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      08. Nota congiunturale - agosto 2012

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.08.12

 

Angelo Gennari

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc331528913 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc331528914 \h 1

in Cina. PAGEREF _Toc331528915 \h 8

● Acque territoriali… (vignetta) PAGEREF _Toc331528916 \h 13

Mediterraneo arabo: il crollo, il tramonto e la resistenza dei rais. PAGEREF _Toc331528917 \h 17

● Hanno trovato tracce di polonio sugli abiti con cui venne sepolto Yasser Arafat…(vignetta) PAGEREF _Toc331528918 \h 17

● Signor presidente… signor feld-maresciallo, Le spiego io cosa è la democrazia! (vignetta) PAGEREF _Toc331528919 \h 19

●Dopo le condanne dei medici nel Bahrain: hanno osato curare anche i feriti ribelli(vignetta) PAGEREF _Toc331528920 \h 38

EUROPA... PAGEREF _Toc331528921 \h 38

●Timeo Danaos et dona ferentes: ma soprattutto(vignetta)  PAGEREF _Toc331528922 \h 47

● I paesi più indebitati dell’eurozona: coi creditori privati (grafico) PAGEREF _Toc331528923 \h 49

STATI UNITI. PAGEREF _Toc331528924 \h 54

● Si aprono le Olimpiadi: anche quelle dell’economia, ma le apparenze ingannano (vignetta) PAGEREF _Toc331528925 \h 54

● Scandali bancari e mondo finanziario (vignetta) PAGEREF _Toc331528926 \h 55

● Notte fonda in America  (fumetto) PAGEREF _Toc331528927 \h 57

GERMANIA... PAGEREF _Toc331528928 \h 65

FRANCIA... PAGEREF _Toc331528929 \h 66

GRAN BRETAGNA... PAGEREF _Toc331528930 \h 67

● La crisi della sicurezza data in appalto, come tutteo le Olimpiadi del resto  (vignetta) PAGEREF _Toc331528931 \h 67

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc331528932 \h 68

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevene

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●L’agenda economico-politica di agosto:

• Il 14 agosto, previste le elezioni presidenziali in Kenya;

Il 27 agosto, a Tampa Bay, in Florida, Convenzione presidenziale dei repubblicani.

●Al Fondo Monetario Internazionale non hanno fatto un’impressione gran che positiva, pare, le misure decise a fine giugno a Bruxelles per tamponare la crisi del debito europeo e a metà mese, di conseguenza, taglia ancora e deprime di brutto le sue prospettive di crescita globale cosiddette di metà anno: al 3,9%, adesso, dal +4,1% previsto appena ad aprile, a scendere precipitosamente dal 5,3 della crescita del 2010 (1) New York Times, 16.7.2012, A. Lowrey, I.M.F. Clips Global Growth Forecasts for 2013 to 3.9% Il F.M.I. taglia le previsioni di crescita globale del 2013 al 3,9%  http://www.nytimes.com/2012/07/17/business/economy/imf-clips-global-growth-forecast-for-2013-to-3-9.html?_r=1& ref =global-home; 2) IMF/FMI, 16.7.2012, New Setbacks, Further Policy Action Needed Nuove ricadute, necessità di nuova azione [in specie, Tabella 1, Quadro di sintesi delle previsioni 2012-2013 del World Economic Outlook, p. 2, http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2012/update/02/pdf/0712.pdf).

Quest’anno per alcuni mesi la crisi era sembrata come frenata dalle operazioni di facilitazione monetaria messe in atto aumentando la liquidità a tassi bassi dalla Banca centrale europea. Ma gli spreads dentro l’eurozona tra i vari paesi e la spirale al rialzo dei rendimenti che i mercati impongono a Spagna e Italia per finanziarsi il servizio del debito stanno destabilizzando di nuovo la fiducia dei mercati, castrando i pochi tentativi di crescita messi in atto e rendendo sempre più evidente che solo con una unione bancaria più robusta che includa un garante di ultima istanza per tutta l’Europa valido per tutti i depositi di banca in tutto il continente.

Poi ci vogliono ancora – e si capisce!: parla, in fondo… il Fondo monetario: anche se non per bocca della signora direttrice generale Lagarde ma del capo economista Olivier Blanchard, francese come lei ma di ben altro spessore – le riforme di struttura per migliorare (discutibilissima tesi, anzi falsa…) le prospettive di crescita delle economie europee, un maggior allentamento della politica monetaria  e una migliore pianificazione/esecutività dei tagli ai bilanci di quei paesi che devono convincere i mercati della loro stabilità finanziaria.

La priorità delle priorità è quella di risolvere – viene detto dagli economisti del FMI – la crisi dell’eurozona. E gli accordi di fine giugno, se applicati poi fino in fondo – ed è un inciso, questo,  significativo – aiuterebbero di sicuro a rompere il collegamento fra debiti sovrani e sistemi bancari e creerebbero proprio l’unione bancaria effettiva di cui c’è bisogno”.

Il Fondo parla anche di non irrilevanti riduzioni di crescita tra i paesi che, nel corso dell’anno, più ne avranno a soffrire e cita alcuni dei grandi nuovi emergenti, specie il Brasile (2,5% dal 2,7 del 2011 e, nel 2013, ripresa al 4,6%) e India (6,1% dal 7,1 del 2011 e nel 2013 al 6,5%) le cui economie hanno già cominciato a raffreddarsi quest’anno e alcune altre economie in crescita di industrializzazione dell’Asia: come Corea del Sud e Singapore.

E, a parte, la Gran Bretagna che non è nell’euro ma, godendo di fatto dei “vantaggi” del mercato comune ne risente anche più di altri le sofferenze (mantiene una leggera crescita, dello 0,2% nel 2012, ma con un PIL in calo, grosso modo, proprio come nella media dell’eurozona, di oltre 2/3 dal +0,7% del 2011 e potrebbe – forse, con molte riserve sulle politiche di austerità del governo di Sua Maestà – prevedere di risalire ma non prima solo nel 2013 all’1,4%).

I dati globalmente previsti per l’eurozona dicono di una crescita globalmente negativa nel 2012 (-0,3%, dall’1,5 del 2011, con previsione di un’infinitesimale ripresa, allo 0,7%, nel prossimo anno per gli altri grandi paesi dell’eurozona. I dati, per i singoli grandi paesi, recitano per la

Germania (1% nel 2012, in calo forte dal 3,1% nel 2011 e nel 2013 all’1,4), la Francia (0,3 da 1,7 e poi 0,8%, rispettivamente), l’Italia (-1,9, da 0,4 e nel 2013 ancora -0,3) e la Spagna (-1,5 nel 2012 dallo 0,7 del 2011 e, nel 2013, ancora -0,6%)

Sul Giappone, dice l’Outlook del FMI, i dati di PIL sono da quelli del 2011 – l’anno di Fukushima – al -0,7%, quest’anno al 2,4 e nel 2013 in calo di nuovo ma sempre in crescita, all’1,5; la Russia continua sempre a crescere, in grado diverso (2011: 4,3%; 2012: 4%; e 2013, al 3,9%); e Cina (9,2% nel 2011, 8 quest’anno e 8,5% nel 2013).

Molto duri la previsione e i giudizi sugli Stati Uniti d’America: devono immediatamente alzare il livello del debito pubblico e va battuta la forte tendenza in Congresso e, anche se meno forte la tentazione della presidenza stessa sotto la pressione qui ancora dominante dell’ortodossia economica convenzionale (ormai in revisione allo stesso FMI, ma ancora imperante) a tagliare il debito adesso: tendenza che sarebbe esiziale per gli Stati Uniti ed il mondo nel suo complesso in una fase di recessione/depressione come quella che tutti stiamo malamente vivendo.

In questo senso il Fondo continua a sostenere anche la persistenza dei tagli alle imposte per i contribuenti più ricchi di Bush che Obama vorrebbe tagliare e auspica pure che l’Amministrazione non si metta a tagliare adesso sulle spese di bilancio a oggi previste: perché così l’economia “entrerebbe in stallo”, sull’orlo della recessione e “con notevoli rischi in negativo”. Chiede agli USA di piantarla una volta per tutte con la macabra danza sul baratro del default del bilancio federale dovuta al ricatto sempiterno del parlamento che rifiuta programmaticamente di alzare il livello massimo, teorico, del debito pubblico.

Perché, prima o poi, “si precipita” davvero nel baratro: non si può arrivare ogni anno così alla 25a ora e bisognerebbe affrontare in anticipo, sistematicamente, la scadenza “per mitigare i rischi del disordine sui mercati finanziari e le pedite di fiducia di consumatori e attori del mercato”. Al contrario, osserva il Fondo, l’America dovrebbe preoccuparsi di più del nodo del deficit di bilancio che, con quello dei conti correnti, va accumulando anno per anno e che rischia ormai di alimentare nel prossimo futuro, pericoli concreti pericolosamente in aumento di rendimenti al rialzo e costi di accesso al risparmio e al credito internazionale.

Le incertezze sul bilancio e l’equilibrio in questo mercato-chiave per il mondo intero presentano in effetti il rischio latente maggiore in assoluto per la stabilità finanziaria globale”, viene fatto osservare severamente da chi presenta l’Outlook. E il FMI riduce la sua stima di crescita dell’economia americana nel 2012 al 2%, in aumento dal 2011 (1,7%) ma parecchio sotto la stima precedente di aprile, con previsione per il 2013 al 3%, “se tutto va bene”.

Il fatto, argomenta, è che alla ripresa, che era iniziata, è venuto a mancare di recente il sostegno di una spinta endogena (del mercato, degli investimenti e della domanda anzitutto) ma anche di un impulso di spesa pubblica— che, il Fondo non lo ricorda, ma lo sostengono da sempre per esempio i Nobel Stiglitz e Krugman, Obama si è fatto, al meglio, intimorire – come in ogni campo, del resto – dai falchi che lo circondano arrendendosi alla loro più che convenzionale tremebonda saggezza sulla necessità di contenerla comunque.

●Il Messico – dopo un periodo di scelte diverse, nessuna a dire la verità particolarmente felice, durato una dozzina d’anni di assenza dal governo, ha eletto a presidente Enrìque Peña Neto, giovane esponente  del vecchissimo Partito rivoluzionario istituzionale (sic!) nato nel 1929 come retaggio delle rivoluzioni di Pancho Villa e Emiliano Zapata e trasformatosi negli ottant’anni del Maximato, che ha “comandato” (qui funzionava così, letteralmente: per comandi dei capataz trasmessi giù per li rami) il paese fino al 2000: autoritariamente e con una corruzione rampante… L’unica differenza visibile col passato di sempre, almeno per ora, sembra essere l’età: 46 anni invece degli 80 che in media esibivano i predecessori del PRI.

Peña Neto ha vinto di poco, grazie anche a un uso dei media spesso illegale o ai limiti della legalità, con finanziamenti privati non registrati né resi noti. Però non ha raggiunto la maggioranza di cui aveva bisogno (avrà, alla fine la Commissione elettorale conferma, contestata, la sua vittoria 250 seggi con gli alleati del Partito  verde (sic!)alla Camera e 61 su 138 al Senato) contro il candidato di sinistra, Andrés Manuel López Obrador e dovrà scontrarsi con un’opposizione rivitalizzata che, contando su molte circostanze che hanno almeno all’apparenza, prima facie come si dice, il peso di prove almeno indiziarie (“la lucha comienza ahora” è lo slogan subito lanciato dal movimento studentesco), denuncia che il risultato è truccato.

D’altra parte, era scontato che l’autorita di controllo delle elezioni avrebbe fatto il suo lavoro in maniera attenta alle esigenze del vecchio PRI, visto come quelle autorità elettorali sono state costituite: sempre da capataz e cacicchi locali di lunghissima navigazione nominati a vita, dai venti ai trent’anni fa, ai tempi di quegli altri governi del PRI.  

Anche se superasse, ora, la sfida sulla propria legittimità, non saranno da poco, però, i problemi del presidente-eletto. Lui aveva fissato un ambizioso programma di ripresa economica (invisibile), di lotta alla criminalità organizzata, legata al traffico criminale della droga che in sei anni ha fatto 60.000 morti per le strade.

Ha anche parlato di un cambiamento di strategia inviso agli Stati Uniti, il grande fratello del Nord, come quello di una parziale legalizzazione del consumo spicciolo – alla svedese, dice: ma qui siamo in Messico… – e attraverso il sistema sanitario pubblico e ripetendo anche diverse volte in campagna elettorale – con la tattica ben nota anche in Italia no? dell’accordo tacito da negoziare con la criminalità organizzata, che bisogna trovare il modo di concordarci una tregua…

Non se ne parlerà qui, di certo, per l’ultima volta: tra l’altro continua ad aggiustare a ogni dichiarazione l’obiettivo della lotta alla droga— negandolo, confermandolo, modificandolo. E non è cosa da poco, come tutto qui: il Messico, 112 milioni di abitanti è del resto, ormai, davvero un grande paese, con un PIL ormai da 1.600 miliardi di $ (New York Times, 3.7.2012, D. Cave, Narrow Victory for Mexico’s New Leader Signals Bigger Challenges Ahead La risicata [non ufficialmente proclamata e anzi protestata] vittoria del nuovo presidente del Messico marca le grandi sfide che aspettano adesso il paese http://www.nytimes.com/2012/07/04/world/americas/mexicos-new-president-faces-uphill-fight.html?_r=1&ref=global-home).

In termini di dati macroeconomici, qui il PIL crescerà a fine anno al 3,7%, con un’inflazione che a giugno è arrivata al 4,34%, produzione industriale al 3,6 e disoccupazione al 5 e un contenuto squilibrio della bilancia dei conti correnti, -1,1% a fine anno (The Economist, 7.7.2012, Output, prices, jobs, etc.Produzione, prezzi, occupazione, ecc. http://www.economist.com/node/21558290 e 21558291).

●Il Venezuela è stato ufficialmente invitato dai governi di Argentina, Brasile e Uruguay ad aderire a pieno titolo al Mercosur, l’associazione di mercato che insieme al Paraguay metteva insieme i quattro paesi e si allargherebbe così a un quinto, finora tenuto fuori proprio dal veto paraguayano avanzato per conto dei nord-americani di cui Asuncion si faceva regolarmente, anno dopo anno, interprete.

In qualità di paesi osservatori all’unione doganale dell’America Sud (questo è il Mercosur che, comunque, è un’associazione finora di assai relativa efficacia, sono anche Bolivia e Cile dal 1996, Colombia e Ecuador dal 2004 e Perù dal 2003. Il Venezuela, che era già stato invitato a diventare membro associato nel 2006 e aveva sempre declinato finora, adesso che l’invito le è stato presentato in termini “no más dimidiados non più dimezzati ma pieni per l’assenza forzata dalla riunione dell’organismo direttivo del Paragauay, ha detto subito sì alla domanda.

●Lo ha reso noto il ministro degli Esteri argentino, Héctor Timerman, annunciando che intanto il Paraguay, il quarto paese membro a titolo pieno dell’Unione doganale, del Mercosur, era stato “sospeso” per il golpe parlamentare che, con una maggioranza di destra del Congresso,  ha deposto il presidente di sinistra, l’ex arcivescovo Fernando Lugo.

Illegalmente”, dicono non solo gli altri latino-americani ma, a parole, anche gli Stati Uniti, perché in questo paese non è proprio previsto, come negli USA e secondo procedure lì onestamente rigorose e soprattutto aperte, l’istituto dell’impeachment presidenziale… Qui c’è un vago passaggio della Costituzione, del tutto unico, e mai prima applicato, che con una larga maggioranza parlamentare largamente di destra e un presidente nettamente di sinistra – e, è vero, un po’ anomalo: diremmo noi, a metà tra un Cossiga e un Pertini per intenderci – che consente a una maggioranza dei 2/3 del parlamento di espellere qualsiasi “pubblico dipendente” che sia giudicato poco efficiente (New York Times, 7.7.2012, Associated Press (Agenzia A.P.), US Neutrality on Lugo Impeachment Draws Criticism— Attira [molte] critiche la neutralità degli americani [ma, certo, sarebbe decente mettere il termine almeno tra virgolette, no?] sulla faccenda dell’impeachment di Lugo ▬ http://www.nytimes.com/aponline/2012/07/07/world/americas/ap-lt-paraguay-us-role. html?ref=global-home).

Ma se tutta l’America latina, anche gli oggi più rari governi di destra, bolla come “illegale” l’interferenza parlamentare e il golpe istituzionale di Asuncion, il dipartimento di Stato rifiuta invece e ha anche declinato, ufficialmente, di dirlo in nome – e la cosa su quelle bocche in tanti paesi sudamericani fa sghignazzare – parla del dovere di non immischiarsi negli affari interni di paesi stranieri.

Intanto, a fine luglio, adesso, come abbiamo detto, e anche per sottolineare il dissenso del resto dell’America latina da Washington, viene deciso che il Venezuela entrerà a pieno titolo nell’unione. Appunto, esplicitamente contro il parere, peraltro reso noto e in modo del tutto controproducente dal dipartimento di Stato, vista la futilità del tentato intervento, da parte americana (Buenos Aires Herald, 29.6.2012, Venezuela to become full member of Mercosur, Paraguay suspended Il Venezuela diventa membro a pieno titolo del Mercosur, da cui viene sospeso il Paraguay http://www.buenosairesherald.com/article/104873/venezuela-to-become-full-member-of-mercosur-paraguay-suspended).

●Viene, in questi stessi giorni, annunciato dall’ing. Salman Zarbi, direttore del cantiere iraniano di Sadra a Bushsher, a nord del Golfo Persico, che in corso di mese, per il Venezuela, varerà la più grande petroliera da loro mai costruita, una Aframax appena sotto le 120.000 tonnellate, una stazza significativa anche se non la massima (portata anche quattro volte tanto): 250 metri di lunghezza, 44 di larghezza, 21 di altezza sul livello del mare e pescaggio di 14,8 metri, costo complessivo, già pagato al Tesoro iraniano, 57 milioni di €.

L’ordinazione di Caracas è per quattro identiche petroliere, ognuna a quel prezzo e con quelle specifiche. Profitto immediato, per Iran e Venezuela, il copioso versamento di bile provocato al Tesoro americano e al suo embargo (Bernama.com/Kuala Lumpur-Malaysia, 13.7.2012, Iran manufactures oil tankers for Venezuela L’Iran costruisce petroliere per il Venezuela http://www.bernama.com/bernama/ v6/news index.php?id=680364).   

●Negli ultimi tre mesi – e subito dopo le voci sulla possibile cesura del flusso da parte dell’Iran attraverso lo stretto di Hormuz, con l’eccezione del picco sopra $ 100 per barile di greggio petrolifero il prezzo del Brent, il greggio del mare del Nord e la qualità più diffusa e meno grezza, meno appesantita di scorie anche se in calo di produzione (vedi qui sotto Iran nel capitolo USA) – il prezzo era restato costantemente sotto quella soglia, sui $ 96-97 al barile.

Gran parte del calo è dovuta alla percezione di una crisi economica e degli scambi internazionali che si va approfondendo, ma resta il potenziale di impennate improvvise, anche pesanti, legate in specie proprio a peggioramenti del clima geopolitico nella regione mediorientale. In ogni caso, finché i negoziati o pre-negoziati tra Teheran e i 5 + 1 (vedi sotto, proprio come sopra) non sono formalmente interrotti, sembra un po’ più difficile che Israele si senta tentata di lanciare un attacco militare contro l’Iran rischiando, anche – ma sarebbe il minore pericolo, certo – di venire accusata di sabotare il negoziato.

Però, è difficile che i colloqui portino a un risultato capace di allentare davvero le tensioni specie finché la precondizione di almeno 3 o 4 dei 5 + 1 resta quella dettata dagli americani dello stop iraniano all’arricchimento dell’uranio— che, però, è anatema per Teheran in quanto è un suo diritto incondizionato.

E la tentazione per Netanyahu di passare all’attacco, se il negoziato coi 5+1 si interrompesse formalmente e le sanzioni non sembrassero proprio riuscire a piegare la resistenza di Teheran, resta tutta, specie se Obama continuerà a restare in qualche vantaggio rispetto alle prospettive elettorali di Romney nei prossimi mesi e se rimangono sempre confusi gli equilibri nell’Egitto di Mursi e Tantawi.

E, anche a fronte delle riserve, espresse chiaramente, da eminenti voci dell’establishment israeliano della difesa e della sicurezza per lui rimane forte la tentazione di uscire dall’impasse con una forzatura di stampo militare (non l’attacco atomico a Teheran ma il bombardamento dei suoi presunti siti di ricerca e del’industria nucleare… con tutto il rischio per Israele stessa che, però, questo comporterebbe.

Ma a Netanyahu, proprio adesso, si sta sfaldando la grande coalizione che aveva messo in piedi portando dalla sua, col cambio della leadership dalla signora Tzipi Livni a Saul Mofaz, il partito di opposizione di centro destra Kadima e dopo che era in precedenza riuscito già a diroccare, portandolo sulle sue posizioni e provocando la scissione del partito laburista, l’ex primo ministro Ehud Barak.

Appena a maggio scorso, proprio con Mofaz, Netanyahu era riuscito a mettere insieme una supermaggioranza di 94 seggi su 120 del parlamento, la Knesset (TIME Magazine, 17.5.2012, aveva allora ribattezzato il premier, un po’ precipitosamente a dire il vero, re d’IsraeleKing Bibi, il suo nickname americano di quando, una ventina d’anni or sono, era stato ambasciatore a Washington ▬ http://world.time.com/2012/05/17/cover-story-why-bibi-netanyahu-is-king-of-israel).

Ora quella coalizione si è sgretolata dopo che era stata formata anche per “rimediare” alle conseguenze della sentenza della Corte suprema che, a febbraio, aveva annullato la legge che esentava dal servizio militare (obbligatorio in Israele, per tutti, cittadini e cittadine per ben tre anni) gli studenti dei seminari ebraici ortodossi cosiddetti yeshiva, tradizionali, e che aveva provocato la minaccia di ritirare l’appoggio al governo del piccolo ma onnipotente partito ortodosso.

Che è da sempre abituato all’esenzione tanto dal servizio militare come dalle tasse (perché sostengono, studiando la Torah e pregando Javhé o – come dicono loro, senza usare vocali per rendere così impronunciabile il nome santo di Dio – YHVH, loro già servono comunque il paese)— idea degna del peggior fondamentalismo islamista di stampo wahabita o, forse, anche cristiano, ma del post medioevo…

Kadima— Avanti, però, anche con Mofaz aveva insistito perché non più del 20% dei giovani “religiosi” fossero ancora esentati dalla naja, ed esce ora dal governo perché non è riuscita a modificare come vuole, in questo senso più laico e meno sdraiato sulle esigenze e i privilegi dei “religiosi” ortodossi, la legge.

Ora a Netanyahu resta la sua maggioranza risicata di 66 deputati che l’aveva portato subito prima dell’accordo con Kadima sull’orlo di chiedere le elezioni anticipate e l’unica cosa nuova al momento è che, forse, adesso, con la polemica esacerbata sui privilegi della popolazione tradizionalmente ortodossa, forse i partiti religiosi nella sua maggioranza potrebbero abbassare un po’ il tasso delle loro contenziose e presuntuose richieste.

Restano le altre pretese dell’estremista di destra laico cui Netanyahu ha affidato il ministero degli Esteri di Israele, quell’Avigdor Lieberman capo del partitino razzista di Yisrael Beiteinu Israele casa nostra, che usa chiamare “bacarozzi” i palestinesi e disse, una volta, che si sarebbe potuto risolvere il problema da essi posto a Israele con la bomba atomica (Haaretz/Tel Aviv, 26.10.2009, Turkey’s PM says Lieberman threatened to nuke Gaza Il premier turco sostiene che Lieberman ha minacciato di nuclearizzare Gaza http://www.haaretz.com/news/report-turkey-pm-says-lieberman-threatened-to-nuke-gaza-1.5410).

   Nel corso della crisi di Gaza nel gennaio 2009, Lieberman disse che “Israele deve continuare a combattere Hamas proprio come gli USA fecero liquidando i giapponesi per metter fine alla seconda guerra mondiale… Il che renderebbe poi inutile anche l’occupazione del territorio”.

   Siccome, naturalmente, quella guerra ebbe fine con Hiroshima e Nagasaki, l’interpretazione largamente diffusa a autentica anche in Israele, fra i suoi amici e i suoi nemici, delle parole di Lieberman, pur attento a non usare mai i termini ‘bomba’, ‘nucleare’ e ‘soluzione finale’— e quella ufficiale e formale, ad esempio, del primo ministro di Turchia Recep Tayyp Erdogan, fu automatica: fece anche notare, a chi mai fosse sfuggito il particolare, che tecnicamente una bomba nucleare distrugge un territorio senza distinguere, naturalmente, tra arabi e mussulmani…).

Ecco, adesso le pretese di Lieberman non sono contrarie a cambiare la legislazione sugli ortodossi e i loro privilegi. Ma vuole anche – e soprattutto – obbligare al servizio militare i cittadini israeliani di origine araba oggi esentati: ma destinandoli rigorosamente ai servizi bassi e, si capisce, mai destinati a portare le armi: piuttosto ha spiegato alla Knesset, con una sua locuzione particolarmente forbita, “a pulire i cessi”…  

Ma, così come si potrebbe adesso riaprire la crisi nella coalizione, si apre un’ennesima spaccatura dentro Kadima (tre dei suoi 28 deputati, che al momento ne facevano il partito più rappresentato in parlamento, hanno votato contro l’uscita dal governo Netanyahu e potrebbero oggi andarsene perdendo ancora, a favore di Netanyahu e del suo Likud— il Consolidamento (a ora 26 deputati), un’altra frangia della propria destra interna. Kadima dimagrirebbe ancora, così, anche se rafforzando al suo interno una leadership, diciamo pure, appena più di centro, col possibile ritorno di Livni e si dice, forse, vista la crisi, anche dell’ex premier Ehud Olmert.

Il quale, nel frattempo, è stato assolto dalle accuse di corruzione con cui ha fatto i conti nei tribunali dopo le dimissioni forzate nel 2007 nella lotta interna con Livni che lo sostituì a capo del partito e, poi, perse le elezioni con Netanyahu (i partiti israeliani sono litigiosi e antropofagi dentro quanto erano queli nostrani della prima repubblica— e del resto, poi, anche della seconda e adesso ad esso potrebbero di nuovo rivolgersi gli orfani del vecchio leone Ariel Sharon che campa ancora ma, da sei anni ormai, in stato solo vegetativo.

Il governo in ogni caso resta al momento in piedi, a maggioranza ridotta e un po’ più traballante. Ma ora la sua maggiore precarietà potrebbe sia spingere il premier a una maggiore cautela anche nella sfida che ha lanciato all’Iran, sia spingerlo a un avventurismo maggiore. Ma a fronte di una minoranza che, fatta come sarà dai laburisti che restano dopo la defezione di oltre un anno e mezzo fa di Barak dal partito e dal dimidiato nuovo centro di Kadima, sarà precaria e impaurita e probabilmente un po’ più impotente, nel senso di incapace di sfidarlo apertamente in parlamento e/o alle urne sulle politiche sociali e di difesa (New York Times, 17.7.2012, Jodi Rudoren e R. Gladstone, Unity Government in Israel Disbanding Over Dispute on Draft Per la disputa sul servizio militare, si sfascia il governo di unità in Israele ▬ http://www.nytimes.com/2012/07/18/world/middleeast/unity-government-in-israel-disbanding-over-dispute-on-draft.html?_r=1&ref=global-home).

●In Corea del Nord, un durissimo, e segretissimo, scontro interno alle gerarchie del regime si è concluso col risultato della vittoria, non scontata per niente sulle vecchie gerarchie militari del numero uno del regime, nipote di Kim Il-sung e figlio di Kim Chong-il, il giovanissimo Kim Jong-un, che a 28 anni appena è stato adesso promosso al rango di maresciallo della Repubblica democratica popolare di Corea da parte del Comitato centrale del partito comunista, della Commissione nazionale di Difesa dell’Assemblea suprema del popolo – il parlamento – una carica che, in precedenza, avevano detenuto solo il padre e il nonno, il liberatore del paese dalla conquista militare giapponese prima e nella seconda guerra mondiale e poi fondatore della Corea del Nord.

Solo due giorni prima dell’annuncio erano state rese note le dimissioni – per ragioni di salute ma francamente secondo tutti i rapporti minimamente accreditati di intelligence per tentata e fallita insubordinazione: c’è chi sostiene a Seul che abbia resistito con le armi in mano al cambio di linea e le ragioni di salute sarebbero quindi quelle forzate dalle ferite riportate, al meglio, in uno scambio a fuoco – del ministro della Difesa, Ri Yong-ho: vice maresciallo dell’Esercito e al momento pari grado di Kim Jong-un.

Un militare di carriera che, dopo la morte del di lui padre, aveva cercato di far arroccare anche il successore sulla politica del “songun”— del prima la spesa militare, poi tutto il resto, imprimendo anche di propria iniziativa pare scelte di confronto aperto, o quasi,  col resto del mondo e specie, rischiando, con l’America.

O, almeno, questo è il senso che alla vicenda sembra voler dare adesso il gruppo di potere intorno al nuovo numero uno. Che sembra, dopo un’iniziale resistenza,  aver consolidato, comunque, intorno a sé anche la lealtà delle Forze armate. Insomma, è stata condotta e conclusa una purga di stampo classico, scatenata dal sistematico lavoro messo in atto da Kim Jong-un per ridurre influenza, poteri, autorità e poi per rimuovere dalle loro posizioni di comando le massime cariche militari del regime.

In altri termini, se c’è mai stato, come si diceva a Seul e spesso anche a Washington, un periodo di reggenza del regime affidato alle gerarchie militari, adesso è finito. Già ad aprile alcuni osservatori avevano notato la strana protesta con cui Kim Jong-un aveva denunciato, in un’assemblea pubblica del partito (l’unico) dei lavoratori teletrasmessa in diretta, oggi ben identificabili ma allora non identificati poteri quasi occulti ai vertici del paese: “c’è gente – diceva - che sta cercando di sfruttare le ricche risorse minerarie del nostro sottosuolo mettendosi a scavare avventatamente con la scusa di guadagnare così valuta straniera”.

Parlava proprio dei militari, anche se allora lo capirono solo gli addetti ai lavorai più esperti, che non solo gestiscono ma dai tempi di Kim Jong-il controllano le risorse minerarie, potenzialmente assai abbondanti, del paese: dalla prospezione alla produzione alla vendita e, sembrava implicare, Kim Jong-un, a gran parte anche di quanto ne ricavavano (New York Times, 20.7.2012, Choe Sang-un, North Korea Said to Remove Military’s Lucrative Export Privilege Il Nord Corea, si dice, ha rimosso i lucrosi permessi di export dei militari http://www.nytimes.com/2012/07/21/world/asia/north-korea-said-to-remove-militarys-lucrative-export-privilege.html?ref=global-home).

Finora, in effetti, molte delle indicazioni di apertura, diplomatiche o politiche che erano venute nei primi mesi della presidenza di Kim Jong-un, erano state rapidamente contraddette da quelli che apparivano segni di aggressività militare: una politica del doppio binario incoerente agli occhi del mondo esterno, oltre che dei coreani stessi del Nord.

In altri termini, lo scontro sembra essere stato intorno al cambio di priorità politiche che il giovane erede stava imprimendo alla politica del padre, tornando a quelle sui cui aveva insistito nei suoi ultimi anni, il nonno: lo sviluppo e la modernizzazione economica più che la primazia del potere militare.

La lotta interna, durata un po’ più di un mese, si è conclusa col licenziamento di parecchi alti quadri militari che erano stati nominati anche solo pochi mesi fa dal padre del presidente in carica – e che ora, come qui avviene più che altrove, semplicemente “spariscono” – e adesso, da una decina di giorni, sui media della RDPK, specie in televisione compaiono segni che sempre alcuni media occidentali interpretano come di ammorbidimento, se non altro, dei consueti toni striduli della propaganda anti-americana.

Ora bisognerà verificare, però, se questa nuova predisposizione alla “ragionevolezza” sarà colta e incentivata anche da aperture serie altrui e se si concretizzerà se, e sempre che, non venga richiesto al regime coreano del Nord, come è sempre stato finora, di suicidarsi arrendendosi alle pretese di coreani del Sud e americani di dire il suo signorsì prima ancora di cominciare a trattare.

Per esempio, chiedendo loro di consegnare le poche armi nucleari che hanno senza la garanzia giuridica, in diritto internazionale, che gli americani ritirano le loro dal territorio della, e da quello prossimo alla, penisola coreana. Che poi, in termini militari non significherebbe niente: perché i missili americani, esattamente come quelli molto meno affidabili peraltro dei coreani, sono in grado di raggiungere un  bersaglio a migliaia di km. di distanza.

Adesso, ad esempio, il ministro degli Esteri nord-coreano, Pak Ui-chun, in visita in Cambogia, ha annunciato che P′yŏngyang è disposta a riprendere senza alcuna precondizione gli incontri a sei che, per conto dell’ONU, sono stati sospesi da mesi (The Phnom Penh Post, 16.7.2012, Vong Sokheng, North Korea to resume si-party talks— La Corea del Nord riprenderebbe i colloqui a sei ▬ http://www.phnompenhpost.com /index.php/2012071657442/National-news/north-korea-to-resume-six-party-talks.html) proprio perché le mettono gli americani le loro condizioni.

Significativo, a modo suo – a modo loro – è anche che P′yŏngyang abbia deciso di lanciare questo suo messaggio non da Pechino, da cui arriva in Cambogia, ma da Phnom Penh: proprio perché a giudizio dei nord-coreani anche i cinesi hanno cominciato a dar loro l’impressione (sic!) di esercitare pressioni non sempre gradite. Dai cinesi, sembrano dire in Corea del Nord ora, abbiamo anche da imparare e, in qualcosa, magari anche dagli americani… ma coi tempi e i modi nostri, non loro. Il problema vero, però, è la posizione di principio, come dicono e la vedono loro stessi, degli americani.

La loro diplomazia continua a credere e dire, pubblicamente, che per fare il favore di aprire colloqui a chiunque sia in disaccordo con loro – siano coreani, o iraniani, o magari venezuelani – bisogna acquisire il “sissignore” dell’avversario alle loro richieste ancor prima di sedersi a parlare con loro… Questa è sempre la posizione ufficiale – e grottesca – della diplomazia USA nell’era di Clinton.

●Anche in India, dopo che già un mese fa  il governo aveva polemizzato direttamente e apertamente col ministro della Difesa americano perché faceva pressioni su New Delhi di rendere “più attiva e strategica” la sua disponibilità ad appoggiare la politica estera americana di presenza, anche militare, nel subcontinente e in Afganistan e aver detto allora a Panetta un no molto pubblico e molto secco (The Telegraph (Kalkata), 7.6.2012, Sujian Dutta, Three pacts Antony opposed are off the table I tre accordi [strategici] che a Antony non andavano proprio, non sono più all’ordine del giorno http://www.telegraphindia.com/1120607/jsp/nation/story_15580241.jsp), si torna al confronto anche irritato, e pubblicamente, stavolta personalmente con Barak Obama.

Il peccato, agli occhi degli indiani, è lo stesso: che gli americani non si fanno i fatti loro e pensano di lanciare avvertimenti, lusinghe e anche minacce a un governo sovrano. Obama aveva fatto aperte pressioni sull’India perché levasse le sue restrizioni al libero movimento dei capitali esteri nel paese. E loro – almeno loro, gli indiani – a farsi ammonire come discoli – non ci stanno. Dice il ministro del Commercio, Anand Sharma, che devono proprio imparare a “farsi i fatti propri”.

Certo, aggiunge, l’India potrebbe anche abbassare un po’ le sue barriere, consentire a compagnie aeree americane di acquisire fino al 49% del pacchetto azionario delle compagnie indiane: è un fatto riconosce il ministro che gli investimenti esteri nel paese sono calati del 38% in aprile e maggio, a $ 3,2 miliardi dagli stessi due mesi dell’anno precedente. Ma, prima, l’India deve autonomamente decidere se quegli investimenti sono davvero desiderabili e, poi, vorrebbe anche verificare che i soldi promessi poi gli investitori in arrivo davvero li abbiano (The Economist, 19.7.2012 [per il capitolo, del resto ben comprensibile, del facciamo a fidarsi])

in Cina

●Lo stesso giorno – anzi col fuso orario qualche ora prima – il 5 luglio, in cui la BCE abbassa di 1/4 di punto il tasso di sconto viene ridotto anche, e di ben 1/3, lo 0,31%,  anche dalla Banca popolare di Cina, la Banca centrale.  L’analisi è identica a quella europea e americana: siamo ancora lontani da una vera ripresa (China.org.cn, 5.7.2012, Agenzia Xinhua/Nuova Cina, Central Bank cuts interest rate La Banca centrale taglia il tasso di sconto http://www.china.org.cn/business/2012-07/05/content_25828936.htm). E c’è anche chi, a Francoforte al direttorio della BCE ha segnalato, che la misura – oggi, in effetti, se e quando si muove la Cina si muove una superpotenza finanziaria di cui nessuno può più non tenere conto – sia stata l’ultima goccia a far traboccare il vaso della maggioranza a favore della misura che era stata proposta dal presidente Draghi…

Del resto, nella gerarchia delle preoccupazioni economiche qui l’inflazione cala anche più che da noi, nella UE, con l’indice dei prezzi al consumo che dal 3,4% di aprile e dal 3 di maggio passa a giugno al 2,8%, e anno su anno al 2,2%: il tasso più basso da ventinove mesi, secondo il computo del Bureau nazionale di statistica. Nei primi sei mesi del 2012 l’inflazione era salita del 3,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. E i prezzi alla produzione a giugno, dall’anno prima, sono calati del 2,1%, su base mensile dello 0,7% (Trading Economics, China, 9.7.2012, China’s inflation rate drops to 2.2% year on year, same in city and 2.2 in rural areas Il tasso di inflazione scende al 2,2% anno su anno, stesso in città e del 2% nelle aree  rurali  ▬ http://www.tradingeconomics.com/articles/article.aspx?file=07092012114129.htm).

Anche questo ribasso dei prezzi comporta qualche conseguenza potenzialmente preoccupante, considerando che ha rallentato nei mesi scorsi gli investimenti e sta dando ai consumatori buone ragioni per rinviare gli acquisti fino a un’ulteriore caduta dei prezzi: ma l’assillo principale delle autorità resta comunque – malgrado alcune voci allarmate da una strisciante deflazione – il rallentamento, anche se lento per ora, della crescita (New York Times, 9.7.2012, K. Bradsher, Price Data Suggest Specter of Deflation in China— I dati sui prezzi suggeriscono in Cina  [ma il titolo riflette in modo scoperto la speranza più che la previsione di molti americani…] lo spettro della deflazione (http://www.nytimes.com/2012/07/10/business/ global/prices-tumble-across-the-chinese-economy.html?partner=rss&emc=rss).

