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     08. Nota congiunturale - agosto 2009

      

  

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01.08.2009

 

Angelo Gennari

              

 

 TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc236908665 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc236908666 \h 2

nel mondo. PAGEREF _Toc236908667 \h 2

in Cina. PAGEREF _Toc236908668 \h 12

nei paesi emergenti (e magari anche non proprio…) PAGEREF _Toc236908669 \h 15

EUROPA.. PAGEREF _Toc236908670 \h 18

STATI UNITI. PAGEREF _Toc236908671 \h 27

GERMANIA.. PAGEREF _Toc236908672 \h 59

FRANCIA.. PAGEREF _Toc236908673 \h 60

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc236908674 \h 61

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc236908675 \h 64


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Analizzando il Conto economico delle Amministrazioni pubbliche relativo al primo trimestre del 2009, viene fuori l’indebitamento netto delle AP in rapporto al PIL, in termini più semplici e consueti il dato del deficit/PIL, è stato pari a un terrificante 9,3%[1] (5,7% nel corrispondente trimestre del 2008: nei trimestri seguenti, di regola, i governi provvedono a ridurre drasticamente il ritmo di crescita del primo).

Fosse almeno la risultante di una politica deliberata di rilancio economico… Ma è solo la conseguenza di un caotico e raffazzonato accumularsi di spesa, incapacità cronica di incassare il dovuto e, peggio, decisione di lasciar perdere perché, tanto, come ha sostenuto autorevolmente qualcuno – che più autorevolmente poi non si può – evadere le tasse – chi può, si capisce… – è un diritto, se si ha la sensazione che non siano giuste…

In Italia, come è ormai ben noto, il ruolo delle piccole e medie imprese sia nella creazione che nella distruzione di posti di lavoro è ben conosciuto (le PMI di regola sopravvivono pochi anni, o diventano grandi, almeno medie, o scompaiono). Non è vero solo in Italia, dove ogni mese l’ISTAT dà conto della copertura di posti di lavoro dovuta alle PMI: mediamente, intorno all’80% del totale[2];  ma secondo studi ben fatti – e pochissimo noti – anche e perfino negli Stati Uniti d’America[3].

Qui, e per il momento ci fermiamo solo al rilievo. Ma dovremo tornarci sopra, anche nel discutere di come il sistema pubblico e il sistema creditizio (accettazione di fatto dell’evasione e dell’elusione fiscale, ma anche – e come! – della maggiore o minore – per le PMI in generale assai minore, più difficile – accessibilità al credito.

Tra i tanti risultati statistici del mese, significativo sembra in particolare – questo sì una scintilla di speranza concreta, fondata anche su dati analoghi degli altri paesi dell’Unione europea – è che per la prima volta dal luglio 2008, quasi da un anno, a giugno gli ordinativi industriali siano saliti su quelli del mese precedente: meno di quanto avevano previsto i cosiddetti esperti (+1% dicevano), comunque sempre un aumento, in un mese, dello 0,4% che segue il crollo del 3,6 di aprile. Su base annua, certo, gli ordinativi industriali sono caduti a maggio del 31%[4].

In Italia, nel 2008, l’ISTAT[5] documenta che le famiglie in condizioni di povertà relativa sono 2.737.000 e rappresentano l’11,3% delle famiglie residenti. Nel complesso sono 8.078.000 gli individui poveri, il 13,6% dell’intera popolazione.

La stima dell’incidenza della povertà relativa (la percentuale di famiglie e persone relativamente povere sul totale delle famiglie e persone residenti) viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale  (linea di povertà)  che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi.

Nel 2008, in Italia, 1.126 mila famiglie (il 4,6% delle famiglie residenti) risultano in condizione di povertà assoluta per un totale di 2 milioni e 893 mila individui, il 4,9% dell’intera popolazione.

La stima dell’incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia di povertà che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un determinato paniere di beni e servizi. Tale paniere, nel caso specifico, rappresenta l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile. In pratica, lo Stato italiano considera ufficialmente che nel nostro paese ci sono 1.100.000 famiglie e quasi 3 milioni di persone che esso giudica in condizioni di povertà assolutamente che non sono “minimamente accettabili”.  

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Al G-8 dell’Aquila ha fatto quasi da epitaffio, ci viene quasi da dire, un brevissimo e succosissimo intervento sulla crisi globale che il prof. James K. Galbraith, figlio del famosissimo economista scomparso due anni fa e famoso economista lui stesso (insegna all’Università del Texas), ha svolto all’Istituto internazionale per lo Sviluppo Globale, a Palazzo Terranova, a Perugia[6], dopo Michail Gorbaciov che lo presiede, in pratica a caldo subito dopo la sua conclusione. Qui ne traduciamo una parte chiave, per il senso complessivo che dà della crisi, del suo perché e del suo come… e del quasi niente che in proposito il G-8, effettivamente, ha derciso di fare, non di decidere e basta.

La crisi è un evento ancora piuttosto nuovo e anche se la leadership politica degli Stati Uniti è già cambiata, non sono cambiate le abitudini della classe politica americana. Così, la risposta alla crisi è sempre dominata dall’affidamento a misure di breve termine, all’offerta di  salvagente alle grandi banche e alla speranza che le cose tornino alla normalità di sempre  in non troppo tempo. Io sento di poter dire, però, con grande sicurezza che così non sarà.

   Qui ci troviamo ad affrontare, invece, una fase lunga di difficoltà e delusioni, scandita dalla cacofonia di banditori di unguenti e pomate miracolose e di lunatici che intendono venderci ogni sorta di idea balzana, un periodo che durerà fino a quando le idee non troveranno un qualche loro equilibrio e non emergerà una leadership energica e capace. Ma specialmente in Europa la leadership è impastoiata in un mondo tutto suo, fatto di bilanci-da-portare-ad-ogni-costo-in-pareggio, visibilmente ansiosa di proclamare la fine della crisi in modo da poter tornare subito a pranzo, tranquillamente.

   Si dice che, però, c’è un modello europeo… Ma c’è, un ‘modello europeo’ – più razionale e stabile e umano di quello ‘anglosassone’ – capace di garantire che l’impatto della crisi in questo continente non sia tanto duro quanto sul mio? Secondo me, no, non c’è. C’è, invece, un sistema ereditato come residuo della socialdemocrazia del tempo della guerra fredda ancora funzionante sotto diversi aspetti importanti in alcuni paesi; ma è sottoposto a spietate pressioni di bilancio e non ha un sistema di governance keynesiano capace di dare una risposta rapida ed efficace al collasso di un sistema bancario privato che è sempre sottoregolato e largamente sovraesteso rispetto alle risorse disponibili [come si dice, è over-leveraged]. Nell’Europa centrale e orientale, poi, la fine del comunismo aveva già enormemente fiaccato il welfare state, così che le reti di sicurezza esistenti erano state rese quasi inesistenti ben prima di questa crisi.

     Alla fine, sono due i nodi che dobbiamo sciogliere, due sfide. La prima è su come gestire economie di dimensioni continentali ad alto tasso di occupazione, dotate di una forte rete di sicurezza sociale e da cui sia assente la leadership speculativa e destabilizzante del settore finanziario che non ci si può certo aspettare di veder riprendersi presto il vecchio ruolo di finanziatore dell’espansione economica. La seconda sfida è quella di sviluppare istituti in grado di definire un percorso, un indirizzo efficace per gli investimenti di cui abbiamo bisogno se vogliamo affrontare i problemi che abbiamo della sicurezza energetica e del cambiamento climatico”.

Così, parlo, non Zaratustra, ma semplicemente con grande buonsenso, a noi sembra, James Galbraith. Ma all’Aquila non lo stavano certo a sentire… E il problema è che se lui he chi la vede come lui ha un po’ l’orecchio di Obama, non ha certo quello di Angela Merkel, di Nicolas Sarkozy e men che meno di voi-sapete-chi, in tutt’altre faccende affaccendato com’è e, nel merito, attento solo a cantare in falsetto che va tutto bene e che ormai ne siamo usciti, no?

Il G-8 dell’Aquila – trasformatosi in itinere in G-14, visto che le principali decisioni degli otto grandi sono state approvate anche dai grandi paesi in via di sviluppo e che così in pratica è stato deciso – nella miriade di documenti precotti, e alla fine approvati, dopo non più – se contate il tempo effettivo giocato come nella pallacanestro – di quattro ore di lavoro effettivo tra i leader degli otto (cui poi se ne sono aggiunti un’altra trentina tra G-14, G-20, inviti speciali, ecc., ecc.), ha detto molto.

Non ha detto, naturalmente, una parola sulla repressione in atto in Iran né sulla soppressione dei moti degli uighuri in atto in Cina semplicemente perché non poteva permetterselo: in effetti, ognuno dei paesi presenti al G-8–G-14 – tutti, tartufi che sono: pretendendo dagli altri quel che mai sarebbero disposti loro a concedere agli altri – dovunque, nel mondo, c’è stata repressione e soppressione di diritti e nessuno di loro avrebbe accettato di essere chiamato da nessuno a renderne conto.

Il vertice dicevamo ha detto molto. In realtà, come al solito, ha detto anche troppo. Ma non ha deciso operativamente quasi un bel niente— cosa che ha reso anche più facile, naturalmente, l’allargamento del consenso sul non far niente subito al G-14. Forse negli incontri bilaterali, qualcosa di operativo è stato deciso. Ma bisognerà restare a vedere, sperando in bene: tra gli americani e gli altri, in sostanza, cinesi, russi, europei e terzomondisti vari, pur essi presenti, e decisi anche, pare stavolta, a non far coro soltanto…

In linea di principio, si capisce, qualcosa di importante è stato deciso. Anzitutto, ci sembra, sulla necessità di regolare il sistema bancario. Al centro della nuova concezione, passata appunto in linea di principio – perché è del tutto nuova: quella vecchia e usuale era che la regolazione del sistema bancario dovesse essere la più leggera possibile, anzi meglio se assente: laissez faire ai banchieri che provvederanno a regolarsi al meglio da soli – la novità adesso è che le banche debbano mantenere in riserva N volte più capitale di quello che sono ad oggi obbligate a fare per sostenere le loro attività di ogni tipo.

Questo è il tocco di Obama, che come Adamo Smith, e al contrario di Bush ma anche di Clinton, non crede alla capacità di autoregolamentazione. Ed è anche il rovescio esatto della posizione che fino a un anno fa aveva predicato, praticato e spinto dentro l’Unione europea il New Labour di Gordon Brown e di Tony Blair e cui, in pratica, s’era accodato tutto l’occidente.

Adesso si proclama, ad esempio, per dirne una, che non si può più consentire alle banche di sovracompensare i dirigenti con salari, gratifiche e premi fuori di ogni misura razionale, slegati poi dal rendimento effettivo che hanno le loro decisioni… Ma qual è il livello di una compensazione eccessiva, non lo dice nessuno. Neanche adesso… Qual è il livello delle riserve obbligatorie giudicate sufficienti a frenare ingordigie, avidità e rischi sproporzionati non lo dice chiaramente pure nessuno. E così, in realtà, spetta a tutti e a ciascuno, ciascuno per sé, stabilirlo…

In definitiva, in mancanza di sanzioni dure e chiare non solo per chi imbroglia – i Madoff, i Ponzi, i Sindona, ci saranno sempre e vanno giustamente sbattuti in galera, magari insieme a tanti altri tra quelli che per far soldi danneggiano comunità e cittadini: Seveso, Thyssen, colpevoli delle morti bianche (che di bianco poi non si sa proprio che cosa mai avranno…) – ma anche per chi rischia senza criterio i risparmi degli altri, temiamo le decisioni di principio del G8 non serviranno a niente.

Ci vogliono – e chiare e comprensibili da tutti, specie da chi altrimenti continua a restare tentato – sanzioni dure e anche esemplari. Per esempio, che significa che ci sono banche troppo grandi per sopportare di farle fallire? Bisogna spezzettarle subito, per legge, se è così e se vogliamo restare nel sistema capitalistico: se no, ditelo! E’ proprio a Adam Smith che viene fatto risalire nelle scuole di economia l’aforisma, forse apocrifo ma quanto mai significativo – e, da lui, anche professore di teologia morale all’università di Glasgow, piuttosto attendibile – che il “capitalismo senza più fallimenti è un po’ come la religione senza peccato: cioè, non funziona”. Solo così si evita il rischio che, altrimenti, questa ondata di ri-regolamentazione potrà somigliare ancora una volta a una pulcinellata o, al meglio, a una grida manzoniana.

Perché è proprio come scriveva due secoli e mezzo fa l’uomo che si inventò il capitalismo, Adam Smith: pensare di far autoregolare da sé il mondo degli affari è “proposta…da considerare sempre” e poi in realtà da scartare “con la più sospettosa attenzione”. Perché “proviene  da una classe di persone il cui interesse non coincide mai con quello del pubblico e che ha generalmente interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico; e di fatto, in molte occasioni, l’ha ingannato e oppresso[7]. Capito? Mica Sant’Ambrogio (natura fecit omne commune, usurpatio fecit privatum…). Mica Karl Marx (la proprietà è un furto…). E neanche Lord John Maynard Keynes. No, Adam Smith!

C’è poi il nodo vero ancora neanche sfiorato, però, dalle riflessioni che la crisi ha scatenato. Quello introdotto, genialmente e con un anticipo di qualche decennio, da Fernand Braudel quando, nella sua storia dello sviluppo capitalistico in Europa[8], spiegava come la ricerca di nuove frontiere sempre più aperte e più ricche di profitto producesse inesorabilmente l’abbandono di attività che pià profittevoli erano in precedenza ma, man mano, rendevano meno e, in parallelo, producesse  il bisogno di controllare e manipolare, liberamente e impunemente, i mercati.

Col problema che era, certo, la deregolamentazione neo-liberista di tutti i mercati ma forse neanche esso, quanto piuttosto e anzitutto la creazione deregolata di nuovi mercati come quello – che data di pochissimi anni e che ha causato il casino generale davvero – dei cosiddetti credit default swaps, truccati a favore degli attori principali (le grandi e grandissime banche in specie) sin dall’inizio.

Sul merito di quanto il G-8 ha detto e non ha detto, avrete letto e sentito di tutto. Molte speranze, speriamo non tutte infondate; strabordante ottimismo, sicuramente sballato; elenchi di cose date per fatte e che, invece, sono quasi sempre soltanto promesse; che, se poi saranno come quelle del passato, recente e lontano, non verranno neanche mai mantenute… Quindi, non stiamo qui a ri-elencarvele.

Ve ne diamo, prima, una breve sintesi da noi elaborata; e, poi, concludiamo col giudizio che, in estrema sintesi, sui punti principali del G-8 e di come esso è finito, ha dato il sindacato internazionale, la (Confederazione Internazionale dei Sindacati) nella dichiarazione, brevissima e molto molto diretta con cui ha commentato l’esito.

Il G-8, nel merito dei punti che aveva in discussione, sulle faccende più specificamente politiche forzate alla ribalta dalle manifestazioni di piazza, dalla rivolta e dalla repressione che hanno fatto notizia nel mese di giugno in Iran e in Cina, non ha detto praticamente niente: ponderatamente e, tutto sommato, anche giudiziosamente, ha taciuto, se non per auspicare e blandamente ammonire.

Di più non potevano decentemente fare, avendo un po’ tutti i G-8 e quanti poi sono venuti a allargarne il numero a l’Aquila annoverato e represso, di recente o più in là – dalla Russia, alla Francia, all’America e anche all’Italia, naturalmente – le loro rivolte popolari e di piazza. Pensate che proprio all’Aquila il primo ministro della Turchia, Erdogan – il paese della decennale repressione dei curdi – dice che proporrà al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, di cui attualmente è membro non permanente, di discutere dei diritti del popolo… uighuro.

• Sul primo punto all’o.d.g., la crisi e come uscirne, a parte l’accordo, di principio, sulla necessità di ri-regolarizzare la finanza – che varrà quanto, alla fine, varrà la volontà di Obama, se potrà farlo, di imporlo alla finanza e agli altri paesi: questa è la verità – non ha cambiato niente, per quanto allargatoi, malgrado la proclamazione del “miracolo” fatta da Berlusconi e da Obama stesso: tutto rinviato, come conclusioni operative, al G-20 d’autunno di Pittsburgh.

   Per esempio: un altro stimolo o no? e modulato come da chi? insieme oppure ognuno per conto suo?

   = ri-regolamentare? e chi? e quando? e, soprattutto, come? lavorare di cesello ai margini del sistema regolatorio o sregolatorio attuale? limitando l’ammontare del capitale che può entrare in un paese o in un altro? forzando gli investimenti a restare più a lungo in un posto quando ci arrivano? E, soprattutto, i poteri di regolamentare saranno sparpagliati tra mille regolatori che non si parlano come ora tra loro o coordinati davvero, cioè faranno capo a un solo regolatore centrale e perciò anche, almeno teoricamente, efficace?

   = ancora per esempio, i derivati: le centinaia di migliaia di miliardi (trillions triliardi) di $, che sono decine di volte più del PIL complessivo del globo, saranno trattabili o no in maniera sempre e solo del tutto trasparente, pubblica e quindi controllabile?

   = il segretario al Tesoro americano Geithner ha parlato al Congresso con durezza della necessità di “standardizzare” questi strumenti finanziari per renderli finalmente calcolabili e valutabili[9]. Non ha, però, neanche lontanamente spiegato cosa voglia dire “standardizzati”; né si è espresso sui meccanismi decisionali che serviranno a far passare la legislazione: c’è anche in atto, in effetti, un gran conflitto di competenze tra Commissioni parlamentari (Servizi finanziari, Agricoltura, Borsa, ecc.), ciascuna comunque vogliosa di cimentarsi per prima nella stesura della legislazione, senza ridursi a lavorare per emendamenti…

   … ma ciascuna soggetta come nessun altro strumento politico, per sua natura (grazie alle generose sovvenzioni elettorali elargite e con gratitudine ricevute) alle pressioni lobbistiche martellanti dell’industria finanziaria che agita lo spaventapasseri di costi in aumento e del freno all’innovazione che ogni regolamentazione ulteriore comporterebbe.

Insomma, c’è in sostanza – cioè, al di là del mea culpa e delle dichiarazioni di volontà – da  verificare se e come gli americani supereranno la loro profonda ostilità di sempre a regolare il mercato dei capitali, convinti come si sono sempre dimostrati che gli investimenti dovessero essere lasciati del tutto liberi di muoversi liberamente dovunque e comunque soggetti solo a se stessi.

Adesso dichiarano di averci ripensato, ma erano stati proprio gli uomini di Obama, il consigliere supremo finanziario Larry Summers e il ministro del Tesoro Timothy Geithner, quando erano in posizioni analogo nella presidenza di Clinton, ad imporre al loro questa loro visione anarchica del bene del mercato finanziario coincidente con la libertà di fare quel che voleva.    

• Sul secondo punto, il cambiamento climatico, l’indicazione del G-8 c’è: -80% di riduzione dei gas serra a casa loro ma al… 2050 e senza alcuna data di… partenza per l’impegno e, a livello mondiale, per quella data abbattimento medio del 50%. Ma è tutto da rivedere, anche qui: tanto per cominciare, tutto s’è bloccato per la reazione di Cina, India e anche Russia e Brasile e non è stato fissato nessun obiettivo intermedio per nessuno (per cominciare a dire di sì i grandi paesi in via di sviluppo chiedono che al 2020 i G-8 si impegnino ad abbattere i loro gas serra tra il 25 e il 40% e anche che il calcolo delle riduzioni che toccherebbero loro venga fatto anche pro-capite, un metro di misura dove i loro margini restano altissimi: e i paesi più, e più a lungo industrializzati, non ne vogliono proprio sapere).

   Sì, anche noi potremmo starci, spiegano all’unanimità i grandi del Terzo mondo; quando, però, ciò non ci impedisse di continuare una crescita sulla quale finora siamo indietro e quando voi paesi industrializzati avanzati avrete fatto vedere che le promesse le mantenete, non che le proclamate soltanto. Questo è il succo sul tema, al di là dei moralismi e degli ottimismi di maniera – per intenderci quelli alla Berlusconi non, sempre per intenderci, quelli che riflettono la speranza ragionata e soprattutto operosa di un Obama.

   E’, in effetti, lo stallo. Che Obama riesce a sbloccare ricordando a tutti che su una scelta che vada in questa direzione, comunque, tutti all’Aquila concordano – o almeno – dicono di concordare e che, allora, non è necessario firmare impegni cifrati già oggi. Per la firma basta arrivare a mettercela a Copenhagen, il prossimo dicembre, alla conferenza sul clima.

   Sarà…

• Sul terzo, l’impegno per lo sviluppo del Terzo mondo, specie dei paesi più poveri in assoluto, sono state reiterate tutte le promesse già fatte non una sola ma dodici volte almeno. E Berlusconi è stato costretto a riconoscere che anche l’Italia, anche l’Italia è carente e ne è uscito, ancora una volta, promettendo, ancora una volta, di mettersi in regola entro l’anno rispetto agli impegni assunti. Sì, è vero dobbiamo ancora versare 130 milioni di $, noi. Ma sapete che vi dico? Adesso ne verseremo 160!

   Bè, non sarebbe stato meglio versare i 130 milioni inevasi ancora prima di promettere questi altri 30 (un po’ meno della metà di quanto incassato vendendo Kakà al Real Madrid, dopotutto) alla causa del sottosviluppo.

   E anche l’impegno assunto dal G-8 di rilanciare il Doha round sul commercio internazionale ha convinto pochi: sono ben otto anni che i negoziati vanno avanti e non concludono niente, restando bloccati dalle diverse esigenze di sussidi e tariffe28.

L’altra sintesi di giudizio che qui vi offriamo è quella stilata dal sindacato internazionale, nella primissima dichiarazione a caldo di chi al G-8 l’ha rappresentato:

Avevamo chiesto al G-8 dell’Aquila, nel documento dei sindacati, di assumersi il ruolo di ‘Mettere posti di lavoro e equità al centro della ripresa’, chiedendo ai governi di far fronte alle crisi del lavoro, del clima e dello sviluppo, proprio mentre in tutto il mondo le famiglie che lavorano devono scontare gli effetti degli errori delle élites finanziarie.

   La dichiarazione economica finale ‘Una leadership responsabile per un futuro sostenibile’[10], che copre una vasta gamma di questioni, manca invece di assegnare un ordine di priorità alle azioni cui è necessario dar vita per tirarci fuori da questa triplice crisi.

   Certo, è un fatto positivo l’impegno assunto per l’occupazione e la protezione sociale, così come positivo è il ruolo più ampio che viene assegnato all’Organizzazione internazionale del lavoro e il riconoscimento del rilievo mondiale del ‘Patto Tripartito per il Lavoro’. Ma non c’è alcun esplicito impegno a rendere disponibili le risorse necessarie a pervenire agli obiettivi indicati relativi all’occupazione e alla protezione sociale, anche se l’attenzione messa sulla necessità di proteggere la base impositiva rappresenta un passo avanti in tale direzione.

    Per la prima volta, sul cambiamento climatico[11], i paesi G-8 si impegnano collettivamente a limitare al di sotto dei 2° centigradi l’aumento del riscaldamento ambientale. Ma non mettono in calendario nessun obiettivo intermedio né affrontano il problema del come muovesi verso un’economia a basso livello di carbonio in modo onesto per le esigenze di chi lavora e delle comunità maggiormente dipendenti dai settori ad alta intensità di energia. A cinque mesi dai negoziati sul cambiamento climatico di Copenhagen, i paesi del G-8 non hanno ancora provveduto a fornire il sostegno necessario per garantire anche l’impegno dei paesi in via di sviluppo.

   Il risultato più significativo del vertice dei G-8 dell’Aquila potrà essere il meccanismo di rendicontabilità, tutto però da mettere ancora a punto nel 2010, insieme all’accordo raggiunto sul dover riferire dei passi da implementare per raggiungere gli obiettivi del Millennio dello Sviluppo[12].

   Con molti tra i paesi del G-8 – Italia inclusa, il paese che ha ospitato il vertice – che stanno tagliando i loro stanziamenti di assistenza allo sviluppo[13], la questione che si pone però è semplice: ma che differenza potranno mai fare i meccanismi di trasparenza e il dover rendere conto del lavoro in corso se non c’è la volontà politica di mettere a disposizione le risorse che servono?

   Il vertice dell’Aquila è stato, più che probabilmente, solo un evento di transizione con al maggiore partecipazione di paesi ed organismi internazionali a segnare uno spostamento verso un processo più rappresentativo che nel passato. Il sindacato chiede da tempo una governance più inclusiva dell’economia globale, coi lavoratori anch’essi di diritto al tavolo in sedi chiave come il G-20 e il Financial Stability Board. La nostra attenzione si rivolge ora al vertice di Pittsburgh di settembre che i sindacati chiedono sia focalizzato sulla creazione di posti di lavoro, la riduzione delle ineguaglianze e lo sradicamento della povertà[14].  

Sul tema dell’impegno preso e smentito, ormai per una trentina di volte (questo è stato il 35° vertice dei G-8), a un aiuto significativo anche se mai risolutivo al problema dello sviluppo e, in specie del sottosviluppo – e sul risvolto cruciale in materia del ruolo che per i paesi più poveri giocano le possibilità di scambi commerciali – l’Organizzazione Mondiale per il Commercio ha pronosticato per quest’anno un calo del 14% per i paesi sviluppati e della metà, il 7%, per i paesi in via di sviluppo.

In queste condizioni, per prendere appena appena sul serio – scontandoli comunque almeno dei due terzi – gli impegni presi dai G-8 per il mondo più povero, bisognerebbe che Stati Uniti ed Europa tagliassero più significativamente i sussidi alla produzione agricola. Parlando con Obama, come era naturale senza ricevere finora risposta, il brasiliano Lula da Silva ha parlato della necessità che gli USA riducano le loro tariffe sull’export di etanolo prodotto nel suo paese.

E il primo ministro indiano Manmohan Singh ha chiesto – tema delicatissimo perché in questo campo c’è una granitica barriera protezionista eretta in America – la concessione di più visti per i lavoratori specializzati, i tecnici e i professionisti del suo paese. Ma sarà dura: le lobby dei professionisti americani – medici, avvocati, ingegneri – sono potentissime, attivissime e assai generose con le loro sovvenzioni politiche.

Qui, senza problemi, se non quelli relativi dell’immigrazione clandestina per ragioni di ordine, in America entrano manovali, camerieri, imbianchini, portieri… Tutti i lavori più bassi sulla scala di condizioni e paghe per i quali non esiste protezione alcuna: spesso neanche quella sindacale.  

Su questo G-8, e sul suo anfitrione, si è rovesciata anche quasi a priori la critica feroce degli editoriali della stampa anglosassone più autorevole superata, se poi lo è stata, solo dal caloroso ringraziamento ed apprezzamento (che molti sospettano però inevitabile, pressoché doveroso) degli ospiti, in primis Barak Obama.

Ma proprio il nascondersi dietro il dito – gigante, sicuramente – del presidente americano non ha potuto nascondere quanto abbia scottato l’accusa avanzata dalla grande stampa anglosassone:

• il NYT ha scritto[15] di un vertice ai cui risultati “bisogna guardare purtroppo con scarso ottimismo per la pigra pianificazione che ne ha fatta il governo ospite, l’Italia, e per la debolezza politica di molti dei leaders qui presenti”. E esponendo le ragioni di queste debolezze, per quanto riguarda Berlusconi, impietosamente le ha identificate, senza sbagliarsi granché, per quanto proprio riguarda la “leggera” preparazione di questo G-8, nel fatto che sia stato costretto “ad indirizzare nelle ultime settimane la maggior parte della sua energia politica nel tentativo [solo il tentativo, badate bene…] di respingere le accuse della stampa di aver ampiamente usato accompagnatrici pagate ed intrattenuto  minorenni minimamente vestite. Si, forse showmanship. Ma certo non leadership *.

• il londinese Guardian[16], il giorno prima, c’era andato giù ancora più polemico, sparandola davvero grossa però; epperò, anche cogliendo il senso vero di frustrazione che serpeggiava tra chi aveva speso mesi a preparare il G8, gli sherpa di tutti i capi di governo e, adesso, si trovava – si sarebbe trovato – in qualche modo il proprio lavoro tarpato dalla leadership per lo meno distratta, dal mancato impulso del presidente del consiglio italiano.

Perché, secondo il quotidiano britannico, questo è successo: “nelle ultime settimane prima del vertice, in assenza di ogni iniziativa di sostanza sull’agenda [del vertice], gli Stati Uniti hanno preso le redini. Washington si è messa ad organizzare ‘chiamate tra sherpa’ (conferenze tra i funzionari che preparavano il vertice) in un estremo tentativo di infondere una qualche intenzionalità al vertice stesso.

   ‘Per arrivare a che un altro paese organizzi le conferenze tra sherpa è senza precedenti. E’ un’opzione nucleare [cioè estrema] davvero’, dice uno degli sherpa dei G8. ‘Gli italiani sono stati terribili. Non sono state messe in moto procedure e non c’è neanche stata pianificazione’.

   Ora ‘il G-8 è un club e ogni club ha quote di partecipazione per i membri. E l’Italia non ha pagato la sua’ [come doveva], ha osservato un esponente europeo coinvolto nella preparazione del vertice’. Il brontolio dietro le quinte si è spinto fino al punto che qualcuno ha suggerito di spingere l’Italia fuori dal G-8, o da qualsiasi gruppo che ad esso in futuro si sostituisse”.

Che è veramente un po’ grossa…  anche perché “tecnicamente” proprio non si può fare. Così come non esiste, del resto, la ritorsione suggerita assurdamente dal ministro Frattini, che ha sibilato livido ai microfoni – e purtroppo senza dare l’impressione di voler replicare con una battuta che se fosse stato possibile percepire come tale sarebbe stata magari anche efficace – di “sperare che il Guardian sia espulso – per fortuna ha evitato di auspicarlo pure per il NYT… – da[l novero de]i grandi giornali del mondo”… (questa è la traduzione dalla frescaccia del ministro citata sempre dal Guardian[17] e ricontrollata dalla registrazione originale del TG1).

Poi, di fatto, quando il presidente del Consiglio italiano – che presiedeva come presidente del vertice le conferenze stampa – ne ha avuto l’occasione, ha – con un moto di stizzito risentimento – espulso dal club (inesistente) dei grandi giornali del mondo proprio il Guardian. Che lui, Berlusconi, aveva appena finito di definire “questo piccolo giornale”.

Tale era la sua irritazione per le “voci” riferite dal quotidiano londinese – irritazione comprensibile: sia che fossero vere (possibile), sia che fossero false (anche possibile), sia che fossero esagerate (diciamo, probabile?) e, comunque, del tutto ufficiose – che appunto ha rifiutato di dare la parola quando, alla conferenza stampa del primo giorno dell’Aquila, il reporter del Guardian l’aveva chiesta per primo, di fatto cancellando così – anche questo, senza precedenti – la sessione di domande prevista dal protocollo. Goffamente, assai goffamente, però…

Anche se poi uno è costretto a riconoscere che, nella sua guerra a Berlusconi, il Guardian se l’era proprio cercata. In un editoriale – con tutta l’autorevolezza, dunque, della direzione e dell’editore –intitolato, paradossalmente e quasi perversamente con reiterazione degna di miglior causa, L’Italia: inadatta per i vertici, scrive[18] che “se l’Italia si sceglie Mr. Berlusconi come primo ministro”, bisogna chiedersi se il G-8 dovrebbe volere l’Italia”. E insiste “che finché gli italiani non cominceranno a chiedere comportamenti consoni ai loro dirigenti politici, il paese forse non è il luogo migliore per tenerci dei vertici seri a livello mondiale”.

Un ragionamento – soprattutto questo sulla necessità di una leadership più “consona”, proprio, per l’Italia – anche condivisibile. Ma non da un pulpito che, come il Guardian, non ha trovato niente da ridire sulla “consonanza della leadership” di un presidente come quello degli Stati Uniti, quella specie di guerrafondaio mentitore chiamato George W. Bush che quel grande paese s’è eletto, anch’esso liberamente pare, per otto anni di seguito, facendolo partecipare e facendogli organizzare vertice dopo vertice…

Come quelli che, del resto, ha organizzato per dieci anni quell’altro suo degno compare britannico che di cognome fa Blair e che gli ha retto criminalmente il bordone per fargli fare con la menzogna e l’inganno la guerra all’Iraq. Al popolo iracheno, non a Saddam— che più dignitosamente per tutti – per lui, per le sue vittime e per i suoi carnefici – sarebbe bastato il lavoro competente di un qualsiasi 007 a far fuori…

Ultime notazioni finali su questo grottesco, noioso ma anche a suo modo irritante episodio. La prima è la raccomandazione che fa ai suoi compatrioti “sopracciò”, un’arcigna osservatrice e collaboratrice del Guardian che, dopo aver bastonato adeguatamente goffaggini e incongruenze del suo stesso giornale sul tema, scrive che “bisognerebbe proprio piantarla di sghignazzare di fronte alle capacità dell’Italia di ospitare un vertice, manco che garantire che un G-8 sempre più senza scopo alcuno riesca a funzionare come un orologio di precisione fosse la cartina di tornasole della civiltà, invece che qualcosa capace di darti il diploma di noioso gestore di medio livello”. Ben detto, ci sembra. Su tutto e su tutti, Cavaliere compreso.

E la conclusione del pezzo ci sembra perfetta, degna essa sì dello humour britannico: magari “per garantirci, noi britannici, il nostro posto al tavolo dei grandi in perpetuità, potremmo dar vita a una campagna perché tutti i vertici siano celebrati da noi, in Gran Bretagna: come estensione della regola per cui la nazione vincitrice della Coppa del Mondo di calcio è automaticamente qualificata, per quanto schifo [economicamente o per altre ragioni…] poi faccia[19].

E’, come dire?, poco sportivo notare che campioni del mondo – almeno al momento – siamo proprio noi italiani? e che per qualificarsi e pretendere all’ “estensione della regola della Coppa del Mondo” bisognerebbe che l’Inghilterra vincesse sempre, e per sempre, la Coppa del Mondo di calcio? Cosa che gli è riuscita solo una volta… nel lontano 1966.

La seconda, chiamiamola così, notazione finale raccoglie – maliziosamente, lo ammettiamo – una voce. Durante la conferenza stampa finale del vertice – e la cosa la dice lunga – una battuta non si sa bene attribuibile a chi ha, invece, circolato tra la stampa straniera, attribuita ancora un volta anonimamente e perfidamente, a uno degli sherpa. Dice che Berlusconi è un po’ come i cani parlanti del circo: il fatto che esistano è, di per sé, curiosità non comune; ma nessuna persona sana di mente prenderebbe poi mai sul serio quello che dicono, i cani parlanti…

La terza e ultima osservazione è nella citazione che poi è stata fatta, a vertice concluso, sulle varie televisioni nostrane per condannare gli iconoclasti e risollevare le sorti del Cavaliere. Hanno in lungo e largo citato un articolo del Financial Times[20] che sottolinea, effettivamente, all’inizio come “la scommessa di Silvio Berlusconi di ospitare il vertice sembra essere stata coronata dal successo. Da playboy assediato dagli scandali a statista internazionale: dopo tre giorni di presidenza dell’incontro internazionale, Mr. Berlusconi ha zittito i critici e acquietato gli alleati. Almeno per il momento”.

Questo il pezzo del commento citato: da cui regolarmente (su tutte le reti RAI, Mediaset e anche La 7: ma si sa in televisione bisogna sintetizzare dai dispacci delle agenzie… e alle agenzie i dispacci li davano i servizi premurosi della presidenza del Consiglio…) venivano espunti gli spunti che distraevano dalla sostanza, come quel “sembra” dubitoso e quello iettatorio, quasi, “almeno per il momento”.

