono, possono… dovunque e comunque, nel mondo. Ma tant’è,  non si rassegneranno finché non ci sbatteranno il muso catastroficamente: speriamo solo che non sia troppo e non sia poi catastroficamente per tutti.

     (1. New York Times, 22.7.2013, M. Landler e T. Shanker, Pentagon Lays Out Options for U.S. Military Intervention in Syria Il Pentagono espone le opzioni militari di fronte agli USA per un intervento militare in Siriahttp://www. nytimes.com/2013/07/23/world/middleeast/pentagon-outlining-options-to-congress-suggests-syria-campaign-would-be-costly.html?pagewanted=all&_r=0); 2. Defense News, 22.7.2013, P. McLeary, Dempsey Lays Out Various US Military Options in Syria Dempsey delinea diverse opzioni per la Siria http://www.defensenews.com/article/20130 722/DEFREG02/307220026/Dempsey-Lays-Out-Various-US-Military-Options-Syria; 3. per il testo completo della lettera del gen. Dempsey al sen. Levin, 19.7.2013 ▬ http://www.levin.senate.gov/newsroom/press/release/gen-demp sey-responds-to-levins-request-for-assessment-of-options-for-use-of-us-military-force-in-syria;

 

 

 

 

 

 

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Il 5 luglio – si viene a sapere solo una settimana dopo – nei pressi di Latakia, il principale porto siriano, l’aviazione israeliana aveva condotto un attacco contro missili cruise russi antinave di tipo Yakhont trasferiti alle Forze armate siriane. La fonte della notizia non è siriana, né israeliana, però. E’ americana e del tutto ufficiosa. Ma, sicuramente, vera. Israele ha preso la posizione ufficiale di non prendere posizione nella guerra civile siriana, ma semplicemente agisce – bombarda, fa esplodere – ogni forza che, al solito, anche solo potenzialmente e fregandosene di ogni legittimità internazionale possa magari domani costituire un qualche rischio non per Tel Aviv ma per il suo preteso e comunque reclamato diritto a intromettersi (eufemismo) sull’altrui territorio.

Si tratta del quarto attacco, quest’anno, al territorio siriano da parte di Israele, cui Damasco finora ha deciso – per sua debolezza ovviamente e perciò con realismo, una volta tanto, e saggezza – di non reagire, neanche verbalmente. Finora. E’ un calcolo saggio anche se obbligato e che, però, per Israele stessa è rischioso: perché se al dunque la botta finale a Damasco venisse da Israele, o si ricompatta la Siria contro il nemico di sempre, o si trasferisce il potere dalle mani di Assad a quelle – per Israele sicuramente peggiori: lo dicono loro stessi – di al-Qaeda (New York Times, 13.7.2013, M. R. Gordon, Israel Airstrike Targeted Advanced Missiles That Russia Sold to Syria, U.S. Says L’attacco aereo di Israele ha colpito missili avanzati venduti alla Siria dalla Russia http://www.nytimes.com/2013/07/14/world/middleeast/israel-airstrike-targeted-advanced-missiles-that-russia-sold-to-syria-us-says.html?_r=0).

Insomma, come spesso capita allo Stato d’Israele, le sue vittorie tattiche tendono a trasformarsi, in sconfitte strategiche. Interessante è anche notare come il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu si affretti a smentire, il 15 luglio, che agli aerei con la stella di David sia stato concesso l’uso di una base aerea o dello spazio aereo turco per attaccare la zona di Latakia il 5 luglio e eliminare, o cercare di eliminare, un carico di missili Yakhont consegnati dai russi ai siriani.

La Turchia sostiene, anche molto aggressivamente, i ribelli siriani contro il regime di Bashar al-Assad, ma non rischierà alcun intervento diretto – se poi mai, poi, lo farà – se non quando e se fossero gli Stati Uniti a decidere di fare il loro: allora, probabilmente ne potrebbe anche affiancare un intervento diretto. Che resta però – direttamente – sempre improbabile (Today’s Zaman/Istanbul, 15.7.2013, Turkey denies Israel used Turkish base to target Syria La Turchia nega che Israele abbia usato una sua base per colpire la Siria http://www.todayszaman.com/news-320885-turkey-denies-israel-used-turkish-base-to-target-syria.html).

D’altra parte per Istanbul la questione siriana si fa sempre più delicata per i propri equilibri interni, sempre complessi e precari tra le varie etnie. Adesso Saleh Muslim, leader del Partito d’unione democratica – il più largo e organizzato dei curdi di Siria – arriva il 25 luglio abbastanza a sorpresa a Istanbul per un incontro di due giorni con esponenti del governo turco.

Il partito aveva annunciato di voler proclamare l’autonomia dal governo siriano per la regione densamente curda della Siria del nord-est, ma non l’ha ancora fatto; e di organizzare a seguire un vero e pro proprio referendum “costituzionale” sulla decisione. Ma, e insieme, ha aperto un fronte di guerra vera e propria contro diversi formazioni ribelli siriane, quelle più direttamente collegate alle monomania fondamentalista di al-Qaeda.

I curdi e il Kurdistan: a cavallo di cinque paesi…  (mappa)

Il governo turco di Recep Tayyip Erdoğan è chiaramente assai preoccupato perché non è in grado, specie dopo  le recenti turbolenze di piazza, ad opporsi con la forza come vorrebbe ai movimenti separatisti dei curdi in atto un po’ in tuta la regione: Siria, anzitutto, vista anche la situazione caotica imposta dalla guerra civile, ma anche Iraq e soprattutto in Turchia dove arranca l’assetto globale di una pace comprensiva coi militanti curdi del PKK curdo d Turchia (Hürryett/Istanbul, 25.7.2013, PYD leader in Istanbul for talks Il leader del PYD a Istanbul per colloquihttp://www.hurriyetdailynews. com/pyd-leader-arrives-in-turkey-for-two-day-talks-report.aspx?pageID=517&nID=51439&NewsCatID=338).     

In un nuovo, ma in realtà nuovo per niente, sviluppo nel travagliato e pluriennale percorso almeno retorico di ricerca se non proprio della pace almeno di un negoziato tra Israele e Palestina, la Lega araba in un vertice tenuto a Amman ha dichiarato solennemente che le idee avanzate alle parti dal segretario di Stato americano John Kerry costituiscono una “buona base” per rilanciare i colloqui. Scrive il NYT che la dichiarazione si traduce in “una buona spinta in avanti per g li sforzi diplomatici del segretario di Stato”.

Ma per poterlo dire deve ignorare o quasi che Israele, come al solito, ovviamente, non è d’accordo. Per questo, della notizia i media americani – al solito sempre sul tema omertosi in ossequio alla lobby – sottolineano la prima parte anche se poi sono costretti, nel testo non nei titoli, a dar conto anche della seconda (New York Times, 17.7.2013, M.R. Gordon e J. Rudoren, Arab League Endorses Kerry’s Plan for Resuming Peace Talks La Lega araba sottoscrive il piano Kerry per la ripresa dei colloqui di pacehttp://www.nytimes. com/2013/07/19/world/middleeast/palestinians-call-kerrys-formula-for-talks-insufficient.html?partner=rss&emc =rss).              

Poi in ritardo, dopo il no israeliano arriva anche quello palestinese: insomma, il solito buco nell’acqua perché, al solito appunto, carente della capacità di scegliere e, poi, su quella base, di fare una proposta equa perché forte e forte perché equa davvero mettendoci dietro tutta la pressione necessaria su un nodo come questo a farla passare. La a differenza, in fondo, è tutta fra l’ “inaccettabile” di Netanyahu e l’ “insufficiente” di Abu Mazen.

Anche i palestinesi, infatti, hanno le loro forti riserve: il piano Kerry è “insufficiente”, spieganocome qualsiasi proposta che pretenda di tornare al negoziato “senza che ci sia il congelamento immediato di nuove colonie/insediamenti e senza un riferimento chiaro al fatto che il negoziato dovrà basarsi sul rispetto dei confini del 1967 (New York Times, 18.7.2013, Khaled Abu Aker e J. Rudoren, Palestinians Calls Kerry’s Formula for Talks Insufficient I palestinesi chiamano insufficiente la formula di Kerry per il negoziato http://www.nytimes.com/2013/07/19/world/middleeast/palestinians-call-kerrys-formula-for-talks-insufficient.html?partner=rss&emc=rss).

Poi, alla fine, nel silenzio assordante delle parti più interessate, da Washington, ma come un po’ sottotono, arriva la notizia che Kerry ha loro strappato un sì di massima a una qualche ripresa del negoziato. Se non arriva un miracolo – dopotutto, di Terra Santa si tratta… – si risolverà tutto in una buffonata, per lisciare le penne un attimo agli americani: faranno le mosse iniziali e poi qualcuno manderà il tavolo all’aria: perché Tel Aviv, sui confini del ’67, compresa Gerusalemmr non torna e Ramallah, a qualcosa di diverso, non ci potrà stare.

E la Lega araba stessa, visto che la “buona base” di Kerry, al dunque, questo non lo prevede, sarà ancora portata a ri-pronunciare il suo no… In definitiva: prima di andare un pochino meglio le cose dovranno davvero andare molto peggio… per ora tutto quello che è davvero successo è che (come riassume l’Unità, 20.7.2013, Usa, l’annuncio di Kerry:Sì palestinese a ripresa negoziato http://www.unita.it/ mon do/usa-l-annuncio-di-kerry-br-si-palestinese-a-ripresa-negoziato-1.511946): “Il segretario di Stato Usa è riuscito a strappare l’assenso di Abu Mazen alla ripresa delle trattative con Israele. L'Olp: basta colonie”.

Alla fine, però, il “basta colonie” non è più una condizione per negoziare, ma un auspicio, un obiettivo del negoziato (per questo Hamas resta contro l’incontro, oltre che perché, con qualche ragione, degli USA come mediatori proprio non ha ragioni di fidarsi; Kerry ringrazia tutti, anche chi non se lo merita proprio, e si incontrano, a fine mese, a Washington per riprendere a cominciare a discutere gli inviati delle parti: l’ex ministra degli Esteri d Israele, Tzipi Livni, nella coalizione ora sotto Netanyahu ministra della Giustizia e incaricata – ma senza alcun reale potere decisionale - del negoziato, e per i palestinesi Saeb Erekat, il loro capo negoziatore da molti anni, troppi forse (US Department of State, 19.7.2013, Amman, Dichiarazione del segretario di Stato John Kerry ▬ http:// www.state.gov/ secretary/remarks/2013/07/212213.htm).

E dietro poi c’è anche un impegno d’onore, personale, di Kerry a rinsanguare con qualche aiuto finanziario immediato dell’Amministrazione americana le casse esauste dell’ANP. Lo rivela candidamente (ingenuamente? o, forse,volutamente?) Ahmad Abbas, direttore della pianificazione dell’Autorità palestinese al NYT, probabilmente per così dire a futura memoria visto che l’impegno è stato appunto solo sulla parola: “finanziariamente, adesso, possiamo risolvere i nostri problemi”, ha spiegato, perché il fatto è che “dobbiamo scegliere l’opzione migliore fra tutte quelle cattive che abbiamo di fronte”.

Insomma, non proprio entusiasta… (New York Times, 19.7.2013, M. R. Gordon e J. Rudoren, Kerry Achieves Deal to Revive Mideast TalksKerry raggiunge un accordo per rivivificare i colloqui in Medioriente http://www.nytimes.com/2013/07/20/world/middleeast/kerry-extends-stay-in-mideast-to-push-for-talks.html? hp&_r =0). Anche se sarebbe più saggio e prudente limitarsi a dire che Kerry ci riprova ma, come sempre, con carte piuttosto fasulle.

Da nessuna delle due parti, in effetti, c’è alcuna fiducia in un esercizio che suona assolutamente svuotato di contenuti veri e del coraggio che servirebbe a farli avanzare e serve solo, invece,  a consentire a John Kerry di far finta di essere riuscito a strappare un sì a destra e uno a manca che tutti sanno, però, essere solo due no. Lo dice Hamas, da una parte— e era scontato; lo dicono, dall’altra, voci pesanti dentro il governo di Israele— e era altrettanto scontato…

Ma lo aggiunge poi lo stesso Netanyahu, quando bofonchia che sarebbe interesse strategico di Israele arrivare a un accordo per aggiungere, sardonico, subito dopo, che lui però non ci crede per niente perché sa che se ci fosse non sarebbe alle sue condizioni e, quindi, mai ci sarà (Guardian, 21.7.2013, H. Sherwood, Israeli-Palestinian peace talks’ resumption out in doubt by both sides La ripresa dei colloqui di pace israelo-palestinesi rimessa in dubbio da entrambe le parti http://www.guardian.co.uk/world/2013/jul/21/israel-palestinian-peace-talks-doubt)...

E, alla fine, John Kerry, ottimista come lui dev’essere di mestiere, arriva a specificare che il suo obiettivo è quello di arrivare a far concludere un accordo tra israeliani e palestinesi entro il tempo che ci vuole a far nascere un bambino: nove mesi, non di più… Ma questo sarà sicuramente un parto anomalo e molto molto più laborioso. Se mai ci sarà, in forma diversa da quello che come qui molti ormai disperatamente scommettono: da uno scontro, cioè, forse non apocalittico, si spera, ma certo catastrofico tra due visioni inconciliabili – l’una giusta, però e l’altra sbagliata – del proprio futuro comunque necessariamente comune… (New York Times, 30.7.2013, M. R. Gordon, Kerry Says Goal Is Meadeast Peace Deal Within 9 Months Kerry afferma che l’obiettivo è un accordo di pace in Medioriente entro 9 mesi http://www.nytimes.com/2013/07/31/world/middleeast/kerry-says-goal-is-mideast-peace-deal-within-9-months. html? partner=rss&emc=rss).

Prende un’altra botta, il governo di Israele, e reagisce assai male, alla notizia che dando seguito a ammonimenti avanzati senza seguito ormai da anni, l’Unione europea ha adesso deciso di applicare linee guida – che possono però, poi, in concreto essere tutto e il contrario di tutto – esplicitamente mirate a ostacolare e impedire il finanziamento e ogni cooperazione con organismi e istituti israeliani che sfruttano le risorse economiche dei territori palestinesi con e dopo la guerra del 1967, in Cisgiordania, esportandole come made in Israel a fini e profitto propri e non delle popolazioni locali.

Salgono le tensioni tra Europa e Israele. Perché il governo israeliano può anche far finta di scordarsi della Linea verde, dei confini reali che vuole cancellati tra territorio di Israele e territori occupati palestinesi, ma il fatto è che la direttiva europea è un chiarissimo richiamo al fatto che proprio la fantomatica ma qualche volta reale “comunità internazionale” – anche l’unica poi effettivamente esistente: quella che si accoda sempre e pressoché automaticamente in coda agli Stati Uniti – non se lo scorda: e, ufficialmente, neanche e perfino gli Stati Uniti stessi: da sempre…

Anche se poi, da Bruxelles viene subito tutto come ridimensionato con la dichiarazione che le linee guida si applicano “solo alle transazioni economiche tra Israele e l’UE come tale”, e non a quelle coi 28 paesi aderenti (e non si capisce più niente così, non a caso: se non che hanno voluto fare un “gesto” alla Commissione e nient’altro— perché, alla fine, i divieti riguarderanno borse di studio, aiuti alla ricerca e scambi culturali, il portafoglio gestito direttamente, cioè, dalla Commissione), Netanyahu proclama che “Israele non si lascerà dettare da estranei il da farsi”— scordando, o ancora una volta facendo finta di scordare, che la decisione europea è in sé non quella di prescrivere niente a Israele ma di reagire in base a propri criteri alle azioni proprio di Israele verso terzi, i palestinesi, cioè a regolare il comportamento in materia dei paesi europei…

E i palestinesi invece accolgono con qualche speranza gli sviluppi dell’annuncio europeo, una speranza probabilmente mal riposta visti i cavilli annunciati: ma poco, come sempre, è meglio di niente (New York Times, 17.7.2013, J. Rudoren, Israel Condemns New European Union Rules on Territory Seized in 1967 War Israele condanna le nuove regole europee per i territori catturati nella guerra del 1967 http://www.nytimes.com/ 2013/07/17/world/middleeast/israel-condemns-eus-new-rules-on-settlements.html?pagewanted=all&_r=0; Haare tz/Tel Aviv, 16.7.2013, Barak David, EU: Future agreements with Israel won't apply to territories L’Europa dice che ogni futuro accordo con Israele non si applicherà ai territori occupati http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/. premium-1.535952).

Questi *** di burattini, ogni tanto e vivaddio, sembrano  avere qualche idea anche per conto loro   (vignetta)

 Riprendere i negoziati di pace! (USA)   Rimuovere la preferenza agli scambi coi territori ocupati! (UE)

Fonte: K.  Bendib, 25.7.2013

Poi, ma forse anche per pura coincidenza stavolta, dato un colpo al cerchio israeliano l’UE ha deciso, soprattutto per spinta degli inglesi che sono su temi così, solo simbolici, particolarmente attenti, il Consiglio dei ministri degli Esteri supera gli ultime forti dubbi – che ci sono – e bolla come organizzazione terroristica l’ala armata degli Hezbollah: che ora stanno dando una mano ad Assad in Siria ma sono anche l’unica forza militare organizzata che nella zona ha saputo sempre ostacolare con efficacia, e risultati frustranti, anche umilianti, per il mito della loro onnipotenza, le Forze armate di Israele ogni volta (non una sola) che hanno invaso il Libano.

Così, alla fine, quid pro quo?, chi resisteva ha mollato: era, infatti, necessaria l’unanimità del Consiglio ma finora frenavano soprattutto Malta, Finlandia, Irlanda e Italia. Anche l’Italia aveva i suoi dubbi, e perfino un’ultrà filo-israeliana come Bonino sembra si sia voluta assicurare prima di dare, essendo lei a votare come non c’era alcun dubbio, che l’accordo abbia preservato gli aiuti finanziari e umanitari e il dialogo politico con il movimento sci’ita libanese, l’ala politica degli Hezbollah, per evitare che eventuali sanzioni potessero portare (ma non porteranno, datane l’insignificante portata: tutta e solo d’immagine) a una rottura dei rapporti, destabilizzando gli equilibri interni al governo libanese.

Infatti, le sanzioni in questione poi (che voleva fortemente Tel Aviv – la ministra Tzipi Livni dice perché sono terroristi “come dimostra il fatto che a forza di bombe ammazzano tanti civili” e avrebbe ragione, magari, se confessasse e ammettesse che sono terroristi anche i suoi soldati che, a Gaza o in Cisgiordania “a forza di bombe ammazzano tanti civili” e magari anche di più (Guardian, 22.7.2013, Tzipi Livni [la ministra di Israele che ora andrà a trattare a Washington] e Sami Ramadani [docente universitario iracheno esule dai tempi di Saddam alla Metropolitan University di Londra, il cui argomento è che si tratta di un forte e genuino movimento di resistenza: prodotto non di una, ma di due occupazioni militari. Dei territori palestinesi e del Libano], Should the EU designate Hezbollah as a terrorist organization? Ma la UE dovrebbe designare Hezbollah come un’organizzazione terrorista? http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jul/22/eu-hezbollah-israel). 

Il fatto è che, poi, in buona sostanza, le sanzioni invocate dagli amici di Israele e deprecate da quanti la contrastano sono un po’ una barzelletta: come il blocco commerciale che blocco non è dei prodotti dei territori occupati (v. sopra) e si riassumono nel vietare i visti di ingresso ai responsabili militari di Hezbollah: che neanche si sono sognati, e si sognano peraltro, di chiederli! Ma qui l’unica cosa importante è pronunciare a voce alta la parola “sanzioni”, uguale grosso modo, nei fatti, alla parola “puzzetta”: però, molto gradevole e gradita agli orecchi di Tel Aviv  (Affari italiani.it, 22.7.2013, Ala militare di Hezbollah nella lista nera Ue http://www.affaritaliani.it/esteri/ala-militare-di-hezbollah-nella-lista-nera-ue220 713.html?refresh_ce)…

A due settimane dal secondo anniversario di fondazione del paese, Salva Kiir, l’imponderabile presidente del Sud Sudan, l’ex capo della guerriglia che ha reso il Sud indipendente dal Sudan e ama girare con un pittoresco cappellone texano a larghe tese da cowboy, in quella che è subito apparsa come una durissima lotta di potere intestina ha licenziato in tronco tutto il gabinetto compreso il vice presidente e il capo del partito di governo. E’ anche una spaccatura verticale tra l’etnia Dinka di Kiir e quella dei Nuer del vice presidente Riek Machar che puntava, insopportabilmente per il capo a scavalcarlo.

● Il Sud Sudan   (mappa) 

Fonte: U.S. State Department [http://www.state.gov/p/af/ci/od/index.htm]

Di recente, Kiir era stato duramente criticato perfino dal governo americano, grande sostenitore della sua secessione dai tempi di Bush perché il governo unitario del Sudan era troppo “islamico”, ma che ora ne prende un po’ le distanze per l’avventurismo “eccessivo” nei confronti proprio del Sudan (di cui Kiir continua a sostenere i ribelli armati che restano ma stanno perdendo il conflitto)— e, quindi, il conseguente blocco imposto all’export di greggio del Sud che, senza alcuno sbocco al mare, dipende inevitabilmente dal Nord (The Economist, 26.7.2013, South Sudan’s Government Going for the Nuclear Option http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21582301-politics-becomes-more-toxic-president-sacks-friends-and-foes-going).       

●In Brasile, resta alto il calore della tensione sociale. Scriveva benissimo già Sigmund Freud, che “una società civilizzata e civile è perpetuamente minacciata dalla disintegrazione”, proprio perché  è civile e civilizzata[2]. Ma qui, come in Turchia, come ancor più forse in Egitto, ma oggi forse l’Egitto più di tanti altri civilissimi Stati, è qui a dimostrarlo. Mentre in Egitto, a inizio luglio, la cose sono arrivate al calor bianco e al golpe militare, in

In Turchia, invece, la rivolta popolare sta tornando a un ribollire diciamo, più “normale” (a Istanbul, in effetti, il tribunale che doveva emettere la sentenza  sul rifacimento deciso dal governo di piazza Taksim e del parco Geki ne ha sentenziato il 3 luglio la cancellazione, cancellando così anche in radice la motivazione formale in base alla quale per tutto giugno si era mossa la rivolta contro il governo Erdoğan in Turchia. Ora si tratterà certo di vedere se basta (Today’s Zaman/Istanbul, 3.7.2013, Turkish court blocks disputed park project near Taksim Square Il tribunale blocca lo sviluppo del controverso parco vicino a piazza Taksim http://www.todays zaman.com/news-319956-.html)).

Almeno nelle dieci più grandi metropoli del Brasile sembra mantenersi un forte e sempre caldo movimento di scontento, indignazione (proprio nel senso degli indignados, ormai universalizzati) ma qui anche, almeno qui, di forte e più chiara proposta. Questo paese, straordinario caleidoscopio a suo modo, ha celebrato unanime la grande vittoria della sua nazionale di calcio nel torneo della Federazione internazionale della Confederations Cup, che anticipa di un anno i mondiali che si terranno sempre lì, in quegli stadi, in Brasile, e ha continuato a contestare ferocemente con milioni di giovani a dimostrare in strada le scelte di spesa sbagliate del governo.

In sostanza, la scelta strategicamente sbagliata di aver investito decine di miliardi di dollari per ristrutturare gli stadi per i mondiali di calcio invece che per migliorare lo stato dell’istruzione, della sanità e del welfare che nel paese è ancora largamente fatiscente. 

Secondo i dati della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), autorevolissimo centro di ricerca economica e sociale e di proposta, anche, dell’ONU, relativi al Brasile di Dilma Rousseff e di Lula, il suo predecessore (e forse successore: qualcuno ne riparla, con convinzione e anche speranza…), la povertà in un decennio è stata ridotta dal 37,5 al 20,9% e il tasso di povertà è calato dal 13,2 al 6,1%, il che significa che una trentina di milioni di brasiliani sono entrati nello strato sociale qui definito del basso ceto medio, migliorando sensibilmente il loro potere d’acquisto. Oggi, stima la CEPAL, certo grosso modo, il 53% dei cittadini del paese (oltre 100 milioni) fanno parte della classe media, rispetto al 38% di dieci anni fa.

Nell’ultimo quinquennio, il reddito reale del 10% dei brasiliani più poveri è aumentato del 10%; sono stati creati 18 milioni di posti di lavoro; circa 11 milioni di famiglie (per una quarantina di  milioni di persone) sono “iscritte” a un efficace e efficiente programma pubblico di “reddito familiare minimo garantito, ormai pluriennale, finanziato soprattutto dalla rendita petrolifera di Stato e gestito dalla mano pubblica – legato al numero dei figli e condizionato alla vaccinazione obbligatoria e alla frequentazione scolastica dei bambini – che si chiama bolsa familia. Distribuisce 68 reais al mese (sui 180 $, a parità di potere d’acquisto reale) per figlio minorenne a ogni famiglia di fatto con reddito sotto i 70 reais al mese.

