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     08. Nota congiunturale - agosto 2010

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.08.2010

 

Angelo Gennari

 

   

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc268384029 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc268384030 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc268384031 \h 1

in Cina. PAGEREF _Toc268384032 \h 4

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc268384033 \h 10

EUROPA.. PAGEREF _Toc268384034 \h 11

STATI UNITI. PAGEREF _Toc268384035 \h 25

GERMANIA.. PAGEREF _Toc268384036 \h 46

FRANCIA.. PAGEREF _Toc268384037 \h 48

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc268384038 \h 49

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc268384039 \h 51


TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

€ milleottoventoventuno virgola uno miliardi, il record del debito pubblico rilevato il 13 luglio da Bankitalia.

Sulla questione di Pomigliano, della FIAT, delle sue pretese, di Mirafiori… delle calate di brache di alcuni e delle resistenze infruttuose di altri su condizioni di lavoro e salario, viene a proposito una considerazione che fa nel mese un articolo cosiddetto autorevole quando discute, nell’ottica padronale consueta e ben nota, del sistema di paga a due livelli che la Chrysler e la GM hanno adottato come parte integrante e obbligante del loro pacchetto di salvataggio.

Informa i suoi lettori il WP che il dibattito sul salario che ha preceduto il raggiungimento dell’ “accordo” ha schierato “i fautori del libero mercato contro quelli del ‘salario equo’ [1]. Ma la realtà è che nessuno mai, a Detroit – ma anche da noi: e per questo ne parliamo in questo capitolo sotto specie di Detroit – si è mai riferito nel dibattito al “libero mercato”.

Quelli che volevano veder tagliati i salari dei lavoratori sindacalizzati – lì, sindacalizzati dalla UAW, non troppo bene, come si vede, con le “concessioni” che ha dovuto fare: metà salario per i nuovi assunti; qui da CGIL, CISL e UIL soprattutto ma non solo: e, anche qui, non sempre bene, qualche volta senza neanche ingaggiare la lotta – sono allo stesso tempo difensori intransigenti delle restrizioni legali e di quelle previste dagli ordinamenti professionali che mantengono rigido e, spesso, anzi chiuso il numero di diversi professionisti (medici, ma anche ingegneri, ecc.) e così alte, altissime, le remunerazioni di certi mestieri… Insomma questi si, vanno protetti; quegli altri no dalla concorrenza dell’immigrazione straniera.

La differenza vera che caratterizzava questi interlocutori era che volevano veder abbattuti di $14 all’ora i salari dei lavoratori dell’auto. Del libero mercato non gliene fregava niente. Se, insomma, invece di parlare di libero mercato come ama fare anche Marchionne, parlassero di voler veder puniti i metalmeccanici, sarebbero più onesti.

Il problema è evidente. Finché continueranno a vivere e a fare il loro mestiere – anche se magari sbagliando, temporaneamente speriamo, alcuni tra loro cedono: lì come qui – finché esisteranno sindacati e lavoratori che, per dirla con le parole del grande economista e sociologo magiaro-americano dell’immediato secondo dopoguerra Karl Polanyi, restano convinti che “lo scopo del sindacato è esattamente quello di interferire con le leggi della domanda e dell’offerta e di rimuovere il lavoro umano dall’orbita del mercato non regolato, attraverso la contrattazione ed il proprio peso politico[2], per il mercato libero – cioè per lo sfruttamento selvaggio: quello senza lacci e lacciuoli – saranno guai. Anche se al momento, troppo spesso, sembra vincere il primo.

Non sarebbe male – sommessamente facciamo osservare – se anche Barak Obama prima di urlare in pubblico il suo entusiasmo per “Serghio Marchione”, rifondatore e reinventore della Chrysler, verificasse come e con quali soldi l’ha rifondata, come e a quali costi e a chi l’ha fatta pagare: insomma, qual è davvero il merito suo?

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Forse vale la pena di dirlo chiaro ancora una volta. Quando accademici di mestiere, economisti di vaglia, professoroni, ecc.,ecc. se la prendono coi dilettanti che inquinano la sacertà della loro scienza, raccontano solo frescacce.

La riflessione ci è venuta in mente, leggendo la ponderata e ponderosa riflessione che il capo economista della Fed di Richmond (cioè della filiale della Virginia che, con quelle di altri dodici Stati e la struttura centrale federale, forma la Banca centrale degli Stati Uniti), Kartik Athreya, ha affidato a un suo scritto accademico condannando i bloggers, i dilettanti che d’economia scrivono senza averla mai universitariamente studiata: sono “cronicamente stupidi”, ha scritto sul suo di blog, “e una minaccia per l’ordine pubblico[3].

L’idea di fondo è che l’economia è una scienza e che non deve, né può, occuparsene chi non ha le credenziali appunto di scienziato. Ma il problema è che l’economia non è una scienza. Come si dice, non ha la caratteristica di essere “falsificabile”[4], che poi è la ragione per cui gli economisti possono dire uno bianco e uno nero dello stesso oggetto di investigazione, insultarsi a vicenda e non correre mai il rischio di essere univocamente smentiti come capita in un ramo qualsiasi, invece, della scienza. Mai.

No. L’economia, propriamente, è un ramo importante dell’antropologia, della psicologia e, anche, della morale, volendo. Non a caso tutti – tutti – i grandi dell’economia, da Adam Smith a David Ricardo, a Marx, a Keynes, a von Hayek si sono sempre considerati anzitutto filosofi morali… Chi pretende altrimenti, senza affermare mai ovviamente il contrario – che i dilettanti abbiano sempre ragione – in realtà è lui, il buffone...

E che di una scienza proprio non si tratti lo dimostra, adesso, proprio il Fondo monetario che nelle sue ultime esternazioni profetizza, ufficialmente, una crescita media del PIL mondiale quest’anno dal 4,2 al 4,6% e, insieme, preconizza che però il rischio “forte” è quello di un rallentamento. Rischio crescente per l’accumularsi di debiti sovrani sempre più vicini al default e di squilibri accentuati di bilancio nei paesi sviluppati del mondo: quelli, ormai, a rischio maggiore, dice[5]…  

La BP, che per settimane di seguito ha scaricato, per errore e per leggerezza colpevole, milioni di barili di greggio nel Golfo del Messico (finora, tra i cinque e gli otto: neanche lo sanno…), ha continuato – e non è detto che abbia smesso, anche se da segni adesso di volerlo e poterlo sperare  – a fare la sua quotidiana figura di m***a; come conferma anche la brutta commedia delle foto truccate sul sito della società…

Ormai il problema è chiarissimo e non basta far dimettere – con lauta buonuscita: nell’ordine di milioni e milioni di sterline – il presidente/AD: se  uno ti dà fuoco alla casa, diciamo per sbaglio, quando dice che ci pensa lui a rimediare ma non riesce a spengere il fuoco per più di cento giorni di seguito, nel momento in cui, poi, a inizio luglio giura solennemente al Congresso americano,che entro il 27 del mese adesso lo spegne, non è che poi molti gli credano…

Poi magari ci riesce, ma anche il fatto che il 27 non sia una data casuale e invece proprio il giorno in cui il suo CdA deve riferire agli azionisti dei risultati del secondo trimestre – che sono, naturalmente, catastrofici – e sia stata scelta palesemente nella speranza/illusione di dare un buon annuncio agli azionisti, più che al paese….

Ma la sua figura quasi altrettanto inetta la sta facendo il governo americano: che la tecnologia più avanzata e raffinata del mondo, a disposizione della potenza navale più grande del mondo, dopo oltre tre mesi non ancora cacciato via quei mestatori incompetenti dei petrolieri privati e abbia rinunciato a intervenire direttamente per rispettare – pare che di questo si tratti: almeno così ha fatto capire il portavoce del ministero dell’Energia – i diritti legali, cioè di proprietà, della British Petroleum, sembra quasi incredibile perfino a quegli adoratori del capitalismo che in genere sono gli americani… o, almeno, molti di loro.

All’orizzonte dell’economia globale si va ammonticchiando una nube nera che si può descrivere bene, pur se in estrema sintesi. anche così: non c’è solo la crisi del debito sovrano, dei paesi e delle economie maggiori del mondo ad incombere, ma anche il cumulo di debiti per migliaia di miliardi di $ e/o di € (o quel che volete) di prestiti a breve che le banche, e più in generale gli istituti di credito in giro per il mondo, devono ripagare diciamo entro i prossimi due anni che, probabilmente, porterà a condizioni generali di credito più restrittive e costose[6]*…

E’ un ammonimento che, di recente, hanno avanzato, separatamente ma insieme, BCE, Fondo monetario e Banca d’Inghilterra, facendo presente che soprattutto in Europa sono molte le banche a trovare già adesso difficoltà serie a procurarsi liquidità. Temono che banche e governi entrino in concorrenza sul mercati dei titoli rendendo più raro e più caro l’accesso al credito di investitori e consumatori privati.

A livello mondiale, le banche devono (è la stima della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, l’unico istituto che abbia davvero una visione d’insieme sul tema) qualcosa come $5.000 miliardi ai detentori di titoli dei vari Tesori e ad altri creditori, che vanno pagati di qui al 2012. Di questi, oltre la metà, $2.600 miliardi, sono debiti delle banche europee. Le banche USA devono rifinanziare 1.300 miliardi di debito da qui a due anni, ma la preoccupazione è maggiore su quelle europee che sono schiacciate dalla crisi del debito sovrano e non hanno il ricorso facile della banca d’emissione alla stampa di carta moneta. Come invece capita negli Stati Uniti.

E’ la discrasia sempre più accentuata delle banche a prendere a prestito a breve e prestare, invece, a lungo che le ha scoperte drammaticamente: un gap che hanno potuto affrontare solo col sostegno degli istituti centrali, cioè dei governi nazionali. E sono state molte le banche che, senza alcun controllo a regolarle, si sono poi messe a speculare: prendendo a prestito a breve, a tassi di interesse bassissimi finanziati dal pubblico e prestando a lungo, a tassi di interesse di molto maggiori e, si capisce, a proprio esclusivo profitto e, soprattutto, a quello dei propri gestori privati.

Il rischio vero – ha scritto il mese scorso nel suo Rapporto sulla stabilità finanziaria, la Banca centrale di Inghilterra: che, in buona sostanza, parlava per tutte o quasi, però… – è che le singole banche allevieranno le pressioni in atto sul proprio finanziamento mettendosi a praticare condizioni di credito più dure sui propri clienti: intaccando così la ripresa economica, però, e aumentando per le stesse banche, per tutte le banche, il livello di rischio del proprio credito[7].

Su un piano completamente diverso, la Corte criminale internazionale dell’Aja, quella che ha già processato Milosevic come criminale di guerra per i massacri che fece perpetrare in Bosnia, e cerca ora di processare allo stesso titolo, se riuscirà a trovarlo, l’ex generale serbo-bosniaco Mladic, ha elevato l’accusa che aveva già formulato contro il presidente del Sudan[8], Omar al-Bashir, da criminale di guerra a colpevole di genocidio per la repressione sistematica della rivolta in Darfur.

Lasciando da parte qui, per ora – ma bisognerà tornarci sopra – il merito della questione (si è trattato di un genocidio? e, a termini di diritto internazionale, cosa si può definire veramente con questo termine?), ormai si impone una riflessione di fondo.

Ma perché solo alcuni satrapi, dittatori e presidenti, in genere del cosiddetto terzo mondo (Serbia, Ruanda, Sudan, Cambogia…) sono soggetti alla giurisdizione della Corte e mai i loro colleghi colpevoli sicuramente di aver procurato nel mondo, violando sicuramente il diritto internazionale, moltissimi morti di più? come, tanto per fare un nome – uno solo; e solo per dare un’idea – George W. Bush, il piccolo (Iraq, per esempio).          

in Cina

La crescita, dopo aver  toccato il ritmo maggiore degli ultimi anni, sta un po’ rallentando, dopo le misure prese per frenare il pericolo di inflazione nel corso dell’anno. Nel secondo trimestre il PIL è aumentato, infatti, del 10,3% dall’11,9 del primo trimestre. Anche la produzione industriale di giugno ha moderato il ritmo, passando al 13,7% dal livello dello stesso mese dell’anno scorno, -2,8 dal quello del mese precedente. L’inflazione a giugno ha rallentato, al 2,9% dal 3,1 di maggio, al di sotto del target ufficiale del 3%[9].

Ma il fatto è che, in ogni caso, la crescita resterà sostenuta: secondo la HSBC, il grande istituto bancario di base a Londra che ha filiali in mille città del mondo e si definisce come la più grande organizzazione bancaria e finanziaria del mondo, mentre i dati ufficiali indicano che quella del 2009 è stata effettivamente superiore a quanto finora detto, al 9,1%[10], ora bisogna aspettarsi “che la Cina registri in media  un tasso di crescita sul 9% nella seconda metà dell’anno, sostenuto da massicci investimenti interni ed esteri e da un robusto livello di consumi privati[11]”.

Insomma, preoccuparsi come alcune pie voci vanno facendo qui in Occidente, sembra davvero ottuso, specie da parte di chi si deve accontentare di tassi di crescita intorno all’1%... Qui abbiamo la Cina, che nasce e cresce dallo scontro e la sintesi, insieme, non sempre armoniosa ancora ma ormai largamente pacifica e forse pacificata, anche se sempre in movimento e in subbuglio, tra Adam Smith e Mao Tse-tung…

La Cina, afferma in una dichiarazione ufficiale il capo dell’Amministrazione statale degli Uffici dei Cambi, Yi Gang, ha scavalcato il Giappone ed è diventata la seconda maggiore economia al mondo[12]. Ma non ha alcuna fretta di far diventare lo yuan, la moneta nazionale, pienamente convertibile e non spingerà per farla diventare una valuta di riserva internazionale.

I dati preliminari dell’Agenzia internazionale dell’energia dimostrano che la Cina è ormai diventato il paese che al mondo consuma più energia, avendo superato l’America. Dal 2000, la domanda cinese è raddoppiata  anche se il consumo pro-capite per il miliardo e 3-400 milioni di cinesi è ancora sì e no un terzo di quello medio dei paesi OCSE. Il governo cinese chiama questi dati “inaffidabili” e li contesta. Ma non ne fornisce di suoi alternativi[13]… 

La Banca dell’Agricoltura di Cina (360 milioni di correntisti, 24.000 sportelli) ha messo sul mercato il suo titolo (l’ultima delle grandi banche di Stato ad essere privatizzata), con un’offerta pubblica di vendita di azioni che inizialmente ha reso, alle borse di Shangai e Hong Kong, $19,2 miliardi[14]. Si dovrebbe trattare della OPV di maggior entità mai realizzata, dopo quella che ha visto a fine 2006 la privatizzazione avvenuta anche allora vendendo direttamente in borsa delle azioni di un’altra banca statale cinese, la ICBC, la Industrial and Commercial Bank of China che è la maggiore al mondo per capitalizzazione di mercato.

L’offerta ha dato un ottimo esito anche se parecchi degli acquirenti stranieri brontolano. Gli americani anzitutto— che non capiscono, o meglio fanno finta di non capire: finché non si tratta di salvarla coi soldi di tutti dai propri debiti, una banca privata da loro è davvero privata, cioè fa quello che vuole e come vuole, no? Tedeschi, italiani, francesi e anche inglesi sanno benissimo che da noi, in Europa – attraverso la BCE ma, soprattutto, i residui ma reali poteri di vigilanza delle banche centrali nazionali – le cose, mutatis mutandis, funzionano tali e quali, con le riserve di legge, in Cina e da noi.

Il fatto è che gli stranieri sanno benissimo che, al dunque, la Cina non abdicherà mai al suo controllo finale: infatti, la legge riserva alla Banca popolare di Cina il diritto a vegliare perché, in ogni caso, a interessi stranieri, per quanto legittimi e “proprietari” essi siano, non venga consentito di riformare la banca e il suo funzionamento al punto da cambiarne gli scopi sociali. E politici[15].

L’autorità di regolazione cinese delle banche, mentre ribadisce la solidità globale del sistema,  indica che, comunque, esistono rischi di fallimento su circa il 20% dei 7.700 miliardi di yuan  ($1.100 miliardi) che hanno erogato in prestito ai poteri locali in giro per il paese[16].    

Secondo notizie di fonte ufficiale[17], in dieci province e municipalità un po’ in tutto il paese (inclusi Pechino, Shenzen e Shaanxi) il salario minimo è stato aumentato del 31%. L’incremento medio è stato più o meno del 20%, portando il salario mensile medio nell’area della capitale da circa 800 a 960 yuan  e ha interessato almeno centomila dipendenti a basso reddito, privati e pubblici, a stare al omento dell’Ufficio per le risorse umane di Pechino. Nella provincia di Henan il salario mensile sale del 33% a 600 yuan, secondo il sito del governo locale.

Il prof. Cai Jiming, direttore del Centro di economia politica dell’università Tsinghua, ha osservato e fatto notare come il livello medio del salario minimo cinese resti al di sotto della media mondiale, del 15% circa, grosso modo in 159a posizione. Che non è un gran bel vedere anche con la considerazione che, al contrario di quanto succede in molti altri paesi del Terzo mondo, il valore di uno yuan cinese in potere d’acquisto è quasi sette volte quello nominale del cambio ufficiale. Per cui, uno yuan nei fatti ha, in Cina, lo stesso potere d’acquisto di un dollaro americano[18].

Da parte sua il sindacato cinese – il sindacato ufficiale, sponsorizzato dal partito unico, e unico legalmente esistente esso stesso – la Federazione pancinese dei sindacati scrive l’8 luglio, col suo portavoce Li Shouzhen, sul Quotidiano dei lavoratori— Gongren Ribao, l’organo ufficiale dei sindacati, che un contratto collettivo valido per tutti i lavoratori può portare più salario e più diritti, allo stesso tempo evitando l’esasperazione di scioperi e “altre misure estreme[19].

Dove entrambi i termini della “rivelazione” appaiono significativi: più che come scoperta, proprio come affermazione esplicita di quel sindacato che un contratto collettivo rafforza i lavoratori ma anche, in qualche modo invece implicito adesso, che il sindacato continua a vedere sempre lo sciopero come una misura “estrema”… con la compiaciuta soddisfazione dei Sacconi e dei Feltri di questo mondo. Prima, però, al contrario di Sacconi e di altri che su questa strada purtroppo si stano avviando, aggiungendo finalmente con grande chiarezza che per avere un sindacato forte è anche necessario che un contratto collettivo sia reso obbligatorio per legge.

E se son rose, in qualche modo – stentatamente e tra tante spine – anche queste fioriranno. Certo è che fa un certo effetto vedere una copertina della Bibbia del capitalismo moderno[20] che, per la prima volta, iconeggia ed inneggia agli scioperi e agli aumenti di salario: basta che siano in Cina, si intende, e che nessuno pensi di mettersi adesso, qui, a fare come in Cina…

 dall’alto, il ministero delle Risorse umane e della Sicurezza sociale, col portavoce Yin Chenggji avverte che per i consumi interni è utile un “tempestivo e moderato” aumento dei salari che migliorerebbe le condizioni di vita della gente e aiuterebbe a stabilizzare ed armonizzare le relazioni industriali.

Invece, ammonisce come farebbe ogni altro esponente governativo in ogni parte del mondo, un aumento salariale troppo accentuato potrebbe alzare troppo i costi del lavoro e incidere sulla profittabilità delle imprese, obbligandolo a tagliare posti di lavoro e a minare la crescita. Anche per evitarlo, il ministero provvederà a rafforzare le sue capacità di arbitrato e mediazione, tese a proteggere – dice – gli interessi dei lavoratori[21]… Senza correre troppi rischi – questo non lo dice, ma si capisce – da questa nuova ondata di scioperismi.

Una tassazione speciale verrà estesa, a breve, dalla provincia dello Xinjiang a tutto il paese su estrazione di petrolio, gas e carbone. Sarà un’esazione media del 5% ma variabile dall’uno all’altro prodotto. Lo ha annunciato il vice presidente della Commissione di Riforma e Sviluppo nazionale, Du Ying. Si tratta di adattare meglio, così, alle esigenze complessive la crescita che nel prossimo futuro il paese dovrà concentrare di più sullo sviluppo interno che su quello dell’export, compensando sostenibilità ed un sempre rilevante volume di sviluppo.

La tassazione serve a questo scopo e serve anche, spiega Du, a spezzare l’irrazionalità “nell’allocazione delle risorse[22]. L’effetto primo e immediato della decisione sarà quello di amputare il livello di profitti della PetroChina e della Shenhua Energy Co., incrementando subito quello destinabile ad investimenti nelle turbolente province occidentali del paese.

Tutto sommato, sintetizza il premier Wen Jabao alla signora Angela Merkel con la quale, in visita a pechino, sta firmando una decina di accordi commerciali, l’economia si sta muovendo nella direzione voluta dalle autorità che la regolano, e continueranno a regolarla,  anzitutto con politiche di bilancio “pro-attive”, che cioè cercano di anticipare i problemi, e con una certa apertura nella politica del credito. I controlli resteranno, chiarisce Wen, ma l’idea sarebbe quella di renderli più flessibili e, comunque, meno formali, meno attenti al dettaglio della compiutezza burocratica e più alle cose essenziali.

Lo scopo è sempre quello di mantenere una crescita stabile e relativamente forte e di accrescere, nel mix, l’input di una domanda interna destinata a crescere – sempre relativamente – più di quella estera[23]. La Cina, persisterà insomma nel perseguire le politiche che hanno raffreddato al punto giusto le crescita dell’economia nell’ultimo trimestre. E intende tener fede all’euro malgrado i problemi che l’eurozona sta attraversando.

L’Europa, infatti, chiarisce il presidente Hu Jintao, “è stata e resterà uno dei grandi mercati chiave per gli investimenti cinesi e la Cina è pronta a dare una mano”, se e quando e dove le verrà chiesto; mentre, intanto, continuerà a tener fede alla prassi della diversificazione del portafoglio delle proprie riserve valutarie. La Merkel, da parte sua, ha “auspicato” l’eliminazione progressivamente completa di ogni barriera agli scambi e l’istituzione da parte cinse di regole uguali per tutti gli imprenditori che operano nel territorio della Repubblica popolare, elogiando al contempo la flessibilità di recente instaurata per il cambio dello yuan[24].

Pronta a dare una mano, sicuro, la Cina, e ci si può credere. Però anche molto molto prudente. Salgono a livelli record, ormai, gli acquisti di buoni del Tesoro giapponese da parte della Cina[25]: per compensare il rischio crescente degli € che tengono nelle proprie riserve. Nei primi cinque mesi dell’anno per Ұ1.280 miliardi di yen ($14,7 miliardi), secondo le statistiche del ministero delle Finanze di Tokyo. A maggio, al netto, la Cina dal Giappone ha comprato bonds per Ұ735,2 miliardi. Si è trattato di un aumento abbastanza improvviso che, a maggio, ha costituito il 20% del totale netto di acquisti di bond nipponici che è stato pari a Ұ3.210 miliardi.

Con lo yuan, sembra meno disponibile il Fondo monetario[26] che – parola del suo capo missione a Pechino, Nigel Chalk – in un Rapporto la cui pubblicazione è stata rinviata per ben due anni per venire “ricalibrata” lo considera sempre “sottovalutato” anche se si guarda bene dal dire di quanto e precisa solo “rispetto ai fondamentali dell’economia della Cina”. E che, invece, è largo di elogi verso la “graduale dismissione” delle misure di stimolo fiscale prevista nel 2011. La sfida è ora, dice il Fondo, proprio quella di uscire dallo stimolo e da una fase di espansione del credito in maniera altrettanto pragmaticamente attenta quanto sono state, finora, le misure messe in atto per contenere con successo la crescita dei prezzi delle costruzioni.   

Cina e Taiwan hanno raggiunto un accordo che, dopo la riapertura dei voli diretti tra l’isola e la grande Cina – di cui, formalmente, in diritto internazionale resta una provincia (neanche gli USA ne riconoscono l’indipendenza) ma essendo, di fatto, un paese (36.000 km2 e 22 milioni di abitanti) sempre geloso della sua indipendenza per la quale probabilmente in maggioranza sarebbe, ancora, disposto a combattere – è probabilmente il più concreto e significativo dal 1949. Liberalizzerà in ambedue le direzioni commercio e investimenti, riducendo centinaia di tariffe. Entrambi i governi si impegneranno a convincere, ora, i milioni di taiwanesi che all’idea del riavvicinamento comunque resistono[27]

Non è stata apprezzata, per niente, l’offerta del segretario di Stato americano Clinton, lasciata cadere un po’ così tongue in cheek, come dicono gli americani (lingua in guancia, letteralmente, cioè dicendo qualcosa spingendo la lingua contro la guancia, metà sarcasticamente metà seriamente) che sia “l’America a mediare la vertenza” che la Cina ha con il Vietnam[28](da quando, dopo la guerra del 1974 le ha occupate) sulle contestate circa 130 isolette coralline (disabitate) del Mar Cinese meridionale e sui 3 milioni di km2 che le circondano, ricchi – sembra – di petrolio importante via di passaggio del commercio marittimo internazionale (isole Paracels, nell’inglese delle mappe nautiche internazionali, Xisha in cinese, Hoàng Sa, “isole gialle” in vietnamita): a sud est di Cina e Vietnam e a ovest delle Filippine).

Fino a che la signora Clinton non ha fatto le sue considerazioni, buttandosi a capofitto e a occhi chiusi, la disputa era rimasta a livello regionale – ha osservato l’omologo cinese, Yang Jiechi – e le conseguenze del trasformare la questione in un contenzioso di tipo multilateral-internazionale renderebbero qualsiasi soluzione più difficile. Essa va risolta comunque tra i paesi interessati e la Cina rifiuta ogni mediazione di chicchessia”.

La verità spudorata – ha scritto il China Daily lunedì 26 luglio – è che l’America spera di ‘contenere’ la Cina esibendo, visto il decadere della sua potenza economica, quella militare, la sola che le resta ma che si va malamente usurando in Iraq e in Afganistan”. Insomma, dicono i cinesi, un grave errore di sopravvalutazione del proprio ruolo e della propria potenza residua e degli interessi e della potenza altrui.

Sulla questione, invece, Hanoi – là dove, in visita, l’offerta di Clinton è stata avanzata – tace, ma la sua strategia, dalle ultime scaramucce militari sulle isole nel 1988, è stata proprio quella, che adesso la Clinton non a caso richiama, di “allargare” il problema.

Nel 2010, la spesa militare arriverà a 788 miliardi di yuan (116 miliardi di dollari) una volta e mezzo quella finora annunciata in bilancio, secondo fonti militari cinesi anche se anonime che citano un  rapporto interno dell’Armata popolare di liberazione che prevede il raddoppio della spesa a 1.410 miliardi di yuan nel 2020 e a 2.300 miliardi dieci anni dopo. Si tratta di un studio di cosiddetta fattibilità compilato, nell’autunno dell’anno passato, da un altissimo ufficiale che insegna strategia alla Scuola superiore dell’APL[29].

E’ una brutta notizia, secondo noi. E certo non aiutano, a frenare eventuali bollori marziali, le punzecchiature di origine americana. Ma anche considerando, come pure si deve, che la spesa militare cinese impegna oggi il 2,5% del PIL, la metà più o meno di quella ufficiale americana che, forse, è un quarto però di quella effettiva[30]. Mentre in Cina, il bilancio militare per gli armamenti comprende – o, almeno, dicono gli analisti maggiormente accreditati come quelli dell’IISS (Istituto internazionale di studi strategici di Londra) – sembra comprendere annessi e connessi del ministero dell’Industria e delle Informazioni e degli altri organi (polizia, milizia, sicurezza, ecc.) che dipendono tutti dagli organismi e dal bilancio del Consiglio di Stato.

Ricordate mesi fa il can-can che fece Google, rifiutando di “piegarsi” – disse – alle leggi cinesi che le imponevano di filtrare, cioè censurare, le notizie che da tutto il mondo, in cinese, metteva sul suo sito www.google.cn/[31]. Fu facile profezia, scrivere allora come sarebbe andata a finire: con la resa senza condizioni di Google.

Pechino – scrivevamo – ha ordinato a Google di non onorare sul suo sito cinese le richieste di link su temi che i cinesi considerano “impropri”: ad esempio, le parole Tibet, Dalai lama, Tienanmen, ecc. E Google ha deciso di spostare automaticamente queste richieste sul suo sito di Hong Kong, così scavalcando il problema della censura cinese”. O illudendoseli, di scavalcarlo.