●Si riduce anche l’espansione dell’economia cinese nel secondo trimestre del 2012 dall’8,1% del primo al 7,8% anno su anno PIL a 22.710.000 miliardi di yuan (in dollari, a parità di potere d’acquisto, diverse volte di più, del cambio nominale di $ 3.600.000) nella prima metà dell’anno. Il portavoce dell’Ufficio nazionale di statistica, Sheng Laiyun, ha anche informato i media che, nel corso del secondo trimestre preso a sé, la crescita s’è fermata appena all’1,8%. Il valore aggiunto della produzione è cresciuto anno su anno a giugno del 9,5% , appena al di sotto dello 0,1 rispetto a maggio.

Anche se l’economia continua a frenare sul tasso di crescita che consideravamo prima abituale [il 9,5% un anno fa], in rapporto a ogni altro paese noi andiamo bene”, ha osservato il portavoce del Bureau. “L’economia resta stabile anche se dopo 30 anni di crescita vigorosa stiamo entrando in una fase di transizione… Il potenziale di crescita tende a diminuire ma è una regola universale e siamo più che fiduciosi che, comunque, resta intorno all’8%”.

Non è un numero fatto a caso, l’8%, ma quello su cui gli “esperti” americani di cose cinesi sembrano concordare – non tutti, non tutti… – come il tasso di crescita necessario a non allargare il numero dei disoccupati: dal punto di vista dell’equilibrio sociale del paese, un dato delicatissimo (NBS/Pechino, 13.7.2012, Overall economic developemnt was stable in the first half of 2012 Lo sviluppo economico complessivo stabile nella prima metà del 2012 http://www.stats.gov.cn/english/pressrelease/t20120713_40281 7907.htm).

Lo stesso primo ministro, Wen Jabao, è intervenuto a metà mese impegnando il governo a nuovi sforzi tesi a far riprendere una crescita forte e un dinamismo più accentuato all’economia. Nel corso di un lungo giro nella provincia del Sichuan (centro-sud del paese, 87 milioni di abitanti e quasi 500.000 km2) ha sottolineato che la ripresa non è ancora stabilizzata e che ancora “per qualche tempo” ci saranno problemi. Ma, ha assicurato, che il governo li affronta e li risolve, uno a uno (Xinhua, 15.7.2012, Premier Wen urges efforts to boost dynamism of economic growth Il premier Wen spinge per incrementare il dinamismo dell’economia http://news.xinhuanet.com/english/china/2012-07/15/c_131716707.htm).

Wen spiega anche, in questa occasione, che la massima priorità del momento è per il suo governo di aiutare alla creazione di posti di lavoro per i giovani neo-laureati e alla formazione professionale dei contadini e degli agricoltori più poveri: qualcosa di molto vicino a quella che è la prassi anche da noi, no? benché sia, da loro, un problema moltiplicato per molte volte anche se ormai con una pressione sociale analoga e pure maggiore a quella che esiste da noi.

Non è ancora chiaro se certe misure di aumento salariale prese in alcune province cinesi sono parte di questa campagna di rilancio della crescita anche attraverso i consumi, ma pare probabile: adesso sono ben sedici le province (delle suddivisioni amministrative che si contano, 32 sono province, 5 regioni autonome e 4 grandi municipalità) che hanno aumentato il salario minimo entro fine giugno di una media del 19,7%, come hanno riferito dal ministero delle Risorse umane e della Sicurezza sociale. Il 12° piano quinquennale (2011-2015) stabiliva già che, anno su anno, il tasso di aumento del minimo salariale dovrà restare al di sopra del 13% ogni anno (Global Times/Pechino, 26.7.2012, Provincial governments raise minimum wage by 20% I governi provinciali alzano i minimi salariali del 20% http://www.globaltimes.cn/content/723370.shtml). 

●Con una mossa qui poco usuale – poco usuale ovunque, a dire il vero… pensiamo, per dire, alla Val di Susa da noi: dove, forse, la ferrovia veloce non la faranno ma non perché la stragrande maggioranza della gente lì la rifiuta ma perché hanno finito i soldi, alla fine – il governo ha ceduto a una forte campagna d’opinione pubblica cancellando i progetti di costruzione di un grande impianto di lavorazione del rame per fabbricarne una lega metallica ben nota per i suoi effetti inquinanti a Shifang, nella provincia del sud-ovest dello  Sichuan.

Dopo che furiose proteste popolari di massa avevano condotto a scontri assai duri con la popolazione residente, il capo del partito comunista locale ha detto chiaro che era giusto farlo, a fronte di una rivolta dell’opinione pubblica evidentemente molto allarmata (The Economist, 7.7.2012).

A fine mese, invece – anzi: proprio allo stesso modo – a Qidong, nella provincia dello Jangsu, sul lato nord  del fiume Yangtze, il fiume Azzurro il più lungo dell’Asia e proprio alla foce di fronte a Shanghai le autorità municipali si piegano alla protesta di massa, inclusa l’occupazione e la costruzione di un alcuni uffici comunali, che riesce a impedire il passaggio per la città di una condotta che avrebbe scaricato a mare i rifiuti tossici di una cartiera giapponese (Crypthome, 28..2012, Qidong protest document La documentazione della protesta di Qidong http://cryptome.org/2012-info/qidong/qidong-protest.htm).

 

●La compagnia petrolifera di Stato cinese CNOOC ha concordato di comprarsi la Nexen, un gruppo canadese con proprietà e concessioni di sfruttamento acquisite nel Golfo del Messico e nel Mare del Nord per 15,1 miliardi di $. Quando – e se – sarà completato, l’accordo risulterà la maggiore acquisizione estera di una compagnia cinese. Nel 2005, a fronte della ostilità dichiarata – e tutta e solo politica: “una minaccia alla sicurezza nazionale” – del Congresso americano a un’acquisizione di circa 18 miliardi di $ (alla fine si comprò l’asset con un’offerta più bassa di quasi un miliardo di $, l’americana Chevron), la CNOOC aveva rinunciato a comprarsi la statunitense Unocal.

E’ da quando Obama ha lasciato cadere l’interesse degli Stati Uniti a una joint venture di sfruttamento dei giacimenti canadesi di sabbie bituminose, che Ottawa ha cominciato a rivolgersi verso l’Asia e, inevitabilmente così, verso la Cina (The Economist, 27.7.2012, A Chinese Oil Firm in Canada Una compagnia petrolifera cinese in Canada http://www.economist.com/node/21559621).

●Talora sotto traccia, talora apertamente, nello scontro/incontro ormai sempiterno ma anche  profondamente e radicalmente mutato del rapporto economico e commerciale e oltre, geo-politico,  tra Cina e Stati Uniti, ci sono una serie di fatti noti e una serie di fatti taciuti.

Quelli noti partono come è corretto, dalla valutazione su cui, intanto, già ci si divide del ranking economico dei due grandi paesi. Diversi ricercatori ormai sostengono in America che sia ormai la Cina l’economia maggiore del mondo, la maggior parte dice che non è – ancora – così. Nessuno esprime dubbi sul fatto che, però, stia diventando così.

In ogni caso la Cina sta superando in tromba gli Stati Uniti in molti campi: dalla genomica, comparativa e applicata, alla produzione di energia elettrica di acciaio e di cemento, dall’esistenza della più vasta rete mondiale di ferrovie e treni ad alta velocità – in America non esiste niente di simile, neanche in prospettiva: tutto, qui, è stato bloccato dagli interessi del sistema autostradale e dei produttori/raffinatori di petrolio e benzina – e ormai producono anche più auto di USA e Giappone messi insieme.

E poi c’è il risvolto della medaglia. Oggi gli Stati Uniti vendono in Cina più auto di quelle che vendono negli stessi USA e gran parte della produzione made in USA sta facendo favolosi profitti vendendo prodotti e usando mano d’opera cinese (la Apple, WalMart) mentre l’economia americana è nel mezzo della peggiore depressione economica degli ultimi 80 anni senza vedere via di uscita.  Così come una delle ragioni di un tasso di disoccupazione in Germania tanto basso rispetto a quello degli altri paesi europei e a quello americano è che proprio sul mercato cinese i tedeschi vendono quantità enormi di macchine utensili proprio sul mercato cinese.

Oggi, la Cina sembra, forse per ragioni in buona parte anche indotte, leggermente in frenata ma continua a andare avanti più di tutti. In effetti, per un paese che nel 1980, subito dopo la morte di Mao, aveva forse cominciato a risolvere il problema della ciotola quotidiana di riso per le sue centinaia di milioni abitanti ma aveva una condizione media di vita forse ancora inferiore a Haiti bisogna notare come, arrivando ormai a una popolazione di quasi un miliardo e mezzo, essa sia migliorata del 1300%  negli ultimi trent’anni.

Ora sia Obama che Romney, in modo diverso ma analogo, continuano a pensare che aumentare le pressioni sui cinesi funzionerà ma devono tener conto tra l’altro, e forse anzitutto, che è proprio la Cina a salvare giorno per giorno da sola, comprando quantità colossali di buoni del Tesoro USA, da un ulteriore deterioramento anche finanziario l’economia a stelle e strisce. Certo, se i cinesi si incavolano, ritirandosi da questo specifico mercato, farebbero perdere di valore e non poco ai dollari che tengono in cassaforte: ma l’America ne sarebbe come si dice sderenata  ritirandosi da questo mercato,    

A confronto, anche se l’economia della Cina ha grandi problemi – di equità, di ridistribuzione, ecc.: anche evidenti e di complessa solvibilità ma, pure, tali che i cinesi li vedono sempre anche rispetto al passato recente che tutti ricordano ben diverso e più povero e sperimentato sulla propria pelle e, ormai, da decenni in continuo miglioramento – non sembra proprio che l’esperienza sia analoga in America: qui tutti, meno l’ormai famosissimo e famigeratissimo 1% della popolazione, stanno  sperimentando la realtà di diventare ogni giorno più poveri, con l’American dream che da sogno americano su cui è stata costruita leggenda, realtà ma anche mito – da Hollywood, a New York, a Cape Canaveral – per la maggior parte dei cittadini si va trasformando in incubo.

E, d’altra parte, è pur vero e evidente come tanto più semplice quanto criminalmente, se volete, più razionale sia l’esercizio (qui in America soprattutto ma un po’ dovunque anche altrove) di sottrarre con tagli e tasse concentrate su milioni di persone percentuali  intorno allo 0 virgola qualcosa per cento del reddito anziché percentuali assai maggiori dall’1% dei super-redditi che sono molti molti di meno ma contano – e pagano in lauti assegni di “aiuti” e tangenti – milioni e milioni di dollari e euro in più…

Tra parentesi, anche nel campo dell’eccellenza universitaria, degli studi di punta e della ricerca, l’America dopo il suo lungo dominio – e ancora con l’eccezione del campo degli armamenti – ha perso ormai buona parte del suo vantaggio. Per dire, nei tre campi considerati assolutamente vitali come cerniere e molle del nostro futuro – ormai misurati universalmente e con precisione – che studiosi e ricercatori chiamano della comprensione della lettura, della ricerca scientifica e tecnica e della matematica, i cinesi sono, in tutti e tre solo loro, tra i primi venti paesi nel ranking mondiale…

E poi però bisogna anche constatare che, ad esempio, nessuno sembra notare – o avere interesse a parlare – del fatto che nel rapporto tra bilancia commerciale perennemente in passivo degli USA e quella perennemente in attivo della Cina se la ricetta promossa dagli americani avesse successo – l’America riduce i suoi consumi e la Cina li aumenta: tout court, tanto di meno di qua e, di là, tanto di più… e tutto a bocce ferme – le conseguenze sarebbero anche qui non previste e ingovernabili:

• il fatto è che, se gli USA arrivassero a ridurre i consumi senza una corrispondente riduzione nel valore del dollaro – i testi di base dell’economia, di qualsiasi scuola, lo insegnano – la conseguenza sarebbe una drastica riduzione dell’occupazione e non un riequilibrio: lo hanno dimostrato, senza controprova, i fatti degli ultimi quattro anni dall’inizio di questa recessione;

• in modo analogo, i libri di testo non piegati alla logica della ideologia liberista insegnano che se la Cina si mette a aumentare i propri consumi  senza ritoccare di molte e all’insù il valore dello yuan , la conseguenza sarebbe – ed è stata – una maggiore inflazione.

Ecco, il fatto strano è che nella discussione/diatriba tra America e Cina, questo fattore ormai non sia più neanche discusso… Mentre, per non scontrarsi ancora una volta con la legge delle conseguenze non volute e controproducenti, sarebbe importante, cruciale, tenere conto del peso, inevitabile invece, del valore del cambio su un nodo come export, import e livello dei consumi.

Quando, come si è fatto a suo tempo con l’euro, il cambio di una con qualsiasi altra moneta viene fissato astrattamente su parametri decisi in base alle convenienze di alcuni e non alla convenienza economica bilanciata di tutti gli attori – cioè non su una valutazione davvero globale, davvero d’insieme e politica – stiamo vedendo qui da noi, no?, come finisce… 

●Le Filippine – che, con la Cina, hanno sempre aperta, anche se al momento sembra un po’ in quiescenza, la controversia per gli isolotti/fondali che, a Pechino, chiamano Huangyan e, a Manila, Panatag e che non hanno alcun valore né economico, né a dire il vero strategico, ma solo quello legato ai diversi e opposti, miti leggendari nazionali – danno segnali, potenzialmente pericolosi, di volere – forse…, nel prossimo futuro…, ancora non hanno proprio deciso ma… – chiedere agli Stati Uniti di “monitorare” per conto loro le acque sotto disputa. Lo ha reso noto il presidente Benigno Aquino III, il 2 luglio.

Faceva riferimento agli aerei-spia (di sorveglianza marittima) P3C Orion di cui non dispongono le sue FF.AA. A giorni, Aquino porrà la richiesta formale anzitutto al suo gabinetto. A cui sottoporrà, però, fa anche dire, la valutazione delle potenziali conseguenze su ulteriori sanzioni con Pechino che tende, un po’ comicamente però, a minimizzare: si tratta, in fondo, fa dire, di una sorveglianza tipo quella di Google Earth che, si può avere live e in diretta per pochi centinaia di dollari all’anno, no?...

Ma si tratta di un ragionamento che non sembra molto credibile non solo per i cinesi ma per parecchi altri paesi vicini, anche il Giappone… Per cui viene fatto sapere che Aquino chiederà ai suoi ministri di valutare anche le alternative possibili: compresa quella di cercare di sviluppare con la Cina – la potenza inevitabilmente incombente perché non solo, al contrario degli USA, vicina ma addirittura contigua – un altro tipo di rapporto strategico e, appunto, politico (Daily Times (Islamabad), 3.7.2012, Philippines wants US spy plane help in China dispute Le Filippine vogliono [forse] aerei-spia USA per un aiuto nella disputa confinaria con la Cina http://www.dailytimes.com.pk/default.asp?page=2012\07\03\story_3-7-2012_pg4_7).

Manila, mentre così pare aprire uno spiraglio – anche essendosi rifatti meglio i conti forse – si rimette così a suonare il tamburo del suo relativamente più solitamente dimesso patriottardismo e torna alla carica, comunque, anche se ancora non a fatti ma soprattutto a parole, continuando certo un po’ pericolosamente a solleticare la coda al dragone. Si tratta più che altro di posturing, noi diremmo in napoletano di fare l’ “ammuina”, la mossa….

Perché sostenere, come fa un portavoce degli Esteri, che la Cina deve rispettare i diritti sovrani delle Filippine e, quindi, “impedire ai suoi pescherecci di entrare nella loro esclusiva zona economica di Mar Cinese (ah!...) Meridionale” è per lo meno un indice di rara stupidità diplomatica. Anche poi, in quanto, come è ovvio, lo sviluppo immediato del reclamo filippino sarebbe, al massimo, quello di “presentare una protesta formale, se – se… – venisse  confermato che i pescherecci cinesi hannio poi – poi…– effettivamente sconfinato”… Appunto: nel Mar Cinese Meridionale (Philippine Star, 17.7.2012, P. Lee-Brago e A. Calica, Phil to China: stay out of our zone Le Filippine alla Cina: state fuori della nostra zona http://www.philstar.com/Article.aspx?articleId=828366&publicationSubCategoryId=63).

Tanto più che arrivano altre notizie: la Cina rafforza, visibilmente e non casualmente proprio adesso, la propria flotta di pattugliamento navale e d’alto mare, varando a Wuhan grande porto fluviale sullo Yangtze, il più grande e tecnologicamente avanzato dei suoi battelli, l’Haixun01, che condurrà missioni marittime di ispezione, controlli di sicurezza, missioni di recupero e di monitoraggio, controllo e primo contrasto agli sversamenti di greggio in alto mare (China Defense Mashup, 29.7.2012, China launches its largest patrol vessel  in Wuhan— La Cina vara a Wuhan il suo più grande guardiacoste ▬ http://www.china-defense-mashup.com/china-launches-its-largest-haixun01-patrol-vessel.html).

●Non c’entra con le Filippine, ma con la Cina sì: l’incidente, il contenzioso territoriale, qui riguarda Giappone e Taiwan, ma Taiwan riguarda, e come, la Cina… e ha contrapposto in episodi di portata assai limitata ma potenzialmente pericolosi – vere e proprie collisioni vicino alle coste delle isole di Diaoyu (in cinese) e/o Senkaku (in giapponese), ma che nel loro dialetto i taiwanesi chiamano Tiaoyutai – battelli delle rispettive Guardie costiere. Il guardiacoste di Taiwan scortava, con altri tre gruppi di attivisti che intendevano sbarcare sulle isole con un battello da pesca e portavano striscioni che ne rivendicavano alla Cina il possesso (The China Post/Taipei, 5.7.2012, Taiwanese vessel returns following standoff with Japan near alle Diaoyu Ritorna il battello taiwanese dopo lo stallo col Giappone vicino alle Diaoyou http://www.chinapost.com.tw/taiwan/national/national-news/2012/07/05/346588/Taiwanese-vessel.htm).

Acque territoriali… (vignetta)

Al largo delle Senkaku/Diaoyu: Stai a distanza! Quei due possono essere molto molto territoriali  

Foto: Japan Times, 19.7.2012, R. Dahl

Sembra, ora, che i giapponesi intendano fare un’offerta ai cinesi, e anche a Taiwan?, di comprare da loro le isole Senkaku. Che è una specie di ammissione, però, del fatto che la proprietà sia oggi di fatto ma anche di diritto proprio dei cinesi... In realtà è, personalmente, il primo ministro Yoshihiko Noda a confermare che questa è l’intenzione di Tokyo (Asahi Shimbun/Tokyo, 7.7.2012, Central Government plans to buy Senkaku Islands Il governo progetta di comprarsi le isole Senkaku http://ajw.asahi.com/article/behind_news/politics/AJ201207070062).

E la risposta dei cinesi (no! Pechino non venderà mai il sacro suolo della Patria!!) è immediata, intransigente e apertamente e volutamente anche sferzante (Asahi Shimbun, 8.7.2012, China immediately dismisses Japan plan to buy disputed islands La Cina scarta all’istante il piano giapponese di comprare le isole disputate http://ajw.asahi.com/article/behind_news/politics/AJ201207080023).

E tanto per ribadire e, se c’è bisogno, chiarire il concetto, in quella che difficilmente si può leggere altro che come una controreazione all’ “insulto”  di Tokyo, tre battelli da pesca cinesi son entrati nelle acque delle Senkaku. Lo rileva la Guardia costiera giapponese. E si va preparando così, inesorabilmente pare, una ribalta per un altro confronto e un altro impasse su questo nodo.

La Cina sa benissimo che è l’impopolarità del governo di Noda a spingerlo ad appropriarsi, senza alcuna reale convinzione però ma a livello di slogans, delle parole d’ordine revansciste della parte più nazionalista dell’opinione che nel paese è un po’ disseminata dovunque e in tutti i partiti. E che la postura – la chiamano così: la dottrina, la strategia, la posizione tattica e la dislocazione di forse di difesa e della politica estera – nipponica non prevede a breve un cambio di policy concreta, “aggressiva”, senza prima elaborare proporre, discutere e far passare politiche di riforme profonde nell’opinione, nelle Forze di difesa, alla Dieta e al governo stesso.

E sa che, per ora, non si vede niente di concreto un’altra postura che cambierebbe radicalmente, drasticamente, lo status ufficiale delle isole cambiando i rapporti sino-giapponesi. In realtà, a Pechino si preoccupano del periodo un po’ più lungo, nel senso che le isole Diaoyou/Senkaku sono centrali per il controllo della periferia marittima del paese e di una potenziale, promettente font di energia e minerali prospettati sui fondali marini ma anche come strumento capace di incoraggiare e utilizzare il sentimento nazionalista che, nei confronti di Tokyo, resta comunque forte.

Ma che potrebbe, anche qui non solo in Giappone, dove è evidente e per i cinesi preoccupante, rischiare di debordare specie in un periodo che, comunque, a Pechino è segnato dalla transizione, in campo politico e forse anche economico, soprattutto e anche per gli spazi di interferenza che potrebbe aprire alla “aggressiva” politica estera della Clinton (Agenzia Stratfor, 12.7.2012, Global Intelligence: Japan, China: New Tensions in Islands Dispute Giappone.Cina: nuove tensioni nella disputa sulle isole http://www.stratfor.com/analysis/japan-china-new-tensions-islands-dispute)...

Intanto, per parte cinese, arriva a conclusione temporanea in questo insieme di mosse sullo scacchiere di quello che, alla fine della fiera si chiama, e tutto il mondo chiama Mar Cinese Meridionale: la Commissione militare centrale, il massimo organo di pianificazione in materia, ha approvato la creazione di una guarnigione militare nella nuova prefettura di Sansha, su un’isola di 5 km. di diametro, al largo di Hainan, che avrà il compito di “guardare” quelle acque territoriali, di appoggiare e condurre operazioni di soccorso in mare e di condurre e, alla bisogna, anche – viene annunciato – operazioni di carattere propriamente militare… (Tribune/Chandigar, 22.7.2012, Reuters, China to formally garrison disputed South China Sea La Cina crea una guarnigione di stanza nelle isole disputate [con Vietnam, e Filippine, anzitutto] del Mar Cinese Meridionale http://www.tribuneindia.com/ 2012/20120723/world.htm#2).

Sull’altro fronte del contenzioso marittimo del Giappone – quello, sempiterno, con la Russia che, intervenuta alla fine della seconda guerra mondiale, strappò all’impero del Tennō— il Sovrano celeste, le isole Curili – niente di nuovo anche se Tokyo ancora ci prova. Ma in modo tradizionale, senza forzature impossibili e assurde. Koichiro Gemba, ministro degli Esteri di Tokyo si incontra per discutere del contenzioso dei “loro” Territori setentrionali (i quattro desolati isolotti meridionali  dell’arcipelago delle Curili) con l’omologo russo, Sergei Lavrov: grandi sorrisi e nessun esito pratico, però (RIA Novosti, 29.7.2012, Japanese Foreign minister reviews Kuril islands Il ministro degli Esteri del Giappone riesamina la questione delle isole Curili http://en.rian.ru/world/20120114/170751661.html).

●Riassumendo: Vietnam e Filippine, in specie, ma anche il Giappone e, più defilati, anche Brunei e Malaysia hanno assunto una posizione più rivendicativa e confrontational verso la Cina, sulla spinta di un nazionalismo montante dappertutto ma anche di possibili potenziali riserve di idrocarburi dai fondali marini e di risorse calanti di pesca. Di più, se la Cina non rifiuta il confronto e la ricerca di mediazioni, intende perseguirli su basi bilaterali, da paese a paese, mentre Vietnam e Filippine pensano a mediazioni da cercare attraverso l’ASEAN, l’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico e con l’intervento attivo, “amicale” dicono, degli Stati Uniti d’America.

Tutti sono rimasti come sorpresi dalla risolutezza delle asserzioni e, allo stesso tempo da una certa genericità delle rivendicazioni cinesi, mosse in buona sostanza dalle dinamiche interne al regime che ne conformano azione e attivismo nell’area e sul fatto che la Cina è stata qui non sempre la potenza magari dominante – spesso era addirittura spezzettata e a trance, a tronconi, anche colonizzata e conquistata da occidentali e nipponici – ma sempre la potenza incombente, come attesta il nome dello specchio d’acqua in questione, che il mondo non a caso conosce proprio come Mar Cinese Meridionale (in proposito, utile la lettura dell’autorevole Rapporto dell’International Crisis Group, parte I, 23.4.2012, Asia report no. 223, intitolato Stirring Up the South China Sea— Rimestando le acque del  Mar Cinese Meridionale http://www.crisisgroup.org/~/media/Files/asia/north-east-asia/223-stirring-up-the-south-china-sea-i).

Ma adesso il militantismo più attivo – che sta aggravando le tensioni nell’area – a livelli anche effettivamente pericolosi, viene anzitutto proprio da Vietnam e Filippine – e anche dal tentativo rozzo del Giappone di comprarsi la soluzione offrendo soldi poi a chi, ormai, è anche di esso stesso più ricco – le cui cospicue flotte di battelli da pesca si vano spesso a incontrare/scontrare nella zona oltre che con quelle cinesi anche tra di loro e, talvolta, col supporto di navi da pattugliamento civili ma armate, di piccolo cabotaggio, con regole di ingaggio molto più reattive e meno controllate di quelle delle navi da guerra vere e proprie (Rapporto dell’International Crisis Group, parte II, 24.7.2012, Asia report no. 229, Stirring Up the South China Sea: Regional Responses— Rimestando le acque del Mar Cinese Meridionale: le risposte a livello regionale http://www.crisisgroup.org/~/media/Files/asia/north-east-asia/229-stirring-up-the-south-china-sea-ii-regional-responses).    

●Altro tipo di tensioni, su un altro piano, si va preparando tra Cina e alcuni grandi paesi tra i più economicamente sviluppati del mondo sul piano degli scambi. All’Organizzazione mondiale per il Commercio hanno costituito un panel di arbitrato sull’esportazione cinese di terre rare”. Si tratta di 17 specifici minerali particolarmente rari, prodotti largamente proprio in Cina e vitali per la fabbricazione si una vasta serie di produzioni high-tech, dai cellulari ai missili, alle turbine che convertono energia elettrica in energia meccanica e alla nuove batteri per auto elettriche.

In realtà, la Cina fornisce al mercato globale il 90% delle “terre rare” anche se le sue riserve coprono solo 1/3 del totale mondiale di queste specifiche materie prime. La denuncia è arrivata a Ginevra, alla sede dell’OMC, da parte di Stati Uniti, Giappone e Unione europea che hanno bisogno di importare queste “terre rare” e obiettano al razionamento dell’export istituito dai cinesi ormai quasi da un anno con diverse motivazioni: la rarità stessa delle materie prime in questione e quella, forte e non strumentale perché in precedenza raccomandata dallo stesso OMC, dettata da cautele ambientali (l’estrazione di questi minerali sembra comportare davvero particolari danni per l’ambiente).

In realtà, la rarefazione sul mercato del tungsteno e del molibdeno di origine cinese non rende in realtà indisponibile ma solo più costoso l’accesso alla materia prima perché nel mondo esistono, infatti, fonti di approvvigionamento alternative a quelle cinesi: in Malaysia, in Australia, in Vietnam, negli stessi USA…, anche se più miste a altri minerali e non disponibili tanto vicine alla superficie…

La Cina ha già reso chiaro che non amministrerà i suoi preziosi minerali con maggiore disinvoltura di quanto faranno, ad esempio, gli americani con le “terre rare” che esistono anche nel loro paese. Non chiede più di un trattamento analogo a quello loro consentito, ma su questo punto non è disposta a transigere. Farà modo suo se, a modo loro, è consentito di fare agli americani (Xinhua/Nuova Cina, 23.7.2012, WTO establishes panel to settle rare earths dispute— La OMC istituisce un panel speciale per risolvere la disputa sulla questione delle terre rare ▬ http://news.xinhuanet.com/english/world/2012-07/24/c_131733834.htm).

●Intanto, la signora Clinton, dando sfogo pieno alla sua irrefrenata missione pedagogica verso gli altri paesi del mondo – la missione che ormai preferisce a ogni altra, predicando alla Russia, alla Cina, alla Siria, e un po’ a tutti quelli che non hanno la sua stessa concezione della vita, dell’umanità e della storia – da Ulan Bator, dove è in visita ufficiale, sermoneggia in specie alla Cina, che però si guarda bene dal menzionare anche se poi è fin troppo trasparente di chi e a chi parli, come “il successo economico senza significative riforme politiche costituisca un’equazione insostenibile e, alla fine, porti all’instabilità” (New York Times, 9.7.2012, J. Perlez, In Mongolia, la Clinton manda il suo messaggio alla Cina In Mongolia, la Clinton manda il suo messaggio alla Cina ▬  http://www.nyti mes.com/2012/07/10/world/asia/in-mongolia-clinton-offers-message-to-china.html).

Lo dice, col solito tono ammonitorio da maestrina che impartisce regole di condotta e voti di merito agli allievi irrequieti e disobbedienti, Ma alle sue cure non li ha proprio affidati nessuno, per cui si becca l’inevitabile replica (sempre rigorosamente senza nomi e cognomi ma altrettanto chiara) tra il vagamente irritato e il vagamente scocciato: riforme “significative” per chi, scusi? e chi, secondo lei, dovrebbe poi giudicarne il merito? l’America forse? ma lasci perdere… (Xinhua/Nuova Cina, 10.7.2012, No official (ministerial) response: there are serious voices in the US themselves to remark on the emptyness of her considerations, luckily Nessuna risposta ufficiale (ministeriale): fortunatamente, negli Stati Uniti ci sono voci serie per evidenziare il vuoto di queste considerazioni ▬ http://news.xinhuanet. com/english/world/2012-07/10/c_13170445.htm).

E dire che la missione della segretaria di Stato mirava, stavolta, dopo la grande enfasi voluta e trasmessa negli ultimi tempi dall’amministrazione, specie su impulso suo personale più che su quello del Pentagono, a assicurare l’area del sostegno anche militare americano lì, ai confini della Cina, a ristabilire un più confortevole rapporto tra Pechino e Washington…

E, come alla signora capita spesso, questo è proprio il momento sbagliato per inviare il messaggio (alla vigilia del trasferimento di poteri nella leadership che sta avvenendo, o meglio si sta preparando, a Pechino) e nel modo che più sbagliato non c’è. Non si può avere “la liberalizzazione economica – insegna – senza alla fineeventuallyarrivare a quella anche politica”.

E probabilmente, a modo proprio, è anche giusto, ma che significa “alla fine”? lei rifiuta – e ha ragione – l’idea che la democrazia sia un concetto e un valore solo per le società occidentali, ma poi chiede che i passi e i ritmi per arrivarci siano quelli suoi, occidentali, non accettando o almeno resistendo all’idea che il come sia invece sempre legato alla cultura, alla storia e ai ritmi di vita di ogni singolo paese. E, poi, anche qui, e come sa tutto il mondo, la Cina per prima, è tutto e sempre come al solito dettato dalla convenienza in politica estera. E dall’ipocrisia

La Mongolia che, la signora promuove a modello di transizione di successo alla democrazia, lì davanti al presidente Tsakhia Elbegdorj, è il paese che qualche mese prima ha condannato l’ex suo predecessore Nambaryn Enkhbayar alla galera, detenendolo da allora senza processo e concedendogli gli arresti domiciliari solo e proprio alla vigilia del di lei arrivo a Ulan Bator.

Ed Enkhbayar è formalmente accusato proprio di interesse privato e corruzione. Le stesse identiche imputazioni con cui l’ex prima ministra ucraina, Yulia Timoshenko, è stata arrestata ma anche processata e condannata dai Tribunali ucraini. Che, impudicamente tacendo sulla violazione dei diritti umani del mongolo e della sacertà del diritto in Mongolia ha clamorosamente e ripetutamente condannato come inaccettabile… in Ucraina. I soliti due pesi e due misure anche qui che alla Cina non sfuggono e che, senza far nomi e cognomi, con qualche giustificato sadismo adesso Pechino denuncia.

●Il problema, però, per lei e per l’America è proprio di fondo. Come in Mongolia, ma anche in tutti gli altri paesi asiatici in Indonesia, Malaysia, Singapore, Vietnam, Laos, Cambogia e Myanmar – e anche in Ucraina – le elezioni le tengono e questa, secondo lei è, poi, a leggerla bene la definizione base della democrazia. E tutti si autodefiniscono, ma solo di uno o due di loro e a seconda delle convenienze del momento, si mette in dubbio, la determinazione a difendere i diritti umani che è affermata nelle loro Costituzioni.

Il punto chiave di tutta l’affermazione di Clinton che è evidentemente falso e, al massimo, espressione di un pio, e vagamene ridicolo, desiderio il suo dire che il successo economico sta in piedi solo se, a sostenerlo, c’è una riforma politica. A parte, infatti, per cominciare, il mettersi d’accordo su cosa è e cosa no una riforma, si tratta di una dichiarazione bufala-panzana messa su dal suo staff a uso e consumo del pubblico americano di bocca buona— sempre, anche lì, che ignoriamo la loro – è generico, lo sappiamo ma è vero – profonda ipocrisia di massa.

Perché la vera lezione di trent’anni di progresso economico come quello cinese, da Deng Xiaoping e a partire dalle basi economiche prima strutturate da Mao, mai prima realizzato in tale lasso di tempo nella storia del mondo, è proprio che tassi elevati di crescita dell’economia possono essere sostenuti da diverse generazioni e forse indefinitamente anche – in realtà, a livelli iniziali di sviluppo così bassi, almeno finora solo – in un sistema politico di stampo collettivista, per non chiamarlo col nome suo, comunista.

I cinesi hanno dato proprio la prova provata che un’economia libera di mercato può sbocciare e fiorire anche in quel sistema politico che della democrazia ha una concezione totalmente diversa da quella di Clinton— e tutto sommato, anche nostra. E, al contrario delle asserzioni di Clinton, proprio l’esperienza cinese dei 100 fiori, sotto Mao, almeno ai cinesi ha mostrato che la riforma politica porta, almeno in certe condizioni di sviluppo iniziale, all’instabilità interna e al rischio – opposto proprio a quello che dice lei – del declino economico stesso.

E adesso le attuali, relative aspettative di minore crescita anche in Cina non sembrano certo funzione della mancanza di riforme politiche quanto della recessione che, in ogni altro dove quasi, imperversa. E che al Cina sta cercando di compensare incrementando i consumi interni delle sue crescenti classi medie: ma è un processo di lungo periodo per un paese che di classe media non ne ha finora quasi avuta alcuna.

Il che non significa che la Cina non abbia bisogno di riforme, anche politiche, e che farebbe meglio a non farle. Infatti, a modo suo, le sta facendo. Ma la priorità – l’analisi nostra, qui, è più vicina a quella della leadership di Pechino che a quella di Washington, di quella Washington lì grezza e abborracciante – è piuttosto qui quella della gestione delle risorse— dalle materie prime alla popolazione e al lavoro. Come del resto, con la democrazia e i diritti umani e la loro protezione, non c’entrano niente – e anche questo lo sanno tutti, anche quando, come la Clinton, fanno finta di no – la libertà di navigazione della U.S. Navy o il diritto di cercare risorse minerarie scavando i fondali del Mar Cinese Meridionale.

Mediterraneo arabo: il crollo, il tramonto e la resistenza dei rais

●Il 30 giugno, sabato, Mohamed Mursi, della Fratellanza musulmana, è stato ufficialmente insediato come presidente della Repubblica araba d’Egitto e successore, democraticamente eletto stavolta, del deposto dittatore Mubarak. Ma è stato costretto a giurare non davanti al parlamento eletto, nel frattempo e proprio alla vigilia sciolto dal feldmaresciallo Tantawi, bensì nelle mani di una Corte suprema di giudici tutti nominati da Mubarak.

Ha invocato il nome di “Dio clemente e misericordioso”, ma non ha parlato della legge islamica: ha chiesto che fosse ricostituito il potere legislativo in modo democratico e mantenuta la separazione dei poteri proprio a chi, la Corte, aveva fatto il gioco dei militari e ai militari stessi seduti in prima fila – anticipando di un giorno, senza subirla, la data da loro decisa dell’inaugurazione – e ha chiesto loro di “tornare in caserma e alle frontiere a difendere là dove ce ne fosse bisogno l’indipendenza del paese”.

Ha promesso che si batterà, con tutto il paese, per un cambio pacifico del regime in Siria e in ogni paese arabo. Ha anche giurato che manterrà fede a tutti i trattati di pace del paese (compreso, dunque, implicitamente quello con Israele) ma che, anche se Tel Aviv non lo apprezzerà affatto, che l’Egitto continuerà a lavorare all’unità (quindi, contrariamente alla politica di Mubarak, Fatah non sarà più privilegiato rispetto all’altra ala palestinese, di Hamas) e al raggiungimento dei diritti sacrosanti (anche se per ora non meglio specificati…) del popolo palestinese.

● Hanno trovato tracce di polonio sugli abiti con cui venne sepolto Yasser Arafat… (vignetta)

Sì, abbiamo trovato tracce di veleno nei rapporti israelo-palestinesi

 

Foto: IHT, 7.7.2012, P. Chappatte

In realtà, la transizione rimane ancora tutta da fare— lo dice al meglio stavolta il NYT (New York Times, 30.6.2012, D. D. Kirkpatrick, Mursi Is Sworn In, Marking a New Stage in Egypt Struggle Mursi ha giurato, segnando una nuova fase della lotta per il potere in Egitto http://www.nytimes.com/2012/07/01/world/middleeast/mursi-is-sworn-in-as-president-of-egypt.html?r=1&ref=global-home) e la solennità stessa della cerimonia, cui si sono dovuti sottoporre gli stessi militari, rigorosamente in seconda fila, dietro alla presidenza e tutto in diretta televisiva, ha rafforzato e reso vivo per tutti gli egiziani amici, e anche nemici, lo slogan di Mursi, ripreso il 30 mattina da tutta la stampa egiziana: che “l’Egitto oggi diventa un paese civile, una nazione moderna dove la fonte di ogni autorità è il popolo”.

Resta diviso il fronte politico dei movimenti, dei partiti e delle fazioni che hanno concorso a scatenare un anno de mezzo fa ormai i moti insurrezionali poi di fatto scippati dai militari. Ma la richiesta e l’esigenza su cui tutti i civili sembrano concordare è sul bisogno che la FF.AA. allentino le briglie del controllo esercitato sul potere politico. Questo è forse l’unico punto che collega ancora la “società civile” egiziana, Mursi lo sa bene e cercherà di far leva su di esso per negoziare – perché di questo inevitabilmente si tratterà – come riprendere alla presidenza i poteri che le competono sottraendoli alle mani dei garanti/padroni, i Tantawi in divisa, cui erano stati ceduti forse troppo fiduciosamente a gennaio 2011.