E anche il salario minimo è stato regolarmente aumentato da qualche anno, questo 2013 a 670 reais circa dai 622 del 2012. Insomma, qui Lula e poi Rousseff hanno seguito un  percorso, diciamolo chiaro, antitetico, opposto proprio a quello che trionfa in America e in Europa, dove salari reali, assistenza e welfare sono stati radicalmente decurtati facendo perdere materialmente reddito, diritti e poteri ai ceti e alle classi cosiddette e di fatto, subalterne, in nome del dogma del libero mercato che fissa i suoi parametri “a prescindere”, pensando delle sue ragioni e a quel di chi il dogma stesso impone di favorire.

Ma, come insegnava già molti molti anni fa Alexis de Tocqueville a lor signori, parlando della rivoluzione francese, e ammoniva il suo “Principe” che non c’era già diversi secoli prima anche Niccolò Machiavelli, il momento più pericoloso per qualsiasi potere insediato è quello in cui comincia a riformarsi: anche se lo sta facendo bene, anche se lo fa nel bene e nell’interesse dei più. E non solo perché i meno, che il potere consolidato ce l’hanno nelle loro mani da sempre reagiscono ma anche perché quelli che cominciano a gustare solo ora un po’ più di potere ne chiedono di più, più presto e più incisivo, soprattutto più negoziato, più partecipato, non solo riconosciuto, comunque, dall’alto. E quel che ora succede per strada a Rio, a Sāo Paulo, a Brasilia, a Fortaleza, a Recife, sta lì a confermarlo.

In questo grande paese, del resto, la metà dei terreni coltivabili, secondo la CEPAL, é ancora nelle mani dell’1% della popolazione. L’85% delle terre migliori, più fruttuose e redditizie è utilizzato solo per coltivare soia, mais, canna da zucchero e come pascolo e il 10% dei proprietari terrieri detiene l’85% del valore della produzione agricola. In termini di Terzo mondo avanzato è come nei nostri paesi capitalisticamente più sviluppati, dove grosso modo il 10% dei ricchi detiene il 90% del reddito e delle proprietà: del patrimonio.

Questo grande paese, del resto, è il principale protagonista dell’economia del sub-continente, secondo e sempre in crescita in tutte le Americhe e nelle loro distinte associazioni e diverse comunità, sia esistenti che appena incipienti, di natura politica ed economica: OAS, MERCOSUR, UNASUR costituiti sia con che senza e, potenzialmente, anche contro l’egemonia, il potere di sempre degli Stati Uniti d’America.

Nel 2005 Lula da Silva, assieme al venezuelano Chávez, al boliviano Evo Morales e a altri paesi latino-americani parteciparono attivamente all’affossamento sul continente americano del mega-trattato di libero commercio delle Americhe voluto da Bush e che, in buona sostanza, costituiva il trionfo della deregulation dell’economia dell’intero continente da ridisegnare così esattamente a  misura dei dogmi neo-liberisti e degli interessi nazionali delle classi dirigenti degli USA.

Nell’ultimo decennio, poi, a differenza di quanto sempre avvenuto in passato, sia Lula che Dilma Rousseff hanno mostrato solidarietà concreta e apertamente politica col Venezuela e anche con Cuba, per difenderle dalle vendette ideologiche e dalle sanzioni sempre più stupidamente vessatorie degli USA, in sostanza furibondi perché Caracas e l’Avana facendo anche lezione, non si piegano, alle sue volontà e al suo modello di società. E, copiando una pagina dall’agenda cubana Brasilia ha cominciato a mettere in moto una sua politica di proiezione anche in Africa. 

Il Fondo monetario constata ormai in base a numeri e a dati che  l’economia  brasiliana sta dietro solo a quella di USA, Cina, Giappone, Germania e Francia ormai, avanti a Russia e India e, ovviamente, anche all’Italia e alla Spagna; è uno dei cinque paesi del blocco geo-economico emergente dei BRICS, che ha ormai ridicolizzato le gerarchie autodecise a suo tempo, ora rese del tutto fittizie dei cosiddetti G-7 e G-8 perché certamente ormai obsolete.

Il monopolio mediatico del Brasile, da sempre in mani saldamente privata e ostile a intenzioni e politiche del governo, soprattutto e proprio a quelle sociali, sta adesso concentrandosi a dare voce, valore e sostegno, tanto ipocrita quanto in apparenza convinto, alla ribellione: quasi alla vigilia –ormai tra due anni: qui, come negli USA, è sempre la vigilia – delle nuove presidenziali – sta già lavorando a sputtanare il governo 24/24 e giorno per giorno, evidentemente temendo di più per i suoi interessi di fondo  il consolidamento del PT e della sinistra, piena di contraddizioni pure com’è.

Presto riprenderà la sua opposizione, spietata e violenta, alle politiche tese ad ampliare lo Stato sociale. L’alleanza tra monopoli di reti satellitari, radiotelevisive e imperi cartacei e latifondo della soia transgenica che rende molto in profitti e, per contro, dà molto poco lavoro, di qua e i milioni che usufruiscono delle reti sociali e ne chiedono il rafforzamento, è precaria e illusoria. Il governo ha cominciato a reagire in modo intelligente, l’unico capace di sconfiggere in modo stabile e duraturo la resistenza reazionaria: annunciando cioè misure nuove che tendono a porre limiti al potere storico dei latifondisti. Il governo chiede e chiederà al parlamento di approvare una legge per destinare i proventi dei megagiacimenti off-shore di greggio sottomarino Pre-sal (sotto km. di strati di sale) a finanziare il rilancio di spesa per salute, istruzione e pensioni.

     (1) Fox Business, 24.5.2013, Agenzia Dow Jones, Brazil to Hold First Pre-Salt Oil Exploration Auction in October Il Brasile terrà la prima asta per l’esplorazione dei giacimenti pre-salini off-shore ad ottobre ▬ http://www.foxbusiness.com/ news/2013/05/23/brazil-to-hold-first-pre-salt-oil-exploration-auction-in-october); e 2) Nota congiunturale no. 6.2013, cap. BRASILE http://www.angelogennari.com/notagiugno13.html).

L’arrivo di 10mila medici dall’estero (da Cuba anzitutto) farà cadere la maschera a molti. I partiti e le forze dell’opposizione conservatrice si schiereranno, come già annunciato, contro e per vincere questa guerra non certo inventata e sicuramente popolare ma sostanzialmente mossa dalla forza dei monopoli mediatici e da quelli che quanto mai impropriamente chiamiamo social media essendo essi invece, propriamente e precisamente, gli strumenti dell’individualismo e della frantumazione individuale e sociale, sicuramente voluta e forse anche promossa dalle forze più reazionarie di questo paese.

Sono le forze che hanno già annunciato di volersi opporre all’arrivo dei medici cubani. E sarà una lotta dura, questa, forse il momento veramente rivelatore, dal quale governo e forze della sinistra brasiliana potranno uscire vincenti solo rilanciando con un grande, visibile e immediato rafforzamento la politica sociale del governo.

E tornando ai tre casi eclatanti che insieme hanno negli ultimi mesi scosso il mondo con grandissime proteste sociali e politiche, manifestazioni di strada eclatanti e dimostrazioni strabordanti ma senza (per fortuna di quei popoli) e saggia cautela dei loro governanti pro-termpore arrivare alla guerra civile (Brasile, Turchia e, finora, anche Egitto) c’è – salta subito agli occhi –  che senza assumere una dimensione politica la protesta alla fine resta senza sbocco e alla mercé di un’élite, che l’azione di strada guida sì il cambiamento ma anche che, senza la capacità poi di organizzarsi è essenziale se non vuole che alla fine venga sempre scippata e/o disarmata.

Annunciato, in Argentina, il lancio di una joint venture tra la multinazionale petrolifera Chevron (americana) e la YPF/ Yacimientos Petrolíferos Fiscales, la  compagnia di Stato per lo sviluppo e lo sfruttamento dei depositi di scisti bituminosi della Vaca Muerta, i più estesi finora reperiti fuori del territorio statunitense, scoperti nel 2010 quando la YPF, poi nazionalizzata dal governo di Cristina Kirchner, era a maggioranza di proprietà della spagnola Repsol, L’accordo con la Chevron è il primo di rilievo dopo l’esproprio condotto l’anno scorso dal governo argentino e smentisce in radice tutte le previsioni grame del Fondo e delle scuole di pensiero neo-liberiste che dopo il default argentino del 2001 e, tanto più, dopo la nazionalizzazione forzata degli assets spagnoli l’Argentina nonj avrebeb piò trovato investimenti dall’estero (Chevron.com/San Ramon, Calif., 16.7.2013, Chevron, Argentina's YPF Sign Accord to Develop Vaca Muerta Shale La Chevron e la YPF argentina firmano un accordo per sviluppare i depositi scistosi di Vaca Muerta http://www.chevron.com/chevron/pressreleases/article/07162013_ chevronargentinasypfsignaccordtodevelopvacamuertashale.news).

Risorse e riserve delle formazioni di rocce scistose (gas e greggio) di Vaca Muerta (Argentina (mappa)

Fonte: Milenio

 

In Cile, Michelle Bachelet, che è già stata presidente dal 2006 al 2010, ha vinto le primarie del centro-sinistra per le presidenziali che a novembre designeranno il nuovo capo dello Stato dal 2014 al 2018. Pablo Longueira, ex ministro dell’economia della destra che al momento governa, ha vinto le primarie del centro-destra. Ma i sondaggi, unanimi, danno in largo vantaggio Bachelet che, del resto, aveva chiuso i quattro anni della sua presidenza con un tasso di gradimento dell’84%: non sufficiente, però, allora, a far eleggere il suo successore. Longueira, citando una sua condizione di “depressione” – e ti credo, con quei sondaggi! – immediatamente rinuncia, lasciando la destra in totale marasma.  

La volta scorsa Bachelet, che avrebbe rivinto a mani basse, non ha potuto perché dopo la cura Pinochet il Cile non consente per Costituzione due mandati consecutivi ai suoi presidenti; ma adesso potrebbe venire rieletta e, se lo fosse, sarebbe il primo capo dello Stato ad esserlo in 81 anni – dopo Pinochet che, però, appunto non gareggiava ma si piazzava direttamente, manu militari, al primo posto. La piattaforma elettorale di Bachelet questa volta, appare però molto più decisamente a sinistra di quanto lo sia stato il suo primo mandato.

Si è impegnata a pubblicizzare entro i prossimi sei anni l’istruzione universitaria (resta libera quella privata:  ma dovrà progressivamente finanziarsi sempre più da sè) con un +2% del PIL pagato portando (fra gli strilli dei padroni) la tassazione di impresa dal 20 al 25%; ha anche promesso di liberalizzare, in una certa misura, la rigida regolamentazione dell’aborto e la legalizzazione del matrimonio tra gays.

A romperle le uova nel paniere, possono ancora essere l’ostilità preannunciata della Chiesa cilena ufficiale, che sta già insorgendo specie contro la cancellazione dei sussidi alle sue scuole private, e alcuni candidati di estrema sinistra che tenteranno di sottrarle voti da quella parte, soprattutto dividendo la sinistra nelle contemporanee elezioni parlamentari. La volta precedente, Bachelet trovò in effetti il suo programma pesantemente frenato dalla mancanza di una sicura maggioranza che lo accompagnasse in parlamento (The Economist, 5.7.2013, Chile’s presidential primaries — A comeback gathers speed Le primarie per la presidenza in Cile – Un ritorno che va acquistando  velocità http://www.economist.com/news/ americas/21580496-michelle-bachelet-trounces-all-comers-next-stop-presidency-comeback-gathers-speed).

Esattamente da un anno e un mese, stallo politico e economico nei rapporti tra il governo del Paraguay e unione doganale del Mercosur, potenzialmente un vero blocco/comunità economica- politica di Stati, da quando cioè il diritto di voto nell’unione è stato ritirato al piccolo paese sudamericano dopo che con quello che tutti i paesi latino-americani (ma non lo zio d’America a Washington) considerarono un golpe “costituzionale” che illegalmente rimosse dalla presidenza il titolare eletto, Francisco Lugo (cfr. Nota congiunturale no. 8-2012 ▬ http://www.angelogennari.com/nota agosto12.html).

Adesso hanno da qualche mese proceduto a “sanare”, con elezioni che anche gli altri sudamericani hanno considerato “libere”, ma che non stanno affrettando granché il ripristino dei diritti sospesi al governo paraguayano. Sono, però, ormai disposti a discuterne, senza dover accettare di cassare il punto: la condanna di un vulnus costituzionale pesante e gravido di minacce per tutti .

Asunción, la cui sospensione ha nel frattempo consentito scavalcandone il veto altrimenti sempre esercitato anche in nome e per conto di chi si sa, l’accessione al Mercosur del Venezuela (quinto paese membro ora, dopo Brasile, Argentina, Uruguay e lo stesso Paraguay), reclama però il reintegro nella presidenza di turno del blocco che non aveva potuto esercitare coincidendo col periodo della sua sospensione e gli altri non intendono dargliela.

D’altra parte, il Paraguay dipende dal Mercosur per la metà delle sue esportazioni e anche per l’accesso stesso, non avendo accesso al mare, al mercato globale. Quindi nessuno crede davvero alle minacce che il nuovo presidente, Federico Franco, avanza (di posporre il rientro, o di uscire dal blocco), e il Mercosur va trattando la cosa solo come una leva per aumentare in qualche modo la possibilità di reintegrare l’unione alle condizioni oggettivamente migliori possibili (Stratfor, Global Intelligence, 11.7.213, Paraguay's Dispute with Mercosur Continues Prosegue il dissenso tra Paraguay e Mercosur ▬ http://www.stratfor.com/analysis/paraguays-dispute-mercosur-continues).

in CINA (e nei paesi dell’ASIA

●Un tribunale del popolo ha condannato a morte, per corruzione, un ex ministro delle ferrovie (anche se ha lasciato subito capire che la pena potrebbe essere ridotta al carcere a vita). Liu Zhijun, che aveva gestito e supervisionato la rapida modernizzazione della rete, inclusa la costruzione dei nuovi ampi tratti ad alta velocità un po’ in tutto il paese, era stato accusato di aver preso tangenti e mazzette per un totale di circa 64,6 milioni di yuan, all’incirca $ 10,5 milioni (The Economist, 12.7.2013).

Una specie di rivolta popolare a Heshan, nella provincia di Guandong, nel sud industriale del paese, ha costretto letteralmente le autorità con una dichiarazione rilasciata ufficialmente sul sito web del governo dello stesso Guandong (▬ 13.7.2013, http://www.heshan.gov.cn/Article/2013/201307/68919. html; Bloomberg, 15.7.2013, China Protest Forcing Nuclear Retreat Shows People Power Le proteste di massa in Cina che portano alla retromarcia sulla costruzione di un impianto nucleare sono una dimostrazione di effettivo potere popolare http://www.bloomberg.com/news/2013-07-14/china-protest-forcing-nuclear-retreat-shows-people-power. html) a rinunciare alla decisione già presa di costruire l’impianto di lavorazione dell’uranio di Longwan “in segno di rispetto per quella che si è manifestate e si è imposta come l’opinione delle masse” (un progetto da 6 miliardi di $, su 229 ettari). Esattamente il contrario, cioè – decisione legale in un senso e manifestazione di una larga volontà popolare locale in un altro – di quel che è capitato, per dire, da noi nel caso in qualche modo analogo della TAV...

E la cosa è francamente piuttosto nuova per questo paese e molto intrigante. A Heshan avevano realmente condotto quella che è stata chiamata una vera e propria “valutazione di rischio di stabilità sociale”, e per aver cercato di ignorarne l’esito largamente ostile tanto più quanto il sondaggio veniva condotto, comprensibilmente, vicino al sito di costruzione annunciato, hanno poi dovuto far marcia indietro. Ma si tratta solo di uno degli ultimi e più eclatanti episodi in cui l’opposizione di quella che in Cina comincia a diventare una manifestazione forte della società civile, rovescia decisioni tutte politiche già prese con insufficiente grado di preventiva capacità di accertarne l’accettabilità sociale di fondo e non solo formale.

Nel corso dell’anno sono già stati cancellati decine di progetti industriali per l’ostilità delle popolazioni dovuta a preoccupazioni di vera o presunta ma comunque reale sicurezza e di vero o presunto ma percepito come effettivo allarme ambientale— a dimostrazione che la gente qui, ormai, conta: se e quando si ritrova a perseguire un obiettivo in un numero tale da poter pesare, allora le autorità di governo, a tutti i livelli, prima o poi, fanno retromarcia e, comunque, imparano ormai a tener conto dei risvolti complessi anche di ordine ambiental-sociale perfino in anticipo.

Il presidente Xi Jiping che è anche il numero uno del partito ha detto un mese fa che “vincere o perdere il sostegno dell’opinione pubblica, delle masse, è questione che porta direttamente alla sopravvivenza o all’estinzione del partito(lo ha raccontato l’Agenzia Xinhua il 19.7.2013, Xi:Upcoming campaign a ‘thorough cleanup’ of CPC Xi: la campagna che si sta aprendo sarà una ‘ripulita completa’ del PCC http://www.wantchinatimes.com/news-subclass-cnt.aspx?id=20130619000145&cid=1101).

Resta il problema che il paese aveva annunciato la decisione, che adesso caso per caso deve cominciare a ripensare, di passare dai 17 reattori nucleari oggi operativi più altri 28 già in costruzione (secondo la ricapitolazione che ne aveva fatto, lo scorso gennaio al Centro viennese per il Disarmo e la Non Proliferazione, il consigliere speciale Zhu Xuhui per la China National Nuclear Agency (World Nuclear Association,15.7.2013 ▬ http://topics.bloomberg.com/world-nuclear-association): parlava della realizzazione di ulteriori 38 impianti per portare entro il 2020 la fornitura di energia di origine nucleare al 6% del totale dall’attuale livello di meno del 2%... Ma adesso?

L’economia della Cina ha rallentato a un ritmo del +7,5% nel secondo trimestre del 2013, zavorrata da esportazioni in calo, da vendite al dettaglio più deboli e da un volume più basso di investimenti. É il secondo trimestre consecutivo di crescita qualche po’ rallentata. E qualcuno comincia a temere il rischio di una crescita che a fine anno si attesti al di sotto della previsione del governo che è appunto del 7,5% in corso d’anno. Se succedesse,  oltre a ripetersi – anche se a livelli assai meno gravi ovviamente – del trend di tutte le altre gradi economie sul pianeta, sarebbe la prima volta da 15 anni, dalla crisi finanziaria asiatica del ’98 (Financial Times, 15.7.2013, S. Rabinovich, Chinese economy slows to 7.5% growth L’economia cinese rallenta a un tasso di crescita del 7,5% http://www.ft.com/ intl/cms/s/0/661adf50-ecf1-11e2-a0a4-00144feabdc0.html#axzz2Z7TSWiLJ).

Il Fondo monetario internazionale mercoledì 17 luglio ha formalmente avvisato la Cina del suo giudizio sulla situazione economica del paese: come fa regolarmente un po’ con tutti i paesi, membri e non membri dell’organizzazione ma quasi mai in modo eclatante con gli Stati Uniti, qui e ora dice che in Cina c’è poco consumo privato e troppa spesa pubblica… Dunque, un equilibrio privato qualche poco precario (New York Times, 17.7.2013. A. Lowrey, I.M.F. Tells China of Urgent Need for Economic Reform Il FMI avvisa la Cina del suo urgente bisogno di riforma economica http://www.nytimes.com/2013/ 07/18/business/global/imf-tells-china-of-urgent-need-for-economic-change.html?pa gewanted=all&_r=0).

E’ un pulpito, questo che sentenzia dal 700 19th St. N.W. di Washington, D.C., che, su dieci ricette che negli anni recenti ha dettato al mondo, a manca e a destra, ne ha azzeccata, forse, una garantendo anche e proprio con le sue indicazioni-intimazioni il tracollo dell’economia mondiale e, cominciando anche, almeno a livello di ricerche e studi, da qualche tempo ad ammetterlo (l’austerità è tutta uno sbaglio). E, giustamente, a Pechino non sembrano, dunque, dare troppo retta alle indicazioni del Fondo (IMF, 27.6.2013, People’s Republic of China, 2013 Art.IV Consultation Repubblica popolare della Cina, Consultazioni sulla base dell’Art. IV http://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2013/cr13211.pdf).

●Apre invece un altro tipo di riflessione, molto meglio argomentata e ben più autorevole, sul futuro (economico) della Cina e nostro, Paul Krugman che si domanda quanto noi, in America, in occidente, dovremmo preoccuparci se davvero in questo paese la crescita continuasse a calare in modo significativo (New York Times, 20.7.2013, P. Krugman, How Much Should We Worry About a China Shock?— Quanto dovremmo preoccuparci di uno shock da crisi della Cina? http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/07 /20/how-much-should-we-worry-about-a-china-shock).

Il Nobel dell’economia suggerisce che sono tre i fattori da considerare qui con attenzione: tutti in qualche modo possibilmente preoccupanti, in ordine crescente rispetto a come li elenca. Il primo è quello che automaticamente, per così dire, deriva dai legami diciamo così meccanici, automatici, attraverso gli scambi internazionali della Cina: che, però, risultano poi, in realtà, sorprendentemente limitati; il secondo riguarda i prezzi delle materie prime: e, qui, il problema potrebbe essere invece di maggior dimensione; il terzo riflette il legame che un calo del PIL della Cina avrebbe, o potrebbe avere, in termini politici sulla stabilità internazionale: dove i rischi sarebbero probabilmente considerevoli.

Sul primo punto, se la Cina inciampasse sul serio, dice la vulgata, comprerebbe molto meno dall’estero e il risultato sarebbe la depressione globale… Ma in realtà, neanche poi troppo. Se ipotizzassimo, ad esempio, un calo pur importante della crescita rispetto alla tendenza attuale del 5%, l’import cadrebbe di più: secondo le stime di cosiddetta elasticità relativa che si possono ben computare forse sul 10%, ad altri fattori invariati si tratta di un -1% del PIL. In termini di reddito calante da questo calo del import cinese da noi, nel resto del mondo, si tratterebbe di un decimo del 3% o dello 0,3% del PIL. Non è cosa da niente. Ma non è neanche in sé e per sé una catastrofe.

Il costo di derrate alimentari e materie prime, è altra cosa: tanto per dirne una, è della Cina l’11% del consumo mondiale di greggio. E, siccome offerta e domanda delle materie prime non rispondono granché, nel breve termine, all’andamento dei prezzi una forte caduta della domanda cinese potrebbe comportare forti cadute dei prezzi delle materie prime. Potrebbe, dunque, colpire più duro tutti i paesi che vendono al mondo quantità notevoli di materie prime su tutti i mercati mondiali e non solo in Cina, e in proporzione maggiore di quanto ne risentano per converso le esportazioni cinesi.

La politica e i rapporti internazionali, per finire. La Cina è un paese curioso e a modo suo, diverso da quello di tanti altri paesi, straordinariamente ipocrita: pretende di andar costruendo un futuro socialista ma in pratica presiede alla costruzione di un’era dorata di capitalismo clientelare. Da dove viene allora in questo paese la legittimità del regime? In sostanza (oltre che da una cultura estremamente elitista, il confucianesimo, che riesce a sposarsi ogni giorno all’obiettivo egualitarista che resta del maoismo) proprio dal successo economico che, comunque, ha esponenzialmente migliorato la condizione generale di tutti i cinesi.

La domanda di Krugman è: ma se il successo si fa zoppicante, che succede? Storicamente, è vero in altre parti del mondo molto più ancora che qui, e quindi sarebbe del tutto anomalo dirlo parlando soltanto, o in primis, per la Cina. Ma la tentazione potrebbe essere, anche qui, quella di mascherare dissenso, scontento e rivolta con un rilancio di sciovinismo e aggressività verso l’esterno

In conclusione, sempre del tutto provvisoria ma nostra questa più che di Krugman, a questo punto si può ragionevolmente concludere che la Cina continuerà certamente a essere il fulcro della crescita mondiale ma anche che sta già cambiando, in termini che non risultano ancora del tutto chiari, la sua condizione di centro mondiale della forte crescita a basso costo— e non solo del lavoro.

