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     08. Nota congiunturale - agosto 2007

 

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Il DPEF

Ci sembra francamente utile riportare di seguito[1] dal sito di E&L uno dei commenti che, almeno a chi scrive, sono sembrati più al dente sulle grandi prediche fatte all’Italia dall’universo mondo, e in specie dall’accidiosa Commissione che oggi si ritrova la UE. Ma, anche poi, per riflettere in modo non proprio scontato sul problema che, comunque, addosso ci ritroviamo: quello del debito pubblico.

Scrive, dunque, Ruggero Paladini (che insegna Scienze delle Finanze presso la Facoltà di giurisprudenza dell’università “La Sapienza” di Roma) che “Il commissario UE ha detto che il documento non gli piaceva ancor prima di leggerlo. Eppure la spesa aumenta solo di uno 0,6% di Pil e il debito al 2011 scende di ben 10 punti. Perché allora tante critiche? Perché l'idea che le muove è una sola: il debito, qualunque sia il suo livello, è il male assoluto”. E prosegue:

Il DPEF appena varato ha ricevuto una triplice bocciatura: dalla Commissione di Bruxelles, dal  FMI, da autorevoli e vigili economisti italiani. Il commissario Almunia aveva anticipato subito che, pur non avendolo letto, non gli piaceva. Vale allora la pena di sintetizzare un lungo documento, pieno di tabelle e grafici, per cercare di capire dov’è la materia del contendere. Nella tabella I che segue si trovano a raffronto – per il quinquennio 2007-2011 – le stime per alcune voci del bilancio pubblico sia a legislazione 2007 senza il decreto annunziato con il DPEF (old tend.), sia le stesse voci comprensive del decreto (new tend.), che, come si sa, predispone maggiori spese in campo sociale, per lo sviluppo, per la sicurezza ed il funzionamento dell’amministrazione (6,5 miliardi).

Tab. I   Raffronto tra tendenziale per decreto legge e tendenziale post decreto legge

 

2007

2007

2008

2008

2009

2009

2010

2010

2011

2011

 

Old Tend.

New Tend.

Old Tend.

New Tend.

Old Tend.

New Tend.

Old Tend.

New Tend.

Old Tend.

New Tend.

Entrate

715.408

715.322

742.791

742.816

766.713

766.713

790.192

790.192

814.201

814.201

Pensioni

215.110

215.810

224.020

225.520

230.120

231.620

237.030

238.530

244.630

246.130

Interessi

73.759

73.825

78.087

78.391

80.920

81.310

83.887

84.316

86.561

87.089

Altre spese

458.156

463.989

474.660

474.780

484.962

485.072

492.250

492.250

503.336

503.336

primario

2,7%

2,3%

2,7%

2,6%

3,1%

3%

3,5%

3,4%

3,7%

3,6%

indebitam

2,1%

2,5%

2,1%

2,2%

1,8%

1,9%

1,3%

1,4%

1,1%

1,3%

debito

104,7%

105,1%

102,7%

103,2%

100,9%

101,4%

98,7%

98,3%

96,6%

97,2%

 

Come si vede l’andamento delle entrate è praticamente immutato, quello della spesa pensionistica prevede un + 700 milioni nel 2007 e +1500 milioni nel 2011; tutte le altre spese primarie aumentano inizialmente (+5833), ma l’aumento tende a ridursi per annullarsi nel 2010. La spesa per interessi si mantiene più alta (+528 nel 2011) a causa di un maggior livello del debito pubblico. Il costo del debito viene visto in entrambi i casi in aumento, passando dal 4,7% del 2007 al 5% del 2011.

Dunque anche dopo il decreto di spesa, il debito pubblico appare in discesa (è stato 106,8% nel 2006) di quasi 10 punti; la differenza al 2011 tra “new” e “old” è di uno 0,6 di PIL. E’ possibile stracciarsi le vesti per questo piccolo scarto? Il punto è che la Commissione voleva il pareggio del bilancio  (indebitamento netto pari a zero, anzi pari ad un +0,1) per il 2011 e quindi un profilo di riduzione del deficit (rispetto al vecchio tendenziale) come risultata dalla tabella II 

Tab. II   I desiderata di   Bruxelles

 

2007

2008

2009

2010

2011

Indebitamento in %

2,1  (0)

1,4  (-0,7)

0,9  (-0,9)

0,3  (-1)

+0,1  (-1,2)

Manovra in miliardi

0

11

14,5

17

22,7


Nella seconda riga viene evidenziata la riduzione del deficit necessaria per ottenere il deficit voluto (ad esempio 0,7% del PIL nel 2008, per ottenere 1,4%, e così via). L’unica cosa che la Commissione non chiede è una manovra correttiva per il 2007; gli basta che tutto il “tesoretto” venga incamerato.

E’ stato giustamente osservato  (Fabrizio Galimberti sul Sole 24 Ore del 30 giugno) che circa sei mesi fa la Commissione si sarebbe contentata di un deficit del 2,8% per il 2007. Ma ora chiede circa 16 miliardi da ciascuna finanziaria; in pratica una continuazione della finanziaria 2007 per altri quattro anni!   Il DPEF vuole rispettare l’impegno al pareggio nel 2011, ma  propone  un andamento più morbido (salvo che nell’ultima finanziaria della legislatura). Quindi nessuna manovra correttiva per il 2008 (a meno di non voler finanziare maggiori spese o riduzioni di entrate), come si vede nella

tabella III. 

Tab. III   La controproposta del DPEF

 

 

2007

2008

2009

2010

2011

Indebitamento in %

2,5  (+0,4)

2,2   (0)

1,5  (-0,4)

0,7  (-0,7)

+0,1  (-1,3)

Manovra in miliardi

0

0

6,9

12,8

24,2

 

Però con la finanziaria 2009 inizia la necessità di una manovra correttiva che diviene molto pesante nell’ultima finanziaria (cioè, possiamo notare en passant, quella dell’anno delle elezioni legislative). Di nuovo, ci si può chiedere se una cura come quella chiesta dalla Commissione sia politicamente e socialmente praticabile, non solo da questo governo (la risposta è facile), ma in realtà da qualunque governo. Ci si può chiedere se una diminuzione del debito di dieci punti non sia sufficiente, e del perché sarebbe necessaria una ulteriore diminuzione (nello stesso arco di tempo) di 4 punti (come vuole la Commissione) o di 2,7 punti, come propone il DPEF.

La risposta sta nel feticcio del “pareggio del bilancio” richiesto dal Patto di Stabilità. Anche nella versione riveduta e più intelligente, il Patto rimane fondamentalmente stupido; non è necessario essere vetero-keynesiani per sostenere che le politiche di bilancio dei paesi europei, o almeno di quelli dell’area euro, dovrebbero essere coordinate con la politica monetaria e del cambio. Che se queste ultime due hanno un orientamento restrittivo, la prima dovrebbe averlo più espansivo.

Va da sé che ai paesi a più alto debito come l’Italia  si devono chiedere atteggiamenti più  cauti rispetto agli altri.   Il problema è che mentre nel Trattato di Maastricht c’era un'idea di un debito pubblico di equilibrio (al 60%, ma ovviamente la percentuale potrebbe essere diversa, più alta o più bassa a seconda della fase ciclica attraversata dall’economia europea), nel Patto c’è un’idea molto diversa, che avrebbe fatto felice David Ricardo, cioè l’annullamento (tendenziale) del debito pubblico.

In fondo le bocciature del DPEF si riducono a questo: il debito pubblico è male (male assoluto, si direbbe) e quindi va eliminato nel minor tempo possibile. Avete avuto un surplus di entrate di 11-12 miliardi; metteteli tutti a riduzione del debito. C’è da sperare che le agenzie di rating sia più intelligenti della Commissione, e che valutino la rilevante discesa del debito per quella che è, e anche la capacità politica del governo di realizzarla.

Più avanti, nel capitolo EUROPA e, ancora, nel capitolo FRANCIA, torniamo a parlare del tema – in connessione con alcune proposte innovative e, sì, discutibili dell’onnipresidente francese Nicolas Sarkozy di segno però – questa la verità in parte paradossale – più progressista di molte proposte che pure di sinistra si dicono, di centro-sinistra, riformiste, social-democratiche, ecc., ecc. – ma la sostanza è già qui…

Segnaliamo, anche, per l’interesse – e l’equilibrio – delle argomentazioni la lettura che del DPEF dà il prof. Spaventa su Repubblica del 13 luglio[2]: segnala, responsabilmente, ci sembra “l’irrealistica ipotesi che da qui a dicembre non venga assunto alcun provvedimento che provochi un aumento di spesa”… E richiamiamo l’analisi, già illustrata nella scorsa Nota congiunturale[3], che del DPEF ha dato  l’Assemblea del CNEL.

Per ragioni di spazio non possiamo riportare integrali i documenti, molto più lunghi e dettagliati, che CISL ed UIL hanno presentato sul DPEF 2008-2011 all’audizione parlamentare di competenza (del testo presentato dalla CGIL, purtroppo, sul web non c’è traccia). Segnaliamo, comunque, i links dove trovarli[4].

Un’informazione utile viene dall’indagine dell’ISTAT[5] sulla struttura dell’industria in Italia.

 

Il bilancio e la struttura della demografia nazionale, 2006

L'ISTAT fornisce i dati sulla popolazione residente in Italia, come dalle registrazioni anagrafiche degli 8.101 comuni al 31.12.2006. Vengono calcolati a partire dalla popolazione legale dichiarata sulla base delle risultanze del 14° Censimento generale della popolazione del 21.10.2001 e col computo effettuato sulla base dei dati relativi al movimento naturale (iscrizioni per nascita e cancellazioni per morte) e migratorio (iscrizioni e cancellazioni per trasferimento di residenza) verificatosi nei comuni dal 22.10.2001 al 31.12.2006.

A fine 2006 la popolazione complessiva risulta pari a 59.131.287 unità, mentre alla stessa data del 2005 ammontava a 58.751.711. L’incremento della popolazione residente è stato pari  allo 0,6%, dovuto in grande prevalenza alle migrazioni dall’estero. Complessivamente, la variazione di popolazione è stata determinata dalla somma delle seguenti voci di bilancio: il saldo del movimento naturale pari a +2.118 unità, il saldo del movimento migratorio con l’estero pari a +222.410, un incremento dovuto alle rettifiche post-censuarie e al saldo interno pari a +155.048 unità.

La crescita della popolazione non è uniforme sul territorio nazionale. Si conferma anche per il 2006 un movimento migratorio, sia interno sia dall’estero, indirizzato prevalentemente verso le regioni del Nord e del Centro (aree di maggior occupazione potenziale e reale, anche se spesso informale) con un saldo naturale che, invece, risulta positivo (più nascite che morti) solo nelle regioni del Sud e nelle Isole. Il risultato di queste dinamiche contrapposte è una variazione positiva di varia entità nelle regioni dell’Italia centrale e settentrionale e molto vicina allo zero nelle isole e nelle regioni meridionali.

E’ opportuno segnalare, però, che l’importante incremento di popolazione registrato nell’Italia centrale è dovuto per circa due terzi ai risultati della revisione dell’anagrafe a seguito del censimento del 2001, effettuata dal Comune di Roma nel corso dell’anno 2006.

La distribuzione della popolazione residente per ripartizione geografica assegna ai comuni delle regioni del Nord-ovest 15.630.959 abitanti (il 26,4%), a quelli del Nord-est 11.204.123 (il 18,9), al Centro 11.540.584 (il 19,5), al Sud 14.079.317 (il 23,8) e alle Isole 6.676.304 (l’11,3%). Tali percentuali risultano pressoché invariate rispetto all’anno precedente: con un lieve incremento della quota di popolazione del Centro a scapito di quella del Sud.

La stima della quota di stranieri sulla popolazione totale è pari a 5 stranieri ogni 100 individui residenti e risulta in crescita rispetto al 2005 (4,5 ogni 100). L’incidenza della popolazione straniera è più elevata in tutto il Centro-Nord (rispettivamente 7,2 e 6,8% nel Nord-est e nel Nord-ovest e 6,4 nel Centro), mentre nel Mezzogiorno la quota di stranieri residenti è dell’1,6% circa.

Nel corso del 2006 sono nati 560.010 bambini (5.988 nati in più rispetto all’anno precedente) e sono morte 557.892 persone (9.412 in meno rispetto all’anno precedente). Pertanto il saldo naturale, dato dalla differenza tra nati e morti, è risultato pari a 2.118 unità, leggermente positivo come nel 2004, primo anno di interruzione della serie negativa a partire dal 1993. Col saldo naturale positivo, però, solo nel Mezzogiorno.

Il bilancio e la struttura  delle imprese e dell’occupazione in Italia, 2005

Oltre 4,3 milioni le imprese attive nell’industria e nei servizi che occupano complessivamente 16,8 milioni di addetti. La prevalenza di micro imprese è enorme: oltre 4 milioni di imprese con meno di 10 addetti che rappresentano il 95% del totale ed occupano circa il 47% degli addetti. Il 21%, pari a circa 3,5 milioni, lavora nelle piccole imprese (da 10 a 49 addetti), mentre la quota rilevata nelle imprese di media dimensione (da 50 a 249 addetti) è di poco superiore al 12%, pari a oltre 2 milioni di addetti. Soltanto 3.435 imprese (0,08%) impiegano più di 249 addetti, assorbendo, il 20 per cento dell’occupazione complessiva (oltre 3,3 milioni di addetti).

Considerando il tipo di attività svolta, prevale il settore del terziario, in termini sia di imprese (3,3 milioni) sia di addetti (10,3 milioni, pari al 61%). L’incidenza dell’industria in senso stretto è minima nelle imprese più piccole (7,1%) e cresce all’aumentare della classe dimensionale, raggiungendo il valore più elevato nella media impresa (da 50 a 249 addetti), dove quasi il 50 per cento dell’occupazione compete all’industria in senso stretto.  

Se l’industria in senso stretto caratterizza la media impresa, le imprese che occupano fino a 10 addetti sono più numerose nei settori del commercio e alberghi e degli altri servizi (complessivamente, oltre il 76% per cento). L’industria in senso stretto rappresenta comunque il 33 per cento degli addetti delle grandi imprese.

Vista la struttura del sistema produttivo italiano, caratterizzato come è stato sottolineato dalla presenza preponderante di micro imprese, un segmento di particolare importanza è quello delle imprese senza lavoratori dipendenti, il cui input di lavoro è costituito esclusivamente da lavoratori indipendenti.

Esse ammontano a circa 2 milioni 934 mila (67,2% delle imprese attive). Di queste, 2 milioni e 477 mila hanno un solo indipendente, 373 mila 2 indipendenti e circa 90 mila denunciano 3 lavoratori indipendenti e oltre. Una presenza di imprese senza dipendenti ben oltre la media nazionale si ha nei settori dei servizi alle imprese (81,3%) e del commercio e riparazioni (73%). Viceversa, la quota più bassa si ha nei settori fabbricazione di coke, raffinerie di petrolio e fabbricazione di prodotti chimici (24,9%), estrazione di minerali (26,6%) e fabbricazione di mezzi di trasporto (33,1%).

Il bilancio, la struttura e l’evoluzione del commercio estero nel 2006

Secondo stime preliminari di fonte internazionale, il commercio mondiale di beni ha registrato, nel 2006, un aumento in valore del 15,2%, dovuto a incrementi sia dei volumi (+8%) sia dei valori medi unitari (+6,6%).

La quota di mercato delle esportazioni italiane in valore ha subìto, nel 2006, una leggera erosione (- 0,2%) attestandosi al 3,4%.

La bilancia commerciale ha registrato un disavanzo pari a -21,3 miliardi di € (-9,4 miliardi nel 2005). Al netto dei prodotti energetici, la bilancia segna un attivo di 28,8 miliardi di €, in lieve contrazione rispetto all’anno precedente (+29,2 miliardi). Le importazioni sono risultate più dinamiche delle esportazioni, con una crescita rispettivamente pari a +12,6% e +9%.

Le aree geografiche verso le quali si sono registrati i disavanzi commerciali più ampi sono l’Africa settentrionale (-17.224 milioni di €), l’Asia orientale (-13.283 milioni), l’Asia centrale (-3.371 milioni), l’Unione europea (-2.238 milioni) e, in misura minore, il Medio oriente (-1.414 milioni).

All’interno dell’Unione europea il deficit commerciale è stato determinato dal saldo negativo registrato verso i paesi dell’area euro, pari a -13.520 milioni. Particolarmente positivo è risultato, invece, il saldo della bilancia commerciale verso il continente americano (+15.719 milioni di €), dovuto soprattutto all’attivo realizzato nei confronti dell’America settentrionale (+15.235 milioni). Il saldo commerciale è leggermente negativo verso i paesi europei non comunitari (-285 milioni).

Germania, Francia e Stati Uniti si confermano i principali mercati di sbocco delle esportazioni nazionali, con quote pari, rispettivamente, a 13,1, 11,7 e 7,6%. Incrementi particolarmente significativi in termini di valore si sono registrati, rispetto all’anno precedente, nelle esportazioni verso la Federazione russa (+25,7%), la Cina (+23,9%), la Polonia (+21,7%), la Romania (+18,6%), il Belgio (+16,8%), la Turchia (+9,9%), la Svizzera (+9,3%) e la Germania (+8,8%).

Per quanto concerne la composizione dell’interscambio per attività economiche, significativi saldi attivi si riscontrano per macchine e apparecchi meccanici (42.771 milioni di €), altri prodotti delle industrie manifatturiere (10.207 milioni), dell’industria tessile e dell’abbigliamento (9.979 milioni), i prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (6.106) ed il cuoio e prodotti in cuoio, pelli e similari (6.027 milioni). Saldi negativi rilevanti si registrano, invece, per minerali energetici (-51.999 milioni), prodotti chimici e fibre sintetiche e artificiali (-11.891), macchine ed apparecchiature elettriche, elettroniche ed ottiche (-10.240 milioni), mezzi di trasporto (-8.011 milioni), metalli e prodotti in metallo (-5.704), prodotti dell’agricoltura della caccia e della silvicoltura (-4.775 milioni) ed i prodotti alimentari, bevande e tabacco (-4.214 milioni).

Nel 2006, la maggior parte dei prodotti ha mostrato incrementi positivi delle vendite dirette all’estero. Sono risultate particolarmente dinamiche le esportazioni di autoveicoli (+19,6%), di macchine e apparecchi per la produzione e l’impiego di energia meccanica (+17,5%), di altre macchine di impiego generale (+13,4%), i prodotti petroliferi raffinati (+10,7%), le altre macchine per impieghi speciali (+9%) e i prodotti chimici di base (+8,1%). Fra i pochi prodotti che hanno fatto registrare una flessione delle vendite, sono da segnalare quelle che riguardano le macchine per ufficio, elaboratori ed apparecchiature per sistemi informatici (-18,4%), aeromobili e veicoli spaziali (-4,2%), navi e imbarcazioni (-1,9%) e tessuti (-0,8%).

Dal lato delle importazioni fra i principali prodotti acquistati dall’estero, gli incrementi più significativi rispetto all’anno precedente sono stati registrati dagli acquisti di metalli di base non ferrosi (+55,6%), di petrolio greggio e gas naturale (+28,8%), di prodotti della siderurgia (+26,7%) e di autoveicoli (+4,3%).

Analizzando la provenienza territoriale delle merci esportate si rileva che, nel 2006, il 40,5%) ha avuto origine dalle regioni Nord-occidentali dell’Italia, il 31,1%) da quelle Nord-orientali, il 15,7%) dal Centro e l’11%) dal Mezzogiorno.

Operatori economici del commercio estero ed imprese esportatrici

Secondo dati ancora provvisori, sono 200.102 gli operatori economici che hanno effettuato vendite all’estero nel corso del 2006. L’analisi della distribuzione degli operatori per valore delle vendite effettuate all’estero conferma la presenza di una rilevante fascia di “microesportatori”: 122.129 presentano infatti un ammontare di fatturato all’esportazione molto limitato (fino a 75.000 euro), con un contributo al valore complessivo delle esportazioni pari ad appena lo 0,6 per cento. D’altra parte, 3.376 operatori appartengono alle classi di fatturato superiori a 15 milioni di €; questo segmento realizza poco più del 66%) delle vendite sui mercati esteri.

Poco meno del 44%) degli operatori esporta merci verso un unico mercato, mentre poco più del 15%) opera su oltre dieci mercati. La presenza degli operatori nelle principali aree di scambio commerciale risulta comunque diffusa: nel 2006 si sono registrate 131.746 presenze di operatori commerciali italiani nell’interscambio con l’Unione europea, in crescita rispetto allo scorso anno, 96.822 nei confronti degli altri paesi europei, 45.819 presenze sul mercato dell'America settentrionale e 39.434 in Asia orientale.

Nel 2005 le imprese esportatrici sono state 179.097, per il 53,1% appartenenti al settore manifatturiero (il cui peso sul valore complessivo delle esportazioni è pari all’85,1 per cento), per il 37,2%) a quello del commercio e per l’9,7%) ad altri settori. La quota delle imprese esportatrici sul totale delle imprese attive cresce significativamente all’aumentare della dimensione di impresa, espressa in termini di addetti.

Rapporto del CNEL sul mercato del lavoro 2006

A seguire – per chi desiderasse approfondire ulteriormente – i titoli delle diverse voci del Rapporto[6]:

• L’occupazione e l’economia tornano a crescere a tassi elevati

• I settori industriali hanno recuperato posizioni e il lavoro dipendente cresce di più di quello autonomo

• Riprende (timidamente) l’occupazione nel Mezzogiorno

• Cresce l’occupazione nelle  PMI.

• Crescita del lavoro femminile

• L’aumento rilevante dei contratti a tempo parziale

• I tassi di occupazione in aumento ad eccezione dei giovani

• Il basso livello dei titoli di studio

• L’aumento significativo dell’occupazione temporanea

• Le transizioni lavorative

• L’approfondimento sulle politiche di pari opportunità

E, adesso, un sintetico commento[7]

Si rileva come fondamentale che l’occupazione torni a crescere a tassi elevati insieme alla crescita economica, coinvolgendo non solo i servizi, ma anche l’industria, in particolare piccole e medie imprese.

  Non vanno però dimenticate le criticità esistenti e il tema della qualità dell’occupazione.

  La crescita del lavoro part-time è positiva, ma va monitorato il preoccupante moltiplicarsi di contratti con orari di lavoro brevissimi.

  Per i giovani si osserva con preoccupazione che il tasso di occupazione tra i 15 ed i 24 anni non aumenta, mentre la crescita del lavoro femminile è importante, ma ancora debole.

  Rispetto al Mezzogiorno preoccupa la differente velocità di sviluppo rispetto al resto del paese e lo scarto crescente con le altre realtà dell’area Mediterranea.

  Per quel che riguarda i lavori non standard i dati mostrano un loro utilizzo legato al ciclo economico: essi infatti mostravano una flessione tra il 2001 e il 2004, in corrispondenza con la stagnazione economica [ed] ora  il primo anno di ripresa economica si traduce soprattutto in un aumento di questi rapporti.

   Sarà interessante verificare questa tendenza, appurando se una ripresa economica consolidata e le politiche di stabilizzazione intraprese con l’ultima legge finanziaria (riduzione del cuneo fiscale in testa) saranno sufficienti ad evitare una crescita eccessiva dei contratti non standard rispetto a quelli permanenti”.

La spesa sociale in Italia

La spesa sociale nel nostro paese[8] è stata pari nel 2006 a 393.640 milioni di euro. In particolare le spese per prestazioni sociali sono ammontate a 379.974 euro con un incremento nominale del 4,7% rispetto al 2005.

In rapporto al PIL, la spesa per prestazioni sociali è pari al 25,8% e mostra un costante incremento in tutti gli anni duemila, incremento dovuto in buona misura alla ridotta dinamica del PIL nominale. In termini assoluti la spesa per prestazioni sociali mostra, infatti, negli ultimi anni una dinamica di crescita inferiore rispetto ai primi anni duemila, ma la mancata crescita del reddito nazionale ha comportato un maggior peso della spesa sociale rispetto al PIL.

Tavola 1 - La spesa per la protezione sociale in Italia. Totale Istituzioni (2000-2006)

(valori in milioni di euro)

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

Totale spesa sociale

294.314

311.486

327.781

344.624

361.601

376.030

393.640

di cui

Prestazioni

283.368

299.130

315.783

332.128

349.264

362.927

379.974

Altre spese

10.946

12.356

11.998

12.496

12.337

13.103

13.666

Valori in % del Pil:

Spesa totale

24,7

24,9

25,3

25,8

26,0

26,4

26,7

Prestazioni

23,8

24,0

24,4

24,9

25,1

25,5

25,8

Variazioni %

Spesa sociale

5,3

5,8

5,2

5,1

4,9

4,0

4,7

Pil nominale

5,7

4,8

3,7

3,1

4,1

2,3

3,7

                           

 

La spesa sociale nel suo complesso rappresenta quanto si spende in Italia per assicurare prestazioni di protezione sociale. Queste prestazioni possono essere erogate dalle Istituzioni Pubbliche (Stato, Enti locali, Ssn, Enti previdenziali, ecc., o da Istituzioni private. Nel primo caso la spesa rappresenta una uscita nel bilancio dello stato.

Una parte della spesa sociale è poi rappresentata dai costi amministrativi della sua erogazione. Togliendo questi dalla spesa complessiva otteniamo la spesa per le prestazioni sociali vere e proprie. Il costo del lavoro nella sanità e nell’assistenza non costituisce un costo amministrativo, ma è considerato un’erogazione di servizi.

L’ammontare della spesa per prestazioni sociali così come riportato nelle statistiche ufficiali italiane, e in quelle dell’Unione Europea, risente peraltro dell’inclusione nella spesa sociale, ed in particolare in quella pensionistica, di una prestazione che non può essere considerata tale, i trattamenti di fine rapporto nel settore privato e in quello pubblico. Non si tratta di cifre di poco conto, dato che nel 2006 equivalgono a 20.088 milioni di euro pari all’1,4% del PIL.

Sono prestazioni non necessariamente collegate alla pensione, ma prioritariamente all’interruzione del rapporto di lavoro, e che assumono la forma di retribuzione differita. Senza questa voce la spesa per prestazioni sociali scende a 359.886 milioni di euro, pari al 24,4% del PIL.

 Tavola 2 - La spesa per prestazioni sociali al lordo e al netto delle indennità di fine rapporto

Totale Istituzioni (2000-2006) (valori in milioni di euro)

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

Spesa per prestazioni sociali

283.368

299.130

315.783

332.128

349.264

362.927

379.974

TFR e Indennità di Fine Servizio

16.976

15.703

16.212

18.139

17.839

18.504

20.088

Spesa al netto del TFR e Ind. di Fine Servizio

266.392

283.427

299.571

313.989

331.425

344.423

359.886

Valori in % del Pil:

Spesa per prestazioni sociali i

23,8

24,0

24,4

24,9

25,1

25,5

25,8

Spesa per prestazioni sociali al netto di TFR

e Ind. di Fine Servizio

22,4

22,7

23,1

23,5

23,8

24,2

24,4

                           

 

Spesa sociale e bilancio dello Stato

La spesa delle Pubbliche Amministrazioni per la Protezione sociale (spesa per prestazioni e servizi amministrativi) nel 2006 è stata di 368.422 milioni di euro, pari al 56,1% della spesa corrente della P.A. e al 62,5% della spesa corrente al netto degli interessi sul debito pubblico.