Pare, di fatto, che qualcuno alla casa madre californiana si fosse dimenticato, improbabilmente però, che Hong Kong è territorio dotato di una certa autonomia, ma pur sempre limitata e, alla fine, è territorio della Repubblica popolare cinese… per cui, il link da Google.com.cn a Google.com.hk si scopre subito poi che non serve a superare quello che gli internauti chiamano il “muro di fuoco”, il Firewall, che sbarra l’accesso senza censura, in cinese, ai siti cinesi…

Perché, contrariamente all’enfasi che ci hanno sopra creato, Google non è né uno Stato sovrano capace di resistere a uno Stato vero né, tanto meno, una filosofia capace di conquistare le anime e i cervelli. E’ solo una tecnologia (sì, la scienza di per sé è sempre neutrale) usata per predicare l’amore o l’odio, “per scaricare video porno o per guardare un gatto che suona il pianoforte”. Questo è Google e non vince né contro la Cina, né contro l’America… alla fine. E’ una forza per il cambiamento, Google, Internet, quant’altro… Ma è buona per qualsiasi tipo di cambiamento: dipende da noi e da chi, alla fine, poi lo controlla davvero…

E, certo, che se tutto quel che la Cina ha, poi, da temere dai colpi e contraccolpi di questo scontro è il rischio che lascia balenare, con una sintesi delle conseguenze possibili per lo meno banale e vacua, il NYT (cioè, dice, “l’intransigenza della Cina sul voler limitare il flusso di informazioni potrebbe danneggiare i suoi legami con l’economa globale e sporcare la sua immagine”) il timore è semplicemente ridicolo”.

Ora si apprende – e citiamo sempre dal NYT[32] – che in effetti “il governo di Pechino ha rinnovato a Google la licenza per operare di nuovo dal territorio cinese continentale”… ha detto il presidente di Google “Eric E. Schmidt che era la soluzione che speravamo…: continueremo a fare quel che abbiamo fatto finora; e loro continueranno a fare quel che hanno fatto finora”.

Cioè – appunto – impedire a Google di mettere senza censure quel che essa decide da sola sul suo sito Internet. Spiega il giornale: “il fatto è che se la licenza non le fosse stata rinnovata, Google sarebbe stata di fatto obbligata a chiudere il suo sito Web (google.cn) in Cina…. Il rinnovo della licenza è un segnale che Google, anche se non a suo agio per essere costretto a lavorare in Cina e a censurare i suoi risultati di ricerca per conto di Pechino, è deciso a tenere un piede in Cina che ora ha più utenti su Internet degli stessi Stati Uniti”.

Il punto vero è che come ha osservato “un analista di mercato della Guotai Junan Securities di Shenzen, Google si è messa in regola con la legge e i regolamenti cinesi e non c’è più, dunque, ragione per negare la sua licenza”. Proprio come fa, del resto, in ogni altro paese del mondo: in Germania, in Francia, in Australia, in Italia…, a vario titolo – molti di essi giusti… altri un po’ meno – di fatto Google esercita su istruzione dei vari governi la censura che le viene ordinato di esercitare. Se no per legge la fanno smettere di operare…

Nel frattempo, continuano a salire i dati delle esportazioni[33]: a giugno, con la domanda di prodotti cinesi che resta alta malgrado i problemi finanziari in Europa e la debole ripresa negli USA, l’esportazione di merci, elettronica, scarpe e abbigliamento inclusi, ha toccato i $137,4 miliardi,  quasi il doppio, il 43,9%, in più dello scorso anno. L’attivo della bilancia commerciale a giugno ha raggiunto i $20,02 miliardi, in leggero rialzo su quello del mese prima e comunque il risultato positivo maggiore da nove mesi. E, questo, mentre lo yuan, dall’annuncio della Banca centrale cinese del 19, si è apprezzato sul dollaro dello 0,8%.

Però, nei primo semestre del 2010, l’attivo di bilancio degli scambi commerciali complessivamente scende del 42,5%[34] dallo stesso periodo di un anno prima, a $55,3 miliardi: export che cresce del 35,2% a $705,09 miliardi e importazioni che crescono del 52,7% a 649,79 miliardi.

In ogni caso, le riserve valutarie della Repubblica popolare cinese arrivano nel frattempo a toccare, crescendo del 15,1% in un anno, i $2.500 miliardi, precisamente 2.454 miliardi[35]. E, quanto allo yuan – che vale, di fatto, come già accennavamo, in potere d’acquisto, quasi sette volte il valore nominale del cambio ufficiale – il nuovo ambasciatore giapponese a Pechino, Uichiro Niwa[36], già uomo d’affari e presidente della Itochi Corporation, valuta che nei prossimi anni finirà con l’apprezzarsi fino al 40%.

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

L’America latina, il continente colpito in un passato non troppo lontano dal ripetersi di defaults finanziari e svalutazioni e dal ricorso ai salvataggi pesantemente condizionati del Fondo monetario, colpi e controcolpi di Stato, generose e a volte un po’ scriteriate rivolte populiste e popolari – anche se raramente davvero rivoluzionarie – sta sperimentando una crescita economica robusta che fa oggi l’invidia dei paesi del Nord del pianeta.

Aiutano politiche di stretto controllo dei deficit e della circolazione monetaria in atto in diversi paesi e la domanda forte di materie prime (minerali, anzitutto: ferro, alluminio, oro) che viene, anzitutto, dalle economie asiatiche, esse stesse in buona ripresa. Ma aiuta in misura cruciale anche, e finalmente, il maggior investimento pubblico nel sostegno della domanda di consumi interni.   Secondo le previsioni della Banca mondiale, la media di crescita del continente sarà nel 2010 sul 4,5%[37].

Da meno di un mese, l’Argentina ha compiuto il “passo positivo” di riaprire una residua possibilità ai residui creditori del suo debito già dichiarato in default nove anni or sono: si capisce a un valore nominale non superiore, forse, al 20% di quello che aveva. Il fatto è che la stragrande maggioranza dei creditori di Buenos Aires hanno già accettato di “accontentarsi”. Così che, adesso, Fitch, una della grandi agenzie di rating internazionale che al momento del default avevano sentenziato la “totale rovina” dell’Argentina, ha deciso di “rivalutarne” il debito sovrano attribuendole una valutazione più alta, a un livello B che definisce comunque “altamente speculativo” ma che è di gran lunga ovviamente migliore dello status di “default” che gli aveva precedentemente assegnato[38].

E col rating restaurato a livelli più decenti da Fitch, anzitutto ci si rassegna come a prender atto, senza confessarlo, del fatto che, al contrario delle profezie del Fondo monetario internazionale e delle sue prefiche – Fitch compreso – l’Argentina è tutt’altro che fallita dopo il default. Anzi[39]… E, poi, si prende atto che molto prima delle agenzie di rating e dello stesso Fondo monetario, che ci si erano sopra sgrugnati ne avevano preso buona nota gli stessi, sfortunati ma alla fine anche più sagaci, creditori privati.

In Brasile, mentre il tasso di disoccupazione ufficiale si riduce al 7% a giugno[40], il più basso da sei mesi a questa parte, il Tesoro dichiara un avanzo primario di 24,8 miliardi di reais ($14 miliardi) nei primi sei mesi del 2010 +34% sullo stesso periodo del 2009. Un ammontare uguale all’1,46% del PIL rispetto all’1,24% del primo semestre dell’anno scorso. A fine dei sei primi mesi del 2010, l’ammontare totale dell’avanzo primario del Brasile è uguale a 47.7 miliardi di reais, un aumento anno su anno del 9,25%[41].

Il Congresso ha approvato una serie di misure legislative che mettono in grado l’ente petrolifero di stato, il Petroleo Brasileiro (noto comunemente con la sigla, Petrobras) di reperire i fondi e investire le risorse necessarie a sviluppare i vasti depositi petroliferi pre-salini, come si dice, che si stendono lungo la costa atlantica del paese[42].

Preparandosi a diventare uno dei grandi produttori di greggio del mondo, il Brasile si sta preparando a sostenere finanziariamente e legislativamente le sue ambizioni, mantenendo così anche la diversità della sua economia. Che è il modo, sostiene il governo, per procurarsi anche i redditi del petrolio che serviranno a ridurre le grandi differenze socioeconomiche che, anche dopo i due mandati di Lula, continuano a devastare il paese.

Il nuovo primo ministro d’Australia, signora Julia Eileen Gillard che ha sostituito il calante Kevin  Rudd del partito laburista, forse porterà a fondo la scelta che il suo predecessore ha esitato a fare: istituire, ha ribadito nel discorso inaugurale in parlamento, una supertassa sui super-profitti delle sue grandi compagnie minerarie non più limitata solo a ferro e carbone ma anche a tutti gli altri ricchissimi filoni di materiali grezzi che il suo immenso sottosuolo nasconde.

Le grandi compagnie minerarie, come Rio Tinto e BHP Billiton, avevano dichiarato guerra alla tassa e pare che abbiano perso, anche se hanno ottenuto di far considerare, adesso, “super-profitti” solo quelli superiori al 12%, invece che al 5% definito prima[43]

E la Gillard ha subito convocato, per il 21 agosto come può secondo tradizione britannica, le elezioni politiche superanticipate: vuole farsi eleggere a titolo proprio, e non come erede dell’ex forzatamente dimissionato dal suo stesso partito; ma vuole anche far appoggiare direttamente dagli elettori la sua scelta di tassare i super-profitti dei padroni delle miniere. Oggi ha un lieve vantaggio nei sondaggi, bisognerà vedere il giorno delle elezioni[44].

La Banca centrale indiana (BRI, Banca di riserva dell’India) alza il tasso di sconto di un quarto di punto per contenere l’inflazione, dice il governatore Duwuri Subarrao, al fine di mantenere un interesse bancario coerente con prezzi, produzione e stabilità finanziaria senza troppe contraddizioni mantenendo una liquidità sempre gestibile: insomma, la solita giaculatoria di chiacchiere banchier-centralistiche che è troppo trasparente, stavolta, anche per qualche testata moderato-cantabile[45].

La BRI conta così di tenere il nocciolo duro dell’inflazione al 6% per marzo dell’anno prossimo (ma se calcolare i prezzi depurandoli di alimentari e combustibile è già un nonsenso in Germania, figuriamoci in India…) e punta a una crescita del PIL all’8,5% dall’8 di oggi.

EUROPA

La seconda stima di crescita del PIL dell’eurozona nel primo trimestre del 2010 ha attestato uno 0,2% di aumento rispetto al precedente, cioè lo stesso aumento di allora e uno 0,6 anno su anno. Tra i vari paesi, il PIL della Grecia è stato revisionato al ribasso, dell’1% trimestre su trimestre e del 2,5% anno su anno, a fronte di stime sempre al ribasso, rispettivamente, dello 0,8 e del 2,3%. Il PIL del Portogallo è stato rivisto, invece, in leggero aumento, dall’1 all’1,1% e, anno su anno,dall’1,7 all’1,8%[46].

L’aumento dell’1,1 del PIL portoghese è quantitativamente il terzo dell’Unione, dopo il 2,7 dell’Irlanda (ma -0,6 in ragione d’anno) e l’1,4% di crescita della Svezia (anno su anno, +2,9%).  Per gli altri paesi che, di regola, qui ci interessano i dati relativi registrano: Italia, +0,4 (sul trimestre precedente) e +0,5 (sullo stesso trimestre del precedente anno); Spagna (rispettivamente) +0,1 e -1,3; Germania, +0,2 e +1,5; Francia, +0,1 e +1,2; Gran Bretagna, +0,3 e -0,2; e, fuori dell’Unione naturalmente, Stati Uniti a +0,7 e +3,4%; e Giappone, con +1,2 e +4,2%. Lasciamo stare, in questo contesto, la Cina…

La crescita industriale nell’eurozona è salita in un mese a maggio su aprile dello 0,9% e rallentato, nell’anno a fine maggio, al 9,4%, scendendo dello 0,2 dal livello raggiunto in aprile su quello dell’anno prima[47].

Le vendite al dettaglio nell’eurozona lumacheggiano in avanti a maggio, dello 0,2% dal mese prima[48]. E i dati annui dell’inflazione dell’eurozona[49] toccano, a giugno, la media dell’1,4%, in netto ribasso dall’1,6 del mese precedente: i dati più bassi in Olanda, lo 0,2%, Lettonia all’1,6 e Irlanda al 2%; quelli più alti in Grecia, al 5,2%, Ungheria, al 5 e Romania, al 4,3%.

Su quella buffonata che è, invece, il tetto-tabù imposto dalle regole dell’Unione al rapporto deficit/PIL, che nessuno prende sul serio – se non come alibi formale per invocare e imporre un’austerità ancora più austera – sono solo tre sui ventisette[50] membri dell’Unione (Lussemburgo, Svezia ed Estonia) a rispettarlo restando, così, fuori della lista dei sotto-osservazione da parte della Commissione, dopo che vi sono stati ora aggiunti anche Cipro, Danimarca e Finlandia.

Con la Bulgaria, Cipro si è aggiunto alla lista già a fine 2009, mentre Finlandia e Danimarca arrivano adesso, dichiara il Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione il 13 luglio. Mentre “ordina” (ah! ah! chi è che ordina? proprio chi è stato ed è il primo a violare! ma ci facci il piacere, ci facci…) a Bulgaria e Finlandia di rientrare dal deficit sotto il 3% del PIL entro il 2011, a Cipro entro il 2012 e alla Danimarca entro il 2013…

La bilancia commerciale passa dal’attivo al passivo, a un deficit commerciale esterno dell’eurozona che a maggio ammonta a €3,4 miliardi, mentre quello dell’Unione a 27 tocca i 15,1 miliardi[51].

Non sono riusciti a concludere un piffero quanti, su proposta della Commissione e su spinta del parlamento europeo volevano, nell’Unione, trovare l’accordo per una nuova e più efficace  regolazione/supervisione dei mercati finanziari, di banche e assicurazioni. Fra i più renitenti all’idea, e si sapeva, gli inglesi cui viene l’orticaria a sentir parlare di una minima, fosse pure la più sensata, cessione di sovranità[52].

Ma anche Tremonti che si è segnalato per il suo scodinzolante allineamento ai resistenti, ordinato dal Cavaliere: che, dopotutto, ha banche di suo, no? ma lo fa in nome della libertà di mercato. s’intende. Francesi e tedeschi gli hanno fato sapere, e con un certo, voluto disprezzo, di considerare un tradimento la scelta del governo italiano.

Vedrete che sulla nuova regolazione finanziaria stavolta l’Europa, che pure con la timida opposizione solo degli inglesi la proposta al G-20 l’aveva sostenuta, frenata ora dai posapiano che sul punto si sentono doverosamente al servizio di chi ha già goduto, come le banche, di aiuti pubblici straordinariamente più copiosi di quelli dei comuni mortali, anzi proprio a scapito spesso dei comuni mortali (disoccupati, PMI, ecc.), si farà stavolta scavalcare da Obama e dal Congresso americano.

Formalmente, adesso, i ministri degli Esteri europei approvano le regole nuove che dovrebbero presiedere al monitoraggio statistico, da parte dell’EUROSTAT[53] onde evitare fatti analoghi agli imbrogli sui numeri perpetrati in Grecia dal governo Caramanlis (ma, anche se non si dice poi troppo, in tanti altri paesi: Italia, Francia, Germania pure…). Queste nuove regole daranno – dovrebbero dare – comunque all’EUROSTAT maggiori di potere di verifica sulla regolazione dei sistemi statistici e delle regole stesse che governano le procedure UE di deficit eccessivo che dovrebbero entrare in vigore quando vadano al di là dei limiti europei.

uessti posapiano al servizio di chi giò ha goduzto di straoprdinatri sussisdi di denaro pubblico rispeto ai comuni mortali

Sono state 171 le banche europee che insieme si sono fatte prestare dalla BCE, la Banca centrale,  €131,9 miliardi nei tre mesi da aprile a fine giugno al tasso di interesse piatto e fisso dell’1%. L’aspettativa era per richieste superiori, fino a 210 miliardi[54].

91 istituti bancari (il 65% di tutti quelli dell’Unione e tra i maggiori) hanno “subito” i cosiddetti “stress test” (l’unica traduzione italiana, diciamo sensatamente possibile, è test sotto stress; una spiegazione tecnica più forbita dice trattarsi del “processo di determinazione di quanto il valore di un portafoglio può diminuire in presenza di condizioni di mercato anormali[55], oppure diventate, come in una crisi globale, improvvisamente… normali), le valutazioni obbligate cioè su come, tra l’altro, farebbero fronte – o pensano di poter fare fronte – ai problemi che verrebbero a  loro da un PIL in forte caduta e forti shock da rischi creditizi o di mercato incombenti[56]. Condizioni estreme davvero, cioè…

I risultati hanno visto qualche ritardo nella consegna dei dati alla BCE da parte di diversi governi. Ma, in mezzo a un aumento di aspettative cariche, per la mancanza stessa di dettagli pienamente soddisfacenti sul come si procedeva ai test, di qualche tensione… anche perché come è stato paventato magari “senza volerlo, potrebbero risultare penalizzate da tutto il processo anche banche in buona salute[57], sono stati resi pubblici.

In sostanza, dall’esercizio condotto in condizioni estreme, risulta che sulle 91 grandi banche europee messe sotto sorveglianza, cinque casse di risparmio spagnole (Espiga, Diada, Banca Civica, Cajasur e Unnim), la Banca Hypo tedesca e l’ATE Bank greca hanno fallito il test con uno scoperto totale, nelle condizioni date, di €3,5 miliardi[58]: cifra ben inferiore al temuto e che ha subito suscitato molti dubbi… Come quelli che, un anno fa, avevano colpito il risultato giudicato troppo generoso con molte banche e istituti di credito dell’analogo esercizio condotto dalla Fed in America[59].

Del resto, diverse altre banche hanno passato il test di pochissimo, tanto che adesso molti analisti si aspettano che, scavalcando i regolatori che formalmente con la loro “promozione” non possono, siano adesso i mercati, direttamente, ad obbligarle a aumentare le loro riserve. E’ un gruppo che include la Postbank, uno dei maggiori istituti tedeschi quotati in borsa, con sede a Bonn e per il 25% di proprietà della Deutsche Bank e la Norddeutsche Landesbank, banca quasi-statale del Land della Niedersachsen, la Bassa Sassonia, che afferma, però, di non avere alcun bisogno di trovare nuovi capitali. Ma la realtà è che, come del resto con la valutazione di un anno fa della Fed in America, neanche questa delle autorità europee sembra sufficiente, almeno allo stato, a dissipare ogni dubbio[60].

Resta carente, in ogni caso, la severità dell’analisi che non è scesa in profondità come avrebbe potuto e dovuto. E dalla Banca dei regolamenti internazionali di Basilea a fine mese arrivano interpretazioni blande e molto soffici sulla serietà e la severità della cosiddetta Basilea3, la riforma del sistema finanziario che per sé, alla fine, sono davvero disposti a prevedere gli europei. Si tratta di abbassare il livello di rischio fissando il minimo di capitale di riserva delle banche e i loro standard di liquidità.

Ma la tendenza ormai chiara è all’annacquamento e al prolungamento dei tempi di applicazione rispetto alle iniziali richieste di rigore e serietà: c’è chi osserva che, in effetti, l’impegno del solenne “mai più! sia sentito forte quando il dolore è forte. Man mano che ci si allontana dall’acme, i sensi di allarme si addormentano[61]. Tanto più se, come succede adesso, la Germania prende tempo e non firma neanche quello che allo stato sarebbe solo un impegno preliminare: in nome, si capisce, del libero mercato[62], almeno nominalmente; ma anche per non compromettere il suo modello di banca, molto più aperto degli altri al meccanismo delle cooperative…

Alla fine, e come sempre, per i propri buchi e i propri peccati, chi pagherà non saranno banche e banchieri, finanza e finanzieri e loro principali clienti. Ma i redditi, i consumi e i salari della gente che lavora.

L’Organizzazione mondiale per il commercio ha reso pubblica, a fine giugno, la decisione con cui ha decretato che l’EADS/Airbus aveva in effetti beneficiato di sussidi governativi europei da parte dei paesi che formano insieme il consorzio aerospaziale degli Airbus, in particolare l’A380. La sentenza sostiene la posizione americana che accusava i governi europei di concorrenza sleale, nel  senso che violava le regole dell’OMC prevedendo il rimborso dei prestiti a tassi troppo bassi e direttamente legati al successo dell’export dell’aeroplano.

Il Commissario europeo al commercio, Karel de Gucht, vuole che il caso sia considerato, prima della decisione definitiva, accanto alla controdenuncia presentata dall’Unione contro la Boeing americana che dovrebbe iniziare a metà luglio. La Boeing e il governo statunitense sono, a loro volta e con altrettanti buoni motivi, accusati di aver fatto scontare al bilancio della Difesa i costi della progettazione e dello sviluppo del loro 787 Dreamliner[63]. Sia il governo francese che quello britannico hanno intanto dichiarato che non considereranno definitivo, e dunque non applicheranno, la decisione dell’OMC ai prestiti già pianificati per il futuro al consorzio dell’Airbus.

Intanto, la Emirates, la linea aerea di base a Dubai, che aveva appena acquistato un mese fa 32 Airbus A380 super-jumbos, ha ordinato 30 Boeing 777 trasporto passeggeri[64] alla mostra aerea di Farnborough in Gran Bretagna, la più importante air show di compravendita di armi, ma anche di aerei civili, al mondo. Un colpo al cerchio, insomma, saggiamente e …

Nel mondo uniformato al peggio che la crisi globale ci sta riservando, in Grecia (il paese governato dal socialista Papandreou che si è dovuto rivolgere all’aiuto degli altri europei e del Fondo monetario e subirne tutte le condizioni: in pratica lo smantellamento a teppe dello stato sociale che negli anni ’80, dopo aver cacciato i colonnelli dal potere, suo padre Andreas aveva messo in piedi) è passata la riforma/controriforma delle pensioni.

Qui, l’età del pensionamento sale a 65 anni ed esigerà per accedere al godimento del Fondo pensioni 40 anni di versamenti, invece dei 37 che erano fino ad oggi[65]. E sarà – anche – più facile licenziare i lavoratori dipendenti… Costituirà, vedrete, questo pacchetto di leggi l’esempio e l’alibi cui faranno ricorso tutti i Berlusconi e i Tremonti, tutte le destre, d’Europa. La legge, che è stata votata dai socialisti e da due indipendenti, ha avuto il no dell’estrema sinistra, comunisti compresi, e dell’estrema destra. Ci saranno ancora furibonda opposizione sociale, scioperi, manifestazioni. Ma, alla fine… Però, almeno, ci sarà stata un po’ di chiarezza… speriamo.

Intanto, il Tesoro ha ricavato €1,6 miliardi dalla sua prima asta di buoni semestrali dopo il salvataggio di maggio. Avranno un rendimento qualche po’inferiore a quello che voleva l’UE: 4,65 contro il 5%: è un buon segno e l’emissione ha addirittura registrato un eccesso di sottoscrizioni[66].

In Spagna, la produzione industriale fa un bel balzo in avanti a maggio, su un anno prima, con un +5,1%. E, rispetto a maggio, pur rimanendo sempre a livelli record in Europa (19,9%, nel dato destagionalizzato: cioè addirittura in aumento reale), la disoccupazione scende a giugno di 84.000 unità. Ma, nel corso del secondo trimestre, risale al 20,09%. Secondo l’Istituto nazionale di statistica l’occupazione aumenta insieme alla popolazione attiva (i dati si annullano, quindi, a vicenda dal punto di vista occupazionale) e il numero dei disoccupati ufficiali tocca le 4.645.4500 unità col tasso attuale che è il più alto dall’ultimo trimestre 1997[67].

Zapatero annuncia una riforma “in profondità” delle politiche occupazionali: ma, a fronte dei peana degli imprenditori e dei timori dei sindacati – speravano e temevano tutti che si stesse trasformando anche lui in un puro e semplice liberista del lavoro - dice subito chiaro che non si tratta di diluire il lavoro rendendolo più precario e meno difeso, ma di aiutare il sistema pubblico a migliorare i servizi di formazione e di ricerca del lavoro per i disoccupati[68].

E sale l’inflazione a luglio – con l’Italia pressoché unica eccezione nell’eurozona – su base annua all’1,9%, spinta dai prezzi di alimentari e servizi turistici[69].

Il Portogallo è messo a metà luglio sotto attacco da Moody’s, che gli taglia il rating del debito sovrano da Aa2 ad A1 ancora ma appena a livello degno di investimenti. E lo fa rimettendo dichiaratamente sotto pressione i ministri delle Finanze perché si decidano – questo vogliono le agenzie – a rassicurarle su quel che farebbero se e quando un paese dell’euro dichiarasse formalmente la propria insolvenza. La motivazione formale è che le misure di stimolo all’economia  hanno adesso gonfiato ancora il suo debito rispetto al PIL.

E’ inutile lamentarsi – dichiara il ministro Fernando Teixeira dos Santos – dobbiamo semplicemente fare quanto ci chiedono i mercati, cioè rimettere subito in ordine le nostre finanze[70]. Che, detto così, significa brutalmente confessare il vero: a decidere non sono più, forse non sono mai stati, elettori e istituti della democrazia rappresentativa, per fiacca e fasulla che fosse; ma sono i mercati— e, appunto, bisogna rassegnarsi, non lamentarsi, né tanto meno pretendere di cambiare le cose –. In fondo come scriveva il grande poeta romanesco dell’800, Giuseppe Gioacchino Belli[71], siamo dov’eravamo, no? quando

C’era una vorta un Re che ddar palazzo/

mannò ffora a li popoli st’editto/

‘Io so io, e vvoi nun zete un cazzo’ ”…

Prima o poi – e ormai più prima che poi, probabilmente – qualcuno comincerà a dire, anche a Bruxelles, anche da qualche scranno dell’Eurogruppo o della Commissione, che forse ormai l’anomalia vera dell’eurozona (e dell’Unione come tale) è proprio la Germania.

Lo accennavamo già, in una Nota molto recente, addirittura con una citazione del vecchio Keynes fatta dal Nobel Joseph Stiglitz[72], quel passaggio rivelatore in cui il più grande economista del novecento con una considerazione eloquente e davvero profetica aveva segnalato “come siano proprio gli attivi di bilancio a portare a una domanda aggregata a livello globale più fiacca— coi paesi che li vantano ad esercitare un effetto di esternalità negativa sui loro ‘partners commerciali’. Keynes ne era tanto convinto – che a costituire una minaccia alla prosperità globale fossero i paesi in attivo molto più di quelli in deficit – da spingersi a proporre una tassa su tutti i paesi col bilancio in attivo”. Allora…

Ora, una breve  ma quanto mai incisiva argomentazione – di fonte sicuramente filoeuropeista: il capo economista del Centre for European Reform, un laboratorio di pensiero britannico che è quasi solitariamente in quel paese a favore di una maggiore integrazione europea – conferma in pieno l’analisi.

Il baco originario della costruzione europea, la crepa che ormai si è inesorabilmente e pericolosamente allargata, non è tanto nell’aver scelto di edificarla a tappe, anteponendo la moneta all’economia e alla politica, ma nell’aver smesso di spingere dopo aver completato la prima tappa per concludere la seconda. E ciò per l’opzione fatta, da chi pigramente da chi maliziosamente, di allargare l’Europa invece che rafforzarla nei contenuti (di “approfondirla”, come si diceva in gergo ai tempi di Delors, quando contro il suo forte impegno la scelta fu fatta).

La sostanza del ragionamento[73] fa rilevare come “spesso la Germania venga considerata a mo’ di un esempio del come far fronte ai rigori imposti dall’euro. Ma questo è un punto di vista ristretto, provinciale, di quel che è andato in realtà succedendo. Il fatto è che la straordinaria moderazione salariale dei tedeschi – coi redditi di salari e stipendi che, aggiustati per tener conto dell’inflazione, sono praticamente restati immobili in un decennio – ha di gran lunga accresciuto la competitività di prezzo dei prodotti tedeschi dentro l’Unione valutaria, mentre ha frenato l’importi in Germania.

   “In breve, la Germania ha approfittato a fondo della domanda generata altrove nell’eurozona. E, tra i membri di una stessa unione valutaria, questo non è un sistema concorrenziale ‘sano’. Di fatto,  sotto ogni aspetto salvo che quello nominale, si tratta di una situazione di vera e propria ‘svalutazione competitiva’… La Germania è così diventata quasi totalmente dipendente per la sua crescita economica dalle esportazioni e dagli investimenti nei suoi settori orientati all’export.  Ora c’è poco che possano fare i paesi deficitari dell’eurozona per obbligare la Germania a riequilibrare la sua economia.