Poi il pezzo, però, continuava e anche e, anzi, proprio perché questa parte non l’ha citata nessuno qui lo facciamo noi: “per il settantaduenne miliardario primo ministro, i tre giorni del vertice con quaranta capi di governo e organismi internazionali… è stato un successo anche e forse ancor più per quello che non è successo”, che nessun giornalista, ad esempio, abbia osato chiedergli qualcosa, in conferenza stampa, dei suoi rapporti personali con la moglie, le veline, le ragazzine…

E conclude, niente affatto poi tanto tenero: “la natura spartana della sistemazione nella scuola della Guardia di Finanza – coi 60.000 cittadini dell’Aquila che hanno perso la casa e i 22.000 ancora nelle tende – ha tenuto basse le aspettative e nessuno si è così lamentato… Sì, ci sono stati “diplomatici tra gli europei a lamentarsi che ad alcune riunioni Berlusconi si sia presentato  ‘incredibilmente in ritardo’ mandando letteralmente fuori dei gangheri la puntualissima cancelliera tedesca. Ma il vertice è stato ‘ragionevolmente ben organizzato’ ha commentato uno di loro: ‘la sistemazione e il cibo sono stati modesti ma, tutto sommato, erano al livello adeguato’”.

Non proprio come, poi, l’ha raccontata Berlusconi: e non perché i complimenti che ha ricevuti se li sia inventati ma perché è lui che, quando gli fanno gli elogi cui anela affermando magari, come ha riferito, “che i risultati del vertice sono stati estremamente positivi e che ha ricevuto i complimenti da tutti i partecipanti con alcuni a dirmi che è stato il migliore G-8 cui mai abbiano preso parte”, proprio è incapace di distinguere il grano dal loglio.

La realtà è che chi è più navigato ed esperto nel mondo diplomatico e internazionale resta piuttosto restio, proprio sul piano della sicurezza, a dare la propria fiducia a un capo di governo di cui si dice – senza convincente smentita – che si intrattenga con ragazze squillo, alcune dicono anche provenienti dall’Europa dell’Est”. Se lo saranno pure inventato, come dice lui, ma è stato “lui stesso a dire che una di queste donne, che lui non sapeva lavorasse come servizio di scorta, è stata pagata per fargli le scarpe”…

Intanto, l’OPEC fa notare che la domanda di petrolio ha subito, con il rallentamento dovuto alla recessione, un tale calo che ci vorranno almeno quattro anni per recuperare i livelli di produzione del 2008; e l’Amministrazione americana considera – dice di considerare, cioè minaccia – qualche nova restrizione non specificata sul mercato spot, quello speculativo, del greggio, del gas naturale e di altri prodotti energetici, un’indicazione che forse – forse – non aspetterà neanche la legislazione regolatoria che sta chiedendo al Congresso di instaurare per cercare di “moderare” certi andamenti selvaggi e di pura speculazione.

Che non riguardano, naturalmente, solo il petrolio. Garry Gensler, nuovo capo della Commissione americana di supervisione del commercio dei futures, ha annunciato una serie di inchieste tese a preparare la legislazione necessaria a regolare in modo severo procedure e tetti per “ogni commodity, ogni materia prima, ogni derrata di quantità limitata”, ostacolando la speculazione. Compreso, anzitutto e proprio, il petrolio.

Sarebbe il rovesciamento della strategia degli ultimi vent’anni di lasciare che il mercato, anche questo, si governi da solo. E si giustificherebbe come azione d’emergenza, in attesa della nuova regolazione che verrà – forse – dal G-20 di Pittsburgh (dal G-8 dell’Aquila, s’è visto, solo auliche dichiarazioni di principio sono emerse, in effetti) con la notazione che il caos degli ultimi anni sui mercati globali non è stato provocato solo dalla pura speculazione finanziaria ma anche dalla speculazione sui mercati stessi delle varie commodities.

Anzitutto, e proprio, dalla volatilità estrema che su quello del greggio e delle risorse energetiche ha imposto il trading sui futures: comprare a una data futura stabilendo il prezzo da oggi – cioè, scommettendo – senza alcun criterio o strumento di regolazione. Come era naturale che fosse, anche solo la prospezione di questa mossa – che nel breve sembra avere, però, raffreddato i bollori del mercato – ha provocato lo scatenarsi al Congresso e a Wall Street di tutta la panoplia lobbistica dei traders petroliferi che non vogliono limiti alla speculazione e a quella di banche e intermediari: tutti hanno subito dichiarato guerra al’idea e sembrano aver successo nel paralizzarne la realizzazione[21].

Intanto, sui mercati, il prezzo del greggio è scivolato ancora sotto i 60 $ al barile, malgrado l’indicazione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (i compratori) che, contrariamente all’OPEC (i produttori), dà per probabile una ripresa della domanda e, quindi, di produzione ed esportazione. A frenare è soprattutto la percezione, diffusa e confermata anche da tutte le istituzioni preposte alla emanazione dell’ottimismo ufficiale (Fondo monetario, OCSE, UE, governi e accademia), che la ripresa non sarà prossima— non di quest’anno, del prossimo, forse: e solo verso la fine del 2010[22].

Jose Botelho de Vasconcelos, ministro angolano del petrolio e presidente di turno dell’OPEC, dice della sua convinzione “non isolata” che c’è troppo greggio immagazzinato un po’ dappertutto nei mercati  e che la conseguente volatilità dei prezzi è largamente “insoddisfacente”. D’altra parte, ha lamentato, all’interno dell’Organizzazione la “disciplina” decisa sui tagli alla produzione varia dal  70 all’80%. Da anni non è mai davvero totale, anche se di volta in volta le inosservanze risalgono, magari, a paesi diversi[23]…   

in Cina

Riparte di slancio l’economia cinese, alimentata dal massiccio pacchetto di stimolo varato, e realmente impiegato, a fine 2008 e dalla politica di credito generoso voluta dal governo: nel secondo trimestre il PIL sale del 7,9% su un anno fa[24]. Pare proprio che contrariamente all’ottimismo sfrenato e troppo spesso infondato di tanti altri governi – che pure celebrerebbero, visto che perdono tutti e di molto, una crescita miseranda dello 0,01% – quello cinese riuscirà a pervenire all’8% di crescita annuale che aveva preannunciato.

La Banca centrale ha deciso che le imprese cinesi potranno d’ora in poi cominciare a utilizzare lo yuan, la valuta nazionale, per regolare i loro scambi commerciali con l’estero, senza per questo perdere il diritto che hanno al rimborso fiscale alle esportazioni e ha anche deciso di incoraggiare il sistema bancario ad offrire i suoi servizi in conseguenza. Così, molti istituti bancari di Cina e Hong Kong hanno cominciato a trasmettersi direttamente ordinazioni di renminbi (la moneta del popolo, l’altro nome dello yuan) per regolare il pagamento degli scambi commerciali del e dal paese.

Si tratta di dar vita, con gradualità e con prudenza, a un sistema che consenta di diversificare il pagamento delle transazioni commerciali internazionali dal dollaro americano soltanto, o in alternativa quasi solo all’euro.

Che d’altra parte, non è certo aiutato ad affermarsi nel mondo al posto, o anche solo insieme al dollaro in misura davvero incisiva, dalla paralisi politica dell’eurozona, dell’Unione europea e dal comportamento estremamente conservatore della Banca centrale mentre, al contempo, due decenni di stagnazione economica e una popolazione in rapida decrescita non aiutano granché lo yen giapponese.

Per questo, anche per questo, lo yuan va affermando la sua presenza e non solo in Cina. Del resto,  se gli scambi di questo paese costituiscono tanta parte del commercio internazionale – questo è il messaggio – lo yuan ormai dovrebbe cominciare a contare anche per la loro regolazione[25]… Allo stesso tempo però, con realismo, He Yafei, viceministro degli Esteri, aggiunge che il dollaro è destinato a restare “ancora per molti anni” la moneta dominante negli scambi mondiali.

Certo, almeno fino al giorno – tra anni, non meno – in cui lo yuan sarà esso stesso pienamente convertibile. Comunque pochi dubitano, ormai, che cominciare a consentire l’uso dello yuan per regolare i propri pagamenti “rappresenti per la Cina un passo in avanti verso l’istituzionalizzazione dello yuan come valuta globale— e, nel tempo, un’alternaitva internazionale al dollaro[26].

Ancora non siamo a quel punto. Però la Cina non molla… Dopo aver tentato, con perdite (c’è stata una specie di rivolta dei media a non consentire all’operazione di andare avanti), di comprarsi due mesi fa la quota azionaria di maggioranza della più grande compagnia mineraria del mondo, l’australiana Rio Tinto, la compagnia cinese di Stato Chinalco ha comprato 1,5 miliardi di $ dei 15,2 miliardi dell’aumento di capitale deciso dalla Rio Tinto, per mantenere la sua attuale quota del 9%.

Perché, ha spiegato un portavoce cinese, “noi crediamo nelle prospettive di crescita a lungo termine di questa industria e continueremo ad esplorare come far avanzare i nostri obiettivi strategici[27]: che restano quelli, non dice, di comprarcela tutta…

A Washington, a fine luglio, s’è aperto un vertice bilaterale tra i due governi (un quasi vertice: non vi hanno preso parte i due numeri uno), carico di nodi da sciogliere – non  da tagliare, ormai l’hanno capito tutti –, di implicazioni di grande portata, di cose da chiarire. Obama, introducendo i lavori dei “tecnici” delle due delegazioni – il ministro del Tesoro, dell’Industria, del Commercio e degli Esteri: di temi economici si è soprattutto trattato – non ha potuto, viste le aspettative montate anche artatamente nell’opinione pubblica (il “massacro” degli uighuri, quando oltre i 2/3 dei morti al dunque non erano di quella minoranza ma della maggioranza han) non fare ricorso, anche lui, alla retorica.

Ma con un savoir faire, ben più che solo diplomatico, del tutto inedito per un presidente americano stavolta, nel chiedere il rispetto dei diritti umani di tutte le minoranze in Cina ha avuto l’avvertenza di aggiungere un come anche di tute le minoranze “negli Stati Uniti d’America” che ha consentito all’incontro di partire col piede giusto.

Il nodo, dicevamo, però, è quello economico. E’ utile ricordare, infatti, che è proprio finanziando il deficit commerciale americano che la Cina tiene basso il valore della sua moneta rispetto al dollaro. E’ l’acquisto di titoli e assets denominati in dollari, come i bonds americani, che tiene alto il valore del dollaro sullo yuan. In altri termini, se gli Stati Uniti volessero davvero che lo yuan si apprezzasse e aprisse, così, maggiore spazio alle loro esportazioni, dovrebbero per lo meno piantarla di chiedere alla Cina di rivalutare la sua valuta. O l’una o l’altra, infatti…

Solo che, se la Cina smettesse di comprare larghe quantità di buoni del Tesoro americani, negli Stati Uniti schizzerebbero su i tassi di interesse e in una recessione come questa la Fed la dovrebbe sostituire essa stessa mettendosi a rastrellare al posto della Banca popolare di Cina vaste quantità dei suoi bonds. Potrebbe ben farlo, ma con una capriola carpiata e rovesciata rispetto alle sue posizioni di sempre, anche perché oggi non ci sarebbe alcuna reale minaccia di inflazione visto lo stato, a due cifre ormai, della disoccupazione, se non per quella, modesta, che verrebbe importata con l’aumento dei prezzi dell’import cinese.

D’altra parte è questa, la riduzione del valore del dollaro, l’unica strada per riportare alla lunga a livelli sostenibili l’equilibrio degli scambi, esportazioni ed importazioni, produzione e consumo, negli Stati Uniti d’America, essendo stata come è del tutto probabile proprio la sopravvalutazione del dollaro per ragioni di pura politica di potenza la causa principale che ha condotto alla crisi attuale annebbiando le capacità di analisi e accecando per ragioni di opportunità politica l’acutezza previsionale della Federal Reserve stessa.

Prima o poi, insomma, a Washington dovranno rassegnarsi a fare i conti con la realtà, non con l’abbaglio del proprio passato indiscutibilmente egemonico ma che così indiscutibilmente più ormai non è.

Intanto, il vertice sino-americano si è concluso il 28 luglio con promesse reciproche e reciprocamente scontate di maggiore cooperazione[28]: su temi come la crisi economica globale (ci impegnamo a resistere alle tentazioni del protezionismo…), il cambiamento climatico (lavoreremo insieme per rallentarlo) e la necessità di far fronte ai problemi aperti dai programmi nucleari di Iran e Nord Corea— anche qui, un far fronte non meglio specificato però: unico modo per non cominciare subito a dissentire di nuovo.

Rimangono differenze su alcuni punti – come i diritti umani: definiti proprio diversamente – ma sono state gettate le basi anche qui, dice la Clinton, senza spiegarsi meglio di un lavoro comune. Il segretario al Tesoro Geithner ha dichiarato che è indispensabile lavorare con la Cina a “riparare il sistema finanziario globale e a buttare le basi della sua ripresa”.

Da parte sua il vice ministro degli esteri Wang Guangya ha detto di tutto il suo “apprezzamento per l’atteggiamento moderato” tenuto dal governo americano su una situazione “seria” sviluppatasi nello Xinjiang. E ha preannunciato che la Cina invierà presto uno dei massimi esponenti militari in visita agli USA ospitando uno scambio di visite con un suo pari grado americano. E ha espresso l’accordo del suo paese su uno degli obiettivi chiave indicati da Washington, che cioè la Cina sposti di più la propria produzione verso la domanda interna e meno sulle esportazioni, che aumentano il buco della bilancia commerciale americana.     

Spara, con un titolo stranamente soddisfatto, il Guardian, che In Cina le tre maggiori centrali elettriche emettono più carbone di tutta la Gran Bretagna[29]: strano titolo perché non rileva, neanche per sbaglio, così come non lo rileva l’articolo che la cosa. Ora questo – che le centrali di Huaneng, Datang e Guodian vomitino nell’atmosfera più gas serra, ormai, di tutte le isole britanniche – è un fatto e lo rileva in conferenza stampa a Pechino Yang Ailun, responsabile per la Cina di Greenpeace.

E’ un fatto però anche scontato, avendo la Gran Bretagna smesso da anni, da decenni, di fabbricare i beni e i prodotti che consuma, facendoli  produrre a e importandoli dalla Cina che emette gas serra, dunque, anche per conto suo, avendo gli inglesi fatto, in definitiva, l’outsourcing più efficace delle emissioni di gas… Così come è vero che, in assoluto, questo paese inquina oggi l’atmosfera perfino più degli Stati Uniti anche se ancora e per molto tempo pro-capite le emissioni cinesi restano molto inferiori...

Dice il dr. Yang, e la cosa è meno scontata, che “la Cina è però idealmente piazzata per diventare la superpotenza mondiale in termini di energia intelligente e di energia rinnovabile”. E anche di carbone, come si dice, (relativamente) “pulito” del quale sta costruendo più centrali di ogni altro paese. La Cina, fa notare Greenpeace, “negli ultimi tre anni ha chiuso le centrali a carbone meno efficienti per un totale di 54,07 gigawatt— più della produzione totale di elettricità dell’Australia[30].  

Per la prima volta un altissimo esponente della nomenclatura, il presidente della Cina Hu Jintao, è tornato di corsa a casa abbandonando un incontro importante, almeno di facciata, come il G-8 dell’Aquila (lasciando il consigliere di Stato, Dai Bingguo, a capeggiare la delegazione cinese) per lo scoppio di gravissimi “incidenti” nella provincia dello Xinjiang tra le due etnie degli han (cinese) e degli uighuri (islamici): cominciate con una sommossa di questi ultimi contro la “preponderanza” politica dei primi e, dopo diverse decine di morti tra gli Han, proseguite con la controribellione di questi contro quelli.

Qui le forze di sicurezza sembrano essere intervenute con forza nei confronti di tutte e due le ali della rivolta: un po’ come in qualche mese fa anche in Tibet. La Cina incolpò l’istigazione esterna del Dalai Lama, allora, e qui ha reso colpevole la rivolta, sempre su input esterno— stavolta di fuorusciti uighuri a Washington. Una spiegazione sicuramente, in parte, veritiera ma anche, altrettanto sicuramente, troppo superficiale per essere del tutto vera: i problemi di fondo sono sul territorio, non all’estero.

Comunque è certo che negli scontri ci sono stati decine e decine di morti, secondo Pechino  anzitutto in veri e propri linciaggi di massa condotti dalla minoranza etnica contro l’etnia maggioritaria han della popolazione cinese; e, secondo l’autoproclamatasi leader uighura Rebiya Kadeer, ex miliardaria della oligarchia comunista e oggi, caduta in disgrazia, diventata ribelle in un esilio più che dorato, hanno visto migliaia di uighuri “desaparecidi”…

nei paesi emergenti (e magari anche non proprio…)

Se avete letto, o anche solo scorso, le cronache e i commenti di tutta (tutta!) la stampa sul tentativo di golpe-anti/golpe di Stato in Honduras, due cose probabilmente avete capito: che tutti hanno condannato il golpe e che nessun governo ha coperto e riconosciuto l’esecutivo messo in piedi dai militari.

Neanche Washington lo ha fatto, anche se qualche poco ha esitato prima di prendere le distanze: la Clinton ha detto che “non è tollerabile” far fuori un governo con un golpe militare “illegale” (come se ci fossero quelli legali, di colpi di Stato…); ma ha anche aggiunto che spetta a tutti, compreso il presidente illegittimamente esautorato, Zelaya, “disinnescare  le tensioni”, adesso…

E, in realtà, giorno dopo giorno è emersa proprio una lettura diversa, e non sui dettagli, tra Casa Bianca, silente, però, e Dipartimento di Stato anche troppo esposto a trascinare i piedi per frenare la condanna e, soprattutto, ogni misura concreta di ripristino della legalità (nell’entourage della Clinton ci sono lobbisti che hanno difeso e ancora difendono, a pagamento s’intende per vecchie pulsioni americano-centriste, gli interessi dei golpisti honduregni filoamericani…)[31].

Il fatto è che cacciando via il presidente eletto Zelaya e sostituendolo col fantoccio Micheletti – il businessman di estrazione italiana erettosi a difendere gli interessi dei maggiorenti, come lui (in nome della libertà, si capisce: anche se mai era stata messa in pericolo, come magari qualche loro interesse) contro le politiche vagamente progressiste, e perciò destabilizzanti, di Zelaya: tipo l’aumento, per legge – non per decreto, ma anche con la maggioranza del voto del parlamento: però, il peccato veramente mortale, su suo impulso – del 60% del salario minimo nazionale di tutti i lavoratori dipendenti.

Per fare il loro golpe dolce – dopo tutto il presidente legittimo non è stato né ammazzato né “suicidato”: solo “esportato” a forza, con un aereo militare, in Costarica… e il golpe, fatto si capisce per difendere la Costituzione, ha solo “sospeso” i diritti costituzionali all’habeas corpus e alla libertà personale degli honduregni, mica li ha aboliti per sempre – i golpisti hanno seguito lo scenario disegnato per loro da grandi agenzie statunitensi retribuite con fondi pubblici neri e fondi privati, ma talvolta anche foraggiati da fondi pubblici del tutto bianchi, regolarmente approvati dal Congresso americano (la Milton Friedman Foundation, la Fondacion Internacional Libertad, il fondo denominato New Endowment for Democracy, ecc., ecc.).

Così, a forza di milioni di dollari di campagna pubblicitaria in America, e in America latina, è stato fatto passare il messaggio che il presidente Zelaya aveva tentato lui stesso un golpe costituzionale morbido con un referendum illegittimo che gli avrebbe consentito di candidarsi alla presidenza a novembre prossimo per la terza volta. Ma era inventato: in ogni caso, Zelaya non si sarebbe ripresentato alle prossime presidenziali visto che la loro data coincideva con quella del referendum consultivo.

Ma il pretesto è stato trovato, modificando e inventando per promuovere gli strumenti mirati alla diffusione della “democrazia” rappresentativa del modello statunitense, a contrasto forzato con – e destabilizzando – ogni tentativo di democrazia di stampo anche, non solo, “partecipatorio”. Tentativi spesso finanziati dal Congresso degli Stati Uniti sono istituti, agenzie, imprese di PR vere e proprie che lavorano da anni, con risultati però miserandi, a destabilizzare governi latino-americani magari legittimi, certo, ma un po’ troppo, diciamo, di sinistra per i gusti e, sopratutto, per gli interessi che non ci volevano stare.

Qui, il pretesto del golpe è stato il piano del presidente Zelaya, hanno raccontato al mondo, di un voto popolare referendario, non obbligatorio ma certo politicamente significativo e “pesante”, che gli avrebbe potuto consentire con l’appoggio di una maggioranza popolare scontata da lui come dai suoi oppositori di prolungare la permanenza alla presidenza al di là del limite costituzionale attualmente previsto.

Ma non era così, lo abbiamo visto. E, poi, il quesito che veniva proposto al voto popolare non era se consentire un altro termine presidenziale ma il seguente: “Siete  d’accordo, sì o no, che insieme alle elezioni del prossimo novembre si svolga un quarto voto per decidere se eleggere anche una nuova Assemblea costituente che riscriva una nuova Costituzione politica?”… Come si vede neanche l’ombra dell’ulteriore mandato: sarebbe spettato deciderne, se mai, a quella Assemblea e solo se la maggioranza degli elettori lo avesse consentito e poi decretato.

Come previsto, del resto, proprio dalle leggi in vigore oggi costituzionalmente in Honduras. Più precisamente, l’art. 5 dell’Atto di partecipazione civile honduregno del 2006 secondo il quale come ogni altro cittadino anche i funzionari (dal presidente all’ultimo degli impiegati pubblici) sono autorizzati a partecipare e promuovere consultazioni di tipo pubblico, come un referendum ma di valore indicativo soltanto, per accertare quel che la popolazione pensa di qualsiasi iniziativa politica. E’ un Atto legislativo, autorizzato dalla Costituzione, approvato dal Congresso nazionale, già sottoposto alla – e all’atto della proclamazione non contestato dalla – Corte Suprema di Giustizia del paese e reso pubblico dalla Gazzetta Ufficiale nel 2006.

E, adesso, dunque un referendum consultivo, che chiede solo se il popolo vuole esercitare il diritto che ha di votare un’eventuale modifica costituzionale, è diventato improvvisamente uno strumento illegittimo e la motivazione del golpe quando il presidente della Repubblica decide di promuoverlo come è suo diritto per scavalcare la difficoltà di “riformare” la Costituzione (ci vogliono i 2/3 dei voti del Congresso) “riscrivendola”, invece, con l’Assemblea, appunto, Costituente.

Metodo alternativo, di certo, ma altrettanto legittimo in base all’Atto di partecipazione civile del 2006. Improvvisamente illegittimo, però, perché utilizzato in modo non giudicato “amichevole” adesso per gli interessi di molti membri delle istituzioni che, tutte, lo avevano a suo tempo approvato[32].

Un pretesto, appunto… per fare il golpe. Il punto è che si trattava, però, di una manovra legale e legittima… e, dopotutto, da quando l’Honduras conquistò la sua indipendenza dalla Spagna nel 1821, il paese ha avuto la bellezza di 16 diverse Costituzioni… Al contrario, comunue, di quel che sembra aver pensato la Clinton coi suoi, come dire?, assistenti, un golpe è un golpe: non è mai legale e tanto meno legittimo.

In realtà, poi, la regia statunitense, dietro tutta questa faccenda (montata dalle agenzie di PR di New York ingaggiate e pagate, appunto, coi soldi dei contribuenti americani versati ai fondi “per la democrazia” – MFF, FIL, NEfD… – sopra menzionati per gestire la cosa), è stata svelata dal trattamento mediatico che non è neanche stato adeguatamente coperto. La Reuters[33] e il Washington Post[34], il Wall Street Journal[35]e il Christian Science Monitor[36], hanno riferito tutti di un sondaggio del CID-Gallup, il più autorevole istituto di sondaggi latino-americano, attestante come una maggioranza relativa dei cittadini honduregni, il 41%, sostenga il golpe militare e l’installazione di Micheletti al posto di Zelaya e solo il 28% si siano espressi contro.

Ma anche questa era una notizia semplicemente inventata: in effetti, la fonte era il giornale honduregno La Prensa, di proprietà di Micheletti e soci… E il sondaggio diceva tutt’altro.

E, infatti, il presidente del CID-Gallup[37], Carlos Denton, si è affrettato a spiegare che il risultato reale del sondaggio tra gli honduregni registrava un secco 46% contro il golpe: il che non ha impedito ancora per alcuni giorni a giornali importanti di raccontare negli USA – là dove purtroppo ancora qualche volta si fa e si disfa il destino dell’America latina – la frottola confezionata ad arte di un sondaggio popolare favorevole al golpe…

Intanto, il governo iraniano ha steso le mani (in ogni senso) anche in America latina, aprendo una linea di credito di 280 milioni di $ al governo della Bolivia[38], secondo quanto ha annunciato l’ambasciatore di Teheran Masoud Edrisi. I termini finali dell’accordo non sono stati ancora definiti ma – dice l’ambasciatore – spetterà solo ai boliviani decidere come usare il credito: “noi non mettiamo condizioni come fanno altri agli aiuti”, ha affermato orgogliosamente: anche, se i boliviani lo desiderano, su progetti di esportazioni di petrolio o di gas naturale che farebbero direttamente concorrenza al nostro export…

La nuova legge di bilancio dell’India è particolarmente attenta a sostenere l’agricoltura, a abbassare un poco le tasse sui ceti medi e a investire in nuove infrastrutture. Ma “delude i mercati non liberalizzando gli investimenti dall’estero né la legislazione sul lavoro”, insomma continuando a mantenere qualche freno su una libertà di impresa che è già abbastanza selvaggia per chi, in India, vuole far soldi e portarseli via e per chi gode della rendita che consentono già ampie condizioni di supersfruttamento del lavoro dipendente.

In ogni caso, anche se secondo questa fonte[39]i mercati sono delusi”, la previsione ufficiale di crescita del 2009, che sottoscrivono, è confermata al 9%, cifra a cui i mercati, anche se delusi, sono comunque sensibili.

L’inflazione viene progressivamente domata nella maggiore economia dell’America latina e, ormai, anche una delle maggiori del mondo, il Brasile: a giugno è scesa al 4,8% dal 5,2 del mese prima aprendo spazi a un ulteriore calo dei tassi di interesse di cui c’è bisogno per rilanciare la ripresa che nell’ultimo trimestre ha visto una crescita positiva soltanto in un mese[40].

Il PIL del paese, secondo Nelson Barbosa, che dirige la segreteria economica del ministero dell’Agricoltura, crescerà per fine 2009 del 4-5%, anche grazie al ribasso che si manterrà graduale ma costante dei tassi di interesse da parte della Banca centrale. Nel secondo trimestre dell’anno, l’economia crescerà rispetto al primo più o meno dell’1,5% e poi si manterrà in accelerazione. E anche se il livello del rapporto debito/PIL salirà nel 2009, riprenderà a calare già dall’inizio del 2010[41].    

EUROPA

A inizio luglio, la BCE lascia dov’è, all’1%, il tasso di sconto, avendo chiaramente adottato un approccio di attesa sul se e sul che fare. E farà qualcosa solo se la crisi peggiora ancora[42]. Il problema che avverte la Banca, dice in pratica Trichet, non è quello di aumentare gli stimoli all’economia, come sembra intenda fare l’America di Obama che pure ha già fatto molto di più dell’Unione europea e dei suoi singoli paesi, meno forse la Gran Bretagna, ma come gestire in modo indolore l’uscita dagli stimoli esistenti[43]. Che, secondo lui e secondo la BCE, non solo devono bastare ma basteranno. Se ne accorgerà presto…, peccato che insieme a lui se ne accorgeranno anche tantissimi europei.

L’inflazione, che nell’area dell’euro era caduta per la prima volta nell’anno a giugno, è di nuovo scesa a luglio dello 0,6% sullo stesso mese del 2008[44]. E la disoccupazione[45] è salita a giugno al 9,4%: il massimo da dieci anni e altro segnale di recessione che non arretra proprio granché alla faccia di tanti desideri presi troppo anticipatamente per realtà. Da maggio a giugno, nei 16 paesi della zona euro, i disoccupati sono aumentati di 158.000 unità e, in un anno, di 3 milioni di persone.

A maggio, la produzione industriale cresce, in termini destagionalizzati, di un mezzo punto percentuale in tutta l’eurozona rispetto al mese precedente. Mentre nel complesso dei 27 paesi dell’Unione come tale la crescita è stata più ridotta, dello 0,1%[46].

Calano, però, gli ordinativi industriali per i 16 paesi membri dell’eurozona: dello 0,2% a maggio, osserva l’EUROSTAT. Gli analisti avevano predetto un aumento degli ordini dell’1,8%, invece, sulla spinta della speranza di una recessione che cominciasse a arretrare. E sull’anno prima, sempre a maggio, la contrazione di ordini ammonta per l’eurozona al 30,1% nell’anno;  mentre, per tutti i 27 paesi del’Unione europea il calo nell’anno è del 28% anche se nel mese c’è un recupero su quello precedente, dello 0,9%[47].

Poco più di un mese fa avevamo descritto e criticato[48] il modo in cui il Tesoro americano aveva condotto – anche, spesso, mettendosi d’accordo con chi doveva fare i controlli sul tipo e il tenore delle domande che avrebbe fatto: manco fosse un ispettore edilizio corrotto in un cantiere al nero – lo stress test: cioè la valutazione e la validazione della solidità e dell’affidabilità del sistema bancario americano: assolvendole così – e ti credo – quasi tutte…

Adesso, come al solito buona seconda, arriva l’Europa. Che fa, naturalmente?, di peggio: perché pare proprio[49] che, a livello politico, sono scattate un mucchio di pressioni sugli organi della Commissione perché venga deciso di tenere nascosto tutto. I dubbi sorgono, prepotenti, sulla “saggezza” di rendere noti i risultati. Gli americani li avevano – come s’è visto aggiustati, per non dire falsati. Le autorità europee (a resistere di più sono i tedeschi, a distanza così breve dalle elezioni… e gli spagnoli, che dubitano più degli altri della solidità delle loro banche… ma anche l’Italia è molto riluttante— più le banche di Bankitalia, a dire il vero) hanno, semplicemente, deciso di inguattarli.

La Corte costituzionale, l’ultimo giorno di giugno, ha sentenziato in Germania, tornando su una propria decisione interlocutoria antecedente e alzando un muro contro la ratifica del Trattato di Lisbona che, prima di poter procedere, bisognerà che Länder e Bundestag – i singoli Stati e il parlamento federale – approvino le leggi che adattano allo scopo la forma federale dello Stato nazionale tedesco[50].

Come se, negli USA o in Svizzera, Stati federali come la Repubblica tedesca, prima di ratificare un accordo internazionale dovessero ottenere l’approvazione dello Stato del Wyoming, per dire, o del Cantone di Untervaldo e Appenzello, sempre per dire. In ogni caso, poi, si svegliano presto…

Questa nostra lettura, particolarmente realistica, cioè pessimistica, del significato politico della sentenza – che gli ottimisti di turno si affrettano a dire allarmistica, si capisce – è confortata da un altra che possiamo citarvi soltanto col riferimento all’A., Giacomina Cassina, dell’Ufficio europeo della CISL, che ci sembra – purtroppo – totalmente condivisibile, spiegando di aver ricavato anche lei “la netta impressione che la sentenza di Karlsruhe dia materia per un pesante ‘alto-là’ politico al processo di integrazione, il che è ancora più grave che un defilarsi nazionalistico della Germania: infatti condiziona direttamente anche le scelte di tutti gli altri paesi membri, compresi eventuali iniziative di cooperazione rafforzata[51].

D’altra parte, tutto questo avverrà quando e se sarà necessario: cioè dopo l’approvazione che manca di Irlanda (al, secondo, referendum di ottobre) e Gran Bretagna. Qui il come è ancora del tutto aperto: il Labour, continua a dire che basta procedere col voto della Camera dei Comuni, ma i Tories, che  sembrano dover riuscire a cacciare via il Labour da Downing Street, insistono.

Ricordando, un giorno sì e l’altro pure, come a suo tempo proprio Brown aveva insistito con Blair dando fiato all’euroscetticismo profondo dei suoi compaesani, richiamano l’impegno di sempre del partito conservatore: anche qui ci vorrà un referendum, concepito, però, apertamente come una mannaia contro l’Europa. E restano largamente ostili all’idea del Trattato ma, in realtà poi – come al solito e come sempre qui, anche in realtà in maggioranza tra i laburisti – all’idea stessa di un’Unione che sia appena qualcosa di più e di meglio di un mercato unico.

La candidatura, un po’ sottotraccia da qualche tempo ma sempre pronta a risorgere, di Tony Blair come del primo presidente dell’Unione europea – quando sarà approvato, con le modifiche-non modifiche, più formali che reali, magari di facciata ma necessarie per far approvare il trattato di Lisbona anche agli irlandesi: sperano in molti tra breve, anche se sanno che l’ostacolo più ostico sarà proprio la Gran Bretagna – si trova adesso di fronte alla rigida opposizione di almeno due paesi europei, la Spagna e la Svezia[52] che guidano la schiera dei dubbiosi e degli ostili.

La Svezia, che ha la presidenza semestrale a rotazione dell’Unione dal 1° luglio, teme e dice che una presidenza Blair costituirebbe una figura di rottura— anche se non chiarisce perché, magari, lo considera troppo di sinistra[53], o troppo euroscettico e, soprattutto – come primo presidente dell’Unione per un tempo che andrebbe dai due anni mezzo, forse, fino ai cinque anni – potrebbe aprire frizioni tra grandi e piccoli Stati (perché “aprire” proprio con un grande? meglio un piccolo Stato, per cominciare, no?, magari come la stessa Svezia...

I piccoli paesi – ha detto Reinfeldt – non vogliono un presidente che viene da uno dei grandi perché temono che sarebbero poi loro a controllarlo”.

La Spagna di José Luis Rodriguez Zapatero, cui spetta per turnazione la prossima presidenza semestrale dal gennaio 2010 è, per sua parte, duramente e dichiaratamente contraria ad essere il primo paese a dover rinunciare a questo onere, questo onore e questo diritto e lo ha subito fatto sapere: cominciamo da qualcun altro!

Oppure, date retta all’input opposto che emerge, di qua, dalla sponsorizzazione anche troppo sfacciata che di Blair fa Berlusconi e, di là, dai dubbi anche se ultimamente un po’ attenuati di Angela Merkel – Blair è stato dieci anni di seguito al governo e, in realtà, non ha fatto niente per portare la Gran Bretagna, come pure nel ‘97 aveva lasciato intendere – parole sue – “nel cuore dell’Europa!”[54]; come anche dalla sponsorizzazione che di una possibile candidatura alternativa a noi gradita, quella dell’ex primo ministro nostro, Felipe Gonzales, va invece motivatamente per il suo europeismo saggio e coerente va facendo un conservatore serio come Sarkozy…

Gli svedesi poi insistono, e certo con ragione, sulla definizione prima della scelta del candidato del ruolo e dei poteri del posto che egli – o ella, chiunque poi sia – dovrà andare a riempire e che il Trattato di Lisbona – sempre che poi venga ratificato da tutti i 27 – in realtà non chiarisce bene.

In sostanza, mentre Brown e la diplomazia britannica puntano sulla “riconoscibilità” internazionale del loro candidato (universalmente conosciuto, però, a suo disdoro anche per il ruolo nefasto e bugiardo che ha avuto nello scatenare la guerra in Iraq scodinzolando dietro al suo amico Bush e per quello del tutto infingardo che ha coperto in Medio Oriente come inviato speciale di USA, Russia e Unione europea…) sottolineando che, nei fatti, il posto alla fine verrà definito dalla forza del candidato che andrà ad occuparlo; la diplomazia svedese vuole che la designazione del candidato  avvenga anche e proprio in base ai poteri che a lui l’Unione deciderà di affidare…

Intanto, presidente del parlamento europeo è stato eletto Jerzy Buzek, polacco, di cui sono stati grandi elettori in primis i deputati tedeschi che lo hanno preferito, e fatto preferire, al candidato del Cavaliere, Mario Mauro, che pure Berlusconi era andato a presentare personalmente come suo candidato a Strasburgo. Ma sbagliando tutto, al solito, col suo tocco discreto come un macigno che insisteva non sul fatto Mauro era già stato per anni un buon vicepresidente del parlamento ma rivendicava il posto perché il PDL era ormai il maggior partito dei popolari e perché lo chiedeva lui: ipse dixit.