Dal 2000 al 2006 il peso della protezione sociale sulla spesa corrente è aumentato di circa 3 punti, ma questo incremento è frutto in buona parte della diminuzione della spesa per interessi. Al netto di questa spesa, la spesa sociale ha visto diminuire il suo peso sulla spesa corrente fino al 2003, ritornando poi ai livelli di inizio periodo.

La spesa per la protezione sociale ha assorbito il 54,5% delle entrate correnti della P.A.

Considerando gli effetti complessivi sul bilancio dello stato il peso della spesa sociale può essere ridotto. Ogni misura di spesa e di entrata introdotta in un provvedimento legislativo, ai fini degli oneri sul bilancio è valutata al netto degli effetti fiscali. Un incremento di prestazioni sociali, esempio pensioni, è calcolato al netto delle entrate fiscali derivanti, mentre un incremento di entrate contributive è stimato al netto delle minori entrate fiscali conseguenti.

La spesa per prestazioni sociali produce entrate fiscali su tutte le prestazioni monetarie non esenti e anche su di una parte delle prestazioni non monetarie corrispondenti alle retribuzioni erogate agli operatori del settore, in massima parte nella sanità.

Le entrate fiscali per prestazioni sociali desumibili dai bilanci dei soli Inps e Inpdap assommano nel 2006 a 29,5 miliardi di euro di cui 0,7 miliardi derivanti dalla tassazione delle Indennità di fine servizio erogate dall’Inpdap.

Complessivamente le prestazioni sociali monetarie erogate dalle amministrazioni pubbliche contribuiscono per quasi 30 miliardi di euro alle entrate dello stato. Il peso effettivo netto della spesa sociale è quindi di 339.552 milioni di euro (54,1% della spesa corrente al netto di questi 30 miliardi). Il peso scenderebbe ulteriormente se si considerassero anche le entrate fiscali (e contributive) derivanti dalle prestazioni in natura corrispondenti alle retribuzioni del personale operante nelle Istituzioni di protezione sociale pubbliche che ammontano complessivamente a circa 36 miliardi di euro. Una stima contenuta indica entrate fiscali per oltre 4 miliardi di euro.

La spesa sociale nei paesi dell’Unione Europea: la spesa sociale italiana è inferiore alla media.

Attraverso le statistiche armonizzate dell’Eurostat è possibile confrontare la quantità e la tipologia della nostra spesa sociale con quella degli altri paesi dell’Unione. Gli ultimi dati disponibili sono quelli relativi al 2004.

In rapporto al PIL, la spesa per prestazioni sociali nell’insieme dei 25 paesi dell’Unione era pari nel 2004 al 26,2%; la percentuale saliva al 26,6% considerando i soli 15 paesi di più vecchia adesione.

La Svezia è il paese con il valore più alto, 31,7%, seguita dalla Danimarca e dalla Francia con percentuali superiori al 29%, e da Germania, Austria con percentuali superiori al 28%. Si può osservare come paesi, quali la Danimarca e la Svezia, da un lato, e la Francia e la Germania, dall’altro, pur adottando modelli diversi di stato sociale, presentano livelli simili di spesa in rapporto al PIL e superiori alla media europea.

Il nostro paese presenta livelli di spesa sociale costantemente inferiori alla media UE-15. Nel 2004 la spesa sociale italiana è pari al 25,2% del PIL, con un differenziale negativo di 1,4 punti rispetto alla media dei 15 paesi. In realtà il differenziale è maggiore se consideriamo che la spesa sociale italiana comprende impropriamente anche le somme erogate per i trattamenti di fine rapporto nel settore pubblico e privato. Si tratto di un importo pari all’1,4% del PIL che tolto dalla spesa sociale la collocherebbe al 23,8%, con un differenziale rispetto alla media UE-15 di 2,8 punti.

Un peso simile a quello dell’Italia è presente in Inghilterra, Finlandia e Grecia. Solo Portogallo, Lussemburgo, Spagna e Irlanda, tra i quindici paesi di più lunga adesione all’Unione, hanno valori del rapporto spesa sociale/PIL inferiori a quello italiano.

Nel periodo 2000-2004, il peso delle prestazioni sociali sul PIL cresce in quasi tutti i paesi dell’U.E.-15, con l’eccezione della sola Gran Bretagna. Nella media l’incremento è di 0,8 punti, con punte di 3,8 in Portogallo e vicine a 3 punti in Belgio e Irlanda. In Italia l’incremento è di 1,4 punti. Incrementi inferiori a quello italiano si sono avuti solo in Austria, Germania e Spagna, mentre in Inghilterra il valore del rapporto spesa/PIL è diminuito di 0,3 punti.

Tavola 4 - La spesa per prestazioni sociali nei paesi dell'U.E. - 2004

(valori in percentuale del Pil)

2004

Variazione 2004/2000

2004

Variazione 2004/2000

UE-15

26,6

0,8

UE-25

26,2

0,7

Svezia

31,7

1,6

Slovenia

23,8

-0,5

Danimarca

29,8

1,7

Ungheria

20,3

1,4

Francia

29,3

1,7

Polonia

19,6

0,1

Germania

28,4

0,2

Rep. ceca

18,9

0,0

Austria

28,3

1,0

Malta

18,6

2,5

Belgio

27,9

2,9

Cipro

17,5

2,9

Olanda

26,6

1,9

Slovacchia

16,6

-2,3

Finlandia

25,9

1,6

Estonia

13,2

-0,6

Regno Unito

25,8

-0,3

Lituania

12,9

-2,5

Grecia

25,2

0,3

Lettonia

12,2

-2,6

Italia

25,2

1,4

Portogallo

23,2

3,8

Lussemburgo

22,2

3,4

Spagna

19,5

0,4

Irlanda

16,3

2,9

               

 

I livelli della spesa sociale sul PIL nei paesi nuovi entrati appaiono più contenuti: nel 2004, a fronte della media UE-15 pari al 26,6%, solo in Slovenia e Ungheria la spesa sociale supera il 20% del PIL, mentre in Estonia, Lettonia e Lituania si colloca su livelli intorno al 13%. Per circa metà di questi paesi, inoltre, la spesa sociale è nel 2004 più bassa, in rapporto al PIL, rispetto al 2000.

Il Protocollo su previdenza, lavoro, competitività per l’equità e crescita sostenibile: primi giudizi e valutazioni sindacali

Come è noto, con non poca soddisfazione, qualche mugugno, e anche alcune riserve non del tutto scontate, gli organi dirigenti di CGIL, CISL ed UIL (nel Direttivo della prima anche col voto largamente minoritario di una risoluzione alternativa) hanno approvato il Protocollo che su previdenza, lavoro, competitività e crescita è stato presentato dal governo.

Le riserve della CGIL riguardano soprattutto la parte sul mercato del lavoro e la decisione di tassare di meno ogni straordinario aggiuntivo; la CISL richiama alla coerenza dei prossimi mesi con la Finanziaria in arrivo e la necessità di lottare duramente contro evasione fiscale e contributiva e tassare equamente le rendite finanziarie; la UIL lamenta che il superamento dello “scalone” sia avvenuto per vie traverse e non incentivando la libera scelta dei lavoratori elevare l’età pensionabile.

A settembre, una non facilissima consultazione unitaria porterà, ragionevolmente, all’approvazione dell’intesa da parte della maggioranza dei lavoratori.

Nel frattempo, Prodi è schiacciato nella coalizione tra chi chiede più liberismo, e magari anche più neo-liberismo (avete presenti Bonino, Dini, ecc., ecc.? ma talvolta anche Rutelli e pure Fassino), e quanti (diciamo, la sinistra: da Dioliberto a Giordano, passando per una persona rigorosa come il ministro Ferrero) pretendono una fedeltà integrale al programma: scritto più di un anno fa ormai ma che, formalmente, non è stato mai modificato.

Diatriba che sarà interessante…

I contenuti dell’accordo

da Conquiste del lavoro, 27.7.2007, p. 1

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Delle dodici maggiori imprese quotate in borsa del mondo nella lista di Fortune 500 – gli americani, assurdamente, chiamano pubbliche, public companies, semplicemente perché sono elencate in borsa e pubbliche in  questo senso: che uno può, se ha i soldi, comprarne le azioni, ma assolutamente private – sei vendono petrolio e quattro le automobili che lo bevono[9].

La prima per fatturato ($351 miliardi e 139 milioni nel 2006) è però la Wal-Mart (la seconda è la Exxon Mobil ($347 miliardi e 254 milioni). Wal-Mart è la più grande catena di vendite al dettaglio del mondo (prezzi bassi, salari anche e nessun sindacato fra le scatole: se non nella settantina di filiali che ha in Cina e dove è stata costretta ad “ammettere” la presenza del sindacato, unico peraltro, cinese…

Nella trentina di paesi dell’OCSE, i “più ricchi” del mondo, la spesa sanitaria cresce più rapidamente del PIL. Fra il 1990 e il 2005 la spesa pro-capite è salita, in effetti, il doppio della loro ricchezza. Un  quarto dei paesi OCSE ora spende sopra il 10% del reddito per la sanità.

E’ l’America che spende di più, il 15,3% del PIL (tra l’altro per circa la metà – cioè quanto tutta la spesa sanitaria italiana – si tratta di soldi pubblici: ma con 47 milioni di cittadini che, malgrado ciò restano comunque, senza alcuna copertura sanitaria, in America); poi la Svizzera (11,6%); la Francia (11,1); la Germania (10,7%). L’Italia si colloca nella parte bassa della scala di spesa, con appena più dell’8%: sotto la media OCSE e, tra i paesi maggiori, sopra solo a Regno Unito, Spagna, Giappone e Messico.

L’OCSE ha scoperto – meglio, per la prima volta ha così chiaramente reso pubblico – che la globalizzazione ha ridotto di brutto il potere negoziatale del lavoro dipendente meno qualificato e ha accelerato la crescita delle ineguaglianze in molti dei paesi membri.

Per cui i paesi dell’OCSE dovrebbero ora decidersi a “rafforzare le proprie reti di sicurezza sociale” e a preoccuparsi del fatto che a casa loro c’è una sensazione, non infondata che “qualcosa di sbagliato ci sia nell’andamento di questo processo”, dice Angel Gurria, il direttore generale dell’OCSE nel presentare la ricerca di cui stiamo parlando.

Il Rapporto sull’occupazione[10], appena pubblicato, sottolinea che sicuramente la globalizzazione (off-shoring, competizione scatenata su prezzi e salari) ha aiutato, in generale, a crescere i più grandi paesi del Terzo mondo (India, Cina,…); ma anche che “non pochi lavoratori nei paesi ricchi hanno perso di brutto nell’impatto con questa nuova economia globalizzata”. Oggi, Cina, India, Brasile e Russia forniscono il 45% dell’offerta di lavoro – della manodopera – al mondo mentre i paesi dell’OCSE – USA, Giappone, Europa comprese  – sì e no il 20%.

Insieme all’offerta di lavoro ed alla sua distribuzione, la globalizzazione ha avuto i suoi effetti non buoni anche sul “rimarchevole” calo delle quote di salario sul PIL in giro per il mondo “industrialmente avanzato” nel corso diciamo, degli ultimi due decenni: di un quarto, diciamo, in Giappone; di un po’ meno del 15% nei 15 paesi più ricchi dell’Unione europea, del 7-8% negli USA.

Mentre, parallelamente, il livello di ineguaglianza nei redditi da lavoro è andato accrescendosi: in tutti i paesi dell’OCSE con l’eccezione, notevole, di Spagna ed Irlanda. Negli USA il distacco, non è nell’ultimo ventennio molto aumentato, ma come era già allora resta il più forte.

Insomma, anche l’OCSE ha finalmente notato quel che era evidente, ormai, a chiunque volesse vederlo, dall’inizio di questo secolo: che la globalizzazione è stata uno strumento importante per rendere più autosufficienti e far stare meglio uomini e donne, anche in larga parte del cosiddetto Terzo mondo. Negli ultimi vent’anni, Cina, India, altri grandi paesi sono stati protagonisti di una impetuosa avanzata: anche se non certo senza problemi.

Il problema è cha da noi, nei nostri paesi occidentali e più ricchi – secondo osservatori, come si dice, assolutamente mainstream, assolutamente ortodossi: come ad esempio il prof. Lawrence Summers[11], già segretario al Tesoro americano e rettore dell’università di Harvard – i benefici della globalizzazione sono andati essenzialmente agli strati più ricchi, delle nostre società.

Questa distribuzione troppo ineguale dei benefici e dei carichi costituisce una ragione forte che attesta, da anni, il bisogno di riscrivere le regole fondamentali che per noi e per altri regolano la globalizzazione.

Un’altra ragione, anche più forte di critica alla globalizzazione – a questa globalizzazione che c’è – è che sappiamo pure, e se non lo sappiamo sarebbe meglio ce ne informassimo, come nei vent’anni della sua diffusione a scala mondiale – diciamo tra il 1980 e il 2000 – essa non ha affatto portato ad una crescita più accelerata dell’economia mondiale: neanche solo in termini quantitativi.

E che, anzi, questo ventennio in realtà ha marcato un netto declino della crescita e del progresso economico globale rispetto al 1960-1980: il ventennio precedente, quando la globalizzazione non s’era ancora imposta, per così dire, “globalmente” davvero, su tutto il pianeta.

Vedere, per verificare e per credere, gli indicatori sociali chiave, quelli essenziali, definiti dall’Indice di Sviluppo dell’UNDP[12], delle Nazioni Unite dunque: non solo la crescita globale del PIL, ma anche l’aumento di quello pro-capite, aspettativa di vita, mortalità, analfabetismo e istruzione…

Ecco perché bisogna ri-regolare, moderare, la furia altrimenti selvaggia di una globalizzazione non regolata. Ci vogliono regole. E, in realtà, vanno dettate da una questione, diciamo, di priorità. Proprio quelle identificate qualche anno fa, e con grande semplicità, da Amartya Sen, uno degli economisti più eminenti del nostro tempo.

Nella prefazione che ha scritto, qualche anno fa, al Rapporto Speciale delle Nazioni Unite sullo sviluppo (titolo appropriato, Una globalizzazione dal volto umano) Sen ha scritto lucidamente: “Bisogna che il nostro obiettivo sia assolutamente chiaro e su questo non possiamo permetterci alcuna confusione, alcun errore, alcuno sviamento: il compito dell’economia e della politica non è quello di adattare la società alla globalizzazione, ma quello di fare della globalizzazione uno strumento al servizio delle nostre società[13].

Semplicemente perché è il mercato ad esistere per l’uomo e non è l’uomo che esiste per il mercato.

L’Agenzia internazionale dell’Energia assicura, nel rapporto a medio termine pubblicato a inizio luglio[14], che l’economia mondiale dovrà fare i conti nel prossimo quinquennio in modo assai più serrato con mercati del petrolio e del gas naturale molto più rigidi per effetto combinato di una domanda crescente, di cadute dell’offerta e di intoppi e falle delle infrastrutture. Le previsione dà la crescita annuale della domanda all’1,9%, con soltanto un 1% di aumento corrispondente della produzione fuori dell’area dei paesi OPEC soprattutto perché i giacimenti petroliferi, soprattutto quelli del Mare del Nord, sono ormai vecchi e supersfruttati.

Il prezzo del petrolio, intanto, tocca il 16 luglio i $78 al barile, sulla borsa di Londra dei futures del greggio: è la prima volta che i 78 a barile vengono toccati dai primi di agosto 2006[15].

E’, appunto, il calo della produzione del Mare del Nord, per la chiusura di un importante terminale della BP, ad agire di già e, soprattutto, l’aumento della domanda a far salire le scommesse sui futures: questo malgrado quello che dice l’Agenzia internazionale per l’Energia, per la quale la domanda mondiale di greggio salirà dell’1,8% quest’anno, ad una media di 86 milioni di barili al giorno, un  po’ sotto (100.000 barili) la previsione di giugno e 400.000 barili di meno delle attese di un anno fa. Previsione che, chiaramente, i mercati considerano troppo ottimista. Come, del resto, viene poi  confermato dalla stima quinquennale della stessa AIE.

Anche perché, negli stessi giorni, le previsioni dell’OCSE per l’anno prossimo danno per già raggiunto il margine delle potenzialità: l’anno prossimo a 88,2 milioni di barili, con un +2,5%, per una stima che l’organizzazione di Parigi considera ufficialmente poi moderata a fronte di quello che prevede l’aumento della domanda e del consumo al di là dei grandi paesi industriali tradizionali[16].

La conferenza dell’APEC (l’organizzazione di Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica) ha concordato a Cairns, in Australia, un piano che, di qui a due anni, dovrebbe ridurre del 5% i costi di transazione commerciali tra i 21 associati: che comprendono Stati Uniti, Cina e Giappone, cioè le economie più grandi del mondo[17].

Un segnale, diciamo, un tantino più realistico, l’APEC l’ha dato quando, subito dopo, si sono impegnati – ancora una volta – a “sostenere” il cosiddetto round del negoziato di Doha che tenta di sopravvivere perfino alla sua estinzione decretata il mese scorso dall’ennesimo fallimento sulla cosiddetta liberalizzazione ulteriore del commercio internazionale.

Però, del fallimento di Doha avendo ormai preso atto, ancor più realisticamente, tutti i convenuti, malgrado la dichiarazione di volerne perseguire ancora lo scopo, l’APEC sembra pronta a riciclarsi tornando per così dire allo scopo che era il so originale: quello di favorire una qualche cooperazione economica tra i soci piuttosto che al surrogato tutto politico, di fare di sé una specie di luogo di incontro, come da anni, per colloqui informali tra i capi di Stato e di governo.

A parte la curiosa, e completamente immotivata (nel senso di neanche vagamente documentata) fiducia su quel 5% di riduzione dei costi delle transazioni tra gli associati, una ripresa della cooperazione tra di loro sarebbe significativa se non  altro perché se le tre maggiori economie del mondo (ma anche Russia, Vietnam. Canada e, in arrivo, l’India) si accordano tra loro, su qualcosa, le conseguenze sarebbero inevitabili per tutti, specie nella regione (ma positive? negative?). 

in Cina

L’indice di borsa principale del paese, l’indice composito di Shangai, è caduto il 5 luglio più del 5% per i timori diffusi di possibili interventi del governo tesi a raffreddare il mercato e per le approvazioni annunciate di offerte pubbliche iniziali di acquisto di nuove emissioni azionarie che, potenzialmente, potrebbero abbassare i prezzi dei titoli sul mercato. Nello scorso mese la metà dei titoli quotati a Shangai e a Shenzen hanno visto ridursi il loro valore del 30%[18].

La Cina ha anche annunciato che sta creando una sua compagnia, dotata di fondi in titoli di Stato mobilitati dalle riserve valutarie del paese per l’ammontare di circa 203 miliardi di $. In fondo, a fine giugno, le riserve toccano $1.330 miliardi; nella prima metà del 2007 erano cresciute di 266,3 miliardi di $: più che in tutto il 2006): partirebbe a settembre e sarebbe il fondo di investimenti più grande del mondo[19]

La crescita del PIL nel 2006 è stata ufficialmente rivista al +11,1% dal 10,7: il massimo da dodici anni, con più prodotto per industria e servizi: questi dal 10,3 al 10,8%, quella dal 12,5 al 13[20]. Ma già adesso, nel secondo trimestre del 2007, la crescita va ancora su, all’11,9%. Ma i prezzi al consumo crescono al 4,4% a giugno, il tasso più alto da più di due anni, trascinati da un salto in avanti del 7,6% del prezzo degli alimentari[21]

L’attivo della bilancia commerciale raggiunge a giugno un record di $26,9 miliardi: alimentando l’insoddisfazione americana e sottoponendo ancora la Cina a ulteriori pressioni perché rivaluti la propria moneta. Nel primo semestre il surplus commerciale è salito dell’84% sullo stesso periodo dell’anno passato, a 112,5 miliardi di $ (l’attivo di tutto il 2006 arrivò a 177,5 miliardi di $)[22].

Ma, al solito, l’America vuole insieme botte piena e moglie ubriaca: vuole continuare a importare a rotta di collo merce a basso costo, non vuole – noblesse oblige: ma si  fa per dire – rassegnarsi a svalutare il suo dollaro, né decidersi a stimolare il risparmio interno o/e a scoraggiare consumi sfrenati[23]. Perché altrimenti, se è vero che lo yuan è ancora sottovalutato, è certo che il dollaro va svalutato perché esso stesso è dannatamente sopravvalutato.

Da quando, due anni fa, la Cina ha disancorato lo yuan dal cambio fisso col dollaro, la moneta cinese è stata rivalutata del 9%: troppo poco secondo gli Stati Uniti.

La Cina sotto accusa, con molti buoni motivi, per aver esportato non poche merci e beni di consumo anche dannosi o contraffatti (dentifrici “avvelenati” e contraffatti, giocattoli anche potenzialmente dannosi…) ammette il misfatto e manda, addirittura, a morte uno o due pezzi grossi che hanno dato una mano alla truffa. Ma, soprattutto, dà segnali attenti all’esigenza di recuperare credibilità ai prodotti che fabbrica e esporta sul piano della sicurezza, in ogni senso del termine. Con una campagna a tappeto sul tema fatta di educazione, molta, e molta repressione, 

Ma anche di rappresaglie puntuali e mirate. Di fronte a misure punitive subito annunciate da Washington e giudicate dalla Cina un po’ troppo all’ingrosso, Pechino blocca, in rappresaglia, l’import di diversi beni americani: con pezze d’appoggio identiche a quelle degli americani che, secondo i cinesi (e l’OMC, in effetti,) non avrebbero dovuto essere unilateralmente decise. Ma, in realtà, non è questione di nocività pii o meno provata dei prodotti degli uni o degli altri. E’, piuttosto, la dimostrazione che ormai, un po’ come tra Bush e Putin, gli Stati Uniti non sono più capaci semplicemente di imporre proprio misure a Cina, e Russia, come una volta…

Dice così l’Amministrazione centrale di sorveglianza, supervisione, ispezione e quarantena della provincia di Shanxi di aver bandito tutti i prodotti di sette industrie alimentari americane (Tyson Foods, Sanders Farms, la gigante Cargill, tra gli altri) per aver trovato quantità elevate di salmonella, additivi proibiti e medicinali di natura veterinaria nelle carni importate. Anche i prodotti lattiero-caseari della Jarrow Formula sono stati bloccati al confine perché, nelle confezioni di latte per l’infanzia, sono state trovate quantità vietate di selenio[24].

Proprio a fine giugno, e in coincidenza con la chiusura della nostra Nota precedente, in Cina è passato un importanti atto legislativo di cui possiamo rendere conto, perciò, solo con qualche ritardo. Ma si tratta di una legge della quale è importante parlare.

Coordinata dal prof. Chang Kai, giuslavorista dell’Università del Popolo di Pechino, è passata la legge cosiddetta di “promozione dei contratti di lavoro”, nella sua terza e finale versione[25]. Finora la contrattazione, in Cina, praticamente non esisteva, o meglio si svolgeva fra partito e sindacato unico a livello della singola unità di produzione. Ma sempre con maggiore difficoltà, visto che ormai una qualche forma di contrattazione più vera, tra sindacato e padroni, veniva invece praticata – in  modo contraddittorio e anche sporadico: ma che ci fosse lo sapevano tutti – nelle grandi imprese multinazionali e/o di proprietà estera.

Nella sua settantina di filiali, la più grande catena di distribuzione al dettaglio del mondo, la Wal- Mart americana, era stata del resto costretta a lasciar entrare il sindacato cinese: quello unico ed ufficiale, certo, ma comunque un’associazione, diciamo così, che tende a difendere come può le condizioni dei lavoratori suoi iscritti.

Mentre in America, grazie alla legge federale e a quelle dei singoli Stati, e grazie anzitutto alla mentalità e alla cultura assolutamente filopadronali, la Wal-Mart è sempre riuscita a impedire, anche con intimidazioni e paternalismo diffuso, ogni accesso sui luoghi di lavoro al sindacato: a tutti i sindacati.

Secondo i dati che Chang aveva fornito (in power point… i tempi cambiano) all’Assemblea nazionale, i conflitti di lavoro negli ultimi dieci anni hanno anche per questo segnato una crescita esponenziale, passando a 447.000 casi nel 2006 dai 33.030 accettati nel ’95 dal comitato arbitrale centrale (una specie del National Labor Relations Board statunitense. Che però, ma solo teoricamente, è indipendente essendo, anch’esso, di designazione governativa).

I motivi dichiarati a spingere la Cina a promuovere la legge sono stati così elencati: assicurare la stabilità sociale, sostenere lo sviluppo economico, favorire relazioni lavorative stabili, promuovere il capitale umano, attrarre investimenti; e, in connessione a tutti questi obiettivi, il riconoscimento che una legislazione del lavoro da far rispettare è importante.

Così ora al sindacato unico ufficiale verrà affidata, per legge, una funzione negoziale e contrattuale. Purtroppo non si tratta di libertà di associazione sindacale e viene con ciò negato, ma non capita solo in Cina si capisce, ai lavoratori di rispondere come meglio ritengono alle sfide concrete della privatizzazione e della crescente presenza degli investimenti esteri.

La procedura utilizzata per presentare questa bozza di legge è poco comune in Cina, impiegata finora solo per un’altra legge altrettanto “eversiva” dell’ordine stabilito fino ad allora), la legge sul riconoscimento della proprietà privata. Sono tre letture successive, una pubblicazione e un dibattito.

Come succede di rado, la decisione finale sulla bozza non è presa dalla Commissione parlamentare specifica con mandato legislativo ma nell'ambito di una specie di Intercommissione più ampia di cui fanno parte parecchi uomini di affari.

Secondo alcuni osservatori, la campagna cui da qualche anno ha dato vita il PCC per reclutare tra i propri membri anche i “capitalisti” ha dato frutti con centinaia di businessmen e managers che hanno accolto l’invito, quindi con una componente privata e statale di imprenditori che si va facendo rilevante.

Interessante è anche vedere l’offensiva che, con mille risvolti di lobbying, articoli di stampa ma anche generose mazzette e quant’altro, le camere di commercio americane e europee hanno scatenato già in questa fase contro la bozza, utilizzando ogni spazio del dibattito pubblico per introdurre “emendamenti” di parte imprenditoriale: tutti restrittivi, si capisce, di diritti e possibilità.

Dopo le pressioni fatte sulla Camera di Commercio europea anche dalla Confederazione europea dei sindacati, le sue posizioni si sono attenuate. Ma la novità – per modo di dire – è che tutte le associazioni imprenditoriali ormai in Cina si muovono liberamente, molto più liberamente dei sindacati.