   “In quanto aderenti all’unione monetaria, non possono svalutare per rovesciare i vantaggi competitivi che con la loro deflazione salariale si sono accaparrati i tedeschi. L’UE d’altra parte non ha il potere di rimettere in questione la politica salariale dei vari governi dell’eurozona e di dire a quello tedesco quel che deve fare per rilanciare la domanda interna. Né la Commissione europea è in grado di farsi assegnare tali poteri: una governance più forte dell’eurozona non arriverà a comprendere più che un sistema qualche po’ irrobustito di garanzia della disciplina di bilancio— ma intesa sempre, e solo, praticamente senza discussione alcuna,  come riduzione di bilancio, non come incremento…

    Così, l’unica opzione che resta ai paesi in deficit è di mettersi a tagliare i loro salari più dei tedeschi. Ma è cosa praticamente impossibile: i salari tedeschi, tenuto conto dell’inflazione, stanno già calando nel 2010, come hanno già fatto nel 2009. Anche se i paesi in deficit potessero ridurre i loro più rapidamente di quanto stiano facendo i tedeschi, il risultato non potrebbe essere che un’altra recessione dell’eurozona e quasi inevitabilmente la deflazione.

   L’impatto dell’euro sul mercato unico finora è stato deludente – se non per l’iniziale abbattimento dell’inflazione, va detto – e ha ragione la Commissione europea quando afferma che è essenziale un grado di integrazione economica ben maggiore tra gli Stati membri.

   E’ attraverso di essa che la competitività potrà aumentare e con essa si potrà ottenere maggior produttività e più crescita dell’economia. Così, restringendo le differenze di crescita della produttività e i tassi di inflazione – effettiva – tra le economia partecipanti dell’eurozona,  diminuirebbe anche il rischio di una politica monetaria uguale per forza per tutti.

   Ma se gli Stati aderenti che hanno i maggiori deficit esterni non sono in grado di riequilibrarsi, si opporranno a ogni mossa che tenda ad approfondire il mercato unico, come la liberalizzazione del commercio nei servizi all’interno dello stesso mercato unico. Perché mai rischiare un’ulteriore perdita di domanda verso le economie in attivo del blocco? Ci sarà anche chi tra loro comincerà a rimettere in questione l’uno o l’altro elemento esistente del mercato unico.

    Certo la flessibilità valutaria dell’era pre-euro era disordinata e offendeva i puristi europeisti. Ma rendeva possibile gli aggiustamenti tra le varie economie e consentiva a tutta l’economia europea di continuare a crescere. E la domanda è posta— cosa sarebbe preferibile per le prospettive economiche dell’Europa – e, dunque, per gli esportatori tedeschi – una Spagna in grado di ritrovare i suoi equilibri e di ritornare alla crescita o un Spagna che resti affondata in un ristagno indefinito?”.

Chi scrive non crede che sia indispensabile concordare con tutti i punti, i puntini e le virgole di questa analisi per vederne però la correttezza di fondo e cominciare a fare qualche considerazione sensata sul futuro d’Europa. Sempre che di un futuro d’Europa sia possibile, come pensiamo, ancora parlare.

Una settimana dopo Lisbona tocca a Dublino il passaggio sotto la mannaia di Moody’s, che ne svaluta il reddito sovrano di una tacca, da Aa2 ad Aa1[74], un livello appena sopra a quello del Portogallo ma comunque in perdita. E questo è un andazzo che non ha fine, quello degli Stati sovrani di sottoporre il loro debito chiamato – giustamente sghignazzano tutti – sovrano alla valutazione di credibilità – essa sì davvero sovrana perché non risponde a nessuno di quel che decide – di meno d’una dozzina di cambiavalute come quelli delle bancarelle: solo con uffici di cristallo e di marmo…

E’ un andazzo che andrà avanti finché tre, quattro Stati tra quelli che contano non si metteranno d’accordo a mandarli a quel paese. La Commissione europea qualche settimana fa aveva, timidamente, proposto di pensare a creare un’agenzia di rating europea che ad essa facesse capo. Ma la proposta, Tremonti e i suoi affini l’hanno subito lasciata cadere: meglio laisser faire ai mercati, agli interessi privati…

Francia e Russia intensificano i rapporti di affari in campo militare. La Russia ha formalizzato l’ordinazione di portaelicotteri Mistral francesi, già equipaggiati degli strumenti di navigazione e provvisti di tutta la documentazione tecnica relativa. Saranno dotati, però, di armamenti e elicotteri di costruzione russa. La Marina di Mosca annuncia di voler utilizzare le portaelicotteri Mistral nella sua Flotta del Nord e del Pacifico.

Ma, naturalmente, non c’è nulla a impedirle, domani, se vuole, di spostarle nel Baltico. Che è poi la ragione, diciamo così irrazionale (se non si concludeva, in effetti, la Russia avrebbe provveduto da sola: modificando la portaelicotteri che già si fa in casa: delle classi Moskva o Kiev dei cantieri Chernomowsky…) dell’ostilità viscerale di polacchi e paesi baltici, a veder arrivare a conclusione l’affare[75]

La Slovacchia[76] sembra si stia scegliendo un governo di centro-destra, formato dal primo ministro Iveta Radicova del partito slovacco democratico e cristiano (SDKU.DS), dal partito liberale di Libertà e Solidarietà (SaS), dal partito democratico cristiano (KDH) e dal Most-Hid (un piccolo partito conservatore liberale dell’etnia minoritaria magiara): i primi due avranno quatrto ministri ciascuno, gli altri solo tre. La nuova coalizione ha anche deciso che il ministro delle Finanze sarà Ivan Mikloš, che lo è stato già per quattro anni dal 2002 al 2006.

Ora che hanno deciso del governo, passeranno a discutere di programmi e proposte. Non è certo il primo partito di centro-destra a muoversi in questo modo in Europa. E, magari, esibendo questo disprezzo alla Joseph Göbbels per le idee (“quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola”), anche con successo (elettorale, si intende in un primo tempo, almeno).

In Polonia, il presidente ad interim, Bronislaw Komorowski, della cosiddetta Piattaforma civica, diciamo di centro-destra vagamente più “laico”, ha vinto il ballottaggio che lo opponeva all’ex primo ministro e gemello del presidente morto due mesi fa nel disastro aereo della foresta di Katyn, Jaroslaw Kaczinski, del partito di destra e dichiaratamente clericale Legge e Giustizia, col 53% dei voti contro il 47[77].

Kacszinski ha recuperato molti dei voti che sembravano separarlo da Komorowsky al lancio delle candidature (il 20% nei sondaggi) con una campagna tutta populista e votata alla difesa strenua dello stato sociale esistente contro i tentativi, e le tentazioni, del governo di Piattaforma civica di ridimensionarlo[78].

In definitiva, la Polonia resta politicamente polarizzata tra città e parte occidentale del paese che ha votato per Piattaforma civica e il suo programma di contenuta, relativa, liberalizzazione economica e il vecchio mondo rurale polacco, religiosamente e più ancora ideologicamente cattolico soprattutto nell’est del paese che in maggioranza, invece, ha votato, per Legge e Giustizia e la sua linea più nazionalista, quando anche e non poco sciovinista.

In visita ad limina a Tbilisi – ai limina minores: quella che di regola fanno i vescovi alle parrocchie della loro diocesi – la segretaria di Stato Hillary Clinton ha tenuto a sottolineare pubblicamente che gli Stati Uniti ci tengono A rassicurare i vicini della Russia, che “non se li dimenticheranno, anche se i loro rapporti con la Russia stanno diventando più caldi”. E’ un lavoro delicato perché bisogna, nel farlo, evitare di rimettere idee sbagliate di possibili “coperture” americane alle battagliere idee revansciste dei georgiani un po’ irresponsabili come il presidente Saakashvili.

Bisognerebbe loro ricordare, forse, come finì l’altra volta, quando avevano creduto o s’erano lasciati convincere a credere, alle coperture assicurate dai mentecatti che, dalla Casa Bianca di Bush, ma anche da alcuni uffici del Congresso (quello dell’allora senatore e oggi vice presidente Biden, per esempio, e quello della senatrice Clinton) coltivavano il sogno di un benevolo, si capisce, impero americano onnipotente e pensavano di potere, in nome di quella loro illusione, far subire ai russi il ruggito di un topo bellicoso loro vicino senza che essi reagissero… e se lo sono dovuto precipitosamente scordare[79]

Clinton ha anche tenuto a ripetere a Saakashvili, il presidente georgiano, quello che gli Stati Uniti, avevano già ripetuto con forza, “per bocca del presidente Obama e mia” al presidente russo Medvedev, a Washington a fine giugno, a latere del G-8/G-20, che cioè “gli Stati Uniti non riconoscono sfere di influenza a nessuno”, nel mondo.

Che sarebbe pure giusto – e anzi sacrosanto – se poi gli Stati Uniti stessi non riaffermassero, un giorno sì e l’altro pure, la vigenza teorica e pratica (Honduras, ecc.) della dottrina Monroe che, dal 1823, rivendica col nome di quel presidente agli USA la supervisione del loro “cortile di casa”— our backyard, in America centrale e in America latina. Cosa che (il NYT, il particolare però tralascia di rilevarlo) Medvedev, anche se sommessamente, ha fatto rilevare ad Obama ma che Clinton non ha proprio afferrato[80].

Ancora più velleitaria, tutto sommato ridicola, l’alzata di scudi a Tibilisi, del collega della Clinton, il francese Bernard Kouchner, che visita la Georgia di Saakashvili e lo “rassicura”, in conferenza stampa – se no, non serve neanche a fare ammoina – che la Francia rispetta l’integrità territoriale della Georgia e che, per questo, Abkazia e Ossetia del Sud dovrebbero tornare alla Georgia dalla cui sovranità sono inseparabili”[81].

Esattamente come inseparabile dalla Serbia, no?, è il territorio del Kosovo— della cui secessione Kouchner è stato invece – evviva la coerenza! – il più accanito propagandista in Occidente ben prima di diventare ministro degli Esteri.

[Tra parentesi, quanto proprio al Kosovo la Corte di Giustizia dell’Aja ha sentenziato adesso che il diritto internazionale non  vieta a un paese di dichiarare la propria indipendenza da un altro Stato… Adesso, come comemnta lucidamente il NYT, sintetizzando quanto ha deciso la più alta Corte delle Nazioni Unite, “la sentenza che il Kosovo saluta come una vittoria, viene invece paventata da molti esperti di diritto come qualcosa che potrebbe scatenare movimenti separatisti un po’ in tutto il mondo”[82]. Già… Il vaso di Pandora, insomma, un nido di vespe imprudentemente dischiuso…

E, naturalmente, mentre la Serbia come la Russia ha detto subito che non è d’accordo e, al contrario, s’è detta d’accordo l’America – che fece la guerra di secessione, la più cruenta della sua storia a metà ‘800, per impedire ai 13 suoi Stati del Sud di andarsene dall’Unione – il presidente dell’Abkazia Sergei Wasyl-ipa Bagapsh ha subito proclamato il suo consenso totale: è il riconoscimento nei fatti, ha sostenuto, anche della secessione dalla Georgia di Abkazia e Ossezia del Sud che tra l’altro – dice – “sul piano storico e legale hanno basi molto più solide di quelle kosovare” per rivendicare la propria indipendenza[83].

E ha elogiato la Russia, il primo – e col Venezuela finora anche l’unico – paese a farlo. Dimostrando che, qui come lì come per la secessione della Federazione degli Stati del Sud dall’Unione americana, il diritto internazionale non c’entra niente, che è tutta e solo questione politica…

E, adesso, mentre la Repubblica Srpska, i serbi di Bosnia, ricominciano a insistere sul loro diritto, non minore certo, di quello del Kosovo alla secessione unilaterale dalla Bosnia federata (mussulmana, croata e serba), comincia a ventilarsi l’ipotesi – di fronte alle resistenze di Serbia e Russia ma anche di Spagna, Grecia, ecc., in Europa e all’insistenza di Albania, USA, Gran Bretagna, ecc. – della possibilità di cercare quello che sarà, comunque, un difficilissimo accordo sulla partizione del Kosovo[84]

La Serbia non si rassegna, però. Mentre reitera che non intende ricorrere in alcun modo alla forza per risolvere il contenzioso col Kosovo, c’è subito e opportunamente chi fa rilevare che la sentenza della Corte dell’ONU non riguarda, in realtà, la legittimità in sé della secessione ma esclusivamente che, in base al diritto internazionale, “non è proibito ‘dire’ di volere l’indipendenza”. Ma la stessa sentenza aggiunge che “essendo però il Kosovo in uno stato di ‘sub-sovranità’ – non un effettivo Stato-nazione – esso non è soggetto alla legge delle nazioni. Cioè,che  non può essere soggetto pieno di diritto internazionale.

   Quel che non dice, la sentenza, è se la secessione del Kosovo dalla Sserbia o il suo riconoscimento da parte di diversi paesi sia cosa in effetti legale. Solo che la percezione è tutto[85]. Oggi sono 69 gli Stati che riconoscono il Kosovo, America e molti della UE compresi. Ma il Kosovo, per entrare all’ONU, ha bisogno di non subire veti da nessuno dei cinque membri permanenti (e almeno la Russia per ora mantiene il suo) e di avere i 2/3 a favore: cioè ben 128 paesi sovrani e aderenti alle Nazioni Unite… Col problema politico vero che, appunto, è quel che succede se si apre il vaso di Pandora…

La Serbia è pronta a vedere   qual è la situazione e presenta subito una bozza di risoluzione dove l’ONU riafferma – come aveva sempre fatto, per iscritto finora – che “il Kosovo è parte integrante della Serbia” e visto che adesso questa dizione passerebbe difficilmente – soprattutto che “la secessione unilateralmente decisa non è un modo accettabile di risolvere le dispute territoriali”. E chiede che riprenda il dialogo tra le parti per trovare una soluzione mutuamente accettabile (una qualche partizione, forse)…

Commenta, una volta tanto con tempestività, la Ashton, Commissaria agli Esteri della UE, che “l’Unione è pronta a facilitare un processo di dialogo fra Pristina e Belgrado. Un dialogo che promuoverebbe la cooperazione, farebbe progredire nel cammino le due parti verso l’Europa unita e  migliorare la qualità della vita dei due popoli[86].  

Nel frattempo, la Russia superando le remore bielorusse, ad esempio, va avanti con chi, magari con qualche esitazione, comunque ci sta e forma la sua Unione doganale con Bielorussia e Kazakstan[87], il passo più lungo fino ad oggi per ricollegare – non altro, almeno per ora – le economie delle tre repubbliche ex sovietiche.

L’accordo facilita molto gli scambi abbattendo, senza abolirle del tutto finora, centinaia di tariffe e dazi doganali e ad esso dovrebbero, in prospettiva, seguire intese per l’armonizzazione doganale più completa e per il libero movimento di persone e capitali. Ma non prevede, di concreto, neanche un approccio comune o coordinato verso l’integrazione nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio come in un primo tempo era stato invece annunciato.

Secondo quanto dice di aver capito il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko, che su questa base ha in corso – o dice di avere in corso – con essa un “cauto dialogo”, l’Amministrazione Obama cerca partner e rapporti con gli altri paesi basandoli sul rispetto reciproco: che, assicura Lukashenko, sono i princìpi che reggono la condotta della Bielorussia in campo internazionale… per il momento, afferma Minsk, i rapporti tendono a migliorare con alcuni piccoli passi americani che segnalano la volontà di riaprire un dialogo[88]. Da Washington, però, tutto tace e non emerge alcuna conferma. Confermato è che la volontà di riaprire il dialogo da parte di Minsk c’è sicuramente…

Uno sterile grido del cuore ferito da vecchia militarista qual è – che qui vi proponiamo anche se, per fortuna, da noi su questo fronte sembra ormai fermamente schierato, e con qualche tentennamento, quasi solo La Russa – quello di Thérèse Delpech, ricercatrice del Centro studi e ricerche internazionali di Parigi, il CERI, e dal 1997 direttrice per gli affari strategici del Commissariato all’energia atomica (ah !) francese, che si chiede, quasi affranta, sul NYT [89], —“Ma dov’è la tua potenza militare, Europa?”.

Si fa la domanda ma non si risponde, tapina, né in generale solo retoricamente, né dicendoci a che ci servirebbe mai quella potenza e quale dovrebbe essere, (atomica, magari?) e, in nome dell’Europa, “governata” da chi? Ci dice che l’assenza di una potenza militare europea, comunque, è “potenzialmente inquietante”…

Non ci dice, inquietante per chi… Per gli Stati Uniti, forse? Ma gli Stati Uniti che ci fanno del loro strapotere militare (migliaia di bombe atomiche, quasi un milione e mezzo di soldati alle armi, 700 basi americane sparse nel mondo) in Medioriente, in Iran, in Afganistan? Forse gli serve – se serve – a tenere ferma la Russia. Ma serve alla pari proprio e anche alla Russia a contenere l’America, naturalmente. E, comunque, anche Mosca nel Caucaso, in Cecenia, Inguscezia, su tutti i suoi travagliati confini del Sud, non sa neanch’essa che farsene della potenza militare che ha...

Allora, professoressa, che ci dovrebbe fare l’Europa della potenza militare che non ha? Ce lo dice? O, magari, ce lo dice La Russa…

La Russia per contro – e, stavolta, mettiamoci la vocale in più – ha cominciato col proprio ambasciatore alla NATO, Dmitri Rogozin, ad accusare l’Alleanza (gli USA, in sostanza: quelli che davvero lì contano) di evitare ogni discussione di merito che essa ha proposto, tra apprezzamenti formali e nessun rifiuto onestamente esplicito, su un nuovo trattato di sicurezza europeo[90]. Era, a metà luglio, appena finita una sessione del Consiglio NATO-Russia che aveva pure solo quel punto all’o.d.g. ma che aveva visti molti tra loro, America in testa, lodare la cooperazione crescente con Mosca ma senza impegnarsi a formalizzarla.

In realtà la NATO vuole evitare di dover definire il termine “consistenti forze di combattimento” che, nel 1990, quando cominciava a “scollarsi” l’Unione sovietica e per accelerare l’evento, aveva promesso solennemente – rimandandone solo per il momento – la definizione giuridica di non dislocare nei territori prossimi ai confini russi. Adesso, dice Rogozin, come per tanti altre promesse e impegni presidenziali americani (Bush sr., Clinton: con Gorbaciov e poi con Eltsin) bisogna cominciare a risponderne.

Anche perché si tratta, scrivono a firme congiunte tre esperti famosi e stimati di strategia e geo-politica davvero di una grande occasione. Sono l’americano Sam Nunn, che ha rappresentato al Senato per i democratici la Georgia per 24 anni, uno considerato da tutti gli americani come la massima autorità politico-tecnica della materia ancor oggi e, ora, co-presidente di una Fondazione di ricerca contro il pericolo nucleare; il secondo Igor Ivanov, ex ministro degli Esteri russo dal 1998 al 2004; il terzo Wolfgang Ischinger, già ambasciatore tedesco in Gran Bretagna e negli Stati Uniti e presidente della Conferenza di sicurezza di Monaco, un importante foro dove politici, generali, “esperti”, accademici – tutti si capisce allineati e coperti – discutono di questi temi ogni anno.

Dicono questi tre specialisti, con un ragionamento stringente[91], che hanno ragione i russi sul tema. “Se Nord America, Europa e Russia facessero una priorità congiunta della difesa dell’intera regione euro-atlantica contro qualsiasi possibile attacco di missili balistici – al di là del loro comune fra fronte a un problema concreto – in un solo colpo minerebbero gran parte dell’analisi che individua una minaccia russa contro la NATO [e, anche se questo, nel ragionamento dei tre, non viene rilevato perché non è la loro principale preoccupazione – la resistenza a concludere, infatti, è quasi solo sul fronte occidentale – minerebbe pure gran parte delle paure di essere messa sotto assedio di Mosca] provando che una cooperazione trilaterale su una questione chiave di sicurezza è assolutamente possibile”.

Il ministero delle Finanze prima e, poi, lo stesso primo ministro Putin hanno proposto la vendita di parte delle azioni che il governo detiene nelle aziende di Stato[92] (imprese, banche) per raccogliere nel periodo 2011-2013, dice, 883,5 miliardi di rubli ($29,22 miliardi: perché questa cifra precisa e non, ad esempio, una un po’ più arrotondata nessuno lo sa). Secondo la proposta, il Cremlino venderebbe azioni nelle 10 maggiori imprese di Stato senza rinunciare al controllo della quota di maggioranza. Insomma, come era una volta in Italia per le Partecipazioni statali.

Il problema è il deficit di bilancio (quest’anno il 5,9% del PIL, secondo il FMI) che le rendite petrolifere dello Stato, col costo del petrolio che è stato a lungo in ribasso rispetto ai picchi su cui le previsioni di bilancio erano state fatte, rischia di allargarsi. Il programma, approvato d’urgenza il 27 luglio, include 11 compagnie, incluse quella petrolifera nazionale, quella delle ferrovie, un’intera flotta di trasporti marittimi, due banche e un’impresa che gestisce diverse grandi dighe. Fino a pochi mesi fa il governo di Putin seguiva un percorso diverso, puntando piuttosto alle nazionalizzazioni che a riaprire un processo di privatizzazione sia pur controllata.

Il momento della vendita è stato scelto tenendo anche presente che oggi il prezzo delle materie prime è sostenuto e che, oggi, sono risaliti i valori dei titoli delle compagnie. In ogni caso, è un’inversione di tendenza, anche se resta la concreta, sensata, riserva di fondo del governo russo alla privatizzazione totale di asset di pubblico possesso e/o di pubblico interesse (le Partecipazioni statali).         

L’Ucraina, dice il primo ministro Nikolai Azarov, per riuscire ad avere – non solo a sentirsi promettere – l’accesso effettivo ai $14,9 miliardi del prestito stand-by del Fondo monetario internazionale, deve adesso aumentare del 50% il prezzo di vendita dei 18 miliardi di m3 di gas al consumo domestico del 50% a cominciare da agosto[93]. Si tratta dei 18 miliardi di gas naturale che, su un totale di una cinquantina, costituiscono il consumo annuale complessivo dell’Ucraina. Dal 1° agosto, la Commissione che regola l’energia nel paese chiede e il governo renderà operativo l’aumento: come mezzo per far fronte alle esigenze di ridurre la spesa pubblica poste dal FMI per concretizzare la sua assistenza al bilancio. 

Azarov ha anche detto che la Naftogaz, l’ente statale energetico aveva per anni importato gas dalla Russia mischiandolo prima della vendita al pubblico con quello di produzione locale e coprendo la differenza nei prezzi con fondi pubblici: un carico che non è più in grado di sostenere. Anche per questo i canoni da pagare, in particolare, per acqua calda e riscaldamento aumenteranno dal 1° ottobre: da quando, cioè, saranno più necessari… Ma Azarov sa che la decisione potrebbe rendere turbolento il clima sociale. E si impegna a spiegarlo al paese[94].

Intanto, il FMI annuncia che i $15 miliardi che vengono approvati dal suo CdA per l’Ucraina il 28 luglio verranno distribuiti a rate: $1,890 miliardi subito e il resto a rate, legato alla performance del paese trimestre per trimestre[95].

Avverte un’analisi attenta del quotidiano più importante del paese[96], però, che questa liberalizzazione che il governo dice porterà a linee di gestione e prezzaggio che porteranno il paese più vicino all’Unione europea e alla sua prassi, potrebbe invece aprire la strada a una più facile penetrazione del capitale russo in Ucraina, visto che poi – nella realtà delle cose – la liberalizzazione aprirebbe la strada ai capitali disponibili a venire in Ucraina: che, al momento, sembrano molto di più quelli russi – di Stato e/o privati – che quelli dei paesi europei occidentali.

La Russia vede, intanto, rallentare a giugno il tasso di inflazione al 5,8%, dal 6 di maggio e, a fine giugno, vede anche frenare nell’anno (pur restando sempre a un livello rilevante), al 9,7% dal 12,6 nell’anno al mese prima, la crescita industriale[97].

Di tutti i paesi dell’est europeo, l’Ungheria, quello che ultimamente, con le elezioni di un mese fa, è scivolato più a destra, ai limiti tra il revanscismo e una specie di strano vetero-cattolicismo alla vandeana[98] (il partito Fidesz, che unico nella regione ha da solo una maggioranza dei 2/3), è anche l’unico finora che abbia detto chiaro e tondo di mandare a quel paese i creditori internazionali che gli fanno pressione per i consueti canali del Fondo e della UE perché moltiplichi le misure di austerità necessarie a rimettere in ordine i conti, cioè a pagare i debiti a quei creditori.

A Budapest, quando il ministro dell’Economia Gyorgi Motaolscy ha detto[99] alla televisione che l’Ungheria è stufa di tirare la cinghia “per le colpe del precedente governo” col quale il deficit/PIL era arrivato al 9%, i mercati hanno subito reagito malissimo: il fiorino ha perso il 2,8% sull’euro in qualche ora, i rendimenti sui titoli del debito magiaro sono saliti alle stelle e la borsa ha visto sparire più del 2% in un’ora. La decisione di FMI e UE di sospendere la revisione del budget predisposta da FMI e UE (dai funzionari, cioè, di UE e FMI) ha subito portato poi al congelamento dell’accesso al resto del pacchetto di aiuti  internazionali che era cominciato a arrivare.

Al momento in cassa ci sono ancora €5 miliardi, 5 miliardi e mezzo residui della precedente apertura di credito e, quindi, il pericolo immediato maggiore è proprio nel messaggio in sé, dato al mercato, così, quasi senza valutare le conseguenze: che l’Ungheria non paga più i suoi debiti. Punto e basta, senza alcuna strategia e senza alcun disegno. Quando l’Argentina lo fece, nel 2001, il disegno era chiaro: ce la facciamo da soli.

Ma qui? Dentro l’UE, anche se ancora non dentro l’eurozona? Forse era inevitabile, comunque necessario, dire di no. Ma allora bisogna sapere con quale forza, o forze, e alleanze e compromessi, e con chi, ci si appresta a affrontare le conseguenze del no. E questo Fidesz proprio non sembra in grado di farlo.

Intanto, però, tiene duro e sostituisce una speciale tassazione su banche, assicurazioni e istituzioni finanziarie di ogni tipo alle misure di austerità che, alla fine, avrebbe comunque dovuto prendere: la nuova legge, in effetti, rimpiazza tasse e tagli di spesa che avrebbero gravato sull’economia in generale, e sui più che in essa di meno hanno in particolare, per riportare al 3,8% il rapporto deficit/PIL come previsto dal pacchetto di salvataggio del 2008 tra UE, FMI e Ungheria.

Si tratta di uno 0,5% di imposta annuo per tre anni sul capitale depositato, una misura per lanciare la quale l’Ungheria ha osato, ora, invitare il Fondo monetario – contrario in linea di principio, per prassi e per profondo rispetto nei confronti dei detentori di capitali e a voce assai alta, a tassare i capitalisti – ad andare a quel paese.

Sembra un assurdo. La legge è stata votata a tambur battente. Il governo ungherese di destra era partito, subito dopo le elezioni, giurando di voler applicare l’impegno elettorale a far passare la flat tax, la tassa di uguale impatto su tutti i redditi, alla faccia di ogni progressività— qualcosa che neanche l’America di Reagan o di Bush, oltre a chiacchierarne a vanvera, ebbe l’ardire di realizzare sul serio e non solo a parole; chiude, adesso – o, almeno, per adesso – con un specie di Tobin tax – tassazione diretta e, essa sì, flat sui capitali – prendendo a schiaffi il Fondo monetario e tutti lor signori[100]. Quando si dice…

In una gara di ipocrisie incrociate – e, peraltro, contrapposte – Gran Bretagna e Germania si sono date da fare a rimpannucciare il loro rapporto con Ankara.

Per prima Londra, col primo ministro Cameron[101] che a Ankara ha lamentato come gli sforzi della Turchia per avvicinarsi all’Unione europea siano stati frustrati malgrado l’impegno turco nella NATO (che di per sé non c’entra niente: nella UE ci sono fior di paesi non NATO) e la presenza “solidale” in Afganistan (anche qui, che c’entra?); e ribadendo che il Regno Unito vuole presto l’accesso della Turchia nell’Unione, anche per il ruolo di rilievo che ha nel cercare di riportare l’Iran al tavolo negoziale sulla questione nucleare (sorvolando disinvoltamente sul fatto che, anche per responsabilità inglese, quando Ankara con Brasilia ci ha provato con successo, sono stati USA e i alleati a dire di no) e che, nella questione della Mavi Marmara abbordata da Israele con una decina di morti, per lo più turchi, aveva ragione… Insomma, classica captatio benevolentiae: appunto, un po’ ipocrita.