Krugman, però, insiste e afferma, papale papale, che “la Cina è davvero nei guai. Non sto parlando di qualche frenata lungo il percorso ma qualcosa di più fondamentale. Il modo stesso di far affari in questo paese, il sistema economico che ha trainato tre decenni di incredibile crescita ha raggiunto i suoi limiti. Si può dire che il modello cinese stia per scontrarsi con la sua Grande Muraglia e l’unica domanda che resta aperta è quanto farà male poi andarci a sbattere”. Chiarissimo. Ma, stavolta, Krugman fa una previsione, un’affermazione: non la dimostra— anche se trattandosi di lui, e non degli apprendisti stregoni del Fondo monetario, va preso sul serio…

In realtà, poi, una motivazione, Krugman, di questa sua previsione che però suona come una precisa condanna, la dà. Fa rilevare che qui il grande problema è che sta finendo la riserva delle masse di i contadini in eccesso che dall’agricoltura possono continuare a passare e passano alla produzione industriale. Cioè quella riserva che teneva inchiodati al pavimento salari e costo del lavoro.

Di per sé, sarebbe cosa buona questa. Alla fine i salari salgono e il cinese medio comincia a condividere i frutti della crescita [detto  così è un giudizio radicalmente sbagliato: andrebbe almeno riconosciuto che il cinese medio detto comincia a condividere più a pieno una crescita già condivisa da molti anni e da molti— moltiplicando più e più volte il loro potere d’acquisto]. Ma questo significa anche che l’economia cinese si trova improvvisamente a far fronte al bisogno di un “riequilibrio” drastico— la frase più diffusa qui del momento.

     Gli investimenti adesso si scontrano con profitti in rapido calo che cadranno drasticamente qualsiasi cosa faccia il governo; è la spesa per i consumi che dovrebbe prenderne il posto crescendo drammaticamente. La questione è se ciò potrà avvenire abbastanza rapidamente da evitare una brutta caduta. E la risposta sembra proprio essere che no, che non sarà così”. Anche qui, Krugman esprime un dubbio (“sembra”), un’opinione (New York Times, 18.7.2013, 18.7.2013, Hitting China’s Wall Sbattendo contro il muro della Cina http://www.nytimes.com/2013/07/19/opinion/krugman-hitting-chinas-wall.html? _r=1&).  

Ma non la motiva esplicitamente… E c’è subito chi fa, a noi sembra appropriatamente, notare, che “il punto che Krugman, qui, proprio non vede è come la Cina non stia tanto andando contro un muro ma sta facendo proprio una frenata d’emergenza. Una scelta deliberata (NYT, idem, Comments, M. Fisher ▬ http://nyti.ms/17pVMnP). Non una condanna, cioè: perché il paese si sta preparando a cambiare, anzi sta cambiando, percorso. Dal consumo di Stato al consumo anche se non soprattutto di privati che ormai vogliono, e possono, anche permetterselo. Forse…  

Cina e Svizzera hanno firmato il 6 luglio il primo accordo di libero scambio del grande paese asiatico con uno dell’Europa continentale (con l’Islanda lo aveva siglato già ad aprile). Dovrebbe elevare, e di molto, il valore degli scambi che nel 2012 hanno toccato i 26,3 miliardi di $, di cui 22,8 di attivo per gli elvetici. L’accordo deve essere ancora approvato dal parlamento di Berna. La Cina non ha, invece, ancora potuto concretare l’accordo in linea di principio quasi concluso con l’Unione europea a causa di quella che il ministro cinese del Commercio, Gao Hucheng, ha lamentato essere le solite, “inconcludenti” tergiversazioni di diversi paesi europei (EUBusiness, 6.7.2013, China, Switzerland sign free trade agreement Cina e Svizzera firmano un accordo di libero scambio http://www.eubusiness.com/news-eu/china-switzerland.pqa).

Tra Cina e Europa, raggiunto l’accordo a trattare e trovare un’intesa sul tema delle importazioni di pannelli e materiali solari della Cina in Europa, scongiurando così quella che si annunciava come una pericolosa escalation di scontri commerciali a più largo raggio. Lo annuncia, scontentando largamente i produttori europei  - e queli che erano invece soddisfatti delle tariffe – intorno al 70%! – già proclamate e ora rimangiate, il Commissario al Commercio della UE, Karel De Gucht, abbassando non poco le penne, lui che a giugno aveva dichiarato guerra aperta commercialmente alla Cina e adesso ha dovuto far retromarcia a fronte delle contromosse pur largamente previste messe in campo dai cinesi.

I pannelli solari costituiscono quasi il 6% dell’export globale della Cina in Europa, uno dei prodotti di maggior impatto e di valore: nel 2011, pannelli e componenti hanno concretizzato un valore di esportazioni di circa 21 miliardi di €.

Le analoghe tariffe e dazi sulle esportazioni europee in Cina, selezionate con cura a risparmiare per lo più l’export tedesco, il paese che più s’era opposto dentro l’UE a De Gucht: per dire, tariffe pesantissime sull’export di vino che non è proprio tipico prodotto tedesco e leggere o niente su quello di macchine utensili e prodotti industriali.

Gli Stati Uniti, che speravano di procedere parallelamente all’Europa si trovano ora, invece, chiaramente  spiazzati. E, poi, loro hanno un problema del tutto particolare perché, avendo già instaurato pesantissimi dazi sull’analogo prodotto cinese si trovano ad affrontare la contraddizione tutta loro che esportano in Cina molti dei polisiliconi di cui i cinesi hanno bisogno per produrre i pannelli stessi e se, dunque, ne rendono più difficile e costosa l’importazione in America ne  rendono più costosa e difficile l’esportazione in Cina dei loro polisiliconi (New York Times, 27.7.2013, K. Kanter e K. Bradsher, Europe and China Agree to Settle Solar Panel Fight Europa e Cina si accordano a regolare il contenzioso sui pannelli solari http://www.nytimes.com/2013/07/28/business/global/european-union-and-china-settle-solar-panel-fight.html?_r=0).

●Nel Golfo russo di Pietro il Grande, a nord del Mar del Giappone, il 1° luglio le marine cinese e russa hanno dato inizio, nell’ambito degli accordi della Organizzazione di Cooperazione di Shangai e nell’ottica dell’intesa interstatale che quegli accordi contro criminalità e terrorismo hanno stabilito, alle loro esercitazioni navali congiunte. Il contingente cinese è stavolta formato da quattro cacciatorpedinieri lancia missili teleguidati da due fregate, da una nave porta-rifornimenti  e da tre porta-elicotteri: e si tratta del maggiore dispiegamento di sempre di forza navale militare cinese in manovre marittime congiunte.

Con la forza navale russa, che include un sottomarino, la forza navale raggiunge 18-19 unità  e comprende anche un gruppo di appoggio aereo. In teoria le due marine – ma nel mare ghiacciato di Pietro il Grande? – si addestreranno alla caccia a navi pirate. Ma è evidente che le ambizioni vanno ormai  molto più in là con le prossime esercitazioni a combinare manovre congiunte di difesa aerea, anti-sommergibili e anti-navali. Le manovre dell’anno scorso – si tengono in locazioni alternate e l’anno scorso venero compiute nel Mar Giallo.

●Questo è il tipo di notizia che nell’affollata schiera dei falchi americani – repubblicani per lo più, della tradizione reaganian-bushottiana, ma con presenze influenti anche tra  i democratici dell’ala cosiddetta internazionalista: quelli che, sulla scorta della tradizione wilsoniana (del presidente Woodrow Wilson, 1913-1921) e di quella pragmatico-interventista antisovietica di Harry Truman (1945-1953), sono convinti della missione civilizzatrice che il destino o l’Onnipotente, dipende dalle convinzioni individuali, hanno assegnato nel mondo all’America: magari da esportare anche, per il bene di chi resiste a capire a forza, se necessario, di bombe.

E, così, da parte delle forze armate e dello schieramento, più strategicamente e per dottrina di sempre più “aggressivo” sulla faccia di questo pianeta, quello che non riconosce e non sopporta confini alla propria presenza navale, aerea e di truppe nel mondo non riesce a rassegnarsi all’idea che altri non ci possano stare e continuino a provare ad estendere la loro portata (lo scrivono così, chiaro e netto, sul New York Times, ed è utilissimo leggere la loro retorica rilanciata da guerra fredda d’antan, due vecchi arnesi della sovietologia ormai di trent’anni fa come Leslie H. Gelb e Dmitri K. Simes, due vecchi e saccenti esperti, studiosi e cultori e nostalgici della purezza del mondo com’era, chiaramente e ordinatamente diviso in due, A New Anti-American Axis? Un nuovo asse antiamericano? http://www.nytimes.com/2013/07/07/opinion/sunday/a-new-anti-american-axis.html?pagewanted=all&_r=0).

C’è anche un’altra lettura, meno monomaniacale ma non per questo meno preoccupante, per gli USA e che spiega ancor più semplicemente che a Washington sì, qualcosa di cui peoccuparsi lo hanno da un riavvicinamento tra Mosca e Pechino, anche se l’allineamento tra Mosca e Pechino si basa in realtà quasi soltanto o almeno soprattutto sulla percezione che entrambe le capitali hanno del disegno con cui prima Clinton e poi Bush hanno disegnato il nuovo ordine internazionale del dopoguerra fredda: che li emargina deliberatamente dalla governance globale, che per Cina e Russia è sempre stato in realtà inaccettabile, ma che oggi non devono più neanche – com’era ancora fino a ieri – accettare in silenzio.

Perché oggi possono provare con non poche probabilità di successo in termini di realpolitik  anche a dire di no ala superpotenza in fase di quelo che in America stesa tanti percepiscono come il proprio ridimensionamento: oggettivo (New York Times, 7.7.2013, J. Mankoff, The Wary Chinese-Russian Partnership La partnership circospetta russo-cinese http://www.nytimes.com/2013/07/12/opinion/global/the-wary-chinese-russian-partnership.html?ref=global&_r= 0&gwh=1CBB558D622D093AFAFF1E619C8F2272).

    (Se ne avete tempo, voglia e curiosità – e potete farlo – leggetevi questi due articoli: sono curiosi e in forte contrasto… Neanche proviamo qui a sintetizzarvene gli assunti – non ne vale la pena: potete ben immaginarli anche se sono argomenti confezionati con sapienza e cognizione di causa tecnica. Ma soprattutto quelli del primo pezzo sono gli argomenti radicati nel tempo di Reagan, nel quale del resto gli AA. sono restati idealmente nostalgici.

     Ma il fatto è che adesso si allarmano, e qui ce lo spiegano, perché intorno gli cambiava il mondo anche se loro non lo sapevano proprio accettare: la Russia ricominciava ad esistere come entità geo-politica con un proprio volere e potere e  la Cina diventava essa stessa una superpotenza e si apprestava a scavalcare economicamente l’America stessa… Insomma, un pezzo di rara fissazione, dicevamo monomaniaca, di vecchia sapienza geo-politica obsoleta, anche però di notevole, singolarità)…

Il ministero della Difesa nipponico ha dichiarato che una “flotta cinese” (includeva due cacciatorpedinieri armati di missili, due fregate e una nave appoggio che avevano appena preso parte alle manovre russo-cinesi congiunte  nel Golfo di Pietro il Grande) è stata individuata mentre percorreva lo stretto di Sōya Kaikyō (giapp.)— Proliv Laperouza (russo)— lo stretto di La Pérouse dal nome dell’esploratore francese che lo mappò nel 1787) fra il mar del Giappone e il mare di Okhotsk, un “avvistamento mai prima verificato” nel braccio di mare ampio sui 40 km. che separa l’isola russa di Sakhalin dall’isola più settentrionale dell’arcipelago giapponese, Hokkaidō.

Passaggio che è naturalmente, pieno diritto di chiunque traversare (è battuto un giorno sì e uno no dalla VII Flotta americana, portaerei nucleari incluse) e Tokyo, infatti, come non avana denunce. Ma rileva “con grande preoccupazione la novità”, che i cinesi naturalmente non si peritano di spiegare né al Giappone né, per dire, alla… Nuova Zelanda (Defence Talk, 15.7.2013, China naval fleet seen off northern Japan Flotta navale cinese avvistata al largo del Giappone settentrionale http://www.defencetalk.com/ china-naval-fleet-seen-off-northern-japan-48432).    

Intanto, fonti del governo nipponico avanzano l’ipotesi di poter procedere a “nazionalizzare” alcune tra le quasi 400 isolette che nelle acque che circondano l’arcipelago restano di sovranità contesa e, comunque, non definita ma spesso sono in qualche modo di fatto occupate e/o visitate da cittadini giapponesi. Ed è solo uno dei mille episodi che, in questo caso, potrebbe riaprire l’antico contenzioso tra Giappone e Russia su quelle isole ma che rientra di forza nel  fenomeno che da qualche tempo avanza in parallelo: l’ascesa della Cina e il declino del Giappone— non solo economico ormai (RupeeRainsNews, 15.7.2013, Japan mulls nationalising unclaimed islands Il Giappone considera di nazionalizzare le isole non ancora rivendicatehttp://rupee rains.co.in/japan-mulls-nationalising-unclaimed-islands-report/0715197573).

●In contemporanea, il ministero della Difesa del Sol Levante ha pubblicato un  Libro bianco sullo stato della Difesa del paese (White Paper, Defense of Japan 2013, 7.2013— Libro bianco, La difesa del Giappone 2013 http://www.mod.go.jp/e/publ/w_paper/2013.html) che, valuta il prof. Hu Lingyuan, direttore del Centro di studi nipponici del’università Fudan di Shangai, “esprime la posizione più dura di sempre   nei confronti della Cina, riflette un riposizionamento strategico dell’apparato militare nipponico da Nord (verso la Russia) al Sud (la Cina) e manifesta serie apprensioni sui progressi militari dell’Armata popolare e in particolare per la rapida modernizzazione della Marina militare cinese.

Abe, il nuovo premier nipponico, adesso, sulla spinta di un rilancio economico fatto di una politica rovesciata di 160° rispetto alla norma europea di intervento pubblico molto aggressivo (alla faccia di un debito pubblico a oltre il 215%, 85 punti percentuali al di sopra di quello italiano!: ma lì se ne fregano, o sembrano farlo, perché intanto ricomincia, appunto, a tirare l’economia e da noi è il contrario e perché lì politica monetaria  la gestiscono come pare loro e noi proprio no, come è noto: anche se non è detto che da noi andrebbe meglio se tornassimo a farlo…) e di un attivismo anche sciovinista e un po’ avventuroso in politica estera coi paesi vicini (la Cina!) anche pericoloso ma che rende bene populisticamente, ha vinto le elezioni parziali senatoriali del 21 luglio.

E’, in effetti, riuscito a strappare, per la prima volta dopo sei anni – ma con una partecipazione al voto solo del 52% degli elettori – il completo controllo parlamentare anche alla Camera alta: 65 dei 121 seggi in palio che, aggiunti agli 11 del piccolo partito buddista Nuovo Komeito della coalizione e a quelli della metà dei seggi non in votazione, stavolta garantiscono una maggioranza tranquilla (130 seggi, più 8 del minimo) alla vecchia balena gialla dei Liberal Democratici

Ma ben lontana dai 2/3 dei seggi cui Abe puntava per poter rivedere a piacimento e in senso, diciamo, più attivista anche al Senato, oltre che alla Camera, la Costituzione (New York Times, Election Win by Ruling Party Signals Change in Japan La vittoria elettorale del partito di governo indica il cambio in Giappone http://www.nytimes.com/2013/07/22/world/asia/governing-party-appears-headed-to-lead-japanese-parliament.html? _r=0). Incoraggiato, anche, dal pronostico a lui nettamente favorevole, Abe “stavolta ha buttato a mare ogni freno e contro le tradizionali ambiguità e sfumature della forma mentis nipponica, stavolta c’è andato giù direttamente”.

Il Libro bianco parla del grande vantaggio numerico della Marina cinese, 970 vascelli e 2.580 velivoli rispetto alle 141 navi e 410 aerei di quella nipponica. Si tratta, però, fa osservare il prof. Bernard D. Cole del National War College di Washington che questa superiorità numerica non si traduce in superiorità operativa, considerando il grande vantaggio di ammodernamento tecnologico, di esperienza e know-how degli addetti che la Marina giapponese, formata da professionisti ed esperti mantiene su quella cinese fatta di contadini, operai e impiegati, tutti coscritti. Considerazione che vale identica anche per il personale e il materiale di volo dei rispettivi schieramenti (New York Times,  13.7.2013, J. Perlez, Japan and China Trade Sharp Words Over Islands Giappone e Cina scambiano parole dure sulla questione delle isole http://www.nytimes.com/2013/07/14/world/asia/japan-and-china-trade-sharp-words-over-islands.html?partner=rss&emc=rss).

L’elezione di Abe: e ecco a voi il mio prossimo trucco – seghiamo via la Costituzione pacifista!   (vignetta)

 

Fonte: NYT, 27.7.2013, L. Heng

Per sintetizzare sul tentativo di Shinzo Abe, il suo primo mandato, nel 2006-2007, era stato un completo fallimento e l’opposizione del partito democratico aveva avuto campo per obbligarlo alle dimissioni. Non sarà tutto liscio neanche  stavolta, ma stavolta un elettorato che per anni e anni ha sempre votato dividendosi in modo da non dare ad alcun partito una maggioranza operativa alla Dieta (15 premiers in 20 anni, fino a questo), adesso lo ha fatto, conferendola la antica “balena gialla” anche alla Camera alta, non solo a quella dei rappresentanti ma anche a quella dei consiglieri.

Lo ha fatto su un programma di governo profondamente diverso, rispetto al passato sia il suo di partito conservatore tradizionale che del paese, con una politica estera iperattiva e presenzialista anche a livello di una nuova – e, trattandosi di fare i conti con la Cina – e qualche po’ arrischiata assertività di presenza militare nelle regioni vicine e con una politica economica anch’essa quanto mai prima attivista, di intervento massiccio di spesa pubblica e di gestione rilassata della moneta per rilanciare forte l’economia.

Stavolta, la resistenza che troverà gli verrà, più che dall’opposizione politica, dagli interessi costituiti che resistono al cambiamento – soprattutto di paradigma economico o eversivo della saggezza convenzionale economica istituzionalmente consolidata, interessi sempre pronti a reagire al primo passo falso dentro il suo stesso partito. Anche perché dovrà scontrarsi, ora,  con un mercato del lavoro e una produzione agricola non facile da “controriformare” liberalizzandoli.

Al fondo, poi, Abe, malgrado la sua mancanza totale di ortodossia finanziaria è un conservatore puro e potrebbe anche autodistruggersi, socialmente e economicamente, se volesse insistere troppo sulle sue riforme strutturali, appunto le solite controriforme fatte per liberare l’economia di lacci e lacciuoli ma che si traducono, da decenni, solo in liberazione del lavoro: cioè, in riduzione drastica del numero dei lavoratori e del loro potere d’acquisto e d’un aumento della loro precarietà. Che ovviamente contraddicono lo stesso rilancio dei consumi su cui Abe, pure, punta tutto… (1. The Economist, 26.7.2013, Japan’s election – License to Grow Le elezioni in Giappone – Licenza di crescere http://www.economist.com/news/leaders/21582268-shinzo-abe-must-not-be-distracted-his-economic-programme-lice nce-grow; 2. Il fatto quotidiano, 24.7.2013, Pio d’Emilia, Elezioni Giappone, il trionfo perdente di Shinzo Abe e della sua Balena Gialla ▬ http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/24/elezioni-giappone-trionfo-perdente-di-shinzo-abe/ 665979).

A inizio luglio, tra Cina e Pakistan, è stato raggiunto un accordo formale, strategico viene definito, di cooperazione a lungo termine per lo sviluppo e l’ammodernamento delle telecomunicazioni, delle  reti di trasporto viario e ferroviario e delle infrastrutture elettroniche con investimenti di decine di miliardi di $ e col doppio compito

• di aprire sbocchi alternativi alle strettoie forzate del flusso di materie prime strategiche per la Cina attraverso gli stretti di Malacca e Singapore, insieme allo sviluppo comunque testato di percorsi via terra attraverso Myanmar/Birmania, Turchia e anche Iran; e

• soprattutto attraverso i primi investimenti che l’accordo delinea (il paragrafo chiave che subito comincia ad essere operativo è il #19) per il rafforzamento delle infrastrutture di trasporto, della cablatura a fibre ottiche e delle telecomunicazioni come della costruzione di reti senza filo e elettroniche tra Cina occidentale e Pakistan settentrionale, viene potenzialmente per ora molto rafforzata la capacità dei due Stati di coordinare un mutuo sostegno in caso di crisi col vicino indiano, col quale entrambi i paesi hanno sempre aperto un contenzioso difficile (Accordo bilaterale sino-pakistano intitolato alla Common Vision for Deepening China-Pakistan Strategic Cooperative Partnership in the New Era, Pechino, 5.7.2013— sulla Visione comune per l’approfondimento della partnership cooperativa strategica di Pakistan e Cina nella nuova era http://news.xinhuanet.com/english/china/2013-07/05/c_132516399.htm).         

Ancora due mosse, nel difficile rapporto/confronto tra Corea del Nord e Stati Uniti d’America, mosse neanche troppo strombazzate stavolta, discrete ma sempre contrapposte, sulla scena del vertice dei primi di luglio a Brunei dell’ASEAN, l’Associazione degli Stati del Sud Est asiatico—che tra gli altri include gli Stati Uniti non certo per la loro presenza nel Sud Est asiatico ma per la loro strapotenza militare presente nel Sud Est asiatico.

Il ministro degli Esteri di Pyongyang, Pak Ui-chun, di qua, invita pubblicamente Washington a sostituire l’armistizio della guerra coreana del 1950-1953 con un trattato di pace formaleprima di chiedere alla Corea del Nord di denuclearizzarsi”: la cosa nuova qui, forse solo o forse più che altro retorica ma nuova, è la possibilità legata a quel “prima di”… E invita gli USA ad aprire un negoziato senza condizioni, davvero…

La possibilità, cioè, non più esclusa a priori – anche se poi, al dunque, dipende sempre da un accordo anche loro ovviamente – che il Nord della penisola coreana possa negoziare la propria stessa denuclearizzazione: non detto stavolta ma sottinteso, a condizione che sia accompagnata dalla denuclearizzazione su tutta le penisola e intorno a tutta la penisola, anche sulle navi da guerra americane che sistematicamente incrociano nell’area…

E, di là, per gli USA il ministro americano John Kerry che, però, non raccoglie l’offerta neanche per portarne alla luce i secondi fini possibili ma si limita a ribadire, puramente e semplicemente, che Washington non può mettersi a discutere, e tanto meno a negoziare, con Pyongyang se, prima, lì non si dice di sì alle richieste americane – la rinuncia incondizionata ad armi nucleari proprie – almeno in linea di principio. La solita pretesa di negoziare solo dopo che la controparte ha già detto il suo sì preventivo alle proprie richieste (Japan Daily Press, 2.7.2013, North Korea tells US to sign peace treaty first, before demanding denuclearization La Corea del Nord dice agli USA di firmare il Trattato di pace prima di chiedere la denuclearizzazione http://japandailypress.com/north-korea-tells-us-to-sign-peace-treaty-first-before-demanding-denuclearization-0231599).

Nell’eterna rincorsa tra la spada e lo scudo che da sempre va avanti nella storia militare del mondo, è andato male – completamente fallito – l’ultimo test, decisivo l’avevano definito i tecnici, di un missile antimissile avanzato che avrebbe dovuto intercettare, da un  bersaglio presunto negli USA (in realtà dalla base aerea statunitense di Vandenberg) il 5 luglio nella stratosfera e lungo il percorso sopra il Pacifico un presunto missile nucleare lanciato a bersaglio con partenza altrettanto presunta dalla Corea del Nord e effettiva da una base aerea delle Isole Marshall.

Obama aveva appena finito di dire (tre mesi fa) che, in risposta alle minacce di rappresaglia di Pyongyang avrebbe speso 1 miliardo di $ per aumentare il numero degli intercettori sulla costa occidentale degli USA. E ormai non pochi avanzano il dubbio che anche stavolta lo scudo, come praticamente sempre finora per ogni sistema di antimissile intercettore, perde lo scontro con la spada ora incarnata dal missile una volta che esso fosse lanciato.

Dice Philip E. Coyle III, uno scienziato e supertecnico che fino a pochi mesi fa era incaricato del programma di tests del Pentagono e che ha cambiato, motivatamente, opinione dice che il sistema, è “totalmente inaffidabile” che per natura sua, tecnica, proprio “fa schifo”— it stinks (New York Times, 6.7.2013, T. Shanker, Missile Defense Interceptor Misses Target in Test L’intercettore [americano] antimissile fallisce il test http://www.nytimes.com/2013/07/06/us/missile-defense-interceptor-misses-target-in-test.html?_r=0).

La spiegazione l’aveva ben anticipata già molti anni fa chi il sistema lo aveva lui stesso inventato e venduto, allora, al presidente Reagan e poi ci aveva radicalmente ripensato e qui in Nota a fondo pagina[3] ve la riportiamo come qualche anno fa, proprio in questa stessa Nota congiunturale, la presentammo.

