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     08. Nota congiunturale - agosto 2011

      

  

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01.08.11

 

Angelo Gennari

 

  

 

 TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.... PAGEREF _Toc299900360 \h 1

Buone vacanze a tutte(i)… e speriamo che chi può non le debba passare tutte in autostrada (vignetta) PAGEREF _Toc299900361 \h 5

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc299900362 \h 5

nel mondo. PAGEREF _Toc299900363 \h 5

Le multinazionali a forte partecipazione statale e con più proprietà all’estero (istogramma) PAGEREF _Toc299900364 \h 6

Ecco come funzionano capitalismo e mercato… (vignetta) PAGEREF _Toc299900365 \h 8

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais. PAGEREF _Toc299900366 \h 8

Pulizie arabe di primavera (vignetta) PAGEREF _Toc299900367 \h 8

in Cina. PAGEREF _Toc299900368 \h 27

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc299900369 \h 30

EUROPA.... PAGEREF _Toc299900370 \h 32

Sì… ha ammazzato una settantina di ragazzi, ma bisogna capirlo… (foto) PAGEREF _Toc299900371 \h 33

I risultati degli stress test alle banche europee. PAGEREF _Toc299900372 \h 41

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc299900373 \h 53

La realtà dell’economia americana: cresciuti soltanto profitti e borsa: il resto per niente… (istogramma) PAGEREF _Toc299900374 \h 54

OBAMA:  PRIMA              … E ADESSO.. PAGEREF _Toc299900375 \h 56

I paesi (Banche centrali e privati) maggiori detentori di debito pubblico USA all’estero. PAGEREF _Toc299900376 \h 63

L’America stende la mano alla Cina: “che c’avesse un trilione per me?” (vignetta) PAGEREF _Toc299900377 \h 64

GERMANIA.... PAGEREF _Toc299900378 \h 76

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc299900379 \h 77

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc299900380 \h 77

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nella ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E non si può. Per cui, abbiate pazienza…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

●L’ISTAT[1] dice il 1° luglio che il tasso di disoccupazione giovanile nel paese ha raggiunto il 29%: il più alto dal 2004. La frase che allarma di più, nel lungo comunicato che descrive in dettaglio il brutto stato dell’occupazione nel nostro paese, non è tanto sul dato globale – drogato da tante misure quanto mai effimere di natura sociale, essenziali ma largamente insufficienti (cassa integrazione, ecc., precarietà cronica ormai del lavoro, ecc.) quanto quella che seccamente ci informa: “il tasso di disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni aumenta dal 28,8% del primo trimestre 2010 al 29,6% [in questo primo trimestre], con un picco del 46,1% per le donne del Mezzogiorno”.

E lo stesso giorno Standard & Poor’s – una delle agenzie di rating che, con Moody’s e Fitch, formano la nemesi trimurtica che misura e, insieme, accresce o fa calare la febbre al mercato – dice chiaramente di non credere alla manovra appena varata dal governo: perché – ed è difficile darle torto – l’Italia non potrò certo cominciare, come il governo giura di voler fare, a ridurre il debito pubblico (120% del PIL) con una crescita inferiore addirittura all’1% quest’anno… Insomma, S&P, vista la combinazione di “crescita anemica, debito elevato e instabilità politica”, al governo e alle sue promesse proprio non crede…

E non è l’unico. Dopotutto, viene fatto rilevare, “entro l’inizio del 2014, il 42,8% del debito pubblico italiano andrà a maturazione. Dovrà quindi essere rifinanziato, sperando che i tassi d’interesse dei rendimenti promessi non siamo eccessivamente onerosi[2] … Già, sperando…

Interessante e sicuramente da segnalare anche il fatto che, a ruota, stavolta – e la cosa appare un tantino sospetta, con l’ex sottosegretario di Berlusconi a presiederla – che la CONSOB abbia convocato le agenzie di rating[3], in particolare proprio S&P’s e Moody’s per contestare non il loro giudizio, ovviamente, ma il fatto che lo abbiano espresso “prima della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale”…

Che è francamente una motivazione ridicola, non solo perché dopo due giorni dagli annunci di Tremonti e di Berlusconi il testo della manovra non era ancora arrivato neanche al Quirinale… ma soprattutto perché S&P’s è un analista privato, come lo sono gli altri, osservatori, giornali, e esprime il suo libero privato giudizio… Che, poi, lo abbiano emesso “alle ore 13, a borse aperte”— è ancor più patetico, perché quand’è che sono mai chiuse, se non di sabato e nei festivi, le borse? 

●Per dirla con la sintesi del NYT del 12 luglio, “il contagio che aveva cominciato a diffondersi tra i piccoli paesi dell’eurozona si sta improvvisamente muovendo su quelli più grandi. Con la Grecia che traballa sull’orlo del default – l’incapacità dichiarata di continuare a pagare il servizio del proprio debito esterno – il gioco è cambiato: adesso gli investitori hanno messo nel mirino ogni paese che soffra della combinazione di debito alto, crescita bassa – e questo non è certo nuovo – e – questo è nuovo – disfunzionalità politica— e l’Italia combina ormai, a pieno, tutti e tre questi fattori”.

Il problema è – il quotidiano americano è molto meno, diciamo, sfumato dei nostri e molto più netto guardandoci solo dall’ottica dei mercati e fregandosene completamente dei nostri sentimenti di amore e odio per il Cavaliere che, a inizio luglio, il terzo fattore si è improvvisamente materializzato, azzoppandoci, “nel conflitto di potere scoppiato tra il presidente del Consiglio Berlusconi e il ministro delle Finanze, Tremonti[4] * e, più in generale, dello sfarinamento palese dela maggioranza di centro-destra. E’ questo botto che ha scoperchiato il tappo della boccetta di fiele che oggi chiamiamo Italia e che corriamo il rischio, ormai, di dover bere tutti .

In questo quadro, CONSOB, Moody’s e quant’altri sono solo un disturbo e, per di più, periferico. Che, però, pone e segnala finalmente alle istituzioni europee il problema del peso eccessivo, e non di rado – anche se di tanto in tanto, come stavolta, ci azzeccano – distorcente di questi giudizi sull’andamento dei mercati e di azioni regolarmente quotate che viene riconosciuto e hanno questi istituti assolutamente “privati”— e noti per aver dato, a pagamento, certificati di bontà e di eccellenza a tutta la “monnezza” finanziaria che negli anni pre-crisi le banche hanno collocato sui mercati all’ingozzo dei gonzi…

Il risultato delle convocazioni delle agenzie a Roma, alla CONSOB è stato del tutto inconclusivo ovviamente. La segnalazione a Bruxelles per loro, forse, un po’ più inquietante. Ma tradurre in fatti questi vaghi tuoni di sfondo vorrebbe dire alto e chiaro, a questi istituti, che da noi non sono graditi e cacciarli via: e mai questo oseranno, a Bruxelles o a Francoforte. Tempo fa era stato proposto che fosse la UE, come tale, a dotarsi di una propria e più ufficiale agenzia di rating… che mettesse almeno in questione il monopolio privato degli americani. Ma vedrete che, al dunque, neanche stavolta se ne farà niente…

Nei fatti, è una botta pesante per tutti i titoli italiani quotati in Borsa che l’11 luglio perdono a piazza Affari una media colossale di quasi il 5% in seduta e si alza al massimo storico del 3% il differenziale tra rendimenti dei titoli di Stato italiani per far continuare a comprare i quali bisogna offrire ben più che per vendere i Bund tedeschi. Inoltre, si impenna al massimo storico anche il costo della benzina alla pompa, mentre a maggio torna a calare, dello 0,6%, anche la produzione industriale.

Poi, appena annunciata la manovra sono mercati finanziari, borse, cambi, banche a mettere in dubbio la sua serietà. Si è scatenata ormai la speculazione che, per la natura stessa della bestia, è però parte integrante dei meccanismi di mercato e contro la quale, quindi, a questo punto è inutile anche far finta di scandalizzarsi se non respingendo i meccanismi stessi del capitalismo finanziario.

Come ha scritto lucidamente su alcuni fogli della sinistra di minoranza un nostro amico, “se un paese comincia a traballare è il momento di vendere i titoli del suo debito pubblico. Se quel paese vuole continuare a piazzarli deve garantire agli investitori un rendimento sempre maggiore quanto più è il rischio cui si sottopongono. Le tre agenzie di rating moltiplicano le paure. Tra mercato e speculazione non c’è linea di demarcazione. Questo è il capitalismo finanziario[5]”.

Ma, la verità è che, a questo punto, come difendere l’economia dell’Italia sta diventando un problema che scavalca anche l’Italia, debolissima com’è ormai col nostro Pulcinella e la sua corte dei miracoli assisa al governo. In effetti, “la manovra tremontiana promette sfracelli e lacrime e sangue, ma a conti fatti convince poco le vestali del rigore finanziario. Essenzialmente perché buona parte di essa è caricata sulle spalle dei governi che verranno ed è affidata agli effetti che avrà la legge delega di riforma fiscale, i cui contenuti sono ancora indeterminati per quanto si annuncino pessimi per chi vive del solo reddito del proprio lavoro.

Da qui la richiesta di anticiparla a tutti gli effetti. Ma una maggioranza e un governo costantemente sull’orlo di una crisi di nervi e in minoranza nel paese reale non danno affidamento per un’operazione così dura. E di qui la necessità – si fa per dire – del sì delle opposizioni… Ma ormai è comunque tardi e comunque poco – di questo almeno la sinistra dovrebbe essere conscia – per questo tipo di soluzioni, diciamo autarchiche, italiane, perfino di questa dello stringiamoci a coorte…

Ormai questo è problema dell’eurozona e dell’Europa ancor più di quanto lo sia la Grecia. Perché se salta Atene, o perfino Madrid, saranno dolori. Ma, se salta l’Italia sotto l’assalto della speculazione rischia davvero di saltare – di sfarfagliarsi anche e proprio l’euro… perché Grecia, Portogallo e Irlanda, tutti insieme, rappresentano il 6% del PIL dell’eurozona, un problema avvelenato politicamente, sicuro…

… ma l’Italia, da sola fa il 16-17% del PIL dei 17 dell’euro... E il debito pubblico nostrano, il 120% del PIL italiano, e inferiore, sì, a quello greco, il 142% del loro PIL, ma in termini assoluti è quasi dieci volte quello di Atene e riportarlo alla media del’eurozona costerebbe il 10% del PIL dell’eurozona nel suo insieme. E mentre malgrado tutto la Grecia un po’ continua a crescere, l’Italia in pratica è immobile. E, a parte ogni considerazione politica sulla non unità e la debolezza flagrante dell’Unione europea, la tossicità economico-finanziaria dei conti italiani se l’eurozona lasciasse andare sarebbe una dose di oppiaceo deprimente, forse letale, per tutta la UE.

Come ha scritto un esperto di cose italiane – non un corrispondente a Roma— di quelli che fanno imbestialire il Berlusca perché, stando qui, si lasciano influenzare dai media comunisti nostrani, ma un acclarato accademico, professore di storia moderna italiana all’University College di Londra, l’UCL, l’università più multidisciplinare della Gran Bretagna – il prof. John Foot, forse “con la sua inettitudine economica, molto più grave dei suoi parties al bunga bunga, —Silvio Berlusconi potrebbe aver davvero fo**to l’Europa– e non solo l’Italia[6].

●Sul che fare concreto, da parte dell’Europa adesso, visto che questo è ormai pienamente un problema europeo, ci torniamo più avanti nel capitoletto relativo, appunto, all’EUROPA, più sotto. Per adesso è forse di qualche utilità far rilevare che è Angela Merkel in persona a mettere in guardia risparmiatori e investitori – i mercati – nel corso di una conferenza stampa appositamente convocata insieme al suo  ministro delle Finanze – mentre vengono avanzati ricorsi di singoli deputati liberi battitori alla Corte suprema di Karlsruhe per far dichiarare anti costituzionale la nuovo interpretazione pro-salvataggio del Trattato di Roma – dal farsi troppo impressionare dagli avvertimenti delle agenzie di rating[7], ad esempio, adesso nel lasciarsi coinvolgere in un’altra operazione di salvataggio della Grecia.

Merkel avvisa i mercati, le banche, gli investitori, i risparmiatori che il loro giudizio alla fine conta sempre di più e, insieme a quello dei governi, ha l’ultima parola. Che è vero. Ma dà per scontato quel che scontato non è: che i governi siano disposti ad agire, e nel caso in questione ad agire davvero insieme, congiuntamente e contemporaneamente… Per questo consiglia la cancelliera tedesca sarebbe bene fidarsi del FMI, della BCE, della Commissione europea molto più che di Moody’s e di S&P’s, dice.

●Il Berlusca pensa, spera, si illude di poter assegnare adesso i ruoli per il futuro del suo centro-destra: significa che, certo, si rende conto di essere quasi “finito” e non mancherà di dare ancora i suoi stralunati, e stralunanti, colpi di coda. Ma l’idea che una volta ritiratosi dall’impegno diretto in politica – dopotutto, ha già settantasei anni… – e dal finanziamento diretto dei candidati – se lui non è più il premier, non ha più alcun interesse a pagarli… – riuscirà ancora a essere decisivo in absentia è la solita delusione/illusione di ogni ex potente.

Comunque, per ora, annuncia in un’intervista al giornale più arcinemico che ha[8], che non si candiderà nel 2013, che il candidato suo sarà Alfano e che Letta sarà il suo concorrente per il Quirinale… Forse ha parlato, ancora una volta, fuori tempo perché di qui ad allora c’è il tempo, per tutti, di disfare e rifare— ma il ragionamento vale meno se anche lui, come chi scrive e grazie a Dio e alla volontà, ormai, di tanti italiani, fosse convinto che, al dunque, si andrà al voto molto prima che alla metà del 2013.

Intanto, a metà mese, il giorno che la manovra passa al Senato – in due giorni con l’aiuto dell’opposizione, che responsabilmente o, in realtà forse, e date le scelte che essa fa di macelleria sociale come è stato ben detto, irresponsabilmente, rinunciando a ogni ostruzionismo e anche a ogni discussione e limitandosi a votare inutilmente contro, alla fine – dopo essere ormai salita a 70 miliardi di € tra lacrime e sangue (e con la latitanza anche fisica di Berlusconi), il Tesoro riesce a piazzare tutti i titoli che voleva vendere: 1,25 miliardi di € di buoni a cinque anni e 3,7 miliardi a quindici.

Ma deve impegnarsi, per i primi, a garantire rendimenti ai suoi bonds per il 4,93% e per gli altri al 3,9%. Che è il record da tre anni a questa parte[9]. E adesso, forse, secondo diversi analisti, con l’Italia che è riuscita a piazzare i suoi titoli anche se ha dovuto pagare per farlo interessi più alti, il fuoco dei mercati potrebbe/dovrebbe tornare a concentrarsi sulla capacità o meno dei policy makers europei a dare una risposta al salvataggio greco. Ma, poi, in realtà ormai a quello di tutta l’eurozona.

E, a fine luglio, il 28, all’asta consueta dei bonds decennali di fine mese, il Tesoro ha dovuto pagare quasi un punto pieno di interessi in più rispetto ad un mese fa: al massimo storico del rendimento e ultimo segno della febbre che sta colpendo gli investitori. Intanto, Tremonti, uno che ogni anno si mette in saccoccia milioni di € di stipendi e parcelle, si trova – innervosendo i mercati che su lui facevano affidamento – sempre più nel mirino delle polemiche per l’ affitto “agevolato” e a carico non si sa bene davvero di chi di via di Campo  Marzio.

Erto, adesso, è riuscito a piazzare sul mercato 2,7 miliardi di € a un interesse del 5,77%, ben sopra il 4,94 di fine giugno, coi Bund tedeschi corrispondenti che si vendono lo stesso giorno di fine luglio al rendimento del 2,62%, riallargando lo spread al 3% e cresce il timore che la quantità di salvataggio decisa qualche giorno prima dall’Unione europea. Si diffonde pericolosamente il sospetto che i 440 miliardi di € siano insufficienti a salvare oltre la Grecia, ormai, anche Spagna ed Italia[10]

Vi segnaliamo, e vi diamo tradotto[11], perché malgrado o proprio perché è durissimo vale la pena di leggerlo, un BASTA! che titola durissimo su Berlusconi e sulla quaresima cui ha condannato l’Italia e sta aiutando ad affondare l’Europa, un saggio sul più importante settimanale tedesco. Dicevamo; vale la pena verificare come ci ha aiutato: ridandoci prestigio, dice lui, all’estero…

Buone vacanze a tutte(i)… e speriamo che chi può non le debba passare tutte in autostrada (vignetta)

Fonte: IHT, 26.7.2011, Robert Chapatte

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

   nel mondo

●Insomma Strauss-Kahn non c’entrava. O, almeno, non c’entrava come tutti avevamo pensato e, quasi tutti, detto. Aveva fatto sesso, sicuro, con quella cameriera ma perché lei – adesso pare proprio sicuro: però, però… attenzione ora a non darle addosso come ci si è precipitati alla cieca ieri a dare addosso a lui… – voleva incastrarlo[12].

Lo ammette, a denti moltissimo stretti, la lettera con cui, a fine giugno, comunica la novità alla difesa e ritira la sua opposizione a lasciarlo libero – anche se non ancora di tornarsene in Francia – il procuratore del distretto di Manhattan, Cyrus R. Vance, jr., figlio di un ex segretario di Stato degli USA (con Carter), avvocato progressista che era stato eletto alla sua carica – come qui capita per i pubblici ministeri – addirittura col 91% dei voti. Ma che, in questo caso, come rivela la sua lettera[13], s’era molto incautamente lasciato ingannare dall’accusatrice.

Difficile ormai per Strauss-Kahn riprendere la corsa interrotta bruscamente alla sua carriera politica (si sarebbe candidato contro Sarkozy alle prossime presidenziali per i socialisti). E, probabilmente, anche giustamente in qualche modo, un colpo esiziale alla carriera di Vance.

●Chi si fida poco del Fondo monetario com’è – e si intuisce che adesso, senza Strauss-Kahn e con Lagarde al suo posto, vista la mentalità e la storia dei due sulle questioni economico-finanziarie, se ne fida ancora di meno – e ne reclama a alta voce una profonda riforma, è il Brasile[14]. Parla il ministro delle Finanze Guido Mantega e argomenta[15] che i paesi più sviluppati devono far recuperare subito le loro economie e che le regole del Fondo monetario devono essere riviste per mettere fine subito, adesso che sono forse appena cominciate, alle guerre monetarie che si andranno altrimenti scatenando nel mondo.

E’ proprio la necessità di prevenire la manipolazione del valore delle monete da parte dei grandi paesi che impone al sistema di riformarsi. La politica monetaria americana nota come “facilitazione quantitativa” sta causando la sottovalutazione strisciante e pericolosa del dollaro che tende ad escludere i paesi concorrenti da larghe porzioni mondiali di mercato rendendone automaticamente più care le esportazioni. Anche la Cina si comporta analogamente, dice Mantega: manipola in qualche modo, anche se non così eclatante, la propria valuta che dovrebbe invece, con le dimensioni assunte da quella economia, essere lasciata liberamente fluttuare… proprio come fa il real brasiliano.  

Non è solo il Brasile, sono molti i paesi economicamente forti ma anche quelli meno robusti sul mercato mondiale ad aver bisogno di un sistema monetario internazionale che sia funzionante e davvero imparziale. Ma un conto è, naturalmente, averne bisogno, tutto un altro ottenerlo…

● Le multinazionali a forte partecipazione statale e con più proprietà all’estero (istogramma)

 In miliardi di $, nel 2009, blu scuro proprietà all’estero / celeste assets nazionali / Imprese non finanziarie

                                                         |Quota di proprietà statale|

Fonte: The Economist, 30.7.2011

L’ENEL ha più assets all’estero di ogni altra multinazionale (TNC) a forte partecipazione statale, secondo i dati resi pubblici dall’UNCTAD (Conferenza dell’ONU per il Commercio e lo Sviluppo), col 157% delle sue proprietà all’estero e non più del 68% in Italia. Delle 10 maggiori TNC non finanziarie e in ordine di proprietà detenute all’estero, solo la EDF francese ne ha fuori casa meno della metà. 7 delle 30 principali TNC sono di totale proprietà del loro governo. Al contrario, solo il 6% della Vale (miniere) brasiliana è di proprietà dello Stato. Nel 2009 tra tutte è la Volkswagen tedesca che ha il fatturato estero maggiore (105 miliardi di $) e la Deutsche Post, sempre tedesca – impresa che si occupa di logistica – dà più lavoro all’estero (258.000 dipendenti).

●Confermata una buona notizia che sembra, però, confondere parecchio quanti, Stati Uniti e Inghilterra cioè, nella cosiddetta “comunità internazionale” avevano giurato, ma invano, di far processare per crimini di guerra il presidente sudanese Omar Bashir: crimini di guerra per le azioni  militari e paramilitari condotte fino a pochi anni fa per tenere legato il Sud al Nord del paese.

Il 9 luglio il Sud Sudan è diventato, infatti, indipendente, conclusione inevitabile di una lunghissima guerra civile che ha fatto milioni di vittime ma che – dopo l’accordo del 2005, violato ripetutamente da entrambe le parti – ha trovato una conclusione concordata e tutto sommato pacifica. Un evento assai raro, la scissione concordata di uno Stato che, nei tempi moderni ha solo il precedente della divisione tra Cechia e Slovacchia, dove non c’era stato neanche un barlume di guerra civile, poi, come quella con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi. E era un evento, sinceramente, sulla cui probabilità cui non avrebbe scommesso nessuno.

Sulla piazza principale della nuova capitale Juba, alla cerimonia di proclamazione dell’indipendenza (il Sud Sudan diventerà il 193° paese membro dell’ONU dopo il voto prevedibilmente unanime dell’Assemblea generale e del Consiglio di Sicurezza), così, accanto al primo presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, già a capo dell’esercito di liberazione per anni e poi eletto con un plebiscitario 93% dei voti (ama andare in giro, anche alla cerimonia inaugurale, con un cappellone da cow boy che gli aveva regalato anni fa… George Bush), c’era il presidente del Sudan, Omar Bashir.

Insieme assistevano decine di capi di Stato, e allo stesso segretario generale dell’ONU che, pure, da qualche mese ha autorizzato il mandato di cattura contro di lui... Bashir è stato pure molto applaudito quando ha proclamato che la volontà dei sudanesi del Sud deve essere rispettata e che il paese che porta orgogliosamente il nome di Sudan lo farà[16].  

Ma sarà inevitabile, per molti anni ancora, che i due paesi restino legati in modo che sarà ancora conflittuale e intricato nel tentativo di superare dissidi e divergenze tra loro molto profonde di ordine territoriale, ancora, confinario, finanziario e anche politico: il Nord è, e si sente, paese del Terzo mondo, radicalmente mussulmano anche se alla ricerca di un futuro diverso e più pacifico, ormai, del recente passato; il Sud, appoggiato da grandi campagne di opinione in occidente, dalla diplomazia e dalle forniture di armi soprattutto di Inghilterra ed America, si sente invece “quasi” occidentale…

Secondo noi facendosi purtroppo anche molte illusioni. Un po’ come, ma più pericolosamente forse addirittura di quel che facevano, Kossovo o Georgia che si illudevano, appunto, rispettivamente di entrare subito nella UE e nella NATO e invece…: il fatto è che se nessuno se la sente di andare a sfruculiare l’orso russo se la Georgia lo provoca, pensate un po’ se qualcuno mai andrà a sfidare il Sudan se a provocarlo sarà ancora il Sud Sudan…

Intanto, subito, il Nord fissa il prezzo che chiede al Sud per il transito del suo greggio che deve passare dai porti che danno sbocco sul mar Rosso solo al Nord del paese: chiede 22,80 $ per barile di petrolio, circa il 20% del prezzo di esportazione. La risposta del Sud è stata di chiedere al Sudan di non aprire una “guerra economica” con questa la sua tariffa e con la richiesta di pagamento nella nuova valuta del Sudan, pretese che costituirebbero, denuncia, un vero e proprio “furto alla luce del sole” che violerebbe accordi preliminari col Nord a non cambiare valuta per almeno sei mesi.

L’accordo però non era un impegno ma solo la promessa di cercare di non arrivare a un cambio della moneta “prematuramente”, riguardava poi le due parti e per primi a cambiare la propria valuta, abbastanza improvvidamente visti adesso gli esiti dell’iniziativa, erano stati quelli del Sud. E, così, adesso Kartoum tiene duro[17].

●Forse c’entra poco, ma secondo chi scrive non è così, la profezia che, mezzo secolo fa, qualche mese prima della scomparsa, avanzava in una conferenza americana Aldous Huxley, l’autore britannico – umanista, pacifista e nel senso migliore del termine “visionario” – di uno dei più famosi libri del ‘900[18], un libro di cosiddetta fantascienza (in realtà un grande racconto distopico, cioè il contrario dell’utopia).

Ve ne citiamo un passaggio su cui forse vale la pena di spendere una qualche riflessione perché almeno a noi sembra – ma forse è una nostra illusione… – che la gente, tanta gente, nel mondo arabo, ma anche in vari pezzi d’Europa, in America, nelle Americhe, stia rovesciando la pedissequa accettazione della distopia che Huxley, descrivendola, cercava di esorcizzare.

Nel corso della prossima generazione – diceva – troveranno un qualche metodo farmacologico per fare amare alla gente la propria servitù, per produrre una dittatura senza lacrime, per così dire, una specie di campo di concentramento senza dolore per società tutte intere così che alla gente verrà di fatto sottratta la sua libertà ma ne sarà quasi contenta perché ogni voglia di ribellarsi verrà distolta dalla propaganda e dal lavaggio del cervello accentuato da mezzi farmacologici. E questa, mi sembra, potrebbe proprio essere l’ultima delle rivoluzioni[19]”.

Se alla visione di un mondo narcotizzato dalla chimica e dalla farmacopea, sostituite la realtà di una democrazia che è diventata ormai quasi solo democrazia delegata, concentrata poi ossessivamente quasi solo sui momenti elettorali e istituzionali e rimpiazzate ai farmaci la narcosi da consumismo e da quel minimo di benessere garantito a molti anche se tremendamente sperequato che è cominciato a crollare appena la crisi scatenata dall’egoismo suicida del capitalismo selvaggio s’è messa ad arricchire sempre meno esseri umani e a immiserirne sempre di più, questa a noi sembra una profezia, una visione lucida del futuro. Cioè, del presente…

Solo che, al contrario dei timori di Huxley, quella che lui vedeva non è stata, forse, l’ultima rivoluzione. Forse, era la penultima…

● Ecco come funzionano capitalismo e mercato… (vignetta)

Fonte: Calvin & Hobbes di B. Watterson

15 dollari al bicchiere?   Sì… ne vuoi uno?” 

Ma come giustifichi un prezzo così esorbitante?   Offerta e domanda!”

E dov’è la domanda? Io non vedo nessuna domanda   Ma di domanda ce n’è tantissima!”  “E come unico azionista io pretendo profitti mostruosi sul mio investimento”…  

“E come presidente e amministratore delegato della società, io pretendo uno stipendio annuale esorbitante!”…

“E come mio unico dipendente, pretendo anche un alto salario orario e ogni tipo di benefici”…

“E poi ci sono le spese generali e quelle reali di produzione!”   

Ma sembra che hai solo buttato una fetta di limone dentro un po’ di fanghiglia!”   Bé, da qualche parte devo pure cominciare a tagliare le spese, no? Dovrò pure restare competitivo!”

E se bevendo quella schifezza lì mi sento male?  Caveat emptorche il compratore stia in guardia, è il nostro motto… Se dovessi dar retta alle regole sanitarie e a quelle ambientali sarei costretto ad alzare ancora i prezzi, no?”

Tu sei fuori di testa… Me ne vado a casa e mi vado a bere qualcosa di diverso  E brava! Toglimi pure il lavoro. Siete voi nemici degli affari che rovinate l’economia”          [Mamma] ho bisogno di qualche aiuto, di qualche sussidio”              

  Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais

“In verità, Allah non muta mai  le condizioni di un popolo

 finché esso non le muta da sé” (Corano, Sura 13-11, Il Tuono)

 

Pulizie arabe di primavera (vignetta)

Fonte: Khalil Bendid, 6.5.2011

Da principio, qui c’ero finito solo io, poi è arrivato    Pattumiera della

Hosni, adesso ci stiamo io e Hosni e Osama! Per        storia                  Polvere alla

piacere, adesso non portateci Muammar o Bashar o                                polvere…       

Ali Abdullah: qui sta diventando stretto!...

 

Con tutto l’impegno e la buona volontà che ci hanno messo alcuni membri dell’OPEC, soprattutto e a dire il vero quasi solo l’Arabia saudita secondo suo antico costume di collaborazione con gli USA e l’Agenzia Internazionale dell’Energia e, con l’OPEC, anche i recenti interventi proprio di quest’ultima associazione, non sembra per niente cessato il periodo di turbolenza sui mercati petroliferi che hanno innescato i fatti di Tunisia e d’Egitto e che la controversa avventura militare in Libia degli occidentali e le rivolte in gran parte del mondo arabo, Golfo compreso, tiene sempre rovente.

L’unico paio di certezze che, sul piano del futuro politico di questa regione, oggi possono essere già sottoscritte, sono anche banali, se volete, ma non per questo meno vere: che “ogni paese è diverso, mentre i riferimenti all’onda del cambiamento sono semplicisti e che sono invece probabili una gamma di esiti politici cui si perverrà tra l’altro per cammini diversi, se non divergenti[20]”; e che, contro un cambiamento reale e profondo, restano schierati a testuggine i vecchi regimi ma anche gran parte delle nuove autorità che oggi reggono a interim i governi…

●A settembre dell’anno passato, in Libia, l’Autorità di gestione degli investimenti aveva emesso una dichiarazione, documentata, che denunciava come i gestori europei e americani – e un cittadino libico vicino al regime, genero del capo della compagnia petrolifera di Stato e ministro del Petrolio di Gheddafi che due mesi fa è passato ai ribelli – cui in complesso  erano stati affidati, suddivisi in sei fondi diversi, investimenti per qualche decina di miliardi di $, avessero portato a casa un rendimento molto al di sotto della media di quello che rendeva un qualsiasi analogo impiego in giro per il mondo. “A oggi”, diceva l’Authority, “ci sono costati milioni di spese e ci hanno fatto perdere centinaia di milioni di $”.

Lo attesta un rapporto dell’agenzia di consulenza finanziaria londinese KPMG reso disponibile, ora, al NYT[21]: l’investimento di soldi libici fatto nel fondo a rischio Permal, un hedge fund parte esso stesso del fondo a rischio globale Legg Mason di Baltimora, tra il gennaio 2009 e il settembre 2010 ha perso il 40% del valore e costato alla Libia 27 milioni dollari in costi di gestione versati alla Permal. Stesso discorso per un fondo olandese, il Palladyne (costo 19 milioni), uno francese della BNP Paribas (18 milioni), il Credit Suisse (7,6 milioni) e la Notz Stucki, sempre svizzera (per 5 milioni di dollari).    

C’è il sospetto, non proprio infondato, che questi costi siano stati anche enormemente gonfiati dai margini, dalle mazzette, passate da tutti ai tanti mediatori libici che se ne sono messi in tasca non poca parte: il prezzo implicito nel fare affari coi libici (e, naturalmente, non solo: lì nel Terzo mondo, come da noi nel primo dove l’arte della bustarella è stata inventata, praticata, perfezionata e esportata da secoli).

D’altra parte va ricordato che, nel periodo 2004-2011 e fino a pochi mesi fa, non era solo legale ma fortemente raccomandato a Washington – come a Roma, va detto – trafficare con Tripoli per premiare (si fa per dire) il buon comportamento (sempre per dire si fa) dell’alleato (idem) Muammar Gheddafi. E, come al solito, in definitiva, chi ci ha rimesso sono stati i libici: non gli intermediari e i cacicchi del regime, ovviamente, ma la gente, i piccolissimi risparmiatori, la sua economia. Stiamo parlando di fondi di grande rilievo: nel settembre 2010, 64 miliardi di $ saliti di ben 10 miliardi solo nei due mesi da giugno.

Questo di cui vi abbiamo parlato è un documento utile, ancora secretato dalla KPMG perché “in base alla legislazione americana e britannica” sulla quale per lo più è modellata anche quella del resto dell’occidente “il rapporto di affari tra fondi sovrani e banche può essere” e, quindi, è “tenuto segreto”: almeno finché un qualsiasi dittatore resta amico e gradito cliente oltre che, spesso, benefattore. E spesso anche dopo…

●Come ricorderanno i lettori, l’ICC, la Corte internazionale criminale che non è parte del sistema delle Nazioni Unite ed è stata creata anni fa con un Trattato firmato a Roma, al quale hanno rifiutato per ragioni tutte loro di aderire, per dire, gli Stati Uniti: in sostanza, mai gli USA consentiranno a un tribunale non americano di processare per crimini di guerra un loro cittadino: mai!

Per questo il Congresso ha fatto ritirare a Washington la firma con cui aveva pure contribuito a fondare l’ICC (come hanno fatto Israele e il Sudan), dopo aver emesso un mandato di arresto la cui esecuzione è affidata a tutti i paesi firmatari della ICC, si è vista ora rifiutare dall’Organizzazione dell’Unità Africana la raccomandazione, che aveva chiesto, di farsi consegnare per processarlo Gheddafi[22], accusato di crimini di guerra. Come, mesi fa, il presidente del Sudan, Omar Bashir.

Con la motivazione che, nell’atteggiamento del tribunale – di fatto pagato, per larga parte delle spese in cui incorre, dal governo americano che però come abbiamo visto neanche vi aderisce – nulla lascia pensare a un trattamento equo dell’accusato: solo così si spiega la raccomandazione, contraria ed esplicita, dell’OUA a tutti i suoi membri firmatari del Trattato ICC di non onorare il mandato emesso dal Tribunale.

Dichiara il presidente dell’Organizzazione Jean Ping che l’ICC è discriminatoria’, persegue esclusivamente – come confermano gli atti – i crimini commessi in Africa ignorando sistematicamente quelli commessi dalle potenze occidentali: compresi Iraq, Afganistan e Pakistan” e complica con le sue prese di posizione impotenti ma minacciose la ricerca di una via d’uscita pacifica al conflitto nella quale l’organizzazione è impegnata.

E’ un argomento, quello della discriminazione mirata tutta all’Africa, che può anche esser visto come capzioso. Ma che ha una sua forza del tutto evidente e dimostrata dai fatti: dalle colpe e dalle omissioni, come si direbbe in confessionale. Tale, comunque, da dare forza – la forza sufficiente – al suo argomento per l’unanimità nell’Assemblea dell’OUA.

Il che, in pratica, affossa ormai – dopo, l’analogo rifiuto per Bashir – ogni credibilità del Tribunale: non tanto perché sia dimostrato – tutt’altro… – che Gheddafi sia innocente ma perché non è pensabile per nessuna Corte di giustizia dare ordini e mandati in base, in sostanza, ai desiderata politici dell’uno o dell’altro dei suoi membri autorevoli. O – peggio! – dei suoi ancora più autorevoli paesi non membri…

Del resto, proprio negli stessi giorni, tanto per mostrare l’irrilevanza tragicamente ridicola di questi tribunali internazionali, negli Stati Uniti, in Texas, hanno provveduto a giustiziare un cittadino messicano, Humberto Leal Garcia, condannato a morte per omicidio ma il cui giudizio la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja aveva ordinato fosse rivisto[23].

Il problema era che mai gli era stato consentito di farsi assistere dal proprio consolato come prevede il diritto internazionale e come aveva ordinato la Corte che ha sede all’Aja e, essa sì, è parte del sistema delle Nazioni Unite costituendone anzi l’organo principale di ordine giudiziario. Ad esso l’America aderisce ma il Texas ha rifiutato di onorare l’impegno che gli era stato anche chiesto di rispettare perfino dal presidente degli Stati Uniti.

Sulla Libia, va detto proprio perché un po’ più in là ne tesseremo gli elogi, Al Jazeera, il complesso mediatico che ha disegnato un’informazione davvero nuova e in generale di notevole attendibilità in tutto il mondo arabo, registra la presenza di un vero e proprio buco nero (con contraddizioni evidenti come nell’articolo di Falk che abbiamo citato: e che però non appare mai nell’edizione araba dell’emittente o della sua stampa…).

Con base a Doha, in Qatar, e di proprietà in larga maggioranza dell’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, un monarca assoluto di grande duttilità e intelligenza pragmatica ma un nemico animosamente personale e dichiarato di Muammar Gheddafi, ha anzi contribuito a seminare nel mondo – su incarico di Parigi e di Washington? – le storie, e le favole, dei massacri libici contro la popolazione che hanno fornito in origine l’alibi a Sarkozy che altro non aspettava.

●Il 7 giugno scorso, parlando alla Brookings Institution di Washington, il ministro degli Esteri francese Alain Juppé disse che Gheddafi aveva massacrato 15.000 libici: non citò nessuna fonte a sostegno e a chi gli chiedeva dove fossero mai quei 15.000 corpi rispose irritato alla Brunetta, andandosene via… Detto questo, nessuno può né giustamente vuole affermare che quanto denunciato non sia vero[24]: solo che andava dimostrato, non dichiarato, e non lo hanno fatto prima di ordinare le 13.184 missioni NATO condotte contro la Libia di cui 4.963 ufficialmente definite missioni “di attacco”, cioè di bombardamento, che avranno ragionevolmente fatto, diciamo 4 morti ciascuna, dunque almeno 16.000 vittime. E questa non è una stima né è propaganda di parte[25].

Ora, anche noi non abbiamo dubbi che l’intervento militare dei francesi, che si sono trascinati dietro gli americani che si sono, poi, trascinati dietro la NATO, più che salvare “civili libici” come era stato promesso all’ONU abbia salvato Bengasi e i ribelli dalla sconfitta di fronte alle truppe leali a Gheddafi. Ma non abbiamo neanche alcun dubbio – e lo abbiamo scritto qui già quattro mesi fa – che ha prodotto la spaccatura del paese – che, forse, era proprio l’intenzione originaria, neocoloniale, dei francesi – e una situazione di stallo militare da cui, adesso, nessuno sembra in grado di tirarlo fuori— sempre che qualcuno voglia davvero tirarlo fuori…

Sulla situazione che vede una strana-ma-poi-non-troppo-strana alleanza tra i conservatori più beceri e i progressisti più avanzati alla Camera dei rappresentanti americani schierata, insieme, contro la decisione di Obama di andare, fregandosene di ogni obbligo e autorizzazione costituzionale manco fosse un qualsiasi Bush, prima a fare la guerra in Libia e, anche dopo averla istigata e cominciata, poi di continuare a sostenerla finanziariamente, si è pronunciato con estrema chiarezza e lucidità uno dei parlamentari statunitensi più di sinistra, diremmo noi, Dennis Kucinich, democratico dell’Ohio.

Egli conclude l’analisi con una considerazione che dovrebbe dirla chiara, e dovrebbe dirla tutta, a coloro che insistono, lì come qui, a liberare con le bombe la Libia— o la Siria o l’Iraq o, se è per questo, domani l’Italia o, magari, l’America. Scrive Kucinich che bisogna prima, come da subito sarebbe stato necessario, darsi da fare per una soluzione politica.

Ma, poi, aggiunge andando alla sostanza e lasciando per un momento da parte le questioni, pur cruciali di forma e di metodo (l’argomento assolutamente specioso di Obama è che di guerra qui non si tratta perché “non muore nessun americano”: non contando ovviamente – secondo tradizione – ogni morte che non sia americana[26]…), che “una soluzione politica diventa praticabile quando e se l’opposizione [in Libia] capisce che un cambiamento di regime è un diritto e un privilegio del popolo libico, non della NATO[27]. E certamente non della NATO, dell’Italia o dell’America – e neanche di Sarkozy, poffarbacco – al posto del popolo libico.

●D’altra parte, lo scenario di cui si va ora discutendo a Washington e anche al quartier generale della NATO a Bruxelles è, per l’occidente – o, meglio, i suoi poteri – a dir poco catastrofico. La dichiarata policy della NATO (non di Sarkozy, non di Cameron, che – a parole – sono molto più drastici ma della NATO nel suo insieme ufficiale) è di arrivare a un accordo negoziato fra il regime e i ribelli e alla rinuncia soft di Muammar Gheddafi al potere.

Ma il timore è che, ormai, non andrà a finire così. Anche perché, ormai, le accreditate agenzie (tutte occidentali) di difesa dei (cosiddetti)diritti umani, finora tutte e solo schierate contro Gheddafi, hanno cominciato a sollevare più che dubbi e problemi accuse, circostanziate e documentate, di crimini e violazione dei diritti delle popolazioni civili contro i ribelli che dal rais andavano, loro, difesi[28]… 

Gheddafi potrebbe essere ucciso o scappare, il suo regime potrebbe implodere. Ma potrebbe implodere in mille schegge anche il Consiglio di transizione dei ribelli, le tante schegge che ne formano il tessuto abbastanza liso e ciascuna delle quali rappresenta una base di potere diversa, in tante diverse soldataglie e polizie non pagate, in fazioni mercenarie rinnegate anche perché non regolarmente pagate, e frantumate in tante diverse milizie tribali (alcune armate dalla Francia, magari: ma perciò stesso – chi è pagato e chi è no – divise dagli altri).

Un quadro che potrebbe veder scoppiare la battaglia aperta e campale di tutti contro tutti per la spartizione della ricchezza nazionale del petrolio— le immense e largamente accertate ma ancora insondate riserve del greggio acquattato sotto il deserto libico. In una situazione del tutto diversa una specie di caos ex jugoslavo a vent’anni di distanza. E sotto l’egida della NATO, stavolta…

Forse tutto si comincia a concretare davvero qui con l’uccisione per lo meno strana, in un primo momento caricata sulle spalle dei lealisti – responsabilità poi però direttamente imputata a un’ala degli stessi ribelli – dell’ex ministro degli Interni di Gheddafi, il gen. Abdel Fattah Younes, che era passato agli insorti da qualche mese – cancellato, dopo aver cambiato sponda, dalla lista dei cosiddetti criminali di guerra ricercati dall’ICC – a co-dirigerne, fra mille sospetti e tensioni, l’ala militare.