L’erosione del potere dei militari comincia di nuovo così sulle piazze ma è anche accompagnata, adesso, da una specie di onda che vede tribunali e apparati dello Stato riallinearsi, dopo la proclamazione di Mursi, dietro al potere legale, quello normale; coi generali che hanno pare sovrastimato la loro capacità di controllare il ritmo stesso della ripresa di potere da parte dei civili, specie della Fratellanza, nei gangli degli apparati. Nell’esercito stesso è prevalsa la decisione, pare non proprio unanime, di piegarsi alla fine al volere pur non universale ma giuridicamente e democraticamente valido dell’elettorato e ormai molte Corti e Tribunali cominciano a negare a raffica apertamente legittimità ai decreti del potere militare.

In ogni caso, poi Mursi sta giocando con qualche finezza non proprio grezza, verso l’interno, sul favore popolare. I primi due segnali che vengono da lui, non ancora ufficiali ma già annunciati, sono tali da irritare e allarmare l’America (il che è sempre, qua e non solo appunto, assai popolare). Il primo, annunciato in campagna elettorale e ripreso nel discorso dell’inaugurazione – a parte l’assicurazione scontata della fedeltà ai Trattati internazionali che legano il paese: però, chiaramente, reinterpretati), è quello della disponibilità a riaprire i rapporti diplomatici con l’Iran, che Mubarak aveva interrotto.

E che subito il ministro degli Esteri di Teheran Ali Akbar Salehi, coglie al volo chiarendo che ripartire spetta esclusivamente al Cairo perché Teheran è pronta “da sempre(The Times of Israel, 3.7.2012, R. Friedman, Mursi to visit Iran next month, fueling hopes in Tehran for warmer ties Mursi andrà in visita in Iran il mese prossimo, alimentando a Teheran le speranze di legami migliori [e, in realtà, di qualcosa di più, come notano con qualche apprensione a Tel Aviv,: anche se si tratta soltanto della partecipazione a capo della delegazione egiziana a un conferenza del movimento dei Non Allineati che tocca proprio all’Egitto ma che lì passerà al presidente iraniano Ahmadinejad] ▬ http://www.timesofisrael.com/egypts-new-president-to-visit-iran).

Viene anche reso noto, però, che la prima visita ufficiale del presidente Mursi all’estero avrà luogo, comunque, come è stato concordato con l’ambasciatore saudita al Cairo, a Riyād. E appare, comunque, come una decisione prudente e saggia alla luce delle relazioni complicate e in bilico nella regione (New York Times, 7.7.2012, A.P., Egypt’s President First Foreign Visit to Be Saudi La prima visita all’estero del presidente egiziano in Arabia saudita http://www.nytimes.com/aponline/2012/07/07/world/middleeast/ap-ml-egypt.html?ref=global-home). La visita ha effettivamente luogo, poi, il 12 luglio e Mursi ha il privilegio – dicono – di incontrare tuta la famiglia reale al completo oltre che il re. Si parla, anche, di investimenti sauditi in Egitto e di aiuti più concreti, soprattutto immediati, per l’economia veramente disastrata del paese.

E’ opportuno ricordare che, a giugno, Riyād aveva già aperto un credito da 1 miliardo di $ a sostenere le importazioni egiziane di energia, comprato una quantità piuttosto elevata dei loro buoni del Tesoro e “garantito” che non avrebbero messo ostacoli alle rimesse del 1.700.000 emigranti egiziani che lavorano in Arabia saudita e che continuerà a “sussidiare” – ma qui non si capisce come lo faccia – i 700.000 cittadini sauditi presenti in Egitto.

Non si sa, ma appare assodato, che re Abdullah abbia manifestato a Mursi la sua insoddisfazione e preoccupazione per le nuove aperture dell’Egitto all’Iran – che non è solo un avversario strategico dell’Arabia saudita nel Golfo ma anche il principale esponente di un potere eretico ed eversivo in tutto il Medioriente e oltre, cioè della malvagità nativa degli sci’iti persiani contro tutti i sunniti, sia gli egiziani che i sauditi – facendo pesare, un po’ più diplomaticamente del solito forse – in fondo di fronte stavolta ha l’Egitto e averne portato il nuovo presidente a visitare per primo il suo paese è, comunque, una vittoria politica significativa sugli altri arabi e specie proprio su Teheran – la posizione di forza, di ricatto oggettivo dei sauditi, sulle  rimesse e i sussidi che comunque gli dà (al Monitor/Dubai, 11.7.2012, Shabab Mossavat, Hosting Mursi’s First Foreign Trip Is a Coup for Saudi Arabia Un bel colpo per l’Arabia saudita ospitare la prima visita all’estero di Mursi http://www.al-monitor.com/pulse/originals/ 2012/al-monitor/brothers-in-arms.html).

Il secondo segnale è anche peggiore per gli USA, quasi irridente se non lo si vuole leggere – come a noi proprio pare – come un pubblico pernacchio che proclama all’America il nuovo status di indipendenza e quasi di sfida del vecchio alleato egiziano: la richiesta di grazia al presidente americano Obama da quello egiziano Mursi per Sheikh Omar Abdel Rahman, lo “sceicco cieco” condannato all’ergastolo in Nord Carolina per il ruolo di ispiratore dell’attentato, fallito, del 1993 alle Torri gemelle che precedette di otto anni l’attacco, di ben altro successo, dell’11 settembre allo stesso bersaglio (The Daily Beast, 30.6.2012, Islamist Mursi Sworn In L’islamista Mursi giura ▬ http://www.the dailybeast.com/cheat-sheets/20/cheat-sheet.html).

●All’interno, la prima mossa concreta di Mursi dopo la sua proclamazione è stata la decisione di ignorare la dissoluzione del parlamento decretata dalla Giunta proclamando, anche lui per decreto, che resta sempre in funzione fino alla proclamazione della nuova Costituzione, fra qualche mese, e solo allora sarà sciolta dopo nuove elezioni… e convocando subito l’assemblea parlamentare che, in effetti, poi, si è ufficialmente riunita per appena dieci minuti…, ma si è riunita. Anche se la sera stessa la Suprema Corte costituzionale, poi, la ri-sospende di nuovo…

Signor presidente… signor feld-maresciallo, Le spiego io cosa è la democrazia! (vignetta)

 Riapertura del parlamento              Dissoluzione del parlamento

                  Proprio un gran casino

 

Foto: IHT, 10.7.2012, P. Chappatte

 

E, qui, si parrà di lor nobilitate, come diceva il poeta[1]

Di tutti:

• di Mursi, se non ha fatto il passo più lungo di quello che gli consente davvero la gamba;

• della sua Fratellanza mussulmana che forse essa stessa ha troppo giocato, ambiguamente, a cavallo della sua legittimità rivoluzionaria, della sua legittimità costituzionale e della sua legittimità islamica…;

• dei rivoluzionari laici che hanno lottato per un governo eletto e poi si fidano troppo spesso più dei militari, che pure contro tutti i rivoluzionari hanno sparato alla cieca, e di chi loro designano che di quelli che con loro, e insieme a loro si sono battuti;

• dei militari stessi, se vogliono e se riescono a ridurre il presidente alle loro pretese;

• e infine qui, come sottotitolo quasi, c’è anche da testare l’impressione che nei primi giorni della nuova presidenza si fa evidente che almeno sui media di Stato obbedienza e influenza si siano, per ora, in realtà trasferiti in mano ai generali e non alla presidenza (lo fa notare con particolare evidenza il New York Times, 13.7.2012, D. D. Fitzpatrick e Mayy El Sheick, Egypt’s New President Is Being Undercut by State-Run Media— I media gestiti dallo Stato egiziano stanno tagliando le gambe al presidente http://www. nytimes.com/2012/07/14/world/middleeast/president-mursi-of-egypt-is-undercut-by-state-run-media.html?_r=1&ref= global-home).

Per esempio, l’organo semiufficiale Al Ahram sceglie di titolare sulla fedeltà alla Costituzione dei militari, il giorno che il presidente convoca, contro il loro veto formale, il parlamento: e la notizia così è davvero nascosta e mascherata. E “nello stallo che persiste nelle istituzioni, nei media e anche in strada tra Mursi e i generali non c’è quasi nessuno in grado di dire chi è che comanda”, mentre – solo per dirne una – “l’Egitto avrebbe un disperato bisogno di un governo stabile e chiaro, in grado di prendere impegni credibili con chi gli fa credito”. I soliti mercati, cioè…  

In ogni caso, il presidente ha osato lanciare lui il guanto della sfida anche se per rispondere a quello che, sotto la copertura di una Corte di legittimità assai più dubbia, gli avevano presentato i militari.

La manovra di Mursi sembra, nell’immediato, mettere tra parentesi l’agenda per così dire più islamico/islamista della campagna: la shari’a, il velo, l’alcool, ecc., concentrandosi sui temi politici (cauta apertura all’Iran, punzecchiature alle ipersensibilità americane ma, soprattutto, riconquista soft del potere politico all’interno (il parlamento). E, per farlo, fa leva sul diverso  apprezzamento che la gente comune ha della legittimità formale (che sul nodo è quella, forse, della Corte: che, però, e inesorabilmente macchiata dalla tabe della sua origine mubarakian/tantawista) e sulla percezione, per contro, della legittimità popolare, politica – in fondo ottenuta comunque con elezioni democratiche – dell’assemblea parlamentare e, dunque, della rivendicazione di Mursi.

Sempre, da un punto di vista formalmente legale, sembra che Mursi abbia sfruttato l’alt che alcune divisioni interne alla stessa Corte suprema, che emessa la sentenza aveva anche annunciato di prendersi qualche giorno di tempo prima di confermare la propria sentenza di scioglimento del parlamento, e approfittando anche del fatto che così, prima che venisse ribadita direttamente poi dallo SCAF la decisione, lui potesse legalmente riconvocare l’assemblea per farlo.

Ma, adesso, a sentenza confermata e scioglimento ribadito, lo tesso presidente prudentemente fa sapere che si atterrà alla decisione della Corte e convocherà, subito dopo il suo ritorno dall’Arabia saudita,  colloqui formali di confronto e dibattito tra tutti i protagonisti sul tema.

E’ che forse cominciano anche a pesare, prima di quanto avesse ipotizzato, i problemi veri coi quali oggi dovrà fare i conti ogni giorno. Quelli su cui il neo presidente aveva condotto buona parte della campagna elettorale: il programma – diceva – “non teorico ma pratico”, da implementare subito, per risolvere quelli che aveva identificato come “i cinque grandi macigni che vano rimossi nel corso dei suoi primi cento giorni di presidenza per non lasciare che schiaccino l’Egitto oggi, da  subito”. Nell’ordine in cui li aveva elencati, non necessariamente proprio, quello delle  priorità,

• l’insicurezza, che con 18 mesi di rivoluzione alle spalle ha sconvolto le regole usuali di legge e ordine nelle strade;

• il problema del traffico congestionato, specie al Cairo – una megalopoli di 8 milioni di abitanti e altri 15 nell’area metropolitana;

• la carenza di benzina e gasolio che ormai costituisce un grave problema per tutta l’economia e per tutti gli egiziani, provoca interminabili file di attesa e incidenti  continui che frenano l’attività economica, il costo della benzina, il costo del trasporto pubblico…;

• la mancanza di pane— l’Egitto è uno dei grandi importatori di grano e non si trova abbastanza pane, neanche a peso d’oro…;

• l’accumulo di immondizia non raccolta nelle strade di molte grandi città— alla napoletana… pre-De Magistris, si spera…

Mursi, ragionevolmente, non aveva promesso di risolvere, entro cento giorni, gli altri due schiaccianti problemi che stanno bloccando da anni l’Egitto, la disoccupazione, anzitutto giovanile (qui, i ragazzi tra i 14 e i 24 anni sono oltre i 2/3 della popolazione) e la assoluta prevalenza dei bassi salari tra i lavoratori. Ma sono queste le priorità delle priorità da cui tutto il resto dipende…

●Poi arriva in visita ufficiale la signora Clinton, segretaria di Stato USA e dice, una volta tanto, le cose giuste. Ma anche qui non resiste ad alzare il ditino suo ammonitore, più nei confronti del maresciallo Tantawi, però, che del presidente Mursi che sarà pure islamista ma – americanamente, in fondo – lui, è stato eletto: invita, infatti, le FF.AA. di fatto a tornarsene in caserma e scatena una serie di reazioni di piazza da parte di chi, tra gli egiziani, proprio questo evento lo teme perché, nei fatti, consegnerebbe tutto il potere come spiega Tantawi stesso che – e non a caso subito dopo la di lei visita alla sede dello SCAF – dice che lui non lo consentirà mai “a un certo gruppo” (i Fratelli mussulmani).

Le Forze armate egiziane non consentiranno mai a nessuno, specialmente se “appoggiato da fuori”, di impedire loro di difendere il paese. E a suo modo è un messaggio chiarissimo: ai cittadini, e non sono pochi, che del partito islamico non si fidano troppo— le minoranze in specie, i cristiani copti, le etnie comunque non egiziane, una ventina di milioni di cittadini… E’ un messaggio puntuto: lanciato a Mursi stesso, e anche agli Stati Uniti: quando esce dall’incontro alla sede dello SCAF, il corteo di auto di scorta a Hillary Clinton, viene bombardato da lanci di pomodori e la stampa egiziana non esita a definire la sua visita come un fallimento: da una parte troppo sdraiata sui Fratelli mussulmani, dall’altra troppo sorda alle voci altrui…

(Newser, 15.7.2012, (A.P.), Hamza Endawi e B. klapper, As Clinton urges dialogue, Egypt's military chief takes tough stance on Brotherhood - Clinton's calls fall flat in Egypt political  fight  Con  la Clinton, che spinge al dialogo, il capo militare egiziano assume una posizione dura verso la Fratellanza L’appello della Clinton cade nel vuoto nella battaglia politica in Egitto http://www.newser.com/article/da01hdt02 /as-clinton-urges-dialogue-egypts-military-chief-takes-tough-stance-on-bro therhood.html).

●Il 24 luglio il presidente Mursi sembra chiudere il dibattito nominando il suo nuovo primo ministro, Hesham Kandil, già ministro delle Risorse idriche nei due precedenti governi designati dai militari per la transizione: un membro tra i più “laici” dei Fratelli mussulmani, ingegnere quarantenne che ha studiato e si è specializzato in America e che ha, subito dopo, spiegato alla stampa che il suo programma sarà quello delle priorità di “rinascita nazionale” indicate dal presidente, che i suoi ministri saranno tutti scelti con un occhio all’equilibrio tra le componenti politiche presenti nel paese e uno alle competenze “tecniche” di ogni designato.

Kandil ha anche spiegato (Ahramonline, 24.7.2012, Egypt to have a ‘technocratic’ Government: Kandil Kandil: l’Egitto avrà un governo ‘tecnocratico’ http://english.ahram.org.eg/NewsContentPrint/1/0/48571/Egypt/0/Egypt-to-have-a-technocratic-government-Kandil.aspx) che sono già aperte discussioni col Consiglio Supremo delle Forze Armate per la designazione congiunta del nuovo ministro della Difesa” che, al momento, è il capo dello SCAF, il feld-maresciallo Mohamed Hussein Tantawi.

E, per diversi motivi, subito senza tergiversare, il presidente incontra per due volte in una settimana il leader di Hamas, la fazione palestinese che governa Gaza, Ismail Haniyeh, prendendo in esame e cominciando a rimuovere le misure di restrizione che l’Egitto da sempre applica ai cittadini della striscia. Dopo la prima visita, il Cairo aveva già reso più facile la concessione di visti ai palestinesi: sotto i 40 anni, tra le proteste di Israele, considerate “indebite” e respinte perciò seccamente dal  ministero degli Esteri egiziano (Al Arabiya News, 26.7.2012, Agenzia France-Presse (A.F.-P.), Egypt’s Mursi and Hamas’s Haniya discuss Gaza L’egiziano Mursi e il leader di Hamas, Haniya, discutono dei problemi di Gaza http://english.alarabiya.net/articles/2012/07/26/228589.html).

Ora,  Mursi

• mantiene così la promessa fata in campagna elettorale di perseguire nuove, autonome strade di politica estera dando una mano ai palestinesi senza più soggiacere ai desiderata americani e alle pressioni israeliane;

• riconosce un  nuovo statuto, sullo stesso piano che Mubarak concedeva a Fatah e all’ANP di Abu Mazen; e

• tenta, anche in questa maniera, di testare l’autorità sua contro l’estensione di fatto della strana mallevadoria delle Forze Armate sulla presidenza della Repubblica.

●Per quel disastro che è diventata la Siria, a Ginevra alla conferenza internazionale che appoggia il tentativo di uscita dall’impasse dell’ex Segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, come al solito due interpretazioni: non solo rivali, ma opposte.

• Di qua, c’è il russo Lavrov, ministro degli Esteri, che con precisione riferisce a Ginevra al Palazzo dell’ONU, alla fine della riunione, che in quella sede non è stata decisa alcuna “precondizione” per il processo di transizione della Siria dal presente assetto di governo, quello col presidente Assad, ad uno diverso.

Nel senso, specificava Sergei Lavrov, che la conferenza ha rifiutato la proposta (americana e inglese: lui non lo dice, ma tutti lo sanno, come sanno che per primo proprio lui ha detto no) di escludere la presenza di cittadini siriani, definiti da Washington non desiderabili “per arrivare alla pace” – cioè i partigiani di Assad – dalla proposta di discutere di un nuovo governo nazionale.

Non è che non ci siano novità, spiega Lavrov. Con la stessa esplicita rinuncia ad escluderlo, tutti – chi più chi meno nolente – abbiamo riconosciuto (ma alla riunione non c’era nessun siriano, però: né del governo né dei ribelli…), che tutti i siriani devono poter partecipare alle discussioni sulla possibile formazione di un qualsiasi nuovo governo per il paese. E che non spetta, comunque, a nessuno, e certo a nessuna conferenza senza i siriani, di dire chi sì e chi no. Il punto chiave è proprio che la riunione di Ginevra non ha imposto – non ha neanche tentato di imporre – soluzioni ai siriani (New York Times, 30.6.2012, Reuters, Russia's Lavrov Delighted at Syria Meeting Outcome Il russo Lavrov contento dell’esito dell’incontro sulla Siria http://www.nytimes.com/reuters/2012/06/30/world/middleeast/30reuters-syria-crisis-talks-lavrov.html?ref=global-home).

• Di là, c’e la segretaria di Stato americana, Clinton che, invece, sostiene come il testo significhi in realtà che Assad se ne deve andare via prima: perché, dice ed è così, questa è la condizione necessaria posta dai ribelli siriani per risolvere il nodo. Ma è lei che non dice il vero, obiettivamente. E’ vero che loro lo dicono, non è vero affatto che lo dica il documento alla fine siglato all’unanimità, lei compresa, dalla conferenza che presenta invece Lavrov più obiettivamente.

Lo fa notare proprio il NYT (New York Times, 30.6.2012, Reuters, Assad's Fate Left Open After Syria Crisis Talks Il destino di Assad è lasciato aperto dai colloqui sulla crisi siriana [titolo oggettivo, ma riflette proprio il volontarismo pompato dalla Clinton nell’opinione americana, demonizzandolo— e che oggi si riflette, impotente, su quella stessa opinione, costretta a prender atto che il testo è stato purgato proprio dell’unico paragrafo che lei personalmente aveva sponsorizzato e che escludeva proprio uno come Assad dal possibile governo di transizione auspicato] ▬ http://www. nytimes.com/reuters/2012/06/30/world/middleeast/30reuters-syria-crisis.html?ref=global-home)

E, alla stessa Clinton, lo fa osservare senza mezzi termini il corrispondente dell’Associated Press, nella conferenza stampa conclusiva dopo Ginevra, quando lo chiede a bruciapelo come possa mai sostenere che alla conferenza è stato fatto “un qualche passo avanti se poi nella dichiarazione concordata e nelle sue stesse parole non c’è alcuna richiesta ad Assad di andarsene, quando prima proprio voi andavate specificando che lui doveva scomparire per assicurare alla Siria un futuro, quando adesso invece la conclusione dichiara anche con la sua firma che la questione del futuro del paese resta del tutto aperta?”.

E Clinton, controllando appena il suo ben comprensibile nervosismo, risponde che “non è così, che abbiamo concordato alcuni infinitesimali cambiamenti del testo perché francamente, al dunque, i risultati finali sono gli stessi”. Dove quel “francamente” è pura e – francamente – perfino troppo ovvia menzogna: diceva che Assad se ne doveva andare, l’aveva annunciato e aveva scritto nella proposta che se ne doveva andare “adesso” e che lei andava personalmente a Ginevra per la riunione dell’Action Group sulla Siria a farlo votare..

E “adesso”, il documento quello che voleva lei non lo dice. Dice invece che, “adesso”, devono mettersi tutti a parlare tra loro smettendola tutti di spararsi e… poi si vedrà e non sono affatto gli stessi “risultati finali”, anche se poi lei ormai ha ragione quando dice l’ovvio: che, alla fine, Assad non avrà mai più il “consenso unanime” dei siriani.

●Ma, se è per questo, “unanime” il consenso Assad già non ce l’ha più da tempo, no? E, del resto, chi unanime ce l’ha, ormai, davvero nel mondo… Però, almeno a deciderlo, alla fine, per la Siria saranno i siriani, non un cenacolo di presunti soloni convocati a Ginevra dall’ONU (e da lei) e che poi non le hanno neanche dato retta, se mai avrà il coraggio di confessarlo e, forse, di confessarselo: anche se poi il re – la regina, qui – è proprio nuda (Dip. Stato, considerazioni della segretaria di Stato, Hillary Clinton, Ginevra, Palazzo delle Nazioni, 30.6.2012, http://www.state.gov/secretary/rm/2012/06/194328.htm).

Perché si comincia anche a capire che continuare a dire che “il mondo condanna” o, peggio, che “la comunità internazionale condanna”: frasi vuote senza senso alcuno nell’assetto internazionale attuale dove l’opinione è formattata da e piegata agli interessi, reali o presunti, di chi pensa e pretende di essere il più forte, senza poi neanche riuscire davvero ad esserlo perché almeno uno capace di resistergli spesso lo trova.

Il fatto è che comunque  su quello che succede davvero sul terreno in Siria, al di là della tragedia e dei numeri che la connotano di difficilissimo accertamento, fuori se ne sa davvero poco: l’unica fonte di “informazione”, tra virgolette, sono i dispacci, i messaggi, i twitter che gli esiliati, per scelta e/o per necessità, dicono essere veri e con l’aiuto, poco disinteressato delle diplomazie e dei sistemi mediatici occidentali si danno da fare a diffondere. O, meglio, non l’unica versione ma l’unica che trova subito e sempre eco, comunque, nei telegiornali generalisti e sulle Tv via cavo, senza quasi nessuna riserva a informarti almeno della provenienza dubbia che hanno.

Ogni tanto, pero il grano si rivela improvvisamente loglio e al meccanismo si sgrana male l’uno o l’altro dente del ben oliato ingranaggio sfuggendo al controllo. Come in altre recenti occasioni, dopo l’ondata iniziale di indignazione costruita su notizie e reportages e anche filmati, mai di fonte davvero accertata, di massacri fatti e subiti, scoppia adesso il caso di Tremseh dove si parla subito di eccidio cieco da parte degli scherani di Assad di civili con oltre 100, o secondo qualcuno 200 o, comunque, “non meno” – correggono – di una sessantina di donne e bambini.

Adesso viene fuori che, per dirla con la confessione quasi strozzata che fa il NYT, “l’arrivo di nuove informazioni su quello che gli attivisti locali [i ribelli] hanno chiamato un massacro di civili fa capire che sia stato più probabilmente uno scontro armato tra militari regolari siriani e guerriglieri ribelli”… (New York Times, 14.7.2012, N. McFarquahar, Details of a Battle Challenge Reports of a Syrian Massacre I dettagli di una battaglia [reale] smentiscono i rapporti su un massacroperpetrato dai siriani http://www.nytimes.com/2012/07/15/world/middleeast/details-of-a-battle-challenge-reports-of-a-syrian-massacre.html?ref=global-home).

Già… Secondo il NYT, cui palesemente in sostanza costa molto ammetterlo dopo aver fatto da megafono per mesi alle “invenzioni” dei ribelli, si è trattato di una legenda metropolitana, o quasi. Certo, ci sono stati oltre 100 morti ma provocati dall’inconsulta e avventurata decisione di accettare uno scontro campale con forze molto più ben armate e disciplinate di quelle ribelli e della decisione conseguente di mascherare un disastro tattico con un altro fittizio massacro fatto montare dai media compiacenti e/o tanto, ma tanto di bocca buona. Dunque un “non-massacro” che la Clinton ha chiamato “oltraggioso” e perfino Annan stavolta era sembrato lasciarsi andare ad accreditare.

Anche sulla scorta, pare, di un uso per lo meno dilettantesco di linguaggio “tecnico” da parte della Croce Rossa Internazionale quando ha dichiarato di considerare la Siria in stato di guerra civile, chiedendo per essa “l’applicazione del diritto umanitario internazionale conseguente”, anche se evitando accuratamente, come invece non può arrogarsi di fare un’istituzione internazionale – lo possono fare i governi nella loro sovrana irresponsabilità, come Clinton o Londra, o perfino una specie di ministro come il Terzi di Santa Galla… o di Sant’Agata, forse, nostrano… – senza le giustificazioni necessarie a sorreggere tale solenne dichiarazione.

Perché, in termini proprio di diritto internazionale che deriva i suoi canoni da quello cosiddetto consuetudinario, quei canoni imporrebbero la constatazione e il riconoscimento di due parti contrapposte in belligeranza: e ci vuole, per farlo, almeno un barlume di controllo appena stabile su una qualsiasi pezzo di territorio che, qui però, nessuna formazione ribelle ha mai neanche osato rivendicare di controllare o anche di cercar di tenere. In diritto, è questo riconoscimento da parte di uno Stato terzo della belligeranza legittima di qualcuno a dare il diritto di intromettersi tra due entità belligeranti: e sempre a proprio rischio[2].

Da ogni altro punto di vista, il riconoscimento della belligeranza non significa molto, se non per i litigi giudiziari conseguenti a richieste di indennizzo, assicurazione, ecc. Ma, qui, l’opposizione siriana non controlla nessun aeroporto e nessun porto. E di fatto la proclamazione della CRI potrebbe – potrebbe… – servire a reclamare nei confronti di Damasco il suo diritto a dare aiuto e conforto ai ribelli e di farlo con la protezione del governo siriano stesso, senza frenare in nulla iniziativa e sforzi bellici dei ribelli. O incoraggiare una mediazione internazionale, che nei fatti sono proprio i ribelli a rifiutare con la condizione preliminare di garantire la loro vittoria: perché parte dal  no, prima ancora di cominciare, ad Assad.

Insomma il problema vero dell’opposizione è che, come forza combattente, conta ancora poco e  come forza di controllo territoriale proprio non esiste, anche se ha una formidabile macchina di propaganda al servizio di leaders che, all’estero, non controllano proprio nessun combattente, e le cui forze sul territorio non sono in grado di raggiungere e rifornire anche con notevoli aiuti esterni non risultano quasi sempre riconoscerne l’autorità e a cui non sono in grado di fornire nessun appoggio affidabile.

Alla luce della Carta delle Nazioni Unite, questi gruppi non hanno titolo dunque al sostegno internazionale e tanto meno a un riconoscimento internazionale. Hanno invece, come chiunque al mondo si ribelli a qualsiasi autorità, la prerogativa di fatto a trovare dove possono aiuti, ma senza millantare coperture legali cui non hanno invece alcun titolo: insomma, c’è il diritto di fatto di ogni ribelle a trovare dove può e come può aiuto: ma è un diritto, appunto, di fatto non di e tanto meno internazionale.

E, poi, adesso, verso fine giugno, dopo una serie di attentati micidiali anche riusciti a Damasco, proprio nel centro del potere, e di battaglie quasi campali in diverse località del paese. Scrivono a Londra su giornali sicuramente loro amici che l’opposizione si va spaccando ancora di più tra islamisti, liberali, laici (più o meno tali), arabi, curdi…

Una babele di contraddizioni opposte e contrapposte dove ognuno rifiuta di riconoscere l’apporto dell’altro e tutti denunciano l’incapacità di ciascuno, malgrado il forte sostegno esterno (quattrini, forniture, armamenti, appoggio diplomatico…) che tutti sono riusciti a trovare (Arabia saudita, Qatar, Stati Uniti, Turchia, Gran Bretagna, Francia, ecc.,ecc.), a convincere gli sponsors a intervenire, bombardare e fare la guerra per conto loro: fare, cioè, come è stato fatto in Libia  (scrive il Guardian, 25.7.2012, I. Black, Splits widen within Syrian opposition Si allargano ancora le fratture nell’opposizione siriana  ▬ http://www.guardian.co.uk/world/2012/jul/25/syria-rebels-divided-jostling-power).

●Adesso, verso metà mese, chi – come abbiamo sostenuto qui – appoggia dall’estero irresponsabilmente le forze ribelli in Siria (irresponsabilmente perché esse stesse sono in realtà irresponsabili) ha tentato di rovesciare sul tavolo una nuova carta, con alcuni rapporto di tono quasi isterico fatti comparire sulle agenzie di stampa internazionali a parlare di spostamenti di armi chimiche in Siria. Con fonti ufficiali americane, accuratamente non identificate epperò non della CIA ma, inevitabilmente, del dipartimento di Stato, a dire che forse l’esercito siriano si sta preparando a utilizzare l’arma chimica in qualche campagna di pulizia etnica di massa.

Anche la Casa Bianca – ma con qualche palese imbarazzo visti i precedenti di denunce delle armi di distruzione di massa che aveva inventato e intestato a Saddam per “autorizzarsi” meglio a attaccarlo (White House, Washington, D.C., 17.7.2012, dichiarazione del vice capo dell’Ufficio Stampa Josh Earnest sulle armi chimiche siriane http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2012/07/17/press-gaggle-principal-deputy-press-secretary-josh-earnest-en-route-san-) – ammonisce adesso il governo siriano che sarà comunque considerato responsabile della custodia adeguata delle armi chimiche che, “notoriamente”, sono in suo possesso.

E, inevitabilmente, assorbe senza poter reagire la replica: e delle vostre – di armi chimiche – chi è responsabile? [secondo la Convenzione sulle Armi Chimiche firmata dagli USA ma non dalla Siria, gli Stati che le detengono le avrebbero dovute completamente eliminare entro il 29.4. u.s., il 15° anniversario della firma: ma USA, Russia e Libia non lo hanno fatto. E il ministero degli Esteri siriano non si nega la soddisfazione di evidenziare che chi è in violazione del diritto internazionale nella questione è proprio l’America] (Syrian Foreign Ministry Spokesperson Jihad Makdissi: it was a clash, not a massacre Il portavoce del ministro degli Esteri siriano,Jihad Makdissi, 17.7.2012, http://syrian.com/tag/o7/17/2012.jihad-makdissi).

Il Guardian che, su questo stesso punto, fa riferimento piuttosto a fonti israeliane conclude che, molto probabilmente, si tratta invece di maggiori garanzie che vogliono darsi i siriani di controllare la sicurezza delle armi chimiche che da sempre detengono (non è certo un segreto, anche se da Damasco continuano a smentirlo (Stratfor, 23.7.2012, cita la smentita sull’Agenzia ufficiale SANA del ministro siriano dell’Informazione Omran Zoabi che tiene a ricordare anche come il suo paese chieda lo smantellamento e la verifica da parte dell’ONU degli stocks di armi chimiche “in tutta la regione” ormai da decenni ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/syria-damascus-denies-admitting-having-chemical-weapons...

… peccato solo che la smentita… smentisca anche quanto aveva appena detto il giorno precedente il portavoce del ministero degli Esteri, assicurando che il governo siriano, se necessario, avrebbe usato le sue armi chimiche solo contro un’aggressione straniera, mai contro la cittadinanza siriana (RT News/Mosca, Syria warns it might use chemical weapons against foreign aggression La Siria avverte che potrebbe usare le armi chimiche contro aggressioni straniere http://www.rt.com/news/syria-chemical-weapons-agression-873). 

Del resto, anche dalla CIA americana vengono indicazioni analoghe a quelle in arrivo da Tel Aviv: i siriani stanno, insomma, immagazzinando in luoghi più sicuri di quanto già fossero le loro scorte di armi chimiche (Guardian, 13.2.2012, I. Black, Syria working to secure chemical weapons, say Israeli officials Esponenti [dei servizi segreti] israeliani affermano che la Siria si sta dando da fare per garantire la sicurezza delle [sue] armi chimiche http://www.guardian.co.uk/world/ 2012/jul/13/syria-secure-chemical-weapons-israel).

E dopo qualche giorno, appena si comincia a vedere che l’attacco dei ribelli a Damasco, e al cuore del regime, forse non è stato affatto risolutivo come in un primo momento era potuto anche apparire da Gerusalemme viene la conferma – dal capo pianificazione del ministero della Difesa, Amos Gilai, che i servizi segreti dello Stato ebraico sono certi che il regime siriano ha al momento il pieno controllo del proprio stock di armi chimiche. Gilad ha assicurato che Israele guarda con attenzione (e preoccupazione) all’ “evenienza, non la possibilità”— dice, che Hezbollah libanesi, al-Qaeda o altri gruppi estremisti operanti in Siria – contro il regime di Assad – potrebbero tentare di appropriarsene.

A ruota, il premier Netanyahu e il ministro della Difesa, Barak, ammoniscono e, a modo loro,  minacciano i siriani (ma chi? evidentemente più i ribelli del regime…) di essere pronti ad “assicurarsi”, cioè ad appropriarsi, delle armi chimiche “se il regime, collassando, ne dovesse perdere il controllo”. D’altra parte, questo – ha notato – è un assillo non solo di Israele… e i due non si sono pronunciati sull’evenienza che, al dunque, Israele deciderebbe di agire anche da sola in materia (Pandith News, 22.7.2012, Bloomberg BusinessWeek, A. Teibel, Israel: Syria Protecting Chemical Arsenal Israele: la Siria sta proteggendo il suo arsenale chimico http://pandithnews.com/2012/07/22/israel-official-syria-protecting-chemical-arsenal.html).

Certo, non si può escludere che, al dunque e alle strette, le forze armate siriane – come fece in Iraq Saddam nella guerra agli iraniani e poi per sopprimere nel ’91 dopo la prima guerra del Golfo la rivolta degli sci’iti – possano far ricorso al gas sarin o altro. Ma la situazione non è davvero a quel punto, oggi, in Siria. E, soprattutto, ormai – al lupo, al lupo…[3] – con l’eccezione degli americani e dei loro lacché – come si diceva una volta: non certo gli israeliani, cioè, ma gli inglesi anzitutto – dovremmo aver imparato a non dare attestati di credibilità a quel che dice l’opposizione siriana. E poi, a dire il vero, se i siriani si limitassero a scagliarsi il sarin l’uno addosso all’altro, ovviamente a Israele non potrebbe fregarne di meno.

●Perché, per mille ragioni, è un fatto che nessuno oggi può davvero mettersi a fare la guerra al regime siriano: i siriani, davvero, se la devono cavare da soli, non come i libici, se vogliono far fuori il regime. In quanto, al di là delle rodomontate della Clinton – che, forse, è un titolare peggiore per quel posto cruciale di quanto fosse la stessa Condoleezza Rice, ve la ricordate? – tutta fanfaronate e propaganda allo stato puro e nessuna sostanza, neanche nessuna visione nella testa platinata – qui anche gli americani che una qualche autonomia pensiero in testa, invece, ce l’hanno lo vedono.

Tutto bascula e gli equilibri già instabili di tutto il Medioriente oscillano tutt’intorno a questo paese dove Israele stessa non osa mettersi tanto di mezzo visto che dietro alla Siria c’è, in qualche modo, anche l’Iran – col quale ha altre sue gatte a pelare – e considerato che con ottime ragioni non si fida per niente che dopo Assad non venga chi sarebbe per lo Stato ebraico forse peggio di Assad.

E dove gli altri, scimmiette ammaestrate tutte allineate e coperte dietro la signora americana di filo di ferro, sempre e comunque aspettano l’imbeccata per poi spappagallare la loro: come il ministro degli Esteri inglese, o quello appena arrivato francese, che si deve far perdonare il suo vecchio antiamericanismo, o quello italiano— esemplare purtroppo non tanto raro del diplomatico burocramentalizzato, di carriera eminente e nullista che dicono a tutti sempre di sì ma non fanno mai niente: perché niente, tanto, possono fare.

L’ha detto chiaro, in sede di una discussione seria di studio (non della conferenza degli “amici della Siria” cui neanche la Clinton, che risulta pure averci pensato, s’era poi sentita titolata a invitarlo – perché israeliano ma soprattutto perché non era sicura, a ragione, che ne avrebbe appoggiato le tesi che a Tel Aviv, rispetto a Damasco, molti considerano troppo destabilizzanti), un ex diplomatico di lunga lena, Dore Gold che ora dirige il Center for Public Affairs di Gerusalemme,

Quel che sta accadendo in Siria è parte integrante del disfacimento del Medioriente come lo conoscevamo. C’è una nuova forma di caos che sta rimpiazzando quel che esisteva: sono proprio tutti i fondamentali che qui stanno cambiando e il vecchio tipo di dibattito che tenevano non possiamo neanche sognare di riprenderlo: perché non è più rilevante”.

Il punto è che “se il cambiamento può essere un’opportunità, il caos non lo è proprio mai(New York Times, 19.7.2012, J. Rudoren, Israel is Forced to Rethink Its Regional Strategies Israele è obbligata a ripensare la sua strategia in tutta la regione mediorientale [solo che bisognerà rivedere come la ripensa, la sua strategia bacata che le ha fruttato solo nemici  lì, in Medioriente, dove ha scelto di vivere… se decide di fare anzitutto la pace coi palestinesi che ha in casa e quelli che tiene dietro i muri che ha eretto come propri confini… oppure se continua a chiudersi in sé, disperatamente per tutti] http://www.nytimes.com/2012/07/20/world/middleeast/israel-worries-as-syria-deteriorates.html?hpw).

E adesso, alla conferenza, quando si è trattato di schierarsi, piantandola di girarci intorno, anche la Turchia ha reso chiaro che, per ostile e nemico che sia diventato al governo siriano, quello turco non vuole farci la guerra. Il premier Recep Tayyp Erdogan – che mettendo rigorosamente tra parentesi ogni richiamo ai massacri sistematici, ai genocidi, che i suoi “giovani turchi” perpetrarono dei popoli non islamici negli ultimi anni dell’impero romano ai primi del XX secolo accusa adesso al-Assad di genocidio in Siria – non l’ha detto: ma lì l’hanno capito tutti che lui la guerra, comunque, non è disposto a farla.