Sud e Nord Corea  hanno concordato, in linea di principio, di riprendere le attività  nella zona industriale della joint venture di Kaesong (che comprende ben 123 fabbriche e impianti di produzione) al confine che Pyongyang aveva chiuso d’autorità all’inizio dell’ultima fase di confronto, ai limiti del possibile scontro militare che aveva coinciso col rilancio degli esperimenti missilistico-nucleari decisi dal Nord semplicemente per affermare il proprio – irrinunciabile – diritto sovrano di farlo. Lo dichiara sul sito web del ministero per la Riunificazione del Sud un comunicato congiunto delle due parti il 7 luglio (Xinhua.net, 7.7.2013, S.Korea, DPRK agree in principle to reopen joint industrial park— Sud Corea e RDPC concordano sul principio della riapertura del parco industriale congiunto http://news.xinhuanet.com/english/world/2013-07/07/c_132519062.htm).

La Banca centrale sudcoreana ha diffuso il 12 luglio la sua stima che l’economia nord-coreana è cresciutaalmenodell’1,3% nel 2012, in tutti i settori: industria, manifattura, agricoltura, pesca, foreste. Già nel 2011 registrava una crescita contro lo stallo dei due anni precedenti. Con l’esclusione del commercio inter-coreano (sul 19% del totale. Cresciuto nell’anno del 15% e quasi tutto realizzato attraverso il parco industriale in joint venture di Kaesong; il 60% è con la Cina), il volume totale degli scambi del Nord ha registrato 6,8 miliardi di $, circa mezzo miliardo in più del 2011.

Si tratta in ogni caso di un PIL che ammonta a 33 e mezzo trilioni di won, sui 48-49 miliardi di € (la moneta sud-coreana: 1€=1.466 won) l’anno scorso, 1/38 di quello sud-coreano (KBS Global/Korean Broadcasting System, 1.7.2013, N. Korean Economy Grows 1.3% Last Year L’economia della Corea del Nord cresce l’anno scorso dell’1,3% http://english.kbs.co.kr/news/news_view.html?No=97179&id=IK).

Infine, nel mese, e accennandolo qui solo per trista memoria, passando dalla tragedia alla commedia all’italiana. C’è di tutto:

• gli spioni israeliani professionisti che non c’entrano niente ma c’entrano sempre;

• gli ambasciatori di paesi che fanno un po’ schifo come il Kazakistan in un paese che ormai, come il nostro fa anch’esso un po’ schifo, gli spioni italiani, naturalmente ex carabinieri che sventolano il loro tesserino con tanto di accreditamento da “maresciallo in pensione” di fronte allo spiegamento di forze – 50 unità della DIGOS – mandate a fermare, caricare su un aereo privato e rispedire ad Astana una giovane donna, la signora Shalabayeva, e la sua bimba kazake, moglie e figlia di un ex ministro, del Petrolio!, di quel paese,

• l’ex oligarca e nuovo dissidente, Mukhtar Ablyazov, ora ricercato per essersi messo a capo dell’opposizione ma accusato anche – forse non proprio a torto (prendetelo con le molle, vista la fonte, sia il quotidiano in questione che l’autore ma leggetelo, se non altro per i fatti che comunque riporta, e dei quali è utile tener conto: il Giornale, 14.7.2013, F. Biloslavo, Macché perseguitato, è un avventuriero - Ecco la vera storia di Mukhtar Ablyazov http://www.ilgiornale.it/news/interni/macch-perseguitato-avventuriero-ecco-vera-storia-mukh tar-935648.html) – e comunque anche in Gran Bretagna di essersi appropriato di alcuni miliardi di $ dello Stato kazako del cui presidente e dittatore, Nazarbayev; era stato per anni ministro, oligarca e fedele manutengolo;

• un ministro, l’Angelo – mai capito poi perché Angelino! – Alfano,  che non sapeva niente – e al solito non si sa se è peggio o meglio così;

• una ministra degli Esteri, Emma Bonino, che si autodefinisce esperta di cose estere e violazioni di diritti umani – è vero, un po’ selettivamente: alcune più alcune meno accettabili, ma sempre contro quel che sa di est o vecchio est europeo e assai discreta, al meglio, nei confronti delle violazioni fatte qui in occidente, solo quelli amati dai radicali, non gli altri – che su tutto questo, anche lei, non sapeva niente di niente—

— ecco dicevamo, c’è davvero di tutto, compreso il fatto che tutta la faccenda galleggia sul promettente e potenzialmente ricchissimo giacimento kazako di Kashagan che certo puzza molto di petrolio e di peggio ma che – per conto dell’Italia – è gestito dall’ENI… ; e compreso l’evento che dopo due mesi di totale silenzio, Bonino da Bruxelles il 22 luglio scopre che non può più proprio tacere e che qualcuno “qualche istituzione” – non ben identificata ancora, però, si capisce… – non ha ancora detto tutto quel che va detto su Kazakistan, kazake, kazaki e kaz*ate… nostrane. (Dice adesso Bonino:

     “per quello che seguo in solitario [e che cavol vuol dire? il ministro degli Esteri! ] e con grande attività [del tutto invisibile, però…] dal 1° giugno, di fronte a istituzioni del Paese che continuavano a ripetere che tutto era regolare [quante? quali? e a cui chiaramente, lei – ma fieramente tacendo! – non ha evidentemente creduto], la mia preoccupazione è stata difendere questa signora. Ritengo altresì che ci siano punti oscuri che altre istituzioni [al solito: o lo dici, o è meglio che continui a stare zitta, Bonino!] debbano chiarire”.

     Però, bisogna evitare di “indebolire la presenza [l’ENI e il petrolio] e la capacità di assistenza [se ancora serve… a Shalabayeva e bambina] dell’Italia in Kazakhstan: non vorrei che venissimo lasciati con una presenza indebolita ad Astana”.

     Per cui, in buona sostanza, noi non chiederemo il ritiro dell’ambasciatore kazako a Roma, per come s’è comportato – manco fosse quello degli USA! – e per come gli abbiamo consentito noi di comportarsi, ma speriamo che se lo rittirino loro da soli!!! (il Giornale.it, 22.7.2013, Shalabayeva, Bonino: “Punti oscuri da chiarire” ▬ http://www.ilgiornale.it/ news/ interni/shalabayeva-bonino-punti-oscuri-chiarire-937640.html).

EUROPA

Buttata in giù, al cosiddetto rating del BBB, l’Italia con i suoi titoli di Stato, adesso, è stata ancora degradata da Standard & Poor’s e con prospettive pure negative di ulteriore declassamento… Ma i fatti, nel merito, non sembrano poter dar torto a S & P’s  nel merito: crescita prevista ormai a -1,8%, mentre tutti gli altri anche se quando  perdono e arretrano come la Spagna, in termini comparativi ormai vanno meglio di noi…; i dati dell’economia reale, tutti, sempre più terrificanti…; e l’incapacità di garantire coperture di spesa per quel che comunque non possiamo evitare di si deve pagare….

Nel merito, la valutazione, insomma, regge… sempre che il governo deglutisca e mandi giù senza reagire – come lemme lemme alla fine farà, dopo aver deplorato col ministro Saccomanni la sventata e arrogante supponenza di S & P’s, cacciando via, fisicamente, dal paese – come in passato hanno minacciato altri governi, la Francia ad esempio, ma senza osare mai farlo – questo termometro della febbre che registra il mercato. Sgradito non tanto perché registri una febbre a 40°  che ovviamente c’è: ma solo perché uno non gli dovrebbe riconoscere magari proprio il diritto a pronunciarsi. Discutibile, sicuro, ma forse ormai necessario e legittimo…

Osano farlo in America, invece, dove un tribunale ha aggiudicato a favore del dipartimento della Giustizia una causa da 5 miliardi di $ contro la Standard & Poor’s proprio, accusata di aver intenzionalmente sviato gli investitori “gonfiando” tutta una serie di ratings tra il 2004 e il 2007 per compiacere i clienti dell’industria finanziaria che volevano piazzare sul mercato i loro prodotti. L’accusa non è di incompetenza, qui è seccamente proprio quella di frode (The Economist, 19.7.2013).

EUROSTAT informa che il tasso di disoccupazione nell’eurozona resta dov’era a luglio all’insopportabile 12,1% di giugno: per gli effetti devastanti sul piano umano della recessione e della depressione che durano ormai, per i paesi cui va meglio, da oltre un anno e mezzo. Ci sono ora, e prendendo solo il dato ufficiale, 19.266.000 disoccupati a giugno, mentre nell’Unione a 27 il tasso di disoccupazione è un po’ più contenuto, al 10,9%.

Spagna e Grecia restano a un tasso di senza lavoro intorno al 27%, l’Italia al 12,1 e la Germania gode, a ragione, di uno zoccolo morbido di disoccupati di appena il 5,4%, l’Austria di un virtuosissimo 4,6, con una disoccupazione giovanile di appena il 9% (rispetto ai catastrofici dati di Grecia, Spagna, Portogallo, Italia: rispettivamente 58,7; 56,1; 42,1; e 38,5% dei 15-34enni        (EUROSTAT, 31.7.2013, #1118/2013, Euro area unemployment rate at 12.1% - EU27 at 10.9%— Il tasso di disoccupazione dell’eurozona è al 12,1% - nella UE a 27 al 10,9 http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-31072013-BP/EN/3-31072013-BP-EN.PDF).  

Qui, a essere cinici o anche solo realisti, verrebbe da dire che le cose sotto il profilo disoccupazione vanno talmente male che peggio non potranno molto più andare: nel senso che, forse, ormai, saremo al limite del picco ascendente... Solo che, a essere così sconfinatamente ottimisti, specie in materia, l’esperienza non la previsione sembra sempre riservare gran brutte sorprese…

Sempre EUROSTAT rileva che sempre a maggio il tasso medio di inflazione nell’eurozona si è attestato all’1,6% in aumento dall’1,4 di aprile. Resta così ben al di sotto del target del 2% fissato dalla BCE ma, vedrete, che il leggero pur se contenuto picco di maggio – stiamo scrivendone ora,  al 1° luglio – e questa adesso sarà un’altra scusa per la Banca di non abbassare i tassi di interesse della zona (EUROSTAT, 31.7.2013, #117/2013, Euro area annual inflation stable at 1.6% Il tasso di inflazione dell’eurozona è stabile all’ 1,6% http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-31072013-AP/EN/2-310720 13-AP-EN.PDF). In Italia, dove ovviamente il tasso di attività economica è tra i più bassi, è anche tra i più bassi in assoluto il livello di inflazione: non per virtù, solo per assenza di consumi, al’1,1% a luglio.

E sempre EUROSTAT, adesso a fine luglio, subito dopo l’ISTAT, certifica qualcosa di buono finalmente anche per l’Italia. Sarà che per chi ha toccato il fondo, ma va celebrato anche un aumento dallo 0,1 allo 0,2% di un indice specie se concreto, che riguarda l’economia reale (la produzione industriale, al +0,1%; la fiducia delle imprese, in Europa a +1,2, in Italia è a +3 e oltre (a luglio da 76,4 a 79,6…) perché costituisce comunque un aumento colossale del 100%...

Dopo EUROSTAT, che si guarda bene dal farlo, facciamo notare noi che, e quanto, sia invece falso, e stupido, il rilievo avanzato su quel 12,1% di disoccupazione europea dal NYT che ai suoi lettori racconta come fosse una verità rivelate e, peggio, dimostrata quando è solo pretesa saggezza convenzional-monetarista di quella che ci affondati giù nella ca**a come proprio “la divergenza tra i tassi di disoccupazione all’interno dell’eurozona renda difficile alla BCE mettere insieme una politica monetaria appropriata per tutti i paesi membri(New York Times, 1.7.2013, J. Ewing, Joblessness Edges Higher to Hit a Eurozone Record La disoccupazione si spinge all’insù fino al record nell’eurozonahttp://www. nytimes.com/2013/07/02/business/global/euro-zone-joblessness-rises.html?ref=business&_r=0).

 

Quando è vero proprio il contrario. C’è bisogno di espansione, di crescita infatti, in tutta l’eurozona. Che ha anche bisogno di un riequilibrio che possa consentire ai paesi della sua periferia (Spagna Grecia e Portogallo, almeno) di puntare davvero a una maggiore competitività rispetto ai paesi del cosiddetto nocciolo duro (per esempio, Germania e Austria).  E’ la ragione per cui in una qualsiasi formazione economico-politica con una sola moneta comune, una politica della BCE più espansionista ridurrebbe direttamente la disoccupazione nei paesi della periferia.

Certo, elevando un po’ il tasso di inflazione nel nocciolo e così ridando ai primi un po’ di concorrenzialità. Che sono esattamente i risultati che una politica europea neanche coraggiosa quanto solo sensata dovrebbe proporsi. Politicamente parlando, però e si sa bene, non è affatto facile come si vede ogni giorno. Da anni. I tedeschi sono addirittura ossessionati dall’inflazione. Ma questa non è faccenda economica, è solo questione politica appunto. Non esiste, infatti, alcuna ragione di ordine economico – nel mezzo di una recessione, poi, come questa – a impedire, o anche solo ostacolare, una politica monetaria maggiormente espansiva.

Racconta il WP (Washington Post, 26.7.2013, H. Schneider, I.M.F.: Euro region at high risk of stagnation Il FMI: l’eurozona è ad alto rischio di stagnazione http://www.washingtonpost.com/business/economy/imf-euro-region-at-a-high-risk-of-stagnation/2013/07/25/0e6cad18-f540-11e2-9434-60440856fadf_story.html), riportando la notizia delle nuove proiezioni del Fondo monetario internazionale su debole crescita e disoccupazione in aumento nell’eurozona che “globalmente, nel 2014, la crescita è prevista in media” sotto l’1%, al massimo “allo 0,9%. Che non solo è un tasso debole ma maschera anche la larga divergenza che persiste tra i paesi dell’euro: lo scarto di performance (IMF, 13th Jack Polak [eminente economista e ricercatore olandese degli anni ‘50 che contribuì a costruire le strutture iniziale del FMI] Annual Research Conference, 8-9.11.2012, Ángel Estrada (Bank of Spain), Jordi Galí (Centre de Recerca en Economia Internacional di Barcellona), David López-Salido (Federal Reserve Board, USA), Patterns of Convergence and Divergence in the Euro Area Schemi di convergenza- divergenza nell’area euro http://www.imf.org/external/np/res/seminars/2012/arc/pdf/ELS.pdf )         tra il settore largamente competitivo dell’export tedesco e le economie in stallo del Sud d’Europa— che resta uno dei principali problemi dell’eurozona”.

Tutto vero, ovviamente. Ma anche tutto maledettamente distorto. Perché, a stare ai dati stessi del Fondo, non c’è poi una così enorme differenza fra la proiezione di crescita del 1914 tra i diversi paesi. L’economia tedesca, in effetti, non è proprio nel mezzo di un boom, prevista in crescita sì e no dell’1,5%, quella della Spagna è pronosticata a +0,7 e la  crescita dell’Italia a + 0,5. Il gap vero tra queste economie è tutto piuttosto non tanto nella previsione 2014 ma nel fatto che la Germania è riuscita a sostenere per gli ultimi cinque anni una crescita magari moderata ma continua mentre l’Italia e la Spagna hanno catastroficamente stagnato da anni e anni smettendo di crescere e, invece, calando.

Tra l’altro varrebbe anche la pena di prendere nota che le previsioni di crescita del FMI per i paesi della periferia dell’eurozona sono state sempre sbagliate per eccessivo ottimismo, a fronte dell’adozione dal Fondo stesso propugnata, e da tutti quei governi pedissequamente adottata, da anni e per anni, della ricetta economica “giusta”: perché giusta all’unisono dicevano che fosse – l’austerità – FMI, Banca centrale e accademia convenzionale seguite dai vari governi… una valutazione che oggi esso stesso comincia però a rimettere in dubbio in qualche modo— esitando, un passo avanti avntio e due indietro…

In altre parole, estremizzando ma poi mica tanto, il problema vero dell’Europa e dell’eurozona è proprio la crescita tedesca o, meglio, il modello che la Germania ha adottato per crescere: consumi interni tenuti bassi, esportazioni alte. E, con esse, esportazione anche della propria disoccupazione nel resto del mondo, specie là dove vende di più l’import tedesco come la periferia geografica e economica dell’Europa. E, per questo, secondo il mandato del suo statuto, il Fondo monetario internazionale dovrebbe riprendere la Germania e pretendere che correggesse il suo virtuoso ma in realtà iper-egoistico comportamento macroeconomico.   

In Lussemburgo, il primo ministro e ministro delle Finanze praticamente a vita (lo era da 18 anni),  Jean-Claude Juncker, ha smesso di esserlo. Ex presidente, autorevolissimo, del possente Eurogruppo dei ministri delle Finanze dell’Unione, Juncker ha presentato le dimissioni al Granduca di Lussemburgo stroncato dalle rivelazioni sugli sporchi trucchi del suo capo del controspionaggio che, di propria iniziativa, registrava addirittura con un orologio truccato le sedute di gabinetto: oltre a spiare mezzo paese.

Juncker che non è stato né imputato né accusato di alcunché personalmente, avrebbe anche resistito proprio adducendo questa motivazione ma è stato obbligato a farlo quando gli è stata di fatto ritirata la fiducia da uno dei minori alleati della sua coalizione, il Partito socialista dei lavoratori. E si è arreso. Mostrando in ogni caso una sensibilità istituzionale che avrebbe bisogno, certo, di altri seguaci in Europa (New York Times, 12.7.2013, A. Higgins, Luxembourg’s Prime Minister Resigns Si dimette il primo ministro del Lusssemburgo http://www.nytimes.com/2013/07/12/world/europe/spy-scandal-fells-luxembourgs-prime-minister.html).

Il ministro delle Finanze del Portogallo, Vitor Gaspar, che ha disegnato tutte le “riforme”, le controriforme in realtà, trangugiate dal paese sotto e d’accordo con la troika, il FMI e l’Unione europea insieme alla BCE, per arrivare al pacchetto di salvataggio di cui il paese ha dovuto usufruire. Le dimissioni arrivano mentre continuano disordini e proteste a flagellare il paese contro la politica austeriana del governo. Dove il ministro del Tesoro, Maria Luis Albuquerque, assume adesso anche il portafoglio delle Finanze (Económico, 2.7.2013, Demissão do "arquitecto da austeridade" dá volta ao mundo nos media ▬ http://economico.sapo.pt/noticias/demissao-do-arquitecto-da-austeridade-da-volta-ao-mundo-nos-media_172523.html).

Però, messa una toppa, si riproduce e s’allarga anche, lo sbrego: se ne va anche il ministro degli Esteri, Portas, in polemica diretta proprio con la nomina della Albuquerque da cui dissente. Dimissioni respinte ma sulle quali egli insiste e che sembrano pronte ad acccomopagnare anche quelle dei itolari dell’Agricoltura, signora Assuncão Cristas e degli Affari sociali Pedro Mota Soares. Mentre il primo ministro Pedro Passos Coelho, in un discorso televisivo, ha chiarito l’intenzione di restare al proprio posto (tanto poi chiunque alla fine qui – e non solo qui… – sia poi  il primo ministro, alla presidenza del Consiglio chi siede e comanda non è lui, è sempre chi rappresenta, di volta in volta, la troika).

Abbiamo molto da lavorare – ha ribadito – alle prese con un pacchetto di riforme che vanno portate avanti (Económico, 3.7.2013, Crise política no país - Paso Coelho não se demite e diz que adjustanento é para continuar http://economico.sapo.pt): cioè, per continuare con le vere e proprie controriforme, tagli e cancellazioni “obbligati” per racimolare i quattrini con cui soddisfare i termini del piano di salvataggio di 78 miliardi di € chiesto, ottenuto e subìto da UE, BCE e FMI nel 2011…

Saltano subito alle stelle, i tassi di interesse sui titoli di Stato, gonfiando inesorabilmente il debito e ributtando all’indietro quel poco di progresso che era stato fatto finora a prezzo carissimo: la conseguenza inesorabile della cura che, almeno il FMI, ha riconosciuto da poco essere “idiota” (International Monetary Fund, Country Report No. 13/156, Greece 2013: Ex Post Evaluation of Exceptional Access under the 2010 Stand-By ArrangementRapporto paese no. 13/156 -- la traduzione del titolo del Rapporto, in burocratese estremo, recita: Valutazione ex post dell’accesso eccezionale ottenuto sulla base dell’accordo relativo alla concessione della linea di credito biennale del 2010 [tradotto in una lingua più piana, normale: risultato dell’accesso a tutti i documenti interni dell’Amministrazione greca che li abbiamo costretti a farci vedere come condizione del prestito avuto da noi] ▬ http://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2013/cr13156.pdf Il testo delle conclusioni, cioè dell’autocritica, del Fondo è stato meritoriamente tradotto e pubblicato in italiano da ▬ http://www.altramente.org/ index.php?view=article&catid=8:articoli&id=1118:il-fmi-sulla-grecia-abbiamo-sbaglia to&format=pdf).

E, alla fine di questo grottesco balletto, l’ex ministro degli Esteri dimissionario, Portas, rientra nel gabinetto come… vice primo ministro. Un esito a dir poco pagliaccesco (New York Times, 7.7.2013, R.Minder, Seeking to Repair a Rift in Portugal’s Ruling CoalitionTentando di riparare lo sbrego nella coalizione di governo lusitana http://www.nytimes.com/2013/07/07/world/europe/seeking-to-repair-a-rift-in-portugals-ruling-coalition.html?ref=europe).

Sembra arrivare al limite, a questo punto però, la pazienza politica del presidente della Repubblica, Aníbal Cavaco Silva, che invece di limitarsi a dire sì – o magari anche no – alla proposta di rimpasto del premier dice di essere a favore di un “accordo di intesa nazionale” alla ricerca di un nuovo governo di coalizione (dove la qualificazione non sarebbe certo nel metodo, la coalizione, ma nella qualità, il nuovo: difficilissimamente peraltro definibile e probabilmente anche in realtà irreperibile, anziché continuare a trascinarsi con il governicchio attuale permanentemente sconquassato e dai dissensi e dal peso delle insensate politiche di austerità che al paese sono state etero-imposte (da UE, BCE, FMI, in sostanza dal neo-liberismo rampante con i suoi dogmi) e che il suo governo ha comunque accettate.

L’intervento di Cavaco Silva per un “accordo di salvezza nazionale” che chiamasse alle urne anticipatamente, al massimo tra un anno – un anno di caos ulteriore dunque – il paese, è stato giudicato quasi all’unanimità nel paese una forzatura impossibile perché meterebbe insieme il pegio dello status quo atuale e il peggio dell’incertezza dei tempi a venire: un intervento a gamba tesa che complicherà – altro che positivo effetto choc! – la vita politica del paese che continua a affondare nella crisi ormai di sistema e in quella, più contingente ma nell’immediato serissimamente tragicomica delle dimissioni andata e ritorno nella compagine (si dice per dire!) di governo.

Ora l’appello, che Cavaco Silva intendeva fosse a sostegno del programma di salvataggio e delle condizioni imposte d 78 miliardi di € ha fatto immediatamente impennare i rendimenti dei titoli di Stato: cosa che, viene fatto osservare, quel sempliciotto del presidente si sarebbe in effetti dovuto aspettare e ha rispinto all’ingiù quasi tutti i valori azionari appena appena all’inizio di una ripresina (Financial Times, 11.7.2013, P. Wise, Portugal president’s call for national unity backfires Controproducente l’appello del presidente del Portogallo per l’unità nazionale http://www.ft.com/intl/cms/s/0/0e518e10-e9fc-11e2-913c-00144 feabdc0.html#axzz2Ylxu1RKC).

Per tornare un momento – non sarà l’ultimo certo – alla Grecia, la stanno costringendo a rinegoziare con la troika (proprio quelli che secondo le confessioni e l’autoaccusa di almeno uno dei tre, il Fondo monetario – vedi qui, due paragrafi sopra, la citazione – hanno combinato disastri e sbagliato ogni ricetta ma oggi, diabolicamente e soprattutto stupidamente, persistono. Hanno cominciato l’opera di “convinzione” con un altro ultimatum: “dimostrare” di poter superare le resistenze di massa ai tagli ancora richiesti prima di accedere alla prossima tranche di € 8,1 miliardi che già non le era stata versata a giugno.

Per averla avrebbe dovuto licenziare in tronco altri 12.500 dipendenti pubblici.  Poi, dopo una settimana di negoziati durissimi, anche di forte crisi interna al governo greco, alla fine esso e i suoi  creditori rappresentati appunto dalla troika, hanno concordato l’8 luglio su un nuovo round di ulteriori misure di austerità che il paese deve adesso aggiungere a quelle intraprese. Ora, dopo i nuovi segnali di crisi dentro il governo, i ministri dell’Eurogruppo hanno subito detto di sì ai consigli dei tecnici della troika, essi stessi adesso preoccupati. Così, invece degli immediati ulteriori licenziamenti basterà, pare, che i licenziandi vengano “soltanto” messi in mobilità a tempo ridotto altri 12.000.