Però regolarmente in conflitto con l’altro uomo forte di Bengasi, il leader dell’ala politica, Mustafa Abdel-Jalil, e soprattutto con l’altro leader militare dei ribelli Khalifa Hifter: un conflitto che aveva contribuito non poco finora al caos tra le file ribelli. E che, adesso, con la “scomparsa” di Younes che la sua potente tribù, gli Obeidi, addebita a Hifter e Jalil che da altre fazioni provengono anche se tute nominalmente sono contro Gheddafi, vede sicuramente ingarbugliarsi ancor più la situazione il braccio di ferro[29]

Non è certo uno scenario benigno: per i libici, per noi, per il Mediterraneo, per la NATO. E da evitare con ogni cura sarebbe la tentazione che sicuramente gli americani continuano ad avere – convinti della loro onniscienza e onnipotenza, malgrado tutte le prove in contrario – di rifare l’Iraq in Libia, tentando di governarlo con l’autorità occupante e di governarlo da sopra e da fuori.

Forse, a quel punto, proveranno a mettere su una “forza di pace” – gestita dall’ONU però e certo non dalla NATO – di  truppe di paesi arabi e musulmani— mai occidentali anche se pagata da noi, occidentali, che la frittata siamo andati lì a strapazzarla. Insomma, se se ne andasse davvero Gheddafi bisognerebbe prepararsi – ma nessuno lo sta ancora facendo – a una situazione del tutto caotica e ingovernabile… Se cioè la NATO vince. E, insieme, perde…

●In realtà, si incrociano le solite dichiarazioni velleitarie e impotenti, cioè vuote, oppure tronfie e tonitruanti. Una babele di dichiarazioni… Comincia Gerard Longuet, ministro della Difesa francese, che dice seccamente come sia ora che i ribelli si decidano, ormai, a negoziare col “governo di Gheddafi”. Non chiarisce, Longuet, che pare non essersi raccordato neanche col suo presidente e col ministro degli Esteri, se bisogna prima arrivare a una tregua o se si può chiedere a qualcuno come Gheddafi di mettersi a trattare mentre continua ad essere  bombardato da ogni tipo di cruise, missile o proiettile.

E a chi gli chiede come si possa trattare se Gheddafi prima non se ne va – per dire, è la posizione ancora ufficiale di Sarkozy – dice che “Gheddafi, ad altro titolo – quale? – durante i colloqui potrebbe anche restarsene in qualche altra stanza del suo palazzo”. Insomma, chiacchiere vuote per ora: ma forse, anche segnali, per quanto confusi e contraddittori (che ne dicono per esempio i ribelli? e Gheddafi stesso?)

Poi, a ruota e quasi esplicitamente a correggere, arriva il messaggio – ufficiale ma anonimo – del dipartimento di Stato: no, prima Gheddafi se ne deve andare, per consentire al popolo libico di decidere del come si può avviare una vera transizione[30].

nche conl ministro degli esteri e tanto meno col rpesdidente della repubblica

E, a conferma del caos nel quale sta affondando la coalizione che bombarda Gheddafi ma, dentro la quale cominciano in parecchi ormai a dire che bisogna cominciare a trattarci, prima arriva la dichiarazione del figlio del rais, Saif al-Islam, alla stampa algerina – che ormai la Francia negozia con Gheddafi ma lui, invece, non tratta affatto coi ribelli – che poi specifica anche (ma certo lo dice lui…) che l’inviato speciale di Nicolas Sarkozy ha dichiarato che la Francia, dopo aver creato (dice sempre lui) il Consiglio nazionale transitorio dei ribelli, li costringerà ad accettare un cessate il fuoco e a trattare sul serio[31]

E’ notizia da prendere un po’ con le molle, vista la fonte. Ma la smentita-non smentita francese suona imbarazzata e anche, un po’, imbarazzante. Spiega il Quai d’Orsay che Parigi vuole davvero una “soluzione politica” per la Libia – anche se continua a bombardare – ma che non ha aperto alcun negoziato con Gheddafi: gli ha solo fatto pervenire il messaggio. E, in ogni caso, qualsiasi soluzione politica include il “ritiro” di Gheddafi “dal potere” e la sua “rinuncia per il futuro a ogni ruolo politico”.

E, intanto, sembrano arrivare segnali di disponibilità diversi da quelli che aveva lasciato intuire il figlio di Gheddafi: il primo ministro del suo governo, Baghdadi al-Mahmoudi[32], in un’intervista a Le Figaro, ha aperto alla possibilità di un inizio dei negoziati di pace fra Tripoli e i ribelli senza una partecipazione di Muammar Gheddafi. “Siamo pronti a negoziare senza condizioni. Ma non sta certo a me – ha aggiunto, con un punta di sarcasmo nei confronti del ministro francese che invece aveva presunto di indicarlo lui – dire in che posto e in quale edificio la Guida si debba trovare”…

Infine, in questa ridda di rumors e di voci, piena anche di alterigia e di tante autoillusioni, arriva quella forse più azzardata: il capo del Consiglio nazionale di transizione Mustafa Abdel-Jalil dopo aver annunciato il 25 luglio che gli insorti continueranno i loro attacchi (i loro e quelli aerei dei loro alleati) anche durante il mese del Ramadan (che comincia il 31) prima dice, il 25 luglio alle 13 in conferenza stampa, che Gheddafi potrà restare in Libia se lascia il potere, si arrende e accetta il luogo dove decideranno di metterlo e di tenerlo sotto sorveglianza i nuovi governanti; poi, alle ore 21, con un’altra conferenza stampa cancella la concessione: non vale più[33], visto che il rais non l’ha accettata al volo…

Insomma, non sembra proprio un’offerta seria e, soprattutto, sembra temere, Jalil, che Gheddafi possa accettare. O più probabilmente, come molti dei suoi che nel frattempo hanno fatto pressione paventano, che possa far finta di accettare ma detti le condizioni non della resa, poi – che sembra improbabile – ma di un passaggio di poteri niente affatto senza condizioni. In effetti, se rimanesse in Libia – e ormai non lo escludono più inglesi, americani e neanche i francesi – non cederebbe mai i poteri, militare e di controllo sia economico che tribale, che ancora riescono a proteggerlo da un perseguimento/persecuzione giudiziario/a o anche extra tale. Fare altrimenti per lui significherebbe suicidarsi e non solo politicamente.

A mettere quella che al momento appare una specie di pietra tombale su queste ipotesi e queste (false?) speranze sono le parole del capo di Stato maggiore americano (quasi) uscente, amm. Mike Mullen. Sempre il 25 sostiene che i raids della NATO hanno severamente ridotto le forze a disposizione del leader libico. Ma non sono riuscite a cacciarlo. Sul piano militare è lo stallo. E dichiara che gli Stati Uniti, per parte loro, non hanno deciso se armare o no il Consiglio transitorio perché non sono convinti né della sua efficacia né della sua effettiva rappresentatività[34].

●Ancora da Washington, una portavoce del dipartimento di Stato, innervosita istituzionalmente, diciamo così, dalle uscite tutt’altro che “sì-si no-no” dei francesi, avverte che agli Stati Uniti arrivano molti, troppi, segnali diversi da molti, troppi, interlocutori che dicono tutti di parlare per o, comunque, “dopo aver sentito il colonnello Gheddafi”. E che si tratta di messaggi spesso contraddittori.

Non le viene in mente, però, che lo siano anche perché, magari, contraddittoria è la posizione stessa degli Stati Uniti, che forzano la mano a quello che l’ONU ha davvero detto, o quella dello stesso col. Gheddafi che pervicacemente fa il sordo: e magari lo sono anche più contraddittorie le posizioni americane e gheddafiana di quelle dei messaggeri…

Importante, spiega la signora[35], è che tutti facciano capire al leader libico che per lui è ora di andarsene (sarebbe certo stato più corretto dire, ma la cosa non la turba per niente, che sono gli Stati Uniti a volere che lui se ne vada e, magari, sono anche la Francia, l’Italia, e non i libici pure— che, però, non è cosa identica a dire tout court che “per lui è ora”, come se fosse un fatto “oggettivo”. Purtroppo non è affatto chiaro che Gheddafi ne sia convinto (eh, già…).

E la portavoce aggiunge che non ci sarà soluzione finché il rais non si piegherà alle condizioni poste dalla risoluzione 1973/2011 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e Gheddafi capisce che è ora di andarsene… Peccato che neanche una parola della risoluzione in questione dica niente del genere. Cosa della quale in America, evidentemente, nessuno si è accorto…

Ma se ne sono accorti, e lo dicono, quanti possono politicamente permetterselo… non essendo paesi membri della NATO – e tanto meno ovviamente quel vaso coccio che nella NATO è l’Italia – ma i russi sì e anche l’Organizzazione dell’Unità Africana: da ambedue viene, infatti, sottolineato che l’ONU non s’è mai sognata di autorizzare o di chiedere che il rais se ne andasse (quello che, ricordava, impietoso, anche il sen. americano Kucinich[36] al suo presidente).

Poi si apprende che incontri bilaterali tra rappresentanti di Gheddafi e del dipartimento di Stato si sono in effetti svolti il 16 luglio in Tunisia: ma gli americani – a capo dei quali c’era l’ambasciatore in Libia Gene Cretz – precisano solo per dirgli che… se ne deve andare[37]. Se è così, però, visto che si sapeva benissimo perché? Come era pensabile che, da parte libica, gli rispondessero che a decidere sarà lui e non certo loro…

Arriva anche qualche segnale che forse Obama si è stancato di farsi interpretare, sempre un po’ parossisticamente e sempre sopra le righe, da Clinton. Sia per un maggiore senso della misura,  sia per virtù dell’OUA, sia – più probabilmente – per il peso maggiore anche se sempre relativo della Russia, Obama fa correggere un po’ il tiro.

Sembra che sia proprio lui, d’autorità, adesso a scavalcare la signora misirizzi che, negli stessi giorni si dice, non a caso probabilmente, un po’ stanca del lavoro che fa e forse ancor più dell’iperattivismo con cui cerca di interpretare spesso soggettivamente la politica estera americana.

E fa dire, stavolta al portavoce della Casa Bianca, non del dipartimento di Stato – finalmente, ma certo temporaneamente, messo a tacere – che, mentre gli Stati Uniti sono “convinti che Gheddafi abbia perso la sua legittimità e del fatto che c’è bisogno di vedergli abbandonare il potere”, spetta “solo al popolo libico decidere quale sarà il suo destino e se dovrà o no lasciare la Libia[38].

Che sarà, magari, anche un tantino ipocrita ma riflette, in qualche modo, il valore ambiguo della diplomazia come arte e vaselina necessaria per far scorrere meglio, e nell’unica maniera spesso accettabile, sul piano internazionale gli eventi.   

●Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, afferma ora, ci sembra con maggior realismo, che ci vorrà tempo per arrivare a una qualche sistemazione in Libia (che difficilmente ormai, dice anche lui, potrà prevedere un Gheddafi che resta al potere). Ma la NATO, constata[39], si è cacciata in una situazione davvero difficile, senza essersi preoccupata di darsi una qualunque, chiara, strategia di uscita. Basti pensare, fa rilevare, al fatto che la “campagna aerea di Libia” è già durata molto di più (100 giorni e oltre) del bombardamento sulla Serbia (78 giorni) che, a fine anni ’90, anche con l’inganno di garanzie americane poi rimangiate, ridusse di fatto alla resa Milosevic— che, incautamente dal suo punto di vista, a quelle garanzie aveva creduto.

Pure Berlusconi sente il bisogno di dire la sua: come al solito, tutto e tutto il suo contrario, alla ricerca della sintonia con tutti e con nessuno. Il 7 luglio in conferenza stampa dichiara che lui era del tutto contrario all’intervento militare contro Gheddafi ma, poi, dopo il voto del parlamento a favore, non ha potuto che dire di sì (come se quel voto al parlamento lo avesse chiesto non lui ma… la Caritas). Lui si sarebbe schierato invece con la Merkel che aveva scelto di non imporre contro la Libia la no-fly-zone e tanto meno di mettersi a  bombardarla.

Poi, lui – sempre lui – pose questioni cruciali al presidente francese Sarkozy e al premier britannico Cameron nel più recente incontro dei capi di governo a Bruxelles (ma ha la decenza, almeno, di non dire niente sulla pernacchia con cui hanno risposto alle sue “cruciali” domande). E quanto alla guerra è, ormai, chiaro che finirà solo se e quando il popolo di Tripoli si rivolterà contro il governo di Gheddafi[40]. Oppure – ma questo lui non lo aggiunge: non osa? – quando la NATO si stancherà di bombardare la Libia, sostanzialmente, sperando in una bomba particolarmente fortunata…

●E mentre il gruppo, cosiddetto, di contatto sulla Libia, riunito a Istanbul, “decide” di trasferire al governo provvisorio di Bengasi sui 30 miliardi di $ congelati in America (ma il gruppo in realtà, poi, non decide un bel niente; e chi decide non è neanche il governo americano, alla fine: questo è il capitalismo e decideranno le singole banche presso le quali i fondi erano stati depositati dal rais…)…; e, mentre quel gruppo di paesi “decide” di riconoscere formalmente come governo legittimo quello lì, di Bengasi (ma neanche questo è, poi, propriamente vero: il riconoscimento sarà come sempre individuale, di ogni singolo governo e ciascuno prenderà tutto il tempo che vuole e la decisione che alla fine vorrà)…

… il ministero degli Esteri russo solleva la questione ufficialmente con l’unico interlocutore che secondo Mosca poi conta, quello americano che con la Clinton quella decisione nella riunione aveva annunciato – ma, poi, fa precisare al suo dipartimento che gli USA riconoscono come potere legittimo Bengasi, sì ma “fino alla formazione di un governo transitorio[41]” – anche se non si esime certo dall’estendere la sua critica agli altri: chi riconosce come governo legittimo quello transitorio nazionale in Libia, sceglie una parte nella guerra civile – ma non ci dica, il ministro Lavrov… perché fa finta di avere il dubbio che abbiano scelto? hanno scelto, hanno scelto – e stanno violando così il testo ed il senso della risoluzione dell’ONU[42]

Ha ragione il ministro russo nel sostenere che sia uno sbaglio politico azzardato il riconoscimento a una parte sola, ormai, della rappresentanza del popolo libico: perché nei fatti non è più semplicemente così. Ma sul tema quel che dice lui – il cui governo resta, più correttamente, in contatto con Bengasi e con Tripoli – forse conta anche meno, ormai…

●Un po’ più in là nel mese, discutono della Libia Cina e Sudafrica di cui il presidente Jacob Zuma spiega telefonicamente a quello cinese, Hu Jintao, gli sforzi dell’Organizzazione dell’Unità Africana da lui presieduta per una soluzione “pacifica” della guerra civile in atto. Hu ha ricordato che la Cina stessa ha ripetutamente chiesto il cessate il fuoco anzitutto e il negoziato tra le parti per risolvere la questione ripristinando così, politicamente, una situazione normale attraverso il dialogo.

Il criterio chiave è che chiunque possa avere una qualche voce in capitolo, a qualsiasi titolo autodatosi o effettivo, reale – deve rispettare i criteri di sovranità, indipendenza e integrità territoriale della Libia e il principio che solo al popolo libico spetta decidere il proprio futuro. La Cina ha dichiarato[43], e torna ad insistere, sul fatto che tutti – tutti: i libici e chi si sta intromettendo a qualsiasi titolo nelle cose libiche – deve adottare iniziative pragmatiche, attive e costruttive, considerando il merito e il metodo suggerito nella proposta dell’Unità africana che è chiaramente la più competente e risoluta ad usare mezzi e sistemi costruttivi, e soprattutto “africani”, per risolvere una questione che, alla fine, è “africana” (già… ma anche mediterranea e araba, no?).

Alla fine, proprio alla fine di luglio, l’inviato speciale dell’ONU Abdul Elah al-Khatib si è recato in visita ai ribelli a Bengasi e poi a Tripoli, dal governo libico, avanzando alle parti la proposta di formare un Consiglio transitorio congiunto (due di Gheddafi, due dei ribelli e un quinto componente nominato insieme dagli altri quattro) che gestisca il governo per un periodo di transizione che non superi i 18 mesi. Tutti gli alleati occidentali dei ribelli, compresi gli americani, e la segreteria generale della NATO danno il loro assenso preliminare.

Ma subito il Consiglio transitorio dei ribelli specifica che la proposta è discutibile solo, comunque, se prima Gheddafi se ne va[44]. Insomma, gli apprendisti hanno imparato direttamente dagli stregoni a porre come condizione per aprire un negoziato di ottenere anche’ora prima di aprirlo lo scopo che si prefiggono... 

●Anche sapendo delle difficoltà che sussistono a livello reale (non controllano davvero tutto il territorio) e formale (finora hanno detto di sì al riconoscimento pieno come governo solo italiani e francesi), i ribelli provano a forzare la mano al dipartimento di Stato, consci delle simpatie che per loro coltiva tutto l’entourage della Clinton. Così chiedono al governo americano di riconoscerli ufficialmente e di lasciar riaprire a Washington l’ambasciata di Libia, chiusa dal marzo scorso al governo di Tripoli ma stavolta intestandosela.

La richiesta, dicono al dipartimento di Stato sarà ora “discussa e presa in considerazione[45]”: ma non è il sì che Bengasi aspettava e che aveva dato per scontato, incautamente rendendo pubblica la richiesta che aveva avanzato…

●Il fatto è che se la NATO, forse, sa che sta combattendo contro Gheddafi, non ha affatto capito ancora a favore di chi lo sta facendo, con quali ribelli sta e con quali sta di meno o, magari, per niente con gli islamisti che hanno ammazzato Younes agli ordini degli altri politici della coalizione, oppure con le tribù che ora si rivoltano…

In tutti i casi la Norvegia, che dopo la guerra anti islamista aperta in casa sua dalla destra cristiana di guerre sante fasulle o pretese vere ne ha proprio abbastanza, avverte che a fine luglio smettono i suoi voli contro Gheddafi. Anche perché, in ogni caso, come è stato documentato verso fine luglio dallo specialista sulle questioni della Difesa dell’Independent di Londra[46], “il regime di Gheddafi oggi controlla un 20% in più di territorio rispetto a quanto ne governava nell’immediato seguito della rivolta del 17 febbraio”.

E se questo è vero – NATO, Londra, Parigi, Washington e, per quello che conta, anche Roma non si sono azzardate a provare che i dati su cui il quotidiano britannico fonda la sua valutazione non sono fondati – è la distruzione del mito avanzato da chi voleva la guerra, e disgraziatamente anche da non pochi (ma non tutti) i ribelli che Gheddafi fosse finito perché la gente era stanca di lui. Ma la verità è che se diversi alti ufficiali se ne sono andati, diversi sono anche tornati come del resto parecchi ribelli.

In definitiva: sembra proprio che Gheddafi abbia consolidato le sue forze, che i ribelli si siano tra di loro ulteriormente divisi ed indeboliti come forza di opposizione politica e militare coerente e efficace e che la NATO non sia disposta a investire nell’avventura libica le forze necessarie (forze di terra, non solo bombe) per sperare di far fuori oltre a Gheddafi il suo regime. E’ lo stallo. E dallo stallo a guadagnarci è solo lui. Anche perché sempre più evidente diventa che, se si profilasse una vittoria dei ribelli, la Libia davvero si frantumerebbe[47].

Certo, il rais ha da sempre, come e forse anche più di tanti altri capi di Stato che esercitano un potere esecutivo di fatto senza controllo (Obama compreso) un mucchio di sangue sulle mani: giustificato in nome di Dio – di tanti dei, anche diversi – dell’ideale, dell’ideologia, del petrolio o della sicurezza nazionale. Ma, e guardando anche solo alla Libia, ne ha probabilmente di meno di chi ha bombardata la Libia[48]. E, come avverte Amnesty International stessa che pure a lui non perdona nulla, “non ci sono prove di massacri di civili in Libia per sua diretta responsabilità a scala di quel che è successo in Siria o anche in Yemen[49].

●Quanto alla Siria, il nuovo capo dell’intelligence militare di Israele, magg. gen. Aviv Kochavi, che ha appena sostituito il predecessore Meir Dagan: se n’era andato in pensione sbattendo la porta per l’allarmismo – “stupido[50] lo aveva chiamato – del governo verso l’Iran, su un tema che lo allarma e l’ossessiona, ha detto alla Knesset, il parlamento, che secondo le sue informazioni il presidente Bashar al-Assad ha scelto di “puntare ormai alle riforme[51]”, naturalmente mantenendo per quanto può il controllo del processo, come unico modo per mettere fine al conflitto nel paese.

L’esercito, d’altra parte, ha dovuto subire soltanto qualche decina di diserzioni, nessuna tra gli alti gradi di etnia-religione alawita del tutto convinti che reprimere la ribellione sia una missione legittima e anche dovuta. Ma, ormai, dopo la rivolta e le concessioni che sarà obbligato a fare, la posizione di al-Assad sarà più debole nell’assetto del potere del suo paese. Ma sarà sempre al potere.

E, come osserva il NYT[52], quanto sia stato scosso comunque il potere di Bashar Assad lo testimonia l’intervento che il suo vice presidente Farouk al-Sharaa pronuncia il 9 luglio nel corso della sessione del cosiddetto dialogo nazionale che si è aperto a Damasco alla presenza anche di parecchi dei componenti dell’opposizione che la settimana prima si era riunita per conto suo nella capitale.

Io spero – ha detto al-Sharaa – e non lo dico a titolo solo personale, che riusciremo a cominciare la transizione verso uno Stato democratico e pluralista capace di far usufruire tutti i suoi cittadini ai  diritti di partecipazione uguali nel formare il loro brillante futuro”.

Un appello di questo tono a quel livello, francamente, non se l’aspettavano in molti e sembra, in effetti, deporre per qualche cosa che cambia: ma abbastanza? e abbastanza rapidamente? E, alla fine della fiera, chi rappresenta meglio gli oppositori: quanti alla tavola rotonda partecipano, anche se con mille riserve, o quanti la boicottano per non esserne “compromessi”?

Se avranno ragione i secondi saremmo, come qualcuno ha detto, al meglio a un dialogo— ma a un dialogo interno alle autorità che difficilmente, a questo punto potrebbe bastare a disinnescare la Siria. Se no, forse, siamo all’inizio di una novità vera…

Ma intanto, con una nota di grande ingenuità, Ammar Qurabi, un attivista tra i più noti dell’opposizione al regime di Assad, annuncia che le proteste si accentueranno nel corso del mese di Ramadan – agosto – perché “la gente tende a restare sveglia più a lungo e a visitare di più le moschee[53]”…

●Alla fine con una frase, stranamente – oppure no… – resa pubblica in conferenza stampa ufficiale, Hillary Clinton reputa opportuno dire la sua sulla Siria[54]: come troppo spesso anche fuori luogo e fuori tempo, presumendo, e sbagliando, che quello che dice per la sua platea americana vada bene in quella internazionale e, in particolare, in quella del pese di cui sta parlando. Dopo che, in pratica, gli USA hanno dovuto chiudere la loro ambasciata, presa a sassate da dimostrazioni filo regime “provocate” anche dalla presenza altamente pubblicizzata e denunciata come “provocatoria” dell’ambasciatore americano a dimostrazioni di piazza ribelli, se ne è uscita lei.

Dichiarando, in sede ufficiale di dipartimento di Stato, che Bashar al-Assad “non è indispensabile” e che per questo gli Stati Uniti non hanno alcun interesse a “investire su una sua permanenza al potere”. Come se spettasse a lei, agli Stati Uniti, dire e decidere, investire o non investire, su quel che succede in Siria. O, per questo, a Pechino come al comune di Roccacannuccia…

●Sulla Siria, a mancare finora, almeno ufficialmente, sembravano solo le lacrime da coccodrillo dei francesi che, finora, a dire il vero si erano manifestati più cinici che ipocriti, più decisi che dubbiosi e recalcitranti sulla sorte tapina dei cittadini siriani oppressi e repressi. Ci pensa ora il ministro della Difesa, Gerard Longuet, a riempire il vuoto esternando la sua indignazione scandalizzata – è “indecente”, dice, la resistenza dei russi e dei cinesi a una risoluzione di dura condanna della (bla-bla) “comunità internazionale” (America, GB, loro, più italiani e somali vari… ad aggiungere)— che, invece, dice lui, sarebbe doveroso.

E’ indecente, afferma Longuet[55], perché il presidente al-Assad ha mobilitato risorse “incredibili” (cioè? che vuol dire? doveva mobilitarle “credibili”? o limitate? e, a decidere, della relativa encroyabilité o croyabilité, doveva essere lui, da Parigi?) e ha aggiunto che tutti i paesi devono accettare regole comuni perché a nessuno è consentito “prendere a colpi di cannone gli oppositori”.

A parte il ricordo, forse ormai un po’ sbiadito, della repressione del maggio francese quasi a colpi di cannone, questo è un concetto giusto ma sbrodola ipocrisia da ogni poro: schiacciare gli oppositori sotto i cingoli dei carri armati, o mitragliarli invece che cannoneggiarli, come nell’amico Bahrain, invece va bene? il sepolcro imbiancato!!!

Il che non toglie affatto l’impressione che in Siria, almeno anche in Siria, è la prospettiva di una guerra civile di stampo settario e del caos se il cambio di regime fosse improvviso ad aver quasi bloccato la spinta, anche se il regime ha continuato a dare una mano a tener viva la rivolta, o la voglia di ribellione, con una repressione non esageratamente ma inutilmente brutale sempre accompagnata da mezze promesse di riforma che, non arrivando mai al dunque, hanno bruciato credibilità dopo credibilità…

Il regime di Bashar al-Assad, forse addirittura più di lui che spesso è sembrato più disponibile di chi lo circonda e ne puntella da vicino, tanto da vicino da condizionarlo, il potere ha giocato ad acchiapparella con la richiesta dei protestatari, ma restando sempre indietro almeno di un passo e proponendo misure e riforme che magari avrebbero avuto qualche risonanza e qualche effetto se fossero state suggerite prima ma che suonavano vuote al momento in cui venivano, ormai, avanzate…

Forse è anche vero che Assad ormai ha meno tempo per continuare a tergiversare: il blocco di produzione e attività che i disordini, le rivolte e la repressione hanno portato in buona parte del paese ha provocato un peggioramento non piccolo della situazione economica cominciando a mettere ostacoli importanti al sistema, diciamo così, di welfare “socialista” che nel paese ha sempre aiutato finora a non arrivare al punto di rottura.

Il fatto che, tuttora, il sistema di sicurezza è troppo esclusivamente incentrato intorno alla minoranza alawita, da mesi ormai sottoposta a pressioni durissime, sovraimpegnata e anche sottopagata. E qui Assad sa che il punto di incrinatura, se non di rottura, potrebbe arrivare anche prima.

Sulla sopravivenza del regime di Assad si impegnano però a dare una mano adesso Iran ed Iraq, quest’ultimo poi forse addirittura coi soldi che gli passa l’America… Offrono infatti alla Siria 5 miliardi di $ (3,5 Teheran e Bagdad 12,5) per dare una mano all’economia in difficoltà del paese. Iraq e Iran trasferiranno a Damasco anche mezzo milione di tonnellate di diesel perché si tratta di “un investimento che vale la pena di fare per dare una mano al governo del presidente Bashar al-Assad[56]: esattamente il contrario, ovviamente (un po’ meno ovviamente, però, nel caso iracheno), di quel che dice la signora Clinton.  

●Per l’Egitto, il cuore pulsante della primavera araba, bisogna forse cominciare a preoccuparsi degli sviluppi – o della mancanza di sviluppi della post-rivoluzione. Le forze politiche che, insieme e separatamente, hanno cacciato via Hosni Mubarak si vanno sempre più frammentando e sembra spesso che l’energia e gli ideali che animarono i giovani egiziani a piazza della Liberazione siano stati come co-optati da un Consiglio militare supremo delle Forze Armate troppo spesso balbettante o capace di manifestare solo la sua incompetenza.

Sembra, soprattutto a molti dei protagonisti della primavera egiziana, che il paese stia gradualmente perdendo di vista l’obiettivo – un democrazia vera, piena di libertà ma anche di giustizia – per cui si era sollevato. La società civile è molto, come si dice, disfunzionale, incapace perché mai ha potuto praticarne l’arte di interagire tra le sue componenti in modo normale e efficace.

Ma, poi, di tanto in tanto dalla piazza, repubblica nella Repubblica egiziana, la repubblica di piazza Tahir, c’è un colpo d’ala… come quando, dopo dieci giorni di occupazione della piazza stessa, forzano il potere militare a un incredibile, gigantesco rimpasto ministeriale (di cui a fra poche righe).

Ci sono problemi evidenti nei marchingegni di formazione e costruzione delle decisioni politiche, fagocitate e di fatto sequestrate dai meccanismi militari, problemi nell’ottenere il rispetto dei diritti civili, i cosiddetti diritti umani. Ma il nodo di fondo lo ha ben descritto, così, uno scrittore egiziano che alla rivoluzione ha partecipato direttamente e attivamente e che coi generali ha anche avuto a che fare nella veste di mediatore per, e per conto della, piazza[57]

i milioni di egiziani che hanno portato avanti una delle maggiori rivoluzioni della storia…, si sono accontentati – si sono dovuti accontentare – di lasciare la loro rivoluzione nelle mani del Consiglio militare ma, adesso, dopo sei mesi, hanno scoperto che nulla è cambiato…Ora, le domande della rivoluzione sono chiare: giustizia sociale, una ripulita generale, una riforma democratica vera. Abbiamo diritto a sapere dove è Hosni Mubarak, quale sia davvero la sua salute e perché non sia trattato come un qualsiasi altro prigioniero…

   Bisogna che le forze di polizia vengano subito purgate di tutti gli ufficiali corrotti e tutte le istituzioni dello Stato dei vecchi seguaci di Mubarak… con processi giusti e aperti per gli assassini come il vecchio e criminale ministro degli Interni, Habib el-Adli. E per quel che riguarda la giustizia sociale è necessario istituire un salario minimo che garantisca ai poveri il minimo e una vita decente e un salario massimo per impedire il furto del pubblico denaro. Queste sono richieste rivoluzionarie e non le molleremo, qualsiasi costo esse comportino”.    

●Il magg. Gen. Tarek el-Mahdi, membro del Consiglio supremo militare, che si era recato a piazza della Liberazione a metà mese per chiedere a un gruppo di ribelli lì attendati e da una settimana in sciopero della fame di desistere “perché una rivoluzione ha bisogno che i rivoluzionari vivano e non che muoiano”, ma è stato impietosamente fischiato[58] e cacciato via.

Chi si brucia con la minestra si mette a soffiare anche sullo yogurt”, commenta citando la versione egiziana di un proverbio popolare di tutto il Mediterraneo sulle promesse non onorate un attivista come si dice ormai “storico” della piazza, Mahmoud Yehia. E lui “non ci ha detto niente di davvero nuovo”.

●Il fatto drammatico, che gran parte del dibattito ormai pubblico sottolinea, con grande irritazione del maresciallo Tantawi e suoi soci, è che l’Egitto ha invece un urgente e disperato bisogno di investimenti reali, effettivi, per creare le infrastrutture dell’istruzione, della formazione, del sistema giudiziario. Come sul piano politico ha bisogno, ormai, forse, per correggere la deriva di una ingovernabilità ormai incipiente, di una valvola di sfogo come il meccanismo costituzionalmente flessibile del referendum popolare di cui adesso si parla per evitare altre esplosioni di sacrosanta ribellione.

E’ evidente per tutti, anche alla stessa Europa, che la risposta data ai bisogni emergenti dell’Egitto e non solo dell’Egitto nell’area mediterranea è stata del tutto insufficiente, praticamente impotente. L’Europa, soffocata com’è poi al momento da mesi, da anni, dalla sua atarassia, dalla paralisi progressiva cui sembra essersi rassegnata del pensarsi e del decidersi insieme, s’è trincerata dietro un barriera di sentito dire, di ignoranza, di difensivismo puro.

Esagerando ed esasperando lo spettro dell’islamismo militante, ad esempio dei Fratelli mussulmani in Egitto, non ha neanche provato così a esplorare le possibilità estremamente concrete di aiutarlo a formattarsi e a consolidare le proprie scelte nella direzione pragmatica che, da sé, sembra aver scelto.

●In effetti, a preoccuparsi del futuro in bilico dell’Egitto sembra molto di più, oggi, la Federazione degli Emirati Arabi Uniti (i sette emirati del Golfo – Abu Dhabi, Ajman, Dubai, Fujairah, Ras al-Khaimah, Sharjah e Umm al-Quwain – presieduta dallo sceicco Khalifa bin Zayed bin Sultan al-Nuhayyan, emiro di Abu Dhabi e presidente del Fondo di sviluppo che prende il suo nome e opera soprattutto per la crescita delle piccole e medie imprese nei paesi del Golfo

Perché il problema immediato e pressante l’Egitto ormai è proprio una paralisi economica strisciante che dipende, soprattutto, dallo stallo in cui affondano le PMI, che di questo paese sono la spina dorsale di una produzione che non è poi eccelsa, da prestiti e molto – troppo – poco da investimenti.

Gli EAU hanno così annunciato di aver ordinato l’esborso di 3 miliardi di $ per aiutare la formazione di piccole imprese in Egitto, più altri 750 milioni di $ per sviluppare in quel paese pur tanto lontano infrastrutture e edilizia popolare e di aver predisposto l’accantonamento di altri 750 milioni per prestiti di emergenza al governo del Cairo.

Lo ha spiegato con la rilevanza che quel che succede in Egitto ha per tutto il Mediterraneo e per tutto il mondo arabo e con l’interesse che gli Emirati pongono a uno sviluppo ordinato dei processi di “evoluzione/rivoluzione” (così li ha chiamati) in Egitto. La direttiva è stata emessa direttamente dal presidente degli EAU durante un incontro a Abu Dhabi tra il primo ministro egiziano, Essam Sharaf, e il vice prino ministro degli Emirati, Sheikh Mansur bin Zayed al-Nuhayyan: suo fratello.

E’ una delle prime iniziative concrete – dove alle parole e alle alate intenzioni seguono subito i fatti – ha rilevato Sharaf[59]: “non come le promesse di Oltreatlantico e gli aiuti pelosamente condizionati dal Nord del Mediterraneo, o quelli da mesi annunciati e mai pervenuti da altri fratelli arabi”…

●Intanto, mentre piazza della Liberazione è invasa ancora al Cairo (come le piazze diventate altrettanto storiche di Alessandria e di Suez) da decine di migliaia di persone che protestano proprio per la mano leggera usata contro i responsabili della repressione antipopolare, il ministro degli Interni, Mansour el-Essawy, annuncia[60] che il 14 luglio saranno licenziati in tronco centinaia di alti ufficiali dei servizi di polizia e di sicurezza (ma perché il 14 e non il 13? o subito?).

E, in effetti, la notizia che poi dopo due giorni il ministro fa diventare ufficiale è che 505 generali di polizia vengono licenziati e 18 tra loro andranno anche sotto processo per aver partecipato e ordinato l’uccisione di chi protestava e altri 160 alti esponenti dei servizi di sicurezza in divisa e in borghese vedranno mettere fine alla loro carriera[61].

E tiene a rilevare che il rimescolamento conseguente sarà il più massiccio che si sia mai avuto nella storia del dicastero. E informa di aver ordinato, insieme al loro licenziamento diciamo pure all’ingrosso per il ruolo avuto nell’ordinare e dirigere la repressione, anche un’inchiesta più mirata per assodare a fondo le singole responsabilità sulla morte di quasi 850 persone causata in quell’occasione dalla polizia di Mubarak. Quindi, la purga – riconosce il portavoce della polizia gen. Marwan Mostafa – non può essere considerata chiusa una volta per sempre con queste misure. 

●Intanto, il governo egiziano proprio il giorno prima aveva approvato una bozza di proposta di legge che introduce, per le elezioni legislative[62] a venire, un sistema di rappresentanza proporzionale parziale che però deve ancora essere approvato prima di arrivare in parlamento dal Consiglio supremo militare. La metà dei 500 seggi del parlamento sarebbero scelti con la proporzionale, il resto per elezione diretta. La proposta suggerisce che il minimo di età dei candidati venga abbassato a 25 anni e che le candidate siano messa in lista, in tutte le liste, nella prima metà dell’elenco.

E, poi, dopo qualche altro giorno – qui è costume preparare le notizie dando prima una specie di pre-annuncio e, dopo aver così tastato il terreno, annunciare quella effettiva – una fonte dell’esercito, nel confermare solennemente a nome del Consiglio supremo militare che compito “sacro” delle Forze armate è l’impegno a consegnare in modo ordinato il potere in mano a un governo civile regolarmente eletto, rende noto che le elezioni politichepotrebbero essere” – poi corretto in “saranno” – rinviate di due mesi a novembre[63], ma che campagna elettorale e registrazione delle candidature già cominceranno a settembre.

Siamo, però, ormai a una svolta nel confronto tra la piazza e le autorità e il Consiglio supremo, prima, ordina al premier di licenziare in tronco tre dei più importanti titolari di dicasteri[64], il ministro delle Finanze e quelli dell’Industria e degli Esteri: nella speranza, probabilmente vana, di acquietare le rivendicazioni popolari; poi, opera un vero e proprio largo rimpasto di tutto il Gabinetto: trasporti, antichità, aviazione civile, comunicazioni e innovazione tecnologica, istruzione superiore, commercio, sviluppo locale, agricoltura e produzione militare… Insomma, praticamente tutto il governo[65].

Una svolta (il cambiamento di quindici ministri e tutti insieme) che presumibilmente, però, risulterà anch’essa di relativa efficacia perché in realtà la critica di massa è ormai rivolta al passo da lumaca con cui le riforme più radicali vengono implementate, deliberatamente, proprio dal Consiglio militare: non tanto da un governo che tutti vedono e tutti, esso per primo, sanno essere solo un sotto-esecutivo del Consiglio stesso. In un primo momento, però, l’effetto shock delle dimissioni di massa di due terzi del governo sembra sortire anche un certo immediato effetto calmieratore. Appunto, almeno in un primo momento.

●Poi, ma non certo infine, emerge un fatto nuovo e davvero di grande rilievo: i massimi responsabili militari avevano chiesto alla Commissione incaricata di redigere le bozze della possibile futura Costituzione di prevedere che “ai militari fosse riservato in esso un ruolo importante e in qualche modo ‘garantito’ nel futuro governo”, quasi di supervisione. Alla turca, dicono loro, dove nel 1980, effettivamente, dopo un golpe i militari si riservarono quei poteri di supervisione. E la dizione che volevano è stata loro negata[66].

Nel paese che proclamano di darsi a modello, in Turchia, quei poteri dei militari sono stati rimessi duramente in questione dall’evoluzione politica e democratica del paese e un governo civile di larga maggioranza li vuole cancellati dal testo della Costituzione – come gli chiede di fare anche l’Unione europea – ma senza una maggioranza di oltre i due terzi per riuscirci dovrà ricorrere a un referendum popolare.

In realtà poi, alla fine, i militari egiziani, in base alle regole che essi stessi hanno imposto, mantengono il diritto – meglio, il potere – di approvare o non approvare proposte e emendamenti. Ma il fatto è eclatante, comunque.

●Ha suscitato qualche problema tra la gente e i nuovi politici egiziani il fatto che il Consiglio supremo militare abbia chiesto agli Stati Uniti, in una situazione di grave crisi economica e di pesante carenza di investimenti, di lasciargli acquistare 125 nuovi kit completi per nuovo equipaggiamento dei carri armati Abrams M1A1 in dotazione all’esercito e 125 batterie di cannoni M256 in base al programma di aiuti militari stranieri. Con una simile fornitura il numero dei carri Abrams egiziani utilizzabili sarebbe uno dei più elevati al mondo, oltre i 1.000 esemplari[67]: e molti nel paese si chiedono, e chiedono ai militari, se è opportuno spendere tanti soldi che non ci sono per i loro mostruosi giocattoli.

Anche a prezzi scontati, un impegno che per i più è assurdo confermato dagli stessi richiedenti alla stima avanzata dall’Agenzia americana degli armamenti: 1 miliardo e 330 milioni di $, chiavi in mano, servizi, documenti e addestramento inclusi. Vedere il quale, ora, messo in dubbio irrita non poco gli alti gradi che da Mubarak ottenevano tutto in pratica a piè di lista. 

Il problema per il Consiglio supremo militare, però, è che già non è più padrone indiscusso di ogni sua decisione: grazie alla forza e all’onnipresenza, ormai, di quella che si potrebbe chiamare vigilanza popolare, alla vigilia di cambiamenti importanti per se stesso, per la gente e per tutto l’Egitto, il Consiglio deve anche rendere conto – nella maniera che ogni autorità odia di più, caoticamente, cioè, ma di fatto – proprio alla gente comune, alle masse, a quelli che i greci – democratici sì ma solo per chi era ricco – chiamavano gli hoi polloi, i tanti, i plebei…

Qui non è – non è orami più – come in Arabia saudita. Qui l’hanno buttato giù, il loro Faraone – e anche l’esercito non lo ha potuto/voluto impedire – mentre il re dell’Arabia saudita spende parecchio di più per i 200 carri armati tedeschi che ordina, senza che in quel disgraziato paese nessuno – ma nessuno: né popolo né governo dove, del resto tutti i ministri, si chiamano Saud – sogni neanche di mettere la decisione in questione[68].

●Il 3 agosto dovrebbe cominciare il processo all’ex presidente Mubarak di fronte alla giustizia civile, processo al massimo e intoccabile autocrate che è stato promesso pubblico e calendarizzato per quella data proprio dal Consiglio supremo[69]. Forse sono stati anche incauti ad annunciarlo – c’è o, comunque, si manifesta un pre-giudizio quasi totale nei suoi confronti e onestamente pare dubbio che potrà esser un giudizio “imparziale”; nessuno sa quanto, ma tutti sanno che poi lui è davvero malato; molti – ma anzitutto i  militari – temono che, comunque vada, il processo sarà un disastro: sia per quello che ne potrebbe emergere che per il ritratto che il paese darà di sé…: ormai sarà difficile però rinviarlo senza l’esplosione della protesta, solo a qualche giorno dalla sua celebrazione.

Intanto, il 24 luglio, scoppiano anche i primi scontri, violenti, tra fazioni di “rivoluzionari”: chi vuole dimostrare contro il Consiglio militare per un ritmo maggiore e una qualità più radicale del cambiamento scende in piazza ma si scontra con chi si preoccupa di una possibile eccessiva destabilizzazione e di uno stallo economico che prolungandosi ancora potrebbe mettere a repentaglio proprio le conquiste finora ottenute. E, come capita, sembra che entrambe le parti abbiano le loro ragioni[70].

●In Marocco, il re ha largamente vinto il referendum, con un 98,5% di (ha votato, avrebbe votato, il 73,46% degli elettori e delle elettrici…) che dà più poteri di gestione quotidiana dello Stato al parlamento e ai giudici ma mantiene saldamente in mano alla monarchia il controllo finale, diciamo, della determinazione delle linee di politica legislativa, militare, giudiziaria e religiosa. Questi sono i dati comunicati dal ministero degli Interni[71] e subito contestati dalla minoranza attivista che li mete in dubbio non tanto nel merito ma perché sostiene che i poteri ceduti dal re sono solo “dettagli”.