Peggio… tra 30 mesi, a metà mandato, Buzek si dimette e fa posto alla nemesi personale di Silvio Berlusconi, il socialdemocratico tedesco Shultz, quello che il Berlusca ormai molti anni fa, alla sua  ventitreesima gaffe sulle 137 perpetrate finora, chiamò, presentando al PE il programma di una sua presidenza di turno semestrale, un kapò

E’ stata, però, proprio questa prosopopea personalistica, il presentarsi tutto lumbard e poco comprensibile – per dire – a greci e svedesi del fasso tutto mi e voi dovreste sentirvi onorati a dirmi di sì che ha affossato, però, il povero Mauro, Il quale, infatti, senza neanche più ascoltare il Berlusca, ha discretamente provveduto a ritirare la propria candidatura lasciando campo libero a Buzek, ex primo ministro polacco, del partito di centro-destra di Solidarnosc, laureato in tecnologia e, eccezione per un polacco, anche luterano. Non bastano, infatti, almeno al parlamento europeo, solo i numeri a vincere, bisogna anche riuscire a convincere e, per farlo, ci vuole anche un po’ di prestigio personale…

In coincidenza, però casuale, con l’elezione di Buzek a presidente del parlamento europeo, ma piegandosi – a ragione, sia chiaro, a ragione una volta tanto – al peso della memoria storica, della fondazione, della crescita e della vittoria di Solidarnosc (prima versione: il sindacato di Lech Walesa, non lo sgorbio di partitucolo politico di destra bigotta che poi ne è derivato), la Commissione europea ha concesso al governo polacco di elargire un forte sussidio statale per consentire la sopravvivenza altrimenti segnata del cantiere navale di Danzica[55]: la culla di Solidarnosc. Non c’è infatti, da un punto di vista economico, alcuna altra ragione per salvare solo questa delle tante industrie rugginose che costellano il panorama polacco.   

L’Islanda, ha avviato la procedura d’accesso all’Unione europea: governo e sistema bancario sono convinti, probabilmente a ragione, che per la fragile finanza del paese (già inguaiatissima: è vissuto per anni a credito, molto al di sopra delle sue possibilità) fuori dello scudo di protezione in qualche modo garantito dall’euro non ci sarebbe salvezza e, quindi, non per europeismo, per idealismo, per ambizioni politiche ma per opportunismo contingente, adesso vogliono entrare.

Ovviamente, per farlo, dovranno piegarsi alle regole che delimitano qualche po’ della – presunta, peraltro – sovranità del paese: le regole della pesca d’alto mare, ad esempio, che non potranno più essere decise dagli islandesi e solo per gli islandesi[56], quelle della cosiddetta loro neutralità, ecc., ecc. Questa se la possono certamente tenere – e fanno anche bene magari – come fanno nell’Unione svedesi, austriaci e altri… Ma sulla pesca dovranno mollare, nei limiti in cui lo richiede la legislazione comune europea. E non solo a loro.

C’è stato un lungo e acceso dibattito su questo nodo che ha ripetutamente rischiato di rimettere in questione la sopravvivenza del governo appena insediato di Johanna Sigurdardottir, quando i verdi si sono schierati coi conservatori dell’opposizione a reclamare che alla fine della trafila decidesse, comunque, sull’adesione un referendum popolare. Poi, a conclusione di un dibattito molto acceso, il parlamento con 33 voti contro 28 e 2 astenuti, cioè con una maggioranza appena sufficiente, ha votato a favore della proposta di dar inizio al processo di adesione formale.

Così, il 23 luglio, a Stoccolma, il ministro degli Esteri, Ossur Skarphedinsson, ha consegnato la domanda d’adesione del suo paese al ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt, nella sua qualità di presidente dell’Unione per questo semestre. Alla fine, ci sarà il referendum e sarà decisivo, non orientativo o consultivo come aveva dichiarato che lo avrebbe preferito la Sigurdardottir[57].

Oddio, che sarà decisivo bisognerà poi vedere… perché prima bisognerà che l’Islanda sia accettata: e, per ora, naturalmente, la sua richiesta è solo l’ultima di una lunga serie, di cui prima in lista d’attesa sembra la Croazia, seguita dagli altri paesi balcanici, dalla Turchia, ecc. Ma prima ancora, e come gli altri, dovrà mettersi in regola, per almeno due anni di fila, coi parametri decretati per tutti da Maastricht; ma intanto, e subito, dovrà fare i conti con un altro ostacolo massiccio: il ministro degli Esteri olandese, Maxime Verhagen, parlando anche – ha detto – per conto di un suo collega britannico (che preferisce l’anonimato, ma è quello degli Esteri o il cancelliere dello scacchiere, cioè il ministro del Tesoro), ha tenuto a sottolineare un’altra condizione che verrà posta a Reykjavík[58].

La richiesta islandese andrà, perciò, anche collegata al pagamento del credito fattole l’anno scorso, forzatamente, da Gran Bretagna e Olanda per salvare da un crollo catastrofico la banca islandese Icesave. In effetti, nel 2008, venne nazionalizzata la casa madre della Icesave, la Lansdsbanki, anche congelando con quello strumento i conti correnti di 120.000 risparmiatori olandesi e di 200.000 britannici. Che congelati sono restati finora.

Non è un ostacolo di poco conto, questo, come non lo è lo scarto coi fondamentali economici del tutto squilibrati dell’Islanda rispetto, anche, a quelli medi della UE. Ma ci sono altri ostacoli che per l’Islanda sembrano, invece, non porsi. Alle preoccupazioni dei paesi balcanici e della Turchia di vedersi adesso scavalcare dal processo di adesione islandese, ha risposto in effetti lo svedese Bildt, rassicurante: ha escluso la possibilità di qualsiasi corsia preferenziale per la “terra del ghiaccio”, ma evidenziando che se di corsia preferenziale non si tratterà certo potrà esserci, invece, una corsia più corta “perché gli islandesi ancorché non membri dell’Unione europea sono già dentro mercato unico e area Schengen[59].

E in effetti, subito, i ministri degli Esteri dell’Unione hanno dato il via alla procedura di adesione per il nuovo arrivato, lasciandogli scavalcare gli altri e suscitando, come si poteva immaginare, allarme e protesta, discretamente ma chiaramente avanzata, tra tutti loro. Il sospetto, e la verità, come nota qualcuno, è che forse l’Unione “sta perdendo la voglia di integrare i paesi dell’Europa del Sud e dell’Est e così anche di stabilizzare queste regioni[60].

Ma ai paesi dell’Europa mediterranea, Italia, Grecia, Spagna ma anche alla Francia della roboante e vuota Unione del Mediterraneo sarkozyana, evidentemente sta bene appecoronarsi ancora una volta allo strapotere stavolta in nessun modo giustificato dei nordici. Specie di chi come questa Islanda dalla puzza sotto al naso viene ora con la mano stesa a chiedere l’elemosina a coloro che da sempre aveva voluto tenere a distanza… E che, se pensasse appena di poterselo ancora permettere, terrebbe sempre a distanza… come vorrebbe poter tenere a distanza le interferenze, però non evitabili, per chi si trova ad essere accattone da parte di chi è l’elemosiniere di ultima istanza[61].

In Lituania, intanto, viene ufficialmente annunciato dall’Ufficio statistico nazionale che il PIL del secondo trimestre 2009 crolla del 22,4% anno su anno[62]: in pratica quasi di un quarto in un anno, dopo che nel primo era già calato del 10,6. E’ un gran brutto segnale per tutta l’area baltica. Adesso si aspettano, con ansietà anche, i dati di Lettonia ed Estonia…

Proprio al Fondo monetario internazionale aveva, in prima battuta, detto un no secco il primo ministro della Lettonia, Valdis Dombrovskis, o meglio aveva detto no alle condizioni che l’FMI aveva deciso unilateralmente di imporre al suo governo per onorare l’impegno, già sottoscritto, di versare due rate dell’aiuto finanziario al bilancio già concordato (200 milioni di € + 200)[63].

Il Fondo chiedeva, puramente e semplicemente, di tagliare le pensioni in essere, non contentandosi degli impegni già presi di introdurre una tassa sui guadagni di capitale e di aumentare le imposte sugli immobili. Insomma, a sacrificarsi non possono essere, diceva il Fondo, sempre e solo… i ricchi. Certo, non lo diceva così… ma il senso era questo e neanche un governo destrorso come quello di Dombrovskis sembrava poterlo accettare.

Poi, solo qualche giorno dopo, per sbloccare la prima rata di 200 milioni, il governo lettone si piega a un accordo che, promettendo una non meglio determinata “maggiore austerità”, scambia quei soldi subito contro un impegno, ufficialmente indeterminato stavolta, a tagliare spese e aumentare tasse[64]. Ma, per approvare l’accordo, stavolta il partito popolare di maggioranza relativa ha voluto che la parola pensioni non venisse neanche menzionata nel testo. Anche perché il Tesoro aveva appena incassato 1 miliardo e 200 milioni di € di aiuto europeo… quello che all’Islanda ancora non può arrivare…  

Nel lungo, tragicomico a volte ma, in effetti, preoccupante balletto che mettono in scena tra loro Unione europea, Russia e Ucraina sui problemi che quest’ultimo paese sta accumulando per pagare alla seconda i suoi debiti per il gas combustibile che vi acquista e consuma ma non può – o non vuole – pagare, Bruxelles se ne esce adesso come spesso ama fare con una bella predica[65].

Il governo dell’Ucraina dovrebbe – dovrebbe, dice l’UE in un Rapporto che consegna anche alla UkrNafta: la compagnia di trasporto statale del petrolio ucraino che si guarda bene dal manifestare qualsiasi reazione – mettere in atto riforme profonde – ristrutturare, di fatto cioè rifare da capo – il suo sistema di trasporto del gas (la rete di gasdotti, vetusta e piena di buchi) che dalla Russia traversa e serve l’Ucraina e pi trasporta il metano nel resto d’Europa.

Solo che, per effettuare qualsiasi ristrutturazione bisognerebbe che, intanto, a Kiev un minimo di governo funzionante ci fosse. Tanto più sarebbe necessario che al governo non si scannassero l’un l’altro tutti i giorni, presidente e primo ministro, per affrontare il problema che, dice a Bruxelles la Direzione generale per l’energia della Commissione europea, qui è addirittura prioritario: quello “della trasparenza e dell’efficienza”. Senza risolvere il quale difficile sarà per chiunque, e certamente per l’Europa, decidere e far arrivare aiuti all’Ucraina per pagarsi il gas e cominciare a ristrutturarsi la rete.

E, ad ogni buon conto, l’UE mette le mani avanti avvisando gli Stati membri che – anche alla luce dell’ultima ma non unica crisi del gennaio 2009, quando l’Ucraina non pagava, la Russia decise quindi di sospendere l’erogazione del gas ad essa destinato e l’Ucraina stornò, per scaldarsi, non piccole quantità di quello diretto via gasdotti attraverso l’Ucraina all’Europa occidentale – potrebbero doversi cautelare, da adesso, accumulando scorte per una nuova possibile crisi…

La Commissione ha sottolineato l’ovvio, ma non per questo meno utilmente se convince qualcuno a fare qualcosa, mettendo in evidenza che “un certo numero di Stati membri dipendono in modo schiacciante da un unico fornitore e da un singolo gasdotto con cui la sua fornitura loro perviene”, aggiungendo che “la situazione incerta dell’immagazzinaggio del gas in Ucraina” rende necessario che gli Stati membri si preparino meglio agli eventi[66]. Messa giù così, a futura memoria, senza accendere il fuoco sotto il sedere di quegli Stati membri così imprevidenti, serve però solo a crearsi un alibi…  

Il non essere riuscito a far transitare la Croazia – era stato il suo unico, vero, impegno politico quando un anno e mezzo fa era diventato premier – nell’Unione europea – anche se nella NATO sì – è costato il posto al primo ministro Ivo Sanader che si è dimesso, senza alcuna motivazione pubblica, sia dal suo posto che da quello di capo del suo partito, quello conservatore di destra.

La realtà è che lo hanno fatto dimettere i duri del suo partito, nostalgici del vecchio capataz padre della patria e pressoché filofascista Franjo Tudjman, il presidente che nelle guerre balcaniche fu controparte del serbo Slobodan Milosevic, in tutti i sensi: per durezza e affermazione inumana e cruenta del diritto della propria etnia e del disprezzo profondo dei diritti di chi ad essa non appartenesse: nel suo caso, l’etnia croata. Emblematica la ferocia spietata della pulizia etnica dei croati contro i serbi e bosniaci nelle regioni di confine delle Krajiine. E non è che oggi nel paese sia scomparsa la discriminazione antiserba. In realtà, è più radicata di quella anticroata a Belgrado.

Adesso se si va alle elezioni come forse è probabile, stavolta potrebbero anche farcela gli oppositori socialdemocratici: ma non è che sia una scelta molto allettante[67]: non è che poi siano tanto più progressisti dei loro avversari.

Il presidente Saakashvili, in Georgia, sembra obbligato ormai a fare qualche conto, almeno, con la realtà. In un discorso il cui testo è stato, addirittura, pre-pubblicato sul… Wall Street Journal – per dire della totale dipendenza, diciamo, mentale anche un po’ naif del desso – ha anzitutto dichiarato quello che tutto il mondo sapeva, cioè che le sue speranze di portare la Georgia nella NATO sono ormai “quasi morte” e che si accinge ad instaurare una serie di riforme che mirano nel 2013, quando se ne andrà – sempre che riesca a stare in carica fino ad allora – ad assicurare al paese una transizione pacifica dei poteri.

Riconosce, ora, che “bisogna rendere le elezioni più democratiche” – evidentemente, come dicevano le opposizioni, non lo erano poi abbastanza: del resto, lui stesso aveva preso il potere con una rivoluzione di piazza e l’occupazione del parlamento –, dichiara che anche l’opposizione va coinvolta nella gestione di alcuni poteri statuali: con elezioni municipali dirette, una rappresentanza negli organi di gestione dei media di proprietà dello Stato, un potere maggiore al parlamento. Non ne parla, ma lascia sottinteso che bisognerà anche ricercare un “rapporto più disteso con i vicini”. Cioè, fuori da denti, con l’orso russo[68]

Intanto, le elezioni in Moldova vedono la (relativamente) sorprendente vittoria dell’opposizione[69] autoproclamatasi filo-europea contro il governo del partito che si chiama ancora “comunista” (ma che aveva già avviato da tempo un avvicinamento alla UE) e che, finora, era sempre stato rieletto, come si dice, liberamente al potere: la Moldova – il paese ufficialmente più povero d’Europa con una popolazione di 5 milioni di abitanti ma in larga parte forzatamente emigrata a cercare lavoro – essendo in effetti uno dei pochi territori ex-sovietici che, assai meglio di Ucraina e Georgia, ha celebrato finora elezioni universalmente riconosciute libere, appunto.

I comunisti hanno anche stavolta preso, in realtà e di gran lunga, la maggioranza relativa, il 45,1% dei voti da soli. Con la legge proporzionale vigente, hanno conquistato 48 seggi dei 101 del parlamento mentre i quattro partiti dell’opposizione tutti insieme hanno preso, diventando adesso maggioranza, il 50,7 dei suffragi e 53 seggi.      

Bisogna vedere se adesso riescono a mettersi d’accordo per governare, viste le radicali divergenze culturali, politiche e anche di rappresentanza sociale che li separano. Tutti sembrano, però, in qualche modo europeisti— per convenienza e necessità magari, ma europeisti; tutti, dichiarano di voler intraprendere importanti riforme di mercato— proprio nel momento peggiore, però; ma tutti proclamano di non volere, comunque, alienarsi la Russia.

Che mantiene sue truppe, con l’assenso ufficiale della Moldova, nella regione separatista a larga maggioranza ed etnia russa della Transdnistria e fornisce il 90% dell’energia che la Moldova consuma. Un’altra realtà della quale Chisinaiu non potrà non tenere conto – nel mondo com’è e non come si vorrebbe che fosse – del fatto che i russi hanno già prestato 500 milioni di $ per aiutare la Moldova ad uscire dal peggio della crisi e che la Cina le ha offerto 1 miliardo di $.

Però, la nuova coalizione di maggioranza, con 53 seggi, non ne ha abbastanza per eleggersi da sola il nuovo presidente: non li aveva neanche il partito comunista che, pure, prima dello scioglimento delle elezioni aveva più voti di loro. Dovrà cercare, dunque, un compromesso per tutti, comunisti compresi, accettabile…

Traian Basescu, presidente della Romania, ha detto pubblicamente e testualmente che “la Romania non troncherà il suo accordo con l’FMI…, ma non sarà in grado a causa dell’impatto della crisi economica  di onorare nella seconda parte dell’anno i parametri che aveva dovuto accettare

Poi però dovrà in qualche modo ridurre la spesa pubblica, lui azzarda col licenziamento di almeno il 20% dei pubblici dipendenti: altrimenti non riceverebbe dal FMI l’1,9 miliardi di $ di aiuto che disperatamente le servono per restare a galla e, come dice lui, “in carreggiata”.

E dichiara, intendendo con ciò spudoratamente scaricare le responsabilità su Bruxelles, come “sia chiaro, però: il nostro interesse è quello di tener fede ai parametri del FMI perché solo così riusciremo a entrare nell’eurozona all’inizio del 2014, come ci siamo impegnati a fare nella nostra  agenda di adesione[70].

In Russia, i problemi che si pongono non solo ai vertici ma anche ai livelli dell’opinione pubblica diffusa non sembrano al momento quelli della vita e della vitalità democratica nel paese – che, pure, esistono e non sono (solo) invenzioni di nemici esterni – ma quelli della ripresa economica perché la crisi ha colpito anche qui duramente. Anche se, francamente, suona un po’ ridicolo leggere di grandi istituti finanziari e bancari americani, magari quelli falliti clamorosamente e sopravvissuti solo grazie al salvataggio statale, che come se niente fosse continuano a dare consigli all’inclita e al colto su come riformare l’economia, naturalmente liberalizzandola ancora.

Però, ci sono problemi che su questo piano sembrano obiettivamente cominciare a preoccupare anche i vertici. Intanto, c’è l’annuncio di un taglio del 27,4% nel 2010 ai piani di investimento e di spesa pubblica[71]: e non è certo poco (i russi non hanno fatta mai loro, né la fanno adesso, la ricetta che gli economisti progressisti raccomandano in questo periodo: spendere di più, keynesianamente, lasciando da parte le preoccupazioni di deficit eccessivo, in questa fase di recessione globale).

Intanto, ammonisce Yuri Trutnev, ministro per lo sviluppo delle Risorse naturali, che ormai va cambiata la legislazione che serve ad attrarre gli investimenti stranieri che anche alla Russia servono per esplorare e sviluppare le risorse nazionali. Trutnev non è che sia chiaro su cosa dovrebbe fare questa riforma e cosa dovrebbe consentire che oggi sia proibito.

Ma il fatto è che la legislazione esistente, dice, approvata negli anni del boom, non tiene conto abbastanza della realtà complessa e troppo incerta di oggi[72]. Tradotto: se i russi vogliono attirare capitali dall’estero per sviluppare le risorse energetiche che sono sotto la tundra e sotto i ghiacci dell’Artico siberiano, devono dare garanzie – e garanzie credibili – di rispettare i loro diritti, oltre a pretendere che le sue leggi siano rispettate. Ma senza cambiare le carte in tavola quando fa loro comodo…

A fine luglio, è cominciata la costruzione del gasdotto che dovrebbe portare nel 2012, per il vertice a Vladivostok dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation group) a far pervenire anche oltre e fino al Giappone le fornitire di gas russo della Siberia. Il primo ministro Vladimir Putin, al taglio del nastro, ha dichiarato che comunque “il gasdotto che porterà il combustibile in Siberia Orientale e in Estremo Oriente avrà la priorità di servire anzitutto il mercato interno[73].  

STATI UNITI

Dopo quasi otto mesi di attesa, di conteggi e di riconteggi, di cause e controcause in tribunale, finalmente il senatore repubblicano Coleman, che secondo la Corte suprema dello Stato aveva perso di un’incollatura (per 312 voti) le elezioni in Minnesota (oltre 2.900.000 voti), si è arreso e ha deciso di piantarla con una resistenza ormai vana. Il nuovo senatore sarà il democratico Al Franken, ex presentatore e comico Tv che porta così al Senato la maggioranza nominale di 60 su 100 democratici[74].

Nominale perché, per esercitarla, dovrebbero nei fatti votare tutti all’unisono e se uno di loro “tradisce” devono recuperare un “traditore” repubblicano (ma qui il voto, per definizione, è sempre individuale) se vogliono raggiungere i 60 voti che servono a superare l’ostruzionismo con cui la minoranza tenta sistematicamente di rimandare il voto. E’ il numero con cui si mette fine al filibustering e si passa al voto di merito, troncando il dibattito. Come da noi fa il voto di fiducia. Solo che qui i voti non sono mai segreti.

E’ comunque una vittoria importante per i democratici che stanno per affrontare proprio al Senato il dibattito su diverse leggi che scatenano feroci resistenze e ostruzionismi tenaci. Due leggi chiave per l’Amministrazione, come quella sulla lotta al cambiamento climatico e quella per la riforma sanitaria.

Ne dovremo tornare a parlare di certo. Per ora basta notare che, su questa seconda, la legge di riforma sanitaria, dopo molte tergiversazioni, il presidente – suscitando subito furibonde resistenze – ha gettato il dado[75], annunciando che, per garantire a tutti gli americani e a costi decenti una efficace copertura sanitaria (il problema è tutto qui: coprire anche i quasi 50 milioni di cittadini che ne sono sprovvisti e, insieme, ridurre i costi del sistema che ingoia oggi oltre il 15% del PIL, più del doppio degli altri paesi avanzati[76]), essa dovrà prevedere la possibilità anche per un’agenzia sanitaria pubblica di competere sul mercato con la miriade di assicurazioni private che, a scopo di lucro, mungono i cittadini americani, senza neanche assicurare a tutti loro un minimo di servizio sanitario[77].

E’ una notizia importante. Ma, ora, o la riforma conterrà queste due clausole o non ci sarà riforma. I repubblicani le combatteranno fino all’ultimo respiro perché garantire a tutti una copertura sarebbe “socialismo” e perché, se come Obama scommette, un meccanismo pubblicamente gestito risultasse più efficiente e molto meno costoso (come ha già dimostrato di essere il sistema dell’assistenza medica pubblica agli anziani non autosufficienti, il Medicare) delle reti private che oggi fanno il bello e il cattivo tempo, per loro sarebbe una seconda sconfitta, ideologica e non solo, epocale.

Anche tra i democratici più attenti al richiamo della foresta dei privati c’è opposizione: per credo ideologico liberista anche loro o, più probabilmente, perché anche loro ampiamente foraggiati da quegli interessi privati… Ma per loro continuare ad opporsi, quando ormai sette americani su dieci del sistema privatistico dichiarano di averne abbastanza, adesso potrebbe essere più difficile.

Ma le resistenze non vanno sottovalutate e, in effetti, Obama non le sottovaluta. “Non dovete lasciare che sia il governo a scegliere il vostro medico”: questo è lo slogan, semplice semplice, intorno al quale tutti gli ambienti che si oppongono a una riforma capace di garantire, attraverso uno strumento pubblico, l’allargamento della copertura e l’abbassamento dei costi stanno costruendo la loro battaglia di estrema retroguardia.

Basterebbe informarli che in ogni paese con un sistema di sanità pubblica che funziona accanto a quella privata (Canada, Francia, Italia, Germania, Inghilterra…) si sceglie il medico liberamente in una lunga lista di medici della mutua… Dirlo apertamente, però, sarebbe anche ammettere – anzitutto a se stessi, a quelli che l’America è sempre meglio perché è l’America – che gli Stati Uniti d’America hanno un sistema sanitario che non solo fa acqua ma che, per far acqua ed essere particolarmente iniquo, costa anche molto più caro.

E’ una specie di delirium tremens nazionale, come l’ha chiamato la segretaria alla sanità Katherine Sebelius[78], una sindrome che scatena tutti gli sciovinismi, tanto diffusi in questo paese e purtroppo anche tra i più disgraziati. E’ un meccanismo quasi inconsulto, analogo in fondo per quanti da noi scelgono tutto sommato liberamente chi è davvero nemico di chi è più disgraziato…

Ed è una battaglia giocata con tutti i mezzi: la suggestione, la frode, la menzogna, comprandosi, senatori, congressisti e grandi quotidiani. Il NYT non pubblica come opinione – e quanto mai dubbia, poi – ma, come articolo spacciato per essere di ricerca e approfondimento, un peana alla grande industria farmaceutica americana che, organizzata nella sua associazione di categoria, PhRMA, va sborsando milioni e milioni di dollari per comprarsi questo tipo di articoli.

Scrive il giornale, a firma di un proprio reporter “investigativo scientifico”, non di un propagandista prezzolato qualsiasi, mettendo all’articolo un titolo quasi scandalizzato, che “l’industria farmaceutica ha costruito una dimostrazione cogente di utilità e convenienza di lasciare le cose come stanno per la fabbricazione, e la vendita, delle medicine su prescrizione medica. Esse costano, in fondo, solo il 10% della spesa sanitaria nazionale complessiva del prossimo decennio. Aiutano la gente a non ospedalizzarsi e ad evitare altri trattamenti medici più costosi. E i profitti che rendono pagano la ricerca e l’innovazione che producono, poi, altri e migliori medicamenti[79].

Ma, un momento: su che base viene dichiarata “cogente”, cioè convincente al di là di ogni dubbio, la tesi costruita dall’industria del farmaco? Se si va al link fornito dalla ricerca per lo studio che lo dimostrerebbe[80] si scopre che dimostra anche come non ci sia legame tra istruzione e produttività e tra aspettativa di vita e reddito personale: insomma, fregnacce! come, del resto, l’aggiornamento dello stesso studio che nega il legame tra fumo e longevità. Tutti  risultati di regressioni statistiche, come si dice, disegnate apposta per dimostrare nel caso in esame gli effetti positivi dei nuovi farmaci.

Cos’altro, se non l’uso dovizioso di tanti tanti soldi, è riuscito mai a far considerare questo studio come qualcosa di serio da una Commissione congressuale, sia pure in primo esame,  e cos’altro se non un assegno profumato versato nella casse dell’amministrazione del NYT è riuscito a far passare questo mucchio di vera e propria immondizia come informazione e documentazione invece che come bassa propaganda a pagamento? E quando mai, prima, il NYT ha considerato una somma triviale “solo il 10% della spesa sanitaria nazionale complessiva”, come dice qui, cioè qualcosa come 3.500 miliardi di $, 10.000 $ a testa, per dieci anni?               

Importante anche la vittoria di Obama che al Senato ha vinto contro il “complesso militar-industriale[81] con un voto che, accogliendo la sua richiesta di affossare una “reliquia della guerra fredda” – il caccia F-22/Raptor – rifiuta di autorizzare la costruzione di altri 7 esemplari da aggiungere ai già esistenti 187 e costituisce davvero, al di là della entità limitata della faccenda, una novità grossa: ha scritto un osservatore conservatore e anzi piuttosto reazionario – lui stesso una reliquia della guerra fredda – che si è trattato, in realtà, di una “Vittoria dei Chi-coms”, i comunisti cinesi[82]…  

Il fatto è che questo voto allarma tanto i signori della guerra perché potrebbe, spiega bene un’altra fonte di diverso stampo, “anche segnare l’inizio di una nuova fase delle politiche di difesa, una fase che vede degradare l’influenza sempre avuta finora dai fabbricanti di grandi sistemi d’arma nelle decisioni di bilancio e di politica della difesa[83]. Allarmante davvero…

Con un bicchiere mezzo pieno, ma anche mezzo vuoto, sono bastati ad annacquare[84] l’altra legge di riforma importante su cui la base democratica insisteva da tempo, quella sulla maggiore libertà di sindacalizzazione, i dubbi di sei senatori democratici su 60, i più sensibili alle pressioni padronali nella maggioranza che sulla carta c’era, adesso, alla camera alta per bloccare il filibustering contro la nuova legge sindacale promessa da Obama che avrebbe consentito d’ora in poi a una maggioranza di lavoratori che lo avessero chiesto di iscriversi direttamente, senza altre trafile, al sindacato.

Dicevano, i cacasotto che non era democratica perché l’iscrizione andava chiesta non firmando una tessera ma in uno scrutinio segreto che evitasse ai lavoratori le pressioni ad iscriversi che venivano dal sindacato… Così, naturalmente restano aperte per altro tempo, come sempre, fra la richiesta e il voto segreto alle pressioni del padronato, di ben altra forza e efficacia.

Mezzo pieno, comunque, il bicchiere, perché la stragrande maggioranza dei democratici è riuscita comunque ad imporre tempi più brevi tra raccolta di firme e voto segreto e ad accorciare così i tempi disponibili alle pressioni padronali sui lavoratori. Di meglio, di più non è stato possibile fare. Dicono…

Ma come al solito a mollare, e non contro la falange compatta dei repubblicani, ma contro i loro colleghi democratici amici dei padroni, sono stati i democratici amici dei lavoratori. Dice che il sistema parlamentare è questo: il compromesso del dare ed avere. Ma qui a dare, la verità è questa, sono sempre gli stessi.

E, ancora una volta, il sindacato s’è dovuto contentare: anche se, stavolta, ha detto chiaro che s’è segnato uno per uno i nomi dei quei legislatori che, malgrado la promessa formale e solenne della piattaforma del partito, hanno calato le braghe ai padroni. Ma bisognerà vedere poi se ha il coraggio di andare fino in fondo… per esempio incavolandosi davvero con quei senatori che reclamano il diritto dei lavoratori a sindacalizzarsi liberamente in… Cina.

E’ stato evidente, però, che nessuno, neanche Obama, è parso disposto ad andare alla guerra coi recalcitranti. Perché di loro c’è comunque bisogno per le due altre battaglie cruciali, quella sulla  riforma sanitaria e quella sul cambiamento climatico… 

A inizio luglio, i dati ufficiali di giugno sulla disoccupazione la danno al 9,5%, con una perdita di 467.000 posti; “è un’indicazione seria, preoccupante che la caduta più penosa dal tempo della Grande depressione deve ancora mollare la presa… Non c’è proprio nulla in questi numeri a indicare economia e mercato stiano uscendo dalla morsa della recessione[85]. Anche se Obama, berlusconando un po’, parla lui stesso non di fiducia né di ottimismo ma, con qualche moderazione in più,di speranza quando dice di un “inizio della fine” della recessione…

Osserva l’Economic Policy Institute di Washington, D.C. – l’istituto di ricerca vicino al sindacato che, adesso, da qualche mese, trova spesso le sue realistiche considerazioni riportate in prima pagina anche dalla grande stampa nazionale (questa Nota utilizza i commenti dell’EPI almeno da sei anni) che “questa è la sola recessione dai tempi della Grande Depressione che abbia cancellato ogni aumento di posti di lavoro che fosse stato registrato nel ciclo economico precedente”. E’ un “metro di misura devastante per i lavoratori di questo paese e testimonia sia dell’enormità di questa crisi che dell’estrema debolezza dell’aumento di posti di lavoro per tutto il periodo dal 2000 al 2007[86].

A guardar bene, poi, c’è un altro fenomeno a preoccupare e da sottolineare: un fenomeno del tutto ignorato in quanto evidentemente segreto… quanto segreto può essere un dato disponibile a tutti su Internet, sul sito del BLS: la perdita di ore lavorate nell’economia americana, in media cadute del 2,4% dall’inizio della recessione; che si traduce nell’equivalente di 3.300.000 posti di lavoro – non certo secretati ma efficacemente nascosti, diciamo così – anch’essi perduti ma non conteggiati tra quelli ufficiali. Un declino particolarmente pronunciato nel settore manifatturiero, dove il crollo è stato addirittura del 4,1%: in pratica, il doppio.

Questa riduzione è importante perché, quando i datore di lavoro cominceranno finalmente a veder aumentare di nuovo la domanda con una qualche ripresa, con ogni probabilità non si metteranno ad assumere nuovi dipendenti ma aumenteranno le ore di lavoro di quelli che già occupano. E questa è  ragione ulteriore per cui attendersi che, prima di veder risalire significativamente l’occupazione, sarà necessario un periodo prolungato e intenso di ripresa economica. Insomma, l’occupazione sarà l’ultima a ripartire e con essa – inevitabilmente – la domanda.

A giugno, in America, la produzione manifatturiera è in rialzo, per il sesto mese consecutivo, secondo i dati raccolti nelle consuete indagini dell’Istituto dei managers all’impresa, con l’indice arrivato a 44,8 (quando l’indice è sotto 50, l’indicazione è quella di una contrazione)[87]. La novità sicuramente positiva è che, anche se non c’è ripresa, c’è meno ribasso. Ma la produzione industriale a giugno va ancora giù dello 0,4% su maggio, che è il ritmo più lento quest’anno ma che lascia la produzione industriale sempre del 13,6% sotto quella di un anno fa[88].

Anche gli ordinativi di beni durevoli scendono a giugno in America del 2,5%, a 158,6 miliardi di $, soprattutto per macchine da trasporto (in effetti, togliendo questi beni dall’equazione, gli ordinativi aumenterebbero dell’1,1%),  dopo essere saliti ad aprile e a maggio[89].

Anche il colossale deficit commerciale del paese cala a maggio, col calare delle importazioni e dell’attività economica, toccando a fronte di un +1,6% di esportazioni, il più baso livello da quasi dieci anni: il rosso è così di “soli” 26 miliardi di $ dai 28,8 di aprile, appunto il passivo più ridotto dal novembre 1999 (importazioni per 149,27 miliardi di $ contro esportazioni per 123,31, con un rosso dunque di 25,96 miliardi)[90].

Peggiora, invece, il sentimento di fiducia (si dice ufficialmente così: sentimento…) dei consumatori che, a luglio, viene misurato a 46,6 in calo dal 49,3 di giugno col crescere delle preoccupazioni su una ripresa di cui si coglie, forse, qualche cenno ma che è certamente ancora di là da venire.

A giugno i prezzi al consumo, in controtendenza con l’andamento in quasi ogni altro pese avanzato, aumentano del massimo dall’estate scorsa con l’aumento della benzina che si fa sentire nei bilanci delle famiglie. L’inflazione, così, sale in un mese da maggio (quando rispetto ad aprile s’era alzata dello 0,1%) dello 0,7%, leggermente al di sopra delle aspettative. Su un anno fa, l’indice dei prezzi al consumo è però caduto dell’1,4%, la flessione più accentuata dagli anni ’50, in parallelo con la caduta dell’economia e con una disoccupazione che sale al 9,5% ufficiale. I salari, aggiustati a scontare il tasso di inflazione, vanno giù dell’1,2% reale in potere d’acquisto. Le famiglie risparmiano molto di più in tempi di insicurezza diffusa come questi e così frenano la ripresa della domanda[91].  