Segue il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle[102], che parte handicappato dal no di principio di Merkel alla Turchia perché è un paese mussulmano. Naturalmente, e decentemente, non può essere questa la motivazione annunciata e Westerwelle, infatti, che pure lo deve ribadire, parla di ritardi nel percorso dei turchi (ritardi che ci sono: ma, solo per dire, in Bulgaria no? e altrove in Europa? pure tanti altri stanno già dentro…) pur rendendo alto omaggio ai loro sforzi “così prossimi a quelli tedeschi” per la pace in Medioriente, in Afganistan in Yemen e in Iran e ribadendo (l’aveva già detto Merkel) che la Germania è pronta a raccomandare un percorso “privilegiato” per la richiesta d’accesso turca… Guardandosi bene, però, dal dire cosa diavolo voglia mai dire quel “privilegio”. Anche qui, come si vede, un inno alla trasparenza…

STATI UNITI

Il debito pubblico degli Stati Uniti (lasciamo perdere quello dei privati, imprese e famiglie; diverse volte tanto) secondo il CBO, l’ufficio congressuale del bilancio – un’agenzia indipendente dall’esecutivo analoga alla nostra Ragioneria dello Stato, che però dal governo dipende – dal 62% attuale del PIL arriverà nel 2035 all’80% a bocce ferme, cioè senza alcun nuovo impegno di spesa, onorando solo quelle già prese.

Aggiunge, però, il CBO che, tenendo anche conto dei fattori di costo oggi già previsti e inevitabili – come per esempio i costi del Medicare, il sistema che per legge coprirà le cure mediche fondamentali degli americani ultrasessantacinquenni che non potranno permettersele privatamente – il debito pubblico raggiungerà, almeno, il 185% del PIL[103].

Brutte notizie per i democratici sul piano dell’economia. Nella discussione che imperversa sulle politiche economiche del presidente – troppo poco attente, malgrado le sue intenzioni forse, alla crescita e all’occupazione o troppo poco, invece, al debito e al deficit: la critica da sinistra è tra i democratici, ma non proprio tutti ché non pochi si ritrovano su quella di destra, insieme ai repubblicani, loro totalitariamente compatti – si inserisce adesso di forza il presidente della Fed.

Al Congresso, il presidente della Fed Ben Bernanke dice che le previsioni possibili oggi sullo stato e il futuro dell’economia americana sono “straordinariamente incerte[104], annunciando che la Banca centrale è “pronta a tutti gli interventi che fossero necessari”: il che non rassicura del tutto, visti gli interventi che ha fatto – e non fatto – in questi ultimi anni. Ma dice con chiarezza:

• che la politica di bilancio e di aiuto all’industria non è più in grado aiutare l’economia a lungo,

• ma che un aumento della spesa delle famiglie sul 2,5%, specie se in beni durevoli, potrebbe evitare all’economia di riavvitarsi nella recessione (solo che, a fine luglio, si viene a sapere che il calo della vendita di beni durevoli a giugno, -1%, consolida i segnali di un’economia che nel secondo semestre dell’anno perderà forza, invece di accelerare[105]);

• che il pignoramento in continuo aumento di case per mutui non onorati e il numero di abitazioni sfitte vuote e disponibili sul mercato continuerà a tenere frenata l’edilizia;

• che anche vendita e affitto di edilizia commerciale continueranno a soffrire per queste stesse ragioni e – malgrado ogni stimolo – per la carenza di credito bancario realmente disponibile;

• che l’unico barlume di luce in un quadro nero che riguarda un po’ tutto il mondo degli affari è che le imprese stanno usando qualche po’ delle loro ingenti riserve di liquidità – i profitti per chi resta aperto salgono – per rinnovare i macchinari più vecchi— quel che non hanno fatto da parecchi anni e soprattutto negli ultimi due di recessione piena, ma che come imprese non possono permettersi molto più a lungo.

Poi, naturalmente, c’è il problema lavoro. E Bernanke conferma

• che ci vorranno anni per recuperare gli 8 milioni e mezzo di posti di lavoro che la recessione ha falcidiato tra il 2008 e il 29009;

• che la metà dei disoccupati ufficiali sono ormai restati senza lavoro da più di sei mesi;

• e sottolinea che questa disoccupazione di lunga durata non solo impone condizioni ogni giorno più pesanti e deteriorate di vita ai lavoratori e alle loro famiglie, ma erode qualifiche, professionalità e può avere effetti perduranti sulla loro impiegabilità futura e sulle loro future possibilità di reddito.

Riassumendo – questo Bernanke non lo dice ma quanto dice conferma il peggio previsto ormai dai sondaggi per le elezioni di medio termine dei democratici adesso, a novembre. Solo in Italia, pare, le colpe attuali del governo vengono caricate meno su quello in carica e più su quelli passati!

In casa di Bernanke, alla Fed stessa, nel sancta sanctorum della Banca centrale che si considera guardiana cerbera contro l’inflazione, cominciano a farsi avanti dubbi e domande. Uno dei falchi, James Bullard della Fed di St. Louis, un centrista tradizionale fautore di questa scuola, comincia a chiedersi se la politica non abbastanza morbida della Fed verso il credito, che tiene fermi i tassi da mesi e mesi anche a fronte di continue, gravi difficoltà della produzione, dell’occupazione, dell’economia reale, non corra il rischio di “affondare il paese in un esito deflazionistico di stampo nipponico per diversi anni a venire”.

Tanto più che Bullard sottolinea come le aspettative di inflazione di inizio anno, sul 2%, siano state largamente scavalcate dalla realtà dell’1,4%: uno stato analogo, appunto, alla stabilità decennale giapponese di bassissima crescita: con deflazione[106]. Del resto, a soccorrere questo punto di vista arrivano le notizie ultimissime su una crescita del PIL ben inferiore a quanto era stato dalla stessa Fed previsto, appena al 2,4% nel secondo trimestre[107]. Notizia che viene, per di più, dopo una serie di dati piuttosto fiacchi che i mercati leggono con pessimismo[108].

L’indolenza, o la rassegnazione, con cui il presidente è sembrato seguire la pratica e la mancanza di coraggio della maggioranza democratica del Senato a forzare la mano e il voto ai repubblicani e al loro ostruzionismo – correndo, certo, il rischio di bruciarsi per qualche tempo i lauti contributi di petrolieri e quant’altri interessi costituiti alle loro casse – hanno affossato la legislazione sull’ambiente e per la protezione del clima contro il surriscaldamento globale: “il capo della maggioranza al senato, Harry Reid, ha abbandonato la lotta per una legislazione su energia e cambiamento climatico che fosse appena significativa”[109], rinunciando a portarla al voto prima delle ferie estive.

Tra i democratici, a frenare, c’erano troppe interessate esitazioni, tra i repubblicani nessuna a bloccare: imporre anche una piccolissima tassa a correggere l’uso e l’abuso dei fossili, soprattutto carbone, nella produzione energetica era insopportabile per la Camera di Commercio e per chi vende energia e il paese a questi interessi, semplicemente, s’è arreso.

Quel che abbiamo sostanzialmente deciso – ha commentato un editorialista[110] che da tempo segue la questione con allarme (razionale) crescente – è di continuare a pompare gas serra nel sistema operativo di Madre Natura e di scommettere che il risultato sarà poi benigno— anche se la grande maggioranza degli scienziati ci dicono che non sarà così. Mettetevi, dunque, le cinture di sicurezza”, senza scordare che alla fine “l’ultima parola sarà sempre quella di Madre Natura”…

Certo le industrie che lavorano con l’energia fossile, spinte dalla necessità di difendere centinaia di miliardi di dollari di profitti, incoraggiano sistematicamente l’annebbiamento di ogni risultato scientifico scomodo. Io, da parte mia, non posso che ammirare la loro grande capacità nelle relazioni pubbliche. Ma non riesco a non chiedermi, ogni volta che li vedo, se questa gente, nessuno di loro, abbia un nipotino che è uno…”.

Riesce invece a passare anche al Senato, sull’onda della rabbia  popolare che resta acuta ma dopo mesi di negoziati quanto mai tortuosi (la commentammo quando passò a fine giugno alla Camera[111]) e viene firmata da Barak Obama, l’Atto di riforma finanziaria del 2010. E’ una legislazione, per riassumere qui richiamandone i principali contenuti, che dà al governo federale nuovi poteri di supervisione e regolamentazione, come dicono loro, dell’ “industria finanziaria” (la chiamano proprio così: perché produce “prodotti”… come i “derivati”, no?).

La legge dà anche al governo il diritto di “spezzettare” [—break-up] banche o istituti di credito che, a suo giudizio, presentino una minaccia di rischio eccessivo all’economia. Prevede pure la creazione di una nuova agenzia di protezione dei consumatori che regolerà campi diversi, dall’emissione delle carte di credito all’accensione di ipoteche e annuncia misure (insufficienti, probabilmente: vedi il nostro precedente commento) per controllare i cosiddetti diritti proprietari, assoluti cioè, degli istituti finanziari a scambiare e investire titoli a rischio, come hedge funds o derivati, e non quotati in borsa.

Si tratta, però, di diritti e poteri solo teorici, dipendendo totalmente al dunque essi dalla volontà dell’Amministrazione e del Congresso di finanziare queste agenzie e di rendere agibili i poteri dei regolatori che, fino a prova contraria e sulla base dell’esperienza, restano soltanto nominali.

In realtà, dietro alle diatribe sul debito e sul peso che esso esercita sullo sviluppo economico – è lì, il freno? o il freno è nella carenza di domanda e di credito e di posti di lavoro? – comincia ormai a emergere il dibattito, vero, quello che in questo paese finora era proprio tabù. Infranto, finora, solo dallo stramiliardario e filantropo Warren Buffett, l’uomo o uno degli uomini più ricchi d’America, quando anni fa ha detto papale papale (rendiamogli onore: lui non solo lo dice, lo denuncia anche – ed è solitario nel farlo – come un fatto profondamente iniquo) che nella guerra di classe che vede oggi divisi gli americani, la classe che vince è la sua: e constata che l’altra, quella dei poveri, di chi lavora a padrone e di chi non sa né può sfuggire alle tasse più che con l’evasione – qui, negli Stati Uniti – con l’elusione, lui, la guerra di classe l’ha persa[112]

Sul NYT, per qualche giorno, è emerso un dibattito che di regola in questo paese è tabù. Lo scontro che sta minando all’interno la società americana e, in modo particolare, il partito democratico è uno scontro di culture diverse, dice una parte di quanti discutono, mentre l’altra sostiene – d’accordo con Warren Buffett – che sia in realtà un conflitto di classe.

Il dibattito lo ha aperto il giornale stesso sostenendo che la discussione in corso tra quanti vogliono più stimolo fiscale, cioè più fondi pubblici a rafforzare la crescita e combattere la crisi economica e quanti vogliono, invece, che il governo concentri oggi ogni risorsa disponibile ad abbattere il volume del deficit, rappresenta “la linea di frattura culturale che dagli anni di Johnson – cioè, da più di quarant’anni ormai – definisce e destabilizza la politica del partito democratico[113].

Questo è un dibattito che ormai si riflette davvero in tutti i centro-sinistra del mondo. Da noi lo conosciamo bene, no? Qui, si verifica oggi tra quanti vengono chiamati i “democratici di Wall Street” (i Geithner, i Bernanke, tutta la cricca della saggezza convenzionale accademica che Obama ha riunito intorno a sé e che, malgrado ciò, va detto, sta cercando di frenare i cultori selvaggi del mercato: quanti sostengono che bisogna ridurre i diritti, quelli a venire e quelli acquisiti del sistema di sicurezza sociale e dalla sanità per rientrare dal debito, cioè – per loro – dall’essenziale) e i democratici che, invece, fanno riferimento alla base lavoratrice, sindacale, di classe media operosa tradizionale del partito. La differenza è questa, ma secondo altri intervenuti nel dibattito, appunto, è una differenza che va chiamata col nome suo: una differenza di classe.

Ai primi, a quelli di Wall Street stanno a cuore gli interessi delle banche, dell’industria farmaceutica, delle assicurazioni: tutti grandi elemosinieri loro e della loro ala del partito, che dalla riduzione drastica del debito pubblico non vedrebbero intaccati i propri interessi né li vedrebbero costretti a raggrinzirsi da una riforma seria, ad esempio, del sistema sanitario che riducesse al minimo i margini di profitto della sanità supercommerciale.

Ai secondi, i “classisti”, preme invece ridurre i margini di rendita e di extra-profitto, di sussidi dei ricchi da parte dei poveri e dell’economia pubblica, per concentrarsi sulla maniera di aiutare l’economia: aiutando i disoccupati a ritrovare un lavoro ricreando un reddito, così, e ricostruendo la domanda economica che serve alla produzione, a consumi ed investimenti[114].    

A inizio giugno un noto e, di regola, accurato market forecaster – uno che di mestiere fa il previsore delle tendenze di mercato – Robert Prechter, ha spiegato al NYT perché, secondo lui, “la borsa sta andando verso  un’ondata di svendite che farà crollare il Dow Jones non a livello 10.000 ma sotto i 1.000[115]. L’indice, che al momento è intorno a 9.700, toccherà i 1.000  in un periodo di cinque forse sei anni. Combinandosi con depressione e deflazione in arrivo, chiunque tiene i suoi soldi sotto il materasso “sarà estremamente grato per la sua prudenza”.

Un analista di mercato molto più prudente di lui commenta – sempre in quello stesso articolo – le considerazioni di Prechter ma in modo curioso: dicendo di “non voler concordare con lui, perché se mai avesse ragione vorrebbe dire che dobbiamo andarcene tutti in montagna, con un fucile e qualche lattina di zuppa, perché sarebbe tutto finito”.

Con la cancellazione, per esaurimento compito, di ben 225.000 posti temporanei del censimento e l’aggiunta di soli 83.000 posti di lavoro nel settore privato, a giugno gli Stati Uniti hanno perso altri 125.000 posti di lavoro su maggio: i dati registrano ora -7,8% di donne, -9,9 uomini, -25,7% teenagers, -8,6% bianchi, quasi il doppio, -15,4%, di neri, -12,4% ispanici (latino-americani, cioè), -7,7% di origine asiatica in percentuali non troppo variate rispetto al mese prima.

A giugno, dice l’ISM, Istituto dei managers agli acquisti, l’indice di crescita dell’attività dei servizi è sceso dopo aver tenuto per tre mesi di seguito. E’ caduta, in specie, attestando la lentezza della creazione di lavoro nel settore, la componente occupazionale dell’indice[116]. Anche il livello effettivo  dei consumi cala a giugno dello 0,5% su quello di un mese prima. Resta, però, a +4,8% sempre a fine giugno su un anno prima[117]. E la fiducia dei consumatori scende di brutto a giugno secondo le stime autorevoli del Conference Board, l’istituto di ricerca economica di base a New York[118].

E’ debole anche la fiducia del mondo degli affari che, poi, come viene scritto spesso vede i datori di lavoro “preoccupati per la salute dell’economia esitare a creare nuovo lavoro[119]. Ma è una csstroneria: se fossero davvero intimoriti solo dalla situazione economica, non assumerebbero nuovi dipendenti – è vero – ma aumenterebbero le ore di lavoro di quelli che impiegano. Ma, invece, le riducono: dal livello pre-recessione di fine 2007, le riducono di 0,7 ore a testa per settimana. Il che semplicemente vuol dire che, se non assumono, è perché non hanno bisogno di produrre di più: il problema non è quello, in effetti, è che manca la domanda più che la fiducia.

Malgrado le aspettative diffuse su una contrazione del deficit di bilancia commerciale, il buco è invece aumentato al 4,8% del PIL, a $42,3% di miliardi a giugno: il più vasto dal novembre del 2008[120].

Il tasso di inflazione è sceso bruscamente, dal 2% di maggio all’1,1% di giugno, ma l’inflazione del cosiddetto nocciolo duro – che non conta costi dell’energia e degli alimentari – resta in aumento: +0,2% dal mese prima e +0,9% anno su anno. La produzione industriale si arrampichicchia ancora dello 0,1% nel mese di giugno, dopo un aumento robusto dell’1,3 il mese prima[121].   

In assoluto il tasso ufficiale di disoccupazione[122], a due anni e mezzo da quel dicembre 2007 che segna l’inizio della recessione, è sceso a giugno al 9,5%, dal 9,7 del mese prima: ma solo perché la forza lavoro nazionale è diminuita in un mese di ben 652.000 posti di lavoro (non al lavoro e neanche alla ricerca attiva di lavoro, non sono contati come disoccupati ma lo sono; se li avessero contati, il tasso di disoccupazione di giugno sarebbe stato al 9,9%[123]).  

I lavoratori involontariamente a part-time restano a 8,6 milioni, grosso modo come un mese fa e i disoccupati di lungo periodo – cioè, da oltre sei mesi – costituiscono ormai il 45,5% del totale. Gli americani che stanno in ogni modo, ufficiosamente oltre che ufficialmente, cercando lavoro riflettono un tasso di disoccupazione comprensivo e totale, effettivo, di 16 milioni e mezzo di lavoratori ufficialmente chiamati scoraggiati o marginalizzati. In tutto sono 25,8 i milioni di lavoratori disoccupati o sottoccupati.   

Viene fatto di osservare che questa – come peraltro molte altre situazioni analoghe in tanti altri nostri paesi – sembrano situazioni alla Comma 22: i datori di lavoro non assumono perché temono una recessione che temono possa riprendere, come si dice, a V; ma, senza una ripresa delle assunzioni, la domanda non riprende e l’economia non ricomincia a crescere…

Altri 3.200.000 lavoratori stavano per perdere ogni sussidio di disoccupazione con lo scadere delle leggi federali di copertura, ma l’ostruzionismo dei repubblicani e di pochi democratici conservatori (la coalizione neanche troppo spuria dei senza cuore e dei senza fegato) non riusciva a consentire al Congresso di estendere l’autorizzazione (anche se, per onestà, va detto che almeno altrettanto responsabile è l’infingardia di chi, invece, convinto che la legge fosse necessaria, non trovava il coraggio civile minimo di farla passare forzando la mano e esigendo l’applicazione rigida dei regolamenti parlamentari)[124].

Il risultato finale è stato positivo ma solo perché, all’ultimo minuto, rimpiazzando a tamburo o, se volete, a cuore ancora battente il senatore Robert Byrd, democratico morto quasi a cent’anni, il Senato è riuscito a trovare i 60 voti necessari a superare l’ostruzionismo becero repubblicano e, quindi, a non andarsene in ferie senza lasciare privi di alcun sussidio milioni di americani che stanno restando disoccupati con l’allungamento in extremis del programma federale di aiuti di tre mesi.

Questo, sul lato fosco dell’equazione relativa alla salute economica dell’America oggi— e domani. Su quello un po’ meno cupo, più aperto alla speranza, la notizia che, per ora, è sostenuta solo da pochi dati però, è che comunque riprendono le assunzioni – temporanee si capisce, ma riprendono – là dove l’economia è stata affossata e la recessione è stata scatenata— a Wall Street, in Borsa[125]. Dal minimo cui era arrivata, a febbraio di quest’anno, ha visto crescere l’occupazione di 2.000 unità.  

In Afganistan, i talebani rispondono sprezzanti alle reiterate dichiarazioni di voler trattare con loro del presidente Karzai – e anche, pur con qualche equivoco salva faccia: del tipo che prima devono di fatto arrendersi… degli americani stessi – che, a loro, parlare, negoziare, trattare con gli americani, con la NATO, con lo stesso Hamid Karzai, proprio non interessa.

E perché dovrebbe mai, poi, chiede retoricamente il loro portavoce Zabiullah Mujahid[126]? gli stranieri, tutti, si devono semplicemente ritirare dall’Afganistan visto che, poi, siamo noi che stiamo vincendo, ormai anche a sentire loro… Se, invece, con noi vogliono discutere di come andarsene, è altra cosa: lo faremo, come abbiamo fatto a suo tempo con gli invasori sovietici… Ora è probabile che, nelle loro fila, non tra i portavoce e i politici massimi ma tra militanti e combattenti che in prima fila fanno i conti ogni giorno con le tecnologie e i soldati americani e alleati, ci siano anche dubbi e non solo la tracotanza che traspira da queste dichiarazioni.

Ma c’è anche, tra gli alleati, la coscienza che per continuare qui la loro avventura militare hanno bisogno di comprarsi, in contanti o con il permesso di commerciare l’oppio, il consenso dei signori della guerra chiudendo un occhio su frodi, corruzione e torture (proprio come fanno i talebani, ogni tanto…). Questo stato di cose diventa sempre meno accettabile alle loro opinioni pubbliche.

Anche in America, salgono dubbi e resistenze ma, a dire il vero, la discussione è concentrata – per scelta di una stampa assai puttanesca e malata di patriottardismo malinteso, più viscerale che altro che la porta automaticamente a seguire l’opzione del comandante in capo, chiunque egli sia:  oggi come ai tempi di Bush – sul come cambiare il modo di combattere piuttosto che su come smettere di combattere…

Anche alla Camera, per dire, una risoluzione di indirizzo (non obbligante per l’Esecutivo, ma significativa) votata da ben 153 democratici inclusa la speaker, Nancy Pelosi, è stata battuta solo perché 98 democratici si sono uniti per sconfiggerla ai repubblicani dicendo sì al presidente e ai “patrioti” che non la volevano[127]. Indice del clima patriottardico dominante, chiaramente. Ma è anche di rilievo, ci sembra – segno forte di impazienza e scontento – è il fatto che quasi il doppio dei democratici abbia votato per fissare una data al ritiro. 

Sarà un’impressione ma a noi sembra che una qualsiasi soluzione vera possa venire solo da dentro l’Afganistan e dalla sua straordinariamente variegata trapunta etnica: religiosa, linguistica, nazionale; e dalla pressione-collaborazione, se sarà disponibile e utile, dei suoi vicini. Cioè, per capirci, del Pakistan, visto che la Russia non ne vuole, comprensibilmente, sapere più niente…

Il fatto è che, come confessa quasi accorato un fautore convinto della guerra in Afganistan, “anche se si vedono segnali positivi, come il vasto numero di comandanti talebani ammazzati l’anno scorso, sembra emergere pur tra mille resistenze un consenso sul fatto che essenzialmente la guerra ormai è persa per noi[128].

Anche i primi approcci del nuovo comandante americano nel paese, Petraeus, non sembrano trovare grande successo: l’idea non era proprio nuova e Karzai aveva già detto che no, ma il generale è tornato alla carica tanto convinti sono, o sembrano esserne gli americani; il loro piano sarebbe quello di aiutare i villaggi afgani a fare direttamente essi stessi, da sé, la guerra contro i talebani.

Ma Karzai era e resta contrario[129]: spiega a Petraeus come aveva già detto a McChrystal, che l’idea dei villaggi fortificati alla Vietnam, che fanno la guerra da sé ai Vietcong, non ha funzionato lì e non funzionerebbe qui; che una specie di milizia privata a se stante sarebbe inevitabilmente una banda di bravacci privati al servizio del signore della guerra locale che, se non ci fosse finora – ma in Afganistan è una figura che esiste da sempre – l’esistenza stessa del programma farebbe ora sorgere.

Alla fine, dato che gli americani insistono, il loro programma lo avranno. Infatti, Karzai ha detto che consentirà al programma americano di far operare la “sua milizia”, come la chiama lui, fuori dal controllo della polizia nazionale e, dice il Consiglio di sicurezza nazionale afgano, sotto l’autorità del ministero degli Interni e, soprattutto, solo in parte ridotta del territorio[130].

Ma, come diceva loro nel 1962 in Vietnam il dittatore locale Ngo Dinh Diem, come dice loro oggi qui il capataz locale, Hamid Karzai, sarà un’idea controproducente…

E, per concludere – si fa per modo di dire, ovviamente – va registrato che questo giugno i soldati americani e della coalizione che hanno perso la vita nella lotta contro i talebani hanno toccato “il massimo numero di sempre e i comandanti alleati si aspettano livelli di violenza (sic! come a braccio di ferro o in un incontro di lotta libera…) in aumento in parallelo con l’offensiva anti-insorti che intendono lanciare nei prossimi mesi[131]”.

Allo stesso tempo sta arrivando all’attenzione dell’opinione pubblica un problema a lungo nascosto, represso, addirittura negato. E’ ufficiale che sono stati ben 32, nell’arco degli ultimi mesi, i militari americani che in Afganistan hanno tentato, spesso riuscendo ad arrivarci, il suicidio… Nel 2008 i erano stati 197, l’anno scorso 245. Quest’anno, fino ad aprile, già 163[132].

Del resto, segnali perfino meno positivi su fronti nell’immediato, però, meno cruenti vengono fuori in continuazione. Adesso, ad esempio – lo dice, per iscritto, il nuovo ministro delle Finanze afgano Omar Zakhilwal alla congressista americana Nita Lowey, democratica di New York – si sa che attraverso l’aeroporto di Kabul sono usciti illegalmente dal paese nel corso dell’ultimo anno $4 miliardi e 200 milioni in contanti, diretti verso l’Inghilterra e l’America da dove erano ufficialmente arrivati[133].

E, subito, la signora Lowey ha chiesto al Sottocomitato del Congresso per gli stanziamenti che presiede di aprire un’inchiesta sul perché gli americani di questa truffa siano venuti a saperlo solo da una fonte afgana e non dalle forze americane che stanno lì in Afganistan (domanda, come dire, falsamente ingenua…) e intanto ha proposto e ottenuto di bloccare i $4 nuovi miliardi che il presidente Obama aveva chiesto al Congresso di votare in aiuti all’Afganistan. Forse bloccare è un termine tropo forte: come spiega lei stessa nel suo sito al Congresso è riuscita, per il momento – e buone ragioni: ma bisognerà ora stare a vedere… – a far rinviare la votazione che li avrebbe autorizzati[134]: et pour cause

Ma il 20 luglio, a Kabul, rappresentanti di 70 paesi – molti ministri degli Esteri: alcuni di paesi che contano, come la Clinton, o come l’iraniano Mottaki, invitato superando ogni resistenza USA (e l’unico a dire al consesso, rivolto a pakistani e afgani, che solo con l’intesa regionale a tre tra di loro  si possono davvero fermare i talebani), altri, come Frattini, di paesi che contano molto di meno – si riuniscono con Karzai, come male dichiaratamente minore, forse per la quarantesima conferenza[135] in nove anni sul futuro dell’Afganistan: per la prima volta però qui nel paese.

Basta leggere il discorso di Hillary Clinton (e è chiarissimo) per capire le mille riserve degli americani, che così come è già stato cancellato nei fatti e senza annunci ufficiali il traguardo che doveva veder cominciare il ritiro nel 2011 delle truppe straniere dall’Afganistan, coì adesso emerge che quello nuovo del 2014 non significa niente per nessuno.

Anche perché poi – visto che coi talebani è necessario trattare e negoziare, alla fine, come annuncia Karzai e, con riserve e stranguglioni, acconsente anche Clinton[136] – il sacrificio non sembra servire a niente e a nessuno anche se continuasse a spingersi – come ha detto quello scimunito del segretario generale della NATO – all’effusione del sangue dei “nostri figli”… bè, insomma, i loro figli! si fa per dire naturalmente.

Figli del popolo, non certo figli di segretari generali della NATO o di senatori o di deputati, visto che ad andare militari lì in Afganistan sono tutti ormai solo soldati di professione, che magari lì spargono anche sangue attirati, diciamo la verità, da un mensile che è, giustamente, cinque volte quello che guadagnerebbero se restassero a casa, al ministero o in caserma…

Il fatto è che, come si dice abbia raccontato una volta il generale Montgomery a Eisenhower, parlando dell’offensiva nazista in Russia, alla scuola di guerra di Sua Maestà due sono le regole d’oro che gli istruttori insistono con gli allievi di non dimenticare mai: la prima è di non invadere mai la Russia d’inverno; e la seconda è di non invadere mai l’Afganistan…

E tanto così, per fidarsi, per dimostrare quanta consonanza ci sia qui tra gli alleati, la Clinton da Kabul dice che agli americani risulta (come no, questo non lo dice, ma è chiaro che risulta alla CIA: cioè alla bocca della verità rivelata…) che il governo del Pakistan, e in particolare i suoi servizi di intelligence, sanno benissimo dove si nasconde, nel paese, Osama bin-Laden[137].