Ora il governo (ma, poi, in ogni caso Atene non riceverà gli 8 e più miliardi di € stanziati adesso, bensì solo 3 miliardi di € subito e un altro mezzo miliardo tra tre mesi: e poi si vedrà…) tenterà di forzare la mano al parlamento, dove la sua maggioranza però è ancora più precaria, presentando le nuove misure e condizionalità— che di questo sempre si tratta. La differenza, pensano al governo greco, è che, avendo già ottenuto a priori l’approvazione di massima europea prima di far votare le leggi che vogliono ora stavolta sarà più facile, ma sempre necessario, per non far ritirare la mano a chi presta.

Che, d’altra parte, però, sembra ormai anche un po’ più avvertito dei rischi che, forzando troppo la mano, ormai corre come tale proprio e anche l’Europa (New York Times, 8.7.2013, N. Kitsantonis, Euro Zone Approves Fresh Aid for Greece L’eurozona approva aiuti freschi alla Grecia [aiuti magari per la discesa, però…] http://www.nytimes.com/2013/07/09/business/global/greece-and-lenders-near-deal-on-new-austerity-measures. html? ref=global-home). Perché sembra ormai chiaro a tutti coloro che non vogliono continuare a essere ciechi che se sarà, come sarà, anche necessario ancora procedere qui – come altrove – a dure riforme, qui – come altrove – la precondizione non è in altre dosi di austerità ma il rilancio, la crescita e un qualche accordo che la renda possibile.

In ogni caso, ancora una volta – ma solo con tre voti di maggioranza adesso – il parlamento degli ElleniVouliton Ellinon approva la “proposta”-ukase della troika e del governo di un’ulteriore rata di 25.000 licenziamenti dall’impiego pubblico entro l’anno. In mezzo a un’altra ondata di proteste e di scioperi duri che, alla fine, secondo noi, faranno saltare tutto (New York Times, 17.7.2013, N. Kitsantonis, Greece Approves New Austerity Measures La Grecia approva nuove misure di austeritàhttp://www. nytimes.com/2013/07/18/world/europe/greece-approves-new-austerity-measures.html?_r=0).  

●Intanto, a ritmo, orario e programmazione ridotta (e senza news) riprendono le trasmissioni della vecchia televisione di Stato la ERT, sciolta dal governo Samaras, decisione che gli era (quasi) costata la crisi del governo (ormai rimasto attaccato a due-tre voti di maggioranza) e ora ribattezzata EDT (Televisione Pubblica Greca) dove l’aggettivo riesumato, “pubblica”, costituisce di per sé un roboante pernacchio a chi aveva detto sì al taglio. Ma si tratta, per ora, di una vittoria molto teorica perché restano al momento licenziati i 2.600 tecnici, giornalisti e operatori dell’ex Tv pubblica. Insomma non l’hanno chiusa riducendola proprio al silenzio. Ma quasi (ANSA.med, 10.7.2013, Greek public broadcaster signal back on air, using 'EDT' Il segnale della televisione pubblica torna a trasmettere, col nome di ‘EDT’ http://www.ansamed.info/ansamed/en/news/nations/greece/2013/07/10/Greek-public-broadcaster-signal-back-air-using-EDT-_9004029.html).

Nella Repubblica ceca, il presidente Zeman ha fatto giurare il primo ministro che lui ha personalmente designato, Jiri Rusnock, e il suo gabinetto, infuriando la destra che ha dovuto rassegnarsi alle dimissioni visto lo scandalo che ha personalmente colpito il premier dimissionario (cfr. Nota congiunturale no. 7-2013, cap. EUROPA/Rep. ceca http://www.angelogennari.com/notaluglio13.html). Ora si tratta di vedere se Zeman riesce comunque a far passare chi ha designato, forzando i numeri che, sulla carta, danno ancora una lieve maggioranza alla destra…     

Il nuovo governo della Bulgaria, in sella da appena quattro settimane, si è subito scontrato con le identiche difficoltà di quello appena dimissionato, di fronte a vaste proteste di massa e dimostrazioni per le strade di molte città che continuano a chiedere a voce alta maggiore trasparenza e la fine delle oligarchie dominanti nell’economia del paese largamente corrotta. Ha lamentato il nuovo premier Plamen Oresharski che la partenza del suo governo è stata “la più complicata dei tempi recenti”.

Ma la causa sono state anche una serie di sue designazioni per così dire dubbie, la più contestata quella di Delvan Peevski, un Berlusconi in dodicesimo, solo 32enne a capo della potente agenzia nazionale di sicurezza interna. Peevski, affiliato al partito etnico turco di Bulgaria, piccolo componente della coalizione guidata dai socialisti al governo controlla personalmente come proprietà, e quindi anche come gestione, un impero mediatico (giornali, Tv private, reti web: ricorda qualcosa?). Era già stato sottosegretario in un precedente governo socialista e venne allora licenziato in tronco, nel 2007, rinviato a giudizio per estorsione e corruzione – anche se poi prosciolto in istruttoria: ma non per non aver commesso il fatto o per la sua insussistenza: per prescrizione dei termini (anche questa già nota, no?).

Primo ministro e parlamento ci hanno presto ripensato e la decisione è stata cancellata (già qualcosa, no?) ma il danno era già stato fatto. E le manifestazioni sono ripartite, con la formazione di un ordine giudiziario indipendente (ah!) e il funzionamento di uno Stato rispettoso della democrazia, come recitano le nuove parole d’ordine urlate per le strade di Sofia, Plovdiv, Varna, Burgas (The Economist, 28.6.2013, Protests in Bulgaria – Yet another early election? Proteste in Bulgaria - Un’altra elezione anticipata? http://www.economist.com/blogs/easternapproaches/2013/06/protests-bulgaria)...

Alla fine, dopo giorni di dimostrazioni e anche di scontri con la polizia per le strade di tutte le grandi città, il 24 luglio la folla che andava assediando da una quarantina di giorni il palazzo del parlamento ha obbligato le forze antisommossa a sfollare con la forza una via d’uscita nella calca di manifestanti tra la folla che premeva e bloccava da molte ore l’uscita a un centinaio di ministri e parlamentari gridando contro la corruzione della classe politica (NewsUK24, 24.7.2013, Bulgarian MPs trapped inside parliament by protesters I dimostranti intrappolano i parlamentari bulgari dentro il palazzo del parlamento http://www.newsuk24.com/news/bulgarian-mps-trapped-inside-parliament-by-protesters/related ).  

In Albania, alle elezioni politiche generali, il partito socialista di Edi Rama, all’opposizione, ha sconfitto sonoramente (84 seggi su 140 in totale) il partito democratico di Sali Berisha, un vecchio famiglio da sempre protetto del Berlusca che puzza almeno quanto lui e per gli stessi motivi (al premier albanese che, alla firma di un accordo di “partenariato strategico” a Roma, nel 2010 prometteva “finché il suo amico Silvio restava al governo, di bloccare l’esportazione di clandestini del suo paese in Italia”, l’amico Silvio con battuta berlusco/burlesquiniamente “innocente” rispondeva, fra lazzi e scherzi, come informavano il giorno dopo i giornali (la Repubblica, 12.2.2010, L'umorismo di Berlusconi con Berisha:“Sbarchi? Ammesse solo belle ragazze” ▬ http://www.repubblica.it/cronaca/ 2010/02/12/news/berlusconi_sbarchi-2272819).

Berisha, che dopo il periodo comunista è sempre stato, salvo brevi intervalli, al governo col suo governo di destra, aveva cercato di rifarsi finalmente una qualche verginità come “uomo del fare” buttando milioni di € nel rifacimento di strade e autostrade di cui certo il paese aveva bisogno, ma stavolta è stato efficacemente affossato da intercettazioni che dimostrano come Berisha usasse comprare deputati e senatori dell’opposizione per rafforzare o fare le sue maggioranze – il caso dell’ex socialista Ilir Meta, una specie di De Gregorio, o Razzi locale, rei entrambi confessi, o di  Scilipoti che continua, invece, improbabilmente a negare – e che nel 2009 consentì dietro pagamento al piccolo Berlusca locale di fare il governo.

Probabilmente Edi Rama ripresenterà adesso la richiesta che, soprattutto a causa dell’odore di marcio che aleggiava inequivocabile intorno a Berisha, finora aveva visto respinta l’adesione alla UE. Noi li consiglieremmo di cuore, però, di prendere tempo, di consolidare meglio la sua ripresa (Tirana è forse l’unica capitale balcanica che non è andata in recessione) trasformandola anche finalmente in occupazione— che qui è, ufficialmente, al 12,8%, malgrado una differenza sesquipedale tra popolazione effettiva, nel censimento del 2011, a 2,8 milioni di abitanti e lista elettorale che è a 3,3 milioni e si spiega solo con i più di 1 milione di albanesi che lavorano all’estero, per lo più clandestini (The Economist, 28.6.2013, Albania’s election – Edy’s turn— Le elezioni in Albania – Il turno di Edi http://www.economist.com/news/europe/21580177-old-political-rival-becomes-new-prime-minister-edis-turn).

Nei paesi baltici, un tasso di fertilità in continuo declino e un non irrilevante aumento medio delle aspettative di vita hanno aperto il tema (il problema?) di una popolazione che cala in Lituania, in Estonia e in Lettonia. E’ un quadro che si riflette un po’, certo, in tutta l’Europa ma che in questi paesi (peraltro ormai, anche da noi, in Italia) risulta esacerbato anche da un tasso di emigrazione “intellettuale” particolarmente elevato creando una schiera di problemi economici, politici e sociali.

 A marzo il presidente lettone, Andris Berzins, dicendo di avanzare i suoi dubbi anche a nome dei suoi colleghi degli altri due paesi baltici, ha dichiarato in termini a dir poco scioccanti che se l’emigrazione massiccia in atto dai loro paesi non si ferma, fra dieci anni sarà a rischio la stessa indipendenza di Lettonia, Estonia e Lituania. Certo, un paese non è indipendente in base all’entità della propria popolazione – e c’è una tesi forte tra gli economisti che sostiene il contrario: che se un paese si concentra per svilupparsi sul’innovazione e la tecnologia, cresce e non solo qualitativamente anche di più che con l’aumento della popolazione – ma la preoccupazione in genere va invece montando.

Con una popolazione anziana che cresce e i lavoratori attivi che nelle coorti più giovani aumentano poco, o addirittura per niente, a sostenerne assistenza e pensioni si fa pesante la domanda crescente  sui bilanci pubblici. Forte, nei confronti, di una popolazione giovanile culturalmente e professionalmente preparata, si farà l’attrazione di altri paesi europei molto vicini (Germania, Olanda, Danimarca, i nordici) e pressante l’arrivo invece di “manovalanza” straniera che “minaccia” le loro gelosamente, anche ossessivamente, difese identità culturali. Probabilmente i governi non potranno fare granché per “governare” il fenomeno se non darsi da fare per trovare il modo di renderlo un po’ più gestibile (Stratfor, Global Intelligence, 10.7.2013, In the Baltics, Emigration and Demographic Decline Nei paesi baltici, emigrazione e declino demografico http://www.stratfor.com/analysis/baltics-emigration-and-demographic-decline).

Alla ricerca, ancora quasi sempre frustrata soprattutto dalle proprie incertezze e esitazioni, del modo di influire sull’evoluzione dei paesi dell’Europa orientale che nell’Unione non sono entrati e restano attratti come satelliti nell’orbita naturale del pianeta madre, l’UE cerca di darsi da fare. Il Commissario all’allargamento Stefan Fule – che però conta ormai poco visto che di ulteriore allargamento non parla davvero più nessuno se non a distanza ormai, se andrà bene per chiunque, di anni e decenni – sta facendo il giro delle sette chiese (Moldova, Armenia, Georgia…) ma non può più promettere niente a nessuno di serio. E lo sanno tutti.

Del resto, il paese che, tra quelli della cosiddetta Partnership dell’est, come la chiama il gergo comunitario a Bruxelles, sembrava più vicino alle soglie della UE, l’Ucraina – anche, obiettivamente, il più importante dal punto di vista economico e politico del giro degli ex – è ancora lontanissimo dal soddisfare agli esami di ammissione. Che, anzi, continuano a essere regolarmente rinviati in attesa di tempi migliori. Nel 2011 Kiev avrebbe dovuto firmare un accordo di associazione e libero scambio che sarebbe stato davvero un passo in avanti, ma l’arresto e il processo all’ex primo ministro Yulia Timoshenko che il governo ucraino considerava legittimo e necessario, come la condanna che le fu comminata e l’UE invece insisteva, senza neanche aver mai avuto accesso alle carte del processo, come un’indubbia violazione dei diritti dell’uomo (pardon… della donna, nel caso specifico).

D’altra parte, Moldova e Georgia non si qualificano certo molto meglio sia per standard di vita che l’UE considera accettabilmente democratici sia livelli acquisiti di stabilità istituzionale. Tutti e due i paesi continuano a proclamare che per loro l’avvicinamento all’Unione è prioritario ma, in sostanza, poi ogni apertura, certo condizionata spesso alla politica, di ordine economico e diplomatico che riescono a trovare, la trovano a est dalla parte di Mosca.

Gli altri tre Stati coinvolti nella cosiddetta Partnership europea, registrano ormai per la Bielorussia una sempre più accentuata distanza dall’Europa e il riavvicinamento a Mosca; per l’Azerbaijan solo la conferma dell’altero indipendentismo del paese non solo dalla Russia ma anche dai canoni che le vorrebbe imporre l’Europa comunitaria e per l’Armenia l’evidente sua “dipendenza” per le garanzie  di sicurezza del paese, specie nei confronti di Turchia e Azerbaijan, proprio dalla Russia…

Del resto, continuano a crescere ostacoli, dubbi e reticenze dentro l’Unione europea stessa tra chi, anche per ragioni di maggior riequilibrio a proprio favore vedrebbe meglio l’adesione di questi nuovi paesi-quasi-cuscinetto con la Russia, come Polonia e Lituania, e chi, come Germania e Francia, fanno invece pesare rispetto a queste motivazioni geo-politiche le esigenze di omogeneità economica, diciamo, e culturale (Stratfor, Video, 10.7.2013, EU looks to counter Russian influence in Europe’s periphery— La UE cerca di contrastare [ma coi fichi secchi] l’influenza russa nella periferia dell’Europa [attenzione, si prega, all’implicito pregiudizio quasi razzista qui implicito: c’è Europa solo fino al confine che stabiliscono loro… in sostanza fino al confine del vecchio Oder-Neisse… di là c’è l’Asia] http://www.stratfor.com/video/eu-looks-counter-russian-influence-europes-periphery).

La Gazprom russa ha annunciato che, per la somma nominale di 1$ acquisisce la proprietà, e anche i debiti accumulati (sui 40 milioni di $), dell’ente statale dell’Energia del Kirghizistan. Rafforzando così la sua posizione in un paese che non ha grandi dotazioni di risorse naturali, se non quelle idroelettriche, ma una collocazione strategica per il controllo della sicurezza di tutta l’Asia centrale. Il presidente della Kyrgyzgas, Turkubek Kulmurzayev, lo ha reso noto a nome del suo governo il 17 luglio. Bishkek, la capitale, ha anche avanzato domanda di adesione all’Unione doganale sponsorizzata da Mosca coi paesi centro-asiatici e aderirà nel 2014, subito prima che il blocco si trasformi, come già deciso, in una vera e propria Unione Euroasiatica nel 2015.

E ha provveduto a disdire il contratto d’affitto all’USAF della base aerea di Manas, prossima alla capitale stessa, che però agli USA ora interessa assai meno in vista del ritiro delle truppe americane dall’Afganistan. Tra l’altro, ora, sotto l’egida di Mosca, il contenzioso territoriale e etnico tradizionale, che riesplode anche con scaramucce armate di tanto in tanto, con il vicino Uzbekistan potrebbe ora disinnescarsi qualche po’(Stratfor, Global Intelligence, 17.7.2013, Russia's Gazprom to Buy Kyrgyz State Energy Firm— Il russo Gazprom compra l’ente energetico del Kirghizistan http://www.stratfor.com/analysis/ russias-gazprom-buy-kyrgyz-state-energy-firm).

La Commissione europea ha svelato la sua proposta di “meccanismo unico di risoluzione” – così ufficialmente e assai sgraziatamente battezzato – del nodo bancario che ormai è purulento e che dovrebbe darle i poteri di obbligare a chiudere gli istituti bancari dell’eurozona col sostegno di un nuovo fondo apposito transnazionale. Francia, Spagna e Italia fra i paesi dell’eurozona sono piuttosto favorevoli, la Germania è decisamente contraria e sostiene che per far passare una simile decisione non basta l’OK del Consiglio dei ministri, perché sarebbe necessario per farla passare proprio un cambiamento del trattato istitutivo dell’Unione. In effetti, anche se Berlino desse il suo OK come governo sia il Bundestag che la Corte costituzionale tedesca potrebbero bocciare e bloccare in radice tutta l’idea.

Il problema non è realmente da poco. Sono molte le banche in Europa che, anzitutto, continuano sistematicamente, se non solo, a pensare a riequilibrare i propri conti e a mettere da parte riserve per le possibili cause legali che dovranno affrontare per il loro irresponsabile agire del recente passato e se ne fregano del mestiere che dovrebbe essere il loro dai tempi del Rinascimento fiorentino di alimentare con prestiti agevoli la crescita delle loro comunità, locali e nazionali. Lo dimostrano adesso anche i rapporti ultimi trimestrali delle tre maggiori banche europee (Deutsche Bank, Barclays e UBS) che, a fronte dei superprofitti delle consorelle americane – oltre venti volte i loro – non mettono insieme neanche 1 solo miliardo di $.

E questo atteggiamento iperconservatore ma socialmente irresponsabile è parte integrante e cruciale della ritardata uscita dalla crisi in Europa (New York Times, 30.7.2013, J. Ewing e M. Scott, Banks’Focus on Recovery Is Miring Europe’s Economic Growth— La focalizzazione delle banche sulla propria ripresa, sta impantanando la crescita economica dell’Europa [non lo dice, certo, il NYT – sarebbe troppo eversivo… – ma, aggiungiamo noi, che anche il lasciar fare loro quel che vogliono da parte dei governi e delle autorità europee, tutte, dalla BCE all’Unione, è anche più irresponsabile e, in fondo, più colpevole ▬ http://www.nytimes.com/2013/07/31/ business/global/banks-focus-on-recovery-is-miring-europes-economic-growth.html?pagewanted=all&_r=0).

E’ un fatto che in Europa e un po’ dovunque le banche traballano: da noi, per dire – ma in tanti altri, quasi tutti i paesi europei, e anche nella stessa Germania il discorso non è poi tanto diverso – da noi è solo un po’ peggio, le due principali banche nostrane, Unicredit e Intesa Sanpaolo, mostrano un rapporto come si dice Price to Book – tra prezzo e valore effettivo, della redditività patrimoniale, non solo al di sotto della già insoddisfacente media europea – che è dell’1 – ma addirittura, rispettivamente, di 0,34 e 0,42 (The Economist, 12.7.2013, Europe’s zombie banks - Blight of the living dead Le banche zombie d’Europa - I morti viventi si raggrizinsconohttp://www.economist.com/news/leaders/21581723-europes-financial-system-terrible-state-and-nothing-much-being-done-about-it-blight).

Il Meclis, il parlamento unicamerale della Turchia, ha votato un emendamento ai regolamenti che reggono e regolano formalmente il rapporto tra governo civile e militari e che, finora, attraverso il famoso articolo 35 – né per Costituzione, dunque, né per  legge – aveva in qualche modo “coperto” una certa interpretazione che dando alle Forze armate il compito di “salvaguardare la sicurezza della Repubblica” le ha fatte “sentire autorizzate” a rovesciare quattro governi tra il 1960 e il 1997,  arrivando ancora nel 2007 a lanciare un “ammonimento” anche all’attuale governo di Recep Taypp Erdoğan.

Un ammonimento di troppo che adesso ha spinto il governo, anche sull’onda dei sommovimenti civili da poco arrestatisi, ma durati quasi un mese, ad accelerare i tempi. Ora l’emendamento all’art. 35 parla con molta precisione del dovere delle Forze armate a “difendere la nazione contro ogni minaccia e/o pericolo esterno e a mantenere e rafforzare a fini di deterrenza la potenza militare del paese”. Dove l’emendamento consiste nell’aggettivo “esterno” così precisamente qualificativo. Punto e basta (New York Times, 13.7.2013, Sebnem Arsu, Turkish Lawmakers Curb Army’s Political Power I legislatori turchi tagliano le unghie al potere politico dell’esercito http://www.nytimes.com/2013/07/14/world/europe/ turkish-lawmakers-move-to-curb-armys-political-power.html)...

●Non sembra per niente casuale che, quasi a seguire la modifica costituzionale, il capo di stato maggiore dell’Aeronautica, ten. gen. Nezih Damci abbia rassegnato le dimissioni insieme al mag. gen. Attilla Özturk e al magg. gen Ziya Camal. In tutto il 2013, vien fatto notare, quasi 170 militari di professione sono usciti di loro volontà dai quadri professionali militari anche per esplicitare così la loro protesta verso le condanne di alcuni ex capi militari che avrebbero/hanno, secondo alcune sentenze, complottato contro il governo Erdoğan, inclusi 123 piloti dell’aviazione militare: tutti  quadri professionali che hanno portato a un programma-crash di addestramento specifico di nuovi ufficiali (En.Haberler.com/Baku, Azerb., 29.7.2013, High Ranking Generals of Turkish Air Force Resign Dimissionari i massimi gradi dell’Aeronautica militare turca http://en.haberler.com/newspaper-high-ranking-generals-of-turkish-air-287249).

Intanto, sul fronte interno e dei complessi equilibri/squilibri con e tra le varie popolazioni che insieme costituiscono la Repubblica di Turchia arriva l’ammonimento lanciato al governo turco dal capo del Partito dei lavoratori curdi, il PKK, Abdullah Öcalan che, pur chiuso ormai da oltre un decennio in galera, parla sicuramente per chi rappresenta e avverte che il cessate il fuoco tra il suo gruppo armato e l’esercito va a finire a metà ottobre se Erdoğan non si mostra in grado, fra una turbolenza e l’altra che tentano di metterne in questione l’autorità, di portare a conclusione la sistemazione politica concordata in segreto con lui  e che aveva iniziato, prima delle manifestazioni di giugno, a trovare qualche applicazione.

Il nodo ormai viene al pettine, chiusa Istanbul come si trova tra la necessità di chiudere col PKK dentro i propri confini e il diffondersi in tutta la regione, a seguito della guerra civile scatenata in Siria e della guerra civile montante in Iraq, dell’ondata verso il separatismo e la tensione a un proprio territorio nazionale in tutti i paesi della regione (Today’s Zaman, 26.7.2013, PKK:Cease-fire to be broken if steps not taken by gov't by Oct. 15— Se il governo turco non procede entro metà ottobre, dice il PKK, salta il cessate il fuoco http://www.todayszaman.com/news-321933-pkk-cease-fire-to-be-broken-if-steps-not-taken-by-govt-by-oct-15.html).

STATI UNITI

●Le grandi banche americane, ma anche le piccole, tutte in sostanza, hanno riportato nel secondo trimestre, profitti in notevole crescita in parte a causa di costi operativi in forte diminuzione, dicono, e di penali e costi legali in calo. Il profitto netto alla JPMorgan Chase è cresciuto del 31%, a 6 miliardi di $ e mezzo, alla Bank of America i profitti sono cresciuti del 63% a 4 miliardi; gli utili netti di Citigroup, a 4,2 miliardi di $, sono stati i migliori dal 2007; Goldman Sachs ha raddoppiato i suoi introiti a 1,9 miliardi di $...

Ma, con una previsione di crescita assai men che favorevole dell’economia e della stessa industria bancaria, margini in ribasso e costi ascendenti della regolazione in ascesa, gli investitori non sembrano granché interessati a rischiare e anche le banche hanno smesso di fare credito. In definitiva, e malgrado i numeri, nessuno si aspetta davvero un granché. Qui… immaginate da noi  (The Economist, 19.7.2013, American banks: the triumph of low expectations - A world of low growth, risk aversion and regulatory uncertainty Le banche americane e il trionfo delle basse aspettative – Un mondo di crescita bassa, di avversione al rischio e di incertezze sulla regolamentazione bancaria http://www.economist.com/news/finance-and-econo mics/21581993-world-low-growth-risk-aversion-and-regulatory-uncertainty-triumph-low).