Un 27% di astensionismo ufficiale non è poco, ma è anche vero che si trattava di una novità e rappresentava un processo democratico, come dire, un po’ sincopato che veniva prima di una  Costituzione non concessa dal’alto, ma frutto di un consenso popolare ampio, evidente, profondo. Il fatto è, però, che ovviamente di un passo avanti, comunque, si tratta e per gli oppositori sarebbe sbagliato sottovalutarlo.

Ma il Movimento 20 Febbraio par il Cambiamento, il gruppo che nel corso degli ultimi mesi ha fatto con più insistenza pressione sul re, due giorni dopo il referendum porta ancora migliaia di dimostranti in piazza e, col portavoce Oussama Klifi, che lo ha fondato dando vita al gruppo di attivisti e di islamici che lo sta animando, dice semplicemente che “i suoi aderenti vogliono una monarchia parlamentare e un re che regni ma non governi – nel 2011, quello che chiedevano nel 1789 in Francia, no? – e vogliono una lotta vera e pubblica contro ogni corruzione[72].

●Della Tunisia non si parla più, quasi, in attesa di nuovi sviluppi. Che, in realtà, però nessuno può considerare per niente scontati. Neanche nel primo paese che si è liberato nel Mediterraneo, con una rivoluzione di piazza tra le meno “violente”, dal suo despota, Ben Ali,  nulla è davvero concluso.

Scrive uno degli intellettuali tunisini più lucidamente critici – da sempre, non da ora – dell’ “eccezionalismo” del mondo arabo, fondatore a Ginevra del (CARAPS) Centro arabo di ricerche e analisi politiche e sociali, che se gli islamisti tunisini alla fine seguiranno l’esempio moderato dell’A.K.P. [turco: il partito della Giustizia e dello sviluppo che è al governo], o regrediranno verso un islamismo radicale, dipenderà tanto dalla volontà dei suoi nuovi leaders a disegnare un percorso responsabile quanto dalla capacità dei partiti laici e moderati di sfidare i gruppi panarabisti o islamisti. Solo allora potremo sapere se la rivoluzione tunisina rappresenterà un trionfo del liberalismo o una porta aperta per gli estremisti[73]”.

L’A. è un pensatore fecondo, ma il presupposto di fondo del suo pensiero è chiarissimo: lui è uno alla Toqueville[74], che cita del resto spesso: la democrazia è una gran bella cosa; solo che purtroppo prevede di dare la parola alle masse e non solo ai signori illuminati come loro…    

●Anche in Bahrain, re Hamad bin Isa Al Khalifa, che è stato puntellato e salvato dall’intervento armato di Riyād a suo favore e soprattutto contro le impazienze sciite ha adesso ordinato di cominciare quelli che chiama colloqui di riconciliazione col principale gruppo dell’opposizione sciita, al-Wefaq, che hanno inizio il 2 luglio con la “storica opportunità”, definita così dallo speaker del parlamento, di un incontro molto cerimoniale tra i governanti sunniti e anche l’opposizione.

I tre delegati di al-Wefaq hanno subito detto che di storico, purtroppo, nella riunione non c’è stato proprio niente[75], visto che il re ha decretato d’autorità che la creazione di una monarchia costituzionale resta, comunque, un punto non iscritto e mai iscrivibile all’ordine del giornoIntanto, con quello che appare davvero il massimo della faccia tosta, Abdullatif bin Rashid al-Zayani, segretario generale del Consiglio di cooperazione degli Stati del Golfo – che ha appena chiesto e assicurato l’intervento armato di carri armati e truppe saudite per domare in Bahrain la ribellione sciita – ha condannato… l’Iran[76] per le dichiarazioni fatte dal suo ministro degli Esteri — “interferenza evidente” le ha definite, in appoggio agli sciiti negli affari interni bahrainiani…

●Sulla falsariga di quanto è avvenuto in Libia, anche in Yemen ora i ribelli hanno pensato di creare un Consiglio di transizione[77], una specie di governo ombra quasi, formato da 17 figure tra le quali anche l’ex presidente dei primi anni ‘80 dello Yemen del Sud, Ali Nasser Mohammed – non uno stinco di democratico, propriamente, lui stesso – per tentare di far sloggiare dalla carica il presidente Saleh che, ferito in un attentato suicida, non sembra più in grado di continuare a restare al suo posto. I ribelli hanno anche nominato il gen. Abdullah Ali Aleiwa, già ministro della Difesa di Saleh, come nuovo comandante delle Forze armate.

Ma l’assemblea dei partiti e dei gruppi movimentisti che scendono in piazza contro Saleh, e che neanche poi li riunisce tutti, dichiara subito che non riconosce la legittimità del nuovo Consiglio di transizione. Insomma, si muovono in confusione un po’ tutti… dopo mesi di rivolta. Perfino la Germania cerca di mettere bocca, adesso, nello sforzo di convincere il presidente Ali Abdullah Saleh ad abbandonare il suo trentennale posto di comando.

L’ambasciatore Michael Klor-Berchtold gli ha così fatto pervenire un messaggio scritto del ministro degli Esteri, Guido Westerwelle che lo invita ad accettare l’ultima proposta avanzata dal Consiglio di Cooperazione del Golfo: la “sola soluzione possibile”, dice[78], ma è pure costretto a riconoscere che lui e loro non la avanzano certo a nome dei ribelli yemeniti…

Una cosa che ormai appare chiara è che Saleh teme più dei jihadisti di al-Qaeda, che qui abbondano, i rivoluzionari che per la strada gli dicono di andarsene: è contro di loro che da mesi concentra ormai il fuoco (in tutti i sensi: attenzione spasmodica e pallottole abbondanti) delle truppe che ancora gli obbediscono anche tralasciando il problema, la vera e propria minaccia di secessione ormai che, nel nord dello Yemen, gli pongono i ribelli tribali: negli ultimi mesi, nella provincia nord-occidentale di Saada, loro, che di democrazia si interessano anche meno di lui, si sono “scelti” a governatore il massimo trafficante d’armi del paese: uno che lavora – e “dà lavoro” – in tutta l’area del Golfo e si sono, di fatto, separati da Sana’a[79].     

●Informa a fine giugno il sito del Tribunale speciale per il Libano[80], costituito ad hoc – e questo è anch’esso di per sé un problema – a dicembre del 2005 per perseguire chi perpetrò e organizzò a febbraio di quell’anno l’assassinio del primo ministro Rafiq Hariri e concordato con l’ONU su richiesta di quello che era allora il governo di Beirut presieduto dal figlio dell’uomo politico e miliardario trucidato in un attentato che fece 25 morti, di aver trasmesso al procuratore generale di Beirut, Sair Mirza, l’accusa formale contro due esponenti degli Hezbollah e altri due indiziati che avrebbero organizzato l’azione omicida.

E’ questa la prima volta in cui vengono fatti nomi e cognomi nell’atto di accusa (che peraltro ufficialmente resta segreto, non pubblico) che il  giudice d’accusa Daniel Fransen ha consegnato, coi nomi secretati ma, ovviamente, subito noti. Ma, nel frattempo è tutto cambiato, qui: Hezbollah, che adesso viene così accusata di essere responsabile dell’assassinio di Hariri, è adesso la forza cruciale che ha formato e che appoggia il governo di Beirut.

E ha già annunciato proteste di piazza e di massa contro quello che valuta, naturalmente, come un attacco politico. D’altra parte, spetterebbe oggi al governo suo alleato e da Hezbollah dipendente, finanziare e decidere di far proseguire il lavoro di un Tribunale che ha dichiarato “distorto” e neanche più rilevante… E sembra per lo meno improbabile. Naturalmente, se il Libano decidesse di stoppare il tribunale, anche questo palesemente vedrebbe cadere ogni e qualsiasi propria credibilità. Per minima che ormai essa, comunque, sia…

Anche l’Interpol, ma su richiesta del Tribunale internazionale e non del Libano, ha emesso ordini di arresto[81] per i quattro indiziati dell’uccisione dell’ex primo ministro libanese Rafiq al-Hariri, senza che vengano in ogni caso svelate le identità degli accusati perché i “dettagli” dell’accusa restano secretati. Ma, senza l’avallo del governo libanese, tutta la questione diventa puramente accademica e l’attendibilità, la plausibilità stessa, di questo come degli altri tribunali internazionali va a farsi friggere: in realtà perché usano sempre – e per definizione visto come sono nati: per volontà di chi come gli Stati Uniti li vuole per usarli come martello ma, al tempo stesso si proclama da essi immune perché loro sono loro… – due pesi e due misure e, dunque, chi si trova sempre ad essere incudine non ci sta più…

●La Germania, per niente schizzinosa come del resto chiunque faccia commercio di armamenti sul mercato mondiale, dopo aver rifiutato di bombardare la Libia ha deciso – alla faccia della coerenza – di vendere cash all’Arabia saudita 44 carri armati Leopard[82] dell’ultimo modello, 2A7+, costruiti dalla Krauss-Maffei Wegmann e dalla Rheinmetall, per un affare complessivo di parecchi miliardi di euro.

I primi di un lotto di 200 in totale riusciranno utilissimi per schiacciare – letteralmente; o spazzare via, dotati come sono di una grande lama capace di liberare le strada ingombre di detriti, umani o propriamente tipo monnezza alla Napoli via Caracciolo – ogni tentativo/tentazione di rivolta futura, lì o nella regione. Come in Bahrain, per esempio.

Sono emerse critiche dure anche al Bundestag, anche da membri dello stesso partito cristiano-democratico della Merkel e del ministro della Difesa, sulla base di diritti umani più o meno presi seriamente. Ed è emersa anche una novità di sentore chiaramente strategico: è una prima assoluta. Israele, che ha sempre protestato e fatto valere il peso, storicamente quasi ricattatorio (l’Olocausto, ecc., ecc.) su ogni governo tedesco, stavolta non ha fiatato contro la vendita di armamenti tedeschi a un nemico storico come l’Arabia saudita…

Anzi è emerso che, prima di dire di sì a re ‘Abd Allah accettandone i petrodollari, Merkel ha cercato e ottenuto l’approvazione al contratto sia degli Stati Uniti che di Israele[83]… E il fatto che qui forse la dice più lunga è Israele “che fino a ieri considerava Riyād come una minaccia potenziale molto concreta considera ormai i sauditi – il paese del fondamentalismo islamico wahabita più estremo – come una garanzia ogni giorno più forte di stabilità in una regione in subbuglio”.

in Cina

●L’economia è cresciuta del 9,6% anno su anno nella prima metà del 2011, col PIL che nel primo trimestre è cresciuto del 9,7 e nel secondo del 9,5%, annuncia Sheng Laiyun, per conto dell’Ufficio nazionale di statistica. Secondo questi dati, ancora preliminari, il PIL del primo semestre avrebbe  raggiunto i 20.446 miliardi di yuan, al cambio ufficiale 3.146 miliardi di $ ma, secondo i calcoli della CIA, a parità di potere d’acquisto, ragionevolmente sarebbero tre, quattro volte di più.

L’inflazione è aumentata del 5,4% anno su anno nella prima metà del 2011 (quindi è restata ben sotto, del 4,2%, alla crescita del PIL), ma i prezzi dei prodotti alimentari al dettaglio vanno su dell’11,8%[84].

La crescita appena inferiore del secondo trimestre sul primo viene colta dai cosiddetti mercati come un segnale positivo perché, dicono, mostra che funzionerebbero le misure di raffreddamento relativo imposte alla crescita economica per contenere l’inflazione[85].    

●Per la quinta volta in nove mesi e la terza quest’anno, la Cina ha aumentato il tasso di sconto, nell’ennesimo tentativo di raffreddare il ritmo di crescita di un’economia che preoccupa le autorità per l’inflazione che tende ad accompagnarla. Il tasso di deposito a un anno aumenterà di un quarto di punto a 3,5 dal 3,25% e quello interbancario dei prestiti a un anno sale da 6,31 a 6,56%[86].

Il mese scorso sullo stesso mese di un anno fa l’inflazione qui è salita al 5,5% e questo giugno ci si aspetta un tondo 6%. E’ ormai un anno che le autorità monetarie e di governo del paese stanno tentando di tutto e di più per rarefare al massimo il numero dei prestiti. Senza riuscirci granché…

●L’Organizzazione mondiale per il Commercio ha deciso, a inizio mese, che le restrizioni alle esportazioni cinesi di materie prime sono illegali in quanto quote e tariffe si applicano solo, appunto, alle esportazioni e quindi discriminano i produttori stranieri da quelli interni. Pechino ha fatto subito rilevare l’ovvio, che sarebbe difficile applicare regole che riguardano le esportazioni a una produzione che non viene esportata: per definizione…

Però l’argomento è abbastanza debole: la motivazione ufficiale del razionamento di materie prime è all’esportazione e non, come dovrebbe – se fosse davvero solo per ragioni di protezione ambientale – alla produzione, proprio come tale.

In ogni caso, in prima battuta, l’OMC ha dato ragione a chi aveva denunciato la pratica cinese – cioè, nella fattispecie, USA, Europa e Messico – ma la Cina ha subito fatto ricorso sul piano giuridico per quanto riguarda i suoi prodotti focalizzati nelle denunce (bauxite, carbon coke, fluorite, fosforo giallo, magnesio, manganese e zinco: ma anche, soprattutto, le cosiddette terre rare contro la limitazione all’export delle quali mirava, senza dirlo, la denuncia).

E ha anche annunciato, la Cina, che provvederà alle rappresaglie opportune[87]: denunciare quanto prima, intanto, le pratiche analoghe che Messico, Europa e USA applicano a loro prodotti discriminando tra consumo locale ed export per le più svariate ragioni: rarità delle materie prime, costi, ragioni strategiche, militari, ecc., ecc… Proprio come, cioè, fanno i cinesi… Del capitolo che si ci mettiamo a fare i legulei, noi azzeccagarbugliamo, volendo, più e meglio di voi che, pure, ci siete maestri.

●Nei mesi prossimi l’aspettativa è che l’attivo commerciale continui ad aumentare in parallelo, però, con la decelerazione della crescita dell’export, forse fino a obbligare – dice il ministero del Commercio – a chiudere alcune fabbriche. Dice il direttore generale per l’industria meccanica, elettronica e di alta tecnologia, Zhang Ji[88], che per alcune imprese esportatrici si tratterà di tirare la cinghia,per altre addirittura ci sarà il rischio del fallimento con il deterioramento in progress dell’attività economica globale e, specificamente, dell’export.

Malgrado una crescita a doppia cifra, l’export sta rallentando e continuerà a farlo nella seconda metà di quest’anno con fattori come l’aumento del costo del lavoro e delle materie prime, l’apprezzamento dello yuan e politiche monetarie più rigide che danneggeranno il livello delle esportazioni cinesi. Zhang ha spiegato che queste nuove tensioni daranno problemi ai profitti di impresa, forse – lui teme – arrivando a farne chiudere alcune ma che la maggioranza andrà avanti anche se dovranno tutte preoccuparsi di più di migliorare la propria competitività.

●A complicare il rapporto con gli USA si inserisce l’incontro, definito “privato” ma regolarmente pubblicizzato, del presidente americano col Dalai Lama. Pechino esterna ufficialmente “la sua indignazione e la sua forte protesta” per l’udienza di Obama del 16 luglio al leader tibetano che costituisce una “grossolana interferenza negli affari interni del popolo cinese, ne ferisce i sentimenti profondi e danneggia i rapporti interstatali”.

Il Dalai Lama è un esiliato – anzi un autoesiliato – politico che continua a lasciarsi utilizzare da interessi stranieri per minare l’unità del paese secondo una linea di ingerenze cui però la Cina ha messo fine ormai da sessant’anni[89]. E il presidente designato, dall’anno prossimo, della Cina, Xi Jinping, nel celebrare il 60° anniversario del ricongiungimento del Tibet alla madre patria dice a tutti, amici e nemici, di non avere alcun dubbio: il popolo schiaccerà ogni tentativo di destabilizzare la regione[90]

Certo, lui sostiene di accontentarsi ormai solo di un’autonomia piena del Tibet… Ma non è in grado di garantire niente e, poi, a nome di chi parla? Forse che qualcuno lo ha scelto, 77 anni fa appena nato, da un’oligarchia monacale di bonzi medioevali autoconsacratisi che schiacciava da secoli nel’oscurantismo totale il popolo tibetano.

Mutatis mutandis, è lo stesso argomento che Pechino utilizza per negare il diritto dei cattolici cinesi alla comunione, cioè alla obbedienza, con Roma: con un potere straniero, cioè, di uno Stato straniero, lo Stato della Città del Vaticano…

●E ancor più delicato diventa il legame tra USA e Cina alla luce di un possibile, e quasi annunciato, default americano che, se arrivasse come tutti paventano (vedi qui sotto nel capitolo relativo agli STATI UNITI[91]), sarebbe catastrofico per tutti. Pechino ha in cassaforte sui 1.500 miliardi di $ del debito americano e potrebbe anche cominciare a scaricare parte della colossale cambiale che ha in mano e della cui affidabilità, ormai, ha molte ragioni di dubitare, alimentata in questi momenti poi proprio da Washington.

Ma in questa che potrebbe avviarsi a diventare una specie di versione finanziaria della vecchia guerra fredda, proprio come in quella che si combatteva, potenzialmente, sul piano nucleare tra USA e URSS, entrambe le parti temono che qualsiasi mossa possa garantire il meccanismo di quella che a quei tempi si chiamava “mutua assicurata distruzione”: io sono in grado di annientarti ma, se lo faccio, garantisco anche il mio auto annientamento.

I cinesi, di sicuro, ci perderebbero non si sa quanti dei loro quattrini. Ma gli americani corrono il rischio di alienarsi per sempre quello che è, e resterà a lungo, il loro maggiore e più disponibile  creditore. Altro che banche, o paesi, troppo grossi per poter fallire, come s’è detto!… Ma se la Cina fosse la prima a dare l’esempio potrebbe essere, sarebbe seguita a ruota da molti altri paesi creditori. E per la Cina potrebbe essere un vero suicidio finanziario[92]...

●Su un altro piano – ma solo per un attimo forse – sembra passare sulle acque del mar Cinese meridionale un refolo di distensione: alla vigilia di un incontro chiave tra tutti i paesi del Sud Est asiatico che danno vita all’ASEAN (più – ovviamente – gli Stati Uniti d’America), tutti Cina compresa, Vietnam, Filippine, Taiwan, Malaysia e Brunei – i paesi coinvolti nella disputa sulle sovranità reciprocamente rivendicate delle isole Spratly nel mar Cinese meridionale e delle acque circonvicine – hanno concordato su “linee guida comuni” per governare la condotta reciproca al riguardo[93].

La Clinton fa seguire, nel corso della riunione, ad alcune osservazioni giustamente preoccupate sui pericoli per tutta l’area delle tensioni confinarie marittime, l’invito pressante a tutti a chiarire bene richieste e pretese e rivendicazioni. Si tratta di un suggerimento che appare molto sensato: i paesi che si disputano il mar Cinese meridionale dovrebbero appoggiare le loro argomentazioni a documentazione, storia, testimonianze riconosciute, precedenti di diritto internazionale e, in particolare, delineata sempre alla luce della legislazione internazionale sul diritto marittimo del 1982, non solo e tanto delle rivendicazioni leggendarie radicate nel retaggio di ogni paese.

Secondo gli americani, che però su queste questioni come spesso capita – e, certo, non solo a loro – predicano saggiamente e praticano la politica del giorno per giorno più avventurosamente (per esempio, sul Mar Glaciale Artico), tutte le pretese avanzate da tutti i paesi interessati alla regione sono “esagerate[94]”.  

Solo per un attimo, però, si notava, gli Stati Uniti sono sembrati davvero spingere per un ruolo di effettiva ed attiva mediazione perché subito a ruota, dopo aver positivamente giudicato l’obiettivo distensivo raggiunto delle linee guida comuni, la signora Clinton comunica al sen. John Cornyn, repubblicano del Texas che si autodefinisce sfegatatohot sostenitore di Taiwan “per affinità ideologica” (l’anticomunismo), che gli USA decideranno entro l’inizio di ottobre se “offrire” o no a Formosa 66 nuovi cacciareattori americani F-16, oppure solo l’ammodernamento di 146 più vecchi modelli[95]. Facendo questo pubblicamente, perché pubblicamente pretendeva che lo facesse Cornyn, gli USA non facilitano certo la possibilità di un rapporto più disteso con Pechino.

Che, ormai, risponde colpo su colpo. Adesso uno dei più innovativi ricercatori del’Accademia militare di scienze militari, il gen. Luo Yuan, annuncia – conducendo la sua campagna per convincere le autorità politiche dell’idea – che, secondo lui, la Cina ha bisogno, e quindi si doterà, di altre tre portaerei oltre all’unica che già ha per difendere i suoi interessi marittimi visto che i vicini, dall’India a Taiwan al Giappone, ma anche potenze che non sono affatto vicine ma sui mari prossimi alla Cina incombono sempre, non stanno certo ferme e sviluppano le loro misure e contromisure.

Se si considerano i nostri più immediati e grandi vicini, l’India nel 2014 avrà tre sue portaerei esattamente come il Giappone e io sono convinto che noi ne dovremo avere altrettante”. La prima portaerei cinese, quella già in dotazione – una vecchia piattaforma russa rimodernata – sarà usata a scopi di addestramento e di ricerca e, in ogni caso – ovviamente no? – le intenzioni ed i piani della Cina non prevedono mai nessuna aggressione[96].

Secondo gli strani rituali e privilegi insensati di qualsiasi senatore degli USA, Cornyn sta bloccando da settimane, e da solo, il voto in Senato di conferma o no del vice della Clinton, William J. Burns, e per “convincerlo” a togliere il veto… al voto Clinton deve adesso impegnarsi a rispondergli. E se la risposta sarà positiva, in cambio di qualche miliardo di dollari, con la sua ormai obbligata dipendenza economica da Pechino, Washington corre il rischio di riavvelenare ancora di più le relazioni con i cinesi: che naturalmente pure Washington riconosce come unici e soli rappresentanti dal governo di Pechino.

Insomma: l’OMC, il default minacciato e minaccioso, il Dalai Lama, su tutto forse il rapporto oggettivamente, come si dice, conflittuale, o almeno concorrenziale tra le due Forze armate, Taiwan e il riarmo di Taiwan— e, adesso, anche il mar Cinese meridionale… La carne al fuoco sembra essere molta e, aggiungerne altra francamente non sembra proprio utile.  

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

●In Brasile, il governo della presidente Dilma Rousseff (qui funziona come negli Stati Uniti d’America, non c’è un primo ministro) ha perso, in meno di mezzo anno di vita, già due ministri: si sono dimessi il capo del Gabinetto civile della presidenza (una specie di Gianni Letta locale) Antonio Palocci e il ministro dei Trasporti Alfredo Nascimento. Erano entrambi accusati di corruzione col patrimonio della famiglia Palocci che s’era ingrandito di una ventina di volte negli ultimi quattro anni e un’impresa del figlio di Nascimento che aveva operato un illecito incremento di capitali., come è stato detto, sempre e proprio nel campo dei trasporti[97]

Anche qui – è chiaro, no? – è più come negli USA che come da noi… Qui, poi, a conclusione di un’inchiesta come questa, non ci sono prescrizioni che tengano e in galera se ti riconoscono colpevole alla fine ci vai… Magari in galera non vai, come nel caso del terrorista nostrano Cesare  Battisti se sospettano di “motivazioni politiche” chi, da noi, ti ha condannato per terrorismo negli anni di piombo.

Il tasso di sconto è stato alzato dalla Banca centrale di un quarto di punto, al 12,5%, con la disoccupazione che cala di uno 0,2 a giugno, al 6,2%[98]. E in un altro tentativo di rovesciare, o frenare, la tendenza all’apprezzamento del real sui mercati internazionali – ha raggiunto il massimo da dodici anni a questa parte sul dollaro nell’ultima settimana di luglio e sta frenando pesantemente le esportazioni – il ministro delle Finanze ha imposto una tassa dell’1% su ogni futura transazione che speculi scommettendo su un ulteriore rafforzamento della valuta. Riuscendo effettivamente, almeno nell’immediato, a indebolire un poco il real[99].  

●Il presidente del Venezuela, Hugo Chávez, appena tornato a Caracas dall’intervento chirurgico che a Cuba gli ha rimosso un tumore, dopo aver fornito alcuni e inusitatamente sobri dettagli sulla propria salute – comunque dice che dovrà sottoporsi a chemio e radioterapia – ha annunciato che sta per arrivare dalla Cina un prestito speciale per 4 miliardi di $ per lo sviluppo di alcune prime  joint ventures sino-venezuelane compresa una linea ferroviaria. Noi, ha detto Chávez, senza entrare troppo nei dettagli, contribuiremo al progetto congiunto con 2 miliardi di $[100].

E ha anche annunciato che, pur senza delegare il potere della presidenza al suo vice, Elias Jaua, come gli chiedeva l’opposizione, stavolta durante al sua assenza per malattia gli delegherà – a lui e al ministro delle Finanze, Jorge Giordani – l’esercizio di alcune prerogative[101] sue sul bilancio.

●In Argentina, il tasso di inflazione a giugno resta inchiodato al 9,7%, per il quarto mese consecutivo. E questa stabilità immobile aumenta sospetti, e preoccupazioni, sulla manipolazione statistica di cui alcuni parlano ma senza tirare fuori prova alcuna, se non di questo tipo: indiziario, visto che dati – di fonte però industriale – danno l’aumento dei prezzi invece al 25%[102].

●In Australia, il governo (nella coalizione, i Verdi formano la maggioranza coi laburisti che da soli per pochi voti non ce la fanno) torna a proporre una legislazione che imporrebbe, se passerà, una vera e propria carbon tax in vigore di qui ad un anno: 23$A (17,3€) per tonnellata di anidride carbonica scaricata nell’atmosfera dalle principali industrie inquinanti del paese. Il precedente governo cadde su una proposta simile che trova enormi resistenze in tutto il sistema produttivo e industriale del paese[103].  

EUROPA

●Non si sa davvero come commentare la tragedia di Oslo: la bomba nella capitale e la mattanza sull’isoletta di Utøya di almeno una settantina di ragazze e ragazzi colpevoli di essere laburisti e pure, poi, un po’ libertari da parte di un estremista e fondamentalista di estrema destra— in nome di una proclamata “guerra santa cristiana” per bloccare “il multiculturalismo e l’invasione islamica dell’Europa[104]”.

Non a caso il disonorevole parlamentare europeo Mario Borghezio (spudoratamente lui, questo sì, non ipocrita) solidarizza: dice di condividere, anche a nome dei “50.000 padani che per quelle stesse idee lo hanno eletto” le farneticazioni del criminale nordico (che non è lui a chiamare certo farneticazioni). Anzi sottolinea che sono “le idee geniali di Oriana Fallaci che vengono ora condannate strumentalizzando” i fatti di Oslo. Quel pesce in barile del Calderoli, ministro della Repubblica italiana, trova il modo di chiedere scusa ai norvegesi ma lo fa dicendo che il pazzo che hanno mandato al parlamento europeo, Borghezio, parla “a titolo personale”…

Lo sospendono dal partito (ah! ah!) per tre mesi. Ma Francesco Speroni, pezzo da 90 della Lega, ex ministro delle riforme istituzionali nel primo governo Berlusconi, e anche lui parlamentare europeo, confessa che quel misirizzi di Borghezio non parla affatto a titolo personale ma chiaramente si “esprime a difesa della civiltà occidentale[105]”. Come appunto quell’altra esaltata della povera Fallaci che, del resto, lo sterminatore di Oslo cita con dovizia. E secondo lui, Mario Borghezio non deve dimettersi… Su questo probabilmente ha ragione: andrebbe, infatti, cacciato via per indegnità… a calci in c**o.

Sì… ha ammazzato una settantina di ragazzi, ma bisogna capirlo… (foto)

 

Fonte: dal sito [http://www.nanopress.it/politica/2011/07/27/lega-speroni-le-idee-di-breivik-sono-a-difesa-della-civilita-occidentale_P2670809.html]

Da destra, il primo cavaliere templare è Borghezio, il secondo è Speroni: il terzo, non è identificato: ma non ci perdiamo niente… come non ci perdiamo niente a non identificare l’erinni che, in seconda fila, sugli scranni del PE, accenna anche lei – gentile Madonna – al gesto dell’ombrello.

 

 

In un primo momento, la notizia aveva dato la stura alla consueta caccia al terrorismo islamico[106] che poi, gradatamente, mentre emerge la verità, nelle gazzette via etere e stampa, si trasforma da terrorista a pazzo fondamentalista cristiano… Cosi, a caldo, il 22 luglio notte, ci hanno mandati a dormire, con l’incubo di quello che, ci dicevano tutti gli “esperti” pavlovianamente, per abitudine, era sicuramente un eccidio dell’estremismo islamico omicida. E ci hanno risvegliati, la mattina dopo, affondandoci nell’angoscia opprimente e reazionaria di un serial killer che aborre il “marxismo” identificandolo con chiunque sia un po’più a sinistra, diciamo, di Gengis Khan: un fondamentalista assassino vetero-cristiano e, evidentemente, appunto, anche pazzo.

Insomma: anche peggio, forse. Non si sa che dire, se non per piangere su un mondo irrazionale come questo dove c’è gente, non poca, convinta del nuovo Deus vult… che a volere la strage, in nome della purezza degli ideali del crociatismo templare, sia stato Lui… E’ l’intossicazione analoga e perfino peggiore di chi non crede neanche al pancotto ma si esercita alla Giuliano Ferrara in devozioni da laico di complemento o nei media che seminano sistematicamente veleni in un legame ideale e di sentimenti, chiamiamoli così, continuo tra Breivik, Borghezio e chi scrive la titolazione immonda quotidiana di Libero e de la Padania.

E non solo, sicuro. Gente che fa moralmente schifo, tutta dello stampo diciamo così fallacian-borgheziano, ce n’è anche all’estero. Glenn Beck, opinionista di estrema destra per anni su Fox Tv con una sua rubrica quotidiana di quasi un’ora, licenziato da poco perché troppo estremista ma che ha una sua radio personale ormai con milioni di seguaci di destra estrema e fondamentalista come lui, non trova di meglio che esprimere ancora a caldo tutta la sua empatia per il serial killer.

In fondo, spiega, me “lo sento davvero vicino. Ama il suo paese a tal punto che vedere la sua cultura erosa da multiculture diverse cui il suo governo consente di invaderlo, lo ho portato a questo atto odioso[107]”. Dove Beck si frena appena in tempo per non aggiungere, in sintonia coi Borghezio di tutto il mondo, in fondo perfettamente comprensibile e, in fondo, forse giustificabile.  

Insomma, se al termine arabo di Allah si sostituisce quello, latino e nostrano, di Deus – e se all’ossessione dei templari e delle loro crociate da esecrare o, rispettivamente, da venerare; al califfato del VII secolo d.C. e I dall’Egira giustapponete il regno, ancora più mitico, dell’imperio dei templari nell’XI e XII secolo – avete precisamente, come osserva uno specialista norvegese dell’antiterrorismo, Thomas Hegghammer[108], il rovescio a specchio dei testi e del ragionare di al-Qaeda… Il programma, riassunto nelle 1.500 pagine del testo, deliranti spesso al punto da sembrare lucide e viceversa, dicono che da ben nove anni stava lavorando sul suo programma che prevedeva proprio di cominciare con una strage.

La didascalia di un video che compariva (ormai è stato tolto) nel collegamento sopra indicato col titolo di “Cavalieri templari del 2083” – l’anno in cui l’Europa avrebbe dovuto generalizzare la “cacciata-crociata dei nuovi Moriscos”, gli infedeli mori, cioè gli immigrati mussulmani come fecero nel quinquennio 1609-1614 Filippo III e il duca di Lerma “ri-imbiancando” con le armi e l’inquisizione la Spagna – annunciava programmaticamente che “prima di poter dar inizio alla nostra crociata dobbiamo fare il nostro dovere e decimare il marxismo culturale”.

Due tappe, quindi: prima, il massacro di chi la pensa “a sinistra” e, poi, lo sterminio di chi è diverso per pelle e per fede da noi: i neo-templari cristiani eugeneticamente selezionati: il fatto è che “quando si decide di colpire, è meglio sterminarne troppi che troppo pochi, altrimenti si rischia di ridurre l’impatto ideologico desiderato del colpo”.   

●La tendenza generale dell’economia nell’Unione europea è chiara: il calo dei redditi dovuto alla recessione, e l’incremento – o almeno la stasi dei livelli – dell’evasione fiscale, hanno portato il rapporto imposte/PIL nel 2009 a scendere al 38,4% nella media dei 27 paesi dell’Unione, con metà degli Stati membri che hanno provveduto ad alzare la media dell’IVA nel complesso delle entrate fiscali[109].

●Il tasso di disoccupazione nell’eurozona ammonta a maggio al 9,9% ufficiale, con quello più basso in Olanda (4,23%), dove l’impiego è largamente sussidiato, e il più alto in Spagna (20,9) seguito da Lituania e Lettonia (rispettivamente 16,3 e 16,2%)[110].

●Le vendite al dettaglio nell’eurozona calano dell’1,1% a maggio[111], perdendo più di quel che avevano guadagnato (+0,7) ad aprile.

●Neanche la crisi del debito che sta ingolfando tutta l’eurozona è riuscita a evitare che la BCE, alla riunione di Francoforte del 7 luglio, alzasse, per la seconda volta quest’anno (ad aprile: e neanche questa, forse, potrebbe essere l’ultima) di ¼ di punto, all’1,5% il tasso di sconto[112] dell’eurozona. E’ esattamente la scelta contraria a quella che sta perseguendo la Banca d’Inghilterra, che più che dell’inflazione, ben superiore pure a quella della UE a 17, rispettivamente a maggio oltre il 4,5% e al 2,7%), si preoccupa del basso tasso di crescita, tenendo gli interessi bancari britannici di un punto secco, lo 0,5%, al di sotto di quello europeo per favorire prestiti e investimenti.

Trichet ha ragione, sul fondo: non tocca a lui con l’accetta della politica monetaria, spesso poco tagliente e troppo smussata che deve rilanciare un’economia drammaticamente asfittica, ma sono i governi, una politica economica cioè di deliberato rilancio.

●Ma Trichet, sempre sul fondo e soprattutto sull’essenziale, ha torto: dovrebbe pur vedere quello che vedono tutti, che i governi sono paralizzati da valori e interessi troppo diversi per agire insieme e che, a questo punto, o ci pensa lui o non ci pensa nessuno… E noi, personalmente, temiamo che Mario Draghi, su questo punto, quando adesso dopo l’estate lo sostituirà, non mostrerà un diverso coraggio, facendosi facile scudo anche lui del mandato ufficiale ricevuto per la BCE dall’Unione: la stabilità della moneta, mica come in America o in Gran Bretagna la stabilità e, anche, lo sviluppo…

Insomma, e in definitiva davvero: ormai è ora, con l’Italia e poi la Spagna, o se volete la Spagna e poi l’Italia, sotto scacco della speculazione e di quel che in borsa chiamano il ribassismo, la BCE si decida a capire. E con essa i governi d’Europa:

• che ormai davvero in ballo è l’euro e l’eurozona, la loro sopravvivenza; e che

• per questo bisogna decidere – non discutere e chiacchierare: decidere – che sui mercati adesso intervenga, come tale, l’Europa coi suoi eurobond: finalmente… una vecchia idea che originariamente fu di Delors e, poi, venne ripresa anche, perfino, da Tremonti insieme a Juncker il presidente dell’eurogruppo in tempi sicuramente meno sospetti di questi… Anche se, a una riunione dell’ABI, il 13 luglio il ministro delle Finanze non resiste all’idea di tornare a perorare quella che era stata la giusta intuizione di Delors: non c’è alternativa all’emissione di eurobond congiunti – di titoli comuni di un debito pubblico comune – da parte dell’eurozona come tale…

O, se non vogliamo usare il termine eurobond perché va contropelo in Europa a tanti rinoceronti (ricordate Jonesco e il suo teatro dell’assurdo?), diciamo pure che “le autorità europee dovrebbero garantire a tutti il pagamento degli interessi sul debito sovrano di tutti e il pagamento del capitale iniziale[113]”. Sono infatti, volendo, perfettamente in grado di farlo.

Dopotutto – è la base qui rozzamente e brutalmente da noi sintetizzata del ragionamento di Andrew Watt – l’eurozona economicamente e finanziariamente parlando è in grado di finanziarsi qualsiasi debito, proprio come fa da decenni l’America, se stampa euro l’Europa come gli USA stampano dollari. Certo, non ci si dovrebbe indebitare troppo all’esterno della zona euro (i guai dell’America vengono molto più dal suo debito esterno che dal suo debito pubblico) e, seriamente anche se gradualmente, l’eurozona dovrebbe mettersi a riassorbire il suo debito pubblico, l’Italia ovviamente più della Germania.

Ma, almeno, non lo farebbe come adesso solo a fondo perduto… per pagarne il servizio. Il punto, però, è che il problema qui è tutto politico. Non economico. Lo possono fare ma non lo vogliono fare. Perché, per farlo, dovrebbero fare l’Europa. Davvero…

Anche se con mille resipiscenze, senza il necessario coraggio, ancora con troppa reticenza ma, finalmente, forse a rendersene conto è perfino ormai un “ortodosso di sinistra” come l’ex cancelliere dello scacchiere e per quasi tre anni, alla fine della disgraziatissima guida di Tony Blair, anche primo ministro britannico, Gordon Brown, quando adesso scrive un editoriale sul NYT[114] argomentando che “concentrandosi soltanto sui deficit i leaders europei non vedono la vera natura della crisi economica del continente”: crisi di crescita, di reddito, di produzione… insomma, la crisi dell’economia reale e non – non soprattutto – quella dell’economia di carta, l’economia finanziaria.

La proposta è stata anche avanzata, e spiegata, qualche tempo fa a firma congiunta da Giuliano Amato e Guy Verhofstadt: si tratta, detto in estrema sintesi (ma vale la pena di leggere tutto l’articolato) di “convertire parte del debito in €urobonds (i cosiddetti €-bonds) che sarebbero universalmente scambiati e garantiti congiuntamente[115]” da tutti, appunto, e per tutti, nell’eurozona. 

●Purtroppo, è subito la Germania a dire di no. Un portavoce governativo, tal Steffen Seibert – uno pure di seconda fila: un funzionario, neanche un esponente politico o un dirigente del Tesoro, una specie di Capezzone tedesco – avvisa che Berlino è contraria ad un vertice dedicato, almeno in parte, al tema specifico e non appoggia l’idea di discutere della questione eurobond seriamente[116].

Perché, spiega, non ne vede proprio l’urgenza e, anzi, resta convinto che questo strumento sarebbe solo un disincentivo a far stringere la cinghia ai paesi e ai governi meno responsabili che dovrebbero, piuttosto, essere spinti, costretti anche, a preoccuparsi delle vere priorità: tagliare spese e tirare, appunto, la cinghia. Come se greci, portoghesi, spagnoli e anche italiani – con loro i tedeschi ce l’hanno – non lo stessero facendo da mesi e, farlo, fosse servito a qualcosa…

Insomma, come sempre, questo paese e il suo governo non vedono al di là del proprio naso, rifiutano di capire che non basta più “responsabilizzare” le ex cicale e che, ormai, per tutta l’eurozona e per l’euro stesso il problema è anche, e soprattutto, di crescita: condizione indispensabile per poter pure soltanto cominciare a ripagare i debiti e rilanciare il progetto dell’eurozona.  Che come succede a chi va in bicicletta non può restare in stallo per sempre: o va indietro o va avanti.

Ormai, prima o poi, perfino la caparbia Germania – speriamo più prima che poi – dovrà accettare che o ci si rassegna al default della Grecia e alle sue conseguenze a cascata su tutta l’Europa, e al suo disfacimento, o ci si impegna a superare l’approccio incrementale, passetto per passetto, alla crisi muovendosi verso una maggiore e più decisa integrazione fiscale, cioè dei bilanci, nell’area della moneta unica: un’area, cioè, anche di politica economica e non più solo monetaria comune. Cioè, per esempio, proprio a cominciare da qualcosa come gli eurobond…

Ma Merkel non osa, non vuole, e sembra aver rinunciato per il suo paese a ogni ambizione in qualche modo federativa. Ha “tradito” – sì, di questo si tratta – il mandato dei suoi predecessori – tutti, da Helmut Kohl a Konrad Adenauer passando per Helmut Schmidt e Willy Brandt – mettendosi a fare la ragioniera che tiene i conti di un grande paese, e di quello che era un grande progetto di integrazione, col lapis della bottegaia, confinando a questa visione il traguardo che dà al suo governo. E che, così, ormai, sta affossando l’Europa peggio, e più, di chi i conti li ha tenuti un po’ allegri e dovrà, in ogni caso, rimetterli in sesto: ma dopo essere messo in condizione di farlo.

Scrive sul NYT un analista poco incline all’iperbole o all’emozione come Simon Tilford, il capo economista del centro per la riforma europea di Londra, che la Germania deve – deve ormai – decidersi a capire che “con tutto il ridicolo (la derision) che le ha buttato addosso Silvio Berlusconi, l’Italia è il centro (il core) dell’Europa è ha legami fortissimi con la Germania stessa e anche con la Francia[117]”.

●E, alla fine, nel supervertice di Bruxelles del 20 e 21 luglio, viene deciso[118] – oddio, deciso: sembra… – che la Grecia riceverà altri 109 miliardi di € di salvataggio, che si sommeranno ai 110 circa di quello dell’anno scorso, erogato però finora anch’esso solo per circa un terzo: ammontare per il 30-35% del quale, viene detto, dovrebbero essere – dovrebbero – responsabili le banche, con una stima globale del contributo dei privati (chi? i fondi pensione? gli speculatori? i piccoli risparmiatori? in definitiva sempre le banche…) che ammonterà (che dovrebbe ammontare, nelle intenzioni e nelle quasi-decisioni enunciate) a 37 miliardi di €. Piano Marshall lo chiamano in un primo momento, i gazzettieri. Poi, forse prendendo atto che qui gli americani non c’entrano, che nessuno dei governanti di oggi ha la visione o l’autorevolezza del gen. George Marshall, lasciano perdere. 

Sui dati, ora, un po’ più in dettaglio. Di fatto, l’Europa consentirà – o, meglio, si rassegna a consentire alla Grecia – di andare in default secondo un piano che prevede un riacquisto di suoi buoni del Tesoro e uno scambio— uno swap, come lo chiamano, del debito (si tratta di uno degli strumenti più dubbi offerti dal mercato, un “derivato”, e consiste nello scambio di flussi di cassa tra due controparti… sempre che entrambe siano interessate, ovviamente: ed è dubbio assai che qualcuno, anche scontando fortemente il prezzo d’acquisto scambi, diciamo, debito greco con debito tedesco). E il tutto, dicono, senza imporre nuove tasse sulle banche.