Non solo Clinton, nel dar atto che l’aiuto di Islamabad ha portato, invece, alla cattura di altri leaders di al-Qaeda, ha anche insistito, pubblicamente, sul fatto che il governo pakistano deve decidersi a contrastare con la forza ogni e qualsiasi forza militare non governativa che esiste nel paese (in Pakistan? dove armati sono pure i ragazzini, come in Afganistan? ma lo sa quel che dice?).   

uantoa consonanza ci sia qui tra alleati,

Adesso che contro esperienza, storia e ragione l’abbiamo – l’hanno – invaso, e adesso che ci siamo – si sono – impantanati in un assetto cangiante e che sembra in caduta libera, l’occidente è affannosamente ridotto alla ricerca di come metter fine, (quasi?) a ogni costo, a una guerra che non sa né può vincere (qui, il mese di luglio ha segnato anche 63 morti americani[138], il massimo di sempre, e – almeno a noi è vietato scordarceli – anche altri due soldati italiani. Perché chi in Afganistan è stato – dovunque, in pratica, anche solo pochi giorni – ha visto e capito che il futuro – come del resto sempre il passato – qui non è roba nostra.

E la pubblicazione di sei anni di archivi segreti, 92.000 e più documenti e rapporti ufficiali, timbrati ultraconfidenziali, praticamente quotidiani del contingente americano, messi in rete da WikiLeaks[139] (dice l’Agenzia Italia nel presentarli che si tratta di “un'enorme quantità di documenti rivelati dal portale da cui emerge un ritratto devastante della guerra: civili morti e di cui non si è mai saputo nulla, un'unità segreta incaricata di ‘uccidere’ senza alcun processo, i droni [gli aerei senza pilota] Reaper [falciatori] telecomandati a distanza da una base del Nevada, la collaborazione tra i servizi segreti pakistani (ISI) e i talebani”: cioè, proprio la denuncia di pochissimi giorni prima della Clinton…) – e pubblicati il 26.7.2010, contemporaneamente, da New York Times, Guardian e Der Spiegel – conferma.

Spiega il NYT, presentando questi documenti come “essi illustrino bene perché, dopo nove anni di guerra, i talebani siano oggi più forti che mai dal 2001”.

E il presidente della Commissione Esteri del Senato USA, John Kerry, ex candidato presidenziale nel 2004 contro Bush, dichiara che “anche se questi documenti sono venuti alla luce in modo illegale [come per i famosi documenti del Pentagono del 1971 sul Vietnam trafugati” da Daniel Ellsberg e pubblicati dal New York Times; il processo per spionaggio contro di lui e contro il giornale venne poi annullato perché nel raccogliere i documenti di accusa vennero violati, dalla “banda del Watergate”, su ordine della Casa Bianca, i diritti costituzionali degli imputati], essi sollevano questioni serie sulla realtà della politica di questo paese verso Pakistan e Afganistan. Ora questa politica è in fase critica e questi documenti possono ben servire a sottolineare quanto sia oggi in questione aiutandoci a ricalibrare con urgenza le politiche di questo nostro paese”.

Detto così, dal presidente della Commissione Esteri del Senato e col peso specifico che lui ha nella maggioranza democratica del Senato, la dichiarazione sta a significare qualcosa e, infatti, subito preoccupa maledettamente il presidente Karzai che cerca di far concentrare le possibili conseguenze sull’altro lato della medaglia, il Pakistan… D’altra parte, non sono certo rilievi né accuse nuovi: lo ribadisce il governo afgano che da tempo è in urto neanche velato col Pakistan, con Karzai stesso e, dettagliatamente, col capo del Consiglio nazionale di sicurezza, Rangeen Dadfar Spanta[140].

Questi lo chiede a voce alta. Ma perché mai “gli Stati Uniti hanno versato sull’unghia e senza ricevute, per così dire, né assicurazioni di sorta sull’uso, almeno $11 miliardi cash in aiuti a Islamabad nel corso di questi ultimi anni” a quelle stesse forze armate i cui servizi segreti “addestrano i terroristi”. E chiede al governo americano e al contingente alleato in Afganistan di riconsiderare a fondo il ruolo che giocano nella guerra afgana i santuari dei talebani in Pakistan, reclamando che i loro sostenitori siano puniti e non trattati come alleati. Come se fosse facile o, anche, possibile per lo stregone frenare l’apprendista una volta che lo ha scatenato e come se l’Afganistan stesso, in materia, fosse del tutto innocente od estraneo…   

A dirlo così, certo, sembra che il governo afgano, il suo Consiglio di sicurezza, Karzai sianom ferocemente schierati contro i talebani. Ma, allora, il loro sforzo di contattarli e trattare con loro la pace? Misteri della fede… o, meglio, dell’oriente quasi estremo…

Ancora tre commenti – da tre fonti totalmente diverse, una americana e una britannica; l’ultimo più che un commento è un spunto di riflessione, malgrado tutto, sì, anche e ancora di meraviglia  sulle reazioni grottesche, feroci ma soprattutto stupide del potere contro chi svela come in realtà sia nudo… e brutto – che ci paiono proprio conclusivi, :

• il primo, che “la cascata di fughe di notizie dall’Afganistan non fa che mettere in solare evidenza l’orrenda verità: che noi americani non siamo assolutamente in controllo della situazione… che più cerchiamo di fare quel che a noi pare utile per i nostri protettorati, più li facciamo imbestialire per quel che facciamo. Dovunque[141];

• il secondo che alla gente normale, quella che forma le nostre opinioni pubbliche – sembrano addormentate, ma attenti che ancora esistono – il fatto che preoccupa e interessa probabilmente di più è che “registrando così meticolosamente in dettaglio il fallimento, i diari di guerra ora apparsi costituiscono una testimonianza devastante della nostra [la loro! americana, occidentale, degli establishments militar-politici,per intenderci] incompetenza[142]: e

• e il terzo viene dalla esterrefatta lettura di quel che dice il portavoce del Pentagono, Geoff Morrell: che “le Forze armate americane” [certo, non quelle di Trinidad e Tobago…] hanno aperto una robusta investigazione, “con una squadra che lavora ventiquattrore su ventiquattro” per scoprire non chi sia responsabile delle mille tragiche ca***te che dall’inizio l’America perpetra in Afganistan e del loro reale perché, ma “chi è responsabile di aver infranto la legge con la fuga di notizie di queste informazioni classificate[143].

Che, tra l’altro, sembra già essere stato identificato senza tanti sforzi dalla squadra di investigatori pentagonesi, appunto in ventiquattr’ore, in un soldato semplice che ha agito per ragioni evidentemente solo di coscienza, tal Bradley Manning. È proprio vero… Dio li fa (portavoce, eserciti e governi; ma, se volete anche America e alleati suoi, succubi e deficienti) e poi li accoppia.

Lo segue a ruota il segretario alla Difesa, Gates, che deplora la pubblicazione dei “segreti” su WikiLeaks. Ed è normale, è il suo mestiere, gli complica la vita… Dice di essere contrario per due motivi: “perché la fuga di notizie ha messo potenzialmente in pericolo la vita” dei collaborazionisti afgani – e si può certo capire il suo punto di vista  – e perché ha danneggiato “la capacità degli altri di fidarsi degli Stati Uniti[144].

Il che, però, visto come vanno le cose invece a fidarsi, non è detto che sarebbe un gran male… E Julian Assange, il patron di WikiLeaks, al capo di Stato maggiore americano amm. Mullen che lamenta “l’ipotetico versamento di sangue che WikiLeaks potrebbe costare sul campo, in Afganistan e in Iraq, ricorda che il terreno, in Iraq e in Afganistan, è già intriso abbondantemente di sangue reale”, non ipotetico[145].

Infine, non più un commento ma una – chiamiamola così – accorta considerazione, su quanto dicono che avvenga, tra l’altro, nella provincia di Baghlan, dove in assenza di qualsiasi governance e di qualsiasi governo minimamente attento ai problemi della gente “il popolo si va rivolgendo ai talebani per ottenere una giustizia rapida e anche un qualche lavoro[146]. Un po’ come, a volte, si diceva della vecchia mafia da noi… quando diventava la sola vera autorità su un territorio orfano dello Stato nazionale, anche se qui un vero e proprio Stato nazionale davvero non c’è mai stato.

Giura pubblicamente, e vuole far sapere di averlo giurato, il vice maresciallo Kim Yong Chun dell’Armata popolare coreana che la Corea del Nord è pronta a far scattare in rappresaglia contro ogni attacco condotto al suo territorio[147] dai “guerrafondai” americani e dai sudcoreani la mannaia della sua “deterrenza atomica”. Che, a quel punto, sarebbe però rappresaglia, appunto, e non più deterrenza. 

In Iraq, invece, continua la tragica farsa della divisione al vertice (apparentemente?) irriconciliabile tra i vincitori delle elezioni politiche. La sessione del parlamento che avrebbe dovuto eleggere il primo ministro è stata rinviata due volte e, adesso, dice il suo presidente Fuad Massum[148], verrà riconvocata – ma è sconvocabile “senza alcun problema”, aggiunge: e, infatti, viene poi rinviata sine die. Esagera ovviamente in quel “senza problemi”: perché la prosecuzione del caos è un problema per questo paese…

Ma, forse, ora due alti interventi esterni potrebbero “utilmente” sbloccare l’impasse. Oh, non quello della signora Clinton, né quello del vice presidente americano Biden che, pure, con dietro tutto il peso del loro esercito di occupazione/liberazione, sono andati entrambi in successione a fare la predica agli iracheni.

Biden ha detto pubblicamente, irritando non poco gli interlocutori, che ci vuole un accordo di governo “comprehensive”, cioè globale, generale, onnicomprensivo…, qualsiasi cosa poi questa locuzione nel contesto significhi. No, non sono questi gli interventi esterni che contano ma quelli di due “iraniani”— a provare, per l’ennesima e irrefutabile volta, chi è stato realmente il vincitore della guerra in Iraq: come

• un “alto esponente iraniano[149], innominato per ora ma annunciato in arrivo a Bagdad (in un secondo momento si viene a sapere che sarà il presidente del majilis, il parlamento, Ali Larijani; poi la notizia è smentita, ma senza troppa convinzione…) a discutere la formazione del nuovo governo e, in particolare, la questione nodale che sta bloccando ogni progresso cioè la scelta del primo ministro: al-Maliki o al-Allawi.

   Compito di questo legato di Teheran  sarebbe quello di impedire che la scelta, alla fine, converga sul secondo, giudicato da tutti insieme più “anti-americano” di al-Maliki ma, soprattutto, più “anti-iraniano”: o, meglio, più indipendente probabilmente rispetto ai desiderata di Teheran. Anche Allawi è sciita, ma è alla testa di una formazione meno legata allo sciismo iraniano: più multipartitica, diremmo noi, fatta e votata anche da molti sunniti).

   Il problema è che il candidato di Teheran a questo punto non potrebbe essere né membro del partito Dawa, il partito di al-Hakim, né esponente di punta del Consiglio islamico supremo iracheno che nelle ultime elezioni, pur schierato contro di lui, della stesa coalizione sciita faceva parte. E come

• il Grande Ayatollah Ali al-Sistani[150], nato egli stesso in Iran ma dal 1951, dunque anche sotto Saddam e subendone le mille angherie e persecuzioni: frenate, però, dal suo nome e dal suo carisma, residente nella città santa sciita di Najaf, considerato un marja' al-taqlīd, il giurista-teologo sciita che ha la maggior autorevolezza per dottrina e capacità esegetica sul Corano e le tradizioni.

   Nella storia sciita, l’ultimo imam, il dodicesimo, che vive “nascosto” tornerà solo il giorno della parusia e, con lui, tornerà la giustizia nel mondo. Per cui neanche vale la pena, in fondo, dannarsi l’anima nella lotta politica, qualsiasi ordine del mondo essendo inevitabilmente imperfetto finch non  torni il dodicesimo imam.

   E’ con questa sua autorevolezza che al-Sistani, fa intendere adesso di voler intervenire nella diatriba tra Allawi e Maliki con “aiuto e consiglio” se la politica non risolve presto il problema. Il suo portavoce fa sapere a tutti gli attori che la soluzione spetta a loro trovarla ma “dovrà” essere rispettosa del quadro costituzionale iracheno (ma che vuol dire?) e della necessità di evitare “interferenze straniere”. Cioè americane, perché straniere non possono a rigore considerarsi quelle iraniane, trattandosi comunque di “questioni interne al mondo sciita”…

Separatamente – o parallelamente, chi sa, visti gli stretti rapporti, quasi filiali anche se turbolenti che con lui intrattiene Muqtada al-Sadr – adesso il “chierico ribelle” interviene per la prima volta personalmente nel processo di formazione del nuovo governo e si incontra, non cetro casualmente, con Allawi, il rivale del primo ministro[151].

Sadr, fino a due anni fa, è stato in guerra sia con il governo di Bagdad che con gli americani, alla testa delle truppe insorte che resisterono a Fallujah e l’unica cosa che pretende da qualsiasi governo iracheno è che li mandi via, subito, al più presto possibile dal paese. E nel nuovo parlamento ha un gruppo, estremamente compatto, di 39 deputati che gli sono incrollabilmente fedeli e senza i quali sarà complicato far maggioranza…

Probabilmente, però, più che una scelta a favore di Allawi la sua è una forte pressione contro Maliki, che fa parte della sua coalizione sciita alla Camera ma che lui non sopporta come primo ministro per un altro mandato… Insomma, vuole un cambio del capofila non necessariamente del governo stesso.

Intanto, sempre qui in Iraq, il comandante delle truppe americane sostiene (ma bisogna al solito credergli sulla parola: non dà alcuna prova, infatti, di quel che afferma, anche se la stampa d’opinione in America come sempre gli crede un po’ troppo alla cieca) che negli ultimi tre mesi le forze americane e irachene hanno assestato colpi durissimi, in particolare, a uno dei gruppi jihadisti più duri, l’ISI (Islamic State of Iraq) che dicono (sempre gli americani) affiliati ad al-Qaeda.

Dichiara il gen. Ray Odierno, in un briefing tenuto al Pentagono, che gli attacchi alleati sono riusciti ad eliminare il capo, egiziano, delle operazioni militari dell’ISI, così come anche il capo politico nominale, iracheno, del gruppo, provocando qualche sbandamento di rilievo complicato dai  problemi che incontra nel finanziarsi e nel reclutamento di combattenti stranieri.

Le rivelazioni di Odierno verranno, ora, messe alla prova dai fatti, però: lo fa rilevare un foglio, sempre americano ma – per esperienza ormai – saggiamente molto più scettico delle affermazioni ufficiali ricevute[152]. Cioè, dal livello di violenza scatenata nel paese e attribuita all’ISI—  che, se le cose stessero veramente così, dovrebbe frenare parecchio, data la ridotta capacità operativa e di sostegno all’infrastruttura logistica che ora gli resterebbe. Per ora non se ne vede barlume, però…  

La verità di fondo è che Obama deve anche fare i conti, ormai, con l’ennesima contraddizione sua di politica estera: il calendario ufficiale che ha steso e voluto rendere pubblico dice che continua la guerra giusta in Afganistan ma si chiude quella sbagliata in Iraq… per cui ad agosto 2010, tra due mesi, tutte le truppe combattenti americane verranno ritirate dal fronte di Bagdad. Resteranno 50.000 dei 77.000 soldati che ci sono adesso. Ma non faranno più la guerra. Forniranno agli iracheni intelligence, addestramento, appoggio logistico… però non combatteranno più.

Solo che non è vero. La soluzione, però, pare sia stata facilmente trovata: continueranno a combattere, se dovranno, tal quale a prima; semplicemente, però, non la chiameranno più guerra[153]… le operazioni militari saranno ribattezzate operazioni di stabilizzazione… La cosa puzza tal quale? ma se dico che non puzza, olezza…

Così come solo l’essersi venduti, o (peggio, forse) l’agire gratuitamente e patriotticardicamente in un mondo orwelliano dove pace vuol dire guerra e verità vuole dire menzogna, giustifica un titolo come quello che il NYT dà a un suo interessante articolo. Titolo formalmente ma ipocritamente – e permetteteci di aggiungere criminalmente – corretto: proprio come i titoli dello stesso giornale che, a suo tempo, “vendettero” all’America, sempre pronta a ingoiarli, l’aggressione all’Iraq nel 2003 e quella che si sta preparando contro l’Iran oggi.

Racconta il titolo di cui stiamo dicendo di —Un soldato americano messo sotto accusa per il video di un attacco in Iraq[154]… da cui non risulta chiaro per niente, anzi!, che quel soldato è quello che ha provveduto a diffondere il video, non uno di quelli che dall’elicottero mitragliarono facendone volutamente bersaglio e ammazzandoli (ci sono le registrazioni a attestarlo) i componenti di una troupe televisiva che, a terra, riprendeva l’attacco americano.

Poi, dalla lettura dell’articolo, con qualche difficoltà, si capisce che esercito e governo hanno messo ai ferri il soldato Bradley Manning: che è il colpevole di aver fatto sapere al mondo del delitto[155] e non i soldati che hanno perpetrato il delitto… Nel frattempo, naturalmente, con la forza della forza e non certo quella della ragione, dal sito di WikiLeaks citato in nota – non sappiamo con quali mezzi né chi, ma i nostri attendibili sospetti li abbiamo… – è stato fato sparire il video in questione.

Che con pazienza, siamo riusciti però a ritrovare in tutta la drammatica crudezza dei suoi 17 minuti di crimine di guerra efferato[156]. Come commenta, a caldo, solo qualche minuto dopo aver letto questo articolo, sul blog del giornale, un lettore accorato “se c’è chi pensa che far venire alla luce questo tipo di atrocità vuol dire “infrangere” la sicurezza nazionale, allora faremmo meglio a chiederci in che cavolo di paese si stia trasformando questo nostro paese”. E dice davvero, a noi sembra, benissimo… Come fanno anche molti altri dei lettori che, grazie a Dio, scrivono al giornale indignati e realmente inca***ti.

Intanto, c’è chi si va preparando con buon anticipo, chiaroveggenza e fiuto per i quattrini a riconvertire i propri affari, anche direttamente magari, da quelli di guerra a quelli, diciamo, di pace: “con la riduzione in corso”, almeno sulla carta per ora, da parte dell’America “dello sforzo di guerra in Iraq sta crescendo la lista degli ex diplomatici e militari alla caccia di occasioni di far soldi nella ricca regione petrolifera del Kurdistan[157]. Il Kurdistan, cioè “l’unico posto in Iraq dove gli americani vengono ancora visti come liberatori”.

Per dire, Zalmay Khalilzad, già ambasciatore di Bush a Baghdad e poi all’ONU, afgano di nascita, che “è diventato da poco membro del CdA della RAK Petroleum, compagnia di investimento petrolifera, attiva anche sul gas, basata nell’emirato di Ras al-Khaimah , uno di quelli del Golfo” e a forte capitalizzazione americana e norvegese. “Chi critica questi ex alti funzionari americani dice che stanno facendo cassa coi frutti di una guerra costosa e assai contenziosa nella quale hanno giocato il loro ruolo. Ma, per come la vedono loro, hanno ogni diritto, dopo aver lasciato l’impiego pubblico, a farsi i loro soldi secondo sogno americano”.

La cosa fa un po’ schifo, ma naturalmente il giornale che la racconta si guarda bene dall’esprimere un proprio giudizio. Lascia la decisione al lettore, come sempre— o meglio come quando gli fa comodo. E, come sempre, questo sì, con grande professionalità e somma ipocrisia.

Intanto, per l’Iran, scoppia l’ennesima, stravagante e tragica guerra di spie e servizi più o meno segreti intorno allo scienziato nucleare iraniano che, dicono a Washington s’era rifugiato negli USA con la garanzia di una nuova vita segreta e, intanto, di $5 milioni sull’unghia o che, dice Teheran e dice lui, è stato rapito dagli americani, drogato e torturato…

Ma, dicono adesso gli americani – e non si capisce perché se non per farlo impiccare come traditore ora che è tornato a casa – avrebbe invece venduto informazioni e servizi alla CIA e, adesso, ci avrebbe ripensato tornando a casa…  e, ora, col suo presunto passato di spia svelato da chi ha servito e lo vuole evidentemente vedere morto, gli americani, è sotto il velo del sospetto pesante dei suoi vecchi compatrioti. Che, però, potrebbero anche usarlo per tentare di imbarazzare la CIA…

Una delle storie più grottesche e complicate (affascinante ma di nessun, se non forse personale, rilievo) dello spionaggio del dopo guerra fredda: vedrete che film ne tirerà fuori Hollywood, domani, a babbo morto…, cioè a scienziato traditore debitamente impiccato, come preparando un copione scoppiettante ha evidentemente voluto la CIA, rivelandone il ruolo di talpa segreta[158]

Il presidente americano ha nel frattempo firmato, e trasformato in legge americana, le sanzioni dell’ONU. Aggiungendovi il carico di alcune misure extra, decretate dal Congresso con unanimità davvero pecoreccia – bulgara, dicevamo una volta, insultando i poveri bulgari – e sollevando il dissenso ufficiale, ma abbastanza ipocrita – quelle che votiamo anche noi vanno bene; le altre no – dei russi.

Senza che a nessuno venga mai in mente la considerazione che a noi francamente pare ovvia se, poi, tutti gli sforzi messi in atto per impedire la proliferazione rendano alla fine più vogliosi di averle paesi come Iran, Corea del Nord, ma anche Kuwait, Indonesia, Filippine, per non dire del Giappone e della Turchia. In fondo, se chi ce l’ha vuole impedirti a ogni costo di imitarlo…

Intanto, però, l’Amministratore delegato della Total, la grande impresa energetica francese che è stata costretta a interrompere i suoi rapporti con l’Iran dalle sanzioni, Christophe de Margerie, dice di considerare invece le sanzioni “un errore ed estremamente stupide[159]”. Perché – spiega – danneggeranno all’ingrosso tutti i cittadini iraniani, senza intaccare in niente la capacità del governo di rifornire di benzina, e altri prodotti raffinati, le forze armate e di sicurezza. E’ evidente, in effetti, che col supporto degli stragrande maggioranza dei cittadini le forze armate avranno la precedenza nell’uso dei prodotti che le ridotte capacità di raffinazione del paese sono in grado di fornire.

La verità, poi, ha detto de Margerie, è che si tratta di regolare con sanzioni di ordine economico insensato una serie di “dissensi di ordine politico”. Per quanto la riguarda, annuncia, la Total “riprenderà le sue consegne all’Iran appena sarà possibile”.

Già… ma quando sarà possibile? L’UE, presa insieme, la Commissione, fa la voce grossa. Ma sono chiacchiere. Roboanti, però: ha proibito nuovi investimenti, assistenza tecnica, trasferimenti di tecnologia all’industria del gas e del petrolio iraniana, soprattutto in materia di liquefazione del primo e raffinazione del secondo. L’Iran, in effetti, è il quarto produttore di greggio al mondo ma le compagnie petrolifere non hanno mai voluto costruirci sufficienti impianti di raffinazione da renderlo autonomo e deve importare il 40% del suo consumo alla pompa.

Ora minaccia “ritorsioni adeguate se queste misure vengono realmente messe in essere: le nostra reazione sarà rapida[160], garantisce Ahmadinejad di cui le minacce non suonano, a dire il vero, sempre realistiche... Ma vista l’aria che tira nelle imprese e nelle economie che dovrebbero rinunciare a esportare i loro prodotti e a importare greggio da Teheran, bisogna vedere adesso se gli impegni presi poi dalla Commissione saranno una cosa seria o quello che parecchi sospettano: specchietti per l’allodola americana e grida manzoniane per i governi europei… probabilmente metà e metà.

Non torna sul tema Mosca. Che reagisce in modo sofisticato e attento, anche duramente attaccata da Teheran per aver votato, con gli americani e su loro pressione, le sanzioni all’ONU contro l’Iran e per le considerazioni pubbliche del presidente Medvedev che parla di preoccupazioni crescenti a fronte delle indicazioni crescenti – anche se mai specificate – che si sta avvicinando il momento in cui la bomba di Teheran diventerebbe “fattibile”. Ahmadinejad, come sempre sottilmente sofisticato, lo chiama personalmente ormai “un megafono degli Stati Uniti[161].

Mosca replica, naturalmente, che si tratta di commenti “inaccettabili e irresponsabili[162]. Ma allo stesso tempo,

• mentre dichiara anche più “inaccettabili”, sul piano del merito, le sanzioni ulteriori decise da USA e UE contro l’Iran al di là di quelle votate a maggioranza dal CdS dell’ONU (che le abbiamo votate a fare, dopo averle modificate ed emendate insieme, se poi ognuno fa quel che vuole e servono solo a buttano all’aria ogni progresso pur fatto?[163]), conferma, col capo della sua Agenzia atomica, Sergei Kiryenko, che entro fine agosto con l’introduzione del combustibile atomico nel reattore di Bushehr[164] sarà, finalmente, avviato l’impianto che la Russia gli sta costruendo…

e

• dispone che il ministro dell’Energia Sergei Shmatko, insieme a quello iraniano del Petrolio, Massoud Mir-Kazemi, firmino quella che chiamano una vera e propria road map[165] strategica.

   Serve, spiegano, a delineare la cooperazione futura in campo energetico tra i due paesi ed è accompagnata da un accordo dettagliato, e strategico, in base al quale Gazprom, Gazprom Neft e LUKoil si sono impegnate a contribuire allo sviluppo dei campi petroliferi iraniani. Finora erano state le sanzioni a ritardare la firma. Ma adesso che sono state non solo ribadite ma teoricamente anche rafforzate, dai russi stessi… sembra che proprio loro vogliano sbloccare l’intesa. Alla faccia delle sanzioni stesse… e, a dire il vero, anche di ogni coerenza.

Obama, invece, se ne esce che peggio non potrebbe: solo se, magari, annunciasse di voler attaccare subito l’Iran: lo nota perfino un osservatore molto favorevole (per convinzione o per pregiudizio, fate voi) a tutti i no, su tutti i piani all’Iran, a prescindere da ogni ragione di diritto e da ogni differenza di trattamento di questo specifico Stato sovrano da un altro… Ma anche lui appare non poco scioccato[166].

Scrive, infatti, di come Barack Obama “la settimana scorsa [cioè dopo l’incontro con Netanyahu] abbia espresso la sua fiducia sul fatto che Israele non attaccherà l’Iran senza prima consultarlo” (sic!— e l’interiezione, sia chiaro, è la nostra). E, poi, al secondo canale della televisione israeliana ha detto che “è inaccettabile che l’Iran arrivi a possedere armi nucleari e noi faremo di tutto per impedirlo… sono convinto che i rapporti tra USA e Israele siano sufficientemente forti da far sì che nessuno dei due tenti di sorprendere l’altro”.

Obama, scrive questo osservatore di solito compiaciuto e compiacente contro ogni cosa iraniana, “ha lasciato molto [troppo] così di non detto. Non ha detto che si sarebbe opposto o avrebbe tentato in futuro di bloccare attacchi aerei di Israele contro gli impianti nucleari [reattori di ricerca? reattori civili?]— solo che si aspetta di venire a saperlo in anticipo! E non ha detto che Washington rifiuterebbe di assistere o partecipare, direttamente o indirettamente, a un attacco del genere. Ha detto che gli USA preferirebbero una soluzione diplomatica. Ma poi ha ripetuto il mantra di sempre: ‘Assicuro comunque a tutti voi che non tolto alcuna opzione dal tavolo’ ”.

In chiaro, cioè, neanche l’opzione dell’attacco militare americano. Probabilmente, è solo pressione politica. Inaccettabile, in sé criminale, ma politica: la pericolosissima soggezione politica alle strapotenti lobby filo-israeliane che imperversano a Washington…

Poi l’analista che stiamo citando osserva che anche l’Iran potrebbe, però, “riservare a USA e Israele qualche gran brutta sorpresa: come un pugile arrabbiato e spavaldo, ferito ma imbattuto il regime iraniano comincia a reagire in ogni direzione”:

• se la prende coi russi (accusando “un paese tanto potente di lasciarsi manipolare dai servizi di spionaggio americani e britannici”— e con qualche buona ragione, francamente, ci sembra;

• se la prende con gli Stati vicini del Golfo, con l’Egitto, tutti troppo succubi verso il nemico o, per l’Egitto, nemico-amico Israele (Mubarak, tra l’altro, sembra che adesso stia morendo di cancro – comunque la sua sembra la morte annunciata che “dura” più a lungo, almeno da quella del generalissimo Francisco Franco, nel 1974; e, senza di lui, le cose potrebbero davvero cambiare…);

• se la prende con le continue provocazioni di Tel Aviv in Libano; e

• se la prende un po’ con tutto il mondo che, magari, a Israele fa anche il cruccio ma, in buona sostanza, non gli chiede, neanche di fronte a quello che sta facendo a Gaza, di renderne conto di fronte alla cosiddetta “comunità internazionale”.