●Il secondo trimestre ha marcato una crescita maggiore nettamente delle previsioni, all’1,7%, mentre per contro il risultato preliminare del primo trimestre al +1,8% è stato rivisto in forte calo a un effettivo +1,1% nei dati ufficiali del Bureau of Economic Analysis. La spesa federale nel trimestre aprile-giugno è scesa di un contenuto 1,5%, a fronte del calo dell’8,7 del primo trimestre e del -14,8 nell’ultimo del 2012. Dalla fine dela recessione nel 2009 la crescita media negli USA si è attestata a un non molto soddisfacente +2%, assai migliore comunque della performance europea, e a  meno della metà, ben meno della metà, della crescita – pur essa stessa in leggero calo – della Cina (New York Times, 31.7.2013, N. D. Schwartz, U.S. Economy Grew By 1.7% In 2nd Quarter, Faster Than Expected L’economia americana è cresciuta dell’1,7% nel 2° trimestre, più delle attesehttp://www.nytimes.com/2013/08/ 01/business/economy/us-economy-grew-by-1-7-in-2nd-quarter-faster-than-expected.html?_r=0).   

●Attraverso una serie di provvedimenti amministrativi, che qui chiamano executive orders, e di fatto scavalcano avendo comunque forza di legge gli ostacoli posti dal Congresso (strumento contenzioso, ovviamente, al quale però nessun presidente ha mai rinunciato), Barack Obama ha annunciato un piano per ridurre l’emissione dei gas serra in America fissando nuovi tetti alla diffusione di emissioni di anidride carbonica dagli inquinamenti energetici e industriali e l’indirizzo di altri fondi alla produzione di energia rinnovabile.

Contemporaneamente, moglie ubriaca e botte piena però, Obama dichiara che intende approvare la costruzione del gasdotto Keystone XL da Alberta, in Canada, attraverso tutta l’America e le grandi estensioni di cereali e derrate del Middle West fino al Golfo del Messico per esportarlo: si tratta, notoriamente, del dilbit, il cosiddetto bitume diluito, sporchissimo di catrami pesanti e potenzialmente ad altissimo rischio di inquinamento ambientale e specie proprio delle coltivazioni.

Certo, Obama giura che lo farà solo se l’inquinamento da anidride carbonica – che qui, però, poi, s’accompagna a quello di vere e proprie falle nelle migliaia di km. del gasdotto – non verrà “significativamente incrementato” (The Economist, 28.6.2013, Climate change – While Congress sleeps Cambiamento climatico – Mentre il Congresso dorme http://www.economist.com/news/united-states/21580186-barack-obama-offers-stopgap-measures-slow-global-warming-while-congress-sleeps).

Il problema è che c’è già la certezza tecnica e scientifica che le sabbie bituminose da cui quel greggio pesante viene estratto sono non solo ambientalmente pericolose (l’acidità stessa dei “fanghi” trasportati si “mangia” i gasdotti, anche i più resistenti) ma già di certo del tutto inaccettabili (The Energy Collective [con molti altri utili studi, il sito diffonde ricerche “ambientalmente” connotate in modo sensibile alle ragioni sociali e scientifiche di chi l’ambiente con solide cognizioni tecniche e non − ma soprattutto non solo − ideologiche vuole difenderlo], 28.6.2013, T. Casey, Obama Carbon-Shames Keystone Pipeline In Climate Change Speech— Obama ‘sputtana’ il gasdotto Keystone nel discorso sul cambiamento climaticohttp://the energycollective.com/tinacasey/242196/president-obama-carbon-shames-keystone-xl-pipeline-big-climate-speech).

Nel mese di giugno, l’economia americana ha creato un certo numero di posti di lavoro, limitato ma oltre le aspettative dei cosiddetti esperti. E tanto basta perché i frollocconi dell’accademia convenzionale e di Wall Street si convincano, illusi che sono e persistono ad essere che ormai non serve più stimolo al credito con l’innesto di più liquidità in circolazione o la necessità di abbassare o tenere bassi i tassi. Ma, in realtà, a quattro anni dall’inizio della ripresa economica che, per gli USA, è cominciata a giugno 2009 e che inizia solo da pochi mesi ad aggiungere qualche posto concreto di lavoro in più di quella che era allora, a fine recessione, la media ma resta ancora lontanissima da quella che sarebbe necessaria a una vera ripresa dell’occupazione.

E’ importante ricordare le dimensioni del buco dell’economia nel quale sono affondati anche qui in America. Mancano 8 milioni e mezzo di posti di lavoro rispetto a quello che gli economisti chiamano il trend normale di crescita. Qui, solo per tenere il passo senza perdere altra occupazione, ci sarebbe bisogno di creare sui 100.000 posti nuovi al netto ogni mese e, al ritmo di creazione di lavoro di oggi, ci vorrebbero ancora sette anni e più per riempire il buco.

Non è possibile, nel senso che proprio non è serio, neanche per un momento dimenticare, che il tasso di disoccupazione, arrivato adesso a quello che sembra rispetto a noi specie in Europa, un dignitoso 7,6% ufficiale, è sceso dal 10 dell’autunno 2009 solo perché a milioni la gente che lavorava ha smesso per disperazione di cercare lavoro ed è così sparita dalla lista dei disoccupati. C’erano stati mesi negli anni 1970 e 1980 quando si creavano sui 400.000 posti e in un mercato del lavoro che era più piccolo di 1/3 di quello attuale. E nessuno osa neanche pensare a qualcosa di simile, adesso.

L’economia, qui, al massimo cresce ormai a meno del 2% – da  noi, vale la pena di ricordare, siamo a meno zero da anni— e questi continuano a menarcelo che è colpa dei pensionati e del lavoro dipendente “troppo garantiti”… quando hanno deliberatamente trasformato la distribuzione della ricchezza per premiare chi ha di più sottraendo potere d’acquisto a coloro che sono di più alla domanda e, quindi, affossando mercato e economia tutta.

La verità è che in America, a salvare i pochi posti di lavoro che si sono salvati e che sono stati creati è stata la perdita secca di produttività che negli ultimi tre anni s’è ridotta a una media dell’1% all’anno da oltre il doppio, il 2-2,5% del decennio precedente. In queste condizioni cambia, di conseguenza, il tipo di lavoro che viene creato: negli ultimi tre mesi più della metà dei posti sono nati in tre soli settori— per camerieri e inservienti, commesse e commessi e lavori precari e a tempo parziale: quelli che pagano meno, offrono meno sicurezza, meno diritti e meno welfare.

Non decresce neanche la quantità di lavoratori impiegati a tempo parziale perché obbligati, non per  loro scelta. E in questi quattro anni di ripresa sono andati perduti al netto 700.000 posti nel pubblico impiego. L’orario medio di lavoro resta ancora, dopo quattro anni appunto, più basso (a 34,5 ore alla settimana) di quel che era prima di fine 2007 e stipendi e salari restano sostanzialmente inchiodati: con una perdita anche qui secca del potere d’acquisto. Il tasso di partecipazione della forza lavoro è risalito, ma è appena al 63,5% della forza lavoro, appena lo 0,2% sul minimo raggiunto e molto al di sotto del 66% del novembre del 2007. Insomma, va male malgrado ci sia chi dice che va comunque meglio… Del resto, è vero l’uno quanto l’altro lato della medaglia. E c’è chi si accontenta…

Per cui quando adesso qualcuno cerca di far passare i dati dell’occupazione di giugno, perfino qui, come dati di cui essere soddisfatti, merita solo disprezzo e pernacchi.

      (1) New York Times, 5.7.2013, N. D. Schwartz, U.S. Adds 195,000 Jobs, Unenployment Remains 7.6% - Growth Could Hasten Decision to Ease Off StimulusGli USA aggiungono 195.000 posti di lavoro, ma la disoccupazione resta al 7,6% - E’ una crescita che potrebbe accelerare la decisione di togliere il piede dal pedale dello stimolo http://www.nytimes.com/2013/07/06/business/economy-adds-195000-jobs-as-unemployment-rate-remains-at-7-6.htm l?ref=global-home; 2) BLS, dipartimento del Lavoro, 5.7.2013 USL-13-1284, Employment Situation Summary http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm; 3) EPI/Economic Policy Institute, Washington, D.C., 5.7.2013,Heidi Shierholz, Four Years Into the Recovery and We’re Just a Fifth of the Way Out of the Hole Left by the Great Recession Dopo quattro anni di ripresa  da dentro la recessione, siamo appena arrivati a risalire di un quinto dal buco in cui ci ha lasciati la grande recessione http://www.epi.org/publication/years-recovery-hole-left-great-recession).

La sciatta faciloneria, diciamo pure ufficialisticamente iper-ottimista, con cui in questo paese anche (o soprattutto?) grandissimi organi di stampa tendono ad affrontare i grandi temi di politica economica, come quelli dell’occupazione e del reddito, emergono sul WP quando adesso fa notare, all’uscita dei dati sulla disoccupazione di giugno, che “adesso, per di più, un indice compilato dalla Gallup mostra come la creazione di posti di lavoro nell’ultimo bimestre abbia raggiunto il massimo livello dall’aprile 2008(Washington Post, 7.7.2013, Jobs report shows steady growth as U.S. added 195,000 jobs in June Il Rapporto sull’occupazione mostra crescita costante con l’aggiunta in giugno di 195.0000 posti di lavoro http://www.washingtonpost.com/business/economy/jobs-report-shows-steady-growth-as-us-added-195k-jobs-in-june/ 2013/07/05/7f44d4f4-e56c-11e2-aef3-339619eab080_story_1.html).

Naturalmente, la data indicata, aprile 2008, vedeva già avviata la recessione e un’economia che andava tagliando posti di lavoro. Quindi adesso il paragone con quel mese è del tutto insensato  (nel senso che aggiungere +0,1 a +0 non è affatto un grande progresso) e, in effetti, non si tratta per niente di un “sondaggio” o di un “indice” Gallup ma solo, semmai, di un indicatore di un’altra recessione in arrivo. Interessante notare che, se lo cercate adesso, l’articolo in questione è scomparso: l’ha tolto di mezzo dal suo website lo stesso WP ch di qualcosa, diciamo di incongruo, sembra dunque, anche se certo in ritardo, essersi accorto. Del non sequitur, se non altro, della propria stessa argomentazione….          

●Anche l’altro grande epitomo/campione del buon giornalismo per definizione, il New York Times, fa in genere sul tema sempre una gran confusione (e sempre per ragioni di un’analoga malintesa lealtà ideologica), quando suggerisce ai giovani francesi (e tanto più naturalmente italiani e spagnoli e greci e europei in generale) che per trovare lavoro farebbero meglio a emigrare (New York Times, 29.6.2013, F. Marquandt, The Best Hope for France’s Young? Get Out La migliore speranza dei giovani francese? Andatevene http://www.nytimes.com/2013/06/30/opinion/sunday/the-best-hope-for-frances-young-get-out.html ).

In effetti, quanti come l’A. disperano dell’alto tasso di disoccupazione giovanile proprio in Francia per poter meglio colpire così lo Stato assistenziale del modello europeo a paragone di quello liberista americano, esibiscono anzitutto la propria vergognosa ignoranza. Perché, in buona sostanza, il tasso di disoccupazione giovanile lì non è poi tanto diverso da quello americano e si spiega quasi tutto col fatto che una percentuale molto più bassa di giovani francesi lavora. In Francia il sostegno pubblico all’istruzione superiore, con tutti i tagli che pure ha dovuto subire, è molto più alto di quanto sia in America e il risultato è che chi in studia a Parigi lo fa in genere a tempo moto più pieno. Mentre in USA quasi tutti gli studenti universitari sono costretti, per campare e studiare, a lavorare.

Se si fa il paragone fra pere e pere e non con le mele, cioè solo tra i giovani disoccupati reali, senza includerci anche quelli che vorrebbero in America poter studiare a tempo pieno ma non possono come in Francia permetterselo, il tasso di disoccupazione giovanile è quasi identico. Informa infati l’OCSE che tra i 15 e i 24 anni è stato in Francia del 23,8% nel 2012 e, con un tasso di partecipazione – cioè con una forza di lavoro attiva – del 37,8% in questo arco di età, è il 9% di esso che l’anno scorso era disoccupato. In America, invece del 23,8% di disoccupazione giovanile, il conto è solo al 16,2 ma qui il tasso di popolazione attiva nello stesso arco di età è del 54,9 e non del 23,8%. E, dunque, invece del 9 la disoccupazione reale dei giovani, qui, è – senza nessuna protezione sociale com’è – appena di uno 0,1% migliore, all’8,9% (OECD/OCSE, 9.7.2013, LFS by sex and age indicators Statistiche sulla forza di lavoro, indicatori per sesso ed età http://stats.oecd.org/Index.aspx?Data SetCode=LFS_SEXAGE_I_R).

Altro dato da considerare per ridimensionare drasticamente, anzi azzerare e peggio, il paragone pretestuosamente a favore dell’America, è nel fatto che in Francia i dati dell’OCSE rappresentano un compendio statistico pressoché completo. Qui la gente alle indagini demoscopiche risponde per lo più onestamente e al 100% o quasi. In America, dove la sfiducia nel governo a ogni livello è culturalmente radicata (la mentalità della frontiera, l’ognuno per sé e Dio per tutti…) e largamente diffusa, il tasso di affidabilità massimo di un’indagine è all’88% per il Bureau of Labor Statistics del dipartimento del Lavoro americano, quello dell’indagine corrente della popolazione (CPS). E, per i settori della popolazione più probabili a trovarsi disoccupati la misurazione di chi risponde a un’indagine demoscopica è molto più bassa: per gli afro-americani maschi, ad esempio, è  meno del 70%.

E il vero tasso di disoccupazione tra i giovani americani è, dunque, in realtà ancora più alto (CEPR/Center for Economic and Policy Research, Washington, D.C., 1.2006, J. Schmitt e D. Baker,  Missing Inaction: Evidence of Undercounting of Non-Workers in the Current Population Survey Inazione mancante: evidenza di sottoconteggio di chi non lavora nell ’indagine corrente della popolazione (CPS) http://www.cepr.net/documents/undercoun ting_cps_2006_01.pdf). Non è proprio vero che vada meglio, cioè – dati alla mano e non ideologia truffaldina e rampante – ai giovani americani, cioè, rispetto ai francesi…

La forte crescita da diversi anni dell’inuguaglianza nel paese, e la debolezza della ripresa economica stessa, hanno ormai radicalmente minato in USA “con la mobilità sociale al rialzo, parte integrante di quello che eravamo noi americanila fiducia degli americani in quella che qui chiamano tutti uguaglianza delle opportunità e da noi, altrove, magari più direttamente, giustizia sociale. Ci ha riflettuto e lo ha detto, in un’intervista che ancora una volta è apparsa sincera e preoccupata, il presidente Obama. “E’ un logoramento che dura da venti, trent’anni, ben prima della crisi finanziaria”, dovuto al rovesciamento dei valori fondanti di quello che una volta era il “sogno americano”.

E, ha aggiunto, anche il grande problema irrisolto che affligge la nostra società, il razzismo, non sarà mai affrontato davvero se c’è la paura che il progresso degli uni ormai si fa solo a scapito di altri perché chi si accaparra gran parte della torta non è disponibile a chiedere un po’ di meno per sé visto che è già tanto più avanti. Come, fino ancora a tempi recenti, era stato disposto a accettare. Questo, ha specificato, quando l’economia americana è molto più forte di quanto fosse quattro anni fa e, quindi, una iniezione di giuste politiche economiche potrebbe davvero fare la differenza: “incoraggiando la crescita, e rifiutando i danni di un’austerità ottusa(New York Times, 27.7.2013, J. Calmes e M. D. Shear, Obama Says Income Gap Is Fraying U.S. Social Fabric Obama dice che il divario dei redditi sta logorando il tessuto sociale del’America http://www.nytimes.com/2013/07/28/us/politics/obama-says-income-gap-is-fraying-us-social-fabric.html?pagewant ed=all&_r=0).

Detroit, la città dell’auto, è diventata la più grande metropoli americana a dover portare i libri in tribunale, dichiarando fallimento. Adesso deve ottenere dal tribunale una ristrutturazione di oltre 18 miliardi di $ di debito del comune e dell’agglomerato urbano accumulati in decenni di declino visibile a occhio nudo già da quando la città comincio a slabbrarsi e a diroccarsi all’inizio degli anni ’70. Del resto, dal 1.850.000 abitanti degli anni ’50, quasi tutti allora in produzione nell’auto, Detroit era scesa ormai a 700.000 residenti, molti di loro disoccupati ma sulla cui testa ricade ormai un debito pro-capite di oltre 27.000$. E i servizi pubblici che cominciavano già a essere pesantemente tagliati quando visitammo la città l’ultima volta a metà degli anni ’80, vedevano ormai funzionare solo il 40% dei lampioni e dell’illuminazione pubblica nella città…

Adesso anche le pensioni contrattualmente garantite a chi ha diritto di averle dalla città, con il fallimento sono rimesse in dubbio. Così come saranno da discutere, adesso, con il curatore fallimentare nominato dal governatore del Michigan,  le coperture sanitarie cui, sempre per contratto avrebbero diritto— solo che, qui come da noi, sono solo e sempre i contratti dei managers e dei boss a essere intoccabili: i diritti acquisiti della gente comune non sono per niente acquisiti né, in questo capitalismo del supersfruttamento straccione, sono più diritti per niente (The Economist, 26.7.2013, Detroit’s bankruptcy – Can Motown be mended? La bancarotta di Detroit – Ma si può aggiustare la città dell’auto? http://www.economist.com/news/united-states/21582285-americas-biggest-ever-city-bankruptcy-starts-roll-can-motown-be-mended).

Bradley Manning, il soldatino che ha trasmesso a WikiLeaks i documenti attestanti le violazioni del diritto umanitario, internazionale e degli stessi USA – in Iraq, in Afganistan e nel resto del globo: per il modo di condurre le sue guerre all’estero – l’esecutivo degli Stati Uniti d’America è stato, insieme, condannato per spionaggio (potrebbe dover scontare 130 anni di carcere militare) e assolto perché “non ha aiutato il nemico” (l’imputazione che, teoricamente, avrebbe comportato anche la fucilazione per tradimento) e quella su cui il governo di Obama chiedeva la condanna perché trasmettere al mondo informazioni collegate a questioni di difesa costituiva proprio aiuto al nemico in quanto il nemico era esso stesso, come al-Qaeda, parte del mondo che quelle informazioni riceveva on-line.

La tesi che lui, Manning, auspicava passasse era, riconoscendosi colpevole di whistleblowing, di aver esercitato il diritto di fare la talpa perché si trattava – come nel caso dei documenti segreti del Pentagono del 1971 e di quel whistleblower, Daniel Ellsberg, alla fine assolto, per aver rivelato i documenti che attestavano delle violazioni costituzionalmente illegali dei governi americani che poi tanto contribuirono alla conclusione della guerra del Vietnam – di una specie di dovere pubblico legittimamente, al dunque, esercitato (New York Times, 30.7.2013, C. Savage, Manning Acquitted of Aiding the Enemy Manning assolto del reato di aver aiutato il nemico http://www.nytimes.com/2013/07/31/us/bradley-manning-verdict.html?_r=0).

L’ACLU, l’American Civil Liberties Union— l’Unione americana per le libertà civili, ha subito denunciato la sentenza come il tentativo di intimidire chiunque consideri di rivelare in futuro informazioni rilevanti (ACLU, 30.7.2013, Commento sul verdetto contro Bradley Manninghttp://www.aclu. org/free-speech/aclu-comment-bradley-manning-verdict).

In USA, la risposta che viene immediata e spontanea dal governo all’allarme e all’accusa europea, nata dalle rivelazioni dell’ex agente della NSA americana Edward Snowden che gli Stati Uniti da anni vanno spiando sistematicamente, elettronicamente  all’ingrosso tutti i propri cittadini anche i propri alleati (anzitutto, i tedeschi con Merkel in prima persona in Germania e Hollande stesso in Francia) è semplicemente assurda e allucinante. In sostanza, un embé, e allora?

E’ anche vero, come è stato sapidamente notato, che forse “la rabbia europea può anche essere finta [perché la realtà è, dice il New York Times, 2.7.2013, edit. Board, Listening in on Europe— Ascoltando, e auscultando l’Europa ▬ http://www.nytimes.com/2013/07/03/opinion/listening-in-on-europe.html?_r=0) – spiandola, cioè proprio: significa le due cose, contemporaneamente, l’inglese significa le due cose –: perché sostiene con cognizione di causa che tutti, o quasi tutti, i loro governi sapevano tutto]ma sono di certo genuine le preoccupazioni [cui da gnorri furbastri non avevano neanche pensato]rispetto alla privacy)

Ma la risposta pubblica e ufficiale di John Kerry, segretario di Stato, è stata insieme così spudorata ed ingenua (CBS News, 1.7.2013, John Kerry says E.U. leaders voicing worries about alleged U.S. spying John Kerry prende atto che i leaders europei esprimono preoccupazioni sul cosiddetto spionaggio USA http://www.cbsnews.com/ 8301-505263_162-57591722/john-kerry-says-e.u-leaders-voicing-worries-about-alleged-u.s-spying) da obbligare tutti e ciascuno a prenderne atto.

Oddio… non è che presone atto poi facciano proprio granché. Il presidente della Commissione, Barroso, capitano coraggioso che è, dopo aver lanciato i guaiti più indignati, ha dovuto/voluto  piegarsi al veto dei cacasotto britannici che non ritengono utile ammonire pubblicamente l’America e impongono (diritto di veto) all’Europa di intervenire solo molto discretamente, limitando domande e proteste in privato (Guardian, 5.7.2013, I. Traynor, NSA leaks: UK blocks crucial espionage talks between US and Europe Gli spifferi della NSA: il Regno Unito blocca i colloqui cruciali sullo spionaggio [contro gli alleati] tra USA e Europa http://www.guardian.co.uk/world/2013/jul/05/us-blocks-espionage-talks-europe-nsa-prism).

E poi è proprio la Francia – il cui presidente era intervenuto pure pubblicamente con una pesante denuncia contro le pretese di sovrannazionalità sovrana dagli americani sugli altri – e che da tempo essa stessa stessa impiega gli stessi strumenti illegali di indagine (cfr. le Monde, 4.7.2013, Espionnage: Paris en pointe dans la guerre de l’ombre entre alliés Spionaggio: Parigi è alla punta della guerra nell’ombra tra gli alleati http://www.lemonde.fr/societe/article/2013/07/04/espionnage-paris-en-pointe-dans-la-guerre-de-l-ombre-entre-al lies_3441568_3224.html) è stato il primo dei tre-quattro paesi europei che mentre minacciavano i fulmini dell’Unione e di ciascuno e di tutti contro la prepotenza americana mettendo anche qualche po’ in imbarazzo perfino quella faccia tosta di Obama, ha impedito per prima – seguita a ruota da Spagna, Portogallo e Italia[4] – il diritto di sorvolo del suo territorio da parte del presidente boliviano Evo Morales.

Perché sospettato – dice poi il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel García-Margallo che “glielo avevano assicurato”, anche se non ha poi il coraggio di dire chi gli avesse mentito, il vigliacco – di aver nascosto a bordo Edward Snowden (Guardian, 4.7.2013, J. Pilger, Forcing down Evo Morales’s plane was an act of piracy Il forzare a terra l’aereo di Evo Morales è stato un atto di pure pirateria http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jul/04/forcing-down-morales-plane-air-piracy).

Ma non risponde – fa finta non aver sentito – alla domanda di un reporter rompicogliomberi (qualcuno per fortuna ne resta) quando gli chiede cosa avrebbe fatto, la Spagna, se la denuncia di un clandestino inguattato su invito dell’ospite sull’Air Force One americano fosse arrivata a parti rovesciate… Ma come si fa a prendersela poi con la Spagna quando perfino quel sepolcro imbiancato di Hollande… insieme protesta e si piega!

Ha fatto dire, dopo, che lui non sapeva niente del divieto al transito imposto a Morales …: ma, ça va sans dire, non ha fatto licenziare in tronco nessuno degli scherani che hanno – dice ora – debordato dai loro poteri… Vero è che a vergognarsi di aver ceduto alle pressioni americane, dovrebbero essere a rigore – a noi sembra – più che i mentitori, quei governi caciucchi che, fidandosi ancora una volta della parola a stelle e strisce, hanno loro dato retta ancora una volta.

Il problema è quello che, come solo lui forse poteva fare, ha squinternato a chiunque volesse prestare orecchio Harold Pinter, il grande drammaturgo britannico nel 2005, nel discorso di accettazione a Stoccolma del premio Nobel della Letteratura (trasmesso in video: Pinter era già terminalmente malato).