E si sono dotate di uffici di rappresentanza e di public relations che le fanno somigliare a vere e proprie lobbies come quelle che hanno sistematicamente e stabilmente eretto le loro ricchissime tende nei corridoi del Congresso a Washington o della Commissione e del Parlamento europeo a Bruxelles. E le multinazionali asiatiche hanno promosso le loro lobbies, più discrete ma altrettanto tampinanti, di stile asiatico.

Non sono pochi gli accademici cinesi ad aver partecipato al dibattito criticando la bozza di legge:

• perché troppo “avanzata”, tanto da non poter effettivamente venire attuata in una società che non è pronta a veder imporre lacci e lacciuoli alla libertà di impresa (il prof. Dong Baohua della Facoltà di Legge e Politica della East-China University di Shangai: e certo, nella fossa, le ossa del povero Mao… ma, forse, pure quelle di Deng Xiao-ping, si saranno rivoltate);

• o, al contrario, criticandola, perché non riconosce un pluralismo sindacale possibile mentre prende atto, semplicemente, di quello già esistente degli imprenditori: critica per così dire da sinistra, seguendo la linea delineata dal prof. Chang— ma qui quale davvero è la sinistra e quale la destra?

Il prof. Chang Kai, gli altri accademici e i politici che difendono la legge, affermano con forza però, riuscendo, pare, anche ad essere ascoltati e seguiti, il bisogno di riequilibrio di rapporti di potere verso i lavoratori. Le divergenze ancora non sono, comunque, state superate.

Due mesi fa, la Confederazione internazionale dei sindacati aveva inviato al presidente cinese Hu Jintao – lettera sinora senza risposta – una lettera[26] in cui si esprimevano critiche precise alle “restrizioni persistenti” delle libertà sindacali, si dava conto però dei “cambiamenti” che si andavano via via introducendo nelle pratiche del lavoro, si chiedeva alle autorità di monitorarli “in modo da garantirne l’implementazione e non l’evasione da parte dei datori di lavoro”.

Infine, si condannavano duramente “gli sforzi delle compagnie multinazionali, comprese marche importanti di fama mondiale che pretendono di voler contribuire allo sviluppo della Cina ma erigono ostacoli anche di fronte a questi cambiamenti modesti e si stanno coalizzando per continuare a tirare profitto dalle violazione costante dei diritti fondamentali del lavoro nelle operazioni che svolgono in Cina”.

Adesso, sia l’internazionale dei sindacati, l’ICTU, che la FISM, l’internazionale dei lavoratori metalmeccanici, salutano “la legge approvata dal Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo che entra in vigore dal 2008… perché rafforza la protezione dei lavoratori e perché ne potrebbero beneficiare, soprattutto, i milioni di lavoratori migranti all’interno del paese che si trasferiscono dalle aree rurali nelle città dell’est industrializzato[27].

Giustamente osservano, però, che “senza il diritto ad un sindacato indipendente, i lavoratori non saranno, di fatto, nelle condizioni di assicurare che i loro diritti siano rispettati”. Insomma, non è che di un sindacato unico, per legge, e per legge allineato al potere, ci si possa davvero tanto fidare…

Una recentissima, per quanto rapida, visita che chi scrive ha avuto occasione di fare a Pechino mete in eclatante evidenza vari fenomeni che crescono insieme e insieme si influenzano:

• l’attività edilizia, che è incredibilmente frenetica: ogni 200 m2 va su un grattacielo;

• il tasso di inquinamento conseguente è terrificante: tanto che sei mesi prima delle Olimpiadi (agosto 2008) il governo pensa a una moratoria tassativa sul lavoro edilizio  nell’area della “grande” Pechino: per abbassarne il livello…;

• viene annunciata[28] la costituzione di un programma universale di copertura sanitaria, entro il prossimo triennio, per tutti gli abitanti di 79 aree  urbane, inclusi bambini e disoccupati. E’ un programma che si segnala perché, intanto, annunciato come un completamento di quello esistente, smentisce che quello già annunciato nel 1998 come universale, lo fosse davvero; e perché risottolinea la divergenza che esiste nei diritti sociali tra città e campagna, qui in Cina: differenza che, però, in Cina ormai è chiara a tutti e sempre meno accettata…;          

• non c’è nulla che stia fermo, in nessun campo, qui in Cina; neanche in quello che noi chiameremmo della “dinamica democratica”…; questo è il fatto nuovo e la differenza la fa, ormai, il numero di persone che sono informate (e non solo, anche se molto, via Internet), si organizzano in una rete stupefacente e capillare di gruppi di pressione informali e di comitati d’azione, malgrado le restrizioni sull’organizzazione della società civile, imparando empiricamente ma con efficacia ogni giorno crescente a far pressione costante sui funzionari del partito e del governo e obbligandoli in pratica, così, ad osservare le leggi del paese.

Non è facile, certo, e la repressione è sempre dietro l’angolo. E’ un esercizio pericoloso di altissimo equilibrio da entrambi i lati: da quello del potere e da quello della società civile. Il potere sa che ha bisogno, per continuare a veder crescere in modo più equilibrato il paese, di aprirsi alle pressioni della società civile.

Ma alla società civile va notificando in tutti i modi che l’unica cosa a terrorizzarlo, e che non sopporterà, finché gli rimarrà il potere di farlo, è di finire come è finito il partito in Unione Sovietica. Dice il presidente Hu Jintao, al partito e al paese[29], che gli sforzi in atto, che continueranno, di modernizzare il sistema politico, non dovranno né potranno mai mettere a rischio il potere del partito.

Il PCC non lascerà mai – sul resto si discute, ormai, e anche si media – che venga rimessa in questione l’unità del paese, identificata con l’unità del potere centrale (come non certo da ieri ma sempre nella storia della Cina) sia essa nel Tibet come nelle province “islamiche”. Questo il nucleo dell’impegno, che la fine dell’URSS ha confermato. Sul resto è un tira e molla estremamente dinamico…

Però, la contraddizione si manifesta ogni giorno ed è fatta dall’interagire quotidiano di tre vere e proprie policies, linee di azione ormai radicate da decenni, tutte e tre, e tutte e tre insieme vegete e vive nella cultura e nella prassi politica del paese: in quello che Deng Xiao-ping buonanima – quello del gatto che non è importante se è rosso o nero, basta che acchiappi il topo – chiamava il socialismo con caratteristiche cinesi.

Queste tre scelte sono:

• il perseguimento della crescita economica secondo un modello essenzialmente e capillarmente, ormai, capitalistico classico;

• la venerazione, almeno pro-forma ma che permea la vita di un miliardo e mezzo, quasi, di persone della dottrina, della memoria e del messaggio “rivoluzionario”, para-stalinista addirittura, e del tutto contraddittorio con la prima scelta di Mao;

• la promozione tenacemente incessante di un nazionalismo acceso, centralizzato, deliberatamente rivolto all’indietro: alle glorie di un grande passato imperiale e confuciano (quello secondo cui l’uomo retto definisce gli altri e se stesso come colui che segue i riti e le usanze della tradizione)…

E difficilmente, nella vita, queste tre cose vanno d’accordo.

nei paesi “emergenti”

Facendo una specie di clintonata (in fondo ha cominciato Hillary, no? ma prima ancora proprio qui in Argentina, l’aveva fatto Evita Peron…), Christina Fernandez de Kirchner, moglie del presidente della repubblica argentina, intende “correre” nelle elezioni del 28 ottobre p.v. col sostegno del marito e del partito peronista. Lo annuncerà durante una prossima manifestazione a luglio del partito kirchneriano Fronte per la vittoria[30].

In questo paese il tasso di crescita – che per gran parte della gente riflette poi la salute o il malessere delle proprie condizioni di vita: molto più direttamente dell’inflazione, della borsa e della forza della valuta – arriva ad un più che forte 7,4% nel 2006 e prevede un 6,4 per il 2007.

In Brasile, dove quelle altre variabili vanno meglio che in Argentina, la crescita invece risulta frenata – per un  grande paese in via di sviluppo – al 2,3% nel 2006 e le proiezioni per quest’anno non superano il 3%. Tassi decenti, rispettabili, ma insoddisfacenti di crescita per un grande paese in via di sviluppo che, infatti, stanno pesando sulla presidenza di Lula.

L’economia dell’America latina, nel suo complesso, crescerà nel 2007 del 5%, secondo una stima della Commissione delle Nazioni Unite per l’America latina e i Carabi: un tasso di crescita superiore al 4,7% previsto dalla stessa Commissione a dicembre[31].

EUROPA

Il tasso armonizzato di disoccupazione (che però non tiene tropo conto della qualità dei posti di lavoro prodotti: precari o no) è sceso, nell’area euro, al 7% a maggio: il più basso da quando esiste l’eurozona. L’inflazione è all’1,9% a giugno, rispetto all’anno prima, allo stesso livello di maggio: sotto il tetto definito dalla BCE. Le vendite al dettaglio, a maggio, scendono dello 0,5%, crescendo appena dello 0,4 in un anno. I consumi sono particolarmente deboli in Germania e in Italia[32]. Gli ordinativi industriali nell’eurozona crescono a maggio dell’1,7%, il 9,1% di più che nel maggio 2006.

Il Portogallo ha assunto dal 1° luglio la presidenza semestrale a rotazione dell’Unione europea. L’agenda annunciata dal primo ministro José Socrates include[33]:

• la riforma dei trattati europei (il mandato ricevuto dal vertice di fine presidenza tedesca). In prima battuta è a Lisbona che spetta stilare la prima bozza del nuovo Trattato secondo le indicazioni ricevute dal vertice di giugno a Bruxelles:

• valorizzare e favorire la dimensione sociale dell’Unione europea;

• la ricerca del consenso europeo sullo status prossimo venturo del Kossovo (indipendenza o autonomia?... difficile trovare davvero un consenso);

• riavviare i colloqui sulla futura adesione della Turchia all’Unione (complicato, vista la dichiarata volontà di rinvio sine die della Francia, almeno;

• organizzare e tenere nel semestre il primo vertice in sette anni tra Europa ed Africa (problema: l’Unione sta boicottando lo Zimbabwe e non dà il visto al suo presidente, Robert Mugabe; ma se lui non c’è, forse non ci siamo neanche noi, avvisa il Sudafrica che, a prescindere dal poco o tanto amore per Mugabe, come il resto dell’Africa non riconosce all’Europa (e tanto meno agli USA: il vero animatore del boicottaggio) il diritto a mettere il veto sulla composizione delle delegazioni altrui…

• intensificare le relazioni col Brasile istituendo, anche, un regolare vertice bilaterale.

Del fatto che l’Europa abbia un bisogno disperato di imparare ad agire, e prima a pensare e a decidere insieme, è prova provata quel che sta capitando sul fronte della grande ricerca ed applicazione tecnologica. L’Europa ha scommesso da anni sulla propria capacità di competere col sistema GPS americano, studiato anzitutto per ragioni militari. Ma poi, al dunque…

Da un anno e mezzo, circola intorno alla terra un pacchetto satellitare, il Giove-A, il primo di una costellazione di una trentina di satelliti che dovrebbero essere il rilancio europeo sulla tecnologia americana. Il Giove-A, che è uno sviluppo britannico, costituisce (costituiva?) l’avanguardia del Galileo, un grande progetto dell’Unione che dovrebbe (avrebbe dovuto?), libero dalle servitù militari imposte dall’America, costituire il grande primo progetto tecnologico della nuova Unione consentendo a chiunque di posizionarsi rispetto a longitudine e latitudine a pochissimi centimetri dall’obiettivo su qualunque punto della terra. Tra l’altro era un progetto a partecipazione italiana, una volta tanto, “pesante” e tecnologicamente qualificatissima…

Il problema è che si è spaccato, e si va frantumando, il consorzio di imprese aerospaziali europee che era stato creato per costruire e gestire il Galileo. Ormai, per salvarlo, bisogna che l’Unione che già ci ha speso su 2,5 miliardi di € dovrebbe spendercene altri 5 almeno, visto che ai privati proprio non  interessa investirci…

Ma la Francia vuole spenderci sopra, ormai, proprio come un progetto pubblico comune europeo…, l’Italia è d’accordo ma avrebbe difficoltà, ovviamente, a trovare i soldi, Germania e Inghilterra vogliono, se necessario, spenderci anche soldi pubblici, ma sottraendoli ad altri progetti dell’Unione già programmati e altri ancora dicono che non gliene importa più niente.

Ma se il progetto Galileo collassa, scompare la più importante politica comune europea dopo quella agricola, viene smentita l’aspettativa comune alimentata nel 2000 a Lisbona e… il GPS continua a restare monopolio ed ostaggio della volontà americana: dei militari americani che, in qualsiasi momento, possono sempre chiuderlo “per [loro] ragioni di sicurezza”, come stipulano i contratti con cui lo rendono disponibile, su basi commerciali, a chiunque.

Galileo è, al contrario, aperto alla partecipazione di chiunque vuole (la Cina, per dirne una, è azionista e co-gestore). E anche questo, che il monopolio sia intaccato non solo dagli europei, ha molto irritato gli americani. In ogni caso, ormai, il completamento del progetto è purtroppo talmente in ritardo che se ne parlerebbe nel 2012.

Sempre che riesca a decidere e a fare, poi, quel che ha deciso[34]… 

La Polonia continua a fare onda. Il primo ministro afferma di aver avuto la garanzia che il suo paese continuerà a detenere il potere di veto per due anni al vertice di Bruxelles e che la decisione non è stata inserita nel testo scritto solo per un “errore tecnico[35].

Naturalmente, è solo lui a sostenerlo. Tanto che, dopo qualche giorno di braccio di ferro con la vecchia presidenza tedesca e la nuova portoghese, la Polonia annuncia che non insisterà più e la ministra degli Esteri polacca cambia percorso: ora dice che il suo paese potrebbe fare come gli inglesi, cioè proclamare il suo opt out dalla Carta dei diritti, sottraendosi – o meglio sottraendo i cittadini polacchi – alla difesa europea dei loro diritti, sociali e civili, con un gesto di frustrazione tutto politico.

Polacchi e inglesi, neo-conservatori e neo-fondamentalisti di Varsavia e neo-laburisti di Londra, obiettano – curiosamente? – a veder iscritti fra i diritti dei loro cittadini il diritto di sciopero. Sembra strano ma proprio di questo si tratta.

Invece, annuncia il primo ministro Jaroslaw Kaczynski alla prima conferenza che a fine luglio rilancia a Bruxelles la preparazione della conferenza intergovernativa, la Polonia utilizzerà fino in fondo i meccanismi previsti per ritardare le decisioni UE su commercio e agricoltura.

Commenta un parlamentare europeo britannico, del partito liberale, Andrew Duff, tra i pochi di quella parte convinti europeisti, che “in realtà i polacchi in pratica, insieme gli inglesi, stanno ancora tentando di distruggerla proprio la Carta [dei diritti]. E che questa infezione, se si diffonde, segnerebbe proprio la fine della Carta[36].

Fra l’altro, come primo ministro il Kaczynski sembra destinato ormai a vita breve[37]. Qualcuno comunque sembra essere riuscito a fargli capire la sua era una forzatura: col cavolo, uno “sbaglio tecnico”…

A modo suo, fa onda, e con mare forza nove a stare a certe reazioni, il presidente francese Sarkozy. E’ stato il primo capo di Stato ad invitarsi all’Eurogruppo dei 13 che hanno l’euro e a lanciare due messaggi chiarissimi e chiarissimamente antiliberismo selvaggio (ma guarda un po’ da chi devono mai arrivare, ormai, questi messaggi in Europa…).

Sui quali – secondo noi – c’è solo da sperare che troverà non solo l’assenso ma il consenso esplicito e anche il sostegno dell’Italia (anche se è chiaro che, per noi, col debito/PIL che ci portiamo sul groppone sarà più difficile: ma anche noi, nel nostro interesse, dovremmo comunque impegnarci a far passare il principio).

Il primo messaggio di Sarkozy dice, alto e forte, quello che sanno tutti: che se, contrariamente agli impegni assunti il PIL dell’Europa non sale abbastanza per consentire al 2010, come già concordato, di far rientrare tutti i paesi membri sotto il 3% di deficit in rapporto col PIL, bisognerà rinviare la scadenza e dirlo esplicitamente, senza ipocrisie false e sciocche.

Il secondo messaggio, se possibile, è anche più scioccante nei confronti dei dogmi antinflazione della Germania, ma soprattutto delle fobie della Banca centrale europea e degli inglesi¾ che, non partecipando all’euro, in questa sede dei 13 non ci sono: e cominciano, come dire?, a soffrirne un po’…

Si era appena concluso l’attacco concentrico tecno-mediatico condotto contro l’Italia e motivato con un solo sostanziale argomento. La UE diceva che il DPEF non era sufficientemente severo perché, pur garantendo di stare sotto il tetto del 3% di deficit/PIL, non lo abbassava ancora di più; lo dicevano anche FMI, OCSE e, pure, la BCE[38] (ma non Moody’s, il cui rating per il servizio del debito, in verità, è ancora più importante)

Ed è Sarkozy a chiedere con forza, e certo con un debito al 65% del PIL con credibilità maggiore della nostra, un vertice ad hoc dei paesi membri dedicato alla ricerca di una politica più comune che serve al rilancio economico di tutta l’Unione; che comprenda anche – non è detto proprio così, ma è sottinteso – la leva di un possibile diverso approccio della Banca centrale alla gestione dei tassi di interesse e del costo del denaro[39]: preoccupata, certo, della stabilità del cambio ma anche, per la prima volta, della stabilità della crescita. Un po’ come la Fed americana…

Certo, qualche giorno dopo, e dopo aver incontrato testa a testa Angela Merkel a Tolosa, Sarkozy conferma che la BCE dovrebbe restare indipendente da interferenze dirette dei governi. Ma non indica di aver cambiato idea sul fatto che, siccome chi è fuori dell’euro manipola – e come – la politica monetaria a proprio beneficio, bisognerebbe che la Banca centrale comunque tenesse conto, anche qualche po’ al di là del mandato letterale che le hanno dato i governi, del compito economico che, comunque, svolge[40].

Molti sono contrari, tutti gli ortodossi dell’economia monetaria, anche i più “fini”. Tommaso Padoa Schioppa sente il bisogno di intervenire molti giorni dopo, a freddo, e non a caso nel posto meno indicato a discutere di BCE (a Londra…).

Le critiche dei “politici”alla Banca centrale, dice – come se lui, ormai, poi, chissà cosa fosse – “sono  pericolose” perché fanno insorgere magari “l’idea che possa essere messa in questione la costituzione stessa della BCE[41]. Come se il Signore Dio Onnipotente avesse scolpito, un giorno, nella pietra e nel Sinai, la costituzione della Banca centrale europea… E non lo avessero fatto i “politici”. E come se se fosse illegittimo considerare, invece, pericolosi i politici che la BCE la sostengono sempre, anche quando sbaglia…  

Già al vertice di Bruxelles del 21 e 22 giugno il presidente francese aveva scioccato gli inglesi (che aborrono qualsiasi cosa tenda a una politica economica più integrata), la Germania (che aborre qualsiasi cosa sembri mettere il parametro inflazione alla pari con qualsiasi altro, sia pur esso la crescita) e la BCE (che aborre qualsiasi cosa sembri limitare la sua piena sovranità – ma chi li ha eletti, i banchieri centrali? – sulla moneta).

Sarkozy aveva argomentato, preteso e ottenuto che la dizione di “libera concorrenza non regolata” (unfettered) che, senza l’aggiunta però chiesta invece da inglesi e Commissione dell’aggettivazione “non regolata” era presente già nel testo dell’originario Trattato di Roma (art.3) passasse dal testo del nuovo Trattato a un suo allegato.

Per sottolineare, spiegò, che non è un fine ma un mezzo e che bisogna comunque tener conto della “paura” anti-liberista che ha portato l’elettorato francese a votare contro il sì alla Costituzione europea… e, come spiegò allora la Merkel facendo sua solo la prima motivazione di Sarko che per l’Unione la libera concorrenza era comunque uno strumento, non certo in sé un obiettivo…

Intanto, in Russia (dove la produzione industriale nell’anno, a giugno, cresce del 10,9%[42]) si presenta un interessante nuovo – ma poi neanche tanto – sviluppo in campo petrolifero. Il fisco ha chiesto al Consorzio dell’oleodotto del Caspio, il CPC, di pagare 290 milioni  di $ di tasse arretrate e di multe che coprirebbero l’arretrato dovuto per il biennio 2004-2005. E ha subito trovato chi si offre di rilevare il debito, acquisendo l’oleodotto[43].

E’ “un attacco”, commenta l’agenzia americana, indipendente ma molto vicina al Pentagono dalla quale citiamo di frequente notizie e opinioni, sempre interessanti anche se spesso discutibili e controverse, “lampante sferrato contro l’ultimo oleodotto russo che resti ancora in mani private: qualcosa che Mosca da tempo vuol controllare[44].

Che è molto probabilmente vero. Però, nessuno – neanche il CPC – nega che le somme evase al fisco fossero effettivamente dovute. Ricordate Mikhail Kodorkovsky, il miliardario uscito dal nulla degli anni sovietici e diventato in un biennio padrone della Yukos, quello che è finito in galera non perché ladro, non perché miliardario, ma – come Al Capone, a suo tempo, in America, no? – perché condannato per evasione fiscale…

L’autorità russa di controllo dell’ambiente, la Rosprirodnadzor, ha chiesto al ministero delle Risorse naturali di revocare la licenza per la miniera di Chukotka del gruppo minerario Maiskoye, filiale della britannica Highland Gold Mining. Nel 2006, violando i termini della licenza, non avrebbe ottenuto l’approvazione per le operazioni minerarie che intendeva condurre e di non aver neanche rispettato le quote di produzione, non rispettando dunque gli impegni[45].

E’ impossibile naturalmente sapere se è proprio così, o se le ragioni dell’impresa britannica magari hanno qualche valore. E’ sicuro, peraltro, che Mosca da tempo usa misure regolatorie di vario tipo per imporre, in forma più o meno – ma appunto formalmente – legittima, una riappropriazione di fatto di assets russi. Un po’, se volete, come per Kodorkovsky: magari quello che lo ha condannato non sarà stato proprio un processo del tutto in quindi e quinci, ma sembra che, almeno le accuse di evasione fiscale contro di lui, siano state proprio provate…

Putin e Sarkozy si sono accordati sulla possibilità, riconosciuta ora alla Gazprom di acquistare quote delle imprese francesi Suez e Gaz de France in aggiunta all’accordo già raggiunto tra Gazprom e la francese Total come condizione della partecipazione di quest’ultima allo sviluppo del giacimento di gas naturale russo di Shtokman, uno dei depositi più vasti al centro del mare di Barents[46].

In quella che si sta manifestando di certo come la più strana controversia politico-diplomatica tra due paesi come Russia e Inghilterra, sulla base di accuse reciproche di rifiutare ingiustificatamente l’estradizione richiesta di persone accusate di delitti gravissimi (Lugovoi per l’assassinio di Litvinenko; Berezovsky per aver chiesto, istigato e finanziato diversi tentativi di golpe militare contro il governo russo), la cosa che colpisce di più è che il balletto di reciproche espulsioni diplomatiche tra inglesi e russi viene accompagnato da altrettanto grandi e altrettanto solenni rassicurazioni reciproche.

Le espulsioni, spiegano, infatti non significano affatto che la disputa diplomatica tra Regno Unito e Russia debba o possa influire negativamente sui legami economici tra i due paesi. Lo dicono fonti diplomatiche britanniche, pur anonime. Ma, da parte russa, invece, sembra una voluta sottolineatura del rischio proprio economico il fatto che tra gli espulsi inglesi ci sia proprio il capo del sezione commerciale ed economica britannica[47]

Il Wall Street Journal,  che se non è proprio la Bibbia certo è il Corano del capitalismo rampante, è preoccupatissimo[48]. Insomma, sostiene, se pure qui, in Europa orientale, si mettono a migliorare le condizioni di lavoro e i salari degli operai, è la fine… Questo il ragionamento, naturalmente presentato in termini più, come dire, asettici e apparentemente civili. Ma il succo è chiaro: per dagli lavoro, bisogna tenerli alla frusta questi operai. Se no andiamo a finire come in Italia o in Germania…

Negli anni recenti – argomenta il WSJ i grandi costruttori di automobili arrivavano in massa in Slovacchia attratti dall’offerta abbondante di lavoro a basso prezzo e ben qualificato. Quest’anno, però,  quando la Kia ha avuto bisogno di mano d’opera supplementare per la sua fabbrica slovacca s’è trovata costretta a piazzare offerte di lavoro sui giornali locali e a fare volantinaggio per attirarli. Vicino a Bratislava, in una zona dove tante fabbriche e magazzini di auto fioriscono da essere chiamata Detroit dell’Est, la Vokswagen non riesce a trovare manodopera in loco e deve trasportare i lavoratori di cui ha bisogno perfino da un’ottantina di chilometri di distanza”.

Già, ormai guadagnano meglio, hanno perfino qualche piano pensionistico e non si lasciano più supersfruttare come facevano ieri… Chi sa dove andremo a finire, eh?

In Turchia, come era largamente previsto, vince le elezioni parlamentari il partito di governo della Giustizia e dello Sviluppo – il partito islamista moderato – del  premier Erdogan. Prende molti voti più del previsto, quasi la maggioranza assoluta, ma meno seggi di quanti ne avesse prima, col 13% di voti in più (misteri dei sistemi elettorali e, ancora eterogenesi dei fini, anche qui…) con soli due altri partiti – quello di sinistra laica, per dire, che col 21% e quello di destra o, meglio, di estrema destra, col 14% – che superano la soglia di sbarramento del 10%.

E’ uno schiaffo pesante per l’establishment militare e cosiddetto secolarista, e più in generale per le élites metropolitane che, invece del caffè turco coi fondi, preferiscono il cappuccino. Ma non è detto neanche che necessariamente e sempre sia l’establishment, poi, il più laico nel senso occidentale del termine (il culto della personalità del fondatore del regime, il maresciallo Ataturk, somiglia da vicino a ogni altro culto della personalità di regime). La Turchia di Ataturk, comunque, com’era sembra finita.

Ma non è detto che sia l’inizio d’una Turchia islamista. Perché non è detto, e la cosa di per sé non è negativa, che Erdogan riesca a mettere insieme quei due terzi dei voti che gli consentirebbero di cambiarsi da solo e come vuole la Costituzione… correndo il rischio fra l’altro, in quel caso, di un altro golpe militare.

Ma lo scontro tra città e campagna, tra classi medie burocratizzate e classe militare, di qua, e masse popolari di là, tra modernizzazione secolarizzata e modernizzazione temperata da un islamismo per niente fanatico, non è affatto concluso… Ed è maledettamente complicato dalle tensioni etniche, dal riaccendersi del conflitto coi curdi che questa estate soltanto ha fatto – per parte turca – settanta morti tra i militari. E forse questo, se il nuovo governo non riuscirà a “controllare” le velleità  dell’esercito, è il pericolo più grosso per la Turchia e per i suoi disegni – riconfermati subito – di “entrare in  Europa”.