Si è anche trattato, nella sostanza vera, di un accordo che incrementa il ruolo, anche se non tanto le disponibilità, del cosiddetto Fondo di stabilità finanziaria europea (EFSF) che ormai toccherà comunque i 440 miliardi di € e vede la curiosa anomalia che tra chi lo finanzia ci siano, e per non un ammontare di non pochi miliardi, subito dopo Germania e Francia, paesi come Spagna e Italia essi stessi, forse, tra i prossimi che dovranno farvi ricorso. Ed è un’anomalia che, dopo qualche momento di riflessione, comincia anche, pare, a preoccupare i cosiddetti mercati[119].  

Ormai, esso dovrebbe servire ad aiutare prima gli Stati in difficoltà, ricapitalizzando banche e attivandosi a prevenire il “contagio” della paura sul mercato dei titoli di Stato. Sui cosiddetti prestiti-riscatto, i tempi delle scadenze passerebbero da 7 anni e mezzo a 15, il doppio, e i tassi di interesse – il servizio del debito – sarebbero scontati dal 4,5 e dal 5,8% giù fino al 3,5% annuale.

L’EFSF è stato disegnato per sostenere gli Stati in difficoltà prima che si trovino esclusi dai finanziamenti sui mercati e per ricapitalizzare gli istituti di credito utilizzando prestiti ai governi cui essi, in qualche modo, rispondono, anche nel caso in cui quelle banche fossero escluse dai programmi di aiuto della UE o del fondo di assistenza del FMI. E, a seconda di quello che, alla fine, sarà l’input effettivo della BCE nell’EFSF, il Fondo potrebbe anche intervenire sul mercato secondario dei bonds (derivati e altro)[120]… in quaualche mlodo lche nodo così si buttano giù le premesse per fare del Fondo il possibile/probabile soggetto di emissione dei futuri eurobonds.

Niclolas Sarkozy non si spinge a dire proprio questo ma sostiene che l’EFSF è l’embrione forse di un Fondo monetario europeo a se stante. Con cautela i mercati sembrano accogliere bene le misure annunciate e il clima nel quale sono state annunciate: cioè, finalmente, l’azione pro-attiva – interventista e non più solo qui e là, a tozzi e bocconi – della BCE, del FMI e della UE stessa.

Anche se una delle ormai “famigerate” agenzie di rating, in questo caso la Fitch, ha subito dichiarato che valuterà la situazione della Grecia come quella di un paese “in default limitato” assegnando, dice, la valutazione di default come tale al momento in cui si materializzerà la nuova offerta di scambio dei vecchi bonds statali con i nuovi a più lunga scadenza. E alla Grecia come tale, allora, verrà assegnato un rating di cosiddetto “basso livello speculativo”.

Ma, forse avvertendo l’inopportunità, e magari anche un qualche pericolo, nell’esprimere giudizi troppo secchi e negativi, il direttore di Fitch per la valutazione dei debiti sovrani, David Riley,  tiene ad aggiungere che l’impegno dei leaders dell’eurozona è in ogni caso da valutare “positivamente come un passo importante verso la stabilità finanziaria” anche perché “malgrado la sfida colossale con cui deve fare i conti, la riduzione dei tassi di interesse e l’estensione delle scadenze offrono alla Grecia una reale finestra di opportunità per recuperare solvibilità”.

Insomma, cerca di spiegare, compito nostro non è di fare il bene della Grecia e del popolo greco, ma di indicare quelli che, secondo noi, sarebbero i migliori interessi di chi alla Grecia ha prestato i suoi soldi. Cioè, forse è un bene per la Grecia, sì. Ma, per i suoi creditori, mica tanto… e per questo diamo un giudizio negativo su tutta l’operazione.

Sollievo dichiarato da parte del governo di Atene, ma poco condiviso dai media greci, i cui titoli il giorno dopo gli annunci ancora non proprio trasparenti di Bruxelles erano al meglio scettici se non proprio ostili. Il più esplicito il foglio di centro-destra Kathimerini: riconosce lo spazio maggiore concesso da Bruxelles ad Atene, ma si dice sicuro che il governo di centro-sinistra non sarà in grado mai di dar corpo ai durissimi impegni di tagli e restrizioni che ha preso (del resto, il centro-destra rifiuta proprio di prendere atto della richiesta stessa).

In ogni caso, e in realtà, al di fuori di imbellettamenti e manovre di depistaggio, qualche misura di ristrutturazione, cioè di vetro e proprio default controllato – almeno, controllato nelle intenzioni… – del debito greco sarà nei fatti imposta dal fatto in sé che non era possibile chiedere ai greci altra austerità a vuoto…

Già subito, venerdì 22, i segnali di resistenza alle riforme – che poi sono effettive contro-riforme – sono evidenti: sciopero per il quinto giorno consecutivo di tutti i tassisti e blocco delle vie principali di comunicazione in tutto il paese contro i piani di liberalizzazione/privatizzazione/concorrenza  voluti dal governo. E solo all’ultimo momento si riesce a evitare la chiusura di tutti i porti del paese decretata dai marittimi e degli uffici pubblici rinviando il taglio annunciato delle pensioni già erogate a ex dipendenti pubblici e privati…

Il pacchetto di misure approvato dai leaders dell’eurozona non si limita, poi, soltanto alla Grecia. Prevede anche la possibile riduzione dei tassi di interesse per gli altri due paesi già oggetto, a rate, dei salvataggi europei – Irlanda e Portogallo – che anch’essi, a livello di governi, tirano il loro respiro di sollievo. In particolare, ben accolta a Dublino la notizia che non le verrà imposto – per ora – di alzare la bassissima tassa sul reddito d’impresa (solo il 12,5% che, di fatto, “distorce la concorrenza”, dicono soprattutto Francia e Germania[121]

L’UE non ha esteso, però,  la garanzia della European Financial Stability Facility oltre che a quelli della Grecia anche alla ristrutturazione – il default controllato – del debito di cui devono rispondere Portogallo e Irlanda nei confronti oltre che di altri Stati anche di creditori privati. Insomma, il default che adesso diventa in qualche modo accettabile per la Grecia non lo è (ora… ancora?) per gli altri…

Ma questo impegno, volutamente formalizzato per iscritto, a trattare la Grecia come caso a sé – eccezionale e, giurano, unico – potrebbe  anche essere l’ennesimo esempio di trionfo della speranza contro la realtà economica nuda e cruda. D’altra parte, il progetto non aumenta le risorse messe a disposizione dello stesso EFSF e potrebbe, perciò, rivelarsi inadeguato, esigendo in un futuro prossimo anche magari un’infusione ulteriore di fondi e liquidità.

Adesso, il vero rischio diventa che se il piano per salvare la Grecia, che poi è stato giustamente chiamato piano per salvare l’euro e l’eurozona, nei fatti non si rivela sufficiente, cioè “generoso” abbastanza, o se non riesce a funzionare tanto rapidamente da convincere i greci – non quelli al governo, la gente – allora la Grecia potrebbe anche decidere – probabilmente sbagliando… forse, chi a questo punto può negarlo a priori? a ragione… – che i benefici economici del restare nell’euro sono comunque inferiori ai costi in cui incorrerebbe uscendone fuori.

Nel qual caso, il nuovo piano di salvataggio della Grecia e dell’euro finirebbe per essere il detonatore che, nell’immediato, spinge la Grecia al default vero e proprio e all’uscita dall’euro stesso e, quasi altrettanto immediatamente, anche alla fine dell’euro: sicuramente così come oggi lo conosciamo.

●Anche Moody’s Investors Service, dopo Fitch, non vede ragione sufficiente per non infierire ancora sulla Grecia. Anzi, due giorni dopo Bruxelles ne svaluta il rating. Certo, riconosce che il piano concordato giovedì 21 a Bruxelles “sarà utile ai debiti sovrani come muro di contenimento del rischio di contagio verso gli altri paesi che seguirebbe un disordinato default dei pagamenti del servizio del debito greco”.

Ma esprime tuta la sua preoccupazione per il precedente negativo che gli scambi, i swaps di cui parla il piano europeo, imporranno in qualche modo non fosse altro che per una forte moral suasion, sugli investitori privati che dovrebbero – dovranno – assorbirli. Perché una cosa certa, aggiunge, è che “i detentori di titoli del debito greco ci vanno a perdere”. Forse è anche probabile che il pacchetto nel suo complesso porti “un certo numero di benefici alla Grecia – una traiettoria che riduce leggermente il debito, abbassa il costo degli interessi e, per diversi anni a venire, riduce la possibilità del paese di rivolgersi ai mercati finanziari”. Ma, tutto questo considerato, “il progetto europeo avrà un impatto troppo limitato sul peso del debito greco per contare davvero”.

Di qui, la decisione, in attesa che l’operazione sia completata, di svalutare subito, intanto, il rating del debito ellenico da Caa1, che è già ben dentro la categoria del titolo spazzatura, a Ca— appena sopra al default[122].

●Scrive, con analisi sintetica ma anche efficace – negata però (volutamente?) nel titolo dato  redazionalmente al suo pezzo – un esperto di politica economica del NYT che, se c’è una lezione da imparare dalla crisi del debito sovrano europeo, è che “l’unione monetaria di per sé non può funzionare all’infinito. Se l’Europa vuole sul serio conservare i vantaggi di una moneta unica, dovrà passare a un ben diverso livello di integrazione fiscale e economica, di bilancio e di sviluppo. Gli Stati dovranno rinunciare a quantità significative della loro sovranità. E, se sembra che i leaders europei sono adesso, più o meno, disposti a prendere atto di questa realtà persuadere le opinioni pubbliche sarà ben più difficile[123]: specie i tedeschi, certo…   

Altre parti del comunicato emesso a fine vertice “promettono” un maggior controllo centrale “europeo”, anche se tutto da definire – Commissione? Banca centrale? e con quale e quanta effettiva supervisione del parlamento europeo?: cioè, appunto, la rinuncia a sovranità statuali comunque presunte e non più realmente esistenti – su bilanci e politiche fiscali nazionali. Se vogliamo chiamiamola pure un’Europa più federale, più integrata, comunque molto più seriamente politica che, finalmente perché obbligata a farlo, batta in breccia le visioni ristrette commercial-bottegaie – all’inglese o alla scandinava – dell’Unione restituendole respiro e ambizioni.

Naturalmente, conoscendo l’Europa così com’è, le decisioni che ha preso – o è sembrata prendere – adesso Bruxelles se le potranno rimangiare o annacquare, man mano che emergeranno i dettagli che esse comportano. Ma il fallimento dei trascorsi tentativi di salvataggio e il rischio ormai diventato a tutti palese del cosiddetto “contagio” ha obbligato l’Europa a muoversi in una direzione che rafforza l’euro e che, per farlo, deve rafforzare l’Unione.

Il fatto è che, però, queste pressioni – salvataggi falliti, contagio che bussa alle porte… – resteranno ormai tutte sia che i politici tengano ferme le decisioni assunte sia che se le rimangino. In fondo, solo qualche settimana fa la BCE aveva rifiutato perfino di considerare sul piano puramente teorico che la Grecia potesse mai andare davvero in “default”. La Germania proclamava che di salvataggi non se ne parlava nemmeno. E tutte e due – i poteri reali d’Europa – adesso hanno fatto marcia indietro sull’orlo del baratro dove le stava spingendo la realtà, sia vera che artificiosamente stimolata, del mercato.  

Alla fine, forse, ad uscire meglio dal braccio di ferro del vertice di fine luglio a Bruxelles – che,  se le cose vanno bene (se l’euro si salva) ma anche se vanno male (se non  ci si riesce: perché, alla fine, non lo consente la contraddizione tra una sola moneta e diciassette politiche economiche e sociali diverse) passa comunque alla piccola (o forse, chi sa?, grande) storia della UE – potrebbe essere  proprio la BCE di Trichet: che, alla vigilia della sua uscita, sembra essere riuscito in qualche modo,  consegnandola così a Mario Draghi, “a obbligare i governi a recuperare quella che è la loro missione di prevenire il collasso dell’economia greca e a riprendersi la responsabilità più vasta della performance globale, di bilancio, dell’eurozona[124].

Ma questo sarà un vertice che resterà comunque un successo: serve alla Grecia e a tutti gli altri paesi inguaiati; serve agli europeisti che vi vedono (forse illudendosi) un embrione di eurobond e di Europa integrata; serve a chi, come Sarkozy, ci vede un qualche Fondo monetario europeo in gestazione; serve alla Merkel che vuol fare – vorrebbe fare, avrebbe voluto fare – giustamente, pagare – in parte: di più non osa dire neanche lei: e, poi, è costretta ad aggiungere un di fatto ipocrita “volontariamente” – il prezzo del rischio imprenditoriale agli squali che si sono buttati a speculare sui bonds e ci hanno sbattuto il grugno; e serve come abbiamo visto alla BCE…

Insomma, serve davvero un po’ a tutti e, per questo, tutti alla fine lo chiameranno un successo. Tutti, si capisce, meno gli euroscettici e meno – ma per le scelte sbagliate, al contrario degli euroscettici, non per gli obiettivi diversi – la gente che pagherà il conto comunque… di più saranno contente le banche che potrebbero, è vero, trovarsi alla fine costrette a ingoiare, più o meno   volontariamente ancora – ma, e questo le preoccupa, forse stavolta davvero volontariamente, appunto, e non obbligatoriamente per l’ultima volta – un conto che si aggirerebbe forse su una cinquantina di miliardi di euro di perdite nel default controllato.

Ma – come commenta molto molto cinicamente, epperò in modo del tutto veritiero, Carl B. Weinberg, capo economista della High Frequency Economics, un istituto privato di ricerca economica di New York che fa stime per conto delle maggiori banche del mondo, “a confronto con la botta da 200 miliardi di euro che un vero default sarebbe loro sicuramente costata, mi sembra per loro davvero un affare”. E poi, alla fine, vedrete – conclude – che il costo effettivo per le banche sarà ben sotto i 50 miliardi di €[125].  

●A metà luglio, subito prima, erano appena usciti i risultati del nuovo stress test imposto alle banche europee dall’Unione che sono qui, al meglio, sintetizzati e illustrati nella figura riprodotta sotto, dove chi è stato bocciato appare come un quadratino in rosso e chi è passato è marcato in blu: dei 91 istituti di credito sottoposti al test dalla Commissione bancaria europea, come spiega la didascalia, 9 (5 in Spagna, 2 in Grecia, 1 in Austria) sono stati considerati a alto rischio e lo hanno, quindi, fallito, come anche una banca tedesca (la Helaba) che ha rifiutato di consentire la pubblicazione dei suoi dati.

Tra le grandi banche a “passare” meglio il test malgrado i guai dei loro paesi, dei loro governi e dei loro debiti sovrani sono, per primo, il Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (BBVA) spagnolo e, seconda, Intesa Sanpaolo[126]. Si tratta, dunque, di un test fallito dal 10% delle banche europee col principale rimedio “raccomandato” alle banche centrali perché lo impongano a queste nove “fallite” ma anche a un’altra quindicina di istituti che hanno pure passato, ma appena appena, l’asticella fissata dai regolatori, è di aumentare la quantità delle riserve che sono tenute ad accantonare. Anche tre giganti del credito come la tedesca Deutsche Bank, l’UniCredit italiana e la francese Société Générale sono state considerate “ai limiti”.

In realtà molti non hanno considerato il test una cosa molto seria, perché troppa era la paura delle autorità bancarie e monetarie di risultati catastrofici per molti istituti se avessero posto tra i fattori del test quello assolutamente principale che è stato volutamente evitato: chiedere e valutare cosa accadrebbe per le banche in questione se la Grecia dichiarasse il default, cioè se scattasse l’incapacità conclamata di un governo sovrano a onorare il servizio del proprio debito pubblico[127].

●E, poi, e comunque, il significato ancora recondito ma che emergerà presto del test come di tutto questo curioso esercizio è che i governi si dovranno impegnare “se ce ne sarà bisogno” – e in alcuni casi già si sa che ci sarà: lo hanno detto ora i test, no? – a mettere ancora una volta a carico del contribuenti, dell’erario pubblico, l’aiuto alle banche private. E’ quello che raccomandano dopo tutto… le banche per le banche: la Banca centrale europea, la European Banking Authority (quella “indipendente” che fatto gli stress tests), il Commissario agli Affari finanziari e bancari, ecc., ecc.

Solo che il salvataggio – l’ennesimo – delle banche private europee con  la spesa pubblica, proprio come è successo in America, trasformandosi in tagli sul welfare, sui sussidi alla disoccupazione, sugli aiuti alla creazione di lavoro necessari per finanziarlo, finirà con l’aggravare e non alleggerire la crisi finanziaria, deprimendo la domanda e la produzione e il lavoro…  

I risultati degli stress test alle banche europee

 

Fonte: NYT, 15.7.2011.

●Con l’accordo sul secondo salvataggio greco in arrivo, e malgrado alcune evidenti e gravi ma soprattutto ridicole esitazioni dei maggiori responsabili delle politiche finanziarie in Europa (ne parliamo tra un attimo), sembrava affacciarsi nell’eurozona un periodo di calma relativa che, però, durerà poco anche col pungolo che il 5 luglio Moody’s si premura di ficcare nei glutei di Portogallo e mercati decretando che classifica ormai come titoli spazzatura quelli del debito pubblico lusitano.

La BCE contrasta questa mossa, stavolta, proclamando di sospendere le sue stesse regole sul rating minimo accettabile per il debito portoghese come garanzia per le sue banche di credito[128], come ha spiegato lo stesso presidente Trichet alla conferenza con cui annuncia il 7 luglio di aver alzato il tasso di sconto dell’eurozona. Spiega che il minimo fissato è stato sospeso per le operazioni di credito del sistema europeo nel caso di strumenti di debito emessi o garantiti dal governo portoghese.

Parole decisamente e volutamente astruse, fatte per essere probabilmente capite solo dagli addetti ai lavori. Ma che, in apparenza, sembrerebbero voler dare un piccolo aiuto al nuovo governo portoghese se decide di ricorrere ancora al mercato per trovare prestiti, anche assai cari…

In ogni caso, la Grecia sarebbe già pena bastante, soprattutto per i greci se è vero come è vero – e come fa notare malignamente ma anche realisticamente il FT[129] – che “ormai gli investitori dovranno  aspettarsi una volatilità ancora più accentuata alla fine di ogni trimestre, visto che la UE e il FMI dovranno d’ora in poi concordare ogni tre mesi, volta per volta, il versamento della prossima rate del salvataggio” e che questa non sarà certo l’ultima volta che parlamento – e popolo – greco saranno chiamati a dire la loro…

●Anche in Spagna, mentre la produzione industriale nell’anno, a maggio, cresce dello 0,8% – ma  essendo caduta ad aprile del 4% nei dodici mesi precedenti – e la disoccupazione sfiora ormai il 21% come dato ufficiale e globale con punte oltre il 50% di quella giovanile, il deficit dei conti correnti del paese è intanto sceso a 63,9 miliardi di $ ad aprile, 2 miliardi in meno che a marzo[130].

Un piccolo squarcio di luce – se poi lo è, visto che anche questo calo si spiega con la crisi economica – che non frena la crisi politica, del resto aperta da tempo, per cui gli spagnoli vanno adesso anticipatamente alle urne il 20 novembre[131] e probabilmente butteranno via il governo socialista di destra che hanno per darsene uno cristiano-democratico ancora più a destra…

Intanto, forse per non lasciare tutti i titoli alle cose serie, Moody’s preannuncia l’intenzione che ha di tagliare ancora il rating dei titoli del Tesoro a lungo termine a Aa2: solo di un livello che, dice forse intuendo di forzare un po’ troppo, “è ancora una buona valutazione di investimento[132]”. 

●Il mese di luglio comincia assai male per l’Europa, la Grecia e i problemi dell’eurozona e dell’euro. I ministri delle Finanze dell’eurozona cancellano, infatti, il 1° luglio un incontro in programma domenica 3 luglio perché, hanno detto, di “aver bisogno di più tempo: anche due o tre mesi per definire i dettagli del secondo salvataggio della Grecia[133]”. Però, il giorno dopo l’annuncio e quello prima della riunione cassata, fanno sapere che terranno tra loro una videoconferenza per autorizzare il versamento subito di quel minimo dei 12 miliardi di € della seconda rata del primo prestito che servirà a tenere appena appena a galla Atene.

Non c’è da meravigliarsi visto che il pagamento a breve serve a mantenere solventi le banche sopratutto francesi e tedesche maggiormente esposte sul debito ellenico; mentre il pagamento a più lungo termine era indispensabile, piuttosto, a tenere vive le speranze di una ripresa greca. E, quindi, quello l’hanno subito onorato, questo l’hanno rimandato a dopo le vacanze. Ma così hanno fatto anche peggio dei vari Moody’s: dando un gran brutto segnale ai mercati…

Ma così hanno contribuito a tenere il paese ancor più sotto pressione, visto che quei testardi dei greci – non i politici, certo, ma la gente – non vogliono starci a starsene buoni e zitti e contenti mentre vengono durissimamente bastonati in nome delle banche e dei loro sacrosanti “diritti”. E a fine agosto non c’è dubbio che, con questi chiari di luna, il debito greco andrà ancora peggio, gli investitori saranno anche più tremebondi e i tassi di interesse da pagare per servire quel debito ancora più alto.

Quando anche i bambini capiscono che la chiave per evitare il default e, comunque, il crollo dell’economia greca sono tassi di interesse più bassi e tassi di crescita più alti. E qui fanno esattamente il contrario…   

Si tratta, a noi pare, di un comportamento assolutamente irresponsabile che corre realmente il rischio di affondare ogni possibilità di ripresa – e quindi anche di poter ripagare sul serio il debito stesso – e di causare, per la disperazione in cui si corre il rischio di far affondare un intero paese, un’esplosione sociale di portata tragica

Certo, a questo punto, è difficile sfuggire alla suggestione che, se questo povero paese non è stato realmente “salvato” è proprio perché non è una banca— è solo un paese pieno di gente impoverita e arrabbiata…

●A complicare ancora un poco le cose ci si mette pure la Finlandia: il nuovo governo, formatosi contro il partito negazionista dei Veri finlandesi che ha preso 1/3 dei voti alle recenti elezioni, ha accettato buon ultimo di fare la sua parte nel salvataggio greco. Ma, adesso – non è chiaro se epr convinzione o per ritardare l’esecutività dell’impegno preso – si mette a cercare i puntini sulle i.

La nuova ministra delle Finanze, Jutta Urpilainen, dichiara[134] che il suo paese – e, dice, anche gli altri nordici – chiederanno garanzie precise sul ripagamento dei fondi sborsati per altri salvataggi: tipo la sua quota parte azionaria del fondo che dovrebbe detenere in area europea il credito – e che, con Merkel e Schäuble e quella che per ora è una frazione minoritaria di governi europei, vuole far accollare agli investitori privati – le banche – invece che ai soli contribuenti, un fardello più importante del debito magari estendendone e postergandone le scadenze.

Urpilainen ha anche tenuto a far sapere di deplorare il fatto che, purtroppo, la sua idea – bé…  sua: della Merkel! – non ha trovato molto sostegno tra i governi dell’eurozona. Quello più ferocemente contrario è a nome del suo governo il ministro delle Finanze olandese, Jan Kees de Jager— col motivo che, se passasse il rimedio di far pagare le banche, sarebbe illusorio perché esse alla fine passerebbero il conto spartendolo su tutta la platea dei loro clienti e non solo su chi ha scommesso e ha perso la scommessa, a meno che… a meno di cambiare il sistema dal libero capitalismo a qualcosa d’altro che le banche le obblighi a fare qualcosa che non vogliono e controlli che poi lo facciano[135]

Già… e perché no?   

●Nel tentativo, pare, di sbloccare lo stallo politico (Nord-Sud, fiamminghi-valloni, ricchi-poveri: detta così, certo, semplificando) che paralizza da oltre un anno il paese, il segretario generale del partito socialista del Belgio, meglio della sua ala francofona, Elio Di Rupo – l’ennesimo  incaricato  reale per la formazione del governo – ha proposto un piano i socialisti fiamminghi e agli altri partiti del Nord che potrebbe portarli a un governo unitario ma su basi di una devolution radicale.

Sarebbe centrato su tagli al bilancio[136] per tutti (il Belgio, dopo Grecia e Italia ha il debito più alto della UE, quasi al 100% del PIL) ma sostanzialmente suddividendo il debito, insieme a patrimonio pubblico e poteri fiscali, tra le regioni del paese: di qui al 2015, un taglio di 22 miliardi di €.

Si tratta di un mutazione dello Stato in senso federalista, ma specificamente e propriamente di stampo leghista (non ex pluribus unum, all’americana; ma ex uno plures, proprio il contrario) che non riuscirà a passare neanche tra i suoi socialisti valloni (lo stesso Di Rupo si dà una possibilità di successo del 10%), vicino ai desiderata  dei separatisti fiamminghi, che però al contrario delle intenzioni del socialista vallone potrebbe davvero portare all’implosione dell’unità del paese.

Ma la Nuova Alleanza Fiamminga (N-VA), il gruppo separatista del Nord ha subito respinto la proposta Di Rupo che, dice, “non porterebbe ad alcun utile negoziato”. E così affonda, molto probabilmente, anche quest’ultimo tentativo. In teoria, i fiamminghi sarebbero pure favorevoli se non altro a tentare: ma, sotto il ricatto del no dell’N-VA anche gli altri partiti del Nord non ci staranno[137]… E Di Rupo, inevitabilmente, il giorno dopo rassegna al re la sua rinuncia all’incarico[138] ed è l’ottavo primo ministro incaricato che deve arrendersi.

●A Dublino, invece, mentre ovviamente anche l’Irlanda era coinvolta nel maelstrom del suo indebitamento, dell’eurozona e dell’euro, si è aperta un’altra tempesta di non poca portata, morale e politica, dove per la prima volta a confliggere apertamente col governo di questo paese e la politica-prassi del Vaticano. Il nuovo premier Enda Kenny (del partito Fine Gael— famiglia irlandese, membro del partito popolare europeo, di centro-destra), che coi laburisti forma una coalizione numericamente abbastanza precaria, lancia un attacco brutalmente duro e motivato contro il Vaticano. Una novità inusitata in questo paese cattolicissimo.

Ne accusa con tono duro e implacabile la politica sugli scandali sessuali, preoccupata non tanto di aiutare le vittime del comportamento di non pochi suoi preti nel corso ormai di decenni di violenze sessuali nelle sacrestie su parecchi bambini, ma di coprirli, con un velo di ipocrisia e di invocazione pelosa alla cristiana pietà e alla compassione anche e sembra, dice, soprattutto per i colpevoli…

Insomma, si è preoccupato più delle sue pecorelle dannatamente smarrite che di agire per bloccare e punire esemplarmente i casi di abusi sessuali che si sono andati così ripetendo. Per anni “i casi di stupro e tortura di bambini sono stati minimizzati o gestiti all’interno delle diocesi”, accusa, come fatti anomali e interni, ha detto Kenny, “per salvaguardare il primato dell’istituzione, il suo poterela sua posizione e la sua reputazione”. D’ora in poi, ha aggiunto, “il rapporto tra Stato irlandese e Vaticano non potrà essere più lo stesso”.

A provocare l’intervento, un rapporto d’una commissione speciale di governo, piena anche di laici cattolici, sugli abusi avvenuti nella diocesi di Cloyne, nel sud ovest del paese. Tra il 1996 e il 2009, 19 preti di questa comunità ecclesiastica di antica tradizione sono stati oggetto di indagini interne perché ritenuti responsabili di abusi sessuali su 40 minorenni. Ma nessuno di loro era stato denunciato e tutti erano stati, invece, coperti dal vescovo che di era limitato a “spostarli”.

E il vescovo stesso, che pure era stato convinto a dimettersi dalla Santa Sede un anno fa appena emersi i primi risultati del rapporto – e non è affatto uno sconosciuto essendo stato per molti anni segretario personale di ben tre papi, Paolo VI, Giovanni Paolo I e, affiancando mons. Dziwisz oggi cardinale a Cracovia, anche nei primi anni di Giovanni Paolo II, aveva però citato a sua difesa le “istruzioni” che dal Vaticano e proprio da Ratzinger, come capo del dicastero sulla Dottrina della Fede, erano pervenute sulla segretezza da mantenere “per non creare scandalo” sui casi così delicati…

Ora Enda Kenny denuncia senza remore “un tentativo della Santa Sede non di trent’anni fa ma solo di tre anni fa di frustrare un’inchiesta [proprio il rapporto su Cloyne] in una repubblica sovrana e democratica”.

Ai problemi di pedofilia, e di copertura della pedofilia, qui in particolare si sono anche aggiunte queste sì solo fino a qualche decennio fa, subito dopo la seconda guerra mondiale, le sevizie sadisticamente inflitte a centinaia, migliaia di ragazze orfane o “traviate”, per educarle si intende, nei cosiddetti asili delle Maddalene di cui ha reso orrenda ma veritiera testimonianza un film che ha avuto un grande impatto emotivo come Magdalene (originariamente Magdalene sisters, del 2002), di Peter Mullan.

I vescovi irlandesi avevano prima preso atto e poi chiesto scusa molto prima e meglio di quanto abbia fatto la Santa (si fa per dire…) Sede. In una dichiarazione congiunta, la conferenza episcopale irlandese aveva definito il rapporto del giudice Ryan (2009) “l’atto d’accusa più inquietante a una cultura che per troppo tempo è stata prevalente nella Chiesa cattolica in Irlanda [solo per l’Irlanda, correttamente, possono parlare i vescovi irlandesi:… ma di altre e altrettanto secche resipiscenze, senza ricerca di giustificazioni, sembra proprio non averne cognizione nessuno…]. Orrendi crimini e vili atti sono stati perpetrati contro i più innocenti e vulnerabili con il pretesto della missione di Gesù Cristo[139]”.

Sono parole di fuoco, queste dette dai vescovi: “con il pretesto di Gesù Cristo”… Ma Roma non le sa neanche ascoltare e reagisce nel modo peggiore, a noi sembra, ritirando il nunzio cioè l’ambasciatore a Dublino per “consultazioni” visto che la reazione del governo è giudicata[140]”: non, dunque, con un atto reale e sensibile di chi non si limita a chiedere scusa come se avesse casualmente urtato qualcuno per caso ma si batte il petto e confessa di aver sbagliato.

Ammetterlo – ammettere, cioè, che l’istruzione del 18.5.2011 faceva schifo[141]: perché in sostanza chiedeva, anzi imponeva, ai vescovi di chetare, sopire, tacere sui crimini di pedofilia dei religiosi – quando confessare il malfatto chiaramente sarebbe poi il meno, visto che qui neanche si parla di questione di fede e di proclamata infallibilità pontificia ma di un gravissimo errore, peccato se volete, di insensibilità umana verso le vittime e di eccessivo garantismo nei confronti dei carnefici a titolo del loro essere preti…

●L’ultimo giorno di giugno la Croazia ha ufficialmente completato la fase complessa di negoziato che dovrebbe portarla ad affiliarsi alla Unione europea dal 1° gennaio 2013 come il 28° Stato della UE. Per il paese, giorno storico – bla, bla, bla – ha dichiarato il ministro degli Esteri, Gordan Jandrokovic, dopo la dichiarazione formale del presidente della Commissione europea e adesso si tratta solo di completare le procedure di ratifica previste dal Trattato in ogni singolo paese già membro dell’Unione[142].

E se è anche scontato l’assenso dei capi di Stato e di governo, almeno per alcuni parlamenti dei 27 che la ratifica la devono votare potrebbero fare ancora problema le resistenze delle autorità, e soprattutto della popolazione croata, ad assumere la propria parte di responsabilità nella guerra civile jugoslava degli anni ’90 – responsabilità che storicamente ci sono tutte – e per la sistematica “pulizia etnica”  perpetrata in nome del popolo croato – tal quale, a protagonisti rovesciati, di quella dei serbi Mladic e Karazic – e che di recente ha visto condannare, dal tribunale dell’Aja, per i massacri di serbi in Krajina, due generali croati, Ante Gotovina e Mladen Markac.

Il problema è che i due a Zagabria sono considerati, non solo a livello di opinione pubblica ma anche onorati dal governo come veri e propri eroi nazionali…, con tanto di medaglie al valore e cerimonie pompose in parlamento.

●La Turchia, ricevendo a Ankara il Commissario europeo all’allargamento col suo ministro degli Esteri, si congratula dell’accelerata che pare prossima per la richiesta di adesione croata ma “non può non manifestare al contempo un certo cruccio per la prospettiva di quello che vede come un congelamento sine die del negoziato di adesione che la riguarda direttamente se esso non si sblocca in maniera decisa prima che la repubblica greca di Cipro prenda la presidenza semestrale dell’Unione europea[143]: tra un anno, nel 2012.

Tra l’altro, e tra parentesi, Cipro, visto il legame strettissimo che ha con l’economia greca, anche se i suoi fondamentali (deficit/PIL, debito/PIL) non sono affatto, rispetto a tanti altri, così malvagi, essendo molto esposto alle traballanti banche di Atene, potrebbe essere come dice il governatore della sua Banca centrale, Athanasios Orphanides, il prossimo caso di un paese membro costretto a presentarsi a mano tesa a Bruxelles[144].

E, in effetti, il 27, ci pensa Moody’s ad anticipare tutti, svalutando di due tacche il debito di Cipro, da Baa1 a A2 citando “l’indebolimento dei fondamentali del suo credito a medio termine” e i gravi danni provocati da un’esplosione alla principale centrale elettrica del paese nei giorni scorsi[145]. La previsione di fondo formulata, per di più, è negativa.

Il governo di Cipro protesta per la “superficialità dei giudizi a fronte di fondamentali che restano più che buoni se non affidati alle previsioni umorali futuribili delle agenzie”. Ma fino a che, invece di minacciare soltanto i governi europei non si decidono a tagliare davvero le unghie alle agenzie, queste continueranno a fare il buono e, soprattutto, il cattivo tempo.

Perché, alla vigilia del default ci sono gli Stati Uniti mica c’è Cipro, oggi… ma a loro, malgrado i tanti rumors, a cinque giorni soltanto dalla proclamazione del fallimento ufficiale e effettivo su un debito da 14.300 miliardi di $, oltre il 100% del PIL, ancora non gli hanno neanche ritoccato l’AAA né gli hanno affibbiato il pronostico negativo…

Tornando – dopo la parentesi su Cipro – al nodo del futuro della Turchia, Ahmet Davutoglu – e, secondo noi, non a torto – aggiunge parlando del dopo elezioni in Turchia, che hanno trionfalmente riportato al governo il partito islamista “moderato” di Erdogan, che aspettare ancora troppo farà male più “ad altri” che alla Turchia. Sembra, in sostanza, concordare il Commissario europeo, il ceco Štefan Füle, quando chiosa che adesso è sicuramente necessario un nuovo ritmo e un nuovo, risoluto senso di direzione e senza dissimulati artifizi di rinvio. 

Lo stallo, naturalmente, è dovuto a diverse questioni:

• qualcuna solo di facciata ma anche ipocrita, come la ancora incompleta costituzionalizzazione della democrazia in Turchia: che è cosa di certo, malgrado gli enormi passi in avanti compiuti, parzialmente vera; ma, sollevata nel corso della presidenza semestrale ungherese della UE, con l’Ungheria diventata un paese di fatto totalitariamente governato da destra e che nega a molti suoi cittadini diritti fondamentali da tutti considerati la base della democrazia europea, suona per lo meno falso. E, oltre che un po’ ipocrita diventa anche abbastanza ridicolo, proprio alla vigilia delle dimissioni in massa di tutti i vertici delle Forze armate:.

   Ridotti così a protestare per l’arresto di decine di generali e ammiragli accusati di aver tentato diversi quasi golpe negli ultimi anni, in realtà vengono denunciando frustrazione e impotenza per non riuscire più a opporsi ai tentativi del governo di riportare le forze armate in linea con il resto d’Europa, con minori poteri di intervento cioè nella vita politica[146]

   Però, subito, c’è anche chi – spesso gli stessi che da noi protestavano per il troppo potere di intervento, “poco europeo”, che ancora sulla vita politica del paese aveva l’esercito – si preoccupa del troppo potere che così, senza l’esercito più sempre tra i piedi e con il prevalere del potere civile su quello militare (che però qui, tradizionalmente, era quello laico) adesso ha il primo ministro[147]…;  

• c’è anche, più comprensibile, la riluttanza dei greci ciprioti a favorire in qualsiasi modo lo storico “nemico”: nel 1974, a un golpe greco ispirato dai colonnelli di Atene e che fece fuori il presidente eletto arcivescovo Makarios, l’esercito turco rispose occupando e istituendo un territorio turco cipriota separato: e il problema non è ancora risolto;

• e ci sono, le fobie antislamiche soprattutto di Germania e Francia contro la possibilità di “portare in Europa” l’antico snodo che da sempre rappresenta insieme il ponte e il luogo del potenziale, e anche reale, conflitto tra est e ovest: Istanbul, la Turchia.

La combinazione di questi fattori lavora assiduamente a ritardare ancora e sempre l’avvicinamento della Turchia all’Europa. E, poi, c’è il fatto – sicuramente irritante ma che una politica intelligente saprebbe anche “sfruttare” – che da sola Ankara sta dimostrando più dinamica diplomatica, e non solo verbale, e molta più credibilità dell’Europa della Ashton e di Barroso e dell’America di Clinton e Obama in tutto il Mediterraneo e il Medioriente. Perché, Ankara, perfino Israele l’ascolta: certo preoccupata ma ascolta, cosa che neanche si sforza più di fare con Ashton e Clinton che tanto sa a priori quanto le dicono quelle.   

●Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha invitato il presidente dell’Ucraina, Viktor Yanukovich, all’incontro che il 20 ottobre a Bruxelles discuterà dell’accordo di associazione UE-Kiev. Yanukovich ha ringraziato, ma ha anche dichiarato che da parte sua l’Ucraina è pronta a continuare nel dialogo “aperto e costruttivo” finora tenuto ma ormai lo vuole un po’ più “conclusivo[148]”. E dice che, da parte ucraina, ci si aspetta ormai con fiducia che anche la Commissione e gli Stati membri lavorino nel corso dell’estate per finalizzare il testo dell’accordo che sarà raggiunto – dice lui: ma non ce niente di meno sicuro, diciamo noi – a ottobre…

E, tanto per chiarire la situazione com’è, si apprende che gli uffici della Commissione europea hanno rimandato a tempo da definire la decisione di concedere all’Ucraina il prestito su cui contava per modernizzare il suo sistema di trasporto del gas naturale[149]. Anton Usov, esperto ucraino di finanza che lavora alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo afferma che la Commissione sta analizzando la riforma di recente passata a Kiev della legislazione sul gas naturale e che una decisione finale verrà presa solo a riesame completato. Il governo ucraino – che con Yanukovich aveva appena finito di parlare di un dialogo da far diventare “conclusivo” si dice, comprensibilmente, molto deluso.

●Il 1° luglio la Polonia ha assunto la presidenza semestrale a rotazione dell’Unione europea. E’ un titolo che, con la nomina del presidente permanente del Consiglio europeo, ha perso di valore e incisività ma Varsavia si ripromette comunque di utilizzarlo per due obiettivi che ha anche annunciato: vuole far mantenere alla UE il Fondo di coesione di cui beneficiano i nuovi entrati e le regioni più povere del’Unione e per far passare una politica europea di difesa per proteggere – dice – l’Europa centrale da una Russia che sta rinascendo.

In tutti e due i campi, la Polonia cercherà di avere rassicurazioni che gli europei occidentali si preoccuperanno delle questioni che preoccupano gli europei orientali. Ma proprio Germania e Francia, i paesi maggiori della UE, sono i membri dell’Unione europea più attivi nel rapporto e nella cooperazione coi russi. Non sarà facile, dunque. E, come vorrebbero loro, non sarà neanche possibile. Perché anche i polacchi lo sanno – non lo confesseranno mai, ma lo sanno – che non è proprio sensato cercare di “contenere” la Russia nel XXI secolo: come era stato possibile fare ai tempi di Eltsin.

●La Polonia, però, non ha alcuna fretta di entrare nell’eurozona: tanto per ragioni serie e avvedute che per il solito suo ipernazionalismo esasperato. Il ministro delle Finanze Jacek Rostowski ha dichiarato[150] che non è stata fissata alcuna data-obiettivo per l’euro. Intanto, ma questo lui non lo rileva, perché la Polonia è ancora lontana dal raggiungere i parametri che impone il Trattato di Roma (deficit, debito, inflazione: che, comunque, volendo – quando si è voluto – qualche flessibilità la consentono).

E poi – e qui Rostowski sottolinea e, anzi, evidenzia la verità nuda e cruda – perché la crisi finanziaria globale ha messo in luce delle “fratture”, così le chiama lui, strutturali e istituzionali di grande portata nell’eurozona e, prima di affiliarvisi, la Polonia vorrebbe vederle “riparate”, con le necessarie riforme. E questa è la parte assolutamente sensata del ragionamento.

Ma poi Rostowski fa sue le parole del vice primo ministro e ministro dell’Economia del suo paese, Waldemar Pawlak, che interpretando effettivamente una visione comune a molti polacchi evidenzia come, parlando di riforme, la Polonia, il paese che s’è inventato il romanticismo sia “molto meno romantica di molti altri in Europa”, soprattutto sulla “pretesa” necessaria unità dell’Europa, tenendo molto alla propria identità – dice – e indipendenza nazionale (come se agli altri invece non ne fregasse niente… e come se invece non leggessero meglio loro, forse, una realtà fatta ormai nel mondo globale una dimensione della sovranità recuperabile solo – forse – nella sua dimensione europea).

Si tratta di una visione che ha cominciato a frenare già dai primi anni ’60 l’Europa avanzando con l’avvicinarsi, prima riluttante e poi dichiaratamente, deliberatamente, frenante, dell’adesione inglese al Mercato comune: istituto cui aderire ma il più possibilmente privandolo della sua dimensione politica e di integrazione economica: la quinta colonna degli interessi statunitensi, come presagiva lucidamente allora de Gaulle, di tenersi legata, ma subordinata, l’Europa.