La General Motors, uscita tutto sommato in un mese dalla vecchia pelle che, morta e floscia, ha dismesso insieme al suo vecchio nome – e grazie alla bancarotta guidata dal governo – dichiara venerdì 10 luglio che, avendo appena venduto i suoi assets ancora buoni alla nuova compagnia, rinasce col nome non molto fantasioso di General Motors Company. Fritz Henderson il nuovo chief executive, di fatto cioè il nuovo boss effettivo della compagnia, dichiara seccamente che “per la GM questa è la seconda occasione – una preziosa seconda occasione – e che una terza non ci sarà[92]. Che, perciò, bisogna riuscire. Stavolta…

Alla fine del 2010 avrà 34 impianti di produzione al posto dei 47 della vecchia GM, 3.600 punti vendita invece dei 6.000 di oggi e, per la fine dell’anno, 64.000 dipendenti americani invece dei 91.000 di fine 2008 (taglia il 35% dei posti tra i dirigenti statunitensi e il lavoro tra i colletti bianchi del 20%. Non si sa ancora quel che succederà a livello mondiale, dove a fine 2008 la GM aveva 235.000 dipendenti. Lavorerà a produrre solo quattro tra le varie marche che produceva prima: Chevrolet, Cadillac, Buick e GMC. E il proprietario della quota di maggioranza della nuova compagnia, il Tesoro americano, ha dichiarato che intende metterne sul mercato le azioni a cominciare dal 2010.

La California è forse il primo degli Stati americani ufficialmente finito in bolletta. Era inevitabile che finisse così, schizofrenico com’è questo grande Stato, il più ricco d’America col 13% del PIL nazionale che, da solo, nel 2006 produceva 1.700 miliardi di $ di PIL: una fetta dell’economia che, calcolata per uno Stato a se stante, ne farebbe l’ottavo dei G-8 canonici per PIL complessivo: più ricco del Canada. Il cui debito è valutato adesso, però, dalla Fitch Ratings a BBB[93], appena due tacche sopra lo status del titolo spazzatura.

Il fatto è che qui gli elettori si sono votati, e hanno fatto votare dai loro eletti, tutta una serie di grandi progetti di welfare, senza però provvedere ad approvare le spese necessarie a pagarli. E, insieme, hanno vietato ai legislatori dello Stato, con un referendum, la possibilità di aumentare le tasse, di imporne di nuove e hanno anche imposto un tetto all’indebitamento dello Stato. Insistendo, schizofrenicamente, però, per mantenere uno stato sociale che non vogliono veder scendere al livello dell’Alabama o del Mississippi, ma del Massachusetts e, quasi, della Svezia.

Ma, essendo questa la situazione – non potendo pagare e non potendo indebitarsi – lo Stato della California ha cominciato a pagare in cambiali… Letteralmente, i pagherò, i cosiddetti I.O.U., come li chiamano qui creditori e clienti. Cioè, a pagarli con una promessa. Che nessuna banca, tra l’altro, sembra aver accettato di scontare in contanti[94]… e il nodo sta venendo al pettine.

Verso fine mese, però, il governatore Schwarzenegger e le leadership di Senato e Camera dello Stato hanno trovato l’accordo: visto che esso non prevede aumenti alle tasse ma tagli profondi ai programmi sociali, a rimetterci sono tra i californiani solo i più poveri. Tanto per fare una cosa nuova[95]

Come la California rischiano di “fallire” del tutto anche molti degli americani meno fortunati. Perché la crisi sta erodendo la già logora rete di sicurezza sociale minima (i buoni pasto, ad esempio, i sussidi per gli affitti dei cittadini più poveri rapportati al costo effettivo in loco) che hanno fatto, letteralmente, “sopravvivere molti dalla metà degli anni ‘90[96].

Ma che adesso, dice il Rapporto, aggiornando i dati dei tagli di bilancio statali, vede “39 Stati imporre tagli che colpiscono [il termine usato è hurtche fanno male] i cittadini più vulnerabili” e che “solo i fondi per la ripresa economica stanziati dal governo federale e alcuni aumenti alle tasse statali stanno riducendo i danni fatti dai tagli dei singoli Stati”. Soprattutto, documenta lo studio,  sulle condizioni di vita – di sopravvivenza spesso: negli Stati Uniti d’America, non in Zimbabwe… – di bambini ed anziani.

Mentre all’economia reale va male e sono in tanti – e proprio quelli che finora l’hanno vista giusta – a prevedere che andrà ancora più male e per questo sollecitano una seconda ondata di stimolo –torniamo a parlarne subito – alle banche pare che vada proprio benissimo. Certo, la prima vera ondata di stimolo è andata a favore loro anzitutto e, oggi, i profitti escono dal naso alla Goldman Sachs, alla JPMorgan Chase, alla Bank of America, alla Citigroup (alla Goldman, ad esempio, nell’ultimo trimestre sono saliti del 90% su quelli del precedente, alla JPMorgan del 36%) e tutti questi istituti bancari tirati fuori dalla melma del fallimento per il colletto dallo Stato adesso annunciano, o fanno capire, di voler riprendere la mala abitudine di elargire bonus e gratifiche ai loro dirigenti senza doverne rendere conto a nessuno perché, semplicemente, sono i loro dirigenti…

Il fatto, il misfatto, è che questi istituti bancari sull’orlo del fallimento hanno impiegato i quattrini pubblici presi in prestito dal Tesoro e dalla Fed a bassissimo interesse per fare grosse e rischiose scommesse. Il caso della Goldman Sachs è del tutto tipico. I 3,44 miliardi di $ di profitto realizzati dalla banca nel secondo trimestre dimostrano che la scommessa ha pagato, oltre ai 10 miliardi di $ ricevuti dal primo pacchetto di stimolo di Bush-Paulson e ai 28 garantiti dalla FDIC (l’ente federale che garantisce i primi 100.000 $ di ogni deposito bancario in America) e ai sostanziosi ingressi di $ dei contribuenti che si è accaparrata coi prestiti speciali messi a disposizione dalla Fed (anche se non è stato reso pubblico a quanto siano ammontati). E altri 12 miliardi di fondi pubblici sono stati messi a disposizione della Goldman dalla AIG.

Non era così, diceva la legge che istitutiva i pacchetti di aiuto al sistema bancario, che quei prestiti pubblici avrebbero dovuto essere “preferibilmente” impiegati. Ma in quell’avverbio volutamente equivoco – preferibilmente – c’era l’autorizzazione implicita a fare come prima. E come prima hanno fatto. E come prima, dicono adesso, vogliono continuare a remunerarsi le scommesse rischiose vinte. Con soldi pubblici, è vero. Ma vinte. Testa vince, ma croce pure… con questi.  

Ci sono, riconosce il ministro del Tesoro, Timothy F. Geithner, segni importanti di ripresa, i più significativi, spiega,  “la quantità di capitali freschi che entrano nel sistema finanziario americano, il miglioramento dei premi di rischio e degli spread del credito e l’inizio di una ripresa di fiducia di consumatori e imprese”. Ma è preoccupato un poco anche lui, sembra, per la ripresa dei cattivi andazzi d’antan, queste gratifiche scandalosamente ingiustificate a dirigenti e manager per le quali  l’americano della strada comincia a inc….rsi. Insomma, erano lì che piangevano disperati e gli abbiamo dato una buona elemosina perché si comprassero pane e mortadella. Ma, adesso, il giorno dopo, li troviamo che pasteggiano a champagne e mangiano aragosta e caviale. E’ normale arrabbiarsi.

Geithner, perciò, è preoccupato. O, meglio – venendo da lì, essendo uno  del mestiere, e uno destinato, chiusa la parentesi al governo, a tornarci ai livelli massimi che, scusate la malignità, ha interesse a continuare a vedere compensati al massimo – è preoccupato dall’impressione di queste cose su un pubblico che comincia a reagire male, malgrado la grande stampa supina alla grande finanza, ai privilegi di chi lo ha pelato alla grande col suo comportamento tra irresponsabile e criminale.

Per questo Geithner dice che “dovremo riformare, ribadisce, il sistema finanziario e parte di questo processo richiederà di cambiare le pratiche di compensazione dei dirigenti per allinearle meglio ai rischi: perché non vogliamo vedere un ritorno a uno schema di condotte che ha contribuito anch’esso a causare la crisi[97]. Dunque, non è che bisogna completamente dismettere una prassi che, pure, ha contribuito alla crisi, basta correggerle un po’: mica vogliamo costringere i poveri banchieri a rinunciare alle loro gratifiche, no?

Intanto, però, i poveri banchieri non soffrono troppo comunque: nel 2008, con profitti in calo netto e, a salvarli, ingenti iniezioni di fondi pubblici nelle loro casse, il club dei supermilionari di Wall Street (dirigenti e managers bancari) ha contato a fine anno 5.000 iscritti: quelli cui, nella loro bontà, i vari CdA hanno deciso di versare bonus e ratifiche per più di 1 milione di $ a testa[98]. A dimostrazione – è la denuncia del procuratore generale dello Stato di New York, Cuomo, che ha aperto un’inchiesta, comunista evidentemente – del distacco, totale ormai, tra rendimenti minimi e anzi perdite garantite da quei dirigenti e ammontare dei loro ultragrassi compensi…   

Ci sono anche segnali reali, però, che forse qualcosa comincia a cambiare e che potrebbe riprendere un po’ di crescita. Salgono dell’11%, a giugno su maggio, le vendite di case nuove (anche se restano sempre a -21,3% rispetto al giugno dell’anno scorso); l’aumento più significativo da quasi nove anni. E l’indice S&P/Case-Shiller per maggio dà in aumento dello 0,5% il prezzo delle abitazioni, il primo incremento da metà del 2006 (ma, anche qui, i prezzi restano al 17,1% in meno su un anno prima)[99].

L’indice dei principali indicatori sta crescendo anch’esso al tasso che alcuni analisti identificano essere quello che ha segnato l’inizio della ripresa dopo ogni recessione da quando s’è cominciato a compilarlo, nel 1959. A giugno, e per il terzo mese consecutivo, questo particolare indice – che tutti concordano nel definire significativo – è salito del 12,8% sul trimestre precedente.

Però, anche Harm Bandholz, il guru dell’UniCredit Group (di per sé, è vero, non proprio un nome che faccia oggi soverchia fiducia) che attira per primo l’attenzione sul fatto, sente il bisogno di  mettere le mani avanti: avverte che l’arbitro ufficiale di inizio e fine dei cicli dell’economia americana, il National Bureau of Economic Research potrà, forse, “concludere che la recessione ha toccato il fondo ad agosto o a settembre, quest’anno[100].

Insomma, anche per questi ottimisti d’assalto non è finita. E sarà dura la ripresa, lenta e difficile con le conseguenze più pesanti che adesso si vanno scaricando massicciamente sull’occupazione e, dunque, su consumi e investimenti: cioè sula domanda aggregata, senza rilanciare la quale è difficile anche solo sperare di uscire da questa recessione che, pure nel caso finisse quando questi dicono, essendo cominciata a dicembre del 2007, sarebbe durata 21 o 22 mesi: la più lunga dalla Grande Depressione.

Tra l’altro solo sette dei dieci indicatori principali sono stati finora “svelati” dal governo: tutti, poi, suscettibili a revisioni che nel 90% dei casi sono anche sensibili e mai – quasi mai – in aumento… Chi non ci crede sono coloro che la pensano come il prof. Paul Krugman— cioè, proprio coloro che ci stanno azzeccando da anni sullo stato reale dell’economia americana: non gli ottimisti che imperversano, e continuano a voler farlo, sull’onda del neo-liberismo da oltre vent’anni imperante.

E i dati del secondo trimestre, che danno una contrazione del PIL solo dell’1% sul primo[101], sembrano confermare l’indicazione che la peggiore recessione dalla seconda guerra mondiale comincia a rientrare. Non è la ripresa, un -1% di PIL, ma rispetto ai numeri precedenti – il crollo del 6,4% nel primo trimestre, il peggiore da trent’anni – come ha detto Obama forse è “l’inizio della fine”. Forse…

Krugman, però – uno che conta ormai perché hanno visto tutti che non è solo un premio Nobel ma è anche, e soprattutto, un premio Nobel che ha avuto spesso ragione – non sembra convinto e denuncia il fatto che il dibattito pubblico – quello sulla grande stampa cosiddetta di informazione – non rifletta quasi per niente il punto di vista di quanti, economisti ed esperti, anche se tra loro si contano un bel mucchio di premi Nobel (lui stesso, appunto, Stiglitz, Shiller… ma anche uno come Warren Buffet, il miliardario forse più ricco d’America, che parla di lotta di classe e si vergogna un po’ di come la sua classe l’ha vinta e dice adesso, del primo stimolo economico di Obama, che è stato un po’ come un Viagra… preso a metà[102]) chiedono alla Casa Bianca di accelerare e aumentare lo stimolo di spesa pubblica nell’economia americana, perché la ripresa non è soddisfacente per niente. Lui si riconosce un po’ come l’eccezione con la bisettimanale colonna che pubblica sul NYT[103].

Ma il suo appare uno straordinario appello retorico, quasi drammatico, al fatto che le voci come la sua oggi in America sono ridotte – lamenta – più o meno al livello di quella che una volta era chiamata la “frangia lunatica” dei radicali di sinistra. Non è neanche una cosa nuova, era successo lo stesso per tutti gli anni ’90 quando la stragrande maggioranza degli scienziati seri di questo mondo spiegava che il riscaldamento globale era un problema incombente per tutto il pianeta. Ma c’è voluta la crociata di Al Gore, poi, per rendere il soggetto un tema di dibattito serio, rispettabile.

E qui è la stessa cosa. Non sarà perché – bisogna pur cominciare a chiederselo, anche se pure questa è una considerazione qualche poco retorica – alla fine sono i potenti dell’economia così come essa – è perché, così come è, finora, li ha fatti ricchi – a controllare i media e dettare l’agenda del discorso pubblico? Che, per essere rovesciato, ha bisogno per lo meno della voce di un Obama contro quella di tutto l’establishment coalizzato, democratico o repubblicano che sia. Una voce che, a questo punto, però, sul tema sembrerebbe anche poterci essere.

Comunque, Krugman e coloro che come lui sono convinti che bisogna rilanciare lo stimolo economico non tanto sul versante bancario ma proprio nelle strutture dell’economia reale (i posti di lavoro, gli investimenti, la domanda…) insistono[104]: “quando prima del giuramento, Obama annunciò il suo piano di stimolo, diversi di noi si preoccuparono che non sarebbe stato abbastanza. E ci preoccupammo anche di dire che, politicamente parlando, se così fosse stato, avrebbe potuto essere difficile tornarci poi su, per un altro rilancio”. Adesso, temiamo di aver avuto ragione…

Ora, “c’è il rischio, reale, che il presidente Obama si trovi incastrato in una trappola politico-economica”. Di regola, in una recessione “normale” come quella del 2001 per dire, il compito di combatterla a livello di governo spetta alla Banca centrale: taglia i tassi e aumenta gli stimoli, rallenta o accelera su questa leva… Era la leva monetaria, quella da utilizzare, evitando – predicava l’ortodossia economica dominante – di stimolare l’economia con la leva della spesa pubblica.

Ma proprio perché questa recessione già all’inizio dell’ultimo anno della presidenza di Bush si manifestava, per durezza e lunghezza, col crollo del sistema finanziario tutto intero come di natura chiaramente straordinaria, tale da imporre subito decisioni anche drastiche, e comunque, inusuali, data l’inusualità con cui si stava scatenando.

Ma l’opposizione a uno stimolo fiscale, di bilancio, anche se ad iniziarlo era stato già George Bush, era solida ed è restata compatta sul fronte repubblicano, ma anche tra diversi democratici della scuola economica conservatrice. La pressione e la tentazione fu così quella di accontentarsi, di aspettare, di dar retta alle voci che invocavano un po’ di coraggio, sì, ma anche prudenza e ritorno rapido all’ortodossia monetarista.

Quella che, riconosce tra mille stranguglioni un nuovo studio del FMI[105], è stata colpevole, però, di aver “portato alla sistematica sottovalutazione sistemica delle ripercussioni del settore finanziario sull’economia reale”. Ha commentato perfino un osservatore conservatore e molto prudente lui stesso, su un foglio della destra economica[106], che riconoscerlo “onestamente è dir poco”…

Sta crescendo, però, prepotente come non poteva non essere dopo cotanto crack – e dopo la dolorosa confessione di colpevolezza ma, soprattutto il riconoscimento che il suo dio (il libero mercato eretto a dio) era nudo, resa un anno fa dal gran sacerdote in persona, l’ex presidente della Fed Alan Greenspan: che “c’era un errore di fondo nel modello percepito da me come struttura definitiva dell’agire economico[107] – una vera e propria crisi di fede.

Flagella i credenti intellettualmente onesti in quella che erano certi fosse la benevola finalità che, in ultima analisi, sempre avrebbero sviluppato le forze del libero mercato. Ed emerge così il carattere in realtà “religioso” di una credenza profana, del tutto irrazionale, dell’economia neo-liberista. Il decalogo della legge, trasformato e semplificato in monologo, quello che recitava il come “non ci sono alternative”, il motto con cui Thatcher aveva decretato il sempiterno trionfo dell’economia friedmaniana, ora è solo una mitologia fatta a pezzi e la crisi di fiducia è radicale.  

Certo, le equazioni della rivoluzione marginalista funzionano. Ma solo nei testi universitari, in una matematica sofisticata e sempre più divorziata rispetto alla realtà, in un soporifero scolasticismo neoclassico che affonda nella pura astrazione matematica di un mercato sterilmente e perfettamente competitivo che non si dà mai, e che mai potrà esistere, in natura.

Quando a questa gente – tutta, i “politici” come Reagan e Thatcher e tanti anche da noi; i “tecnici” come Milton Friedman, o i tanti spocchiosi e inutili friedmanini, quelli che volevano abolire ogni laccio e lacciuolo e che, sotto tante mentite spoglie anche, abbiamo allevato da noi – si faceva osservare che la vita reale li contraddiceva…

… che era in netto contrasto col loro capitalismo come fede, il loro dio come mercato e la loro economia liberista come teologia, rispondevano inevitabilmente con il mantra reaganiano dello sgocciolamento o dell’onda in ascesa che fa salire, alla fine, anche le barchette e non solo i panfili. Rispondevano, o meglio tentavano di replicare con la teodicea che cerca di giustificare le vie imperscrutabili del mercato agli uomini e alle donne reali che ne sono gli oggetti e ne vorrebbero diventare i soggetti.      

Le voci possenti del richiamo all’ortodossia monetaria e monetarista si fanno sentire, sordamente e sistematicamente, del resto, anche all’interno dell’Amministrazione. Qui, pur avendo dovuto ingoiare la prima ondata di stimolo fermamente decisa da Obama (nel sistema americano le decisioni esecutive non sono mai collettive: collettiva è sempre la ricerca del consenso con il dibattito; ma la decisione, poi, è sempre e solo del presidente), è gente come Geithner e come Bernanke, ministro del Tesoro e presidente della Fed, leali servitori anche se non sempre proprio convinti, che se n’è vista affidare direttamente la gestione operativa.

Ora – va giù secco Krugman che non parla affatto solo a nome suo – c’è bisogno che Mr. Obama parli chiaramente e onestamente col popolo americano. Deve ammettere che potrebbe ancora non aver fatto abbastanza con la prima rata dello stimolo economico. Deve ricordare al paese che sta tentando di governare il timone nel mezzo di una durissima tempesta economica e che sarà necessario aggiustare la rotta— e anche, magari, che sarà necessaria un’altra tornata di stimolo.

   In altri termini, e in breve, Obama ha bisogno di fare in politica economica quel che ha già ha fatto per i rapporti razziali e per la politica estera [noi avremmo utilizzato, qui, una forma verbale magari un po’ più prudente: tipo, per esempio, quel che ha ‘cominciato già a fare’]— parlare con gli americani come si fa con gli adulti36.

A “rassicurare”, diciamo così, i politici che in Congresso, non solo repubblicani, più temono che gli interventi della Fed nel corso della recessione alla fine stimoleranno l’inflazione, provvede direttamente il presidente della Banca centrale, Bernanke, assicurando anzitutto di avere in serbo una “strategia di uscita” dalla politica della moneta facile.

Poi, sembra anche correggersi, però, con l’osservazione che che, comunque e fino a un certo punto, le recenti misure di facilitazione “torneranno indietro automaticamente” man mano che avanzerà la ripresa. E anche sottolineando che “siccome l’economia ci metterà molto tempo a consolidarsi”, la strategia dei bassi tassi di interesse “rimarrà in atto per un lungo periodo[108].   

In ogni caso – e la scuola di pensiero del non si è ancora fatto abbastanza soprattutto per tirare su l’economia reale, non lo lascia scordare a nessuno – detto dell’irresponsabile ignoranza e della sottovalutazione dimostrata da (quasi) tutti gli esperti sull’impatto devastante di invenzioni come quella dei derivati sull’economia reale, resta il fato inconfutabile che la crisi non è cominciata lì, ma proprio nell’economia reale.

Più precisamente sul mercato edilizio, dove una bolla speculativa da 8.000 miliardi di $ aveva grossolanamente distorto l’economia reale causando all’edilizia di andare nella composizione del PIL oltre il 50% di quello che era stato sempre il suo livello normale. Un’altra conseguenza che i Greenspan, i Samuelson, ma anche i Geithner e, in realtà, quasi tutti avrebbero dovuto – per il mestiere che facevano – vedere ma che non videro, o non vollero vedere, e comunque rifiutarono di valutare nel suo potenziale distruttivo, fu che questa ricchezza non vera ma gonfiata dalla bolla ha generato e alimentato un’ondata enorme di consumi, spingendo il tasso di risparmio in territorio negativo.

Era inevitabile che questa storia, cominciata lì gonfiando il settore delle costruzioni, finisse male, perché nell’economia reale e non in quella artificialmente gonfiata – e tanto più se a latere buona parte di quei consumi gonfiati venivano impiegati nelle scommesse sui derivati – su quel che non si sa sapeva se esisteva e, se esisteva davvero, poi, quanto davvero valesse – appena s’è sgonfiata la bolla s’è visto come non c’era modo di rimpiazzare nell’economia la perdita di 450 miliardi di $ di domanda generata annualmente dal mercato edilizio e quella di 600-800 miliardi di $ di consumo tirato artificialmente dalla bolla che lo copriva…

Per riassumere, e anche per rispondere a editoriali insensati come quello che scrive in questi giorni che “quanti chiedono un pacchetto di stimolo aggiuntivo devono adesso spiegare perché esso non è sufficiente[109], viene adesso spiegato, semplicemente richiamando all’attenzione i dati reali:  

• dai Krugman, dagli Stiglitz, dagli Shiller, dai Baker (da quelli, cioè, che in campo economico avevano previsto e detto prima quel che sarebbe successo: non gli “imbecilli” – dal latino sine baculum, senza bastone cioè senza spina dorsale, che andavano dietro pedissequamente, perché presso chi puote rendeva di più, alla litania del tutto va ben madama la marchesa…)…;

• da quanti, tanti, nel sindacato da tempo urlavano contro l’abbassamento del potere d’acquisto denunciando che stava pericolosamente abbassando il livello della domanda, e perciò dei consumi, o in alternativa del debito poi irredimibile…;

• e da gente come i Buffet e i Gates (dalla parte del business: e che dimensione del business…) che di un altra dose di stimolo fiscale, cioè di bilancio, nell’economia reale c’è ancora bisogno perché:

• il collasso della bolla speculativa edilizia ha portato alla contrazione del tasso annuo di nuove costruzioni per circa 450 miliardi di $;

• sta per scoppiare anche la bolla nel settori edilizi non residenziali: e sarà un buco di domanda per altri 200 miliardi, più o meno;

• la perdita di 8.000 miliardi di $ di ricchezza andata in fumo con lo scoppio della bolla speculativa edilizia, cui si è aggiunta una perdita pressoché equivalente di valore dei titoli di borsa, ha portato a una riduzione complessiva dei consumi di circa 700 miliardi di $;

• la perdita complessiva di domanda, insomma, ammonta intorno ai 1.350 miliardi di $. Lo stimolo annuale approvato a febbraio è stato sui 300 miliardi di $. E non si tratta di uno stimolo sufficiente per riempire un buco di domanda quattro volte superiore. (Questo in America: pensate alla dimensione che il problema sta assumendo in Italia, dove si è fatto concretamente dieci volte di meno).

Ecco perché di un altro stimolo sembra proprio esserci bisogno. E’ aritmetica, non ideologia. Come è un fatto, non una legenda metropolitana, che il 70% del PIL di questo paese è fatta di consumi delle famiglie e degli individui: cibo, spese per l’abitazione, trasporti, abiti e intrattenimenti di ogni tipo. E la domanda di questi beni e servizi che costituisce, specie qui, la chiave della ripresa e va sostenuta per renderla oggi possibile.

E, poi, lo stimolo serve ancora a rimettere su una spesa che aiuti davvero a rilanciare un sistema scolastico che, con l’eccezione delle costosissime università private di punta, si va frantumando; infrastrutture che si vanno sgretolando; un sistema fallimentare di sanità (di cui qui al prossimo paragrafo, specificamente); e un settore manifatturiero che ormai sta languendo ogni giorno di   più.

Intanto, va a scadenza il mandato del presidente della Fed, Bernanke e si è aperto il dibattito tra chi lo vuole confermato e chi no. I primi puntano, soprattutto, sulla responsabilità che ha condiviso per anni con la Fed presieduta da Greenspan, di cui era membro autorevole del direttorio,

• nel sottovalutare le bolle speculative, finanziaria prima e edilizia poi,

• nel consentire a Bush, tenendo troppo bassi per anni i tassi interesse, di mandare sia il bilancio che il deficit commerciale in profondo rosso e, insieme, di abbassare irresponsabilmente le tasse dei ricchi,

• nel mettere tra parentesi la pericolosità estrema di lasciare del tutto liberi derivati e hedge funds a fare il loro lavoro distruttivo sul mercato…

Non sono peccati veniali. C’è sul fronte degli economisti progressisti – e che hanno visto bene prima, e denunciato in tempo, quel che anche per colpa della Fed stava succedendo – chi, quando uno come Bernanke difende l’autonomia della Banca centrale dalla supervisione del parlamento, (che, in realtà, nessuno propone: la proposta è quella di rendere del tutto trasparente per legge il processo decisionale che regola gli affari della Banca centrale) osserva che la difesa non ha senso perché tanto, peggio di così, i risultati non potrebbero andare.

E ricorda che è la politica monetaria fallimentare della Fed che, condiscendente per anni ai desiderata di Bush – più deficit, più debito, due guerre transcontinentali, meno tasse ai ricchi e tassi di interesse più bassi – ha spinto il paese verso la recessione peggiore dalla Grande Depressione: “è un po’ come quando la General Motors ammonisce che le cose possono andare solo male se non si lascia in pace il management a gestire… il disastro[110].   

Ma, a fronte di questi qualificati critici progressisti con le carte in regola, c’è anche, dallo stesso lato della barriera politica, chi de con gli stessi titoli di autorevolezza che gli vengono dall’aver predetto anche lui bene in passato quel che sarebbe successo in futuro – l’unica predizione che conta – come il prof. Nouriel Roubini, indica anche i meriti, probabilmente decisivi, di Ben Bernanke, specialista accademico e studioso della Grande Depressione degli anni ’30, “nel prevenire stavolta il ripetersi di un’altra Grande Depressione”.

E’ stata quella sua specialissima conoscenza anche tecnica ad “allertarlo sul fatto che il panico causato dal blocco della creazione di moneta e dalla mancanza di stimolo monetario avrebbero avuto nel peggiorare la caduta libera dell’economia. E la lezione ha pagato. La sua decisione di tenere bassi i tassi nel mezzo della recessione e di incoraggiare anche artificialmente la liquidità del credito è riuscita, per il momento almeno, ad allontanare quello che sembrava un esito pressoché inevitabile dopo il collasso finanziario dell’autunno scorso[111].

Insomma, per Roubini, varrebbe la pena di confermarlo… Per molti altri proprio no, visto che è difficile immaginare come avrebbe potuto avere esiti peggiori il lavoro che ha svolto. In ogni caso, è adesso, in occasione o del rinnovo o del cambio, che – se avessero un po’ di palle: di coraggio civile, cioè – Casa Bianca e Congresso dovrebbero, secondo questa scuola di pensiero[112], cogliere l’occasione per obbligare chi, come la Fed, è in grado di fare il bello e il cattivo tempo di farlo senza doverne rispondere mai, democraticamente, a nessuno. In base ad una “competenza tecnica” che, palesemente, poi manco c’è...

Ma c’è un’altra bolla speculativa gigantesca che, adesso, sta per scoppiare, che deve scoppiare. Ed è quella rappresentata dalle rendite di posizione che strangolano il sistema sanitario, privato e pubblico che, come è noto, costa il doppio della media degli altri paesi avanzati in percentuale di PIL (sul 14-15%, invece che sul 6-7% come in Europa e in Canada), che non offre alcuna copertura al 15% della popolazione (più di 50 milioni di americani) e che non garantisce una vita più lunga ai cittadini americani, anzi nelle classifiche vitali mondiali dell’OMS, attesta che è più corta, in media, di quattro-cinque anni rispetto alla media europea…

Attesta un osservatore di parte, diciamo, più razionalmente che visceralmente conservatrice[113], che vede e denuncia il male alla radice ma non arriva a trovare le ragioni per prescrivere davvero la cura, che il problema è in un ceto politico incapace di imporre misure di controllo per rendere disponibile a tutti l’accesso ai servizi sanitari in quello che resta uno dei paesi più ricchi del mondo.

Il punto è che bisogna identificare con precisione, per abbatterle, le ragioni dei costi supereccessivi che vanno strangolando il sistema: certe rendite di posizione, appunto.

• La prima è quella di una classe medica che ha redditi medi doppi di quelle del vicino Canada, e anche di più rispetto ai loro colleghi europei (dice: ma se li paghiamo di meno, questi se ne vanno: e dove? e che vanno a fare, i manovali?).

• La seconda rendita di posizione da abbattere è quella per cui l’industria farmaceutica vende i suoi prodotti in questo paese al doppio, mediamente, del costo che hanno altrove nel mondo sviluppato. • • La terza rendita di posizione sempre più inaccettabile è quella per cui il 15% della spesa sanitaria qui viene buttato via a foraggiare un sistema assicurativo che poi non assicura bene proprio nessuno e taglia fuori del tutto moltissimi cittadini.

Due sono i modi utili di contenere questi costi con efficacia. Il più ovvio ed evidente è proprio quello di abbattere le barriere protezionistiche che difendono quei monopoli tagliando le posizioni di rendita.

• Utilizzando ad esempio, la concorrenza internazionale (abbattendo le barriere protezionistiche occhiute e artificiali erette dall’Ordine dei medici) e importando dottori da altri paesi per riportare, con la concorrenza, come si fa regolarmente per gli operai e i manovali, a dimensione più umana i redditi della categoria medica.

• O abbattendo le salvaguardie pubbliche garantite, appunto, da brevetti e diritti pubblicamente riconosciuti a garantire monopoli e rendite alla ricerca e alla produzione, sviluppando al contempo meccanismi più efficienti e alternativi (ci sono: solo idee e proposte per questo paese, ma realtà già funzionanti, e meglio, in tanti altri[114]) di finanziamento per la ricerca e lo sviluppo di medicinali e strumenti medici.

• Infine, consentendo a tutti di partecipare a un sistema assicurativo pubblico – cioè, obbligatorio - come quello che, a costi mediamente quattro volte inferiori a quelli dei programmi privati già oggi copre sistemi assistenziali come il Medicare, semplicemente estendendolo (attualmente copre solo gli ultra sessantacinquenni).

Ma, certo, questo tipo di intervento dà molto fastidio a lobby ultrapossenti: quella dell’Associazione dei Medici Americani, quella delle industrie farmaceutiche, quella delle assicurazioni, tutte generose contribuenti del mondo politico. Tutte coscienti che i costi è necessario, ormai, abbatterli, ma tutte – con al loro servizio, lautamente ricompensato e coperto dall’ideologismo del libero mercato, questi giornali e questi pennivendoli anche assai bravi – fautrici faconde dell’altra strada: quella che consiste nell’abbattere non i costi strutturali del sistema che offre protezioni ai loro monopoli ma il numero e la qualità delle prestazioni offerte pubblicamente… e che poi ognuno provveda da sé: pagandoselo, chi può pagare; e agli altri ci pensi il Signore o la carità privata.

Questo è il crinale della battaglia campale su cui si vanno a breve a scontrare, semplificando ma nella sostanza è così, progressisti e conservatori in America. Sarebbe la prima grande riforma strutturale del sistema sociale americano dopo la presidenza di Johnson, il campo di battaglia su cui nel 1994 venne azzoppata, per non aver osato andare a fondo e cercare lo scontro, estenuandosi in una continua mediazione al ribasso alla fine perdente, la prima presidenza di Clinton, convertita così nella sua seconda annacquatissima fase. Questo è adesso – sempre lo stesso – il campo di battaglia di Obama.

Il segretario al Tesoro americano, Geithner, alla Camera di Commercio di Jeddah in Arabia saudita è andato a raccontare che le politiche del governo americano sono coerenti con la necessità di mantenere un “dollaro forte”. E ha giurato che la dipendenza dell’economia americana dai prestiti esteri scenderà: “prima di questa crisi gli Stati Uniti erano su un percorso fiscale insostenibile e non avremo successo nel ristabilire una ripresa davvero sostenibile senza un impegno credibile a fare i conti con i nostri deficit a lungo termine”: il maggiore e più preoccupante dei quali è, però, quello commerciale.

Da quel deficit però – questa è la contraddizione – gli USA non riusciranno a uscire se non abbattendolo drasticamente. Cosa che si può fare, davvero, proprio con la svalutazione del dollaro e in nessun altro modo. Solo che, naturalmente, alla Camera di Commercio di Jeddah non c’è stato nessuno a trovare, prima, nei suoi ricordi di economia e, poi, nella propria spina dorsale il minimo di coraggio necessario a ricordargli semplicemente che il re è nudo; altro che la politica del dollaro forte, insomma[115].

Accennavamo, nell’ultima nostra Nota congiunturale, alla visita del massimo grado militare statunitense al suo omologo polacco: mentre l’amm. Michael Mullen ha ribadito, in effetti, quel che temevano i militari ma soprattutto i politici polacchi – che sullo scudo spaziale da piazzare lì in Polonia, alle porte della Russia, l’America ci sta, forse, ripensando (letteralmente: “la dislocazione degli antimissili è sotto riconsiderazione under review”, per ragioni tecniche: in effetti nessuno è ancora neanche in grado di dire se mai funzionerà, questo scudo[116]) – ha anche confermato ai polacchi, in una conferenza stampa per un militare piuttosto inusitata e in diretta Tv, che “gli Stati Uniti sono impegnati al loro rapporto con la Polonia e che certamente sostengono la modernizzazione delle loro forze armate”.

Insomma, Mullen ha assicurato a Franciszek Gagor, capo di stato maggiore delle forze armate polacche che presto arriveranno aiuti militari americani: cannoni, carri armati, aerei e anche anti-missili convenzionali… Quanto al resto, sul piano più propriamente diplomatico e su quello politico, toccherà a Medvedev e Putin di là e Obama di qua rivedere la questione in modo da tener conto delle esigenze di tutti.

A partire come è chiaro da quella che è la realtà delle cose. La Polonia aveva avuto con Bush l’impressione, in realtà l’illusione, che gli USA fossero disposti a fare di essa (al posto della Germania) la piattaforma rotante, col supporto dei paesi Baltici e della Repubblica ceca, di una strategia post-guerra fredda.

Una strategia di nuovo contenimento nei confronti di una Russia che, trovando ormai troppi orecchi attenti a occidente – in Germania ormai, in Francia, in Italia… la “vecchia Europa” come la chiamava Cheney: quella che si poneva problemi – e aveva ragione – a fare la guerra all’Iraq sulla parola d’onore, inesistente, di Bush – volesse riconquistare il suo posto di superpotenza europea e quasi superpotenza mondiale, anche se ormai in modo non più tanto conflittuale.