STATI UNITI D’AMERICA

E’ la storia che preoccupa alcuni, pure convinti delle doti virtuose del capitalismo selvaggio – crea ricchezza, comunque – perché vedono che potrebbe attizzare ancora di più un altro tipo di backlash. Scrive sul NYT un osservatore del tutto mainstream, ma anche davvero preoccupato dello scandalo in questo paese più accentuato che altrove dovunque, di chi fa palate di soldi e sopra non ci paga che un piccolissimo rimasuglio di tasse.

E’ giusto – si chiede – o anche ammissibile per un’umana coscienza che mentre insegnanti, operatori di pronto soccorso, poliziotti e vigili del fuoco, la gente normale, viene tassata pienamente fino all’ultimo dollaro che guadagna – e spesso sottoguadagna – mentre chi in questo paese guadagna di più o paga pochissime tasse o non ne paga per niente? O mettetela pure così: osiamo mandare i nostri uomini e le nostre donne a combattere per un’America in cui i ricchissimi sono talmente favoriti dal governo che sono diventati quasi un’aristocrazia?”

La riposta – retorica – l’autore non ardisce, poi, darsela: ma non potrebbe essere altro che sì, osiamo, osiamo… perché, in realtà, quegli americani che combattono, non combattono per niente per l’America ma proprio, e non per caso davvero, per quell’aristocrazia : infatti, non c’è uno tra quei soldati e quelle soldatesse ad essere e neanche lontano nipote di quegli “aristocratici”.

Non è demagogia, questa. O, per lo meno – rileggetevi la domanda retorica – non è demagogia di chi vi riporta quelle parole ma – se poi lo è: e noi ne dubitiamo – dell’autore di quelle parole. Che, poi, conclude. “Tanto tempo fa, una professoressa di storia europea, la signora Enright, mi spiegava che tra le cause della rivoluzione francese, una era nel fatto triste che l’aristocrazia non veniva tassata per niente mentre operai e borghese pagavano tasse alte. Parlava forse del nostro futuro?[49]”. Già…

Il dollaro sta subendo una bella ripassata”, ha constatato su un piano più generale David Bloom, che per la grande banca di investimenti internazionale HSBC segue le cosiddette “strategie valutarie” (quali valute conviene in ogni momento comprare e quali vendere): i tassi di interesse stanno infatti salendo un po’ in tutto il mondo e, a questo punto, “gli USA vanno perdendo la loro tradizionale prerogativa di porto che assicura alle valute, ai depositi cash, un ancoraggio di tutto riposo e di tutto vantaggio[50]: un € oggi è uguale a $1,37-38 e troppo spesso ormai conviene liberarsi dei dollari per guadagnare(vedi sul tema, più avanti, l’articolo, stupefacente, di Foreign Affairs).

E, con l’aumento dei prezzi del petrolio intorno e a più di $76 al barile, che potrebbe spingere ancora in su l’inflazione, salgono anche i timori di una altro rialzo dell’euro.

E sale la fibrillazione, un po’ in tutti i gangli nervosi dell’economia. “Il dollaro – riassume un titolo di quasi metà luglio – cade tra timori crescenti in America[51]: perché Wall Street si sente direttamente minacciata ormai “da un mercato edilizio che si va sgretolando ed è in rapido crollo” (Standard & Poor’s  e Moody’s hanno “degradato” la loro valutazioni di titoli per un valore di quasi 17 miliardi di $; e l’indice di fiducia dei costruttori scende al minimo, adesso, dal lontano 1991, anno di recessione pesante[52]) e perché si vanno apprezzando sterline, euro, yen di là del previsto. Mentre Washington continua a chiedere allo yuan di rivalutarsi…

Naturalmente, tutte queste rivalutazioni altrui e il dollaro a buon mercato aiutano i turisti a visitare l’America, aiutano l’import dall’estero, ma fanno molto male alle esportazioni. E ormai anche negli ambienti più tradizionalmente ortodossi – le banche, le camere di commercio, le accademie mainstream – si comincia ad alzare l’allarme verso le tentazioni che emergono, sia alla Fed che alla BCE, di altri aumenti dei tassi di interesse antinflazionistici. Il pericolo, anche se le banche centrali, come sempre, non ne sono convinte, più che l’inflazione crescente potrebbe essere una crescita quasi bloccata.

Intanto, come avevamo accennato parlando dei guai che partendo dalla borsa di Shangai si sono diffusi a macchia d’olio in America, Wall Street fa un gran brutto tonfo all’inizio dell’ultima settimana di luglio. Ma le rassicurazioni rapidissime e anche frettolose di Bush e del ministro del Tesoro Paulson suonano particolarmente vuote alle orecchie di chi in borsa gioca, scommette e qualche volta lavora e, ormai, all’invulnerabilità dell’economia americana non crede più[53].

Del resto, si capisce che anche la borsa si metta a tremare quando il capo della Casa Bianca – questo capo della Casa Bianca qui – esce da una riunione d’emergenza del consiglio economico della presidenza dicendo della sua certezza di un’ “economia mondiale forte anche perché si dà il caso che io creda come una delle principali ragioni di questa forza sia che forti restiamo noi, resta l’America”…  

Il dato ufficiale sulla disoccupazione è, come sempre, ben contenuto: al 4,5%, ormai sotto il 5% dello scorso novembre. E si verifica un effetto curioso: con un mercato del lavoro a tassi così alti di occupazione, dice la teoria economica e fino a qualche anno fa sembrava confermare la pratica, dovrebbero aumentare e di parecchio i salari: ogni tipo di compenso del lavoro dipendente, cioè. Ma non succede così.

Non cresce il tasso di occupazione, ma non sale neanche quello di disoccupazione. Anche perché qui, molto più che altrove, per essere calcolati tra i disoccupati bisogna farsi contare e mettersi – che non è facile – nelle liste ufficiali di disoccupazione; e, molto spesso, qui – come altrove e più che altrove – chi perde il lavoro si dà tecnicamente per “scoraggiato”[54].

Le scorte di merci invendute ed in magazzino salgono in maggio dello 0,5% ad aprile, a $396,66 miliardi; altri dati mostrano che i consumatori hanno tagliato i consumi sotto l’impatto di prezzi in aumento della benzina e di una situazione per lo meno instabile sul mercato edilizio. Alla fine della prima settimana di luglio i consumi, sulla stessa data dell’anno prima, sono cresciuti soltanto dello 0,8% e dello 0,1% in un mese: a ritmi tartarugheschi, più consueti in Italia, da anni, che qui in USA[55].

Allarmatissimi gli organi di stampa, diciamo, mainstream dalla tentazione, che sale al Congresso sotto controllo democratico ormai, di “proteggere” i lavori più pesanti e più umili dalla concorrenza del lavoro immigrato. E’, dice, una questione di principio: il libero commercio contro il protezionismo

C’è un solo problema: senza eccezione, questi stessi giornali sono tutti a favore del protezionismo ferramente in vigore per i lavori e i lavoratori più nobili: dottori, avvocati, contabili tutti quelli che sono meglio pagati e protetti da barriere all’ingresso inflessibili. Insomma, i lavoratori meno istruiti e  meno difesi, devono imparare a fare i conti con la concorrenza del mercato globalizzato. Quelli più educati, che guadagnano molto di più e più protetti, devono continuare a venir risparmiati dalla sferza della globalizzazione[56].

Il deficit commerciale s’è allargato, come da attesa, a maggio toccando i 60 miliardi di $ (il petrolio ed il suo costo montante gonfiano l’import, al di là della crescita pur importante dell’export grazie al dollaro debole ed alla forte domanda estera). Comunque, il deficit commerciale che nel 2006 era arrivato a $758,5 miliardi, nei primi cinque mesi del 2007 è sceso dai 317,8 miliardi dello stesso periodo del 2006 a 295,5 miliardi[57].

Un documento di grande interesse – parte integrante di quel manuale di enorme interesse che è il The World Factbook— il Libro dei fatti mondiale della CIA[58], riferito ai dati di deficit dei conti correnti del 2006 (la bilancia dei conti correnti non prende in considerazione solo attivi e/o deficit degli scambi commerciali e dei servizi ma di tutti gli scambi e trasferimenti, anche di quelli finanziari), elenca partendo dal surplus per arrivare al deficit in rodine di rispettiva entità, tutti i paesi del mondo.

Il primo in  classifica, con 179 miliardi e 100 milioni di $ di attivo, è la Cina (secondo il Giappone, terza la Germania e quarta la Russia).L’Italia è al 156° posto, con  un  deficit di 23 miliardi e 730 milioni di $; la Francia al 158° seguita dalla Gran Bretagna al 161° con quasi 58 miliardi di $ di deficit e dalla Spagna con quasi 99.

Gli USA sono ultimi con un buco di bilancia dei conti correnti di ben 862 miliardi e 300 milioni di $. Che, prima o poi, dovranno pagare ai loro creditori…

Scrive Foreign Affairs, la più importante e influente pubblicazione di relazioni internazionali che fa capo al Council of Foreign Relations e dissemina idee e proposte dell’establishment americano nelle alte sfere del mondo, in un articolo intitolato La fine della valuta nazionale[59], che “lo status privilegiato del dollaro come moneta globale non è un retaggio divino.

    Alla fine dei conti, il dollaro è soltanto un’altra moneta sostenuta dalla fede che altri hanno sul fatto che in futuro con esso si potranno acquistare gli stessi beni per un valore analogo a quello odierno. Questo è un fatto che, per convalidare quel tipo di fede cieca, pesa molto sulle istituzioni del governo americano.

    Ma quelle istituzioni, sfortunatamente, non si stanno facendo alcun carico di questo peso. Una politica fiscale, di bilancio, irresponsabile sta minando la posizione del dollaro anche se il suo ruolo come riserva mondiale si va poi espandendo [valutazione, questa specifica, poi discutibile: è arrivato con forza alla ribalta anche l’euro]”.

E, per spiegare l’assurdo e precario nonsenso su cui questo meccanismo si regge, cita un economista francese che ne parlò già prima che il dollaro venisse, da Nixon, nel 1971, staccato dalla parità fino allora vigente con  l’oro. Il fatto è che come allora disse Jacques Rueff, ‘se avessi un accordo col mio sarto per cui quello che gli pago per il lavoro fatto poi lui me lo ridà come prestito lo stesso giorno, non avrei alcuna difficoltà a ordinargli ancora e ancora vestiti ’. Ecco, oggi riprende l’editoriale di FA, “gli Stati Uniti  e, in verità, il loro sarto cinese, dovrebbero davvero preoccuparsi della sostenibilità di quella che Rueff chiamava un’ ‘assurdità’ ”.

Il punto è che “non c’è modo alcuno di assicurarsi efficacemente contro lo sbrindellarsi degli squilibri globali se la Cima, con oltre mille miliardi di dollari riserve, e gli altri paesi le cui banche centrali ne hanno i forzieri stracolmi cominciano a temere l’insopportabile leggerezza dei loro crediti”.

Francamente, ci sembra un articolo non solo interessante ma estremamente allarmante…

Deponendo al Congresso, in un’affollatissima audizione, Ben S. Bernanke, il presidente della Fed ha voluto, stavolta, suonare più realistico di quanto fosse usuale per le abitudini della casa (delle case: la Fed e il Congresso): quasi pessimistico.

Dice che al massimo, ormai, c’è da aspettarsi non più di una “moderata” espansione per il resto dell’anno, raffreddata com’è dalla frenata del mercato edilizio: le autorità di regolazione di borsa dovranno imporre ormai regole più dure per controllare le ipoteche “subprime”, quelle meno garantite.

Un problema che comincia a preoccupare parecchi. Il vice governatore della Banca d’Inghilterra, Sir John Give, dice che il calo, in America (ma anche a casa sua), non è finito per niente e il servizio investimenti di Moody’s ha messo le mani avanti: ancora nessuno ha un’idea delle perdite che seguono e seguiranno il “gran turbamento” in atto sul mercato edilizio. Il “rischio che sale metterà alla prova la saldezza di molti nervi”.

E’ ormai “un cocktail velenoso il combinato disposto di un rilassamento degli standards per la concessione delle ipoteche e dei cosiddetti derivati, gli strumenti del debito poco compresi chiamati derivati[60]

Tornando alla seduta di commissione del Congresso da cui siamo partiti, sostenuto, stavolta, e per niente compiacente è stato l’attacco condotto da molti democratici per avere  la Federal Reserve a lungo, troppo a lungo, ignorato la stagnazione del salario reale che, scontata l’inflazione, molti, troppi, lavoratori dipendenti hanno dovuto subire.

E hanno accusato la Fed – che, al contrario della BCE, ha per mandato anche quello di aiutare la crescita, non solo di garantire la moneta – di trascurare del tutto il problema della qualità della crescita, il fenomeno dell’ineguaglianza crescente e di profitti d’impresa che si mangiano, anno dopo anno, dalla fine dell’ultima recessione nel 2001, quote crescenti di redito continuando a impennarsi[61].

Sembra che, nella lunga rincorsa alle elezioni presidenziali – ancora un anno e mezzo – sulle strade della campagna e al Congresso, i democratici abbiano deciso che qualche po’ di sana e meno esitante aggressività, qualche po’ di demagogia e di populismo – come deplorano i giornali conservatori di chi attacca le ingiustizie di una società affluente che non ama sentirsele ricordare – serve ed è giustificata.

Il fatto è che il moderatismo clintoniano degli otto anni che separano le due presidenze dei Bush – conservatrice la prima, reazionaria e pressoché folle, s’è visto, la seconda – non accontenta più la maggioranza degli elettori proprio nell’ano quando a correre s’è messa Hillary Clinton.

Sono cittadini che si sentono marginalizzati dai meccanismi del sistema: sul piano della democrazia, dalla farraginosa macchina legislativa ed esecutiva che consente a un presidente largamente sfiduciato dalla gente (novembre 2006) di continuare a fare il macello che vuole sul piano internazionale; e sul piano dell’equità e dell’economia, da una ricchezza comunque crescente ma, in modo crescente, sempre più squilibrata.

Così, i democratici cominciano a discutere pubblicamente se non convenga loro, e ai loro elettori, premere sul pedale della denuncia di una crescita diventata anemica, di un ristagno dei redditi medi e bassi sfacciatamente negato per quelli alti e per i profitti, di una difficile lotta delle classi medie che si sentono – e spesso sono – riassorbite nel baratro di un mercato del lavoro che si fa sempre più duro per i deboli man mano che cambia.

Perfino Hillary Clinton – forse, tra i concorrenti democratici più moderati, più subordinata com’è all’aura presidenziale: per cui il comandante in capo gode sempre, perché tale, di uno status un po’ di riguardo… – ha chiamato l’economia di Bush “l’economia dello sgocciolamento senza lo sgocciolamento”: dimostrando anche così, però, una certa subordinazione intellettuale e culturale nei confronti dei conservatori, coi quali – quelli veri, alla primo Bush e alla Reagan – per implicito riconoscimento lo sgocciolamento della ricchezza, secondo lei, ci sarebbe comunque stato[62].

Ma c’è un fatto nuovo, prepotentemente emergente, in campo economico. Che così viene descritto da un osservatore attento: “Per molti economisti, mettere in dubbio l’ortodossia di mercato è come confessare il proprio credo nel ‘disegno intelligente’ in un convegno di darwinisti: chi dubita dell’effetto naturalmente benefico del mercato è considerato o un illuso o un pazzo… Però, da qualche mese…[63], non è più così.

A partire da premi Nobel dell’economia, (Stiglitz, Sen, Akerlof…) ad economisti assolutamente mainstream (Summers…) che stanno rimettendo in questione, ad esempio, che la globalizzazione sia comunque un bene scontato, giù giù fino ai professori di liceo, sempre più numerosi qui in America, e più disposti a discutere il dogma economico neo-liberista, sono accademici ed economisti.

Così cominciano ad essere rimessi in questione articoli, quasi, di fede come il “libero” commercio, il non intervento pubblico in economia, le regolazioni della stessa… Il fatto è che fino ad oggi, “spiega David Card, economista che insegna all’università della California, uno perdeva la patente di economista vero se non diceva che ogni tipo di regolazione dei prezzi era cattivo e che il libero commercio era buono’”.

Si chiamano, tra di loro, economisti “eterodossi”, per mancanza ancora di un termine che meglio  ridefinisca l’egemonia che vogliono cambiare in campo economico. Eterodossi, così, sono grosso modo tutti coloro che in questa materia “respingono il modello neoclassico che Milton Friedman aiutò a creare e che Ronald Reagan si incaricò di tradurre in pratica politica dominante”.

Ma non si fanno illusioni: sono ancora in minoranza. Però, adesso, cominciano ad essere di nuovo ascoltati: neo- o post-keynesiano non è più, insomma, in America, una parolaccia… E il messaggio sta passando pari pari e prepotentemente anche in politica: proprio come negli anni ’80 fece con Reagan che vi trainò la dottrina di Friedman, adesso é dall’altra parte che pencola piano piano il mainstream.

Anche perché sta scattando fra la gente – la stragrande maggioranza della gente – quello che gli americani chiamano il backlash, il colpo di frusta, la reazione. La descrive così, fattualmente, sotto il seguente sottotitolo (Il sogno americano di ricchezza per tutti sta rovesciandosi in un incubo di ineguaglianze. Ma sta fermentando la reazione) un breve saggio che gli studiosi di cose americane farebbero bene a scorrere[64]:

I super-ricchi americani sono tornati ai Ruggenti Anni 20. Mentre il resto del paese si dà da fare per riuscire a sfangarla, una grossa bolla di multimilionari vive quasi in un mondo parallelo. E’ un  mondo di educazione privata, di sanità privata, di  magioni circondate da inferriate e barriere. Hanno le loro scuole, e hanno le loro banche. Viaggiano pure per conto proprio, facendo montare il boom di un’industria di jet privati e di panfili.

    E’ un mondo, questo loro, che adesso ha trovato un nome, grazie a un nuovo libro di Robert Frank, reporter del Wall Street Journal, che lo ha chiamato Richistan’ [come Pakistan o Beluchistan: in italiano forse, al meglio, ‘Ricchistan’]. E’ un posto dove ogni sogno diventa realtà. Ma per il sogno americano – che promette a ciascuno il diritto a far parte dell’élite – l’ emergere del Ricchistan è un problema. ‘Perché in America – dice Frank – stiamo avviandoci verso livelli di ineguaglianza da paese in via di sviluppo. Potremmo diventare come il Brasile. Ma che dice questo di noi come paese? Che dice sull’America’?

     Nel 1985 in America c’erano 13 miliardari. Adesso, ce ne sono più di 1.000. Nel 2005, negli USA, sono stati creati altri 227.000 milionari. E un’inchiesta approfondita ha mostrato che la ricchezza complessiva di tutti i milionari americani ammontava, nel 2005, a 30  miliardi di $: più del PIL complessivo [al cambio bancario] del PIL cumulato di Cina, Giappone, Brasile, Russia e di tutta l’Unione europea” ”.

E’ la storia che preoccupa alcuni, pure convinti delle doti virtuose del capitalismo selvaggio – crea ricchezza, comunque – perché vedono che potrebbe attizzare ancora di più un altro tipo di backlash. Scrive sul NYT un osservatore del tutto mainstream, ma anche davvero preoccupato dello scandalo in questo paese più accentuato che altrove dovunque, di chi fa palate di soldi e sopra non ci paga che un piccolissimo rimasuglio di tasse.

E’ giusto – si chiede – o anche ammissibile per un’umana coscienza che mentre insegnanti, operatori di pronto soccorso, poliziotti e vigili del fuoco, la gente normale, viene tassata pienamente fino all’ultimo dollaro che guadagna – e spesso sottoguadagna – mentre chi in questo paese guadagna di più o paga pochissime tasse o non ne paga per niente? O mettetela pure così: osiamo mandare i nostri uomini e le nostre donne a combattere per un’America in cui i ricchissimi sono talmente favoriti dal governo che sono diventati quasi un’aristocrazia?”

La riposta – retorica – l’autore non ardisce, poi, darsela: ma non potrebbe essere altro che sì, osiamo, osiamo… perché, in realtà, quegli americani che combattono, non combattono per niente per l’America ma proprio, e non per caso davvero, per quell’aristocrazia : infatti, non c’è uno tra quei soldati e quelle soldatesse ad essere e neanche lontano nipote di quegli “aristocratici”.

Non è demagogia, questa. O, per lo meno – rileggetevi la domanda retorica – non è demagogia di chi vi riporta quelle parole ma – se poi lo è: e noi ne dubitiamo – dell’autore di quelle parole. Che, poi, conclude. “Tanto tempo fa, una professoressa di storia europea, la signora Enright, mi spiegava che tra le cause della rivoluzione francese, una era nel fatto triste che l’aristocrazia non veniva tassata per niente mentre operai e borghese pagavano tasse alte. Parlava forse del nostro futuro?[65]”. Già…

Insomma, sì, qualcosa non funziona nel sogno americano. E la gente si comincia a inc…are. Anche qui. Neanche questo presidente pare che, in effetti, oserà mettere il veto – come pure aveva minacciato – alla legge votata dai democratici, ma anche da non pochi repubblicani, che aumenta il salario minimo federale di 70 centesimi di dollaro, a $5,85 l’ora (qui, in assenza di qualsiasi contratto con valore erga omnes, il salario minimo diventa essenziale). E’ il primo aumento, in realtà miserando, dal 1997[66].

Ormai, poi, il mammasantissima, il presidente, va a ruota libera. Contro ogni consiglio – sapendo che ormai gli resta un anno e mezzo soltanto di presidenza e che da lui stanno prendendo le distanze tutti, grande maggioranza dei repubblicani compresi – ha concesso la grazia (più esattamente – per ora, poi si vedrà… – ha commutato la pena in una multa…

Lui che, da Governatore del Texas e da presidente non ha mai graziato un condannato a morte, al grido di “le pene vanno eseguite… tutte!”: 150 ne ha fatte eseguire  in Texas), sfidando l’opinione pubblica, e risparmiando così la galera a I. Lewis Libby Jr., il sottopancia del vice presidente che aveva giurato il falso in Congresso per coprire le frottole inventate a “giustificazione” della guerra in Iraq e che, per questo, era stato condannato a trentasei mesi di galera[67].

Ha commentato il NYT che Bush “arriva a questa decisione come un leader infiacchito, col livello di approvazione al minimo da sempre per qualsiasi presidente, con un’agenda di politica interna che barcolla al Congresso e con una serie di suoi assistenti diretti costretti a deporre sotto giuramento al Congresso dai democratici ormai in maggioranza”. Insomma, tanto ormai avrebbe poco da perdere.

Dicono i critici che questo è l’ennesimo atto di ipocrisia d’un presidente che una volta trovò il modo di dire pubblicamente che chiunque, della sua amministrazione, infrangesse la legge per dare retta a lui “sarebbe stato coperto”, comunque, da lui. I fans che gli restano sostengono che da parte sua è stata una prova di coraggio e di carattere: insomma, l’aveva detto e l’ha fatto, ha mantenuto la parola. Come quest’ultimo nocciolo duro di fedelissimi – o gente potente o fanatici, ormai – gli ha anche fatto chiaramente capire di dover fare per mantenere la loro residua lealtà…

Forse è così, o forse Bush era anche preoccupato per quello che chi fino a ieri era stato un leale, e anche esaltato, scherano potrebbe farsi saltare in testa quando si fosse ritrovato, sdraiato su una branda, a fissare per mesi il soffitto di un carcere. E’ già successo, una volta, con Nixon…

Resta da vedere se il livello di indignazione riuscirà, almeno stavolta, a farlo pentire della sua spudoratezza (il portavoce ha detto papale papale – o, meglio, presidenziale presidenziale – che “non gli sembrava giusto veder Libby andare in galera”, in fondo per aver fatto quello che lui gli aveva ordinato di fare.

Ma in questo paese non è affatto certo che la reazione complessiva finale sarà poi questa. Anche se delle prime 700 e-mail arrivate, in un’ora, al NYT ben 651, il 93%, erano pesantemente negative. Solo che, come al solito, conta un Congresso pauroso e neghittoso, non la gente. Finché non si scatenerà tutta insieme, e selvaggia, la reazione, il colpo di frusta come lo chiamano qui: quando tutti correranno dietro al carro che porta la banda, affrettandosi a salirci in massa. Proprio come capitò a Nixon, trentatre anni fa…

E’ curioso, se non scandaloso, riflettere al fatto che questo vero e proprio colpo di stato giudiziario e politico messo in piedi da Bush – l’ennesima violazione di legge, di etica politica certo, della sua presidenza – sia venuta alla immediata vigilia del 4 luglio: Independence Day. Dal 4 luglio 1776, e ogni 4 luglio, la Dichiarazione di Indipendenza è stata affissa nei luoghi pubblici, in questo paese, e letta a voce alta sempre pubblicamente, secondo quei rituali che, magari, a noi suonano vagamente ridicoli ma che agli americani sembrano sinceramente affezionati: il giuramento, gli innumerevoli alzabandiera, sbandierate e sbandieratine quotidiani, il canticchio borbottato dell’inno nazionale con la mano sul cuore…

Ora quello che si chiama il “Bill of Particulars” della Dichiarazione, la “lista particolareggiata” dei perché che giustificarono la ribellione e la rivoluzione contro il re d’Inghilterra, per i “ripetuti oltraggi e le frustrazioni dei diritti e delle libertà degli americani”. Ci sono, elencati, alcuni passaggi che definiscono i caratteri della “tirannia del re”, Giorgio III d’Inghilterra, e le giustificazioni della “rivoluzione”.

E se non se li ricorda, ovviamente, Bush – Giorgio II d’America – dovrebbero ben ricordarseli tutti od, ormai, la gran maggioranza degli americani. Recitano precisamente così:

Egli ha ostacolato l’amministrazione della giustizia rifiutando di approvare le leggi che stabilivano i poteri dei giudici… ha reso i giudici dipendenti dalla sua volontà come condizione del mantenerli in servizio… ha rubato i nostri diritti garantiti, abolendo le nostre leggi migliori e alterando fondamentalmente le nostre forme di governo… ci ha privato in molti casi del beneficio del giudizio da parte di una giuria… e ci ha fatti trasportare oltremare per essere sottoposti a giustizia su accuse non dimostrate[68].

Proprio tra quelle cose che George W. Bush non nega di aver fatto; e, anzi, rivendica come poteri sovrani del presidente — proprio come faceva il re pazzo, Giorgio III; che, però, non ha mai neanche tentato, come regolarmente per anni ha fatto Giorgio II – finora sfangandola per la paura dei rappresentanti del popolo di cui si diceva – di firmare proclami residenziali nei quali, da solo, il capo dello Stato decide quali parti delle leggi osserverà degli Atti passati dalla legislatura e quali no…

La  notizia incalza, e anche spiega, da vicino l’ultimo sondaggio del Pew Research Center, il centro di ricerche e di sondaggi dell’università della Pennsylvania, il più analitico e accreditato istituto sondaggistico nazionale. Il “rilievo centrale” della sua ultima inchiesta sull’opinione globale degli USA che ha il mondo, è “ormai tetramente familiare: il presidente e la sua sviata e sviante guerra all’Iraq hanno buttato giù, molto giù,  gli Stati Uniti nella considerazione del mondo[69].