Sia perché l’esercito siriano, che oggi è sotto grandissima pressione interna, resta comunque militarmente una forza potenzialmente e strutturalmente robusta: sia, e soprattutto, forse perché, se la Turchia entrasse in guerra, “l’equilibrio interno del potere nel paese si riassesterebbe all’indietro a favore delle FF.AA.(New York Times, 28.6.2012, A. Finkel, Too Important to be left to the GeneralsTroppo seria per essere lasciata ai generali http://latitude.blogs.nytimes.com/2012/06/28/turkey-and-syria-are-nowhere-near-war/? ref=global).

E con questa realtà per uscirne bisognerà fare i conti. Per quella che è, al solito non per come qualcuno vorrebbe che magari fosse. E tenendo anche conto di qualche elemento che sta emergendo nei fatti sulla natura di questa scontro. Che, sicuramente, soprattutto gli errori catastrofici di Bashar al-Assad – la sua disponibilità solo a riforme di facciata e poco altro: ma con formidabili aiuti esterni di chi, quasi tutti (Arabia saudita, Stati Uniti, ecc.) è intervenuto “a dare una mano” alla rivolta – sono riusciti a trasformare con la loro ottusità da una rivolta per i diritti in una vera e propria guerra civile.

In cui sempre più spesso si manifesta, da una parte, la repressione cieca disperante e ormai anche come disperata, incapace anche di distinguere  tra le varie forze di opposizione e, dall’altra, la presa in mano della rivolta da parte di un’insorgenza che dove si manifesta, si esprime in termini sempre più quasi professionalmente da terrorismo islamista professionale: quasi all’afgana o all’irachena…

●E’ da questo stallo che bisogna uscire e presto. Perché ad esso si aggiunge quello disperato cui si riferisce Kofi Annan, l’ex segretario e mediatore dell’ONU che rifiuta di andare personalmente alla riunione di Parigi degli “amici della Siria” a coprire le invettive e gli strepiti frustrati della signora Clinton che non sa far altro che lanciare i suoi moniti a Russia e Cina che “devono” darle retta e appoggiare la pace appoggiando i ribelli.

No, ammonisce Annan da Ginevra, è proprio questa lite (bickering) tra capponi dagli artigli spuntati che deve cessare. O troviamo, trovate, insieme una soluzione di mediazione reale, o non serve a niente alzare a vuoto le penne. Perché poi, al dunque, e come al solito al di là della sua bellicosità impotente la Clinton ai ribelli, da parte occidentale, offre sempre e solo un altro po’ di aiuti, dice, per migliorare “la loro capacità di comunicazione”.

Come se quel che finora è mancato loro fosse stata non l’unità, non una soluzione politica da far passare rispetto alla continuazione della dittatura di Assad, ma la capacità di raccontare al mondo le loro versioni, anche largamente inventate (Guardian, 6.7.2012, I. Black, Syria crisis: Clinton lambasts China and Russia as Kofi Annan urges unity Sulla crisi siriana: Clinton se attacca aspramente Cina e Russia, mentre Kofi Annan preme per l’unità http://www.guardian. co.uk/world/2012/jul/06/syria-crisis-clinton-china-russia).

Invece, dice al mondo chiarissimo Kofi Annan, non c’è alcuna prospettiva di pace possibile in Siria finché la “competizione distruttiva” (parole sue) fra membri contrapposti del Consiglio di sicurezza dell’ONU non smette: quando una grande potenza (Clinton) dice a un’altra (alla Russia e alla Cina) che “dovranno pagare un prezzo per aver impedito a occidentali e arabi insieme di far fuori Assad con l’intervento armato autorizzato dall’ONU (Dipartimento di Stato all’incontro di Parigi degli Amici della Siria,, 6.7.2012, Dichiarazione di H. Clinton ▬ http://www.state.gov/secretary/rm/2012/07/194628.htm).

●Non tutti i paesi arabi, comunque. E neanche tutti quelli che contano. Lo chiariscono, incontrandosi, i presidenti di Egitto, Mohammed Mursi, e Tunisia, Moncef Marzouki: i loro paesi (e i rispettivi governi, soprattutto le FF. AA. non pronunciano verbo) non sostengono alcun intervento militare esterno come soluzione della tragedia che è in atto in Siria perché complicherebbe soltanto le cose. Sostengono, invece, sicuramente la rivoluzione siriana, ma sono convinti che deve riuscire a concludersi in casa e senza interferenze militari, politiche, di grandi o altre potenze che del bene del popolo siriano se ne fregano e inevitabilmente lo tradirebbero (Ahramonline, 13.7.2012, Egypt rejects military intervention in Syria, supports Syrian revolution: Mursi Mursi: l’Egitto respinge l’intervento militare in Siria e sostiene la rivoluzione siriana http://english.ahram.org.eg/News/47605.aspx).  

Putin, dal suo punto di vista e certo anche per interesse proprio, non è invece uno che ami le rivoluzioni di primavera e neanche d’estate, né quelle abborracciate invano a casa sua da una dissidenza che avrà tante ragioni ma che lui sa, e che è sempre e sicuramente quando viene contata, largamente  minoritaria, né quelle altrui, arabe comprese. E, al nocciolo, la rivoluzione siriana, per quanto sia stata ormai settarizzata e sporcata da interessi esterni (i wahabiti sauditi, gli al-Qaedisti, i francesi, gli inglesi, gli israeliani e gli americani) è stata l’esperienza di un popolo che, come altrove, si era ribellato contro una tirannia da molti decenni immobile.

Ma la Russia, capofila di chi si oppone all’intervento militare esterno – specie dopo l’esempio libico dove quasi ingenuamente si lasciò irretire dai limiti che si imponeva una no-fly-zone che nessuno intendeva rispettare davvero – alla caduta di Assad è fermamente contraria per precise ragioni strategiche, chiaramente e precisamente spiegate da un famoso analista strategico russo sul NYT (New York Times, 6.7.2012, R. Puckov [noto studioso che a Mosca dirige un ben accreditato istituto di ricerche indipendente, il CAST, Centro per l’Analisi delle Strategie e Tecnologie], Why Russia Is Backing Syria?— Perché la Russia appoggia la Siria? [oddio, la Siria!... piuttosto, a essere onesti,  il regime di Assad! proprio come quegli altri che si chiamano “amici della Siria” e, se fossero intellettualmente onesti anche loro si chiamerebbero partigiani dei ribelli] http://www.nytimes.com/2012/07/07/ opinion/why-russia-supports-syria.html?_r=1&ref=global-home).

Puckov spiega che la Russia – non Putin soltanto: la Russia, e anche moltissimi russi, la stragrande maggioranza dei russi – ha paura, con la sua Cecenia e il suo Caucaso, una paura che non sembra del tutto infondata, che “l’esplosione del regime siriano possa scatenare un’offensiva del radicalismo islamico nella regione” e verso, o addirittura dentro, i suoi confini; “e teme anche l’erosione del suo stesso status di superpotenza in un mondo nel quale i paesi dell’occidente” che poi, in realtà alla fine vuol dire l’America “cercano sempre più spesso di intraprendere iniziative militari verso paesi terzi decidendole unilateralmente”: qualcosa che la Russia, non solo Putin, se può e finché può – e ancora può: qui in occidente ce lo scordiamo spesso – cercherà di negarle.

E oggi la Russia è convinta che più tempo passa nell’impasse, più frustrati diventano i ribelli ma anche più si indebolisce Assad, e meno carte a lui, lui Putin, forse restano in mano. Ma la pretesa di fargli pagare lo scotto per non aver autorizzato e fatto benedire dall’ONU il ricorso alle armi voluto dalla signora Clinton e da re Abdullah bin Abdul Aziz – ha ragione Annan a sentirsi tanto frustrato – è  pura retorica tronfia e bellicosa.

Annan è frustrato con la Russia, perciò – per  la relativa e troppo leggera pressione che esercita su Bashar al Assad – ma  – e ancor di più – con l’America e i suoi “amici della Siria” che, lascia chiaramente capire, stanno inondando il campo di battaglia di armi, anche armi pesanti, attraverso il canale di finanziamento e di trasferimento saudita, invece di spingere l’opposizione a un accordo di natura politica.

E’ questo equilibrio in stallo che sta bloccando – e che bloccherà finché restano contrapposte e   inconciliabili le posizioni delle grandi potenze, chiamiamole pure così: quelle che, comunque, hanno il veto in Consiglio di Sicurezza – il  tentativo di mediazione che tre mesi fa l’ONU aveva affidato al suo ex Segretario generale ma che adesso egli sostiene esser proprio la contrapposizione tra quelle, oltre alla cattiva volontà delle parti, a rendere inagibile(Guardian, 6.7.2012, edit., Syria: a long, hard slog Siria; una lunga, pesante sfacchinata http://www.guardian.co.uk/comment isfree/2012/jul/06/syria).

Kofi Annan è anche convinto – e lo dice, pure se Stati Uniti e Israele non apprezzano proprio per niente: ma è significativo che dire la sua sia considerato, comunque, uno spunto coraggioso  – che proprio l’Iran, se volesse, potrebbe svolgere “un utile ruolo “per far smettere a ribelli e forze governative siriane” di spararsi addosso. E ha, di conseguenza, dichiarato in visita a Teheran, e in conferenza stampa congiunta con quel ministro degli Esteri Ali Akbar Salehi, che l’Iran dovrebbe essere “parte della soluzione della crisi siriana”. Né l’uno né l’altro si sono, però, avventurati sul come...

Solo il mese scorso la Clinton aveva messo il veto a far partecipare un inviato iraniano, come proponeva Annan, all’incontro che a Ginevra  metteva insieme i “protagonisti” essenziali e i cinque paesi detentori del diritto di veto in CdS alla riunione speciale  sulla Siria. Ma adesso, appena, può, insiste e ci va lui, senza chiedere il permesso a nessuno (The Christian Science Monitor, 10.7.2010, H. LaFranchi, Kofi Annan, in jab at US, travels to Tehran to say Iran can help on Syria Impartendo una brutta botta agli Stati Uniti, Kofi Annn va a Teheran per dire che l’Iran può dare una mano in Siria http://www.csmonitor.com/USA/Foreign-Policy/2012/0710/Kofi-Annan-in-jab-at-US-travels-to-Tehran-to-say-Iran-can-help-on-Syria-video).

●Resta la possibilità, ma finora non sembra proprio, che il regime siriano imploda dall’interno (la recente diserzione di Manaf Tlass, un comandante dell’élite della Guardia repubblicana, figlio dell’ex ministro di Assad padre, Mustafa, e strenuo difensore del potere degli Assad stessi che, adesso, a 84 anni, è da qualche mese in visita, non in esilio dice, a Parigi; Manaf, di famiglia sunnita, è coetaneo, e anche vecchio amico personale, del rais alawita.

Naturalmente viene subito fuori l’interpretazione ipermachiavellica di chi vede e vuole vedere Tlass come una specie di Rudolf Hess che tentò (per conto di Hitler? forse, ma pare proprio per conto suo) la pace separata con gli alleati all’inizio della seconda guerra mondiale in funzione antirussa contrapposta a quella che qui potrebbe costituire il sintomo più significativo di un disagio che potrebbe anche diventare profondo in seno alle forze di sicurezza siriane. Potrebbe cioè, almeno cominciare a delineare, un finora improbabile, graduale, disfarsi delle gerarchie, su su fino a Assad: alla Gheddafi per capirci più che alla Mubarak…

In effetti, tra i ribelli – soprattutto tra quelli che stanno in Siria – è subito uscita prepotente l’ombra di questo sospetto con cui, vista la vicinanza ad Assad, e alimentando un altro ennesimo motivo di divisione, sul gen. Tlass— che sia uscito dal paese magari proprio per negoziare addirittura con gli americani la sortita in sicurezza di Assad e, insieme, il mantenimento delle strutture essenziali del regime siriano. Oppure…

… oppure l’alternativa a una comunque improbabile continuità del regime siriano com’è, magari anche senza più Assad al vertice – troppo sangue, troppo odio ormai – è una lunga, forse ancora lunghissima, traversata del deserto visto che di questo, il deserto fatto dalla ribellione, dalla repressione e dalla conseguente, ulteriore depressione economica, in vaste parti del territorio da cui la popolazione è fuggita, proprio si tratta. E il tentativo, disperato e disperante, di Kofi Annan è quello, assai ingrato a Assad e alli nimici sui, all’America e alli inimici sui[4], di avvicinare le parti. Per dare l’alt ai massacri, che sono di qua come proprio di là, e per cercare di far tessere un minimo di dialogo nazionale e interetnico: come una volta, solo qualche anno fa, c’era ancora…

Intanto, anche se un po’ troppo rapidamente, senza pare averlo neanche consultato, l’opposizione siriana riunita in Russia – ma rappresentativa in realtà di se stessa – ha nominato (IOL News, 9.7.2012, Syrian Defector Nominated for President Il disertore siriano nominato (sic!) come presidente http://www.iol.co.za/ news/world/syrian-defector-nominated-for-president-1.1337290) proprio il brig. gen. Manaf Tlass come successore a capo dello Stato del presidente Bashar al-Assad.

Ma il gen Tlass ha fatto subito sapere di non essere affatto interessato alla prospettiva, che la sua “diserzione” è stata dettata solo da motivi di sicurezza personale che alcuni “estremisti alawiti” tra le fila del regime avevano cominciato a mettere in qualche pericolo e che non pensa neanche ad unirsi al Libero esercito della Siria, cioè ai ribelli armati che non considera davvero né un esercito né libero, né proprio siriano (Asharq al-Awsat, 10.7.2010, M. Nassar, Tlass unlikekly to join Free Syrian Army Improbabile che Tlass si unisca al Libero Esercito siriano http://www.asharq-e.com/news.asp?section=1&id=30284).

Forse sarebbe stato meglio se avessero puntato subito sull’altro “disertore” di rango che ha mollato in questi giorni Assad, il primo ambasciatore siriano in Iraq da trent’anni a questa parte: dalla rottura tra il partito Ba’ath iracheno e quello siriano, nato pure dalla stessa matrice, con gli Assad che poi, nella guerra degli anni 80 contro l’Iran, avevano appoggiato contro Saddam, gli sciiti di Teheran. L’ambasciatore Nawaf Fares che, dopo essere stato l’uomo di punta della diplomazia siriana per anni, e di cui sembrano fidarsi ancor meno che del gen. Tlass, ha rivolto un appello a tutti i membri del partito che, dice ora, “il regime ha trasformato in strumento di oppressione della gente e della sua aspirazione alla libertà e alla dignità (Al Jaazera, 12.7.2012, Syria defections raise pressure on Assad Le defezioni tra i siriani aumentano la pressione su Assad http://www.aljazeera. com/news/middleeast/2012/07/2012711205055855.html).

Ora, se sembra certo che queste defezioni, e anche altre, di marca sunnita sono indicative di un problema reale – soprattutto che chi non è alawita oggi si sente meno tranquillo tra le fila della minoranza al potere, molto più che di qualsiasi altro reale dissenso – ma non si tratta, ancora almeno, di un indicatore di erosione interna generalizzato.

Piuttosto da quanto Assad ha detto ad Annan, e lui non ha propriamente riferito ma ha lasciato (volutamente, è del tutto evidente) trapelare, il presidente siriano ormai sembra stanco e deluso e disponibile, forse, a certe condizioni a farsi da parte personalmente. Il che non significa che alawiti e sostenitori del regime lo siano anche loro altrettanto. Sono però ormai pronti anche loro, se poi lo lasciano andare, a compromessi e a concessioni.

L’esperienza – ultima in ordine di tempo, quella di tutti i paesi dell’ex est europeo, ad esempio, che non è rappresentativa di culture, costumi e analogie identiche ma qualcosa sembra comunque indicare – e, in fondo, è la vecchia eterna lezione lasciata da Niccolò Machiavelli[5] – è che quando un regime comincia a far concessioni in qualche modo significative poi non sopravvive a lungo. Lì, a ovest dell’Unione sovietica, nessun regime da quando cominciò ad allentare le redini durò oltre un anno e mezzo. La Siria non sembra ancora a quel punto, ma se Bashar al-Assad fosse davvero d’accordo a trasferire i poteri a un leader, o a una leadership, di transizione, anche se e ancora se a lui abbastanza vicina potesse somigliare, siamo forse davvero al principio della fine. Forse…

●E, in effetti, anche la NATO – smentendo lo svolazzare dei propri falchi – subito prima aveva respinto ufficialmente il piano presentato dalla Turchia – grande paese eurasiatico, mussulmano e sunnita ma non arabo (75 milioni di abitanti, 2 volte e mezzo il territorio italiano, $ 800 miliardi di PIL, crescita sul 8,5% nel 2011 e quest’anno a un più ridotto ma solido 4-5%) che è pilastro da sempre dell’Alleanza e bussa da tempo alle porte d’Europa.

E si preoccupa della rivoluzione al di là dei confini suoi con la Siria, favorendo apertamente i rivoluzionari, malgrado le buone relazioni passate con Bashar al-Assad – che, dopo l’abbattimento del suo caccia RF-4E penetrato per errore, ha sostenuto, nello spazio aereo siriano – aveva chiesto alle strutture militari dell’alleanza a Bruxelles (SACEURSupreme Allied Command Europe Comando supremo alleato in Europa) di stabilire una no-fly zone sullo spazio aereo siriano.

Ma tutti ricordano bene, e vogliono evitare il replay, di come è cominciata in Iraq e, appena ieri in Libia e degli esiti politico-militari di quelle avventura (l’Iraq regalato ormai alla zona d’influenza dell’Iran ormai e il caos diventato paese in Libia) e, alla NATO, proprio nessuno – al di là delle indignazioni selettive e strepitanti e impotenti ma che come si vede restano lì, agli strilli, dei falchi americani cui sembrano però, stavolta, essere state saggiamente un po’ mozzate le ali – nessuno sembra pronto a un nuovo impegno militare diretto nella regione.

La NATO, dunque, s’è limitata a dare istruzioni al Supremo comando alleato di preparare “altri”, ma tutti imprecisati, “piani di contingenza”: intanto, subito, la grande idea della Clinton – mandare ai ribelli un po’ di radio da campo, di PC portatili e di modem, in sostanza – e poi prepararsi sulla carta, come è normale che sia, per ogni evenienza.

Il piano dei turchi prevedeva, ben altro: proprio la proclamazione di una zona di interdizione sorvolo sulla Siria agli aerei… siriani; e l’apertura e la guarnigione armata, in territorio siriano, appena oltre il confine turco, di una zona cuscinetto per gestire l’afflusso di sfollati che tentano, e da un inasprimento del conflitto potrebbero sempre di più venire tentati, di andare a rifugiarsi oltre confine.

Cioè, prevedeva proprio la guerra… o il dichiarato annuncio della preparazione attiva a una guerra. Ma alla fine anche la Turchia, per le ragioni soprattutto interne accennate, s’è data tutto sommato rapidamente una bella calmata (Hürryet Daily News/Istanbul, 6.7.2012, S. Demirtaș, NATO nixes Syrian action plan La NATO boccia il piano d’azione [proposto dalla Turchia] per la Siria http://www.hurriyetdailynews.com/nato-nixes-syria-action-plan-.aspx?pageID=238&nID= 24876&NewsCatID=359).

●Intanto, la Russia precisa che non consegnerà alle FF.AA. siriane nuovi tipi di armamenti né firmerà nuovi contratti di forniture militari fino a quando non sia stabilizzata la situazione nel paese, annuncia il vice capo del servizio federale di co-operazione tecnico-militare, Vyacheslav Dzirkaln. In particolare non verrà fornito nessuno dei caccia da addestramento Yak-30 (l’ordinazione era per 36 esemplari e per $ 500 milioni).

Anche probabilmente – sicuramente? – perché la Siria oggi non è più in grado di pagare sull’unghia. Non verranno fermate, pare, però, le consegne già in corso (Agenzia RIA Novosti, 9.7.2012, No Russian arms supply to Syria until stabilization Nessun’altra consegna di armamenti alla Siria ‘fino alla stabilizzazione’ http://en.rian.ru/world/20120709/174492119.html).

Insomma, non è più come una volta che l’URSS, in cambio di sudditanza e del loro sì, sempre e senza alcun dubbio scontato, dava “gratis” aiuti e sconti ai suoi satelliti e/o amici, neanche oggi ai coreani del Nord. E, d’altra parte, ai siriani servono i pezzi di ricambio per gli armamenti che hanno e di cui si servono, più che nuovi sistemi d’arma…    

D’altronde, e contemporaneamente, Mosca fa sapere di aver spedito a incrociare nel Mediterraneo (dove da sempre incrocia la VI Flotta americana), con una manovra “del tutto di routine”, dice, cinque mezzi da sbarco navale, due navi da rifornimento, una nave trasporto carburante e tre battelli armati di scorta. Si tratta di manovre di addestramento focalizzate a migliorare l’interoperabilità tra le flotte russe del Mar Nero e del Mediterraneo, con previsione di approdi anche nei porti siriani (Mail on line/Londra, 12.7.2012, Russia ‘sends six warships to Syria’ La Russia ‘invia sei navi militari in Siria’ [che è la versione ‘politica’ inglese/americana del governo inglese ▬ http://www.dailymail.co.uk/news/article-2171441/Russia-sends-warships-Syria-denies-growing-tensions.html?ito=feeds-newsxml).

E anche la Cina manda un suo incrociatore in Mediterraneo— proprio adesso… E’ passato per il canale di Suez e, probabilmente, incrocerà al largo delle coste siriane, tenendo manovre nell’area a titolo, diciamo pure, “precauzionale”: contro tentazioni di ingerenza militare diretta di potenze straniere in Siria (YNet News.com, 29.7.2012, R. Kais, Chinese destroyer enters Mediterranean via Suez Un incrociatore cinese entra nel Mediterraneo via Suez http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4261923,00.html).

Tutto questo mentre a Mosca, come s’è visto, si incontrano il ministero degli Esteri e delegati dell’opposizione siriana. Di fatto, Mosca sembra essere diventata l’unica sede diplomatica e politica dove chi ospita parla, insieme, con le due parti. Ma tutto resta dov’era. Dice il capo del gruppo dei siriani che risiedono in quel paese, Abdelbaset Sieda, dopo l’incontro col ministro degli Esteri Lavrov che ormai ci vuole un intervento diretto e armato dell’ONU per fermare gli scontri. Ma conferma che la posizione russa resta la stessa: ogni transizione politica deve coinvolgere sia Assad che i ribelli e questi si devono accordare tra loro…

Nessuna novità, insomma: da una parte trattative e richiesta di trattative, una richiesta che come tale a chi la fa costano poco; dall’altra, c’è l’invio delle navi, il fatto concreto dello spiegamento di una forza navale: che, invece, è cosa costosa e il segno di un impegno effettivo. Però è certo che ormai anche in Russia stanno lavorando, e attivamente, alla transizione. Anche qui sembra tornare alla ribalta il modello che per lo Yemen ha funzionato, convincendo il presidente Saleh, dopo l’attentato che lo costrinse ad andarsi a curare all’estero le ferite riportate, di fatto a iniziare il processo.

E anche qui l’attentato micidiale, direttamente mirato al centro del potere, ora c’è stato. Alla fine – potrebbe essere forse il segnale della disperazione e della fine della rivolta o, chi sa?, quello del principio del diroccamento del regime? – i ribelli di Siria hanno annunciato a metà luglio di passare all’offensiva: altro che tregua, cessate il fuoco, negoziato! L’operazione, proclamano, si chiamerà, un po’ pomposamente pare, “Vulcano di Damasco e Terremoto di Siria”, a sottolineare che, finalmente ormai, proprio nella capitale vogliono concentrare il fuoco.

Il comando unificato del Libero esercito siriano (LES) di Homs ha rilasciato una dichiarazione il 16 luglio dicendo che l’operazione è iniziata alle ore 08:00 locali. Consisterà nell’attaccare tutti i posti di blocco, caserme e installazioni delle forze di sicurezza con l’intenzione (dichiarata e annunciata!!) di attirare le forze regolari siriane in scontri “aperti e feroci” campali “e così eliminarle”.

Il LES, in quello che a molti esperti di pianificazione militare (basta guardare una cartina un po’ dettagliata del territorio e si vede) sembra il bollettino dell’organizzatore dilettante di un campeggio di scouts, annuncia che chiuderà tutte le strade e i  percorsi che collegano Aleppo a Daraa e che vanno da Deir Ezzor a Lattakia e che chiuderà “tutte” – tutte! – le linee di rifornimento, chiede ai militari di “disertare in massa” e annuncia la “liberazione” (a venire…) di tutti i prigionieri del regime, dichiarando “bersagli legittimi” del LES tutti gli ufficiali e i militari stranieri (mai prima menzionati da alcuno) alleati del governo e presenti in territorio siriano e proclama che si tratta “soltanto” del primo passo “strategico” per portare la Siria in uno stato di completa disobbedienza civile.

Una grande operazione di pompaggio mediatico? Sicuramente, ma stavolta anche qualcosa di più… di molto di più. Subito, appena due giorni dopo, un attentato alla bomba – qualcosa di “normale”, cioè, in questi climi e alle latitudini mediorientali – riesce a uccidere a Damasco, e all’interno di una installazione di sicurezza, anche e proprio il ministro della Difesa in persona: Daoud Rajiha muore, mercoledì 18 mattina, per le ferite riportate in un attentato e con lui anche il vice ministro della Difesa, vice capo dei servizi segreti e cognato di Assad, il marito della sorella maggiore, Asef Shawkat e altri due dei massimi esponenti dei servizi di sicurezza, uno l’ex ministro della Difesa da sempre integrante del gruppo dirigente, Hassan Turkmani (CNN, 18.7.2012, Syrian Defense Minister killed in bombing Il ministro della Difesa ammazzato da una bomba http://edition.cnn.com/2012/07/18/world/meast/syria-unrest/index.html).

Insomma, i ribelli – o chi per loro… – sono riusciti (anche con fortuna, ma di sicuro anche complicità interne al regime) a decapitare l’apparato di sicurezza e di spionaggio della Repubblica di Siria con un solo colpo: bomba, esplosivo, martire/suicida di un corpo d’élite che magari con i ribelli non c’entrava niente ma da loro, alla fine, in qualche modo s’è lasciato ispirare? oppure… qualche missile di provenienza esogena?  

Il fatto è che l’attentato segue addirittura a ore la proclamazione de il “Vulcano di Damasco”, segue anche la designazione a fine marzo dello stesso Rajiha (di etnia e famiglia cristiana greco-ortodossa) come “bersaglio legittimo” delle sanzioni del dipartimento del Tesoro americano (CNN - Security Clearance,  30.3.2012, J. Crawford, U.S. targets Syrian defense minister Gli Stati Uniti mettono nel collimatore il ministro siriano della Difesa http://security.blogs.cnn.com/category/treasury)…

Solo che, a questo punto, c’è anche chi (in America, in Israele, non solo in Siria!) comincia a chiedersi se si tratta di sanzioni soltanto diplomatiche (rifiuto del visto, ecc.— convinti come sono, questi, che sia di per sé una punizione rifiutare il loro agognato visto a chiunque, anche se non ha alcuna intenzione di chiederlo…) o personalmente economiche (congelamento di depositi di specifici cittadini in banche estere— come se uno fosse tanto tonto da lasciarceli quando poi è così esposto…).

Non è che, magari, il gen. Daoud Rajiha, invece che di un kamikaze o un martire suicida della Guardia presidenziale, sia finito magari proprio come target bersaglio, nel collimatore di uno dei droni americani o israeliani che sorvolano ogni giorno la Siria? Perché, poi, come è ben noto, a pensar male spesso si fa peccato ma anche, e altrettanto spesso…

●In conclusione, del tutto problematica e incerta – anche per non correre il rischio di venire smentiti non tanto dai fatti (che se fosse così, ciccia! anche questo sarebbe un fatto…) ma dalla precarietà dei ragionamenti che abbiamo provato a condurre – pensiamo che Bashar al-Assad potrebbe anche, a questo punto, pensare che sia arrivata l’ora per lui e per i suoi familiari di farsi personalmente da parte. Perché qui non sembra che il regime sia legato alla sua persona come la Jamahiriya era legata in Libia alla persona di Muhammar Gheddafi.

Qui l’uscita di scena di Assad potrebbe non tradursi necessariamente nella resa ai ribelli dei generali alawiti e di quanti, sunniti e cristiani, nel paese li sostengono. Le forze leali al governo sembrano ancora più numerose e capaci di quelle dei jihadisti e degli altri da loro diversissimi oppositori (i laici, i liberals, gli occidentalisti più o meno illusi. Gli uni e gli altri, però, sembrano avere bisogno a questo punto di una strategia: potrebbe essere, da una parte, l’impegno credibile a una riforma non più centellinata ma subito applicata e su questioni chiave di distribuzione reale del potere: l’errore di Assad essendo stato proprio quello di volerla troppo graduale e controllata dal centro per apparire significativa ai ribelli; o, dall’altra, potrebbe essere la capacità di unirsi davvero superando diaspore, arroganti pretese di unicità, e arrivando a darsi politiche razionali e aperte anche a collaborare con altri.

Bisognerà aspettare, adesso. Se “vinceranno” quelli del regime sarà dopo aver domato e schiacciato, in termini di tempo forse più brevi, un paese con una guerra civile condotta senza scampo né tregua. E prima di cadere, finendo ammazzati a bastonate nello scolo di una fogna per strada come Gheddafi, per sopravvivere, potrebbero davvero anche usare i gas chimici…

Mentre, se “vinceranno” i ribelli, lo faranno nel lungo probabilmente ma con un presente già costellato anch’esso di stragi e massacri e lo faranno per procura, in definitiva, della versione wahabita del sunnismo, quella saudita della shari’ia della frusta e delle decapitazioni sulla pubblica piazza, del massacro all’ingrosso degli alawiti e di quanti, cristiani ortodossi e sunniti, dalla loro parte nello scontro si siano schierati, con tutte le etnie e i culti di minoranza… E, no, non sarà comunque un bello spettacolo.

Intanto, Israele rende noto di “sapere”, con certezza che il presidente siriano Bashar al-Assad è sempre a Damasco, e che “la lealtà delle Forze armate rimane sempre saldamente sua anche se si registrano limitate defezioni di qualche rilievo tra i quadri del regime(Haaretz, 22.7.2012, IDF says Assad is in the capital Le Forze di Difesa israeliane asseriscono che Assad è nella capitale http://www.haaretz.com/misc/article-print-page/syrian-forces-bombard-damascus-idf-says-assad-still-in-capital-1.452823?trailingPath=2.169%2C2.216%2C2.295%2C).

●Proprio a fine mese da Washington arrivano segnali, solo in apparenza strani, di preoccupazione per quello che, secondo loro, potrà essere il destino non tanto di Assad – lui se ne deve andare, comunque: è stato così deciso ormai… – ma del regime siriano: del Ba’ath siriano,cioè, magari un po’ riformato. Se no, a vincere, sarebbe al-Qaeda

Dice, adesso, il segretario alla Difesa, Leon Panetta, che preservare la stabilità nel paese vuol dire oggi mantenere “quanto più possibile com’è” esercito, forze di polizia e forze di sicurezza. Sono la garanzia di controllo delle armi chimiche e quella che impedisce loro di cadere nelle mani sbagliate: come quelle degli Hezbollah libanesi e, appunto – Dio non voglia… – di al-Qaeda (CNN, 30.7.2012, video, Panetta: When, not if, Assad goes, Syria military should stay in power… Panetta: quando, non se, cadrà Assad, in Siria i militari dovrebbero restare al potere… http://security.blogs.cnn.com/2012/07/30/panetta-says-when-not-if-al-assad-falls-syrian-military-should-remain-intact).

Quelli che a Washington formulano le linee di azione per la Siria – Panetta, la Clinton!! – sperano, disperatamente ma non hanno l’idea di come farlo, di evitare uno sviluppo come quello che, dopo aver arrestato Saddam e i suoi, smantellando il partito e il regime del Ba’ath in Iraq, diroccò anche ogni capacità di governo e di controllo del caos e scatenò la guerra civile, consegnando il potere alla vendetta degli scii’ti contro i sunniti.

La Siria, poi, non è neanche lontanamente comparabile all’Iraq dove c’era tra l’altro una forza di occupazione americana a “moderare” per quanto era possibile il caos, la vendetta sunnita e la guerra civile. Qui non si sono – e non ci saranno: l’unica cosa certa è questa – GI’s americani…

●Analoghe, e anche più allarmate, le preoccupazioni, ad esempio, dei servizi segreti tedeschi. Scrivono in contemporanea – e facendo riferimento tutti a quella fonte – Die Frankfurter Allgemeine Zeitung, Die Welt e Bild che il 90% degli attacchi terroristici condotti da dicembre scorso all’inizio di luglio in Siria sono stati dovuti a gruppi “coordinati da o comunque vicini a al-Qaeda”.

Così come sempre il Bundesnachrichtendienst (BND), il quartier generale di Monaco dei  servizi segreti, ha detto chiaro al governo che, per esempio, è provato che il massacro di Houla del 25 maggio non è affatto stato responsabilità del regime ma proprio degli insorti… Ha scritto sul Bild Jurgen Todenhofer che i ribelli hanno “deliberatamente massacrato decine di civili, presentandoli poi ai media come vittime del governo” con una “strategia di vendita del massacro tra le più disgustose che abbia mai potuto verificare nella mia esperienza di tanti conflitti armati”.

Ed è sempre Todenhofer, ma anche Alfred Hackensberger, su Die Welt, a riferire come il governo tedesco abbia ammesso che i rapporti del BND devono ufficialmente restare “segreti per ragioni di interesse nazionale(la raccolta di tutte queste testimonianze tedesche, tutte fatte risalire al BND che si guarda bene dallo smentirle come pare che gli abbia pur chiesto il governo, sollecitato dal dipartimento di Stato, su Asian Times, 24.7.212, J. Rosenthal, German Intelligence: al-Qaeda all over Syria I servizi segreti tedeschi: al-Qaeda è dappertutto in Siria http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/NG24Ak02.html).

●Sabato, 7 luglio l’elezione in Libia di 200 membri del Congresso nazionale generale ha costituito la prima votazione dalla esecuzione/linciaggio di Moammar Gheddafi.

• Gli elettori teoricamente potenziali erano 3,3 milioni

• Quelli che – all’americana – hanno scelto di farsi registrare nella liste elettorali quasi 2,9 milioni

• Sono esclusi dalle candidature gli ex gerarchi di Gheddafi… ma non tutti: il presidente in carica del Consiglio nazionale transitorio, Mustafa Abdul Jalil, già per anni e quasi fino alla fine ministro delle Giustizia di Gheddafi… è, per esempio, e comunque candidato lui stesso;

• 100 dei seggi saranno riservati a Tripoli, 60 a Bengazi e 40 al sud-ovest largamente desertico del paese, con 3.700 candidati e 585 donne (ma così, senza alcuna presunzione di un censimento che non esiste, a fondare la legittimità di questa specifica spartizione;

• 120 seggi saranno eletti col sistema maggioritario e la scelta del candidato e 80 col proporzionale in cui si votano i partiti e non i candidati singoli;  

• I principali partiti e movimenti in lizza e nella scheda elettorale sono: i Fratelli mussulmani, il partito al-Watan (islamisti e salafiti, sostenuti dal Qatar e dai soldi del Kuwait e dell’Arabia saudita), i centristi nazionali (dell’ex ministro delle Finanze sempre del rais, Ali Tarhouni) e  l’Alleanza delle forze nazionali (l’AFN si definisce “laica”, e fa capo a Mahmoud al-Jibril: anche lui – e come ti sbagli – ex alto collaboratore di Gheddafi, laureato a Harvard e responsabile per quasi un quinquennio, fino addirittura al febbraio del 2011, dello Sviluppo pianificato e guidato, anche con qualche non irrilevante successo della Jamāhīriyya (l’acqua anche nel villaggio più desertico di tutto il deserto, un welfare che funzionava decentemente, un’occupazione sussidiata quasi per tutti…).

   E, poi, mollatolo e  convertitosi in senso qualche poco neo-liberista, capo per diversi mesi – anche se, per prudenza, più da Parigi che da Tripoli – del  governo del Consiglio Nazionale di Transizione), il Fronte nazionale in origine costruito dagli antichi oppositori interni a Gheddafi— come se, per capirci, dopo l’arresto di Mussolini, Dino Grandi o Galeazzo Ciano avessero presieduto alla fine il Comando Volontari della Libertà, al posto di Ferruccio Parri)…);

• Tra un mese la nuova assemblea dovrebbe designare un nuovo governo; si dovranno poi tenere, entro due mesi, un’altra elezione per scegliere i 60 costituenti che scriveranno la nuova Carta fondamentale; e, appena pronta, il referendum sulla Costituzione; nel 2013, si dovrà eleggere un nuovo parlamento, stavolta  per cinque anni.

Nessuno crede davvero, però, che tutto andrà liscio: certo, ed è stato importante, le prime elezioni sostanzialmente libere da 40 anni, qui, sono state tutto sommato pacifiche, condotte regolarmente,   anche se pesantemente condizionate dalle grandi forze che radicano la Libia e la fanno essere quella che è, le tribù, i clan, le famiglie allargate e le grandi etnie…; perché sulla divisione dei seggi tra le tre grandi regioni come tali non si è ancora finito di litigare…; perché qui tutti sono armati e ognuno è contro tutti e ciascuno; e il dopo-Gheddafi che l’intervento militare straniero ha assicurato al paese è pandemonio puro: comprato molto caro, poi…

E senza neanche cominciare a risolvere il nodo storico tra unità del paese – e centralismo – e pulsioni al “federalismo”-frantumazione alla leghista – da cui molti hanno imparato qualcosa, in questo paese: che parla ancora italiano e non padano però – e voglia di spaccatura e di secessione…

Intanto, però, a conteggio terminato pare che con 3 milioni di voti alla fine espressi e in via di scrutinio, gli elettori abbiano premiato e a maggioranza abbastanza larga la nominalmente laica Alleanza delle forze nazionali soprattutto nelle due maggiori città controllate per prime…

Non era detto che fosse e non è, infatti, stata inevitabile anche in questo paese la vittoria degli islamici e alla fine l’Alleanza nazionale ha vinto 39 seggi sugli 80 riservato ai partiti politici nei 200 seggi dell’Assemblea nazionale. Il partito della Giustizia e della Costruzione – l’ala politica della Fratellanza mussulmana libica – ha portato a casa in definitiva solo 17 seggi.