Insomma, ormai è da ogni parte – annota Tisdall con qualche preoccupazione – che potrebbe scoccare davvero la scintilla… E molto allarmato si dice un altro osservatore attento, e certo più attento di quello che abbiamo pur visto lui stesso preoccupato, anche di interessi che non siano solo quelli parrocchialmente americani e al massimo israeliani (pure, o proprio perché, lui stesso è un ebreo): allarmato da “quello che appare proprio come un assegno in bianco che Obama sembra aver così, sull’Iran, rilasciato a Israele[167]

C’è, infine, da notare come Hillary Clinton dica di aver avuto assicurazioni da Ankara durante una conversazione telefonica col suo omologo turco che la Turchia fermerà ogni suo sforzo autonomo per risolvere il contenzioso nucleare che resta aperto con Teheran. Ma il suo omologo dice, diplomaticamente, che forse la signora ha capito male… –

No, dice il ministro Davutoglu, non è vero[168], gli Stati Uniti alla Turchia non hanno mai neanche chiesto “ufficialmente” di disinteressarsi della questione, perché capiscono bene che non può e non vuole disinteressarsene dopo aver offerto, insieme al Brasile, sia all’Iran che agli Stati Uniti un’opportunità vera di soluzione.

Comunque, sostiene, la Dichiarazione di Teheran che la redigeva “era perfettamente in linea coi parametri presentati dallo stesso presidente Obama nella sua lettera al primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan e al presidente brasiliano Inacio “Lula” da Silva”, resa pubblica a suo tempo proprio da Lula[169].

Intanto sembra – in questo tema, e con questi interlocutori, le notizie vanno sempre prese al condizionale – muoversi appena in avanti Teheran verso un possibile compromesso. Washington, alla fine, alla Dichiarazione tripartita di Teheran (Brasile, Turchia, Iran) aveva obiettato perché, nell’accettare lo scambio, l’Iran aveva mantenuto il punto di principio che in ogni caso, autonomamente,  come suo diritto sovrano, avrebbe continuato ad arricchirsi fino al 20%, che è consentito per la ricerca, il suo uranio impoverito al 3,5%.

Ora, secondo il capo dell’Agenzia atomica iraniana, Ali Akbar Salehi, l’Iran è disposto ad interrompere l’arricchimento al 20% delle sue scorte di uranio se potrà importarle effettivamente da altri paesi[170]. Lo dice alla televisione al-Alam, precisando che se, per le sue necessità, l’Iran sarà in grado di ottenere l’uranio arricchito di cui ha bisogno al 20% non dovrebbe più doverselo lavorare per conto proprio. E aggiunge che, come ovvio, se potesse ottenerlo altrove preferirebbe non dover toccare le proprie riserve di uranio al 3,5%. 

Non sono sparite del tutto, però, le nubi però che si sono andate addensando tra USA e Israele. Nell’incontro che a inizio luglio ha avuto luogo alla Casa Bianca, dopo essere stato rinviato al massimo del contenzioso (verbale, vivaddio, solo verbale) tra l’amministrazione Obama e quella di Netanyahu in Israele subito dopo l’attacco di pirateria in acque internazionali condotto, con nove morti, dalle forze armate di Israele contro la flottiglia di trasporti turchi che osavano portare aiuto a Gaza sotto assedio da anni, si è parlato anche di divergenze serie tra i due paesi.

(A fine mese, un po’ così en passant quasi – ma è indicativo: non certo di un cambiamento di posizione concreto, almeno per ora, ma sicuramente di un sentimento, il primo ministro britannico David Cameron si lascia andare, di certo volutamente, a chiamare Gazaun grande campo di prigionia”: e Tel Aviv non apprezza per niente…)

Gli Stati Uniti, annunciava il NYT qualche giorno prima, erano perfino (ohibo’) arrivati a nudge – a dare una spintarella, cioé: non una spinta vera e propria, giammai… Una spintarella sulla questione degli armamenti che li sta ulteriormente dividendo da Israele[171].

A Israele ha dato molto fastidio la posizione intransigente assunta, almeno ufficialmente – ma le cose formali, ufficiali, nei rapporti internazionali hanno il loro peso – dalla Turchia sull’ “incidente”: il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ha detto pubblicamente che a Israele tocca, adesso, la scelta tra tre opzioni per decidere dei suoi rapporti con la Turchia:

• la prima è quella di presentare, formalmente, le scuse, per l’attacco alla flottiglia di navi-aiuto diretta a Gaza che ha fatto nove morti e qualche decina di feriti;

• la seconda prevede l’accettazione da parte dello Stato ebraico della Commissione internazionale di inchiesta che finora ha respinto ma che è stata chiesta dalle Nazioni Unite;

• la terza scelta è quella di restituire le tre navi sequestrate “illegalmente” ai proprietari turchi;

• la quarta è quella di togliere il blocco e l’embargo contro Gaza;

• e la quinta è quella di respingere le prime quattro, costringendo, quindi, la Turchia a rompere i suoi rapporti con Israele.

A proposito della seconda richiesta posta a Israele, quella di un’inchiesta internazionale seria sull’attacco alla Mavi Marmara, appare un’esigenza confermata subito dalla prima conclusione dell’inchiesta interna[172] condotta dal governo di Israele. Che, certo, critica l’IDF – le Forze di difesa, l’appellativo ufficiale delle forze armate israeliane – ma non individua nessuna responsabilità di nessuno degli assalitori.

Il rapporto preliminare, stilato da un generale in pensione delle forze armate, tal Giora Eiland,   parla di colpevole mancanza di coordinamento fra le forze coinvolte nel raid, di errori di panificazione (“alcuni errori professionali”) e di un cattivo uso delle informazioni disponibili. E assolve le truppe d’assalto, i superaddestrati assaltatori, che hanno sparato perché hanno dovuto rispondere alla violenza (alla fine: bastoni) di chi si opponeva al loro intervento. E non dice altro…

Davutoglu, che ha trasmesso il suo messaggio per il primo ministro israeliano al ministro del Commercio Benjamin Ben-Eliezer in un “vertice segreto” a Bruxelles, ha aggiunto che il suo non è un ultimatum ma che Ankara non aspetterà “una risposta in eterno[173]… Il presidente turco, Abdullah Gul, fa notare, però, come la paralisi sia dentro il governo di Israele dove liti e divisioni impediscono “ogni scelta razionale[174]. L’incontro di Bruxelles, che doveva restare segreto, è stato così reso noto, fa capire Gul, dalle fazioni contrarie a ogni e qualsiasi progresso: cioè, pare proprio dal primo ministro…

Nel 2007, tanto per ricordare l’importanza pure strategica che per Israele ha avuto anche in un passato recente la Turchia, quando il 6 settembre Tel Aviv attaccò e distrusse quello che chiamò un reattore nucleare in costruzione nella regione di Deir ez-Zor, dall’altra parte del territorio siriano rispetto a Israele (Damasco ha sempre detto che fosse un laboratorio di ricerca) e lasciando perdere qui ogni discussione di legittimità…, lo fece facendo sorvolare ai suoi F-15 (americani, di costruzione) il territorio turco.

Lo fece senza chiedere il permesso di Ankara ma anche senza subirne proteste o rimostranze più che pro-forma. Oggi, dopo lo sproposito – a dir poco – della Mavi Marmara, quei bombardieri glieli abbatterebbero di sicuro… cosa che gli è stata ora dal PM Erdogan (in carica anche nel 2007) ufficialmente notificata.

Non sarà facile, in ogni caso, anche se le pretese colombe dovessero prevalere al momento, per Israele ingoiare il rospo… probabilmente ritarderà la risposta contando sulla “pazienza” dei turchi. Ma non è chiaro se una pura e semplice tattica dilatoria potrà funzionare. Quello che, invece, Israele teme ora davvero di vedere a rischio e che sicuramente la preoccupa ben al di là dei suoi rapporti con Ankara, appare invece la posizione presa dagli Stati Uniti sulla questione che ha visto alla sbarra Tel Aviv in occasione della conferenza dell’ONU di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare e che sembra letteralmente terrorizzarla.

Dove, per la prima volta in assoluto, gli USA hanno evitato di restare da soli con Tel Aviv a dire di no al mondo, votando contro le obiezioni israeliane a favore del documento finale della conferenza che ha osato invitare Israele a firmare il Trattato stesso di non proliferazione. Invitato pare un termine francamente debole, ma per Israele è eversivo del rapporto che da sempre ha goduto con gli USA. Quello in cui è la coda abituata a scodinzolare il cane…

Adesso, sembra – sembra – essere stato parecchio rimpannucciato il rapporto tra Washington e Tel Aviv nell’incontro tra Obama e Netanyahu. Il PM israeliano ha promesso – l’unico impegno concreto che lui abbia annunciato: tanto, promettere a Israele non è mai costato un piffero… – ma non lo dice lui, lo dice Obama, di “credere che Israele vuole riprendere i colloqui diretti coi palestinesi”… E aggiunge di credere anche ai “progressi reali” che, dice, Israele sta facendo nella striscia di Gaza (anche se onestamente quei progressi “reali”, oltre all’annuncio di Tel Aviv di “alleviare” il blocco di Gaza, li vede lui solo)…

Per il resto, Obama ha garantito che tra Stati Uniti e Israele c’è un “legame indissolubile”. Natanyahu non ha detto parola se non per chiosare che lui vuole andare avanti… ma che “ci sono problemi[175], purtroppo….

Ma fior di incongruenze e assurdità continuano a ripetersi in un rapporto bilaterale che si va facendo un po’ più dialettico— e questa è la novità cui a Israele diventa difficile abituarsi. Ora, un lunghissimo servizio del NYT[176] documenta come l’analisi della documentazione pubblicamente disponibile, sia a Washington che a Tel Aviv, identifica una quarantina di gruppi statunitensi che, nel corso degli ultimi anni, hanno raccolto più di $200 milioni di regali deducibili dalle tasse e destinati a colonie ebraiche nelle zone militarmente occupate della Cisgiordania e di Gerusalemme Est: regali a scuole, sinagoghe, circoli ricreativi e sportivi; ma anche, per dire, Doberman tedeschi da guardia e giubbetti antiproiettili.

Quando, nota o aiuta comunque a riflettere il servizio in questione, così si incoraggiano proprio quei comportamenti che ufficialmente il governo americano dice di voler scoraggiare: la continuazione dell’occupazione civile delle colonie ebraiche nei territori occupati anche a spese del contribuente che, attraverso i suoi soldi, è comunque costretto a sussidiare l’occupazione israeliana. Certo, $200 milioni sono niente rispetto ai più di 30 miliardi che, solo nell’ultimo decennio, sono andati in aiuti a Israele dagli USA. Molto di più di quanto sia andato all’Africa tutta intera, nello stesso periodo…

Del resto è Obama stesso a calarsi non solo le brache, anche le mutande, nei confronti del governo di Tel Aviv quando ora, proprio ora, nel mezzo di questo contenzioso, offre un pacchetto di aiuti militari rafforzato al governo di Israele[177]— per incoraggiarlo dichiara, e sarebbe ancora più grave se ci credesse davvero, nelle sue “aperture” (sic! quali?) verso i palestinesi.

Lo annuncia l’assistente segretario di Stato americano Andrew Shapiro: Obama ha specificamente richiesto al Congresso di votare un’allocazione di $2,775 miliardi a favore di Israele, facendone il pacchetto di aiuti militari più grosso della storia… Secondo la logica aberrante ma normale in questo curioso rapporto israelo-americano che, se fai finta di dirmi sì, mi basta , mi accontento e ti premio…

Si complicano per Israele lo stallo persistente nei rapporti che ha e non ha coi paesi arabi in ragione della sua intransigente e ottusa linea sui territori occupati (non solo sull’assedio a Gaza).

Quanto a possibili negoziati diretti di pace, adesso, dopo che Netanyahu aveva sempre detto di no,  sono infatti gli arabi a frenare. La Lega araba, che ha trasformato ormai formalmente in offerta araba la proposta originale saudita del 2002 “terra contro pace”, continua ad appoggiarla sempre all’unanimità. Nei fatti, essa è ormai sostenuta dal mondo intero che, però (Stati Uniti in testa), si guarda bene dal fare qualsiasi cosa di utile per farla avanzare ma continua ad essere respinta nei fatti da Israele e, fra mille ambiguità, anche da Hamas se non dal’Autorità nazionale palestinese.

Ora, la Lega con l’accordo della ANP avanza tre condizioni[178] per un negoziato diretto Palestina-Israele. Le elenca una lettera del suo segretario generale Amr Mussa al governo americano: ci vuole “un preciso inquadramento di tempo, un quadro di contenuti, cioè un’agenda, chiaramente definito e nche un meccanismo di monitoraggio”. Senza queste condizioni preliminarmente accettate la Lega araba non appoggerebbe il negoziato. Washington si dice subito soddisfatta dall’accettazione “di principio” del negoziato diretto, Tel Aviv per ora almeno tace…

Anche sul fronte nord del suo territorio, col Libano, si vanno deteriorando i rapporti, ancora di più se fosse possibile. In effetti, sta riprendendo molto piede, salutata in Libano anche dai cristiano maroniti, l’influenza siriana che, dopo l’assassinio del primo ministro Hariri, nel 2005 (il figlio è adesso lui il PM) sembrava tramontata per sempre e invece, letteralmente, risorge aiutata dal rapporto di forza nel paese, favorevole alla resistenza anti-israeliana, alla prepotenza – sfacciata e, insieme, impotente – di Israele e alla incompetenza con cui gli Stati Uniti trattano, nel tentativo di dominarlo,  questo come ogni altro problema dell’area mediorientale. Per cominciare, arrivano a Beirut insieme, sullo stesso aereo – e la cosa è una prima assoluta, assolutamente significativa – il re dell’Arabia saudita Abdullah e il presidente siriano Bashar al-Assad[179].

Poi, i libanesi si dividono tra loro il lavoro, incontrando chi dei libanesi a loro è più prossimo: il premier, Saad al-Hariri vede il re saudita, il presidente libanese Michel Suleiman si incontra col presidente siriano e poi questi vede lo speaker del parlamento e leader del partito sciita Amal, alleato degli Hezbollah, Nabih Berri, il ministro degli Esteri siriano, Walid al-Moallem, vede, invece, il capo gruppo degli Hezbollah in parlamento – ormai il gruppo coeso più numeroso – Mohammed Raad. Più tardi Assad vede lui stesso, tutti insieme, i libanesi. E comprensibilmente, Tel Aviv si preoccupa. Molto.

Anche Washington si preoccupa. Ma, come di regola, affronta il problema dal lato sbagliato e in modo delicatamente elefantiaco: sermoneggiando e ammonendo. L’assistente segretario di Stato Philip J. Crowley, un sopracciò della covata di Hillary, ha provveduto appunto ad ammonire i siriani ad approfittare dell’occasione per imparare dai sauditi a prendere le distanze dall’Iran, irritando anche il re che le distanze le ha di sicuro prese ma non ama far la figura del bravo bambino che dice sì al maestro.

E portando i siriani a replicare, con molta freddezza e anche alterigia, “a nome di entrambi i paesi sovrani” che Siria e Arabia saudita sono Stati indipendenti che sanno certo meglio di potentati stranieri che stanno a migliaia e migliaia di chilometri di distanza dal Medioriente come trattare i problemi della regione. Per quanto, poi, riguarda la Siria, spetta solo a Damasco “ovviamente” definire i propri rapporti e il tipo dei propri rapporti con ogni altro Stato della regione[180].

Sul rapporto che, rispetto a tutta questa serie di questioni, intercorre tra Stati Uniti e loro alleati – di totale subordinazione in sostanza – una dichiarazione rivelatrice l’ha fatta il titolare di chi tra loro, poi e per di più, gode della cosiddetta relazione speciale. A Washington, in visita al principale, David Cameron ha spiegato, se non altro con grande chiarezza e dichiarando alto e forte quello che vedevano e sapevano tutti, “di credere profondamente nella relazione speciale. Naturalmente, in essa, noi siamo il partner junior, ma sono convinto che sia un rapporto importante e di lunga data e spero che noi siamo in grado di apportarvi qualcosa”.

Lui era lì, a esemplificare il rapporto – dicendo a modo suo il vero, senza ipocrisie ma aprendo un reale problema politico (se questa è la posizione britannica, la nostra qual è?) – tra l’altro con un grosso strafalcione storico di come quello era il rapporto già da quando “nel 1940 Gran Bretagna e America combattevano insieme contro Hitler nella seconda guerra mondiale[181]

Scordando il piccolo particolare, però, che almeno fino al dicembre 1941 – fino a Pearl Harbor – il ruolo di partner principale, l’unico che combatteva i nazisti fosse stato proprio e solo degli inglesi di Churchill e certo non degli americani che non erano in guerra…

Intanto, il suo vice Clegg, in parlamento, diceva anche lui la verità— non uno strafalcione stavolta ma la verità nuda e cruda e molto scomoda per il governo non solo per il governo precedente, quello laburista di Blair e di Brown, ma anche per i conservatori, adesso – cioè – i partner senior del governo di coalizione britannico: che l’invasione americana all’Iraq in cui Blair aveva voluto trascinare la Gran Bretagna era una guerra “illegale[182].

Detto dal vice primo ministro britannico, no, non è male… E non è male neanche la reazione della stampa britannica più becera – tipo  per capirci, da noi, Giornale o Foglio – che l’unica cosa di cui si preoccupa non è il crimine di guerra compiuto ma se, per il crimine di guerra compiuto, possa mai essere portato in giudizio qualche criminale britannico… i sepolcri imbiancati.

GERMANIA

Dopo l’approvazione del bilancio decurtato approvata dal Bundestag a grandi linee, adesso il governo ha messo a punto i dettagli del piano: tagli per €81,6 miliardi in quattro anni, tra il 2011 e il 2014 – non da quest’anno – una tassa sulle transazioni finanziarie sulle banche da €2 miliardi all’anno e un’imposta sui reattori nucleari che ammonterà a €2,3 miliardi all’anno in quella che Merkel ha chiamato una “misura senza precedenti”. Più, tagli alle spese per la difesa, cioè per armamenti e truppe, e la posticipazione dell’investimento previsto per la ricostruzione del palazzo reale di Berlino[183].

Snobbando praticamente, senza accettare neanche di discuterne le motivazioni, l’appello di Obama a concentrarsi sula crescita la cancelliera assicura il colto e l’inclita, ma non tutti i tedeschi e non tutti certo in Europa e nel mondo, che il taglio corrispondente al 2,7% del PIL dell’economia maggiore d’Europa non è abbastanza profondo da mettere in pericolo la ripresa… Tale è la spinta, detta da lei spinta morale, a schiacciare verso una severa “disciplina fiscale” non solo i meno favoriti qui – è vero – ma soprattutto loro— perché è lì, comunque, che stanno i grandi numeri.

A giugno, il numero dei disoccupati scende a 3.230.000 unità complessive, meno 21.000, su base destagionalizzata, dopo che a maggio era già sceso di 41.000. Ma il tasso ufficiale di senza lavoro non cambia, resta al 7,7% ufficiale, destagionalizzato un 7,5%. Ma a luglio il 7,6% ufficiale, dunque in diminuzione, se destagionalizzato, corrisponde in realtà a quello del mese prima, dice l’Ufficio federale del lavoro, la Bundesagentur für Arbeit[184].

Invece a luglio, la fiducia degli imprenditori sale al massimo, addirittura dalla riunificazione[185]. Ed è un fatto nuovo, mentre cresce il valore dell’euro rispetto al dollaro. Anche se persistono visuali pessimistiche sul fondo della crescita tedesca, come si vede anche qui sotto, a Nota189.

A maggio il paese ha esportato merci per €77,5 miliardi e ne ha importate per 67,7con aumento dell’export per il 28,8% e import del 34,3 sullo stesso periodo dell’anno precedente, il mese che ha segnato così il maggior aumento di sempre anno su anno di export dal lontano maggio 2000 (allora fu un +30,7%) ed import dal gennaio 1989 (allora, il 38,9).

Destagionalizzate su base di calendario e andamenti stagionali, le esportazioni a maggio sul mese prima sono aumentate del 9,2% e le importazioni del 14,8, segnando così il massimo aumento mese su mese dell’import dal ’90, quando si sono cominciati a calcolare gli aggiustamenti a carattere stagionale nelle statistiche del commercio estero.

Sul piano politico, la coalizione di governo formata nel Nord Reno-Westfalia, il Land più popoloso del paese, da socialdemocratici e verdi ha costituito un colpo assai brutto per la cancelliera, che subisce anche contemporaneamente l’attacco dell’ala della piccola e media impresa della Confindustria tedesca che da sempre è schierata non solo con ma addirittura costituisce un’ala organizzata come tale del suo partito.

Dice Josef Schlarmann, esponente di questa forte specifica lobby interna, che Merkel marginalizza tutti e decide da sola, lei con pochi al vertice. Ed è una critica, quella di essere lasciati largamente frustrati e spesso impotenti, condivisa sembrerebbe ormai anche nel corpo più vasto di tutto il partito cristiano-democratico.

Tra l’altro, con la nuova maggioranza che si formata a Düsseldorf, la Merkel perde anche la maggioranza al Bundesrat, il Senato dei Länder, che anche se non sempre decisivo è comunque sempre condizionante. E, dopo la sostanziale sconfitta che ha già dovuto subire nell’elezione, faticosissima, del capo dello Stato a fine giugno, cristiano-democratico sì ma non certo il suo vero candidato, questa – nuovissima – pesa molto ora sul suo governo e sul suo evidente, crescente, nervosismo.

Certo, anche il governo rosso-verde, come dicono qui, di Düsseldorf non è sicurissimo in sella perché dipende dall’appoggio esterno, nel parlamento del Land, della sinistra dura, la Linke, che non sarà facile mantenere nel governo concreto perché è obiettivamente molto più radicalmente a sinistra dell’SPD e dei Verdi. Ma, intanto, l’aver cacciato via i nero-grigi (CDU e liberal-democratici) è un fatto.

Era quello che, se l’SPD avesse deciso di colloquiare e non solo di pretendere l’adesione della Linke alla sua scelta, sarebbe successo a fine mese scorso anche nell’elezione del presidente della Repubblica federale. Con un impatto, allora sì, subito sconvolgente: da dimissioni e elezioni anticipate subito.

Abbiamo accennato nella scorsa Nota congiunturale[186] alla tesi/pretesa tedesca di dettare nei fatti da sola, in nome delle virtù proprie a questo paese, alla figliol prodiga Europa il come gestire la finanza e fare politica economica, tutti allineati e coperti dietro alla grande Germania. Nel dettare la sua linea la Merkel non ha prestato la minima attenzione a quanto le viene suggerito da Fondo monetario, OCSE e Casa Bianca— anche se non dalla Commissione europea che proprio non osa neanche azzardarsi a farlo.

In pratica, sintetizza un editoriale del NYT[187] – a metà tra serio e faceto: ma che di cose serie ci informa e cose molto serie le dice – le viene raccomandato “di limitare il suo attivo di bilancia commerciale” alzando, finalmente, i suoi salari reali, immobili (altri dicono stabili) da quasi dieci anni, “aumentando così la propria domanda interna e aprendo in tal modo spazi di crescita alle esportazioni dei propri partners”. Insomma, più o meno quel che si chiede alla Cina, l’altro grande squilibratore degli scambi commerciali nel mondo.

Farlo significherebbe rendersi conto in Germania che il suo attivo commerciale perpetuo e enorme restringe la crescita altrove” (quanto diceva Keynes, quasi un secolo fa e quanto spiega oggi il Nobel Stiglitz). Non farlo rafforza le argomentazioni dei critici più duri di Merkel: che il suo governo, nel tentativo di recuperare su quella parte di competitività che ha perso nei confronti della Cina, sta perseguendo una politica deflazionistica, del farsi gli affari propri a spese degli altri costringendo ‘i vicini più poveri a farle la carità’— beggar-thy-neighbor policy e seguendo una politica fatta di salari bassi, di sussidi alle esportazioni, di politiche del credito restrittive per decenni della Bundesbank e di un mercato unico ridotto quasi alla sua mercé”.

Ora, Merkel oggi è drammaticamente nei guai in Germania: sale la turbolenza tra i cristiano-democratici, con le dimissioni di Ole von Beust, sindaco di Amburgo, che è il sesto presidente di Land della CDU, il sesto alleato di Merkel a perdersi per strada in meno di un anno[188]. Ma non perché lui o i tedeschi dissentano dalla sua strategia o, forse sarebbe meglio dire, dalla sua linea moral-virtuosa.

No, i tedeschi piuttosto lamentano che mentre Merkel è una buona amministratrice non è certo una vera leader, capace di ispirare e dare una visione al paese. Le eccezioni che pongono il problema di fondo  – pare – sono quasi solo nella sinistra moderata: l’ex cancelliere Helmut Schmidt che parla di “egoismo nazionale” e, non a caso, vedremo tra poco, di “un retrogusto vetero-guglielmin-berlinese”; e l’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer, che parla di “confusione” e “neo-isolazionismo” tedesco.

Quando ci prova non trova di meglio che rifarsi, e deliberatamente facendolo capire anche se non dichiarandolo, all’immagine che della Germania voleva diffondere un secolo fa il Kaiser Guglielmo II, quando alteramente ‘ordinava’ al mondo di provvedere a guarirsi iniettandosi una buona dose di quella che chiamava l’ ‘essenza teutonica’.

L’anno scorso, due guerre mondiali dopo, e con alle spalle il rifiuto massiccio proprio dell’ ’essenza teutonica’, la cancelliera Angela Merkel – la tranquilla, modesta, ragionevole figlia di un pastore luterano dell’Est, figlia politica putativa del pilastro dell’Europa che fu Helmut Kohl – nel mezzo di una recessione che sul piano della produzione ha forse colpito il paese più duramente di qualsiasi altra grande nazione industriale, ha rilanciato non una ma due volte il vecchio tema” caro alla bellicosa e missionaria bellicosità guglielmina.

Nel discorso del primo dell’anno ha parlato a lungo della ‘virtuosa regolazione’ del sistema economico-finanziario tedesco e ha detto, testuale che ‘Questi principi guida devono essere seguiti in tutto il mondo’. Poi, subito prima della rielezione, presentando la piattaforma del nuovo governo di coalizione cristian-liberal-democratico, ha proclamato che ora si tratta di ancorare a livello mondiale i precetti del modello tedesco— ‘la difesa dei nostri ideali’: questa sarà la missione principale del nostro nuovo governo di coalizione”.

Ma adesso, e non proprio a sorpresa direbbero alcuni, almeno in base proprio a queste premesse, viene fuori[189], da un’inchiesta di caratura ufficiale, che “ ‘il potenziale di espansione dell’economia tedesca appare ora praticamente esaurito fino almeno alla fine dell’anno’. In definitiva come valutare la situazione tedesca? Vicente del Bosque, l’allenatore della squadra di calcio spagnola, ha detto qualcosa che potrebbe ben essere pertinente dopo che la sua squadra aveva scaraventato i tedeschi fuori del Mondiale: ‘No, non erano tanto forti quanto temevamo’ ”.

E aveva proprio ragione…

FRANCIA

Il CdA di le Monde, il più prestigioso quotidiano di Francia in grossi guai editoriali e finanziari, ha appoggiato l’acquisto del giornale da parte di un consorzio di tre proprietari, tutti in qualche modo legati al partito socialista all’opposizione, dopo che la redazione aveva votato a larga maggioranza contro l’acquisto da parte di un altro consorzio, che includeva France Telecom, notoriamente appoggiato invece dalla presidenza della Repubblica.

