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     08. Nota congiunturale - agosto 2008

 

  

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TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Dati demografici nazionali

L’ISTAT ha reso noti i dati relativi alla popolazione residente in Italia risultanti dalle registrazioni nelle anagrafi negli 8.101 comuni al 31 dicembre 2007[1]. Siccome i dati in questione hanno diretta afferenza, e peso notevole, su tutto il dibattito, e il contenzioso, relativo agli immigrati in questo paese, vale la pena di riportarli anche un po’ estesamente.

Al 31.12.2007 la popolazione complessiva risulta pari a 59.619.290 unità, mentre alla stessa data del 2006 ammontava a 59.131.287. Nel 2007 si è registrato un incremento della popolazione residente di 488.003 unità, pari allo 0,8%, dovuto completamente alle migrazioni dall’estero. Complessivamente, infatti, la variazione di popolazione è stata determinata dalla somma di saldo del movimento naturale pari a -6.868 unità, saldo del movimento migratorio con l’estero pari a +492.823, più un marginale incremento dovuto ad altri motivi per +2.048 unità.

Distribuzione territoriale

Si conferma anche per il 2007 un movimento migratorio, sia interno sia dall’estero, indirizzato prevalentemente verso le regioni del Nord e del Centro, e un saldo naturale che risulta (di poco) positivo solo nelle regioni del Sud e nelle Isole. Il risultato di queste dinamiche contrapposte è una variazione positiva di varia entità in tutte le ripartizioni geografiche, ma piuttosto modesta nelle isole e nelle regioni meridionali.

La distribuzione della popolazione residente per ripartizione geografica assegna ai comuni delle regioni del Nord-ovest 15.779.473 abitanti (il 26,5% del totale), a quelli del Nord-est 11.337.470 (il 19,0%), al Centro 11.675.578 (il 19,6%), al Sud 14.131.469 (il 23,7%) e alle Isole 6.695.300 (l’11,2%). Percentuali pressoché invariate rispetto all’anno precedente: si rileva solo un lieve incremento della quota di popolazione del Nord e Centro a scapito di quella del Sud.

Popolazione straniera

La stima della quota di stranieri sulla popolazione totale è pari a 5,8 ogni 100 individui residenti (dati ancora provvisori) e risulta in crescita rispetto al 2006 (5 stranieri ogni 100 residenti); come lo era allora rispetto all’anno prima e l’anno prima su quello precedente, ecc., ecc.

L’incidenza della popolazione straniera è più elevata in tutto il Centro-Nord (rispettivamente 8,1 e 7,8% nel Nord-est e nel Nord-ovest e 7,3% nel Centro), mentre nel Mezzogiorno la quota di stranieri residenti è del 2,1 %.

Saldo naturale

Nel corso del 2007 sono nati 563.933 bambini (3.923 nati in più rispetto all’anno precedente) e sono morte 570.801 persone (12.909 in più rispetto all’anno precedente). Pertanto il saldo naturale, dato dalla differenza tra nati e morti, è risultato negativo e pari a -6.868 unità, con una serie che negli ultimi 4 anni alterna valori positivi e negativi, ma sempre molto vicini alla crescita zero. La figura 1 ben evidenzia tale andamento, con la curva dei morti quasi sempre sovrastante quella dei nati vivi, a eccezione degli anni 1992, 2004 e 2006. Il saldo naturale è positivo nel Mezzogiorno mentre nel Centro-Nord si conferma negativo.

Natalità

Il numero dei nati è in aumento rispetto all’anno precedente. L’incremento si registra nelle regioni del Nord-est (+1,8%), del Nord-ovest (+1,3%) e del Centro (+0,7%), mentre nelle regioni meridionali (+0,05%) e nelle Isole (-1,0%) si evidenzia una stagnazione se non un decremento. A livello nazionale, si conferma una tendenza all’aumento nel lungo periodo: l’ammontare complessivo di nascite risulta più elevato di quello relativo a tutti i 14 anni precedenti.

Tale tendenza è da mettere in relazione alla maggior presenza straniera regolare. Di pari passo con l’aumento di stranieri che vivono in Italia, infatti, l’incidenza delle nascite di bambini stranieri sul totale dei nati della popolazione residente in Italia ha fatto registrare un fortissimo incremento, passando dall’1,7% all’11,3% del totale dei nati vivi; in valori assoluti da poco più di 9 mila nati nel 1995 a più di 60 mila nel 2007. In particolare, nelle regioni del Centro-Nord si registrano valori percentuali di gran lunga superiori alla media nazionale.

Si tratta di una conferma: già da diversi anni, infatti, in quelle aree del Paese dove gli stranieri sono più numerosi e gli insediamenti più stabili, il contributo alla natalità è divenuto rilevante. Infatti, nelle due ripartizioni del Nord i bambini nati da genitori stranieri sono circa il 17%; tale incidenza si attenua nelle regioni del Centro, ma è tuttavia notevole (13 nati stranieri ogni 100 nati), per ridursi notevolmente nel Mezzogiorno (solo 2,9 bambini stranieri ogni 100).

Il tasso di natalità è superiore alla media nazionale nelle ripartizioni del Nord-est e del Meridione e varia da un minimo di 7,6 nati per mille abitanti in Liguria al massimo di 11,2 nella provincia autonoma di Bolzano, rispetto ad una media nazionale stabile sul 9,5‰. Tra le regioni del Nord-ovest il tasso di natalità più elevato si registra in Lombardia (10‰. Nel Nord-est, registrano un tasso di natalità superiore alla media nazionale, oltre a  Bolzano, Trento (10,1 nati per mille abitanti) e il Veneto (9,9‰). Le regioni del Centro presentano tutte, tranne il Lazio (9,5‰), un tasso di natalità con valori inferiori alla media nazionale. Nel Mezzogiorno, la Campania presenta il tasso di natalità più elevato (10,7‰) e supera la media nazionale, così come la Sicilia (9,8), mentre la Sardegna presenta un valore tra i più bassi, pari appena all’8‰.

La mortalità

L’aumento del numero dei nati si riflette in un aumento del numero medio di figli per donna (TFT), confermando la leggera ripresa degli ultimi anni e per il 2007 si stima pari a 1,37 (1,35 nel 2006).

Il numero di decessi è superiore a quello dell’anno precedente (Figura 1 e Tabella 2). Il tasso di mortalità è ovviamente più elevato nelle regioni a più forte invecchiamento: Liguria, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Piemonte e Valle d’Aosta, presentano tassi di mortalità superiori alla media nazionale (9,6‰). A queste si aggiungono tutte le regioni del Centro, con la sola eccezione del Lazio, dove il tasso di mortalità (9‰) è inferiore alla media nazionale. Tra le regioni del Mezzogiorno,  Molise, Abruzzo e Basilicata che presentavano già nel 2006 un tasso di mortalità più elevato della media nazionale si confermano nella posizione con valori rispettivamente pari a 10,7, 10,4 e 9,7 mentre la Sicilia assume il valore medio nazionale. Le altre regioni, “più giovani”, fanno registrare, ovviamente, tutte valori inferiori alla media nazionale.

Al contrario di quanto avviene per la natalità, per la mortalità il peso degli stranieri risulta irrilevante, a causa della composizione per età particolarmente giovane rispetto alla popolazione italiana.

Le migrazioni

Come già da diversi anni, l’incremento demografico del nostro Paese è garantito da un saldo migratorio con l’estero positivo. Nel corso del 2007 sono state iscritte in anagrafe come provenienti dall’estero 558.019 persone (Tabella 3). Il numero di iscritti dall’estero è risultato particolarmente elevato, ben al di sopra dei valori osservati nel corso degli anni duemila, che pure sono stati contraddistinti da eccezionali flussi migratori.

Ciò è dovuto, in buona parte, all’ingresso di Romania e Bulgaria nell’Unione Europea, che ha permesso ai cittadini di questi paesi di iscriversi in anagrafe come comunitari. In effetti, si stima che circa la metà delle nuove iscrizioni dall’estero siano da attribuire a cittadini rumeni, la cui presenza stabile sul territorio nazionale supera ora le 600 mila unità.

Tra gli iscritti, gli italiani che rientrano dopo un periodo di permanenza all’estero rappresentano solo il 7,6%. La larga maggioranza è costituita da cittadini stranieri, soprattutto nelle regioni del Nord e del Centro (oltre il 95%), mentre la quota di stranieri è relativamente meno significativa nelle regioni del Mezzogiorno.

Ammontano a 65.196 le cancellazioni di persone residenti in Italia trasferitesi all’estero. Tra i cancellati per l’estero prevalgono gli italiani, che sono circa il 70% del totale. Tuttavia la maggior parte degli stranieri che lasciano il nostro Paese sono conteggiati tra i cancellati per altri motivi, poiché cancellati per irreperibilità. Complessivamente, il bilancio migratorio con l’estero, pari a +492.823, è dovuto a un saldo fortemente positivo per gli stranieri, superiore a 495mila unità, che compensa il saldo lievemente negativo relativo alla sola componente italiana (-3mila unità circa).

Il bilancio con l’estero risulta quindi positivo per tutte le regioni, nettamente superiore all’anno precedente, e il corrispondente tasso varia dal 3,5‰ di Campania e Sardegna al 13,4 dell’Umbria, rispetto a una media nazionale dell’8,3‰. Le regioni del Nord (ad eccezione della  Liguria  e  della  Lombardia)  e del Centro presentano tassi migratori.

Le migrazioni interne

Nel corso del 2007 i trasferimenti di residenza interni hanno coinvolto circa 1 milione e mezzo di persone e, secondo un modello migratorio ormai consolidato, sono caratterizzati prevalentemente da uno spostamento di popolazione dalle regioni del Mezzogiorno (eccettuato l’Abruzzo e la Sardegna) a quelle del Nord e del Centro. Il tasso migratorio interno oscilla tra il -3,9‰ della Calabria e il 3,8‰ dell’Emilia-Romagna.

La migratorietà interna è dovuta anche agli stranieri residenti nel nostro Paese, che seguono una direttrice simile a quella delle migrazioni degli italiani, ma presentano una maggior propensione alla mobilità. Infatti, i cittadini stranieri, pur rappresentando il 5,8% della popolazione, contribuiscono al movimento interno per più del 15%.

Grandi comuni

Nei 12 grandi comuni con popolazione superiore ai 250 mila abitanti risiedono poco più di 9 milioni di abitanti, pari al 15,2% del totale. Nel complesso di questi comuni si registra un leggero incremento di popolazione rispetto all’anno precedente: +3.228 abitanti. I grandi comuni in crescita sono Roma (+13.165), Torino (+7.694), e Verona (+3.473), stabile Venezia (+59), mentre il decremento più sostenuto in valori assoluti si verifica a Genova (-4.799).

La dinamica demografica naturale è differenziata. In tutti i grandi comuni il saldo naturale è negativo, con la sola eccezione di Napoli, Bari e Palermo. Invece, il saldo migratorio interno è sempre negativo, a evidenziare un processo di reinsediamento della popolazione che penalizza le grandi città, in particolare Torino (-11,5‰ per mille) e Bari (-10‰). Si conferma una generale capacità di attrarre le migrazioni dall’estero: il saldo risulta positivo in tutti i grandi comuni, secondo il consueto gradiente Nord-Sud. In particolare, Verona e Torino sono meta dei più rilevanti flussi migratori dall’estero (con tassi rispettivamente del 21,9  e del 21,3‰).

Famiglie e convivenze

La popolazione residente in Italia al 31 dicembre 2007 vive per il 99,5% in famiglie. Le famiglie anagrafiche sono 24 milioni e 300 mila circa; il numero medio di componenti per famiglia risulta leggermente diminuito rispetto all’anno precedente ed è pari a 2,4. Il valore minimo è di 2,1 e si rileva in Liguria e in Valle d’Aosta, mentre il massimo è di 2,8 in Campania. Il restante 0,5% della popolazione, pari a circa 326 mila abitanti, vive in convivenze anagrafiche (caserme, case di riposo, carceri, conventi, ecc.). La popolazione residente nelle convivenze si concentra nel Nord e nel Centro.

In Italia, i salari sono molto depressi. Come se già non lo sapessimo bene, dopo gli allarmi di tante autorevoli voci – a cominciare dal Governatore della Banca d’Italia: se non salgono, tra l’altro, lo aveva segnalato anche lui, non salgono i consumi; e non c’è, dunque ripresa – e a proseguire anche con Marcegaglia, la nuova capa dei padroni, che assicura di essere assolutamente d’accordo sull’allarme anche lei…

… basta che, naturalmente, nessuno s’azzardi a toccare i profitti… Tutto ciò sapevamo già bene, senza che poi succedesse mai niente nel senso di una correzione pratica conseguente. Adesso ce lo dice l’OCSE: gli italiani guadagnano meno della media dei paesi OCSE, meno della media dei paesi europei.

Nel primo caso, -22% di potere d’acquisto; nel secondo, -14%: e sono stime conservative. E non basta:

• siamo in fondo alla classifica relativa al tasso di occupazione: peggio solo Ungheria, Polonia e Turchia;

• sfoggiamo, con l’eccezione solo di Messico e Turchia, la performance peggiore tra i 30 membri dell’OCSE quanto a tasso di occupazione femminile;

• quanto ad occupazione giovanile, peggio soltanto Grecia e Polonia;

• in compenso (in compenso?) lavoriamo un po’ più della media (1.824 ore nel 2007, contro 1.794): ma lavoriamo in pochi tra disoccupazione e quasi disoccupazione (precarietà diffusa, ecc.)[2].

La ministra Carfagna, chiacchieratissima e malignatissima dal sussurrio gossipante e abbastanza schifoso di tanti benpensanti e malviventi essi stessi, ha diritto a restare al di sopra di ogni sospetto fino a prova provata… e anche oltre, perché in fondo poi sarebbero affari suoi (stavamo per dire… suoi).

Se non fosse che qualcuno dovrebbe pur tentar di spiegare come si fa: “in due anni (o forse meno), a passare da subrettina della tv a ministra. E’ un bel balzo. Neanche Evita Peron”, osserva sommessamente sul Dibattito-Cisl per la FILCA toscana la rubrica “I pallini[3]. Che a dire  la verità,  non sono poi, solo i loro.

Prima si tassavano gli operai che non potevano certo trasferire su altri le loro imposte” ha detto il ministro dell’Economia, rivendicando la giustezza della sua Robin tax, la tassa sui superprofitti petroliferi – difendendola dal governatore della Banca d’Italia convinto che, alla fine, c’è la “necessità di evitare che la Robin tax si traduca in un aggravio dei costi dell’energia e dell’attività bancaria” per tutti i cittadini, operai compresi e anzitutto[4]. Parlava dal podio dell’ABI, all’Assemblea dei banchieri italiani prostrati e tremanti di fronte a un simile Robespierre che condanna, pronuncia ed annuncia ma fa assai poco…

Ha osservato, acido e assolutamente preciso, Scalfari nel suo editoriale domenicale[5] che ha seguito questa sentenza (e che va sempre letto con attenzione, anche se non di rado anche lui prende le sue cantonate: per ragioni di classe, direbbero Carlo Marx e Warren Buffett): “Certo, è così. E’ stato sempre così perché i lavoratori dipendenti sono stati la sola categoria sociale che ha pagato le tasse per intero, salvo dover accettare d’immergersi nel precariato del lavoro nero con tutto ciò che ne consegue sia sul piano salariale sia sulle protezioni antinfortunistiche e le provvidenze sociali. Prima si tassavano gli operai. Perché il ministro usa l’imperfetto storico? Ora non si tassano più? Al contrario: ora si tassano ancora più di prima. Basta scorrere le cifre uscite dall’ISTAT appena due giorni fa.

Il peso dell’IRPEF è in aumento e, all’interno del gettito dell’imposta personale, è in aumento l’onere dei lavoratori in genere e di quelli dipendenti in particolare. Prima si tassavano? Mai come adesso sono tassati, onorevole Tremonti ed è proprio lei a farlo. Perciò non usi l'imperfetto storico perché il tema è terribilmente presente (e futuro)”.

Di tutto il bilancio che Tremonti sta presentando e facendo approvare, a botte di “fiducia”, stavolta, e forse un po’ irritualmente per le normali attenzioni di questo nostro specifico spazio, occorre parlare dell’argomento spese per la difesa. Per evidenziare incongruenze e contraddizioni della linea – o dello zig-zag, piuttosto – berlusconian-tremontiano.

Dunque, da una parte, si esalta il fiero cipiglio del soldato italiano, lo si propone per bocca roboante del nuovo mefistofelicanteggiante ministro della Difesa per una presenza più “attiva” – cioè, più combattiva, anzi più combattente – nel mondo (Afganistan subito, dovunque ce lo chieda il Grande Fratello più in là) ma, dall’altra, si tagliano irresponsabilmente e programmaticamente i fondi della difesa, salvo dopo aver combinato il guaio impegnarsi, in qualche modo, a ricostituirli. Ma carta canta…

Quanto a saldi complessivi si taglia per oltre 2 miliardi di euro in tre anni e, più in dettaglio, il decreto legge n.112 del 25.6.2008, all’art. 60 (comma 1) richiede – non lo dice ma è ovvio visto, che la spesa per il personale in servizio è, come si dice, incomprimibile – di defalcare le spese di funzionamento, già in sofferenza, e di investimento, interrompendo la lieve fase di ripresa impostata dal precedente governo: il governo Prodi.

Vengono, poi, art. 65, tagliati i fondi del progetto di professionalizzazione delle forze armate: -7% per il 2009 e -40% dal 2010, per un totale di 304 milioni di euro in tre anni: il blocco, di fatto, delle nuove immissioni di personale (a fronte di Forze Armate già piuttosto anzianotte. Si otterrà così uno strumento ancora più ridotto, rispetto alle 190.000 unità previste dal Parlamento a suo tempo. Ecco come si procede adesso: si assumono contabilmente decisioni strategiche di natura assolutamente politica e “la composizione del personale risulterà ancora più squilibrata a favore della ‘pancia’ (sottufficiali ed ufficiali anziani) a tutto detrimento delle ‘gambe’ rappresentate dalla truppa[6].

Poi nel decreto stesso, qua e là, del tutto disorganicamente ci si preoccupa di mettere una toppa qua e là. Ma la caratteristica principale di questo atto legislativo e politico è chiara: si sconquaqquera quel poco di serio che, come strumento operativo, è il sistema italiano di difesa.

I risparmi previsti vengono conseguiti mettendo in discussione il modello di difesa attuale oramai insostenibile, ma non rispondono nemmeno alle esigenze di un nuovo ipotetico modello”, peraltro mai neanche discusso. Si allontana la prospettiva di una vera e propria riforma del sistema della Difesa, organica e strutturale, accompagnata da previsioni di spesa adeguate. Ma che richiedono prima una scelta strutturale e strategica.

Per ora, e nell’immediato, le missioni all’estero – mai ben definite, variegatamene ipotizzate, in pratica programmate, se così si può dire, di tre mesi in tre mesi, quando va bene – restano solo in parte spesate sul fondo speciale previsto dal decreto ma diventano sempre meno sostenibili, così come il mantenimento degli standard addestrativi internazionali che ci garantiscono di operare insieme ai partners, nonché gli impegni d’investimento pluriennali anche di natura multilaterale, verso NATO e, per il poco o niente che c’è, anche Unione europea.

Insomma – è il punto – l’Italia, per trovare anche in questo settore un suo ubi consistam è obbligata ormai a chiarirsi le idee, a prendere decisioni coerenti su quel che vuole siano le sue forze armate e, una volta presa la decisione, a stanziare  in tempo programmaticamente utile quel che ci vuole a farle vivere come strumento efficiente.

Già… ma questo, a veder bene, prima ancora che della difesa italiana, è il problema proprio e  prima ancora dell’Italia, no?

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Ennesimo naufragio delle trattative all’Organizzazione mondiale per il commercio, per le divisioni irrimediabili tra Cina e India, di qua, e Stati Uniti di là. Ci dovremo sicuramente tornare sopra.Non senza per ora aver almeno rimarcato quello che scrivevamo due mesi fa: che andava a finire così, nel rancore e nelle accuse reciproche. E’ una gran brutta botta a ogni fiducia nell’economia globale – osserva amaro, ma se n’è accorto un po’ tardi, un portavoce della Commissione europea.

Sembrava finalmente un lavoro avviato, dopo ben sette anni di negoziato, a conclusione, con un lavoro di mediazione ultrapaziente condotto dal vertice dell’OMC, concedendo qualcosa qua all’uno (modesti tagli ai sussidi agricoli nei paesi più sviluppati) e là (modeste riduzioni delle tariffe alle importazioni di prodotti industriali nei paesi in via di sviluppo). Questo era stato chiamato il “round dello sviluppo” nella coscienza che qualcosa bisognava fare.

Ma tutto è saltato quando l’India, e qualche altro paese in via di sviluppo, hanno fatto presente che a questo punto la misura minima che avrebbe potuto tenere aperto l’impegno di onorare l’obiettivo di “sviluppo” annunciato avrebbe potuto essere l’applicazione del cosiddetto “meccanismo di salvaguardia speciale”, il diritto di proteggere in casi eccezionali alcuni essenziali prodotti agricoli da una concorrenza spropositatamente sovvenzionata o tecnologicamente pompata in casi di impennate improvvise dell’import.

Gli Stati Uniti si sono opposti ferocemente opposti (per ragioni di principio: quando si negozia siamo tutti sullo stesso piano… come se poi fosse mai vero!) e non si sono mostrati disponibili, come almeno a parole tutti gli altri, a cercare un compromesso sensato per chiudere così il cosiddetto Doha round che dura ormai dal 2001. Stavolta è emerso, però, che i grandi paesi in via di sviluppo (Cina, India, Indonesia…) non sono più disponibili a lasciarsi chiedere molto e concedere quel che loro considerano poco dagli europei e dagli americani.

Perché fare altre concessioni di aperture commerciali all’occidente, in cambio di tagli al protezionismo agricolo di Bruxelles e Washington, quando questo specifico accordo era stato già raggiunto e mai è stato onorato dai paesi più forti nel precedente Uruguay round del 1986-1993?

Tutto perché “un solo paese chiave – come ha commentato Mari Elka Pangestu, ministro del Commercio indonesiano – non è disposto a mostrare nessuna flessibilità[7]. Non è che l’Unione europea, rappresentata ai colloqui dal britannico commissario Peter Mandelson, uno stra-neo-liberista di scuola blairita, abbia dato a Ginevra grande contezza di sé.

E, nei fatti, si è puramente e semplicemente accodata, anche se senza fare troppo rumore, al Grande Fratello; paralizzata comunque tra un gruppo di nove paesi (non l’Italia inchiodata a difendere le sue denominazioni di origine controllata e basta) sui ventisette del blocco che si dicevano – tanto poi, in quelle condizioni, dirsi costava poco – disponibili a mediazioni e compromessi.

A un certo punto, Mandelson in effetti era arrivato ad offrire da parte dell’UE un taglio del 60% delle tariffe agricole per il quale era stato subito duramente contestato dalla Francia): ma lo ha fatto solo quando era chiaro che il nodo era ormai quello della clausola di salvaguardia reclamata dai PVS contro l’eccesso di importazioni sussidiate degli USA, in particolare, che strozzano le loro  produzioni...

Il fatto vero è che da una parte, come ha detto il ministro indiano Kamal Nath, da noi la preoccupazione è per i redditi di masse di contadini poveri e per un’agricoltura ai limiti della capacità di sussistenza, da voi dovete proteggere le grandi lobbies agricole

D’altra parte, questa è la natura e la dinamica degli scambi commerciali: Mandelson più in là non poteva andare, con diciotto paesi dell’Unione a far baluardo; e la rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Susan Schwab, con il fiato di un Congresso recalcitrate addosso di cui è necessario il sì per far passare una decisione, lo stesso; e Cina, Brasile, Indonesia e India hanno il compito di rappresentare gli interessi, in questo caso davvero vitali, di metà della popolazione del mondo…

Possibile, ora, ma non probabile che questo sia un fallimento definitivo del round: sarebbe la prima volta che succede dagli anni ’30 del secolo scorso e sarebbe il primo fallimento di un negoziato multilaterale nel nuovo millennio. E, se fosse così, poi, chiaramente sarebbe la fine di ogni speranza di poter gestire multilateralmente altri dossiers, simili e diversi e ancor più cruciali: quello della crisi economica globale e avanzante, quello del cambiamento climatico e quello della proliferazione nucleare[8].

Ancora è solo una notizia, o meglio una notiziola— dato lo spazio quasi infinitesimale che la stampa americana ed inglese riserva alle questioni sindacali di quelle parti: dove il sindacato, purtroppo, anche per sue debolezze ed errori – come tanti altri, altrove: ma qui, forse, più seri avendo da anni il movimento sindacale affidato il proprio rafforzamento solo a rimorchio di partiti politici che, nel frattempo, hanno scoperto le loro “terze vie”.

Potenzialmente, però, è una notizia che potrebbe rivelarsi importante. Due grandi sindacati, quello americano dei lavoratori dell’acciaio, gli United Steelworkers, letteralmente i siderurgici, e quello inglese, lo UNITE, il più grande sindacato manifatturiero di Gran Bretagna, entrambi da tempo impegnati in operazioni di fusioni nei rispettivi paesi per combattere un tesseramento calante (ad esempio degli Steelworkers Uniti, sono affiliati solo il 20% dei siderurgici americani: il resto del sindacato, che porta quel nome glorioso, è fatto di lavoratori della sanità, delle  miniere e di altri mestieri).

Ora i due sindacati, quello britannico e quello americano – sollevando anche non pochi problemi tra gli altri movimenti sindacali, per esempio quelli europei – hanno deciso di tentare di mettersi insieme, di fondersi propriamente, scavalcando l’Atlantico in un’alleanza globale transnazionale che consenta loro di contrattare meglio con le grandi transnazionali dell’acciaio[9]. Tantissimi auguri di cuore…

Una settimana prima del G8 in Giappone, il nuovo presidente russo Medvedev, forte della considerazione e soprattutto dell’autoconsiderazione, magari anche esagerata, del paese che ha dietro le spalle e che ormai, almeno per la grande maggioranza, a sentire gli stessi osservatori occidentali, ha ripreso slancio e fiducia, bacchetta duramente, anche se in modo formalmente corretto, le nocche del suo corrispondente americano, il declinante George W.

Parlando nel corso di un incontro con un numero ristretto di corrispondenti stranieri, richiama anzitutto il fatto che i G8, i G7 prima di loro, non si sono costituiti certo – come qualche volta Bush o il suo candidato McCain sembrano sottintendere, mentendo ancora una volta, stavolta almeno a se stessi – sulla base dello status democratico della loro governance: che, fra l’altro, non è per tutti e per sempre lo stesso (a parte il fatto che sarebbe meglio sfoggiare meno ipocrisia e guardare ciascuno più la trave nel proprio occhio…); ma “perché oggettivamente sono le maggiori economie del mondo che dal punto di vista dei rapporti internazionali poi giocano il ruolo maggiore”.