Una visione politica, una scelta. Ormai evidentemente, però, diventata di puro nonsenso, considerando che l’unico modo di superare le “fratture” di cui parlava prima perfino un campanilista angusto come Rostowski è quella di moltiplicare proprio il grado di integrazione economica e l’unità politica del’Europa. Ma da questo orecchio, Varsavia è proprio sorda…

●Sempre freddino appare, nei confronti dell’eurozona, il ministro degli Esteri del governo di destra dell’Ungheria, Gyorgy Matolcsy, attuale presidente di turno dell’UE, rilevando che prima di entrare nell’eurozona il suo governo deve per forza di cose rafforzare l’economia. Forse perciò se ne riparlerà nel 2020, al più presto nel 2018, perché l’eurozona oggi è “una minaccia mortale[151]” per un paese che abbia un’economia debole rispetto a quelle più forti della comunità. D’altra parte mentre a Budapest arrivano approvazioni ed elogi da parte vaticana[152] il palramnrto euroepo cotninua a bacchettarla esattamente per gli stessio motivi, giudicati al cotnrario: molti diriti legali e sociali  riservati solo a chi ha la stessa visione etica di Santa (si fa epr dife, forse…)  Madre Chiesa.  

●Quasi patetica, se non fosse anche un po’ disperata, la ricerca da parte dei paesi baltici, Lituania in testa (incontri, eventi, seminari, ricerche: ogni paese per sé, sul piano bilaterale, su quello  comunitario, su quello multinazionale, ecc., ecc.), per riuscire a fare qualche progresso per diversificare via dalla Russia almeno parte delle proprie forniture energetiche: non trovano soldi, non trovano finanziamenti, non trovano impegni e non trovano, insomma, proprio niente per contare di farcela. Questo nel breve termine.

Guardando a quello medio e più lungo, le tendenze sembrano addirittura rafforzarsi e indicare che i progetti baltici di diversificazione energetica si faranno ancor più difficili da concretizzare visto che, mentre i russi continuano a fare, finanziare, costruire, espandere i loro progetti, essi restano immobili alla più vaga pianificazione: il 1° luglio, la presidente lituana, Dalia Grybauskaite, s’è incontrata col segretario di Stato americano Clinton che ha “impegnato gli Stati Uniti a sostenere il programma di diversificazione del suo paese[153]”: come, quando, con quanto – però – non l’ha detto e, dunque, non ha impegnato proprio niente e nessuno.

E, come gli altri, anche la combattiva e più che altro chiacchierante Lituania si ritrova a fare più che altro rumore, di tanto in tanto qualche minaccia. Tutte vuote e tutte, ovviamente, a vuoto con una dipendenza del 100% dalle forniture russe e nessuna reale prospettiva di diversificarle a breve, a medio e, stando così le cose, neanche, poi, a lungo termine.

Compresa l’ultima dichiarazione della presidentessa che ha appena annunciato di aver firmato una nuova legislazione conforme alle regole europee che separano la gestione delle reti dalle distribuzione del gas e che – ella dice – riaprirà la concorrenza di mercato nel settore del gas naturale, garantendo che il paese non sarà più dipendente da un solo fornitore.

Il problema, anzi i problemi sono che, appunto, “ella dice[154]”: 1. perché, poi, la realtà resta che il fornitore vero, quello che ha gas da erogare, è uno solo… e sempre quello; e 2. perché il fornitore, che di fatto ha il monopolio della fornitura, non è nell’Unione europea e si chiama Russia, e non ha alcuna intenzione, visto che la legislazione in questione non è la sua e che chi vorrebbe imporgliela ci sta provando da anni ma non ci riesce semplicemente perché non ha in mano il manico (la proprietà effettiva della risorsa gas naturale) né la necessità poi di piegarsi a leggi che non sono sue ma che, soprattutto, né la Lituania né l’Unione europea sono in grado di imporle. E se lo dicono fanno solo finta di crederci…

Insomma, Dalia Grybauskaite e la sua Lituania possono desiderare tutto e il contrario di tutto, auspicare il contrario di tutto e insieme tutto, ma quello che non possono fare è, 1. credere, o peggio far finta di credere davvero, che basti una nuova legislazione, soprattutto se unilaterale – non vale per la Russia infatti, ovviamente, una regolamentazione che è solo comunitaria: e, 2. pensare che per aprire di più il mercato del gas naturale serva, o sia anche soltanto utile, trattare con la Russia come un potenziale nemico e, poi, chiederle di essere trattata come un amico… Le cose non vanno mai avanti così e non solo nei rapporti – comunque spinosi – coi russi. Chiedere, per credere, a tanti latino americani nel loro rapporto con gli USA…

Adesso Dalia Grybauskaite dichiara di sostener l’idea degli Stati baltici, il suo naturalmente compreso – ma, allora, che cosa sostiene? l’ovvio, pare – di costruirsi i propri terminali di gas liquefatto costieri. E aggiunge che, a ottobre, i ministri dei tre paesi si incontreranno per portare a conclusione il progetto. Da chiarire, anzitutto, e sarà solo il nodo preliminare, sarà se di uno o di tre progetti si deve trattare: perché uno per Lituania, Estonia e Lettonia basterebbe.

Certo, ci sono “alcuni problemi”, riconosce la presidente: questo del terminale uno o trino, anzitutto e il fatto che dei tre comunque, l’Estonia, quello sicuramente più solido, non mostra alcun reale interesse al progetto-sogno grybauskaitiano e anche il fatto che la Lettonia ha cominciato a dar segni di un qualche interessamento sensato a un dialogo con Mosca[155] (ha scritto, in un documento ufficiale, il parlamento di Tallin, che la guerra con la Georgia del 2008 non fu la Russia, poi, ad iniziarla… la verità, cioè: anatema però per Tbilisi, ma anche per Vilnius e Riga) capitali per le quali Mosca, perché è Mosca, ha sempre torto. Come in altre parti del mondo, magari,sempre torto ha Washington.

Però – anche se non proprio per questa ragione: ha votato a favore pure il partito filorusso che i sondaggi stimano al secondo posto oggi per le intenzioni di voto – un referendum popolare ha decretato lo scioglimento del parlamento lettone accusato di annoverare troppi “corrotti” nelle sue fila (qui il referendum è, come in Italia, soltanto abrogativo: ma abrogativo anche del parlamento, qui![156]).

Ma, tornando sul tema energetico, la realtà è che di questi terminals non esiste neanche il progetto, per ora soltanto intenzioni e al massimo chiacchiere; non ci sono previsioni né tanto meno concrete possibilità di consegna del gas liquefatto: come verrebbe pagato?; e poi, e soprattutto, non ci sono neanche i soldi per costruire il/i terminale/i in questione.

La speranza – piuttosto infondata, al solito, di questi baltici qui – è che a metterci i quattrini sia qualcun altro: magari la Commissione… La Germania, premurosamente, ha fatto invece presente che l’accesso al gas che le arriva è garantito anche ai baltici. Ma loro non si fidano[157]Naturalmente non è che la Lituania, e gli altri paesi dell’Est, non abbiano niente da temere nel loro rapporto con Mosca.

Che è imposto, però, dalla vicinanza geografica, e non solo, che li lega in maniera indissolubile come nel matrimonio di una volta alla Russia (per alcuni di loro, i baltici in specie, il rapporto anche numerico è un po’ come quello tra San Marino e l’Italia). E, come a San Marino, la più antica repubblica sovrana del mondo, alla faccia della propria sovranità, non conviene in niente inimicarsi l’Italia…

Problemi, intanto, anche nel rapporto tra compagnie fornitrici e riceventi di petrolio, russe e del resto dell’Est europeo anche, in particolare, tra la LUKoil russa e la Neftochim Burgas bulgara: l’impresa russa, che la gestisce direttamente, non avrebbe mantenuto l’impegno a installare apparecchi elettronici che automaticamente avrebbero dovuto trasmettere i dati di vendita all’agenzia bulgara delle entrate[158]. Dice il direttore Vanyo Tanov che, se l’impresa si adegua, potrà fare domanda di una nuova licenza.

●A modo suo, la Bielorussia è un caso di scuola, da studiare (e pure questo paese ha, ad esempio, potenziali risorse e un territorio oltre quattro volte quello della Lituania), del legame che i russi tengono, e tengono a mantenere, sul piano statuale coi loro ex paesi fratelli. Qui, a Minsk, a  settembre, prezzo e volume del gas naturale che Gazprom immetterà in rete nel 2012 saranno discussi faccia a faccia tra i due primi ministri, il bielorusso Mikhail Myasnikovich e il russo Vladimir Putin[159], mica tra Gazprom e la sua debole e indebitatissima controparte locale.

Che è proprio quanto vorrebbero, invece, i lituani: che Gazprom negoziasse con l’inguaiatissima loro Lietuvos Dujos – il 37,1% dell’azionariato della quale, tra l’altro, è della stessa Gazprom – mentre i russi fanno presente che è sempre vigente l’accordo tra governi, tra Russia e Lituania, non tra aziende, che venne negoziato nel 2004 prima dell’entrata di Vilnius nella UE. E che i lituani vorrebbero, ma non possono proprio, arrivare a modificare…

●Un segnale importante, sul piano civile, storico e di una certa visione di prospettiva viene dalla visita a fine luglio in Ucraina tra patriarchi ortodossi: Volodymyr, della Chiesa di Kiev ospita Kirill I, di Mosca e il patriarca georgiano, Ilia II. E’ un incontro a suo modo davvero storico per il quale in particolare specie quest’ultimo viene criticato, in nome dell’autonomia nazionale, dal presidente Mickheil Saak’ashvili. Ilia non risponde neanche, se non per riaffermare che i tre capi religiosi parleranno allo scopo di capirsi sempre meglio e di più: fraternamente come loro si conviene, comunque[160].

Il primo risultato concreto, che mina subito l’assunto politico del leader georgiano, è la solenne dichiarazione di Kiril I che la Chiesa russa non intende appellare all’unione con sé le regioni georgiane autonome e semi-secessioniste di Abkazia e Ossezia del Sud e, anzi, fa appello perché tornino in comunione con la Chiesa georgiana.

Il fatto è che da sempre queste Chiese ortodosse, tutte, più di quella cattolica che ha sempre fatto, se e come ha potuto, la sua politica sono state strumenti più o meno consenzienti, più o meno obbligati, della politica dei loro paesi: quando erano perseguitate con Stalin fino alla Grande guerra patriottica contro i nazisti che le vide essenziali alleate del piccolo padre e – con tutti gli essenziali, cruciali mutamenti del caso – così sono rimaste.

Il fatto è nuovo, perché da quando hanno dichiarato la loro totale autonomia da Tiblisi, dopo la guerra russo-georgiana dell’agosto 2008, le Chiese di Ossezia e Abkazia si sono di fatto appoggiate al patriarcato di Mosca (finanziamenti di programmi, istruzione seminariale, ecc.). La dichiarazione di Kirill I è una mossa di grande effetto ed appoggio a Ilia II, ha un grande impatto simbolico-politico dunque sulla situazione interna georgiana ma, probabilmente, pochi effetti pratici: il sostegno concreto alle Chiese di Tskhinvali e Sukhumi continuerà ad arrivare da Mosca anche perché Tiblisi, neanche se volesse, se lo potrebbe permettere…             

●La Commissaria agli Affari interni dell’Unione, la svedese Cecilia Malmström, ha dato atto che le misure assunte da Italia e Francia per “contrastare” il flusso di immigranti attraverso i confini dell’area di Schengen se non rispettano lo spirito e il senso del trattato di Schengen sulla libera circolazione sono almeno conformi alla lettera della legislazione europea[161]. Invece, aggiunge, sulle forzature vere e proprie che al testo ultimamente sono state applicate dalla Danimarca la Commissione non può che esprimere tutta la sua preoccupazione.

In effetti, già la Germania, col ministro degli Esteri Westerwelle aveva fatto presente, incontrando la sua omologa Lene Espersen[162], che il suo paese disapprova “fermamente” la decisione di Copenhagen di reinstallare controlli permanenti di frontiera al principale confine autostradale c comune di Froslev-Ellund, che insisterà nel chiederne l’abolizione e che se questa non si verificasse presto lui chiederebbe ai turisti tedeschi di disertare la Danimarca come meta delle loro vacanze.

Espersen ha reiterato, da parte sua, la storiella che si tratta solo di fermare il transito di droga e di merci illegali e che quindi i controlli sono pienamente conformi agli accordi di Schengen e Westerwelle non ha resistito ad ironizzare che “controllare carte di identità, passaporti e permessi di soggiorno alle droghe e al contrabbando” non serve a molto per fermarli, serve proprio a respingere persone e intralciare la libera circolazione delle persone.

Espersen poi si reca in Svezia dove deve spiegare la decisione dell’aumento di una ventina di doganieri ai controlli sullo stretto del Kattegat che collega/divide i due paesi, così come dovrà andare a spiegarsi anche coi polacchi che, col ministro Radoslaw Sikorski, hanno sollevato simili obiezioni[163].

●In Russia, il tasso di disoccupazione ufficiale è a giugno al 6,1%, il migliore dall’inizio della crisi finanziaria globale. Rispetto a un anno fa il numero dei senza lavoro è calato del 10%[164].

●Quasi a fine luglio, forzatura tentata dal Kosovo ai confini contesi che ha con la Serbia. Sullo svolgimento dei fatti non c’è contenzioso: lo ha verificato la NATO e attesta che nella notte del 25 luglio forse speciali kosovare hanno tentato a sorpresa di prendersi con la forza il controllo di un posto di confine con la Serbia, cercando anche di occuparne un secondo ma non riuscendoci.

Poi la NATO stessa ha “mediato” e le forze speciali kosovare si sono ritirate, dice l’ipocrita ministro degli Interni Bajram Rexhepi, per “amore di pace”. In realtà, però, con la coda tra le gambe per aver dovuto i nerboruti commandos addestrati dai Navy Seals americani mollare il checkpoint di Brnjak che avevano tentato invano di conquistare su ordine espresso del loro primo ministro, Hashim Thaci[165].

Che è uno appoggiato apertamente dalla NATO, malgrado una documentazione militare proprio della NATO stessa gli imputi crimini di guerra contro i serbi e una serie di operazioni di contrabbando di armi, droghe e perfino di organi umani espiantati a prigionieri di guerra serbi[166]. Adesso, le forze speciali kosovare saranno rimpiazzate da quelle regolari che erano in precedenza al confine insieme a quelle serbe.

Ora il rappresentante serbo ai colloqui tra Belgrado e Pristina, Borko Stefanovic, insieme al ministro per il Kosovo, Goran Bogdanovic, si reca al confine e, nel ricorrere all’ONU e alla UE, intanto convince la speciale co-polizia dell’Unione europea nell’area, la EULEX, prende subito le distanze dichiarando seccamente di “non aver avuto assolutamente nulla a che fare con l’operazione condotta da unità speciali di polizia del Kosovo[167] che l’hanno totalmente scavalcata.

Adesso, EULEX però che farà? Per ora, aggiunge – e non è usuale – che condanna senza remora alcuna “ogni azione unilaterale, dell’una parte come dell’altra”— peccato che azioni unilaterali, negli anni recenti, come stavolta, siano sempre state di parte kosovara, falsamente sentitasi empowered dall’appoggio verbale della NATO, stavolta però assente, spingendola spesso a scordare che “le dispute dovrebbero e devono sempre essere risolte con mezzi pacifici”.

 

STATI UNITI

●Con un segnale che in molti vedono, fuori ma anche dentro l’America con grande preoccupazione, il dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti conferma che quest’anno verrà usato più grano per la produzione di etanolo[168] che per l’alimentazione animale. Sarebbe la prima volta che la domanda di grano per ibiocombustigvile supererebbe quella per uso alimentare.

●Si mette male, peggio, il quadro occupazionale in America. A giugno sale ancora, dal 9,1% di maggio al 9,2% ufficiale[169], secondo i dati del dipartimento del Lavoro, con l’economia tutta intera che nell’intero mese non è in grado di creare più di 18.000 nuovi posti di lavoro, ma ne perde molti di più. Virtualmente tutti i dati rilevati appaiono fiacchi in modo devastante e senza eccezione. In più, adesso si è messo a perdere posti anche il lavoro pubblico. E questo è il secondo mese di fila in cui l’occupazione cresce sotto le 25.000 unità: un dato che si riflette, come una brutta scivolata, su tutti i settori del lavoro dipendente.

Il tutto, in termini politici, significa per ogni persona sensata ma non per il Congresso apparentemente e neanche per il presidente che su questo punto – malgrado chiacchiere e rumors – non ci si gioca il tutto, che bisogna piantarla di discutere sulla priorità della riduzione del deficit mettersi di buzzo buono piuttosto a creare lavoro. posti di lavoro concreti  e decenti, facendo aumentare domanda e investimenti.

Il ritmo della creazione di lavoro non tiene più neanche da lontano quello della crescita demografica (solo per tenerne il passo, i posti di lavoro dovrebbero aumentare di 90.000 unità al mese) e a giugno il Rapporto sull’occupazione attesta che il dato ufficiale tocca i 14,1 milioni di senza lavoro di cui ben 6,3 milioni sono ormai disoccupati da più di sei mesi, con gli stessi dati che a maggio erano a 13,9 e 6,2 milioni. Il tempo medio speso in disoccupazione è stato nel mese di 22 settimane e mezzo, quattro giorni in più del mese prima.

I prezzi al consumo a giugno, e per la prima volta da un anno, calano dello 0,2% in un mese tirati dal calo del 4,4% del costo dell’energia[170].

●La leggenda metropolitana pompata ad arte dai media, ma anche dall’Amministrazione e da tutti i propalatori anche accademici dell’ottimismo ufficial-ufficioso a gettone, di una ripresa che per tutta l’economia americana sarebbe stata sarebbe in atto, più o meno, da metà del 2009 con la proclamazione della fine della recessione, era una balla[171].

O almeno una pietosa/vergognosa bugia che serviva a mascherare e minimizzare la realtà e il modo in cui il governo di Obama la andava affrontando, con massicce dosi di aiuti pubblici che sostenevano la ripresa sì, ma solo quella delle grandi corporations – banche e grandissime imprese – e dell’1, 2% al massimo degli americani più ricchi.

Come spesso, in economia e in altri settori, un grafico vale più di mille parole e lo riproduciamo qui sotto come è stato preparato ed elaborato su dati di fonte rigorosamente ufficiale da un équipe della Northeastern University di Boston. Saltano all’occhio così le menzogne di fondo di politici, operatori dei media, mondo degli affari e molti altri e si vede a occhio, per contro, lo stato reale dell’economia.

La realtà dell’economia americana: cresciuti soltanto profitti e borsa: il resto per niente… (istogramma)

% di cambiamento degli indici di (1° col) profitti, (2° e 3°) indici di borsa, (4°, 5°) media oraria e settimanale dei  salari  del settore

privato e (6°) dei dipendenti a tempo pieno, (7°) totale dell’occupazione nel privato e nel pubblico e (8°) totale dell’occupazione civile

      

 

Fonte:[172]

 

●Il bello – cioè il brutto – continuano a confermarlo tutti i dati  reali, non quelli stimati e sognati, sul PIL che nel secondo trimestre è cresciuto solo dell’1,3%, una percentuale particolarmente deludente considerando che una recessione particolarmente dura di regola, almeno finora, è stata sempre seguita da una buona ripresa. E questa, invece, dopo lo 0,4 di crescita reale del primo trimestre, rivalutato molto al ribasso dall’1,9% annunciato, continua a fare schifo[173]… E, con una crescita così bassa, quasi italiana da tempo di crisi, inflazione in aumento e consumi praticamente in stallo (i primi, di solito, a ripartire mentre l’ultima a migliorare è sempre l’occupazione), non sono davvero buone notizie.

●E qui comincia a venire alla ribalta con grande evidenza la questione Obama. Se fosse possibile porre due domande dirette e secche, quindi non troppo articolate e sofisticate, al presidente, quelle che oggi noi gli porremmo – una di politica interna, una di politica estera – sarebbero:

• la prima: Signor presidente, con tutto il dovuto rispetto, lei da quando ha preso in mano il suo paese non ha rimesso a posto i conti, non ha aumentato la crescita, ha fatto salire la disoccupazione, ha regalato oltre mille miliardi di dollari in ulteriori tagli di tasse e di salvataggi vari alle banche e ai banchieri…. Ma, signor presidente, che c’è di sbagliato con la sua presidenza? e

• la seconda: Signor presidente, sempre con tutto il dovuto rispetto, lei in poco più di due anni ha fatto la guerra a sei paesi: Iraq, Afganistan, Pakistan, Somalia, Yemen e Libia: ma, davvero, che c’è di sbagliato con questa sua presidenza?

Non era questo quello che aveva promesso… A novembre del 2008, una cosa univa gli americani, democratici e repubblicani: sia i primi che i secondi davano per certo che una vittoria di John McCain avrebbe prodotto una lunga serie di catastrofi per la sinistra e di successi, anche se tutti in arroccamento difensivo, per la destra.

• Mc Cain avrebbe dato il via a un’impennata, probabilmente l’ennesima fallita, dell’impegno militare americano e alleato in Afganistan;

• Mc Cain avrebbe dato la stura e accelerato i cosiddetti assassinii extragiudiziali in varie parti del mondo;

• Mc Cain avrebbe destabilizzato – con le sue scelte “muscolari”, da una parte e alla ricerca costante di un consenso “comprato”, dall’altra – un Pakistan governato da una strana combutta di civili, subalterni, e militari, screditati… però armato di bombe nucleari sue proprie;

• Mc Cain avrebbe tentato (forse solo pro-forma) e avrebbe fallito il tentativo di riportare alla ragione e sotto controllo al tavolo dei negoziati Benjamin Netanyahu e il suo governo di estrema destra in Israele;

• Mc Cain avrebbe perseguito sistematicamente chi in America faceva la spia sulle malefatte del potere civile e militare (WikiLeaks, per dire);

• Mc Cain avrebbe sistematicamente cercato di espandere a scapito del legislativo il potere dell’esecutivo;

• Mc Cain non avrebbe chiuso il carcere militare extragiudiziale di Guantánamo per chi il governo americano considerava “sospetto terrorista” ma non era disposto a portare in giudizio;

• Mc Cain non avrebbe fatto niente di serio per affrontare il problema del cambiamento climatico e avrebbe spinto sia per uno sviluppo ulteriore della produzione di energia nucleare che per la concessione di nuovi permessi di trivellazioni alle compagnie petrolifere;

• Mc Cain non avrebbe fatto passare alcuna riforma del settore finanziario per evitare con l’uso del potere regolatore dello Stato altre catastrofi finanziarie e, anzi, avrebbe alla fine appoggiato il prolungamento dei tagli alle tasse dei ricchi iniziato da Bush ma che scadeva nel 2010, continuando così ad allargare il baratro che sta spaccando il paese tra ricchi e poveri;

• e Mc Cain non avrebbe né risolto né avviato a soluzione il problema dei disoccupati che affligge il paese.

Tutto cose che, in questi quasi due anni e mezzo, ha fatto, concretamente, Obama che alla Casa Bianca era stato eletto proprio per non farle e, anzi, fare il contrario. E la gente lo sa. Lo ha fatto – diremmo alla Blair, alla Veltroni, o anche alla D’Alema: quel disastro, insomma, della “terza via” – per conquistarsi la destra. Alienandosi sinistra e centro, però. E non conquistando neanche uno di nemici suoi: fondamentalisti, ideologici, o assai più pedissequamente stracarichi di quattrini.

Adesso, citando i costi dell’impresa come una delle ragioni per cominciare a riportare le truppe a casa dall’Afganistan, Obama ha parlato di 1.000 miliardi di $ come del conto della guerra, facendo capire che, tra l’altro, l’America non se lo può neanche permettere più.

Ma per enorme che sia questa cifra, si tratta di un costo che – secondo uno studio di valore assoluto, costruito sulla paziente e documentatissima collazione di dati ufficiali e pubblici appena reso noto – sottovaluta almeno di due terzi quello reale a oggi delle guerre dell’America in Iraq, Afganistan e Pakistan e ignora moltissime spese nelle quali già si è incorsi ma i cui costi arrivano in conto solo in futuro.

Il conto finale delle guerre americane in corso ammonterà – dice lo studio[174] presentato al Pentagono, alla Casa Bianca e ai media, dall’Istituto Watson per gli Affari internazionali della Brown University (fondata nel 1764, prima dell’indipendenza e una delle più accreditate d’America) – dipendendo da varie varianti, anche se ogni impegno avesse fine subito, adesso, a una fattura finale tra i 3.700 e i 4.400 miliardi di $.

In definitiva, dopo decenni di guerre insensate perché sbagliate e perse in partenza e più di 4.000 miliardi di $ e migliaia di vite umane buttate al macero solo in questo decennio, gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno di uscire dal deprimente stallo della loro politica estera militarizzata anche per trovare i quattrini con cui mettere mano a riparare le rovine di quella che una volta era la più grande e la più innovativa economia del pianeta.

●Da senatore e candidato alla presidenza degli Stati Uniti, nel 2008, Barak H. Obama anche se non sempre con cristallina chiarezza aveva duramente contrastato e criticato le scelte del presidente George W. Bush. Ma adesso, e da quasi subito, è andato trasformando la sua presidenza in una specie di riedizione appena più forbita – e non sempre – di quella di Bush il piccolo.

In grande sintesi, abbastanza dettagliata da dar senso al giudizio, si può riassumere il divario fatti- promesse così:

●                                     OBAMA:  PRIMA                                         … E ADESSO

Fonte: McClatchy Newspapers, 18.4.2011, But he ran as the anti-Bush… Pure, aveva corso come l’anti-Bush

sul debito pubblico

Bush andò in guerra, tagliò le tasse soprattutto ai più ricchi, aumentò il debito pubblico da 5.600 a 8.200 miliardi di $ e chiese al Congresso di alzare il tetto legale del debito a 9.000 miliardi. Il senatore Obama votò contro ma anche il Senato approvò l’aumento con un margine molto ridotto.

Dopo aver speso 787 miliardi di $ di stimolo economico contro la depressione, riuscendo solo ad attenuarla un po’, Obama ha alzato il debito pubblico a 14.660 miliardi di $ (il 100% del PIL) e chiede al Congresso di consentirne l’ aumento ulteriore. Confessa, ora, di aver sbagliato allora a votare contro l’analoga richiesta di Bush. 

sulle tasse

Obama aveva duramente criticato, e si era fermamente opposto, a prolungare oltre la data di scadenza del dicembre 2009, i tagli alle tasse già fatti da Bush a favore dei redditi annui superiori a 250.000 $.

Obama non è riuscito a impedire al Congresso di prolungare l’esenzione ai più ricchi. Ha anche rinunciato a mettere il veto presidenziale sulla misura, però, con un compromesso che l’ha estesa per altri due anni in cambio dell’estensione di alcuni sussidi ai disoccupati.

 

 

sui terroristi

Il candidato Obama aveva giurato di rovesciare subito il modo di trattare i sospetti terroristi, chiudendo il carcere di Guantánamo dove Bush li faceva detenere ad oltranza e senza giudizio e di portarli prontamente davanti a tribunali civili.

Dopo che il Congresso ha rifiutato di stanziare i fondi necessari al trasferimento dei detenuti in questione da Guantánamo ai tribunali civili, Obama che avrebbe potuto d’autorità – e certo, con uno scontro – semplicemente trasferire i fondi stanziati per il supercarcere a finanziare il trasferimento, ha deciso di tenere aperto Guantánamo sine die, di continuare a detenerci coloro che non ha prove sufficienti per accusarli e di processare chi decide invece di accusare davanti alle corti marziali.

sulle guerre

Il candidato Obama dichiarava che il presidente non aveva il potere di fare la guerra fosse pure per ragioni da lui definite di carattere umanitario, o di mandare truppe, bombardare chiunque, spendere soldi per spedizioni militari qualunque senza l’approvazione del parlamento con la sola eccezione di un “pericolo grave, imminente e diretto” contro il territorio degli Stati Uniti d’America.

Il 19 marzo, insieme ad alcuni alleati della NATO, gli USA hanno attaccato la Libia “per ragioni umanitarie” senza alcun pericolo diretto al territorio americano e senza l’approvazione del Congresso. E il presidente Obama si è messo a proclamare il suo diritto a farlo. La differenza con Bush è che lui lo faceva ma, almeno, non pretendeva di teorizzarlo.

 

E poi… e poi: troppo spesso ci si è dimenticati che

• Obama ha spesso, se non sempre, sostenuto come un punto di riferimento importante di politica finanziaria l’ “innovatore” Robert Rubin, segretario al Tesoro di Bill Clinton, al quale aveva pensato proprio come suo ministro del Tesoro e predicatore indefesso della deregolamentazione il più totale possibile nei tardi anni ’90 dei mercati finanziari che ha poi portato al crollo dei mercati nel 2008 e alla crisi attuale[175];

• nei primi mesi del2007, molto prima di diventar il favorito nelle primarie del partito democratico per la presidenza, era Obama a godere dei contributi più ingenti di Wall Street e dei suoi finanzieri, molto più della stessa Hillary Clinton[176];

• nel giugno del 2008, appena la Clinton dichiarò di desistere, Obama andò in televisione e proclamando il suo “amore per il mercato” annunciò che, se fosse stato eletto, avrebbe messo a capo dei suoi consiglieri economici Lary Summers, con Rubin che faceva il banchiere il massimo propagandista accademico della deregulation completa del mercato; e fece ministro il loro più piatto e  giovane seguace Geithner[177];

• a un anno ormai dall’inaugurazione della sua presidenza, in una strana intervista televisiva Obama disse che lui, “come gran parte del popolo americano”, non ce l’aveva per niente con le gratifiche da 17 milioni di $ all’anno decise dal Consiglio d’amministrazione della JP Morgan per il suo AD in carica— “in fondo ci sono giocatori di football che guadagnano molto più di lui, no?” osservò quasi sogghignando… ma scordando di aggiungere che se un giocatore di football avesse fatto pena quanto a risultati in campo come lui altro che premi e bonus: gli avrebbero drasticamente ridotto la paga[178]

Certo, alla luce del fatto che Obama vent’anni fa era stato un organizzatore di base del movimento a Chicago, attivo all’università e nelle manifestazioni per i diritti civili e nella rivolta innescata anni prima contro la guerra del Vietnam proseguita contro la prima campagna di Bush senior in Iraq, ci si era dimenticati  o ci era voluti dimenticare – in fondo, come Proust ha fatto osservare, non sempre il ricordo delle cose che furono corrisponde poi a come furono veramente – di questo secondo Obama, molto più prossimo.

Insomma, quando Obama faceva un lavoro straordinario di militante di base era altra epoca: erano gli anni in cui Nelson Mandela stava in galera e il governo americano lo dichiarava capo di un “organizzazione terroristica” mentre finanziava ed armava bin Laden e i suoi seguaci contro i sovietici in Afganistan. Era proprio un’era diversa.

Ci si è dimenticati, cioè, del fatto che mai, diventato da attivista un uomo politico, Obama si era segnalato come un democratico più sensibile al lavoro rispetto alla finanza, alla gente piuttosto che ai banchieri. Mai e, questa, non è per niente demagogia ma solo realismo.   

●Sul piano dell’economia e del lavoro, ormai il breve termine è arrivato a una recessione effettiva di quasi quattro anni e la tragica fola del ‘non ci si può far niente’, bisogna lasciar lavorare il mercato per trovare un rimedio nel lungo periodo sta condannando una generazione intera di giovani e falangi di lavoratori all’emarginazione, alla precarietà, all’irrilevanza economica.

Gli Stati Uniti sono impantanati da anni e nessuno – no, neanche Obama ha il coraggio di fare quello che ottant’anni fa fece Roosevelt quando buttò via il mercato e s’inventò il New Deal  mobilitando con la forza del pubblico, del governo, gli investimenti necessari distogliendoli largamente dal salvataggio dei grandi depositi in banca e concentrandoli invece sulla creazione di posti di lavoro[179].

Ma soprattutto qui nessuno ha il coraggio di dire agli americani la verità che, per colpa loro essenzialmente e un poco di tutti, anche di chi sta a sinistra, qui le parole socialismo e welfare sono parolacce quando riguardano le persone da aiutare, ma la socializzazione delle perdite d’impresa e il welfare, gli aiuti del pubblico al privato inteso come impresa privata, sono costumi e pratiche squisitamente americane: proprio come, dicono qui, al torta di mele.

●Su questa storia delle guerre americane, bisogna notare che col ritiro ormai avviato – ci vorranno ancora anni a bloccarle del tutto ma non lo ferma più neanche il padreterno – da Iraq e anche Afganistan, stanno riaccendendo la guerra fredda in varie dimensioni, anche nuove. In effetti, in America, è cominciato da qualche mese il rilancio – per ora più che altro accennato ma già minaccioso al punto da assumere una sua progressività quasi rampante – di una specie di nuova guerra fredda strisciante. Forse, e senza forse, non succede solo in America. Ma in America molti sono i nostalgici che restano o, malgrado il cambiamento, sono arrivati al potere e la loro voce in quel paese è troppo spesso ancora determinante… e, essendo l’America l’America, anche pubblica.

Di recente, a fine maggio, un vecchio esperto di geopolitica, specialista della guerra fredda e delle sue strategie ormai quasi disoccupato se non accademicamente parlando, il prof. Ariel Cohen, resuscitato e riportato in politica dall’ombra della reazionaria Heritage Foundation di Washington, D.C. in cui era calato dopo la caduta del muro elucubrando nuove politiche anti-russe, ha deposto alla Commissione Esteri della Camera dei rappresentanti e ha raccontato diverse cose interessanti ai deputati. Tutte sotto un’ottica sola: che gli Stati Uniti devono stare attenti ora e sempre al pericolo rosso, pardon… russo.

Ha detto Cohen (che qui, naturalmente, riassumiamo soltanto, ma rinviandovi al testo completo sul sito del Congresso americano[180])

• che il Cremlino vede l’energia come strumento per condurre una politica estera “assertiva” …

• che il grado di dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia è “inaccettabilmente elevato”…

• che la Russia tenta di escludere l’America dall’Asia centrale e dai mercati dell’energia del mar Caspio…

• che la Russia sta usando l’energia per “re-introdursi” in India, nell’Asia sudorientale, in Medioriente, Africa e America Latina…

• che la Russia sta forzando i paesi vicini a indirizzare la loro esportazioni energetiche sul suo sistema di oleodotti: anche perché, sarebbe obiettivo aggiungere, oleodotti alternativi in realtà non esistono…

• che l’assenza di regole legali e commerciali inviolabili blocchi alle imprese occidentali – americane, cioè, in buona sostanza – l’accesso al settore energetico russo: mentre come è noto il Texas e la California sono pieni di distributori di Gazprom o Naftogaz…

• e che la Russia non è in realtà – garantisce lui – interessata a sviluppare con gli USA legami nel settore dell’energia.

Per ognuna di queste “scoperte”, che per Cohen fanno scandalo, provate ora a rovesciare gli addendi: mettendo al posto di USA la Russia e della Russia gli USA… Sarà ma a noi sembra che il risultato cambi poco… o, meglio, dipenda da come chi vede consideri – con quanta fiducia e o quanto sospetto – Russia e Stati Uniti…

Poi Cohen ritiene utile chiarire, a chi pure dovrebbe saperlo per proprio conto, che

• uno, la domanda di energia dell’Europa, proiettata sul futuro più e meno prossimo, crescerà e potrebbe condurre a una maggiore dipendenza energetica dalla Russia, con serie implicazioni per i legami tra le due regioni; se questo succede, se si normalizzano e si stabilizzano del tutto i rapporti tra Russia e Europa – con la Germania, ad esempio, con l’Italia – potrebbe risultarne fiaccato lo spirito euro-atlantico e allentarsi, gradualmente, la presa dominante degli USA nell’Alleanza atlantica;

• due, la Germania e anche l’Italia hanno preso la decisione strategica di abbandonare l’energia nucleare e di aumentare, di conseguenza, le importazioni di combustibili russi. Dal punto di vista americano, legami in aumento anzitutto tra Russia e Germania non avrebbero solo una risonanza storica di grande portata per la sicurezza europea ma, accrescendola, allenterebbero probabilmente l’unità dell’Unione che, del resto, vive un periodo di grandi difficoltà per suo conto e finirebbero  con lo smantellare i pilastri su cui si regge la NATO, comandata dagli americani e che è il loro principale strumento di perseguimento delle proprie strategie globali;  

• tre, la Russia aspira a passare da semplice e pur cruciale fornitore di energia dell’Europa tutta a partner a parte intera del suo sistema di distribuzione energetico, anche alla pompa. A questo punto, se l’avesse vinta, l’Europa “potrebbe dover far fronte a scelte difficili tra costi e stabilità, da una parte, delle sue forniture energetiche e, dall’altra, schierarsi come oggi fa sempre con gli USA sulle questioni chiave”.

Insomma, è questo il punto che preoccupa davvero il guerriero freddo.

Certo, Cohen non si sbaglia nell’indicare il livello più intenso di rapporti che si vanno intessendo, sulla base dell’evidente interesse reciproco, sulle questioni dell’energia tra Germania e Russia con la prima chiaramente intenzionata a far accordi coi russi in cambio anche di una maggiore influenza di Mosca, grazie a legami economici e commerciali più intensi, sugli Stati vicini. Se i baltici o altri non gradiscono, rendano più attiva, flessibile e intelligente il loro rapporto coi russi[181].  

E’ il 18 luglio che Medvedev e Merkel si incontrano a Hanover e l’agenda resa nota dei loro colloqui prevede, infatti, l’interesse di Gazprom a fare partnership con le imprese tedesche di servizi pubblici (acqua, gas, elettricità), dell’espansione del gasdotto Nord Stream e, anche, del sistema che l’Unione europea ha annunciato – la cosiddetta terza direttiva energetica, che non riesce, e non c’è modo, a rendere esecutivo perché le manca il gas da distribuire: la materia prima che serve a forzare le sue politiche energetiche nazionali a separare produzione da distribuzione dell’energia e che continua a sostenere doversi applicare anche fuori dei propri confini.

D’altra parte, conclude il Cohen, le cui argomentazioni sono tutte tanto banali da sembrare anche razionali, “con l’aumento dei prezzi che si prospetta, è facile prevedere che i russi torneranno alla loro antica impudenza”… Inaccettabile!, sottolinea. Già…, ma come fermare, oggi, con la debolezza cronica di questa America qui, la deriva?

Ci è sembrato utile segnalare questo lungo stralcio, emblematico, perché insieme a tutto il resto di cui andiamo parlando sembra di essere tornati non tanto ai tempi di George Bush jr., ma proprio del vecchio Reagan che, però – lui – aveva a che fare davvero coi sovietici e, addirittura, con Leonid Breznev…

Sempre dagli Stati Uniti emerge un rischio crescente che alla scadenza del 2 agosto, quando si potrebbe andare oltre la data massima entro la quale il Congresso deve approvare per legge il nuovo tetto del debito pubblico, gli USA debbano dichiarare il default (alla chiusura di questa Nota congiunturale, appena all’inizio di domenica 31.7. a Washington, l’accordo non era stato ancora trovato, anche se ormai si diceva che era prossimo…).  

E sale subito, a livelli mai prima raggiunti, il costo dell’assicurazione[182] proprio contro quel fallimento: non è un mercato vasto, ancora, ma comincia a farsi apprezzare dagli speculatori cui non pare vero di potersi esercitare anche su quest’altra casella del loro scellerato Monopoli.

In un segnale chiarissimo di preoccupazione crescente, e ormai del tutto evidente, per un default americano a breve – roba cui fino a pochi mesi fa neanche il più avventuroso degli speculatori avrebbe mai potuto pensare – assicurarsi contro il fallimento a un anno costa oggi di più di quanto bisogna pagare a cinque anni e lo spread raggiunge per la prima volta i 65 punti base[183]. In altri termini, forse più chiari, per la prima volta adesso, al 25 di luglio, costa di più assicurarsi contro una perdita di valore dei bonds americani annuali che quinquennali

Però, non sarebbe affatto la prima volta contrariamente a quel che hanno detto in tanti, anche al Tesoro, che scatta il default per gli Stati Uniti: già due, forse tre volte, l’America ha dichiarato il fallimento sul suo debito estero non essendo più in grado di (o non volendo più) pagare il servizio del debito, cioè gli interessi dovuti.

Nel 1790, proprio all’inizio della loro storia, fu il ministro del tesoro Alexander Hamilton a orchestrare il default per rinviare – e ci riuscì – il pagamento del debito di almeno dieci anni e a ristrutturarlo, in parte cancellandolo, anche. Poi nel 1933, durante la Grande Depressione, anche qui deliberatamente, da Roosevelt insieme al Congresso per evitare di rimborsare come stipulato, a scadenza e in dollari d’oro, i creditori. Solo dopo tre anni, nel ’36, gli USA uscirono dal default concordando il ripagamento del debito in balboa panamensi d’oro a chi di dovere. E ancora nel 1979 quando il default fu tecnico, essenzialmente, e dovuto al ritardo con cui a causa di problemi coi primi computers i pagamenti a diversi investitori individuali esteri tardarono a venir rimborsati di settimane.

Certo è pensabile che, sull’orlo della catastrofe – se gli USA a fine luglio arrivassero davvero lì lì, come l’Argentina del 2001[184], e non potessero pagarsi più nemmeno il servizio del debito, gli interessi a cinesi e quant’altri hanno loro prestato montagne e montagne di dollari – le pressioni dei mercati spingerebbero a una rapida soluzione.

●Qualche considerazione a latere, come dire, della questione tetto del debito e potenziale default. Rifiutare di alzare il tetto del debito pubblico non taglia di un dollaro il deficit federale, né cancella alcuno degli obblighi di pagamento in cui il Tesoro sia già incorso. Renderebbe, invece, semplicemente impossibile per lo Stato farsi prestare altri fondi con cui pagare quei debiti.

Come a febbraio, in un proprio Rapporto[185] al Congresso ha scritto l’equivalente della nostra ragioneria dello Stato – che qui però è un Ufficio indipendente, non legato al Tesoro ma al parlamento – “il tetto al debito non controlla né limita la capacità del governo federale di aumentare ancora, se così vuole, il deficit o di assumere nuovi impegni di spesa [è la contraddizione e l’incongruenza colossale di questo sistema] ma piuttosto limita la capacitò di far fronte e pagare agli obblighi già presi”.

Forse vale la pena di prendere in esame però quel che potrebbe davvero accadere con un possibile default americano, a stare almeno ad alcune delle considerazioni, autorevoli, avanzate in questi giorni. Perché qui non si tratta dell’Argentina e, neanche, della Grecia… In questione sarebbe davvero rimesso tutto il sistema:

• “Potenzialmente, tutti i mercati dei capitali potrebbero decidere, sapete, che la fiducia e il credito negli Stati Uniti non significano più niente. E, allora, il nostro credito potrebbe essere svalutato, i tassi di interesse potrebbero salire drasticamente e potrebbe innescarsi una spirale che potrebbe sboccare in una seconda recessione, o anche peggio[186]”— presidente Barak Obama (che però, da senatore, sotto la presidenza di Bush, votò contro l’elevazione del tetto del debito: che alla fine passò, con due voti di maggioranza in Senato[187]).