Il presidente Nicolas Sarkozy in un’intervista televisiva a reti, come diremmo noi, unificate ha negato di aver ricevuto e accettato contributi illegali per la sua campagna elettorale di tre anni fa da Liliane Bettencourt, la grande vecchia erede de L’Oréal. Non ha negato di aver ricevuto dalla signora fior di contributi che, per lo meno, puzzano (non è vero, neanche qui infatti, che pecunia non olet: olet, olet…). Tanto da far dimettere quello che, allora, era il tesoriere del suo partito e della sua fazione dentro il partito, e ora ministro del Lavoro, Woerth[190]

E, adesso, sugli ultimi sviluppi dell’economia di questo paese una serie di dati dalle ultimissime risultanze messe in linea dall’Istituto di statistica nazionale[191]:

• il PIL del primo trimestre sale dello 0,7%, dopo essere sceso del 2,5 nell’ultimo del 2009;

• la produzione manifatturiera è aumentata a maggio dello 0,5% in volume;

• la fiducia delle imprese, a luglio, aumenta di due punti;

• ma a maggio i nuovi ordinativi dell’industria erano scesi dell’1,2%;

• le importazioni, che nell’ultimo trimestre del 2009 era scesa del 10,6%, in questo primo del 2010

  sale del 3,3;

• anche le esportazioni riprendono, +5,2% nel primo trimestre, dopo un calo del 12,2 nell’ultimo

  precedente;

• e riprende l’attivo della bilancia commerciale, col +0,4% nel primo trimestre;

• la situazione delle vendite all’ingrosso, a luglio, migliora ancora: il clima di fiducia va su del 5%;

• rallentano, per contro, le vendite al dettaglio;

• il tasso di disoccupazione si stabilizza nel primo trimestre al 9,9% della popolazione attiva; e

• l’inflazione a giugno resta stabile al +2,5% anno su anno.

GRAN BRETAGNA

L’inflazione a giugno è cresciuta al 3,2%, uno dei livelli più alti d’Europa, dell’Europa occidentale di certo, anche se è leggermente in ribasso dal 3,4 di maggio e pur in presenza di una recessione che qui imperversa in modo sempre feroce[192]. Anche se ora i dati del secondo trimestre segnalano un’impennata promettente della crescita del PIL, un +1,1% quasi doppio sulle aspettative: certo, sempre in rapporto all’andamento pessimo di un primo trimestre, tra l’altro, colpito da un inverno particolarmente inclemente.

Adesso molto dipenderà da quanto regge questo buon tasso di crescita alla doccia fredda che la dose da cavallo di austerità che viene annunciata; per esempio bisognerà vedere se la Banca d’Inghilterra terrà i nervi a posto e non si lascerà impaurire da quello che, obiettivamente, è un elevato tasso di inflazione dentro la recessione, tentando di combatterlo deprimendo ancora di più la crescita col rialzo del tasso di sconto.

Il governo Cameron-Clegg sembra, onestamente, aver intrapreso alcuni passi di decenza politica che quello laburista di Brown, meno che meno quello di Blair, aveva avuto il coraggio di avviare, anzi che aveva caparbiamente osteggiato. Ha fatto suo, per esempio, e dato spazio ad altre inchieste future, un rapporto sul comportamento criminale delle truppe britanniche in Irlanda del Nord nei primi anni ’70 (in particolare, la “Domenica di sangue” del 30 gennaio 1972 a Londonderry, col massacro “ingiusto e ingiustificato” – riconosce adesso il premier – di 14 cittadini da parte dei para di Sua Graziosa Maestà.

E ha, ora, preso l’impegno formale a investigare, e lasciar investigare, le accuse avanzate contro i servizi di sicurezza britannici di aver colluso con la CIA americana e altri servizi cosiddetti segreti in decine, forse centinaia di episodi di rapimento e successiva tortura condotti in diversi paesi del mondo. Come in America, dove neanche Obama, alla fine, ha trovato il fegato di ordinare nei fatti il  rendiconto pubblico sugli stessi eventi cui in campagna elettorale, pure, si era impegnato.

Come da noi, dove il segreto di Stato schiaffato dai governi di Berlusconi e, prima, anche di Prodi a coprire le vergogne nostre e quelle di Bush il piccolo, ha impedito ai giudici che ci hanno provato di investigare. Naturalmente, adesso, bisognerà vedere se, fatta la promessa… come si dice gabbato lo santo. Cioè se, come pare probabile, tutto resterà lettera morta anche nel Regno Unito. In nome della civiltà occidentale, naturalmente; della difesa dei diritti umani, ovviamente; e della lotta senza quartiere e senza regole, ça va sans dire, al terrorismo islamico.

Sul piano pratico delle cose intraprese e delle scelte concrete, non solo delle promesse già fatte – e a fronte di una disoccupazione che per i tre mesi a fine maggio tocca l’8% ma, nella realtà di un conteggio normale (di chi effettivamente è senza lavoro ma vorrebbe poter lavorare), tocca almeno un 12% – c’è un’ “austerità che scavalca di gran lunga le decisioni, già durissime, annunciate dal precedente governo laburista.

Quando pure, e in effetti, lo stesso cancelliere dello Scacchiere dell’ultimo governo Brown, Alistair Darling, presentando il suo ultimo bilancio a marzo scorso, aveva parlato di programmare “tagli alla spesa pubblica “più profondi e più duri[193] di quelli operati negli anni ’80 da Margaret Thatcher.

Ecco, per il governo Cameron neanche questi sono sufficienti. Raddoppia i tagli, si rimangia l’impegno elettorale a non toccare comunque il Sistema sanitario nazionale proponendosi di “decentralizzarne” l’amministrazione (sono $125 miliardi all’anno)con l’affidarne la gestione direttamente ai medici (che non vogliono entrarci, tra l’altro)… ma non ci credono neanche loro e sanno bene che, alla fine, significherà darla all’industria farmaceutica e a quella sanitaria, ospedali, cliniche,  come tale).

Il tutto, seguendo alla lettera le veline ideologiche classiste del partito conservatore di sempre, senza alcun contributo reale, se non un po’ di vaselina sparsa qua e là, dei liberal-democratici. La linea di forza, la spina dorsale di tutto il bilancio, è che se il governo ritira dal’economia gli investimenti pubblici, con tagli e meno tasse da far pagare ai più ricchi, saranno mondo degli affari e consumatori a riempire il vuoto, rimpiazzandoli.

E’ la pia illusione, la fede cieca ma maligna e non innocente, che costerà carissima agli inglesi, specie ai più poveri, nei modelli matematici infallibili (ci avessero azzeccato una volta) del neo- liberismo e nel finanziamento fluido e autoregolato di mercati liberi funzionanti. Che non esistono e non potranno mai esistere, però, come insegnava già Adam Smith: ma come si sono scordati, o per dirla più correttamente hanno voluto scordarsi, i suoi tardi epigoni.

Una conseguenza sicuramente provvida, l’unica, delle ristrettezze economico-finanziarie che stanno affliggendo il paese è nella nuova – e chiara – coscienza dei limiti della propria potenza militare che sembra aver fatto breccia nel nuovo governo britannico, contrariamente a quanto era avvenuto per i due precedenti, militarmente e vanamente tronfi di Blair e di Brown (avventure senza utilità alcuna, come oggi vedono tutti ma già allora dicevano non pochi in Iraq e in Afganistan e decine di miliardi di sterline (20 subito nei prossimi tre anni, 55 alla fine del programma: che è la previsione ufficiale; quella di morti esperti, basata sull’esperienza dei costi che superano sempre di gran lunga le stime specie in questo campo, parla addirittura di 100 miliardi di sterline di costo finale[194]) bruciati nel rinnovare gli inutili e tutt’altro che britannici missili nucleari Trident (tutt’altro che britannici, anche se pagati dagli inglesi, perché la “chiave” che li controlla è, comunque, in mano agli americani)…

Ha dichiarato il nuovo segretario alla Difesa, Liam Fox, che lo stato comatoso delle pubbliche finanze del Regno significa che le forze armate devono rinunciare a puntare a coprire preventivamente ogni tipo di possibile pericolo emergente[195]. La Gran Bretagna non ha più i mezzi neanche per pretendere di farlo, come faceva finta per soddisfare le manie di grandezza imperiale dei governi New Labour degli ultimi tredici anni.

Dobbiamo, quindi, ha aggiunto rassegnarci – come paese e, soprattutto come forze armate: che, a dire il vero, professionalmente hanno imparato ad abbassare le penne ben prime di tanti politicanti –a riconfigurare la struttura delle forze armate a “quelle che prevediamo realisticamente possano essere le minacce future”, valutando i rischi, determinandone la consistenza e la direzione e preparandosi ad affrontarli con coerenza: tanto per dire, ha spiegato, “non è proprio probabile che i russi arrivino ad invadere le pianure d’Europa in uno degli anni a venire”…      

GIAPPONE

Il nuovissimo primo ministro Naoto Kan giura, subito dopo i pessimi risultati della sua lista alle elezioni per la Camera alta[196], che anche se non ha raggiunto il suo obiettivo (54 seggi voleva, per trovare una maggioranza: ne avrà appena 47, col piccolo alleato del nuovo partito popolare che non ne ottiene nessuno), intende restare al suo posto. In effetti, qui, come a qualcuno piacerebbe vedere anche altrove, il voto del Senato serve per accelerare quello della Camera più che per confermarlo.

Il principale oppositore, il partito liberal-democratico (la “balena bianca” al potere fino a pochissimo tempo fa quasi per 55 anni di seguito), da solo avrà 50 seggi e un nuovo partito pro-crescita ne ha presi ben dieci. E Kan, adesso, è esposto anche ad attacchi interni, dalle fila del suo stesso partito: ed è già il quinto primo ministro che si succede a capo del governo della seconda, o terza forse, economia del mondo in tre anni.

L’anno scorso, il partito democratico del Giappone aveva rovesciato il regime dei liberal- democratici, al potere da cinquant’anni e più, con una vera marea di voti sull’ondata di un programma elettorale del tutto nuovo per questo paese:, tagliare gli sprechi, rilanciare l’economia aiutando i consumi e prendere almeno un  po’ le distanze, in politica internazionale dalla “protezione” americana…

Ma l’indecisione della nuova leadership e la gestione contraddittoria del rapporto con gli USA, l’aver preso impegni che non si era poi stati in grado di mantenere, pubblicamente – qui è davvero un peccato mortale, di più un errore politico – hanno presto minato la credibilità stessa del partito democratico.

E adesso tocca a Naoto Kan fare il bersaglio dello scontento diffuso e cronico di un’opinione pubblica stretta tra l’asfissiante nostalgia d’un passato che non c’è più (il regime quasi sonnacchioso ma in generale di tranquillo “progresso”, della vecchia “balena bianca”) e un futuro di grandi cambiamenti che si vede, si sa, necessario però è contro il sentire “armonioso”, ormai da decenni a-conflittuale, della gente di questo paese.

Certo è che tra un’economia che si va infiacchendo e un governo sostanzialmente paralizzato pare non esserci molto che possa andare peggio…


 

[1] Washington Post, 25.7.2010, P. Whoriskey, After bailouts, new autoworkers make half as much as veterans in same plant Dopo i salvataggi, i nuovi operai  dell’auto guadagnano la metà di quelli già al lavoro nella stessa fabbrica (cfr. www.washingtonpost. com/wp-dyn/content/article/2010/07/24/AR2010072402386.html/).

[2] K. Polanyi, La grande trasformazione (1944), ed. Einaudi, 2000.

[3] K. Athreya, Fed Richmond, Va, Economics is Hard. Don’t Let Bloggers Tell You Otherwise L’economia è difficile. Non lasciatevi dire altrimenti dai bloggers dilettanti (cfr. http://sites.google.com/site/kitrak101/home/.

[4] Wikipedia: la falsificabilità della scienza (il termine è ricalcato sul tedesco Fälschungsmöglichkeit) è il criterio formulato da Karl Popper per demarcare l'ambito delle teorie controllabili, che pertiene alla scienza, da quello delle teorie non controllabili, da Popper stesso identificato con la metafisica (prima di lui Albert Einstein aveva a suo modo detto lo stesso: “Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato” (lettera a Max Born, 4.12.1926): quell’unico esperimento sarebbe quello che consiste, appunto, nel tentativo di ripeterlo nelle stesse identiche condizioni senza riuscire a farlo… (cfr. http://it.wikipedia.org/ wiki/Falsificabilit%C3%A0/).

[5] The Economist, 10.7..2010; e, per il testo del Rapporto IMF, 10.7.2010, World Economic Outlook, Update Restoring  Confidence without Harming Recovery— Previsioni dell’economia mondiale, Aggiornamento – Ripristinare la fiducia senza danneggiare la ripresa [non – non sia mai detto! – il contrario, eh? che non è la stessa cosa, per niente] (cfr. www.imf. org/external/pubs/ft/weo/2010/update/02/).

[6] New York Times, 11.7.2010, J. Ewing, Crisis Awaits World’s Banks as Trillions Come Due Sulle banche mondiali incombe la crisi con migliaia di miliardi di debito da ripagare.

* I RINVII AI LINKS DEL Guardian E DEL New York Times NON VENGONODATI SINGOLARMENGTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI . QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE. 

[7] Bank of England, Financial stability Report, June 2010, no 27, p.10, Overview: a near term challenge Panoramica: una sfida a breve termine (cfr. www.bankofengland.co.uk/publications/fsr/2010/fsrfull1006.pdf/).

[8] The Economist, 17.7.2010.

[9] New York Times, 14.7.2010, S. LaFraniere, China’s efforts to tame growth are succeeding Gli sforzi della Cina di frenare la crescita stanno avendo successo.

[10] New York Times, 2.7.2010, A.P., China Raises Estimate of Economic Growth in 2009 to 9.1% La Cina aumenta la sua stima di crescita per l’anno scorso al 9,1%.

[11] New York Times, 30.6.2010, B. Wassener, New Data Show China’s Rise Slowing— Nuovi dati indicano che l’aumento della crescita [non la crescita come tale, si badi…] va rallentando.

[12] Shangai Daily, 31.7.2010, A. Wang e A. Wheatley, China surpasses Japan, becomes No. 2 economy La Cina scavalca il Giappone, diventa l’economia numero due (cfr. www.shanghaidaily.com/article/?id=444939&type=Business/).  

[13] The Economist, 24.7.2010.

[14] The Economist, 10.7.2010.

[15] Agenzia Stratfor, 12.7.2010, China: The last of the ‘Big four’ banks goes public Privatizzata l’ultima delle ‘quattro grandi’ banche (cfr. www.stratfor.com/analysis/20100709_china_last_big_four_banks_goes_public/).

[16] The Economist, 31.7.2010.

[17] Global Times (China), 2.7.2010, Ten areas in China raise minimum wage— Dieci zone della Cina aumentano il salario minimo (cfr. http://business.globaltimes.cn/china-economy/2010-07/547702.html/).

[18] Vedi in CIA World Factbook, China, a fine 2009: oggi uno yuan vale ufficialmente, al cambio bancario, 0,6 dollari statunitensi (cfr. https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/ch.html/).

[19] Stratfor, 8.7.2010, China: Collective Contracts Needed - Union Body Cina: necessaria la contrattazione collettiva (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100709_china_collective_contracts_needed_union_body/).

[20] The Economist, 31.7.2010, The rising power of China’s workers: China’s factories pay and protest are on the rise. That is good for China, and for the world economy Il potere crescente dei lavoratori in Cina: Crescono salari e protesta. E’ bene per la Cina e per l’economia globale. 

[21] China Daily, 23.7.2010, Xinhua (Agenzia Nuova Cina), Companies should balance pay rises and long-term development Le imprese dovrebbero contemperare aumenti salariali e sviluppo a lungo termine (cfr. www.chinadaily.net/bizchina/2010-07/23 /content_11042624.htm/).    

[22] Agenzia Bloomberg, 8.7.2010, China to Extend Resources Tax to Entire Nation to Fund Government Spending— La Cina estende la tassazione delle risorse a tutto il paese per finanziare [piuttosto che i profitti delle grandi compagnie petrolifere] le spese pubbliche [insomma, esattamente il contrario di quel che si fa da noi…](cfr. www.bloomberg.com/news/2010-07-08/chi na-will-introduce-new-resources-tax-to-entire-nation-benchmarked-at-5-.html/).

[23] Agenzia Reuters, 16.7.2010, China to steer steady policy, backs euro zone— La Cina manterrà il timone sulla stabilità della crescita  e sostiene l’eurozona (cfr. www.reuters.com/article/idUSTOE66F03820100716/).

[24] Xinhua, 16.7.2010, Chinese president meets German Chancellor— Il presidente cinese incontra la cancelliera tedesca (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/cChinese president meets German Chancellorhina/2010-07/16/c_111963393_4.htm/).

[25] Asahi Shinbun, 19.7.2010, N. Fukuda e T. Kotoyori, China buying Japan bonds to offset weakness of euro La Cina compra bond giapponesi per bilanciare la debolezza dell’€ (cfr. www.asahi.com/english/TKY201007180380.html/).

[26] Washington Post, 28.7.2010, H. Schneider, IMF praises China in long-delayed review but criticizes currency policy In un rapporto a lungo rinviato, il FMI loda la Cina ma ne critica la politica di cambio (cfr. www.washingtonpost.com/wp -dyn/content/article/2010/07/27/AR2010072706309.html/).

[27] The Economist, 3.7.2010.

[28] New York Times, 26.7.10, A. Jacobs, China warns US to stay out of islands dispute La Cina avverte gli USA di restarsene fuori della vertenza sulle isole.

[29] Paladin Daily Briefing, 8.7.2010, China: Military spending to see dramatic rise— In Cina la spesa militare vedrà un drammatico aumento (cfr. http://paladin-ag.com/blog/2010/07/08/the-daily-briefing-63/).

[30] V. A. Gennari, Eguaglianza&Libertà, 21.4.2010, Stati Uniti: il costo dell’impero (cfr. www.eguaglianzaeliberta.it/ stampaArticolo.asp?id=1239/).

[31] Cfr. Nota congiunturale 4-2010, in Nota23.

[32] New York Times, 9.7.2010, D. Barboza, China Renews Google’s License La Cina rinnova la licenza di Google.

[33] Stratfor, 10.7.2010, China; exports continue to soar— Le esportazioni continuano a salire (cfr. www.stratfor.com/sitrep/ 20100710_china_exports_continue_soar/).

[34] Xinhua, 10.7.10, China's trade surplus down 42.5% in H1 of 2010 L’attivo commerciale della Cina cala del 42,5% nel primo semestre del 2010 (cfr. www.chinadaily.com.cn/bizchina/2010-07/10/content_10090824. htm/).

[35] India Times, 11.7.2010, China's forex reserves hit record $2.454 tn Le riserve cinesi di valuta estera toccano 2.454 miliardi di € (cfr. http://economictimes.indiatimes.com/news/international-business/Chinas-forex-reserves-hit-record-2454-tn/articleshow/6153960.cms/).

[36] Yahoo!News, 26.7.2010, Agenzia France-Presse, 4-5 yuan per dollar 'inevitable': Japan's China envoy 4-5 yuan per dollaro sono una parità ormai ‘inevitabile’: dice l’ambasciatore del Giappone in Cina (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/2010072 6/bs_afp/japanchinaeconomyforex_20100726105806/).

[37] New York Times, 30.6.2010, S. Romero, Economies in Latin America Race Ahead Le economie dell’America Latina scattano in avanti.  

[38] The Wall Street Journal, 12.7.2010, Argentina's Bonds Nudge Higher As Fitch Restores Rating— I bond argentini rialzano la testa dopo che Fitch restituisce loro il rating (cfr. http://online.wsj.com/article/BT-CO-20100712-711409.html? mod=WSJ_latestheadlines/).

[39] Cfr. Nota congiunturale 7-2010, Nota3.

[40] The Economist, 31.7.2010.

[41] Stratfor, 29.7.2010, Brazil: Government posts surplus— Brasile: il governo dichiara l’avanzo primario (cfr. www. stratfor.com/sitrep/20100729_brazil_government_posts_surplus/).

[42] Forbes, 8.7.2010, Brazil: Strategic Planning For Pre-Salt Pianificazione strategica brasiliana per lo sviluppo  de i depositi pre-salini (cfr. http://blogs.forbes.com/energysource/2010/07/08/brazil-strategic-planning-for-pre-salt/).

[43] The Economist, 10.7.2010.

[44] The Economist, 24.7.2010.

[45] Bloomberg, 28.7.2010, K. Goyal, Subbarao's Accelerated Rate Increases Leave India Inflation Eroding Income Il tasso accelerato di sconto di Subarrao lascia che l’inflazione eroda il reddito (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-07-27/subbarao-s-accelerated-rate-increases-leave-india-inflation-eroding-income.html/).

[46] EUROSTAT, 7.7.2010, Boll. no 101/10, Euro area and EU27 GDP up by 0.2%; +0.6% and +0.5% respectively compared with the first quarter of 2009 Il PIL del’eurozona e del’Unione a 27 sale dello 0,2%; +0,6 e +0,5 rispettivamente rispetto al primo trimestre del 2009 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-07072010-AP/EN/2-0707 2010-AP-EN.PDF/).

[47] EUROSTAT, 14.7.2010, Boll. no 104/10, May 2010 compared with April 2010 Industrial production up by 0.9% in euro area Up by 1.0% in EU27 Maggio 2010 su aprile 2010  Produzione industriale su dello 0,9% nell’eurozona e nell’Unione a 27 dell’1% (cfr.  http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-14072010-AP/EN/4-14072010-AP-EN.PDF/).

[48] The Economist, 10.7.2010.

[49] EUROSTAT, 14.7.2010, Boll. no. 105/10, Euro area annual inflation down to 1.4% - EU down to 1.9% L’inflazione annua dell’eurozona all’1,4, quella dell’Unione a 27 all’1,9% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-140 72010-BP/EN/2-14072010-BP-EN.PDF/).

[50] Stratfor, 13.7.2010, EU: 4 Members Placed On Deficit Watch 4 altri membri dell’Unione sulla lista dei sorvegliati per deficit eccessivo (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100713_eu_4_members_placed_deficit_watch/).

[51] EUROSTAT, 16.7.2010, Boll. no. 106/10, May 2010 Euro area external trade deficit 3.4 bn euro 15.1 bn euro deficit for EU27— A maggio 2010 Deficit estero dell’eurozona a 3,4 miliardi di € e quello dell’UNE27 a 15,1 miliardi (cfr.

[52] Reuters, 14.7.2010, J. Toyer, EU fails to reach deal on financial supervision L’UE non raggiunge l’accordo sulla supervisione finanziaria (cfr. http://in.reuters.com/article/idINIndia-50123020100714/).

[53] Stratfor, 26.7.2010, EU: New Data Monitoring Rules Approved— UE: approvate nuove regole di monitoraggio sui dati statistici (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100726_eu_new_data_monitoring_rules_approved/).

[54] Reuters, 30.6.2010, Euro banks borrow less than expected from ECB— Le banche dell’eurozona accendono crediti presso la BCE per quantitativi inferiori rispetto alle attese (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE65T2ES2010 0630/).

[55] Dizionario tecnico finanziario inglese-italiano su Babylon, cfr. http://dizionario.babylon.com/stress_testing/#affari/.

[56] The Economist, 10.7.2010.

[57] New York Times, 22.7.2010, R. Minder e J. Ewing, Banks Await Stress Test Results in Europe In Europa, le banche aspettano i risultati dei test di stress.

[58] EU, ECB, CEBS (Committee of European Central Banking Supervisors) statement on European bank stress tests— Dichiarazione congiunta sugli stress tests bancari europei di UE BCE e CEBS, 23.7.2010 (cfr. http://in.reuters.com/ar ticle/idINIndia-50360520100723/). Nella stessa data sul sito della CEBS, banca per banca e paese per paese, i risultati di tutti gli istituti sottoposti a valutazione (cfr. http://stress-test.c-ebs.org/documents/Listofbanks.pdf/). 

[59] Cfr. Nota congiunturale 6-2009 Note106 e 107, rispettivamente riferite a New York Times, 6.5.2009, T. Geithner, How We Tested the Big Banks Come abbiamo fatto il test alle grandi banche e New York Times, 8.5.2009, P. Krugman, Stressing the Positive Sottolineando quanto c’è di positivo.

[60] New York Times, 23.7.2010, J. Ewing e M. Saltmarsh, Doubts Persist as Most Europe Banks Pass Stress Tests Restano I dubbi, pur con la promozione allo stress test della gran maggioranza delle banche europee.

[61] New York Times, 29.7.2010, F. Norris, In Basel, Eternal Work in Progress A Basilea, work in progress, ma per l’eternità…

[62] New York Times, 27.7.2010, M. Saltmarsh, E. Dash e N. D. Schw, Basel Group Agrees to New Global Rules for Banks— A Basilea, accordo per nuove regole globali sule banche.

[63] EUBusiness, 1.7.2010, WTO rules some EU Airbus subsidies illegal L’OMC decreta l’illegalità di alcuni tra i sussidi UE all’Airbus (cfr. www.eubusiness.com/news-eu/wto-trade-dispute.5ef/). Per un’analisi della legislazione vigente e del contenzioso sui sussidi e gli aiuti allo sviluppo che violano, o violerebbero, la regole dell’OMC nel caso contrapposto Airbus-Boeing, v. S. Lester, The Airbus-Boeing WTO Rulings: A Preview— Pre-analisi delle regole sul caso Airbus-Boeing (cfr. www.globalsubsidies.org/en/subsidy-watch/analysis/the-airbus-boeing-wto-rulings-a-preview/).

[64] The Economist, 24.7.2010.

[65] Business Week, 8.7.2010, Greek Unions Strike After Vote for Papandreou Pension Overhaul Sciopero dei sindacati greci dopo il voto per la revisione delle pensioni di Papandreou (cfr. http://www.businessweek.com/ap/financialnews/D9GMS 1TG1.htm/); e New York Times, 8.7.2010, L. Thomas, Jr. e N. Kitsantonis, Greece Approves Pension Overhaul Despite Protests— La Grecia approva la riforma delle pensioni malgrado le proteste.

[66] The Economist, 17.7.2010.

[67] El Pais, 30.7.2010, À. Romero, El aumento de la población activa diluye el primer ascenso de la ocupación en dos años L’aumento della popolazione attiva annacqua il primo aumento di occupazione in due anni (cfr. www.elpais.com/articulo/economia/aumento/poblacion/ ac tiva /diluye/primer/ascenso/ocupacion/anos/elpepueco/20100730elpepueco_2/Tes).

[68] A.P., 30.7.2010, D. Woolls, Spain jobless rate up to 13-years high Il tasso di disoccupazione spagnola sale al Massimo da 23 anni (cfr. www.deseretnews.com/article/700052170/Spain-jobless-rate-up-to-13-year-high.html?s_cid=rss-14/).

[69] INE, Instituto nacional de estadisticas, 29.7.2010, Indicador adelantado del Índice de Precios de Consumo Armonizado (IPCA), Julio 2010 (cfr. www.ine.es/daco/daco42/daco4218/ipce0710.pdf/).

[70] New York Times, 13.7.2010, J. Kanter, Moody’s Cuts Portugal’s Credit Rating Moody’s taglia il rating del credito del Portogallo.

[71] G. G. Belli, sonetto 69, Li soprani der monno vecchio (cfr. www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_8/t208.pdf/). 

[72] In Nota congiunturale 6-2010, cfr. Nota83, dal Guardian, 5.5.2010, J. E. Stiglitz, Reform the euro or bin it Riformate l’euro o buttatelo via.

[73] New York Times, 13.7.2010, S. Tilford, Germany's Euro Advantage Il vantaggio che l’euro dà alla Germania.

[74] New York Times, 19.7.2010, M. Saltmarsh, Moody’s Cuts Ireland0’s Credit Rating Moody’s taglia il rating del credito irlandese.

[75] RIA Novosti, 5.7.2010, Russia set to buy Mistral with transfer of French technologiesLa Russia compra il Mistral compreso il trasferimento di tecnologie francesi (cfr. http://en.rian.ru/mlitary_news/20100705/159698259.html/).

[76] Stratfor, 6.7.2010, Coalition Agreement Signed Firmato l’accordo di coalizione (cfr. www.stratfor.com/sitrep/ 2010 0706_slovakia_coalition_agreement_signed/).

[77] Yahoo!News, 4.7.2010, Komorowski wins Polish presidential election— Komorowski vince le presidenziali polacche (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20100704/ts_nm/us_poland_election/); New York Times, 4.7.2010, Acting President in Poland Wins a Narrow Victory— In Polonia, il presidente ad interim vince una vittoria ristretta.

[78] Guardian, 5.7.2010, K. Tchorek, The appeal of the softer Jaroslaw Kaczynski to Poles— Il richiamo del più morbido Jaroslaw Kacszinski ai polacchi.