Si riferiva al “grande tessuto di menzogne – provocava, naturalmente: ma provocava a ragione e dicendolo a voce alta e isolata – del quale tutti qui ci forniamo”. Perché – chiedeva – ‘la sistematica brutalità, le atrocità commesse su larga scala” dall’Unione Sovietica sono state rese ben note a tutti qui da noi in occidente, mentre i crimini dell’America sono stati “superficialmente registrati, non diciamo documentati, tanto meno riconosciuti”. Il silenzio più assordante e durevole dell’era moderna è quello che ha sistematicamente coperto estinzione e spossessione di innumerevoli esseri umani dappertutto nel mondo da parte dei rampanti Stati Uniti d’America e dei loro agenti. “Ma potresti anche non venirlo mai a sapere”, dice Pinter “Non è mai successo. Mentre stava avendo luogo, infatti, non stava succedendo[5].

Snowden ha, in segreto, rubato informazioni private con la

scusa di proteggere il popolo americano?

 

● Ma questo traditore chi crede di essere? noi? [6]        ●Parla piano, ma portati dietro un grosso bastone [7]   (vignette)

 

Fonte: 16-22.7.2013, Daryl Cagle                                                     Fonte: The Globe and Mail/Ottawa, 3.7.2013

                                                                                                            [http://www.theglobeandmail.com/incoming/article12919406

                                                                                                            .ece/BINARY/w620/wededcar03co1.jpg]

 

A guardar bene è dello stesso identico segno l’ennesimo scandalo di questi giorni per cui una giuria di cittadini della cittadina di Sanford, in Florida, assolve un “vigilante-guardione” perché si è “difeso” ammazzando un ragazzino disarmato di 17 anni nella convinzione che lo mettesse in pericolo in quanto “era nero, portava un cappuccio in testa e ciondolava per strada”. Il delitto ritenuto legittima difesa ha scandalizzato, stavolta, perfino molti in America ma soprattutto il mondo per questa strana concezione tutta americana, tipica della cultura agghiacciante della Frontiera, secondo cui il diverso, il pellerossa o oggi un ragazzo di colore, è il nemico e come tale può essere preventivamente abbattuto come una bestia arrabbiata.

● E il drone americano domanda: ma perché mai ci odiate tanto?   (vignetta)

Fonte: Chattanooga Times Free Press, 21.27.4.2013, C.Bennett

● Cappuccio cattivo e cappuccio buono   (vignetta)

Fonte: Neues Deutschland/Berlino, luglio 2013,  Rainer Hachfeld

Una visione del mondo che, in realtà, poi, neanche Obama nel condannare il fatto ha osato davvero rimettere in dubbio perché la cosa inaccettabile è che – e la cosa qui è vera dovunque, non solo nella Florida reazionaria – avevano ragione, dicevano cioè la verità, i giurati che hanno assolto il guardione affermando che sulla base della lettera e dello spirito del secondo emendamento alla Costituzione sul diritto di chiunque a portare le armi avevano fino in fondo e scrupolosamente rispettato la legge.

La stessa legge di Caino e della giungla oltre che delle Frontiera che autorizza l’America a assassinare per ordine del potere esecutivo, extra-giudizialmente come si dice, o peggio a bombardare, anche alla cieca chiunque essa decida nel mondo sulla base delle sue leggi e dei suoi costumi tribali onnipotenti…

●Ci sono però, per la prima volta, segnali importanti che forse l’America comincia ad averne abbastanza di sacrificare le sue libertà all’ossessione della cosiddetta lotta al terrorismo che assolve tutto e tutti, specie al vertice, da fior di crimini contro la civiltà prima ancora che contro l’umanità.

C’è adesso un sondaggio della PEW (PEW Reasearch Center for People and Press, 26.7.2013, Few See Adequate Limits on NSA Surveillance Program In pochi vedono limiti adeguati ai programmi di sorveglianza della NSA  ▬ http://www.people-press.org/2013/07/26/few-see-adequate-limits-on-nsa-surveillance-program) ad attestare che “il 47% degli americani dice oggi di essere più preoccupato delle politiche di antiterrorismo che sono andate troppo in là nel restringere le libertà civili del cittadino medio, mentre il 35% afferma di essere più preoccupato che tali politiche non si siano spinte abbastanza avanti da proteggere il paese. E questa è appunto la prima volta, da quando per la prima volta la domanda vene posta nel 2004 in un sondaggio a scala nazionale della PEW, in cui la maggior parte degli intervistati esprime più preoccupazione per le sue libertà civili che per la sua protezione contro il terrorismo”.

●Al vertice del Mercosur, viene presa formalmente la decisione, in proposito di appoggiare la protesta di Evo Morales, presidente della Bolivia, col ritiro di tutti gli ambasciatori dei paesi membri dai quattro Stati europei (Francia, Italia, Spagna e Portogallo) che si sono piegati al diktat americano, ufficioso e mai formulato come tale ma così impedendo al suo aereo di ritorno da Mosca di sorvolare il loro spazio aereo per il sospetto, da nulla suffragato peraltro ma comunque inaudito, che a bordo ci fosse Edward Snowden, lo spifferatore delle loro segrete vergogne (The Economist, 19.7.2013)…

Hollande, alla fine, ha trovato per lo meno il buon senso di chiamare al telefono direttamente Morales per scusarsi personalmente e direttamente con lui, garantendo che di un grave errore, sia burocratico ma anche “politico”, non di una scortesia personale, si è trattato e che verrà “appropriatamente corretto e punito” nei confronti di chiunque poi ne risulterà responsabile. Non è noto se tra un augurio e un auspicio, magari uno scongiuro pure, Napolitano abbia trovato anche lui il modo di scusarsi adeguatamente; o, almeno di chiedere di farlo, alla misirizzi che presiede agli Esteri o al presidente del consiglio nostrano… ma non risulta. Poi bisognerà, certo, vedere se i paesi che prendono la decisione alla fine la applicheranno o meno…

Sul piano ufficiale, formale, esterno, delle dichiarazioni e delle spiegazioni di merito – mai delle scuse nette e sena equivoci: del tipo, abbiamo sbagliato e non lo faremo più – adesso – dopo che anche John Kerry s’è messo il piede in bocca (gli capita: spesso l’ex candidato contro Bush alla Casa Bianca del 2004 apre bocca e, come gli viene, così, gli da fiato – anche Obama, dal Sudafrica dove è in visita ha preso la parola all’impronta per assicurare che il suo governo “darà spiegazioni piene ai propri alleati(White House, 1.7.2013, Considerazioni del presidente Obama, conferenza stampa, Dar Es Salaam/Tanzania ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2013/07/01/remarks-president-obama-and-president -kikwete-tanzania-joint-press-confe) non avendo capito niente, però, visto che le spiegazioni – per essere mai davvero soddisfacenti – dovrebbero essere su come, con quale diritto e quale titolarità da chi riconosciutagli  si siano presi il potere di violare la sovranità non solo di tutti i paesi ma anche di tutti i loro alleati nel mondo…

In effetti, le parole di Kerry hanno rappresentato una vera e propria confessione, anzi della rivendicazione di un vero e proprio diritto: non c’è niente di “anomalo” nel raccogliere informazioni anche nelle ambasciate alleate a Washington e da quelle americane a Roma, Parigi, Berlino o nella sede stessa delle Nazioni Unite, dice proprio così – pur senza far nomi, ma ribadendo: “alleate” – John Kerry, segretario di Stato degli Stati Uniti d’America (Dipartimento di Stato, 1.7.2013, Conferenza stampa, vertice ASEAN, Brunei ▬ http://www.state.gov).

E quello gnorri del presidente della Commissione Barroso non trova altro da fare e da dire di meglio che chiedere ai suoi tecnici la “pulizia di tutte le cimici che sono state collocate ‘proditoriamente’ nelle sue sedi (Commissione europea, 1.7.2013, dichiarazione sulla presunta sorveglianza delle sedi della UE ▬ http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-13-634_en.htm?locale=en).

Come se oggi non sapessero tutti – e come lui dovrebbe assolutamente sapere – che lo spionaggio elettronico non si esplica se non in condizioni di abborracciata grossolanità ormai (ma lo fanno ancora, lo fanno ancora – ne hanno trovata una, ora, all’ambasciata dell’Ecuador a Londra che ospita il primo grande spifferatore lì rifugiato: John Assange, di WikiLeaks, per sfuggire alla rendition di cui vogliono farlo bersaglio gli spioni americani – ma con computers, satelliti e robaccia elettronica ben altrimenti efficiente.

●Alla fine di questa commedia degli errori o dei malintesi fasulli, si viene a sapere che Venezuela e Nicaragua, sfidando l’America e le sue ire, sono disposti ad offrire il diritto di asilo politico al cittadino statunitense Edward Snowden ormai apolide e senza passaporto perché colpevole di aver detto al mondo la verità: che tutti, comunque, sapevano come sempre per gli Stati Uniti d’America. E nel frattempo, anche se con l’ammonimento che non dovrà nuocere alle relazioni con gli USA, anche Putin dice la sua lasciando capire che è perfettamente in grado di giocare a chi sbatte per primo le palpebre – noi diremo a chi abbassa per primo lo sguardo – guardando l’altro negli occhi. Putin mette dritto il dito in quelli di Obama dicendo che potrebbe anche essere concesso a Snowden un asilo temporaneo in Russia finché egli non decida cosa fare del resto della sua vita.

Perché osserva – ovviamente a suo uso e consumo, ma non per questo dicendo il falso – che “lavorare a favore dei diritti umani è in genere cosa associata a certi costi per coloro che vi si dedicano… Quando simili attività vengono condotte secondo gli auspici degli Stati Uniti e col loro appoggio finanziario, con le informazioni e il loro sostegno politico, non è poi tanto scomodo farlo. Ma se uno si mette a criticare in materia gli Stati Uniti la cosa si fa, ovviamente, molto più complicata”.

E Putin punta il dito sugli sforzi e le pressioni esercitate da Washington sull’Europa “per bloccare il volo del presidente della Bolivia Evo Morales in base al sospetto, tra l’altro risultato infondato, che a bordo ci fosse Snowden(New York Times, 17.7.2013, D. M. Herszenhorn e A. Roth, Putin Does Not Expect Ties with U.S. to be Harmed by Snowden Case Putin non si aspetta che i legami con gli USA verranno danneggiati [davvero] dal caso Snowden http://www.nytimes.com/2013/07/18/world/europe/putin-does-not-expect-ties-with-us-to-be-harmed-by-snowden-case.html?_r=0).

Sempre in materia di spie e di spioni, riviene alla luce – e lì per li pare una fortuna, quasi… in un momento di grande imbarazzo della rispettabilità stessa dell’Italia per il caso kazako e la baraonda combinata da Angelino Alfano e dai suoi nel gestirlo – che è stato un tribunale italiano l’unico al mondo ad aver condannato definitivamente un agente della CIA americana, accusato e condannato da latitante per aver violato le leggi italiane e internazionali— adesso da Panama arriva la notizia che, su mandato dell’Interpol e richiesta ufficiale italiana, lì hanno arrestato Mr. Robert Seldon Lady, ex capo della stazione (si chiama così…) di Milano.

Era stato condannato a titolo definitivo a 9 anni di carcere nel 2012 per aver rapito, col contributo di agenti del SISMI, e effettuato la rendition forzata, in manette e catene nel 2003,  alle torture di Mubarak, visto che il rapito era imam di Milano ma nato in Egitto, Abu Omar (Il Sole-24 Ore, 18.7.2013, Arrestato a Panama l’agente CIA a capo del sequestro di Abu Omar a Milano http://www.ilsole24ore. com/art/notizie/2013-07-18/arrestato-panama-agente-capo-190227.shtml?uuid=Abr3UPFI).

Dopo le figuracce e gli impapocchiamenti recenti di una diplomazia che si è dimostrata incapace e di ministri irresponsabili come i nostri – sulle due cittadine kazake ma anche sui marò in India – questa sembrava, dicevamo, una notizia davvero benvenuta— ma, richiamati all’ordine da Washington, i panamensi se la sono subito fatta sotto per aver osato tanto, ci hanno ripensato come era stato purtroppo anche facile prevedere.

Non passano neanche ventiquattr’ore, infatti, e Panama ci ripensa subito, senza aspettare alcun ukase o alcuna richiesta formale di Washington e l’Italia viene mandata senza neanche dircelo ma lasciandolo annunciare agli USA che hanno rispedito Mr. Lady a casa… come da richiesta ricevuta (U.S. State Department, 19.7.2013, vice portavoce Marie Harf, conferenza stampa ▬ http://www.state.gov/r/pa/prs/ dpb/2013/07/212206.htm#PANAMA).

Del resto, Lady era stato sfortunato, il capro espiatorio, l’unico spione americano con condanna definitiva a non essere lasciato libero di partire coperto come erano stati gli altri (ben 23 in tutto) dalla generosa e appecoronata grazia presidenziale. Italiana, mica americana, eh? Come dire: senza proprio pudore…

Adesso la ministra della Giustizia A.M. Cancellieri si lamenta e “si rammarica” della decisione panamense. Sostiene che la richiesta italiana via Interpol “è stata scartata senza alcuna plausibile spiegazione”— che, invece, c’è – e come! – a fronte della richiesta opposta avanzata dagli americani (che lei neanche nomina: ma quale pensava mai che prevalesse, tra le due, l’ “ingenua”, chiamiamola così, Cancellieri?. Poi da Città di Panama la spiegazione formale arriva: dicono che la domanda di trasferimento in Italia del Lady “non era supportata da una documentazione sufficiente”…

E, personalmente, conoscendo in base all’esperienza di ogni cittadini/suddito del nostro paese e la sciatteria con cui da noi la burocrazia non cura i “dettagli”  (de minimis, si sa….) noi siamo pronti a scommettere che tutto si è bloccato perché pare i panamensi, formalmente, manco avessero torto: perché non doveva essere la Giustizia ma gli Esteri a far arrivare la richiesta a Panama e perché avrebbe dovuto essere formulata in lingua spagnola e corredata dalla documentazione di supporto – non solo, l’estratto della sentenza, ma la sentenza stessa e tutta la documentazione, tradotta anch’essa – come prevede la prassi internazionale – in lingua spagnola. Voi ci credete che lo abbiano fatto, in meno di ventiquattr’ore?  

Ma, adesso, e a prescindere da torti e ragioni, la domanda è l’Italia che fa? chiede almeno il ritiro immediato dell’ambasciatore panamense – oltre che per quell’altra faccenda, magari, anche di quello kazako? o, al solito, tace e si piega? pure a Panama, oltre che a Astana adesso? E la signora Cancellieri che fa? fa come la taciturna (da quando è ministro!) Bonino che neanche fiata, o sbatte lei, una volta tanto, a nome dell’Italia la porta?

In Iraq, a fine mese, nuova ondata di attentati e atrocità con 15 auto trasformate in altrettante bombe che hanno seminato una sessantina di morti e il doppio di feriti in un giorno, il 29 luglio, soprattutto nei settori sci’iti di Bagdad ma anche a Bassora. Quest’anno, dall’inizio del Ramadan il 10 luglio, c’è stata un’intensificazione e una vera e propria escalation coordinata di attacchi dinamitardi tale da ridar vita e credibilità ai timori di un ritorno del paese dal tasso di violenza continuo ma di medio-alta intensità attuale ai livelli di violenza interetnica e settaria esasperata e costante che aveva dovuto sopportare tra 2003 e il 2008, dopo l’invasione e l’occupazione militare americana e fino all’annuncio ufficiale con Obama del ritiro del corpo di spedizione americano e alleato (New York Times, 29.7.2013. Duraid Adnan, Wave of Car Bombs Kills Dozens in Iraq Un’ondata di autobombe uccide dozzine di iracheni http://www.nytimes.com/2013/07/30/world/middleeast/iraq.html?_r=0).  

In Iran, dieci anni dopo che col suo paese impantanato in una diatriba sul proprio dossier nucleare – di ricerca e pacifica produzione di energia, secondo Teheran, o di ricerca e preparazione di armamenti nucleari, dicono gli americani, e cioè di fatto tutto l’occidente ma anche altre potenze – il nuovo presidente della Republica Hassan Rouhani allora negoziatore capo iraniano fece qualcosa che nessun diplomatico e politico prima o dopo di lui riuscì a fare convincendo la Guida suprema a stoppare del tutto lo stesso programma di arricchimento dell’uranio per concludere poi, in ottobre 2003, un vero e proprio accordo con gli altri paesi interessati accogliendo anche le loro richieste di ispezioni sul campo da parte dell’ONU e dell’AIEA.

Anche secondo gli americani, del resto, essendo scomparso in quei mesi il timore che Saddam Hussein si fosse dotato di armi nucleari sue proprie e essendo scomparso pure lo stesso Sadam Hussein, spazzato via dall’invasione americana nel marzo del 2003 che, smentendo la Casa Bianca e le sue fandonie rassicurò tutti, l’Iran per primo, che non c’erano nel paese occupato armi di distruzione di massa, poteva essere quello il momento che avrebbe consentito a Teheran di “ammorbidirsi”.

Ora Rouhani ha fatto capire e sapere direttamente agli americani attraverso la mediazione del suo ottimo amico, il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki che ha fatto sapere a Washington Obama, che è pronto a riprovarci, a impegnarsi in colloqui diretti anche con gli USA. E la Casa Bianca ha “indicato” la propria disponibilità “di massima” (New York Times, 26.7.2013, M Gordon, Iran Is Said to Want Direct Talks With U.S., on Nuclear Program L’Iran, dicono, vuole colloqui diretti con gli USA sul programma nucleare http://www.nytimes.com/2013/07/26/world/middleeast/iran-is-said-to-want-direct-talks-with-us-on-nuclear-program.html?pagewanted=all).

Rouhani è pronto, ha chiarito, a cambiare la tattica intransigente del predecessore, Ahmadinejad, ma ha reso chiaro subito che non cambia l’obiettivo del governo iraniano: resta la rivendicazione sovrana della decisione di perseguire un programma capace di dotare il paese di una propria autonoma fonte di energia nucleare— come gli è garantito, del resto, proprio dalla sua stessa adesione al Trattato di non proliferazione che Teheran ha firmato e ratificato.

Sul paese pesano in maniera dura assai le sanzioni ma è chiaro a tutti che comunque neanche esse  riescono a piegarlo anche se è interesse primario del paese cercare di liberarsene. Questo è un paese in cui, per governare, l’esecutivo ha bisogno di conquistarsi giorno per giorno l’appoggio o almeno la copertura della Guida suprema, l’ayatollah Khamenei— aver cercato di forzare e anche in qualche modo di scavalcare le convinzioni del quale è costato a Ahmadinejad la presidenza.

Ma anche dell’assenso più o meno esplicito, non solo quadriennale della maggioranza delle tante fazioni che nei fatti costituscono il pluralismo vivace della vita politica iraniana: tradizionalisti, ultraconservatori, le Forze armate, la Guardia rivoluzionaria e tutte le altre tinte e sfumature del ricco caleidoscopio politico che va dai fautori di un capitalismo mercantile di antico stampo, a quelli del capitalismo iperliberista all’americana, ai propositori di un’economia più centralmente guidata, invece, e sostenuta da una fitta rete di sussidi e intervento pubblico.

Rouhani dieci anni fa aveva fallito perché, avendo commesso il peccato secondo i critici di aver concesso molto agli americani non ne aveva in pratica ottenuto niente in cambio, come gli era stato invece promesso e era stato promesso, attraverso di lui, al paese. e a Khamenei. Gli ci sono voluti anni per riprendersi, facendo leva sul suo lunghissimo servizio cominciato quando era un adolescente alla causa della rivoluzione islamica e alla sua personale forte amicizia già con Khomeini e, poi, con Khamenei.

Se ora ci riprova – come sembra deciso – non bisogna che Washington sbagli ancora una volta nel leggerlo: qualsiasi proposta farà e qualsiasi soluzione sarà pronto a raccomandare ai suoi sarà rigorosamente all’interno dei limiti del sistema della Repubblica islamica. Questo è il dato di partenza da cui ripartire. E stavolta ci sarebbe bisogno che, contrariamente a quel che non fecero nel 2003 delegando tutto a un’America tenuta al guinzaglio da Tel Aviv, stavolta gli europei si facessero sentire per “moderare” la parte “nostra” dell’impostazione del negoziato. Se si vuole riavere quello che nel 2003 vene buttato via, stavolta bisognerà essere pronti a far cadere le sanzioni: progressivamente come sarà necessario, ma rapidamente e, soprattutto,  significativamente (New York Times, 26.7.2013, T. Erdbrink, President-Elect Stirs Optimism in Iran and West Il nuovo presidente eletto suscita ottimismo in Iran e anche in Occidente http://www.nytimes.com/2013/07/27/world/middleeast/president-elect-stirs-optimism-in-iran-and-west.html?pagewanted=all&_r=0).

Con l’Iran forse – forse – adesso potrebbe provare Putin a sbloccare l’impasse sul suo programma nucleare, contenzioso con Israele e con gli USA anzitutto ma poi anche con gli altri membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Anche la Russia, in effetti, condivide con gli altri sospetti e riserve sul rifiuto di Teheran a sottomettere impianti e programmi della sua produzione di energia atomica e le sue ricerche a qualsiasi ispezione che, pur voluta dal CdS dell’ONU, non sia diversa e speciale non rispettando tutti i diritti sovrani di ogni altro Stato che, come l’Iran, sia firmatario del Trattato di non proliferazione: che afferma di  continuare scrupolosamente a onorare, ma rifiutandone ogni “indebita” espansione su richiesta di chiunque, sia pure l’ONU…

I russi, molto più degli americani, sono attenti a non contrastare più di tanto le sensibilità dell’Iran anche se, poi, in sostanza ne condividono le richieste di fondo – non le minacce, non gli ukase unilaterali e solo in parte poi la stessa politica delle sanzioni unilaterali – e, adesso, Putin si dovrebbe recare a metà agosto, appena entrato in carica il nuovo e, dice la vulgata soprattutto e sempre occidentale, più “pragmatico” presidente della Repubblica islamica Hassan Rohuhani (The Jerusalem Post, 24.10.2013, Russian Putin to Visit Tehran for Nuclear Talks Il russo Putin visita Teheran per colloqui nucleari http://www.jpost.com/International/Russias-Putin-to-visit-Tehran-for-nuclear-talks-320876).

L’ultimo tentativo di mediazione tentato dai russi, ad Astana in Kazakistan, mesi fa e che consisteva nel frenare ricerca e produzione di energia nucleare iraniana a fronte del ritiro di parte delle sanzioni fallì perché le due parti pretendevano dall’altra che prima completasse la sua parte di scambio. Se ora Mosca vuol riprovarci, dovranno cambiare i termini della proposta.   

In Pakistan, contrariamente a quel che aveva stabilito, sbagliando, la Commissione nazionale elettorale, le elezioni presidenziali che avrebbero dovuto essere tenute il 6 agosto, col voto del collegio elettorale formato da membri della Camera, del Senato e delle assemblee provinciali (Dawn/Islamabad, 16.7.2013, Iftikhar A. Khan, Zardari’s term ends on Sept 8: New president to be elected on Aug 6 Il mandato di [Asif Ali] Zardari ha fine l’8 settembre, mentre il nuovo presidente sarà eletto il 6 agosto http://dawn.com/ news/1029639/zardaris-term-ends-on-sept-8-new-president-to-be-elected-on-aug-6) sono state anticipate di una settimana per evitare la coincidenza coi giorni del Ramadan, a fine luglio.

E viene eletto Mamnoon Hussain, ricco industriale tessile di Karachi, alleato fedele del nuovo premier da poco eletto lui stesso, Nawaz Sharif, come era scontato che fosse vista la maggioranza assoluta detenuta nel collegio elettorale dal loro partito (BBC News Asia, 30.7.2013, Ilyas Khan, Mamnoon Hussain elected as new Pakistani president Mamnoon Hussain eletto nuovo presidente del Pakistan http://www.bbc. co.uk/news/world-asia-23493649).

Da tempo ormai qui il presidente non è più però il numero uno del potere esecutivo. Dalla rimozione nell’agosto 2008 di Musharraff da presidente non eletto ma portato al potere dal suo golpe nel ’99, il parlamento – superando le resistenze non troppo esplicite del suo successore, pur eletto, Zardari, ora uscente – aveva trasferito in sostanza con una modifica costituzionale i poteri esecutivi dal presidente al premier Sharif che è stato eletto appena un mese fa… Si tratta di un’elezione che non riguarderà più, almeno teoricamente ormai, l’ambito del potere esecutivo. Riguarderà invece il futuro anche immediato di Zardari che, appena perse il 9 settembre le prerogative dell’immunità presidenziale, si troverà nuovamente imputato per corruzione (Mr.10%) e, stavolta, sarà processato… 

Intanto, il rapporto ufficiale della Commissione d’inchiesta formata dal governo pakistano dopo il raid condotto dai rangers americani a Abbottabad per catturare e/o eliminare Osama bin Laden e che si concluse il 1° maggio 2011 col suo assassinio, affondandone coi contrappesi di cemento come faceva la mafia ai suoi condannati a morte a Chicago il cadavere negli abissi del Pacifico, ha concluso che, appunto, di un “assassinio” voluto e specificamente ordinato dal presidente Obama si è trattato, che l’incursione americana avvenne in violazione di ogni intesa col governo e le Forze di sicurezza del Pakistan e della sua sovranità, e che solo incompetenza e negligenza non connivenza da parte pakistana – se non occasionale e a livelli bassi della gerarchia – o peggio gli avevano consentito di vivere senza essere mai “scoperto” nella città-guarnigione principale del paese (la sede dell’Alta scuola militare del paese) per un intero decennio.