• “Gli Stati Uniti potrebbero trovarsi costretti al default sul debito. E le implicazioni di un simile evento sul sistema finanziario, sulla politica di bilancio e su tutta l’economia sarebbero catastrofiche[188]”— presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke.

• “Non abbiamo proprio bisogno di notificare al resto del mondo che ogni volta in cui al Congresso vanno i nervi in subbuglio, vuol dire che non paghiamo più i debiti che dobbiamo onorare![189]”— Warren E. Buffett, finanziere il secondo uomo più ricco (si dice) del mondo.

• “Il tetto al debito è un campanello d’allarme che costituisce un catalizzatore necessario per attivare un negoziato serio sulla disciplina di bilancio; ma è anche essenziale evitare un default tecnico. E questo è un rischio che il paese non si può permettere[190]”— Lettera di diverse associazioni padronali, Camera di commercio e Confindustria americane comprese.

• “Non c’è alcuna garanzia che ci saranno investitori disposti ancora a mettere denari nei nostri Buoni del Tesoro. In effetti ci sono già state indicazioni da diversi partecipanti di mercato che non sarebbero più inclini a farlo…. Il segnale – come ha fatto osservare di recente una delle principali agenzie di rating – sarebbe quello di ‘serie difficoltà finanziarie e di un imminente default del debito pubblico’[191]”— lettera del segretario al Tesoro Timothy F. Geithner.

Il problema è che il 68% degli americani, come dicono i sondaggi più accreditati, sono ferocemente contrari all’aumento del tetto del debito per ragioni ideologiche, di conservatorismo di fondo, che prescindono perfino dalle etichette partitiche e dall’appartenenza di classe. Ma sono insieme, gli stessi, radicalmente contrari a chiunque metta in pericolo le loro pensioni, i loro salari, il loto potere d’acquisto, il loro lavoro…

Non riescono, però, a vedere questi americani la connessione immediata – oggi, qui – tra difendere i loro diritti e la necessità di alzare quel tetto e – inspiegabilmente, stupidamente, scandalosamente – si oppongono pure all’idea che, in queste condizioni, sia opportuno, necessario e anche giusto alzare un po’ le tasse a quell’1% e poco più di americani che ha un reddito superiore ai 250.000 $ all’anno. Perché, malgrado suoni ogni giorno di più come una disperante illusione, quello di diventare miliardari senza che il governo vada loro a rompere le scatole è il sogno americano, sempre e comunque, anche di chi è morto di fame ma è americano …

●Ormai, però, è del tutto evidente come la sola cosa che potrà forzare la mano al Congresso e costringere la maggioranza conservatrice che oggi fa blocco a autorizzare l’aumento legale del debito – evitando così la paralisi altrimenti inevitabile, lineare come si dice, di tutta la spesa pubblica federale ma, a cascata poi, anche di molti singoli Stati, municipi, ecc.: il default – “sarebbe la prospettiva di uno shock finanziario di quelli che fanno male davvero[192]”. Un altro…

Intanto, le danze hanno avuto inizio nello Stato del Minnesota, dove il governatore (democratico) ha dovuto chiudere tuta una serie di servizi pubblici licenziandone anche in tronco gli addetti di fronte al rifiuto del Congresso (repubblicano) di provvedere a elevare la soglia del debito dello Stato, che ammontava a 5 miliardi di $. I repubblicani volevano solo che venissero tagliate le spese (e, di fatto, per il momento hanno vinto) mentre i democratici avrebbero anche voluto aumentare le tasse sui minnesotiani più ricchi (e loro, per adesso, non ci sono riusciti[193])…

Alla fine forse servirà ricordare come uno degli economisti più rigorosi della scuola conservatrice austriaco-americana, Friedrich von Hayek, insegnasse ai suoi allievi a chiamare un bilancio che già ai suoi tempio, quarant’anni fa, copriva costi medici in continuo aumento e pagava le forze armate più sovrabbondane più sovra estese nel mondo e le loro guerre supertecnologiche con uno dei più bassi livelli di entrate fiscali del mondo rispetto al PIL.

Lo chiamava, secondo la classica figura dell’economia classica, un pranzo gratuito, avvertendo che in economia esso non si dà mai, così come non si dà mai qualcosa in cambio di niente. Per cui alla fine le tasse questo paese dovrà alzarle per forza e non di poco se vorrà ancora prendersi ed essere preso da qualcuno sul serio nel mondo[194].

●Perché qualcuno – e qualcuno che conta – ormai a dubitare comincia. La Cina, il massimo  creditore degli Stati Uniti, ha fatto sentire alla fine della seconda settimana del mese la sua voce pesante e ufficiale anche se dai toni sempre felpati (Hong Lei, portavoce del ministero degli Esteri[195]) per “ammonire” Washington che deve cominciare a preoccuparsi sul serio di difendere “tanto il valore del dollaro che gli interessi dei creditori”.

Se il dollaro si svaluta, chi lo tiene in portafoglio può anche liberarsene, infatti. E se il debito cresce e non cresce abbastanza per pagarlo anche l’economia – e ormai a questo siamo – i creditori non sono soddisfatti e possono anche cominciare a liberarsi della loro montagna di crediti…

Ed è rivelatore che, nella seconda edizione, il titolo di questo stesso articolo sia stato cambiato in quello, molto meno felpato e molto più esplicito di —La Cina preme sugli USA perché proteggano i creditori aumentando il [tetto del] debito[196].

L’elenco dei maggiori detentori di bond e titoli americani (pressoché completo, come indicato dai libri del dipartimento del Tesoro americano) consente di dire che l’appello esplicito la Cina lo ha fatto, nei fatti, come primo dei creditori ma a nome di molti. E l’elenco è quello che segue:

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● I paesi (Banche centrali e privati) maggiori detentori di debito pubblico USA all’estero

Cina: 1.152,50 miliardi di $: Giappone: 906,90 Regno Unito: 333,00 Esportatori petrolio: 221,50 Brasile: 206,90 Tutti gli altri paesi: 199,00 Taiwan: 154,50 Caraibi (offshore): 138,10 Russia: 125,40 Hong Kong: 122,40 Svizzera: 112,40 Canada: 87,40 Lussemburgo: 78,40 Germania: 61,30 Tailandia: 60,70 Singapore: 60,30 India: 42,10 Irlanda: 40,20 Turchia: 37,90 Belgio: 31,60 Corea del Sud: 30,80 Polonia: 27,40 Messico: 26,70 Italia: 24,80 Filippine: 23,90  Olanda: 23,60 Svezia: 21,40 Norvegia: 21,10 Francia: 20,30 Colombia: 19,80 Israele: 19,30 Cile: 18,60 Egitto: 13,60 Australia: 13,10 Malaisia: 12,00 miliardi di $[197].

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Ma, e ormai soprattutto, se non passa l’aumento del tetto dai 14.290.000 miliardi di $ cui adesso è fissato per legge il massimo del debito pubblico (dall’anno 2000 sono state 140 – dicesi centoquaranta – le volte in cui il tetto è stato già alzato: allora era a 6.000 miliardi di $) anche a livello dei creditori istituzionali (Cina, Giappone, India, Arabia saudita, Europa…) si insinua la certezza, molto più che il dubbio, che gli USA se non riescono a ritoccarlo non saranno più in grado di pagarci su gli interessi maturati a scadenza, mese per mese. E questo è il vero problema…

Moody’s, parla (in effetti i cinesi nel mandare il loro segnale andavano commentando proprio l’annuncio dell’agenzia di rating) di svalutare il debito sovrano degli USA come di una possibilità incombente, vista la data sempre più vicina del default ufficiale, il 2 agosto: ormai tra qualche giorno appena.

In definitiva. Se il default scatta, il governo americano deve cominciare a chiudere i battenti: non potrà più pagare i salari ai soldati e le pensioni ai pubblici impiegati. Oppure i conti ai fornitori. O gli interessi a chi detiene i suoi buoni del Tesoro. Ogni attività che comporti una spesa pubblica si bloccherà. E sui mercati finanziari si scatenerà il caos. I tassi di interesse si impenneranno e si scatenerà la fuga dal dollaro. Le banche, senza più alcuna sicurezza sul reddito che potrebbero incassare dai titoli del Tesoro che tengono in cassa, chiederanno di rientrare dei loro crediti, creando all’istante una seconda stretta del credito.

E Obama spiega che anche avvicinarsi alla data della scadenza senza proprio arrivarci ormai avrebbe costi elevati: non ci sarà più al mondo per molti anni, spiega, un solo creditore degli Stati Uniti ad avere ancora fiducia nella parola dei governanti americani di prendere sul serio le loro responsabilità di debitori. E, se andrà bene, domani chi prestasse ancora qualcosa agli americani chiederà loro rendimenti assai più elevati anche per accordi fossero stati raggiunti prima del default.

Sono in diversi in America ad aspettarsi che all’ultimo momento, alla ventiquattresima ora meno un minuto, il presidente e la maggioranza repubblicana al Congresso troveranno un compromesso per evitare il default. Ma non è affatto sicuro. Sono troppi ormai i politici repubblicani che non riconoscono alcuna virtù o integrità a nessuna delle idee del “nemico” e hanno molto più in comune col fondamentalismo islamico che con comportamenti razionali semplicemente perché anche loro fondamentalisti sono, anche se non islamici.

Sentono – sanno – di essere stati mandati in terra e in politica dal Signore Onnipotente ad abbattere belzebù, il governo, il potere di Washington. Proprio come Bush il piccolo ha raccontato che era stato personalmente il Signore Onnipotente a ordinargli di invadere l’Iraq per buttar giù Saddam… Questo filone fondamentalista radicale è sempre stato vivo nella tradizione americana ma ormai, da quando con Reagan venne abolita la legislazione, la Fairness Doctrine, che imponeva ai mezzi di comunicazione di massa un sostanziale equilibrio, il fondamentalismo di Fox News e degli evangelisti estremisti di destra ha invaso l’etere e avvelena tutta la vita politica o, comunque, la condiziona.

C’è gente in America – tanta: i sondaggi dicono un 30% forse – a dirsi convinta che è il Signore a far perdere potere e egemonia al paese perché esso da tempo vive nel peccato: definito come anzitutto, l’aborto diffuso tra le giovani generazioni…      

● L’America stende la mano alla Cina: che c’avesse un trilione per me? (vignetta)

Fonte: IHT, 7.7.2011, Robert Chapatte

● Qui una parentesi come dire a se stante, che potremmo collocare però anche un po’ più avanti, magari, nel capitoletto relativo all’Iran e alla fobia della possibile bomba iraniana che sta soffocando la ragion politica stessa in Israele[198]

Pare che la disperazione, la necessità di cominciare a tagliare qualche po’ di quattrini dal buco immenso del debito e del deficit, almeno tra le spese meno giustificabili anche in campo militare e agli occhi degli stessi militari comincino ad avere qualche effetto negli USA. Potrebbe essere che  dove non è riuscito l’amor di pace, o quello che una volta, dopo la caduta del muro, speranzosamente s’era chiamato “il dividendo della pace” riesca questa paura della bancarotta.

Non si tratterà della ciccia, certo, ma almeno il grasso sull’orlo della bistecca potrebbe venir consumato: non la riduzione effettiva, drastica, né lo stop alla modernizzazione degli arsenali nucleari – anche per rispondere nell’unico modo coerente possibile all’aspirazione di chi altrimenti non vede ragione di rinunciare lui a farsi la bomba che ancora non ha – no, non questo.

Ma ora, col debito che si ritrova e la necessità vitale di aumentarne subito il tetto massimo consentito se non altro per poter arrivare a pagarne ancora il servizio, cioè per evitare alla prima economia de mondo il default, l’Amministrazione Obama annuncia di aver aperto colloqui con la NATO per rimuovere dal territorio europeo, in modo da tagliare i costi e muoversi, dice, verso un mondo libero da armamenti nucleari, le bombe cosiddette tattiche o “di teatro” che gli Stati Uniti ancora vi tengono depositate, alcune centinaia di testate per alcune centinaia di milioni di $, a vent’anni dalla fine della guerra fredda[199].

Ora l’Italia ha appena ri-votato contro l’uso di reattori per la produzione di energia nucleare, respingendone l’idea stessa contro la volontà del governo, con una maggioranza strabordante e davvero totalitaria. E, dunque, quale occasione migliore, per un governo che fosse un governo, di quella di schierarsi con gli altri europei che ospitano sul proprio territorio bombe gravitazionali americane B61 (di tipo -3, -4 e -10), in Germania, Olanda, Belgio e stimolare la Turchia che come noi, ma con qualche ragione materiale di più (ha un lungo confine comune con la Russia) recalcitra a dire il suo sì.

Si tratta di bombe atomiche che noi, per esempio custodiamo – si fa per dire: la guardia agli ordigni è delle truppe americane e tanto meno ne possediamo i codici di armamento – in bunker scavati sotto le pianure e le Prealpi di Aviano e Pordenone. Marchingegni la cui potenza varia tra gli 0,3 e i 170 chilotoni (il mod. -3): per dire, quella di Hiroshima fu pari a 13-18 chilotoni.

Servivano, se ci fosse mai stata l’invasione sovietica, a salire il primo limitato gradino dell’escalation nucleare e, soprattutto, avendo gli americani compiuto quel passo, a legare il superalleato al destino del’Europa: una specie di assicurazione/ricatto. Oggi nessuno – ma proprio nessuno, se non forse il ministro La Russa – rilutta a riconoscere che quelle B61 sono un assurdo, pericoloso, tecnico militare.

Ora, visto che il governo italiano da solo non riesce mai a decidere nulla – anche se e quando si tratta di seguire la Germania – va colta l’occasione che offre la proposta di Obama. Che nasce anche come risultato (per il momento ancora non conclusivo) di uno studio condotto in seno all’Alleanza, la cosiddetta Revisione di deterrenza e della postura di difesa[200] che alle conclusioni indicate dal governo americano giunge già, però, con chiarezza: non servono più a niente come deterrente perché non si da più l’occasione per cui erano state pensate e, come difesa, non avevano mai comunque, per la stessa natura loro (diciamo: altamente esplosiva, sul territorio stesso da “proteggere”), difeso niente.   

●Sull’Iraq un accenno di disponibilità americana a restare, anche se con un contingente di addestratori ridotto dopo il ritiro a fine 2011 (resta sempre da capire che fine fanno le varie basi militari (solo quelle dell’US Army allo stato sono ancor oggi ben 33[201]) che in qualche modo, ma sicuramente non tutte, i militari americani vorrebbero continuare a tenersi “legate”, dopo che se ne saranno ufficialmente andate le forze di occupazione che nel paese sono acquartierate ormai da quasi nove anni…

In visita, la sua prima, in Iraq nella nuova veste di ministro della Difesa degli Stati Uniti, Leon Panetta, appena uscito dal ruolo di capo della CIA, viene accusato[202] da esponenti della fazione di Muqtada al-Sadr (il “chierico sciita ribelle”: cioè, ribelle alla presenza americana) per aver ironizzato pesantemente sulla sovranità dell’Iraq proclamando, “sfacciatamente”, che le forze armate americane che restano in Iraq continueranno a condurre i loro attacchi regolari “e unilaterali” contro ogni tipo di insorti alla loro presenza.

Al-Sadr, che si è detto scioccato dalla mancanza di reazione del primo ministro e del presidente iracheno a tale “arroganza”, ha costretto a questo punto il portavoce del governo a precisare di considerare inaccettabile e in violazione dell’accordo di sicurezza bilaterale tra i due paesi ogni comportamento unilaterale come quello annunciato da Leon Panetta…

Inaccettabile, violazione, unilaterale, dunque. Ma poi tutto, naturalmente, resta lì. Non succede niente e lo scontento monta… Sintetizza così la situazione il NYT[203], e a noi sembra correttamente: “Iraq e Stati Uniti sono privatamente d’accordo [privatamente?!] che i soldati americani dovrebbero restare nel paese oltre il 2011. E il problema è solo quello di vendere l’idea alle rispettiva cittadinanze”: agli iracheni e agli americani. Ma neanche si affaccia in questo lungo articolo di cronisti eccellenti, ma decisamente troppo allineati e coperti, il tema del perché mai bisognerebbe restare se sia gli americani che gli iracheni non ne vogliono più sapere, eh?

Sotto un’altra ottica descrive bene il nodo lo stesso  presidente della Repubblica islamica dell’Iraq, Jalal Talabani, che è curdo e replica a tamburo battente e assai duramente all’intervento svolto dal ministro degli Esteri del paese. Questi, Hoshiar Zebari, uno che in pratica occupa quel posto da subito dopo Saddam, dice che accordo o non accordo ci sarà bisogno di addestratori americani in abbondanza anche dopo il 2011 perché le truppe irachene non sono e non saranno pronte fra sei mesi e neanche fra un anno[204]

Talabani, durissimo, ricorda pubblicamente al ministro Zebari che non è proprio possibile far restare ancora in Iraq i soldati americani perché “due terzi del parlamento dovrebbero approvare l’estensione nel tempo dell’accordo e questa disponibilità non c’è proprio[205]”. Sicuramente in Iraq e, probabilmente, neanche in America ormai… anche se i capi di tutte le armi irachene dichiarano quel che dice Zebari: che non sono pronti a proteggere i confini del paese dopo il ritiro americano.

Il punto, spiega Jalal Talabani, è che la maggioranza dei politici iracheni contano, per difendere i confini del paese su accordi politici e diplomatici con gli Stati vicini (Turchia, Siria, Giordania, Arabia saudita, Kuwait e Iran), ormai tutti amici, e non sulla forza delle armi irachene che dovranno semmai essere rivolte contro il “nemico interno”, l’insorgenza, ove ce ne fosse ancora bisogno.

●Fa notare il mezzo di comunicazione più universalmente diffuso e visto, seguito con grande attenzione, da tiranni e aspiranti tirannicidi, da élites e gente normale nel mondo arabo, Al Jazeera – un conglomerato delle comunicazioni che è, insieme, Tv, stampa e ogni forma di network sociale, a cominciare da Internet – rimarcando che ormai l’Iraq è diventato, di fatto, il primo paese arabo – e uno dei maggiori – a essere governato di fatto dagli sciiti, dopo decenni di emarginazione— a dir poco. Lo sapevano tutti, e tutti lo dicevano, ma non osavano ancora pubblicarlo, così apertamente.

Anche se, ormai, come si direbbe da noi è il segreto proprio di Pulcinella che la guerra d’Iraq l’ha vinta sicuramente l’Iran[206]… sempre con la riserva, già indicata sopra, sul buco nero che, per la reputazione meritata di Al Jazeera, è stata la Libia… Di fatto, adesso, l’Iran mette il dita proprio dentro la piaga spiegando che, una volta liberato il paese vicino dalla presenza armata degli americani, loro sono pronti a cooperare in tutti i campi – commerciale, economico, della sicurezza e anche altri – con Bagdad[207].

Ma si tratta proprio del tipo di intenzioni che, oltre ad irritare, preoccupano e allarmano ovviamente – gli americani…

●Che sembra, però, ancora incontrare difficoltà, a causa dei vari embargo e delle varie sanzioni, a farsi pagare da chi ha fatto e fa e vuole continuarci a fare affari. La NIOC (National Iranian Oil Company) ha inviato a fine giugno alle raffinerie indiane la notifica che in agosto dovrà tagliare ogni fornitura ai clienti indiani se, di qui ad allora, non viene trovata una soluzione concreta e efficace per il pagamento del petrolio (sono quasi 2 miliardi di $) che sta fornendo a New Delhi ma che ancora, malgrado le promesse indiane, non le viene regolato[208].

Poi, però, il nuovo ministro del petrolio iraniano, Mohammed Aliabadi, sulla emittente di Stato IRIB, dichiara che il suo paese continuerà a onorare gli impegni che ha con l’India malgrado i ritardi, d’altra parte forzati, nei pagamenti che New Delhi incontra per colpa delle sanzioni. L’India è cliente e amico di lunga tradizione e il problema sarà comunque risolto entro un mese o due[209].   

Ma, dopo neanche un giorno, la rete nazionale di informazione sulla petroenergia, una specie di Ufficio informazioni del ministero del Petrolio e dell’Agenzia petrolchimica nazionale iraniani annuncia che è stato trovato il modo di regolare il debito indiano nei confronti del NIOC di Teheran: è stato tutto pagato, dice – ma non è vero: hanno solo promesso di farlo, gli indiani – depositando il dovuto in un fondo comune condiviso sulla cui quota iraniana è stato trasferito dall’altra il necessario[210].

La versione che ne dà la parte indiana è un po’ diversa, ma convergente almeno negli esiti finali. Dice che l’India ha messo in funzione un piano vero e proprio che prevede l’apertura di un conto in rupie per il 20% del costo annuale del greggio iraniano a New Delhi, con esborsi in lire turche attraverso la Halk Bankasi di Istanbul, di proprietà statale e in euro attraverso la banca centrale degli Emirati arabi uniti. Quale sarà l’istituto di credito indiano a inviare i pagamenti e gestire il conto in rupie verrà deciso alla prima riunione della commissione interministeriale di revisione, secondo il ministero indiano delle Finanze[211].

Bisognerà adesso vedere se, oltre agli indiani e agli iraniani, la soluzione-marchingegno, arzigogolata com’è ma efficace, sarà accettata anche dagli americani. E, soprattutto, se poi non lo fosse, se anche gli indiani – visto il bisogno che hanno comunque di costanti forniture iraniane – troveranno il coraggio di dire a Washington un magari sommesso ma chiaro chi se ne frega…

Pare di no. L’Iran, cui non arrivano i pagamenti malgrado assicurazioni e annunci del contrario, avvisa in un primo momento che non ha ancora deciso se tagliare a Teheran la consegna del greggio perché spera ancora che il dovuto gli venga saldato “entro qualche giorno[212]”. Poi, la Commissione energia del Majilis, il parlamento, riferisce col portavoce Emad Hossini che il ministro del Petrolio ad interim iraniano, Aliabadi, uno dei nuovi nominati dal presidente Ahmadinejad ma ancora non confermati dal parlamento, prendendo atto che al 26 luglio il debito iraniano è salito a 7,9 miliardi di $ di cui 4,8 già scaduti “oltre i limiti” ha fermato ogni vendita esprimendo rammarico per il “cedimento indiano[213].

Se vi sarà costretta dal cedimento o, come preferisce chiamarlo essa stessa, dall’interpretazione ortodossa che sembra voler dare, comunque non osando ignorarla, alla risoluzione sulle sanzioni, l’India potrebbe rivolgersi all’Arabia saudita. Anzi, già lo fa. Ad agosto, annuncia l’Aramco, comincerà intanto a titolo prudenziale a esportare 3 milioni di barili di greggio in più da Riyād[214], suddivisi per 1 milione di barili extra ciascuna alla Hindustan Petroleum Corp., alla Bharat Petroleum Corp. e alla Essar Oil. E, dicono i sauditi, se l’India non riesce a risolvere il problema del pagamento dovuto al’Iran, loro sono disponibili ad aumentare i rifornimenti.

Per contro, anche l’Iran malgrado quelle sanzioni, non dovrebbe registrare grandi difficoltà a trovare un altro acquirente che – come la Cina ad esempio – è sempre assetato di nuove fonti di petrolio… e ha meno timore degli altri delle sanzioni dell’ONU e, anche e perfino di scontentare, forse, gli Stati Uniti…

Proprio negli stessi giorni la Cina, infatti, fa precisare che per quanto la riguarda non ha sofferto nell’importare petrolio dall’Iran di nessuno dei blocchi che tanto intimoriscono l’India e che le sue raffinerie non hanno sperimentato alcun intralcio particolare. Dal 2006 hanno pagato il greggio di Teheran in euro e discusso del possibile pagamento direttamente in yuan. E, ad oggi, non ci sono pendenze né di consegne né di pagamenti. Basta volerlo per farlo[215], i cinesi vano dicendo in sostanz       a agli indiani. Forse perché lo spaventapasseri – come dice proprio un proverbio del Punjab, Stato del Nord Ovest dell’India – in fondo funziona solo con chi si sente passero

●Intanto, continua a svilupparsi, ed invilupparsi, l’intrico dei rapporti politici interni all’Iran, che sempre sono stati estremamente movimentati e anche polemici e hanno sempre vista largamente divisa la stessa maggioranza che governa e, semplificando, si può dire ben clericale. Ma ormai siamo entrati in una fase nuova che vede la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che tenta di  contenere il potere del presidente Mahmoud Ahmadinejad che negli ultimi mesi ha frequentemente sfidato, anche forzando i poteri reali che aveva, l’establishment tradizionale della gerarchia sciita.

Il leader supremo è stato in grado di reagire prontamente tagliando le unghie al suo vecchio pupillo, facendo anche arrestare diversi suoi sostenitori anche di qualche importanza. Ma adesso la faida sta aprendo fratture negli schieramenti di potere della repubblica islamica con la possibilità ormai di scalfire e indebolire la base del potere degli ayatollah.

Adesso, come ultimo tentativo forse di risolvere la diatriba senza lasciar decidere il parlamento dove sembra certo che il presidente uscirebbe pesantemente sconfitto, Khamenei ha nominato un suo stretto alleato, già a capo del potere giudiziario, l’Ayatollah Seyyed Mahmoud Hashemi Shahroudi, a capo di una specie di comitato arbitrale che formalizza col titolo di capo del Consiglio supremo cui affida la responsabilità di mantenere rapporti cooperativi tra poteri esecutivo e giudiziario[216].

Ma gli chiede anche, pubblicamente, un passo indietro che consenta al parlamento di salvare la faccia e a lui la testa. E non è affatto detto che il presidente della Repubblica sia poi disponibile. Si tratta di grandi e piccole manovre di potere ai vertici in vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo e di quelle presidenziali del 2013 e Khamenei vorrebbe prendere un po’ le distanze dalla prima linea dello scontro, riservandosi poi, come sempre e come gli spetta la decisione finale. Adesso, Shahroudi presiederà per conto di Khamenei un panel arbitrale di duri oppositori a ogni riforma e dovrebbe togliere le castagne dal fuoco per Khamenei lasciandogli le mani, come lui preferisce, pulite da intrighi troppo bassamente politici[217]

Anche perché il rischio alternativo, alla fine, sarebbe che alla fine potrebbero essere davvero io  militari gli arbitri finali, magari anche un  po’ riluttanti ma fedeli a Khamenei, dei nuovi equilibri[218]. E il bello è che per gli interlocutori occidentali degli iraniani non è affatto chiaro su chi converrebbe scommettere… Ad esempio, è del tutto chiaro ormai che Ahmadinejad, malgrado la sua roboanza, è molto più disponibile a trattare sul nucleare – dando per scontata come per tutti gli iraniani, tutti, nessuno escluso, la volontà di difendere i diritti sovrani e legittimi del paese – di quanto siano gli ayatollah.

●D’altra parte e, insieme ai risvolti interni all’Iran, si va sviluppando nella regione del Golfo uno straordinario confronto-scontro-incontro a tre tra Stati Uniti, Arabia saudita e Iran. Gli Stati Uniti che, come al solito “non hanno alcuna strategia coerente per trattare con Teheran e sono troppo distratti per svilupparne una, stanno tentando di navigare ma annaspano nelle divisioni politiche, etniche e intraislamiche del panorama interno all’Iraq che non riesce a stabilizzarsi alla ricerca difficile di un qualche accordo – ma con chi? – che riesca a consentire a Washington di mantenere una presenza militare significativa nel paese oltre la scadenza di fine 2011 stipulata dall’attuale accordo USA-Iraq sullo Status delle forze.

   Insieme, l’Arabia saudita dubita ogni giorno di più delle possibilità degli USA e delle loro intenzioni rispetto all’Iran; e sembra avanzare, passetto dopo riluttante passetto, verso la ricerca di un qualche accomodamento con l’avversario persiano[219]”.

Nel breve periodo l’Iran ha tutto da guadagnare da questa dinamica nel tentativo che lo impegna al momento in rapporto proprio all’Arabia saudita di riformattare l’equilibrio del potere lungo il tracciato attuale delle grandi arterie energetiche del Golfo persico, ma il potere iraniano non è ancora saldamente radicato. Non è unico, né già dominante  e tanto meno assoluto. Deve fare i conti con un’agenda geo-politica che non fa solo perno sui conflitti del Medioriente che gli aprono sempre nuovi spazi, ma anche sulla capacità in crescita forte della Turchia come potere reale e effettivo alla riconquista di un ruolo suo storico nella regione.

●E nella paziente ricerca di stabilire contatti, colloqui, negoziati e intese della sua diplomazia tutt’altro che grezza – ha dietro quasi tremila anni di storia “diplomatica” vera, a partire dalla Persia achemenide dell’VIII secolo a.C.— di negoziati coi siriani, gli indiani e anche i cinesi e poi coi greci, i cartaginesi e i romani – l’Iran che, in nome di una bene o maleintesa che sia rivendicazione di pari dignità nazionale, rifiuta di collaborare anche solo un millimetro al di là di quanto deve in base al TNP con USA, Russia, tutti gli occidentali e la stessa AIEA…

… adesso dice di essere disposto ad aprirsi a visite e ispezioni delle sue installazioni nucleari all’Arabia saudita[220] da parte di qualsiasi esperto saudita e magari di una commissione capeggiata dallo stesso mufti, il “chierico” di grado più elevato della gerarchia wahabita, ‘Abd al-‘Aziz ibn ‘Abdillah āl ash-Shaikh, noto anche con l’abbreviativo di Abd al-'Aziz al-Ashaikh…

Lo annuncia l’ambasciatore di Teheran a Riyād, Rasouli Mahallati, che garantisce – oddio, promette, magari giura: ma certo bisogna credergli… – che aspetti politici e convinzioni di ordine religioso reiterate sempre dal Guardiano supremo, Khomeini, e dal suo successore, impediscono al suo paese di perseguire la costruzione dell’arma atomica.    

●Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, nome di battaglia (una volta…) Abu Mazen, ha detto che l’idea di chiedere all’ONU il pieno riconoscimento di uno Stato palestinese in settembre sta diventando praticamente inagibile visto il rifiuto di Hamas, l’altra ala quella “estremista” di Gaza del movimento palestinese – che aveva vinto, però, le elezioni democratiche del 2006 – di piegarsi alla scelta sua[221] di designare a primo ministro del governo unito palestinese l’uomo scelto da al Fatah, cioè dall’ANP, cioè da lui.

Anche se l’accordo stilato due mesi fa al Cairo tra le due fazioni palestinesi diceva espressamente che la designazione del nuovo PM avrebbe dovuto essere necessariamente comune[222], Hamas secondo Abbas non capisce quanto sarà dura e difficile vincere la battaglia all’ONU e perciò che dovrebbe accettare la designazione di un personaggio come il primo ministro attuale dell’ANP, Salam Fayyad, ex professore universitario in Giordania e alto funzionario poi della Banca mondiale a Washington, che Hamas stessa considera poi un personaggio onorevole e rispettabile. Continuano, così, tra le due parti della parte palestinese, i colloqui per arrivare a un chiarimento o a una nuova/vecchia intesa… e prima per loro è meglio è, ovviamente

Chi aveva colto il rilievo che avrebbe potuto assumere quanto stava avvenendo tra i palestinesi era stato il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, già primo ministro quando era col Labour e prima di associarsi indissolubilmente al governo di destra. Aveva subito intuito, e detto, un mese fa, il 16 maggio, in risposta alle manifestazioni non violente dei palestinesi alle frontiere di fatto di Israele, che “la transizione palestinese dal terrorismo e dalle bombe suicide a dimostrazioni deliberatamente inermi e di massa è un passaggio che ci metterà davanti a sfide difficilissime[223]”.

●Ma adesso Abbas, il presidente dell’ANP, ancora una volta, tergiversa, rimanda, esita… Potremmo rinviare la formazione del governo di unità nazionale comunque, dice, perché minaccerebbe di alienarci l’occidente prima del voto all’ONU su uno Stato palestinese. E quella – far entrare all’ONU un vero e proprio Stato di Palestina con il suo nome, la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est – è, invece, diventata una priorità simbolica certo ma significativa per tutti i palestinesi. Tatticamente, osserva, sarebbe un errore perseguire insieme entrambi gli obiettivi. Però, Hamas rende noto che il presidente non le ha mai proposto – ancora, almeno – un rinvio dei colloqui per la formazione, difficile, del governo unitario[224].

●Poi si riunisce la Lega araba e decide, palestinesi compresi, che la proposta diventa ufficialmente la sua: pieno riconoscimento da parte dell’ONU dello status di paese sovrano della Palestina sul territorio che non era Israele prima del 1967. Uno studioso palestinese di geo-strategia, Talal Okal, impegnato nel ministero delle Informazioni dell’ANP e insegnante della materia all’università di Amman, asserisce[225] che tutti, Lega araba e palestinesi, sono perfettamente coscienti delle difficoltà che le contraddizioni degli occidentali sollevano a far passare la proposta.

Compreso, e responsabile anzi in primissimo luogo, il veto americano a quella che era pure stata  la proposta di Obama[226]. Solo che ormai – col congelamento totale dei negoziati e Israele che continua ad allargarsi con nuovi o ampliati insediamenti (le “colonie”) in territorio palestinese – non hanno ormai altra scelta diplomatica disponibile che questa del cercare il riconoscimento – dice il testo del documento “con tutte le misure che allo scopo fossero necessarie” – perché, a questo punto, potrebbe essere l’unico strumento capace di obbligare gli USA stessi a imporre a Israele, come potrebbero se ne trovassero il coraggio, il negoziato.

Il consenso arabo alla proposta significa soprattutto – scrive Okal – delusione per la posizione degli americani, presa d’atto che il negoziato è finito in un vicolo cieco e che ormai si è entrati in piena battaglia politica, squisitamente politica”.

●Il fatto è che, però, parlare di cose palestinesi significa parlare, naturalmente, anche e proprio di Israele, inscindibili come sono e come sempre saranno, anche quando avranno raggiunta la pace, i due temi. E, oggi, nessuno può aiutare chi israeliano non è, e non è ebreo, a capire – anche se magari non a condividere – le ragioni di fondo dell’impasse in cui questo paese e questo Stato si stanno auto-affondando di una riflessione che ci viene proposta in questi giorni – e che vi segnaliamo citandola qui largamente – di un autore che è ebreo, tra i fondatori dello Stato di Israele ma decisamente all’opposizione (in questo paese, per i cittadini ebrei israeliani, la democrazia è ancora largamente in vigore) rispetto alle scelte che non solo il governo attuale ma anche quelli precedenti hanno “rovinosamente”, spiega fatto per il paese.

Scrive[227] contrariamente alla cristianità di oggi, ma molto invece come l’Islam, la religione ebraica non è solo affare tra l’Uomo e il suo Dio ma anche tra Uomo e Uomo… Come la Shari’a islamica la Halakha ebraica regola – tende a regolare: è il corpo collettivo della legislazione ebraica, inclusi i 613 mitzvot biblici, i comandamenti dei libri di Mosè, cui si sono aggiunte poi le leggi talmudiche e rabbiniche così come i costumi e le tradizioni – ogni singolo aspetto della vita… I fanatici religiosi di Israele insistono: la legge religiosa, proprio come in diversi paesi arabi, prevale sulla legislazione secolare e i tribunali dello Stato di Israele non hanno giurisdizione sui religiosi in questioni di religione ebraica (proprio come in Iran)

   Insomma, nella vita di ogni giorno è “come se l’arcivescovo di New York annunciasse che se un cattolico affitta un appartamento a un ebreo fa peccato mortale e incorre nel rischio di scomunica.

   O un pastore protestante a Berlino decreta che un cristiano che dà lavoro a un ebreo sarà bandito dalla parrocchia. Impossibile? Certo… Ma non in Israele… a rovescio, si intende.

   Qui il rabbino di Safed, un pubblico dipendente, ha decretato appunto che è severamente proibito affittare case agli arabi — anche agli studenti arabi della locale università. Altri venti rabbini di vari insediamenti – i cui salari vengono regolarmente pagati dai contribuenti, molti tra loro laici, compresi i cittadini arabi di Israele – hanno appoggiato pubblicamente il suo editto.

   Un gruppo di intellettuali israeliani ha presentato al ministro della Giustizia denuncia di istigazione al crimine. E il ministro si è impegnato a perseguire la questione a tempo debito. E’ un  fatto successo sei mesi fa. E il tempo debito non ha portato ancora a alcuna decisione.

   Stessa cosa anche per un gruppo di rabbini che ha proibito, appunto, di dare lavoro ai Goym (ai non ebrei: un termine spregiativo)…”.

Ecco, questo scritto – di chi, oggi ultraottantenne ma sempre ultracombattivo e lucidissimo, ha fondato e anche difeso con le armi Israele – sembra dare l’idea oggi più corretta del “tradimento” che questo Stato di Israele costituisce rispetto alle idee originarie dei suoi pionieri— i sopravvissuti ad Auschwitz e ai pogrom di mezza Europa, tra loro anche certo i sionisti (come, del resto, non si vergogna di dirsi lo stesso Avnery): ma non quelli dell’ala esclusivista e millenarista…

●In Israele, adesso, assai goffamente, il nuovo capo dell’intelligence militare ha subito smentito la linea del predecessore che aveva appena sostituito su designazione del governo di estrema destra uscito di scena: per limiti d’età, ufficialmente, ma in realtà perché troppo indipendente (secondo una saggia tradizione di questo esercito, purtroppo non sempre onorata) dai desiderata del governo di destra di Netanyahu.

Dagan garantiva autorevolmente al paese che le “fissazioni”, come le chiamava lui, del governo sull’arma atomica di cui si sarebbe dotato, o si starebbe dotando, l’Iran erano solo una fantasia[228]? E, ora Aviv Kochavi, il nuovo capo del Mossad, constatando che Teheran sta facendo funzionare 5.000 centrifughe di arricchimento dell’uranio con prospettiva di attivarne forse 8.000 tra qualche mese, dice senza apportare alcuna nuova prova e neanche alcuna informazione, spiata, sussurro nuovo che lui, invece, prevedela capacità di Teheran di fabbricarsi una testata nucleare entro poco tempo[229]”…

Inutile chiedergli come lo sa, cosa è sopravvenuto rispetto a quello che meno d’un mese fa aveva testimoniato il predecessore. Questo gli aveva chiesto di fare il primo ministro e questo lui ha fatto, poco importa se sputtanandosi così professionalmente. E attizzando, paventava profeticamente Dagan, pericolosamente il fuoco della paranoia che laggiù è pronta a divampare da sempre.

Inutile, dicevamo, chiedergli come fa a saperlo. E inutile, tanto più, pretendere come pure sarebbe legittimo fare da lui, da Israele e dalle tante altre potenze nucleari che predicano bene e razzolano malissimo, ma non per questo rinunciano ad ammonire l’Iran, di rispondere una volta per tutte alla questione radicale che poneva loro, già alcuni anni fa senza mai aver avuto risposta Mohammed el-Baradei, allora presidente della AIEA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il controllo dell’energia nucleare e delle sue applicazioni:

Quando in Gran Bretagna si vede il programma di modernizzazione dei missili atonici Trident, che in sostanza prolungano il deterrente nucleare del Regno Unito ben in avanti nel corso del 21° secolo, è difficile per noi far dietro fronte e dire agli altri che no, che per voi il deterrente atomico non è un bene, che non aumenta per niente la vostra sicurezza. Il fatto è che tutti gli Stati che l’arma nucleare ce l’hanno, senza eccezioni, se la stanno modernizzando o stanno pensando a svilupparsi nuovi armamenti e non solo a scopo di deterrenza ma proprio per poterli anche usare.

    Ci sono state fior di dichiarazione nell’arco dell’ultimo biennio su un possibile utilizzo effettivo delle armi atomiche di cui si sono dotati, per esempio hanno parlato di mini-bombe, di bombe [atomiche] specificamente sviluppate per far saltare i bunker sotterranei. Così che il quadro è quello del ‘fate come noi vi andiamo dicendo, ma non fate come noi andiamo facendo’. E perciò non esiste, non ha coerenza alcuna[230]”.

●Il nuovo ministro della Difesa americano, nuovo di zecca, Leon Panetta, che fino a qualche giorno fa era a capo della CIA, nella prima visita da responsabile del Pentagono in Afganistan – dove da responsabile dello spionaggio di Obama era già stato almeno una ventina di volte – si dice fiducioso – e ha probabilmente ragione – che la sconfitta di al-Qaeda sia ormai vicina e riconosce anche che, dopo l’uccisione di bin Laden, la strategia americana al riguardo è cambiata: focalizzata adesso più che alla caccia all’ingrosso dei militanti dell’organizzazione alla caccia al dettaglio dei 10-20 capi al-qaedisti che l’intelligence ha determinato essere in posizione cruciale[231].

Neanche lui, però, si azzarda a prevedere la sconfitta – né a portata di mano, né a termine – della insorgenza talebana che riconosce “è altra cosa”: tanto per cominciare perché – ammette – combatte a casa sua…

Poi arriva, verso metà mese, la notizia di una morte davvero egregia, una specie di morte annunciata: il Guardian[232] prevede, dopo l’omicidio del fratello del presidente Karzai da parte di una sua guardia del corpo, che “lascerà un vuoto pericoloso e che i talebani proveranno a sfruttarlo” perché, intitola, —Ahmed Wali Karzai era sicuramente il volto corrotto e senza legge del moderno Afganistan: il capobastone del governo a livello locale e, insieme, del potere dei trafficanti di droga e dei signori locali della guerra.

E il NYT[233] sostiene, in buona sostanza, lo stesso in un articolo scritto da un analista pakistano che lo ha conosciuto bene: che “la morte del più potente politicante e mediatore politico dell’Afganistan meridionale sarà seguito da qualcosa di peggio perfino di lui. Di fatto, oggi, l’Afganistan è diventato più pericoloso e più imprevedibile”.

Il che dice molto, no?, anche se non certo tutto.

●Un nuovo sviluppo, che complica ancora – e non ce n’era davvero bisogno… – i rapporti già molto tesi tra Stati Uniti e Pakistan, ha origine quando l’amm. Mike Mullen, capo dei capi di Stato maggiore americani, apre bocca e al solito gli dà fiato.

Già il NYT aveva scritto – e la cosa aveva dato fastidio assai al governo pakistano, tanto più perché non aveva portato altro che voci a supporto: anche se erano voci credibili – che l’Amministrazione americana era “convinta” della responsabilità diretta del servizio segreto militare di Islamabad nell’assassinio di un reporter, Saleem Shahzad, che aveva scritto e, a modo suo, anche documentato l’infiltrazione di militanti nell’esercito pakistano.