Noi in Russia vent’anni fa abbiamo avuto la dimostrazione”, ha argomentato, “che un sistema costruito sull’idea che solo una parte possiede tutte le verità, dopo qualche po’ palesa sempre la sua debolezza: non ce la fa più a fare i conti con le nuove sfide e cessa di esistere”. Adesso, tocca fare gli stesi conti ad altri ha aggiunto, resistendo alla tentazione, del resto inutile, del fare nomi e anche di sogghignare solo perché è una persona seria, dicono gli intervistatori.

Come la mette giù il NYT, “Dmitri A. Medvedev, meno spaccone del predecessore ma altrettanto suscettibile alle critiche altrui, ci ha detto nell’intervista che l’America ‘è essenzialmente in piena depressione’ e non è comunque in posizione tale, oggi, da fare la predica agli altri su come condurre i propri affari[10]: una verità che fa male, forse, ma è anche incontrovertibile.

Riportano alcuni media statunitensi[11] che, prima del vertice di Rosutsu in Giappone del resto assolutamente inconcludente (si sono impegnati, come avevano fatto un anno fa e cinque anni fa, e tanti altri anni fa a dimezzare l’ammontare delle emissioni globali entro il… 2050![12]), Bush conversando coi giornalisti ha spiegato come India e Cina siano ormai gli ostacoli maggiori a un accordo efficace per (so fa per dire) combattere il riscaldamento globale. India e Cina, non gli Stati Uniti anche se pure l’America di Bush – ma anche quella di Clinton e di Gore – avevano rifiutato di sottoscrivere il Trattato di Kyoto.

Il fatto, spiega, è che India e Cina rifiutano di accettare un trattato che li impegnerebbe, comunque, come concordato dagli altri paesi (o quasi: senza gli Stati Uniti, infatti, che subordinano al sì di quei due eventualmente anche il loro), ad emettere meno di un quarto delle emissioni di gas serra pro-capite permesse invece agli abitanti degli Stati Uniti (se mai, poi, quel paese accettasse un qualsiasi tetto obbligante al proprio diritto all’inquinamento).

In altre parole, agli indiani come ai cinesi come agli altri abitanti del cosiddetto terzo mondo, secondo Bush – che almeno, però, ha il coraggio di proclamarlo anche se non dicendo in nome di quale diritto – non dovrebbe, non potrà, mai essere consentito di avvicinarsi al livello di emissioni dell’America.

Bush sembra, da alcuni discorsi che anche in Giappone ha accennato, aver cominciato a ripensare alla posizione che l’America dovrebbe prendere sul riscaldamento climatico. Sintetizza così un editoriale feroce del NYT: “non nega più la scienza del cambiamento climatico, ma insiste a mettere le ansie dell’industria prima dei bisogni del pianeta[13]. Però…

Però ci deve pensare il mercato… se non ci pensa, vuol dire che va bene così. Alla necessità di imporre una qualche riduzione alle emissioni americane, anche tornato da Tokyo e dopo aver fatto la predica a cinesi ed indiani, non risponde proprio. Anzi, ha dato istruzioni a Stephen Johnson, il burocrate nominato da lui ad amministratore dell’Agenzia federale di protezione dell’Ambiente, di continuare a rinviare la decisione.

Forse – questa è l’unica vera novità ammessa da Bush – sulla questione, per convincere indiani e cinesi a ridurre i loro gas serra bisognerà compensarli qualche po’ per il sacrificio. Ma la misura del compenso la stabilirà se mai il rapporto di forze vigente, chi può… cioè chi emette già oggi più anidride carbonica e gas serra nell’atmosfera.

O forse Bush pensa – sarebbe opportuno, ma nessuno sembra avere il coraggio di chiederglielo chiaramente: come, diciamo la verità, anche di chiederlo agli altri che, senza proclamarlo tanto sfacciatamente, sono d’accordo con lui: per scelta, per necessità o per opportunismo  – che gli Stati Uniti si siano guadagnati per sempre il diritto ad inquinare il pianeta di più in base al fatto storico che finora lo hanno inquinato loro di più?

Ma è tutta la ritualità di questi vertici che sta diventando, ogni anno un tantino di più, una barzelletta. Non fosse altro perché tenta ancora – con Bush il più duro a dir no, naturalmente – di tenere fuori del tavolo della discussione chiunque non fosse membro titolare dei Grandi (anche se la graduatoria, e tutti lo sanno, ormai è fasulla dal 1° all’ultimo, forse o quasi, degli otto).

Infatti, che senso ha discutere del prezzo del petrolio e chiedere ai produttori di estrarne di più dalle sabbie o dal mare che è il loro, senza la presenza dell’Arabia saudita e dell’Iran, i maggiori produttori ed esportatori di petrolio? (e infatti la settimana dopo il costo del petrolio sfiora i $148 al barile). Che senso ha cianciare per due giorni dei problemi del dollaro rispetto alle altre valute e a tutte le economie senza la presenza della Cina che detiene la maggior parte dei bonds americani?

Che senso ha schiaffare una serie di sanzioni contro il presidente Mugabe dello Zimbabwe, senza che alla discussione (non al pranzo finale del vertice!) sia mai stato presente nessun africano? sanzioni, poi, pressoché solo simboliche e forse controproducenti se quelli che le decidono le lascerebbero coordinare imperialmente da Londra provocando, così, il chiudersi a riccio introno all’autocrazia di Mugabe (o a difesa della sovranità nazionale del Sudan, chiamata in questione dalla violazione di diritti umani che non è però così unica da giustificarne la violazione) del panafricanismo ribelle all’interferenza colonialista e razzista…

E che senso ha, per tornare al tema, discutere di riscaldamento globale, come di lotta all’AIDS o all’inflazione, senza nessuno seduto ad esporre il punto di vista e come la vedono i paesi emergenti dove più è diffuso il flagello?

E come si fa a prendere sul serio questo inane rituale se, al dunque, sulla riduzione delle emissioni nell’atmosfera si fa, anzitutto, dipendere tutto dall’assenso, con essi mai discusso direttamente e mai negoziato poi, per primi, dei paesi che in termini pro-capite ne emettono meno degli altri (Cina ed India); poi, si fissa per tutti un traguardo temporale (il 2050) per dimezzare quelle emissioni ma ci si dimentica rispetto a quale concreta quantità, esistente quando (le interpretazioni vanno dal 1990 al… 2020, quella dei giapponesi) bisogna dimezzarlo…

Alla fine, Stati Uniti e Gran Bretagna e quella che loro – o meglio i loro media allineati, pedissequi e pigri – hanno chiamato la “comunità internazionale”: cioè chi è d’accordo con loro, sono stati sommersi da secchiate d’acqua gelida non essendo riusciti a convincere l’Organizzazione per l’unità africana e la Lega araba della loro genuina volontà di giustizia.

Il fatto è che li conoscono bene e hanno sospettato trattarsi, invece, principalmente e solo di interferenza contro chi, pur essendo magari marcio e “obsoleto” (lo Zimbabwe di Mugabe, oggi; domani il Sudan di Omar al-Bashir) li ha scontentati non piegandosi alle loro richieste espresse in nome di un diritto umanitario sempre – sempre, senza eccezioni – applicato unilateralmente e selettivamente.

Lezione: per quanto esecranda (e fermiamoci qui) sia – ed è – la leadership che Mugabe e Bashir danno al loro paese, per quanto su una base valoriale essa sia da sconfiggere, o si convincono i loro pari – gli altri Stati sovrani – che chiedendo di intervenire contro di loro si agisce per motivi al di sopra di ogni sospetto, o l’interferenza umanitaria di cui tanto si ciancia, resterà inaccettabile e perciò inaccettata dai più… compresi i nemici dei leaders accusati, molti tra gli stessi ribelli del Darfur che, come in Sudan adesso, vanno in soccorso di Omnar al-Bashir[14]. E che quindi se vogliono farsi le loro vendette selettive (questi, amici miei no; questi, nemici miei sì…), se le devono fare da soli.

Col risultato esattamente opposto a quello cui miravano— isolandosi loro e non isolando il reietto e, anzi, rafforzando la sua base di potere interna con il collante più ostinato e appiccicaticcio che c’è nella storia degli Stati, l’attacco del nemico esterno.     

Stop, al senato, in Argentina, alla legge[15] voluta dal presidente, Cristina Fernández de Kirchner (già passata alla Camera) che, preoccupata dell’impennata dei prezzi e della tendenza di buona parte degli agricoltori ad esportare all’estero piuttosto, ormai, che a vendere le loro derrate all’interno, aveva chiesto di tassare l’export agricolo. La Kirchner è stata “tradita” dal vice presidente della Repubblica, Julio Cobos, che qui, come negli USA, è presidente del Senato e, in caso di parità, ha il voto determinante.

La crisi è seria per un governo come quello dei neo-peronisti di Kirchner abituato a governare quasi solo per decreto e costretto stavolta a rivolgersi al voto del parlamento da proteste di massa durate per mesi degli agricoltori che rivendicano il diritto a vendere a chi e dove vogliono i loro prodotti.

Si tratta, probabilmente, di un crinale nella presidenza dei due Kirchner, prima il marito e poi la moglie, che finora era stata marcata pressoché solo da successi a catena, economici e politici, dopo la crisi del 2001 (la cancellazione unilaterale del debito estero, conseguenza di una politica economica precedente ossequiente a Washington e al Fondo monetario e catastrofica per gli argentini delle classi medie e popolari) dalla quale Nestor Kirchner aveva tirato fuori il paese adottando politiche spavaldamente keynesiane e dopo aver detto un no sonoro alle prescrizioni che per oltre dieci anni avevano inchiodato il paese al volere del sistema finanziario internazionale.     

in Cina

Il PIL è salito, nel secondo trimestre, a fronte dello stesso dell’anno prima del 10,1%[16]. La crescita del 2007, con l’export che tirava di più, era stata dell’11,9%.

Stretta nei controlli dei capitali[17], in Cina, nel tentativo di tagliare le gambe agli investimenti speculativi in arrivo che scommettono sul rafforzamento dello yuan. Chi dalla Cina esporta dovrà mettere temporaneamente i redditi che ne derivano in conti vincolati, dovrà provarne l’effettiva provenienza da scambi di beni e servizi e che non sono stati utilizzati per coprire attività finanziarie speculative in arrivo.

La tecnica cui si vuole mettere riparo, così, è quella che consiste nell’esagerare la fatturazione dell’export importando così valute estere in eccesso per investirle in yuan. E’ questa incipiente inondazione di valuta straniera che aveva reso difficile negli ultimi anni alla Cina controllare la crescita monetaria e, con essa, l’inflazione.

Le esportazioni[18] sono cresciute del 17,6% nei dodici mesi da giugno ’07 a questo giugno, per $122 miliardi di entrate. In rallentamento non irrilevante rispetto all’aumento del 28,1%  fino a maggio e al di sotto delle aspettative.

Ai cinesi, pare – e chi non vede il perché commette, anzitutto, un grave errore di analisi: basta la minima comparazione per capirlo, anche sì, anche, sul piano dei diritti civili e dei diritti umani— pensate a Mao, alla rivoluzione culturale, a Tienanmen, cioè a vent’anni fa…  – che questa nuova Cina piaccia abbastanza.

Un’inchiesta capillare ed articolata dell’Università della Pennsylvania, svolta negli ultimissimi giorni – è vero: soprattutto nelle aree urbane – e di cui riferisce in dettaglio il Guardian londinese[19], suggerisce che i cinesi vedono piuttosto bene, in larghissima maggioranza, la direzione su cui si sta muovendo il loro paese.

Nel 2002, la stessa inchiesta registrava come “soddisfatto” il 48% della popolazione: oggi, siamo all’86%. Nel 2002, il 52% considerava “buona” la situazione economica: oggi, è diventato l’82%. In molti considerano che ‘si va perdendo un modo di vita tradizionale’ nel passaggio da uno stalinismo schricchiolante a una modernità scintillante, ma al 71% “piace il ritmo di questa vita moderna”. Solo il 3% pensa che l’influenza della Cina sull’economia globale sia negativa.

I cinesi sanno bene che il loro paese ha problemi – prezzi che crescono, lo scarto ricchi/poveri, la corruzione dei gruppi dirigenti l’inquinamento e la disoccupazione – ma poi, parlando in generale, sono “ottimisti e pieni di speranza” sul futuro.

Da notare, perché qui è il problema, che quest’opinione dei cinesi sulla Cina è in drammatico conflitto con quella diffusa da noi in occidente. Là dove i cinesi constatano e sono contenti dei grandi progressi economici degli ultimi anni, l’opinione occidentale (chi la decide e chi la forma, naturalmente) vede solo i dati negativi della crescita[20].

Si arriva a descrivere la Cina, con grande sommarietà, nel suo complesso come “una distopia[21] rapidamente avanzante nella quale i fiumi scorrono neri” dove “la grande corsa globale al carbone sta avviando il pianeta su una rapida china verso il disastro irreversibile[22]. E molti imputano ai cinesi, diventati ingordi, i mali del mondo. In fondo, è colpa loro: si sono messi a consumare  carne, frigoriferi, auto ed altri lussi e contribuiscono ad alzare i prezzi degli alimentari e del combustibile su tutto il pianeta. Ha spiegato Bush che quando un paese comincia a diventare più ricco, comincia anche a voler mangiare meglio e di più: carne e non solo grano… sale così la domanda e così salgono i prezzi[23].

Dopotutto, a fine mese, in questo paese, i numero degli Internet-nauti, gli utilizzatori di Internet, raggiunge i 253 milioni: facendone il più grande mercato sul web del mondo[24]. Censurato, sicuro, ma ogni anno un pochino di meno, sembra, mentre ogni anno l’America sembra esserlo un pochino di più… Certo, è solo il 19% della popolazione cinese, mentre i 250 milioni di americani rappresentano il 70%.

nei paesi “emergenti”

Il primo ministro dell’India, Manmohan Singh, si è visto ridurre la maggioranza parlamentare quasi ad una minoranza dopo il ritiro dalla coalizione dei gruppi parlamentari dei partiti comunisti in reazione al suo annunzio di aver concordato con Bush, a latere del G8 in Giappone, il superamento degli ostacoli che da parte americana impediscono di implementare l’accordo di cooperazione nucleare con l’America[25].

Singh è sopravvissuto di poco ad un voto di fiducia sull’accordo fatto con Bush, per modernizzare il nucleare indiano: secondo il NYT anche a forza di bustarelle fatte circolare tra esponenti dell’opposizione[26].  

Ma i suoi problemi non sono finiti. Proprio perché, 1., Bush non può garantire niente, come gli fanno osservare anche i suoi, in uscita com’è e di fronte alla dura ed ampia ostilità del Senato americano a ratificare il trattato; e perché, 2., malgrado la vittoria arrischiata di Singh in realtà, se continuano a mancargli molti voti dei partiti comunisti che appoggiano il governo ma restano contrari a ogni accordo nucleare con gli Stati Uniti (proprio come i parlamentari americani lo sono a ogni accordo con l’India), i numeri per governare alla fine non ce li ha.  

Europa

La decisione politica più importante del mese è quella che arriva proprio in chiusura, con la sentenza della Corte costituzionale che in Turchia rifiuta di mettere fuori legge, come chiesto dall’accusa, il partito al governo (con oltre il 40% e la maggioranza assoluta in parlamento), l’AKP del primo ministro Erdogan e del presidente della repubblica Gul.

Nell’eterno e ormai defatigante scontro fra le forze “laiche” – o nazional-militariste piuttosto, che si rifanno al retaggio del padre della patria, il dittatore-modernizzatore Kemal Ataturk – dell’establishment e quelle “religiose” – dell’islamismo temperato al governo – stavolta è stato pareggio.

Ma, in definitiva, la soluzione è stata Una vittoria della democrazia.[27]

Il PIL[28], nell’eurozona, cresce dello 0,7% nel primo trimestre, il 2,1% più di un anno fa. Ma tutti gli indicatori recenti danno una crescita inferiore nel secondo trimestre.

La BCE aumenta a inizio luglio i tassi di interesse[29] al 4,25% e continuerà a farlo finché invece di lanciare solo lamentazioni alte e altamente impotenti, Sarkozy, Tremonti e quant’altri si oppongono non glielo imporranno, come sono titolati a fare – se osano – essendo loro prerogativa farlo cambiando lo Statuto della Banca centrale europea.

Cosa di difficile realizzazione, ma impossibile se non lo fanno oggi, quando con grandissima esitazione – è vero – perfino la Bundesbank ammonisce che non è proprio il momento di alzare i tassi e quando – soprattutto – l’euro è straforte, anche troppo e magari gli farebbe bene – all’economia europea ed alle esportazioni dell’Europa tutta e non solo della Germania, farebbe bene sicuramente un qualche ridimensionamento…

Invece, la BCE è ossessionata – è vero, con qualche ragione – dall’inflazione al rialzo (il 4% nella  media eurozona) a giugno, con tasso di disoccupazione (ufficiale) stabile al 7,2% in maggio. Torna la tensione o almeno riappare alla luce, tra BCE e governi (alcuni, non tutti), della UE su chi sia poi il nemico principale davvero, quello su cui concentrare la lotta: crescita bassa o prezzi in aumento.

La BCE non ha dubbi. Solo che invece di puntare, una volta tanto, a chi sempre e comunque con l’inflazione ci ha guadagnato e con i prezzi di petrolio ed alimentari, se la prendono sempre e solo con lo stesso bersaglio quanti pontificano – coi loro stipendi, le loro pensioni, i loro profitti, le loro rendite ed i loro redditi ultrasicuri nell’ordine di più di €5.000 al mese – chiedendo di fermare pensioni e salari e stipendi degli altri: di tutti i redditi da lavoro dipendente che stanno sotto i 1.000 e 1.500 euro al mese, responsabili secondo lor signori di lasciarsi tentare dal lanciarsi alla rincorsa dei prezzi.

Dappertutto nell’eurozona – Germania, Francia, Italia: le economie che di più contano – cala l’indice di fiducia[30] delle imprese e la produzione industriale scende dell’1,9% a maggio[31]: il declino più forte dal dicembre del 1992.

C’è chi s’era illuso, due mesi fa[32], che sul mercato dei grandi aerei militari l’industria aeronautica europea, l’EADS, fosse riuscita a battere in competizione ed a gara aperta indetta dall’Aviazione americana, col suo aereo cisterna (179 esemplari per $35 miliardi solo nella prima fase, a salire poi fino ai 150 miliardi) Airbus Kc-30, il Boeing 167 all’uopo modificato della Boeing. Questo era stato l’annuncio ufficiale del Pentagono a inizio marzo, in effetti. Ma  non avevano fatto i conti coi protettori dell’industria aeronautica di Seattle in Congresso.

Così ora è successo che sotto enormi pressioni congressuali – in nome dell’industria nazionale da salvare, della sicurezza nazionale da promuovere, dei posti di lavoro americani da difendere: tutte sacrosante e nobilissime ragioni, difese con assegni e contributi elettorali per i senatori i congressisti fedeli da almeno 1 milione di dollari a testa – il Pentagono sia stato convinto ad annullare la gara.

Per errori formali, si dice, nelle procedure decisionali. Sorpresa. Annunciata, però, com’era stato facile subodorare appena il primo dei due senatori dello Stato di Washington, capitale Seattle, aveva dato in escandescenze per il tradimento antipatriottico nell’aula del Senato[33].

Comunque, una sorpresa piena di contraddizioni. Perché far contenta la Boeing, Seattle e lo Stato di Washington non ha affatto scontentato – chi se ne frega, no?, dopotutto – l’EADS e gli europei, ma anche il partner americano del consorzio, la Northrop Grumman e l’Alabama che adesso ha aperto la guerra contro la decisione imposta al Pentagono dal Senato. Insomma, questo non è affatto un conflitto industriale e commerciale tra americani e europei, ma qualcosa di molto più intrecciato, complesso e per niente risolto[34] New York Times, 18.7.2008.      

Il nuovo governo di Serbia, che a metà mese ha fatto arrestare a Belgrado, per consegnarlo al tribunale dell’Aja dopo quasi tredici anni di latitanza[35], l’ex presidente della repubblica serba di Bosnia, Radovan Karadzic, “massacratore” di bosniaci mussulmani, , spera… e si illude, adesso che si è allineato e coperto ai desiderata europei, di poter “entrare in Europa”.

Si illude o, forse, addirittura fa finta di illudersi. Ha, in effetti, tenuto ferma – ma sul piano dei puri principi ormai, niente assolutamente di più – l’irrinunciabilità da parte serba al Kosovo: il governo serbo fa rilevare, tra parentesi, come ancor oggi solo 43 Stati sui 192 che costituiscono l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ne riconoscano indipendenza e sovranità— cioè, molti, molti di meno di quanti riconoscano non solo la Serbia come tale ma anche, formalmente, che il Kosovo è parte integrante della Serbia, secondo l’unica risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che mai si sia pronunciata sul tema (quella del 1999[36]).

Bisogna anche registrare, sul punto, la dura opposizione che la Russia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, sta elevando al tentativo del Segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon di “riconfigurare” di sua autorità – che non ha – senza il mandato del Consiglio stesso cioé (per superare il veto appunto) la missione dell’ONU in Kosovo.

La proposta, sollecitatagli in particolare dall’ectoplasma istituzionale che, non per responsabilità sua ma per volere e incapacità dell’Europa stessa, è il rappresentante per le questioni internazionali dell’Unione europea, Javier Solana, sarebbe quella di cedere i poteri dell’ONU in Kosovo al governo kosovaro e di spedire in loco, ad imporre quei poteri – di ordine pubblico, di cuscinetto – una missione militare europea di 2.200 soldati.

A parte la questione di principio – “il Segretario generale ha ecceduto i limiti della sua autorità, usurpando le prerogative che la Carta riserva al Consiglio di sicurezza”, ha denunciato in sessione  l’ambasciatore russo, Vitaly Churkin— e nessuno ha potuto smentirlo[37], anche perché magari domani la situazione potrebbe rovesciarsi, a scapito di qualcun altro. Il fatto è che su questo punto continua ad opporsi strenuamente la Serbia.

Che, invece, ha rimesso in moto la faccenda Karadzic, anche sfidando i dubbi che tra i serbi (nel governo stesso) e non solo tra i serbi restano forti sulla reale imparzialità della Corte dell’Aja dopo le (almeno) dubbie assoluzioni del bosniaco Naser Oric, lui stesso massacratore di bosniaci serbi nella stessa guerra civile bosniaca, e di Ramush Haradinaj, ex capo dell’armata di liberazione del Kosovo e al momento dell’assoluzione suo primo ministro (oggi sostituito), sicuramente coinvolto pure in non pochi episodi perfino di torture ordinate ai, e eseguite all’ingrosso dai, suoi guerriglieri[38].

Il punto chiave, e la macchia che a parte i molti dubbi sulle procedure flessibili della Corte e, considerando la sua giurisdizione auto ed etero-limitata, sulla sua stessa legittimità, dopo anni e anni sta ormai rendendo inevitabilmente sospetta l’agenda politica dell’Aja[39], è il sospetto non palesemente infondato che il tribunale sia stato creato, finanziato e costruito, anche al di là del volere dei giudici, per giustificare la nuova dottrina dell’interventismo umanitario ma selettivo che, in particolare, stanno tentando di instaurare e far passare Stati Uniti e Gran Bretagna: con la copertura recalcitrante dell’ONU (non solo certo per la sua selettività: ma anche per essa).

E, poi, c’è l’altro nodo di fondo: di chi al Tribunale Penale Internazionale, la Corte dell’Aja, non aderisce ma interferisce in continuazione. Russia e Cina che, per dire, all’ONU hanno il potere di veto alla fine, poi, quello decisivo. Ma almeno, loro, per esempio il processo a Milosevic l’hanno consentito anche se si è estinto per la morte dell’imputato in attesa di giudizio…

Il problema vero è che non aderiscono neanche e soprattutto gli Stati Uniti. I quali, di fatto, finanziano però i lavori del tribunale: finché se la prende coi serbi, con gli ex alleati dei russi o, domani – improbabile – coi sudanesi, benissimo… Ma non aderiscono perché dal primo momento hanno chiarito che pagano e pagheranno solo per questo tipo di imputati, non altri: a conferma dell’agenda politica prederminata del tribunale dell’Aja… Rifiutando, anche solo in linea teorica, di lasciargli mai processare un cittadino americano, fosse pure un Milosevic. Insomma, civis americanus sum

Assolutamente ingenua, e in realtà scimunita quindi, l’osservazione-augurio di chi come Anthony  Dworkin, che dirige la rete contro i “Crimini di guerra” (in realtà, solo contro certi crimini  di guerra…) del Consiglio europeo delle relazioni esterne, auspica un’adesione “volontaria” degli USA perché, come è noto, “hanno sempre proclamato la difesa dei diritti umani e sono stati sempre i primi a farlo[40]. Ingenua perché anzitutto, l’adesione è volontaria per tutti… Stupida perché tra il proclamare e il rispettare c’è un baratro.

Ma è significativo che la cattura di Karadzic avvenga oggi, appena formato il nuovo governo serbo di Tadic[41]. E significativo è che già il nome della coalizione al governo a Belgrado (in realtà una coalizione di ben tre coalizioni e undici partiti), che il presidente “moderato” Tadic ha praticamente imposto, “per una Serbia europea”, costituisce di per sé un programma significativo.

Resta la presenza nella coalizione stessa dell’ex partito nazionalista di Milosevic, l’SPS, domato e succube a tenere in allarme i liberaldemocratici che preferirebbero una volta per tutte seppellire il passato scaricandolo. Ma non possono.