In ogni caso, e a ogni buon conto, il rapporto letto con attenzione (testo completo su Al Jazeera, 8.7.2013, Bin Laden’s Dossier-Text http://www.aljazeera.com/indepth/spotlight/binladenfiles) sembra, molto più che una convincente e credibile autocritica come in un primo tempo è stato presentato, un tentativo, in ogni caso di grande interesse per quel che fa e rivela e come lo fa e non lo fa, di stornare e coprire quel che è successo e come è successo (The Economist, 12.7.2013, Pakistan’s civil-military imbalance - The bad in Abbottland Lo squilibrio civile-militare in Pakistan – Il male a Abbottland http://www.economist.com/blogs/ banyan/2013/07/pakistan-s-civil-military-imbalance); New York Times, 8.7.2013, D, Walsh, Leaked Report Cites Pakistan’s Failings Before U.S. Killed Bin Laden Rapporto ufficiale lasciato filtrare parla dei “buchi” [di sovranità pakistana e delle violazioni di essa da parte degli americani] prima dell’uccisione di bin Laden http://www.nytimes.com/ 2013/07/09/world/asia/leaked-report-cites-pakistans-failings-before-us-killed-bin-laden.html).

●Il nuovo presidente è stato accolto dalla notizia che, il giorno prima, circa 40  “terroristi talebani”, diventati alla fine per ammissione del governo almeno 150 e, poi, “almeno 250”, incarcerati in un reparto ad alta sicurezza della prigione di Dera Ismail Khan, nel Pakistan nord-occidentale della provincia del Khyber-Pakhtunkhwa, a 320 km. da Lahore e sulla riva occidentale del fiume Indo, sono stati liberati di forza con un assalto armato coordinato tra interno e esterno. Ci sono stati, naturalmente, anche alcune decine di morti tra i combattenti fino all’arrivo di rinforzi di truppe governative.

A guardar bene si tratta del quarto identico episodio di liberazione forzata e armata in un paese islamico in una settimana e evidenzia che i gruppi militanti attivi in quei paesi rischiano attacchi massici e coordinati per liberare antichi veterani, ex combattenti di cui valutano altamente competenze e know-how. C’è chi nelle scuole militari, e negli Stati maggiori, dell’occidente e dei suoi alleati valuta con preoccupazione come segno possibile e, anzi, probabile di nuove impennate di insorgenza nei paesi interessati da questi attacchi. Che probabilmente hanno imparato a condividere ormai, molto più di ieri, informazioni, conoscenze, esperienze e utilizzarle ai loro fini proficuamente tra continenti e gruppi di militanti disparati e distanti (New York Times, 30.7.2013, Ismail Khan, Nearly 250 Captives Escape in Pakistan Prison Attack Quasi 250 prigionieri [talebani] scappano in un attacco a prigione pakistana http://www.nytimes.com/2013/07/31/ world/asia/major-prison-attack-in-pakistan.html?_r=0).

In Afganistan, una notizia che il governo di Kabul era a lungo riuscito a tenere segreta, e quello di Washington ancora di più, è invece emersa attestando come altre mai del grado inesistente di fiducia che, con la partenza prossima degli americani, ha in sé e nel proprio futuro la classe dirigente del paese: più del 90% dei diplomatici all’estero richiamati in patria, si sono rifiutati di tornare. Anche comprensibilmente, no? (New York Times, 12.7.2013, R. Nordland, As Uncertainty Reigns Back Home, Many Afghan Envoys Decline to Return http://www.nytimes.com/2013/07/13/world/asia/once-abroad-many-afghan-diplomats-never-return.html?pagewanted=all&_r=2&).

Un settimanale tedesco rendiconta, nome per nome, che su 105 ambasciatori e diplomatici all’estero di cui era stato ordinato dal governo il ritorno a Kabul entro fine giugno, solo 5 sono di fatto rientrati, tutti gli altri invece chiedendo asilo politico o, al meglio, un’estensione a tempo indeterminato della loro missione (Der SpiegelonlineInternational (inglese), 24.6.2013, Exodus: Afghan Diplomats Defect as Western Withdrawal Nears Esodo: i diplomatici afgani disertano [quasi tutti] ora che si avvicina il ritiro degli occidentali http://www.spiegel.de/international/world/diplomats-defect-as-western-withdrawal-from-afghani stan-nears-a-907601.html).

Il generale comandante, ancora, delle truppe americane in questo paese, Joseph Dunford, dice apertamente che per finirla “vittoriosamente” (sic!) in questo paese, anche se ormai la guerra è sostenuta qui ormai soprattutto dalle truppe afgane, il corpo di spedizione americano deve in qualche modo, e in misura “sufficiente” a compiere la sua missione, restare. Il problema è che gli americani in larga maggioranza ormai non la vedono più così (sondaggio ABC News/Washington Post, Karen de Young e Scott Clement, 26.7.2013 ▬ http://www.washingtonpost.com/world/national-security/many-ameri cans-say-afghan-war-isnt-worth-fighting/2013/07/25/d0447d44-f559-11e2-aa2e-4088616498b4_story.html): e che il 28% degli americani soltanto pensano oggi come la guerra afgana valga la pena di essere combattuta ancora dagli americani. E che della stessa opinione, ormai, è anche il comandante in capo, Barak Obama.

Insiste invece a dire, Dunford, che gli americani, in ogni caso non sarebbero più in prima linea, quelli che restassero dopo il ritiro definitivo a fine 2014 (sic! ancora!) ma, dice insieme, che le forze armate afgane non saranno del tutto indipendenti per mantenere le “conquiste (ari-ancora! sic!) finora fatte(New York Times, 29.7.2013, M. Rosenberg, Despite Gains, Leader of U.S. Forces in Afghanistan Says Troops Must Stay A dispetto dei progressi fatti [così, facendo finta] il capo delle forze armate USA in Afganistan afferma che le truppe [americane] devono restare http://www.nytimes.com/2013/07/30/world/asia/despite-gains-leader-of-us-forces-in-afghanistan-says-troops-must-stay.html?pagewanted=all&_r=1&).

Meno colorita e coloristica e più di sostanza, forse, è la notizia che accompagna, a latere, questa: che, cioè, formalmente adesso il Pentagono come tale, nel secondo suo rapporto di valutazione annuale sostiene la stessa cosa: che, alla fine, bisognerà far restare qualche migliaio di americani anche dopo il ritiro di fine 2014 in Afganistan… (New York Times, 30.7.2013, T. Shanker, Pentagon Report Foresees Continued Support for Afghanistan Rapporto del Pentagono prevede di continuare a sostenere l’Afganistan http://www.nytimes.com/2013/07/31/world/asia/pentagon-report-foresees-continued-support-for-afghanistan.html? ref=asia&_r=0&gwh=4D7618A6F5EDA849DACF4EDE22FC833D).

Comunque, è un fatto che il numero di civili morti ammazzati nel paese è salito del 23% nei primi sei mesi del 2013, secondo l’ultimo rapporto presentato sul tema dalle NazioNi Unite e, ufficiosamente, confermato dagli americani. Sono aumentate del 60% le vittime tra le donne, in particolare, e in genere, dice lo stesso rapporto dell’ONU, che insieme agli attacchi dei talebani a obiettivi civili inframmezzati a obiettivi americani come, ad esempio, nei centri fortificati delle grandi città (la stessa Kabul), un’altra caratteristica della transizione che marca l’uscita dal paese dell’esercito americano ha visto in notevole aumento proprio la percentuale di vittime civili causaat proprio dalle forze di sicurezza afgane (UNAMA/United Nations Assistance Mission in Afghanistan/Kabul, 31.7.2013, Number of civilian casualties in Afghanistan rises in first half of 2013 In Afganistan , il numero delle vittime civili in aumento nella prima metà del 2013▬ http://unama.unmissions.org/LinkClick.aspx?fileticket= uZSvENBfQ64%3D&tabid=12254&language=en-US)

FRANCIA

Nicolas Sarkozy, che fu pesantemente sconfitto alle presidenziali dell’anno scorso, sta cercando di resuscitare, malgrado i guai giudiziari (corruzione, illegalità varie) in cui sta come diversi altri capi di Stato e di governo europei affondando, sta ricominciando a coltivare la speranza/illusione di tornare a candidarsi per il fronte di centro-destra alla presidenza nel 2017.

Lo fa rilanciandosi, o pensando di rilanciarsi, su un’agenda economica iperliberista come quella proposta ma mai davvero perseguita scendendo a compromessi con la sua forte, personale pulsione populista e dirigista nel corso della sua presidenza. E lo fa contando sull’inefficacia, e l’inefficienza operativa, delle soluzioni anch’esse sempre traballanti e esitanti del presidente Hollande e della sua équipe sulla cui incapacità, alla fine, è realmente costretto a contare per cercar di sperare.

Il partito di destra di Sarkozy, l’UMP, Union pour un Mouvement Populaire,  l’ex glorioso partito gaullista, ora è anche nei guai finanziari per la perdita dei rimborsi elettorali, 11 milioni di € che la legge gli dava, a causa delle violazioni autorizzate e coperte proprio da Sarkozy, adesso è verticalmente diviso tra la tendenza populista-reazionaria del suo capo nominale, Jean-François Copé, che vuole – alla “santanché”, per intenderci – buttare la cosa in una campagna urlacchiante e stridente di radicalizzazione di destra e la linea dell’ultimo premier di Sarkozy stesso, François Fillon, dell’appello ai moderati del centro-destra perché si riprenda il partito che lo stesso Sarko aveva sbilanciato, perdendoci sopra la scommessa elettorale un anno fa.

A scegliere alla fine potrebbe essere così Sarkozy, eliminando i due galli oggi a capo del pollaio cosiddetto popolare, nessuno dei quali è abbastanza credibile da potergli resistere. Però il marito di turno di Carla Bruni, comprensibilmente, esita ancora. E sempre infognato in una serie di inchieste che lo tengono al centro del mirino e non vuole certo rendersi responsabile di un altro esito negativo dell’UMP alle elezioni europee e municipali del prossimo anno. Comincia a discutere coi suoi  consiglieri più vicini sulla convenienza per lui di un passo indietro che, mentre i due suoi delfini non riconosciuti si dilaniano a vicenda, ricrei una “domanda di Sarkozy” tra la gente. Ma dovrà anche, a quel punto, superare la loro sorda resistenza.

Alla fine, tutto dipenderà, anche qui, dall’esito delle sentenze e forse solo delle inchieste  giudiziarie (The Economist, 12.7.2013, France’s political right - Sarkozy Resartus? La destra politica in Francia - Il Sarkozy rappezzato [“resartus” è un’invenzione linguistica di un curioso libretto di quasi due secoli fa del famoso saggista, storico e critico letterario del XIX secolo vittoriano, Thomas Carlyle, Sartor resartus (traducibile in italiano con un probabile “il sarto rappezzato o, ricucito”[8], opera di carattere comico-allucinato-filosofico francamente conosciuta quasi solo ai più eruditi tra i lettori britannici, anche se qui citata come se fosse un noto titolo shakespeariano] ▬ http://www.econo mist.com/news/europe/21581778-former-president-bounds-back-political-stage-sarkozy-resartus).

Ma forse, e in buona parte, dipenderà anche se poi, al di là della vuota per lo più retorica di “sinistra” – no all’austerità germano-centrica, sì alla ripresa e ai consumi – cui si va abbandonando in campo europeo, Hollande troverà un po’ di quel coraggio concretamente pragmatico e concreto di cui ha bisogno per buttare a mare le politiche di austerità che disastrosamente va perseguendo e che gli avrebbe, forse, potuto ispirare se ormai non fosse diventato intoccabile quel Dominique Strauss-Kahn, cervello economico davvero ultrafino e poco convenzionale, che del resto se non fosse stato per le sue mutande bollenti sguainate all’Hotel Sofitel di New York, ed esposte in pubblico anche per mano dei servizi segreti di Sarkozy, sarebbe stato lui oggi il presidente di Francia

     (Dà un’idea, sintetica ma anche estremamente tagliente, di quel che avrebbe suggerito e fatto – e che, del resto, andava dicendo e per quel che poteva facendo quando, come numero uno del Fondo monetario, s’è sciaguratamente voluto e dovuto interrompere – su Europa, banche, politica monetaria, politica economica francese e quant’altro in un’intervista fuori dai denti al giornalista R. Quest della CNN, 9.7.2013 ▬ http://cnnpressroom.blogs.cnn.com/2013/ 07/09/cnn-exclusive-dominique-strauss-kahn-talks-europe-european-banking-and-the-infamous-perp-walk).   

Perché finora la quasi catalessi, non ancora la vera e propria recessione all’italiana, in cui affonda l’economia gallicana è una diretta e del resto ben predetta conseguenza delle concrete politiche di austerità del governo che – appunto, al di là di ogni retorica tonitruante – ha tagliato la spesa pubblica e aumentato le tasse con la scontata e conseguente riduzione della domandas pubblica e di tuta le domanda aggregata.

Succede che, se questi tagli in pratica non spingono consumatori e investitori, imprenditori nazionali e stranieri a consumare prodotti francesi e investirci, come recita la vulgata della dottrina convenzional-liberista e non succede mai, la crescita rallenta e aumenta la disoccupazione: lo dimostra pienamente ormai l’esperienza accumulata di ogni paese che ci ha provato e la ricerca che ormai si accumula – senza portare, però, alle correzioni pratiche che sarebbero urgenti davvero passando al livello politico da quello delle analisi e degli studi – in sede addirittura dei grandi santuari custodi e predicatori del dogma, come il Fondo monetario internazionale che ha oprmai ampiamente dimostrato esso stesso come la domanda privata non sostituisca per niente quella pubblica che viene a mancare.

GIAPPONE

Cfr. sopra nel capitoletto sulla CINA , a p. 35, i riferimenti al premier Shinzo Abe e al suo atteggiamento non solo relativo al problema del rapporto col gigante vicino ma, anche, alla sua radicalmente diversa politica economica, fatta di spesa pubblica e stampa di moneta...


 

[1] E pensare a quel che diceva Adam Smith su chi dovesse pagare le tasse e chi no – no i lavoratori dipendenti, diceva, senza esitazioni, perché loro, e solo loro, “avevano tutto il loro patrimonio concentrato nel proprio lavoro:  come tale  strumento essenziale di vita”! altro che liberismo e, tanto meno, liberismo selvaggio: perché, spiegava, “il suddito di qualsiasi Stato dovrebbe contribuire, sempre quando fosse possibile, al sostegno del governo comune in proporzione alla rispettiva capacità: vale a dire, in proporzione  di cui rispettivamente godono sotto la protezione dello Stato”.

   E, continua a motivare Smith, proprio su base tecnica, economica – di maggiori o minori costi, maggiore o minor produzione e anche profitto – “in ogni caso, una tassazione diretta sui salari del lavoratore , nel lungo periodo, creerebbe inevitabilmente una riduzione dei  rendimenti patrimoniali e un aumento maggiore di prezzo dei prodotti manifatturati di quanto sarebbe stato ottenuto, invece ,con  un’appropriata valutazione della somma uguale al prodotto di una tassazione imposta in parte sula rendita della terra [oggi diremmo: del patrimonio immobiliare e mobiliare] e, in parte, sui beni di consumo”: cioè, niente tasse sul salario del lavoro dipendente e, invece, tasse sui valori patrimoniali e tasse sui consumi, specificando Smith (altrove, sempre nella sua opera qui citata) su quelli di lusso in misura assai maggiore che su quelli popolari… (cfr. A. Smith, Theory on the Wealth of Nations Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni http://www.marxists.org/reference/archive/smith-adam/works/wealth-of-nations/book05/ch02b-3.htm).

[2] Sigmund Freud, Civilization and its discontents, 1a ediz.,  1930— La civilizzazione e suoi scontenti, in inglese dal tedesco, trad. da J. Stranchey, W. W. Norton & Co., 92 pp.

[3] Il prof. David Parnas, dell’Università della Sud Carolina e della Technische Universität di Darmstadt in Germania federale, lo scienziato e supertecnico che aveva inventato e presentato alla Casa Bianca il concetto e il progetto dell’antimissile (le “guerre stellari”) entusiasmando Reagan, che in realtà aveva sbagliato tutto (cfr, 12.1985, Software aspects of strategic defense systems Aspetti relativi al software dei sistemi di difesa strategici, Comm ACM28 (12): 1326-35. doi.10.1145/214956.214961 ▬ http://dl.acm.org/citation.cfm?doid=214956.214961, oltre a quanto sintetizzato in http://en.wikipedia.org/wiki/David_Parnas) scriveva:

 

 “Il fatto è che la cosa serve solo se siamo ragionevolmente sicuri che funzionerebbe al momento buono, quando si fosse attaccati da migliaia di missili e decine di migliaia di testate termonucleari, cioè nel momenti in cui questo Armageddon ci pioverà in testa per la prima volta e tutto insieme.

   Solo che non potrà mai funzionare. Per farlo la complessa macchina cibernetica che, in pochi secondi, analizza i dati in arrivo, dovrebbe essere in grado di distinguere le testate termomucleari vere dai "decoys", le testate nucleari fasulle, cioè; che, però, nello spazio, dove tutto è senza peso, non c'è proprio modo per un computer di distinguere da quelle vere, scartandole – come sarebbe necessario fare per far funzionare il sistema – da ogni considerazione da parte del meccanismo di difesa; che, a quel punto, così  dovrebbe discernere ed abbattere, in pochissimi minuti, tutte le testate autentiche— e solo quelle vere, no, quelle fasulle, per non andare in tilt...

   Ma il fatto – che resta vero anche se, invece di migliaia, le testate in arrivo fossero solo una manciata – è che se io faccio vedere a un computer, il più sofisticato che ci sia oggi o che ci sarà domani, un oggetto giallo, lungo tre metri, a strisce nere, con occhi fosforescenti e grandi baffi bianchi, quello mi dirà sempre e soltanto che di oggetto-giallo-lungo-tre-metri-a-strisce-nere-con-occhi-fosforescenti-e-baffi-bianchi si tratta e non mi dirà mai – non mi potrà dire mai, come invece potrebbe fare il mio nipotino di sei anni – che si tratta di una tigre... 

   Non capisce, cioè non discrimina, dunque non serve allo scopo. E non è colpa sua… è colpa di chi, come avevo pensato di fare anch’io, lo confesso, gli aveva affidato un compito che non può proprio assolvere ”.

   Ma non si lasciò mai convincere Reagan, ostile com’era per principio a ogni ragione. E Bush Jr. ma, poi, sempre con minore convenzione anche lo stesso Obama hanno provato ad appioppare, alla fine, questo catorcio a cechi e polacchi perché schierassero gli antimissili ai confini russi: con tutti gli spettri resuscitati dal passato e le minacce che la reazioni quasi automaticamente prospettate di controreazione dei russi e sembravano garantire e garantivano. Per cui, poi, sotto sotto, molto silenziosamente, la minaccia NATO e la controminaccia russa sembrano come sparite…

   Adesso Obama ci riprova con Pyongyang, dove certo rudimentale come sembra essere il sistema d’attacco nucleare coreano, le radicali controindicazioni di Parnas sembrano applicarsi molto di meno. Non fosse che, comunque, anche con una minaccia tanto ridotta e, chi sa davvero, forse inesistente (i missili ci sono, ma le ogive nucleari?) i test condotti non danno alcuna affidabilità…

[4] Emma Bonino, ministra nostra degli Esteri – ben nota per le sue svariate iniziative in mille battaglie di difesa dei diritti civili nel Terzo mondo e in quelli che una volta si chiamavano i paesi dell’Est: mai, però, a memoria d’uomo a difesa dei diritti civili violati dagli Stati Uniti d’America in giro per il mondo: in altri termini, esattamente il contrario forse dell’indignazione anti-americana di uno come Harold Pinter che, poco qui oltre, citiamo – ha cercato di spiegare che:               L’Italia non ha avuto nulla a che fare sulla vicenda perché nel momento in cui [l’aereo] è atterrato a Vienna, è decaduta la richiesta di sorvolo indirizzata all’Italia”.

   [N.B. - Il testo qui riprodotto lo abbiamo ritrovato così, tra virgolette, solo nel sito quasi sconosciuto di Cambiailmondo, pressoché sconosciuto foglio che segue la politica latino-americana dell’Italia, 10.7.2013, A. Bernardotti, Non è stato un errore ma una provocazione dell’ “Impero”: il “sequestro” di Evo Morales http://cambiailmondo.org/2013/07/10/bolivia-non-e-stato-un-errore-ma-una-provocazione-dellimpero-il-sequestro-europeo-di-evo-morales-nella-geopolitica-internazionale) e del quale non abbiamo trovato altra traccia, tanto meno sui siti ufficiali del ministero degli Esteri, ecc., ecc. Ma, approfondendo un po’ la ricerca, abbiamo trovato conferme – solo verbali, epperò anche nel merito credibili – della veridicità della notizia. 

   Anche nella citazione riportata, però, è tutto, come dire?, implicito. Ma a questo punto sembrerebbe decente dirlo chiaro e ufficialmente, che l’autorizzazione al sorvolo dello spazio aereo italiano era stata già rilasciata, che non è stata mai ritirata e che, quando il 2 luglio è stata negata da Francia, Spagna e Portogallo, il velivolo ha invertito la rotta ed è atterrato a Vienna, la richiesta è “decaduta”: è il termine da chiarire, quanto mai inusuale… insomma, è stata o non è stata mai però, ritirata, cancellata?

   Perché la richiesta di un sorvolo di territorio estero amico da parte di un capo di Stato straniero non scompare nel nulla e non ha la scadenza di un vasetto di yogurt…]  

[5] Harold Pinter, discorso di accettazione del premio Nobel 2005 per la Letteratura, Stoccolma, 7.12.2005 ▬ http://carte sensibili.wordpress.com/2009/01/25/2005-discorso-di-harold-pinter-in-occasione-del-ritiro-del-premio-nobel).

[6] Un ex senatore conservatore americano (lo ha pubblicato sul Guardian, 16.7.2013, Glenn Greenwald [che risulti a chi scrive, è stato l’unico giornalista ad aver preso contatto con l’ex senatore repubblicano del New Hampshire, Gordon J. Humphrey, conservatore di vecchia tradizione, per due mandati (dodici anni, dal 1979 al 1990) e poi commentatore televisivo], in un articolo di grande rilievo intitolato sulla Email exchange between Edward Snowden and former GOP Senator Gordon Humphrey Scambio di e-mail tra Edward Snowden e l’ex senatore repubblicano del New Jersey, Gordon Humprey http://www.guardian.co .uk/commentisfree/2013/jul/16/gordon-humphrey-email-edward-snowden) ha mandato a Snowden una e-mail “ringraziandolo di aver denunciato in pubblico le stupefacenti violazioni fatte dall’Amministrazione della Costituzione americana e incoraggiandolo a perseverare nella sua ricerca di asilo” faticosamente al momento condotta dal rifugio precario della sala transiti dell’aeroporto moscovita di Sheremetevo.

      “Non mi risulta, tra l’altro, che nessuno abbia ufficialmente accusato Snowden di ave svelato altro che non l’esistenza di un programma illegale di violazione dei diritti dei cittadini americani [anche lui, però…: solo a quelli, pensa] e non ha mai rivelato dettagli che potrebbero mettere chiunque in reale pericolo”. E Humphrey a chi glielo chiedeva ha spiegato di considerare Snowden “come un coraggioso spifferatore di verità scomode su violazioni di diritti costituzionali e nient’altro”…

[7] Lettera del 26° presidente americano, Theodore Roosevelt, a Henry L. Sprague, 26.1.1900: una frase che definisce bene la politica estera che inaugura per l’America e che, bene o male, poi perseguiranno tutti i suoi successori (il tutto è radicato nella visione salvifica e “benedetta da Dio” dell’America, già connaturata all’ideologia dei padri fondatori e messa in pratica, prima del primo Roosevelt, ma sporadicamente e nei confronti quasi solo, allora, dell’America latina (il “cortile di casa”)---  

[8] Thomas Carlyle, Sartor resartus, orig. a puntate nel 1831 sulla rivista Fraser, trad italiana (stesso titolo) in Liberlibri, ed., 2009.