[79] New York Times, 5.7.2010, E. Barry, Clinton Seeks to Reassure Russia's Neighbors Clinton cerca di rassicurare i vicini della Russia.

[80] The Spokesman Review e RIA Novosti, 6.7.2010, Clinton reassures Georgia Clinton rassicura la Georgia (cfr. www.spokesman.com/stories/2010/jul/06/).

[81] Rustavi 2 radio (Tbilisi), 15.7.2010, Georgia will recover its territories La Georgia recupererà le sue terre (cfr. www. rustavi2.com.ge/news/news_text.php?id_news=37880&pg=1&im=main/9/).

[82] New York Times, 22.7.2010, D. Bilefski, U.N. Court Rules Kosovo Declaration Was Legal La Corte dell’ONU sentenzia che la dichiarazione [unilaterale di indipendenza] del Kosovo era legittima.

[83] Abkhatia Today, 22.7.2010, A. Hareyan, If yes to Kosovo, why not…?— Se sì al Kosovo, perché no a…? (cfr. http://abk haziatoday.blogspot.com/2010/07/if-yes-to-kosovo-why-not-karabakh.html/). 

[84] Affari Internazionali, 8.6.2010, G. Merlicco, Ipotesi spartizione per il Kosovo (cfr. www.affarinternazionali.it/artico lo.asp?ID=1470/).

[85] New York Times, 27.7.2010, M. Glenny, Leave Serbia and Kosovo Alone Lasciate per conto loro Serbia e Kosovo.

[86] Dichiarazione dell’Alto rappresentante Catherine Ashton a nome dell’Unione europea sul parere consultivo della Corte internazionale di giustizia [non casuale è sottolineare, già dal titolo, che non si tratta di una sentenza ma solo di un ‘parere consultivo’], 22.7.2010, #12516/10 PRESSE 213 (cfr. www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/EN/ foraff/115902.pdf/).

[87] New York Times, 5.7.2010, A. Kramer, Russia and 2 Neighbors Form Economic Union La Russia e due paesi limitrofi  formano un’Unione economica [qualcosa di meno, più esattamente…].

[88] Stratfor, 26.7.2010, Belarus: Rapprochement Sought With U.S Bielorussia: ravvicinamento cercato con gli USA (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100726_belarus_rapprochement_sought_us/).

[89] New York Times, 2.7.2010, T. Delpech, Where is your military might, Europe?

[90] Agenzia Itar-TASS, 16.7.2010, Russia-NATO council to discuss Russia’s European security treaty initiative La Russia e il Consiglio della NATO dovranno discutere dell’iniziativa russa di un nuovo trattato di sicurezza europeo (cfr. www.itar-tass.com/eng/level2.html?NewsID=15323419&PageNum=0/).

 ITA

[91] New York Times, 21.7.2010, S. Nunn, I. Ivanov e W. Ischinger, All Together Now: Missile Defense— E adesso, insieme: per una difesa missilistica di tutti.

[92] New York Times, 28.7.2010, A. E. Kramer, Russia moves to sell shares in State companies La Russia si muove per vendere i titoli delle sue società pubbliche

[93] Kyiv Post, 14.7.2010, Gas prices hiked to land IMF loan I prezzi del gas [domestico] salgono per portare a casa il prestito del FMI (cfr. www.kyivpost.com/news/nation/detail/73830/).

[94] Itar-TASS, 27.7.2010, Ukraine PM to explain need of gas price rise for population Il premier ucraino spiega la necessità dell’aumento del prezzo del gas per la popolazione (cfr. www.itar-tass.com/eng/level2.html?NewsID=15350008& PageNum=0/).

[95] Stratfor, 29.7.2010, Ukraine: IMF Grants $15 Billion Loan Agreement Ucraina: il Fondo monetario accorda un prestito di 15 miliardi (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100729_ukraine_imf_grants_15_billion_loan/).

[96] Kyiv Post, 13.7.2010, Gas reforms could tilt Kyiv closer to Kremlin, not EU Le riforme del sistema gas potrebbero indirizzare Kiev più vicino al Cremlino che alla UE (cfr. www.kyivpost.com/news/nation/detail/73820/).

[97] The Economist, 24.7.2010.

[98] Cfr. Nota congiunturale 7-2010, Nota87.

[99] New York Times, 19.7.2010, J. Dempsey, Hungary resists new budget cuts despite pressure Malgrado le pressioni l’Ungheria rifiuta di tagliare ancora il bilancio.

[100] New York Times, 22.7.2010, J Dempsey, Hungary Passes Bank Tax Plan Despite Criticism— Alla faccia delle critiche, l’Ungheria approva il piano di tassazione delle banche.

[101] Hürriyet Daily News, 27.7.2010, British PM says he will 'passionately fight' for Turkey's EU bid Il premier britannico assicura del suo “appassionato sostegno” alla richiesta di accesso all’UE della Turchia (cfr. www.hurriyetdailynews.com/n .php? n=british-pm-says-he-will-passionately-fight-for-turkeys-eu-bid-2010-07-26/).

[102] Zeit, 27.7.2010, Westerwelle spricht Türkei die EU-Reife ab Westerwelle dice di  no alla Turchia nella UE (cfr. www. zeit.de/politik/ausland/2010-07/tuerkei-eu-beitritt-westerwelle/).

[103] The Economist, 3.7.2010; e CBO, Social Security Budget Options Le opzioni alternative del bilancio della sicurezza sociale, 7.2010 (cfr. www.cbo.gov/ftpdocs/115xx/doc1158 0/07-01-SSOptions_ forWeb.pdf/).

[104] The Economist, 24.7.2010; e Ben Bernanke, Semiannual Monetary Policy Report to the Congress, Testimony— Rapporto semestrale sulla politica monetaria al Congresso, 22.7.2010 (cfr. http://federalreserve.gov/newsevents/testimony/bernanke20100721a.htm/).

[105] New York Times, 28.7.2010, S. G. Kim, An Unexpected Drop in U.S. Durable Goods— Caduta inattesa dei beni durevoli.

[106] New York Times, 29.7.2010, S. Chan, Fed member’s deflation warning hints at policy shift L’allarme di un componente della Fed sulla deflazione avanzante accenna a un cambiamento di policy.

[107] New York Times, 30.7.2010, C. Rampell, U.S. Economic Growth Slowed to 2.4% Rate in 2nd QuarterNel secondo trimestre la crescita rallenta al 2,4%.

[108] New York Times, 30.7.2010,

[109] New York Times, 22.7.2010, edit., With a Whimper Con un singhiozzo sommesso [hanno lasciato perdere la legge].

[110] New York Times, 24.7.2010, T. L. Friedman, We’re gonna be sorry Sì, ce ne pentiremo

[111] Cfr. il commento nostro in Nota congiunturale 7-2010, i paragrafi prima, in particolare, di Nota68 a fondo pagina. 

[112] New York Times, 26.11.2006, B, Stein, In Class Warfare, Guess Which Class Is Winning Nella guerra di classe, indovina quale classe sta vincendo (cfr. www.nytimes.com/2006/11/26/business/yourmoney/26every.html/).

[113] New York Times, 7.7.2010, M. Bai, For Democrats, Debt Debate and Familiar Ring of Disunity Per i democratici il dibattito sul debito rispecchia l’usuale riflesso di divisione.

[114] Il dibattito, che qui abbiamo estremizzato per semplicità e necessità di sintesi, è stato portato avanti sul NYT stesso, ma molto distrattamente e con poco impegno e, con enfasi polemica sacrosanta, soprattutto sul blog Beat the Press del direttore del CEPR, il prof. Dean Baker (cfr. www.cepr.net/index.php/blogs/beat-the-press/ the-nyt-wants-debates-over-class-to-be-debates-over-culture/).

[115] New York Times, 2.7.2010, J. Sommer, A Market Forecast That Says ‘Take Cover’ Una previsione di mercato raccomanda il ‘si salvi chi può’.

[116] The Economist, 10.7.2010.

[117] The Economist, 17.7.2010.

[118] The Economist, 3.7.2010.

[119] USA Today, 22.7.2010 (AP), Jobless claims rise; home sales, leading indicators fall—  Aumenta la disoccupazione ufficialmente registrata, cadono vendite di case e principali indicatori  (cfr. www.usatoday.com/money/economy/2010-07-22-jobless-claims_N.htm/).

[120] New York Times, 13.7.2010, C. Hauser, U.S. Trade Gap Widens on Rising Imports of Consumer Goods Il buco della bilancia commerciale americana si allarga con l’aumento dell’import di beni di consumo.

[121] The Economist, 24.7.2010.

[122] New York Times, 2.7.2010, M. Powell, Job Creation in Private Sector Remained Weak in June La creazione di nuovi posti di lavoro a giugno è rimasta fiacca; Dipartimento del Lavoro, BLS, Employment Situation Summary, 2.7.2010 (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); e Economic Policy Instite, 2.7.2010, (EPI), Washington, D.C., H. Schierholz, Jobs Picture, Job Creation at a Glacial Pace— Creazione di posti di lavoro a passo glaciale (cfr. www.epi.org/ publications/entry/job_creation_at_a_glacial_pace/). 

[123] New York Times, 2.7.2010, edit., Help Needed for the Economy L’economia ha bisogno di aiuto.

[124] New York Times, 4.7.2010, P. Krugman, Punishing the Jobless Punizione per i senza lavoro.

[125] New York Times, 10.7.2010, N. D. Schwartz, Wall St. Hiring in Anticipation of an Economic Recovery— Wall St. riassume anticipando una qualche ripresa economica.

[126] BBC, 1.7.2010, J. Simpson, Taliban rule out negotiations with Nato— I talebani escludono il negoziato con le forze NATO (cfr. http://news.bbc.co.uk/2/hi/10471517.stm/).

[127] New York Times, 21.7.2010, D. E. Sanger, Obama Faces New Doubts on Pursuing Afghan War Obama deve far fronte a nuovi dubbi sul come perseguire la guerra.

[128] Guardian, 3.7.2010, M. Partridge, Lincoln, FDR or Nixon – It’s Obama's choice— Lincoln,. Franklin D. Roosevelt o  Nixon – La scelta spetta a Obama [secondo questo imberbe giornalista, uno che non ha esperienza alcuna di alcuna guerra – al massimo avendo  studiato tattica e strategia dietro una scrivania – Obama dovrebbe fare la scelta di Lincoln e FDR e non quella di Nixon che, dietro l’ultimo bombardamento su Hanoi e Haiphong, nel 72, celava di fatto il ritiro americano dal Vietnam: dovrebbe esplicitamente invece votarsi alla dottrina della resa incondizionata “da parte del nemico”. Peccato che a crederci ormai con lui sia rimasta solo una coorte fanatica di estremisti e guerrafondai].

[129] Washington Post, 10.7.2010, J. Partlow e K. De Young, Gen. Petraeus runs into resistance from Karzai over village defense forces Il gen. Petraeus si scontra con la resistenza di Karzai sulle forze di difesa nei villaggi (cfr. www.washington post.com/wp-dyn/content/article/2010/07/09/AR2010070905599.html/).

[131] New York Time, 11.7.2010, Reuters, NATO Denies Taliban Ascendant as Afghan Toll Mounts La NATO [viste le notizie con faccia tosta degna davvero di  miglior causa…] nega che i talebani stiano vincendo anche se sale il costo dei morti [nostri] in Afganistan— certo, il fatto che la NATO senta il bisogno di far smentire ufficialmente, anche se da un portavoce di decimo, undicesimo rango – tal Josef Blotz, azzimato generale tedesco a una sola stella – che sta perdendo è indice sicuro che, almeno, non sta vincendo…

[132] NPR (National Public Radio.com), 17.6.2010, J. Tarabay, Suicide Rivals The Battlefield In Toll On U.S. Military Il numero dei morti americani per suicidio rivaleggia con quello dei morti sul fronte di guerra (cfr. www.npr.org/templates/story/ story.php?storyId=127860466/).

[133] The Times (Londra), 6.7.2010, More than $4.2bn flies out of Kabul airport, Finance Minister admits Più di 4,2 miliardi di $ volano via dal’aeroporto di Kabul (cfr. www.thetimes.co.uk/tto/public/sitesearch.do?querystring=nita+lowey+ %2B+Omar+Zakhilwal+&sectionId=342&p=tto&pf=all/).

[134] Congresso degli USA, sito della congressista Nita Lowey, Lettera aperta agli elettori (cfr. http://lowey.house.gov/in dex.cfm?sectionid=8&sec tion­tree=17,18&itemid=613/).

[135] New York Times, 20.7.2010, A. J. Rubin, R. A. Oppel, Jr. e M. Landler, Leaders Renew Vows of Support for Afghanistan— I leaders rinnovano i loro voti di sostegno all’Afganistan.

[136] Guardian, 19.7.2010, E. MacAskill, White House shifts Afghanistan strategy towards talks with Taliban— La Casa Bianca cambia di strategia sull’Afganistan, puntando al dialogo coi talebani [anche se, per ora, dice: soltanto quelli buoni…  anche se ancora America e NATO capiscono molto poco di come siano in realtà organizzati e forti, o deboli, i talebani… anche se il Pentagono, ci si può contare, metterà su un’azione di retroguardia per ritardare al massimo il tutto, finché – sarà la loro posizione – non avremo raggiunto un nuovo rapporto di forze sul campo che ci consenta di negoziare da una posizione di forza…cioè, mai].

[137] Times of India, 20.7.2010, Elements in Pak government know where Osama is: Hillary—  Hillary dice che elementi del governo pakistano sanno dove si nasconde Osama (cfr. http://timesofindia.indiatimes.com/world/us/Elements-in-Pak-gov ernment-know-where-Osama-is-Hillary/articleshow/6191204.cms/).

[138] New York Times, 30.7.2010, A.P., July Is Deadliest Month of Afghan War for U.S.— Luglio è il mese più mortale per l’America nella guerra afgana.

[139] Wikileaks, la parola leak significa, letteralmente, perdita, cioè nel contesto “fuga di notizie”; qui, si documentano tra l’altro anche una serie di veri e propri crimini di guerra: ed è la dimensione che amiamo profondamente del’America, che prima o poi qui – non da noi: pensate solo a Ustica o alla bomba di p. Fontana – tutto, o quasi (l’assassinio di Kennedy ancora no…, le Torri Gemelle neanche, ma è roba solo dell’altroieri …) viene alla luce: cfr. http://news.lalate. com/2010/07/26/wikileaks-julian-assange-afghanistan-documents-controversy/).

[140] Yahoo!News, 27.7.2010, Kabul urges West to review Pakistan policy after leaks Dopo la fuga di notizie, Kabul preme sull’occidente perché riveda la sua politica verso il Pakistan (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20100727/wl_sth asia_afp/uspakistanafghanistanmilitaryintelligencekabul/).

[141] New York Times, 27.7.2010, M. Dowd, Lost in a Maze— Persi in un labirinto.

[142] Così, icastico – ma, poi, lo articola e spiega benissimo – sul Guardian, 27.7.2010, S. Jenkins, A history of folly, from the Trojan horse to Afghanistan Una storia di follia, dal cavallo di Troia all’Afganistan.

[143] CBS, Early Morning Show, citato in Bloomberg, 27.7.2010 (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-07-27/leaked-documents-underscore-u-s-lawmakers-concerns-on-war-in-afghanistan.html/).

[144] New York Times, 29.7.2010, C. Savage, Gates Assails WikiLeaks Over Release of Reports Gates attacca WikiLeaksper la fuga del rapporto segreto.

[145] Guardian, 30.7.2010, D. Leigh, WikiLeaks 'has blood on its hands' over Afghan war logs, claim US officials WikiLeaks ‘ha le mani insanguinate’ per I documenti che ha diffuso sull’Aafganistan, dicono esponenti americani

[146] New York Times, 29.7.2010, A. J. Rubin, Taliban Exploit Openings in Neglected ProvinceI talebani sfruttano l’apertura che offre il vuoto di una provincia abbandonata.

[147] KCNA (Korean Central News Agency-Pyongyang), 25.7.2010, Will to Take Retaliatory Measures against Warmongers Declared Proclamata la volontà di intraprendere misure di rappresaglia contro i guerrafondai (cfr. www.kcna.co .jp/item/2010/201007/news25/20100725-07ee.html/)

[148] Al-Iraqiya Tv, 25.7.2010, Meeting set for July 27— La sessione fissata per il 27 luglio (cfr. http://acopswatch.blogspot. com/).

[149] Stratfor, 9.7.2010, Iraq: Iranian Official To Visit Iraq: esponente iraniano in visita [a Bagdad] (cfr. www.stratfor.com/ sitrep/20100709_iraq_iranian_official_visit/).

[150] Reuters, 9.7.2010, W. Ibrahim, Iraq's top Shi'ite cleric pushes for govt formation— Il massimo esponente del clero shiita spinge per la formazione di un governo (cfr. http://in.reuters.com/article/idINIndia-50014320100709/).

[151] New York Times, 19.7.2010. S. Lee Myers, Sadr Emerges to Call for New Government for Iraq— Sadr emerge e chiede un nuovo governo in Iraq.

[152] Musings on Iraq, Al Qaeda In Iraq Takes More Losses, But Keeps On Ticking Riflessioni sull’Iraq, al-Qaeda in iraq  assore più perdite, ma continua ad operare, 5.7.2010 (cfr. http://musingsoniraq.blogspot.com/2010/07/al-qaeda-in-iraq-takes-more-losses-but.html/).

[153] New York Times, 2.7.10, T. Arango, Fighting, but Not Calling It Combat Si combatterà, ma non si dirà più che si combatte.

[154] New York Times, 7.7.2010, US Soldier Linked to Iraq Attack Video Charged—.

[155] Il video del massacro,.completo dei commenti sadici e cinici dei soldati americani che tirano al bersaglio come a una fiera di paese ammazzando giornalisti e bambini, in questo caso iracheni su WikiLeaks, 5-6.4.2010 (cfr. www.collateral murder.com/): è il sito fatto apposta per sputtanare i governi e i loro segreti pubblicandoglieli, alla faccia delle loro pretese che con la sicurezza nazionale non hanno proprio niente a che fare ma con la vergogna nazionale moltissimo, spesso… 

[156] Sul Guardian dove, provvidamente, lo hanno ri-riprodotto un mese fa (precisamente in www.guardian.co.uk/media/ 2010/jun/11/wikileaks-founder-assange-pentagon-manning/).

[157] New York Times, 14.7.2010, S. Dagher, Prospects abound among the Kurds— Fioriscono prospettive di profitto tra i curdi [ma non tanto per i curdi, s’intende…].

[158] New York Times, 16.7.2010, D. E. Sanger e W. Mazzetti, U.S. Says Scientist Aided C.I.A. While Still in Iran— Gli USA fanno sapere che lo scienziato aiutava la CIA già da quanto stava in Iran.

[159] France-24 International, 2.7.2010, Total CEO calls Iran oil embargo 'a stupid error' L’AD della Total dice che l’embargo petrolifero dell’Iran è una ‘cavolata’ (cfr. www.france24.com/en/20100702-total-ceo-calls-iran-oil-embargo-a-stupid-error/).

[160] Guardian, 25.7.2010, I. Black, Iran threatens to hit back as EU tightens nuclear programme sanctions L’Iran minacccia rappresaglie alla stretta UE contro il suo programma nucleare.

[161] Lo riferisce al-Jazeera, il 24.7.2010, secondo Stratfor (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100724_iran_president_calls _medvedev_mouthpiece_enemy/).

[162] RIA Novosti, 26.7.2010, Ahmadinejad's statements unacceptable - Russian Foreign Ministry Le dichiarazioni di Ahmadinejad sono inaccettabili, dice il ministero degli Esteri (cfr. http://en.rian.ru/world/20100726/159959420.html/).

[163] RIA Novosti, 27.7.2010, U.S., EU sanctions on Iran disregard work in Iran Six - Russian Foreign Ministry Le sanzioni USA e UE contro l’Iran non tengono alcun conto del lavoro dei 5+1- dice il ministero degli Esteri russo (cfr. http://en. trend.az/regions/world/russia/1726823.html/).  

[164] RIA Novosti e EU Business, 27.7.2010, Preparations for Bushehr NPP launch to be finished by end of August - RosatomI preparativi per il lancio del reattore atomico saranno completati per la fine di agosto, dice Rosatom (cfr. http://en. rian.ru/world/20100727/159968322.html/).

[165] Reuters, 13.7.2010, Russia, Iran to sign energy “road map” Russia e Iran firmano una “road map” energetica (cfr. http ://blogs.reuters.com/melissa-akin/).

[166] Guardian, 14.7.2010, S. Tisdall, Iran could spring a nasty surprise— L’Iran potrebbe scaturire una gran brutta sorpresa.

[167] New York Times, 15.7.2010, R. Cohen, Winners and Losers Vincitori e vinti.

[168] Hürriyet Daily News, 14.7.2010, Turkey committed to diplomatic deal on Iran La Turchia è impegnata a una tratattiva diplomatica sull’Iran (cfr. www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=0726082547167-2010-07-14/). 

[169] The White House, Text of letter of President Obama to President Lula da Silva, 20.4.2010 (cfr. www.politicaexterna. com/archives/11023#axzz0u4dRX0Wo/).

[170] Dichiarazione di Salehi a al-Alam Tv News, 29.7.2010, Iran declares its readiness L’Iran dichiara la sua disponibilità (cfr. http://en.alalam-news.com/). 

[171] New York Times, M. Landler, 3.7.2010, Nudge on arms further divides US and Israel—.

[172] Stratfor, 8.7.2010, Israel: Inquiry Criticizes Flotilla Raid’s Planning Israele: l’inchiesta critica la pianificazione del raid (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100708_israel_inquiry_criticizes_flotilla_raid%E2%80%99s_planning/); e New York Times, 12.7.2010, A.P., Israel Blames Flawed Planning for Gaza Raid Israele condanna la pianificazione sbagliata del raid [contro la flottiglia] di Gaza.

[173] Hürriyet Daily News, 2.7.2020, Five demands in secret summit Cinque richieste avanzate in un vertice segreto (cfr. www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=0702082417167-2010-07-02/).

[174] Reuters, 6.7.2010, S. Cameron-Moore, Turkey's president says Israel acting irrationally— Il presidente turco dice che Israele agisce irrazionalmente (cfr. http://in.reuters.com/article/idINIndia-49916220100706/).

[175] MSNBC.com, 6.7.2010, Obama, Netanyahu talk of 'unbreakable' bond Obama, Netanyahu parlano di “legame indissolubile(cfr. www.msnbc.msn.com/id/38101443/ns/politics-white_house/); e Readout of the President's Meeting with Prime Minister Netanyahu of Israel— Informativa sull’incontro del presidente col primo ministro israeliano Netanyahu  (cfr. www.whitehouse.gov/the-press-office/readout-presidents-meeting-with-prime-minister-netanyahu-israel-0/).

[176] New York Times, 7.7.2010, J. Rutenberg, M. McIntire e E. Bronner, Tax-Exempt Funds Aid Settlements in West Bank Fondi esentasse [americani]aiutano le colonie nella Cisgiordania [occupata].

[177] Ha’aretz, 16.7.2010, N. Mozgovaya, U.S. official: More U.S. aid will help Israel make 'tough' decisions Esponente americano: maggiori aiuti dagli USA aiuteranno Israele a prendere decisioni “difficili” (cfr. www.haaretz.com/news/diplomacy-de fense/u-s-official-more-u-s-aid-will-help-israel-make-tough-decisions-1.302374/).

[178] Ha’aretz, 29.7.2010, N. Mozgovaya e B. Ravid, U.S. 'encouraged' by Arab support for direct Israeli-Palestinian talks Gli USA ‘incoraggiati’ dal sostegno arabo ai colloqui diretti (cfr. www.haaretz.com/news/ diplomacy-defense/u-s-en co uraged-by-arab-support-for-direct-israeli-palestinian-talks1.304816?localLinksEnabled=false/).

[179] TRT, 30.7.2010, Saudi King and Syrian President pay joint visit to Lebanon Il re saudita e il presidente siriano in visita insieme in Libano (cfr. www.trtenglish.com/trtworld/en/newsDetail.aspx?HaberKodu=a06a0905-c755-4d04-b0c7-7fae134a8e6f&title=Saudi%20King%20and%20Syrian%20President%20pay%20joint%20visit%20to%20Lebanon/). 

[180] CBS, 29.7.2010, World Watch, G. Baghdadi, World Watch, Syria Blasts U.S. "Interference"; Lebanon Tension FlaresLa Siria attacca le interferenze americane; le tensioni salgono in Libano (cfr. www.cbsnews.com/8300-503543_162-503543.html/).

[181] Guardian, 16.7.2010, A. Stratton, David Cameron: UK is junior partner in special relationship with US David Cameron: il Regno Unito è il partner junior [quello in subordine, quello che non conta niente non avendo la maggioranza] nella relazione speciale con gli USA.

[182] Daily Mail, 22.7.2010, T. Shipman, British troops at risk of war crimes trial after Clegg gaffe over 'illegal' Iraq war Le truppe britanniche a rischio di venir processate per crimini di guerra dopo la gaffe di Clegg sulì’ ‘illegalità’ della guerra in Iraq (cfr. www.dailymail.co.uk/news/article-1296569/Clegg-brands-Iraq-War-illegal-PMQs--backing-No10.html/).

[183] Paladin Daily Briefing, 7.7.2010, Germany: ‘Unprecedented’ Budget Cuts Approved— Germania: approvati tagli al bilancio senza precedenti (cfr. http://paladin-ag.com/blog/2010/07/07/the-daily-briefing-62/).

[184] The Local, 29.7.2010, 'Job miracle' stalls as unemployment rises Il miracolo occupazionale in stallo con l’aumento della disoccupazione (cfr. www.thelocal.de/money/20100729-28825.html/).

[185] BusinessWeek, 23.7.2010, Agenzia Bloomberg, German Business Confidence Unexpectedly SurgesInaspettata impennata della fiducia degli imprenditori (cfr. www.businessweek.com/news/2010-07-23/german-business-confidence-unexpectedly-surges.html/).

[186] Cfr. Nota congiunturale 6-2010 in Nota83.

[187] New York Times, 19.7.2010, J. Vinocour, Platitudes Create Rifts Between Berlin and Its Allies Gli stereotipi che creano divisioni tra Berlino e i suoi alleati.

[188] The Economist, 24.7.2010.

[189] ZEW, 13.7.2010, Zentrum für Europäische Wirtschaftsforschung Istituto di ricerche economiche europee,  Konjunktur erwartungen - Wenig Aufwärtspotenzial für die deutsche Wirtschaft bis zum Jahresende erwartet Inchiesta sulla fiducia economica – L’aspettativa degli esperti è per un miglioramento assai limitato nell’anno dell’economia tedesca (cfr. www.zew.de/ /index.php3/). Questa conclusione – che “la Germania ha uno dei potenziali di crescita più bassi“ del mondo occidentale – era stata raggiunta separatamente da Andreas ualche tempo prima da uno studio dell’OCSE curato da un economista tedesco del’Organizazione, Andreas 

Wörgötter economista tedesco dell’Organizzazione con sede a Parigi.

[190] The Economist, 1.7.2010.

[191] INSEE, 7.2010, Indicatori chiave (cfr. www.insee.fr/fr/default.asp/).

[192] ONS, Office of National Statistics, 13.7.2010 (cfr. http://www.statistics.gov.uk/hub/release-calendar/index.html? newquery=*&uday=0&umonth=0&uyear=0&title=Consumer+Price+Inflation&pagetype=calendar-entry&lday= &lmonth=&lyear=nsumer+Price+Inflation&pagetype=calendar-entry&lday= &lmonth=&lyear=/).

[193] Guardian, 25.3.2010, L. Elliott, Alistair Darling: we will cut deeper than Margaret Thatcher Alistair Darling: taglieremo più a fondo di Margaret Thatcher

[194] Guardian, 30.7.2010, R. Norton-Taylor, Trident blows up— Il Trident esplode.

[195] The Daily Telegraph, 22.7.2010, Britain no longer has the cash to defend itself from every threat, says Liam Fox La Gran Bretagna non ha più i soldi per difendersi da ogni minaccia, dice Liam Fox (cfr. www.telegraph.co.uk/news/ newstopics/politics/defence/7905649/Britain-no-longer-has-the-cash-to-defend-itself-from-every-threat-says-Liam-Fox.html/).

[196] New York Times, 11.7.2010, Reuters, Japan Government mauled in election Il governo giapponese ‘massacrato’ alle urne.