Questione di numeri ma anche di nostalgia per l’ex Jugoslavia – nostalgia forte e diffusa, qui lo sanno tutti, nella popolazione: per ragioni anche sociali ed economiche oltre che nazionali – e che sicuramente costituisce un motivo di instabilità nel governo. Che, alla fine, così si tiene in piedi sull’acquiescenza di tutti, per lo meno nominale, alla “serbità” sempiterna del Kosovo, a questo punto da nessuno scavalcabile,

Il primo ministro, Mirko Cvetkovic, poi, è un tecnocrate del partito del presidente ma anche una mediazione a lui imposta dalla coalizione. In un quadro, comunque, favorevole al rafforzamento dell’autorità di Tadic. Se ora però, per correre dietro al Kosovo, l’Unione europea non tiene conto della “responsabilità” dimostrata dai serbi, se per dar retta alla diffusa ostilità – comprensibile – a ogni nuovo allargamento dell’Unione la Serbia non viene neanche ammessa entro questo dicembre (la data che si è prefissata) al livello di paese candidato pari a quello della Croazia, la reazione contro Tadic potrebbe essere anche feroce…

Il fatto, per quanto ci riguarda, potrebbe anche concludersi con le parole di profonda verità scritte a commento da Predrag Matvejevic che, nato a Mostar nella Bosnia croata, e dopo aver combattuto, pagando di persona, contro tutte le “democra-ture” (le “ditta-blande”, le avrebbero chiamate i latino-americani) della post-Jugoslavia e, dopo aver insegnato alla Sorbona, insegna adesso letteratura slava alla Sapienza di Roma: “qui nei Balcani… ognuno ricorda i crimini degli altri e cerca di cancellare i propri[42]. Forse un pochino si illude, però, anche Matvejevic: non solo nei Balcani, non solo…    

Fibrilla, sull’orlo della crisi non tanto di governo quanto di struttura e proprio di Stato unitario, il Belgio. Dopo averci messo nove mesi a formare un governo di coalizione minoritario nel marzo scorso, il primo ministro Yves Leterne – squassato dal conflitto tra fiamminghi e valloni, tra democristiani e socialisti, tra socialisti valloni e fiamminghi e tra democristiani fiamminghi e valloni – si è dimesso. E adesso?

Dura critica degli uffici della Commissione, smorzata come di prammatica – per quieto vivere e perché a nessuno, neanche ai potenziali imputati di un domani possibile, piace ricevere critiche troppo dure; e, quindi, già oggi stanno attenti ai precedenti – rispetto alla prima versione dalla Commissione stessa, alla corruzione che vedono dilagare in Romania e Bulgaria.[43] Quest’ultima ha dovuto anche subire un taglio dei contributi europei.   

Stati Uniti

Testimonia un recente rapporto di un’Agenzia governativa[44] che il ministero del Lavoro in questo paese – non solo qui, certo, non solo – non aiuta ma “perseguita” sistematicamente i lavoratori e le loro organizzazioni. Partendo dalla visione diffusa, anche tra i lavoratori stessi purtroppo, che il sindacato, di per sé, sia di ostacolo alla crescita economica: che meglio va – secondo la lezione di Milton Friedman e dei neo-liberisti – se è sempre senza lacci e lacciuoli… Dogma che, anche se con un po’ più di ritegno, credono in non pochi anche da noi.

Bush, seguendo il sistema delle spoglie in atto in questo paese – anche qui: non solo in questo paese, ma è qui il modello – ha riempito tutti i posti di vertice di tutta l’Amministrazione di gente che, per convinzione o per leccapiedismo opportunista, la pensa come lui o, comunque, fa come lui vuole: l’Agenzia per la protezione dell’ambiente, così, è piena di amici degli industriali e di nemici della protezione ambientale, il ministero della Giustizia è stracolmo di nemici giurati dei giudici indipendenti, e il ministero del Lavoro è stato riempito, subito a partire dal 2001, da sottopancia politici, legulei ed ispettori che il lavoro – lavoratori e loro organizzazioni – lo intralciano, in modo sistematico.

La prima ed unica ministra del Lavoro di Bush, Elaine Chao, cominciò affermando e continuò facendo prevalere il diritto dei singoli Stati dell’Unione all’opt-out dal salario minimo previsto dalla legge federale. E sempre ha fatto di tutto per evitare di obbligare le imprese a seguire il mandato di leggi e contratti e si è spesa a favore degli imprenditori, dei loro interessi, del punto di vista dettato da quegli interessi.

Il Government Accountability Office (definito dalla legge istitutiva come “il braccio investigativo del Congresso sulla spesa federale di fondi pubblici”) ha pubblicato, ora, un’inchiesta su come la Divisione salari e orari del ministero ha “trattato” le vertenze di lavoro che era istituzionalmente tenuta a cercar di risolvere extra-giudizialmente. E ha “scoperto”, e certificato, che nel 90% ed oltre dei casi li ha aggiudicati, contro ogni evidenza spesso, a favore delle aziende.

Costringendo così i lavoratori a ricorrere ai tribunali e ad aspettare anni per veder risolto in larga maggioranza a proprio favore ma con perdite di tempo e di reddito enormi, la propria vertenza. La denuncia del GAO[45], ripresa dal Congresso in una sessione della Commissione lavoro, è che l’Amministrazione così “sottrae metodicamente ai lavoratori il diritto di vedere difesi dalla legge i loro sudati salari”.

La Divisione chiamata alla sbarra risponde col paradosso che “deve pensare a difendere i salari dei lavoratori, non gli onorari dei loro avvocati”: cui, però, condanna a ricorrere i lavoratori che non si rassegnano ad abbozzare (e,purtroppo, come dovunque, anche qui – qui più che mai – sono molti). E’ la conclusione del GAO. E’ la conclusione del Congresso. E Bush se ne frega.

Per dirla tutta e fino in fondo, perché, alla fine, poi, il Congresso abbozza in quanto la sua maggioranza non cerca mai, al dunque, di stringerlo con le spalle al muro né obbligandolo a nominare ispettori che – per stare al lavoro – nello strumento delle ispezioni ci credano, né tentando l’impeachment su altri temi (la guerra, ad esempio), né almeno votando una mozione di condanna morale e politica.

Per il sesto mese consecutivo, mentre il tasso di disoccupazione si mantiene stabile al 5,5% ufficiale[46]: a smentita degli ottimisti di mestiere che davano al +0,5% di un mese fa solo il valore di un’“anomalia statistica”, cioè irrilevante), a giugno sono scomparsi altri 62.000 posti di lavoro: ultimo segnale tra i tanti a dire che il paese combatte con una forte riduzione dell’attività economica se non proprio, già, con una vera recessione.

Però, negli ultimi cinquant’anni, sei mesi consecutivi di perdita di occupazione hanno sempre equivalso a una vera e propria recessione. E la maggior parte degli americani che hanno ancora un lavoro hanno guadagnato meno soldi a giugno di quanto avessero fatto un anno fa. I salari, che nel corso degli ultimi mesi si sono consistentemente ridotti, nel mese scorso sono stati pesantemente colpiti crescendo al tasso più basso dal settembre 2005”.

Scotta molto in America – come a certi italiani quando la Spagna superò il PIL pro-capite nostro, per dire – che la Toyota Jidōsha Kabushikigaisha, la multinazionale dell’auto che ha sede nella città di Toyota, stia superando per vendite di automobili la General Motors: è una rivoluzione e insieme, un’umiliazione. Sulla base delle vendite del primo semestre del 2008 (4.5000.000 veicoli contro 4.800.000: +2% contro -5%), la Toyota sembra proprio avviata a diventare quest’anno, dopo ben 77 anni, la prima fabbrica di auto del mondo[47].

Con vendite in crescita per entrambe nei mercati emergenti (la Cina, anzitutto) le due imprese hanno visto l’una tenere e anche crescere e l’altra calare le proprie vendite proprio in America. Anche l’anno scorso, però, la previsione del primo trimestre era per il superamento, che poi non ci fu. Difficile sembra, e lo dice la stessa GM, scongiurarlo quest’anno.

Intanto le cose vanno male, malissimo, anche alla Ford che mette a bilancio una perdita secca di $8,7 miliardi[48]: il risultato di un crollo di vendite dei modelli più costosi e più profittevoli seguito al rincaro della benzina e il peggior risultato trimestrale di sempre. E annuncia che sta lavorando a modelli di automobili meno grosse e meno costose.

Un commento, in verità pressoché incredibile, di un grande giornale mainstream, spiegabile solo con la malattia cronica di quel patriottismo economico regolarmente foderato qui di ottimismo, di cui dicevamo, quasi pregiudiziale da cui sono contagiati in tanti (Los Angeles Times, New York Times, Washington Post…), rassicura – tenta di rassicurare – la borsa a fine giugno, in coincidenza non casuale con l’annuncio della Fed che, di fatto, decreta l’alt non provvisorio della Banca centrale ai continui finora, ribassi del tasso di interesse.

In questo caso, si trattava di lenire le paure di Wall Street subito allarmata da questa relativa sottovalutazione dei problemi di crescita rispetto a quelli dell’inflazione. Scrive il WP che “l’economia sta subendo solo un rallentamento modesto, con una crescita economica ancora leggermente positiva e il taglio di meno posti di lavoro di quanto ne vennero bruciati nelle recessioni recenti[49]. Insomma, perché preoccuparsi tanto?

Bè, la perdita secca di almeno 5.000 miliardi di dollari nell’edilizia – la bellezza di oltre €60.000 dollari per proprietario di casa – non è stata, invece, una bazzecola malgrado la tendenza costante della Fed di Bernanke alla sottovalutazione per eccessivo ottimismo[50]. Se ci applicate un modello econometrico standard, questo fatto, da solo porterà a una perdita di potere d’acquisto di forse $300 miliardi in un anno. Anche il taglio delle spese federali e locali spinge in questo senso, come quasi tutti gli altri sviluppi di ordine macroeconomico.

Di questo parere – che le cose vanno peggio e peggio andranno – è, invece, l’uomo più ricco del mondo, il finanziere Warren Buffett— che abbiamo varie volte citato per le sue opinioni fortemente divergenti da quelle dei neo-cons al governo e perché è stato uno dei grandi sostenitori di Obama.

Dice Buffett che, ormai, per l’America si tratta proprio di stagflazione piena: sono convinto che delle due componenti “la parte infla-zione si arroventerà e la parte stagna-zione peggiorerà[51].  Era un’intervista-flash Tv e Buffett non ha perso, o non ha avuto, tempo di motivare un granché il suo giudizio.

Ma in molti hanno cominciato ad ascoltarlo ormai con attenzione, dando più fiducia alle sue previsioni che a quelle dei grandi giornalai leccapiedi… In fondo, lui, da anni ha sempre più ragione di loro e di tenersi buoni neo-cons e Casa Bianca, a lui, non frega proprio niente.

Del resto, la situazione drammatica – l’aggettivo non è esagerato – del mercato edilizio, con la crisi dei subprimes che impazza come e più di prima, l’ha rivelata il quasi-crollo evitato solo da un piano di salvataggio condotto dal Tesoro, con fondi pubblici ingenti, delle due grandi compagnie Freddie Mac e Fannie Mae, nomi leggiadramente curiosi[52] per agenzie semipubbliche di rifinanziamento dei crediti ipotecari: semipubbliche perché nei fatti, come i fatti hanno dimostrato palesemente, dotate della garanzia del Tesoro.

Il fatto è che ormai su Freddie e Fannie, le banche scaricavano larga parte dei debiti ipotecari del paese e tra di loro detenevano ormai $5.300 miliardi di debito ipotecario, la metà di tutto l’indebitamento ipotecario del paese (12.000 miliardi) con fortissime conseguenze negative sui rispettivi titoli in borsa: in un anno -70% di valore.

Insomma, due colossi troppo grossi per poter impunemente fallire quando i mercati hanno cominciato a sentire puzza di bruciato sulla loro capacità di attingere a capitali nuovi e di far fronte a potenziali perdite in aumento. Si capisce così perché il governo – violando tutti i suoi proclamati princìpi sul lasciar fare al mercato: cioè sul non rifinanziare i fondi di dotazione, diremmo noi, di Fannie e Freddie – è intervenuto accollandosi – cioè, accollando ai contribuenti – una ventina di miliardi di aiuti: subito venti, alla fine poi si vedrà.

Divertente, a modo suo, il dibattito aperto sul come il governo americano che, per anni è andato predicando al mondo di lasciar fallire quando sono in perdita cronica i suoi istituti finanziari, banche, assicurazioni e quant’altro, adesso per Fannie e Freddie si precipiti al salvataggio[53]

Avrebbero, però, fatto meglio a sottolineare anche che, in realtà, proprio in questo paese sia remota la possibilità stessa della bancarotta: perché, almeno teoricamente, il debito americano è denominato in dollari e, se mai il governo americano avesse problemi a onorare i bonds detenuti dalle banche centrali estere sue creditrici, i dollari potrebbe stamparseli a volontà.

Certo, l’inflazione susseguente farebbe sì che i dollari coi quali il debito verrebbe pagato ai detentori esteri sarebbero largamente svalutati. Ma è già da tempo che cinesi, europei, sauditi, giapponesi ed indiani si accontentano di incassare un biglietto da $100 nel 2002 che oggi ha un potere d’acquisto di soli 50 dollari… realtà malgrado la quale quelle banche centrali continuano a prestare soldi al Tesoro americano a tassi di interesse di molto inferiori al tasso di inflazione.

Presumibilmente lo fanno (cinesi, tedeschi ma anche altri) per tener aperto e accessibile un grande mercato alle proprie esportazioni. Il fatto è che finché non decidono di creare un loro forte mercato interno, di aumentare la domanda domestica di beni di consumo per la produzione che hanno  possono considerare e – come insegnava Keynes, uno che dovremmo tutti tornare a leggere – ancora considerano che valga la pena perdere grosse quantità di interessi e di profitti pur di tenersi aperto il mercato americano. Fino al punto, naturalmente, in cui anche le banche centrali di Cina, India, Giappone, Germania e paesi del Golfo si convinceranno di aver raggiunto un punto di non ritorno.                    

Intanto la SEC, la CONSOB americana – che, in un mercato finanziario deregolato come questo, ha comunque rispetto alla nostra agenzia di regolazione strapoteri di intervento reali – ha imposto una misura d’emergenza assai inusuale col divieto di vendere azioni allo scoperto[54] almeno per una decina di giorni a ben 19 istituti finanziari: tra cui Lehman Brothers: il cui titolo in borsa comincia a soffrire parecchio, con voci insistenti di quasi bancarotta.

Una misura che è riuscita, in effetti, a rallentare e anche a rovesciare il declino di prezzo di azioni che sembravano ormai segnate[55]. Ma ha anche illustrato alla perfezione, e al di là sicuramente delle proprie intenzioni, l’irrazionalità totale del mercato di borsa. Questo è il punto: perché mai – e lo dice chi è spesso favorevole a un intervento pubblico nelle cose economiche – diventa il compito di una pubblica istituzione prevenire un ribasso di valori di azioni assolutamente private?

La SEC, forse, ha esaminato bilanci e prospezioni di crescita delle imprese in questione per decidere che erano sottovalutate? Se è così, perché non rendere trasparenti queste sua analisi? E, se non lo è, perché la SEC interviene per impedire al mercato – alla compra-vendita libera dei titoli in borsa – di determinare il valore di queste aziende?

Ma perché mercato, risparmiatori – e, quindi, un’agenzia pubblica come la SEC – dovrebbero mai preoccuparsi di più di prezzi che calano spinti da un pessimismo irrazionale che di prezzi che salgono spinti da un’esuberanza tipo bolla speculativa? Perché, qualche anno fa quando una compagnia spazzatura come Priceline.com aveva una valutazione di borsa gonfiata di oltre mille volte rispetto alla realtà sui $150 miliardi, la SEC non si sognò mai di intervenire?

Domande falsamente ingenue, è evidente, e del tutto retoriche… A meno che la spiegazione sia che quello che conta, in questo mercato e per chi evita di regolarlo, è solo la crescita a breve, a brevissimo termine… anche a costo di gonfiare ancora un titolo che dovrebbe essere svalutato.

Di questo non si parla ancora. Ma, intanto, è Henry M. Paulson Jr., ministro del Tesoro ed ex grande banchiere privato, nemico per principio, per convinzione e per convenienza di classe e personale, di ogni regolamentazione pubblica dell’economia (“sono contro – diceva e ripeteva e per questo fu scelto da Bush – contro ogni eccessiva regolamentazione”: dove naturalmente la misura era lui, o chi come lui la pensava a stabilirla. Lui che predica oggi della necessità di allargare ed approfondire una politica di intervento governativa in economia. Niente di nuovo, in fondo. Profitti privati e perdite il più possibile pubbliche, no?

Anche la notizia che, in parte inattesa, esplode sui mercati sul costo del petrolioche, anche se un po’ a intermittenza, il greggio al barile è sceso di costo di $23 tra inizio e fine luglio (anche perché, i danni profetizzati come conseguenza dell’uragano Dolly nel Golfo del Messico sono stati minori del previsto): qualcosa, insomma, che di per sé, è una buona notizia[56] che, però, a studiarla da vicino appare, invece, una pessima novità. Perché la caduta si spiega, molto più che con Dolly, con l’allarme per la recessione che avanza in America e porterebbe/porterà ad un rallentamento pesante del consumo di energia.

Sul petrolio, continua a fluttuare la fatua richiesta di McCain e di molti altri, soprattutto ma non solo repubblicani, di mettersi a trivellare il paese dovunque— ha detto il senatore dell’Ohio George Voinovich, che bisognerebbe mettersi a bucare ovunque fosse materialmente possibile perché il petrolio può essere trovato dovunque, “anche sotto il water del vostro cesso”. Naturalmente, non puntavano a bucare i pavimenti dei bagni d’America ma a bucare la tundra artica dell’Alaska e le coste del Maine.

Solo che non è così. Trivellare di più sicuramente mette a rischio, irreversibile, l’ambiente ma non  aggiunge nessuna realistica previsione di altro petrolio a prezzi paragonabili persino a quelli attuali, oltre quello che il paese produce, non in misura minimamente significativa. Lo mostrano le carte stesse dell’Energy Information Administration del governo americano che si tratta, in realtà, di una promessa illusoria[57].

E sale, in parallelo a un calo del petrolio per quanto effimero si annunci, la borsa[58], al solito iperottimista: e, quindi, meno preoccupata dal calo dell’attività produttiva, della minaccia avanzante di recessione, così come pronta a scordare appena può che, a giugno, i prezzi al consumo salgono d’un botto dell’1,1% di quanto sia invece contenta del calo del barile di greggio[59]. Intanto, su base annua, l’inflazione sale del 5%, il livello più alto in dodici mesi dal 1991[60].

Il Dow Jones, così, guadagna in un giorno 270 punti, cioè il 2%, sulla spinta di un improvviso rialzo delle azioni bancarie per l’aumento del dividendo della Wells Fargo, il quinto gruppo bancario americano, attivissimo sul mercato ipotecario, che in un momento in cui tutto va giù annuncia controtendenza un’importante distribuzione di dividendi. Non spiega bene come e dove è riuscito a trovarli, è vero, i profitti da ridistribuire ma è una bella iniezione di fiducia[61].

Sintetizza l’economista dell’università di Princeton, ed opinionista del NYT, Paul Krugman che “i prezzi delle case sono in caduta libera, la fiducia dei consumatori sta affondando in baratri mai toccati dal 1980. Quando finirà? La risposta è probabilmente non fino al 2010, o anche dopo. Barak Obama farebbe meglio a prenderne nota… Se l’esperienza degli ultimi vent’anni insegna qualcosa”, la fase dell’economia che si sta aprendo “non è quella di una diagramma a forma di V ma, più o meno, a forma di L: non ripartiremo di slancio, ma probabilmente avremo un periodo prolungato di performance piatta e, al meglio, in leggero miglioramento[62].

Stanno, del resto, arrivando alla smitizzazione un po’ tutte le leggende metropolitane che per tanti anni, tutti gli anni di Bush, hanno dato e continuano ancora a dar copertura alla “narrativa” ufficiale sui guai-non guai economici degli Stati Uniti d’America. Un breve elenco:

• E’ stato l’attacco dell’11 settembre 2001 – dice la favola numero uno – a mandare l’economia americana in fase recessiva. Ma non è vero. L’economia aveva cominciato a rallentare, forte, già a marzo, a causa dei postumi della sbornia dovuta al crollo dei titoli tecnologici. Certo, l’attentato e la distruzione delle Torri gemelle causarono una caduta secca a Wall Street. Ma i consumi ripresero subito a salire e, già a novembre, l’economia aveva ripreso a crescere.

• Gli altri miti, le altre leggende metropolitane sono di minor rilievo, si capisce. Ma hanno tutte in comune lo sforzo, anche troppo palese, di sopire, chetare… sminuire i problemi dell’economia, farli apparire meno gravi di quello che sono.

• Uno sono i dati sull’occupazione e sulla disoccupazione, sui quali abbiamo appena sopra (Nota4) riportato il commento del NYT, vengono chiosati dal Bureau of Labor Statistics che li diffonde con l’osservazione che potrebbe trattarsi di un’altra anomalia statistica temporanea. E’ pura fede e speranza, il mercato del lavoro resterà debole per tutto il resto dell’anno perché, semplicemente, è così che funziona: dopo che finisce una fase, anche solo di rallentamento, l’occupazione continua a cadere per mesi.

   Si parlerà molto, nei prossimi mesi, di un crescendo di licenziamenti come del simbolo di quel che di male va nell’economia. Ma in realtà il tasso di licenziamenti non conta quanto il tasso netto di assunzioni: che resta calante e, come annota, la Goldman Sachs segnala una fase di “sciopero delle assunzioni” in atto già da mesi da parte delle imprese[63].

• Altro mito che segue a ruota è sull’impennata del prezzo del petrolio: spiegata solo con le manipolazioni di mercato e le speculazioni. Ma la realtà è che il mondo è alla fine di un ciclo energetico ventennale. Dalla metà degli anni ’80 alla metà di questo primo decennio del secolo i prezzi hanno accompagnato sempre in caduta la crescita dell’economia. Nell’83, scontato dell’inflazione, il barile di greggio era a $68 e, nel 2003, addirittura a $33.

   Com’era andato? E’ che i prezzi alti dei primi anni ’80 avevano fornito l’incentivo ai produttori ad estrarre più petrolio ed ai consumatori a bruciarne un po’ meno. Con una disparità rapidamente crescente, dunque, di offerta sulla domanda, il crollo dei prezzi ed il conseguente rovesciamento degli incentivi negli anni ’90.

   L’energia a basso prezzo sostenne, per tutti gli anni ’90, il grande balzo in avanti della crescita di Cina ed India e sussidiò largamente l’innamoramento degli americani per i grossi divoratori di benzina a buon mercato, i SUV e gli Hummers. E poi, a partire dal 2001, ci si mise anche il declino costante del dollaro a ridurre il potere d’acquisto americano e dei dollari americani detenuti dai produttori che il greggio vendevano in cambio, appunto, di dollari sempre più svalutati di cui chiedevano dunque sempre più quantità.

   Senza quella perdita di potere d’acquisto, di valore, oggi il barile starebbe diciamo a $105 invece che intorno ai $140[64]. Per questo, speculazione e giochi di mercato in realtà sono un mito (ci sono, sia chiaro; ma spiegano poco). Vuol dire che nessuna Robin tax, nessuna imposta nostrana (dei paesi consumatori, cioè) sui superprofitti riporterà al livello di $30 al barile di cinque anni fa. Almeno finché non cominceranno a cambiare i fondamentali— il gioco dell’offerta e della domanda di petrolio.

• Un altro brutto ciclo che non si è ancora affatto esaurito – malgrado quel che dicono le favolette consolatrici – è quello della bolla edilizia, legata ai subprimes, legati alle difficoltà di pagare gli interessi sui mutui. Il prezzo delle case in molte città americane è crollato di oltre il 20 % e gli esperti di quel mercato tendono a dire – pro domo propria: per questo gli credono poco – che ormai il fondo è stato toccato…

   … ma non è vero. Le “misure” del mercato in arrivo vengono prese in rapporto ai prezzi, al numero delle case costruite e invendute, al costo degli affitti— e con questo metro di valutazione le case sono ancora sopravvalutate…

• E il mito finale, forse, che come tutti gli altri è minimizzazione di una realtà tropo seria per essere accettata da questo paese com’è e che li riassume un po’ tutti, è il fatto che tanti esperti e commentatori non riescono (o dicono di non riuscire) a capire perché tanti americani stiamo perdendo fiducia. Il titolo di un grande giornale si chiede, con tanto di punto interrogativo ma per rispondere che non ce ne sarebbe ragione, “Perché mai siamo più neri dell’economia?[65].

   Quando è proprio questo che non è vero per niente. Molti, moltissimi americani hanno fior di ragioni per essere pessimisti. Per la prima volta da sempre una fase di espansione economica sta terminando senza che la maggior parte delle famiglie americane abbiano visto un barlume di aumento del proprio reddito. Per la prima volta da sempre la tipica casa media americana perde valore.

   E il valore dell’indice di borsa Standard & Poor 500, aggiustato per l’inflazione, ha perso dal 2000 ad oggi ben il 30% del proprio valore. E questo – non i sofisticati titoli dei grandissimi fondi d’investimento né i titoli trash e i derivati che producono speranza e illusioni – è il pacchetto medio di azioni che, per la minoranza di americani che ce l’hanno, costituisce il portafoglio medio della famiglia media americana.   

   Insomma è il pubblico, gli americani e non gli esperti (quelli che come da noi campano busta paga dopo busta paga e, anche qui, alla quarta settimana fanno fatica) a capire bene perché la gente si sente, sa che è giusto sentirsi, tanto più pessimisti dei consiglieri economici della Casa Bianca e dei columnists che li accompagnano in fila per due. In altre parole, loro sanno benissimo che ancora ci sarà da soffrire.

   Come, d’altra parte, lo sa chi con la realtà, da altre posizioni, fa i conti ogni giorno. La General Motors annuncia passi “drammatici” per rafforzare i propri flussi di cassa, quasi arenati. Il mercato interno dell’auto è in dura sofferenza e, per mettere insieme i $15 miliardi di cui ha immediato bisogno, la GM venderà patrimonio, sospenderà la distribuzione di dividendi, ridurrà il personale di staff, non quello di linea[66]

In fondo sono loro – fa osservare[67] uno che, prima di spararle grosse, almeno riflette – che qualche “disgrazia come una malattia grave o la perdita di un lavoro possono, ora più facilmente scaraventare nel pieno del disastro economico”: quello dal quale non ti tiri fuori mai più. Loro, non i guru paludati dell’accademia, del giornalismo, dell’opinionismo e della Casa Bianca…

Alla vigilia di quella che, comunque, se vince Obama si preannuncia come una radicale revisione del sistema sanitario che penalizzerebbe sicuramente, nel sistema, i privati garantendo una obbligatoria (anche se bisognerà vedere realmente quanto universale) copertura pubblica – li penalizzerebbe negando loro all’interno del Medicare, la sanità pubblica per i cittadini poverissimi – pochissimi milioni; non i 40 e più che essendo solo poveri o del ceto medio si devono pagare tutto da sé – l’accesso agli attuali sussidi pubblici per un’attività che è a scopo di fare profitti privati), il NYT in un significativo editoriale[68] mena duro.

E accusa i repubblicani di una ormai intollerabile “parzialità”, una vera e propria deviazione nel sistema, con cui tendono a coprire i costi non della sanità per questi cittadini ma delle assicurazioni private che coprono i servizi resi a questi cittadini con sussidi pubblici che la legge finora consente. Spiega la cosa il giornale dicendo che “l’unica spiegazione è l’ossessione ideologica dei repubblicani a fornire una risposta comunque privata a un problema che è pubblico”…

Ma in realtà sarebbe più facile, e convincente, cercare la spiegazione più che nelle fisime ideologiche, comunque perciò idealmente motivate, nel basso interesse pratico di chi ha bisogno del sostegno privato per farsi rieleggere – qui i deputati corrono ogni due anni… – di fondi controllati dall’industria farmaceutica e da quella medica privata.