Non è, però, che questi risultati si traducano in una maggioranza automatica per Jibril, anzi…: ben 120 seggi sono stati infatti distribuiti tra candidati “indipendenti”, praticamente tutti scelti dal voto guidato di clan, tribù, etnie e sette… Si tratterà, adesso, di aspettare per vedere come va a finire ma è già in pratica facile prevedere ulteriori sviluppi del caos che è già in atto (Agenzia Reuters Africa, 18.7.2012, M. L. Gumuchian e Ali Shuaib, Lybia’s Jibril beats Islamists in vote, no majority Il libico Jibril batte gli islamisti [o islamici: e già la scelta del vocabolo è un giudizio politico… inevitabilmente, tra l’altro, troppo generico] nel voto: ma non ha la maggioranza http://af.reuters.com/article/topNews/idAFJOE86H00C20120718).

Però è anche vero che su tutti i collegi e su ogni singolo seggio ha pesato, prima e dopo il voto, la “garanzia” della sicurezza assicurata da quasi 100.000 miliziani, ognuno dei quali “vigilava” sull’esito “giusto” del voto: giusto per tradizione, etnia – appunto – tribù, setta, lealtà di clan… non necessariamente per numeri e risultati.

E, poi, bisognerà tener conto del fatto che lo stesso Jibril ha condotto tutti i comizi della campagna elettorale da candidato laico concludendoli con la promessa che, comunque, la Libia, come paese islamico, baserà leggi, regolamenti e comportamenti anche pubblici sull’obbedienza alla legislazione islamica dettata dalla shari’a ; e anche della necessità che avrà, per formare il governo di negoziarlo (composizione e anche programma: sempre che a quel punto si arrivi…)  con i partiti islamici.

Ma, prima o poi, bisognerà anche prender atto che la nuova situazione acquisita vede ormai, la galassia della Fratellanza mussulmana con piena legittimità di operare alla luce del sole. E sono molto più coesi del miscuglio di partiti e di gruppi che formano l’Alleanza e non sono collegati tra  loro che dalla fragile lealtà a un singolo leader, neanche poi ancora ben noto e carismatico e conosciuto alla gente per le ferite e le medaglie acquisite nella resistenza: semplicemente perché lui stava con Gheddafi quasi fino alla fine. Anche se tutto, adesso, gli andasse bene fino alle prossime elezioni o referendum gli islamisti probabilmente, stavolta, le vinceranno…

●E, infine, bisognerà anche decidersi a considerare che lo scombussolamento della Libia ha causato – secondo la classica dottrina e l’inevitabile pratica delle conseguenze non intenzionali e, stupidamente, impreviste – come si dice, ha empowered— ha dato mezzi e poteri, qui, ai radicali islamisti, creando un disastro umanitario a scala di un paese intero: non forse (ancora…) la Libia ma il vicino Mali— che ha il doppio della popolazione libica ma non il petrolio e, di cui, quindi non frega niente a nessuno men che meno ai poteri che sono intervenuti senza sapere quel che facevano accendendo l’inferno a Timbuctu e Bamako.

Qui armi ed armati si sono travasati in massa, dalla Libia sconquassata e in ebollizione, attraverso il permeabilissimo cuscinetto del deserto algerino, riaccendendo un’insorgenza che covava sotto la cenere di una guerra civile senza limiti né confini. Gli insorti sono Tuareg, un popolo nomade di fierissima storia che scavalca da sempre ogni confine nel Sahara nord-africano e che, adesso, si sono presi il controllo della metà nord del Mali che hanno ribattezzato Azǎwad.

Ne è seguito un golpe che voleva rimettere a posto le cose ma non ha avuto successo. Anzi, adesso anche qui è il caos: con la coda di orrori di ogni guerra civile che si rispetti e che si è poi, estesa anche tra le fila stesse dei ribelli— tra la maggioranza Tuareg e una minoranza di loro molto vicina a al-Qaeda nel Maghreb, gli Ansar Eddine— i Difensori della fede che stanno cercando di imporre con il mitra e la frusta la legge intollerante della shari’a islamista a una popolazione islamica ma di stampo sufita e completamente diverso che non vuole sottostarci. Insomma è stato il golpe nella capitale Bamako nel sud del paese a dare via libera alla rivolta Tuareg e, poi, islamista/al-qaedista che si presa il nord… 

(Tra parentesi: bisogna capire ancora molto sul come e il dove, ma finalmente hanno liberato la giovane cooperante italiana Rossella Urru, che era stata sequestrata proprio da una frazione di Ansar Dine. Alla fine, c’è stato uno scambio che avrebbe in realtà potuto esserci subito, già mesi fa, visto che poi comunque il riscatto è stato pagato: per tre cooperanti, due altri spagnoli, dieci milioni di dollari a testa pare e la liberazione di uno dei sospetti rapitori arrestati…)

In definitiva, però – come ha fatto notare un ex ambasciatore americano a Bamako: uno della vecchia scuola professionale insieme wilsoniana e kissingeriana, e niente affatto clintonian-attivista, della politica estera che almeno cercava, non sempre certo riuscendoci, di anticipare le conseguenze delle azioni cui essa dà la stura – noi, proprio “a causa del nostro intervento in Libia, con gli alleati della NATO ci siamo resi indirettamente responsabili del rovesciamento di uno dei pochi regimi africani che come occidentali possiamo considerare genuinamente democratici, un regime che aveva un record di tre elezioni libere e oneste e stava per svolgerne una quarta, alla vigilia del golpe che lo ha rovesciato.

   E’ male abbastanza, ma è ancora più importante notare adesso che la pace, nel Nord del Mali, dove gli insorti, tra di loro profondamente divisi, sono al massimo un terzo della popolazione, dipende ormai dalla restaurazione di un credibile, governo centrale democratico a Bamako che, al contrario della giunta militare penosamente inadeguata ora nominalmente al potere potrebbe trovare qualche sostegno internazionale.

   L’alternativa sarebbe solo più spargimento di sangue, più rifugiati, più intolleranza religiosa e la ripresa di una guerra civile senza confini. Del tutto  simile a quella che tra il 1990 e il 1996 prima dell’accordo raggiunto sotto il primo presidente eletto maliano, Alpha Konaré(New York Times, 11.7.2012, Robert Pringle, lettera, The Trouble in Mali Il guaio in Mali http://www.nytimes.com/2012/07/ 12/opinion/the-trouble-in-mali.html?ref=global).

Già… la legge delle conseguenze inaspettate e impreviste (ne parleremo ancora, di certo, anche qui in questa Nota). Mai che ci pensi nessuno… prima, ma forse ora con qualche eccezione, pare…

La lezione che a suo tempo derivò, da queste pulsioni a impicciarsi sempre e di tutto così connaturata a questo paese, il vecchio saggio della politica estera americana, George Kennan – colui che, negli anni ’50, contro Stalin, definì per gli USA strategia e limiti della Guerra Fredda – applicandola all’intervento in Iraq era che immischiandosi di cose all’estero “si sa sempre dove si comincia e mai – mai – dove si va poi a finire”. Kennan ormai è morto, ma non muore mai la tentazione americana (e occidentale più in generale) contro la quale dagli anni ‘50 e per i quasi cinquant’anni della sua vita professionale aveva sempre messo in guardia l’America. Spesso senza essere ascoltato…

Adesso, naturalmente, a uova rotte e frittata (malamente ormai) fatta, difficile rimediare. E l’impressione è che coloro che “puotono[6] quello che vogliono – o presumono di poterlo, troppo spesso sbagliando – però ci proveranno. Ha detto, adesso, il ministro degli Esteri francese e ex primo ministro, Laurent Fabius, che ormai la probabilità di interventi militare stranieri nel Nord del Mali per cercare di eliminare gli elementi di al-Qaeda e riunificare il paese è inevitabile. Nel frattempo, i Tuareg dicono che non si oppongono più a un Mali unitario, se ciò significa realmente  liberarsi davvero di al-Qaeda (Paladin News, 15.7.2012, Mali to be internationally liberated Il Mali verrà liberato con una forza internazionale [e poi si vedrà…] http://paladinnews.blogspot.it/2012/07/nightwatch-update-for-night-of-15-july.html).

E sempre i Tuareg, il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azǎwad, adesso annunciano di prevedere ormai scontri aperti con Ansar Eddine, un gruppo “terroristico destabilizzante” – formato in larga parte da Tuareg stessi, però – senza alcun obiettivo che sia realistico. Il comunicato di Azǎwad esprime preoccupazione per il deteriorarsi della situazione in tutta la regione e conferma la volontà del gruppo di cooperare con le autorità del Mali attraverso un organismo, un’autorità comunque di mediazione…

Cioè, sono pronti a cooperare con lo Stato del Mali contro il quale si sono sollevate armi in mano e… con la cooperazione stessa, finora, dei “terroristi” islamisti “destabilizzanti” (Stratfor, 24.7.2012, Mali: Clash Between Tuareg Militant Groups Expected Mali: ci si attendono scontri tra milizie e gruppi Tuareg http://www.stratfor.com/situation-report/mali-clash-between-tuareg-militant-groups-expected). Gli stessi golpisti che oggi schiacciano diritti e libertà a Bamako in nome dell’ordine come essi lo concepiscono…   

Certo, ormai chi ha tollerato e anche aiutato, aizzandone le ambizioni, i militari ribelli a rivoltarsi contro il potere civile e decente che c’era prendendo le armi per fare la guerra a al-Qaeda finendo con l’attirare su tutto il Maghreb le vespe armate di al-Qaeda, non può star semplicemente a guardare che il Mali del Nord diventi una specie di santuario del terrorismo internazionale ai confini con Algeria, Mauritania e tutto il Nord Africa.

Ci vorrà molto tempo, però, a mettere insieme una forza, un corpo di spedizione, di formazioni paramilitari magari arabo-africane finanziate dall’occidente (USA, GB e Francia: l’ex potere coloniale) e dall’Arabia saudita per dare la caccia qui a al-Qaeda. E, poi, chi è che alla fine finirebbe col pagare il conto dell’operazione? Ma, ha ragione Fabius, finiranno col farlo. Considerati, però, i precedenti, non è detto che ci riescano né, soprattutto – ricordate la legge delle conseguenze non previste – che ci riescano come vorrebbero…

Il Mali (oddio…, la giunta militare che dando la stura alla rivolta popolare e dei miliziani del Nord ha preso il potere a Bamako), vedrebbe con grande favore un intervento di truppe degli altri Stati dell’Africa occidentale non solo per riprendersi il Nord dai ribelli islamisti che vogliono farvi applicare con la forza la legge islamica ma vorrebbero anche dare una mano, non sempre gradita, alla rivolta in altre parti del paese.

Lo ha chiarito durante un incontro dei capi di stato maggiore della regione a Abidjan in Costa d’Avorio convocato per discutere, su incoraggiamento esplicito del Quai d’Orsay, il capo della giunta maliana, che a lungo aveva detto di no, ma adesso si trova con le spalle al muro: il suo esercito, sui 7.000 soldati, non è in alcun modo in grado di riprendere il controllo del paese contro i miliziani di al-Qaeda e i Tuareg, anche se separati (National Public Radio/NPR, (A.P.), 26.7.2012, Mali leaders agree to help fron foreign troops I capi della giunta militare concordando sull’aiuto di truppe straniere [ma, al solito: chi comanda? chi decide? chi paga?] http://www.npr.org/templates/story/story.php?storyId=157443688). Ma sembra già molto tardi…

 

 

●Dopo le condanne dei medici nel Bahrain: hanno curato anche i feriti ribelli… (vignetta)

                   | Editto di S.M. re Hamad bin Isa Al Khalifa|

Io non curerò mai nessun paziente che non sia benvoluto dal re.

Sì, in molti paesi i medici pronunciano il giuramento di Ippocrate…

In Bahrain, noi dobbiamo pronunciare il giuramento dell’Ipocrita…

 

Fonte: K. Bendid, 9.7.2012

              

EUROPA

●Scrivendo a caldo, caldissimo, sulla base dei primi dispacci di agenzia, la prima valutazione sul vertice europeo di Bruxelles di fine giugno, il 29 di quel mese, quando da 3-4 ore si era conclusa la lunghissima seduta notturna (14 ore di seguito) e proprio in chiusura della precedente nostra Nota congiunturale avevamo dato per passata una piccola vittoria anche per Merkel che dal vertice pure appariva – se sono termini corretti per valutare una simile evenienza – la grande sconfitta. O, forse più correttamente, la grande ridimensionata.

Merkel ci aveva fatto capire, non lo aveva proprio detto ma di fatto…,  che nell’aver lasciato passare lo scudo anti-spread consentendo di far fare alla BCE un po’ del mestiere di una normale Banca centrale, non proprio da prestatore di ultima istanza ma quasi, era comunque riuscita a far passare anche la sorveglianza della troika sui fondi per questo “scudo”— solo che non era vero: l’ha puntigliosamente spiegato proprio Monti e poi, strangugliandosi un po’, l’ha confermato anche Merkel, che poi la terza gamba della troika, il Fondo monetario internazionale, stavolta proprio non c’entra: ci pensa da sé, a sorvegliare il tutto, la BCE.

E lei s’è dovuta, stavolta, rassegnare anche se l’averlo dovuto fare le ha creato qualche problema coi suoi destri interni al governo, che anche più di lei sembrano fidarsi pochino perfino del pur rigoroso Mario Draghi cui hanno dovuto lasciare la barra del controllo dei conti e avrebbero comunque, come lei, preferito affiancarlo almeno dalla casta e segaligna virago francese che presiede l’FMI sotto il nome e le fattezze, di stampo sarkozyano e non hollandista, di Christine Lagarde.

Del resto, tutti i sospetti sul “lassismo” come lo chiamano loro, orfani del rigorismo monetarista infelice e senza senso alla BCE sicuramente più di quanto lo sia Draghi, solo sei giorni dopo il vertice, alla riunione del direttorio BCE del 5 luglio sembrano confermati dall’ “inaudito” ribasso del tasso di sconto da essa fissato per le banche che accedono al suo credito allo 0,75%: inaudito, nel senso anche e proprio storico e tecnico del mai prima raggiunto, quasi all’americana (dal 15 dicembre scorso allo 0,25%) (1) New York Times, 5.7.2012, M. Eddy e J. Ewing, Central Bank in Europe Drops Lending Rates to Record Low La Banca centrale europea abbassa il tasso di sconto al record di sempre  ▬ http://www.nytimes.com/2012/07/06/business/global/markets-look-to-europes-central-bank-for-action.html?ref=global-home; 2) BCE, 5.7.2012, Francoforte, Testo del comunicato stampa (italiano) sull’esito del Comitato di politica monetaria ▬ http://www.ecb.int/press/pr/date/2012/html/pr120705.it.html).

Poi, si verifica come uno scatto di reni di fronte alla solita ondata di panico che sconvolge i mercati a fronte della possibilità, che molti annunciano ormai realistica che la Spagna faccia appello a un pacchetto pieno di salvataggio, oltre a quello già ottenuto di 100 miliardi di € per il proprio sistema bancario. Scattano in su,  al 7,75%, i rendimenti dei Bonos decennali e si spargono voci che anche i costi del servizio del debito italiano si impenneranno. Di fatto, sia Spagna che Italia bloccano temporaneamente la vendita allo scoperto di titoli in borsa per la prima volta dall’agosto 2011 (The Economist, 27.7.2012, The flight from Spain La fuga dalla Spagna http://www.economist.com/node/21559614).

Poi, proprio il giorno dell’accordo sul salvataggio delle banche spagnole, cominciano a chiedere l’aiuto dello Stato diverse delle 17 regioni autonome che vanno altrimenti in default, ingoiando anche la propria prosopopea “autonomista”, con Valencia per prima e Murcia seconda, con la Catalogna – la regione più grande e più ricca – poi a ruota. E’ il tipo di notizia che fa venire il ballo di San Vito ai mercati con lo spettro incombente di un’altra operazione di salvataggio che potrebbe addirittura rimpicciolire quelle precedenti (Idem).

E’ a questo punto, di fronte al fatto che l’impegno politico europeo resta lì, a livello di impegno senza riuscire a diventare un fatto neanche dopo un mese dalla creazione dello scudo-antispread, il 26 luglio è stato personalmente Draghi a salvare la baracca – pro- tempore, si capisce – giurando e riuscendo, lui, pare a far credere ai fantomatici, fantasmagorici ma quanto mai reali mercati che la Banca centrale “farà tutto ciò di cui ci sarà bisogno per preservare l’euro e l’eurozona dalla quale e da cui non uscirò proprio nessun paese membro”.

Lo dice a un’assemblea di banchieri a Londra nella tana del leone, impegnando la Banca centrale europea a far sentire tutto il suo peso nei confronti dei mercati per tenere bassi i premi di rischio, in particolare spagnoli e italiani, che stanno impennandosi al di là di ogni spread. E l’effetto è immediato: la speculazione ci crede, comunque sembra restare colpita dalla fermezza del tono di Draghi e frena bruscamente— lo spread italiano, e anche quello spagnolo, vanno subito giù, le borse risalgono tutte, si rafforza l’euro sul dollaro (era calato prima) e risale il prezzo del greggio alla borsa petrolifera.

Appunto, sembrano crederci (1) New York Times, 26.7.2012, J. Ewing, Assurances on Euro by Central Bank Chief Lift Stocks Le assicurazioni sull’euro da parte del capo della Banca centrale rilancia le borse http://www.nytimes.com/2012/07/27/business/global/ecb-president-talks-up-the-euro-and-lifts-stocks.html?_r=1&ref= global-home; 2) ECB/BCE, 26.7.20123, intervento del presidente M. Draghi (integrale, lingua inglese) alla conferenza sugli investimenti globali di Londra: How we view the euro situation from Frankfurt Come da Francoforte noi [la BCE] vediamo la situazione dell’euro http://www.ecb.int/press/key/date/2012/html/sp120726. en.html).

Per ora, Draghi ci riesce. Perché poi, adesso, bisogna vedere se la BCE intanto, lo ha davvero il potere di dare qualche continuità coi mezzi che le sono stati delegati di reggere all’impatto per più di una volta. Oppure no: se il suo è soltanto credito millantato, come inevitabilmente poi apparirà se quei mezzi finiranno invece col darglieli alla Banca centrale europea, mettendola – è l’ennesima volta ma va ribadito – a fronte di una nuova e più solida volontà comune politica dell’Unione, in grado di diventare proprio quel prestatore di ultima istanza di cui c’è ormai evidente bisogno… Ecco, il timore è questo.

Perché è vero che a rigore la BCE sta forzando, che Draghi e gli altri 23 membri del direttivo si scontrano con due obblighi contrastanti, contrapposti e contraddittori: da una parte, devono far fronte alle  richieste di mercati finanziari in preda all’angoscia e, insieme, alle tentazioni della speculazione più avida e, ancora, insieme alle esigenze che hanno i 17 e anche i 27 paesi dell’eurozona e dell’Unione di riprendere la strada della crescita economica; e, dall’altra parte, ci sono i limiti e le restrizioni che impone loro il trattato costitutivo.

Il trattato dell’Unione del 1992  dà alla Banca Centrale Europea un mandato esplicito, uno solo: quello di controllare l’inflazione e solo dopo, ritagliandosi qui e là qualche spazio – che con forzature che possono reggere però solo finché tutti tacciono e, magari controvoglia, acconsentono – di curare altre priorità come la crescita. Perché per le regole dell’Unione è scontato che la priorità è quella, anche quando nella realtà non lo è più. E, poi, la BCE per statuto non ha certo il compito di dare una mano ai bilanci dei governi dell’eurozona.

Naturalmente, la grande paura, espressa e taciuta, degli orfani del rigorismo neo-monetarista, sempre peraltro in auge tra i governi e gli ‘esperti’ dell’economia fallimentare che ha prodotto è, si capisce, proprio quella della saggezza convenzionale – e, a specchio, per contro alla speranza, e grazie al cielo non proprio isolata, di chi questa Nota mensile la redige e la scrive – è che adesso (per dirla sempre col NYT appena citato che, ne sembra però come un po’ spaventato) “il prossimo passo della BCE per contenere la crisi potrebbe essere il massiccio acquisto di buoni del Tesoro, del tipo delle facilitazioni quantitative già da tempo intraprese dalla Federal Reserve americana”…

Non è affatto sicuro: anche solo sull’acquisto massiccio dei titoli ufficiali di Stato da parte della Banca centrale, tanto più sul fare della BCE il prestatore di ultima istanza, finora Merkel ha proprio tenuto duro, erigendo la sua linea Maginot. Ma, qui, è sicuramente già un passo avanti che quell’organo del perbenismo economico globale che è il NYT affermi, papale papale e finalmente, la crisi c’è, che è feroce e che va contenuta con ‘altri’ passi come quello accennato che, comunque, il giornale stesso sembra giudicare non proprio come al massimo si era spinto finora – con la straordinaria eccezione delle opinioni di Krugman – redazionalmente e anche editorialmente, comunque, qui come passi “in avanti”…

Draghi, qualche giorno dopo, torna ad insistere, deponendo al parlamento europeo, che ai mercati deve essere chiaro come “l’euro sia qui per restare e che l’eurozona farà alla fine tutto quello che è necessario ad assicurarlo(InTopic, 9.7.2012, Draghi: L'euro è qui per restare, L'eurozona agirà di conseguenza http://www.intopic.it/notizia/3962912). Il problema, naturalmente, è che i mercati vedono in atto un processo di disintegrazione della moneta unica che, come sempre quando si distrugge, è più rapido del lento e esitante processo d’integrazione, ormai sempre più evidentemente necessario, delle politiche economiche.

Krugman, che pure – e speriamo, con tutto il cuore anche se non proprio col cervello, stavolta si sbagli – sulla mossa di Draghi di abbassare il tasso di sconto annota (New York Times, 5.7.2012, ECB’s Death Wish Il desiderio di morte della BCE http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/07/05/ecb-death-wish) che “anche a Francoforte hanno tagliato perché si sono resi conto stavolta, penso proprio, che non tagliare i tassi per niente  avrebbe provocato una crisi esplosiva e immediata; ma non c’è stato nessuno sforzo di anticipare la parabola [dei mercati] e nessun messaggio-segnale  che lasciasse intendere cosa farà domani. E, ci si poteva scommettere, i rendimenti sui titoli di stato, gli spreads, si sono subito ricollocati nell’area del crollo”.

   Quelli spagnoli (Agenzia Bloomberg, 5.7.2012, Carta interattiva dei rendimenti dei Bonos di stato spagnoli: per i decennali, si tratta del 6,776%, più di un punto secco, dal 5,71 del giorno prima e vanno meglio, ma sempre parecchio peggio, anche i BoT italiani http://www.bloomberg.com/quote/GSPG10YR:IND/chart). E, questo dopo, nelle ore immediatamente seguenti l’uscita di Draghi, allo 0,25% di sforbiciata della BCE ai tassi dell’eurozona… Insomma, troppo poco al solito, anche se forse non era troppo tardi stavolta.

Perché “L’euro si potrebbe anche salvare, ma visto come si muovono questi – anche e perfino chi, come Draghi, è uno di cui Krugman ha qualche stima – dubito sul serio che lo sarà”. E insiste, solo due giorni dopo, citando invece uno che lui considera un imbecille totale, il membro francese della presidenza BCE, Benoît Coeuré, nominato da Sarkozy a gennaio scorso, che all’insistenza con cui si chiede alla Banca di comprare titoli di Stato europei, risponde che, certo, si può ma che “lo farà solo per ragioni di politica monetaria, non altro”. Cioè, solo se lo considererà necessario per tenere sotto controllo l’inflazione. Non per spingere la crescita…

Non ce’è niente da fare, dispera a questo punto Paul Krugman, parlando dell’ottusa cecità di questi irresponsabili: “Non c’è alcun senso di urgenza. E’ strabiliante. E le probabilità di uno sgretolamento dell’euro crescono, giorno per giorno (New York Times, 7.7.2012, ECB Death Wish, Continued Il desiderio di morte della BCE, continua http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/07/07/ecb-death-wish-continued).

●In conclusione, sempre parziale, sempre temporanea ancora, possiamo ora forse meglio completare la valutazione complessiva degli esiti del vertice europeo: anche se non è che resti da dire proprio molto di nuovo. Con la riserva che abbiamo appena finito di riportare da parte del Nobel dell’Economia che ha detto – e scusate se è poco: questo al limite più del Nobel stesso – quel  che sarebbe successo, quando sarebbe successo e come contro i venti e le maree degli altri ‘presunti esperti’.

Sì, ha vinto Monti e ha perso la Merkel… ma alla fine qual che ha vinto Monti, per Grecia, Spagna e forse Portogallo – lui dice che al momento non è per l’Italia – è stato garantito un paracadute per impedire agli spreads dei loro deboli titoli pubblici di precipitare sotto l’assalto della speculazione – anche se bisognerà poi verificarne l’effettiva tenuta – ma sul piano delle misure per la crescita oltre a qualche bla-bla, da una decina di miliardi veri e non di più, sulle cose che servirebbero a un rilancio vero, come sugli eurobonds o la Tobin tax che frenerebbe almeno un po’, tassandole, le speculazioni finanziarie, ancora non c’è proprio niente…

Anche perche, precisamente smentendo quello che aveva sempre detto la Kanzlerin germanica, adesso, una volta stabilito il meccanismo di vigilanza – e, sempre contro la sua volontà, con l’esclusione del FMI – al Meccanismo europeo di stabilità (ESM) verrà sottratta la qualifica di creditore privilegiato che rimette così tutti i creditori un po’ alla apri e conferita la facoltà di finanziare direttamente non solo gli Stati ma anche le banche intervenendo a contenere rendimenti e spread dei paesi che hanno avviato il loro percorso di risanamento finanziario a cui si sono impegnati.

Ha detto quell’anima piatta di Renato Brunetta, che sbava ormai solo fiele nella sua ennesima cupio dissolvi da quando l’hanno cacciato via dal suo strapuntino al potere, che Monti al vertice ha ottenuto “il massimo del minimo”:  per dirla semplice, una brunettata =, cioè, a una ca**ata… Ma come capita, forse con un qualche spunto di verità… in quel che dice perfino lui. Solo che, come al solito, lui la luna non la vede mai. Vede sempre e solo il suo, e nostro, gracile dito.

E’ vero, infatti, che quel dito è in suppurazione e fa molto male e che non avevamo torto quando, chiudevamo l’ultima nostra Nota congiunturale no. 7-2012, l’ultimo giorno di giugno, cioè addirittura un mese prima del vertice, dicendo che, secondo noi, “queste misure, purtroppo, non basteranno...”. Perché davvero erano necessari almeno, per cominciare, gli eurobonds – che per ora non ci saranno – e che, al dunque, serve il salto di volontà politica degli Stati, o almeno di chi tra loro ci sta, per conferire alla BCE la qualità e i poteri che la facciano diventare una vera e propria Banca centrale, prestatrice anche di ultima istanza.

 Perché – questo non lo ha lasciato a verbale ma l’ha detto a latere – se non troviamo il modo di aiutare a ritrovare proprio e anche la loro competitività non manterranno più quella che serve loro a  mantenere capacità di consumare manufatti e esportazioni tedesche e se va avanti così lo dovremmo scontare, in termini di produzione, occupazione e reddito, anche e presto, proprio noi…

Insomma, forse, stavolta ha ragione sul serio la televisione pubblica tedesca quando commenta a mezza bocca – solo qualche ora dopo la doppietta di Balotelli alla Germania – che stavolta “Merkel ha dovuto cedere lo scettro delle decisioni a Monti (ADR TV, Arbeitsgemeinschaft der Rundfunkanstalten Deutschlands, 29.6.2012, TagescchauNotiziario 20:00  Deutschland sagt Ja zu Euro-VerträgenLa Germania dice di sì ai titoli in euro http://www.tagesschau.de/inland/bundestag660.html), più che a Hollande poi…

E ha ragione l’estrema sintesi del NYT, con “Mario Monti che emerge dal vertice europeo come il capofila delle forze che spingono per la crescita, capace di forzare la Cancelliera tedesca Angela Merkel a sbattere la palpebre per prima(New York Times, 29.6.2012, R. Donadio e N. Kulish, Italy’s Prime Minister Nudges German Chancellor Toward Growth Il  Primo ministro italiano spinge la cancelliera tedesca nella direzione della crescita http://www.nytimes.com/2012/06/30/world/europe/italys-prime-minister-monti-nudges-germanys-merk el-toward-growth.html?ref=global-home).

Sic non transit, se lo sarà stata davvero, gloria mundi. Perché ancora, dopo un mese, visti i tempi di tutti in Europa, compresi i tedeschi, dello scudo anti-spread non si vede neanche l’ombra e si devono invece verso fine mese le vendette dello spread, proprio su Italia e Spagna… Se no la medaglia del Super-Mario, malgrado i ditirambici titoli della stampa internazionale, resterebbe da sola a Mario Balotelli, lui sì che la Germania l’ha davvero schiantata…

Ma in ogni caso – non da solo, certo, ma lui anzitutto – anche Mario Monti pare proprio che abbia costretto la Merkel, la sera del 29, a dire chiaro e tondissimo al Bundestag, e finalmente così per la prima volta che “Per mantenere il nostro benessere – nostro tedesco – serve qualcosa in più delle finanze solide, è necessario puntare anche sulla capacità competitiva dell’eurozona”. E’ la prima volta che parole tanto chiare, da quella bocca sono state rivolte (Il Foglio, 30.6.2012, Bollettino della crisi http://www.ilfoglio.it/soloqui/14030) a quella Assemblea...

Il problema è anche da vedere cosa succede, adesso, ai processi di ratifica ancora da completare: quelli parlamentari in sospeso, anzitutto, a cominciare proprio da quello tedesco; …e, poi, alle ratifiche finali, mica tutte scontate come quella nostrana, delle varie Corti costituzionali. Intanto è proprio, e per prima, la Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe – la Bundesverfassungsgericht , che eprfino loro sentono il bisogno di menzionare con l’acronimo di BVerfGche – sta rallentando il processo.

S’è infatti, contro la richiesta avanzata dal governo, riservata e senza neanche fissarsi una scadenza (poi però precisata: entro settembre) di esaminare e decidere sulle riserve contrarie all’accettazione dell’ESM, il meccanismo europeo di stabilità che hanno votato al vertice europeo di fine giugno e contro il quale in Germania si vanno pronunciando in parecchi.

Intanto, è stato sminuito in semplice teleconferenza il vertice dell’Eurogruppo del 20 luglio che (in queste condizioni: e non solo per responsabilità dei tedeschi) non sarebbe stato in grado di rendere operativo l’accordo sul cosiddetto “scudo anti-spread” che aveva visto “vincere” Monti contro Merkel). Alla fine, vedrete, l’ESM dovrà essere profondamente cambiato e limitato, accorciandole la portata senza diroccare del tutto il castello laboriosamente e arditamente messo in piedi da Merkel sotto il nome, più complessivo, di “fiscal compact”. Soprattutto l’obbligo al pareggio di bilancio degli Stati dell’eurozona messo in Costituzione e contro il quale adesso si pronuncia, proprio affossandolo, anche e addirittura il presidente francese Hollande –(The Economist, 13.7.2012).

E, infine (infine?), è da vedere cosa ne penseranno i mercati, dopo che tanto per cominciare i governi di Olanda e Finlandia, tra i paesi dell’eurozona che pure avevano votato l’accordo, dicono che ci hanno ripensato, non ci stanno più (se no, coi governi traballanti di coalizione che si ritrovano, crollano subito) e bloccheranno i nuovi poteri da dare all’ESM: ma non hanno i voti sufficienti per farlo.

E, infatti, poi alla riunione dell’Eurogruppo dove la decisione viene puntualizzata e diventa esecutiva, si arrendono. Infine, bisognerà anche vedere, poi, se i governi trovano o no il coraggio di domare i mercati,  lavorando insieme— ché di questo, alla fine, si tratta. O come molti di loro, la Germania in fondo per prima, sembrano restare convinti – ormai magari anche un po’ disperatamente – che invece bisognerebbe lasciarli fare, ai mercati: liberamente.

In realtà, il vero ridimensionamento subìto dalla Merkel, e con lei dalla Germania, al vertice di fine giugno si concretizza e si manifesta urbe et orbi, agli occhi dei sacerdoti del capitale e del capitalismo, un mese dopo quando, quasi a fine luglio, Moody’s – la  solita agenzia internazionale, cioè americana, di rating che aveva già infierito qualche giorno prima sui titoli di Stato italiani – riduce pesantemente la sua valutazione dello status dell’economia stessa della Germania.

Resta solida ma, insieme a quella dei due altri paesi supervirtuosi d’Europa, Olanda e Lussemburgo – sentenzia: e finché glielo lasciano fare continuerà a farlo – va vista con prospezione negativa perché – a modo suo coerentemente e conseguentemente – decide che, ormai, c’è un rischio concreto per il loro essersi assunto il compito di sostenere le economie di tanti paesi più deboli… Insomma, per il contagio dal quale sono toccate dovendo farsi carico comunque anche loro, e forse loro soprattutto, “dei costi di puntellare la Spagna e anche, possibilmente, l’Italia(New York Times, 24.7.2012, J. Ewing, Germany Under Cloud for Euro Zone Woes La Germania sotto l’ombra dei guai dell’eurozona http://www.nytimes.com/2012/07/25/business/global/daily-euro-zone-watch.html?ref=global-home).

Moody’s, allo stesso tempo, però, risparmia dal suo downgrade la Finlandia – e proprio a causa della sua riluttanza ad impegnarsi proporzionalmente in Europa, maggiore anche e perfino di quella tedesca, olandese e lussemburghese. Le riconferma così il rating della tripla AAA, riconoscendole che gli accordi bilaterali con la Spagna e la Grecia (per la sua parte Helsinki ha preteso che Atene e Madrid mettano a sua disposizione i propri titoli a copertura collaterale e a scudo rispetto alla perdita, eventuale, della sua parte di credito).

Moody’s constata, anche, che il sistema bancario di dimensioni ridotte e orientato soprattutto al sostegno dell’economia interna, così come la sua rigorosa politica fiscale, siano anch’esse un forte vantaggio e giustifichino il mantenimento del voto che le viene così confermato, insieme – questa è la differenza con tedeschi, lussemburghesi e olandesi, adesso – alla previsione stabile, positiva invece che negativa… (The Wall Street Journal, 24.7.2012, D. Wall, Finland Pleased with Moody’s Ratings Outlook; No Room for Complacency, Though La Finlandia soddisfatta dalle valutazioni di Moody’s sulle sue previsioni finanziarie: ma non c’è posto per nessun autocompiacimento http://online.wsj.com/article/BT-CO-20120724-708999.html).        

Riferisce, però, l’articolo appena citato del giudizio – che si aggiunge a quello di chi come i grandi economisti che abbiamo spesso citato e qui ancora citiamo – della necessità ormai inderogabile per i paesi con le economie più robuste “di accettare un sacrificio a breve in assenza del quale, di una risposta collettiva e costruttiva, l’euro si disintegrerà”: pena a questo punto – sospetta e calcola l’Institute for New Economic Thinking—l’Istituto per un Nuovo Pensiero Economico, sostenuto dalla Fondazione George Soros una possibile, probabile – “frantumazione della moneta unica dai costi incalcolabili(INET, 23.7.2012, Council on the Euro Zone Crisis. Breaking the Deadlock: A Path Out of the Crisis Rompere lo stallo: un percorso per uscire dalla crisi http://ineteconomics.org/sites/inet.civicactions. net/files/INET%20Council%20on%20the%20Euro%20Zone%20Crisis%20-%2023-7-12.pdf).

Fa notare Paul Krugman – preoccupato, ovviamente, come accenna anche e molto della dimensione politica globale della crisi e delle conseguenze della crisi in Europa (qualcosa che i nostri moderati governanti di centro – centro-destra ma anche centro-sinistra – sembrano cogliere tanto poco da non dargli rilievo – che “se le politiche europee falliscono disastrosamente – e sta diventando pressoché ormai una certezza – l’effetto sarà quello di screditare il concetto stesso di centro in politica, lasciando la destra e la sinistra radicali come gli unici attori politici non contaminati dal fallimento. E non è quello che sta succedendo in Grecia, in Spagna, anche in Italia…, no?

   Difficile capire come andrà a finire, ma di qui a pochi anni – se tutti vanno avanti così, come li chiama INET: come sonnambuli… – l’Europa potrebbe essere diventata un posto molto diverso dalla bella alleanza di nazioni democratiche che conosciamo e amiamo(New York Times, 25.7.2012,  P. Krugman, The Radicalizing Effect of Euro Disaster L’effetto di radicalizzazione [politica] del disastro dell’euro http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/07/25/the-radicalizing-effect-of-euro-disaster).

Già… ma di questo si tratta: se questi – da noi, vogliono provare a pensarci certi compagni e amici del centro-sinistra? – non sono sonnambuli, sono proprio tanti addormentati nel bosco… che ci stanno spingendo tutti come un branco dentro al burrone.

●L’eurozona, in ogni caso, è in netta frenata: rileva quello che, di fatto, è il centro Studi e ricerche economiche ufficiale del mondo dei paesi ricchi (gli azionisti sono i suoi 34 governi), l’OCSE (OECD/OCSE, presentazione 9.7.2012 del Segretario generale, A. Gurria, Composite leading indicators, 7.2012— Indicatori principali compositi http://www.oecd.org/document/46/0,3746,en_21571361_44315115_50684398_1_1_1 _1,00.html) attesta che il superindice dell’attività economica dei paesi industrializzati suoi membri è sceso globalmente da 100,4 a 100,3 ma fa notare soprattutto che è calato proprio nell’eurozona, dove tutti i paesi sono al di sotto della soglia di 100.

E, lo stesso giorno, il Fondo monetario (meno pessimista del confindustriale Squinzi che, appena il giorno dopo, parla addirittura di un -2,4%) conferma che il PIL dell’Italia calerà ancora quest’anno dell’1,9% (FMI, 10.7.2012, Italy/Economic Review, Article IV Consultations: Reforms Key to Italy’s Efforts to Outgrow Crisis [sono le conclusioni dell’ultimo rapporto della consultazione – più precisamente, dell’ispezione] degli inviati del Fondo sullo stato dell’economia italiana: e insiste a dire – ispezione di tecnici su un governo di tecnici… – che] Le riforme sono la chiave per gli sforzi dell’Italia di crescere oltre la sua crisi http://www.imf.org/external/ pubs/ft/scr/2012/cr12167.pdf).

Cioè, che l’unica maniera per l’Italia di andare oltre la crisi è liberalizzare, tagliare welfare e licenziare più facilmente per assumere – assicurano come Fornero e come Monti, no?, come tutti i neo-liberisti ripetono da anni senza aver mai dimostrato che in nessun luogo la ricetta al dunque funzioni…

Sale peraltro non nel numero assoluto, ma nel tasso di crescita delle esportazioni, la Germania (a maggio +3,9% su aprile, con un trend che vede crescere rispetto ai paesi dell’Unione quello dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India e Cina) mentre però aumenta al 6,3% il tasso dell’import.