In 33 dei 47 paesi indagati c’è una forte ostilità alla concezione americana della democrazia, la più forte in tre paesi alleati degli Stati Uniti: Turchia, Francia e Pakistan… Washington agisce di regola senza curarsi degli interessi altrui… E forti maggioranze dovunque, Stati Uniti compresi, vedono negli USA il colpevole principale dei ‘danni prodotti all’ambiente a scala mondiale’”.

Più a fondo “il sondaggio della Pew riflette una profonda delusione nell’incapacità  dell’America di far onore ai suoi ideali e alla condotta che va predicando nel mondo…”. Due terzi degli intervistati americani si sono detti convinti che sia cosa buona “la diffusione nel mondo di idee e abitudini di stampo americano”. Ma più di due terzi degli intervistati del resto del mondo, dicono che no, non è cosa buona. E maggioranze assoluto contrarie si manifestano anche “in bastioni del filoamericanismo come Gran Bretagna e Polonia…”.

Conclude l’editoriale dal quale stiamo citando: “Mr. Bush ed i suoi sono famosi per non dar ascolto a nessuno se non a sé stessi. Ma hanno bisogno di stare a sentire quello che viene dicendo il resto del mondo quando essi rifiutano di preparare un’uscita razionale dall’Iraq, o continuano a bloccare ogni sforzo serio di controllare il riscaldamento globale, o insistono a dire che non è ancora il momento di lavorare per un accordo israelo-palestinese. Perché non è solo la loro reputazione che ne soffre. E anche quella dell’America”.

E, ormai, la cosa è cronica. In America è aperto, seriamente, il dibattito tra studiosi e accademici se spetti proprio a Bush la palma del peggiore presidente della storia americana. E, in effetti, i giudizi sembrano concordare. Non ha lasciato niente di veramente buono in eredità al suo successore. E è strapessimo, d’altra parte, anche ciò che – una volta cancellato il peccato mortale dell’Iraq e di come ha reagito al terrore portatogli in casa da al-Qaeda – resta di più duraturo del suo legato.

Negli anni della sua presidenza, con le nomine alla Corte Suprema – che, secondo gli standards della strana gentlemen’s politics americana, inapplicabili ormai a una politica fatta da furfanti e da politicanti – furono, disgraziatamente, poco osteggiate dai democratici che pure sapevano bene di chi si trattasse e, volendo, avrebbero potuto boicottarle fino a vanificarle – del presidente della Corte Roberts e del giudice Alito, Bush ha cambiato gli equilibri della Corte.

Oggi ha due suoi cloni a garantire una maggioranza schierata quasi sempre con lui. Ora la spaccatura è più frequente e più netta, 5-4, su temi cruciali che – questo sarebbe il legato che dura –lasceranno il segno, più che conservatore proprio reazionario per molti anni (i giudici sono nominati a vita) sul tessuto della società americana: in temi delicatissimi come i diritti ala libertà personale, la non discriminazione razziale, la tolleranza o l’intolleranza sociale, il diritto del lavoro contro i diritti dell’impresa, la pena di morte[70]...                                                                                                                                                                                                 

Intanto, Bush e Putin si sono incontrati – mezza giornata di pesca, mezza di business – in America. Senza raggiungere alcun accordo sui punti del contenzioso aperto (scudo spaziale americano in Europa orientale, nuova e più dura risoluzione sull’Iran da parte del Consiglio di sicurezza, risoluzione nello stesso organismo che riconosca l’indipendenza del Kossovo): su tutti i nodi, spazi ancora abissali tra i due; ma affrontati, almeno in questa occasione – dicono – “amichevolmente”.

Ma, appunto, senza soluzione alcuna. Sulla questione degli antimissili statunitensi piazzati al confine polacco della Russia, due giorni dopo il vertice con Putin, Mosca chiarisce che l’impasse è restato totale. Dice il primo vice primo ministro Sergei Ivanov – candidato credibile alla successione di Putin alle prossime presidenziali – che se la soluzione americana fosse quella unilaterale che sembrano privilegiare – la Polonia – e se le alternative proposte (bilaterali e tipo Azerbaijan) fossero considerate, appunto, solo un’aggiunta e non un’alternativa, la risposta russa sarebbe certa.

E includerebbe “nuovi schieramenti di missili nella parte europea della Russia”, dislocati proprio alle porte della Polonia, probabilmente razzi del tipo Iskandar mobili piazzati intorno a Kaliningrad: “in grado di far fronte ai pericoli aperti dal sistema di difesa missilistica [degli americani]”[71].

Oltre, subito, al ritiro dall’accordo sulla riduzione delle armi convenzionali in Europa che, ad oggi, tanto osservava solo la Russia e nessun paese della NATO aveva ratificato (infatti, stavolta, per forza di cose, proteste assai mute). Infatti, Mosca ha – come si dice in termini tecnici – dato il preavviso di sei mesi, il 14 luglio, per la denuncia formale del Trattato[72].

E, subito, immantinente, ecco la solita litania. Mentre alcuni giornali internazionali titolano sul merito[73], o accennano anche nel titolo almeno ai motivi del fatto, grandi organi di informazione (si fa per dire…) di massa, da noi soprattutto Corsera e Repubblica, riferiscono e, insieme, commentano quando monchi, quando proprio disonesti, intellettualmente.

• Il primo, che titola Armamenti, la sfida di Putin…: come se la corsa l’avesse rilanciata il russo…, riporta il commento, tanto ingenuo quanto ottuso, del portavoce della NATO, James Appathurai, alla reazione di Putin: “I paesi membri considerano il Trattato come un pilastro per la stabilità europea e vorrebbero fosse ratificato il più presto possibile”.

    Peccato che, avendo avuto quasi 17 anni dalla prima versione del 1990 passando per la revisione del 2002 ad oggi per ratificarlo, neanche uno di loro l’abbia mai fatto. E, con una faccia di tolla incredibile, questo se ne esce osservando che, ora, la decisione russa rappresenta “un passo nella direzione sbagliata[74]...

• Il secondo, in due colonne di piombo, a p. 1 articolo di spalla col seguito a p. 28, riesce a non dire neanche in mezza riga che i russi per oltre un decennio il Trattato CFE lo hanno scrupolosamente osservato e nessuno dei paesi NATO si è sognato neanche solo di ratificarlo[75]… Ma fanno osservare proprio alla NATO che la sospensione russa è stata esplicitamente imputata dalla controparte a “circostanze straordinarie” (annuncio della dislocazione degli antimissili americani al confine russo) che mettono a rischio la loro sicurezza.

    La sospensione comporta che ogni ispezione NATO alle forze convenzionali russe viene sospesa (d’altra parte, non avendo i paesi NATO ratificato il CFE, nessuna ispezione russa a nessuna delle forze armate della N ATO era stata mai effettuata) e che, almeno sul piano delle possibilità, la Russia (esattamente come finora ha fatto la NATO) non si riterrà ora obbligata a rispettare nessun  tetto ai propri armamenti convenzionali.

Alla fine, forse, a bloccare il piano di Bush probabilmente non saranno né Europa né NATO e neanche le preoccupazioni e le possibili ritorsioni dei russi: sarà, invece, il Congresso americano che in Commissione congiunta ha stanziato i 139 milioni di € chiesti dal presidente per finanziare il sistema radaristico da piazzare nella Repubblica ceca ma ha tagliato lo stanziamento iniziale di 171 milioni per piazzare i missili antimissili in Polonia[76]. Per ragioni di costi ma, soprattutto, dice il rapporto della Commissione, di inaffidabilità degli strumenti. E aggiunge, poi, chiaramente, toccando il cuore del problema, che l’impresa non vale davvero la spesa di una rottura con Mosca…

Nelle audizioni, più di un senatore ha detto che lo scontro tra Casa Bianca e Cremlino sui missili antimissili non è tanto, in realtà, sulle armi come tali ma sul territorio: Washington così vuole ostentare la sua nuova influenza sul vecchio blocco sovietico e Mosca, a fronte di questa offensiva, cerca di riaffermare almeno un certo qual diritto di veto su quel che avviene sotto i suoi occhi, in quello che considera il suo cortile di casa. Come ha detto nel suo intervento alle audizioni senatoriali un politologo famoso (Brzezinski), non è quanto faremmo noi se Mosca volesse mettere i suoi antimissili, diciamo, a Cuba?

Al solito, il presidente minaccia di mettere il veto. Ma dovrebbe metterlo a tutto il bilancio in blocco e non se lo può permettere. Stavolta, il Congresso potrebbe anche trovare un po’ più di coraggio di quando per tre volte ha provato di recente a bloccare l’avventura irachena imponendo alla Casa Bianca un’agenda di ritiro delle truppe per, poi, rimangiarsela. Anche perché stavolta è certo più facile: il tema non è carne della sua carne (i soldati in Iraq) e Bush va indebolendosi ogni giorno di più, E non può rischiare, stavolta, di mettere a rischio tutto il suo bilancio militare.  

Quanto all’Iran, mentre gli americani tentano di riprendere le pressioni su Teheran rimettendo in moto il Consiglio di Sicurezza, l’unico immediato sviluppo concreto è quello che, subito dopo l’incontro al vertice di Kennenburkport, nel Maine, è stato annunciato, da parte iraniana che l’impianto di produzione di energia nucleare di Bushehr, di costruzione russa sarà completato entro tre mesi[77].

Poi è arrivata la smentita dei russi: non per sanzioni, s’intende, ma solo perché ancora una volta gli iraniani sono in ritardo coi pagamenti, dice Ivan Istomin, il capo della Energoprogress, il subappaltatore russo che sta costruendo il reattore, non si potrà completare il lavoro ancora per un anno[78].  

Del resto, ad allentare la credibilità e la capacità di mordere di questa strane sanzioni adesso ci si mette anche la Turchia che ha concordato il transito sul suo territorio del gas naturale iraniano verso l’Europa e di quello turkmeno in Turchia. Kazem Vaziri-Hamaneh, il ministro del Petrolio di Teheran, dà la notizia, facendo rilevare come il suo paese non trovi alcuna difficoltà, malgrado i tanti “conati di embargo” come li chiama, a finanziare i propri progetti.

Ma anche che l’Iran è sempre interessato, comunque, a sviluppare con la Turchia le tre fasi previste di sviluppo del campo petrolifero di Pars (la Turchia investirà 3,5 miliardi di $) oltre che di concludere la proposta di un Progetto della Pace con India e Pakistan che dovrebbe essere firmato a fine agosto ed al quale gli americani fanno feroce obiezione… senza trovare, però, grande ascolto[79].

Infatti, il Dipartimento di Stato lamenta pubblicamente la decisione turca che definisce “sbagliata”. Naturalmente, il portavoce dell’Ambasciata americana in Turchia specifica che la decisione turca è sovrana. Ma richiama all’attenzione di Ankara che l’Iran, in “analoghi accordi raggiunti in passato[80] non è stato un partner granché affidabile. Peccato che quando la stampa gli chiede di specificare come e quando, prenda tempo e, poi, non risponda neanche. Non aveva fatto neanche i compiti a casa…

Si innervosiscono anche, con gli americani, perfino gli inglesi, per la montante pressione su imprese e banche a interrompere ogni rapporto con Teheran. Qui, la pressione più che dalla Casa Bianca viene dal Congresso che sta preparando, in questo senso, un atto legislativo che imponga, unilateralmente, penalizzazioni dure in America a chi commercia con l’Iran.

E’ la frustrazione americana alla tattica, non solo europea, di dire sì ma poi di tirare in lungo che da noi si chiama diplomazia e fare politica e che loro non riescono a capire (capiscono benissimo, peraltro, e sono maestri dello giurare il falso e poi fare il vero)…

E’ in particolare la City a mostrare impazienza con le pretese americane, specialmente banche come la Standard Chartered e la HSBC. Anche perché, quando sotto una pressione esse stesse più forte del governo di Londra rispetto agli altri europei, riducono la loro presenza, in Europa pronti a buttarsi sull’occasione che si apre si butano altri, specie banche tedesche e francesi.

Adesso che il Congresso americano vuole bloccare ogni possibilità di manovra a ogni business americano, è il business americano a chiedergli di bloccare ogni opportunità di far affari con Teheran anche agli europei e agli altri alleati. Come se il Congresso avesse il diritto, oltre che forse – ma solo per la vacua debolezza degli altri – il potere, di legiferare, come se fossimo in regime di sovranità limitata (lo siamo?), anche per gli altri (per noi).

Contrario è il Dipartimento di Stato, dove al contrario che al Congresso e alla Casa Bianca, qualche residuo di professionalità diplomatica e politica, di conoscenza del diritto internazionale, alberga ancora… La sostanza è che mentre l’ONU ha passato finora due risoluzioni che impongono sanzioni tutto sommato limitate all’Iran, in una corsa dissennata al “+1” il Congresso sul tema, dovendo rispondere al business, si fa più intransigente del presidente e in una palese dimostrazione di megalomania, pretende di imporre al mondo, fregandosene della procedura onusiana, il proprio volere.

Ma non è un caso che sanzioni dure e definitive all’ONU non passino: perché all’ONU hanno, e sanno tutti di avere, la coscienza sporca. Infatti, l’Iran è pienamente legittimato, dal Trattato di non proliferazione nucleare cui aderisce[81], come del resto contraddittoriamente poi gli riconosce il testo stesso delle risoluzioni punitive votate nei suoi confronti, a condurre ricerche e sviluppo in tema d’energia nucleare sua propria…

La diplomazia europea – Solana e la Benita Ferrero-Waldner per l’Unione: ma anche i ministeri degli Esteri di Germania, Francia ed Italia – ha fatto presente che ogni sanzione americana verso banche terze imposta al di fuori del meccanismo dell’OMC sarebbe del tutto illegale e che le banche europee, al contrario di quelle americane, hanno crediti all’esportazione verso l’Iran per $16 miliardi complessivi a fine 2005.

Vero, anche gli europei, pur fra frenate e contestazioni varie, hanno deciso di cominciare a ridurre la loro esposizione creditizia (ma come? chiedendo a Teheran già sotto minaccia di pagare anzitempo? ridicolo, no?). Ma non hanno mai detto sì a sanzioni definitive, ferree che, costituendo in effetti una dichiarazione totale di guerra economica a Teheran, per prima cosa si tradurrebbero in una cancellazione immediata di tutti i loro crediti verso l’Iran: che non un debitore insolvibile, anzi…[82].

Siamo però, sembra, a un punto di non ritorno. Ma non, come pensavano gli estremisti americani, tra occidente e Iran. Forse tra America e resto dell’occidente. Anche se lo scontro sarà felpato e sommesso, perché nessuno pare trovare davvero il coraggio di dire all’America di andare a quel paese…

Nel frattempo, l’Ambasciatore iraniano all’AIEA, Ali Asghar Soltaniyeh, rende noto che il vice direttore generale dell’AIEA e capo del suo Ufficio di ispezioni, Olli Heinonen, visiterà ufficialmente Teheran “per presentare – hanno detto gli iraniani – un’agenda di lavoro proposta dall’AIEA sul programma nucleare[83].

Il capo degli ispettori dell’AIEA, el-Baradei, attesta che l’Iran mostra disponibilità e flessibilità nuove[84] e Soltaniyeh conferma: noi abbiamo ripreso a collaborare con l’IAEA, sottolineando che invece “Israele rimane l’unico paese del Medio Oriente che non solo non ha mai firmato e non intende firmare il Trattato di non proliferazione nucleare ma ha anche e sempre perentoriamente vietato l’ingresso sul suo territorio all’Agenzia internazionale delle Nazioni Unite per l’Energia atomica”.

L’Iran, è invece (quasi) universalmente boicottato. Ma, adesso, come era facilmente pensabile altri reclamano lo stesso diritto: che è anche quello che, poi, da sempre si è preso Israele. Brasile e Sudafrica intendono esplorare una cooperazione per la produzione autonoma e nazionale di energia nucleare in parallelo con l’India e confermano la loro scelta per l’energia nucleare come fonte sicura, sostenibile e non inquinante – dicono – di energia per le loro popolazioni: come quella dell’Iran, giovani e in continuo aumento[85].

E il presidente nigeriano, Umaru Musa Yar’Adua, altro grande produttore di petrolio, vuole che il suo paese sviluppi anch’esso una tecnologia nucleare capace di produrre energia: proprio come Brasile, Sudafrica, Iran ed Israele… e ordina al ministro della Scienza e della Tecnologia di integrare una linea di sviluppo del nucleare civile nella linea di sviluppo energetico nazionale complessivo[86].

Intanto, sempre in Iran, si aggrava la crisi di popolarità del presidente Mahmud Ahmadinejad, premuto da vicino dal forte scontento economico, aggravato ora dalla penuria, dal razionamento e dal rincaro alle pompe della benzina.

Ciò si fa quasi inspiegabile per la gente, in un paese grande produttore di petrolio, sì, ma dove le raffinerie di petrolio si contano sulle dita di due mani… Il fatto è che— prima, con lo shah, ci pensavano la Shell e la BP; che smisero subito dopo l’andata al potere di Khomeini. Il ministro del Petrolio, Vaziri-Hamaneh, lo racconta alla gente per radio e aggiunge, in parlamento, che non c’è modo possibile per aumentare la consegna di benzina alle pompe oltre alle quote di razionamento vigenti. Sono state fatte trattative ed accordi con imprese private estere, aggiunge, per fabbricare d’urgenza dieci nuove raffinerie che dovrebbero mettere il paese “entro tre anni” in grado di esportare benzina all’estero[87]

L’Iran è uno strano paese, dove è al potere un altrettanto strano fanatismo religioso, o pseudo tale, che lascia, però, tra un ordine di chiusura ed un altro, spesso non osservati per niente, manifestarsi, i tanto in tanto, posizioni di opposizione: pure in parlamento, in tv e sulla stampa. Come, citando i risultati di un sondaggio capillare condotto su Internet, ha reso noto, certo con non poco coraggio, un’agenzia di informazioni, la Baztab di Teheran[88].

E’ un’agenzia che conduce sondaggi e li pubblica, anche liberamente, pure in inglese, collegata ad un fiero oppositore della presidenza di Ahmadinejad, Moshen Razai, già comandante della Guardia rivoluzionaria: a smentita solenne dell’assunto che l’Economist propina ai suoi lettori per scontato (salvandosi la coscienza professionale con un “quasi”), che “non è consentito quasi nessun serio sondaggio d’opinione indipendente[89], in Iran; cosa che non sembra proprio vera…).

Sui 20.177 iraniani sondati il 2 luglio, il 62,5% di quanti nel 2005 votarono per il presidente non sarebbero dell’idea di rivotarlo alle prossime presidenziali. E, di quelli che allora non lo votarono, sarebbero non più del 5,3% ad averci ripensato e a votarlo stavolta.

Naturalmente, il modo di ricementare il paese dietro il suo presidente estremista è semplice: basta che gli americani alzino ancora la voce e la minaccia funzionerà, ancora una volta. Pare che stia rivenendo a galla con prepotenza alla Casa Bianca, nella disperazione di una presidenza in crollo verticale di credibilità ed in sgretolamento progressivo del proprio stesso potere, la tentazione di attaccare l’Iran spinta, come sempre, dal fanatismo fondamentalista del vice presidente Cheney (loro il male, noi il bene) che istiga l’impazienza del presidente.

Ma spinta anche, se dobbiamo dire proprio tutta la verità, dalla solita irresponsabile stampa più responsabile. Parliamo proprio del NYT e del suo reporter sugli Esteri, Michael R. Gordon, che ha rifatto adesso quello che aveva fatto sull’Iraq cinque anni fa (e di cui poi ha dovuto, lamentosamente quanto pubblicamente, scusarsi coi lettori imbestialiti).

Responsabilità certo sua che, con la collega Judith Miller, aveva montato nel 2002, sempre sul NYT, tutto il bla-bla-bla sulle armi di distruzione di massa dell’Iraq: Gordon se l’era cavata supplicando il perdono e imputando la propria faciloneria alla propria “leggerezza”…; la Miller, invece, era stata licenziata in tronco avendo testardamente ribadito dio aver creduto sulla parola salr frtottole di chi la “informava”.

Ma soprattutto, ci sembra, responsabilità alla fine dell’editore, dati quei precedenti. Per cui, ora, risulta incredibilmente avventuroso riportare con titoli di prima pagina l’accusa semplicemente stenografata, su dettatura del Pentagono, che l’Iran è già in guerra con gli USA aiutando – dice il Pentagono: ma, si capisce, senza riportare nessuna prova – l’insorgenza irachena[90].

E’ successo così che, 97 a zero (i tre che si sono astenuti non vedevamo nessuno dei senatori democratici candidati alle presidenziali, né Hillary né Obama), il Senato ha approvato l’11 luglio una risoluzione di intenti – non operativa ancora – che dichiara come l’Iran abbia commesso atti di guerra contro gli Stati Uniti. E in pratica presenta a Geoerge W. Bush un assegno in bianco che lo autorizza ad attaccare Teheran appena lo ritenga opportuno, non troppo costoso e, soprattutto, trangugiabile da un’opinione pubblica ormai, grazie al cielo, più avvertita degli irresponsabili che la rappresentano.

Perché in questo paese sembra scattare, inesorabilmente, ogni volta, sulla stampa migliore, al Senato, alla Camera lo stesso affabulante meccanismo delle prove camuffate e, comunque, mai dimostrate. Meccanismo con cui, in nome della sacertà della presidenza, anche quando è in mano a malandrini provati, e della sicurezza nazionale, anche amministrata come oggi è da gente dimostratamente imprudente e azzardata[91]. E, questo, dopo che ormai sia quella stampa che quel Senato gli sono venuti dicendo, per molte volte di seguito ormai, un no eclatante sull’Iraq…

Il problema è che, in questo paese, se prima non vedono dall’altra parte centinaia di migliaia di morti e dalla propria almeno qualche migliaio, sono tutti sciaguratamente patriottardi. Nel modo che alla patria fa inesorabilmente più male, però…

Il fatto è che Cheney e Bush non sopportano l’idea di dover affidare ad un successore, chiunque egli sia, il dossier Iran: temono il compromesso. E, scrive Patrick Cronin, direttore dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra, che a veder bene, “la linea rossa non è neanche l’Iran. La linea rossa è Israele. Se Israele si mostrerà irremovibile sull’attaccare da sola, gli Stati Uniti dovranno prendere qualche azione decisiva. Le scelte sono. Dire di no ad Israele, lasciar fare il lavoro a Israele, o farlo da sé”. In fondo, commenta il foglio che riporta la notizia, “se gli Stati Uniti lasciassero attaccare Israele, la colpa per tutta la regione ricadrebbe comunque su di loro[92]

Il problema che, forse, è arrivata l’ora di cominciare a porsi qualche domanda su come, se alla fine l’attacco c’è, l’Iran reagirebbe, potrebbe reagire. Le principali opzioni alle quali è pensabile che Teheran abbia cominciato a pensare, ipotizzano— potrebbero ipotizzare:

• il blocco degli Stretti di Hormuz—: affondando o disabilitando qualche petroliera proprio in quel tratto di mare, la strozzatura all’imbocco del Golfo che interromperebbe il flusso del petrolio da quell’arteria cruciale delle forniture di greggio. Risultato: un’esplosione dei prezzi una crisi davvero globale;

• la distruzione delle installazioni petrolifere e dei terminali d’esportazione, a terra e offshore—: degli alleati arabi dell’America un po’ in tutto il Golfo (Arabia saudita, Kuwait, Emirati, Qatar, Bahrain, ecc.);

• l’aumento del livello di attacchi in Iraq—: anche direttamente a quel punto, per esempio infiltrando unità della sua Guardia repubblicana o delle sue forze speciali attraverso un confine che – dicono gli americani – è già un colabrodo; potrebbero incrementare il livello degli attacchi di sciiti contro le forze statunitensi e britanniche; specie nelle zone a predominanza sciita del sud dell’Iraq, quelle controllate dalle truppe inglesi;

• aumentare, od alimentare – sarebbe più difficile, però, logisticamente; e anche politicamente: i sunniti talebani non sono mai andati d’accordo granché con gli sciiti iraniani – il livello di attacchi ad americani e alleati in Afganistan—: dove in ogni caso, sotto la pressione dell’attacco americano, un aiuto iraniano sarebbe accolto bene, malgrado la storia e in base al principio del nemico del mio nemico diventa mio amico;

• la sponsorizzazione, dovunque, nel mondo – non solo da parte di Hezbollah e Hamas – di attacchi suicidi di tipo terroristico…

Sono opzioni possibili e, sotto attacco, anche probabili contro l’America e chi è alleato con essa. E, allora, non è meglio forse chiedersi se ne vale la pena. Prima…

Lentamente sembra invece sbloccarsi –ma  proprio perché è stata adottata, ormai, la linea opposta – il nodo nord-coreano. Dopo lunga riluttanza – rassegnatisi al fatto, acquisito ed irreversibile, che diverse bombe Pyongyang se l’era ormai costruite (mettendosi così al riparo da ogni invasione tipo Iraq) – presa la decisione politica e diplomatica di discutere “da pari a pari” anche col regime canaglia di Pyongang, per ottenere quanto loro chiedevano – di non fare più bombe – hanno accettato lo scambio: lasciar arrivare al Nord Corea, togliendo l’embargo, l’olio combustibile di cui hanno bisogno contro la chiusura del reattore nucleare di Yongbyong, cose avvenute in assoluta contemporanea compensazione[93].

Molto, molto più difficile sarà, adesso, convincere la Corea del Nord a consegnare all’AIEA il combustibile nucleare che è stato accumulato negli anni e che potrebbe essere usato – dicono i servizi segreti americani – per fare un’altra decina di bombe… forse. Anche perché nel protocollo con cui tre mesi fa, appena cacciato via dall’incarico il neo-con John Bolton, si arrivò a chiudere l’accordo del combustibile nucleare accumulato non si parla…

E, in ogni modo, come ci si poteva anche aspettare – un segnale di vero, latente, dissenso tra le gerarchie nord-coreane (i loro dissidenti interni sono generali, quelli americani neo-cons alla John Bolton)? o un segnale di divisione dei compiti?) – la Corea del Nord, con una nota diffusa dalle forze armate[94], minaccia che, se gli USA pensano di poter continuare a esercitare pressioni su Pyongyang, la rottura dell’accordo di febbraio si fa possibile, e anche probabile, perché “dobbiamo proteggerci da un attacco preventivo degli USA”.

Rumori acquietanti da Washington, però, due-tre giorni dopo. Gli Stati Uniti, che fino a ieri accusavano le Corea del Nord di essere uno Stato “terrorista”, sono pronti ad assolverla. Stanno mettendo in  moto, dice l’assistente segretario di Stato Christopher Hill che segue la pratica a tutti i livelli, la procedura che tende a cassare il regime nord-coreano dalla lista ufficiale degli sponsors del terrorismo.

Il 19 luglio, così, si sono ancora incontrate a Pechino nord-coreani ed americani, lasciandosi senza  annunci ufficiali di accordo formale su date ed impegni precisi dall’una parte o dall’altra.