Che, pagando diciamo 500 milioni di dollari – uno per congressista e sentore, la maggior parte ai repubblicani – si garantiscono un affare sicuro con fondi pubblici che ammontano a qualche decina di miliardi di dollari di profitti… Solo che, anche se più semplice e convincente, è brutto dirla così: poco elegante e poco patriottico, sembra, al solito…. Meglio coprire il tutto con uno scontro di ideologie: privato contro pubblico… Suona meglio.    

E, naturalmente, l’Iran – tale è la natura mia, la natura della bestia, diceva lo scorpione che non sapeva nuotare alla ranocchia che aveva appena punto mentre gli faceva traversare il fiume a cavalluccio – pensa bene di fare il test del suo vecchio missile riammodernato, lo Shahab-3 (2.000 km. di gittata, 1 tonnellata di carico “utile”, come si dice[69]) due giorni dopo che Condoleezza Rice, ministra degli Esteri americana, ha raggiunto l’accordo con il ministro degli Esteri ceco, Karel Schwarzenberg, e firmato l’intesa che dovrebbe consentire al Pentagono di dislocare, in territorio ceco, parte dello scudo spaziale antimissilistico americano che viene proclamato mirare alla difesa dell’Europa da “eventuali” missili iraniani.

E’ una strategia pericolosa, questa che marcia sul crinale dell’ambiguità: alimenta timori e fobie altrui, sostanziandole di aria fritta ma anche di minacce roventi. Andò così con Saddam, che per tutti gli anni ’90 aveva millantato le sue armi di distruzione di massa contro un possibile attacco alimentando la paranoia montata ad hoc contro di lui da chi, Washington, sapeva perfettamente.

Sapeva perfettamente che il poco che di questo tipo di armamenti aveva cominciato ad accumulare, da anni il rais iracheno lo aveva fatto distruggere[70]. Ma si serviva della fobia reale alimentata da Saddam stesso in un primo momento e poi artefatta proprio da Washington per inchiodarlo.

Come poi lo inchiodò, anche a costo però di inchiodare il proprio paese a una tragedia come quella di un’occupazione militare che non sembra finire mai.

Teheran lancia (non è la prima volta: torna a lanciare) il suo missile Shahab? C.v.d., si sfiata a fare Condoleezza, è l’Iran la minaccia. Ma, intanto, per la prima volta consente a inviare a Ginevra un rappresentante di rango del governo statunitense, il sottosegretario di Stato per gli affari politici, William J. Burns, al negoziato del “5+1” con gli iraniani[71] alla ricerca di un loro sì, francamente improbabile.

E che, infatti, non viene, come era anche troppo facile prevedere, allo scambio proposto tra il loro arricchimento di uranio e un pacchetto di cosiddetti “incentivi”: questi non riescono proprio a capire che per l’Iran è questione di dignità nazionale e di orgoglio e, quindi, non negoziabile. E, dunque, dall’incontro – si capisce da entrambe le parti – viene fuori un sacco di fumo e nessun arrosto.

Da parte iraniana, disponibilità a discutere di tutto ma, come sempre, non a interrompere niente prima di aver raggiunto un accordo; da parte americana – gli altri, evidentemente, non contano niente – prima voi rinunciate e poi si va avanti[72]

Ma l’incontro stesso segna già un passo avanti, uno spostamento di posizioni concettuali, visto che finora gli USA pretendevano prima di sedersi al tavolo con l’Iran a livelli decenti, di vederli dir sì alle loro richieste: ancor prima di negoziare, cioè… Su questo – la loro presenza – in effetti hanno mollato. Ma non sulla condizione preliminare – il sissignore degli iraniani alle loro richieste – forse per costituirsi una specie di alibi di buona volontà (avete visto… ci abbiamo provato…) se e quando decidessero poi di attaccare[73]

Dire, poi, che la minaccia unica e sola è l’Iran – tutte le installazioni nucleari del quale sono sempre sotto la sorveglianza dell’AIEA che continua a certificare come non ne sia mai uscita alcuna illecita diversione del materiale nucleare prodotto, dichiarato e verificato – si può sostenere soltanto mettendo tra parentesi la realtà che la minaccia degli iraniani è sempre una contro-minaccia (distruggeremo Israele e 32 basi americane in Medio Oriente se ci attaccano) e dimenticando tutti gli altri missili che da decenni frullano intorno all’Iran e sui quali nessuno pare aver nulla da obiettare.

Sono pakistani, indiani, americani – quelli sulle portaerei nel Golfo e sul terreno in Iraq – e, anzitutto, per l’Iran, sono i missili israeliani: lo Shahab stesso ha il suo equivalente, pluritestato e doviziosamente già schierato da più di dieci anni, nello Shavit israeliano[74].

In ogni caso, la Rice dice chiaro stavolta che gli Stati Uniti difenderanno tutti i loro alleati, Israele per primo, se saranno attaccati[75]. Dunque, e non a caso, come tutti – bé, quasi tutti – hanno notato,   stavolta non ha detto che gli Stati Uniti attaccheranno per anticipare un’eventuale aggressione a Israele… A Washington sembra che potrebbero aver cominciato a fare i conti col costo del petrolio che schizzerebbe subito, ancor prima di ogni inevitabile rappresaglia iraniana a 300, a 400 dollari al barile… Questo non è l’esercito di Saddam… e il Pentagono lo sa bene. E lo dice.

Del resto, il National Security Network, un gruppo di esperti di sicurezza nazionale, indipendenti e tutti autorevoli anche se, o forse proprio perché, implacabilmente ma documentatamene ostili alla politica estera americana, ha stimato che la policy bushista di sempre – un misto di cipigli roboanti, di minacciose intemerate (“con l’Iran, noi non togliamo dal tavolo nessuna opzione, neanche quella nucleare”) e anche di occasionali interventi terroristici (pur se di bassa intensità) fatti condurre ai gruppi dell’opposizione armata dei mujaheddin iraniani contro il regime degli ayatollah), ha già aggiunto un premio assicurativo di almeno $30-$40[76], da solo, al prezzo di $140 su cui oggi si aggira al barile.

Quel che succede, d’altra parte, s’è visto il giorno dopo la recente dichiarazione del vice primo ministro israeliano Shaul Mofaz— quella che ormai è “inevitabile” un attacco israeliano alle installazioni iraniane[77]: col prezzo del barile che salta su di $11 in un giorno.

Inevitabile o no, certo o no, un attacco israeliano all’Iran, è tecnicamente già oggi possibile, fattibile e anche probabile; mentre un attacco iraniano a Israele, tecnicamente è oggi impossibile, ma domani teoricamente lo potrebbe essere cioè diventerebbe anch’esso fattibile e probabile. Siamo di fronte a due galletti impazziti, o quasi, che gonfiano le piume, inarcano i bargigli, arrotano i rostri e lanciano, uno contro l’altro il loro stridulo chicchirichì… e naturalmente coinvolgono tutti.

Di qua, c’è la retorica bellicosa di Ahmadinejad che minaccia il cambiamento del “regime sionista” anche con la guerra (non a dire il vero, cioè, la “cancellazione di Israele”, ma del suo regime attuale dalla carta della storia: un regime change. Che non è proprio la stessa cosa[78], anche se la differenza per gli israeliani, comprensibilmente, si fa poco percettibile; e se uno come Ahmadinejad ha una capacità unica di seminare paura, quindi odio e reazioni anche estreme tra i cittadini di Israele…

… e, di là, c’è – per dirla con un osservatore attento delle cose di Israele, convinto che i problemi della regione non avranno soluzione finché il regime change non ci sarà anche a Washington oltre che a Gerusalemme (non con i mezzi farneticanti ed illusori di Ahmadinejad, si capisce) – di  là c’è l’ipersemplificazione che in Israele vanno facendo dei propri problemi col resto della regione. Il fatto è che “la lotta per il potere dentro un governo debole e diviso sta usando la questione iraniana per regolare le proprie lotte intestine. Disgraziatamente, stanno riuscendo a ridurre i complessi problemi di sicurezza di Israele al nodo unico del che fare con l’Iran[79]

In ogni caso, autorevoli segnali danno per acquisita una visione apocalittica di quel che potrebbe succedere se gli americani attaccassero mai l’Iran: o venissero trascinati ad attaccarlo, magari, da un’azione unilaterale israeliana. Una testimonianza diretta, riportata dal reporter investigativo più famoso e meno smentito d’America, Seymour Hersh, ricorda come un anno fa in Senato, in una riunione programmata coi senatori democratici, il segretario alla Difesa entrante Robert Gates, con un commento che li lasciò a bocca aperta, dicesse di un attacco preventivo americano all’Iran che avrebbe creato “una generazione di jihadisti, coi nostri nipoti condannati a combattere qui in America i nostri nemici[80].  

Nel conflitto interno all’Amministrazione americana tra teste calde e teste un tantino più fredde, le seconde (la Rice, Gates, il Pentagono) stanno adesso tentando di bloccare le inconsulte voglie aggressive delle prime (Cheney, il blocco dei neo-cons non convertiti, alcune Eccellenze ormai dimissionate e in disgrazia ma vogliose della rivincita che per loro sarebbe l’attacco all’Iran, come Rumsfeld e Bolton…

Adesso, in prima persona e seguendo le orme del suo predecessore, l’ammiraglio Fallon gia capo di tutte le Forze USA nel teatro mediorientale, costretto alle dimissioni da Bush per avere detto chiaro come la pensava e non da solo[81]. Adesso contro i warmongers, i guerrafondai, passa all’attacco il capo dei capi di Stato maggiore delle Forze armate americane, ammiraglio Mullen, In forma appena velata ma leggibilissima dice che bisogna smetterla di cercare soluzioni inesistenti di ordine militare.

Certo che “il regime iraniano rimane un fattore destabilizzante per la regione… col sostegno alla Siria, agli Hezbollah, a Hamas. Ma la soluzione non sta nella forza delle armi, vanno utilizzati altri fattori per cambiare il comportamento iraniano: diplomazia, finanze, pressione internazionale. E anche, perché c’è bisogno di una maggiore chiarezza, anche il dialogo a qualche livello…

   Ma con loro [i suoi interlocutori politici e militari in Israele che era appena stato a incontrare] sono stato chiarissimo sul fatto che, dal punto di vista degli Stati Uniti, e in specie delle Forze armate americane, l’apertura di un terzo fronte di guerra [dopo Iraq e Afganistan] per noi sarebbe oggi  estremamente pesante... Ed è per questo che diventa cruciale far entrare in gioco ogni strumento di politica internazionale, finanziaria, diplomatica ed economica[82].

In ogni caso, una conseguenza è assolutamente sicura: se l’Iran è bombardato, e – a prescindere al limite da chi lo bombarda, se gli Stati Uniti o Israele – politicamente per tutto l’occidente è un disastro, quel che diceva un anno fa il segretario americano alla Difesa, Gates, e che sopra abbiamo riportato (“una generazione di jihadisti che porta il suo martirologio fanatico direttamente in America” ma, ovviamente, anche in Europa).

Politicamente e anche militarmente, sul piano strategico, sarebbe un gesto controproducente e quanto mai fatuo, perché rinsalderebbe il regime unificandogli intorno, ineludibilmente a quel punto, tutto il paese, opposizione – che c’è; e che da mesi lo va predicando[83] – compresa. Ed economicamente…

Economicamente la risposta iraniana è già annunciata ma, come diceva Napoleone, era comunque tanto evidente da essere scontata solo a guardare una carta geografica (peccato che lui stesso non ne tenne contro guardando la mappa della Russia): cioè, qui, la carta dello Stretto di Hormuz (da Hormoz, l’antico dio persiano di Zoroastro) che divide l’Iran dalla penisola arabica: massima larghezza 34 km., con  numerosi isolotti a ostruirne gli stretti passaggi navigabili.

E’ di qui che transita imbarcato sulle superpetroliere forse un terzo del petrolio mondiale, incluso quello dell’Iran, dell’Iraq, dell’Arabia saudita, del Kuwait, del Qatar e del Bahrain. Non sarebbe male se chi ha il prurito di attaccare l’Iran desse un’occhiata a Hormuz su Google Earth, un’opportunità che sarebbe stata negata a Napoleone.

Un attacco “chirurgico”, “sterile”, degli aerei delle portaerei americane nel Golfo Persico su un migliaio di obiettivi in Iran (“semplice, elegante e rapido: un colpo solo e bye-bye Ahmadinejad”, come ha detto Douglas Feith, uno dei neo-cons originari, dimissionario dalle sue diverse cariche di governo dal 2005, da quando la strategia che aveva spinto con Bush contro Iraq ed Iran si rivelò per il fallimento che era. Ma Feith è uno che non molla e parla e scrive e continua a spingere, anche se ormai ai margini della Casa Bianca.

Un attacco un po’ meno chirurgico e, sicuramente, più limitato se poi Israele attacca da sola. Ma in ogni caso la reazione iraniana è davvero scontata: Hormuz viene chiuso, come con un chiavistello, ermeticamente con i missili e l’artiglieria persiana da terra e dal mare. Il prezzo del petrolio sale alle stelle, molto al di là dei 200 dollari al barile di cui parlano oggi i più pessimisti, e scatta la reazione a catena: non nucleare – si spera – economica, cioè una depressione a scala davvero mondiale, il collasso di industrie intere, una catastrofica impennata della disoccupazione in America, in Europa, in Giappone.

Per evitarlo, l’America dovrebbe occupare e controllare e sottomettere l’Iran. Ma, specie con e dopo quel che è successo a Bagdad e a Kabul, nessuno – anzitutto in America – lo crede possibile. E, a parte l’incapacità dimostrata nel governare un territorio ostile, con quali truppe, poi, bloccate come sono pressoché tutte quelle operative di cui dispongono gli Stati Uniti nelle guerre che oggi vanno conducendo?

Inoltre, appena chiuso – come sarà chiuso – lo stretto, la possente marina degli Stati Uniti d’America non servirebbe più a niente: se non altro perché non è in grado materialmente di liberare l’apertura del Golfo dalle petroliere o dalle altri navi che, comunque, l’Iran vi avrebbe affondato, per bloccarlo.  

Dopo questa parentesi su missili, minacce militari ed Iran, e tornando ai missili americani in Cechia e in Polonia, è difficile non notare la dislocazione curiosa – di queste batterie di antimissili ceche  e polacchi – straordinariamente vicina ai confini russi e lontana da ogni possibile target lanciamissili degli iraniani. Si tratterebbe, poi, di una base non a controllo bilaterale, non a controllo NATO ma, comunque e sempre, sotto completa sovranità e controllo statunitense.

Siamo ancora molto distanti, comunque, da qualsiasi conclusione della faccenda. A parte la durissima opposizione non solo politico-diplomatica già annunciata dai russi (se lo fate, prenderemo subito le nostre contromisure: intanto subito magari economiche[84], poi anche militari, magari, come le vostre[85]), anche a Praga c’è opposizione – e forte – anzitutto a livello popolare ma pure in parlamento.

Ha detto il capo del secondo partito ceco, i socialdemocratici all’opposizione, Jiri Paroubek, cogliendo un punto qui ancora delicatissimo – quello della sovranità limitata di brezneviana memoria imposta al paese nel ’68 – che se facciamo passare questa legge “ci verrebbe negata la sovranità sul nostro territorio, proprio come fecero i sovietici dopo l’invasione ‘fraterna’ del 68”.

Anche i Verdi, che sono parte numericamente essenziale della risicata coalizione di governo del primo ministro Topolanek, hanno detto di essere contrari ad ospitare l’infrastruttura americana e chiedono, comunque, la giurisdizione ceca sulle truppe statunitensi presenti sul territorio di Praga. Difficile che, senza questa clausola, il trattato possa passare.

Impossibile, però, che quella clausola l’accetti il Senato americano. E’ il tipo di richiesta che gli americani, sempre e dovunque, dal 1948 ad oggi, hanno respinto a qualunque alleato glielo abbia mai chiesto. In un parlamento nazional-sciovinista come quello americano mai, in effetti, un trattato del genere passerebbe[86]

Fra l’altro, i polacchi, il terzo paese interessato con gli americani ed i cechi al progetto, fanno resistenza perché dall’impegno che per partito preso, ideologico, accolgono invece tutti volentieri – lo dicono palesemente – ci vogliono almeno guadagnare: semplificano, chiedono che gli americani gli ristrutturino e gli armino di sana pianta di armamenti moderni le loro Forze Armate…

Il deputato europeo polacco Bronislaw Geremek, morto nei giorni scorsi in un incidente stradale, aveva espresso le proprie riserve su questa “cattiva idea”, su base diversa. Geremek da anni è stato amico personale di chi scrive questa nota, uno che la maggior parete delle volte la pensava magari diversamente ma che ci leggeva fedelmente ogni mese – non parlava italiano, ma lo leggeva bene – e ci mandava per e-mail di tanto in tanto il suo dissenso, motivato e sempre squisitamente cortese.

Per dirvi un poco chi era, Geremek, a Roma, a cena tra amici una volta – rappresentava all’estero Sołidarnosc, verso la fine degli anni ’80, dopo il golpe di Jaruzelski e quando era stato appena rimesso in libertà e da poco gli avevano ridato il passaporto – raccontò, sempre sotto tono, del libro sulla storia della povertà nella Francia medioevale che in Polonia non poteva essere pubblicato sotto Gomulka perché il censore obiettava a una sola parola delle 435.737 che componevano il volume, Era inevitabile che il più ingenuo dei presenti cadesse nella trappola e domandasse quale era la parola in questione. E Geremek rispose, semplicemente, “Geremek”…

Il libro era stato pubblicato in dieci lingue perché Geremek era già un eminente storico del Medioevo quando fu tra i fondatori di Sołidarnosc, diventando poi dopo il golpe e la liberazione dal carcere ministro degli Esteri della Polonia del presidente Wałesa e sicuramente il più liberal, il più progressista e meno visceralmente antirusso dei rifondatori del proprio paese.

E Geremek motivava il suo dissenso anzitutto moralmente (era una delle rare persone per cui quello era un avverbio che “contava” davvero…) ma anche con considerazioni di ordine politico, di preoccupazione a tratti pure accorata su quel che una mossa simile potrebbe rappresentare in Europa, dove la Polonia dei gemelli Kaczyinski ha già provocato tantissimi danni per la coerenza dell’azione comune e l’immagine, la credibilità, il “peso” della Polonia stessa.  

Uno studio della RAND Corporation (Come finiscono i gruppi terroristici) [87]una grande fondazione di regola schierata coi falchi sulle questioni di sicurezza nazionale – ma coi falchi, diciamo, più razionali, mai con gli psicotici vagheggiatori di Armageddon e delle crociate americane volute, in nome del bene contro il male, dal signore Dio onnipotente – scortica, letteralmente logica e strategia della guerra al terrorismo del presidente.

A cominciare dalla giaculatoria della “guerra al terrore”, come la chiama Bush appunto e che la RAND definisce un perfetto nonsenso, bollando anche come sballata la nozione che la si combatte e la si vince con le forze armate. I terroristi, argomenta, sono criminali e non guerrieri santi e a combatterli dovrebbero essere forze di polizia ed intelligence, non corpi armati.

Tanto per cominciare, riporta e dimostra il rapporto, la guerra ha prodotto poco: al-Qaeda, dall’ 11 settembre, ha incrementato il  numero dei suoi attacchi da 4 a 26 toccando Europa, Asia, Medio Oriente e Africa dopo aver traumatizzato l’America.

Poi c’è il tema principale, forse, che lo studio approfondisce: su come finiscono i gruppi terroristici. “nella gran parte dei casi la forza militare non è il migliore strumento”. Dal 1968,  il 43% di questi movimenti si sono sciolti rientrando, in modo più o meno concordato, nel processo politico; nel 40% dei casi, sono stati sciolti a forza da forze di polizia ed agenzie di intelligence: in pochissime occasioni (forse il 5%) lo scontro condotto queste forze irregolari dalle forze armate ha visto la vittoria di queste; mentre, in un possibile 10% dei casi, le forze rivoluzionarie e/o terroristiche hanno invece prevalso, cacciando via o costringendo a mediare il potere dato a loro favore.

I gruppi terroristici di stampo religioso (una contraddizione in termini che, però, la storia, sia quella recente che quelle antica, smentisce) raramente riescono a raggiungere i loro obiettivi. Più grande è la dimensione del gruppo e maggiore è la possibilità non solo di vittoria ma di durata. I gruppi eversivi dei paesi più ricchi sono più raramente motivati su basi religiose e tendono a connotarsi, invece, più come nazionalisti o di sinistra estrema.

La raccomandazione (per gli USA) è di ridurre molto il contingente militare classico e concentrarsi invece su forze di polizia e lavoro di informazione e spionaggio. E smetterla di chiamarla guerra al terrore sia perché non riesce a risolverla quasi mai il campo di battaglia (l’esercito, l’aviazione, tanto meno la marina), sia perché la stessa parola terrore di per sé offusca tutto.    

Niente di nuovo nel mese sul fronte in Iraq, se non l’accentuarsi del conflitto sul trattato che gli Stati Uniti di Bush insistono a voler sottoscritto da Bagdad per consacrare, in linea di principio, ad libitum la loro permanenza armata nel paese. In una riunione recente di ambasciatori arabi ad Abu Dhabi, il primo ministro iracheno del governo messo su da Bush, Nouri al-Maliki si è spinto a dire, subito smentito dal Grande fratello, che “la tendenza attuale dei nostri colloqui è quella di raggiungere un accordo su un memorandum d’intesa [dunque non un Trattato: un trattato dovrebbe essere presentato per la ratifica al Senato: e oggi non passerebbe]. Il merito del memorandum è se già stabilirà la scadenza certa, la data, per la partenza completa delle forze americane dal paese oppure solo la fissazione di una data precisa del loro ritiro: due possibilità, in comune solo una data certa[88].

Si innervosisce il Dipartimento di Stato, il cui portavoce, Gonzalo Gallegos, reagisce  affermando “che gli Stati Uniti se ne vogliono andare; ma che il loro ritiro sarà sempre condizionato”. Insiste il segretario alla Difesa, Gates, che un qualsiasi ritiro “dipende dalla situazione maturata sul campo[89].

Che non è affatto quanto ha detto al-Maliki. Torna dunque a chiarire il consigliere per la sicurezza nazionale del governo iracheno, Mowaffaq al-Rubaie: “l’Iraq non accetterà mai nessun accordo di sicurezza con gli USA se non includerà date precise per il ritiro delle truppe americane[90].

Nessuna data è menzionata, sicuro. Ma l’obiettivo è sicuramente chiaro. Quello che vogliono gli iracheni non è definire, e tanto meno concordare, con gli americani (come vorrebbero loro) le condizioni per il ritiro, ma semmai definire e concordare una data certa del ritiro.

A chiarire, non certo una volta per tutte, le cose ci pensa, a questo punto, ancora direttamente al-Maliki. Alla vigilia immediata della visita a Bagdad, dopo Kabul, del candidato democratico Obama, butta a mare – sembra buttare a mare – le illusorie strategie a lungo termine di Bush e McCain (anche per cento anni, restiamo… aveva detto irresponsabilmente quest’ultimo) e, al settimanale tedesco Der Spiegel, dice in buona sostanza di appoggiare il calendario di ritiro (i sedici mesi) presentato qualche mese fa da Obama[91].

Col che va detto che, ad eccezione di George W. Bush e dei suoi immediati e ormai calanti seguaci, forse tutti gli altri americani devono un grazie sonoro a Nouri al-Maliki. Certo, i portavoce di Bush sono costretti ad ammettere a bocca storta che al primo ministro iracheno sono arrivate dalla Casa Bianca “richieste di charimenti” e i portavoce di al-Maliki, che di rompere (ancora) non si può permettere, a dire che forse c’era stato un qualche “scarto di traduzione[92]: ma, significativamente, a richiesta anche pressante di Washington, non hanno voluto precisare quale e dove lo scarto mai fosse…

Poi, a chiarimenti evidentemente avvenuti, il portavoce di al-Maliki, Ali al-Dabbagh dice ai giornalisti americani al seguito di Obama che “anche se non possiamo darvi una data precisa, il governo iracheno è dell’opinione – e la nostra opinione conta in quanto questa, alla fine, è casa nostra – che il tempo appropriato per il ritiro sia entro la fine del 2010[93]: che forse sono un altro semestre oltre ai sedici famosi ma, soprattutto, una data piuttosto precisa e definita… alla faccia dei “chiarimenti”.

Del resto, e a dire il vero, Obama non ha mai detto di volere un ritiro proprio completo dall’Iraq degli americani, ha lasciato intuire senza mai spiegarlo proprio bene che una qualche “forza residua” può essere anche necessario lasciarcela e, dunque, alla fine, poi non sdirazza di tanto – ma, certo, più di McCain sì – dai piani bushotti. E forse di questo bisognerà contentarsi.

Una cosa ormai è lampante, però, anche per chi tra gli iracheni che l’invasione l’han chiesta, gli sciiti – alcuni degli sciiti: per liberarsi di Saddam, ma non per farsi permanentemente (ormai sono quasi sei anni) occupare – e, magari con riluttanza, anche i sunniti che ormai fanno a gara nel manifestare l’ostilità loro all’occupazione: che in nessun modo nessun governo in Iraq godrà di alcuna credibilità se e finché le truppe americane restano sul suolo iracheno. Sono viste come truppe occupanti ormai e l’hanno capito anche i governanti iracheni che da loro più direttamente dipendono che, comunque, se non le fanno andar via sono considerati solo fantocci di paglia.

Del resto, è ben noto che è stata proprio la costruzione e la permanenza nel tempo in Arabia saudita di basi americani che fece infuriare moltissimi arabi e mussulmani nel mondo, fornendo a Osama bin Laden, in particolare, l’alibi “islamista” per gli attacchi all’America che sono culminati, finora, negli attentati dell’11 settembre.

E anche per gli Stati Uniti d’America comincia a porsi la domanda, forse anche tra i conservatori, se vale ancora la pena di farsi odiare dai mussulmani niente affatto estremisti del mondo pianificando un’occupazione a lungo termine dell’Iraq dopo essere già stati costretti – e non c’è dubbio, anche se è umiliante – da bin Laden a rinunciare a tutte la basi che avevano in Arabia saudita…

Lo scontro ormai stava arrivando a un punto addirittura, ovviamente specie per gli americani, politicamente imbarazzante che impone un raffreddamento reciproco della tensione almeno sul piano pubblico: dell’opinione pubblica americana. Così, dopo tre, quatro giorni la Casa Bianca afferma che un accordo è stato trovato su un “orizzonte generale temporale” (sic!) che porterà ad “un’ulteriore riduzione” delle “truppe combattenti americane in Iraq” (già: riduzione… ma  ulteriore rispetto a che? di quanto? e quando? E che caspita è “un orizzonte generale temporale”? e, anche qui, la data?)[94].