E cresce dovunque in Europa la disoccupazione che tocca, ormai, l’11,3% della forza lavoro, ben 47 milioni di senza lavoro forzato, con l’Italia che si distingue non per numero assoluto, certo, ma per la percentuale – in ogni caso davvero allarmante – che vede tra i giovani addirittura un disoccupato pieno su tre, e uno su due se coi disoccupati contate anche quanti riescono a essere solo, e per anni, precari (lo documenta sempre l’OCSE/OECD, presentazione 10.7.2012 del Segretario generale, A. Gurria, Employment: high jobless rates continuing - more must be done urgently to boost job creation and help jobseekers—  Occupazione: continuano alti livelli di disoccupazione – c’è da fare di più e con urgenza per creare nuovo lavoro e aiutare chi lo cerca http://www.oecd.org/document/10/0,3746,en _21571361_44315115_50681994_1_1_1_1,00.html).

Anche la cosiddetta fiducia nell’economia cala per il quarto mese consecutivo nell’Unione europea, a livello 87,9 dall’89,9 di giugno, con la fiducia nell’industria che, nello stesso periodo, da -12,8 va ancora più giù a -15 e quella dei consumatori che, sempre a luglio, cala a -21,5 dal -19,8 di giugno (Forex.com, 30.7.2012, Eurozone Economic Confidence Continues to Fall Continua a scendere la fiducia economica dell’eurozona ▬ http://forex.tradingcharts.com/international_financial_news/eurozone_economic_confi dence_continues_fall_07302012_0318.html).

 ●Intanto, mentre si apprestava a riunirsi ancora una volta – e probabilmente per l’ennesima, inutile, volta – l’Eurogruppo dei ministri delle Finanze, l’11 luglio arriva la prima richiesta ufficiale dal nuovo governo di destra che, in Grecia, ha vinto le elezioni formandosi poi in comunella e coalizione coi socialdemocratici e che, come prevedibile e anche previsto, si comporta tal quale a come avrebbe fatto la sinistra che le elezioni le ha vinte ma al governo non è entrata…

Ma, invece di chiedere la cancellazione del debito come aveva annunciato Syriza, la coalizione della sinistra radicale ma anche europeista, ha chiesto “soltanto” di avere più tempo per riuscire a pagarlo… Solo che a Bruxelles e a Washington e sui mercati, non ci crede nessuno…

Il primo ministro Antonis Samaras, e il nuovo ministro degli Esteri, Yannis Stournaras, si sono infatti appellati a UE e FMI per ottenere una dilazione di almeno due anni sul programma già concordato di rimborsi dei greci ai creditori pubblici. La Grecia ha detto che intende restare nell’eurozona e onorare tutti i suoi impegni: ma, ha lasciato sensatamente capire, bisogna aiutarla a sopravvivere se si vuole anche che resti viva e possa, quindi, anche ripagare i suoi debiti.

E Samaras ha anche promesso l’accelerazione delle privatizzazioni e la fusione di diversi enti di Stato entro la fine di quest’anno (Yahoo!Finance, 7.7.2012, Agenzia AFP, Greek Finance minister seeks more time to meet loan terms Il ministro delle Finanze della Grecia chiede più tempo per far fronte ai termini dei prestiti ricevuti http://ca.finance.yahoo.com/news/greek-finance-minister-asks-more-204745654.html).

Al primo ministro, Mariano Rajoy, che giura di spremere altri 65 miliardi di € di tagli dal bilancio dei prossimi tre anni e aumenta l’IVA – dal 18 al 21% – proprio quanto aveva “lo más firmemente” escluso per vincere le elezioni – l’EUROFIN  subito concede l’esborso dei 30 miliardi di € necessari, come si sarebbe detto una volta a comprarci le cambiali per rinnovarle e l’estensione di un anno della loro scadenza. Anche il rientro nel 3% del deficit/PIL è così postergato di un anno;  e se restano moltissimi dubbi, coi finlandesi, al solito, i più sinceri o, se volete, i più spudorati, nell’enunciarli a alta voce, alla fine firmano anche loro il rinnovo.

Il fatto è che Rajoy ha investito troppo ormai, la sua stessa sopravvivenza politica – proprio come prima di lui aveva fatto il socialista Zapatero, bruciandosi inutilmente – per potersi permettere di non affidarsi più alle buone grazie di Bruxelles, Francoforte, Lussemburgo e del FMI… ma è un fatto anche che la sua stessa sopravvivenza politica gli viene assicurata proprio poco dalle violente e sacrosante dimostrazioni di piazza che, ad esempio, il taglio alle pensioni in essere oltre che a quelle avvenire sta provocando…

Sul fronte greco, in arrivo intanto la temuta visita della troika di ispettori di FMI, UE e BCE. E, all’immediata vigilia, il premier Antonis Samaras prevede ed annuncia che quest’anno l’economia ellenica potrebbe ancora ridursi di un altro 7% di PIL. Nel 2013 si potrà – dice – solo contenere il calo,  mentre – forse, ipotizza  – che nel 2014 si potrà dar inizio a un po’ di limitata ripresa (Reuters, 24.7.2012, D. Kyriakidou, Troika inspectors back on make-or-break Greek visit La troika di nuovo in arrivo per l’ispezione dell’o-la-va-o-la-spacca sulla Grecia http://in.reuters.com/article/2012/07/24/greece-troika-idINL6E8IO9 BR20120724).

Non sembra esserci alcun riscontro, positivo, però dalla troika, al contrario di quel che capita alla Spagna che ha presentato analoga richiesta. Ai greci, il presidente della Commissione Barroso che per la prima volta visita Atene di persona, lancia un messaggio di quelli arcigni, ma anche del tutto superflui a questo punto: la Grecia, dice al premier Antonis Samaras, ha forse un paio di settimane per persuadere i creditori di poter rimettersi su un percorso virtuoso e credibile di riforma. Come se fosse, ormai, una questione di volontà del governo greco e non, invece, della tollerabilità per i cittadini del cumulo di inutili sacrifici oltre quelli già fatti senza alcun risultato.  

Perché ammonisce – anche spingendosi oltre i limiti del suo mandato, forse – se l’ultimo progetto ellenico di ulteriori tagli per 14,5 miliardi di € nel prossimo biennio annunciato dal governo e voluto da Bruxelles non sarà giudicato realistico, la prossima rata di versamento del “salvataggio” (da 31,2 miliardi di €) non verrebbe versata e il risultato (la non ricapitalizzazione delle banche in sofferenza e le interruzione del credito a imprese e famiglie) potrebbe essere per la Grecia l’uscita dall’euro… un “exit” della Grecia dall’euro potrebbe essere questione di settimane (The Economist, 27.7.2012, Is “Grexit” at hand? Ma l’uscita della Grecia dall’euro è a portata di mano? http://www.economist.com /node/21559660)...

E  per l’Europa, però – solo che il frolloccone non sembra esserne neanche avvertito – sarebbe , hai voglia a dire, il fallimento dell’euro stesso: il principio davvero della fine, perché toccherebbe subito a Spagna ed Italia… A meno che scatti il barrage difensivo della BCE e della UE, capace di sderenare speculazione e mercati… Ma dovrebbero sparare insieme tutte le batterie di Bruxelles e Francoforte, dopo aver identificato con precisione il bersaglio – il mercato e il suo libero gioco – e all’unisono tutti e subito, non solo qualche strumento e, magari, anche a rate…

●E sempre il fatto è che, se chi fa i titoli dei giornali fosse gente seria, il titolo giusto di questi giorni in Spagna ma anche, per questo, in Grecia, in Italia – non sarebbe, come ci raccontano tutti, o quasi, in Spagna, in Italia, in Grecia, che i rispettivi governi si stanno impegnando ad aumentare l’austerità per tener fede alle disposizioni europee e a quelle delle autorità monetarie e economiche, ma semplicemente e veritieramente, che si stanno impegnando – che si sono impegnati – a aumentare la disoccupazione e, ancora di più di quanto sia, la povertà tra i concittadini.

Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica la disoccupazione in Spagna sale nel secondo trimestre al 24,63% della forza lavoro, dal 24,4 che era nel precedente: e sono più di 5,7 milioni i senza lavoro “ufficiali”, in marcia verso i 6 milioni. Tra i giovani fino a 25 anni, la disoccupazione nello stesso periodo è ormai salita dal 52 al 53%: il doppio della media UE e il tasso più elevato ormai nell’eurozona. E siamo ormai, a meno di un intervento miracolistico di cui nessuno però scorge il possibile autore, alla vigilia dell’esplosione sociale. E politica…

Anche per tutta l’eurozona, dati pessimi sulla disoccupazione: l’EUROSTAT informa che il tasso di disoccupazione per i 17 dell’euro in termini destagionalizzati è a giugno all’11,2% (meno 0,1% dalla stima già citata dell’OCSE), molto più in alto comunque del 10 dell’anno prima. Sono 25,1 i milioni di disoccupati e disoccupate nell’Unione e di essi 17,8 sono quelli solo dell’eurozona (EUROSTAT, 31.7.2012, Euro area unemployment rate at 11.2% Il tasso di disoccupazione dell’eurozona all’11,2% http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-31072012-BP/EN/3-31072012-BP-EN.PDF).

Pure più che di questo, a Francoforte e a Bruxelles, sembrano ancora ossessionati – gli gnorri – dal fatto che il tasso medio di inflazione nell’area dell’euro è appena un po’ sopra al 2% – che le pandette tedesche avevano decretato, senza alcuna ragione oggettiva, ma solo perché volevano così, dover essere quello giusto – al 2,45% (EUROSTAT, 31.7.2011, Euro area inflation at 2,45% L’inflazione nell’eurozona al 2,45% http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-31072012-AP/EN/2-31072012-AP-EN.PDF).

Di questo si tratta. E – la vogliamo dite tutta, proprio tutta – lasciandogli solo l’alibi che non se ne rendono ancora conto – che così stanno spianando con cura la strada al fascismo. In contesti – Italia, Spagna e Grecia – dove esso, il fascismo, è già ben conosciuto – e dove almeno in Italia già si ripresenta il Rieccolo, cavaliere di Lambrate e di Arcore… Così come del resto, non lo capisce – ma non potrà proprio  capirlo mai, per la natura sua, quella della bestia – Moody’s.

Che, a metà mese, in effetti il 12 luglio sferra la sua offensiva, in notturna, e alla vigilia immediata di un’asta dei BtP decennali italiani abbassandone, in coincidenza e insieme di due tacche, da A3 a Baa2, il rating ammonendo che potrebbe ancora abbassarlo se continuasse il deteriorarsi – dice – le prospettive economiche del paese e persistessero le difficoltà che ha nel far passare quelle che, d’accordo con Monti, chiama le “riforme”.

Constata, inoltre, che l’accesso dell’Italia ai mercati e, in specie, a quello del debito pubblico si fa più “ristretto”, che il paese ha bisogno – dice in disaccordo, qui, con Monti – di assistenza estera e che il rating del suo debito sovrano potrebbe ancora venir deprezzato (Moody’s Investors Service, 13.7.2012, Downgrade of Italy's government bond rating while maintaining negative outlook— Svalutazione dei titoli del debito italiano e mantenimento delle prospettive negative  (testo integrale, http://www.moodys.com/research/Moodys-downgrades-Italys-government-bond-rating-to-Baa2-from-A3--PR_250567).

Spiega l’interpretazione, anche maligna al solito (di The Economist, 19.7.2012), che “la mossa annunciata da Berlusconi di volere, come dice lui, riscendere in campo aggiunge un nuovo elemento di incertezza sul carico di volatilità politica che costituisce una delle ragioni citate esplicitamente da Moody’s quando adesso svaluta il rating del debito sovrano del paese di ben due punti”…

Eh, già…

Sale lo spread, subito, e si alza la solita lamentela, più vasta del solito stavolta però, contro la bizzarria del muoversi di queste agenzie: mentre si conclude, col rinvio a giudizio la prima indagine della procura di Trani sull’operato proprio di Moody’s accusata di “manipolare” e “turbare” i mercati e Monti improvvidamente, oltre che piuttosto stupidamente sostiene – a dire il vero due giorni prima ma con un tempismo bizzarro – che se lo spread sale la colpa non è sua che non riesce a rilanciare la crescita è di chi critica il suo governo…, sindacato e anche, soprattutto forse, data la natura della bestia, per Confindustria, Squinzi…

Ma tant’è… Stavolta, almeno nell’immediato, pare che gli effetti disastrosi di Moody’s non riescano a mordere come al solito sui mercati… Difficile che abbiano imparato, però… In ogni caso, volete scommettere che alla fine tutti e ciascuno (dal governo italiano, a quello tedesco, alla Commissione) quelli che all’unisono hanno chiamato sbagliata e irresponsabile la valutazione dell’agenzia americana— un istituto “privato” e “indipendente” di ricerca e di studi che emette quello che formalmente è solo un parere, appunto, “privato”) ma se le faranno sotto senza osare far niente per mettere fuori legge quello che chiamano il termometro, magari un po’ truccato, dei mercati. Perché al fondo sono tutti d’accordo, no?, sul fatto che i mercati sono sempre sovrani… E’ il capitalismo, ragazzi! Non conta il voto né parlamentare né popolare. Conta il voto che danno i mercati: cioè Moody’s, sì!

● “Timeo Danaos et dona ferentes”: ma soprattutto… (vignetta)

Al ministero federale delle Finanze: No, non è più sufficiente,

signorina Zimmermann – oggi, al contrario di ieri a Troia,

non basta stare attenti ai greci dona ferentes che portano doni[7]

ma anche ai greci dona petentes che ve li chiedono, i doni

    

 

Fonte: Baloo, Rex-May

●S’era già accennato che Cipro intendeva chiedere aiuto all’ Europa e, anche, alla… Russia, a pochi giorni dal suo primo, amarissimo accesso per la turnazione semestrale usuale alla presidenza dell’Unione europea (la prima volta, dall’inizio della crisi, in cui la presidenza dell’Unione viene assunta da un paese che deve ricorrere ai fondi di salvataggio per cercare di uscire dai guai di bilancio e di debito).

E, il 25 giugno, lo ha fatto: lo stesso giorno in cui la Spagna chiedeva, all’UE stessa, 100 miliardi di € per salvarsi le banche, il governo cipriota (popolazione, appena, 800.000 abitanti e PIL di appena 18 miliardi di €), ne domandava l’intervento anche per rimettere in piedi le sue banche. E così, con Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna salgono a cinque i paesi (i vecchi PIGS: manca solo l’Italia) sui 17 dell’eurozona che hanno chiesto gli aiuti di emergenza.

E, però, anche se Cipro l’anno scorso ha sfondato del doppio consentito dal trattato di Maastricht il  deficit/PIL (al 6,3%) e anche il debito/PIL (invece del 60%, il 72: comunque uno degli eccessi più contenuti tra i 17 stessi), forse è opportuno ricordare – contro la tesi tedesca, e merkeliana in specie, del peccato originale, weberianamente inteso, del deficit spending come origine, appunto peccaminosa, della crisi dell’euro – che quando l’isola spaccata in due nella sua parte sovrana di lingua ellenica sì è unita all’eurozona – e era l’ultimo anno prima della crisi – o a crisi appena iniziata, aveva credenziali di rigore assolutamente impeccabili: un avanzo di bilancio addirittura del 3,5% e un debito/PIL perfino al di sotto del 60, al 59%.

Adesso il ricorso all’ESM potrebbe forse essere del 10% del PIL cipriota: comunque, sì e no, neanche 10 miliardi che, poi, intaccherebbero appena i 500 miliardi di € oggi disponibili all’ESM… La verità è stata la ristrutturazione di buona parte del debito greco adesso, a marzo, a inguaiare di brutto le banche di Cipro, pesantemente esposte su quel fronte, che ha visto Nicosia, ormai incapace di  trovare accesso come si dice “a condizioni umane” ai mercati finanziari, ricorrere a prestiti a tassi davvero contenuti, trovandoli solo in un credito dei russi a 2,5 miliardi di €.

E, ora, dice fuori dai denti Demetris Christofias, presidente cipriota (vecchio comunista non pentito) in conferenza stampa di presentazione del semestre di presidenza cipriota della UE, condotta a fianco del presidente della Commissione Barroso, le condizioni di credito che ci offre la Russia sono migliori assai di quelle che ci sta proponendo l’Unione: in effetti, Mosca non pone condizioni e si accontenta (per ragioni politiche? gli chiedono— e lui “forse, ma non me ne frega niente! per Cipro vanno benissimo”),

I commenti del presidente sono stati accolti con grande freddezza da José Manuel Barroso: ha risposto, scegliendo inusualmente il confronto diretto – dopotutto, Christofias non è mica la Merkel! – che “paesi nella stessa condizione di Cipro dovrebbero accettare il pacchetto pieno dei programmi di salvataggio europei, condizioni comprese, anche se e quando potessero altrimenti far ricorso ad aiuti offerti ad altri paesi a condizioni anche migliori”…

C’è stato un momento di imbarazzo del tutto evidente, quando a questo punto Christofias, anche qui scavalcando le norme usuali del cerimoniale, ha semplicemente, guardandolo dritto, chiesto a  Barroso “e perché?”, lasciandolo completamente basito. Come al solito l’uomo di Lisbona prestato a Bruxelles ha parlato un po’ a vanvera, infilandosi come si dice e gli capita spesso un piede in bocca, perché non trovato il modo se non farfugliare di solidarietà, senza alcun tentativo concreto di una spiegazione efficace: appunto, semplicemente, non è riuscito a spiegare perché… (New York Times, 6.7.12, J. Kanter, Cyprus Leader Discusses Aid From Outside the European Union Il leader cipriota discute g li aiuti che possono arrivare dal di fuori dell’Unione europea http://www.nytimes.com/2012/07/07/business/global/cyprus-seeking-aid-says-greek-bailout-damaged-banking-sector.html).

Come nell’eurozona per Spagna e Irlanda (e ovviamente, ma altrove, Inghilterra e USA) anche Cipro ha un tasso elevatissimo di esposizione debitoria verso i privati (debito delle famiglie e delle imprese non finanziarie) ed è, in termini di PIL, il secondo tasso più alto dell’eurozona e anche dell’Unione a 27 nel suo complesso. E’ quel che fragilizza l’economia dell’isola, ne deprime produzione e tasso di occupazione, mette a rischio la possibilità di cittadini, famiglie, imprese, delle banche e dello Stato stesso di onorare i debiti.

Con la recessione del 2009, qui c’è stato l’alt a 35 anni di continua crescita dell’economia, col FMI che, malgrado un qualche po’ di recupero, preconizza quest’anno una crescita ancora negativa, al -1,2%. Coi disoccupati, al 4% – condizioni pratiche di pieno impiego, cioè – nel 2008, quando entrò nell’euro, che con la crisi economica globale e in particolare  quella dell’eurozona, saliti ormai al 10%... (The Economist, 29.6.2012, A fifth bitter lemon Un quinto limone amaro: quinto come Cipro, nell’elenco dei paesi dell’eurozona – dopo Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda – che hanno chiesto, a oggi, il salvataggio europeo[8] http://www.economist.com/node/21557762).

A fine luglio, Erato Kozakou-Marcoullis, ministra degli Esteri di Cipro, incontra a Mosca l’omologo russo, Lavrov, per confermare l’accordo sul prestito di quel Paese al suo: “a fact – dice – and not a simple maybe un fatto e non un semplice vedremo”, spiega alla stampa (Famagusta Gazette/Famagosta, 22.7.2012, Cyprus FM Markoullis to meet Russian FM Lavrov La ministro degli Eteri cipriota Markoullis incontra il collega russo Lavrov http://famagusta-gazette.com/cyprus-fm-markoullis-to-meet-russian-fm-lavrov-p16109-69.htm).

L’annuncio si concentra su un punto delicato del rapporto tra Cipro e la Russia, e particolarmente oggi che Nicosia ha la presidenza semestrale dell’Unione: Marcoullis e Lavrov firmano un protocollo di intesa per avviare “consultazioni” tra i due paesi (Cipro non è nella NATO) su base permanente anche se la ministra cipriota tiene a smentire che siano stati aperti negoziati, o anche solo colloqui, per l’apertura di una base militare russa a Mari, sulla costa meridionale dell’isola, vicino a Larnaca di cui sui giornali ciprioti si era pure parlato (Ministero degli Esteri di Cipro, 26.7.2012▬ Talks with Russians concluded Conclusi i colloqui coi russi http://www.mfa.gov.cy/mfa/mfa2006.nsf/index_en/index _en?Open Document).

●Dalla Russia, invece, arriva conferma – anche se in forma qualche po’ inconsueta: dai militari, il vice ammiraglio Viktor Chirkov a capo della Flotta, e non dagli organi di governo: in parte, ma solo in parte, smentito dal ministero degli Esteri – che Mosca ha aperto una serie di negoziati e colloqui con altri paesi amici – Cuba, Vietnam, le isole Seychelles – per aprire da loro basi navali russe permanenti (Gazeta.ru, 27.7.2012, K. Solyanskaya, Russia negotiating to open naval bases in Cuba, Vietnam and Seychelles La Russia sta portando avanti negoziati per aprire sue basi navali a Cuba, in Vietnam e alle Seychelles http://en.gazeta.ru/news/2012/07/27/a_4695457.shtml).

●Putin, personalmente, a fine mese proclama, nel corso di una cerimonia che marca l’inizio di costruzione di un nuovo sottomarino di classe Borei che la Flotta russa sé in grado di proteggere e proteggerà gli interessi economici nazionali nelle regioni del grande nord Artico ricche di risorse biologiche e minerali. Il Cremlino sta mettendo insieme le risorse economiche necessarie ad assicurare capacità strategiche nucleari maggiori alla marina, con almeno otto sottomarini di classe Borei e, entro il 2020, un totale di 51 nuovi vascelli da guerra, dice Putin con tono bellicoso (Reuters, 30.7.2012, G. Bryanski, Russia to get stronger nuclear navy,Putin says— Putin dice che la Russia si doterà di una flotta nucleare più forte http://uk.reuters.com/article/2012/07/30/russia-putin-navy-idUKL6E8IUITP20120730?FeedType =RSS&feedName=rbssFinancialServicesAndRealEstateNews).

● I paesi più indebitati dell’eurozona: coi creditori privati (grafico)

Fonte: The Economist, Debito privato (escluse le imprese finanziarie) dell’eurozona, 29.6.2012

●Adesso, a maggio 2012 il dato ufficiale della disoccupazione in Europa rilevato dall’agenzia dell’Unione, l’EUROSTAT, da Lussemburgo, conferma di avere ormai raggiunto il tasso più alto dalla creazione dell’euro nel 1999 (1) EUROSTAT, 2.7.2012, #101/2012, Euro area unemployment rate at 11.1% - EU27 at 10.3%— Il tasso di disoccupazione dell’eurozona è all’11,1% - Nell’Unione a 27è al 10,3 http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITYPUBLIC/3-02072012-AP/EN/3-02072012-AP-EN.PDF); 2) New York Times, 2.7.2012,  D. Jolly,  Unemployment in Euro Zone Hits Record Highs La disoccupazione nella eurozona arriva al record di sempre http://www.nytimes.com/2012/07/03/business/global/daily-euro-zone-watch.html?hpw&pagewanted=print).

Male questo dato e male anche la produzione manifatturiera nell’eurozona, a giugno per l’undicesimo mese di seguito, con un’agenzia di ricerche specializzata che nell’inchiesta condotta regolarmente registra adesso che i managers agli acquisti del settore mostra condizioni operative che continuano a “deteriorarsi al ritmo più rapido da quasi tre anni(FactDrop, 2.7.2012 ▬ http://factdrop.blogspot.it) e male la pressione forte evidenziata, appena a tre giorni dalle misure che l’eurozona ha annunciato di rafforzamento a lungo termine dell’unione monetaria col vertice di Bruxelles, sulle finanze pubbliche della Francia (v. sotto al capitolo omonimo).

●Una delle compagnie petrolifere di Stato in Russia, la  Rosneft – una delle più grandi e forse la maggiore – ha scoperto le carte e annunciato di aver presentato la sua offerta per l’acquisto della quota messa in vendita del 50% della TNK-BP, di cui gli inglesi si vogliono liberare. Ma anche gli investitori russi privati della joint venture che possiedono l’altro 50% hanno intenzione di fare la loro offerta per lo stesso pacchetto di azioni. Ci si avvia comunque, ormai, in un caso o nell’altro, a una proprietà tutta russa (The Economist, 27.7.2012).

●Riportiamo, anche stavolta e come quasi ogni volta che vi informiamo, il giudizio che a noi pare francamente definitivo, delle’economista americano, Paul Krugman, dopo il vertice europeo di fine giugno. Purtroppo, anch’esso segnato da una visione pessimista del prossimo futuro— pessimista nel senso di chi è un competente e ben informato ottimista, però… uno che sa bene, cioè, ciò di cui parla. Ma per colpa nostra, non certo per colpa sua, di noi europei che troppo abbiamo imparato dagli americani sbagliati, a scopiazzarne analisi e premesse fasulle con conclusioni disperatamente azzardate.

Adesso scrive il Nobel dell’economia, di cui qui traduciamo lo scritto, “tornando allo stato della situazione economica disperatamente seria in cui versa ancora e sempre l’Europa, arriva come uno shock anche per quanti tra noi – economisti ne hanno seguito passo passo la storia, prendere in conto il fatto che sono passati ormai più di due anni da quando i leaders d’Europa si sono impegnati a seguire la loro strategia attuale— basata sulla nozione che austerità fiscale – di  bilancio, cioè, come si dicee ‘svalutazioni interne’ (in sostanza, tagli dei redditi del lavoro dipendente) avrebbero risolto il problema dei paesi più indebitati (New York Times, 1.7.2012, P. Krugman, Europe’s Great Illusion La grande illusione dell’Europa http://www.nytimes.com/2012/07/02/opinion/ krugman-europes-great-illusion.html).

In tutto questo tempo, questa strategia [quella che va sotto il nome di Merkel, ma che è propriamente di tutto il Consiglio europeo, dei governi cioè, della Commissione, della BCE e del Fondo monetario— per dire tutti i nomi e i cognomi che se la sono intestata: largamente appoggiati dai media convenzionalmente “corretti”] non ha dato vita a una sola storia di successo; il meglio che i difensori dell’ortodossia finanziaria e economica possono mostrare è che in un paio di piccoli Stati baltici [Lituania, Lettonia] c’è stata una qualche ripresa economica [a costi sociali immensi: cancellazione pratica dello stato sociale, sforbiciate impietose al tenore di vita della popolazione] rispetto al crollo iniziale da depressione: ma con un progresso che li lascia comunque molto, molto più poveri di quanto fossero prima della crisi.    

Nel frattempo la crisi dell’euro è diventata metastasi, s’è allargata dalla Grecia alle economie assai più grandi di Spagna e di Italia e l’Europa, nel suo complesso, sta chiaramente scivolando indietro e affondando nella recessione. Pure, la strategia – le prescrizioni di policy – che vengono da Berlino e  da Francoforte non cambiano praticamente per niente.

Un momento, mi dite— ma il vertice europeo di fine giugno non ha forse spostato qualcosa? Sì, è vero. La Germania ha dovuto mollare un po’ di terreno, concordando sia su condizioni di cerdito meno dure per l’Italia e la Spagna (ma non sull’acquisto di bonds da parte della Banca centrale europea – gli eurobondssia su un piano di salvataggio del sistema bancario privato che in effetti sembrerebbe avere qualche senso (anche se la mancanza di dettagli rende difficile dirlo con  certezza). Ma sono concessioni che restano minime rispetto alla scala dei problemi cui dovrebbero cercar di rispondere.

E, allora, di cosa ci sarebbe davvero bisogno per salvare la moneta unica europea? Quasi di certo, la risposta dovrebbe coinvolgere sia vasti acquisti di buoni del Tesoro da parte della Banca centrale, sia la sua volontà dichiarata di accettare un tasso di inflazione di qualche poco più alto [di quello medio attuale, un po’ meno del 3%]. Ma con l’avvertenza che, comunque [anche con queste ricette dopo un così grave ritardo], gran parte dell’Europa dovrebbe far fronte a una prospettiva di anni di elevati tassi di disoccupazione. Almeno, però, vedrebbe aprirsi una strada chiara per la ripresa.

Ma è in realtà molto, molto difficile vedere come potrebbe prendere corpo una tale inversione di policy. Una parte del problema è che gli ultimi due anni i politici tedeschi li hanno passati continuando a dire il falso ai loro elettori—specificamente che la crisi era colpa dei governi irresponsabili dell’Europa del Sud. Be’, per dire, in Spagna – che è adesso all’epicentro della crisi – il debito pubblico era basso [sul PIL neanche il 30% a fine 2007] e c’erano stati per anni alla vigilia della crisi stessa anche non irrilevanti avanzi primari [nel 2007, l’1,3 circa %] (e Krugman, qui , cita dati e fatti dal Financial Times – la Bibbia del mondo finanziario, ohibò! –, 25.6.2012, M. Wolf, What was Spain supposed to have done?— E che avrebbe dovuto fare la Spagna? ▬ http://blogs.ft.com/martin-wolf-exchange/ 2012/06/25/what-was-spain-supposed-to-have-done/#axzz1zOWitspa) [tutti dati assunti rigorosamente dagli annuari del FMI].

Il punto vero è che [ma sia i tedeschi che gli altri si sono sempre rifiutati di vederlo, avendo scientemente deciso di ignorare i misfatti della deregolamentazione da essi stessi, accodati a Bush e all’America, voluta del mondo finanziario internazionale] se in Spagna è scoppiata la crisi è stato l’effetto della bolla edilizia speculativa che, in quasi tutta l’Europa, Germania inclusa e di molto, le banche avevano aiutato a gonfiare. Il problema è che ora questa leggenda ha finito col creare una falsa narrativa della crisi che si erge ad ostacolo di ogni soluzione che possa concretamente, poi, funzionare.

E gli elettori disinformati non sono neanche il solo ostacolo: è che l’élite stessa deve imparare a fare i conti in Europa con la realtà così come essa è. Perché, invece, a leggere gli ultimi rapporti delle istituzioni di ‘esperti’ che hanno base in Europa – come quello appena diffuso dalla Banca dei regolamenti internazionali di Basilea  – sembra quasi di entrare in un universo alternativo dove non valgono più né le lezioni della storia né le leggi dell’aritmetica— un universo dove le regole dell’austerità funzionerebbero se sono ciascuno ci credesse per fede e in cui ciascuno tagliasse contemporaneamente le proprie spese senza con ciò, per miracolo appunto, provocare la depressione di tutta l’economia

E qui Krugman – dopo il rinvio al testo stesso del documento della BIS, 82° Rapporto annuale, 24.6.2012 ▬ http://www.bis.org/publ/arpdf/ar2012e.pdf – rimanda alla lucidissima e chirurgica autopsia che delle frescacce raccontate fideisticamente dalla “Banca di tutte le Banche centrali”, come la chiamano, fa un altro dei media che pure sono tra i più ortodossi - come The Economist, 26.6.2012, The twilight of the central banker Il tramonto del banchiere centrale, che vale la pena di leggersi, anche se è un servizio un po’ lungo, proprio completa http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2012/06/central-banks).

Dunque, l’Europa finirà col salvarsi? La posta è altissima e i leaders europei non sono, presi uno per uno ed insieme, né scemi né male intenzionati. Ma si sarebbe ben potuto dire lo stesso, credeteci o meno, dei leaders d’Europa alla vigilia della prima guerra mondiale. C’è solo da sperare che questa volta andrà diversamente”.

 

Krugman reagisce, poi, scrivendo altrove (nel suo blog sullo stesso New York Times, 3.7.2012, Peaks, Troughs, and Crisis Picchi, abissi e crisi http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/07/03/peaks-troughs-and-crisis/#h[]) della scelta che ormai tocca fare all’Europa, contro chi esalta in se e per sé i casi baltici, a prescindere dal risultato che conta, quello che succede alla gente normale, non all’1% ultraprivilegiato ma ad almeno il 90% della popolazione e polemizza, invece, col suo ormai sempre più frequente citare l’Islanda – non come un esempio ma, sì, come un caso di cui tener conto – perché si tratta solo – dicono, loro che sproloquiano di Lettonia e Lituania! – di un piccolissimo paese che esporta solo pesce e alluminio.

Fa rilevare polemicamente, Krugman, anzitutto, che uno prende i suoi esempi sempre là dove si trovano e non se li inventa e, ancor più polemicamente, che dopotutto nientepopodimeno che Milton Friedman, il guru del neo-liberismo della scuola di Chicago, aveva sostenuto il suo caso originale a favore della flessibilità dei cambi con l’esempio, credeteci o no, di quel che era succeduto a …Tangeri.

E “che proprio il caso dell’Islanda ha dimostrato quanto sia più facile affrontare i problemi posti da una svalutazione della moneta da quelli imposti, invece, dalla svalutazione interna: la compressione forzata e imposta con la sferza dell’austerità e del peso della miseria di salari, potere d’acquisto e welfare”: che altrimenti è – appunto e proprio – la scelta offerta oggi all’economia dell’Europa…

In effetti, anche un recente pezzo pieno di riserve mentali e di ammonimenti sul fatto che il caso islandese non si può facilmente ripetere è, però, costretto ad ammettere che “l’Islanda oggi ha rimborsato, in anticipo, molti dei prestiti internazionali [pubblici, molto di meno quelli privati che ha ristrutturato] che l’avevano tenuta a galla. La disoccupazione resta intorno al 6% e è in caduta. E mentre gran parte d’Europa sta lottando per tirarsi fuori dalla palude della recessione, l’economia dell’Islanda è prevista in crescita del 2,8% quest’anno (New York Times, 7.7.2012, S. Lyall, A Bruised Iceland Heals Amid Europe’s Malaise Un’Islanda ammaccata guarisce in mezzo al malessere dell’Europa http://www.nytimes.com/2012/07/08/world/europe/icelands-economy-is-mending-amid-europes-malaise.html?hpw).

●In Ucraina, proteste in piazza di forte impatto mediatico in occidente (ma poi, in realtà, di limitata durata) contro la decisione del parlamento, dove la maggioranza è del Partito delle regioni del presidente Yanukovich, di formalizzare lo status di seconda lingua ufficiale, a fianco di quella ucraina, per il russo – ma non solo, anche il polacco, ad esempio – nei territori del paese a maggioranza etnica e linguistica diversa su decisioni dei singoli governi regionali.

Il passaggio della legge ha subito provocato l’autosospensione (non propriamente le dimissioni) del presidente della Camera che così ne ha, al momento, in modo non ortodosso ma efficace, bloccato il passaggio alla firma finale del presidente della Repubblica, con l’identica tattica adottata poi da uno dei suoi vice presidenti, Mykola Tomenko, della fazione parlamentare di opposizione della Yulia Timoshenko.

Il dibattito, sempiterno, riapre la vecchia diatriba tra l’ovest del paese che centra la propria identità nel ribadire, anche a fronte del grande vicino/fratello/nemico dell’est, la Russia, questioni ideologico-simboliche – lingua, religione, integrazione europea con l’occidente del continente, statualità nazionale – e l’est che è molto più preoccupato di un’identità invece fondata su cose concrete, materiali, come un minimo garantito di sicurezza sociale anche se a scapito di qualche flessibilità di mercato e come i problemi della crescita economica.

Così, almeno, identifica l’essenza del conflitto, Serhiy Taran, direttore dell’Istituto internazionale della democrazia di Kiev. In questo contesto, la questione della lingua, del riconoscimento di una dignità ufficiale in specie al russo – vista l’intima, intricata, spesso conflittuale e cruenta ma anche spesso vicinissima identità dei due paesi (dagli anni di Pietro il Grande, con Breznev, nato lui stesso in Ucraina, Krusciov proprio ai confini con la Russia…) – assume un cratere per tutti, qui, dolente e angosciante: anche se poi quasi tutta la popolazione, qui, è di fatto bilingue (Kiev Ukraine News Blog, 8.7.2012, Language Debate Splits Ukraine Il dibattito sulla lingua spacca il paese http://news.kievukraine.info).

Intanto, informa Nicolai Azarov, primo ministro ucraino, il paese continua a sostenere la formula di cooperazione con l’Unione doganale sponsorizzata dai russi del cosiddetto 3+ 1 (Russia, Bielorussia, Kazakstan: aperta alla cooperazione con l’Ucraina, appunto), ma sta anche studiando altre proposte di Mosca.

L’idea, fortemente osteggiata dall’opposizione che a Kiev è pregiudizialmente contraria a qualsiasi accordo, ribadito o nuovo che sia, con la Russia e la Bielorussia, dice Azarov, e sta invece prendendo piede anche e proprio perché i cittadini vedono bene la strumentalità dell’opposizione che continua semplicemente a ripetere di preferire l’adesione all’Unione europea: ch purtroppo, però, dell’Ucraina non ne vuole proprio sapere (Kyiv Post, 26.7.2012, Azarov: Ukraine wants to work with Customs Union L’Ucraina vuole lavorare con l’Unione doganale http://www.kyivpost.com/content/politics/azarov-ukraine-wants-to-work-with-customs-union.html).

Per la seconda volta negli ultimi anni (nel 2007 fallirono) una maggioranza di deputati (256 a 114) in Romania ha messo sotto accusa, sotto impeachmentcome ormai diciamo copiando anche in questo gli Stati Uniti – e, intanto, temporaneamente ha fatto decadere dalla carica il presidente della Repubblica, Traian Basescu. E ancora una volta come da costituzione, alla fine deciderà sulla sorte di Basescu, un referendum popolare, il prossimo 29 luglio (New York Times, 6.7.2012 (/A.P.), Romanian Lawmakers Vote to Impeach President I legislatori romeni votano per mettere sotto accusa il presidente ▬  http://www.nytimes.com/aponline/2012/07/06/world/europe/ap-eu-romania-politics.html?partner=rss&emc=rss).

Da allora però, la sua popolarità è scesa assai e il nuovo governo di Victor Ponta aveva anche cambiato – in maniera assai discutibile, e discussa – la legge per cui ora, per estrometterlo dalla presidenza, dovrebbe bastare una maggioranza anche relativa e non più assoluta di voti popolari…

Basescu, un uomo di centro-destra, è un capo dello Stato molto assertivo e autoritario, che da una carica quasi cerimoniale cerca di far passare la sua linea contro quella del governo di Ponta e è deciso a non mollare prima della scadenza del 2014. Basescu è più figlio del vecchio sistema comunista, anche se convertito da tempo al monetarismo e alle ricette “austere” della destra, austere coi poveri si capisce, rispetto al primo ministro che è uomo di centro-sinistra, la cui elezione è sfalsata nel tempo rispetto alle presidenziali.