Forse si potrebbe anche dar vita, dice Hill, ad un “Forum regionale dell’Asia nord-orientale” che potrebbe aiutare un vero e proprio “processo di riconciliazione” e prevedere anche di arrivare a rimpiazzare l’armistizio che mise fine alla guerra del 1953 con un trattato di pace vero e proprio che metta fine al conflitto tra tutte le parti in causa: la Corea del Nord e quella del Sud e, formalmente, con questa le Nazioni Unite ma, in realtà, gli Stati Uniti[95].

No, non abbiamo messo per iscritto alcuna scadenza precisa, né da una né dall’altra parte, spiega Hill ai famelici cronisti americani. E’ più prudente. “Se nella scorsa primavera avessimo messo giù per iscritto qualche scadenza, oggi avremmo tutti un grande appetito insoddisfatto”. Ma, aggiunge, il Nord potrebbe anche confermare di voler completare i passi che a Washington noi ci aspettiamo (lo smantellamento del reattore di Yongbyong) entro l’anno. Ma Pyongyang dice che ogni progresso ormai dovrà essere bilanciato, senza eccezione…

 E, ormai, ci si rivede a settembre…  

Per il Kossovo, tra Putin e Bush come già al vertice europeo, è rimasto tutto bloccato.

• Coi russi che da fuori spingevano perché si rispettassero i termini della risoluzione del Consiglio di sicurezza che al Kossovo riconosceva piena autonomia ma non l’indipendenza[96] dalla Serbia.

• Con gli Stati Uniti ad incoraggiare, come ha fatto Bush a Tirana un mese fa, i kossovari alla secessione: costi quel che costi (tanto non sarebbe lui poi a pagare…).

• E con gli europei a chiedere in buona sostanza, pur con un rumoreggiare di fondo cacofonicamente vicino a quello degli americani, prudenza e la necessità di un accordo.

Infine suona – o sembra suonare, almeno – più perentoriamente la campana  del rinvio, sine die?, per il Kossovo. “Daniel Fried, vice segretario di Stato per gli Affari europei, che parlava in Croazia ad una conferenza dei paesi balcanici, ha buttato un mare d’acqua fredda sull’ipotesi che si stia rapidamente andando ad una soluzione sul futuro del Kossovo”, suggerendo che, probabilmente, non se ne parla fino all’anno prossimo[97]. Almeno…

Non ha fatto il mea culpa, a nome del presidente Bush, per aver avventatamente attizzato per mesi le aspettative dei kossovari, ribadendo solo un mese e mezzo fa a Tirana la garanzia dell’America sul Kossovo indipendente adesso, nel futuro subito prossimo venturo. Ma avrebbe fatto meglio… perché adesso si tratta di raffreddarle con sagacia quelle aspettative illusorie.

Di cui, in ogni caso, parlando con la stampa estera dopo la doccia fredda americana alla conferenza di Dubrovnik, comincia a prender atto anche Agim Ceku, il dubbio (molti, e non solo in Serbia, lo considerano un criminale di guerra per il ruolo che lui ed i suoi mercenari giocarono in Slavonia, anni fa) premier provvisorio nel protettorato kossovaro delle Nazioni Unite[98].

Dice, al solito, tutto e il contrario di tutto. Prima, prende atto e garantisce che se non avrà almeno l’assenso di Stati Uniti ed Europa, il Kossovo non dichiarerà unilateralmente la propria indipendenza.

Però poi si contraddice: ha i suoi tifosi impazienti, Ceku, all’interno che lo contestano e, constatando che l’ONU ha rifiutato di decidere, annuncia – sarà la decima volta, però, che lo fa – che a fine novembre dichiarerà l’indipendenza. Il problema vero è che una simile iniziativa sarebbe contestata da molti, anche all’interno dell’Unione europea[99].

Infatti, non sarebbe una mossa internazionalmente dotata di alcuna legittimità, visto che avrebbe bisogno d’una risoluzione dell’ONU che al Consiglio di Sicurezza non potrebbe passare per cambiare la precedente ed unanime del 1999[100]: una mossa che non solo non ha convinto i serbi – ovviamente – ma neanche e soprattutto, i loro più vicini alleati, cioè i russi…

Quindi, tutto resta per il momento lì. Anche perché – sperando magari davvero di sbagliarsi – in Europa temono in molti che, se si ricominciano a spaccare i paesi che oggi costituiscono i Balcani per etnie, maggioranze e minoranze, si ritorna all’incubo delle secessioni armate e dei bagni di sangue di vent’anni fa, del dopo Tito…

E, poi, hanno sbagliato di brutto Francia e Inghilterra, che s’erano lasciate convincere dagli americani – e non per la prima volta, sbagliando tutto – che all’ONU Putin bluffasse. Se gli chiamiamo il bluff, forzando il voto, non può far altro che rassegnarsi, garantiva l’ambasciatore Zalmay Khalilzad, da poco in servizio al palazzo di vetro[101], non può che rassegnarsi…

Bè, non è andata così. E adesso Ceku, che era andato di corsa a Washington per premere sugli americani e garantirsene l’assenso[102] alla dichiarazione unilaterale di indipendenza, è stato costretto a mollare e ad assicurare personalmente a una preoccupatissima Condoleezza Rice che no, il Kossovo, non forzerà la mano all’America e all’ONU con una dichiarazione di indipendenza unilaterale[103]

Perché l’America e l’ONU, soprattutto, non sono disposti ora a forzare la mano alla Russia e alla Serbia, andando – almeno per ora… – al di là del testo del 1999. Infatti, quando dando retta a Khalilzad, hanno chiamato il gioco di Putin hanno visto che non era un bluff e che il veto lo avrebbe usato davvero. E hanno, come si dice in America, sbattuto per primi le palpebre loro, chiudendo precipitosamente la mano. Adesso, ci vorrà tempo prima di riuscire a riaprirla.

Infatti: se come dicono gli americani e la NATO, e molto più sommessamente e dubbiosamente lascia intuire – sostanzialmente per pavidità verso gli americani – l’UE, malgrado ogni impegno ufficiale e solenne (la risoluzione dell’ONU del 1999), la minoranza albanese in Serbia, il Kossovo, ha il diritto di secedere dalla Serbia, perché diavolo mai non avrebbe il diritto di secedere dal Kossovo la minoranza serba che in Kossovo da sempre ci sta?

E’ il dilemma cui si trovò di fronte Abramo Lincoln quando, per non consentire le secessioni a cascata di ogni minoranza da ogni maggioranza, addirittura ci fece una guerra civile per impedire la secessione. E la vinse. Se l’avesse persa sarebbe stato impiccato come traditore perché, in quel caso, il diritto alla secessione era un diritto costituzionale degli Stati del Sud… il potere di andarsene dall’Unione, il diritto di secessione, essendo appunto diritto di ogni singolo Stato in quanto non è uno di quelli “delegati agli Stati Uniti” dall'art.1 della Costituzione.

Sul Medio Oriente, dopo il rappresentane agli Esteri europeo, Solana, anche gli Stati Uniti hanno puntigliosamente ridimensionato il compito di Blair. Che, hanno precisato, non è quello di far fare la pace o mediare tra i contendenti – israeliani e palestinesi – ma solo, ha spiegato il Dipartimento di Stato, di “aiutare a rastrellare fondi per ricostruire le istituzioni che servono a dare una mano a Fatah[104] contro Hamas… Pare proprio, cioè, sentir rintoccare la campana per un tentativo che, del resto, sembrava in partenza già compromesso, se non naufragato.

Si capisce che, quando il portavoce del Dipartimento di Stato, Sean McCormack, puntigliosamente precisa che “la divisione del lavoro concordata prevede che la segretaria di Stato Rice e il presidente Bush continueranno a focalizzarsi sul negoziato politico – come hanno fatto finora: con esiti nulli, però, e anzi disastrosi – e Mr. Blair concentrerà invece il suo considerevole talento e i suoi sforzi a costruire le istituzioni palestinesi[105], tutto si fa chiaro: nessun potere di iniziativa e di mediazione politica a Blair – a noi la politica e a lui l’intendenza – e, addirittura, neanche più menzionati gli altri membri del Quartetto (Russia, Nazioni Unite ed Unione europea: non solo Gran Bretagna e non solo Blair).

Anzi: anche Brown mette le mani avanti e, solo qualche giorno dopo il primo (futile) colloquio di Blair al Cairo fa sapere che Nominerà anche lui il suo rappresentante per il Medio Oriente[106] che, chiaramente e deliberatamente, “apre la prospettiva di uno scontro con Tony Blair che rappresenta il ‘Quartetto’”.

Immaginate un po’, allora, quel che conta se poi i palestinesi – quelli buoni, quelli anti-Hamas – per bocca del loro negoziatore capo Saeb Erekat, dopo aver assicurato il totale appoggio dell’Autorità palestinese a Blair, chiedono ufficialmente che la sua missione “ponga uguale enfasi anche sul rispetto da parte di Israele degli impegni e delle responsabilità che ha assunto sottoscrivendo a suo tempo alla road map”.

Ad esempio, “l’impegno di congelare realmente la costruzione e l’allargamento di nuovi insediamenti di  coloni e del Muro[107]. Peccato che a crederci sia solo lui. Forse... perché Erekat non è affatto un ingenuo e potrebbe anche chiedere a Pietro per avere risposta, magari, da Paolo….

In Libano, viene fuori che forse ha esultato un po’ presto l’Ambasciatore americano all’ONU quando ha proclamato che, “adottando questa risoluzione – di creare un tribunale speciale per inquisire sull’assassinio dell’ex primo ministro Rafik Hariri: probabilmente fatto fuori dai servizi segreti siriani due anni fa – il Consiglio di Sicurezza ha dimostrato il suo impegno quanto al principio che non ci sarà impunità per nessun assassinio politico, né in Libano né altrove[108].

Sia perché i primi risultati dell’inchiesta preliminare condotti dall’inviato dell’ONU, il procuratore generale belga Serge Brammertz, sembrano molto meno chiari – nel senso delle responsabilità siriane dirette – di quanto pretendesse chi poi l’ha anzitutto voluta (governo libanese di Siniora e Casa Bianca)[109]; sia perché la necessaria risoluzione libanese non è passata ancora in parlamento, ma solo al governo; sia perché è un puro e semplice ossimoro sostenere che nessun assassinio politico sarà perdonato. Una contraddizione in termini, un po’ ovunque nel mondo…

E sempre in Libano cominciano ad emergere strani movimenti intorno alla nascita e al rafforzamento di Fatah al-Islam, il gruppo di militanti palestinesi sunniti che da maggio combattono strada per strada nel e intorno al campo profughi di Nahr al-Bared senza che i soldati governativi libanesi riescano a domarli.

Ha scritto, e come fa sempre documentato[110], il giornalista di inchiesta americano, Seymour Hersh – universalmente considerato il più autorevole: quello che ha parlato per primo di Abu Ghraib e, molti anni prima, del massacro di My Lai in Vietnam – che il gruppo ribelle sunnita è stato finanziato, organizzato ed armato in base a un accordo segreto tra il vice presidente Cheney, il vice segretario alla Sicurezza nazionale Elliot Abrams[111] e il consigliere per la sicurezza nazionale saudita, il principe Bandar bin Sultan.

Lo scopo era combattere gli Hezbollah, sciiti, con una formazione di sunniti armati e dipendenti. Che avrebbero dovuto allearsi al governo Siniora contro Hezbollah. Ma che, come capita sempre, o quasi, a questi apprendisti stregoni – che sulla parola sempre dei sauditi (di essere perfettamente in grado di controllarli) avevano finanziato bin Laden in Afganistan contro i russi negli anni ’80 – hanno sbagliato ancora una volta di brutto.

Del resto, Washington sta perdendo la pazienza ormai, e per la prima volta (conferenza stampa del portavoce del Dipartimento di Stato Sean McCormack: bisogna che l’Arabia saudita ci dia una mano[112]) lo mostra pubblicamente e ripetutamente subito prima di una visita a Riyadh alla famiglia reale saudita di Condoleezza Rice e di Robert Gates, segretari di Stato ed alla Difesa.

Visita definita ufficialmente “cordiale”[113]) ma, in realtà, poi, mirata a far pressione sulla famiglia reale perché smetta di minare l’autorità, favorendo i sunniti, del presidente iracheno al-Maliki. Il fatto, naturalmente, è che al-Maliki è sciita, come pure l’Iran, e i sauditi sunniti, come i ribelli iracheni…

A Riyadh non credono al mantra statunitense, che un governo stabile a Bagdad sarebbe anche nel loro interesse. Non ci credono affatto finché quel governo sarà in mano, anche instabilmente magari, agli odiati sunniti. E Riyadh non ha neanche mancato, negli ultimi tempi, per bocca direttamente del re, di bollare l’occupazione americana di essere un’ “occupazione straniera illegittima”.

Ma ormai il problema si pone a tutti: che succede, non tanto all’Iraq ma certo agli iracheni – chiede un editoriale, che alla Casa Bianca chiamano subito menagramo, del NYT – “col caos che seguirà all’inevitabile ritiro americano[114]? La risposta che sono andati a cercare Rice e Gates a Riyadh è quella di convincere i sauditi a coinvolgersi, ma sostenendo gli sciiti loro millenari nemici…

E non è detto che, al dunque, sarà più facile trattare coi sauditi che mettersi a trattare – almeno se si decideranno a trattare davvero – con siriani e iraniani. E proprio sul futuro dell’Iraq…

In Palestina vera e propria, Gaza e Cisgiordania, per i palestinesi, ma anche per Israele e Stati Uniti, di male in peggio, si  potrebbe dire. Il fatto è che il loro sostegno, anche esplicito[115], sta contribuendo di giorno in giorno ad affossare la popolarità di Abu Mazen (il suo nome vero è Mahmud Abbas). Lo attesta il giornale Al-Quds pubblicato a Gerusalemme ed associato, anche finanziato direttamente, da Fatah e dalla presidenza dell’Autorità palestinese (appunto).

Un sondaggio che il giornale ha condotto direttamente dimostra che la popolarità di Abu Mazen è al suo assoluto nadir: lo scioglimento d’autorità del governo palestinese è piaciuto certo a Washington e Tel Aviv. Ma non ai palestinesi: solo il 13,47% dei quali rivoterebbe Mahmud Abbas/Abu Mazen oggi come presidente se ci fossero le elezioni. Il 51% voterebbe per Ismail Haneeya, il primo ministro del governo dissolto ma ancora in carica a Gaza, quello di Hamas. E Salal Fayyad, il leader del governo nominato da Abu Mazen in Cisgiordania avrebbe appena il 4,93% dei voti[116].

L’unica cosa che potrebbe a questo punto ritirare su Abu Mazen, e aiutare a buttare giù Hamas, sarebbe una qualche soluzione che offrisse un filo di speranza alle masse palestinesi: alla gente della strada.

E’ quello che ha spiegato lo stesso Abu Mazen parlando ad Olmert, col quale si è incontrato a metà mese a Gerusalemme: è pronto da subito a dar inizio a negoziati alla ricerca di una soluzione legata a uno status finale della questione israelo-palestinese. La dichiarazione di Abu Mazen arrivava il giorno dopo l’appello di Bush per “negoziati seri” sui futuri confini di uno Stato palestinese e sembrava dunque basarsi su fondamenta di qualche consistenza.

Niente di niente, invece. Specifica subito la portavoce di Olmert, Miri Eisen, che non  se ne fa niente: Israele, anche con Abu Mazen, è disponibile a discutere, anche alla conferenza che Bush, pur esitante, propone di tenere in autunno, al massimo solo di un “orizzonte politico” non  degli obiettivi da raggiungere: “siamo stati chiarissimi: noi non siamo disposti a discutere in questa fase le tre questioni chiave, i confini, i rifugiati e Gerusalemme”. Cioè niente di niente di quel che potrebbe fare qualche sostanza e alimentare qualche speranza[117].

E a questo punto, sentita l’aria, dopo che, proprio come è capitato a tanti propositori di iniziative europee (ministri degli Esteri francesi, tedeschi e, a turno, anche italiani…), il presidente americano invece di forzare il passo (per esempio: facendo, con i mezzi che ha, le pressioni su Israele che sono necessarie per farla tornare ai suoi confini “legittimi”, quelli del ’67; in cambio, magari, di una garanzia – anche militare, magari: allora sì – del loro rispetto da parte del quartetto verso tutti gli attori della regione…) fa, anche lui, rapida una marcia indietro.

Il portavoce del presidente, Tony Snow, si affretta a raffreddare lui stesso ogni aspettativa: “molta gente pensa ad una grande conferenza di pace: ma non si tratta di questo[118], in nessun caso. Insomma “lI piano mediorientale di Bush comincia a sfilacciarsi[119]. Per l’ennesima volta. D’altra parte, malgrado alcuna alte dichiarazioni (due popoli due Stati aveva già detto quattro anni fa, parlando di una delle sue “visioni”) in sei anni e mezzo di Casa Bianca non ci ha mai davvero provato.

E, d’altra parte, se Israele non è “in questa fase” ancora disponibile a parlare sul serio, come dice Olmert, che si può mai fare?

A latere della questione, bisogna annotare la risposta polemica a D’Alema del ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner. Stretto dalle sue contraddizioni (era stato proprio lui il promotore della straordinaria lettera dei dieci ministri degli Esteri dell’Unione europea che avevano contestato l’inazione e la subordinazione agli americani dell’Unione e di Solana quanto alla road map … salvo poi venir bacchettato dagli israeliani suoi amici privilegiati da sempre, Kouchner aveva pensato bene di reagire a un rilievo di D’Alema specifico, e implicito peraltro anche nella lettera che lui stesso aveva firmato.

Aveva detto, il ministro degli Esteri italiano, che anche se “Hamas si è reso protagonista di atti terroristici – come del resto Fatah, e l’OLP di Arafat, o l’IRA irlandese, o l’Irgun israeliano, o i coloni americani contro Giorgio III, o Garibaldi contro Pio IX… per dire – è anche un movimento popolare, una forza reale che rappresenta tanta parte del popolo palestinese. E che, quindi, sarebbe sbagliato regalare” isolandolo “ad al-Qaeda”. Una minaccia e, certo, una possibilità, subito fermamente respinta comunque da Ismail Haniyeh, il leader di Hamas a Gaza…

Ma il nuovo ministro degli Esteri francese replica – quasi stizzito – che ogni contatto che ci sia stato o ci sia tra Hamas e al-Qaeda non è certo colpa dell’occidente… Replica, ma non motiva, né spiega.

Spiega, invece, Shlomo ben Ami, ex ministro degli Esteri israeliano quando era primo ministro Barak, ora ministro della Difesa – mettendo le mani avanti proprio a fronte di quella che sentiva sarebbe stata invece la reazione di Tel Aviv e di Washington e, purtroppo anche di Bruxelles – che  la reazione alla supremazia del governo Hamas non deve consistere negli sforzi a isolarlo e quindi a rovesciarlo, ma piuttosto in un serio tentativo di iniziare a valutare le ragioni profonde che conducono alle democrazie islamiche e, piu' importante, a trattenersi dal giudicarle attraverso i soliti cliché…

    Israele e Occidente devono dare una possibilità al nuovo governo Hamas. Fin dagli anni 90 Hamas si è imbarcato in un difficile viaggio dal jihadismo alla partecipazione politica, e va incoraggiato. È un errore vederlo come un'organizzazione fanaticamente monolitica e con una rigida visione manichea degli affari nel mondo... [120]” [una traduzione francamente un po’ zoppicante: ma il senso è chiaro, comunque].

Alla (purtroppo) non granché rilevante (cioè, efficace e concludente) conferenza di Roma sull’Afganistan, il presidente Hamid Karzai ha nuovamente protestato, appoggiato da molti dei presenti meno, in effetti, che dal segretario della NATO e dai rappresentanti americani (di secondo livello: non c’era neanche la Rice), per i bombardamenti che hanno fatto fuori probabilmente – ma non c’è nessuna prova provata – tanti talebani ma anche sterminato – e di questo c’è, e come, la prova provata – decine di afgani tra la popolazione civile: bombardamenti che perfino il presidente afgano si è sentito costretto a bollare come “irresponsabili[121].

Appena qualche settimana dopo, D’Alema, irritando come non mai il governo di Washington  arriva a mettere direttamente in questione gli effetti dannosi dell’intervento americano e del modo, diciamo, rozzo, col quale lo fanno. Perché va ricordato che qui le missioni militari sono sempre due, parallele e niente affatto coordinate (per gli americani, come sempre, coordinare è fare quel che dicono loro)

La missione americana, che si chiama Enduring Freedom (libertà perdurante…) è fatta anzitutto, quasi solo anzi, di bombardamenti aerei su luoghi “sospetti” e danni collaterali conseguenti. Quella dell’ISAF è roba della NATO su incarico ONU, controlla il territorio e si preoccupa, anche, di aiutare le popolazioni civili, quando è possibile.

Spiega un osservatore attento che “tra un governo USA si è autocondannato a continuare sulla strada di operazioni militari sempre più dolorose per i civili e un governo italiano che si deve nascondere dietro il dito della ‘missione pacifica’, la divaricazione è ogni giorno più evidente e l’equilibrio dell’ipocrisia reciproca sempre meno sostenibile[122]. Ben detto, ci sembra… sempre di meno.

Viene fuori intanto un rapporto segreto dei servizi segreti (la CIA) che hanno parlato, segretamente s’intende, con l’Associated Press. Dice  che al-Qaeda è “più forte oggi di quanto fosse un anno fa e, in realtà, è al massimo della sua potenza dall’attacco alle Torri gemelle del 2001[123]. Rapporto, poi, pubblicato, anche se con intere pagine censurate ufficialmente due giorni dopo.

Bush si affretta a smentire: non che ci sia il rapporto. Ma che dica proprio quello che l’AP dice che dice. Ma voi capite chi ha maggior credibilità tra i due soggetti… E secondo l’A.P. il rapporto segreto racconta di come la guerra, i bombardamenti a tappeto all’ingrosso, le incarcerazioni dure e gli interrogatori extragiudiziali “che avrebbero dovuto smantellare la rete di al-Qaeda responsabile per il più devastante attacco mai portato sul suolo americano non hanno affatto avuto il risultato pensato[124].

Insomma. Un capolavoro.

E sapete qual è la “correzione” che avanza? Che, forse, si stanno accorgendo di aver sbagliato bersaglio ormai da anni, che il problema vero non è l’Afganistan, che è il Pakistan, che Karzai non sta facendo abbastanza, ma che è soprattutto il loro grande alleato Musharraff che nei fatti sta consentendo ad al-Qaeda di nascondersi sulle montagne del Waziristan, ecc., ecc., ecc…

Insomma, per dirla come l’ha detta la consigliera del presidente Bush per la sicurezza interna, Fran Townsend, ormai “non c’è opzione che non sia possibile”— inclusa un’azione militare diretta…

E sapete qual è la cosa ormai anche probabile? Che se la intraprende, l’azione militare diretta, Bush potrebbe, malgrado tutto, anche riuscire a rimettere in fila una qualche unità nazionale, quella di un paese che si ritrova in guerra – diciamo una vecchia guerra, ma rinnovellata – col Congresso e, probabilmente, pure un opinione pubblica fatta, per l’ennesima volta, di gente confusa e disposta a credere (quasi) a tutto.   

Sull’Iraq e il Kurdistan, invece, dice (dice…) l’esercito turco di aver saputo da quattro guerriglieri del PKK, che avrebbero abbandonato un campo di addestramento nel Kurdistan iracheno, di come i guerriglieri abbiano abbandonato parecchi dei loro campi sotto la potenziale minaccia di invasione dell’esercito turco.

Piace parecchio alle forze armate – ora – la nuova assertività del ministro degli Esteri, Abdullah Gul, il candidato del partito islamico “moderato” – che, pochi mesi fa, avevano fermissimamente respinto come possibile presidente perché lo consideravano non garante della “laicità” dello Stato turco – e che adesso proclama fermamente che la Turchia “non cercherà il permesso degli Stati Uniti per invadere l’Iraq se dovesse ritenere a rischio la propria sicurezza nazionale[125] e che spetta proprio agli Stati Uniti in Iraq il compito di frenare l’attività del partito del lavoro curdo.

E le forze armate turche incalzano. Un portavoce del Dipartimento di Stato viene addirittura costretto a precisare, anche qual che po’ imbarazzato, che gli Stati Uniti “non hanno informazioni” (sic!: non è falso, è vero…, non sappiamo che dire!) sulla denuncia, addirittura del capo di stato maggiore turco, Buyukanit, che gli americani stanno armando direttamente i guerriglieri del PKK[126] ed ad aggiungere che la Turchia dovrebbe lavorare più da vicino con Washington contro il “terrorismo curdo”, invece che, come fanno qualche volta gli americani, di rafforzarlo nell’illusione che si rivolga poi contro quello sunnita in Iraq…

Per cui l’esercito turco, prima delle elezioni, ha portato a 200.000, secondo fonti di sicurezza citate dalle agenzie, il numero dei suoi soldati piazzati al confine curdo iracheno: sostenuti da carri armati, aerei e artiglieria pesante[127].

In Iraq, intanto, i diversi blocchi sunniti rappresentati in parlamento segnalano – anzi, confermano: boicottando l’Assemblea a turno e ripetutamente – che il paese sta davvero andando in frantumi.

Se ne rende conto perfino uno dei massimi responsabili del disastro che gli USA hanno fatto in Iraq, Richard Perle, uno dei neo-cons fondatori e dei più fanatici propositori dell’attacco all’Iraq. Oggi ci ripensa, parzialmente: non sull’attacco in sé, ma sul modo in cui gli americani, lui per primo, hanno deciso che fosse condotto.

Scrive, infatti, che “rovesciato il regime di Saddam in 21 giorni, e con un numero limitato di vittime, il giorno della caduta di Bagdad avremmo dovuto subito consegnare l’autorità politica di guidare l’Iraq ad un governo provvisorio iracheno. Invece, con le migliori intenzioni, ci siamo imbarcati in un regime di occupazione malconcepito e catastroficamente viziato che voleva portare agli iracheni un governo rappresentativo decente.

    Non avevano idea, però, di come farlo. Provando e fallendo, abbiamo non intenzionalmente fornito il brodo di coltura per un’insorgenza orripilante che ha cominciato a crescere e svilupparsi[128].

Ecco, qui i termini chiave di questa davvero orripilante confessione sono due: “con le migliori intenzioni” e “non intenzionalmente”. Eh, già proprio in  mano alle creature… 

Lo conferma anche il nuovo alt imposto alle legislazione sul petrolio – di fatto, alle quote di spartizione del greggio che andrebbero alle componenti etniche-religioso-territoriali esistenti: sciita, sunnita e curda – dalle diverse fazioni che, insoddisfatte stanno boicottando tutte – tutte  insieme e tutte per ragioni diverse – l’approvazione della legge nella stesura attuale (favorevole secondo quasi tutti alle multinazionali e secondo i più agli sciiti)[129].