Però… su questo strano linguaggio (e con tutte le riserve del caso: un orizzonte è di per sé diverso da una scadenza; questa è fissa, quello si muove in continuazione e per definizione…) c’è anche da rilevare come sia in assoluto la prima volta comunque che nel contorto dire e non dire della Casa Bianca di Bush emerge un concetto che, in  qualche modo, anche così impreciso, comunque, riconosce cittadinanza e introietta il principio di una qualche scadenza, di una qualche agenda, di un termine da fissare adesso o nel prossimo futuro, cui ormai sembra rassegnato ma che resiste a chiamare per quello che è, dell’avventura irachena[95]… E’ uno spostamento di linguaggio nuovo e potenzialmente importante come quello sulla scadenza accettabile, anche se del tutto ipotetica, al ritiro dall’Iraq.

Alla fine anche il senatore McCain, imbarazzatissimo, dopo aver detto per mesi (“io lo conosco bene”…) che mai il governo iracheno avrebbe chiesto agli americani di fissare una data per il ritiro, ammette – pur corredando la sua angosciata ammissione di spiegazioni contorte, smozzicate e quanto mai improbabili – che, in fondo, sedici mesi, sempre condizionati si intende alla situazione sul terreno, sono “una data piuttosto buona[96]

A chiusura (temporanea, di certo) di questa diatriba riportiamo, in sintesi estrema, il parere di un cronista iracheno, Ahmad Fadam, che è stata per anni nello staff del NYT a Bagdad e adesso, da maggio, è visiting fellow (a cavallo tra studente e insegnante) all’università della Nord Carolina[97].

Gli americani, tutti qui, mi chiedono che ne penserei se l’America ritirasse le sue truppe dall’Iraq. Gli rispondo sempre allo stesso modo: l’Iraq lo ha distrutto il vostro esercito… voi lo avete rotto e voi riaggiustatelo. Poi andatevene subito. Più di centomila persone sono state ammazzate, l’infrastruttura è stata obliterata e il paese è diventato un campo di battaglia per terroristi di tutto il mondo venuti qui a saldare i loro conti con gli americani.

   Non avevamo mai sentito parlare, prima, a Bagdad di al-Qaeda in Mesopotamia, ma adesso è lì. Non avevano mai sentito parlare di auto suicide o di I.E.D., i congegni esplosivi improvvisati, ma adesso ci sono e ammazzano ogni giorno.

   Non esiste modo orripilante di morire che, dal 2003, dal giorno dell’invasione, non abbiamo imparato a subire. E per cosa? Dopo cinque anni non abbiamo nessun sistema elettrico che sia minimamente affidabile. Non abbiamo acqua potabile, nessun tipo di servizi… Chi può vivere in condizioni di questo tipo? Sono solo pochi esempi di quel che succede giorno dopo giorno in Iraq, di come vivono oggi gli iracheni dopo essere stati soprafatti dalla libertà e dalla democrazia…

   Che devono fare gli americani, mi chiedete?”, se ha ragione McCain, o Obama, o chi? E io vi rispondo: “ridateci l’elettricità: la gente la chiama ‘santa elettricità’ o ‘elettricità dell’Ayatollah’ ormai, perché per averla dovete pregare Allah. Un’ora al giorno di corrente e, qualche volta, un’ora ogni tre, quattro giorni..., che benedizione!”.

   Insomma, dico io agli americani che me lo chiedono: “non ci dovete dare niente di troppo fantasioso prima di andarvene: ridateci solo l’Iraq che c’era prima della vostra liberazione. E poi, andatevene”.

Già… da come lo dice – questo iracheno è filoamericano, sia chiaro: lavora al NYT di Bagdad e a lui adesso va certamente meglio, ma agli iracheni, e lo dice chiaramente, è convinto che no – e come disse in altra precedente occasione, andava meglio anche con Saddam: atrocità per atrocità e morte per morte, molto meno nefasto per il paese di chi lo ha cacciato via…

Poi c’è da vedere come avanzano, e se avanzano certo, gli altri aspetti di questo negoziato spinoso. Specie la richiesta americana che, anche in Iraq come dovunque siano dislocate all’estero truppe statunitensi, il paese ospitante debba rinunciare alla propria sovranità rinunciando a qualsiasi giurisdizione sulle truppe ospitate sotto tutti i profili, civile, penale ed anche nei casi estremi di stupro, assassinio, massacro, ecc., ecc.

Certo, sarebbe curioso se fosse l’Iraq invaso e occupato il primo paese al mondo a liberarsi dei lacci di uno status delle forze che svincola gli americani dal rispondere di qualsiasi eventuale delitto se non ai propri tribunali, e per di più militari, costringendoli a render conto alla giustizia del paese ospitante! come l’Italia, ad esempio, non ha potuto fare per chiamare a rispondere del loro operato i piloti americani della funivia del Cermis, ricordate?

E, poi, bisogna vedere se il Senato riuscirà a ritrovare, come qualche voce ha anche minacciato, un po’ di attributi per rivendicare il suo diritto a vedersi presentare un vero e proprio trattato – da discutere e su cui dare il proprio “parere e consenso” – come prescrive la Costituzione per ogni accordo internazionale…            

Nello scontro che, conclusa la grande saga delle primarie democratiche, sta poco a poco montando tra i contendenti finali, Obama e McCain, è intervenuto, con un efficace quanto, secondo alcuni, scorretto sgambetto che sembra quasi uno di quelli tesi a mettere a duro periglio le sacre caviglie di Del Piero, l’ex capo di Stato maggior generale delle FF. AA. americane, generale Wesley Clark, dichiaratamente schierato dalla parte di Obama.

Clark anzitutto chiarisce che, comunque, parlava in base alla propria esperienza ed alla propria autorità ed autorevolezza, e non certo su incarico di nessuno, tanto meno del candidato democratico.

Poi di essersi limitato a rispondere ad una domanda diretta, e particolarmente provocatoria, quando la CBS Tv gli ha chiesto a bruciapelo, nel suo talk show più popolare, di mettere a confronto il non servizio militare di Obama (in un’era ormai di forze armate volontarie e professionali) con l’esperienza di McCain (nell’era del servizio militare ancora obbligatorio ma, nel suo caso, svolto da militare di carriera) come pilota di cacciabombardieri abbattuto in guerra (nel Vietnam).

E, infine, di continuare a pensarla proprio come quando rispose di getto – ma soprattutto sottolineando l’ovvio – di “non pensare proprio che guidare un caccia e ed essere abbattuto facesse parte della qualificazione, della preparazione necessaria,a fare un buon presidente[98]. Insomma, sarà stato pure uno sgambetto. Ma al di là del tabù svelato – il re è nudo: per lo meno a giudicarlo da queste apparenze… – Clark, in realtà, mette in evidenza solo la verità.

Come del resto – ma senza quell’esperienza e quell’autorevolezza: di un soldato che, in effetti, e al contrario McCain ha svolto ruoli di massima responsabilità, anche se certo non le ha azzeccate sempre tutte, anzi…, nella campagna NATO del Kosovo nell’ex Jugoslavia a cavallo del 1990 – avevano fatto rilevare altri prima di lui.

Ma per questo gli rode tanto: perché a sottolineare l’ovvio – che l’esperienza militare di un pilota di marina di A4-Skyhawk che bombarda, partendo da una portaerei, da migliaia di metri d’altezza, la risaie e poi si ritrova abbattuto e relegato in campo di concentramento militare per ben cinque anni – non è, di per sé, proprio garanzia di “esperienza militare” e, tanto meno, a livello decisionale di qualche rilievo…

Sullo stesso fronte, McCain e Obama, cominciano a trasparire le prime critiche di merito, obiettivamente pesanti, alla sostanza delle loro posizioni. Che sono tutte ancora in via di definizione e avranno bisogno di tempo per arrivare a prendere forma compiuta e a coagularsi. Ma che già espongono, di là come di qua, alcune reali linee di faglia.

McCain non trova colpevole millantarsi, magari perfino in buona fede – e lasciare che lo millantino – come un esperto di sicurezza internazionale e di cose militari sulla base dell’esser stato, più di quarant’anni or sono, pilota da caccia e prigioniero di guerra. Anzi rincara: e si espone al ridicolo in cui lo getta chi ha una visione un po’ più strategica, come Clark, di una situazione di guerra.

Due volte, di recente, McCain prende la cosa di petto, contemporaneamente[99]:

• la prima, in un comizio ad Albuquerque, nel Nuovo Mesico: “Io so come vincere le guerre [bum! manco fosse Eisenhower! L’unica guerra che conosce, quella fatta, per qualche giorno prima di essere catturato nel Vietnam, non è che sia finita proprio in una vittoria…]. E se sarò eletto presidente, rovescerò [per grazia di Dio e, bontà sua, anche della nazione, forse] l’andamento della guerra in Afganistan, così come abbiamo già rovesciato l’andamento della guerra in Iraq [la favola dell’ “impennata”…], con una strategia globale per la vittoria”;

• la seconda anche qui, v. 78, chiarisce quanto poi lui sia un duro: “Capiamoci bene: quando [non se…] diventerò comandante-in-capo delle forze armate, non ci sarà luogo del mondo in cui i terroristi potranno rifugiarsi [finora, con Bush è chiaro, invece lo potevano fare…], in cui potranno nascondersi”-

Forse, però, in realtà potrebbero trovare asilo nello stesso luogo introvabile dove il senatore McCain ha imparato a vincere le sue guerre…

Due fatti balzano all’occhio: quando McCain risponde secco a chi glielo chiede che “se avessimo fatto quel che voleva fare il senatore Obama – se non avessimo fatto l’ ‘impennata’, cioè – avremmo perso in Iraq[100], a moltissimi americani ormai viene subito in mente il fatto vero: che se non avessero, prima, deciso loro, i McCain ed i Bush – e molti altri, a dire il vero con loro, magari fideisticamente credendo loro – di invadere l’Iraq, non ci sarebbe stata proprio nessuna guerra da perdere…

L’altro fatto che sta venendo ogni giorno alla ribalta è che McCain trova sempre più difficile sfuggire alle due confessioni cui si è lasciato andare, con grande leggerezza o se volete grande, ingenua superficialità, di essere “totalmente ignaro di cose economiche” e, quanto all’uso di un computer, “un analfabeta totale[101].

L’impressione che così dà il candidato alla presidenza dell’unica superpotenza mondiale (la Cina dice, bene, che nel mondo c’è una sola superpotenza; ma anche tante altre potenze con cui fare i conti) è quella quasi di un incapace che aspira a guidare l’economia più grande, complessa ed inguaiata del mondo in questo momento, la cui ignoranza economica e digitale è solo la funzione non tanto dell’età – che comunque c’è, avanzata (72 anni) – ma della sua pochissima flessibilità mentale e del suo isolamento dalla realtà del suo paese.

Invece, con Obama il problema nasce dal suo rapidissimo convergere al centro dello spettro politico, ora che è candidato – il terreno della Clinton, di Clinton e della sua “terza via” – che sta “disgustando e facendo iperventilare tanti suoi seguaci nuovi e/o di sinistra” (qui in America, di sinistra non vuol dire certo marxisti, ma sicuramente vuol dire di solidi e intransigenti princìpi.

Lui, non solo e non tanto si precipita al centro, ma sta ricalibrando il messaggio – è inevitabile e, forse, è anche giusto nel passaggio dallo status di uno dei candidati a quello del candidato alle presidenziali: anche se qui più che mai altrove non si può mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ammazzato ed è ancora possibile che, ancora una volta, tutto si riduca a chi vince in Ohio… – quanto, e soprattutto, rischia di togliere fiato e portata a quel messaggio, di ridurne la carica innovativa (yes, we can!), di mettere tutta la sua campagna sulla difensiva per “normalizzarsi” agli occhi della maggioranza degli elettori.

In qualche modo, ora si sta allontanando dalla grande massa di militanti e di giovani che ha mobilitato con la leadership della prima fase e il messaggio realistico ma di princìpi forti della prima fase: lo fa in nome di un sano pragmatismo

• sia quando stempera nell’equivoco il suo antico rigore, di principio, contro le prevaricazioni dell’Amministrazione che si ritiene autorizzata, in nome della presunzione di sicurezza nazionale, a spiare i fatti della vita privata di ogni americano che capiti sotto il suo mirino senza alcuna autorizzazione giudiziaria; aveva promesso che avrebbe personalmente condotto l’ostruzionismo (filibustering) contro la legislazione adesso presentata da Bush che vuole assolvere a posteriori e senza alcuna possibile ricaduta penale o civile le grandi compagnie di telecomunicazioni che hanno detto sì, illegalmente, alle richieste dell’Amministrazione; e, ora, ha abbandonato la sua promessa[102], accontentandosi come un Casini qualsiasi di dire che però la legge è stata “un po’ ” migliorata;

• sia quando, gradatamente, va annacquando in nome della realpolitick l’impegno a ritirare tutte le truppe dall’Iraq entro una data fissata il giorno stesso dell’inaugurazione, il prossimo 21 gennaio  (entro sedici mesi: dove più importante della data stessa è, però, l’inequivocabilità dell’impegno fissato come una scadenza: perché, dopotutto, Obama non ha mai spiegato come è arrivato proprio a quella cifra, qual è l’analisi militare e/o politica che la sostiene: perché sedici mesi e non dodici? o ventiquattro?);

   la realpolitik in questione consistendo nell’evitare in Iraq lo scatenarsi della guerra civile… come se adesso, lì, ci fosse poi pace civile…; nel non disturbare troppo gli alleati di area, i sunniti sauditi e kuwaitiani, ad esempio, che di un Iraq in mano alla maggioranza sciita amica dell’Iran, non ne vorrebbero (al condizionale) sapere; nel non ringalluzzire oltremodo (più di quanto sia stato già fatto) l’Iran; nel non scontentare oltremisura i tanti guerrafondai, patriottardi e/o patriottici di casa, ecc., ecc., e in trasferta ma anche insediati bene in casa: come gli israeliani;

• sia quando torna a ribadire – e a ribadire, e a ribadire ancora: puro opportunismo politico, alla vigilia delle elezioni e alla ricerca del voto filoisraeliano? – che sempre e comunque lui sosterrà Israele (“l’impegno senza falle per la sicurezza di Israele[103], qualsiasi cosa Israele faccia): delle 36 ore spese in Israele, dove ha rilasciato queste dichiarazioni, Obama ha speso ben 45 minuti ad ascoltare, a Ramallah, Abu Mazen, il presidente palestinese— al quale del resto, quando venne l’ultima volta, McCain si limitò a telefonare… come disse, per salutarlo; e il tempo sembra direttamente proporzionale all’attenzione che, anche in passato, l’America tutta, e pure Obama, ha dedicato alle parti in questione;  

• sia quando torna a reiterare che “il mondo deve fermare l’Iran – e si capisce solo l’Iran: non Israele, non nessun altro – dall’acquisire un arma nucleare anche qui, v.83;

• sia quando viene in Europa, dove specie a Berlino è accolto dal sospiro di sollievo della stragrande maggioranza degli europei che si trovano di fronte, dopo otto anni, un presidente possibile che sembra una persona normale: anche se, qua e là, tocca punte retoriche quasi da guerra fredda non sembra e non suona sicuramente come quell’ottuso fanatico fondamentalista che “parlava con Dio”, un Dio tutto suo che gli diceva di fare le guerra come soluzione dei problemi del mondo;

   ma, mandando al cielo dall’entusiasmo e dalla speranza, gli spiriti “resta sul vago sulle questioni cruciali degli scambi commerciali, della difesa e dei rapporti internazionali che attualmente dividono Washington dall’Europa e continueranno probabilmente a dividerla anche se lui poi diventa presidente— questioni sulla Russia, la Turchia, l’Iran e l’Afganistan, i nuovi aerei cisterna e  il pollame americano trattato col cloro, il nodo centrale di un divieto europeo che dura ormai da 11 anni sulle importazioni di polli americani[104]…;

• e smorza i toni rispetto al messaggio di laicità col quale sembrava partito, quando torna a ripetere il suo originario favore al finanziamento pubblico di iniziative di ispirazione religiosa: lui lo ha sempre pensato, ma oggi che punta anche all’opinione pubblica degli evangelici, torna a sottolinearlo irritando i suoi tanti fans che tengono invece alla separazione rigida, di principio appunto, Stato-Chiesa voluta dalla Costituzione;

• sia quando se ne esce, adesso, inopinatamente a sostegno di una sentenza della Corte Suprema che tende ad allentare dove esistono ancora negli Stati Uniti, più di quanto già non lo siano, le poche regole esistenti sull’acquisto di armi da fuoco;

• sia, ancora, quando si è messo al contrario a criticare la Corte Suprema per aver deciso (forse l’unica decisione temperata di questi ultimi anni) che non può essere applicata la pena di morte a chi non abbia, direttamente o indirettamente, provocato a qualcuno la morte…

In definitiva, questo è un Obama nuovo… A molti sembra sempre più evidente che non punta più, ormai, sull’entusiasmo, sulla forza del messaggio, sulla qualità e la forza dell’idee e delle convinzioni di decenza che aveva giurato di ripristinare in America e per l’America ma sulle tecnicalità dei focus groups e dei sondaggi – alla Clinton, o alla Berlusconi, o alla Blair proprio – quei gruppetti di studio pre-selezionati a fissare alfa e omega d’una campagna, traguardi e obiettivi, non tanto sulla base delle loro necessità e/o della loro giustezza ma della loro apparente appetibilità politica.

La sua grande forza, insomma, ormai, più che la novità dirompente e la speranza liberante del suo messaggio è l’inaccettabilità e la banalità – travolgente – di colui e di quello che gli viene contrapposto… E, potrebbe essere poco. O, forse, potrebbe bastare, visto quel che John McCain va proponendo su Iraq, tasse, sanità e nomine alla Corte Suprema (l’istituzione, guardiana ultima della legge e dell’equilibrio dei poteri in America, che a lui McCain va bene come in otto anni è stata composta – solida maggioranza di estrema destra – da Bush)….

Però, questo quadro revisionistico che si fa di lui, Obama non ci sta ad avallarlo. “Questa storia che mi starei buttando al centro – spiega in un grande comizio ad Atlanta, a inizio luglio – come se fossi intento a far giravolte, la sostiene purtroppo anche qualcuno dei miei amici di sinistra. Ma non potete aver dubbi. Io sono un progressista, senza alcun dubbio”. Uno che ha sempre creduto e crede, dice, nella necessità di un sistema di sicurezza sanitaria universale, uno che è convinto della necessità di un ruolo forte del potere pubblico nella regolazione e nella supervisione del mondo finanziario.

E’ questo, riafferma, a fare di me “un progressista e un democratico. Non credo, però, che il ruolo necessario dello Stato assolva, diciamo, i genitori dal dovere e dalle responsabilità di seguire  l’educazione dei figli. Credo nella responsabilità personale, credo anche nei valori della fede e nel ruolo delle istituzioni religiosa, l’ho sempre creduto. E la nozione è che adesso io lo faccia per finta, per ridislocarmi al centro, è pura fandonia...

   E io non me ne starò immobile a contemplare l’avvelenarsi ulteriore del rapporto tra israeliani e palestinesi, ma condurrò una mediazione attiva ed attenta… impegnerò un colloquio diretto  con l’Iran… riconsidererò, comunque, l’avventura in Iraq… ricalibrerò l’intervento in Afganistan[105]...

Parole che suonano anche convincenti. Molti di quelli che, diciamo per capirci a sinistra, hanno tifato per lui, continuano a farlo: siamo assai incavolati e preoccupati, dicono. Ma riusciamo a capire: spostarsi al centro è comunque necessario, per vincere. C’è però, poi, un’altra scuola di pensiero, sempre a sinistra, come di quello[106] che scrive al NYT: spostarsi al centro non serve. I democratici si spostano al centro e alienano la loro base. I repubblicani si precipitano a destra e, loro, rinvigoriscono ed entusiasmano la propria base.

Ma è una strategia nota: nel 2000 e nel 2004, il risultato è stato di far presidente George W. Bush (da noi, nel 2008, il risultato è stato – è stato di nuovo – Silvio Berlusconi). Risultato che torna ad essere possibile adesso, nel 2008: presidente John McCain.

Resta macchiata, in ogni caso, la credibilità che oggi supporta almeno le ragioni non opportunistiche – è difficile scorgerle, infatti… – di decisioni come quella sull’ammorbidimento dei controlli sulla vendita libera delle armi da fuoco, in un paese in cui sono già dannatamente troppo in libera circolazione; sull’opposizione alla pena dio morte; ed è difficile da ingoiare la retromarcia – cauta ma altrettanto evidente – sull’impegno ad andarsene ordinatamente, ma ad andarsene, entro un anno e mezzo dall’Iraq…

E suonano stridenti le promesse fatte alla più grande lobby filoisraeliana d’America, l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee:si definisce esso stesso così, una lobby), che curerà sempre e lealmente e comunque (è il “comunque” che fa problema) gli interessi di Israele: agli altri, palestinesi o iraniani o lussemburghesi che siano, ci pensi qualcun altro. Ma questa è una posizione ciecamente popolare in America, al di là di ogni merito.

Sulla difensiva è chiaramente Obama quando, invece, difende l’idea di aprire una qualche trattativa con l’Iran: posizione assolutamente ostica agli americani – tutti, senza distinzioni partitiche – dato il  successo che Casa Bianca, neo-cons e governo di Israele hanno avuto – ripetendo parola per parola il copione messo in scena con Saddam – nel dipingere la minaccia iraniana e non certo senza l’aiuto di un presidente iraniano che regge se stesso solo sullo sciovinismo all’interno e sulla minaccia esterna.

Per cui, egli propone insieme al colloquio diretto, per la prima volta dalla rivoluzione di Khomeini, di rafforzare le sanzioni economiche vero l’Iran[107], colpevole di aver irresponsabilmente minacciato, e per di più senza poi averne i mezzi o quasi, di fare quel che minaccia altrettanto  irresponsabilmente Israele, che i mezzi invece li ha, nei suoi confronti.   

Detto tutto questo, specificato che, secondo chi scrive, Obama è dieci volte meglio di McCain, per non dire di Bush, il perché – e qui ci limitiamo a un tema soltanto – risulta evidente, diciamo pure a prescindere, dal dibattito incrociato tra il candidato repubblicano e quello democratico che si è svolto a metà luglio  in due comizi quasi paralleli.

Dice Obama che la guerra in Iraq ha distorto la politica estera americana (ed è una semplificazione: distorta è sempre stata, ma mai così tanto), è costata migliaia di vite, ha sporcato l’immagine e svuotato le casse di questo pese. “Questa guerra nei fatti distrae la nostra attenzione dalle vere minacce che incombono e dalle tante opportunità che potremmo cogliere”. Io mi impegno a “mettere fine rapidamente a questa guerra ed a riorientare l’approccio dell’America al mondo in modo che serva a combattere il terrorismo, la proliferazione nucleare, il cambiamento climatico e la dipendenza energetica di questo paese”.

Qualche ora dopo, il senatore McCain decisamente sulla difensiva ha accusato Obama di andar perseguendo “la strategia di sconfitta” (anche se tutti vedono che questa l’ha finora garantita proprio la guerra, almeno il modo sbagliato con cui questa guerra fasulla è stata condotta) e di impartire giudizi senza fondamento adeguato.

Quel che manca nel nostro dibattito sull’Iraq, quello che manca da quando è cominciata la guerra, è una valutazione delle conseguenze strategiche dell’Iraq e del suo peso nella nostra politica internazionale[108]. Ma non è vero: che abbia paralizzato e distorto tutta la politica estera dell’America, l’Iraq, Obama l’ha appena detto e che la guerra ormai sia perduta lo dicono pure i generali americani sul canapo, non i tenenti colonnelli in pensione ormai da trent’anni…   

Quello che dicono all’unisono McCain e Bush è in pratica di spostarsi e lasciare il posto agli esperti. Obama dovrebbe farsi da parte e lasciare la conduzione della guerra e della conclusione della guerra agli esperti: quelli che hanno affondato e stanno affondando l’America, cioè, nella melma a forza di menzogne politiche e di intelligence contraffatta sulla quale l’avevano costruita.

Paul Wolfowitz, uno dei massimi responsabili dell’avventura, che poi andò a far guai alla Banca Mondiale da dove venne cacciato per questioni di letto e delle piccole malversazioni da bottegaio che pagavano la sua amante, in un momento di folle sincerità confessò, un mese dopo l’invasione del marzo 2003, che le armi di distruzione di massa di Saddam erano state scelte da lui e dall’Amministrazione Bush come casus belli perché “erano l’unica questione – non la democrazia, non la repressione, non il tiranno…, tanto meno al-Qaeda, che con il rais non c’entrava proprio niente – su cui tutti si potevano dire d’accordo[109]

L’ultimo sondaggio sul tema di come gli americani vedono la guerra[110] dice oggi che gli sforzi di riportare ordine e stabilità nel paese vanno più o meno bene per il 45% degli intervistati, 20 punti sopra il livello di un anno fa. E’ il risultato dell’ “impennata”, sottende la formulazione del sondaggio che sembra quasi dettate dalla Casa Bianca: “l’impennata ha reso, o no, migliore la situazione in Iraq…?”, dice la domanda chiave: dà per scontato, così, che solo all’impennata sia attribuibile un qualche calo della “violenza”….

Solo che più dell’ “impennata” la situazione meno tragica sul terreno è il risultato delle tante mazzette, che per decine di milioni di dollari sono stati pagati dagli americani ai capitribù iracheni e del relativo distacco dalle peggiori atrocità di al-Qaeda di molti insorti iracheni e della pulizia etnica con cui sistematicamente i sunniti nelle loro aree si sono liberati dagli sciiti e gli sciiti dai sunniti, con la connivenza neanche implicita degli americani: i milioni di rifugiati interni lo testimoniano.

Poi, forse, ci si comincia a render conto che l’aggiunta di 30.000 soldati americani al fronte ha costituito certamente un tampone sulla ferita ma non l’ha certo rimarginata: insomma che può aver aiutato a vincere una battaglia, forse, ma non certo la guerra.