Ma anche se, in parlamento, lui è in minoranza e, forse, potrebbe esserlo anche nel paese, dei due – Ponta e Basescu – è quest’ultimo ad essere eletto dal voto popolare diretto. Però, francamente, la forzatura sul piano giuridico sembra tutta dalla parte del governo di Ponta… E, in effetti, subito dopo la Corte costituzionale decide che per la validità del referendum di rimozione del presidente della Repubblica resta valida sempre la vecchia percentuale assoluta, non quella nuova architettata dalla maggioranza parlamentare (The Economist, 13.7.2012).

In effetti, il governo è stato anche “ripreso”, in punta di diritto – dopotutto la Romania non sta mica nel Far West delle Americhe, come il Paraguay, sta in Europa e nell’Unione europea – con l’invito ad assicurarsi che tutte le procedure restino rigorosamente rispettose del dettato costituzionale, dalla Commissione europea… E ha risposto contrariato – era subito prima della sentenza della Corte rumena – che comunque la legge sarebbe stata applicata come per il passato e in coerenza con quella sentenza definitiva.

Comunque, alla fine Ponta buca l’obiettivo di costringere alle dimissioni il presidente: infatti, il referendum che si tiene con la vecchia legge non raggiunge il quorum, solo il 46% degli aventi diritto, anche se all’87% chi vota, vota per cacciarlo via. Basescu dice che non andando a votare la gente ha respinto un colpo di stato. Ponta afferma che, invece, votando a larga maggioranza comunque contro il presidente la gente lo ha respinto massicciamente.

E il governo, che deve ancora portare a casa i 6,2 miliardi di $ del prestito del FMI se lo vede adesso rimesso in questione proprio dal rifiuto dell’austerità che esso aveva imposto a Basescu e che il presidente aveva accettato. Adesso è nei guai minacciato finanziariamente proprio dall’incertezza politica (New York Times, 30.7.2012, D. Bilefsky, Romania’s President Survives Vote on Ousting Him Il presidente romeno sopravvive al voto che voleva cacciarlo via http://www.nytimes.com/2012/07/31/ world/europe/traian-basescu-of-romania-survives-impeachment-vote.html).

Questo – della disinvoltura del potere politico in Romania a conformarsi alle regole comuni europee – è vero, spesso poi solo presunte – di decenza diciamo pure comparativa sul piano del rispetto del diritto e del comportamento civile, è un problema di sempre nei rapporti con questo paese che insieme alla Bulgaria del resto per l’accusa di corruzione diffusa nella pubblica amministrazione da tempo è sotto accusa alle assise di Bruxelles per violazioni gravi.

Corruzione endemica, esportazione in tutta l’Europa, specie nelle regioni del centro del continente, di attività organizzate di stampo criminale, fiacca o nulla osservanza dell’uguaglianza della legge verso tutti i cittadini – ancor più che in questi due paesi, però, questo problema si va manifestando in Ungheria che, col suo governo d’estrema destra e la maggioranza elettorale assoluta raggiunta, ha cominciato sistematicamente a violare le regole del diritto.

Erano tutti problemi che l’UE, nella sua infinita e sconsiderata inconsistenza, aveva contato che lo stesso loro entrar nell’Unione avrebbe aiutato questi paesi a superare. Ma non è proprio andata così. La Commissione ha tentato di correre ai ripari come fa con tutte le violazioni dei suoi codici di condotta – dai più rilevanti come per Bruxelles ovviamente sono sempre le violazioni di sfondamento dei bilanci a quelli, altrettanto ovviamente meno importanti, di diritti umani e di cittadinanza – affibbiando multe a chi viola regole e regolamenti.

Il fatto è che la Commissione non osa neanche proporre la vera punizione di cui disporrebbe: togliere il diritto di voto e di veto a un paese membro che non si conforma alle regole. Non osa perché sa bene che i decisori finali, i governi, non ci starebbero: tutti in pratica – anche chi è al momento tra i virtuosi non può essere certo, infatti, di non violare mai egli stesso, prima o poi, qualche regola.

Lo hanno fatto anche i tedeschi, più di una volta, sempre perdonati in passato. E, appunto, non osano… come sempre e in tutto, o quasi (New York Times, 23.7.2012, J. Dempsey, Bulgaria and Romania Test How Serious the E.U. Is About Corruption La Bulgaria e la Romania  [e aggiungiamo pure, dunque, l’Ungheria] costituiscono il test su quanto seria sia l’Unione europea contro la corruzione http://rendezvous.blogs.nytimes.com/2012/07/23/bulgaria-and-romania-test-how-serious-the-e-u-is-about-corruption/?hpw).

 

STATI UNITI

Si aprono le Olimpiadi, anche quelle dell’economia; ma le apparenze ingannano (vignetta)

  Le Olimpiadi dell’economia: ma chi è il primo?       

Fonte: IHT, 27.7.2012, Heng

 

●Dice Kathy Bostjancic, la direttrice di un noto istituto di ricerca, il Conference Board, che “come se non fosse abbastanza, il deprimersi dell’economia americana che è dovuto in buona parte alla paralisi dell’azione legislativa sul bilancio – per il boicottaggio dell’azione dell’esecutivo imposto dalla maggioranza repubblicana convinta, o comunque decisa, a “lasciar fare” da sé all’economia, secondo regola aurea della saggezza convenzionale di stampo neo-liberista – che crea insicurezze tali da non incoraggiare creazione di lavoro, si aggiungono i venti contrari dell’economia europea e anche il calo di importazioni dai mercati emergenti”.

La crescita del PIL qui viene continuamente corretta al ribasso, e ora specificano, raggiunge nel secondo trimestre appena un tepido 1,5%, con riduzione dei consumi e rallentamento degli ordini alle imprese a seguito della frenata globale dell’economia e di un dollaro che si rivaluta sull’euro e mette in qualche maggiore svantaggio l’export americano (New York Times, 27.7.2012, S. Dewan, U.S. Economy Slowed to a Tepid 1.5% Rate of Growth L’economia americana stempera un tasso di crescita dell’1,5% http://www.nytimes.com/2012/07/28/business/economy/us-economy-expands-at-1-5-rate.html?_r=1&ref=globalhome).

Del resto, appena la settimana prima, il dipartimento del Commercio aveva diffuso dati secondo i quali, per la prima volta dal 2008 nel primo trimestre del 2012, s’è verificata in America una caduta secca di profitti: ma solo per il crollo di quelli che le imprese americane hanno fatto all’estero, un po’ dappertutto ma soprattutto per la crisi economica europea. Che, secondo economisti della Goldman Sachs ha abbassato il PIL americano di forse l’1%: meno di quanto sospetta, e dice Obama, ma in modo di sicuro non irrilevante. L’economia non trova spinte né monetarie né finanziarie a rimettere davvero in moto la crescita e non è previsto che il tasso di occupazione aumenti granché nel resto dell’anno.

Con il tasso di disoccupazione ufficiale all’8,2%, ormai da 41 mesi consecutivi inchiodato sopra l’8%, non c’è in realtà – questo è il senso de rapporto e di tutti i commenti che lo riguardano – nessuna ripresa capace di ridare vita all’economia americana. In USA, a giugno, si sono riusciti a creare non più di 80.000 posti di lavoro (meno dell’1%: un numero deludente) come riferisce, nel resoconto mensile ufficiale, il dipartimento del Lavoro, non abbastanza da ridurre in alcun modo significativo il monte dei disoccupati.

(1) New York Times, 6.7.2012, C. Rampell, Job Growth Remain tepid— Resta tiepida la crescita dell’occupazione http://www.nytimes.com/2012/07/07/business/economy/unemployment-report-for-june.html?ref= global-home ; 2) Dip. Lavoro, Bureau of Labor Statistics, 6.7.2012, Employment situation summary, 6.2012, USDL-12-1332 ▬ http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm; 3) Economic Policy Institute (EPI), Washington, D.C., 6.7.2012, H. Shierholz, The labor market is treading water Il mercato del lavoro resta a galla http://www.epi.org/ publication/labor-market-treading-water).

In realtà, poi, il dato reale della disoccupazione in America oggi fotografa 25 milioni di senza lavoro, di sottoccupati e/o di gente che involontariamente è fuori della forza lavoro. Ma anche qui dove da tre anni c’è pure segno di qualche ripresa – al contrario che in Europa dove persiste proprio la crisi – anche qui non si riesce a capire quel che predicano oggi solo alcuni economisti maggiormente avvisati e meno ortodossi.

Che adesso, in piena crisi, come insegnava già Keynes, è una pessima idea, cretina ancor più che criminale, quella imperante di tagliare la spesa pubblica per abbassare il debito pubblico. Perché si tratta di misure che ricadono subito, con impatto immediato e disastroso e in aumento dalla crisi alla recessione – e ormai ci siamo – e poi e proprio di vera e propria recessione.

Qui, resta fermo al 63%, uno dei livelli più basi di sempre, il tasso di partecipazione al lavoro (era al 66 a dicembre del 2007); sale la percentuale dei precari; scende leggermente ma resta assai alto, al 41,9% della forza lavoro, il tasso della disoccupazione di lunga durata; anche qui, come da noi, aumenta rispetto a tute le altre classi di età la disoccupazione tra i giovani, con seri inasprimenti per le minoranze etniche. Le donne, qui continuano a trovare lavoro più facilmente degli uomini tra i giovani, ma a salari sempre e comunque, rispetto ai loro, ridotti.

In questo paese, l’elemento che potrebbe più e meglio e prima raddrizzare la barca dell’occupazione sarebbe porre rimedio a quello che è stato il maggiore fattore di crisi: qui, dall’inizio della ripresa a giugno del 2009, sono andati perduti ben 627.000 posti di lavoro nel pubblico impiego, distribuiti tra i vari livelli, con tagli concentrati più sul piano locale e statale che su quello federale, che poi hanno avuto sempre il loro effetto onda anche sui settori del lavoro privato.

Ma, appunto, per farlo bisognerebbe buttare via tutto il dogma dell’austerità e aiutare i governi e le amministrazioni locali a creare lavoro pubblico. Esso sembra restare, però, scuola di Chicago sempre dominante, e non solo tra i repubblicani e i conservatori, la dottrina per eccellenza degli americani. Con chi lo ha capito e lo sa – Obama – che, però, non ha le palle per sfidarla apertamente e fino in fondo come fece il suo predecessore Franklin Delano Roosevelt più di un secolo fa.

●Al fondo – e sarebbe ora che tutti cominciassero a farlo – occorre ricordare come tutto è cominciato. E rimettere radicalmente in questione proprio il sistema in sé del capitalismo moderno nel quale, ormai, il sistema finanziario è cresciuto fino ad occupare una fetta senza precedenti e assolutamente abnorme dell’economia. E naturalmente – perché è sempre quella che conta – dell’economia americana che dà, e darà, il là al mondo finché il mondo continuerà a tollerarlo, si capisce (lo attesta, e lo documenta, un recentissimo studio assolutamente probante per i tipi dell’università di Princeton del prof. T. Philippon, 2.2012, Has the U.S. Finance Industry Become Less Efficient?On the Theory and Measurement of Financial Intermediation L’industria americana della finanza è diventata meno efficiente? Sulla teoria e la misurazione dell’intermediazione finanziaria http://www.princeton.edu/bcf/newsevents/seminar/Philippon-paper.pdf).

Scandali bancari e mondo finanziario (vignetta)

Avete manipolato!                            La gente comincia

Avete mentito!                                  a capire meglio

Avete profittato!                               la finanza

Fonte: IHT, 17.7.2012, P. Chappatte

L’A., che ha condotto il lavoro di un largo gruppo di studio, e che lavora anche al NBER (National Bureau of Economic Research, il più prestigioso istituto nazionale di ricerche economiche – indipendente: uno dei pochi grandi istituti che non è ancora finanziato da mecenati privati e interessati – e al CEPR (Center for Economic and Policy Research, un altro istituto indipendente, che rivendica però la propria aperta impronta progressista e, qui dicono, liberal – al cui testo completo (peraltro assai agile di qualche decina di pagine e americanamente leggibile) siamo costretti a rimandarvi – sintetizza come segue in  pochissime righe il senso dello studio condotto:

• “Dopo alcune considerazioni sul metodo e sulla qualità sempre più discutibile del lavoro dell’intermediazione finanziaria, degli istituti bancari, ecc., in America;

• lo studio constata che il costo unitario dell’intermediazione è stato nell’economia americana storicamente intorno al 2%— in altri termini, che creare e mantenere un dollaro di attività di intermediazione costa sui 2 centesimi di dollaro;

• sorprendentemente, però, il costo dell’intermediazione è più alto oggi di un secolo fa ed è, particolarmente, salito nel corso dell’ultimo trentennio: pure a fronte di straordinari passi in avanti, informatici e tecnologici, proprio in questi trent’anni. La spiegazione più probabile e pressoché quasi certa è che i miglioramenti apportati su ogni piano, e anche su quello della riduzione dei costi, dall’irruzione e dalla diffusione dell’information technology siano stati cancellati e anche sminuiti dall’aumento smisurato di molte attività finanziarie (un solo nome: i derivati,,,) il cui valore sociale – dice l’A. – è  “difficile valutare”: che cioè non aggiungono nessun valore reale ma solo costi ai prodotti.

Commenta il Nobel Paul Krugman, colui cui facciamo volentieri riferimento in questa Nota e citiamo per la sua dimostrata affidabilità di analisi e di giudizio, nel presentare lo studio del prof. Philippon (sul New York Times, 17.7.2012, Finance Capitalism Il capitalismo finanziario ▬ http://krugman.blogs. nytimes.com/2012/07/17/finance-capitalism) che “la metastatizzazione del settore finanziario è ciò che ci ha portato e ci fa restare dentro la peggiore catastrofe economica dalla Grande Depressione ad oggi: e a noi sembra francamente ragione bastante per rimettere in questione tutto questo modello. Tenendo sempre a mente, poi, che [il candidato repubblicano alla presidenza] Mitt Romney ha giurato di cancellare la riforma finanziaria. E questa, alla luce della crisi finanziaria globale che stiamo subendo – non il troppo timido riformismo messo in moto da Obama – è la posizione davvero radicale, oggi”: radicalmente reazionaria e retrograda e pericolosissima.

Ma la differenza vera, in sostanza, è che Obama intende regolare un po’ di più il funzionamento del sistema bancario e finanziario, ma lasciandolo in essenza invariato, mentre Romney non vuole neanche quel tentativo di regolamentazione, per quanto blanda. Il suo è appunto un no di principio, di fede nella liberta di mercati lasciati senza lacci e lacciuoli e un no convinto perché al servizio slinguante di lor signori: gente come lui, dopotutto.

Obama, invece, semplicemente non trova – o non trova più… o forse mai ha avuto… – la    convinzione né, pare, l’interesse anche solo a scontentare i nemici dei più: come avrebbero detto i rivoluzionari francesi del 1789 “les ennemis du peuple” e come diciamo noi, moderati, che proponiamo solo al dunque e al massimo di segargli le unghie e non proprio la testa. E perde, Obama – sta perdendo – più voti per così dire a sinistra di quanti ne guadagni a destra, dove poi di lui mai si sono fidati.

Ma, poi, presso i suoi neanche sta perdendo punti per quello che fa, al limite, il presidente quanto perché a molti sembra, e molti lo hanno visto, praticamente rinunciare a combattere per le sue proposte e le sue idee o per quelle che almeno aveva lasciato vendere come le sue idee e le sue proposte. E’ che, d’altra parte, come ha fatto notare sul NYT un commentatore esperto e liberal, i progressisti qui – il presidente per primo – neanche sembrano crederci più alla possibilità stessa di regolare le grandi banche e, se poi, riuscissero davvero a frantumarle e ridurne le dimensioni, a credere davvero di poter impedire loro di rimettersi insieme?”.

Insomma, non credono più neanche, come invece credevano e dicevano i fondatori della scuola neo-liberista di Chicago, ancor prima di Milton Friedman (il Nobel dell’economia George Stiegler, per esempio, e il fondatore della scuola stessa Henry C. Simons che “solo se si mantengono competitive con, e tra di loro, le  grandi corporations e soprattutto i grandi istituti bancari possono giustificare la loro esistenza e il loro non essere fatti a pezzi e/o nazionalizzati (New York Times, 22.7.2012, G. Alperovitz, Wall Street Is Too Big to Regulate Wall Street è troppo grossa per essere regolata http://www.nytimes.com/2012/07/23/opinion/banks-that-are-too-big-to-regulate-should-be-nationalized.html?ref=global-home).

Alla fine, anche lo stesso Milton Friedman era arrivato a analoghe conclusioni (Cato Policy Report, 3/4.1999,
vol. 21, No. 2, M. Friedman, The Business Community Suicidal Impulse
L’impulso suicida del mondo del business http://www.cato.org/pubs/policy_report/v21n2/friedman.html). E lo spiegava bene, da lucido e cinico praticante che era di quel mondo: “Chi è a favore del libero mercato non è necessariamente e sempre a favore di qualsiasi cosa faccia e voglia fare il mondo degli affari… Io, come uno che crede nel perseguimento dell’interesse egoistico di ognuno come molla del sistema capitalistico, io non me la prendo con l’affarista che va a Washington per acquisire privilegi speciali a favore della sua impresa. Lo pagano, gli azionisti, proprio per strappare per loro quei privilegi speciali, no?, restando sempre nelle regole del gioco. Non possiamo condannarlo per questo. E’ tutto il resto di noi che va condannato per lasciarglielo fare”.

Ma, dicevamo, alla fine… Era nel 1999, ormai, quando lui così lo spiegava e tutti, anche i liberal alla Clinton e alla Obama, si erano già arresi. Quella libertà senza intralci sul mercato, la libertà del dio quattrino era la regola, cercare di regolamentarlo ormai era solo – e rara – l’eccezione.

In questo nevrotico e squinternato paese dove a novembre le elezioni si giocheranno sul tema del futuro del capitalismo – e per il mondo non solo qui: quello  timidamente riformato che vuole Obama, quello selvaggiamente sfrenato che ha dominato questi ultimi venti, trent’anni, libero di fare quel c**zo che vuole su chi vuole e con chi vuole, “cosificando” il mondo e chi lo abita che invece, è il sogno di Romney, fa notizia alla fine per due giorni o tre l’ultima carneficina del solito pazzo che, a Denver, compra un arsenale addirittura su e-Bay, e a cui le leggi continueranno a consentire di farlo comunque, va a sparare nel cinema Aurora dove annunciano il matinée riservato ai bambini del nuovo film di Batman.

Ci è sembrato che la vignetta, il fumetto che riproduciamo qui sotto dica meglio di mille parole quel che c’è da dire sul dolore, l’ipocrisia e la violenza che, insieme, fanno oggi l’America e questa strana società che fa ammazzare i suoi figli dai pazzi che liberamente e senza controllo alcuno fanno la spesa di armi automatiche all’ingrosso nei supermercati WalMart e su e-Bay … e poi piange ogni volta ma la legge quella no non la cambia, coi candidati alla Casa Bianca che lacrimano più di tutti ma non rinunciano all’appoggio, dei miliardi della lobby delle armi. E’ un fumetto vagamente qualche poco angosciante ma a noi sembra grande…

La verità è che in America questo tipo di notizia ha senso; come ha senso in Iraq una bomba sucida tra chi prega in una moschea: è il contesto sociale e culturale, la politica dell’America e dell’Iraq  che spiegano tutto.

Notte fonda in America  (fumetto)   

Batman, che era andato in pensione, torna per rendere omaggio alle povere vittime della follia

dell’America: ogni anno,  in ‘Crime Alley’, depone i fiori sulla tomba dei genitori assassinati

 

 

Fonte: Guardian, 22.7.2012, D. Simonds

●Le sanzioni anti-Iran sembrano – sembrano… – ogni giorno una cosa poco seria. Il dipartimento di Stato ha appena notificato a inizio mese alle autorità di Singapore e Cina che le sanzioni sulle loro istituzioni bancarie che continuassero a cooperare con quelle dell’Iran (le loro banche centrali in effetti) per far transitare i pagamenti, cioè il commercio, del greggio iraniano saranno d’ora in poi, e per i prossimi sei mesi, come sospese— in realtà, come ha personalmente specificato la Clinton, visto che in parte le avevano cominciate a ridurre comunque – le sanzioni – ormai non verranno applicate a ben una ventina di paesi. Sono quelli che contano davvero, con quei babbalei dei paesi europei importatori, che hanno però rischiato di farsi prendere dalla benevolenza a stelle e strisce con le mutande abbassate.  

Infatti adesso, inspiegabilmente, proprio alla vigilia dell’entrata in vigore piena, dal 1° luglio. da parte degli istituti monetari e bancari centrali dei paesi europei del pacchetto di misure più dure decise dalla Commissione ecco questa cancellazione…

Lo strano era, a veder bene, come l’Unione avesse decretato un embargo duro per tutti gli europei ma, poi, ciascuno di essi, per conto proprio, avesse fatto in modo di farsi individualmente “esentare”: tutti o, almeno, tutti coloro per i quali contano qualcosa le esportazioni di greggio iraniano. Adesso si aggiungono gli altri ultimi grandi paesi consumatori asiatici, coi quali in effetti risultano ora esentati, oltre agli ultimi in lista, Cina e Singapore, Sri Lanka, Taiwan, Malaysia, Corea del Sud e Giappone, il Sudafrica e, in Europa, Gran Bretagna, Belgio, Francia, Germania, Italia, Spagna, Olanda, Turchia, Repubblica ceca, Polonia e Grecia.

A dimostrazione che non è mai stata una cosa seria, alla lunga questa buffonata delle sanzioni con fior di esenzioni (Outlook India.com, 30.6.2012, US Exempts China, Singapore From Iran Sanctions Gli USA esentano Cina e Singapore dalle sanzioni contro l’Iran [certo non l’Iran ma chi volesse comprare petrolio da loro: ma non sembra poi, molto diverso, no?] (http://news.outlookindia.com/items.aspx? artid=767162).

●E, intanto, per la prima volta da quando le sanzioni sono intervenute pesantemente a sconvolgere le copertura assicurative del trasporto di greggio iraniano e a frenarlo, il governo giapponese interviene per assicurare quella che in gergo si chiama la copertura sovrana – cioè di Stato, non quella fornita dai Lloyds e da altre compagnie commerciali mondiali del rischio assicurativo. Così la JX Nippon Oil & Energy Corp. e l’Idemitsu Kopsan Co. hanno annunciato che il 20 luglio imbarcheranno, al terminale iraniano dell’isola di Kharg, un primo carico di 1.700.000 barili di greggio da trasportare in Giappone (Agenzia Bloomberg, 13.7.2012, Japan Set to Load First Iran Crude With Sovereign Insurance Il Giappone deciso a caricare greggio iraniano fornendogli la propria copertura assicurativa sovrana  ▬ http://www.bloomberg.com/news/2012-07-13/japan-set-to-load-first-iran-crude-with-sovereign-insurance-1-.html).  

A meno, certo che non ci sia sfuggito qualcosa… Perché gli iraniani non sembrano leggere affatto così la minaccia e hanno annunciato di esserne davvero preoccupati. Ahmadinejad ha ammonito adesso (Eyewitness News, 3.7.2012, (A.P.), da Teheran, Iran says EU oil embargo "strongest" sanctions yet L’Iran dice che l’embargo europeo al suo petrolio costituisce finora l’impatto “più forte” della sanzioni http://www.klfy.com/story/18941960/iran-says-eu-oil-embargo-strongest-sanctions-yet) che sul serio, invece, le sanzioni europee sono ad ora, per Teheran, anche se ancora in pratica non applicate, le più pesanti mai subite dal paese e che il suo governo si sta preoccupando di immagazzinare molti prodotti di importazione essenziali e molta valuta straniera per attenuare la botta.

Cioè, che il paese ha preso queste misure sul serio. I fatti dicono, comunque, di una decretazione durissima di sanzioni su scambi di merci e interscambi bancari mirata a paralizzare l’Iran e poi, alla vigilia della più dura applicazione del pacchetto globale – da parte dell’Unione europea – ecco il rallentamento improvviso. Cosa voglia poi dire, è ovviamente difficile capirlo… E dicono anche di misure di rappresaglia iraniane che poi, al dunque, non si capisce bene neanche se siano esse stesse cosa seria o uno scherzo di cattivo gusto.

Adesso, la Commissione di Sicurezza nazionale e di Politica estera del Majilis, del parlamento, ha steso una bozza di proposta di legge per bloccare, “se necessario e con tutti i mezzi necessari a disposizione del paese”, il trasporto di greggio attraverso lo stretto di Hormuz alle petroliere che lo importano da paesi che esercitano l’embargo petrolifero contro l’Iran (Uskovi on Iran, 2.7.20112, Majilis drafts bill to block EU-bound oil tankers— Il Majilis sta stendendo una bozza di legge per bloccare il trasporto di greggio all’Unione europea ▬ http://www.uskowioniran.com/2012/07/majlis-drafts-bill-to-block-eu-bound.html).

E’ chiaro a tutti, e tutti sanno, che il blocco dello stretto sarebbe un atto di guerra. Ma sanno anche, tutti, che l’embargo navale o commerciale imposto a un paese terzo come l’Iran, dagli USA o dalla UE, in base alla legge internazionale è anche, già di per sé, un atto di guerra. Forse si tratta solo del posare o dell’atteggiarsi a chi fa il più duro, ma i “mercati reagiscono subito, la mattina dopo, riportando a oltre 100 $ al barile il prezzo del Brent  del Mare del Nord.

●Né aiuta, se non avvicinando tutti un po’ di più al precipizio, il nervosismo – avventato? o deliberato, calcolato…? – con cui la USNS Rappahannock (il nome indigeno di un fiumiciattolo della Virginia e, qui, una nave da trasporto, o meglio da “rimbocco” greggio di una decina di migliaia di tonnellate di stazza, della 5a Flotta dell’US Navy adesso in servizio nel Golfo che, identificato come potenzialmente ostile un battello da pesca degli Emirati al largo, oltre 10 miglia nautiche, del porto di Jebel Ali, a Dubai, lo cannoneggia, uccidendone un pescatore di origine indiana e ferendone altri tre (Al Jazeera, 18.7.2012, Prerna Suri, India seeks action over UAE boat shooting L’India vuole risposte [ma ottiene solo condoglianze e, mai!, scuse] sul cannoneggiamento che ha colpito il battello degli EAU ▬ http://m.aljazeera.com/SE/20127178558968230).

Perché esiste la possibilità, ragionevole e ragionata per quanto apparentemente irrazionale, che l’incidente sia stato cercato/voluto: nel senso del dimostrare senza alcun rischio – il bersaglio era un battello da pesca disarmato di quattro metri – che gli americani vanno sempre presi sul serio perché sono sempre pronti a seguire le loro regole di ingaggio in situazioni da loro considerate a rischio potenziale per loro anche contro una navicella di cartoncino, magari, se non obbedisce all’alt verbale che sicuramente, poi, non è stato impartito a un equipaggio di pescatori malesi, tamil, indiani e indonesiani in nessun dialetto del Golfo e in nessuna delle loro lingue natie.

In definitiva, il messaggio, al solito, è rivolto per tramite pescatore indiano ammazzato come sempre all’Iran: la Marina americana è pronta a sparare…

●C’è anche un risvolto curioso che viene sollevato proprio in Iran e pubblicamente, da chi non rinuncia a far osservare che il Tavileh— il Vertice ha di fatto votato per bloccare l’esportazione di greggio iraniano in Europa. Ma si domanda, e domanda al governo di Teheran, “come e perché non lo abbiamo fatto due anni fa, quando le sanzioni non erano proprio in atto(Uskovi iran, idem)

Complicato e difficile da leggere, certo. Meno difficile è leggere l’equivoco di fondo su cui si basa la strategia occidentale, come al solito nell’ipersemplificazione americana – fu Theodore Roosevelt, il 26° presidente (1901-1909) e il più apertamente imperialista a formularla per la prima volta: “parla piano – cioè evita di fare troppe minacce – ma portati dietro sempre un grosso bastone e andrai lontano” (che, ormai semplificandola ancora strillando pure, oltre a seguire la seconda parte del consiglio, ne dà oggi troppo spesso la potenza egemone, insieme reale e leggendaria, degli Stati Uniti d’America [la scrisse, in una lettera al senatore dello Stato di New York Henry L. Sprague, attribuendola a una leggenda dell’Africa occidentale, quando era governatore di quello Stato (lettera del 26.1.1900 ▬ http://www.phrases.org.uk/meanings/ speak-softly-and-carry-a-big-stick.html).

●E, qui, ci soccorre la lettura (lunga è vero, ma utile sicuramente) che, della posizione e della situazione in Iran, danno due che la conoscono bene e che noi pensiamo sarebbe utilissimo d’urgenza impiegare come consiglieri in qualunque ministero degli Esteri occidentale per impedirci di continuare a far sbagli colossali, non foss’altro che per imparare quanto sia meglio usare occhiali ben graduati invece di un grosso bastone. Specie, forse e proprio, con questi strani iraniani…

Le sanzioni – cioè un altro tipo di grosso bastone appena appena, nella forma, un po’ più moderno delle conquiste neo-coloniali del primo Roosevelt e delle guerre di corsa del XVI secolo, dell’embargo e del diritto alla razzia che Elisabetta I d’Inghilterra decretava legittimo e patriottico contro le navi di Filippo di Spagna – e viceversa – chiamandolo magari boicottaggio, le hanno re-inventate adesso dopo il 1979, proprio per l’Iran.

●Nella presunzione di avere, comunque, a che fare con il cosiddetto modello dell’attore razionale, di chi appunto si presume agire nei rapporti internazionali su basi “razionali”, nel caso nostro di Teheran, facendo bene il calcolo e rassegnandosi a mollare perciò, sulla base del conto dei costi e  dei benefici, il proprio programma nucleare.

Il problema di questa strategia non è che i leaders dell’Iran siano irrazionali, è che il gioco – fanno utilmente rilevare gli A.A. – funziona solo se chi valuta, qui o dovunque altro sia, il modo che l’Iran ha di calcolare costi e benefici e opzioni che pensa di avere a disposizione è quello giusto. E Teheran, alla nuova offensiva più dura, ha risposto mostrando all’occidente un volto corrispondente e verbalmente altrettanto duro asserendo che risponderà a minacce di ordine economico o militare con le sue controminacce. Però, poi, non ha in effetti “risposto

Secondo il modello teorico delle sanzioni, il loro obiettivo, l’Iran, avrebbe dovuto alterare il comportamento per cui viene sanzionato quando e se il costo della sfida supera quello che gli costerebbe piegarvisi. Per l’Iran, la dipendenza dall’export del greggio, la fragilità strutturale dell’economia e i costi economici pesanti come l’impennata dell’inflazione, la crescita negativa dell’economia che comincia a manifestarsi e la disoccupazione crescente avrebbero dovuto piegare  a favore della resa il calcolo dei costi/benefici e la volontà del paese. Ma non l’hanno fatto”.

Tanto per cominciare in Iran hanno sempre creduto che, al dunque, gli interessi economici diversi e spesso contrastanti degli alleati degli USA avrebbero finito col frenarli almeno un po’ e un po’, sembra no?, li hanno alla fine come frenati. Poi, “per ogni leader iraniano,  tutti – dagli ideologi (Khamenei, Larijani), ai pragmatici (Rafsanjani e lo stesso Ahmedinejad), ma anche ai riformisti ormai emarginati (Moussavi, Kharoubi) che, però, la rivoluzione del ’79 la fecero anche loro e che  dalla casta dirigente non sono mai stati espulsi – le preoccupazioni di ordine ideal-ideologico e di sicurezza della casta e dei miti fondanti della Repubblica islamica, le regole fondamentali escogitate da Khomeini, fanno sempre premio sulle ragioni economiche. Anche certo perché, poi, come qualsiasi élite anche quella di questo paese è sempre l’ultima sui cui impattano al dunque gli effetti di qualsiasi sanzione economica, anche la più dura.

Questo “in primo luogo,e in ogni caso, che qualsiasi danno arrecato anche a uno solo di quei  miti fondantila“giustizia islamica”; la “regola fondamentale di ispirazione divina”, della fedeltà al “velajat-e faqih”, l’autorità cognitiva e assoluta del giurisperito, o per lui del Consiglio dei Guardiani; e  la “lotta contro l’imperialismo – agli occhi di questa leadership sarebbe ed è di gravità e di importanza di gran lunga maggiore della stessa possibile perdita di miliardi e miliardi di dollari di PIL.

E, in secondo luogo, c’è il fatto proprio che occidente – chiamiamolo pure così, con la parte, l’America, che qui identifica il tutto soprattutto per l’ignavia degli altri – ed Iran non condividono neanche un’intesa su quello che sono poi realmente le sanzioni”. In occidente, le sanzioni servono,  devono servire, “a impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare” come molti altri paesi – tra l’altro quello immediatamente vicino, a Sud-Ovest (che è Israele) e quelli a Nord-Est (in fila, Pakistan, India, Cina), per non parlare al suo Nord (della Russia). E per tacere,  naturalmente, di USA, Regno Unito e Francia…

Ma si tratta di un’intenzione che potrebbe avere successo solo se l’Iran cambiasse, o rimpiazzasse, i suoi leaders come risultato della pressione internazionale con le sanzioni economiche mirate specificamente a sollevare lo scontento, la rivolta, delle classi medie”; o, come dicono e stanno tentando di far fare gli americani in Siria, dopo averlo fatto con la guerra direttamene in Libia e – anche se senza grande successo – in Iraq e in Afganistan.

L’Iran crede che sia proprio questo essere lo scopo vero delle sanzioni”: come continuano a tentare di fare da Washington a partire dal rovesciamento del governo democratico di Mossadeh nel ’53 con cui rimisero sul trono del pavone lo Shah, per vederselo poi cacciar via da Khomeini, dettare di nuovo cosa fare all’Iran e, soprattutto, come imporgli il regime change che impedisca il diffondersi del modello iraniano nella regione e dimostrare al mondo che quello della Repubblica islamica è un modello fallimentare che nessun paese arabo “serio” – cioè amico – può sognarsi di emulare.

Così, secondo il pensiero strategico dell’occidente, l’Iran viene stretto in un angolo dove sarà costretto a scegliere fra la preservazione del regime e la continuazione del suo programma nucleare con tutte le sue ambizioni regionali…Ma agli occhi della Guida suprema Ali Khamenei preservare il regime significa proprio questo, e viceversa, per cui la pressione esterna delle sanzioni è un prezzo tollerabile da pagare nel breve termine.

Quel che l’Iran vede sono, piuttosto, cambiamenti non troppo lontani forzati sull’occidente da una crisi economica che lo sta progressivamente paralizzando. Tra l’altro sul piano interno, le sanzioni potrebbero anche giocare proprio a favore di Khamenei, che ne approfitterebbe proprio per rafforzarsi all’interno con l’opportunità anche di giustificare la lotta e l’emarginazione di ogni opposizione interna.

In quest’ottica, “l’Iran può vedere le sanzioni non come un costo ma come un beneficio”, o almeno un’opportunità: “la sofferenza che deve pagare per presentarsi nel suo ruolo di portabandiera della resistenza di tutto il mondo islamico a quel che considera l’imperialismo americano”, un modello per tutto il mondo arabo rivoluzionario la cui esportazione serve solo a legittimare ulteriormente i tre miti fondatori del regime.

In definitiva, conclude il ragionamento quest’altra presentazione della realtà della Jomhuri-ye Eslāmi-ye Irān, della Repubblica islamica dell’Iran (Guardian, 1.7.2012, Hadi Kahalzadeh e J. Schiemann, [insegnano scienze politiche, economia e storia – il primo iraniano e visiting scholar, il secondo statunitense – all’università Farleigh Dickinson del New Jersey], For Iran, sanctions are a price worth paying to preserve the Islamic republic Per l’Iran, le sanzioni sono un prezzo che vale la pena pagare per la preservazione della Repubblica islamica                  ▬ http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/jul/01/iran-sanctions-price-worth-paying?INTCMP=SRCH)l’Iran non gioca a scacchi, per quanto amerebbero che lo facesse America e Unione europea— aggiungiamo noi: per quel che, poi, essa come tale conta davvero… Con l’Iran e l’occidente che stanno pianificando giochi molto diversi tra loro, nel futuro prossimo venturo non sembra proprio probabile una risoluzione pacifica del conflitto”.

In ogni caso, e in ogni modo, rende noto il ministro dell’Industria, Commercio e Miniere, Medhi Ghazanfari, l’Iran si sta predisponendo a vendere il greggio tramite il settore privato: esso sarebbe in effetti, secondo lui in grado di effettuare acconti di pagamento a costi minori, di vendere anche a prezzi minori e di garantire, poi, il versamento del dovuto a chi vende attraverso contanti e/o importazioni. Non è chiarissimo, vero, ma tant’è… la notizia dice così (Iran Daily 02/Teheran, 17.7.2012, Sadeq Daqhan e Davood Baqari, Private Firms to Facilitate Private ExportsI privati interverranno a facilitare le esportazioni http://www.iran-daily.com/1391/4/27/MainPaper/4282/Page/2/MainPaper_4282_2.pdf).

●Riprende, col Pakistan, il tragitto negoziale, sempre molto precario, del trasporto via terra di rifornimenti pesanti degli USA – cannoni, autocarri, munizioni, parti di ricambio e carri armati – alla guerra NATO in Afganistan, nel Sud-Ovest del paese, al valico di Chaman con l’Afganistan, dopo uno iato di ben sette mesi.  

Che era diventato inevitabile col rifiuto cocciuto degli americani di piegarsi almeno alle forme del buon costume internazionale, specie se poi tra alleati, accettando di “piegarsi” alla presentazione di scuse pubbliche e ufficiali da parte del governo americano a quello del Pakistan per i bombardamenti non autorizzati, o almeno non ufficialmente autorizzati, sul territorio del Waziristan pakistano da parte di droni statunitensi non pilotati alla caccia cieca, notturna e da oltre ventimila metri d’altezza (la guerra dei vigliacchi come comprensibilmente la chiamano qui) di sospetti talebani locali che fanno però, regolarmente e ripetutamente, ormai decine di “danni collaterali” tra i civili.

L’incidente, un bombardamento notturno particolarmente micidiale con una ventina di vittime quasi solo tra bambini e donne di un villaggio di montagna – diventato crisi per il rifiuto degli USA a scusarsi (i cogliomberi a Washington non se l’aspettavano proprio: disse allora la Clinton, pensando di chiuderla così, che “nella guerra al terrore sono purtroppo cose che capitano”) – aveva bloccato  da allora decine di migliaia di containers nel porto di Karachi.

Erano, del resto, passati solo pochi mesi dall’altra “gravissima e inaccettabile” violazione – parole del PM Gilani, nel frattempo fatto fuori a Islamabad – dello spazio aereo con cui i G-men statunitensi avevano condotto l’operazione segreta con cui avevano spiato prima, scovato e ammazzato poi a bruciapelo Osama bin Laden, ad Abbottabad senza informarne in niente né esercito né governo del Pakistan.