E, sullo schema di spartizione del greggio, ha aggiunto la sua voce critica l’ex primo ministro Iyad Allawi, lo sciita primo primo ministro ad interim, dopo Saddam, fino alle elezioni del 2005— uno che continua a pesare, malgrado tutto e soprattutto anche se ora capeggia la Lista nazionale irachena, suo partito di riferimento, più che altro dalla relativa sicurezza di Amman e di Londra.

Allawi ha denunciato l’instabilità ed il rischio di frazionamento dell’unità del paese che la legge, come formulata, incentiverebbe “aprendo la porta a potenze straniere – leggi: agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, anzitutto – nel controllo della ricchezza petrolifera del paese[130].

Bisognerebbe, chiedono gli americani con grande insistenza, raggiungere comunque un accordo per la fine della sessione parlamentare – ad agosto il parlamento iracheno chiude per ferie e… gli americani si innervosiscono –, accordo che non sarà di certo raggiunto; e, a metà settembre, così uno dei famosi benchmarks, i riferimenti sull’osservanza dei quali il Congresso vuole che il presidente risponda a metà settembre…  

Nel frattempo, sempre a proposito di petrolio, emerge un barlume di verità – non è chiaro se uno sbaglio, una gaffe o, più probabilmente, una cosa voluta e, perciò, sfacciatamente enunciata e, anzi, rivendicata – dalle parole del ministro della Difesa australiano, Brendan Nelson, che dice chiaro come la presenza militare del suo paese in Iraq è stata dovuta “anche al fattore petrolio[131].

In realtà, lo avevano sospettato in molti e da molto. Ma mai, finora, un così alto esponente politico lo aveva non solo confessato ma pure rivendicato. Sempre questo è il motivo, dice ancora Nelson, che “sconsiglia” oggi di ritirarsi dall’Iraq. E il primo ministro John Howard s’è guardato bene dallo smentire, cercando però di minimizzare col sostenere che il commento di Nelson ha un po’ “stiracchiato la realtà”.    

E mentre, di fronte alle sempre più numerose defezioni dalle schiere bushiste sull’Iraq anche tra i repubblicani, molti senatori in particolare, sale la pressione dentro la Casa Bianca tra alcuni consiglieri ed infuria il dibattito sulla scelta possibile ormai di un’accelerata al ritiro delle truppe dall’Iraq (si oppongono, naturalmente, neo-con e i famigli di Cheney[132]).

E si oppone, prevedibilmente, il ministro degli Esteri iracheno, Hoshyar Zebari, curdo dell’Iraq settentrionale, che si dice preoccupato perché, ripete, “secondo noi fin ché non sono pronte le forze irachene – ma il fatto è che ancora non sono pronte…, ormai a quattro anni dall’invasione – gli Stati Uniti hanno la responsabilità di appoggiare sul posto il governo”…

Al suo capo, al primo ministro al-Maliki, sottoposto a mille critiche americane – alcune fattuali, altre ingenerose: visto che la pietra che si trascina al collo è proprio l’appoggio degli americani – per la sua inefficacia, l’incapacità di agire e di incidere, i ritardi sui calendari che gli americani gli chiedono di rispettare, ecc., ecc. – saltano i nervi e, all’improvviso, dice pubblicamente che il suo governo ormai è in grado di fare da solo: che se ne andassero dunque pure quando vogliono, gli americani[133]... poi un suo sottopancia si affretta a spiegare che, si capisce, è stato “capito male[134]; ma il seme, insieme del dubbio e della speranza, ormai è stato gettato in America. Insomma, se poi, ora, neanche ci vogliono più… 

Il ministro Zebari, invece, non ha dubbi e trattandosi di un esponente curdo si può anche capire la ratio per cui fermissimamente vuole far restare gli americani, comunque: per difendere il Kurdistan scoraggiando, con la loro stessa presenza, le minacce continue di invasione dei turchi: che “hanno ammassato 140.0.000 soldati al confine” col pretesto – dice – che i ribelli del Partito del lavoro del Kurdistan dispongono lì di basi e da esse lanciano i loro attacchi contro l’occupazione del pezzo di Kurdistan della Turchia[135]

Gli americani, la grande maggioranza ormai che in Congresso, anche se assai reticenti, comprende una mezza dozzina di senatori repubblicani, vota e, ignorando i desiderata del presidente, adesso, rivota una misura che, per la terza volta (52 voti a 47: una maggioranza proceduralmente avvelenata, molto più scarsa di quella che c’è nel paese[136]) non riesce ad imporre al presidente di ritirare subito, o a scadenza prefissata, le truppe non acquisendo forza di legge perché non ha i due terzi per battere il suo veto ostinato.

Per l’ennesima volta, minacciando il veto, Bush aveva chiesto invece agli americani di avere la pazienza di lasciar lavorare il manovratore, quando quella pazienza ormai, palesemente, è esaurita palesemente, coi sondaggi e coi voti e di fronte all’imbelle incapacità del manovratore stesso. Insomma. Riesce, ancora per un po’ a rimandare il redde rationem, Bush anche se i democratici a questo punto gli congelano, rinviando il dibattito, l’assenso al bilancio della difesa (650 miliardi di $, la cifra ufficiale: incluse le spese per gli antimissili in Polonia, già peraltro cassate) al quale avevano collegato la calendarizzazione del ritiro delle truppe.

Su richiesta del presidente le autorità militari e civili americane più alte a Bagdad stanno cercando, abbastanza disperatamente, di rimpannucciare una specie di tattica della disperazione che gli consenta di non prendere decisioni di ritiro durante il resto del suo mandato (cfr. editoriale del NYT, La strada per casa, più avanti).

E’ una specie di piano messo insieme dal gen. David Petraeus e dall’ambasciatore Ryan Crocker e prevede che le truppe americane restino a qualsiasi costo in Iraq per altri due anni, col rafforzamento della sicurezza in molte aree del paese entro un anno e in tutto il paese entro il biennio. Puri e semplici pii desideri…

In realtà, anche Bush sa che il nodo è ormai al pettine; che perfino gli inglesi si stanno preparando a mollarlo, con Brown[137]; che addirittura i polacchi dei pappalughi Kaczynsky dicono che il loro governo non ha ancora deciso se prorogare la missione dei propri soldati[138]— anche magari perché il governo è in crisi e non c’è…; e che, certo, lo salva solo, per ora, la resistenza anche dei molti repubblicani che lo mollerebbero volentieri anche loro ma (ancora) non osano; e la pavidità dell’opposizione nell’attaccarlo a fondo con tutti gli strumenti che la Costituzione pur fornirebbe.

E sa che anche l’ottimismo, disperato e cieco, dei bushotti restanti e il suo stesso potere residuo – con un indice di approvazione al 29% dell’elettorato, secondo la Gallup[139] – ormai hanno i giorni contati. Solo il procrastinare dei democratici gli sta consentendo di continuare a fare la guerra in Iraq.

Invece – ma adesso rischiando molto di più di ieri – una nuova guerra, tipo in Iran, se proprio vuole, la può cominciare. Il potere costituzionale ce l’ha: forzando la lettera e anche lo spirito della Costituzione; ma come prima di lui hanno fatto praticamente tutti i presidenti dalla seconda guerra mondiale in poi. Anche se a volte rischiando di più, contando sulla pusillanimità di fondo di un Congresso che trema alla sola idea di apparire poco patriottico[140].

Ma, sull’Iraq, di qui a metà settembre al massimo, o Bush riesce a convincere la maggioranza degli americani ancor prima che dei congressisti, o deve mettersi la coda tra le gambe: ingoiare fiele e rassegnarsi a richiamare – il più lentamente che può, si capisce – le truppe[141]… In ogni caso, ormai, gli resta una possibilità di decidere che non è più in grado, per attivarsi, di puntare sul proprio carisma e sulla propria autorità indiscussa ma dipende, necessariamente, anche all’assenso altrui. Però, bisogna rassegnarsi: finché non lo sbattono giù, e non hanno il coraggio di farlo, è ancora Bush a cavallo.

Con un segnale in ogni caso stavolta inequivocabile del proprio volere, il Congresso ha votato, il 25 luglio, una risoluzione che, con 399 voti contro 24, limita ogni spesa federale che tenda a “stabilire installazioni o basi militari per uno stazionamento permanente delle forze armate degli Stati Uniti in Iraq o per esercitare il controllo economico americano delle risorse petrolifere dell’Iraq”.

Un  linguaggio, una volta tanto, che lascia poco spazio agli equivoci, voluto dai democratici ed al quale si sono voluti associare, come segnale esplicitamente politico all’entourage presidenziale (Bush e, ancora di più, Cheney— quello dell’Halliburton e del petrolio), anche quasi tutti i repubblicani, stavolta. Ma voi  credete che alla Casa Bianca abbiano capito? Bush fa rispondere dal portavoce che tanto lui basi permanenti non ne ha chieste, finora… e che, poi, il senso vero degli intenti del Congresso “è da chiarire[142]

Intanto, il New York Times, pur con infinite contraddizioni nelle sue posizioni, editorialmente sembra aver rotto ogni indugio.

• Dopo tentennamenti e dubbi e un lungo, anche se in parte reticente, mea culpa per le fasi iniziali in cui il giornale si lasciò trascinare a fare il tifo e a fornire l’alibi più illustre alla guerra da alcuni giornalisti felloni (quelli tipo Miller, poi licenziata, e Gordon, poi amnistiato, ma recidivo ora, con l’Iran, vedi sopra) che davano per vangelo, visto che a propalarle era il presidente, le frottole criminali che raccontava l’Amministrazione)…

• Dopo aver deciso di confondere i propri lettori non solo contrapponendo opinioni diverse nel rappresentare i fatti della guerra ma anche aggiustando i titoli dei propri articoli e dei propri editoriali al rispetto che evidentemente secondo loro va mostrato anche per un presidente, in ogni caso dimostratamene, fellone (vedi sopra: tortura? sì, nell’articolo viene detto chiaro; ma nel titolo no, non se ne parla...).

• Dopo aver ritardato “troppo a lungo nell’enunciare la nostra conclusione”, finalmente lo scrive chiaro: andiamocene!!!E’ ora che gli Stati Uniti se ne vadano dalI’Iraq, senza alcun ritardo ulteriore che quello imposto  dal tempo di cui ha bisogno il Pentagono per organizzare un’uscita ordinata[143].

Problema: è che ancora una volta il NYT arriva tropo tardi e con la soluzione sbagliata. Perché oggi forse è già tardi per un’“uscita ordinata”. Non in sé e per sé quella dei 160.000 soldati americani (possono essere sempre  evacuati, a sud, via Kuwait e a nord attraverso il Kurdistan, dove un minimo di ordine e disciplina sono ancora assicurati) ma che fine fanno le decine di migliaia di collaboratori iracheni, uomini di governo, interpreti, autisti, ‘interrogatori’, guardaspalle?

Qualcuno crede che gli americani se li porterebbero dietro? E – a proposito di “uscita ordinata” – se non lo fanno, che fine faranno quelle migliaia di disgraziati?

La destra, comunque, ha reagito furente all’editoriale del NYT: hanno provveduto subito a bollare il giornale come amico del nemico, favoreggiatore di al-Qaeda, traditore della patria, ecc., ecc. Sono ancora tanti e vociferanti. Ma non si lascia intimidire, stavolta, il NYT.

Certo, sempre ignorando il nodo dei “collaboratori” (dopo la seconda guerra mondiale in Francia, ma anche in Italia, dopo la guerra di Indipendenza a fine XVIII secolo in America, ne vennero fatti sommariamente fuori a decine di migliaia… ma allora non c’era la televisione) stavolta il giornale prende di petto il nodo chiave – se ce ne andiamo, è un bagno di sangue… – e, scrive il direttore della pagina editoriale Andrei Rosenthal, che “…quel che accadrà in Iraq non sarà la conseguenza della partenza dell’America, sarà la conseguenza in primo luogo dell’invasione dell’Iraq da parte dell’America”. Sacrosanto, anche se…

La realtà è che il governo iracheno, il governo al-Maliki, a essere caritatevoli è in stato catatonico. E la realtà è che, se non ce la fa la volontà popolare, se non ce la fanno opinione pubblica e opinione dei militari stessi, probabilmente ce la farà ormai la scarsità di forze: soldati e finanziamenti. Uno specialista militare ben noto conclude che “il ritmo delle operazioni non lo reggono più né le forze americane né quelle britanniche, né qui né in Afganistan. Di certo, non molto più in là della prossima primavera— e questa è la loro stessa valutazione[144].

Anche se il presidente sembra aver deciso: scrive sempre lo stesso editoriale (La strada per casa) che “ormai è paurosamente chiaro, il piano di Mr Bush è quello di continuare sulla stessa strada di oggi  finché resta lui il presidente e poi di scaricare la m..da in grembo al suo successore”. Anche se poi, troppo spesso, sembra che questa sia anche la strategia – considerata la timidezza con la quale si muovono – dei suoi oppositori politici. 

Altro rintocco cupo di campana per le strategie bushiste, viene dal nuovo governo britannico, alla vigilia della prima visita del premier Brown a Washington. Che, in modo abbastanza scontato garantisce di voler continuare a lavorare con Bush ma che si lascia precedere da un messaggio niente affatto ambiguo. La politica estera inglese verrà “riordinata”, dice Douglas Alexander, nuovo ministro del Commercio e dello Sviluppo ed uno degli alleati più stretti di Brown nel governo.

Il premier, dice il primo discorso in America di un nuovo membro del governo britannico, viene ad esporre il suo pensiero nuovo al nostro principale alleato. Ormai, infatti, “dobbiamo cambiare le priorità anche perché, se nel XX secolo la forza di un paese poteva spesso misurarsi in base a quel che poteva distruggere, oggi, nel XXI secolo, la forza deve essere misurata, in base a quello che insieme ad altri può costruire[145]. Per ora si tratta, evidentemente, di quello che gli inglesi chiamano un spostamento di tono. Ma è proprio quanto oggi preoccupa di più il Grande fratello, abituato per anni al siconfantismo ossequioso, ossequiente e scontato del predecessore...

In ogni caso è ormai chiaro[146] che “la nazione sta andando verso una resa dei conti costituzionale sulla guerra in Iraq. Il Congresso si sta muovendo verso una legge che fisserà una data per chiuderla o porrà termine direttamente alla guerra. Ma il presidente insiste che il Congresso non ha il potere di farlo…

    Solo che il pericolo di una presidenza imperiale si fa particolarmente pressante proprio quando un presidente porta la nazione in guerra. Qualcosa che i padri fondatori capivano benissimo. In  questa sopravveniente resa dei conti, i fondatori e la Costituzione stanno fermissimamente, dunque, dalla parte del Congresso…

    E data la determinazione con cui il presidente cerca di estendere la sua autorità, è rivelatore richiamare come coloro che stesero la Costituzione consideravano il potere presidenziale. Erano rivoluzionari, detestavano i re e la loro preoccupazione maggiore, mentre fondavano gli Stati Uniti, era proprio quella di non creare per sbaglio una monarchia. Proprio per impedirlo, limitarono drasticamente i poteri del presidente che Edmund Randolph, delegato alla Convenzione costituzionale e primo ministro della Giustizia, chiamaval’embrione stesso della monarchia’.

    Fra tutti i poteri, quello che con più circospezione i fondatori considerarono fu quello del presidente nel fare la guerra… Ora, molti critici della guerra in Iraq sono comunque riluttanti ad accettare l’idea che il presidente Bush ci abbia cacciato il paese altro che in buona fede. Ma James Madison, considerato pressoché universalmente come il padre della Costituzione, sarebbe probabilmente stato più scettico: in guerra – ammoniva – onori ed emolumenti di quell’ufficio vengono moltiplicati; come il potere di padrinaggio esecutivo che consente così di goderne… E’ in guerra, infine, che onori e gloria vengono raccolti con la fronte del potere esecutivo che ne viene, poi, inghirlandata’…

    In Gran Bretagna, è il re ad avere l’autorità di dichiarare la guerra, di costituire e finanziare gli eserciti, fra altri poteri di guerra. Bene, i fondatori della nazione hanno respinto questo modello e non hanno conferito questi poteri al presidente, ma al Congresso.

    La Costituzione fa, però, del presidente ilcomandante in capo, titolo spesso invocato dal presidente Bush. Che, però, non ha affatto le implicazioni estese che egli vuol dargli. I fondatori l’hanno copiato dal gergo militare dei britannici che denotava soltanto l’ufficiale di più alto grado sul campo di battaglia. Nel Federalist Paper[147] no.69, Alexander Hamilton, come così il presidente non  sarebbe stato niente più che il primo dei generali o il primo degli ammiragli’”…

Un ragionamento giuridicamente impeccabile. Però, politicamente, è anche impossibile “dimenticare che è stato il Congresso a regalare a Bush un assegno in bianco dopo l’aggressione dell’11 settembre nella fretta di agitare la bandiera e dimostrare il suo patriottismo”. Già, è importante ricordarlo, oggi, a quello stesso Congresso, “che non ha imparato niente dall’esperienza del Golfo del Tonchino”, del 1964, quando dando retta alle menzogne di un altro presidente diede il via all’escalation del Vietnam, “rinunciando anche allora alla sua prerogativa”, sua e non del presidente, “di dichiarare una guerra [148].

Forse dovremmo cominciare a ragionare, senza per questo accettare l’osservazione come una verità completa e una verità rivelata, così come alcuni osservatori americani cominciano a pensare alla politica americana quando scrivono[149] di come “la prima verità sulla politica estera americana è che è formulata per massimizzare i profitti delle imprese americane ed il potere dello Stato. La seconda verità è che la prima viene perennemente venduta all’opinione pubblica come una missione al servizio della libertà, della democrazia e dei diritti umani. La terza verità è che le prime due verità restano ugualmente valide sia che al potere ci siano i repubblicani che i democratici”.

Dopotutto, la pratica delle extraordinary renditions, delle consegne straordinarie di sospetti terroristi da parte della CIA ad altri servizi segreti cui appaltare, di tanto in tanto, interrogatori e torture non è stata inventata, anche se è stata “parossistizzata” poi, da Bush. L’aveva inventata ed autorizzata, con una direttiva presidenziale passata sotto silenzio, dal presidente Bill Clinton, nel 1995. Alla faccia dello Stato di diritto… Ora, senza voler fare di ogni erba un fascio, certo, né negare differenze anche radicali, qualche volta la verità di fondo combinata di queste tre verità salta davvero agli occhi. 

Per dirne una, di queste indigeste e antipatiche verità, a chi scrive è capitato di leggere in questi giorni le memorie di John Norris che, ai tempi della guerra del Kossovo – quella che, come al mondo è stato spiegato, punì Milosevic e tutti i serbi per il genocidio dei kossovari – era il direttore delle comunicazioni del vice segretario di Stato americano Strobe Talbott – uno dei principali esponenti della politica estera e di Difesa, allora, sempre di Clinton.

Norris spiega così le vere ragioni della guerra alla Serbia: “è stata la resistenza jugoslava alle tendenze di fondo di riforma politica ed economica – non certo la sorte dei kossovari albanesi – che spiega al meglio la guerra laggiù della NATO[150]… Insomma: su libertà, diritti umani e democrazia, verità 1 + verità 2 + verità numero 3 fanno la verità tutta. 

GERMANIA

Dopo aver introdotto l’aumento del 3% su tutte le aliquote IVA – dunque una misura di politica fiscale regressiva, con aumento uguale per tutti sui consumi, invece che proporzionalmente progressivo a seconda del reddito – adesso la Germania insiste (i social-democratici qui hanno mollato) ad affidarsi alla filosofia – illusoria – reaganiana dello sgocciolamento della ricchezza crescente dei ricchi anche giù verso i meno ricchi ed i poveri.

Il Bundesrat, la Camera delle regioni, ha approvato così, dopo il Bundestag, la nuova legge sul taglio alla tassazione d’impresa dal 38,7% al 29,8% a cominciare dal prossimo 1° gennaio. La legge introduce anche una tassa del 25% sui guadagni di capitale senza più calcolarli, come finora, nel computo del reddito personale. Si tratta di una delle riforme chiave che Merlel è riuscita a far passare anche tra i social-democratici[151].

La produzione industriale è cresciuta a maggio dell’l,9%, +4,6% in più dello stesso mese di un anno prima: con un chiaro recupero dai dati di aprile, che erano parecchio peggiori.

FRANCIA

(vedi anche alla voce EUROPA)

Vale la pena di riportare una riflessione, un po’ lunga e difficilmente accessibile, ma secondo chi scrive di grande interesse sul futuro della Francia con Sarkozy[152] Che, naturalmente, resta dell’autorevolissimo autore e non nostra, ma che è di sicuro parecchio intrigante.

Per il benpensantismo d’Europa ed i maestri anglosassoni, d’Europa e d’America, del perbenismo economico, il paese malato d’Europa è stata a lungo la Francia. A lungo, prima di scegliere la rottura sarkoziana (o sarkozista?) col conservatorismo sociale alla Mitterrand o alla Chirac (le même chose, come si sa).

Rifiutando per oltre vent’anni, in sostanza, il credo neo-liberista, la Francia avrebbe voltato le spalle alla modernità. Racconta la vulgata che conscia, però, del proprio declino, vogliosa di recuperare l’antica grandeur, la Francia adesso ha scelto sarko, filo-americano, filo-israeliano, tagliatore di tasse, nemico dei sindacati e amico dei potenti.

Adesso, così, declino sarebbe il termine che resta in uso per l’Italia che, incapace di scegliere per la rottura, avrebbe ereditato l’ultimo posto in graduatoria quanto, dicono, ad immobilismo sociale.

Insomma, i francesi, diceva la vulgata, dovevano vergognarsi, poveracci, perché lavoravano solo 35 ore alla settimana, “in un mondo dove gli ingegneri indiani, beati loro, sono pronti a lavorare 35 ore al giorno[153]. Ma…

Col più alto tasso demografico dell’Europa occidentale dopo quello irlandese, la Francia contribuisce per il 70% alla crescita della popolazione. La crescita pro-capite del PIL – in modelli proclamati tanto diversi tra loro come Francia, Germania, Giappone e Regno Unito – è quasi identica. Sull’arco degli ultimi dieci anni è stata del 2% in Francia, del 2,1 negli USA e del 2,3 in Gran Bretagna. Nell’ultimo trimestre del 2006, la Francia ha superato sia Gran Bretagna che USA. La produttività è più alta in Francia che negli altri due paesi citati (e il 50% in più del Giappone).

Ma questi poveri francesi, con le loro 35 ore alla settimana, le cinque settimane di ferie pagate, le sedici settimane pagate di maternità, lavorano ben il 30% meno degli americani!, i tapini… Non sarà che è per questo che vivono anche di più (81 anni contro 78) e che la mortalità infantile è tanto più bassa (4,3‰ contro il 7‰ degli americani)?

A meno che il motivo non sia, invece, il sistema sanitario francese: il migliore del mondo, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. O, forse, responsabile di tutto questo quadro economicamente e socialmente orripilante è l’ineguaglianza che, in Francia, è ben più ridotta tra gli strati sociali di quanto sia negli Stati Uniti. Il tasso di povertà dei bimbi francesi è metà di quello dei bimbi inglesi e un terzo di quelli americani.       

Gli esperti americani e nostrani del declino francese amano contrastare il catastrofico tasso di disoccupazione di Francia, l’8% circa (più basso di quello degli anni di Reagan in America), col mùn lo splendido risultato britannico, sul 5%.

Scordano due punti, però:

• nell’ultimo decennio, la Francia in realtà ha creato più posti di lavoro della Gran Bretagna: e la discrepanza si spiega con la maggior giovinezza della Francia che ha, dunque, sperimentato un pùi alto tasso di crescita della forza lavoro);

• bisognerebbe anche dire, alto e chiaro, che dal 2000 quasi tutti i nuovi posti di lavoro creati in Gran Bretagna, sono stati il prodotto della spesa pubblica. I neo-liberisti, che leccano i piedi al modello britannico, trascurano il fatto che dove male i laburisti non hanno fatto, su questo versante, l’hanno fatto cavalcando il più classico neo-keynesismo, alzando le tasse e con una forte espansione del settore pubblico: dal 37 al 46% del PIL negli ultimi sei anni. Gordon Brown, da cancelliere dello scacchiere, ha somigliato tantissimo da anni a un classico ministro delle Finanze francesi con ufficio a Londra.

In realtà, la Francia, negli ultimi anni è diventata una delle nazioni più globalizzate del mondo malgrado la rumorosità dei suoi no-global aggressivi, tipo l’Asterix della politica francese, il baffuto José Bové, dedicatosi alla distruzione di qualche McDonald’s in difesa degli agricoltori francesi;  e la denuncia del male americano dei suoi politici ma, poi, soprattutto la loro capacità, diciamo pure bipartisan, di fare le riforme che secondo loro vanno fatte ma come di nascosto e facendole così trangugiare ai francesi. Così, oggi:

• la Francia ha più imprese transnazionali nelle prime 500 elencate da Fortune di Gran Bretagna e Germania;

• gli IDE, gli investimenti diretti esteri, in Francia negli ultimi dieci ani sono stati fra i primi cinque del mondo e i flussi netti di investimenti della Francia all’estero sono stati i maggiori del mondo;

• il 45% delle azioni francesi di borsa sono di proprietà estera; in Gran Bretagna sono il 33% e in America solo il 10.

Messo, più brutalmente, il sistema francese è al meglio nel servire gli insiders, i due terzi della popolazione. Gli outsiders (giovani soprattutto e, in parte, anziani) hanno continuato a bussare alla porta per gli ultimi quarant’anni. Coi figli e le figlie degli immigranti dal Nord Africa a pagare il prezzo più caro. 

Dunque un problema – un grosso problema – c’è. E il successo di Sarkozy verrà misurato nella misura in cui riuscire a sgretolare e ad aprire il muro di contenimento che, su basi razziali (anche se qui un quarto delle donne di discendenza algerina sposano non mussulmani) e di ostacoli posti all’entrata per chi sta fuori, gli outsiders, esiste e come. E, va detto, tra le minoranze etniche Sarkozy è una figura odiosa e se non riesce a riparare l’immagine che s’è costruita, s’è lasciata costruire e gli è stata costruite intorno e a fabbricare ponti verso gli “esclusi” non potrà fare molto.

Ora, Sarkozy, al contrario di Chirac, è realmente un uomo della destra. Ma siamo in Francia e questo lo mette alla sinistra del più “sinistro” dei candidati possibili ad esempio in America. Con schierata contro una sinistra, quella francese, che però contrariamente a quella americana ha perso le sue battaglie ma ha vinto la guerra. Tipicamente la Francia elegge presidenti destrorsi per far loro applicare politiche di sinistra.

Un pragmatista consumato e un maestro della cooptazione – che frantuma la coesione e le fila dell’avversario – Sarkozy, in previsione della riforma che farà della legislazione del lavoro – in Francia, in assenza di sindacati seri, perché tali li rende solo il riconoscimento dello Stato, il conflitto sociale è piuttosto allo stato brado, selvaggio – cercherà di regolare più severamente il diritto di sciopero.

Facendo leva su una popolazione di  milioni di cittadini che, ogni volta che va in tilt il metro, perdono giornate intere di lavoro, compresi moltissimi lavoratori dipendenti pronti a scioperare sì, ma sempre più solo quando vengano toccati direttamente, nei loro immediati e circoscritti diritti.