Quasi a fine mese, a rimettere tutti a forza coi piedi per terra arrivano due terrificanti attentati e oltre 60 morti tra Bagdad e Kirkuk: certo, morti iracheni, quelli che non contano. Ma che smentiscono tragicamente gli ottimismi forzati di stagione…

Malgrado tutto – malgrado questi sondaggi come “guidati” – 6 su 10 americani continuano a dirsi convinti che gli Stati Uniti hanno sbagliato ad andare in Iraq. Insomma, è caduta la ansietà e l’urgenza dell’Iraq non la percezione dell’errore fatto. E la questione si fa delicata e rognosa per John McCain, quando adesso è ormai chiamato a spiegare in dettaglio il come ed il quando si propone di risolvere questa guerra. Su 10 americani, 8 concordano nel pensare che lui continuerà a seguire la linea di George W. Bush— un’associazione di idee, suggestioni e timori che gioca nettamente contro di lui…

A questo punto, e prima di introdurre una domanda che potrà qui sembrare stonata ma che è necessario almeno porsi per cercar di capire il perché di certe omissioni, si impone tentar di fare un punto fermo su questo presidente e sulla sua Amministrazione che sta per andarsene (sempre che non riservi al mondo un crepuscolo degli dei di follia guerrafondaia). Naturalmente, come chiunque è libero di fare se lo argomenta – e noi pensiamo di essere venuti argomentando il nostro giudizio ormai da otto anni – questo è soltanto un punto di vista… ma è il nostro.

Questa Casa Bianca verrà ricordata per molte cose ignobili, avventurose, pericolose e anche delittuose che ha fatto:

• a partire dalla guerra e dall’occupazione in Iraq, motivata con una serie di pure invenzioni artefatte, una peggio dell’altra, una dopo l’altra caduta miseramente;

• il suo spudorato e continuo mentire su tutto: prima, durante e dopo ogni misfatto;

• il seminare paura e lo schiacciarsi sotto i piedi la lettera e, spesso, anche lo spirito della Costituzione;

• la politicizzazione cinica del sistema giudiziario;

• il cavilloso e restrittivo restringimento dei diritti umani: nell’Iraq di Saddam sì; nel Pakistan di Musharraf no— ma anche in America, poi…;

• il perseguimento cieco di un potere senza più contrappesi;

• e, infine ma non certo per ultimo, tutte le cose che gli occupanti di questo potere, legale e sostanzialmente illegittimo, hanno fatto ma che avrebbero voluto disperatamente – senza riuscirci – che nessuno sapesse mai…

Ma, a   questo punto, si pone anche una domanda un po’ più di fondo che ormai sarebbe irresponsabile non farsi e che è necessario comincino a porsi sopratutto gli strateghi democratici.

Il fatto è che, per un presidente secondo quasi tutti i suoi avversari e ormai in realtà secondo molti, secondo i più, quasi subnormale e ormai anche anatra zoppa quant’altri mai, a pochi mesi dalla sua obliterazione costituzionale, Bush sembra in grado di tirar fuori, rispetto ai precedenti storici, quello che alla fine vuole da un Congresso il quale, pure, è a maggioranza democratica, con i poteri, per esempio, se mai volesse farlo, che qui ha anche la maggioranza di uno di imporre essa l’agenda dei lavori alla minoranza e a un presidente, quanto mai impopolare poi, pure lui, di minoranza.

Invece il presidente – questo pigmeo politico che è diventato George W. Bush in casa propria – ha mantenuto nei fatti “il dominio dell’agenda sulle questioni che lui definisce di sicurezza nazionale. Ha respinto, in un Congresso a guida democratica, gli sforzi tesi a tagliare truppe e finanziamenti della guerra in Iraq e ha portato a casa vittorie importanti su questioni come le tattiche operative di interrogatorio [la questione della tortura, cioè] e come usare i tribunali militari nella lotta al terrorismo”. Insomma, per omissione degli altri, l’ha avuta, e continua ad averla vinta[111].

E ha anche continuato a  prevaricare i diritti dei cittadini così come sempre questo paese li aveva concepiti – la privacy, la segretezza delle conversazioni private, le intercettazioni telefoniche ed elettroniche neanche controllate dai giudici ma decise dall’esecutivo direttamente, la privazione della libertà personale senza accuse e senza processo, l’habeas corpus, cioè; o la tortura eretta a sistema, deplorata e condannata ma mai ancora radicalmente proibita sotto pena di galera per chi la pratica e/o l’autorizza, come il presidente— per non tornare a parlare delle continue autorizzazioni a finanziare a Bush le sue guerre e delle risoluzioni congressuali che, con certi precedenti, sfiorano un’irresponsabilità avventurosa sfiorando l’autorizzazione preventiva alla guerra all’Iran…

E, allora, la domanda che francamente si impone, almeno per chi non è americano, è se in realtà, poi, Bush non sia un politico molto più intelligente di quanto dicono tanti… o, altrimenti, se gente senza cervello, senz’anima e anche senza alcuna fermezza non siano i democratici del Congresso, invece?

O non sarà che, alla fine, su tutto prevale il messaggio sciovinista-nazionalista passato al paese dal fondatore, George Washington, quando nella lettera/testamento[112] politico con cui rinunciava a ripresentarsi per la terza volta come candidato alla presidenza raccomandava al paese di guardarsi da qualsiasi alleanza con potenze straniere – specie l’Europa, lasciandola alle sue beghe, alle sue invidie secolari, alla sue guerre secondo il concetto metternichiano, formulato proprio in quei tempi, che una nazione non ha alleanze permanenti ma solo interessi e valori da difendere.

Ma non diceva soltanto questo. Piuttosto contraddittoriamente, malgrado lo spunto angosciato, assolutamente isolazionista, accennava anche al “destino manifesto” dell’America – è rifacendosi a lui e sviluppandone l’intuizione che, verso il 1840 i democratici americani conieranno il termine: ma il concetto è washingtoniano – cui Dio, la provvidenza, la storia – non si capisce bene: Washington era teista, massone e antiteista insieme: come quasi tutti i padri fondatori – hanno assegnato all’America nel mondo: espandersi, controllarlo e guidarlo come è suo manifesto (cioè, ovvio) destino (cioè, certa missione) per il benessere dell’umanità.

Sul tema si pronunciò in modo che apparve, e vista come è andata e sta andando la storia, appare definitivo lo storico Richard Hofstadter, uno dei massimi della scuola americana del ‘900, quando scrisse, pur essendo assolutamente pragmatico e poco incline ai voli pindarici, che “è stato il nostro destino di nazione quello di non avere ideologie ma di essere un’ideologia”.

Che sintetizza tutto e, a suo modo, con  l’“eccezionalismo americano”, giustifica anche tutto: come dice Tito Livio, in sostanza, l’impero di Roma (allora il termine imperialismo non esisteva) era giustificazione a se stesso… perché era di Roma: nasceva, spiegava, dal mos maiorum, il “costume degli antenati”[113].

In termini più pedestri, questo messaggio si trova oggi riassunto in molti talk-show della destra conservatrice: uno per tutti, quello di Laura Ingram su Fox News, alla quale viene del tutto spontaneo, e scontato, criticando il discorso di Obama all’Europa,  concludere un “ragionamento” sull’America nel mondo affermando che “l’America, semplicemente, ha il compito – la missione – di dominare il mondo, altro che cercare di lavorare in partnership con l’Europa o con altri[114]. Se alla parola “America” sostituite la parola “Deutschland” potrebbe sembrare oggi nel 2008 di ascoltare un discorso di Hitler del 1938…

In ogni caso, c’è poi il fattore che su tutti spinge la candidatura di Obama: il disastro economico, la creatura deforme figliata ad abbattere gli standard di vita degli americani dall’Amministrazione repubblicana e che rappresenta, con la rovinosa caduta della credibilità americana nel mondo, il legato più visibile e significativo di Bush il piccolo al proprio paese. Uno studioso di scienze politiche, Larry Bartels, dell’università di Princeton ha licenziato qualche mese fa uno studio[115] che, esaminando da vicino tutte le elezioni presidenziali dal 1952, ha trovato che con la sola eccezione del 1996, il partito al potere ha perso ogni volta che i redditi reali sono cresciuti meno del 2% nell’anno elettorale.

Bé, non è una legge aritmetica questa ma, sfortunatamente per il senatore McCain, è un fatto che di questi tempi il reddito non aumenta per niente: crescita zero e crescita dei redditi zero. L’economia fa talmente schifo che, in effetti, Obama dovrebbe vincere a valanga, come dicono qui: con un landslide. E che McCain, sul fronte interno, si trova ormai costretto a inseguire il “populismo” di Obama  (sollievo sui subprime alle famiglie, più tasse su speculatori e petrolieri…, tagliare le unghie adunche “all’avidità dei dirigenti di impresa che fanno più soldi in dieci minuti di quanti ne fanno tanti lavoratori in un anno”, ecc., ecc.)  

E anche sul fronte forte di McCain, forte perché lui lo dichiara tale – la sua pretesa esperienza di sicurezza nazionale, sulla difesa, sulla guerra al terrorismo – il mese di luglio è stato disastroso. Specie con un candidato avversario come Barak Obama.

• Ha cominciato il 7 luglio il primo ministro iracheno buttando a mare il dogma bushista e sollevando il tema del ritiro americano a scadenza: anatema per Bush e McCain e coincidente, di fatto col programma di Obama.

• Poi, il 15 luglio McCain si accorge che ormai muoiono più americani in Afganistan che in Iraq[116] e chiede che lì siano mandate, spostandole dall’Iraq subito, nuove truppe statunitensi: in pratica riconosce quello che andava dicendo da un anno Obama[117] e che sottoscrivono da un mese o due anche il ministro della Difesa Gates[118] e l’amm. Mullen[119], capo dei capi di stato maggior generale.

• Il 17 luglio, Bush che aveva appena finito di chiamare “una resa ignobile” parlare direttamente con l’Iran, manda il sottosegretario agli Esteri, il no. 3 del Dipartimento di Stato, a farlo e dice che si può aprire, per la prima volta dal 1979, un ufficio di rappresentanza diplomatico – magari presso l’ambasciata svizzera – degli interessi statunitensi a Teheran[120]: incorrendo nelle ire di un ex alto esponente della Difesa, uno degli strateghi da scrivania che sembrava sparito dalla circolazione politica e ora scrive, sulla prima pagina di un grande giornale conservatore, che “Adesso è Bush ad arrendersi ignobilmente all’Iran[121].

• Poi, stesso giorno, l’altro voltafaccia del presidente: dall’Iraq ci si potrà ritirare a data fissata, sempre se mi lasciate dire che la cosa avviene entro un “orizzonte temporale generale[122]. E, al volo, mentre Obama atterrava in Kuwait, al-Maliki faceva propria esplicitamente la sua proposta di ritiro, per nome e per cognome: entro il 2010.

• Infine, il tutto nell’arco di una settimana, il primo ministro britannico, Gordon Brown, presente Obama a Londra, dice che le truppe del suo appese, le uniche di qualche peso rimaste in Iraq a fiancheggiare Bush, se ne torneranno quasi tutte a casa nei primi mesi del 2009…

Qualche po’ da riflettere dà il fenomeno, del tutto anomalo, che è Barak Obama. La fame di speranza, cioè, che probabilmente esprime alimentata dal vuoto di valori e dal pieno di disvalori seminato a piene mani nel mondo dagli otto anni di  Bush e dai venti ultimi di globalizzazione rampante, deregolata. Ed esprime anche la speranza complementare che, comunque e malgrado tutto, per i non americani in qualche modo rappresenta sempre l’unicità del mito americano.

D’altra parte, per la prima volta in assoluto, dicono i cronisti, stavolta milioni di bambini americani hanno visto centinaia di migliaia di stranieri affollarsi all’estero intorno ad un americano che non sia una rock star ormai almeno sessantenne, come i tedeschi a Berlino[123], agitando bandierine a stelle e strisce invece di bruciarle. E la cosa – dicono – ha lasciato il segno.

All’estero, con diversi gradi di fiducia e di speranza, che vanno dal massimo della gente di Berlino e, a suo modo, di Sarkozy (“ ‘così, buona fortuna a Barack Obama. Se scelgono lui, la Francia ne sarà felicissima. E, se sarà qualcun altro, allora la Francia sarà amica degli Stati Uniti d’America: che se non è un caloroso endorsement per Obama dall’Eliseo, non si capisce proprio che cosa sia[124]) alla speranza frenata suscitata perfino in quel buco di disperante conflitto perpetuo che è il Medio Oriente, capi di Stato e di governo e grandi media televisivi non avrebbero esaltato tanto il suo carisma, la sua retorica vellutata.

A far pesare così tanto Obama rispetto a McCain, nel mondo, non sono stati i sondaggi, dove è in testa relativamente di poco. E questo, a veder bene, è anche un mistero: pure se a sottolinearlo sono, si capisce bene, quelli che a Obama non vogliono poi tanto bene, come si spiega – dato il risentimento che ormai permea l’America quasi tutta contro Bush, i suoi, la sua presidenza e il partito repubblicano – da una parte e la percezione diffusa che la sua campagna sia di molte volte migliore e più efficace di quella di McCain, come si spiega che nei sondaggi l’esito resti in realtà ancora aperto?

Non è stata, poi, a ben vedere  neanche la stampa, poi, ad aiutarlo tanto continuando, come fa, a chiudere tutti e due gli occhi alle gaffes e alle cavolate del bellicoso, e anche un po’ rimbambito, vecchietto che gli si oppone.

E’ stato qualche poco ridicolo e anche esilarante vedere come durante tutto il viaggio in Medio Oriente e in Europa i reporters al seguito abbiano continuato a far pressione per fargli confessare che aveva sbagliato a non appoggiare l’ “impennata” di Bush e McCain. Mentre con quasi sei anni e più di guerra e 4.100 morti americani alle spalle, neanche uno di loro osa chiedere in diretta a McCain di ammettere che a sbagliare era stato lui, e catastroficamente, quando a fine 2002 giurava agli americani che la crociata di Bush in Iraq era “sacrosanta”, sarebbe stata “ulfminea”, con “pochissime vittime” americane e, anche, diceva, irachene e che comunque, tutta la spedizione non sarebbe costata un dollaro perché avrebbe “pagato tutto l’Iraq”.

No. Non sono stati sondaggi né sono stati davvero i media a far montare il fenomeno Obama. E’ stato il potere che Obama sembra incantare, salutato già come presidente da un ghiacciolo reazionario, ma dotato di estrema sensibilità populista, come Sarkozy: quel potere che comincia già da adesso a formattare gli eventi e a dettare l’audience che le televisioni del mondo aspettano voracemente. Dovunque arriva lui, dovunque arrivano gli Obama, si accalcano le folle anche nell’era di internet e dei media. L’effetto stardust…, polvere di stelle.

Ma, bisogna ripeterlo, non è una legge… Si perde, qui, anche facendo un errore catastrofico magari negli ultimissimi giorni. O, magari, anche addirittura vincendo (nel 2000, Gore più di 800.000 voti più di Bush, ma i 500 fraudolenti contati per il fratello del governatore della Florida in Florida che gli diedero la vittoria, con l’aiuto di una Corte suprema repubblicana; e nel 2004, qualche errore di calcolo e troppa fiducia nell’integrità, data per scontata, del sistema).

Obama, per una certa qual vanità che sta montando, o sbagliando di brutto la scelta del candidato vicepresidente, o per uno scherzo guerresco che Bush può sempre giocare a lui, al paese ed al mondo nel Golfo Persico, e in altri modi, potrebbe ancora perdere. C’è in atto, per esempio, e per fortuna qualcuno comincia a notarlo ed a segnalarlo[125] quando forse si può ancora fermarlo, in alcuni Stati chiave tra quelli che gli esperti tendono a dare in bilico o quasi, una vera e propria purga operata “legalmente” depurando dalle liste elettorali centinaia di migliaia di iscritti.

In Colorado, il segretario di Stato repubblicano ha cancellato un quinto degli elettori, tutti segnati da qualcosa – uno status sociale medio-basso, il colore della pelle… – che li dà per probabili elettori di Obama…; in Florida (ancora!) il governatore sta rifiutando di accettare 85.000 nove domande di iscrizione, in larghissima parte di cittadini neri, che per la prima volta cercano di iscriversi alle liste elettorali…; in un altro Stato in bilico, il New Mexico, sono “scomparse” – grazie a un appaltatore di quelle inaffidabili macchinette per il voto di fede repubblicana – metà delle registrazioni alle liste in un distretto assai popolare e si dispera di poterle reinstallare in tempo…; in Ohio e in Nevada una  nuova legge federale sta buttando fuori delle liste elettorali decine di migliaia di cittadini che avendo perso la casa espropriata dalle banche, con essa hanno perso anche la loro residenza legale.

Insomma, c’è di che insospettirsi e preoccuparsi. Ma soprattutto ci sarebbe di che reagire. Come al solito, però, i democratici sono lenti – qualcuno, in base all’esperienza del 2000 sostiene proprio incapaci – a reagire.

Comunque, una cosa tutti – da Obama a McCain all’ultimo telespettatore – l’hanno capita: che, con ogni probabilità, l’America, gli alleati dell’America e anche il Congresso stano muovendosi versop una visione del futuro che somiglia molto a quella del senatore Obama e- questo è il punto – sia che arrivi o no alla casa Bianca.

Questa, amici, è l’America. Ma non è solo questa, l’America. L’America è anche il paese che potrà forse eleggere alla presidenza questo nero pieno di contraddizioni e di speranze per il suo paese e per il mondo: malgrado tutto… e che poi potrà magari ammazzarlo, come del resto ha fatto piuttosto spesso nella sua storia. E l’America – l’idea dell’America – rileva un nuovo libro controverso, qua e là anche un po’ banale ma intrigante, è

“• quella che ha visto il pacifista Gandhi citare l’impatto degli ideali della rivoluzione americana, per gravemente contraddittori che pure fossero (la schiavitù…, il genocidio degli americani nativi…, l’imperialismo rifiutato e praticato nel mondo) sul movimento di liberazione indiano;

quella che ha portato, a suo tempo, il marxista Ho Chi Minh a impiegare le parole della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 1776 (senza magari che gli americani neanche mai lo sapessero…);

e quella che nel 1989, a Piazza Tienanmen portò gli studenti pro-democrazia e figli delle rivoluzioni cinesi ad inneggiare, dietro a una statua della Libertà in polistirolo posticcio scelta a simbolo, prima di venire brutalmente dispersi[126].

Il libro si chiude su una frase sulfurea, piena di retorica ma anche di passione sinceramente scoraggiata: “Rileggere  la Dichiarazione di Indipendenza può essere un esercizio penoso all’inizio del XXI secolo perché, in una certa luce tardo pomeridiana, uno la può leggere come una dichiarazione contro noi stessi”…

Una serie di notizie si susseguono, pesanti, dall’Afganistan nell’arco di qualche giorno. Si comincia con un attentato ai cancelli dell’ambasciata dell’India[127] che provoca oltre una quarantina di morti a Kabul che “ambienti dei servizi segreti afgani”, essi stessi non proprio affidabili, imputano ai servizi segreti pakistani alleati ai talebani…

Si comincia!, dicevamo… si fa per dire. Perché, in realtà, è un attentato che continua a marcare ancora una volta un territorio dimenticato da Allah e amministrato da una manica di poteri reali ma incoerenti, parziali e affastellati l’uno sull’altro e l’uno contro l’altro – afgani contro afgani, americani, talebani, pakistani ecc., ecc. – e di poteri effimeri invece (i contingenti italiano, canadese, tedesco, che non contano e non decidono niente e devono, in qualche modo, negoziare sempre le condizioni della propria presenza con i poteri reali, tutti, nei fazzoletti di territorio che si sono, o per loro sono stati, ritagliati.

Poi, il solito missile fuori rotta e 47 afgani (di cui 39 donne e bambini) si sono aggiunti, nella palla di fuoco di un missile Hellfire (fuoco dell’inferno) AGM-114N, una bomba termobarica che vaporizza nel vuoto, letteralmente, l’area che colpisce e tutto quel che c’è dentro[128], all’ormai lunghissima lista di civili afgani, vittime “collaterali” del bombardamento mirato (per fortuna!) diretto contro una banda di talebani…

… che però non c’erano, i traditori!. Dopo aver giurato per due giorni sulla precisione e la nettezza dell’operazione (“bombe mirate e intelligenti”), gli americani – la portavoce britannica della coalizione, in realtà, per conto della quale questi attacchi aerei sono formalmente sempre condotti, tenente Rumi Nielson-Green – ha chiesto poi scusa (come se fosse possibile uscirne dicendo sorry…) per l’ “errore”[129]

Il parlamento afgano, che conta come il due di picche, ha pensato bene comunque di condannare aspramente i bombardamenti americani – forse per la centesima volta – che sbagliano sempre bersaglio e ha chiesto “chiarimenti ufficiali[130]. Subito promessi dal governo afgano,  naturalmente.

E così, col montare a scapicollo dei morti e dei feriti tra la popolazione – chi dice 100, chi oltre 300.000 – gli afgani non bevono più, neanche a livello di governo, la storia degli incidenti collaterali, colpevolizzano il “grilletto facile” dei 45.000 e più militari americani e alleati e l’incapacità delle loro bombe che chiamano, a ragion veduta, “deficienti” (aeHmaqaanah, in lingua pashtun) nel distinguere nemici da amici.

E alla coalizione – che qui tendono facilmente, e spesso semplificando troppo, a identificare con gli americani – imputano gran parte delle loro sfortune e, vista la repressione che sotto Karzai e i suoi alleati delle tribù guerriere è magari meno sistematica – ma anche meno prevedibile e da cui, quindi, è meno facile difendersi – ma non meno dura della vita sotto i talebani.

Si arriva così anche alla diffusa percezione, tra gli alleati, che l’Afganistan sia stato ormai perso[131] ed  all’ennesima mozione nel parlamento di Kabul che chiede di fissare una data – anche qui – per il ritiro degli americani (nella mozione, della coalizione, tipicamente, neanche si parla: viene sussunta automaticamente nella dizione “truppe americane”).

Il che davvero non incoraggia nessuno ad andare a dare adesso una mano, visto che Bush spinge in questo senso e anche Obama, senza chiedere agli altri di farlo loro come di fatto invece fa il presidente, sostiene – ma questo non lo sostiene solo da ora – che, se bisogna ritirare truppe americane dall’Iraq, bisogna mandarne di più invece (“almeno due brigate di prima linea in più”: 10.000 uomini, dunque, più almeno altri 20.000 di sostegno logistico) in Afganistan[132].

E questo alla vigilia di un altro “incidente” pesante, e pesante proprio per gli americani, quando i talebani – alla vigilia della visita ad limina qui fatta dal candidato democratico Barak Obama alla fine della terza settimana di luglio – hanno attaccato, praticamente annientandolo, un piccolo avamposto statunitense al confine del Pakistan. La battaglia, in campo aperto stavolta, ha lasciato nove morti tra gli americani e, come al solito, non si sa quanti tra i talebani. Ma, tanto, sono i nove americani a fare impressione e notizia: lo scontro più cruento per loro dal 2005[133].

La realtà politica, qui, ormai è chiara: non se ne esce se non con una peraltro precaria soluzione politica. Perché se il governo di Karzai gode di un sostegno davvero minimo oltre la cinta di Kabul, almeno la metà degli afgani sono invece schierati coi talebani. E, come spiega Ruslan Aushev, veterano della campagna sovietica contro i mujaheddin afgani e ora professore di storia all’università di Mosca[134], “la maggior parte degli afgani sono ancora in una società per noi feudale, stipati in villaggi lontani dalle città. E loro non fanno alcuna differenza tra i bombardamenti sovietici e quelli americani di adesso. Né l’uno né l’altro avranno successo

   I talebani potranno anche non essere in grado di vincere militarmente, come non lo sono stati con noi. Ma non possono venire sconfitti e, prima o dopo, la coalizione occidentale sarà costretta al ritiro come lo siamo stati noi”.

   Gli “americani stanno imparando a loro spese quello che anni fa abbiamo imparato noi. Siete lì da sette anni e ancora non intravvedete la minima possibilità di una vittoria prossima. Noi sapevamo dal 1985 di non potercela fare”, ma ci abbiamo messo altri quattro anni a tirar fuori da quella trappola centinaia di migliaia di soldati: naturalmente “proclamando, mentre ce ne andavano, la nostra vittoria”.

Alla fine di questa dura ma realistica lettura delle cose di Afganistan, un’altra informazione si va ad accatastare sul piatto della bilancia che raccomanda di pensarci bene, molo molto bene, prima di pensare a impegnarsi qui ancora più a fondo militarmente. Racconta il perché, in modo che scrupolosamente documenta in prima persona, Thomas Schweich, che per due anni e qualche mese ha guidato il programma americano che, a latere dell’occupazione, tendeva a ridurre e alla fine sradicare la produzione afgana di oppio:

quando arrivai nel paese che produceva il 90% dell’eroina mondiale prendevo sul serio quel che mi raccontavano a Washington e le forti dichiarazioni di Karzai contro il traffico di droga che originava dal suo paese. Questo fu il mio primo errore. Nei due anni seguenti avrei scoperto quanto profondamente fosse coinvolto il governo afgano – l’alleato che sulle armi dell’America si reggeva e, ancora, si regge – nel proteggere il  commercio dell’oppio[135].

Eqquequa, diceva Pappagone. E i pappagoni nostri, cui su richiesta a stelle e strisce, prudono tanto  le mani riflettano se vale la pena di dare una mano a questi signori della droga – tutti, compresi quelli che stanno al governo – di cui ci dice Mr. Thomas Schweich a rischio della vita di qualche soldato che, scioccamente, prenderà pure dieci volte la paga per andare a rischiare lì in Afganistan ma che sarebbe meglio invece, tirarne fuori… rafforzando magari i contingenti di chi lì una mano la dà davvero: alla gente, però, non a Karzai e ai suoi amici-nemici…

Del resto, imbarcarsi in una guerra come questa avrebbe già dovuto sconsigliarlo la storia… e, in generale, tutta la storia delle avventure coloniali, o imperiali, moderne: come quella del Vietnam, finita come doveva finire in un’epocale e umiliante sconfitta trentatre anni fa della superpotenza in questione o quella dell’Afganistan diciannove anni fa coi russi…

Ed, in particolare, è propria la storia della resistenza armata, feroce e sempre vittoriosa degli afgani, ad ogni invasione che nei secoli hanno dovuto subire. La storia non sarà sempre, come qualcuno[136] pretende, maestra di vita; ma ignorarla è sempre, questo sì, a proprio rischio e pericolo. Anche qui, non sarebbe stato male, alla Casa Bianca sette, otto anni fa come al Cremlino, ormai quasi trenta, chiamare qualche esperto e farsela raccontare: il dato comune essendo, sempre e comunque, l’irriducibilità della resistenza afgana alla conquista straniera e l’impossibilità di rendere la conquista efficace, cioè permanente e, alla fine, pacifica:

• cominciò – conviene ricordarlo – Dario il Grande, nel sesto secolo a.C., tentando di assorbire, e in un primo tempo, assorbendo larga parte dell’Afganistan nell’impero persiano. Ma riuscirono mai, sottoposti a uno stillicidio di rivolte ed insurrezioni, ad assoggettare mai sotto un controllo effettivo tutto il paese;

• nel terzo secolo, sempre a.C., ci provò ancora Alessandro Magno, scontrandosi con l’orografia montagnosa implacabile del terreno, la rigidità inusitata del clima e l’irriducibilità delle rivolte degli afgani;   

• nel 1220, Gengis Khan conquistò con le armate mongole le terre dell’Asia centrale. Ma anche lui si dovette fermare sbattendo il muso contro il radicamento profondo dell’islam in queste terre: dopo un secolo i suoi occupanti erano diventati mussulmani e anche, essi stessi, afgani;

• poi, come è più noto, a conquistare l’Afganistan ci provarono i britannici: tre interventi militari a partire dalla vicina India, tra il 1838 e il 1919, estremamente decisi e estremamente brutali—  human sheep, pecoroni umani chiamava gli afgani, peraltro esaltandone la durezza, il cantore dell’impero britannico, Richard Kipling: ma tutti alla fine falliti;

• l’ultimo tentativo, prima di questo americano, fu quello dell’Unione sovietica: dal 1979, quando arrivarono 115.000 truppe a cercar di salvare il regime comunista filosovietico al ritiro del 1989: cui i sovietici furono costretti non solo, non soprattutto ma anche dall’aiuto americano (consistente) a bin Laden e ai suoi mujaheddin (missili antiaerei Stingers, centinaia di milioni di dollari, ecc., ecc.).