E’ una conflittualità che comunque resta. A Mosca sono in molti ancora a sentire il dolore delle amputazioni subite come vecchia Unione Sovietica, le vecchie repubbliche che agiscono ormai per quello che sono, Stati sovrani, ma a cui Mosca chiede, comunque, di tener conto dei dettami imposti a loro e anche a lei dalla geografia, dalla strategia, dalla politica. Dalla realtà insomma. Mai come la Georgia, insomma.  

Dopo la campagna bellica – il tentativo, piuttosto – azzardato da Tbilisi quando la scorsa estate ha voluto forzare a tutti la mano, improvvidamente provocando la Russia e dimostrando così ai suoi vicini che, se provocato, l’orso ha ancora unghioni capaci di far male senza che nessuno – nessuno – glielo possa e glielo voglia impedire, già con Bush tanti bollori s’erano raffreddati. In fondo, ci si era resi subito conto che i russi avevano fermato il loro contrattacco non appena ristabilito lo status quo ante

Ma, al contempo, proprio l’esibizione muscolare fatta con tanta efficienza dai russi – che hanno ricacciato i georgiani in meno di due giorni ben dentro i loro confini e si sono fermati solo quando hanno ritenuto opportuno farlo, ritirandosi poi con grande ponderatezza dal territorio georgiano conquistato – ha scatenato le preoccupazioni, comprensibili anche se a volte quasi paranoiche, degli ex satelliti (solo che anche chi è malato di paranoia ogni tanto un nemico vero ce l’ha).

Ora si tratta di rendere compatibili le due visioni strategiche di Russia e USA; le ambizioni e le preoccupazioni giuste dei russi; le preoccupazioni e i diritti, sacrosanti, degli ex paesi sovietici. E per l’Europa, se ce la facesse a non essere, per una volta, vaso di coccio tra vasi di ferro, questo sarebbe il momento giusto.

Non esiste però, non esiste la minima possibilità che l’Europa – non solo la Francia, la Germania, la Gran Bretagna, cioè, la Polonia magari… – trovi la coerenza, la volontà e la voce per farlo. Obama e Medvedev vedendosi a due adesso, alla vigilia del G-8 dell’Aquila, tenteranno di farlo loro e speriamo che ci riescano; e, poi, certo, lo proporranno a tutti. Insomma, regoleranno loro il contenzioso. Si spera.

Non è che Obama sembri partire proprio col piede giusto, nel senso che ha tentato – troppo scopertamente, troppo ingenuamente o, in realtà, con grande furbizia? si vedrà… – di giocare Medvedev contro Putin. Intervistato dall’Associated Press se n’è uscito con una frase curiosa: “E’ importante che Putin capisca, mentre ci muoviamo in avanti col presidente Medvedev, come il vecchio approccio da guerra fredda tra USA e Russia sia obsoleto— che è tempo di intraprendere un cammino in avanti su una direzione diversa. Credo che questo Medvedev lo capisca. Credo che Putin abbia invece un piede su questo nuovo percorso, ma uno ancora su quello vecchio, da uomo che viene dal passato[117].                                         

E’ un tipo di apprezzamento assai poco diplomatico, molto americano nel senso di ingenuamente  grezzo e, probabilmente, sbagliato e controproducente  perché sembra destinato, inevitabilmente, ad irrigidire Putin ma, soprattutto, Medvedev che non può accettare di essere dipinto come “moscio” con l’occidente dal numero uno dell’occidente. A meno che Obama non sappia qualcosa di nuovo sul rapporto tra i due al vertice del Cremlino.

Insomma, sembra una strategia americana di quelle particolarmente trasparenti e naif che sceglie fra i due per acuirne le divergenze, sempre  possibili in ogni progetto di co-gestione come è quello loro. Ma se è così è una strategia molto rischiosa e, probabilmente, destinata a fallire. Speriamo senza ricadute serie su quello che resta un rapporto bilaterale strategico.

Perché, il sospetto è che Obama si sia lasciato convincere che “uscire dalla guerra fredda” significhi per la Russia lasciar installare agli americani i missili in Polonia o alla Georgia tentare di riprendersi con le armi l’Ossetia e l’Abkazia… Se è così, sbaglia di grosso anche lui, come Bush. Questa era l’uscita dalla guerra fredda imposta alla debolissima Russia di Eltsin da Bush padre e da Clinton.

Ma non è un modello che oggi possa più essere davvero tentato. Non con Putin e neanche con Medvedev. Tra l’altro, anche perché oggi a indebolirsi in rapporto alla Russia è proprio l’America. E’ essa a chiedere, e i russi a consentirle, proprio alla vigilia dell’incontro bilaterale e come segno di buona volontà, di riaprire il corridoio aereo che facilita di molto i loro trasporti militari fino a Kabul— e nel momento in cui le forze americane e alleate hanno deciso di sferrare quello che, forse affrettatamente, definiscono l’attacco “decisivo” (l’operazione Khanjar Colpo di Spada) alla regione dell’Helmland “infestata” dai talebani: vige, come si vede, il vecchio linguaggio coloniale e imperialista di sempre: come se i talebani, invece di nemici da combattere, fossero scarafaggi da schiacciare[118])…

Ma è l’America appunto, non la Russia, a restare ancora infognata in Afganistan e in Iraq. E è l’America a subire una crisi finanziaria ed economica spaventosa che colpisce profondamente le sue certezze e il suo prestigio e dalla quale spera di uscire proprio e solo grazie alla novità che è Obama. Tende a scordare, un po’ facilmente, però, che anche Medvedev – il duo Medvedev-Putin di cui il primo è la creatura e il secondo è il creatore: entrambi almeno in apparenza fungibili – è una novità…

In ogni caso, Putin risponde – come sempre, del resto – botta su botta e battuta su battuta: Obama si sbaglia, “tutti i russi hanno entrambi i piedi solidamente rivolti verso il futuro[119] e cercherò di farglielo vedere quando tra qualche giorno lo incontro… Cosa di cui, subito dopo averlo incontrato del resto, Obama gli ha dato atto – come era ovvio che, del resto, facesse – con le parole rivolte ai giornalisti da un “autorevole esponente dell’Amministrazione” che, sotto lo scudo dell’anonimato, ha detto testualmente come il presidente sia “del tutto convinto che il primo ministro é un uomo dell’oggi che ha i propri occhi fermamente rivolti come lui al futuro[120]

Sul linkage, il legame, tra missili antimissili e riduzione dei missili balistici intercontinentali, una dichiarazione di Medvedev descrive bene quello che alla vigilia della visita di Obama al Cremlino appare proprio come uno stallo, ma lascia pure intravvedere come si potrà uscirne: “noi – dice: noi russi – consideriamo interconnesse le due questioni [dello START, il Trattato russo-americano di riduzione degli armamenti strategici, da rinnovare e degli antimissili americani da collocare, o da non collocare, in Polonia]. Ma è sufficiente un po’ di buon senso e di moderazione e la capacità di cercare un compromesso. Così, poi, possiamo costruire le basi per un nuovo accordo sullo START”.

E’ un commento che mette in luce la posizione poco comoda in cui si ritrova Obama alla vigilia dell’incontro più importante di politica internazionale della sua finora breve presidenza: se fa concessioni ai russi troppo evidenti, rischia un colpo di coda in casa, anche tra i vecchi guerrieri freddi che restano nell’Amministrazione dai tempi di Clinton (i vecchi democratici liberal sì, ma antisovietici e un tantino nostalgici del mondo di allora, così in bianco e nero com’era); se non fa concessioni, d’altra parte, esce dal vertice con il pugno di polvere in mano del suo predecessore…

Nell’intervista che rilascia prima di partire ad un organo dell’opposizione liberal al Cremlino, la Novaya Gazeta, Obama riconosce che è necessario tenere conto delle “sensibilità dei russi[121] ma ribadisce che lo scudo spaziale in Polonia potrebbe essere necessario per proteggere USA ed Europa da un possibile missile nucleare iraniano. Neanche lui, però, neanche stavolta, è in grado di dire come e perché questo risultato sarebbe meglio fattibile che da ogni altro posto proprio dal confine polacco-russo. E questo è il punto[122]…   

Alla fine, hanno trovato un compromesso sensato – il nodo sarà sciolto in progress, come si dice – tra la volontà americana di arrivare a dislocare in Europa una loro difesa missilistica – per quanto fasulla essa potrà poi mai risultare: politicamente e tecnicamente – e la richiesta russa che punta invece a tagliare in modo incisivo il numero delle testate nucleari (non solo a disattivarle, ma proprio a distruggerle).

Se finalizzeranno per fine anno, come da accordo di massima già raggiunto, anche i dettagli tecnici (là dove sempre si annidano i problemi) e riusciranno in parallelo alla discussione sugli antimissili a definirli, si potrebbe anche arrivare a ridurre, in modo sempre bilateralmente verificabile alla fine e quando l’accordo sarà completo su tutti i due fronti, col nuovo START il tetto massimo di ogive nucleari previsto per le due parti potrebbe anche scendere di un quarto rispetto a quello esistente, intorno alle 1.000 testate (mille di troppo, naturalmente)[123]. Ma solo in cambio di un compromesso, appunto, da raggiungere tenendo conto di entrambe le esigenze.

Infatti, risultante del vertice bilaterale – al di là delle recite necessarie per le varie platee televisive in visione- è che i sistemi strategici offensivi e quelli difensivi dei due paesi andranno trattati “insieme”: lo ha detto subito Medvedev in conferenza stampa congiunta, ha assentito Obama mentre lui lo diceva e ha poi ripetuto egli stesso l’avverbio e lo dicono – testualmente – i documenti— e questa è la concessione americana.

I russi chiamano questo un legame, un linkage, tra le due questioni, ma gli americani non amano la parola linkage. Così non la chiameranno, dunque— e questa è la concessione dei russi. Ma tutti e due sono d’accordo sul fatto che della questione bisogna ormai discutere insieme. Non era così solo qualche mese fa. Ancora alla vigilia del viaggio, come abbiamo visto, Obama sembrava escludere questa possibilità. Ma ha capito presto…

Continueranno a discutere, di una e dell’altra faccia, di questa medaglia. Obama ha fatto notare che solo dopo sei mesi della sua presidenza, il cammino comune è finalmente ripreso. E che sul nucleare è necessario che le due maggiori potenze nucleari esercitino la propria leadership se vogliono riuscire a limitare la proliferazione delle armi nucleari nel mondo: “con l’esempio”, non a parole o predicandola.

Restano le differenze, certo, la principale forse al momento è tra quella che per Obama è la necessità di rispettare l’integrità territoriale della Georgia e che per i russi è la necessità di rispettare l’indipendenza di Ossetia e Abkatia: esattamente, spiega in modo liscio, Medvedev come per altri (l’America…) l’indipendenza e la sovranità del Kosovo strappata con una secessione unilaterale sono un dato acquisito e per altri (la Russia…) no… Di fatto, ovviamente Obama non ha detto, come avrebbero voluto i russi, di riconoscere alcuna loro “sfera di influenza” geo-politica nel Caucaso. Ma, sempre di fatto quella sfera di influenza la riconosce…

Parlando, il giorno dopo gli incontri con Medvedev e Putin, alla Nuova Scuola Economica di Mosca ha detto, testualmente[124]che l’America non imporrà mai un sistema di sicurezza a nessun altro paese. Per esempio [come se fosse stato proprio e soltanto un esempio così, del tutto casuale!] perché qualsiasi paese possa diventare membro della NATO deve sceglierlo con chiarezza una maggioranza della sua popolazione [badate: non solo il suo governo: e non è il caso oggi, pacificamente, ad esempio in Ucraina]: devono intraprendere una serie di riforme [non dice quali, Obama: ma si capisce che sono quelle di un’apertura interna democratica per cui né Georgia né Ucraina sembrano granché disponibili]; devono essere in grado di dare un contributo alla missione dell’Alleanza [in cui diversi dei paesi aderenti, anzitutto Germania e Francia, con chiarezza hanno detto che non li vogliono oggi, prima che abbiano risolto i loro diversi contenziosi territoriali, come del resto recita lo Statuto del’Alleanza]. E, lasciate che su questo punto io sia chiarissimo: con la Russia, la NATO dovrà puntare sulla collaborazione e non sul confronto [altra difficoltà del tutto palese all’entrata nell’Alleanza di Georgia e Ucraina]”.

Ma anche su questo punto c’è un certo accavallarsi di linguaggi tra Obama e il suo vicepresidente Biden che, in visita proprio a Kiev e Tbilisi, sembra con la sua retorica democratico-populistica vecchio stampo – tipo quasi guerra fredda –invitarli – ma con prudenza, eh, con prudenza… – a flettere i muscoli: sapendo – questo era lo scopo della visita – che gli Stati Uniti sono sempre dietro di loro: senza mai specificare come, però; e, con sullo sfondo comunque, le parole – queste sì chiare – di Obama sulla “necessità” per la NATO di “puntare sulla collaborazione e non sul confronto con la Russia”.

Biden ha riaffermato il diritto – scontato in tema di rapporti internazionali – di Georgia e Ucraina a decidere sempre da sé il loro futuro ma ha dovuto riconoscere che, intanto, in Ucraina, la scelta pro-NATO non è, di fatto, maggioritaria e che, in tutti e due i casi, non spetta solo a loro decidere ma a “tutta la NATO”, ovviamente— che come dice, parlando subito dopo al paese Saakashvili, non sembra intenzionato ad accoglierli[125]. Insomma, onestamente, un messaggio confuso…

Tanto più che Biden trova il modo di lamentare pubblicamente, tessendo alte lodi del popolo ucraino, del perché “di fronte alla sua grande maturità il governo ucraino non riesca a mostrarne altrettanta”, litigando al suo interno e con tutti. Così come ai georgiani, di cui in campo democratico è stato forse il maggiore sponsor a Washington, ricorda quel che sempre ama ripetere ai giovani che si affacciano alla vita politica. Che “ogni paese ha bisogno di politici in grado di sapere quello per cui vale la pena di combattere. Ma anche quel che vale la pena di perdere[126]

Ma il fatto resta: scrive, real-politikamente, l’agenzia di studi strategici vicina, come si dice al Pentagono – che qui spesso citiamo per la serietà del suo lavoro[127], ovviamente mai scevro dal senso della desiderabilità dell’egemonia americana ma sempre traguardata comunque, con realismo, su un’acuta valutazione degli equilibri di forza reali – che “la determinazione dei russi a ristabilire una sfera di influenza alla propria immediata periferia è radicata negli stessi imperativi di ordine geografico che spinsero gli Stati Uniti a rispondere tanto aggressivamente alla crisi missilistica di Cuba [del 1962]. Questa, in sostanza, è la realtà concreta dettata ancora dalle regole del gioco.

   Gli Stati Uniti, perciò, continueranno il loro supporto teorico a Ucraina e Georgia, dato il valore intrinseco che deriva in sé dall’opporsi all’espansionismo russo. Ma, isolati geograficamente, fisicamente, come sono dalle conseguenze di quel sostegno, l’impegno degli Stati Uniti verso quei due paesi – che sono e restano fuori della struttura più importante di alleanza degli USA, la NATO – rimane limitato”.

Retorico, appunto, molto più che concreto… Insomma, c.v.d., se la Georgia si scontra con la Russia, e lo fa per di più per sua improvvida scelta, gli Stati Uniti magari si dolgono della reazione di Mosca, dicono che è sproporzionata… Ma altro non possono fare. E non fanno.     

E le contraddizioni implicite nella posizione americana esplodono, infatti, subito, sulla questione del riarmo della Georgia. Quando Saakashvili a Biden chiede con insistenza di ricevere – e pure gratuitamente: come aiuto militare tra alleati – aerei, carri armati, ecc. E Biden (entrato nel ticket come e perché, si dice, esperto di politica internazionale: ma è uno che ha sempre votato tutte le scelte sbagliate di politica estera di Bush “lealmente”) al quale, come al solito, scappa detto quel che gli detta il budello più che il cervello, dice (o fa dire al suo seguito) prima di sì, per essere poi costretto a smentire di aver ricevuto la richiesta.

E, infine, personalmente nella maniera per lui più solenne ma anche più sputtanante, parlando al parlamento georgiano, mentre giura sulla continuità del sostegno statunitense alla Repubblica sovrana di Georgia, dice anche chiaramente di aver dovuto “respingere la richiesta del presidente Saakashvili di fornirgli nuovi armamenti difensivi[128].

Gli Stati Uniti continueranno, invece, ad addestrare le forze armate georgiane. Anche se – ammonisce:  e lo fa perché gli viene chiesto da Washington, espressamente – sarebbe il caso che a Tbilisi riconoscessero il fatto che “la Georgia non sarà mai capace di recuperare con le armi il territorio perduto nel corso della guerra con la Russia dell’anno scorso[129].

Subito prima di questa specificazione, del resto, la Russia ha messo le mani avanti e, col vice ministro degli Esteri Grigory Karasin, richiama tutti, anche e soprattutto l’America, alla dimensione della realtà e non al sogno di un’egemonia americana senza limiti che c’è stata solo, forse, negli anni di Eltsin al Cremlino.

E avverte che non permetterà “senza reagire appropriatamente, con misure concrete[130] che armi offensive da guerra vengano fornite “da chiunque” a un paese che solo un anno fa ha provato a invadere il suo territorio, o parte del territorio conteso tra i due paesi, tentando di affermare con la forza il suo punto di vista. Un paese, infierisce poi con sarcasmo, che la guerra sconclusionatamente iniziata l’ha pure persa di brutto…

Le misure concrete in questione essendo sanzioni economiche contro ogni impresa fornitrice di materiale bellico oltre che contro la Georgia stessa… Insomma, tanto per ricordare che al gioco delle sanzioni unilaterali, non è che sia titolata solo l’America. E, sottintesa, forse c’è anche la paura americana che se l’America si mette ad armare gli avversari, reali come la Georgia ha dimostrato di voler essere, della Russia, Mosca potrebbe anche rispondere armando gli avversari dell’America, reali o potenziali— tipo magari Venezuela o, addirittura, Iran.

Biden comunque, osserva il principale consigliere di politica internazionale del presidente Medvedev, Sergei Prikhodko, sembra voler sgretolare o, comunque, rimettere in questione, come può e appena può, “l’atmosfera tra i due paesi assai migliorata dopo la visita di Obama a inizio luglio”. E, quanto ad ambiguità, di fronte a quelli che si chiedono, o fanno finta di chiedersi sempre, chi comanda da noi, se Medvedev o Putin – Prikhodko aggiunge qualche poco sardonico – l’ambiguità a volte palese ai vertici americani sembra qualche volta assai più lampante. Il dubbio su chi forgiasse la policy americana, se un presidente o il suo vice, se Bush o Cheney, di recente l’ “abbiamo già visto emergere un’altra volta[131], no?

Certo, stavolta chi comanda è chiaro. Ma i dubbi dei russi si possono anche capire leggendo una sua recentissima intervista, più da analista che da esponente politico a dire il vero, al Wall Street Journal sullo stato che definisce pressoché comatoso della Russia: la stessa Russia che, però, tiene in scacco gli USA nel Caucaso, cui gli USA si rivolgono per esserne aiutati in Afganistan, con l’Iran e con la Corea del Nord…

La realtà – dice Biden – è che i russi si trovano oggi immobilizzati. Hanno una base demografica in decremento, un’economia che si va restringendo, un settore bancario e una struttura che non sopravvivranno probabilmente ai prossimi quindici anni; sono in una situazione in cui il mondo sta cambiando di fronte ai loro occhi mentre loro si aggrappano a qualcosa che è nel passato e che non è più sostenibile”. E aggiunge che “quel che più mi preoccupa è che non hanno la minima idea di quel che significa mettere in piedi una democrazia[132].

Un’analisi plausibile, in diversi punti. Ma che  spesso suona come stonata almeno in tre punti: il primo è la pretesa che gli USA, invece, di democrazia siano sempre stati nel mondo maestri— talora sì, e sarebbe irresponsabile e anche ingrato scordarselo… ma quando uno s’è azzardato a non concordare con loro per lui sono stati dolori, dovunque, e lo sono anche oggi; come pura pretesa è che gli USA – gli USA di Biden, sicuramente quelli dell’egemonia incontrastata degli anni ’90 – non siano anch’essi spariti per sempre; e che poi, proprio adesso, più che stonato è proprio scioccante che gli americani pretendano di impartire a qualcuno, perfino ai russi, lezioni di appropriata conduzione e governance economica e finanziaria: col loro trilione di dollari di debito estero… per dirne una sola.

Inoltre, se è effettivamente credibile l’analisi bideniana sulla demografia in calo come fattore importante del declino russo nel lungo termine, forse sarebbe utile che qualcuno gli parafrasasse quel noto economista britannico del sì, ma non si vive nel lungo termine…

Perché, qui e ora, il rapporto di forze ai confini della Russia è ancora e sempre, e a lungo ancora sarà, favorevole proprio alla Russia – così come ai confini americani è favorevole agli USA, ovviamente – con le avventure militari americane in Afganistan e in Iraq a bloccare comunque un intervento ai confini russi se Mosca, come sembra decisa a fare, si opponesse a una sfida esplicita, politica e geo-politica, filo-americana nei territori della ex Unione Sovietica: nel “cortile di casa” dei russi, cioè[133]...

Vedete. Chi scrive è convinto che l’analisi della Russia e della sua realtà economica che fanno Putin e Medvedev non è che poi sia così differente da quella di Biden. Ma la soluzione dei russi è quella di prender atto della debolezza economica strutturale della loro economia – che, del resto, strutturalmente debole è stata per secoli nei confronti dell’occidente – come di qualcosa pressoché di endemico.

Ma di reagire dando vita a un regime che – senza somigliare a quello autocratico e tirannico di ieri, ma mantenendone alcune caratteristiche di democrazia “guidata” dall’alto, identificate come specificamente russe, non comuniste o zariste e, cioè, come tratto distintivo della sua storia di sempre – come quello di ieri e malgrado la sua relativa fragilità strutturale sia in grado di far tremare vene e polsi a – e anche di sfiancare e di battere – potenze economicamente superiori come, rispetto alla Russia, era l’impero di Napoleone e, rispetto all’URSS, era il Grande Reich tedesco che aveva dietro tute le risorse di un’Europa completamente, o quasi, ingoiata.

Insomma, un po’ di riflessione sulla storia – su quel che cambia e su quello che resta sempre uguale a se stesso – ogni tanto farebbe bene… La strategia descritta, senza dirlo così, da Biden – e, forse, addirittura da Biden per conto di Obama: non è ancora chiaro – è quella di spremere i russi lasciando che il decorso del tempo faccia il suo corso e, naturalmente, li annienti. Il sospetto – non solo di chi scrive – è che i russi, se questa sarà poi la strategia americana, strizzeranno anche loro e con grande energia prima di rassegnarsi a farsi emarginare dalla storia. Come, catastroficamente,   altri hanno provato a fare.

C’è anche divergenza, importante e persistente, tra USA e Russia, di apprezzamento sulla concretezza della potenziale minaccia nucleare rappresentata proprio dall’Iran, anzitutto se e in quale forma esista davvero il pericolo di un arma atomica a Teheran. I russi continuano a dire che non ne hanno né prove né indizi, gli americani, a denti più o meno stretti, riconoscono che anche loro prove non ne hanno trovate (lo hanno di recente, ricorderete, attestato all’unisono tutti i loro 16 enti di Intelligence americani). Ma confermano anche di nutrire molti sospetti.

Adesso, c’è un passo avanti: Obama e Medvedev hanno annunciato – e subito il governo di Israele ha fatto sapere di non avere apprezzato per niente la novità – che “insieme” i loro servizi provvederanno a condurre “una valutazione congiunta di ogni minaccia nucleare che provenisse dall’Iran[134].

Obama, in conferenza stampa, sostituisce l’avverbio “insieme” con l’aggettivo comune e, senza menzionare l’Iran cita il problema in generale. Ma il senso è quello, quando afferma “di essere molto contento che tra di noi sia stato raggiunto l’accordo su una dichiarazione comune relativa al tema della difesa missilistica e su una valutazione congiunta della minaccia posta dalle sfide che vengono a noi tutti imposte dai missili nel 21° secolo”.

Obama avrà il suo da fare a raccogliere, una volta che lo raggiunga con Medvedev, i voti necessari a far ratificare al Senato il nuovo Trattato di riduzione: i due terzi, 66 senatori su 100. Gli ostacoli principali saranno tutti all’ interno.

Il momento della verità arriverà a fine anno, quando il Pentagono approverà e presenterà alla Casa Bianca la sua Revisione della concezione nucleare  che, secondo quel che esso stesso dice, definirà la strategia di deterrenza degli Stati Uniti per i prossimi cinque-dieci anni: insomma, la Bibbia dell’armamento nucleare americano per tutto il resto della presidenza di Obama. Il presidente dovrà assicurarsi che questo documento rifletta il suo modo di pensare.

   E non avverrà di certo da sé visto che il complesso degli armamenti nucleari – l’insieme delle agenzie del Pentagono e del Dipartimento dell’Energia coinvolte nelle operazioni atomiche, inclusi le forze armate e i laboratori che costruiscono e mettono a punto le armi – nutrono una serie di considerevoli reticenze verso i suoi piani [la riduzione subito e, in progress, l’azzeramento degli armamenti atomici, tutti ovviamente e tutti verificabilmente], lo stesso del mondo vasto degli strateghi della Difesa e che c’è resistenza anche in Congresso[135].

E’ quello che cinquant’anni fa il presidente Eisenhower aveva chiamato il “complesso militar-industriale[136], un coacervo di fede, di ideologia, di conoscenza, di scienza, di ricchezza, di totale mancanza di scrupoli e di potenza industriale che finora ha sempre dominato e che, adesso, teme di veder abbassarsi non solo il livello di potere e di profitto ma anche quello di deterrenza contro un attacco agli Stati Uniti d’America. Un complesso di “valori” e di interessi che, invece che ridurli, vuole ammodernare            quelle armi, anche costruendo una nuova serie di ogive termonucleari: un progetto che Obama invece ha già nettamente respinto.

Il fatto vero “è che se pochi momenti della carriera di un presidente sono tanto brillanti quanto l’annuncio di un accordo sulla riduzione degli armamenti nelle sale dorate del Cremlino, per Obama quella è stata la parte facile38.

Perché ancora ci sono tutti i dettagli da definire, e la questione del linkage-non-linkage tutta da sciogliere. Ma, soprattutto, ci stanno tutte le resistenze – pericolose: da ogni punto di vista e sotto ogni aspetto… – del complesso militar-industriale americano. E russo. E magari anche, insieme, russo-americano…

Però, il nodo di fondo che richiederà saggezza, pazienza, flessibilità e intelligenza per essere sciolto – il vero contenzioso tra USA e Russia, da affrontare ormai in modo completamente diverso e sicuramente, ormai, col concorso attivo del soggetto, se fosse finalmente capace di rendersi tale: non più solo oggetto dei desideri e delle lusinghe altrui – è come sempre l’Europa.

Qui, in Europa, ci sono, ci vorrebbero essere, ci potrebbero essere se non neutralizzati, speriamo non  dai missili russi messi oltre confine ma da un’intesa, gli antimissili americani convinti come sono i russi che potrebbero offrire il margine, magari a un’altra amministrazione americana avventurosa come quella appena cambiata, agli USA di una capacità di primo-colpo nucleare.

Qui, in Europa, c’è il dente che duole delle promesse che Bush padre, testimone il cancelliere Kohl, fece a Gorbaciov, l’ultimo presidente sovietico, che se avesse detto sì alla riunificazione tedesca, la NATO non si sarebbe allargata: promessa[137] rimangiata da Bush stesso, da Clinton e da un’Europa incapace di mettere in piedi una sua nuova Ost Politick verso la nuova Russia.

Così, l’Europa, invece, di aprire le opportunità di cooperazione e crescita comune alla Russia (pensate solo al campo energetico), di lavorare a acquietare le remore, anche comprensibili, degli ex paesi satelliti entrati nella NATO, hanno lasciato che fossero questi, invece, a contagiare tutta l’Unione dei loro timori e dei fantasmi del loro passato.  

Qui, in Europa, c’è l’opportunità che Medvedev, adesso, chiama di una nuova architettura di sicurezza  una difesa antimissili combinata e messa insieme tra America, Russia ed Europa, magari americano-russa-europea mirata, non solo nelle intenzioni proclamate a minacce del tutto esterne e occasionali. Un’opportunità troppo facilmente, troppo leggermente, scartata: proprio e soprattutto in Europa. Ma che dovrebbe essere ora rilanciata, con una vera partnership a tre, là dove conterebbe davvero.

Molto più in Europa che in Afganistan… Dove, invece, ai russi gli americani potrebbero rivolgersi non solo per facilitarsi il transito delle armi ma anche, e più utilmente, non fosse altro per l’esperienza che hanno fatta nei dieci anni della loro guerra di invasione: partita, anche lì, per portare un aiuto ai “selvaggi” e con esso la civiltà…

La strategia che risale alla viva inventiva del gen. Petraeus, quello dell’impennata prima in Iraq e, poi, ora, in Afganistan scandita dallo slogan che ne descrive, però, la sostanza è ben descritta dallo slogan con cui lui stesso l’ha sempre presentata: si tratta del trittico Clear, Hold, Build Ripulire, Controllare, Costruire il territorio.

Intanto, questa strategia è osteggiata pesantemente dai pakistani che avvisano gli USA di come le operazioni a tappeto dei marines, di occupazione e controllo del territorio afgano, stanno spingendo centinaia di talebani, forse migliaia, in territorio pakistano, minacciando una pericolosa e pesante destabilizzazione del Baluchistan.

Lo stato maggiore pakistano avvisa gli alleati americani che per non trovarsi di fronte a un netto e, per loro, imbarazzante rifiuto, non devono chiedere a Islamabad di opporsi agli sconfinamenti talebani e a una loro maggiore presenza in Baluchistan spostando truppe nella regione. Per farlo dovrebbe sguarnire la frontiera con l’India che, però, per il Pakistan resta sempre il potenziale avversario e la principale minaccia strategica[138].

Poi, quello ora perseguito dagli americani – ripulisci, controlla, ricostruisci – in realtà non è un’idea tanto nuova ma un sistema testato varie volte in passato e sempre fallito. In effetti, è la dizione con cui il Generalfeldmarshall Friedrich Wilhelm Ernst von Paulus, il feldmaresciallo tedesco che diresse la campagna di Stalingrado nella seconda guerra mondiale, descrisse a suo tempo la tattica, come forse è meglio chiamarla, con cui catastroficamente la perse.

E questa è appunto la tattica con cui Petraeus aveva tamponato la catastrofe in Iraq – un paese che è una tavola di sabbia, con qualche montagna solo al confine Nord orientale curdo – in modo che sta consentendo, oggi, l’avvio del ritiro americano.

Ma la Repubblica islamica dell’Afganistan è un’altra faccenda, piazzata com’é a Nord-Nord Est ai confini di Turkmenistan, Uzbekistan, Tajikistan – e subito più in là della Russia –, dal Pakistan e poi dalla Cina a Est e Sud-Est e dall’Iran a Ovest. Un territorio fatto tutto e solo di montagne e popolato da centinaia di etnie tribali, mai controllato da un governo centrale e quasi sempre dalle tribù e dai loro signori della guerra che coltivano e commerciano l’oppio e con esso si finanziano e dai talebani islamici fondamentalisti ai piedi delle montagne…

Questa, insomma, non sembra per niente una tattica nuova, ma la ripetizione di quella nella storia tentata una decina di volte per dominare il territorio afgano (Alessandro Magno, i  Mongoli, diversi marajà indiani, gli inglesi, i russi e, ora, gli americani…) e sempre clamorosamente fallita.

Tanto più che a cambiare e, dal tasso crescente di casualties – morti e feriti – tra le truppe americane e alleate, a riscontrare invece ben altro successo sembra essere piuttosto la tattica dei talebani[139]: il tasso di “eliminazione”, si chiama così, oggi in atto contro il nemico afgano è, stimano ufficiosamente, s’intende, al quartier generale dell’ISAF, l’International Security Assistance Force, cioè la missione militare alleata, di fatto NATO, sotto comando americano, di supporto al governo afgano, è di 1 talebano messo fuori combattimento per ogni 50 afgani: un rapporto di per sé allucinante che spiega gran parte degli ostacoli incontrati sul campo. 

I talebani vanno costantemente consolidando i loro legami sul piano ideologico, rafforzando un addestramento sempre più “professionale” – come lo vengono descrivendo i militari occidentali, tutti professionisti e volontari, che con loro in qualche modo condividono quel terrritorio –, dei rifornimenti (le loro bombe, anche quelle “improvvisate” come stupidamente le chiamano,  sono oggi molto più potenti di ieri e loro utilizzano una potenza di fuoco comunque maggiore).

E poi toccano, fanno male e fuggono. E tornano quando loro fa comodo. La tattica è semplice ed è sempre la stessa: le poche ore di un’operazione di truppe americane o britanniche in prima linea – le altre (tedesche, canadesi, italiane…) fanno sostanzialmente azioni di pattugliamento ai margini del fronte – sostenute massicciamente da elicotteri, caccia, cacciabombardieri e aerei senza pilota, servono a ripulire efficacemente una zona: se gli insorti non si ritirano, vengono ammazzati, e in effetti lo sono, a centinaia e a migliaia. Per cui se ne vanno, in genere anche prima dell’attacco alleato, allertati in tempo dalle loro antenne sul territorio.

Ma appena gli alleati stabiliscono una presenza sul territorio così “liberato”, immediatamente diventano vulnerabili loro, altro che “controllarlo”. Le truppe moderne di un esercito occidentale hanno, infatti, bisogno di un flusso costante ed elevato di rifornimenti, di tenere dunque aperte le vie di comunicazione, cosa che non si può fare bombardando ma solo pattugliando il territorio, così però facendosi bersaglio ottimale per le tattica antica del mordi e fuggi dei talebani— e a veder bene di tutte le truppe irregolari, insorte, partigiane, di ogni guerra di guerriglia.

Sono tattiche particolarmente ormai affinate e testate nell’arte dell’agguato: riferiscono, in particolare, le truppe inglesi al fronte – gli americani preferiscono tacere sul punto – che il “coordinamento del fuoco talebano è diventato ormai micidiale, con l’acquisizione di un’abilità straordinaria di mettere sotto bersaglio le armi pesanti e gli apparati radio” della coalizione[140].       

Adesso, ad agosto, in Afganistan votano per la presidenza. E, per consentire quel voto, ci sono già stati nelle ultime settimane di “impennata” dell’offensiva antitalebana, centinaia di morti tra afgani, in guerra tra loro, e alleati che aiutano e pagano così il loro scotto al governo Karzai (otto britannici in un giorno, il 10 luglio, e un paracadutista italiano il 14…, a parte la lenta moria quasi quotidiana di americani).

Ma, proprio adesso, riemerge una storia che l’Amministrazione Bush ha cercato, a lungo, di tenere nascosta— ma che, in America, nascosta mai riesce a restare: e questa è la misura che, alla fine, redime in qualche modo anche i peccati che macchiano la coscienza di questo paese.

Adesso si viene, o meglio si ri-viene a sapere – si era saputo già ben otto anni fa[141]: ma allora era stato appunto accuratamente, anche se non definitivamente, sepolto, emarginato, coperto – con fior di testimonianze e documentazione a supporto, che a dicembre del 2001, a Dasht-i-Leili, nel deserto afgano, nella prima fase d’invasione americana alla caccia di al-Qaeda e di Osama e alla ricerca e distruzione dei talebani, le forze comandate da uno dei massimi signori della guerra locali subito fattisi alleati e sotto coordinamento delle truppe americane, il gen. Adbdul Rashid Dostum, procedettero a un massacro che secondo le fonti varia dalle centinaia alle diverse migliaia di prigionieri talebani.