Da allora il tasso di gradimento, chiamiamolo così, o il “giudizio popolare – come lo definisce l’inchiesta cui ci riferiamo – dei pakistani bene informati” verso gli americani è passato da un  molto negativo più del 60% a un catastrofico 74%: “sono una disgrazia e non un alleanza(Pew Research Center, 27,6,2012, 74% Call America an Enemy - Pakistani Public Opinion Ever More Critical of U.S. Il 74% chiama l’America un nemico – L’opinione pubblica pakistana sempre più critica nei confronti degli USA http://www.pewglobal.org/2012/06/27/pakistani-public-opinion-ever-more-critical-of-u-s/).

D’altra parte, e sempre tra parentesi, è noto – e lo abbiamo tante volte documentato in un passato anche recentissimo, qui, da poter esimerci di stare adesso a citare ancora le fonti – come in America sia diffusa a livello di opinione pubblica anche lì “ben informata” una valutazione uguale e contraria dell’alleanza col Pakistan: già, una vera e propria disgrazia. Qui di alleati, anche se sempre e solo di convenienza, ci sono solo i due vertici dei governi: alleati ma sempre ciechi l’uno alle esigenze politiche e soprattutto alle sensibilità dell’altro… Una strana alleanza, insomma, proprio contro natura.

Intanto pare – pare… o, almeno, così lei lo presenta – che gli sforzi della Clinton, andata a negoziare la faccenda con la collega degli Esteri pakistana, sia riuscita a sbloccare lo stallo e la profonda diatriba tra i due paesi che aveva bloccato il transito dei rifornimenti americani via terra, via Pakistan, alla loro guerra afgana.

In realtà, le difficoltà continuano e la dicono anche lunga sull’impopolarità – al di fuori della cerchia ristretta dei filoamericani, militari e civili, che sono stati stipendiati e mantenuti per anni – dell’amicizia con gli USA, a parte le decine e centinaia ormai di bombe e morti accidentali e vittime collaterali, le decine di migliaia di persone scese in strada a marciare su Islamabad, il 9 luglio, per respingere l’accordo e la riapertura dei trasporti militari verso gli americani in Afganistan. E il clima politico che prevale nel paese denota, in realtà, solo la precarietà assoluta di un’alleanza cui sono legati solo quelli dell’élite con cui solo parlano i funzionari dell’ambasciata americana e i generali.

E, in effetti, subito, esponenti dell’esercito americano hanno fatto rimarcare che nei giorni seguiti alla “riapertura”, dal posto di confine di Chaman sono passati appena un paio di autocarri e neanche uno di essi è transitato per il valico di Torkham e che non è passata neanche una sola autobotte, con le guardie pakistane che hanno attribuito i ritardi alle scartoffie mancanti e a problemi procedurali, mentre gli americani, senza sbagliarsi probabilmente, parlano apertamente di sabotaggio.

Sono diversi i gruppi e i partiti politici ad avere, del resto, subito presentato denunce contro la costituzionalità dell’accordo concluso con gli americani. E, in effetti, pare che il primo ministro, appena nominato al posto del predecessore rimosso per non aver obbedito a un ordine della Corte suprema, potrebbe adesso anch’egli trovarsi nei guai costretto a rispondere proprio alla Corte di aver ecceduto l’autorità che legalmente aveva, senza consultare il parlamento e ottenerne il consenso. Il risultato dell’impasse è che sui moli di Karachi e in decine di aree di parcheggio della città si sono andati accumulando migliaia di contenitori, bloccati da problemi di scartoffie e vari intralci burocratici— e, al dunque, dal rifiuto sordo di cooperare dei pakistani.

D’altra parte, il primo ministro Raja Pervez Ashraf è impegolato in altri tipi di guai, sotto pressione da parte della Corte suprema che gli ha adesso ordinato di riprendere il rapporto con le autorità svizzere per rianimare’inchiesta sulle malversazioni e le truffe imputate da anni al presidente della Repubblica, Asif Ali Zardari quando, da principe consorte della ex PM Benazir Bhutto aveva inguattato a Zurigo fior di ricavi delle malversazioni per cui i pakistani tutti lo conoscevano come Mr. 10%... per poi eleggerlo alla presidenza dopo che la moglie era stata assassinata negli ultimi tempi del governo militare precedente, sulla spinta del suo martirologio…

Neanche un mese fa il predecessore, il PM Gilani, era stato rimosso dall’incarico per essere stato condannato (il reato: disprezzo della Corte, all’anglosassone naturalmente) non avendo obbedito all’intimazione del presidente del tribunale, Asif Saeed Khan Khosa. Se non darà conferma, per la seduta della Corte del prossimo 25 luglio, di aver obbedito all’intimazione del tribunale. Il problema è che essa riaprirebbe la strada alla condanna di Zardari e alla sua, conseguente rimozione, alla quale era sfuggito solo per la grazia che cancellava diverse sentenze contro di lui, grazia che gli era stata illegalmente concessa dal mandante o, comunque autorizzatore finale dell’assassinio della moglie, il precedente presidente-maresciallo-dittatore, Pervez Musharraf…

Insomma, Ashraf, se non obbedisce, sarà ora costretto alle dimissioni. Se obbedisce costringerebbe alle dimissioni il presidente Zardari. E, in un caso come nell’altro, la signora Hillary Clinton finirebbe col ritrovarsi, invece che con un accordo, con uno straccio di carta in mano: un altro pezzo di carta straccia… Ora, a  fine luglio, Ashraf ha notificato alla Corte suprema che non darà seguito all’ingiunzione ricevuta perché la Svizzera gli ha fatto informalmente sapere che non intende riprendere il procedimento contro il presidente Zardari.

Ora lo costringeranno a dimettersi perché l’ordine della Corte era preciso: non quello di procurarsi una risposta da Berna, ma di chiedere a Berna – e lui non lo ha fatto, ufficialmente, come era tenuto: anche perché, torna a ribadire nella sia risposta per lo meno azzardata alla Corte, resta del parere che il presidente della Repubblica goda del’immunità/impunità – di riaprire la vertenza giudiziaria (The Agonist, 25.7.2012, Pakistan government defies order to reopen presidential corruption case Il governo pakistano sfida [ancora…] l’ordine di riaprire il caso di corruzione contro il presidente della Repubblica http://agonist.org/ 20120725/pakistan_government_defies_order_to_reopen_presidential_corruption_case).

Ma, come sempre anche nel recente passato, la Corte suprema ha mostrato grande sensibilità alle aspettative e alle tensioni che emergono nell’opinione pubblica e potrebbe alla fine decidere di consentire al governo, tenendolo sempre sotto pressione ma senza concludere imponendone ancora le dimissioni e lasciando così che Ashraf completi il proprio mandato… sempre se trova l’éscamotage necessario a non perdere comunque la faccia, cioè a non compromettere la sua autorità mantenendo sul chi vive un governo sempre precario…

●A latere, e del tutto tra parentesi, la segnalazione sul tema di un curiosissimo articolo che presenta le scuse, ora dopo sette mesi avanzate ufficialmente (anche se in maniera contorta e limitata) dalla Hillary Rodham Clinton alla sua collega degli Esteri pakistani, Hina Rabbani Khar, per sbloccare l’impasse (Il Foglio, che il 5.7.2012, titola un po’ impudentemente il suo editoriale – non firmato: di Giuliano Ferrara? – La vittoria di Clinton http://www.ilfoglio.it/soloqui/14084).

Scuse di cui, alla fine, Islamabad ha deciso di accontentarsi per non rischiare, esigendole in buona e dovuta forma, di far saltare del tutto il rapporto da cui al Pakistan arrivano ogni anno centinaia di milioni di $: ha calcolato la Commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti americana che, dall’11 settembre ad oggi, al Pakistan, a militari ed élites civili, sono stati effettivamente versati sui 20 miliardi di $ (cfr. Fox News.com, 16.5.2011, W. Lajeunesse, U.S. Aid to Pakistan— Gli aiuti americani al Pakistan http://politics.blogs.foxnews.com/2011/05/16/its-all-your-money-us-aid-pakistan).

Perché stanno  lì a dimostrarlo i testi, correttamente riportati nel sito del dipartimento di Stato, delle elucubrazioni e dei memorabili detti della segretaria di Stato o quelli riferiti dai suoi portavoce ufficiali, del tipo che “gli USA esprimono sempre – se del caso – il loro rammarico (regrets), però non si scusano (apologize) mai(così dice, ad esempio, il portavoce M. C. Toner, press briefing del 22.12. 2011: http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2011/12/179663.htm) che non è stata affatto la sua personale e sagace iniziativa a portare allo sblocco dell’impasse…

Non è vero, in effetti, che l’ostacolo fossero soprattutto i militari e il segretario alla Difesa, Panetta, che “rifiutavano di riconoscere le proprie responsabilità”. Né è vero che “da tempo lei premesse sulla Casa Bianca per alleggerire la posizione nei confronti [del] miglior alleato regionale degli USA”, ma esattamente il contrario: l’ordine di presentare, questa volta, scuse ufficiali e formali è pervenuto alla Clinton diretto diretto da Obama e, stavolta, o si piegava o se ne doveva andare: e pare proprio che – peccato non lo abbia fatto – ne sia stata tentata…

L’unico passaggio serio dello “strano” editoriale de Il Foglio è quello che segue la frase sul “miglior alleato regionale” degli USA, quando chi lo ha scritto ha annotato come la cosa “la dica lunga sullo stato delle alleanze regionali”…

●Più serio, francamente, ci sembra considerare quel che scrive – adesso – l’ambasciatore Ryan C. Crocker, il diplomatico americano che se ne va ora in pensione dopo aver gestito la politica del suo paese prima in Iraq e poi in Afganistan e che oggi, sulla base di un’esperienza pluriennale che a lui, agli americani, ai loro alleati, agli iracheni e agli afgani è molto costata, è finalmente arrivata  a conclusioni, amare ma chiare, che ogni politico e generale americano – e, al solito, al seguito – italiano o inglese o altro, dovrebbe attentamente studiarsi. (New Yok Times, 28,7.2012, A. J. Rubin, Retiring U.S. Envoy to Afghanistan Exhorts Leaders to Heed Lessons of Past L’inviato americano in Afganistan, andando in pensione, esorta i leaders [della sua parte] a imparare le elezioni del passato http://www.nytimes.com/2012/07/29/world/asia/ambassador-crocker-sees-fraught-foreign-landscape-ahead.html?r=1& ref=global-home).

Ryan Crocker va giù dritto e scandisce che “le lezioni del passato recente da tenere sempre a mente quando valutano opzioni di tipo militare per il futuro, come anche per la Siria e l’Iran” sono anzitutto e nell’ordine:

“• Ricordarsi sempre della legge delle conseguenze non desiderate— e delle conseguenze che comporta ignorarla…

Riconoscere i limiti delle capacità di oggi degli Stati Uniti— mai fare il passo tanto più lungo della gamba a prescindere dall’obiettivo in se stesso…

Comprendere che uscire da un conflitto quando ci si è dentro può essere pericoloso e distruttivo

per il paese [che, come il nostro, lì è intervenuto] quanto lo è stato il conflitto in sé originale— e d’altra parte – questo lo aggiungiamo noi alle considerazioni dell’ambasciatore – altrettanto se non piò dannoso può essere del non decidere di andarsene”.

Siamo una superpotenza, non combattiamo in casa, ma ciò significa che siamo in casa d’altri, giochiamo con le loro regole di base e dobbiamo capire l’ambiente, la storia, la politica del paese in cui vogliamo intervenire”. Giusto! Ma la domanda essenziale, cui Crocker sfugge, è perché mai, in nome di chi e di che cosa “vogliamo” poi intervenire? Perché l’esperienza di questi ultimi quarant’anni di guerre “volute” dagli USA è terrificante: a parte la Corea dove, addirittura sessant’anni fa, vennero costretti ad accettare lo stallo e il pareggio e il Vietnam, dove erano intervenuti per battere il comunismo e hanno perso, consegnandogli tutto il Sud Est asiatico – mentre nel resto del mondo poi quel sistema stava pure crollando (la differenza essendo che gli USA in URSS non poterono né osarono, magari pure volendolo, intervenire direttamente, no?)…

… ora “in Iraq, il sogno – dice lui… ma era solo illusione – di crearsi”, a forza di bombe e occupazione militare, “un alleato arabo pacifico e democratico sta cedendo il passo a una rinnovata violenza e a un regime autoritario che pende dalla parte dell’Iran”. E “in Afganistan ormai il futuro è incerto e dipende da dozzine di ‘se’— se le elezioni saranno abbastanza decenti…, se le forze di sicurezza saranno in grado di battere gli insorti…, se il governo riuscirà a diventare mai auto-sufficiente”.  

L’intervista all’ambasciatore è lunga, ma questo ne è davvero il succo. Dice già molto. Non tutto, ma quasi. Infatti, ci sarebbe almeno da aggiungere un’altra osservazione, un po’ semplicistica ma poi nemmeno tanto avanzata pure da un editoriale al solito piuttosto banale, del guru ipermoderato del NYT, Thomas L. Friedman, quando scrive che c’è un’altra scelta che l’America è condannata ormai a fare.

Deve scegliere, infatti, “se vuole prendersi cura” – e poi con quei risultati – “dell’Afganistan, o se vuole prendersi cura dei suoi anziani” che stanno diventando sempre più poveri: insieme, poi, ai bambini americani, proprio come classe di età. Perché una ridimensionata pesante, anche se involontaria per molti, alle ambizioni dell’impero è necessaria: l’America  non ha più i soldi per fare entrambe le cose, “non si può più permettere di fare il poliziotto del mondo”.

E prima se ne rende conto, meglio è. Anche forse – questo, però, lo diciamo noi… – anche per gli afgani… E anche se poi bisognerà vedere come e quando (e da chi) il vuoto americano, verrà riempito— perché non è sicuro che al mondo andrà meglio (New York Times, 28.7.2012, T. L. Friedman, Coming Soon – the big Ttrade-off In arrivo, presto – il grande scambio http://www.nytimes.com/2012/07/29/ opinion/sunday/friedman-coming-soon-the-big-trade-off.html?ref=global)

●Una legge statunitense intitolata al nome di Sergei Magnitsky, un avvocato russo “anticorruzione” morto in galera in attesa di giudizio nel 2009, proposta in una Commissione senatoriale e che mira a “penalizzare” – per esempio negando i visti di ingresso in America: come se fossero premi in se stessi… – personaggi e funzionari russi “sospetti” di violazione dei “diritti umani”, non meglio specificati e specificabili, per alcuni tra gli oppositori russi e, ovviamente e automaticamente perciò, anche per i loro partigiani americani, ha suscitato prima l’ “indignazione” ufficiale dei russi e, poi, la minaccia di sanzioni analoghe di ritorsione.

Ai russi, in effetti, non risulta difficile trovare, in occidente e specie in America, nomi, cognomi e casi di condannati o anche di cittadini, statunitensi o stranieri, dichiarati “sospetti” ma mai condannati, e neanche processati, “altrettanto misteriosamente” come alcuni dissidenti o altri cittadini in Russia (The Economist, 29.6.2012). Insomma, una fiera dell’ipocrisia: una gara diciamo pure antievangelica tra chi guarda, con qualche ragione magari, alla pagliuzza (o anche alla trave) nell’altrui occhio invece che alla trave che è ben conficcata nell’occhio proprio[9] (The Economist, 29.6.2012).

E la Russia rende chiaro da subito che, se il cosiddetto Magnitsky Act diventasse davvero legge, Mosca potrebbe ritirarsi e si ritirerà da alcuni, non ancora precisati, progetti congiunti che esistono, al momento, con gli USA (RIA Novosti, 12.7.2012, M. Tabak, Senators Present New Magnitsky Fraud Evidence in U.S. Un gruppo di senatori [russi] presenta agli USA nuove prove delle frodi di Magnitsky [il suo Hermitage Capital Fund, basato a Londra ma operante in Russia, evadeva effettivamente le tasse e il suo arresto fu “del tutto legale”, anche se furono “sbagliate” le cure che gli prestarono in carcere] http://en.rian.ru/russia/20120711/174558542.htlm2).

GERMANIA

Rallenta anche in questo paese la crescita nel 2012 a causa delle esportazioni più ridotte sui mercati europei, ha dichiarato in visita in Indonesia al presidente Susilo Bangbang Yudhoyono, Angela Merkel. Dobbiamo tenere conto di questa conseguenza della crisi dell’eurozona ma l’economia tedesca non entrerà in recessione. E già suona curioso che senta il bisogno di ricorrere a un’assicurazione – recessione no – che nessuno, ma proprio nessuno, le aveva richiesto – excusatio non petita proprio… – sullo stato di salute del suo paese…

Poi arriva il downgrade di Moody’s – di cui abbiamo già parlato – che avanza pronostici negativi sull’economia tedesca a rischio di contagio – dice – dei contraccolpi che le arrivano da quelle più fiacche europee… E la fiducia del mondo degli affari cade al minimo dal marzo 2010 nell’indice IFO (Institut für Wirtschaftsforschung Istituto per le ricerche economiche, 25.7.2012, Geschäftsklimaindex fällt weiter Il clima di fiducia del mondo degli affari cade ancora http://www.cesifo-group.de/portal/page/portal/ifoHome/a-winfo/d1index/10indexgsk).

Ma ancor più curioso è che adesso, in Indonesia, Angela Merkel senta il bisogno di squinternarsi in lodi quasi ditirambiche sottolineando che, avendo ridotto il suo debito sovrano dall’80% al 24% del PIL, l’Indonesia è diventata “un modello per tutta l’Europa”. Dopotutto, in Europa stessa, la Bulgaria, per esempio, ha un debito ancora più basso, al 16% del PIL: eppure nessuno si sogna di metterla lì come esempio a nessuno… né di crescita, né tanto meno, di equa distribuzione della crescita.

Ma questi sono evidentemente fattori di cui a Merkel non interessa granché: basta ridurre il debito, per lei, basta… (The Jakarta Globe, 11.7.2012, Arientha Primanita, Merkel praises Indonesia for efforts in debt reduction Merkel elogia l’Indonesia per gli sforzi di riduzione del debito http://www.thejakartaglobe.com/home/merkel-praises-indonesia-for-efforts-on-debt-reduction/529870).   

FRANCIA

●A Parigi, la Corte dei Conti, l’agenzia di controllo dello Stato rileva che il governo di François Hollande avrà bisogno di tagliare tra i 6 e i 10 miliardi di euro in più dal bilancio di quest’anno per raggiungere gli obiettivi fissati di riduzione del deficit/PIL. Il 2013, dicono gli auditors, cioè i revisori dei conti, sarà ancora più duro visto che si tratterà di tagliare sui 33 miliardi di € e/o di aumenti di tasse— che poi, contrariamente alla scuola economica convenzionale neo-liberista (proprio quella sarkozyana ma anche della maggior parte degli altri governi europei è in auge e alle elezioni è stata “inciulata” dagli elettori, sembra essere la risposta che intende dare il governo all’esigenza posta dall’Unione europea di rispettare il tetto del 3% di deficit/PIL (New York Times, 2.7.2012, D. Jolly, cit. nell’articolo sulla disoccupazione in EUROPA e nel link corrispondente, sopra).

Intanto, e sempre nella stessa direzione, François Hollande, ha aumentato il salario minimo che esiste per legge, cercando anche così tra l’altro di aumentare qualche po’ la spesa dei consumi e riavviare una ripresa difficile dell’economia in stallo. E ha annunciato che farà passare per legge la tassazione degli straordinari nel tentativo di alleggerire, senza svalorizzarlo come compenso netto il lavoro e di raccogliere altri 3 miliardi di € di tasse

(Guardian, 17.7.2012, K. Willsher, French Government to reinstate overtime tax Il governo istituirà di nuovo la tassazione degli straordinari  [spiega il presidente alla radio che secondo lui continua a essere pazzia incoraggiare qualcuno a lavorare ogni ora di vita che ha e condannare altri a restare a vita senza lavoro alcuno: e, in un mondo che fosse normale, sembrerebbe perfino sensato, no?] ▬ http://www.guardian.co.uk/world/2012/jul/17/french-government-reinstate-overtime-tax-hollande).

L’ottica è sempre quella, eretica se non addirittura eresiarca per i fedeli del libero e selvaggio mercato, che per ridurre il deficit non si tagliano, o si tagliano il meno possibile, spesa sociale e salari aumentando invece le tasse sui redditi alti – cui certo qui si sfugge più difficilmente che in Italia – e sulle grandi imprese (e lo annota, infatti debitamente deplorandolo addirittura in anticipo, The Economist, 29.6.2012).

Dalla supertassa sui redditi alti imposta da Hollande (forse il 3-4% del monte imposte) – che si sta rivelando popolarissima (76% di approvazione, ma anche il 49% tra gli elettori di Sarkozy), la misura applicata a tutti quelli che si mettono in tasca più di un milione di € all’anno a un’aliquota del 75%, eccetto ovviamente che tra chi ne è colpito e chi all’estero, come il premier inglese, la bolla come un’idea tutta sbagliata o come chi, Monti da noi, non la nomina mai come la stampa che gli batte ossequiosamente i tacchi davanti, tante volte venissero idee cattive anche agli italiani.

In sostanza, si tratta di un 7,2 miliardi di € che sotto la rubrica di “sforzo per l’equità”, ricadranno sulle tasche del big business e dei redditi più elevati prendendo il posto, nel vocabolario della crisi e dei suoi tentativi di soluzione, dei termini tanto amati da lor signori come rigore, austerità, disciplina. Non poteva che essere così, in un’epoca poi dove chi si fa ricco non fa più, o fa poco ricco, il paese e non crea più occupazione. L’anno prossimo arriveranno anche i tagli ma con questo “tesoretto” già messo da parte il governo pensa di contenerli.

E, poi, è scattato ormai un clima, vivvadio e per Dio populista – un clima che qualcuno chiama anche di seconda rivoluzione (bé, rivoluzioncella, si parva licet componere magnis[10]), un clima che, con la perquisizione fatta eseguire dal tribunale alle case e agli uffici di Sarkozy a meno di un mese dall’uscita dall’Eliseo e appena gli è scaduta l’immunità presidenziale nell’inchiesta sull’illecito  finanziamento che gli aveva elargito qualche anno fa l’ereditiera più ricca di Francia, Liliane Bettencourt, la padrona de l’Oréal – sembra qui decretare la fine dell’epoca del tana libera tutti per i grandi ricchi che come altrove (pensate solo a un Briatore per dire, o quell’altro cognome con la B che non a caso ha fatto gridare al terrore qualche suo pennivendolo) facevano in nome della libertà loro, quel che volevano.

Il primo ministro Ayrault, che subito ha applicato la decurtazione degli stipendi dei componenti dell’esecutivo, in linea con quanto annunciato dal neo-presidente, portando la retribuzione lorda di un ministro – subito – da  € 14.200 a 9.940, ha anche detto, deformando e adattando il motto immortale di Voltaire[11] (écrasez l’infâme!— schiacciate l’infame) che bisogna  “punire” le ricchezze non motivate e inspiegate e socialmente immeritate che il paese ha ingrassato per tutti gli anni dl potere del centro-destra. E, certo, almeno a sentirli, gente come Moscovici, il ministro delle Finanze, e Ayrault suonano come suonavano forse nel 1793 Saint-Just e Robespierre: che una rivoluzione vera la fecero e la vinsero… ma poi, solo un anno dopo averci fatto segare quella del re, sulla ghigliottina, alla fine, ci lasciarono anche la testa loro.

Il governo ha anche annunciato che fornirò nuovi incentivi pubblici per sostenere l’introduzione di tecnologie verdi nell’industria automobilistica. E questo – nota The Economist, 27..2012, deprecandolo come l’ennesimo, improvvido “immischiarsi del pubblico nel privato” – dopo che aveva già frenato i piani di liberarsi del personale che aveva definito in eccesso della fabbrica PSA Peugeot-Citroën alla periferia di Parigi, costringendo l’impresa a impegnarsi per non lasciare senza lavoro nessuno dei dipendenti: anche se aveva appena denunciato una perdita secca nella prima metà dell’anno di 819 milioni di €.    

GRAN BRETAGNA

La crisi della sicurezza: ormai in appalto, come tutto del resto, per le Olimpiadi  (vignetta)

E se la crisi lattiera continua a peggiorare avremo bisogno che ciascuno di voi soldati si metta a produrre una trentina di litri di latte 

Matt 22 July

Foto: The Telegraph, 22.7.2012, Matt

●Rispetto alle previsioni, recentissime, meno di un mese fa, del Fondo monetario (un fiacco +0,8%, quest’anno), la realtà dei dati effettivamente raggiunti parla di un calo globale del PIL nel 2012 a -0,5%, anche contando su un rimbalzo decente, se mai fosse possibile, nel terzo trimestre (Guardian, 25.7.2012, L. Elliott e L. Ashwell, George Osborne's reputation battered by bad news from across economy La reputazione di Gerge Osborne [è il cancelliere dello scacchiere, cioè il ministro del Tesoro] danneggiata malamente dalle cattive notizie che arrivano da tutta l’economia http://www.guardian.co.uk/business/2012/jul/25/george-osborne-economy).

 Adesso, alla fine del secondo trimestre,una prima stima ufficiosa ma comunque in arrivo dalle statistiche nazionali comunque, vede un’economia in contrazione ancora dello 0,7%, un dato molto peggiore di quello che aveva annunciato la stima del governo. Ed è il terzo trimestre di calo del PIL, recessione pienissima -1,4% cumulativo. Da parte di chi ponzava, pensava e proclamava che standosene fuori dall’euro, il Regno Unito al contrario di tutti gli altri paesi sarebbe cresciuto…

D’altra parte, è anche vero che tutti gli osservatori che al governo hanno dato qualche fiducia capiscono adesso – ma non vogliono ammettere: anche se, per esempio, il Telegraph e il Financial Times cominciano a denunciarlo – che si trattava di stime forzate, deliberatamente ottimiste e anche falsate specie nelle comunicazioni ufficiali del cancelliere dello scacchiere. La realtà è che da quando, nel maggio 2010, il governo conservator-liberale è entrato a Downing Street, di riffe o di raffe, il paese è diventato più povero (The Economist, 27.7.2012, Heavy weather Brutto tempo [però, il settimanale che per malinteso dovere quasi patriottico sul Regno Unito è sempre ottimista, dice che in realtà il clima è meno brutto di quanto sembri…] ▬ http://www.economist.com/node/21559649).

Insomma, molto peggio di ogni previsione ma che l’opposizione laburista, come ogni altra opposizione democratica altrove in Europa, non sembra riuscire né forse neanche provare davvero a contrastare e che sta lasciando inesorabilmente affondare il paese affermando che la colpa è degli altri…

●Una riforma democratica, o almeno un po’ più democratica, della Camera dei Lords è in questo paese, da una parte, un sogno e, dall’altra, una specie di incubo sotto traccia dove cui non si elegge nessuno ma si accede per diritto ereditario (prìncipi, marchesi), per diritto di posto occupato (26 tra i vescovi della Chiesa anglicana: i Lords “spirituali”… sic!), o per designazione a vita (come i senatori a vita da noi: che, però, sono al massimo una decina (art.59 Costituzione) e qui tutti, con l’eccezione di quelli ereditari).

Ora la Camera dei Comuni ha approvato una legge che farebbe dei Lords un’assemblea anch’essa largamente eletta. Ma poi la legislazione è stata bloccata da un specie di vasta rivolta nei ranghi del partito conservatore. E’ una gran brutta botta alla solidità, già a rischio peraltro per le politiche economiche reazionarie dei tories cui i liberal-democratici nella coalizione di governo non sono capaci di sottrarsi.

Il problema è che, come osserva acidulamente qualcuno (The Economist, 13.7.2012, Constitutional reform Riforma costituzionale http://www.economist.com/node/21558574) dopo un dibattito che dura da oltre un secolo – primo ministro era allora Disraeli, centotrenta e più anni fa –, quasi tutti i britannici sono in linea di principio d’accordo sula necessità di riformare la Camera Alta. Ma, poi, sembra che al dunque siano molti di meno ad agire per arrivarci. Probabilmente dal loro dilemma i britannici potranno uscire solo con un referendum popolare… Cui, dopo qualche decennio, ne seguirà un altro…

GIAPPONE

●A giugno, comunicano le statistiche ufficiali, il paese registra nei sei primi mesi dell’anno 2.915 miliardi di ¥, sui 37 di $, di deficit commerciale con gli USA, con un attivo, ma solo per giugno, di 61,7 miliardi di ¥: una tendenza, quella semestrale un po’ curiosa e anche qualche po’ preoccupante (Agenzia Kyodo, 25.7.2012, Japan logs biggest trade deficit in Jan.-June period Il Giappone registra il suo maggiore deficit commerciale [con gli USA] per il periodo gennaio-giugno http://english.kyodonews.jp/news/2012/07/171389.html).

●La Camera bassa del parlamento, la Dieta, andando qualche po’ in direzione analoga, ha passato un piano del governo che aumenta le tasse sui consumi invece di tagliare pensioni, salari e spese. Non ha aumentato le imposte sui redditi, progressivamente, però ma quelle sui consumi, squilibrate perciò per definizione e regressivamente.

E subito il partito di governo, il Partito democratico, si è scisso su impulso dell’uomo forte che aveva dovuto cedere il governo al giovane premier YoshihikoNoda, 55enne: cioè, il vecchio leader dell’apparato che ne aveva favorito l’ascesa al potere, il 70enne Ichiro Ozawa. La scissione non riesce a intaccare la maggioranza assoluta del PD ma coinvolge già oltre una dozzina di deputati (contro la legge hanno votato ben una quarantina di loro, riducendo la maggioranza da 289 a 249 seggi al momento) obbligando il governo a negoziare, in condizioni ormai più difficili, con la maggioranza che al Senato è dell’opposizione.

Ozawa ha staccato la spina specificamente sulla proposta di far arrivare l’IVA al 10% in tre anni ma, più generale, ha detto, proprio sul principio di ritoccare comunque al rialzo le tasse. Lui era per fare come dice la scuola del neo-liberismo: tagliare spese e welfare e non toccare le tasse. Il primo ministro era invece per aumentarle – ma quelle indirette, non quelle dirette sui redditi – soprattutto per cominciare a far fronte al debito pubblico stracolossale e in crescita (ormai quasi il 220% del PIL, record mondiale dopo lo stralunato Zimbawe) e delle pressioni del Fondo monetario (1)The Economist, 29.6.2012, Shadow of a Shogun L’ombra di uno shogun http://www.economist.com/node/21557788; e 2) Guardian, 2.7.2012, Reuters, Japan’s ruling party suffers mass defection Il partito di governo in Giappone soffre di una massiccia scissione http://www.guardian.co.uk/world/2012/jul/02/japan-ruling-party-suffers-mass-defection?newsfe ed=true).

●Intanto, e allo stesso tempo, i postumi dell’incidente di Fukushima hanno portato alla luce adesso, per la prima volta da decenni nel sistema democratico, un dibattito di fondo sulla natura del carattere di questo paese. E’ un Rapporto parlamentare, presentato dal docente emerito dell’univeristà di Tokyo, Kiyoshi Kurokawa, che parte affermando “e fa male ammetterlo, come questo – non Fukushima in sé ma di sicuro il dopo-Fukushima – sia stato un disastro di origini umane, non naturali, e tutto ‘made in Japan’, che ha le premesse nella mentalità del nostro paese”.

Parla chiaramente, il Rapporto, del fatto che le cause fondamentali dei gravissimi errori nella gestione della crisi dopo lo tsunami e l’esplosione dei reattori, come nelle carenze che li hanno entrambi preceduti vanno rintracciate nelle convenzioni radicate nella cultura nipponica: il riflesso automatico dell’obbedienza alle autorità; la riluttanza a discutere quel che affermano le autorità; la devozione a seguire passo per passo ogni programma ufficiale prestabilito”. E’ un’ammissione che mette a nudo il punto più debole del sistema di governance giapponese.

E la sua cultura di fondo. Ai bambini qui insegnano subito, oggi come al tempo del Tenno e degli shogun, di pensare “sempre come gli altri”, di considerare sempre la propria posizione in rapporto a quella degli altri e “in un contesto di insieme organizzativo”. Di qui la solidarietà, tra giapponesi perché giapponesi, anzitutto e prima di tutto. Una gestione che enfatizza e sottolinea la mentalità del villaggio e respinge interferenze e critiche che e se vengono dall’esterno.

Ma anche dall’interno: racconta il Rapporto Kurokawa che quando, da una talpa – un informatore volontario preoccupato di quello che vedeva diventare possibile e succedeva alla TEPCO, il gestore di Fukushima – arrivarono le prime indicazioni al governo, la prima telefonata fatta da Tokyo all’impresa fu quella di segnalarle che “avevano un informatore all’interno”.

E qui c’è davvero tutto quello che, insieme, fa la forza e la fragilità del paese— del suo stile di gestire le cose. La sfida con cui oggi ha a che fare il Giappone, sarà almeno intellettualmente quella di aprirsi a un certo grado di individualismo e, insieme, a una leadership forse un po’ più come dire? esecutiva, capace, senza dover rinunciare al costume di dibattere e ponderare tutto, anche ad assumersi la responsabilità di decidere.

E, in questo, è evidente quanto e come ed in che noi italiani siamo uguali e diversi dai giapponesi. Come dovremmo imparare noi a fare, da loro, quello che fanno meglio (lavorare insieme) e loro, da noi, il meglio nostro (lavorare individualmente, improvvisare (1)CNN, 6.7.2012, Seijiro Takeshita,What Japanese leaders can learn from the Fukushima nuclear crisis Quello che i leaders nipponici possono imparare dalla crisi nucleare di Fukushima http://edition.cnn.com/2012/07/06/opinion/takeshita-fukushima-management/index.html); 2) Asahi Shimbun, 6.7.2012, Full text of the Kurokawa Report Testo completo del Rapporto Kurosawa ▬ http://ajw.asahi.com/article/0311disaster/fukushima/AJ201207060056).


 

[1] Dante, Inferno, canto II, 9.

[2] Per esempio, il Regno Unito riconobbe, per qualche tempo, il governo degli Stati Confederati d’America – presieduto da Jefferson Davis – nel 1861 come “Stato belligerante” anche se continuò a mantenere il riconoscimento ufficiale solo al governo degli Stati Uniti di Abraham Lincoln. Fu tentato dal riconoscimento della belligeranza, ma lasciò perdere, anche il governo francese di Napoleone III.

   E Pio IX resisté alle pressioni del cardinale Segretario di Stato, Giacomo Antonelli in quel senso, restando per lui la pratica legalizzata dello schiavismo, malgrado la sua conversione politica profondamente reazionaria, come “profondamente anticristiana in linea di principio”, e pur concordando invece con lui – con Antonelli – che la guerra non era in realtà a favore o contro lo schiavismo, che la sua base legale era per lo meno dubbia e che la filosofia degli Stati Confederati era poi più vicina al suo antimodernismo del progressismo degli Stati Uniti (una sola volta però, scrisse a Jefferson Davis, indirizzando la lettera su carta della Santa Sexde ma sua personale al “molto onorevole presidente degli Stati Confederati d’America”.

   E fece dell’arcivescovo di New Orleans, che sosteneva il Sud un cardinale di Santa Romana Chiesa rifiutando di fare lo stesso onore all’arcivescovo di New York, ma facendo chiarire nel declinare la richiesta, che gli veniva da Lincoln, al Segretario di Stato in un’altra lettera, questa ufficiale, indirizzata al “molto onorevole presidente degli Stati Uniti d’America” che la S.S. non riconosceva in alcun modo gli Stati del Sud(Pope Pius IX and the Confederacy Papa Pio IX e la Confederazione ▬ cfr. http://catholicknight.blogspot.it/2009/02/pope-pius-ix-and-confederacy.html).

[3] Esopo, VII-VI secolo a. C., Favole.

[4] Dante, Inferno, canto III, 63: “Questa era la setta d’ i cattivi, a Dio spiacenti e a’ nemici sui”.

[5] E’ Alexis de Tocqueville a riferirsi a lui, ne l’Antico regime e la rivoluzione, (trad. ital. di C. Vivanti, Einaudi, Libro III, p. 268; 1e ed. Michel Levy, 1856, L’Ancien Régime et la Révolution), e a far notare come la lezione impartita da Machiavelli abbia avvisato, e l’esperienza dimostri, come sia vero che “il momento più pericoloso per un cattivo governo è in genere proprio quando sta cominciando ad emendarsi”.

[6] Dante, Inferno, (a Caronte) III, 95-96, (a Minosse) V, 22-24Vuolsi così colà dove si puote/ciò che si vuole e più non dimandare

[7] Virgilio, Eneide, II, 49, Laocoonte:

[8] Il riferimento è al libro autobiografico di Lawrence Durrell, ex agente dei sevizi segreti militari, l’MI6 britannico, e romanziere eccellente (Justine, Lawrence d’Arabia…), che parlò dei suoi tre anni di residenza in quella che era allora ancora la Cipro colonia britannica nel suo Bitter lemons Limoni amari, Faber & Faber, 1957, mai tradotto in italiano.

[9] Matteo, 1-…3: “Non giudicate per non essere giudicati”… “Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nell’occhio tuo?”.

[10] Virgilio, Georgiche, 4, 176— se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi, dove le api che si danno da fare intorno all’alveare vengono paragonate al lavoro dei Ciclopi che, per conto di Giove, fabbricano i fulmini.

[11] Voltaire (1694-1778) fu lo pseudonimo di François-Marie Arouet, col quale è passato alla storia colui che, con Rousseau e Montesquieu, è stato il filosofo e polemista padre dell’Illuminismo, massimo ispiratore della rivoluzione francese del 1789. Lo aveva assunto durante l’esilio in Inghilterra dal quasi anagramma del nome del villaggio d’origine della famiglia, Airvault, vicino a Poitiers. Nell’ultimo decennio di vita, aveva preso a firmare ossessivamente con questo motto la corrispondenza che scambiava, copiosissima, con grandi pensatori e personaggi dell’epoca (Locke, Beccaria, Franklin, Jefferson, il giovane e sconosciuto avvocato Maximilien de Robespierre…)

   L’infame essendo, però, per lui notoriamente come ha spiegato nel Traité sur la tolérance  (1763, Cramer ed., Genéve – lui, teista e non ateo, che chiude il Trattato, finito ovviamente subito all’Indice, con una bellissima preghiera a Dio perché doni a tutti quelli che a lui credono la capacità, appunto, della tolleranza) – la Chiesa cattolica romana che s’era guadagnata l’epiteto in quanto religione organizzata che, in nome del dogma e dell’interpretazione che essa ne dava, aveva dichiarato e fatto guerra, appunto, alla tolleranza…   lettera del 28.9.1763 ▬ http://it.wikipedia.org/wiki/File:Ecrazer-l-infame-1.jpg).