Francia

Nicolas Sarkozy, passata la strana ubriacatura mediatica in cui s’è trovato felicemente affondato dalla visita di Obama a Parigi, ha visto la sua riforma costituzionale salvata per un solo voto dal deputato socialista ed ex ministro Jack Lang[137], da sempre di tendenze un tantino gaulliste e qualche volta anche un po’ troppo come ora attesta il suo voto (a sorpresa però: aveva lasciato intendere di n on voler votare) che svilisce ancor più l’equilibrio dei poteri a favore di una presidenza sempre più forte, come piacerebbe tanto a Berlusconi.

La motivazione che ha dato Jack Lang somiglia da vicino a quella che danno sempre quelli che votano per le riforme degli altri: che per lui – partito o non partito – sarebbe stato schizofrenico votare contro, essendosi sempre battuto per riforme imperial-accentratrici come quelle volute da Sarkozy. Che sarà pure vero – le questioni di coscienza, sapete – ma non vede mai, sempre per decenza, accompagnare la decisione alle dimissioni: anche da noi, anche da noi…

Continuano a ripetersi tutta una serie di incidenti – piccoli incidenti, si assicura: sotto la soglia, nessuna fuga, però… – alla centrale nucleare di Tricastin[138], vicino ad Avignone, in Provenza, la seconda centrale più importante della cinquantina che sono in funzione i francesi. E per il paese d’Europa tout-nuclèaire è un problema, proprio quando stava convincendo l’Unione europea a schierarsi dalla sua parte.

Al vertice del Mediterraneo, voluto da Sarkozy dopo aver vinto le resistenze di Merkel, che ha chiesto e alla fine ottenuto nell’operazione – anche per co-controllarla – l’Europa tutta e non solo quella mediterranea, 43 capi di Stato e di governo riuniti a parlare del rilancio della “politica di Barcellona” – una vecchia e ormai quasi arenata politica di co-sviluppo dei paesi mediterranei: del Nord e del Sud del mare nostrum – il grande, vero successo immediato è stato l’annuncio, che Siria e Libano hanno accettato di lasciar dare al presidente francese, dello stabilirsi di regolari rapporti diplomatici tra i due paesi[139]. Unico a tirarsene fuori, sprezzantemente, come ogni tanto gli capita – illudendosi di fare ancora così, forse, un  po’ di rivoluzione – Gheddafi che se n’è restato a Tripoli.

E’ un fatto potenzialmente importante ed è stato accolto con qualche sospetto, dicono le cronache, dal premier israeliano Olmert che, ormai lì lì per andarsene in disgrazia (bustarelle), è riuscito con la sua cieca politica scodinzolante dietro alle ossessioni bushotte (l’attacco militare al Libano per distruggere Hezbollah e che, ovviamente, lo ha strapotenziato) perfino a far fare la pace tra Damasco e Beirut…

Molto meno significativo l’abbraccio (freddino) tra Olmert e Abu Mazen, il presidente palestinese leader di al-Fatah la cui legittimità è stata ormai, in pratica, definitivamente inficiata – dopo le elezioni democraticamente perse contro Hamas a Gaza – proprio dalla determinazione di Israele a far fallire ogni tentativo di pace (Israele continua a costruire, nei territori che essa stessa ha dichiarato illegittimi, nuove “colonie” per i suoi falchi cosiddetti ortodossi).

E, comunque, ogni credibilità a qualsiasi processo di pace, se non cambia qualcosa – se qualcuno non aiuta i palestinesi a cambiare qualcosa nel rapporto tra loro – è negata dalla guerra civile tra palestinesi che sta minando in quel popolo qualsiasi speranza di un futuro condiviso. Altro, se continua così, di un futuro comune e pacifico con gli israeliani…

Adesso l’ex primo ministro britannico Tony Blair, l’inviato del quartetto cosiddetto di pace, che dopo oltre un anno di esitazioni aveva deciso e annunciato di voler finalmente andare a parlare a Gaza col governo di Hamas, s’è lasciato bloccare dall’assicurazione che non gli si poteva garantire lì la sicurezza personale. Assicurazione che gli ha dato… Israele, però, non Hamas… riuscendo così nel suo intento.

A dimostrazione, ancora una volta ma stavolta parrebbe proprio definitiva, che Tony Blair, neanche qui, serve a niente[140] e che aveva ragione l’immortale don Abbondio nel far osservare che, in fondo, se uno “il coraggio non ce l’ha, in fondo mica se lo può dare[141]. anche quando il suo lavoro nullafacente di rappresentante speciale dell’ONU per la pace in Medio Oriente gli frutta sul mezzo milione di dollari all’anno, più rimborsi a piè di lista, più spese….

Gran Bretagna

Brutti segnali di flessione per l’economia: la produzione industriale, a maggio, è andata giù dello 0,5%. Le banche, oberate dal carico dei crediti ipotecari stanno aumentando i tassi: il costo fisso dei prestiti a due anni per finanziare l’acquisto di una casa è ora, ufficiale, del 6,63% a giugno. E l’inflazione balza su a giugno da maggio dal 3,3 al 3,8%[142]: quasi il doppio del tasso che Banca d’Inghilterra e governo considerano ufficialmente tollerabile, ma invece – ovviamente – tollerano.

La disoccupazione ufficiale, calcolata sulla base del numero di iscritti alle liste – una procedura fatta apposta per scoraggiare i richiedenti – sale di 15.500 persone a giugno: il picco massimo in un mese dal 1992[143].

Il deficit di bilancio di giugno è il peggiore di sempre nel mese[144]: 9,3 miliardi di sterline, quasi 12 miliardi di euro, sopra il 40% del PIL di debito accumulato (certo, noi stiamo sopra il 100% e di parecchio: ma siamo in questo davvero un’eccezione drammatica). E gli inglesi cominciano davvero a preoccuparsi.

Il fatto nuovo è che finora il patrimonio su cui Brown e il New Labour avevano costruito la loro credibilità nel passato – la reputazione di competenza economica – sta subendo un attacco pesante. Il brownismo si sta liquefacendo sotto gli occhi di tutti.

Sta saltando la sua regola numero uno, la “regola d’oro”: per cui, tra gli altri e bassi di un ciclo economico, la spesa globale corrente del governo dovrebbe venir bilanciata dalle entrate globali correnti – regola sempre assai dubbia perché a definire il ciclo economico, l’inizio e la fine, è sempre, e quindi sempre come gli conviene, il governo – sta saltando.

Ormai è sicuro, per riconoscimento ufficiale, che quest’anno il deficit di bilancio si aggirerà almeno al 3,2-3,5% e che per colmarlo bisognerò ricorrere all’indebitamento di mercato anche nell’ipotesi migliore. E Bruxelles, innervosendo moltissimo Downing Street, ha già provveduto a definire la cosa come “a prima vista la prova di un deficit di bilancio pianificato in eccesso”, manco l‘Inghilterra fosse un’Italia qualsiasi…

Catastrofe[145] stavolta non proprio annunciata, e che anzi sembrava scongiurata, per i laburisti nelle elezioni suppletive. Ma che è arrivata come un fulmine a cielo, comunque, non proprio sereno.

Giornali e gente comune cominciano a porsi, e a riporsi, domande affannate sul futuro del primo ministro Brown e del suo governo. Sulla sua capacità di tenersi il posto, che è suo da appena dodici mesi, dopo la clamorosa sconfitta in un seggio di Glasgow – la prima senza eccezione – dei laburisti dello scozzese Brown (dopo lo scozzese Blair) contro il partito nazionalista e quasi separatista di Scozia.

Se il voto fosse stato quello di un’elezione generale, come quella che si dovrà tenere al massimo entro metà del nel 2009, con quel risultato – i laburisti che perdono il 20% del loro elettorato, molti membri del governo, incluso il primo ministro che ha il suo seggio proprio in Scozia avrebbero perso il posto in parlamento – e sul piano nazionale il Labour sarebbe stato distrutto. Sempre che possa durare questo governo ancora due anni, sul che ormai scommettono in pochi[146].

Del resto, il ministro degli Esteri David Miliband, che si dice certo delle capacità e delle possibilità di Brown di portare ancora alla vittoria il partito tra un anno e mezzo, ma altrettanto erto che ormai “bisogna cambiare tutto”, rifiuta di escludere del tutto una sfida per la leadership interna del partito, ma anche allora del governo, al primo ministro[147].

Di fronte alle difficoltà notevoli che la British Petroleum sta incontrando coi partners russi nella joint venture TNK-BP, Gordon Brown al vertice dei G-8 in Giappone si rivolge personalmente, e pateticamente va detto, a Medvedev: dagli una mano tu, che sei un amico… Ed è facile al russo, troppo facile perché troppo ingenuo è stato l’inglese, rispondere ovviamente che “bisogna lasciar fare al mercato, no?” e alle leggi di regolazione del mercato che, purtroppo, in Russia però – guarda un po’ – sono quelle russe[148].

Anche se gli inglesi sono riusciti a rintuzzare – stavolta… facendo votare tre membri del Consiglio nominati da lui stesso in base a un cavillo – l’assalto alla diligenza del C.d.A. da parte dei consiglieri russi della consociata che volevano, mettendolo in minoranza, cambiare il presidente, Robert Dudley, accusato di violare e far violare le leggi russe sulla sicurezza e il lavoro.

Non ci sono riusciti, ma l’accusa è fondata e Dudley è nei guai: per lui a breve, ormai, la campana suona. E’ certo che le cose cambiano, ma il fatto è che oggi numeri e rapporti di forza stanno, sulla base della lettera dei contratti, inesorabilmente cambiando a sfavore degli inglesi. Anche, e soprattutto, sotto l’offensiva risoluta dei russi che intendono asserire un maggior controllo, con mezzi sempre rigorosamente e formalmente legali (ma che ieri non venivano applicati) su tutto quel che di russo c’è in Russia.

Stavolta, nel merito, si tratta dei grandi giacimenti siberiani sfruttati dalla joint venture dai quali la BP pompa il 25% del sella sua produzione globale e che comprò nel 2003 da Eltsin e dai suoi a prezzi stracciati per $8 miliardi. Russi ed inglesi stanno negoziando sul recupero del maltolto, che gli inglesi non si sono potuti esimere dal riconoscere in linea almeno di principio (come mai quei russi gli cedettero per due soldi quello che valeva almeno cento volte tanto? come mai?) e alla base di qualsiasi passo in  avanti auspicato dalla parte inglese, i russi si aspettano che la BP faciliti, in occidente, l’espansione della rete di distribuzione della russa Gazprom.

Del resto, è quello che chiedono a tutti i loro interlocutori in occidente: tenere sempre a mente che fare business è una strada a due sensi.

Giappone

Il Tankan, il rapporto trimestrale dettagliato della Banca centrale, attesta che continua ad evaporare la fiducia degli industriali. Dall’indice di marzo che colloca i “favorevoli” a livello 11 a   marzo) la fiducia a giugno è caduta a 5, al minimo da un quinquennio[149].

La Banca centrale ha tenuto, nella riunione di metà luglio, il tasso di interesse di riferimento allo 0,5%. E in un aggiornamento al rapporto semestrale sull’economia, taglia le previsioni di crescita del PIL e aumenta la previsione sull’inflazione sia per il 2008 che per il 2009[150].  


 

[1] Per i dati su ogni singolo comune italiano, cfr. il sito ISTAT, http://demo.istat.it alla voce “Bilancio demografico”.

[2] Una buona sintesi dei dati appena divulgati dall’ultimo studio dell’OCSE, Prospettive dell’occupazione— Employment Outlook – 2008 (cfr. www.oecdbookshop.org/oecd/display.asp?lang=EN&sf1=identifiers&st1=812008091p1/) in la Repubblica, 3.7.2008, R. Mania, L’OCSE fotografa il crollo dei salari:”Buste paga italiane più basse del 22%”.

[3] Cfr. http://nuke.filcatoscana.net/.

[4] Corriere della Sera, 10.7.2008, Robin tax, il governatore di Bankitalia avverte: ‘potrà pesare sui clienti’; la replica del ministro dell’Economia: ‘vecchia politica’.

[5] la Repubblica, 13.7.2008, E. Scalari, Un disegno perverso e autoritario.

[6] Istituto Affari Internazionali (IAI), Bilancio della Difesa: una scure che taglia le gambe alla riforma, 17.7.2008, G. Gasparini (cfr. www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=896/).

[7] New York Times, 30.7.2008, S. Castle e M. Landler, Hopes of World Trade Deal Collapse— Al collasso le speranze di un accordo sul commercio mondiale.

[8] Guardian, 30.7.2008, L. Elliott, Doha: not dead, just resting Doha: non è morta, sta solo riposando [forse…].

[9] The Economist, 5.7.2008.

[10] New York Times, 3.7.2008, C. J. Levy, U.S. Is in No Shape to Give Advice, Medvedev Says Medvedev dice che gli Stati Uniti non sono proprio in condizione di impartire consigli a nessuno.

[11] La National Public Radio (che, su base non commerciale, finanziata da alcune fondazioni private, svolge un servizio giornalistico di grande utilità pubblica e ha accesso quasi a tutte le fonti in America: ma ne paga lo scotto, rinunciando troppo spesso ad approfondire i temi che tratta) ha intervistato informalmente il presidente sull’Air Force One in viaggio per il Giappone. Ha trascritto il senso della conversazione come sopra è stato riportato, ma accettando le regole: domanda e risposta senza nessuna domanda supplementare e nessun commento a caldo su quel che dice George Bush… (cfr. www.npr.org/search.php?text=president+bush+%2B+global+warming&sort=DREDATE%3A/).

[12] Per il testo (non integrale, ma l’essenziale) della Dichiarazione, cfr. New York Times, 8.7.2008, The (Annotated) Climate Declaration from the Industrial PowersLa Dichiarazione (commentata) delle potenze industriali sul clima.

[13] New York Times, 13.7.2008, Posturing and Abdication— Ipocrisia e rinuncia.

[14] New York Times, 30.7.2008, J. Gettelmann e C. Morris, Stronger than Ever— Più forte che mai.

[15] The Economist, 19.7.2008.

[16] The Economist, 19.7.2008.

[17] The Economist, 5.7.2008.

[18] The Economist, 12.7.2008.

[19] Guardian, 25.7.2008, B. O’Neill, Don’t trash the China— [un gioco di parole: China significa Cina, naturalmente; ma significa pure ceramiche …] Non sottovalutate la Cina; e inchiesta del PEW Global Attitudes Test, The Chinese Celebrate Their Roaring Economy, As They Struggle With Its Costs— I cinesi celebrano la loro economia ruggente pur  facendo i conti con i suoi costi (cfr.http://pewglobal.org/reports/display.php?ReportID=26261/).   

[20] Guardian, 18.7.2008, J. Vidal, Dust, waste and dirty water: the deadly price of China's miracle— Polveri, rifiuti e acqua sporca: il costo mortale del miracolo cinese [del colossale tasso di crescita e dell’avanzamento economico e sociale di centinaia di milioni di cinesi, in questo pezzo non si accenna neanche…].

[21] Distopia, in buona sostanza, è uguale ad antiutopìa, pseudo-utopìa o utopìa negativa: tipo il classico motto del 1984 di Orwell, “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza”… 

[22] Guardian, 30.8.2007, J. Harris, The great global coal rush puts us on the fast track to irreversible disaster.

[23] Discorso del presidente sulla situazione economica, Maryland Heights, Missouri, 2.5.2008, testo integrale diffuso dalla Casa Bianca (cfr. www.whitehouse.gov/news/releases/2008/05/20080502-8.html/)

[24] New York Times, 26.7.2008, D. Barboza, China Surpasses U.S. in Number of Internet Users La Cina supera per numero di utilizzatori di Internet gli Stati Uniti.

[25] The Economist, 12.7.2008.

[26] New York Times, 23.7.2008. S. Sengupta, Indian Government Survives Confidence Vote— Il governo indiano sopravvive al voto di fiducia. 

[27] Guardian, 30.7.2008, S. Tisdall, A victory for democracy.

[28] The Economist, 12.7.2008.

[29] Agenzia Bloomberg, 3.7.2008, C. Vits, ECB Raises Rate to Seven-Year High to Fight Inflation La BCE alza i tassi al massimo da sette anni per combattere l’inflazione

[30] The Economist, 26.7.2008.

[31] The Economist, 19.7.2008.

[32] Cfr. Nota congiunturale no. 4-2008. Che già prevedeva possibili/probabili complicazioni, però.              .

[33] New York Times, 9.7.2008, L. Wayne, Air Force Reopens Bidding on Flawed Tanker Contract L’aviazione riapre la gara sul contratto difettoso.

[34] New York Times, 15.7.2008, C. Brothers e M. Maynard, Behind Air Tanker Rivalry, Complex Alliances— Dietro la rivalità sugli aerei cisterna, alleanze complesse.

[35] Si faceva chiamare Dragan David Dabic, aveva un suo sito di medicina a metà tra l’alternativa e l’esoterica (di mestiere, prima, era psichiatra) – che resta aperto (cfr. www.psy-help-energy.com/) – e un suo indirizzo e-mail (non gli abbiamo scritto, ma forse è ancora aperto se volete maledirlo o, magari, compiangerlo: cfr. dddavid@ psy-help-energy.com; al telefono (064 39 33 095) non abbiamo verificato— c’è o, in un caso come questo, comunque dovrebbe esserci. un qualche “maresciallo” in ascolto: tra SISDE, SISMI, CIA, FSB russo, servizi segreti serbi, croati, bosniaci e chi più ne ha più ne aggiunga

[36] Risoluzione no. 1244/99, 4011° riunione del 10.6.1999 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approvata all’unanimità in particolare 9° e 10° paragrafi (per il testo integrale, cfr. www.nato.int/Kosovo/docu/u990610a.htm/).

[37] Agenzia Ria Novosti, 25.7.2008, Russia criticizes UN chief’s move top reshape Kosovo mission— La Russia critica la mossa del capo dell’ONU tesa a riconfigurare la missione in Kosovo (cfr. http://en.rian.ru/russia/20080725/114954558-print.html/).

[38] Atto d’accusa, Tribunale dell’Aja, 10.3.2005 (cfr. www.un.org/icty/cases-e/index-e.htm/Haradinaj). Adesso, Haradinaj, adesso, nell’aprile 2008 è stato assolto (nota asetticamente il testo della sentenza anche per i non pochi testimoni resisi “indisponibili” che avrebbero dovuto ma che non hanno “potuto” arrivare dal Kosovo essendo misteriosamente scomparsi: dal Kosovo, di cui nel frattempo l’imputato era primo ministro…

[39] Sulla natura ed il modus operandi parziale (selettivo e di parte) della Corte dell’Aja, Daily Telegraph, D. Hannan, The Radovan Karadzic trial will be a travesty— Il processo a Radovan Karadzic sarà una farsa (cfr. http://blogs.telegraph. co.uk/daniel_hannan/blog/2008/07/23/the_radovan_karadzic_trial_will_be_a_travesty/). 

[40] Corriere della Sera, 23.7.2008, L. Offeddu, Cina e Russia boicottano la Corte dell’Aja: così Tibet e Cecenia resteranno impuniti”: vero, ma anche l’uso e l’abuso (da parte di chi?) di armi all’uranio impoverito in Iraq, Afganistan e, prima, contro la Serbia ai tempi del vecchio Milosevic…

[41] E ridicola è la rodomontata di Emma Bonino quando, al Riformista, 23.7.2008, dichiara che Senza l’aiuto di Belgrado non avremmo catturato Karadzic: mettendosi dentro, lei, con quel plurale non maiestatico ai catturatori e senza dar atto ai serbi non di aver aiutato ma proprio di aver catturato, loro, il ricercato… e, per di più, tornando a riaffermare l’ipocrisia dei Dworkin secondo i quali, e con i quali, anche lei fa finta che così si è ribadito “il principio che non può esserci impunità per chi si macchi di crimini di guerra, di crimini contro l’umanità e di genocidio e che non può esserci pace duratura senza una giustizia imparziale”. Sacrosanto: imparziale, con tre punti esclamativi!!! Come questa sicuramente non è…

[42] Il Messaggero, 23.7.2008, P. Matvejevic, Guardarsi nello specchio della storia.

[43] The Economist, 26.7.2008.

[44] New York Times, 18.7.2008, edit., No Friend of the Workers— Non certo amico dei lavoratori.

[45] Government Accountability Office, GAO, testimonianza alla Commissione Educazione e Impiego della Camera dei rappresentanti. 15.7.23008 (cfr. www.gao.gov/new.items/d08973t.pdf/).

[46] Spiega il servizio da cui ricaviamo questi dati (New York Times, 3.7.2008, M. M. Grynbaum, Employers Cut Workers for a Sixth Month— I datori di lavoro tagliano lavoratori per un sesto mese) che “il tasso di disoccupazione nazionale, che è salito di un punto pieno percentuale nel corso dell’ultimo anno, non include chi non ha un lavoro ma ha lasciato perdere di cercarlo [secondo le definizioni ufficiali che di ‘cercare un lavoro’ dà l’Ufficio statistico federale], non include chi è stato retrocesso a lavorare a part time,e non volontariamente,  dal lavoro a tempo pieno che, prima,  svolgeva. Se al conto si aggiungono anche questi soggetti il dato da quel 5,5% sale al 9,9 e sono oggi un milione di disoccupati di più di quanti fossero l’anno scorso”. E questo senza contare almeno altri 2 punti e ½ percentuali che vanno calcolati, in qualsiasi comparazione che non sia con la Cina, forse, dal numero dei militari di carriera e dei galeotti; che, insieme, fanno, in questo paese, tra i due ed i tre milioni di “figure” come si dice.

[47] New York Times, 23.7.2008, N. Bunkley, Toyota Moves Ahead of G.M. in Auto SalesLa Toyota supera la G.M. per vendite di automobili.

[48] New York Times, 24.7.2008, N. Bunkley, Ford Posts Loss of $8.7 Billion on Asset Woes.

[49] Washington Post, N. Irwin, Fed Ends String Of Rate Cuts La Fed taglia la striscia di ribassi dei tassi di interesse.

[50] Per tutto il 2007, ed i primi mesi di quest’anno, ha continuato a dire al Congresso e al paese – e questo è solo un esempio di molte previsioni sballate – che i problemi dei subprime sarebbero stati “con ogni probabilità contenuti” senza diffondersi al complesso dell’economia (per esempio, nella testimonianza resa alla Commissione congiunta del Congresso sull’Economia, 28.3.2008: cfr. www.federalreserve.gov/newsevents/testimony/bernanke20070328a.htm/).

[51] BloombergTv, 25.6.2008, J. P. Hamilton e E. Holm, Buffett Says He's Concerned About U.S. `Stagflation' — Buffett dice che è preoccupato su una stagflazione americana (cfr. www.bloomberg.tv/apps/news?pid=20601010=news/).

[52] Fannie Mae venne creata dall’Amministrazione Roosevelt nel 1938 per aiutare le banche a concedere prestiti a buon mercato per la casa anche agli americani non proprio abbienti; e Freddie Mac, venne fondata per rafforzare Fanny nel 1970, con l’Amministrazione Johnson: ma, entrambe popolarissime, sono state lasciate in piedi anche dai governi più reazionari  d’America, come quelli di Reagan e perfino di Bush figlio. Questa garanzia federale ha reso, di fatto, molto più disponibile un credito poco costoso per milioni di americani e fornito un contributo possente alla crescita dell’economia consentendo ai consumatori di indebitarsi (come si vede ora anche troppo) per comprasi case e poi, con le ulteriori ipoteche sulle case già ipotecate, auto, gadgets, e quant’altro.

[53] New York Times, 20.7.2008, P. S. Goodman, Too big to fail?— Troppo grossi per fallire?

[54] The Economist, 19.7.2008.

[55] USATODAY, 20.7.2008, A. Shell, Regulators try to thwart 'bear raids' on stocks— Le  agenzie di regolazione cercano di reprimere gli attacchi al ribasso sui titoli.

[56] The Economist, 26.7.2008.

[57] EIA, Official Energy Statistic from the U.S. Government, Annual Energy Outlook 2007 with Projections to 2030— Previsioni energetiche annuali 2007 e proiezioni al 2008 (cfr. www.eia.doe.gov/oiaf/archive/aeo07/issues.html/).   

[58] New York Times, 16.7.2008, J. Mouawad, Slowdown Fears Push Oil Prices Down; Stocks Soar La paura del rallentamento economico spinge all’ingiù I prezzi del petrolio; e salgono le azioni.

[59] New York Times, 18.7.2008, M.M. Grynbaum, Consumer Prices, Driven by Fuel, Surge 1.1% in June I prezzi al consumo, spinti dai combustibili, balzano su a giugno dell’1,1%.

[60] The Economist, 19.7.2008.

[61] Boston.com, 16.7.2008, Agenzia Reuters, Wall St. Soars on Banks’ Best Day in 16 years, oil drops— Wall Street si impenna nel miglior giorno da sedici anni in  qua per le banche, il petrolio cala (cfr. www.boston.com/business/markets/articles / 2008/07/16/wall_st_soars_on_banks_best_day_in_16_yr_oils_drop/).

[62] New York Times, P. Krugman, 18.7.2008, L-ish Economic Prospect— La curva dell’economia è a simil L.

[63] Parola di Ed McKelvey, capo economista (cfr. www.corporateleaderdaily.com/news/item/15643.html/): un’economia che “da magra si va trasformando in cattiva per chi cerca lavoro”.