Che, nell’arco di tre giorni, vennero stivati in container di metallo senza acqua né cibo e trasportati in giro finché non morirono tutti, se gli andò bene soffocati. Altri vennero fucilati a bruciapelo e tutti sepolti in tre grandi fosse collettive nel deserto attorno a Dasht-i-Leili, appunto, nel nord del paese.

Ma Dostum che ha sempre sostenuto di non essere stato scoraggiato dai suoi referenti americani e che era da anni, già sotto i governi talebani e pre-talebani, sul libro paga della CIA era un personaggio troppo potente per essere toccato ed è accertato che in ogni caso, in quei giorni, le sue milizie lavoravano fianco a fianco con le Forze Speciali statunitensi. E, del resto, chi si preoccupava allora – come d’altra parte chi si preoccupa oggi – che al fronte venissero rispettati i canoni di comportamento che pure detta lo jus in bellum?

Poi il presidente Karzai fece Dostum suo capo di stato maggiore, anche se l’anno scorso fu costretto a “sospenderlo” per aver minacciato un parlamentare rivale imbracciando un mitra. Ora, non solo è stato rimesso al suo posto ma oggi è uno dei grandi elettori del presidente nella sua corsa alla rielezione.

Intanto, a fine luglio, filtrano notizie, assolutamente affidabili, su uno “sforzo concertato tra americani e inglesi” – gli altri alleati, anche se sono ormai lì ancora a migliaia (italiani, tedeschi, canadesi – pare proprio non ne sappiano niente “qualsiasi sia alla fine il risultato delle elezioni di agosto, di avviare coi talebani una serie di negoziati senza precedenti”. Nel tentativo, cambiando drasticamente tattica dopo l’offensiva di giugno e di luglio – che comunque non può durare molto più a lungo –, di sfondare per arrivare a chiudere una guerra d’attrito che ormai dura da ben otto anni.

Si parla perfino, a Londra e a Washington, di una vera e propria ‘strategia di uscita’ militare[142]. Il vice capo di stato maggiore della difesa britannico, ten. gen. Simon Mayall, dice chiaro che l’operazione militare è servita proprio “a consentire al secondo livello dei capi talebani di riconnettersi col governo centrale”: come, non lo spiega. E, messa così, francamente sembra ancora una volta una pia illusione.

Il fatto stesso di cercare di negoziare coi talebani – con qualsiasi tipo di talebani: di primo, di secondo, di terzo livello – sembra in effetti un segnale che americani, inglesi e truppe varie della NATO non riescono a mettere fine a questa guerra a forze di bombe… E che, ormai, lo capiscono. Quasi tutti. Con buona pace dell’ultimo soldatino di piombo alla Ignazio La Russa…

In Iraq, intanto, non è affatto, poi, che stia proprio andando tutto liscio. Gli americani, è vero, si stanno ritirando dalle città. Ma nel paese resta impastoiata la loro armata di 130.000 soldati: lo stesso livello che c’era prima dell’ “impennata” del 2007… Adesso, però, il portavoce del governo iracheno, Ali al-Dabbagh, dice chiaro e tondo che la “riconciliazione nazionale è puramente una questione interna” e che “gli americani non devono lasciarsi coinvolgere nella questione” dei problemi che sussistono: tra sciiti e sunniti, tra gli sciiti stessi, tra tutti coi curdi e tra i curdi con tutti… E’ quel che ha detto direttamente, e vuol fare sapere di aver detto, il primo ministro Nouri al-Maliki al vicepresidente americano, Joe Biden, in visita volante a Bagdad[143].

In particolare, a preoccupare Biden è sembrato essere proprio il problema del rapporto tra governo  centrale e governo del Kurdistan iracheno[144]. In effetti, Nechirvan Barzani, presidente del Consiglio della regione autonoma curda dell’Iraq, ha dichiarato che la regione è “più vicina adesso che in ogni altro momento dal 2003 alla guerra con il governo iracheno centrale”. Se oggi non ci fosse ancora una presenza americana ad interporsi tra le diverse forze armate presenti nel Nord dell’Iraq, ha detto, già comincerebbero gli scontri[145].

In questa situazione esce a sorpresa, ma non per le conclusioni solo per la scelta di renderlo subito pubblico, un rapporto interno del superesperto tra tutti i consiglieri, col. Timothy R. Reese, al capo di stato maggiore della corpo di spedizione americano a Bagdad. Dice addirittura brutalmente che l’esercito iracheno soffre di profondissime tare strutturali, anzitutto “il settarismo radicato che non sembra avviarsi neanche a un superficiale superamento”. Sottolinea come, “negli ultimi mesi, le truppe irachene siano sempre più restie a collaborare con gli americani ma, soprattutto, a seguirne i comandi”. E aggiunge, in contraddizione non piccola, che dovrebbe comunque “riuscire a tenere a bada gli insorti sunniti e le milizie sciite”.

Poi, più realisticamente, conclude che in ogni caso “un prolungamento della presenza di truppe americane non aggiungerebbe ormai niente alle capacità delle truppe irachene, che sono quelle che sono, mentre servirebbe solo a rinfocolare il chiaro risentimento montante della popolazione contro gli americani[146]… Contro i liberatori, cioè…

Le prime righe del Rapporto Reese[147] sono crude e dirette: “insomma, adesso [adesso, non certo a maggio del 2003, quando quell’incosciente di Bush proclamò il suo sciagurato ‘mission accomplished’— e  poi bisognerà ancora vedere…], è ora di proclamarci vincitori e, così, andarcene a casa. Del resto, come dice il vecchio proverbio, ‘l’ospite, come il pesce, dopo tre giorni puzza’”. E qui, ormai, altro che tre giorni… O tre mesi… O tre anni…

Su quel che sta succedendo in Iran, curiosa, un  mese fa, il 26 giugno, anche la prima reazione ponderata, cioè non a caldo e dunque neanche più emotiva, di Barak Obama alle notizie che venivano dalle strade in subbuglio di Teheran. Il presidente, in televisione, spiegò che l’Amministrazione “non era ancora in grado di capire se e come un potenziale dialogo potrà venire influenzato finché non si vedrà cosa davvero è successo e cosa sta succedendo in Iran[148].

In apparenza sembra proprio una dichiarazione per lo meno curiosa, dato che quando Obama parlava era già evidente che a Teheran la protesta, con qualche eccezione decisamente minore dopo che la Guida suprema, Khamenei, aveva chiesto ai dimostranti di lasciar perdere asserendo che le elezioni erano state “corrette” e dopo che le forze della sicurezza avevano imposto per le strade la calma, tutto si andava smorzando.

Ma Obama probabilmente aveva ragione perché, qualsiasi fossero i motivi della gente che manifestava per le strade di Teheran, la lotta vera non è mai stata quella ma l’altra, assai meno visibile in corso col redde rationem delle elezioni, tra le fazioni interne di Ahmadinejad e di  Rafsanjani. Che non è mai stato uno scontro – né aperto, né nascosto – sulla  liberalizzazione, specie all’occidentale, del regime (sulla libertà, maggiore o minore da dare a quella gente, cioè) ma sul ruolo della élite che noi impropriamente per l’Islam, e specie per quello sciita, chiamiamo “clero” – gli ayatollah – e sul futuro di alcuni particolari individui tra di loro.

Ahmadinejad ha condotto tutta la campagna elettorale schierandosi contro i vecchi ayatollah da sempre al potere, con l’eccezione di Khamenei, e accusandoli di corruzione e di gestire lo Stato al profitto proprio e a quello delle loro famiglie piuttosto che a favore della gente. E proprio Rafsanjani era stato da lui identificato e bersagliato come fulcro di questa cabala dell’élite “clericale”, lui che, di fatto, è il più rappresentativo dell’elite in turbante bianco arrivata al potere con Khomeini nel 1979.

Presidente della Repubblica per due volte, dal 1989 al 1997, Rafsanjani era stato sconfitto nel 2005 proprio da Ahmadinejad ma manteneva – e, fino a nuova notizia, mantiene sempre – un enorme potere come capo delle due più influenti istituzioni del regime ayatollaico, il Consiglio della Convenienza (come si traduce al meglio, forse, la dizione farsi originale che in inglese rendono con la parola “expediency”: convenienza nel senso che un eletto, per esempio, è o no conveniente –moralmente, politicamente, ecc. – per il sistema oppure no), cui spetta arbitrare tra Consiglio dei Guardiani e  parlamento, e l’Assemblea degli Esperti i cui poteri includono nomina, supervisione e – al limite – revoca della stessa guida suprema della Rivoluzione, l’Ayatollah Khamenei. 

Rafsanjani è stato anche indicato dalla rivista finanziaria americana Forbes. vera bibbia del capitalismo globale, come uno degli uomini più ricchi del mondo[149]. E gli iraniani sanno tutti che è ricco, enormemente ricco, lui come la sua famiglia. Sul naturale risentimento a questo stato di cose, demagogicamente ma anche genuinamente, Ahmadinejad ha costruito la sua fortuna e oggi ne sta incassando gli interessi.

Restando sempre formalmente ossequioso nei confronti della Guida suprema e senza mai denunciare il regime ha denunciato quei “pochi” individui che ne hanno approfittato per anni e che, per resistergli, hanno pensato – bene? male? – di allearsi coi cosiddetti “rifornisti” puntando su una vittoria possibile. Che – forse – è stata sottratta loro anche con l’imbroglio, ma – forse – no. Anche loro, però, tutti da verificare quanto a genuinità della loro volontà di riforma.

Quando Ahmadinejad lo ha accusato anche in televisione, nel dibattito in diretta pre-elettorale con Mousavi, di corruzione e di furto sistematico ai danni dello Stato, Rafsanjani ha risposto accusandolo di aver rovinato l’economia. Ma, nella seconda metà del 2008 approfittando del prezzo forte del petrolio nei primi mesi dell’anno e a fine 2007, il presidente, Ahmadinejad, aveva provveduto a concentrare sui ceti meno abbienti i sussidi che lo Stato era in grado di elargire e, così, aveva concretamente aiutato – non a chiacchiere o a promesse future – milioni di iraniani.

Qui Rafsanjani ha perso e ha vinto Ahmadinejad. Se rovinare l’economia significa far stare meglio la maggior parte della gente oggi, e non magari domani, allora la maggioranza degli iraniani sembra aver gradito che, per la prima volta forse, i profitti del petrolio siano andati nelle tasche loro e non in quelle delle varie élites di sempre.

La realtà pare al fondo anche semplice: “quando Ahmadinejad ha sconfitto Mir Hossein Mousavi”, il re travicello, portabandiera nominale dei ‘riformisti’, “la notte delle elezioni questa élite clericale si è vista messa seriamente in pericolo. Il margine di vittoria reclamato da Ahmadinejad gli avrebbe potuto conferire un potere politico tale da sfidare la loro posizione. Mousavi, così, si mise immediatamente a gridare alla frode, appoggiato da Rafsanjani.

   Qualunque cosa accadesse per strada e per qualunque motivo, la vera battaglia era quella a coltello tra Ahmadinejad e Rafsanjani” ai vertici del potere e “alla fine della settimana Khamenei aveva deciso di metter fine allo stallo. In sostanza, tentando di tenere insieme le cose ordinando, da una parte, l’alt alle dimostrazioni e, dall’altra, buttando un osso a Rafsanjani e Mousavi con l’estensione della verifica sulle irregolarità delle elezioni e il prolungamento del riconteggio parziale per cinque giorni”.

Insomma: non ci sarebbe “mai stata un’insurrezione contro il regime ma una lotta tutta interna al regimenon contro un regime repressivo che sopprime una riforma (come a Praga, nel 1968) ma un conflitto interno tra due fazioni islamiche entrambe. Entrambe fedeli al regime esistente, ma schierate una contro l’altra[150].

Non c’è ancora niente di chiaro nei fatti di Teheran e arrivano notizie, non confermate però – come al solito – di un dissenso che emerge all’interno del gruppo autorevole del clero di Qom[151]. Non ci sono né cognomi né nomi, è un “gruppo” che firma anonimamente, quindi ancora non c’è alcuna conferma non solo della fondatezza ma anche dell’autorevolezza del fatto. Che se è vero, però, è rivoluzionario perché, all’interno dell’Islam sciita d’Iran, Qom ha un posto di eminenza del tutto particolare. Da secoli…

Ormai a oltre un mese dalle elezioni, alla prima occasione di portata nazionale che gli viene confermata – di guidare, come dicono qui, la preghiera del venerdì – malgrado il suo notissimo ormai essersi schierato all’opposizione della Guida suprema e del riconfermato presidente della Repubblica, l’Hojatoleslam (un rango appena inferiore a quello di Ayatollah) Ali Akbar Hashemi Rafsanjani – dopo aver rivendicato la propria legittimità provata “da sessant’anni di una vita vissuta secondo per secondo al servizio della rivoluzione dal primo giorno della lotta di Khomeini”, si è di fatto proposto come alternativa al regime.

Ha implicitamente sfidato – anche se non ancora formalmente ripudiato – “l’autorità della Guida suprema, l’Ayatollah Khamenei, a chiudere ogni discussione sulla base della sua personale decisione”. Insomma, nei fatti ha rivendicato a sé l’autorevolezza di interpretare oggi gli ideali della Repubblica islamica sorta dalla Rivoluzione di trent’anni fa… Ma – per ora, almeno per ora… – non sembra essere riuscito propriamente a sfondare[152].

Un altro risvolto da considerare bene è che, per quanti in Israele e in America insistono a identificare, bollare e, quindi, punire l’Iran come il fulcro dell’ “asse del male”, la vittoria di Ahmadinejad fa molto comodo.

Ma anche che, ormai, un grosso intralcio a punirlo, cioè – per dire – a bombardare Teheran, lo fa il fatto che tanti iraniani, come minimo una decina di milioni a occhio e croce se chi ha manifestato in strada contro il presidente è davvero un terzo della popolazione, sono stati visti in televisione dal mondo come gente non solo “normale” e perfino, poi, amante della libertà nello stesso modo, con le stesse speranze – e, magari, le stesse illusioni – di tanti da noi: gente che, all’improvviso, è difficile far vedere a chiunque ormai solo come scontati “danni collaterali” senza nome…

Adesso, viene il consiglio di un editoriale – non firmato e che, dunque, rappresenta il punto di vista del giornale – del New York Times, con la presunzione di prammatica propria – è più forte di loro – degli americani “la sfida per l’occidente [che, è scontato, la pensa – deve pensarla, no?, tutto allo stesso modo] è quella di fare i conti con l’Iran in modo tale da dare speranza all’opposizione e rafforzare i dubbi tra le élites politiche— senza provocare un colpo di coda[153].

Naturalmente, come farlo non viene detto. E neanche gli viene in mente che mettere il dito, dall’America o dalla Gran Bretagna, nelle faccende iraniane significa probabilmente ricompattare la popolazione ancora di più dietro a chi, volente o nolente, oggi è il vincitore…

Nella pratica, però, l’America di Obama si muove con grande cautela, ma anche cercando di districarsi tra grandi contraddizioni. Nel gruppo dei cosiddetti sherpas che ha preparato il G-8 di Roma, incaricato di studiare il che fare sull’Iran (la questione del nucleare e la repressione delle manifestazioni di piazza), a quanto afferma Ha’aretz, quotidiano israeliano – di regola ben informato oltre che, tra tutti i fogli di quella stampa, il più responsabile[154] – citando fonti diplomatiche ovviamente non identificate, sono stati proprio i rappresentanti del presidente a frenare.

Quindi, al G-8 non saranno decretate altre sanzioni perché, a parte la difficoltà di trovare davvero l’unanimità, una posizione dura potrebbe portare proprio a un contraccolpo che, su tutti e due i versanti, potrebbe rivelarsi addirittura controproducente.

Infatti, dal vertice non esce niente di più che un appello all’Iran al rispetto delle libertà civili, che più general-generico ovviamente non potrebbe essere, firmato da tutti i partecipanti; e un altro appello a negoziare, entro settembre (e perché non agosto o ottobre, allora?) le divergenze sul (suo, peraltro) programma nucleare… restando sempre sul vago, però, su quel che farebbero (e, poi, chi, tutti, alcuni? gli americani da soli? gli americani e gli inglesi?) se Teheran continuasse a non starseli proprio a sentire[155]

Ma, in un risvolto di ambiguità un po’ curioso (o forse no…), il vicepresidente americano Biden sente, pressoché contemporaneamente e del tutto inopinatamente, il bisogno di dire[156] che gli Stati Uniti non fermerebbero un attacco israeliano sui siti nucleari iraniani – gli istituti e i laboratori che, dicono gli stessi americani e anche gli israeliani, non riguardano armi atomiche ma tecnologie e ricerca energetica: per lo meno è questo quel che finora sanno, anche se “sospettano” altro – se quel paese decidesse di ricorrere alle armi. Perché – spiega – Israele come paese sovrano ha il diritto di decidere da sé cosa fare, sull’Iran come su qualsiasi altro tema, a prescindere anche dalle scelte di Obama. 

Che naturalmente, detto così non significa niente: nessun paese ha bisogno dell’assenso di nessun altro paese per fare quel che vuole, se appena può farne a meno, compresa  la guerra se vuole;  ma perché mai lo dice adesso, lo dice solo di Israele e non del fatto che questo è anche un diritto inalienabile di qualsiasi Stato sovrano, anche, sì, anche e proprio dell’Iran).

Ma potrebbe, invece, significare molto, se volesse mai dire quello che in apparenza – ma allora anche in palese contraddizione con la prudenza mostrata dal presidente – Biden sembra volere che non tanto gli israeliani quanto gli  iraniani capiscano…

Potrebbe anche essere solo, però, l’ennesimo illusorio tentativo degli americani – così connaturato alla loro cultura mercantile, in realtà originariamente europea e, anzi, mediterranea – del bastone e della carota, di premiare e punire condizionando così amici e nemici, alleati e no. Che storicamente trova di rado, però, riscontri operativi felici e utili quando si scontra (vietnamiti, cinesi, persiani adesso….) con storie e culture ultramillenarie basate su concetti più “astratti” ma estremamente profondi di onore, giustizia, perdita di “faccia”.

Prima o poi – speriamo prima – bisognerà che questo equivoco venga sciolto… Ci ha provato Obama in persona, forse?, e a tamburo battente, dicendo subito in un’intervista rilasciata al volo alla CNN a Mosca pare proprio solo per dire che non è affatto così: che, come speso gli capita il suo vicepresidente, Joe Biden, ha dato fiato alla bocca (è fatto così)… A domanda specifica e, in pratica,  unica – se gli Stati Uniti avessero dato luce verde a Israele per un attacco militare all’Iran – brevemente e seccamente risponde che “assolutamente no”.

Aggiunge, anche lui, l’ovvio: che, naturalmente, Israele è un paese sovrano, ma anche che la strategia degli USA è altra, adesso: è quella di “risolvere la questione del potenziale nucleare iraniano attraverso i canali diplomatici[157]. Poi, però… e a latere, arriva notizia che il segretario americano alla Difesa, Robert Gates, visiterà segretamente (segretamente? ma se arriva la notizia dieci giorni prima[158] della visita?…) Israele, accompagnato dal plenipotenziario del presidente Obama, George Mitchell, per discutere col ministro della Difesa Barak e col primo ministro Netanyahu dell’ “approccio americano alla minaccia nucleare iraniana”.

Poi, quando la visita ha luogo, il ministro israeliano trova il modo di dire a alta voce che il suo paese non è per niente d’accordo con la decisione americana di parlare con Teheran ma di non poterci far niente e l’americano conferma ma rassicura anche che si parla comunque – se si parla, poi: perché qui sembra quasi che uno gli appuntamenti li chiede, li dà, li fissa e li cancella da solo... l’interlocutore essendo tenuto, no?, a dire solo di sì… – al massimo entro settembre[159].

Poi? Eh, poi non si sa… Per ora, ministri americani e israeliani discutono di maggiore coordinamento tra i due paesi e di altre questioni, non meglio specificate, relative alla difesa. E chi, a questo punto, capisce qualcosa del tira e molla della strategia americana, è bravo. Ma l’impressione ormai netta è che ci sia un dialogo quasi tra sordi e che, in ogni caso, Netanyahu stia riuscendo a invischiare Obama in una vera e propria tela di ragno.

Per esempio, sul punto più rappresentativo e significativo, simbolico e non solo, della svolta di Obama, quel suo piantatela lì secco e perentorio chiesto agli israeliani, e pubblicamente, con tutti i nuovi insediamenti – perché negano in radice la road map e gli impegni solenni già assunti che ne costituivano il cardine – si sta già trasformando[160], grazie anche al solito boicottaggio interno all’Amministrazione del partito filo-israeliano a Washington (dalla Clinton a Biden, per dire) nella riaffermazione pubblica della policy ma escludendone gli insediamenti in cui i lavori siano già cominciati (almeno 2.500…). Di qui all’annuncio formale della nuova politica, è anche ovvio – scontato, anzi – che il governo israeliano ne avrà fatti cominciare ancora a centinaia,      di quei lavori…  

Per conto suo, e a scanso di equivoci – sul tema, delicatissimo per Bagdad, dell’eventuale attacco all’Iran – l’Iraq a governo sciita in ogni caso tiene a far sapere subito a tutti – a Iran, a Israele e agli stessi USA – che considererebbe come “un attacco alla sua stessa sovranità un qualsiasi sorvolo da parte dell’aviazione di Tel Aviv”: come quello che ci sarebbe – ma nel caso, ovviamente, senza chiedere alcun permesso – nel caso di un attacco ad obiettivi iraniani.

Lo dichiara a nome della Commissione Difesa e Sicurezza del parlamento Hassan al-Senied, che la presiede, avvertendo che “in quel caso il paese prenderebbe tutte le misure necessarie di ordine politico, giuridico, diplomatico e anche militare”. Per chiarire, il segretario generale dell’Alleanza sciita, la coalizione che forma gran parte della maggioranza in parlamento, Mohammed Naji, spiega alla stampa americana, anche troppo palesemente scettica, che la presenza di truppe statunitensi nel territorio iracheno non dà alcun diritto a Israele: proprio e anche in base al Trattato di sicurezza americano-iracheno firmato già con Bush l’anno passato[161].

Intanto, Mohamed ElBaradei, il direttore generale dell’AIEA, l’ente che per conto dell’ONU “sorveglia” l’implementazione del Trattato di non proliferazione nucleare, è andato in pensione, dopo due mandati impegnativi e più che decorosi, nei quali ha dovuto anche piegarsi, talvolta alle pressioni di Bush che voleva convincerlo ad accettare le sue “prove” della colpevolezza iraniana, ma sempre resistendo sull’essenziale e riuscendo nei fatti a tenerlo a bada anche, di tanto in tanto, illudendolo un po’.

Non lo ha mai fatto, ha sempre ammesso di nutrire i suoi dubbi – del resto sensati – sulla natura reale, solo scientifica e energetica e non anche militare, della ricerca nucleare iraniana, ma ha sempre detto, suffragato in realtà da tutto l’apparato dello spionaggio stesso degli Stati Uniti d’America (16 agenzie ed enti preposti a ogni tipo di Intelligence), che proprio non esistono prove – solo sospetti – sul tema…

Per il lavoro che ha fatto, e proprio per la fermezza, la duttilità e insieme l’equilibrio con cui ha gestito il suo complesso ruolo di verificatore dei sospetti, da una parte, e assertore, dall’altra, del diritto di ogni paese sovrano, firmatario del Trattato di non proliferazione, anche dell’Iran, a darsi la sua ricerca e la sua energia nucleare autonoma, l’egiziano ElBaradei ha vinto il Nobel per la pace nel 2005.

Ora ElBaradei è andato via, ma lo ha fatto lasciano una specie di testamento con la firma di un articolo[162] in cui, senza peli sulla lingua, come da suo costume, dice quel che pensa del nodo, aggrovigliato, che impastoia tutta la questione: e sulla base dell’esperienza che, proprio dirigendo l’AIEA e trattando con tutti i soggetti in questione in tutti questi anni, si è fatto, dà atto a Obama di aver “dato un impulso fresco agli sforzi, in stallo per un decennio, di arrivare a un disarmo nucleare”; ma poi, aggiunge che – in realtà e al di là di ogni ipocrisia – è “facile identificare i problemi, gli ostacoli, essenziali” da rimuovere per avanzare sul serio su questa strada.

E li elenca, con grande capacità di sintesi e precisione anche se qui, naturalmente, possiamo solo indicare i titoli dei cinque capitoli, tutti motivati e documentati, che illustra:

• “Il primo, è che le cinque principali potenze dotate di armi nucleari non hanno preso sul serio l’obbligo che è loro fatto dal Trattato di non proliferazione di lavorare per il disarmo nucleare— l’impegno preso era che se riducevano il numero delle loro bombe, altri non ne avrebbero fabbricate di proprie…

Il secondo, e lo abbiamo visto nel caso della Corea del Nord, è che nulla impedisce a un paese di firmare il Trattato e poi semplicemente di recederne in nome di ‘eventi straordinari’ giustificati dai propri interessi supremi— interessi nazionali supremi come quelli con cui i nove paesi finora ufficialmente armati di armi nucleari se ne sono dotati…

Il terzo è che la AIEA, che ha il compito di tenere sotto controllo il sistema di non proliferazione, è largamente sprovvista dei mezzi necessari per farlo— perché i paesi che possono glieli negano, sistematicamente…

Il quarto, è che i controlli alle esportazioni di tecnologia nucleare di grande delicatezza non sono stati capaci di bloccarle— perché naturalmente non le hanno volute bloccare…

Il quinto è che il consenso internazionale, che ha al suo vertice il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, è stato più spesso che no paralizzato di fronte alle sfide portate alla sicurezza internazionale e incapace di rispondere con efficacia ai casi sospetti di proliferazione nucleare”— anche perché non ha mai accettato davvero di applicare regole uguali a paesi tutti sovranamente uguali… e non tutti ugualmente avversati da tutti i Grandi.

Adesso, annota ElBaradei, USA e Russia “hanno dato inizio a negoziati su una riduzione significativa dei loro arsenali nucleari che, insieme, rappresentano il 95% delle 27.000 testate nucleari esistenti”. E’ decisivo, è il passo più importante per rimettere in moto il meccanismo della non proliferazione ma altri sono necessari e, forse, adesso – e li elenca – si potranno anche realizzare.

Una misura “che io stesso ho proposta – aggiunge – sarebbe quella di creare un deposito tangibile di uranio a basso grado di arricchimento come riserva di ultimo appello… per qualsiasi paese che ne avesse bisogno sulla base di criteri non politici e non discriminatori, accessibile a prezzi di mercato a tutti i paesi che fossero in regola coi loro obblighi in base al Trattato di non proliferazione e senza che sia richiesto a nessuno – ElBaradei così non lo dice, ovviamente, ma questo vuol dire, neanche all’Iran – di rinunciare al suo diritto sovrano a sviluppare il proprio ciclo nucleare indipendente” Poi “ogni – e sottolinea ogni, senza eccezione, Stato sovrano: perché o sono d’accordo tutti o non si può fare, in base al diritto internazionale – nuova attività di arricchimento e di riprocessamento del combustibile nucleare andrebbe posta sotto controllo multinazionale, spostandolo tutto dall’ambito nazionale a quello multinazionale”.

Solo così se ne esce, avverte il direttore uscente dell’AIEA. Se poi se ne esce… Ed è questo il legato che lascia al suo successore. Che, adesso, l’AIEA ha scelto, eleggendo il giapponese, Yukiya Amano – anche lui un diplomatico, non uno scienziato: cioè, nei fatti, un politico – al suo posto dopo aver sciolto lo stallo che l’aveva a lungo visto alla pari con un candidato sudafricano. La divisione ha riflesso, per molte votazioni, quella che esiste dentro l’Agenzia tra “i paesi occidentali e industrializzati che capeggiano il club nucleare e considerano il suo ruolo principale come quello del cane da guardia e i paesi in via di sviluppo, più interessati all’uso più ampio dell’energia nucleare[163].

In ogni caso, la primissima mossa pubblica di Amano, il 3 luglio, è stata quella di dichiarare che nessuno – e lui lavora da sempre nell’Agenzia – gli aveva mai mostrato alcuna prova, o alcun indizio, del fatto che, effettivamente, l’Iran stesse perseguendo la capacità di dotarsi di armi nucleari. E, a chi gli chiedeva come avrebbe “trattato” con Iran e Siria, ha risposto sensatamente che, come direttore generale dell’AIEA  non sarebbe stato né “duro” né “morbido” ma una “persona seria e responsabile”, proprio come sempre e con tutti. E, sulla Corea del Nord, spiega che intende lavorare per la ripresa del confronto all’interno del cosiddetto sestetto, pronto a far giocare alla AIEA se glielo chiederanno i partecipanti – tutti, ovviamente – il suo ruolo di verifica[164].

Il problema è che la Corea del Nord non glielo chiede. Adesso vuole trattare del suo nucleare da pari a apri con gli americani: se vogliono discuterne, glielo devono chiedere direttamente, loro non ne sentono nessun  bisogno…

A Phuket, in Tailandia, al vertice dell’ASEAN, l’Associazione delle nazioni del Sud Est asiatico, con le loro controparti di USA, Cina, Giappone e Corea del Sud, c’erano anche i coreani del Nord come osservatori, invitati dalla Thailandia. I delegati americani e quelli nord-coreani si sono reciprocamente e sistematicamente ignorati, anche facendo finta mentre si passavano davanti – come ragazzini dell’asilo – di non vedersi.

Lì, la stessa segretaria di Stato Hillary Clinton, a conferma che le cattive abitudini non si perdono facilmente, ribadisce che, per parte loro e a prescindere, gli USA non intendono “premiare” la Corea del Nord aprendo col regime di Pyongyang colloqui diretti (perfino Bush, alla fine, era arrivato a farlo…). Ma la visione del mondo e della diplomazia che va avanti, a Washington, Obama o non Obama, a seguire senza soluzione di continuità (quasi) quella di Condoleezza, è che di per sé, parlare, colloquiare, trattare con gli Stati Uniti sarebbe, di per sé, un… “premio[165]

Ma il messaggio più vasto che Hillary Clinton era andata a portare ai suoi colleghi presenti era esplicito ed è stato proclamato quasi stentoreamente: che “gli Stati Uniti sono tornati”[166], dopo che praticamente a tutte le ultime riunioni chi l’aveva preceduta come segretaria di Stato, Con Rice, aveva brillato per la sua assenza e per il suo evidente, quasi sfacciato, disinteresse.

La realtà, però, è che le politiche americane in quella zona del mondo non possono certo cambiare. Al massimo, possono forse cercare qualche aggiustamento di equilibrio. A Phuket, Clinton ha mirato a suscitare una coalizione contro la Corea del Nord (la questione del nucleare) e contro Myanmar (la questione dei diritti umani). Senza trovare pressoché alcuna eco tra i suoi interlocutori, però, che non sembrano proprio assillati dai suoi stessi incubi: anche perché nell’ASEAN nessuno ha alcun tipo di presa o di capacità di influenza sulla Corea del Nord e, quanto a Myanmar, si trovano a fare i conti con un regime che dell’opinione altrui se ne impipa altamente.

Gli Stati Uniti di Obama e di Clinton, in realtà, al di là dell’alzare di nuovo la voce, “sono perfettamente coscienti – dopo Bush – della loro influenza in tutta l’Asia del Sud Est. Sono state le loro ossessioni mediorientali – il darsi da fare, sbagliando, in Iraq e in Afganistan, e il non darsi da fare per niente della Palestina preoccupandosi solo di tenere contenta Israele – a portarne in buona parte la colpa”. Anche se al di là delle generose intenzioni manifestate da Obama, non riescono ad uscire ancora dall’ambiguità di una posizione che nei fatti non si smuove di niente e non hanno alcuna idea adesso sul come uscirne davvero.

Ma ben più importante – per marginalizzarli – è stata la crescita della Cina come potenza economica… Con la recessione che imperversa in America e le sue istituzioni finanziarie sputtanate, può sembrare il momento sbagliato per immaginare una ripresa di influenza americana attraverso visite ufficiali e retorica. Dopotutto, se la Casa Bianca non è neanche riuscita a far passare al Congresso l’accordo commerciale con la Corea del Sud, è evidente che bisogna scordarsi di far passare qualcosa di simile per l’ASEAN tutto”…

Ma è anche un fatto che l’ascesa prepotente della Cina, da una parte, e dall’altra il legame diretto e pesante della crisi economica stessa – in ogni senso – con gli Stati Uniti d’America, hanno anche ricordato a tutti nella regione che un’egemonia cinese al posto di quella americana non è proprio detto che sia preferibile… e che “viviamo tutti, ancora, in un sistema globale che in ogni caso è dominato dagli Stati Uniti d’America”.

Insomma, ci vuole altro perché la Cina confermi la sua egemonia senza commettere errori di soperchieria dovuti, magari, anche alla sua stessa imponenza. E ci vuole anche altro, però, perché l’America recuperi una credibilità che nell’ultimo decennio ha buttato via anche economicamente oltre che, da ancora più tempo, politicamente e culturalmente.   

GERMANIA

Con una tonalità che somiglia molto da vicino a quella dell’ottimismo berlusconiano di assoluta prammatica, il ministro dell’Economia – che in questo paese conta molto di meno di quello delle Finanze – dice che per il paese la recessione “è finita”… Insomma, la spara un po’ grossa, aggrappandosi al dato che il rapporto ufficiale del ministero dà l’economia esattamente a crescita zero – cioè, non sottozero per il secondo trimestre.

Però, si basa su dati reali per aprile e maggio ma non ancora, ovviamente, per giugno: solo una previsione. I dati definitivi del secondo trimestre verranno ufficializzati, infatti, in agosto e l’esperienza, se non altro, indica che difficilmente saranno confermati. Anche se è vero che a maggio risulta esserci stato un aumento del 4,4% di produzione manifatturiera e che la produzione industriale è aumentata del 5,1%.

Lo stimatissimo Centro di Ricerca Economica e Sociale ZEW, dell’Università di Mannheim, raffredda ogni entusiasmo parlando di “necessaria prudenza” e di “più razionale freddezza” che è necessaria. E conferma che l’indice – preliminare, anche’esso, ma questo sicuramente affidabile – della fiducia delle imprese già a luglio e cade da 44,8 a 39,5: un calo precipitoso in un mese. Il guaio, spiegano, è “nella continua riluttanza delle banche a prestare denaro”, specie alle piccole e medie imprese[167]    

La produzione industriale sale a maggio del 3,7%, al massimo da ben sedici anni, dall’agosto 1993, dopo la caduta del 2,6% di aprile. Ma resta ancora del 17,9% sotto il livello di un anno fa. Nello stesso mese anche la produzione di beni manifatturati cresce del massimo da due anni e la fiducia delle imprese, a giugno, aumenta per il terzo mese di seguito. Sale così la speranza che l’economia, calata del 6,9% anno su anno, cominci a riprendersi[168].

A maggio, il crollo del 4,6% su base annua dei prezzi alla produzione costituisce il declino in assoluto maggiore dal 1968[169].

Seguendo un’impostazione di fondo ormai anche troppo consueta che non distingue, più come rigorosamente era una volta tra notizia e commento – l’abitudine facilona di chi spesso fa propaganda e non  giornalismo e dei sopracciò che non odiano, ovviamente, la disoccupazione ma anzitutto e quasi solo la propria e di quella degli altri si preoccupano meno – il NYT sottolinea in un lungo articolo sui problemi dell’occupazione in questo paese i pericoli che vengono alla lunga dal sostenerla con sussidi oggi che domani –ammonisce severo – dovranno comunque poi essere pagati…

Dice[170]: “a luglio il numero dei disoccupati è salito in misura assai moderata, di 52.000 unità. Nello stesso periodo, un anno fa, perdevano il lavoro 252.000 persone. Cifre nanificate dall’aumento di 6.000.000 di senza lavoro negli Stati Uniti nell’anno trascorso, pur considerando che la Germania ha poco più di un quarto della popolazione americana. E mentre la disoccupazione ufficiale negli USA è schizzata a giugno al 9,5% rispetto al 5,6 dell’anno prima [+3,9% in un anno], il tasso di senza lavoro tedeschi a luglio era all’8,2%, dal 7,7 [+0,5%] dell’anno prima.