L’amm. Mullen, che sta per andare in pensione, se n’è uscito ora, a ruota libera, dicendo a un gruppo di cronisti, a latere di una riunione al Pentagono e poi incaz***dosi perché l’hanno riferito – a noi ricorda irresistibilmente qualcuno di casa nostra e di altrettanto cretino: che dice e, poi, regolarmente si smentisce o si semi-smentisce – “di non aver visto alcuna evidenza che smentisca l’informazione che il governo pakistano lo sapeva”.

Il ministro delle Informazioni del governo pakistano, Firdous Ashiq Awan, ha reagito alla “dichiarazione dell’ammiraglio,estremamente irresponsabile e disgraziata” per i rapporti tra i due paesi che pure sono e restano, malgrado tutto, alleati ma estremamente dubbiosi l’uno delle intenzioni e delle politiche reali dell’altro, condannandola e lamentando che non sia stato dato al suo governo neanche il tempo di dar conto dell’investigazione che ha ordinato, su richiesta non certo degli americani ma dei molti giornalisti pakistani, che sta conducendo una commissione mista politica, giornalistica e giudiziaria[234].

●Pervicaci nel capirci poco, anche qui, sul come trattare con gli “indigeneous people” come usano chiamarli, come fanno del resto con le genti del Medioriente e dell’Asia – ma anche, a dire il vero, dell’America latina e dell’Africa, cioè come e peggio di tanti europei – gli americani insistono e, adesso, sospendono gli aiuti militari a Islamabad (hanno bloccato l’erogazione di 800 milioni di $, di fatto, però, solo 1/3, non di più, degli aiuti annuali).

Nella loro presunzione, in quella di Hillary Clinton più esattamente che lo ha annunciato al Senato, si tratterebbe di una mossa deliberatamente tesa – spiega il NYT[235] – a “punire il Pakistan per aver espulso dal paese gli addestratori militari americani e per premere sul suo esercito affinché dia battaglia più seriamente ai militanti” islamici… come se i soldati pakistani fossero buddisti, poi…

Il problema è che qui, più che in ogni altro paese del mondo, l’esercito e i suoi quadri sono da sempre il vero potere – quasi un mistero, visto che le forze armate pakistane non hanno mai vinto una sola delle loro guerre con l’India, col Bangla Desh né una sola campagna contro i terroristi interni, non riescono malgrado bronci e strilli vari e vani a impedire agli americani di fare quel che vogliono su larghe zone della frontiera del paese, coi loro cacciabombardieri e i loro arerei senza pilota…

E’ un esercito la cui forza reale è la ferrea disciplina gerarchica, dove i colpi di Stato contro ogni autorità civile che si manifesti un po’ velleitariamente indipendente sono riserva della ristretta cerchia dei dodici generali comandanti supremi: il capo delle forze armate e gli undici comandanti dei corpi d’armata, la cui lealtà è solo per l’esercito stesso.

Il momento per riportare i militari nei ranghi era stato quello della loro massima umiliazione da parte degli americani, quando gli elicotteri e i Navy Seals violarono al principio di maggio confini e sovranità del Pakistan per andare ad ammazzare bin Laden e l’armata pakistana neanche fu in grado di accorgersene. Ma il PPP al potere, dal presidente Zardai al premier Gilani, decise di allearsi col generale Kaiani ed i suoi e di difenderli in parlamento invece che di “domarli”.

Per cui oggi sono davvero su fronte interno intoccabili e, si capisce, niente affatto riconoscenti ai politici che pure li hanno difesi (e, in qualche modo, così umiliati ancora di più)… E’ con questa realtà, che in America è nota ma solo tra qualche accademico, anche militare si intende, ma non ha mai goduto, perché troppo sofisticata e costruita su troppi distinguo. dell’attenzione di Pentagono e dipartimento di Stato, che la Clinton, Mullen, Panetta e Obama hanno ora a che fare...

In Pakistan invece sono tutti perfettamente coscienti che, come scrive un autore che vive da decenni a Londra, ma si definisce cittadino del mondo e però è pakistano di nascita[236], “finché il Pentagono pagherà l’esercito pakistano a pie’ di lista per fargli combattere le sue guerre e le truppe della NATO resteranno in Afganistan, ci saranno litigi, accuse di infedeltà, una riduzione dell’indennità familiare, anche una separazione, forse, ma un divorzio? Mai!

●Nella sua  serie di visite di commiato in Asia sudorientale e in Estremo oriente, il presidente dei capi di stato maggiore congiunti delle Forze armate americane, amm. Mike Mullen, è andato anche in Cina a salutare il suo omologo di Pechino. E, chiudendo la visita, ha spiegato alla coda di reporters statunitensi che lo accompagnavano come le differenze di visione geo-strategica tra America e Cina restano ancora assai nette, concludendo però che i suoi colloqui sono stati, comunque (con quei risultati assodati?) “produttivi e positivi”.

Stiamo parlando del rapporto, assolutamente dinamico anzitutto per merito o responsabilità della Cina, tra la maggiore potenza militare del mondo e quella che, su questo piano e non solo, sta crescendo quantitativamente e qualitativamente di più: Pechino sa modernizzando a rotta di collo (satelliti da ricognizione, comunicazioni elettroniche avanzate, sottomarini, una portaerei, missili di ogni portata e missili cruise anche anti-navali, carri armati di nuova concezione e mezzi blindati da trasporto, armi individuali di grande qualità) con investimenti ingenti che si può facilmente permettere una macchina militare finora troppo facilmente considerata obsoleta e scricchiolante[237].

Poi, alla ambasciata USA di Tokyo, due giorni dopo, ha spiegato che gli sforzi per creare un buon rapporto di lavoro, professionale per così dire, tra militari USA e cinesi sono ancora appena agli inizi e perciò ancora “irti di difficoltà”. Mullen ha detto di aver ben spiegato ai cinesi che gli Stati Uniti hanno operato “da sempre” con le loro flotte nel mar Cinese meridionale e che continueranno a farlo…

E, poi, proprio come esempio delle “difficoltà” di comunicazione Mullen ha citato la risposta del suo corrispondente cinese, il maresciallo Chen Bingde, comandante in capo dell’Armata Popolare di Liberazione: “sempre, ammiraglio, naturalmente significa da poche decine di anni, no?…. siamo noi che, nel mar Cinese meridionale, ci stiamo davvero da sempre, come ella di certo sa bene[238]”…

●Ma quella certa dilettantesca superficialità – o, forse, meglio, sicurezza di sé che, non potendosela più ormai permettere, in realtà oggi è soltanto sicumera un tantino arrogante – con cui gli americani trattano queste questioni in tante parti del mondo, viene esaltata subito dopo in India  nel corso della visita ufficiale che fa Hillary Clinton quasi a fine luglio e provoca, inevitabilmente, un pesante peggioramento nei rapporti col Pakistan che, pure, resta il principale alleato strategico degli USA nella regione.

Ma che, già “provocato” dalla serie di violazioni eclatanti della propria sovranità da parte degli USA (dalla caccia unilaterale a bin Laden, alle incursioni dei drones e ai morti all’ingrosso che provocano nel Waziristan, alle sparatorie in strada degli agenti della CIA manco che fosse l’OK Corrall) difficilmente ne sopporterà troppe altre. In questa situazione, la segretaria di Stato statunitense dichiara ufficialmente a New Delhi che il suo paese “incoraggia”, “spinge”, “desidera”  l’India ad essere più “assertive”— più decisa, più risoluta, vogliosa di far valere se stessa.

Il giorno dopo, così, il primo ministro pakistano, Yousaf Raza Gilani – che si sarebbe volentieri risparmiato di approfondire il fossato con gli americani: divaricazioni ulteriori fanno sicuramente più comodo alla governance militare del paese che al governo civile nominalmente al potere – viene praticamente costretto a dichiarare – proprio incontrando il capo delle Forze armate gen.                     Ashfaq Pervez Kayani – e a far annunciare di aver dichiarato, ufficialmente e a muso duro, che “il suo governo e tutto il popolo pakistano non accetteranno mai l’egemonia di alcun paese nella regione[239]. E pare che qualcuno, da Washington (forse proprio il nuovo capo del Pentagono, Leon Panetta), alla Clinton abbia fatto notare – ma discretamente, lui – l’assoluta inopportunità politico-strategica della sua uscita…

●In quello che si rivela come uno straordinario momento di mezza verità, la signora Clinton rende noto di aver invitato a New York per verso fine luglio un diplomatico nord coreano che copre un ruolo chiave, “strategico” dice lei, nel processo di negoziato che è stato aperto anni fa, e mai è stato formalmente chiuso, per, dice lei, cercare di “riprendere il negoziato”. Si tratta del primo vice ministro degli Esteri Kim Kye-gwan e Clinton dice di volere un incontro esploratorio per verificare “se la Corea del Nord è pronta a riconoscere i suoi obblighi” in base a precedenti accordi internazionali sul suo disarmo nucleare.

Las segretaria di Stato si riferisce al Trattato di non proliferazione che però Pyongyang ha denunciato anni fa e che non, in conseguenza, come il Trattato stesso gliene riconosce il diritto più tenuto a osservare: proprio come gli Stati Uniti hanno fatto con decine di altri Trattati internazionali cui si sono rifiutati addirittura proprio di aderire e con lo stesso seguito, la riduzione degli armamenti nucleari, cui erano tenuti dalla loro firma al TNP.

I nord coreani confermano l’invito e l’incontro e si limitano a dire, facendo da pendant inevitabile e scontato ma accolto male assai a Washington alla dichiarazione di Clinton (sembrava convinta, la signora, forse un po’ semplicisticamente, che il fatto stesso di essere disposta a vederli a New York avrebbe, come dire?, ammorbiditi i nord-coreani… rivelatore il commento che non resiste a fare con la stampa : “siamo sempre aperti a parlare coi nord-coreani, ma non siamo disponibili a premiarli sedendoci a parlare con loro semplicemente perché stanno tornano al tavolo del negoziato…”. Cioè, dovrebbero dirci prima ancora di sedersi il loro “sissignore”, poffarbacco[240]...

I nord-coreani, per parte loro, al massimo ribadiranno di essere pronti a denuclearizzare ma solo a condizione che gli Stati Uniti ritirino o allontanino definitivamente dallo spazio aereo, marittimo e territoriale delle due Coree le loro “piattaforme nucleari”: artiglieria, aerei e navi, portaerei comprese, che schierano potenzialmente contro di loro. Cioè rispondono con l’argomento che mai gli americani – così come oggi essi sono – potranno riconoscere a qualcun altro: lo status, come si direbbe in Italia con la vecchia dizione morotea, della pari dignità.

GERMANIA

●Il 28 luglio diversi rapporti sui ricavi in calo resi noti da alcune delle maggiori imprese tedesche (Siemens, Volkswagen…), insieme ai dati che mostrano la forte perdita di fiducia di consumatori e mondo degli affari europei (due punti secchi di calo, in Spagna e Italia anzitutto, ma anche tra gli esportatori tedeschi) fanno crescere timori di una frenata considerevole della crescita anche in questa che resta la più forte economia dell’Europa. Anche la BCE conferma che le richieste di credito delle imprese alle banche si indeboliscono e che il fenomeno riguarda anche, e proprio, la Germania.

●Il tasso annuo di inflazione[241] è cresciuto al 2,4% a luglio dal 2,3 dei precedenti due mesi e la cosa sembra preoccupare certo al di là del dovuto la Banca centrale, la Bundesbank, soprattutto perché ormai non ha più voce in capitolo e ancora lo rimpiange.

●In pratica, quasi solo il dato sulla disoccupazione, al 7% ufficiale, sempre tra i più contenuti d’Europa, segnalerebbe al momento una ancora discreta salute economica. Il timore è che la situazione potrebbe peggiorare rapidamente in questo campo se la domanda di auto e tecnologie industriali tedesche, i due pilastri di questa economia, si indebolissero[242].   

GRAN BRETAGNA

●La produzione aumenta solo dello 0,2% fra aprile e giugno, in ribasso dallo 0,5% del primo trimestre, certo penalizzata dalla caduta di quella industriale solo in parte dovuta al giorno extra di vacanze dovuto al matrimonio reale di aprile. Sui dodici mesi la crescita del PIL è scesa allo 0,7% dall’1,6 a fine del trimestre precedente[243].

●Il fatturato dell’industria dei servizi, qui quasi i ¾ del PIL – dimensione del tutto abnorme ma risultato di una scelta politica deliberata che, già dagli anni di Thatcher ma poi continuando tal quale in quelli di Blair, cominciò a smantellare tutto il manifatturato – è salito in aprile dello 0,8% in un anno[244].  

●Nel riflettere alla politica ufficiale di questo paese – che tra l’altro è basata sulla menzogna, va notato anche perché poi non riguarda esso soltanto – bisogna considerare che la linea di bilancio che il governo ha scelto si va basando ogni giorno di più sull’affermazione che non si possono più pagare le pensioni attuali agli insegnanti “perché il paese non se lo può più permettere mentre si può ben permettere – è la verità sempre ufficiale e sempre meno accettata però – i salvataggi delle banche private (incluse le gratifiche generosissime ai loro dirigenti e i licenziamenti per gli altri dipendenti), costose guerre neo-coloniali e sfarzosi matrimoni reali che vanno regolarmente a carico del pubblico erario.

Dice: è demagogia, questa… Perché la loro cos’è? 

GIAPPONE

●Comincia a delinearsi una qualche ripresa: la produzione, che cresce ad aprile dell’1,6%, a maggio si impenna al +5,7. Ma ci vorrà ancora parecchio per cancellare gli effetti deprimenti del cataclisma del 10 marzo che ha buttato giù, anno su anno a maggio, la produzione industriale di ben il 5,9%.

●Inoltre, il primo ministro Naoto Kan che, secondo gli impegni assunti verso la sua stessa maggioranza, dovrebbe dimettersi ormai entro qualche settimana, nella prima previsione di lungo periodo sull’impegno che ci vorrà per ripulire l’ambiente dai danni dell’incidente al reattore nucleare di Fukushima, avverte[245] adesso che “ci vorranno tre, quattro, dieci anni e forse anche interi decenni per cancellarne le conseguenze”.

E un impegno finanziario assai consistente: miliardi e miliardi di dollari, dice,

 


 

[1] ISTAT, 1.7.2011, Occupati e disoccupati nel 1° trimestre 2011 (cfr. http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_ca lendario/forzelav/20110701_00/).

[2] 1) Linkiesta, 1.7.2011, F. Goria, 47 miliardi non bastano, mercati tiepidi con l’Italia [e, certo, lo sono… ma, certo, anche ben sollecitati…] (cfr. http://www. linkiesta.it/47-mi liardi-non-bastano-mercati-tiepidi-con-l-italia#ixzz1Qszkv8Ce/); 2) S&P’s, 1.7.2011, Italy’s rating and trend La valutazione e la tendenza per l’Italia (cfr. http://www.standardandpoors. com/ratings/sovereigns/ratings-list/en/us/?subSectorCode=39&start=50&range=50/).

[3] IlFatto Quotidiano, 1.7.2011, Manovra, Standard & Poor’s: “Restano rischi” E la Consob convoca l’agenzia per chiarimenti (cfr. http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/01/manovra-standard-poors-restano-rischi-sul-debito-pro spettive-di-crescita-deboli/134420/).

[4] New York Times, 11.7.2011, L. Alderman e R. Donadio, Debt contagion threatens Italy Il contagio del debito [ma, come abbiamo visto, il testo dice che è il contagio dell’instabilità politica a pesare ancora di più] minaccia l’Italia.

*N.d.A.- I RINVII  AI LINKS DEL GUARDIAN E DEL NEW YORK TIMES NON VENGONO DATI SINGOLARMENTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[5] SEL, 12.7.11, A Gianni, Da Tremonti a Monti? Non è la soluzione per uscire dalla crisi (cfr. http://www.sinistraeco logialiberta.it/articoli/da-tremonti-a-monti-non-e-la-soluzione-per-uscire-dalla-crisi/).

[6] Guardian, 13.7.2011, J. Foot, Silvio Berlusconi may have screwed Europe – not just Italy—.

[7] Deutsche Welle, 5.7.2011, EU bailouts land in German constitutional court – Merkel: non credit for credit agencies I salvataggi UE arrivano alla Corte costituzionale tedesca – E Merkel: non date credito alle agenzie di credito (cfr. http://www. dw-world.de/dw/article/0,,15212507,00.html/).

[8] la Repubblica, 8.7.2011, R. Rozzi ,Berlusconi: nel 2013 non mi presento, il candidato premier sarà Alfano (cfr. http:// www.4minuti.it/showPage.php?template=news&id=15973&masterPage=articolo.htm/). Come al solito, poi, parziale retromarcia: non era un’intervista, ma solo un’ “amichevole conversazione” (con la Repubblica? amichevole?!?!). Insomma, c.v.d., una mezza smentita: soprattutto lo preoccupa, forse, l’attacco durissimo portato nell’intervista a Tremonti (uno che considera cretini tutti coloro che non si preoccupano come lui solo dei mercati ma anche degli elettori…; lo sopporto solo perché lo conosco da sempre…; è l’unico che al governo non fa mai gioco di squadra…) e le reazioni che, in questo momento, potrebbe rischiare – sui mercati più che in politica, certo – se quello lo dovesse mollare…

[9] New York Times, 14.7.2011, J. Werdigier, Italy Borrowing Costs Hit 3-Year High in Bond Sale— Il costo del servizio del debito italiano sale al massimo da tre anni.

[10] New York Times, 28.7.2011, D. Jolly, Italy’s Borrowing Costs Jump Balza in avanti il costo del fabbisogno sui prestiti per l’Italia .

[11] Der Spiegel,18.7.2011, di F. Ehlers, H.-J. Schlamp, A. Smoltczyk, Basta! Ciao bella! Decadenza del più Bel Paese del mondo (in traduz. di J.Padova, cfr. http://www.spazioliblab.it/?p=3033/).

[12] New York Times, 1.7.2011, Strauss-Kahn is released as case teeters Mentre traballa il caso contro di lui, Strauss-Kahn è rilasciato

[13] Ltr. dell’Ufficio del procuratore Vance, firmata dai suoi due vice come per imposizione di legge, agli avvocati dell’imputato e p.c. al giudice del tribunale, 30.6.2011, cfr. http://www.nytimes.com/interactive/2011/07/01/nyregion/ 20110701-Strauss-Kahn-letter.html?ref=nyregion/).

[14] Lagarde, appena nominata, si è affrettata a riconoscere un posto importante decisionale nel suo staff alla Cina, nominando a vice direttore generale il giovane vice governatore della sua Banca centrale, Zhu Min, il primo cittadino  cinese che abbia mai operato a quei livelli in un’istanza finanziaria internazionale tanto importante (The Economist, 16.7.2011).

[15] Wall Street Journal, 7.7.2011, Brazil: Currency War Due To Developed Nations' Slow Growth— La guerra tra le monete, dice il Brasile, si andrà scatenando per colpa della crescita lenta dei grandi paesi sviluppati (cfr. http://online.wsj.com/ article/BT-CO-20110707-712215.html/).

[16] Al Jazeera, 9,7.2011, South Sudan celebrates ‘new beginning’ Il Sud Sudan celebra il suo ‘nuovo inizio’ (cfr. http://aljaz eera.com/news/africa/2011/07/20117972241183461.html/).

[17] Beaver County Times (Philadelphia), 26.7.2011, S. Sudan: north’s new currency is ‘economic war’ Sud Sudan: la nuova valuta del Nord è ‘guerra economica’ (cfr. http://www.timesonline.com/news/world/africa/s-sudan-north-s-new-currency-is-econo mic-war/article_709dcf4a-d2cc-5e7e-934e-f17fce17ad37.html/).

[18] A. Huxley, Il mondo nuovo, 1932, Oscar Mondadori, 1991.

[19] A. Huxley, 20.3.1962, conferenza, L’ultima rivoluzione, svolta al Centro per lo studio del linguaggio, università di Berkeley, California (cfr. http:// www.informationclearinghouse.info/article24712.htm/).

[20] Council on Foreign Relations, 8.3.2011, R. N. Haass, How to Read the Second Arab Awakening Come leggere il secondo risveglio arabo [il primo è stato quello intorno agli anni 35-40 del secolo scorso, contro gli occidentali; il secondo sarebbe questo, contro i loro satrapi locali… ma non solo](cfr. http://i.cfr.org/middle-east/read-second-arab-awakening/p24326/).

[21] New York Times, 30.6.2011, D. Rohde, Western Funds Are Said to Have Managed Libyan Money Poorly I fondi di investimento occidentali avrebbero gestito in maniera pessima i soldi libici.

[22] 1) New York Times, 2.6.2011, Agenzia Associated Press (A.P.), AU Members Agree to Disregard ICC Gadhafi Warrant I paesi membri dell’Organizzazione dell’unità africana concordano di non tener conto dell’ordine della Corte internazionale criminale contro Gheddafi; 2) Al Jazeera English, 30.6.2011, R. Falk – illustre esperto statunitense e professore di diritto internazionale all’università di Princeton – Doubts surround Gaddafi arrest warrants I mandati di arresto contro Gheddafi circondati da dubbi (cfr. http://english.aljazeera.net/indepth/opinion/2011/06/20116287132175572. html/).

[23] The Economist, 16.7.2011.

[24]Anche se Human Rights Watch, la rispettatissima e moderata istituzione statunitense e internazionale che analizza il rispetto dei diritti umani nel mondo, avanza in un suo documento del 19.4.scorso, con convinzione e documentazione, l’osservazione che Gaddafi was not deliberately killing civilians— Gheddfai non stava deliberatamente uccidendo i civili del suo paese (cfr. http://www.youtube.com/watch?v=j02uvYMKbh4&feature=player_embedded/).

[25] Dati ufficiali al 30.6.2011 del Comando delle operazioni alleate NATO in Libia, 3.7.2011 (cfr. http://www.aco.nato. int/page424201235.aspx/).

[26] Sostenendo il punto di vista della Casa Bianca – questa non è una guerra anche se ci è costata già più di 700 milioni di $ e se continua fino a settembre ce ne costerà più di mille… – il  vecchio guerriero freddo e già Consigliere per la sicurezza nazionale con Carter, Zbignew Brzezinski, ha scritto che “l’obiettivo che hanno USA e NATO è quello di vincere il più rapidamente possibile, se ci riusciamo di indurre la leadership libica a ribellarsi a Gheddafi… e, in  ogni caso, nel processo di affermare il nostro dominio…(cfr. http://www.newsmax.com/InsideCover/Brzezinski-Libya-inter vention-MorningJoe/2011/03/24/id/390587/).

   Il concetto stesso, la dottrina come si dice ma ormai anche la pratica, della guerra moderna sta cambiando in progress, ma anche in fretta, negli istituti specializzati che la studiano e la preparano, soprattutto in America. Domina l’hi-tech, scompare la distinzione fra agenzie di intelligence e militari, vengono ignorati diritto internazionale e sovranità degli Stati…”: ne parliamo proprio questo mese su Eguaglianza e Libertà, 12.7.2011, A. Gennari, Guerra, la svolta di zio Sam (cfr. http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1380/).

[27] Guardian, 6.7.2011, D. Kucinich, The US must end its illegal war in Libya now Gli USA devono mettere subito  fine alla loro guerra illegittima contro la Libia.

[28] New York Times, 12.7.2011, J. Chivers, Libyan Rebels Accused of Pillage and Beatings I ribelli libici sotto accusa per saccheggi e bastonature di civili [e anche peggio, specifica Human Rights Watch che li accusa…].

[29] 1) Guardian, 28.7.2011, (A.P.), Libyan rebel forces leader shot dead Ammazzato leader delle forze libiche ribelli; 2) New York Times, 28.7.2011, D. D. Kirkpatrick, Death of Rebel Leader Stirs Fears of Tribal Conflict— La morte del leader ribelle fomenta paure di conflitti tribali.

[30] Reuters, 10.7.2011, France tells Libya rebels to seek peace with Gaddafi— La Francia dice ora ai ribelli libici di metersi a cercare la apce con Gheddafi [ma l’America dice di no…] (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/07/10/us-libya-idUSTRE7270JP20110710/).

[31] Al Jazeera, 11.7. 2011, Gaddafi regime 'in talks with France' Il regime di Gheddafi “sta trattando [direttamente] con la Francia [Saif al-Islam Gheddahi] (cfr. http://english.aljazeera.net/news/africa/2011/07/20117110841896881.html/).

[32] Agenzia ASCA-AFP, 12.7.2011, Libia: primo ministro apre a negoziati senza Gheddafi  (cfr. http://www.asca.it/news -LIBIA__PRIMO_MINISTRO_APRE_A_NEGOZIATI_SENZA_GHEDDAFI-1033823-ATT-.html/).

[33] Feb17th Movement, 25.7.2011 09:19 p.m., Rebels launch and cancel offer to Gaddafi within hours… I ribelli lanciano e cancellano un’offerta a Gheddafi a poche e di distanza… (cfr. http://feb17.info/news/live-libyan-unrest-july-25-2011/) 

[34] Feb17th Movement, 25.7.2011 09:10 p.m., Top US military officer says it is stalemate L’ufficiale al massimo della gerarchia militare USA dice che è stallo  (cfr. http://feb17.info/news/live-libyan-unrest-july-25-2011/).

[35] Briefing della portavoce del dipartimento di Stato, Victoria Nuland, 12.7.2011 (testo in cfr. http://www.state.gov/r/pa/ prs/dpb/2011/07/168137.htm/).

[36] Cfr qui sopra Nota27.

[37] Briefing del portavoce del dipartimento di Stato, Mark C. Toner, 18.7.2011 (testo in cfr. http://www.state.gov/r/pa/ prs/ps/2011/07/1868495.htm/).

[38] White House, 20.7.2011, Dichiarazione in conferenza stampa del portavoce Jay Carney (cfr. http://www.whitehouse. gov/the-press-office/2011/07/20/press-briefing-press-secretary-jay-carney-7202011/).

[39] ITAR-Tass, 7.7.2011, No settlement in Libya shortly - Lavrov—  Nessuna soluzione a breve per la Libia – Lavrov (cfr.  http://www.itar-tass.com/en/c154/181008.html/).

[40] Reuters, 8.7.2011, L. Chicki, Italy's Berlusconi exposes NATO rifts over Libya L’italiano Berlusconi svela le fratture della NATO sulla Libia [“un’ammissione che ha messo in luce tutta la fragilità dell’alleanza”] (cfr. http://in.reuters.com/article/ 2011/07/07/ idINIndia-58137220110707/). 

[41] Briefing di un (peraltro anonimo) alto esponente del dipartimento di Stato a Istanbul, dopo la sessione del Gruppo di contatto sulla Libia, 15.7.2011 (cfr. http://www.state.gov/r/pa/prs/ps/2011/07/168662.htm/). 

[42] Guardian, 18.7.2011, Reuters, Russia criticizes US for recognizing Libyan rebel government La Russia critica gli USA per il riconoscimento del governo ribelle di Libia.

[43] Xinhua, 21.7.2011, Chinese, South African presidents exchange views on bilateral ties I presidenti cinese e sudafricano scambiano punti di vista sui rapporti bilaterali [ma, soprattutto, sulla Libia] (cfr. http://news.xinhuanet.com/english 2010/china/2011-07/21/c_131000830.htm/).

[44] Asharq al-Awsat, 26.7.2011, K. Mahmoud, UN envoy to Libya proposes peace iniziative L’inviato dell’ONU in Libia propone la sua iniziativa di pace (cfr. http://www.asharq-e.com/news.asp?section=1&id=26028/).

[45] Dipartimento di Stato, 27.7.2011, Dichiarazione in conferenza stampa del portavoce Mark C. Toner (cfr. http://www. state.gov/r/pa/prs/dpb/2011/07/169177.htm/).

[46] The Independent, 27.7.2011, K. Sengupta, Libyan rebels have conceded ground since bombing began I ribelli libici hanno ceduto terreno dall’inizio dei bombardamenti [NATO] (cfr. http://www.independent.co.uk/news/world/africa/libyan-rebels-have-conceded-ground-since-bombing-began-2326524.html/).

[47] The Telegraph, 27.7.2011, We are edging towards partition Stiamo andando verso la partizione (cfr. http://www. telegraph.co.uk/comment/telegraph-view/8666184/We-are-edging-towards-the-partition-of-Libya..html/).

[48] Cfr. Nota25, qui sopra.

[49] The Independent, 24.6.2011, P. Cockburn, Amnesty questions claim that Gaddafi ordered rape as weapon of warAmnesty mette in dubbio che Gheddafi abbia ordinato di usare lo stupro coma arma di guerra (cfr. http://www.independent.co. uk/news/world/africa/amnesty-questions-claim-that-gaddafi-ordered-rape-as-weapon-of-war-2302037.html/).

[50] Cfr. Nota congiunturale 7-2011, in Nota169.

[51] YNet (Tel Aviv), 5.7.2011, MI chief sees hope for Assad yet Il capo dello spionaggio militare vede ancora speranze per Assad (cfr. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4091310,00.html/).

[52] New York Times, 10.7.2011, (A.P.), Syrian V.P. calls for transition to democracy Il VP siriano chiede una transizione alla democrazia.

[53] Arab News.com, 25.7.2011, Reuters, Syria protests to intensify during Ramadan-activists Attivisti dicono che durante il Ramadan le proteste si intensificheranno (cfr. http://arabnews.com/middleeast/article477855.ece/).  

[54] Dichiarazioni della segretaria di Stato Hillary R. Clinton nell’incontro con l’Alta rappresentante dell’UE Lady Catherine Ashton, 11.7.2011 (cfr. http://www.state.gov/secretary/rm/2011/07/168027.htm/). Intrigante notare che, avendo manifestato solidarietà all’ambasciatore americano Ford, e a quello francese a Damasco, le cui residenze erano state “attaccate”, la Ashton – perfino una novellina in diplomazia come la Ashton – si sia ben guardata nella dichiarazione sua, seguita a quella della Clinton, di rivolgersi ad Assad con toni simili…

[55] Expatica.com, 13.7.2011, France slams Russia, China block on UN Syria vote La Francia attacca Russia e Cina  per aver bloccato il voto all’ONU contro la Siria (cfr. http://www.expatica.com/fr/news/french-news/france-slams-russia-china-block-on-un-syria-vote_162838.html/).

[56] NOW Lebanon, 15.7.2011, Iran (and Iraq) ready to aid Syria financially, Reuters reports L’Iran (e l’Iraq) pronti ad aiutare finanziariamente la Siria (cfr. http://www.nowlebanon.com/NewsArticleDetails.aspx?ID=291738/).

[57] Al Masri al Youm, 17.7.2011, A. al-Aswany, What is holding the military council back? Ma cosa frena il Consiglio militare? (cfr. http://alaaalaswany.maktoobblog.com/1621433/what-is-holding-the-military-council-back/: è il blog dell’A. dove lui sintetizza più o meno così il suo pensiero: che la ragione per cui anche i militari meglio intenzionati poi frenano è che i loro interessi non coincidono, in realtà, con quelli della rivoluzione. Anzi…).

[58] Miami Herald, 16.7.2011, S. el-Deeb, Senior Egyptian military official heckled Alto ufficiale egiziano fischiato in piazza (cfr. http://www.miamiherald.com/2011/07/16/2317214/senior-egyptian-military-official.html/).

[59] Al Arabiya News, 5.7.2011, E. el-Shenawi, UAE gives $3 billion aid package to Egypt— Gli EAU danno un pacchetto di 3 miliardi di $ di aiuti all’Egitto (cfr. http://english.alarabiya.net/articles/2011/07/05/156193.html/).

[60] Africa Security Issues, 7.7.2011, Egypt to sack hundreds of police officers L’Egitto licenzierà in tronco centinaia di funzionari della polizia (cfr. http://www.bcafrica.co.uk/blog/africa-security-issues-7-july/).

[61] Reuters-Africa, 13.7.2011, Egypt says senior officers to quit police L’Egitto annuncia ufficialmente che alti esponenti della polizia se ne andranno (cfr. http://af.reuters.com/article/topNews/idAFJOE76C0FP20110713/).

[62] YNet, 7.7.2011, Egypt cabinet approves draft parliamentary vote laws Il gabinetto egiziano approva una bozza di legge per le elezioni parlamentari (cfr. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4092274,00.html/).

[63] Jerusalem Post, 13.7.2011, O. Kessler, Egypt might postpone elections until November— L’Egitto potrebbe posporre [e pospone] le elezioni fino a novembre (cfr. http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=229238&R=R3/).

[64] Guardian, 17.7.2011, J, Shenker, Egypt's prime minister reshuffles cabinet in response to protests— Il primo ministro egiziano rimescola il Gabinetto in risposta alle proteste.

[65] Atlanta Journal Constitution, 17.7.2011, S. el-Deeb, Egypt PM names new ministers in face of protests Di fronte alle proteste di massa, il primo ministro egiziano nomina nuovi ministri (cfr. http://www.ajc.com/news/nation-world/egypt-pm-na mes-new-1021995.html/).

[66] New York Times, 19.7.2011, D. D. Kirkpatrick, Military Is Left Out of Draft for Egyptian Rule I militari estromessi dalla legge fondamentale egiziana [ma non è proprio così, abbiamo visto…].

[67] U.S. Defense Industry Daily, 6.7.2011, Egypt Orders More M1A1 Tank Kits L’Egitto ordina altri kit di equipaggiamento per i suoi carri armati americani M1A1 (cfr. http://www.defenseindustrydaily.com/egypt-847m-request-for-125-m1a1-tanks-03684/).

[68] Cfr., più avanti, Nota82.

[69] New York Times, 22.7.2011, D. D. Kirkpatrick, Doubts grow in Egypt about trial for Mubarak I dubbi [ma soprattutto quelli dei militari che a interim sono al potere] crescono in Egitto sul processo a Mubarak.  

[70] New York Times, 23.7.2011, D. D. Kirkpatrick, March Against Egypt’s Military Collapses Into Violence— Una marcia contro i militari egiziani sprofonda nella violenza.

[71] Agence Maghreb Arabe Presse, 2.7.2011, 98,50 des votants ont dit Oui au projet de nouvelle constitution (min. Int. Cherqaoui) Il 98,50% dei votanti dicono sì al progetto di nuova costituzione (ministro degli Interni Cherqaoui) (cfr. http:// www.map.ma/mapfr/resultats-fr.pdf/).

[72] New York Times, 3.7.2011, (A.P.), Morocco Protesters Seek More Reform Chi protesta ancora in Marocco vuole ancora riforme.

[73] New York Times, 16.7.2011, H. Redissi, The Revolution is Not Over Yet La rivoluzione non è ancora finita.

[74] A. de Tocqueville: “Per le istituzioni democratiche, ho un gusto della mente. Ma per istinto, io sono aristocratico: disprezzo la folla, cioè, perché la temo. Amo libertà e rispetto dei diritti: ma la democrazia no, non la amo. Odio l’azione disordinata delle masse, il loro intervento poco lungimirante nello sviluppo delle cose, le passioni e le invidie delle classi basse. Odio l’uguaglianza. La verità è che amo appassionatamente solo la libertà”... Evidentemente, è chiaro, la sua di libertà innanzitutto, o soltanto (Il mio istinto e le mie opinioni, appunti “non per pubblicazione”; in italiano, in Scritti, note e discorsi politici 1839-1852, Bollati Boringhieri, Torino, 1994).

[75] Manama News, 3.2.2011, Bahrain reconciliation talks start; and police disperse protest I colloqui di riconciliazione cominciano in Bahrain; e la polizia disperde la protesta (cfr. http://www.einnews.com/bahrain/newsfeed-manama/). 

[76] Kuwait News Agency (KUNA), 11.7.2011, GCC condemns Iranian FM’s remarks over Bahrain IL CCG condanna le dichiarazioni del  ministro degli Esteri iraniano sul Bahrain (cfr. http://www.kuna.net.kw/NewsAgencyPublicSite/ArticleDeta ils.aspx?id=2179613&Language=en/).

[77] 1) Al Arabiya News, 16.7.2011, M. Ghobari, Yemen protesters set up transitional Council I ribelli yemeniti costituiscono un Consiglio di transizione (cfr. http://english.alarabiya.net/articles/2011/07/16/157926.html/); 2) New York Times, 17.7.2011, L. Kasinof, Yemenis Organize Shadow Government Gli yemeniti organizzano un governo ombra.

[78] Frankfurter Allgemeine Zeitung, 20.7.2011, R. Hermann, Salih offenbar zu Rücktritt bereit— Saleh apparentemente pronto a ritirarsi (cfr. http://www.faz.net/artikel/C32315/berlin-vermittelt-im-jemen-salih-offenbar-zu-ruecktritt-bereit-30469337.html/)

[79] New York Times, 20.7.2011, R. F. Worth, Yemen on the Brink of Hell Lo Yemen sull’orlo dell’inferno.

[80] 1) Nightwatch, 30.6.2011, Lebanon and the UN special tribunal on the assassination of prime minister Hariri— cfr. http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_11000136.aspx/); 2) Testo dell’accusa trasmesso al governo del Libano, 30.6.2011, Acte d’accusation présenté aux autorités libanaises (cfr. http://www.stl-tsl.org/sid/276/)

[81] Reuters, 10.7.2011, M. Karouni, Interpol issues warrants for Hariri killing suspects L’Interpol emette ordini di arresto per I sospetti dell’omicidio di Hariri (cfr. http://ca.reuters.com/article/topNews/idCATRE7692LB20110710/).

[82] TradeArabia, 4.7.2011, Reuters, Saudi buys 44 German Leopard tanks— I sauditi comprano 44 carri armati Leopard tedeschi (cfr. http://www.tradearabia.com/news/DEF_201430.html/).

[83] New York Times, 6.7.2011, N. Kulish, German Leader Criticized After Report of Secret Tank Deal La cancelliera tedesca criticata dopo la notizia dell’accordo segreto sulla vendita di carri armati [moderni tedeschi all’Arabia saudita].

[84] ITWHW, 13.7.2011, China’s first half of  2011 GDP grew 9.6% CPI increase of 5.4% La Cina nella prima metà del 2011 vede crescere il PIL del 9,6% e l’inflazione del 5,4 (cfr. http://www.ytwhw.com/2011/0713/China-first-half-GDP-2011-grew-9.6-CPI-increase-of-5.4-.html/).  

[85] The Economist, 16.7.2011.

[86] New York Times, 6.7.2011, B. Wassener, China raises interest rates La Cina alza i tassi di interesse.

[87] SinoDaily, 5.7.2011, A.F.P., China's export restrictions on raw materials illegal: WTO Le restrizioni cinesi alle esportazioni di materie prime sono illegali: dice l’OMC (cfr. http://www.sinodaily.com/afp/110705150526.1erph8zg.html/).

[88] China Daily, 22.7.2011, Ding Qinfeng, Surplus likely to widen in coming months— L’attivo probabilmente aumenterà nei prossimi mesi [che, però, non sembra la notizia più importante in questo dispaccio…] (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/usa/ business/2011-07/22/content_12956992.htm/).

[89] Financial Times,16.7.2011, K. Hille, Obama-Dalai Lama meeting angers China— L’incontro Obama- Dalai Lama fa arrabbiare la Cina (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/fd62ee72-b024-11e0-8a87-00144feab49a.html#axzz1SNDMWie3/).

[90] The Economist, 23.7.2011.

[91] Cfr. qui sotto Nota195 e 196.

[92] New York Times, 18.7.2011, D. Barboza, China’s Treasury Holdings Make U.S. Woes Its Own Il possesso dei titoli del Tesoro americano fa dei guai degli USA anche quelli della Cina.

[93] Kyodo News, 20.7.2011, ASEAN, China OK guidelines on activities in S. China Sea ASEAN, la Cina concorda linee guida sulle attività nel mar Cinese meridionale (cfr. http://english.kyodonews.jp/news/aseanarf_fully_accessible/).

[94] Infoseek China, 23.7.2011, Agenzia Bloomberg, Clinton: S. China Sea Spats Threaten Asia Peace Clinton: le dispute sul mar Cinese meridionale minacciano la pace in Asia (cfr. http://infoseekchina.blogspot.com/).

[95] Washington Post, 21.7.2011, W. Wan, Clinton promises decision on F-16 sales to Taiwan Clinton promette una decisione sulle vendite di F-16 a Taiwan (cfr. http://www.washingtonpost.com/blogs/checkpoint-washington/post/clinton-promises-decision-on-f-16-sales/2011/07/21/gIQAj2zTSI_blog.html/).  

[96] History.com, 30.7.2011, Chinese military wants more aircraft carriers— I militari cinesi vogliono altre portaerei (cfr. http ://community.history.com/reply/50506 1/t/Chinese-Military-Wants-More-Aircraft-Carriers.html/).

[97] The Economist, 9.7.2011.

[98] The Economist, 23.7.2011.

[99] The Economist, 30.7.2011.

[100] El Universal (Caracas), 10.7.2011, Venezuela-China a formar joint ventures, dice Chávez Chávez annuncia che Venezuela e Cina formeranno joint ventures (cfr. http://www.eluniversal.com/resultado.shtml?cx=0002993345375433047 68%3Aajd-bshwhpo&cof=FORID%3A9&ie=ISO-885915&q=china+chavez+joint+venture+11+de+julio%2C+ 2011&sa.x=17&sa.y=5#187/).

[101] Al Jazeera, 17.7.2011, Chavez delegates some powers to vice-president Chavez delega alcuni suoi poteri al vice-presidente (cfr. http://english.aljazeera.net/news/americas/2011/07/2011716181836291808.html/).

[102] The Economist, 23.7.2011.

[103] The Economist, 16.7.2011.

[104]2083: una dichiarazione di indipendenza dell’Europa” è il titolo del manifesto violentemente anti-islamico scritto in inglese, messo in rete poche ore prima della strage e firmato dal suo autore, Anders Behring Breivik, col suo nome translitterato – è la natura stessa di Internet a imporlo… – in inglese, Andrew Berwick, e che dichiarando “la guerra santa” a chi “sta distruggendo la civilizzazione europea” identifica il nemico con “liberalismo, relativismo e multiculturalismo, cioè – al massimo della confusione di idee – con il marxismo culturale”.

   Del quale sembra imputare qualche responsabilità anche a Giovanni Paolo II, per certi suoi “cedimenti” a valori di fondo anche del marxismo che lui sembra condividere – come l’aspirazione all’uguaglianza – ma dei quali sembra “assolvere” Ratzinger che del multiculturalismo – e del relativismo – ha sempre parlato come di un nemico del cristianesimo…

   E spiega…, spiega…, spiega, cioè va cianciando per la bellezza di 1.516 pagine, 777.724 parole che non abbiamo avuto lo stomaco di percorrere tutte se non per arrivare – col cerca-trova – a capire, a p. 518, il mistero di quel 2083: è “la data che vedrà sicuramente caduti di fronte all’ondata islamica i regimi multiculturalisti ma in realtà culturalmente marxisti dell’Europa occidentale” (p. 818), però segnerà anche l’inizio della riscossa con la crociata che eliminerà o deporterà tutti gli islamici, nati o non qui, dall’Europa e da Gaza e dalla Cisgiordania…

   E’ il nuovo fenomeno per cui spesso il razzismo e la reazione più nera e atroce di casa nostra strizzano l’occhio al sionismo prepotente, esso stesso antisemita e razzista, dell’’Israele di estrema destra di oggi.