[64] E’ il calcolo riportato in uno studio della Federal Reserve di Dallas, Texas, la capitale del petrolio americana: Crude Awakening: Behind the Surge in Oil Prices— Un brusco risveglio: dietro l’impennata dei prezzi del petrolio, S. P. A. Brown, R.Virmani e R. Alm, Economic Letter of the FRB di Dallas, v. 3, n.5. 5.2008 (cfr. http://dallasfed.org/research/ eclett/2008/el0805.html/). Dopo qualche giorno, e una caduta di diversi dollari del costo del greggio, dovuta  qualche effimero impegno a parole di parte dell’OPEC – che naturalmente non si riflette sul costo della benzina – l’inesorabile scalata riprende ancora, attestandosi sempre intorno ai 140 dollari. 

[65] Washington Post, 18.6.2008, N. Irwin, Why We're Gloomier Than The Economy— Perché siamo più neri dell’economia.

[66] The Economist, 19.7.2008.

[67] P. Gosselin, autore di un nuovo libro (High Wire: The Precariopus Financial Lives Of American FamiliesSulla fune del funambolo: le vite finanziarie precarie delle famiglie americane) lo mette bene in evidenza, nell’intervista a N. Scheiber del New York Times, 6.7.2008, pubblicata col titolo, chiaro, di What High Wire? Ma quale corda da funamboli? 

[68] New York Times, 14.7.2008, edit., Medicare’s Bias La deviazione del sistema sanitario pubblico per i poverissimi.

[69] Per maggiori dettagli tecnici del nuovo missile iraniano, cfr. www.missilethreat.com/missilesoftheworld/id.107/missi le_detail.asp/.

[70] Lo aveva detto, e documentato, il Gen. Hussein Kamel, già direttore delle Industrie irachene di militarizzazione industriale, fuggito dall’Iraq insieme al fratello, altro militare, ed al cugino di Saddam, il maggiore Izz al-Din al- Majid, nei colloqui con l’Agenzia ispettiva delle Nazioni Unite a Ginevra dell’agosto 1995, cui venne fornita completa documentazione di quanto asseriva (oggi resa pubblica: cfr. http://middleeastreference.org.uk/kamel.html/). Kamel,. Piuttosto sconsideratamente, a fine anno, Kamel tornò a Bagdad, dove venne prontamente ammazzato.

[71] The Economist, 19.7.2008; e New York Times, 20.7.2008, E. Sciolino, In a Shift, U.S. Joins Nuclear Talks With Iran— Cambiando posizione, gli USA di uniscono ai colloqui nucleari con l’Iran.

[72] Guardian, 5.7.2008, H. Siddique, Iran to maintain nuclear programme— L’Iran manterrà il suo programma nucleare.

[73] Questa, al meglio dell’alibi e al peggio del complotto già ordito tra Bush e Olmert, è l’ipotesi che sembra decisamente non solo prevedere ma proprio auspicare un autorevolissimo storico israeliano, Benny Morris, autore di numerosi volumi assolutamente onesti di ricostruzione storica delle origini del moderno Stato di Israele e del nodo palestinese (in sostanza, documenta Morris, i palestinesi hanno ragione… [da leggere, pubblicati anche in italiano: B. Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, 2001, Rizzoli edit.; 1948. Israele e Palestina tra guerra e pace, 2004, Rizzoli; Esilio. Israele e l'esodo palestinese 1947-1949, 2005, Rizzoli; La prima guerra di Israele. Dalla fondazione al conflitto con gli Stati arabi 1947-1949 , 2007, Rizzoli]; ma io sono israeliano e, quindi, do ragione a Israele…

   E, almeno, lui è appunto intellettualmente, e cinicamente, onesto anche e perfino quando invoca una vera e propria “pulizia etnica”, la chiama proprio così, che liberi Israele da ogni presenza palestinese e araba… Alle previsioni/auspici di Morris si aggiungono in questi giorni (14.7.2008) le profezie in Israele largamente diffuse da un politologo dell’establishment politico-militare: e direttore dell’Ufficio politico-militare del Ministero della Difesa di Israele.

   Se la diplomazia fallisce e non riesce a scongiurare la possibilità che l’Iran ottenga una sua dotazione nazionale, autonoma, di uranio arricchito – Amos Gilad dice che Israele è pronta ad attaccare, lo farà e che gli Stati Uniti non lo impediranno (War on Iran: keep watch on the hawks— Guerra all’Iran: attenzione ai falchi, cfr.  www.whatreally happened. com/cat_iran.html/)…

   E, vedi più sotto Nota77, l’articolo di S. Hersh che dà per probabile un attacco all’Iran anche da parte americana se, per ottobre, Obama continua a mantenere il suo vantaggio attuale su McCain: secondo molti neo-cons, l’unico modo di ridar fiato – con un pretesto tipo “incidente del Golfo del Tonchino” per l’escalation johnsoniana della guerra del Vietnam, qui probabilmente dello stretto di Hormuz – con la guerra e l’iperpatriottismo che essa scatena alle fortune elettorali del candidato di Bush. 

   Beny Morris conferma tutto e, dicevamo, auspica proprio. In un articolo scritto per il New York Times, 18.7.2008, e significativamente intitolato Usare le bombe per tener lontana la guerra Using Bombs to Stave Off War, conferma  “che è quasi certo. Israele attaccherà i siti nucleari iraniani tra oggi e i quattro-sette mesi a venire”, prima che se ne vada via Bush cioè, per creare il fatto compiuto.

   E “se l’attacco fallisce – cioè, se Israele non si convince di aver distrutto ogni capacità nucleare iraniana – il Medio Oriente dovrà (non potrà: dovrà) far fronte a una successiva guerra atomica— sia attraverso un attacco preventivo di Israele all’Iran, sia per uno scambio nucleare che avverrebbe subito dopo che l’Iran avesse ottenuto la bomba”.

   Insomma, e comunque, allegria  garantiscono questo mucchio di apprendisti stregoni…    

[74] Per i dettagli tecnici del missile israeliano, cfr. www.israeli-weapons.com/weapons/space/shavit/Shavit.html/.

[75] New York Times, 10.7.2008, M. Schwartz e A.Cowell, Rice Warns Iran That U.S. Will Defend Allies La Rice avverte l’Iran che gli USA difenderanno gli alleati.

[76] National Security Network, 1.7.2008, Rapporto sulla policy americana, il petrolio, l’Iran, (cfr. www.nsnetwork.org/node/ 894/).

[77] Reuters, 6.6.2008, D. Williams, Israel attack on Iran ‘unavoidable’ – Olmert deputy Un attacco di Israele all’Iran ‘inevitabile, secondo  il vice di Olmert.

[78] Una delle tante citazioni sul punto, reperibili facilmente su Internet, di Mahmud Ahmadinejad, pubblicata, e tradotta direttamente dal farsi, da Israel News, 13.11.2006, anche se con il solito titolo “scorretto” (Ahmadinejad: Israel’s destruction near— Ahmadinejad: la distruzione di Israele è vicina.  Dice testualmente: “le potenze occidentali hanno creato il regime sionista per espandere il loro controllo nella regione. E’ un regime che massacra quotidianamente i palestinesi. Ma siccome si tratta di un regime contro natura, saremo presto testimoni della sua scomparsa e della sua distruzione”.

   Insomma: un’analisi storicamente monca, tanto da diventare sbagliata. Ma un’analisi politica, mascherata da anatema di Javhé, di Allah o del Signore Dio Onnipotente. E’ una profezia piuttosto sballata (dice “presto”, Ahmadinejad, a fine 2006: come sempre, del resto…) ma l’anatema non è rivolto a Israele come Stato né, a rigore, come popolo; ma al “regime contro natura” che “massacra i palestinesi” anche perché sul territorio suo e su quello palestinese, che da cinquant’anni occupa militarmente, difende solo i diritti dei cittadini ebrei di Israele… (cfr. www.ynetnews.com/Ext /Comp/ArticleLayout/CdaArticlePrintPreview/1,2506,L-%20%203327439,00.html/).  

[79] Guardian, 10.7.2008, M. Woollacott, Cyanide on the table Cianuro sul tavolino.

[80] The New Yorker, 7.7.2008,S. Hersh, Preparing the battlefield— La preparazione del campo di battaglia (cfr. www. newyorker.com/reporting/2008/07/07/080707fa_fact_hersh/).

[81] Nota congiunturale 4-2008, Nota100.

[82] US Department of Defense, 2.7.2008, testo della conferenza stampa del capo dei capi di Stato maggiore, amm. Michael Mullen (cfr. www.defenselink.mil/transcripts/transcript.aspx?transcriptid=4256/).

[83] Cfr. Nota congiunturale 7-2008, Nota93.

[84] Riducendo della metà il flusso del greggio russo verso Praga: per “ragioni tecniche”... Misura più che altro simbolica visto che il mercato del greggio è un mercato comunque globale dove non si può alla consegna distinguere più tra petrolio russo o, ad esempio, norvegese (The Economist, 19.7.2008). Misura che è stata presa ma che, infatti, è durata assai poco. Però, non l’unica sicuramente possibile…

[85] Tra gli altri, Guardian, 9.7.2008, I. Traynor e A. Balakrishnan, Russia warns of retaliation after Prague signs US ‘star wars’ pact La Russia avvisa che è pronta alla rappresaglia dopo la firma di Praga del patto sulle ‘guerre stellari’ con gli USA; e The Economist, 12.7.2008.

   Il fatto è che i russi considerano questi piani di difesa balistica avveniristica da piazzare in Europa dell’Est, su cui Washington lavora senza costrutto da oltre un quinquennio, come una maldestra provokatia di vecchio stampo guerra-freddistico. E non a torto…

   Per questo, il nuovo presidente russo, sentendosi come messo alla prova – per saggiarne l’acquiescenza sperata dopo la durezza del predecessore Putin – decide di reagire stavolta in prima persona. Quindi deliberatamente scavalca l’intermediazione di Putin, il suo nuovo primo ministro e quella dei generali, e irritatissimo, accusa di “dissimulazione” Bush che, fino a mezzora prima, al G8, gli aveva detto che la cosa non era ancora conclusa e proposto nuovi colloqui quando gli americani avevano già firmato coi cechi …

   Pur dichiarando che la Russia è sempre pronta a trattare, Medvedev alla conferenza stampa russa di chiusura del G8, ha spiegato di essere, in primo luogo, “estremamente inquieto” per l’annuncio ceco-statunitense; che, in secondo luogo, non è semplicemente accettabile (“anche se poi qualcuno, ma non la Russia, magari è costretto ad accettarla“) l’abitudine americana di fare quel che vogliono e poi dichiararsi pronti ad esaminarne le conseguenze per contenerle, ma non per tornare indietro o rimediare al malfatto; e che, in terzo luogo, se le nuove installazioni saranno effettivamente costruite, la “rappresaglia” russa seguirà: con misure opportune di predisposizione militare, così come militare è il passo fatto ai confini della Russia e, dunque, per chi non crede alle favole almeno, contro la Russia. Perché in questo mondo globale in cui dobbiamo vivere tutti, nessuno è più titolato a fare da solo, se non vuole che gli altri, poi, facciano anch’essi da soli… Insomma: almeno in aparenza, buonsenso comune.

   Meno sensata, l’altra quasi immediata controreazione russa – dannatamente pericolosa perché, anche se si tratta di un equilibiro da ripristinare, anzi forse proprio per questo, gli americani, essendo americani, potrebbero reagirvi sconsideratamente – che porta alla luce un giornale di Mosca.

   La notizia – per ora non confermata ma credibile, certo: e tanto basta… – è che al Cremlino “stanno considerando di chiedere a Cuba l’uso di basi militari sull’isola per il rifornimento combustibile di suoi aerei militari, anche a carico nucleare”: (Guardian, 24.7.2008, L. Harding, Russia contemplates using Cuba to refuel nuclear bombers La Russia considera di utilizzare Cuba per rifornire di carburante i suoi bombardieri nucleari: come fanno da sempre gli americani ai confini russi, no? perché non far assaggiare anche agli americani, ora che la Russia è in grado di farlo, qualcosa delle loro amare ricette?; The Times, 25.7.2008, 'Nuclear bomber base' raises fears of a new Cuban crisis— ‘Base di bombardieri nucleari’ suscita la paura di una nuova crisi di Cuba [specie metendola così, certo,visto che da nessuna parte si parla di ba<si di aerei nucleari ma di basi per il rifornimento di combustibile (cfr. www.timesonline.co.uk/tol/news/world/europe/ arti cle/ 4393494.ece/]; Il Giornale, 22.7.2008, A. Nativi, La Russia pronta a sfidare gli Usa: «Manderemo i bombardieri a Cuba»; e Top.rbc.ru, 24.7.2008, US nervous about Russian bombers in Cuba Nervosismo negli USA per i bombardieri russi a Cuba (cfr. http://top.rbc.ru/english/index.shtml?/news/english/2008/07/24/24154648_bod.shtml/).

[86] New York Times, 9.7.2008, J. Dempsey e D. Bilefsky, U.S. and Czechs Sign Pact on Missile Shield USA e Repubblica ceca firmano un’intesa sullo scudo missilistico.

[87] RAND Corporation, 29.7.2008, S.G. Jones e M. C. Libicki, How Terrorist Groups End (cfr. www.rand.org/pubs/mo nographs/2008/RAND_MG741,pdf/); e New York Times, 29.7.2008, M. Nizza, On Al Qaeda, Good News and Bad News Su Al Qaeda, buone notizie e cattive notizie.

[89] The Economist, 12.7.2008.

[90] Reuters AlertNet, 8.7.2008, U.S. downplays Iraqi calls for withdrawal Gli USA sminuiscono la richiesta irachena di ritirarsi (cfr. www.alertnet.org/thenews/newsdesk/N08297439.htm/).

[91] Der Spiegel, 19.7.2008, 'The Tenure of Coalition Troops in Iraq Should Be Limited'— ‘La presenza delle truppe della coalizione in Iraq dovrebbe essere a tempo’.

[92] New York Times, 21.7.2008, S. Tavernise e J. Zeleny, Comment Stings Iraqi Leader on Eve of Obama Visit I commenti pungenti del leader [iracheno] alla vigilia della visita di Obama.

[93] New York Times, 22.7.2008, R. A. Oppel e J. Zeleny, For Obama, a First Step Is Not a Misstep— Per Obama, un primo passo che non è stato un passo sbagliato.

[94] New York Times, 17.7.2008, S. L. Myers e G. Bowley, U.S. and Iraq Agree to Goals for Troop Cuts USA e Iraq concordano su obiettivi di riduzione delle truppe [significativo sembra che, da Bagdad, non arrivi alcuna conferma ufficiale e che qui, comunque, si parli di tempi genericissimamente non definiti per una riduzione delle truppe, non per un loro ritiro… e che, alla fine della fiera, il comunicato della Casa Bianca – che ha fatto tutto da sola: non c’è alcun accenno al Dipartimento di Stato o al Pentagono – riconosca,  a leggerlo bene, che si sta lavorando per raggiungere lo scopo, non che esso sia già stato raggiunto].

[95] New York Times, 19.7.2008, S. L. Myers, Bush, in a Shift, Accepts Concept of Iraq Timeline— Bush, cambiando la sua posizione, accetta il concetto di una scadenza per l’Iraq.

[96] New York Times, 26.7.2008, McCain Gives Qualified Endorsement to Iraq Timetable— McCain dà il suo appoggio guardingo a un calendario di ritiro dall’Iraq.

[97] New York Times, 23.7.2008, A. Fadam, Leaving Baghdad: What Should the Americans Do? Lasciare Bagdad? Che dovrebbero fare gli americani.

[98] CBS, 30.6.2008, Face the Nation (cfr. New York Times, 1.7.2008, K. Phillips, Clark Stands By His McCain Remarks— Clark conferma la validità delle sua osservazioni su McCain.

[99] Comizio di Albuquerque, New Mexico, 15.7.208, in YouTube, riportato New York Times, 17.7.2008 (e, nel testo scritto, anche cfr. www.globaldashboard.org/conflict-and-security/bush-obama-and-mccain-on-afghanistan/).

[100] New York Times, 22.7.2008, E. Bumiller, McCain, at Bush Home, Faults Obama on War Plan McCain, a casa di Bush, condanna Obama per il suo [non] piano di guerra.

[101] Mother Jones.blog, che ha ritirato fuori un video vecchio di qualche settimana, in cui McCain lo “confessa “ ingenuamente in diretta (cfr. www.motherjones.com/mojoblog/archives/2008/03/7743_john_mccain_doe.html/).

[102] New York Times, 9.7.2008, E. Lichtblau, Senate Backs Wiretap Bill to Shield Phone Companies Il Senato sostiene un provvedimento che farà da scudo alle compagnie telefoniche.

[103] Guardian, 23.7.2008, R. McCarthy, World must stop Iran getting nuclear weapon Il mondo deve fermare l’Iran dall’acquisire l’arma nucleare.

[104] New York Times, 25.7.2008, S. Erlanger, Obama, Vague On Issues, Pleases Crowds in Europe Obama, resta vago sulle questioni di merito, ma fa contente le folle europee.

[105] New York Times, 8.7.2008, M. Powell, Obama Addresses Critics on ‘Centrist’ Moves—  Obama si rivolge ai suoi critici sui suoi spostamenti ‘centristi’.

[106] New York Times, 10.7.2008, R. Sauder, Lettera.

[107] Guardian, 9.7.2008, A. Balakrishnan, Barack Obama calls for tougher Iran sanctions after missile tests— Barack Obama chiede sanzioni più dure contro l’Iran dopo I test missilistici.

   Pochi giorni più tardi, la Total francese, lascia intendere – per ora niente di più: ma è già di qualche rilievo – che si  ritirerà dai progetti comuni franco-iraniani di sviluppo petrolifero “perché è troppo rischioso oggi investire nel paese” (The Economist, 12.7.2008).

[108] New York Times, 16.7.2008, J. M. Broder, Obama and McCain Duel Over Obama e McCain a duello sull’Iraq.

[109] USATODAY, 30.5.2003, Agenzia Associated Press (A.P.), Wolfowitz comments revive doubts over Iraq's WMD— I commenti di Wolfowizx riattizzano i  dubbi sulle armi di distruzione di massa irachene (cfr. www.usatoday.com/news/world/iraq/ 2003-05-30-wolfowitz-iraq_x.htm/).

[110] New York Times, 15.7.2008, D. Sussman, Times/CBS Poll: Iraq Still a Dividing Line— Sondaggio Times/CBS: l’Iraq è sempre una linea divisoria.

[111] New York Times, 9.7.2008, E. Lichtblau, Senate Backs Wiretap Bill to Shield Phone Company Il Senato appoggia la legge sulle intercettazioni che protegge le Compagnie telefoniche: hanno da anni violato Costituzione, leggi e contratti consegnando illegalmente all’Autorità esecutiva decine di milioni di registrazioni. E Obama ha votato con la maggioranza di 69 senatori, dopo aver promesso in campagna elettorale di combattere questa assoluzione general-generica.

[112] G. Washington, 17.9.1796, Washington Farewell AddressIndirizzo di addio di Washington [al paese], pubblicato il 19.9.1796, dal Philadelphia Daily Advertiser (cfr. www.access.gpo.gov/congress/senate/farewell/sd106-21.pdf/).

[113] T. Livio, Storia di Roma, Libro XXXIV; e cfr. http://it.encarta.msn.com©1997-2008 Microsoft Corporation.

[114] Fox News TV, 25.7.2008, 17:00, L. Ingram.

[115] L. Bartels, Unequal democracyDemocrazia inuguale, 2008, Princeton University Press.

[116] Notizia resa nota, conteggi alla mano, nella trasmissione Tv CBS/AP dell’1.7.2008, More Troops Dying In Afghanistan Than Iraq for Ttwo Months In A Row— Per il secondo mese di seguito, muoiono più sodati [americani] in Afganistan che in Iraq.

[117] Washington Post, 31.7.2007, A. E. Kornblut, Obama to Propose Funds for [Troops in] Afghanistan, Harder Line in Pakistan— Obama propone di stanziare fondi per [altrertruppe] in  Afganistan e una linea dura per il Pakistan.

[118] New York Times, 5.4.2008, (A.P.), Bush Pledges More Troops to Afghanistan, Gates Says Bush promette più truppe per l’Afganistan, dice Gates.

[119] USAt, 15.7.2008, T. Vanden Brook, Taliban Attacks Spur Troop CallsGli attacchi dei talebani sollecitano altre truppe [per il fronte].

[120] Guardian, 17.7.2008, E. MacAskill, US plans to station diplomats in Iran for first time since 1979— Gli USA progettano di aprire una rappresentanza diplomatica in Iran per la prima volta dal 1979.

[121] Wall Street Journal, 21.7.2008, M. Rubin, Now Bush is Appeasing Iran.

[122] Dichiarazione dell’Ufficio Stampa della Casa Bianca, 18.7.2008 (cfr. www.whitehouse.gov/news/releases/2008/07/ 20080718.html/).

[123] New York Times, 24.7.2008, foto su Obama in Germany, che effettivamente fanno impressione... (cfr. www.nytimes. com/slideshow/2008/07/24/world/0724-ObamaGermany_index.html/).

[124] New York Times, 28.7.2008, R. Cohen, Bad in Berlin, Perfect in Paris— Male a Berlino, perfetto a Parigi.

[125] Worldpress, 28.7.2008, G. Palast, Obama doen’t sweat. He should— Obama non suda. Ma dovrebbe (cfr. http://dande lionsalad.wordpress.com/2008/07/28/obama-doesnt-sweat-he-should-by-greg-palast/).

[126] T. Widmer, Ark of the libertiesArca delle libertà, ed. Hill & Wang, 2008, Il titolo del libro viene dal romanzo di avventure del 1850, White Jacket­— La giacca bianca, scritto da Herman Melville, l’autore di Moby Dick, in Tutte le opere narrative, 1992, Gruppo Editoriale Mursia: noi americani – diceva –  siamo un popolo peculiare, un popolo scelto, l’Israele del nostro tempo: portatori dell’arca delle libertà del mondo”. E offriva così la sua, come s’è visto assai diffusa, visione globale del destino messianico dell’America. Aggiungendo, però, la sua condanna morale fermissima di quello che chiamava “lo sciovinismo imperiale” che si esprimeva, proprio in quegli anni, nella guerra di conquista del 1846 contro il Messico). 

[127] New York Times, 8.7.2008, A. Waheed Wafa e A. Cowell, Suicide Car Blast Kill 41 in Afghan Capital— L’esplosione di un  auto suicida fa 41 morti nella capitale afgana.

[128] Il tipo di bomba è descritto bene sul Sunday Times, 22.6.2008, che lo illustra nella versione utilizzata sempre in Afganistan dagli inglesi. Che, avendone riconosciuto l’illegalità sulla base del diritto internazionale vigente, hanno semplicemente ribattezzato le loro armi termobariche, per continuare ad usarle senza problemi, armi “a scoppio incrementato” (cfr. www.timesonline.co.uk/tol/news/world/asia/article4187835.ece/).  

[129] Guardian, 11.7.2008, J. Sturcke, US air strike wiped out Afghan wedding party, inquiry findsUn’inchiesta  rivela che un bombardamento aereo americano ha annientato una festa di nozze afgana.

[130] Yahoo! News, 7.7.2008, Waheedullah Massoud, Afghan parliament condemns US air strikes— Il parlamento afgano condanna I bombardamenti USA (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20080707/wl_afp/afghanistanunrestus/).

[131] International Herald Tribune, 29.5.2007, K. F. Hinderfurth, Losing the 'other war' in Afghanistan?— Stiamo perdendo l’ “altra guerra”, quella in Afganistan?

[132] New York Times, 14.7.2008, J. Zeleny, Troops in Afghanistan Need Help, Obama Says— Le truppe in Afganistan hanno bisogno di aiuto, dice Obama.

[133] The Economist, 19.7.2008; Guardian, 13.7.2008, S. Shah, Nine US troops die in Taliban assault on Afghan base— Muoiono nove soldati americani nell’assalto talebano a una base afgana.

[134] The Globe and Mail, 12.7.2008, P. Koring, ‘It’s impossible to conquer the Afghans’— E’ impossibile conquistare gli afgani (cfr. www.theglobeandmail.com/servlet/story/RTGAM.20080712.wafghansoviets14/BNStory/Afghanistan/).

[135] New York Times, 27.7.2008, T. Schweich, Is Afghanistan a Narco-State?Ma l’Afganistan è un narco-Stato? [dove quel punto interrogative dopo il titolo è puramente retorico, dettato dalla solita malintesa carità di patria che sente il dovere di lasciare l’interrogativo, pur documentando l’inequivocabile sì con un lunghissimo articolo del teste numero uno. Tant’è, nel bene e nel male questo è il NYT,].

[136] Cicerone, De Oratore, II.

[137] Le Monde, 22.7.2008, Le vote de Jack Lang ouvre une nouvelle crise au PS.

[138] Le Monde, 18.7.2008, Tricastin: Areva admet des erreurs et limoge le directeur de l'usine Areva [il gruppo cui fa capo la centrale nucleare] ammette gli errori e licenzia il direttore della centrale… senza gran frutto dato che i problemi continuano a presentarsi anche dopo.

[139] la Repubblica, 13.7.2008, G. Martinotti, Al "Club Med" di Sarkozy promesse di pace e crisi petrolifera.

[140] The Economist, 19.7.2008.

[141] A. Manzoni, I promessi sposi, cap. XXV.

[142] The Economist, 19.7.2008.

[143] The Economist, 19.7.2008.

[144] Guardian, 18.7.2008, A. Seager, Budget deficit lurches to worst June figure on record— Il bilancio balza al peggior dato di qualsiasi mese di giugno.

[145] Guardian, 25.7.2008, S. Carrell e A. Stratton, Catastrophe for Labour as SNP triumphs in Glasgow east— Una catastrofe per il Labour col trionfo dello SNP a Glasgow est; e New York Times, 25.7.2008, J. F. Burns e A. Cowell, Labor Party Suffers Defeat in Scotland Il partito laburista soffre la sconfitta in Scozia.

[146] Intitola, icastico, il Guardian, in un editoriale del 26.7.23008 che è filolaburista e qualche po’ – anche se ormai sconsolatamente – filo New Labour, rivolgendosi all’establishment del partito, che ormai O andate in suo soccorso [di Brown], o lo levate di mezzoRescue him, or remove him.

[147] Guardian, 30.7.2008, P. Walker e H. Mullholand, Miliband refuses to rule out leadership challenge Miliband rifiuta di escludere la sfida per la leadership.

[148] New York Times, 8.7.2008, A. E. Kramer, BP Thwarts Ouster of Oil Venture’s Chief La BP manda a vuoto la liquidazione del capo della [sua] joint venture [russa]. 

[149] The Economist, 5.7.2008.

[150] The Economist, 19.7.2008.