   Gli economisti pensano che i programmi pubblici sovvenzionati di orario ridotto – il Kurzarbeitil lavoro cortoha aiutato a evitare finora più o meno 400.000 licenziamenti, coprendo da 1,3 a 1,4 milioni nel programma previsto, secondo le stime del governo stesso. Ma, con un’economia che ci si aspetta in contrazione di almeno il 6% quest’anno, gli esperti [gli esperti?!?!… tutti?... nessuno escluso?... o solo quelli che, sarebbe più corretto dire, la pensano, anche in Germania o in America, come i Brunetta e gli Ichino: cioè, alcuni sciagurati economisti nostrani?] dicono che queste misure di tamponamento alla fine cederanno a un’ondata ben maggiore di licenziamenti ad autunno, dopo le elezioni”.      

FRANCIA

L’elenco dei titoli con cui l’INSEE, l’Istituto statistico nazionale elenca e descrive le tendenze in atto nell’economia nazionale è eloquente:

• nella costruzione immobiliare, la congiuntura resta degradata: secondo gli imprenditori intervistati a luglio 2009;

• anche nel comparto artigianale delle costruzioni, congiuntura che resta negativa: sempre secondo i protagonisti e sempre a luglio;

• l’indicatore che riassume la fiducia delle famiglie ribassa di due punti a luglio: e resta a un livello di depressione assai basso;

• la congiuntura del commercio all’ingrosso questo mese va male, anch’essa: … ovviamente;

• e pare che l’unico barlume di luce sia la microscopica avanzata della congiuntura nei servizi, a luglio.

Nel primo trimestre del 2009 il PIL, in rapporto al trimestre precedente, scende dell’1,2%, quando nell’ultimo trimestre del 2008 era sceso dell’1,4.

Il clima di fiducia dell’industria (indicatore sintetico medio = 100), a luglio arriva appena a 78 (ma il mese precedente era a 76).

Nei settori più esposti al mercato, i dati rivisti del primo trimestre danno perduti 192.000 posti di lavoro salariati, contro i 117.300 del trimestre precedente.

L’evoluzione dei prezzi al consumo a giugno sale in un mese dello 0,1%; nel trimestre precedente era calata dello 0,5.

La tendenza è chiara. Tutto va male, anche molto male, ma sembra migliorare leggermente. Peggiora solo e di brutto – qui come in quasi tute le altre economie dell’occidente – il dato che riflette lo stato dell’occupazione[171].

Una notizia curiosa viene dal Fondo monetario (curiosa nel senso che, solo un anno fa diciamo, sarebbe stato considerato impossibile, addirittura eversivo, veder uscire un simile suggerimento da quella sede): Anne-Marie Gulde, lei stessa francese, qui nella veste di titolare del desk Francia del Fondo monetario, dice ora che il governo francese “deve assumere, come è necessario, un atteggiamento molto pro-active nella ricapitalizzazione delle banche francesi”[172].

Più intervento pubblico, cioè, dice il Fondo, e adesso— quello che fino a ieri diceva essere eresia e anatema. E quello che ancora tale considera, in buona sostanza, con grande sospetto, il governatore della Banca di Francia, membro del board della BCE, Christian Noyer: che, infatti, replica a muso duro che di queste misure eccezionali al suo paese “non sono necessarie per niente”: come non sono necessari questi consigli…

GRAN BRETAGNA

Alla regina Elisabetta II che, con leggerezza tanto sovranamente quanto – è sperabile – falsamente ingenua, chiedeva agli esimi e colendissimi professori ed esperti presenti durante una sua visita alla London School of Economics come mai nessun esperto, neanche loro, avesse previsto la stretta creditizia, i tempi, l’estensione e la durezza della recessione in arrivo, quel gruppo di eminenti economisti ha scritto, in risposta, che la colpa è stata di “un fallimento dell’immaginazione collettiva di molti brillanti cervelli”.

In altre parole, mentre la crisi avanzava, e mentre anche tra gli esperti qualcuno di quelli che non l’avevano vista arrivare e non la volevano veder arrivare la cominciava a vedere, avanzava anche una “psicologia della negazione” da parte di chi non era disponibile non tanto ad ammettere il proprio, personale, sbaglio – tutto sommato l’economia è più arte e intuizione che scienza – ma la caduta del vitello d’oro e del modello di riferimento cui aveva attaccato il proprio carro.

Ogni soggetto sul mercato, preso a sé, sembrava far bene il proprio mestiere. E, secondo il metro normale del successo, spesso faceva proprio bene… Il problema è che ciò equivaleva a mettere insieme collettivamente una serie di squilibri sui quali nessuno, nessuna autorità, poi aveva giurisdizione”. Insomma, le conseguenze della deregulation, “scientificamente” motivata e politicamente voluta dagli amici del “libero mercato”. E’ un momento di nuda verità e, a suo modo, una volta tanto una boccata d’aria fresca.

Ancora più chiara la risposta che direttamente il professor Luis Garicano, della LSE, cui la regina aveva direttamente rivolto la sua domanda, ha poi riferito di averle risposto: “credo che la risposta principale è che tutti facevano il lavoro per cui erano pagati, si comportavano a seconda degli incentivi che ricevevano ma, in molti casi, venivano pagati per fare le scelte sbagliate dal punto di vista della società[173].

In realtà – consentite di dirlo a uno un po’ del mestiere – tra i motivi di fondo del fallimento ce n’è un altro, più difficile da ammettere perfino di questo. E’ proprio la professione dell’economista di professione che, infatti, è bacata: il suo fallimento era in incubazione da molto come prodotto di un divenire sempre più arrogante, autoreferente e ristretto che ha da tempo prevalso tra gli addetti ai lavori. Il fatto è che ogni professore universitario di economia, ogni esperto, ogni addetto ai lavori – con rare ma importanti, importantissime anche, eccezioni – o aderiva alla costruzione ideologica dominante dell’economia oppure si trovava escluso da incarichi, prebende, titoli.

Perché questo era l’inprint del Fondo monetario, della Banca mondiale, dell’OCSE, che insieme avevano definito, diffuso e, in questo modo imposto il loro “Washington Consensus”— monetarismo imperante e tener giù l’inflazione, rifiuto della regolamentazione: o siete dentro con noi, o vi teniamo fuori nel limbo degli eterodossi; dove si emerge, e si viene premiati solo se diventate premi Nobel. Ma è dura[174].

Nel primo trimestre del 2009, il PIL è calato del 2,4%, assai peggio del -1,9 della previsione fatta in precedenza e a -4,9% anno su anno: la contrazione maggiore di sempre. Ma nel secondo trimestre la riduzione del PIL, che continua, si contrae allo 0,8% . Alla fine di questo trimestre, in un anno, il PIL si era contratto del 5,6%: il crollo peggiore dal 1955, da quando hanno cominciato a registrare il dato[175].uando si comicnò a registarre questo daot, nel 1955.

Poi, nel secondo trimestre il dato preliminare, segna un ulteriore calo del PIL dello 0,8%, più del doppio di quanto previsto dai pessimisti della City mentre alcuni prevedevano addirittura un aumento. Nell’arco degli ultimi dodici mesi il calo del PIL è stato del 5,6% e l’Ufficio statistico nazionale affossa definitivamente i conati di speranza che volevano vedere prossima la fine della recessione.

Alistair Darling, il cancelliere dello scacchiere che fino a ieri incoraggiava come poteva ogni ottimismo (dobbiamo avere fiducia… già sentita, no?) adesso ricorda che la previsione ufficiale è che la ripresa comincerà solo a fine anno. Non ricorda, ancora, che quella del FMI, dell’OCSE, dello stesso ufficio statistico, invece, è che la ripresa comincerà solo il prossimo anno.

Anzi, sottolinea il Fondo monetario internazionale, l’economia britannica dovrà adesso “fare una gran faticaccia” per tornare a crescere, visto che la stretta del credito (esattamente come succede in Italia) frena la ripresa là dove conta, consumi, investimenti, innovazione, insomma domanda globale[176]: -4,2% di PIL finora quest’anno, una crescita anemica dello 0,2% nel 2010 – molto al di sotto della previsioni del Tesoro in aprile che davano per l’anno prossimo un +1,3% – e una crescita che non tornerà ai valori medi di lungo periodo degli ultimi anni prima di chissà quando, al più presto nel 2012[177].

La produzione manifatturiera è calata dello 0,5% a maggio, rispetto al mese precedente secondo i dati statistici nazionali[178]. E la produzione industriale più largamente intesa, cala ancora, nei tre mesi che si concludono in maggio, dell’1,8% portando il totale sull’anno prima a -11,9%[179]. Asserisce la Camera di commercio britannica che non è ancora garantita proprio nessuna ripresa dalla recessione. Questa oggi è la realtà, quella solo una speranza e neanche proprio vicina…

L’inflazione scende a giugno all’1,8% a tasso annuo, sotto il 2,2% di maggio e, per la prima volta, sotto il tetto indicato come “desiderabile” dalla Banca d’Inghilterra[180]

Il deficit commerciale del Regno Unito, grazie o se volete per colpa della crisi, è stato ridotto a 6,263 miliardi di sterline (£) a maggio, dai 7,137 miliardi di aprile, al di sotto delle previsioni dell’Ufficio nazionale di statistica, l’ONS. E’ il deficit più basso dal giugno di tre anni fa, causato anzitutto da una forte caduta dell’import, col deficit commerciale globale (scambi di merci e servizi) che si è contratto dai 3 miliardi ai 2, 2 miliardi di £ ad aprile[181].

Con la crisi, si è ridotto anche il deficit dei conti correnti, che oltre a quello commerciale include anche crediti e debiti di natura puramente finanziaria dagli 8,8 miliardi di £ dell’ultimo trimestre del 2008 a 8,5 miliardi (pari al 2,5% del PIL) nel primo del 200949.

L’aumento di 281.000 nuove unità registrate ufficialmente da un sistema disegnato appositamente per evitarlo fin dagli anni lontani in cui lo inventò Thatcher – sistema che, poi, Blair e Brown hanno sempre confermato e che è quello con cui in questo paese si contano i senza lavoro – dà la disoccupazione a maggio, in tre mesi, a un totale di 2.380.000 unità[182]: salita dal 6,1 al 7,9% (ufficiale, appunto) in tre mesi.

La Commissaria europea alla concorrenza, Neelie Kroes, ha avvertito che la Gran Bretagna potrebbe essere costretta, dalle regole europee alle quali è tenuta – meglio, naturalmente, dire che sarebbe tenuta – a obbedire, a obbligare le grandi banche nazionali che ha lautamente sovvenzionato per impedirne il fallimento – il gruppo bancario dei Lloyds e la Royal Bank of Scotland – ad effettuare disinvestimenti significativi: perché di fatto, e in effetti, così ha consentito ai due istituti di credito non solo di salvarsi ma anche di allargare, e non di poco, i suoi investimenti con soldi pubblici[183].

Intanto, e saggiamente, il gabinetto britannico, battendo resistenze fortissime, comprese quelle neanche tanto nascoste dell’alleato principale – il Pentagono direttamente e la struttura della NATO, più che il governo degli Stati Uniti – ha deciso, con i chiari di luna della pessima congiuntura economico-finanziaria, di posporre fino al 2010 la decisione dello stanziamento già annunciato (sui 23 miliardi di €, 20 miliardi di £) per rimpiazzare i missili intercontinentali balistici sottomarini Trident. Obsoleti, dicono, che non significa ormai incapaci di funzionare e arrivati se lanciati, a bersaglio. Ma ormai, certo, vecchiotti (una ventina d’anni da quando sono stati installati e bisognosi comunque di costose manutenzioni).

La motivazione politica, peraltro sensata – quella economica non è stata neanche enunciata – è stata che è meglio attendere l’esito dei colloqui sul rinnovo del Trattato di non proliferazione che si concluderanno a maggio 2010[184].

Il Labour sta, regolarmente e sistematicamente, perdendo ogni elezione supplementare a qualsiasi livello municipale o parlamentare un po’ in tutto il paese, più spesso che no anche nelle sue roccaforti tradizionali. Il fatto nuovo, però, è che adesso, non sempre e non necessariamente, ne approfittano i conservatori, secondo lo schema consueto del sistema bipolare ma di fatto qui, in concreto, del bipartitismo perfetto instaurato dal meccanismo per cui prende tutti i voti chi arriva a prenderne anche uno solo di maggioranza circoscrizione per circoscrizione; per cui (semplificando) ogni circoscrizione elegge un solo deputato e ce ne sono tante quanti deputati ci sono.

Il fatto è che il dominio bipartitico della vita politica britannica sta arrivando alla fine con elettori sempre più disaffezionati che vanno respingendo entrambi i partiti”. E i partiti lo sanno: alla depressione diffusa nelle fila dei laburisti non corrisponde affatto, come una volta sarebbe stato scontato, l’entusiasmo o anche solo la percezione di vittoria, tra i conservatori. E, cogliendo bene il senso di questo strano disagio, un membro del Gabinetto ombra confessa che il loro leader David Cameron “sembra ossessionato dall’idea di arrivare a Downing Street, non di arrivarci per governare[185].

Ora può darsi che una frazione minoritaria dell’elettorato sia in grado di consegnare il paese ancora la prossima volta, grazie al sistema del primo piglia tutto, a un solo vincitore. Ma, se una proporzione molto più importante del consueto scegliesse di rivolgere a terzi i propri voti, vedendosene poi negare del tutto il riconoscimento dal meccanismo elettorale (se uno prende 51 voti, ripetiamo, qui vince tutto come se ne avesse avuti 100) stavolta si troverebbe a gestire un potere pressoché assoluto ma ora percepito come ingiusto e difficilmente accettabile da larga parte dell’elettorato.

GIAPPONE

La revisione annuale dell’economia giapponese[186] stilata a inizio luglio dal Fondo monetario sottolinea che il collasso della domanda esterna dovuto alla crisi globale ha affossato in recessione pesante anche questo paese. Il PIL, che aveva avuto un’espansione più che decente nel 2007 (+2,3%) ed era calato dello 0,7%  l’anno scorso, è precipitato a tasso stagionalizzato e annualizzato, sia nel quarto trimestre del 2008 che nel primo del 2009, del 14% anche se di recente la produzione si è stabilizzata.

La produzione industriale sale a giugno del 2,4% sul mese prima. Ma, anche se è il quarto mese consecutivo di aumento, sull’anno prima resta comunque largamente inferiore: del 23,4%[187].

La disoccupazione, ufficialmente calcolata come al solito molto al ribasso sul dato effettivo  raggiunge a maggio il 5,2%, lo 0,2% in più di aprile50. E secondo il Tankan, l’inchiesta trimestrale della Banca centrale, è anche salita a fine maggio[188] la fiducia delle imprese, a -48, rispetto al -58 del livello di marzo.

Al ritorno dall’Aquila, il primo ministro Taro Aso (il quarto in due anni) ha trovato che il suo partito, il liberal-democratico, aveva perso anche le elezioni municipali della capitale. Ed è stato, stavolta, costretto dalla rivolta del partito stesso che temeva andando avanti così di continuare a perdere consensi come sta facendo da mesi, ad anticiparne la convocazione. Non voleva, Aso, perché così il 30 agosto si andrà alle urne per le elezioni politiche[189] e, se queste segneranno sicuramente la fine del suo breve governo, probabilmente metteranno anche fine al lungo dominio (lungo è davvero un eufemismo: 52 degli ultimi 53 anni) del PLD sulla politica del Giappone.

Il Partito democratico all’opposizione prevale da mesi ormai nei sondaggi (l’ultimo a inizio mese, svolto per l’Asahi Shinbun, otto milioni e duecentomila copie di circolazione quotidiana media, lo dava al 37% delle intenzioni di voto contro appena il 22 per i liberaldemocratici) e neanche un pesante scandalo finanziario che ha coinvolto, di straforo, il suo numero uno, Yukio Hatoyama, è stato in grado di tarparne l’ascesa. E per il Giappone, il cambio di partito dominante sarebbe sicuramente l’equivalente di una vera e propria rivoluzione: culturale, politica, anche generazionale.

Il Libro bianco 2009 del ministero della Difesa, appena uscito, sottolinea tutta la preoccupazione dei militari nipponici per l’espansione delle capacità militari della Cina. Che è un fatto e una preoccupazione sicuramente non campata in aria, malgrado i rapporti tra Cina e Giappone siano più che decenti. Poi aggiunge, sfiorando il ridicolo, che il rafforzamento militare di Pechino va  “al di là di quel che sarebbe necessario per ‘trattare’ con Taiwan”: come dimostra la costruzione di una o due portaerei. Cosa ovvia e banale, però, da osservare.

Il paper informa anche, non meglio specificando, che il Giappone sta “esplorando l’uso militare dello spazio esterno” e elaborando l’aggiornamento della propria dottrina di sicurezza militare[190].

Intanto, il Partito democratico, che spera alle elezioni del 30 agosto di passare dall’opposizione al governo, ha pubblicato il suo manifesto elettorale: promette per ogni bambino/a un assegno di sostegno, sussidi più elevati di disoccupazione, pedaggi autostradali inferiori— e una radicale riforma del sistema oggi imperante che vede una larga influenza del peso degli alti funzionari pubblici rispetto a quello dei legislatori[191].   

Il partito dice anche poi, per bocca del suo numero uno, Yukio Hatoyama, che – se vince – metterà subito fine all’impegno del suo paese nella missione di sostegno navale in Afganistan alla missione ISAF quando a gennaio prossimo scade il mandato oggi esistente. Impegnandosi invece – non inoltre, ma invece – in nuovi progetti di aiuto umanitario direttamente alla popolazione dell’Afganistan[192].

E il governo liberal-democratico reagisce sminuendo questa posizione – è solo quella del capo del partito, non crediamo sia quella del partito democratico come tale: e forse, al momento, ha ragione, visto che nel manifestio così essa non c’è… – e si richiama alle attese della “comunità internazionale” per la reiterazione dell’impegno nipponico.

Dove, al posto delle due parole “comunità internazionale”, bisogna ovviamente leggerne tre, anzi quattro con l’apostrofo: Stati Uniti d’America.


 

[1] ISTAT, Conto economico trimestrale delle AA. PP., I trimestre 2009 (cfr. www.istat.it, 2.7.2009).

[2] ISTAT, 13.7.2009, Struttura e dimensione delle imprese – Archivio statistico delle imprese attive – Statistiche in breve Periodo di riferimento: Anno 2007 (cfr. www.istat.it/). Le imprese attive in Italia a fine 2007 erano 4 milioni e mezzo e occupavano, complessivamente, circa 17,6 milioni di addetti. Tra di esse, 4 milioni hanno meno di 10 addetti, rappresentano il 95% del totale ed occupano il 46% degli addetti. Il 21% dei dipendenti, quasi 3,7 milioni, lavora nelle piccole imprese (da 10 a 49 addetti), mentre la quota rilevata nelle imprese di media dimensione (da 50 a 249

addetti) è il 12,6% (2,2 milioni di addetti). Soltanto 3.630 imprese (0,08%) impiegano nel nostro paese 250 addetti e più, assorbendo, però, il 20% dell’occupazione complessiva (oltre 3 milioni e mezzo di lavoratori dipendenti).

[3] Bureau of Labor Statistics, 7.2009, Business Employment Dynamics (cfr. http://data.bls.gov/cgi-bin/surveymost?bd/):

[5] ISTAT, 30.7.2009, La povertà in Italia-2008(cfr. www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20090730_00/).

[6] Testo integrale dell’intervento  di J. K. Galbraith, Qualche commento sulla situazione mondiale, 11.6.2009 (cfr. http:/ /utip.gov. utexas.edu/JG/Comments%20and%20Interviews.html/).

[7] A. Smith, Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni (W. Strahan and T. Cadell pubs., Londres, 1776), trad. in Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393.

[8] F. Braudel, Espansione europea e capitalismo (1450-1650), 1999, ed. Il Mulino.

[9] Newsmax.com, 10.7.2009, Geithner: Derivatives Blindsed Us Geithner: i derivati ci hanno colti del tutto alla sprovvista: deponendo alla Commissione Finanze del Senato, Geithner ha detto che la crisi è scoppiata, anche perché “la potenza esplosiva ed i rischi distruttivi insiti in un mercato dei derivati che nessuno davvero conosceva” avevano “accecato gli organi di governo” del sistema creditizio… Ma, in realtà, ad accecarli era stata la non volontà di intromettersi nel “libero funzionamento del mercato” capace di scatenare le sue selvagge forze creative… ma anche, e come!, si è visto, quelle distruttive, ancor più selvagge (cfr. http://moneynews.newsmax.com/streettalk/us_financial_overhaul/2009/07/ 10/233985.html/).

[10] Testo inglese (unico disponibile al momento in cui abbiamo stilato questa Nota; ma, dalle 11:22 del 16.7.2009, tutti i documenti del G-8 sono stati messi in rete su CISL/INTRANET/FirstClass/Attualità/Dibattito/— dal G8 verso il G20 documenti) del documento finale, ## 1-59, “Responsible Leadership for a Sustainable Future’ (cfr. www.ilsole24ore. com/fc?cmd=document&file=/art/SoleOn Line4/dossier/Italia/2009/G8/giorno-per-giorno/world-economy.pdf? cmd= art/).

[11] Testo inglese (unico al momento disponibile) del documento finale, ## 60-93,  Sustainable use of natural resources: climate change, clean energy and technology Uso sostenibile delle risorse naturali: cambiamento climatico, energia pulita e tecnologia (cfr. www.ilsole24ore.com/fc?cmd=document&file=/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/G8/giorno-per-giorno/sustainable-use-natural-resources.pdf?cmd=art/).

[12] Testo inglese (unico al momento disponibile) del documento finale ## 94-134, Development and Africa: promoting  sustainable and inclusive globalization Sviluppo e Africa: promuovere una globalizzzizone sostenibile e inclusiva (cfr. www.ilsole24ore.com/fc?cmd=document&file=/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/G8/giorno-per-giorno/devel opment-africa.pdf?cmd=art/).

[13] Su quell’obbrobrio, legale, politico e umanitario che è il Decreto legge che sposta una bella fetta degli aiuti allo sviluppo nostrano dal civile al militare, confondendo volutamente sotto il termine “assistenza” la spesa per la costruzione di un ospedale con quella di invio di mezzi blindati italiani in Afganistan, invitiamo a leggere la Nota, motivata e politicamente e moralmente accorata, di INTERSOS del 6.7.2009, di cui diamo qui il link: Decreto Legge 1 luglio 2009 n. 78, Che c’entra la proroga della partecipazione italiana alle missioni internazionali con un provvedimento legislativo urgente anticrisi?(cfr. www.intersos.org/italia_missioniinternazionali.htm/).

     INTERSOS che, con altri organismi che cooperano con le proprie forze e, sul campo anche con qualche aiuto pubblico, in modo che nessuno mette in dubbio sia utile davvero allo sviluppo di paesi poveri (per info, cfr. www.ong.agimondo.it/notiziario-ong/notizie/200712011233-cro-rt11015-art.html/), hanno anche messo in rete in questo giorno uno studio, realmente di grande interesse che raccomandiamo alla lettura dei molti, o dei pochi, che seguono anche con qualche angoscia queste tematiche perché sanno quanto e come dipenda da esse – e da un’impostazione diversa che ad esse sia data – la pace, le possibilità di una pace vera nel mondo (cfr. Raffronto e Considerazioni – Missioni  Militari e Cooperazione allo Sviluppo:Finanziamenti 2006-2009, www.cosv.org/ public/ download/Link2007Raffrontocoopmil.pdf/). La premessa è chiarissima e vale la pena di riportarla di seguito:

    “INTERSOS e le altre ONG di LINK 2007 non si sono mai pronunciate contro la partecipazione militare italiana alle missioni internazionali legittimate dalla Nazioni Unite e dal consenso delle parti coinvolte. Abbiamo contestato invece l’avventura militare in Iraq. Contestiamo le modalità e ipocrisie delle operazioni militari in Afghanistan, in continua oscillazione tra natura multilaterale e unilaterale, tra legalità internazionale e illegalità, tra obiettivi dichiarati e obiettivi occulti o forse non del tutto chiari e comunque differenti da un contingente militare all’altro; contestiamo le crescenti ambiguità e confusioni tra l’azione civile e quella militare e i tentativi di quest’ultima di sostituirsi subdolamente e strumentalmente alla prima.

   Ci ribelliamo infine alla drastica diminuzione degli stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo, la ricostruzione e gli aiuti umanitari. A nostro avviso, tale riduzione rappresenta per l’Italia e la sua presenza ed immagine nel mondo una scelta politica insensata, un vero insulto all’intelligenza”. 

[14] ITUC, 10.7.2009, G8: Trade Unions Response to Summit ConclusionsG-8: la risposta sindacale alle conclusioni del vertice (cfr. www.ituc-csi.org/spip.php?article4027/).

[15] New York Times, 7.7.2009, Oh, That G-8 Oh, quel G-8.

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL NEW YORK TIMES E DEL GUARDIAN NON VENGONODATI SINGOLARMENGTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI . QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.    

[16] Guardian, 6.7.2009, J. Borger, Calls grow within G8 to expel Italy as summit plans descend into chaos Salgono, dentro il G-8, le voci che chiedono di espellerne, l’Italia mentre la pianificazione del vertice affonda nel caos.

[17] Guardian, 7.7.2009, J. Borger e J. Hooper, Silvio Berlusconi hits back Silvio Berlusconi contrattacca.

[18] Guardian, 8.7.2009, edit., Italy: Unfit fro summitry.

[19] Guardian, 10.7.2009, M. Hyde, Do let's stop sneering at Italy, like some global Lady Muck E smettiamola di sbeffeggiare l’Italia, come tante signorine Sopracciò.

[20] Financial Times, 10.7.2009, G. Dinmore e G. Parker, Berlusconi the statesman, not the playboy Berlusconi lo statista, non il playboy (cfr. www.ft.com/cms/s/0/1f523422-6d7c-11de-8b19-00144feabdc0.html/).

[21] New York Times, 7.7.2009, E. L. Andrews, U.S. Considers Curbs on Speculative Trading of Oil— Gli USA considerano la possibilità di frenare il commercio speculativo del greggio petrolifero.

[22] New York Times, 11.7.2009, C. Contiguglia e M. Saltmarsh, Oil Prices Fall Below $60 a Barrel— Il prezzo del greggio scende sotto i 60 $ al barile.

[23] Agenzia Stratfor, 17.7.2009, Angola: 'Too Much Oil In The Market' - OPEC PresidentIl presidente angolano dell’OPEC: ‘su mercato, c’è troppo petrolio’ (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090717_angola_too_much_oil_market_opec_ president/). 

[24] New York Times, 16.7.2009, D. Barboza, Economy in China Regains Robust Pace of Growth L’economia in Cina riprende un ritmo di crescita robusto.

[25] Agenzia Bloomberg, 2.7.2009, B. Chen e D. Yong, China Allows Yuan Trade Settlement, Offers Tax Breaks La Cina consente la regolazione degli scambi con lo yuan e offre sconti fiscali per farlo (cfr. www.bloomberg.com/apps/ news?pid=2060 1087&sid=ajvMWK1okP7A/).

[26] New York Times, 6.7.2009, K. Bradsher, In Step to Enhance Currency, China Allows Its Use in Some Foreign Payments— Con un passo avanti per rafforzare il ruolo della sua moneta la Cina consente il suo utilizzo per  effettuare alcuni pagamenti all’estero.

[27] Financial Times, 2.7.2009, E. Fry, Chinalco buys $1.5bn Rio Tinto shares— La Chinalco si compra [altri] 1,5 miliardi di $ in azioni della Rio Tinto.

[28] A.P., 29.7.2009, M. Crutsinger, Clinton says China, U.S. lay stronger foundation— Clinton dice che la Cina e gli USA gettano fondamenta più solide (cfr. www.ohio.com/news/world/51963787.html/).

[29] Guardian, 28.7.2009, T. Branigan, China's three biggest power firms emit more carbon than Britain—.

[30] Cfr. Greenpeace, Rapporto 28.7.2009, Polluting power: ranking China's power companies Il potere di inquinare: il rank delle centrali cinesi (cfr. www.greenpeace.org/china/en/press/reports/power-ranking-report/).

[31] Guardian, 16.7.2009, M. Weisbrot, Who’s in charge of US foreign policy? Ma chi controlla la politica estera americana? [già in occasione del vertice delle Americhe – con la stretta di mano tra Obama e Chávez – erano emerse diverse visioni e tensioni tra i due poli del potere americano in politica internazionale e la decisione finale l’aveva presa direttamente Obama… Questo, il fronte latino-americano sta rapidamente diventando il fronte dove maggiori, più aspri e più pubblici si stanno facendo i contrasti nell’Amministrazione: almeno per ora]. Ancora: Los Angeles Times, 23.7.2009, The high-powered hidden support for Honduras’ coup Il sostegno nascosto e strapotente al golpe honduregno (cfr. www.latimes.com/news/opinion/commen tary/la-oe-weisbrot23-2009jul23,0,7566740.story/).

[33] Agenzia Reuters, 9.7.2009, S. Mattson, Ousted Honduran leader unlikely working class hero— Il leader honduregno cacciato dal paese, un improbabile eroe delle classi lavoratrici (cfr. www.reuters.com/article/newsMaps/idUSTRE5685 W120 090709/).

[34] Washington Post, 9.7.2009, In Honduras, One-Sided News of Crisis— In Honduras, notizie solo di parte sulla crisi [è la seconda edizione dà, correttamente poi, conto della versione reale del sondaggio: v. qui sopra Nota31] (cfr. www.washington post.com/wp-dyn/content/article/2009/07/09/AR2009070902820.html/).

[35] Wall Street Journal, 10.7.2009, D. Lunhow, Honduram Officials Begin Talks On Country’s Political Future Esponenti honduregni cominciano a discutere sul futuro politico del paese [anche questo giornale, a fondo articolo, riporta nella seconda versione la correzione (cfr. http://online.wsj.com/article/SB124718543706320515.html/).

[36] Christian Science Monitor, 11.7.2009, A. Franco, Honduras talks stall as mediators urge patience Con il mediatore [il presidente costaricense Oscar Arias] a chiedere pazienza, I colloqui honduregni sono in stallo (cfr. www.csmonitor.com/ 2009/ 0711/p06s01-woam.html/).

[37] VoA, 9.7.2009, ed. in lingua spagnola, 41-46: Honduras un país dividido – Según encuesta de Gallup 46% de la población está en contra del golpe de Estado contra el presidente Manuel Zelaya, 41% lo justifica (cfr. www1voa news.com/spanish/news/latin-america/Honduras-pais-dividido-golpe-estado-zelaya-50408857.html/).

[38] Stratfor, 29.7.2009, Bolivia: Iran Approves $280 Million Loan Bolivia: l’Iran approva 280 milioni di $ di prestiti (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090729_bolivia_iran_approves_280_million_loan/).

[39] The Economist, 11.7.2009.

[40] The Economist, 11.7.2009.

[41] Intervista di N. Barbosa a O Globo, 19.7.2009 (cfr. http://oglobo.globo.com/economia/mat/2009/06/24/asp/).

[42] New York Times, 2.7.2009, M. Saltmarsh, European Central Bank Leaves Rate Unchanged— La banca centrale europea lascia invariato il tasso di interesse

[43] ECB, 2.7.2009, Conferenza stampa del presidente (cfr. www.ecb.int/press/pressconf/2009/html/is090702.en.html/).

[44] EUROSTAT NewsRelease, 31.7.2009, #111/2009, Euro area inflation estimated at -0.6% L’inflazione dell’eurozona stimata allo 0,6% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-31072009-AP/EN/2-31072009-AP-EN. PDF/).

[45] New York Times, 31.7.2009, (A.P.), Euro Zone Unemployment Hits 9.4 Percent L’eurozona tocca il 9,4% di disoccupazione.

[46] EUROSTAT NewsRelease, 14.7.2009, #101/2009, Industrial production up by 0.5% in euro area–Up by 0.1% in EU27 Produzione industriale su dello 0,5% nell’eurozona e dello 0,1 nella UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/ca che/ITY_PUBLIC/4-14072009-AP/EN/4-14072009-AP-EN.PDF/).

[47] EUROSTAT NewsRelease, 22.7.2009, #107/2009, Industrial new orders down by 0.2% in euro area Up by 0.9% in EU27— I nuovi ordinativi industriali calano dello 0,2% nell’eurozona e crescono dello 0,9 nella UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-22072009-AP/EN/4-22072009-AP-EN.PDF/).

[48] Cfr. Nota congiunturale 6-2009 Note106 e 107, rispettivamente New York Times, 6.5.2009, T. Geithner, How We Tested the Big Banks Come abbiamo fatto il test alle grandi banche. e New York Times, 8.5.2009, P. Krugman, Stressing the Positive Sottolineando quanto c’è di positivo.

[49] New York Times, 1.7.2009, M. Saltmarsh, Europe tests its banks but might guard the results L’Europa testa le sue banche ma potrebbe nascondere i risultati dei test.

[50] Radio France Internationale, France24, 30.6.209, German court halts ratification of Lisbon Treaty— La Corte costituzionale tedesca dà l’alt alla ratifica del Trattato di Lisbona (cfr. www.france24.com/en/20090630-german-court-halts-ratification-lisbon-treaty/).

   Ma, guardate un po’ com’è il mondo… La stessa notizia viene data in Germania, non da tutti per fortuna, ma ad esempio sul sito in inglese del quotidiano Die Welt, stesso giorno, con un titolo profondamente fasullo e disonesto: Germany removes hurdle for Lisbon treaty ratification La Germania abbatte l’ostacolo alla ratifica del Trattato di Lisbona… (cfr. www.welt.de/international/article4029458/Germany-removes-hurdle-for-Lisbon-treaty-ratification.html/).

   Come, “abbatte” l’ostacolo?!?! Eh, sì... Formalmente, con un inno legalistico all’ipocrisia, i giudici supremi ripetono quello che avevano già sentenziato anni fa: cioé, ri-ripetono che il Trattato è compatibile con la Costituzione… ma aggiungono che tutti e ogni singolo Land devono ratificarlo prima che lo ratifichi il Bundestag e, come è ovvio, senza modificarne una virgola!

   Ma, forse, con un po’ di pazienza – è una sentenza di oltre 100 pagine fitte – per cogliere il senso vero e non positivo per una maggiore integrazione politica dell’Unione, vale la pena di leggersela… integrale, in tedesco e in inglese, Sentenza Bundesverfassungsgericht - BVerfG, 2 BvE 2/08 del 30.6.2009 sulla ratifica del Trattato di Lisbona da parte della Germania, cfr. www.federalismi.it/ApplOpenFilePDF.cfm?dpath=document&dfile=01072009183327.pdf&con tent=Primo+piano+-+-,++Sentenza++BUNDESVERFASSUNGSGERICHT+-+BVerfG,+2+BvE+2/08+del+30.6.20 09+ sulla+ratifica+del+Trattato+di+Lisbona+da+parte+della+Germania+-+stati+europei+-+documentazione+-+/).     

[51] Leggi, anche, il giudizio – coincidente sul piano specificamente giuridico – nel commento sul Corriere della sera, 19.7.2009, G. Guarino, Perché la sentenza della Corte tedesca mette a rischio il Trattato di Lisbona (cfr. www.astrid-online.it/Riforma-de/Rassegna-s/Guarino-G_Corriere-della-Sera_19_07_09.pdf/).

[52] Guardian, 1.7.2009, I.Traynor, Setback for Tony Blair's ambition to be president of Europe— Un colpo di arresto per le ambizioni di Tony Blair di diventare presidente dell’Europa.