   Breivick cita largamente, e quasi religiosamente, già accennavamo, Oriana Fallaci e le sue ultime opere antislamiche con tanto di riproduzione di simboli e motti più o meno autentici della saga dei cavalieri templari e delle sacre crociate – appunto, il Deus vult –: l’ha letta scrupolosamente in traduzione inglese – la nuova pulzella non più di Orleans ma di Firenze, non santa Giovanna d’Arco ma santa Oriana: come fonte proprio di ispirazione.

   Senza arrivare a dire “post hoc, ergo propter hoc”, ci siamo davvero vicini… (cfr., per il documento integrale in inglese, http://www. docstoc.com/docs/86567544/2083-AEuropeanDeclarationofIndependence/).

[105] Nanopress, 27.7.2011, “Le idee di Breivik sono a difesa della civiltà occidentale[v. il sito identificato nella didascalia della foto].

[106] Il consulente speciale del presidente del Consiglio Berlusconi per la geopolitica, tal Marco Giaconi, che disgraziatamente dirige anche il Centro militare di studi strategici – e forse proprio a questo titolo è consulente del desso – ha subito detto a Il Mattino, 23.7.2011, intervista “Primo biglietto da visita del nuovo bin Laden” (cfr. http://www.ilmattino.it/ricerca.php/) per lo meno incautamente e, peggio, irresponsabilmente e visceralmente che la colpa era di al-Qaeda… Anzi, ha spiegato, la strage di Oslo è “un chiaro segnale politico dell’organizzazione dove ora al potere c’è Al Zahawiri”: insomma, peggio adesso che con bin Laden…

   Come qualcuno ha ben commentato “ma in che mani siamo finiti”… Del resto, va anche detto però che informatori di ben altro calibro s’erano da subito buttati senza neanche riflettere, sulla base dei propri “pregiudizi” e nient’altro, come poi s’è visto sulla pista islamica come indiscussa: tipo Enrico Mentana, per dire, il direttore del pur giustamente più valutato TG7, il 22 sera (cfr. http://www.notizie.me/edizione-delle-ore-20-00-del-22072011/).

[107] 1) Glenn Beck, alla sua rubrica radio nazionale, 26.7.2011 (video Free 26/7 Streaming Audio,  cfr. http://www.glenn beck.com/2011/07/26/glenn-responds-to-al-jazeera/); e 2), citato in New York Times, 28.7.2011, T. Egan, A Madman and His Manifesto Un pazzo e il suo manifesto [dove forse più pazzo ancora di Breivik è questo Beck, o anche lo stesso Borghezio citato pure lui per esteso: ad avvertire che non si può sottovalutare che questi pazzi furiosi non sono poi  affatto soli… Richiama, documentandola, la stessa realtà, sempre il NYT, stesso giorno, articolo di J. Gaarder e T. Hylland Eriksen, A Blogosphere of Bigots Una blogosfera di bigotti: sempre con nomi, cognomi e indirizzi, soprattutto Internet].  

[108] New York Times, 23.7.2011, S. Erlanger e S. Shane, Oslo Suspect Wrote of Fear of Islam and Plan for War A Oslo, il sospettato scriveva di paura dell’Islam e di piani di guerra.

[109] EUROSTAT, 1.7.2011, #100/2011, Taxation trends in the European Union: down to 38.4% in 2009— Tendenze dell’imposizione fiscale nella UE: già al 38,4% nel 2009 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-01072011-BP/EN/2-01072011-BP-EN.PDF/).

[110] EUROSTAT, 1.7.2011, # 99/2011, Euro area unemployment rate at 9.9% EU27 at 9.3% Il tasso di disoccupazione nell’Eurona al 9,9% e nella UE a 27 al 9,3 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-01072011-AP/EN/3-01072011-AP-EN.PDF/).

[111] EUROSTAT, 5.7.2011, # 102/2011, Volume of retail trade down by 1.1% in both euro area and EU27 Il volume del commercio al dettaglio cala dell’1,1% sia nell’eurozona che nella UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_ PU BLIC/4-05072011-AP/EN/4-05072011-AP-EN.PDF/).

[112] 1) Guardian, 7.7.2011, J. Kollewe, ECB raises interest rates despite debt crisis La BCE alza i tassi di sconto malgrado la crisi del debito; 2) BCE, 7.7.2011, Dichiarazione introduttiva del presidente J.-C. Trichet (cfr. http://www.ecb.int/press/ pressconf/2011/html/is110707.en.html/).

[113] Un’idea che vale la pena di approfondire: in Guardian, 12.7.2011, A. Watt (è capo economista dell’Istituto sindacale europeo, presso la Confederazione europea dei sindacati) As Italy wobbles, Europe needs a bold new debt-crisis strategy Con l’Italia che barcolla, l’Europa ha bisogno di una nuova audace strategia contro la crisi del debito.

[114] New York Times, 11.7.2011, G. Brown, Europe’s Real Problems I problemi reali dell’Europa.

[115] Financial Times, 3.7.2011, G. Amato e G. Verhofstadt, A plan to save the euro and curb speculators (cfr. http://www. ft.com/intl/cms/s/0/c6c3d0c-a59c-11e0-83b2-00144feabdc0.html#axzz1SewNSNxs/); e in italiano, sul Corriere della Sera, 4.7.2011.

[116] Irish Times, 15.7.2011, Germany ‘still opposed’  to euro bond La Germania ‘resta contraria’ agli eurobond (cfr. http://www.irishtimes.com/newspaper/breaking/2011/0715/breaking44.html/).

[117] New York Times, 19.7.2011, S. Erlanger e R. Donadio, Beyond Greece, Europe Fears Financial Contagion in Italy and Spain Oltre alla Grecia, l’Europa teme il contagio finanziario per Italia e Spagna.

[118] Nella versione che della notizia dà la Deutsche Presse-Agentur, almeno:  cfr. Stratfor, 21.7.2011, Greece: Eurozone Leaders Settle On 109 Billion Euro Bailout I capi dell’eurozona si accordano su un salvataggio da 109 miliardi di € (cfr. http

://www.stratfor.com/sitrep/20110721-greece-eurozone-leaders-settle-109-billion-euro-bailout/).

[119] New York Times, 24.7.2011, L. Thomas Jr., Europe’s Troubled Economies Join the Rescue Team Le economie europee dei paesi che sono nei guai entrano a far parte della squadra di salvataggio.

[120] Reuters, 21.7.2011, L. Baker e J. Toyer, Europe agrees sweeping new action on debt crisis— L’Europa concorda una nuova azione di portata vasta sulla crisi del debito (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/07/21/us-eurozone-idUSTRE76I5X620110721?feedType=RSS&feedName=topNews&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&u

Tm_campaign=Feed%3A+reuters%2FtopNews+%28News+%2F+US+%2F+Top+News%29/).

[121] New York Times, 22.7.2011, N. Kitsantonis e M. Saltmarsh, Early Signs Show Positive Reaction to Greek Deal I primi segnali mostrano reazioni positive [dei governi… non della gente e, ancora, non tanto degli stessi mercati] all’accordo sulla Grecia.

[122] New York Times, 25.7.2011, D. Jolly, Moody’s Downgrades Greece Further La Moodys svaluta ancora la Grecia.

[123] New York Times, 21.7.2011, F. Norris, Europe Must Choose A Currency Union or a Financial Union— L’Europa deve scegliere tra l’unione monetaria o un’unione economico-finanziaria [dicevamo del titolo assolutamente fasullo, tanto da non poter essere spiegabile altro che con la malafede totale, o la totale ignoranza in materia, del titolista, o della linea editoriale del giornale.

     Perché il testo sostiene, in realtà proprio il contrario: non dice “o la moneta… o un bilancio unico”; dice invece – e l’articolista dimostra di aver capito il nodo vero che, del resto, l’UE si trascina dietro da sempre – che l’Europa, per tenersi la moneta unica, deve dotarsi finalmente di una sola politica di bilancio e di un’economia più integrata…: come recita chiarissimamente la frase che vi abbiamo, qui, integralmente citata].

[124] New York Times, 22.7.2011, J. Ewing, E.C.B. May Be Winner in Debt Talks Nel negoziato sul debito a vincere potrebbe essere la BCE.

[125] New York Times, 25.7.2011, J. Ewing, Propping Up Banks, as Well as Greece— Sostenere la Grecia, sì, ma anche [e molto di più] le banche.

[126] The Economist, 23.7.2011.

[127] 1) New York Times, 15.7.2011, J. Werdigier e J. Ewing, After Test Results, European Banks Are Urged to Bolster Reserves Dopo i risultati dei test, le banche europee sotto pressione perché incrementino le reserve; 2) European Banking Authority, 15.7.2011, 2011 EU-Wide Stress Testing Exercise Esercizio di stress testing su tutte le banche europee della UE: tutti i risultati in dettaglio (cfr. http://stress-test.eba.europa.eu/stresstest_final.htm/).  

[128] 1) Reuters, 7.7.2011, S. Suoninen, ECB signals more rate rises to come, helps Portugal— La BCE, nel segnalare altri possibili aumenti dei tassi, aiuta il Portogallo (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/07/07/us-ecb-rates-idUSTRE76 601820110707/); 2) cfr. Nota 2) , subito sopra (Dichiarazione…).

[129] Financial Times, 1.7.2011, R . Milne, Investors doubt Greek peace will last Gli investitori dubitano [e se non dubitano questi qui li farebbero certo dubitare…] che in Grecia durerà a lungo la tranquillità (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/1aad33 1a-a3fb-11e0-8b4f-00144feabdc0.html#axzz1RG8MCFaQ/).

[130] The Economist, 9.7.2011.

[131] New York Times, 29.7.2011, R. Minder, Spain Calls Snap Elections In Spagna convocate le elezioni anticipate.

[132] New York Times, 29.7.2011, J. Werdigier, Moody’s Puts Spain’s Debt on Review— Moody’s mette la Spagna in stato di riconsiderazione del debito.

[133] New York Times, 1.7.2011, (A.P.), Eurozone Ministers to Sign Off on Loan Installment for Greece I ministri dell’eurozona stoppano le rate del salvataggio per la Grecia

[134] Reuters, 5.7.2011, Finland demands bailout guarantees, bank participation— La Finlandia chiede garanzie per il salvataggio e la partecipazione delle banche private (cfr. http://in.reuters.com/article/2011/07/05/finland-finmin-idINLDE7 6402S20110705/),

[135] Guardian, 6.7.2011, H. Stewart, Eurozone split over new Greece bailout Spaccatura nell’eurozona sul nuovo salvataggio della Grecia.

[136]Eurobusiness, 5.7.2011, Belgian socialist president vows to break deadlock Il presidente del PS belga vuole rompere lo stallo (cfr. http://www.euronews.net/2011/07/05/belgian-president-presents-reforms-to-break-political-deadlock/).

[137] EurActiv, 7.7.2011, Belgium descends into new caos Il Belgio affonda ancor più nel caos (cfr. http://www.euractiv. com/en/elections/belgium-descends-new-chaos-news-506387/).

[138] Stratfor, 8.7.2011, Belgium: 8th Effort To End Political Crisis Fails Belgio: fallisce l’8° tentativo di metter fine alla crisi politica (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110708-belgium-8theffort-end-political-crisis-fails/).

[139] 1) The Economist, 23.7.2011; 2) Lettera43, 22.7.2011, M. Todarello, Irlanda, macchia vaticana - Il premier denuncia il silenzio sulla pedofilia (cfr. http://www.lettera43.it/attualita/21595/irlanda-macchia-vaticana.htm/).

[140] New York Times, 25.7.2011, R. Donadio, Vatican Recalls Ambassador to Ireland Over Abuse Report Il Vaticano richiama l’ambasciatore in Irlanda sulla questione del rapporto sugli abusi sessuali.

[141] Non è stata ancora né “ritirata” né radicalmente “corretta” e da allora è ufficialmente in vigore la lettera che raccomanda, anzi impone, ai “vescovi di tutta la chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati” la massima discrezione “circa i delitti più gravi riservati alla medesima congregazione per la dottrina della fede”: tipo, appunto, la pedofilia che certo il papa ha condannato come  un “crimine odioso da combattere” ma ha raccomandato di sottacere e non denunciare alla polizia fino a che sia possibile.

   E’ possibile consultare tutti i testi ufficiali sulla questione nel sito della Santa Sede, cfr. http://www.vatican.va/phome _it.htm/ dove un intero blocco di documenti viene pubblicato sotto il titolo globale di Abuso sui minori: la risposta della Chiesa— che è già un titolo assolutamente infelice, a dire il vero… e cerca di “spiegare” il perché della reticenza o, se volete, della riservatezza ufficiale senza riuscire a spiegare niente.

[142] EUBusiness, 30.6.2011, Croatia wraps up tough talks to join EU in 2013 La Croazia conclude [ma forse il verbo qui è un tantino ottimista…] un duro negoziato per affiliarsi alla UE nel 2013 (cfr. http://www.eubusiness.com/news-eu/croatia-enlarge.bj/).

[143] Reuters, 13.7.2011, T. Karedeniz, Turkey says EU ties will freeze if no Cyprus solution— La Turchia afferma che il legame con l’Europa si andrà congelando, se non c’è soluzione per Cipro (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/07/13/us-turkey-eu-idUSTRE76C23D20110713?feedType=RSS&feedName=worldNews&utm_source=feedburner&utm_medium =feed&utm_campaign=Feed%3A+reuters%2FworldNews+(News+%2F+US+%2F+International)/).

[144] Guardian, 22.7.2011, C. Charalambous, Cyprus could be the eurozone's next crisis point Cipro potrebb’essere il prossimo punto di crisi dell’eurozona.

[145] New York Times, 27.7.2011, J. Werdigier, Moody's Downgrades Cyprus Over Economic Woes Moody’s svaluta Cipro per le preoccupazioni economiche.

[146] 1) New York Times, 29.7.2011, J. D. Goodman, Turkey’s Military Leadership Said to Resign Si dice [e è subito confermato] che la leadership militare turca si sia dimessa in blocco; 2) New York Times, 29.7.2011, G, Tuysuz e S. Tavernise, Top Generals Quit in Group, Stunning TurksTutti i generali al vertice delle FF. AA. si dimettono in massa, sbalordendo i turchi.

[147] New York Times, 30.7.2011, A. Shadid, Turkish Prime Minister Climbs a Higher Perch in Wake of Resignations Dopo le dimissioni, il primo ministro turco va su di un altro scalino gradino.

[148] Stratfor, 11.7.2011, Ukraine: EU Association Agreement Meeting Planned In progettazione,’incontro per l’associazione dell’Ucraina alla UE (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110711-ukraine-eu-association-agreement-meeting-planned/).

[149] Kiyv Post, 12.7.2011, RIA Novosti, EU delays $300 million loan for Ukraine's gas transport system L’UE rimanda il prestito da 300 milioni di $ per il trasporto del gas in Ucraina (cfr. http://www.kyivpost.com/news/ukraine/detail/108453/).

[150] Wall Street Journal, 2.7.2011, R. Froymovich, Polish Fin Min: Euro membership depends on reforms Il ministro delle Finanze polacco: entrare nell’euro dopo le riforme (cfr. http://online.wsj.com/article/BT-CO-20110702-700700. html/) .

[151] Reuters, 7.7.2011, G. Szakacs, Hungary euro entry likely in 2018-2020 – minister L’entrata dell’Ungheria nell’eurozona probabile nel 2018-2010 (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/07/07/hungary-euro-idUSBUS00232720 110707/).

[152] Il Mondo di Annibale, 19.7.2011, F. Peloso, Al Vaticano piace l’Ungheria in noir (cfr. http://www.ilmondodianniba le.it/al-vaticano-piace-lungheria-in-noir/).  

[153] The Baltic Course (Riga), 1.7.2011, Lithuanian-U.S. cooperation priorities discussed between Grybauskaite and Clinton— Le priorità nella cooperazione lituano-statunitense discusse nell’incontro tra Grybauskaite e Clinton (cfr. http://www. baltic-course.com/eng/analytics/?doc=42861/).

[154] Stratfor, 14.7.2011, A Challenge to Russia's Energy Dominance in Lithuania Una sfida [del tutto velleitaria, probabilmente] alla Russia per il controllo energetico della Lituania (cfr. http://www.stratfor.com/analysis/20110713-challen ge-russias-energy-dominance-lithuania/).

[155] Cfr. Nota congiunturale 7-2011, in Nota191 a fondo pagina.

[156] European Tribune, 25.7.2011, Latvians sack parliament, head to early elections I lettoni licenziano il parlamento, andando verso elezioni anticipate (cfr. http://www.eurotrib.com/comments/2011/7/25/125649/530/1/).

[157] Baltic Business News, 20.7.2011, Baltics consider separate LNG terminals— I baltici considerano i loro terminali per gas liquefatto separati (cfr. http://www.balticbusinessnews.com/article/2011/7/20/baltics-consider-separate-lng-terminals/).

[158] Zaplurk, 26.7. 2011, Lukoil Ordered to Stop Operations in Bulgaria Ordine alla Lukoil di fermare le operazioni in Bulgaria (cfr. http://business.zaplurk.com/2011/07/bulgaria-blocks-lukoil-neftochim.html/).

[159] Stratfor, 13.7.2011, Russia: Gazprom Negotiates For Control Of Belarusian Pipeline Network— La russa Gazprom sta negoziando per il controllo della rete di gasdotti bielorussi (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110713-russia-grazprom-negotiates-control-belarusian-pipeline-network/).

[160] 1) The Georgian Times, 21.7.2011, Ukraine ,Georgia, Russia Orthodox Church leaders to meet Si incontrano i capi delle chiese ortodosse ucraina, georgiana e russa (cfr. http://www.geotimes.ge/?m=search&kw=patriarchs+russia+geo rgia+ukrainemeet&ncat=34/); 2) Stratfor, 27.7.2011, Global Intelligence, Russia, Georgia: Private Goals Behind Churches' Public Agreement— Russia e Georgia: fini privati dietro l’accordo pubblico tra le Chiese (cfr. http://www. stratfor.com/analysis/20110727-russia-georgia-private-goals-behind-churches-public-agreement/).

[161] European Tribune, 25.7.2011, Malmström ‘approves’ French, Italian Schengen measures  Malmström ‘approva’ le misure su Schengen di Francia e Italia (cfr. http://www.eurotrib.com/comments/2011/7/25/125649/530/1/).

[162] Che il Telegraph di Londra ha appena nominata vincitrice dell’Oscar del peggior ministro degli Esteri in esercizio, di qualche incollatura soltanto però – notiamo noi – rispetto a suoi colleghi a noi più vicini (27.7.2011, D. McElroy, Denmark's deputy prime minister ‘world’s worst foreign minister’ La vice premier danese [leader del partito conservatore] è ‘il peggiore tra i ministri degli Esteri’ [per la sua irrilevanza e le sue gaffes reiterate]: cfr. http://www.telegraph.co.uk/news/ worldnews/europe/denmark/7926405/Denmarks-deputy-prime-minister-worlds-worst-foreign-minister.html/).  

[163] Stratfor, 15.7.2011, Germany: FM Unhappy With Danish Border Checks, Others Too Il ministro degli Esteri tedesco, e non solo lui, scontento delle misure confinarie dei danesi (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110615-germany-fm-unhap py-with-danish-border-checks/).    

[164] The Economy, 23.7.2011.

[165] WRAL.com, (A.P.), 27.7.2011, Z. Djukanovic, [PM Thaci gave order L’ordine è stato dato dal PM Thaci] (cfr. http://www.wral.com/news/national_world/world/story/9916497/).

[166] Guardian, 14.12.2011, P. Lewis, Kosovo PM is head of human organ and arms ring, Council of Europe reports ll PM del Kosovo è a capo di un contrabbando di organi umani e di armi, riferisce il Consiglio d’Europa (cfr. http://www.guardian. co.uk/world/2010/dec/14/kosovo-prime-minister-llike-mafia-boss/).

[167] EULEX Kosovo, 26.7.2011, EULEX statement regarding the developing situation in northern Kosovo Dichiarazione [del capo] di EULEX [Nicolas Hawton] sulla situazione in atto nel Nord Kosovo (cfr. http://www.eulex-kosovo.eu/en/pressre leases/0168.php/).

[168] USDA, 7.2011, Grain US production (cfr. http://www.fas.usda.gov/psdonline/circulars/grain.pdf/).

[169] 1) New York Times, 8.7.2011, C. Hauser, Job Growth Falters Badly, Clouding Hope for Recovery— La crescita occupazionale, azzoppata di brutto, oscura le speranze di ripresa; 2) Reuters, 8.7.2011, P. Nicolaci da Costa, Dismal job numbers give off recession whiff— I dati desolanti sull’occupazione puzzano di recessione (cfr. http://www.reuters.com/ article/2011/07/08/us-usa-economy-jobs-idUSTRE76732X20110708/); 3) Dipartimento del Lavoro, BLS, 8.7.2011, USDL 11-1011, Employment Situation Summary (cfr. http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); 4) EPI, Washington, D.C., 8.7.2011, H. Shierholz, Labor market in full retreat— Il mercato del lavoro in piena ritirata (cfr. http://www.epi.org/quick_takes/).

[170] The Economist, 23.7.2011.

[171] Guardian, 28.7.2011, R. Wolff, Recovery, what recovery? Ripresa? Ma quale ripresa?

[172] NE University, Center for Labor Market Studies, 5.2011, The Jobles and Wageless Recovery from the Great Recession of 2007-2009: Magnitude and Sources of Economic Growth Through 2011 I and Their Impacts on Workers, Profits and Stock Values La ripresa senza lavoro e senza salari dalla Grande Recessione del 2007-2009: ampiezza e fonti della crescita economica fino a tutto il 1° trimestre 2011 e loro impatto su lavoratori, profitti e valore delle azioni (cfr. http://www.clms.neu.edu/publication/documents/Revised_Corporate_Report_May_27th.pdf/).

[173] New York Times, 29.7.2011, C. Rampell, U.S. Recovery Still Slow as New Data Show Little Growth La ripresa in America è ancora lenta, con nuovi dati che mostrano una crescita fiacca.

[174] Watson Institute for International Affairs, Brown University, 1.7.2011, I costi umani, economici, sociali e politici, i benefici e le alternative possibili alle guerre americane in corso — non inclusa al Libia (cfr. http://costsofwar.org/).

[175] Truthdig, 10.8.2010, R. Scheer, The Rubin con goes on La fregatura Robin va avanti (cfr. http://www.truthdig. com/report/item/the_rubin_con_goes_on_20100810/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campai

gn=Feed%3A+Truthdig+Truthdig%3A+Drilling+Beneath+the+Headlines/).

[176] Agenzia Bloomberg, 17.4.2007, K. Jensen e C. Harper, Obama Gets Edge on Clinton, Giuliani on Wall Street Obama, quanto a soldi da Wall Street, passa avanti sia a Clinton che a Giuliani (cfr. http://www.bloomberg.com/apps/news? pid=newsarchive&sid=aLeZ7ht_LtZg&refer=home/).

[177] Salon, 4.4.2009, G. Greenwald, Larry Summers, Tim Geithner and Wall Street's ownership of government Larry Summers,Tim Geithner e Wall Street, la vera proprietaria del governo (cfr. http://www.salon.com/news/opinion/glenn_green wald/2009/04/04/summers/).  

[178] Bloomberg, 10.2.2010, Obama Doesn’t ‘Begrudge’ Bonus for Dimon— Obama non “invidia” la gratifica data a Dimon [l’AD della JP Morgan che aveva appena chiuso in rosso i conti del 2009] (cfr. http://www.bloomberg.com/apps/news? pid=newsarchive&sid=aKGZkktzkAlA/).

[179] New York Times, 10.7.2011, P. Krugman, No we can’t? or won’t? No non possiamo? O non vogliamo?

[180] U.S. House of Representatives, Committee on Foreign Affairs, 7.7.2011, testimonianza che l’Autore, A. Cohen, emblematicamente e non casualmente ha voluto intitolare Defending U.S. Interests in the Face of Russian Aggression Difendere gli interessi americani a fronte della aggressione russa (dove si sente a ogni riga la frustrazione di Cohen di non poterla più chiamare sovietica… (cfr. http://foreignaffairs.house.gov/hearing_notice.asp?id=1319/).

[181] Stratfor, 19.7.2011, Germany and Russia Expanding Energy Ties— Germania e Russia allargano i loro legami sull’energia (cfr. http://www.stratfor.com/analysis/20110718-germany-and-russia-expanding-energy-ties/).

[182] Financial Times, 27.7.2011, M. Mackenzie e N. Bullock, Insurance costagainst US default hits record Il costo dell’assicurazione contro il default USA tocca il massimo (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/3b6bf770-b860-11e0-b62b-00 144feabdc0.html#axzz1TausKNgb/).

[183] FT.comAlphaville, 26.7.201, I. Kaminska, US CDS curve inverts for first time ever Una prima assoluta: la curva dei CDS americani inverte la direzione  (cfr. http://ftalphaville.ft.com/blog/2011/07/26/635051/us-cds-curve-inverts-for-first-time-ever/)

[184] Che, comunque, è sempre opportuno ricordare, secondo i dati forniti dal Fondo monetario internazionale, tra il 2003 e il 2008 ha continuato a crescere a un tasso più che robusto, dell’8 annuo, dopo la dura recessione del 1998-2002. Nel 2009 la recessione mondiale ne ha bloccato la crescita ma il PIL nel 2010 è salito di ben il 9,2% e le proiezioni di quest’anno lo danno a circa il +6% (IMF, 4.2011, World Economic Outlook Database – Report  for selected countries Argentina GDP Growth Crescita del PIL, 1998-2011, cfr. http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2011/01/weodata/ weorept.aspx?pr.x=55&pr.y=12&sy=1998&ey=2011&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=213&s=

NGDP_RPCH&grp=0&a=/).  

[185] Government Accountability Office (GAO-11-203), 2.2011, Debt Limit - Delays Create Debt Management Challenges and Increase Uncertainty in the Treasury Market Il tetto al debito - i ritardi sulla questione creano problemi nella gestione del debito e aumentano le incertezze sul mercato dei titoli di Stato (cfr. http://www.gao.gov/new.items/d11203.pdf/).  

[186] New York Times, 7.7.2011, M. D. Shear, White House Paints Doomsday Default Scenario La Casa Bianca dipinge uno scenario da giorno del giudizio. 

[187] Senato degli Stati Uniti, registrazione del voto, 109° Congresso, 2a sessione, 16.3.2006 (cfr. http://www.senate.gov/ legislative/LIS/roll_call_lists/roll_call_vote_cfm.cfm?congress=109&session=2&vote=00054#top/).

[188] Reuters, 7.7.2011, M. Feisenthal e P. Costa, Bernanke warns of catastrophe if debt limit not raised Bernanke ammonisce che, se non viene alzato il tetto del debito, sarà la catastrofe (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/02/03/us-usa-fed-idUSTRE7126H620110203/).

[189] USA Today, 7.7.2011, Buffett urges Congress to hike debt ceiling Buffett spinge il Congresso ad elevare il tetto del debito (cfr. http://www.usatoday.com/money/economy/2011-07-07-Warren-Buffett-economy_n.htm/).

[190] The Hill, 6.7.2011, K. Bogardus, Letter from business groups: Raise debt limit before stock market 'disarray'— Lettera da Associazioni padronali: Alzare il tetto del debito prima che scoppi il caos delle borse (cfr. http://thehill.com/business-a-lobbying/170029-business-groups-raise-debt-before-its-too-late/).

[191] The Wall Street Journal, 29.6.2011, Full Text: Geithner Letter Responding to Republicans on Debt Limit Testo  della  risposta ai repubblicani sul tetto del debito pubblico (cfr. http://blogs.wsj.com/economics/2011/06/29/full-text-geithner-letter-responding-to-republicans-on-debt-limit/).

[192] Financial Times, 29.6.2011, R. McGregor, Grim prospect of default failing to focus House minds La cupa prospettiva del default non riesce a costringere la Camera a focalizzare la propria attenzione (cfr. http://www.ft.com/cms/s/0/3f2 80d8c-a27a-11e0-9760-00144feabdc0.html#axzz1RG8MCFaQ/).

[193] The Economist, 9.7.2011.

[194] E’ l’opinione convinta di chi come l’editorialista del New York Times  in questione (12.7.2011, D. Leonhardt, Why Taxes Will Rise in the End— Perché le tasse alla fine dovranno salire, condivide l’opinione della scuola di Hayek: con loro sono d’accordo anche gli economisti della scuola più liberal, progressista e di sinistra, gli Stiglitz, i Krugman: per i quali, però, il termine cruciale è quell’ “alla fine”: nel senso che la priorità, oggi, non può essere questa – non mettersi a  tagliare le spese, a ridurre tasse – ma anzi, essendo quella di rilanciare la domanda e creare lavoro per poter continuare poi a crescere, di aumentarla nell’immediato, anche aumentando il debito: per investimenti molto meglio che per la spesa corrente ma anche per questa se e quando serve a rilanciare domanda e, quindi, produzione, reddito e consumi.   

[195] New York Times, 14.7.2011, B. Wassener, China Urges U.S. to Take Responsible Action on Debt La Cina preme sugli USA perché agiscano responsabilmente sul debito.

[196] New York Times, 14.7.2011, B. Wassener e M. Saltmarsh, China Urges U.S. to protect Creditors by Raising Debtt

[197] Fonte: US Treasury via Guardian datablog 15.7.2011 (cfr. http://www-958.ibm.com/software/data/cognos/manyeyes/ datasets/us-debt-owned-by-foreign-countries-2/versions/1/). Tutti i dati di questa tabella, secondo altre fonti americane (NYT), specie quelli relativi alla Cina, sembrano piuttosto sottovalutati: sarebbero molto più vicini ai 1.500 miliardi che ai 1.000 miliardi di $.

[198] Qui, in Nota229, più avanti. 

[199] The Telegraph, 15.7.2011, US 'in talks to remove tactical nuclear weapons from Europe' Gli USA stanno negoziando sul ritiro delle loro armi nucleari tattiche in Europa (cfr. http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/northamerica/usa/8639 441/US-in-talks-to-remove-tactical-nuclear-weapons-from-Europe.html/).

[200] 1) Arms Control Association, 3.2011, O. Meier, NATO Posture Review Takes Shape— Prende forma la revisione della postura NATO (cfr. http://www.armscontrol.org/act/2011_03/Brief_1/); 2) Affari Internazionali, 11.7.2011, L. Spagnuo- lo, Il dilemma delle armi nucleari tattiche (cfr. http://affariinternazionali/it/stampa.asp?ID=1807/).

[202] Comitato di coordinamento delle ONG in Iraq (NCC-I), 13.7.2011, Sadr: U.S. mocking Iraqi sovereignty Sadr: gli USA si beffano della sovranità dell’Iraq (cfr. http://www.ncciraq.org/index.php?option=com_content&view=article&id=31 5%3Asadr-us-mocking-iraqi-sovereignty-afp-13-july-2011&catid=26%3Abreaking-news&lang=en/).

[203] New York Times, 14.7.2011,. T. Arango, In Shadow of Death, Iraq and U.S. Tiptoe Around a Deadline All’ombra della morte, Iraq e Stati Uniti si muovono in punto di piedi intorno a una scadenza.

[204] Stratfor, 20.7.2011, Iraq: Troops May Need U.S. Military Trainers To Remain Le truppe irachene possono aver bisogno che restino addestratori militari americani (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110720-iraq-troops-may-need-us-military-trainers-remain/).

[205] Aswat al-Iraq (Bagdad), 20.7.2011, No extension of the Agreement with the Americans – Talabani Talabani: non ci sarà estensione dell’accordo con gli americani (cfr. http://en.aswataliraq.info/Default1.aspx?page=article_page&id =143857&l=1/).

[206] Al Jazeera, 29.6.2011, Musings on Iraq ­Long suppressed Shia shape new Iraq Riflettendo sull’Iraq – Oggi, gli sciiti, a lungo schiacciati, disegnano il nuovo Iraq (cfr. http://musingsoniraq.blogspot.com/2011/06/al-jazeera-video-long-suppress ed-shias.html/).

[207] Aswat al-Iraq, 8.7.2011, Iran ready to cooperate in security after 2011 - Iranian Ambassador Dopo il 2011, l’Iran –dice l’ambasciatore – è pronto a cooperare con l’Iraq (cfr. http://en.aswataliraq.info/Default.aspx?page=article_page&c=sli deshow&id=143638/).

[208] Agenzia Reuters, 1.7.2011, Iran says could cut oil supplies to India L’Iran dice che potrebbe tagliare le forniture di greggio all’India (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/07/01/india-iran-oil-idUSL3E7I114P20110701/).

[209] Rise of Iran, 6.7.2011, Iran sees India oil payment issue solved in 2 months L’Iran vede la questione del pagamento del petrolio all’India risolta entro due mesi (cfr. http://riseoftheiranianpeople.com/2011/07/07/iran-sees-india-oil-payment-is sue-solved-in-2-months/).

[210] Stratfor, 7.7.2011, Iran: Indian Oil Debt Settled Iran: il debito petrolifero dell’India è stato pagato (cfr. http://www.strat for.com/sitrep/20110707-iran-indian-oil-debt-settled/).

[211] The Indian Express, 8.7.2011, A. Ranjan, Via Turkish bank and UAE, India will pay Iran for oil— L’India pagherà per il greggio iraniano attraverso banche turche e degli EAU (cfr. http://www.indianexpress.com/news/via-turkish-bank-and-uae-india-will-pay-iran-for-oil/814500/0/).

[212] Iran Energy Project, 22.7.2011, India actually importing more oil now from Iran, but will have to look elsewhere most probably L’India, che in realtà al momento importa più petrolio dall’Iran, sarà costretta con ogni probabilità a rivolgersi altrove in futuro (cfr. http://www.iranenergyproject.org/news/).

[213] Iranian News Agency, IRNA (Teheran), 26.7.2011, Iran stops selling crude oil to India due to payment dispute L’Iran ferma la vendita di greggio petrolifero all’India per la disputa sui pagamenti (cfr. http://www.irna.ir/ENNewsShow.aspx? NID=30494006/).

[214] Reuters, 26.7.2011, N. Verma, Saudi strikes India oil deal after Iran cuts Dopo il taglio ai rifornimenti dall’Iran i sauditi d’accordo con l’India (cfr. http://uk.reuters.com/article/2011/07/26/uk-saudi-india-iran-idUKTRE76P14D20110726/).

[215] Reuters, 25.7.2011, A. Chen e J. Hua, Iran-China oil trade runs smoothly - Beijing sources Fonti di Pechino: tutto liscio nel commercio di petrolio con l’Iran (cfr. http://in.reuters.com/article/2011/07/25/idINIndia-58440720110725/). 

[216] CNS News.com, 25.7.2011, A. Akbar Dareini, Iran top leader names mediator in power struggle La Guida suprema dell’Iran designa un mediatore nella lotta di potere al vertice (cfr. http://www.cnsnews.com/news/article/irans-top-leader-na mes-mediator-power-st/).

[217] New York Times, 25.7.2011, (A.P.), Iran’s Top Leader Names Mediator in Power Struggle Il massimo leader dell’Iran nomina un mediatore nella lotta al vertice per il potere.

[218] Stratfor, 19.7.2011, Long Term Consequences of Iran’s Intra-Elite Struggle Gli effetti a lungo termine della lotta intestina fra le élites dell’Iran (cfr. http://www.stratfor.com/ analysis/20110719-long-term-consequences-irans-intra-elite-struggle/).

[219] Stratfor, 19.7.2011, R. Bhalla, The U.S.-Saudi Dilemma: Iran’s Reshaping of Persian Gulf Politics Il dilemma saudita-americano: L’Iran sta riformattando la politica del Golfo persico (cfr. http://www.stratfor.com/weekly/20110718-us-saudi-dilemma-irans-reshaping-persian-gulf-politics/).

[220] Arabia deserta.com, 27.7.2011, Nuclear Economics: Iran Invites the Saudi Mufti to Visit its Installations Economia nucleare: l’Iran invita il Mufti saudita a visitare le sue installazioni [nucleari] (cfr. http://arabiadeserta.com/ 2011/07/28/iran-in vites-the-saudi-mufti-to-visit-its-nuclear-installations.aspx?ref=rss/).

[221] AlertNet, 2.7.2011, A. Sawafta, Abbas says Hamas row hobbles Palestinian bid at UN— Abbas dice che il dissidio con Hamas frena la richiesta all’ONU dei palestinesi (cfr. http://www.trust.org/alertnet/news/abbas-says-hamas-row-hobbles-palestinian-bid-at-un/).

[222] Cfr. Nota congiunturale 5-2011, tra Note a fondo pagina 205 e 206.

[223] Al Jazeera, 30.6.2011, testo citato da M. Weisbrot nell’articolo ‘The audacity of hopewaits to sail for Gaza— ‘L’audacia della speranza attende di veleggiare per Gaza (cfr. http://english.aljazeera.net/indepth/opinion/2011/06/2011 63 017129356947.html/). 

[224] Haaretz (Tel Aviv) 7.7.2011, Fatah-Hamas meetings may be postponed Gli incontri tra Fatah e Hamas potrebbero venire posposti (cfr. http://www.haaretz.com/news/international/hamas-fatah-meeting-may-be-postponed-1.36889/).

[225] Reuters, 14.7.2011, A. Sawafta, Arab league draft: Arabs to seek full Palestinian upgrade at U.N. Bozza di dichiarazione della Lega araba:  gli arabi cercheranno il pieno riconoscimento della Palestina all’ONU (cfr. http://www.reuters . com/article/2011/07/14/us-palestinians-israel-statehood-arabs-idUSTRE76D21020110714/).

[226] Circa un anno fa Obama, proprio all’Assemblea generale aveva detto, chiarissimo che “quando torneremo qui l’anno prossimo, potremo aver un accordo che ci porterà ad avere un nuovo paese membro delle Nazioni Unite—  uno Stato sovrano e indipendente di Palestina che viva in pace con Israele” (cfr. http://www.whitehouse.gov/search/site/sept em ber%2023%202010%20president%20us%20general%20assembly/).Come troppo spesso gli è capitato, insomma, anche allora Obama parlava a vanvera e parlava a vuoto, evidentemente se ora si predispone a porre il suo veto al suo stesso sogno…

[227] Middle East Policy (Norvegia), 2.7.2011, U. Avnery, The Jewish Ayatollahs Gli ayatollah ebrei (cfr. http://midto stenpolitikken.origo.no/-/bulletin/show/666077_uri-avnery-on-the-jewish-ayatollahs-would-be-called-facis?ref=mst/).

[228] Cfr. qui in Nota50.

[229] 1) YNet, 5.7.2011, New top spy: Iran bomb possible in two-years La bomba iraniana possibile entro due anni (cfr. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4019059,00.html/); 2) Jerusalem Post, 5.7.2011, L. Harkov, IDF intel chief: Iran approaching bomb and intervening in Egyptian elections  L’Iran, che si avvicina alla bomba, interviene nelle elezioni egiziane (cfr. http://www.jpost.com/Defense/Article.aspx?ID=227983&R=R1/).

[231] New York Times, 9.7.2011, E. Bumiller, Panetta Says defeat of al-Qaeda “within reach” Panetta dice che ora la sconfitta di al-Qaeda è “a portata di mano” [Bumiller è un’ottima giornalista, ex corrispondente del giornale alla Casa Bianca negli anni di Bush, “rimossa” però anche se non licenziata in tronco come uno o due altri suoi colleghi che appoggiarono le panzane di Bush in mala fede: lei riconobbe una sua qual colpa, per aver trattato con eccessiva “deferenza” senza contrastarle con le domande puntute che una buon reporter avrebbe dovuto porre, l’uomo èpiàèptente del mondo che andava intervistando].

[232] Guardian, 12.7.2011, S. Tisdall, Ahmed Wali Karzai the corrupt and lawless face of modern Afghanistan—.

[233] New York Times, 12.7.2011, A. Rashid, The Afghan Enforcer I Knew Il capobastone afgano che io ho conosciuto.

[234] New York Times, 8.7.2011, J. Perlez, Pakistan Condemns Mullen’s Statement on Journalist’s Killing— Il Pakistan condanna la dichiarazione di Mullen sull’assassinio di un giornalista.

[235] New York Times, 8.7.2011, E. Schmitt e J. Perlez, U.S. Is Deferring Millions in Pakistani Military Aid Gli USA rinviano il pagamento di milioni di dollari di aiuti militari al Pakistan.

[236] Guardian, 15.7.2011, T. Ali, US and Pakistan: The rocky AmPak affair USA e Pakistan: la turbolenta relazione amorosa AmPak.

[237] New York Times, 14.7.2011, M. Wines, U.S. and China Try To Agree On Military Strategy Gli USA e la Cina tentano di concordare [è il termine sbagliato: diremmo, piuttosto, che tentano di confrontare] le loro strategie militari.  

[238] Washington Examiner, 15.7.2011, E. Talmadge, US military leader sees stark rifts with China Il capo dei militari americani vede profondi dissensi con la Cina (cfr. http://washingtonexaminer.com/news/2011/07/us-military-leader-sees-stark-rifts-china/).

[239] The Financial Daily (Karachi), 23.7.2011, Kayani briefs Gilani on efforts against militancy Kayani a rapporto da Gilani sugli sforzi di opporsi al militantismo (cfr. http://thefinancialdaily.com/pages/daily-data/analytical-view/engro-corpo ration-13-38168.aspx/).

[240] New York Times, 24.7.2011, Choe Sang-hun, N. Korea invited to U.S. for nuke talks Il Nord Corea invitato a New York per colloqui nucleari.

[241] The Economist, 30.7.2011.

[242] New York Times, 28.7.2011, J. Ewing, Reports Heighten Concerns About German Economy Una serie di dati aumentano i timori sul futuro prossimo dell’economia tedesca.

[243] The Economist, 30.7.2011.

[244] The Economist, 9.7.2011.

[245] InfoWars.com, 8.7.2011, Reuters, Japan’s Kan says nuclear clean-up could take decades Il [premier] giapponese  Kan afferma che risanare il territorio dopo il disastro nucleare potrebbe prendere anche decenni (cfr. http://www.infowars.com/ japan%E2%80%99s-kan-says-nuclear-clean-up-could-take-decades/).