[53] Sic! gli svedesi hanno oggi, con la coalizione presieduta da Fredrik Reinfeldt, uno dei governi più fiscalmente conservatori d’Europa, tenuto a freno e costretto a moderarsi solo dalla rete di istituzioni ormai irreversibili che quarant’anni di governi socialdemocratici hanno radicato nel paese e nella mentalità, anche, di tutti gli svedesi, anche dei più reazionari: cambiano il governo, certo, e mandano su i Reinfeldt… ma, qui, è scontato e lo sa lui per primo che siano le tasse a pagare la sanità, per tutti e come un minimo garantito decente per tutti: e la cosa, semplicemente, non è in discussione…

[54] Non era facile, bisogna ammetterlo… Uno dei più convinti europeisti della grande stampa britannica (Guardian, 5.7.2009, S. Tilford, The Eurosceptic illusion L’illusione euroscettica) non trova di meglio che motivare la sua opposizione a uno “sfilarsi” magari soft della Gran Bretagna dall’Unione europea, oggi, che far osservare come “un ritiro da una presenza piena nella UE non farebbe altro che distruggere la nostra capacità di modellare come vogliamo(— to shape) il mercato unico”.

   Insomma, tutto quello che anche per un campione dell’europeismo britannico sembra contare non è un’Europa capace di contare come tale, in ogni campo; ma, c.v.d. del resto, solo il mercato unico…

[55] The Economist, 25.7.2009.

[56] Anche se il severo ammonimento lanciato dal ministro degli Esteri Ossur Skarphedinsson ai suoi colleghi europei – che “in nessun caso l’Islanda aprirà completamente le proprie acque territoriali alla pesca di imbarcazioni non islandesi” – è una minaccia vuota e del tutto fasulla, fatta solo per fare impressione agli allocchi del suo paese che ci credono: perché la pesca regolata a livello comunitario non è mai quella delle acque territoriali e perché, appunto, la regolazione comunitaria non è mai applicata “completamente”... mai nelle acque territoriali ma sempre nelle cosiddette zone di esclusione economica: ma dovunque, per il tonno siciliano come per il baccalà islandese…

[57] Wall Street Journal, 17.7.2009, C. Forelle, Iceland Votes to Try Joining EU L’Islanda vota per cercare di aderire alla UE (cfr. http://online.wsj.com/article/SB124775333774351707.html/).

[58] EUbusiness, 22.7.2009, Dutch minister links Iceland's EU bid to bank reparations Ministro olandese collega la richiesta islandese di adesione alla UE al ripagamento dei debiti bancari (cfr. www.eubusiness.com/news-eu/1248198421.99/).

[59] New York Times, 27.7.2009, Reuters, EU Ministers Start Iceland's Accession Process Il Consiglio dei ministri dell’Unione dà inizio alla procedura di adesione dell’Islanda.

[60] New York Times, 27.7.2009, S. Castle, European Union Puts Out the Welcome Mat for Once-Aloof Iceland— L’Unione europea stende il tappeto rosso per quella che una volta era la schizzinosa Islanda.

[61] New York Times, 27.7.2009, L. Thomas, A Debate Rages in Iceland: Independence vs. I.M.F. Cash— Un dibattito che arroventa l’Islanda; indipendenza contro liquidità.

[62] Business Week, 28,7.2009, L. Dapkus, Lithuania's GDP plummets 22.4%in Q-2— Il PIL della Lituania affonda del 22,4% nel secondo trimestre (cfr. www.businessweek.com/ap/financialnews/D99NFD1O2.htm?FORM=ZZNR4/).

[63] Stratfor, 22.7.2009, Call for pension cut refuse in Latvia La richiesta di tagliare le pensioni respinta in Lettonia (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090722_latvia_imf_call_pension_cut_refused/).

[64] Financial Times, 28.7.2009, A. Ward, Latvia accepts aid stipulations— La Lettonia accetta le condizioni dell’aiuto [del FMI] (cfr. www.ft.com/cms/s/0/2d0847ac-7b0d-11de-8c34-00144feabdc0.html/).

[65] Stratfor, 30.6.2009, Ukraine: Reforms Required In Natural Gas Transport To Receive Loans - EU— Dice la UE che l’Ucraina, per ricevere prestiti,ha bisogno di riformare tutto il trasporto di gas naturale (cfr. www.stratfor. com/ sitrep/20090630_ukraine_reforms_required_natural_gas_transport_receive_loans_eu/).

[66] Europa Press Releases, 2.7.2009, Gas Coordination Group identify regional cooperation and filling storages as the best means to mitigate potential gas cuts Il Gruppo di coordinamento sul gas [presieduto dalla Commissione] identifica come mezzi per mitigare le conseguenze di un taglio potenziale dei flussi una maggiore cooperazione nella regione e l’accumulazione di scorte del gas [non ci sembra fosse indispensabile uno speciale “Gruppo di studio presieduto dalla Commissione”, però, per arrivare a simili straordinarie conclusioni…] (cfr. http://europa.eu/rapid/pressReleases Action.do?reference= IP/09/1082&format= HTML&aged=0&language=EN&guiLanguage=en/).

[67] Guardian, 3.7.2009, S. Drakulić, In Croatia, the spirit of Tudjman rules In Croazia, comanda lo spirito di Tudjman.

[68] Wall Street Journal, 20.7.2009, A. Osborn, Georgia’s President Wows Changes Il presidente georgiano promette cambiamenti (cfr. http://online.wsj.com/article/SB124804183713363327.html/).

[69] Guardian, 30.7.2009, L. Harding, Moldova votes out Europe's last ruling Communists— La Moldova mette fuori  col voto gli ultimi comunist ial governo.

[70] Romaniapress.com, 30.7.2009, Basescu: We will not be able to meet parameters established with IMF in H2— Basescu: non saremo in grado di tener fede ai parametri fissati col FMI per la seconda metà di quest’anno (cfr. www. romaniapress.com/news-1002250.html/).

[71] Agenzia ITAR-Tass, 30.7.2009, Russia’s budget spending to go down 25 prcnt in 2010 Le spese di bilancio della Russia caleranno del 27% nel 2010 (cfr. http://itar-tass.com/eng/level2.html?NewsID=14190693&PageNum=0/).

[72] Reuters, 24.7.2009, V. Soldatkin, Russia may and should ease foreign access to resources La Russia potrebbe e dovrebbe rendere più facile l’accesso estero alle sue risorse (cfr. www.reuters.com/article/euMergersNews/idUSLO107567 20090724/).  

[73] Petroleumworld.com, 31.7.2009, Russia starts building major Asian gas pipeline La Russia comincia la costruzione del grande gasdotto asiatico (cfr. www.petroleumworld.com/story09073110.htm/).

[74] New York Times, 30.6.2009, M. Davey e C. Hulse, Franken’s Win Bolsters Democratic Grip in Senate— La vittoria di Franken rafforza la presa dei democratici sul Senato.

[75] New York Times, 21.7.2009, S. Kapur, Obama joins the healthcare battle Obama si schiera con la battaglia per la riforma sanitaria.

[76] Le cifre ufficiali (raccolte e pubblicate dalla National Coalition on Health Care, che promuove la riforma, sono (tra l’altro): spesa totale 2.400 miliardi di $ nel 2007, 7.900 $ pro-capite, che corrisponde al 17% del PIL (cfr. www.nchc. org/facts/cost.shtml/). 

[77] New York Times, 24.7.2009, P. Krugman, Costs and Compassion Costi e compassione.

[78] Guardian, 24.7.2009, edit., US healthcare debate: Delirium tremens Il dibattito sulla sanità americana: delirium tremens.

[79]  New York Times, 23.7.2009, D. Wilson, More Cost Cuts Sought From Drug Industry—  Ancora altri costi richiesti all’industria del farmaco (cfr. www.nytimes.com/2009/07/23/business/23pharma.html?_r=1&pagewanted=print/).

[80] Manhattan Institute, 7.2007, Frank R. Lichtenberg, Why Has Longevity Increased More in Some States than in Others? The Role of Medical Innovation and Other Factors— Perché la longevità è aumentata in alcuni Stati e non in altri? Il ruolo dell’innovazione medica e altri fattori (cfr. www.manhattan-institute.org/html/mpr_04.htm/).

[81] Dwight D. Eisenhower, 34° presidente degli USA, discorso di addio alla presidenza, 17.1.1961: “La congiunzione di un immenso establishment militare e di una vasta industria degli armamenti è nuova per l’esperienza americana”. In qualche misura, è essenziale (dall’altra parte c’era l’Unione sovietica), diceva Eisenhower. Ma “non ci possiamo permettere di non coglierne le implicazioni gravi…  Il potenziale per la crescita disastrosa di un potere mal riposto esiste e persisterà.   Non dovremo, perciò, mai lasciare che il peso di questa combinazione – il complesso militar-industriale – metta in pericolo le nostre libertà o i nostri processi democratici”: che le priorità del paese siano, in altri termini, decise dai profitti delle grandi imprese del “complesso” invece che dal profitto che ne viene al paese, con la copertura connivente, o peggio, del potere politico. Discorso tanto chiaro e profetico quanto, ovviamente, poi largamente inascoltato (per il testo integrale, cfr. www.eisenh ower.archives.gov/fare well.htm/). 

[82] Weekly Standard, 21.7.2009, M. Goldfarb, A very good day for Chi-Coms! (cfr. www.weeklystandard.com/weblogs/ TWSFP/2009/07/a_good_day_for_the_chicoms.asp/).

[83] Slate, 21.7.2009, F. Kaplan, They scrapped the F-22! Hanno buttato via l’F-22! (cfr. www.slate.com/id/2223287/).

[84] New York Times, 16.7.2009, S. Greenhouse, Democrats Drop Key Part of Bill to Assist Unions— I democratici lasciano cadere alcune clausole chiave della legge che deve aiutare il sindacato. 

[85] New York Times, 3.7.2009, P. S. Goodman e J. Healy, U.S. Job Losses Rise in June as Unemployment Reaches 9.5%— La perdita di posti di lavoro a giugno con la disoccupazione che sale al 9,5%. 

[86] Economic Policy Institute (EPI), 2.7.2009, H. Shierholz, Jobs Picture, Nine years of job growth wiped out Cancellati nove anni di crescita dell’occupazione (cfr. www.epi.org/publications/entry/jobs_picture_20090702/); e, per i dati completi della rilevazione di giugno, Department of Labor, Bureau of Labor Statistics, 2.7.2009, Employment Situation (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/).

[87] The Economist, 4.7.2009.

[88] The Economist, 18.7.2009.

[89] The Economist, 1.8.2009.

[90] Dipartimento del Commercio, 10.7.2009, Statistiche su maggio 2007 (cfr. www.commerce.gov/s/groups/public /@doc @os/@opa/documents/content/prod01_008170.pdf/); e New York Times, 11.7.2009, G. Shih, As Imports Slow, Trade Deficit Narrows Col rallentamento dell’import, si restringe il deficit commerciale

[91] New York Times, 15.7.2009, G. Shih, Costly Gasoline Pushes Up Consumer Prices— Il prezzo più alto della benzina spinge i prezzi al consumo all’insù.

[92] New York Times, 10.7.2009, N. Bunkley e M. J. de la Merced, As It Exits Bankruptcy, G.M. Faces Challenges All’uscita dal fallimento,la GM ha di fronte tante sfide. 

[93] The Economist, 11.7.2009.

[94] New York Times, 3.7.2009, J. Steinhauer, California Starting to Pay With I.O.U.’s La California comincia a pagare i suoi creditori a cambiali.

[95] The Economist, 25.7.2009.

[96] E’ la conclusione di uno studio del Center on Budget and Policy Priorities, un gruppo di studio privato di Washington, illustrato dal New York Times, 5.7.2009, E. Eckholm, Safety Net is Fraying for the Very Poor La rete di sicurezza sociale si fa evanescente per i più poveri. Lo studio, che riguarda la spesa di assistenza dei 50 Stati federali (più la capitale, il Distretto di Columbia, che è Washington naturalmente) è datato 29.6.2009 si intitola New Fiscal Year Brings Painful Spending Cuts, Continued Budget Gaps In Almost Every StateIl nuovo anno fiscale porta con sé penosi tagli di spesa e continui buchi di bilancio, praticamente in ognuno degli Stati federali (cfr. www.cbpp.org/files/3-13-08sfp.pdf/).

[97] New York Times, 16.7.2008, M. Saltmarsh, Geithner Sees ‘Important Signs of Recovery’— Geithner vede segni  ‘importanti di ripresa’.

[98] New York Times, 30.7.2008, E. Dash, Nearly 5,000 on Wall St. Got Million-Dollar Bonuses in ’08 Quasi in 5.000 a Wall Street si portano a casa nel 2008 gratifiche di oltre 1 milione di $. .

[99] The Economist. 1.8.2009.

[100] New York Times, 25.7.2009, F. Norris, Leading Indicators Are Signaling the Recession’s Ends Gli indicatori principali stanno segnalando la fine della recessione.

[101] Yahoo! Finance, 31.7.2009, L. Mutikani, U.S. economy shrinks modestly L’economia americana si contrae ma solo un poco (cfr. http://finance.yahoo.com/news/US-economy-shrinks-rb-847339284.html?x=0&.v=10/):

[102] Reuters, 9.7.2009, Warren Buffet says second stimulus might be needed— Warren Buffet dice che potrebbe essere necessario un secondo stimolo (cfr. www.reuters.com/article/pressReleasesMolt/idUSTRE5683MZ20090709/).

[103] New York Times, 8.7.2009, P. Krugman, Unpersons Non persone

[104] New York Times, 10.7.2008, P. Krugman, The Stimulus Trap La trappola dello stimolo.

[105] IMF, 6.2.2009, Initial Lessons of the Crisis Le lezioni iniziali della crisi (cfr. www.imf.org/external/np/pp/eng/2009/ 20609.pdf/).

[106] Newsmax.com, 10.7.2009, Samuelson: Economists Missed the Financial Crisis Gli economisti hanno bucato la crisi finanziaria (cfr. www.moneynews.com/streettalk/financial_crisis/2009/07/10/234034.html/). 

[107] New York Times, 23 10.2008, E. L. Andrews, Greenspan Concedes Error on Regulation Greenspan riconosce il suo errore sulla [questione della] regolazione [dei mercati].

[108] The Economist, 25.7.2009; Monetary Policy Report Rapporto [semiannuale al Congresso] sulla strategia monetaria, 21.7.2009 (cfr., per il testo integrale, www.actionforex.com/fundamental-analysis/fed/(fed)-ben-s.-bernanke-%11-semi annual-monetary-policy-report-to-the-congress-2009072192199/).

[109] Washington Post (che sembra diventato da qualche tempo l’organo ufficiale decente – quello indecente è Fox News – della opposizione repubblicana e conservatrice alla Casa Bianca), 10.7.2009, edit., Still not stimulated? Ancora non stimolato abbastanza?    

[110] The American Prospect, 27.7.2009, D. Baker, With Congressional Oversight of the Fed: Could Things Be Much Worse? Con una supervisione della Fed da parte del Congresso, potrebbero le cose andare davvero tanto peggio? (cfr. http://prospect.org/csnc/blogs/beat_the_press_archive?month=07&year=2009&base_name=lack_of_fed_oversi

ght_by_congr#comments/).

[111] New York Times, 26.7.2009, N. Roubini, The Great Preventer Il grande preventore.

[112] The American Prospect, 22.7.2009, D. Baker, Ummm, Bernanke and the Fed Did Cause 10 Million People to Lose Their Job— Ummm, Bernanke e la Fed hanno provocato la perdita del posto per 10 milioni di americani (cfr.  http://prospect.org   /csnc/blogs/beat_the_press_archive?month=07&year=2009&base_name=ummm_bernanke_and_the_fed_did#comments/).

[113] New York Times, 9.7.2009, D. Brooks, Whip Inflation Now— E adesso abbattiamo l’inflazione [nella sanità].

[114] Cfr. tutta la letteratura in proposito su www.cepr.net.

[115] Bloomberg, 14.7.2009, R. Christie, Geithner Says Global Economy Faces Recovery Setbacks— Geithner dice che l’economia globale deve fare i conti con  rovesci gravi (cfr.www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&sid=a3RNURKs RDAM/).

[116] Cfr. Nota congiunturale 6-2009, Nota125: quando il prof. David Parnas,  che lo scudo spaziale lo aveva “inventato”, spiegò che ci aveva ripensato: semplicemente perché non avrebbe mai funzionato.

[117] New York Times, 2.7.2009, P. Baker, Preparing for Trip to Russia, Obama Praises Putin’s Protégé, at Putin’s Expense— Preparandosi al viaggio in Russia, Obama loda il protetto di Putin, a spese di Putin.

[118] New York Times, 3.7.2009, P. Baker, Russia Opens Route for U.S. to Fly Arms to Afghanistan— La Russia apre un suo

corridoio aereo agli USA per il trasporto di armi in Afganistan.

   Ma soprattutto è su un qualificativo come quel decisivo – affibbiato senza che neanche gli svarioni presi tante volte, ogni volta, da anni, riescano a consigliare un po’ di prudenza – che ci sarebbe molto da dire…

   Ha scritto il giornale decano della stampa conservatrice britannica, il Telegraph (20.6.2009, S. Rayment, British Intelligence officer launches stinging attack on 'failing' UK strategy in Afghanistan Un ufficiale dell’Intelligence britannica lancia un duro attacco alla ‘fallita’ strategia americana in Afganistan: cfr. www.telegraph.co.uk/news/worldnews/ asia/afghanistan/5587822/British-Army-officer-launches-stinging-attack-on-failing-UK-strategy-in-Afghanistan.html/) che... “così però i talebani non vengono affatto ‘costretti’, ‘tenuti a distanza’ o ‘destabilizzati’. Si sparpagliano, invece, molto semplicemente, sapendo che i soldati britannici [di essi parlava, ma il ragionamento è tale e quale per le truppe alleate, specie i più impazienti, gli americani] non possono sostenere per sempre la pressione; e, poi, quando se ne tornano alle loro basi lasciando il territorio, rifluiscono come fa la marea”.

[119] Stratfor, 4.7.2009, Russia, U.S.: Putin Responds To Obama Comments— Russia e America: Putin risponde ai commenti di Obama (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090703_russia_u_s_putin_responds_obama_comments/).

[120] New York Times, 7.7.2009, P. Baker e C. J. Levy, Obama Speech Cites Shared U.S.-Russian Interests— Il discorso di Obama cita gli interessi condivisi di USA e Russia.

[121] Testo integrale dell’intervista del 6.7.2009 alla Novaya Gazeta (cfr. www.whitehouse.gov/the_press_ office/Transcri pt-of-President-Obamas-Interview-with-Novaya-Gazeta/).

[122] Guardian, 5.7.2009, L. Harding, Russia's tough line on missile shield overshadows Obama's Moscow trip La linea dura dei russi sullo scudo missilistico getta ombre sulla visita di Obama a Mosca [dove non è proprio del tutto naturale, né del tutto obiettivo, ci sembra, dire che è la “linea dura dei russi” a far ostacolo: si potrebbe dire esattamente lo stesso formulando alternativamente le prime parole del titolo come la “linea dura degli americani”, no? Ma tant’è… è un riflesso automatico, quasi pavloviano, come si dice, delle stampa liberal, americana come europea: i russi restano sempre sono cattivi].

[123] Per una mappa grafica che rappresenta il quadro globale aggiornato del terrore termonucleare nel mondo, cfr. http:// image.guardian.co.uk/sys-files/Guardian/documents/2009/04/05/nuclear_arsenal_060408.pdf/). Recita il testo dell’Accordo quadro firmato a Mosca: “Entro sette anni dopo l’entrata in vigore di questo Trattato, e in futuro, i tetti posti ai vettori nucleari andranno compresi tra 500 e 1.100 unità e quelli per le testate da esse trasportate nell’arco delle 1.500-1.675 unità”.

[124] Discorso del presidente Obama alla Nuova Scuola di Economia di Mosca, 7.7.2009 (cfr. www.whitehouse.gov the_ press_office/Remarks-By-The-President-At-The-New-Economic-School-Graduation//).

[125] Cfr. Nota68, qui sopra.    

[126] New York Times, 22.7.2009, E. Barry, Biden Reassures Ukraine and Georgia of U.S. Support— Biden rassicura Ucraina e Georgia del sostegno americano.

[127] Stratfor, 21.7.2009, Geopolitical Diary: The Importance of the Russian Periphery Diario geopolitico: l’importanza della periferia della Russia   (cfr. www.stratfor.com/geopolitical_diary/20090720_geopolitical_diary_ importance_ russia n_ pe riphery/?utm_source=General_Analysis&utm_campaign= none&utm_medium =email/).

[128] New York Times, 23.7.2009, Associated Press (A.P.), US Backtracks on Georgian Request for Weapons— Gli USA fanno marcia indietro sulla richiesta di armi ricevuta dalla Georgia.

[129] Washington Post/Zaxi, 23.7.2009, Biden denies arms to Georgia— Biden nega le armi alla Georgia (cfr. http://zaxilive journal.com/657210.html/).

[130] Radio Free Europe-Radio Liberty, 23.7.2009, Russia Vows To Stop Georgia Rearming La Russia promette di fermare il riarmo della Georgia (cfr. www.rferl.org/content/Russia_Vows_To_Stop_Georgia_Rearming/1783471.html/).

[131] New York Times, 25.7.2009, A. E. Kramer, New Biden Criticism Surprises Russia— Le nuove critiche di Biden sorprendono la Russia.

[132] Wall Street Journal, 23.7.2009, intervista a P. Spiegel, Biden on eastern Europe Biden sull’Europa dell’Est (cfr.   http://online.wsj.com/article/SB124846217750479721.html#articleTabs%3Darticle/).

[133] Cfr. Nota127, sopra.

[134] Cfr. Nota120, qui sopra.

[135] New York Times, 9.7.2009, P. Taubman, Obama’s Big Missile Test Per Obama, il grande test dei missili.

[136] Discorso di addio alla Nazione del presidente Dwight D. Eisenhower, 17.1.1961 (cfr. www.youtube.com/watch?v=8y 06NSBBRtY/).

[137] Informale, si capisce, non inclusa in nessun trattato ma non per questo meno reale. Lo ha riconosciuto, a modo suo, il segretario di Stato di George W. Bush senior, James D. Baker, che al quotidiano Georgian Daily, il 19,3,29009, disse che “sì, lui aveva personalmente buttato lì la promessa con Gorbaciov e questa posizione negoziale era stata brevemente considerata da parte americana, ma poi era stata lasciata cadere”, sempre da parte americana.

   Ciò non toglie che, come ha detto Gorbaciov, lui la prese come un impegno d’onore del presidente statunitense e come tale riuscì a “vendere” l’unificazione tedesca al Cremlino.

   L’articolo del giornale georgiano, tutt’altro che obiettivo ovviamente, è intitolato – tradendo la sostanza e rifacendosi solo alla forma del diniego – Baker Says Gorbachev Got No Promises on NATO Expansion to East— Baker dice che Gorbaciov non ottenne promesse sull’espansione della NATO ad est (cfr. http://georgiandai ly.com/index.php?option=com_content&task=view&id=10643&Itemid=65/).

[138] New York Times, 21.7.2009, E. Schmitt e J. Perlez, Pakistan Objects to U.S. Plan for Afghan War—Il Pakistan  obietta ai piani americani per la guerra afgana.

[139] Reuters, 20.7.2009, Bomb kills four U.S. soldiers in Afghanistan— Bomba uccide quattro soldati americani in Afganistan: una bomba piazzata su una strada dell’Afganistan orientale ha ucciso quattro soldati americani facendo di luglio, già al 20, il mese in assoluto più letale, con 27 morti per le forze americane, riferisce la Reuters.Il mese che in precedenza aveva fatto più morti americani era stato lo scorso settembre, con 26 soldati mori in combattimento” (cfr. www. reuters.com/article/worldNews/idUSLJ59795120090720/).

[140] Guardian, 11.7.2009, J. Burke, New peril for British troops in Afghanistan: Taliban have learned modern warfare Nuovo pericolo per le truppe britanniche in Afganistan: i talebani hanno imparato a combattere la guerra moderna [aggiungeremmo noi, anche la guerra moderna…].

[141] Ne aveva parlato unico, in pratica, il Guardian, 14.9.2002, L. Harding, Afghan massacre haunts Pentagon Il massacro afgano che assilla il Pentagono

[142] Guardian, 28.7.2009, R Norton-Taylor, Britain and US prepared to open talks with the Taliban Gran Bretagna e USA pronti a aprire negoziati coi talebani.

[143] Salon.com, 4.7.2009, Associated Press (A.P.), K. Gamel, Biden spends July 4 with son, other troops in Iraq— Biden passa il giorno delI’Indipendenza col figlio e altri soldati in Iraq (cfr. www.salon.com/wires/ap/world/2009/07/04/D997R9U80 _ml_iraq/).

[144] Che, proprio ora a luglio nelle elezioni locali della regione ha visto emergere un nuovo partito, il “Cambiamento”, a scuotere di brutto il duopolio del partito democratico (clan Barzani) e del partito unitario del Kurdistan (clan Talabani). Il “Cambiamento” ha vinto un terzo dei seggi (cfr. The Economist, 1.8.2009).

[145] Washington Post, 17.7.2009, A. Shadid, Kurdish Leaders Warn Of Strains With Maliki: Military Conflict a Possibility, One Says I leaders curdi avvertono di tensioni forti con Maliki: uno di loro dice che un conflitto armato è possibile (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/07/16/AR2009071604369.html?sub=AR/).

[146] New York Times, 30.7.2009, M. R. Gordon, U.S. Adviser’s Blunt Memo on Iraq: Time ‘to Go Home’Un memorandum brutale dei consiglieri americani: è ora di ‘andarcene a casa’.

[147] Testo integrale in cfr. www.nytimes.com/2009/07/31/world/middleeast/31advtext.html?ref=middleeast/.

[148] Conferenza stampa del presidente Obama, 26.6.2009 (cfr. in www.whitehouse.gov/the_press_office/Remarks-By-President-Obama-And-Chancellor-Merkel-Of-Germany-In-Joint-Press-Availability/).

[149] Forbes, 21.7.2003, P. Klebnikov, Millionaire Mullahs I mullah milionari.

[150] Questa è la lettura degli enigmi apparenti dell’Iran di oggi (cinica? reale? realistica?) che offre – secondo noi piuttosto convincente e, in ogni caso, meritevole di venire presa in considerazione e capace di spiegare razionalmente molte cose molto più di ogni altra) offerta da Stratfor, l’istituto di ricerche strategiche, diciamo, “vicino” al Pentagono: 29.6.2009, G. Friedman, The Real Struggle in Iran and Implications for U.S. Dialogue Il conflitto reale in Iran e le implicazioni per il dialogo con gli USA (cfr. www.stratfor.com/weekly/20090629_real_struggle_iran_ and_implications_u_s_dialogue/?utm _source=GWeekly & utm _campaign=none&utm_medium=email/).

[151] New York Times, 5.7.2009, M. Slackman e N. Fathi, Leading Clerics Defy Ayatollah on Disputed Iran Election— Alcuni religiosi di punta sfidano l’Ayatollah sui risultati delle elezioni in Iran.

[152] New York Times, 18.7.2009, E. Sciolino, Iranian Critic Quotes Khomeini Principles Critico iraniano [che poi sarebbe… Rafsanjani: titolo curioso…] cita i princìpi di Khomeini [che, evidentemente, restano la giustificazione fondamentale per tutto il regime e la stragrande maggioranza della popolazione: ma che ognuno comincia a interpretare, pluralisticamente, a modo suo].

[153] New York Times, 2.7.2009, edit., After the Crackdown Dopo il giro di vite.

[154] Stratfor, 3.7.2009, G-8: U.S. Opposes New Iran Sanctions Per il G-8, gli USA si oppongono a nuove sanzioni contro l’Iran (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090703_g_8_u_s_opposes_new_iran_sanctions/).

[155] New York Times, 9.7.2009, P. Baker, G-8 Nations Press Iran on Nuclear Program— Le nazioni del G-8 stringono l’Iran sul suo programma nucleare.

[156] New York Times, 5.7.2009, B. Knowlton, Biden Suggests U.S. Not Standing in Israel’s Way on Iran Biden lascia intendere che gli USA non si frapporranno sul cammino che Israele sceglierà per l’Iran.

[157] NBC LANews, 7.7.2009, X. O’Neill, Obama: ‘Absolutely’ No Green Light on Israel Strike— Obama: nessun via libera,’ in modo assoluto’, all’attacco israeliano (cfr. www.nbclosangeles.com/news/us_world/NATL-Obama-Absolutly-No-Green-Light-on-israel-Strike.html/).

[158] Ma’ariv (Jerusalem), 17.7.2009, M. Bengal, Secretary of Defense Gates Will Meet with Defense Minister Barak— Il segretario alla Difesa Gates incontrerà il ministro della Difesa, Barak (cfr. www.israelpolicyforum.org/blog/secretary-defense-gates-will-meet-defense-minister-barak/).

[159] New York Times, 27.7.2009, E. Bumiller, Gates Says U.S. Overture to Iran is ‘Not Open-Ended’— Gates dice che l’apertura americana’non è senza scadenze’.

[160] Guardian, 27.7.2009, S. Tisdall, Obama’s faltering peace drive— La claudicante offensiva di pace di Obama.

[161] Trend News Agency (Teheran), 8.7.2009, Iraq warns of using its airspace to hit neighboring Iran: newspaper L’Iraq ammonisce a non usare il suo spazio aereo contro il vicino Iran (cfr. http://news-en.trend.az/world/iran/1501403.html/).

[162] Daily News Egypt, 15.7.2009 (poi, anche su Kosovo Times e Guardian), qui citato direttamente dal sito della AIEA, A New Start for Non-Proliferation— Una nuova partenza per la non-proliferazione (cfr. www.iaea.or.at/NewsCenter/Trans cripts/2009/dnegypt150709.html/).

[163] New York Times, 2.7.2009, S. Otterman, Japanese Diplomat Elected U.N. Nuclear Chief Diplomatico giapponese eletto a capo dell’agenzia atomica dell’ONU.

[164] Boston.com, 3.7.2009, S. Westall, No sign Iran seeks nuclear arms: new IAEA head Nessun segale che l’Iran stia cercando di dotarsi di armamenti nucleari (cfr. www.boston.com/news/world/europe/articles/2009/07/03/no_sign_iran_ seeks_nuclear_ arms_ new_iaea_head/).

[165] Space War, 27.7.2009, NKorea hints at disarmament talks with US— La Corea del Nord indica di voler parlare di disarmo con gli Stati Uniti (cfr. www.spacewar.com/reports/NKorea_hints_at_disarmament_talks_with_US_999.html/).

[166] New York Times, 27.7.2009, P. Bowring, America’s Balancing Act La ricerca americana di un riequilibrio.

[167] DerSpiegelOnLine.com, 14.7.2009, Put the Champagne away – Too Soon for Optimism on German Economy, ZEW Survey Reveals Mettete via lo champagne – Troppo presto per gli ottimismi sull’economia tedesca, dice l’inchiesta ZEW (cfr. www.spiegel.de/international/germany/0,1518,636106,00.html/).      

[168] Bloomberg, 8.7.2009, S. Meier, German Industrial Production Surges Most in 16 Years— La produzione industriale tedesca si impenna al massimo da 16 anni (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601068&sid=awKME 6aRedFg/).

[169] The Economist, 25.7.2009.

[170] New York Times, 30.7.2009, N. Kulish, German Program Cuts Jobless Ranks, for Now— Il programma tedesco di aiuti alla disoccupazione taglia le fila dei disoccupati, per ora.

[171] Institute nationale de la statistique et des études économiques, INSEE (cfr. www.insee.fr/fr/default.asp/pag. iniziale).

[172] Agenzia Dow Jones/Borsa italiana, 31.7.2009, IMF Official: French Government Must Recapitalize Bks As Necessary— Esponente del FMI: il governo francese deve ricapitalizzare le banche secondo necessità.

[173] Observer, 26.7.2009, H. Stewart, This is how we let the credit crunch happen, Ma'am ... E’ così che abbiamo lasciato arrivare la stretta creditizia, Signora… 

[174] Per citare, qui, oltre agli AA. che spesso – anche in questo numero – abbiamo nominati e riportati tra virgolette sul fatto che la catastrofe fosse prevedibile, e che era ben stata prevista (senza ammorbarvi, poi, richiamando le ripetute occasioni in cui – e senza falsa modestia – noi stessi qui lo abbiamo scritto), vi diamo il link a un ormai vecchio ma attualissimo, breve ma succosissimo, testo citato tre anni fa in una di queste Note congiunturali: Policy Note, 4.2006, W. Goodey e G. Zezza, Debt and Lending: a Cri du Coeur Debito e prestiti: un grido del cuore, in Levy Economic Institute of Bard College (Annandale-on-Hudson, New York), in cfr. www.levy.org/pubs/pn_­­4_06.pdf/.

[175] The Economist, 1.8.2009.

[176] IMF, 16.7.2009, United Kingdom, Annual Economic Review, 2009 Revisione annuale dell’economia del Regno Unito, 2009 (cfr. www.imf.org/external/np/sec/pn/2009/pn0984.htm/).

[177] Guardian, 16.7.2009, H. Stewart, UK economy 'faces long slog' L’economia della Gran Bretagna dovrà affrontare una lunga sfacchinata per riprendersi.

[178] Bloomberg, 7.7.2009, UKMPIMOM:IND— Produzione industriale manifatturiera del Regno Unito  (cfr. www.bloo mberg.com/apps/quote?ticker=UKMPIMOM%3AIND/).

[179] The Economist, 11.7.2009.

[180] Guardian, 14.7.2009, K. Hopkins e L. Elliott, Ultra-low interest rates here to stay after inflation falls below government targetI tassi di interesse ultra bassi destinati a restare dopo che l’inflazione scende sotto l’obiettivo fissato dal governo.

[181] Guardian, 9.7.2009, K. Hopkins, UK's goods trade deficit falls to three-year low for May— Il deficit degli scambi commerciali del RU cade a maggio al minimo da tre anni.

[182] Guardian, 15.7.2009, A. Seager, Unemployment highest since 1995 La disoccupazione al livello più alto dal 1995.

[183] The Economist, 4.7.2009.

[184] Reuters, 16.7.2009, UK to delay major spending decisions on nuclear subs— La Gran Bretagna ritarderà decisioni importati di spesa per i sottomarini nucleari (cfr. www.reuters.com/article/usDollarRpt/idUSLG29085320090716/).

[185] Guardian, 19.7.2009, A. Rawnsley, Labour may never ever win power on its own again I laburisti potrebbero non essere più in grado di vincere da soli.

[186] IMF, 15.7.2009, Japan, Annual Economic Review, 2009 Revisione annuale dell’economia del Giappone, 2009 (cfr. www.imf.org/external/np/sec/pn/2009/pn0982.htm/).

[187] The Economist, 1.8.2009.

[188] Banca del Giappone, Inchiesta Tankan, 5.2009 (cfr. www.boj.or.jp/en/type/exp/stat/tk/extk.htm/).

[189] New York Times, 13.7.2009, M. Fackler, Facing Party Rift, Japan’s Prime Minister Calls Election— Di fronte alla spaccatura nel partito il primo ministro del Giappone convoca le elezioni.

[190] Stratfor, 17.7.2009, Japan: Defense White Paper Released Pubblicato il Libro bianco sulla Difesa (cfr. www.strat for.com/sitrep/20090717_japan_defense_white_paper_released/).

[191] The Economist, 1.8.2009.

[192] Yahoo!News, 30.7.2009, Japan's DPJ revises its foreign policy stance— Il partito democratico giapponese rivede le sue posizioni di politica internazionale (cfr. http://sg.news.yahoo.com/afp/20090730/tap-japan-politics-vote-military-afghani-d1078a1.html/).