Sarko viene da una famiglia mista, ungaro-greco-ebaica, ma la cosa su cui, vergognandosene un po’, la sinistra puntava per dargli battaglia, non l’ha proprio toccato col 20% dei francesi che viene da famiglie con un padre o un nonno di origine straniera e con la Francia che essa stessa, comunque, è la nazione d’Europa etnicamente più mista.

E Sarko è uno dei rarissimi politici di Francia a non venire dall’ENA, la culla dell’istruzione tradizionale di tutti i tecnocrati, i dirigenti d’industria e d’affari, i grand commis dello Stato e i politici di questo paese. Anche per questo ha potuto permettersi di mettere su un gabinetto con dentro gente di ogni sfumatura politica (quasi) e per metà fatto di donne…

Guardate il ministro degli Esteri, Bernard Kouchner: fondatore di Medici senza frontiere, organizzazione umanitaria del tipo di Emergency ma molto meno sulfurea, molto più allineata e coperta ed ammanicata ai poteri tanto da vincere il Nobel della pace.

Kouchner, ex comunista, sostenitore e famulo di Mitterrand, uno che aveva fatto campagna per Ségolène Royal dopo essersi inventato il concetto, quanto mai dubbio e nebuloso del droit d’ingérence, del diritto umanitario d’intervento: utile, però, a “legittimare”, superficialmente spalmando una mano di falsa rispettabilità, tutta una serie di interventi armati stranieri qua e là per il mondo. Kouchner ha, nel frattempo, anche fatto l’utile idiota di Bush nella preparazione della guerra all’Iraq.

Ma neanche lui, né Nicholas Sarkozy, possono – o vogliono, peraltro – sottrarsi alla regola ferrea del consenso nazionale, gaullista, di politica estera. Le speranze di Bush, di Blair, prima, e di Brown, adesso, per un allentamento dei rapporti bilaterali franco-tedeschi nell’Unione europea sono per questo destinate alla frustrazione.

E la prima vittima della consolidata alleanza sarà l’entrata della Turchia nell’Unione, troppo annunciata (a parte la questione islamica che, pure, nella faccenda gioca di brutto) come voluta da Londra e da Washington per poter avere successo, specie a fronte delle lezioni quotidiane che nuovi venuti discoli come la Polonia impartiscono a tutti sui rischi di un allargamento che francamente sembra già eccessivo…

Sarkozy ha così convinto Merkel, scontentando Prodi (ma fra i due la scelta era chiaramente obbligata: da tutti i punti di vista), a puntare su un  nuovo Trattato europeo senza alcun referendum, più smagrito e meno aulico e non su una ripresa della Costituzione e le ha strappato una promessa a chiedere – ma senza poi premere troppo – sulla BCE per tentare di raffreddare almeno un po’ un euro troppo bollente.

Sulla proposta di Unione mediterranea, Sarko sembra seriamente intenzionato almeno a rivitalizzare il cosiddetto processo di Barcellona che l’Unione lanciò dodici anni fa ma che venne presto soffocato e poi, condannato dalla focalizzazione dell’UE sull’allargamento ad Est e dai grandi squilibri tra i partners. Tipo quelli, Stati Uniti di qua e Messico di là, dell’associazione nord-americana del lib ero scambio, cosiddetto, il NAFTA che di un partner fanno un gigante e condannano, almeno di fatto, l’altro a restare un nano. Di qui, anzitutto, da questi squilibri, oltre che dalle “insensibilità” reciproche di ordine culturale (islamismo, democrazia, ecc., ecc.), deriva lo stato vegetativo del processo di Barcellona. Che Sarkozy, certo anche nell’otica

Sulla Russia, con Merkel e la UE, Sarkozy si farà valere. Non cederà facilmente alle pretese dei russi di egemonizzare scambi e rapporti con l’Europa. Ma non mollerà, certo – alla faccia delle illusioni di Washington – al proporsi aggressivo verso Mosca di Washington: l’ultima risorsa, tipo gli scudi antimissile americani in Europa orientale, rimasta ai neo-cons ancora in servizio permanente effettivo a fronte del relativo e, certo, parziale tramonto di una superpotenza che si avvia chiaramente, comunque, a non restare più l’unica sulla faccia della terra.

In Medio Oriente, il contenimento dell’influsso siriano e iraniano unisce gli interessi di America e Francia, ma in fondo anche quelli più vasti Europea. E’ l’approccio, però, più realistico, meno ideologico, meno pregiudizialmente pro-israeliano e più attento alle ragioni anche degli altri che li divide e continuerà a dividerli.

La Francia abbaierà con gli americani contro Teheran e le sue (negate) pretese atomiche anche se pure il suo sarà un latrato del tutto ipocrita. Però sarà duramente contraria a ogni azione militare. E, sull’Iraq, una linea francese non c’è. Non c’è, infatti, alcuna possibile linea razionale per i gironi danteschi più bassi dell’Inferno di Dante…

La verità cruda, e dura da digerire per Washington, è che, con l’eccezione ancora del Regno Unito, le relazioni transatlantiche non sono più al centro della politica internazionale europea. L’Europa, che ha un mercato e una popolazione più vasti degli USA, lascerà a poco a poco svanire, per disinteresse, i sogni e le visioni egemoniche globali degli USA.

Con la fine della guerra fredda, la difficoltà palese di riattizzarla ai confini della Russia in Europa con l’ausilio belante della sola Polonia (e col no del Congresso), con la catastrofe in Iraq e l’estensione, oltre misura e possibilità, d’un potere bellico insieme colossale e impotente esibita ogni giorno dai deserti della Mesopotamia alle montagne afgane, l’ombrello americano ha perso credibilità (almeno in Europa occidentale). 

GRAN BRETAGNA

Ecco una descrizione, molto severa ma molto vicina ala realtà – e quindi preoccupante – dell’economia britannica. Dove, viene spiegato, “lo speculatore è re. Consumiamo di più di quel che produciamo; importiamo di più di quel che esportiamo; preferiamo investire in iniziative non produttive come case ed appartamenti piuttosto che in impianti ed in macchinari; i nostri mercati finanziari pensano che il lungo termine sia la prossima settimana.

    In termini di geografia economica del paese, la City di Londra e le imprese ancillari che essa sostiene sono di gran lunga più importanti della base manifatturiera. Per gli ultimi 100 anni e più, un cambio sopravvalutato della sterlina e tassi di interesse più alti di quelli dei paesi concorrenti hanno portato testimonianza del trionfo dello speculatore. E, culturalmente, rispetto all’impresa di famiglia e all’impresa a lungo termine, privilegiamo le canaglie disinvolte che fanno soldi presto e qualche volta anche in modi equivoci[154].

Il PIL britannico è cresciuto dello 0,8% nel secondo trimestre del 2007 e del 3% su un anno prima.

Nel quinto aumento dell’anno in sette mesi, la Banca d’Inghilterra ha alzato ancora, dello 0,25%, al 5,75% il tasso di sconto[155]. Dice di farlo nel tentativo di frenare un’inflazione che, a maggio, resta di mezzo punto sopra il tetto fissato al 2% (arbitrariamente: come in tutti questi casi) dalla Banca stessa.  Che in questa occasione, come ha fatto il presidente della BCE Trichet, stando al suo ruolo di banchiere centrale, cinico quanto normale però, guardiano della moneta dice di essere preoccupato di possibili, nuovi, “eccessivi” rialzi  contrattuali. In definitiva, il denaro qui finisce col costare più che in qualunque altro paese dei G-7 (il tasso della BCE è restato, lo stesso giorno, per i 13 dell’euro, al 4%).

Il deficit dei conti correnti è sceso dai 14,5 miliardi di sterline (il 4,3% del PIL) dell’ultimo trimestre del 2006 a 12,2 miliardi (il 3,6%) nel primo trimestre del 2007.

D’altra parte, il rincaro forte del tasso di sconto è cominciato in America, in un’economia coi fondamentali sempre in tiro ma anche sempre gonfiati da speculazioni. E riviene a galla, adesso in Gran Bretagna, coerentemente col tentativo di copia conforme con cui dai tempi di Thatcher, e poi con Blair, è cresciuta l’economia.

Per quanto i proprietari di case si diano da fare alla ricerca di credito alle condizioni migliori, il fatto è che i soldi ormai costano parecchio più di quanto fosse un paio d’anni fa. Nei mesi a venire si renderanno conto a pieno che il prezzo minimo delle ipoteche è ormai al 6%, dal 4 e mezzo di due anni fa.

Intanto, il tasso ufficiale di disoccupazione scende dal 5,5 al 5,4% nei tre mesi fino a maggio. L’inflazione scende nell’anno dal 2,5% di maggio al 2,4 a giugno: sempre ben sopra al 2% decretato dalla Banca centrale[156].

E questo fatto rallenterà il ritmo di crescita dell’economia, semplicemente perché i consumi rallenteranno ritrovandosi la gente meno soldi in tasca. Quanto e quanto rapidamente nessuno lo sa ed è per questo che anche la Banca centrale discute accesamente di quanto aumentare il tasso di sconto, per tenere giù l’inflazione.

Per ora, il reddito disponibile è sceso per aumenti dei salari più risicati e ripetuti aumenti del costo del denaro negli ultimi due trimestri; e la crescita della spesa delle famiglie è crollata, dimezzandosi, nel primo trimestre dell’anno, mentre la percentuale di reddito risparmiato è scesa al punto più basso da ben mezzo secolo.

E, qui, i consumi sono i due terzi del PIL.[157] 

Nel primo discorso alla Camera dei Comuni come primo ministro, Gordon Brown, prendendo di sorpresa anche i suoi, ha deciso di spingere sull’acceleratore delle riforme simboliche, ma squisitamente politiche, di dare loro la precedenza sulle cose “concrete” (ma perché non fa qualcosa subito per la nostra gente?, si sono chiesti parecchi laburisti) e ha tenuto, subito, a buttare a mare il credo monocratico del predecessore annunciando, tra altre misure tutte istituzionali e politiche e di rilievo, una nuova “sistemazione costituzionale” in base alla quale, in futuro, la decisione di fare una guerra spetterà al parlamento e non più all’esecutivo.

E’ una rivoluzione per il costume di questo paese nell’ultimo secolo[158]. Si tratterà, ora, di vedere cosa succederà in pratica. In ogni caso ha buttato parecchia acqua sulle aspettative di grandi cambiamenti in politica estera il nuovo ministro, David Miliband. Lo fatto ripetutamente, ma anche adoprando un avverbio curioso che ha suscitato più curiosità di quella che lui voleva contraddire. Ha detto, ripetutamente, che non ci sono dubbi: “gli Stati Uniti restano ancora per il Regno Unito l’alleato più importante”. Che da un a parte è ovvio… Ma quell’ “ancora[159]

Si sta sbrindellando l’esercito britannico, dicono voci allarmate che filtrano fuori delle forze armate, sotto le tensioni di un’evidente e ormai difficilmente sopportabile sovraesposizione su due teatri di operazione come l’Iraq e l’Afganistan[160]: sull’esercito, che è un esercito professionale, piovono dimissioni, di ufficiali in specie e di sottufficiali. E sale il numero di morti e feriti. 

GIAPPONE

A giugno, con l’inflazione che sale, spinta da quella dei prezzi alla produzione (col prezzo di petrolio e materie prime su del 2,3% rispetto all’anno prima: costo che le imprese tendono a passare ai consumatori), scende anche la fiducia dei consumatori, che non s’era mossa dallo stesso livello ormai da tre mesi. Si rafforzano, anche, le attese di un altro piccolo rialzo dei tassi di interesse (oggi allo 0,5%)[161].

L’inchiesta trimestrale della Banca centrale, il Tankan[162], aveva rilevato a inizio luglio che le imprese maggiori si ripromettono di aumentare gli investimenti in capitale del 7,7% nel corso dell’anno fiscale che è cominciato ad aprile. Ora si dovrà vedere…

La crescita di quest’anno dovrebbe toccare il 2,6%, oltre un decimo in più della previsione di un mese fa[163]

L’attivo di bilancia commerciale è salito in giugno con uno yen più debole e una domanda estera più forte di prodotti elettronici e auto che ha portato l’export a crescere al ritmo più elevato da cinque mesi. In un anno il surplus è salito del 53,4% a $10,2 miliardi, con le esportazioni in crescita del 16,2% soltanto a giugno: negli USA del 6,7%, in c in a del 22,6 ed in Europa del 16,3%[164].

Il nocciolo duro dell’inflazione, il computo (improbabile perché inesistente) che ne esclude alimentari e energia, è caduto dello 0,1% a maggio.  E, lo stesso mese, il tasso di disoccupazione si è attestato al 3,8% (ufficiale).

Si sta disfacendo il governo Abe. Sembra aver perso la scommessa sul revival del nazionalismo e della nipponicità repressa e tenuta sotto controllo per tutto il dopoguerra. Adesso, da quando dieci mesi fa era andato al governo, Bomba dopo bomba, il Giappone andava smantellando ogni suo freno militare[165] e Abe stava lavorando al passaggio di leggi su leggi capaci di ridare, come diceva lui e come esplicitamente gli veniva chiedendo l’alleato statunitense, “stabilità geostrategica” al Sud Est asiatico— un principio di ribilanciamento, diciamo, rispetto alla strapotenza cinese.

Ma ha fallito: le elezioni di fine luglio gli hanno impartito una dura sconfitta, facendo perdere alla coalizione che lo sorregge la maggioranza della Camera.


 

[1] Il DPEF, Almunia e il debito diabolico, R. Paladini, 4.7.2007 (cfr. www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=849/).

[2] la Repubblica, 13.7.2007, L. Spaventa, La manovra che verrà.

[3] Nota congiunturale 7-2007, 30.6.2007, Nota3.

[5] ISTAT, 12.7.2007, Struttura e dimensione delle imprese in Italia, Anno 2005 (cfr. www.istat.it/salastampa/comunicati /non_calendario/20070712_00/).

[6] CNEL, Rapporto sul Mercato del lavoro 2006, 18.7.2007 (cfr. http://www.portalecnel.it/portale/documenti.nsf/0/c125 6bb30040cdd7c125731d00550e97/$file/mercato%20 del %20lavoro%202006.pdf/).

[7] Conquiste del Lavoro, 24.7.2007, a cura di L. Ricciardi e F. Lauria.

[8] L’elaborazione del paragrafo si rifa al paper dell’Ufficio Studi CISL di luglio 2007, firmato da M. Benetti, Lo scenario dell’economia: Focus sulla spesa sociale, 7.2007 (cfr. www.cisl.it/).

[9] Fortune 500, 2007 (cfr. http://money.cnn.com/magazines/fortune/fortune500/2007/).

[10] OCSE, Employment Outlook— Prospettive dell’occupazione, 19.6.2007 (cfr. www.oecd.org/els/employmentoutlook/ 20 0 7/) e conferenza stampa introduttiva (cfr. http://www.oecd.org/document/5/0,3343,en_2649_34731_38827525 _1_1_1 _1,00.html/); e Guardian, 20.6.2007, A. Seager, Gap between rich and poor widens— Si allarga il gap tra ricchi e poveri.

[11] Financial Times, 29.10.2006, Lawrence Summers, The global middle cries out for reassurance— I ceti medi globali chiedono assicurazioni.

[12] Center for International Comparisons of the University of Pennsylvania, Penn World Tables (cfr. http://pwt.econ. upenn.edu/). E i 17 istogrammi collazionati e commentati nella ricerca del CEPR, Washington, D.C., M. Weisbrot, D. Baker, E. Kraev e J. Chen, The Scorecard on Globalization 1980-2000: 20 Years of Diminished Progress—  La pagella della globalizzazione: vent’anni di progresso in calo (cfr. www.cepr.net/ documents/publications/globalization _2001_07_ 11 .pdf/).

[13] UN Human Development Report, 1999 (cfr. http://htr.undp.org/reports/global/1999/en/pdf/hdr_1999_full.pdf/).

[14] International Energy Agency, 13.7.2007, Oil Market Report— Rapporto sul mercato del greggio  (cfr. www.oilmarketre port.org/).

[15] Agenzia Bloomberg, 16.7.2007, G. Evans e C. Schmollinger, Oil Trades Near 11-Month High on North Sea Output Fall, Demand— Il petrolio si tratta quasi al massimo da 11 mesi per la caduta della produzione del Mare del Nord e per la domanda  (cfr. http://bloomberg.com/apps/news?pid=20601012&sid=a24SSI.VhG4s&refer=commodities/).

[16] OCSE, in Bloomberg, 16.7.2007, cit. Nota11 (Evans…).

[17] Tutti i documenti rilevanti sul sito ufficiale dell’APEC, in specie il giorno conclusivo della conferenza, 5.7.2007 (cfr. www.apecsec.org.sg/).

[18] Associated Content Agency, Stock Market Falls on Chinese Fire Sale Le borse cadono dopo le vendite di raffreddamento cinesi:  L’Indice Dow Jones, per esempio, in un giorno, il 6 luglio, dopo questi segnali cinesi va giù di botto di 500 punti.  Anche se poi si riprende rapidamente toccando, a metà mese, il top a 14.000 che manco ai tempi della (prima) bolla speculativa (cfr. www. associatedcontent.com/artiche/162998/dow_jones_plunges_more _than_500_points.html/). Ma, poi, il 24 ed il 25 luglio (cfr. The Economist, 28.7.2007; e New York Times, 28.7.2007, V. Bajaj, Wall Street Has Worst Week in Nearly 5 Years Wall Street vive la peggior settimana in quasi 5 anni) segnano le peggiori flessione da tempo – per la borsa – quasi immemorabili…

[19] China.org.cn, 6.7.2007, Forex Company to Launch in September— In settembre verrà lanciata una società di investimento delle riserve valutarie (cfr. www.china.org.cn/english/business/216287.htm/).

[20] New York Times, 12.7.2007, Agenzia Reuters, China: Growth StrongerThan Thought— Cina: crescita più forte del previsto.

[21] New York Times, 19.7.2007, Agenzia Associated Press, (A.P.), China Reports 11% Quarterly Growth and Rising Inflation— La Cina comunica un 11% di crescita trimestrale e inflazione in aumento.

[22] New York Times, 10.7.2007, J. Kahn, U.S.-China Trade Gap Hits New Record— Il divario commerciale tra USA e Cina tocca un nuovo record.

[23] Tutto il contrario: anche se i dati indicano un calo forte dei consumi, è il credito al consumo – in carte di credito – che la concorrenza interbancaria rilancia continuamente. Così, informa la Federal Reserve, a maggio è cresciuto ad un tasso annuo del 6,4%: il salto in alto più secco in sei mesi del debito in carta plasticata (New York Times, 10.7.2007, (A.P.), Consumer Credit Rate Rose Sharply in May— Il credito al consumo è salito precipitosamente a maggio).

[24] Shangai Daily, 16.7.2007, A. Gu,  China bans meat products from 7 U.S. firms— La Cina proibisce la carne di sette produttori americani (cfr. www.shanghaidaily.com/sp/article/2007/200707/20070716/article_323529.htm/).

[25] La Commissione europea ha organizzato per il prof. Chang Kai un incontro nel corso del quale ha potuto illustrare, a Bruxelles, il 26.6.2007, L’evoluzione delle condizioni di lavoro e la nuova legge contrattuale in Cina (cfr. http://www.ec-an.eu/files/chankkai.pdf/). Disponibili anche, sul sito Intranet della CISL gli interessanti lucidi in .ppt (cinese ed inglese) utilizzati per la presentazione della sua bozza da Chang all’Assemblea popolare cinese.

[26] ICTU, 29.5.2007, China: Proposed new Draft Contract Law Fails to Guarantee Fundamental Rights Cina: la proposta di una nuova bozza di legge sulla contrattazione non riesce a garantire i diritti fondamentali [del lavoro] (cfr. www.ituc-csi.org/spip.php?article1183&var_recherche=china/).

[27] IMF, Federazione Internazionale dei Lavoratori Metalmeccanici, 6.7.2007, New Labour Law Adopted in China— Adottata in Cina, la nuova legge sul lavoro (cfr. www.imfmetal.org/main/index.cfm?n=47&l=2&c=16309/.)

[28] BeijingReview.com, 25.7.23007, China Will Augment Basic Urban Health Insurance— La  Cina incrementerà la copertura sanitaria nelle aree urbane.

[29] Parlando a un simposio di leaders del partito, dello Stato e delle Forze armate che prepara una sessione chiave di indirizzo per il prossimo autunno: New York Times, 27.7.2007, J. Kahn, China’s Leader Vows to Uphold One-Party Rule— Il presidente cinese [che è anche capo del PCC]giura di tenere in piedi il potere del partito unico.

[30] New York Times, 1.7.2007, (A.P.), Argentine First lady Seeks Presidency— La first lady argentina vuole la presidenza.

[31] Comisión Económica para America Latina y el Caribe, 26.7.2007 (cfr. www.eclac.org/cgi-bin/get Prod. asp?xml=/ prensa/noticias/comunicados/6/26146/P26146.xml&xsl=/prensa/tpl-i/p6f.xsl&base=/tpl/top-bottom.xslt/).

[32] The Economist, 7.7.2007.

[33] Dichiarazione programmatica preliminare della presidenza del Consiglio portoghese, 1.7.2007 (http://eupolitics. einnews.com/news/portugal-eu-presidency/).

[34] Guardian, 15.7.2007, R. McKie, Sat-nav rival could crash and burn— Il rivale del satellite navale [statunitense] potrebbe adesso precipitare e bruciare [nello spazio].

[35] EURACTIV, 11.7.2007, Poland threatens to block EU Treaty negotiations— La Polonia minaccia di bloccare I negoziati sul Tratato dell’Unione europea (cfr. www.euractiv.com/en/future-eu/poland-threatens-block-eu-treaty-negotiations/ artiche-164505/).

[36] EUBusiness, 23.7.2007, Poland raises new objections as EU launches reform conference La Polonia avanza nuove obiezioni alla riunione di rilancio della conferenza di riforma (cfr. http://www.eubusiness.com/Institutions/1185220806.24/? searchterm=None/). 

[37] International Herald Tribune, 9.7.2007, (A.P.), Polish deputy prime minister dismissed in connection with corruption— Il vice primo ministro polacco licenziato per corruzione.

[38] Il Sole24 Ore, 10.7.2007, Le critiche degli organismi internazionali.

[39] Guardian, 10.7.2007, I. Traynor, Sarkozy attempts to set EU economic agenda¾ Sarkozy cerca di fissare l’agenda economica dell’Unione europea.

[40] Agenzia Stratfor, 16.7.2007, 21:05 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[41] la Repubblica, 26.7.2007, “Pericolosi i politici che criticano la BCE”.

[42] The Economist, 21.7.2007.

[43] Kommersant, 13.7.2007, Transneft Offers to Clear Caspian Pipeline’s Debt by Eurobonds La Transneft offre di pagare in eurobond il debito dell’ oleodotto del Caspio.

[44] Stratfor, 13.7.2007, Kazakhstan, Russia: Moscow's Pipeline Attack Kazakstan, Russia: l’attacco di Mosca all’oleodotto  (cfr. www.stratfor.com/products/premium/print.php?storyId=292272/).

[45] Ria Novosti, 10.7.2007, Russia's watchdog moves to revoke gold producer's license— L’organo di controllo russo si muove per revocare la licenza del produttore di oro (cfr. http://en.rian.ru/russia/20070710/68673439.html/).

[46] Circumpolar Musings, 12.7.2007, Gazprom picks Total as Shtockman partner La Gazprom sceglie la Total come partner per lo sviluppo [del giacimento] di Shtockman [o forse sarebbe meglio dire che Putin e Sarkozy scelgono?] (cfr. http://dl1.yukoncollege.yk.ca/agraham/newsItems/departments/russia/).

[47] Citate dalla Reuters, 26.7.2007; e Moscow Times, 26.7.2007, N. von Twickel, D. Nowak e M. Elder, Top trade official hit with expulsion— Ad essere espulso è il funzionario capo della sezione commerciale.

[48] Wall Street Journal, 10.7.2007, J. Perry e S. Powers, Shortage of Skilled Labor Pinches Eastern Europe— La carenza di lavoro qualificato preme sull’Europa orientale.

[49] New York Times, 29.7.2007, B. Stein, The Hedge Fund Class and the French Revolution— La classe degli “hedgefundisti” [superspeculatori] e la rivoluzione francese.

[50] Guardian, 8.7.2007, H. Stewart, Dollar takes a pounding from world interest rates Il dollaro prende una batosta dall’aumento dei tassi di interesse nel mondo.

[51] Guardian, 12.7.2007, L. Elliott e A. Clark, Dollar falls again amid growing fears.

[52] USA Today, 23.7.2007, Reuters, Home builder sentiment index hits 16-year low— L’indice di fiducia del costruttori al minimo da 16 anni.

[53] Guardian, 28.7.2007, L. Elliott,  Bush fails to calm battered stock markets— Bush non riesce a calmare le borse duramente bastonate.

[54] New York Times, 7.7.2007, J. W. Peters, Jobs Report Finds Growth Still Moderate— Il Rapporto sull’occupazione trova la crescita sempre moderata; e Economic Policy Institute, 6.7.2007, J. Bernstein e J. Lin, Moderate top-line growth masks underlying weakness—. Una crescita massima moderata maschera una debolezza sottostante (cfr. www.epi.org/content .cfm /webfeatures_econindicators_jobspict_20070706/).

[56] Washington Post, 6.7.2007, edit., Same old protectionism— Il solito vecchio protezionismo.

[57] New York Times, 12.7.2007, Reuters, Trade Gap Widens to $60 Billion in May Il buco commerciale si allarga a 60 miliardi di $ a maggio.

[58] Central Intelligence Agency, The World Factbook 2006 (cfr. www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook /rankorder/2187renk.html/).

[59] Foreign Affairs, 5-5.2007, B. Steil, The End of National Currency (cfr. http://www.foreignaffairs.org/20070501faess ay86308-p0/benn-steil/the-end-of-national-currency.html/).

[60] Guardian, 25.7.2007, A Balakrishnan e P. Inman, Fears grow over US fallout Aumentano i timori per il crollo americano.

[61] New York Times, 18.7.2007, E. L. Andrews, Fed Chief Cautious on Economy Il capo della Fed si fa prudente sull’economia (per il testo completo della deposizione di Bernanke alla Comissione Servizi finanziari della Camera, 18.7.2007, cfr. www.house.gov/apps/list/hearing/financialsvcs_dem/htbernanke071807.pdf/).

[62] New York Times, 16.7.2007, R. Toner, New Populism Is Spurring Democrats on the Economy— Un nuovo populismo spinge in economia i democratici.

[63] New York Times, 11.7.2007, P. Cohen, In Economics Departments, a Growing Will to Debate Fundamental Assumptions— Nei dipartimenti universitari di economia, una voglia crescente di rimettere in questione assunti dati finora per scontati.

[64] Observer, 22.7.2007, P. Harris, Welcome to Richistan— Benvenuti nel Ricchistan. Il libro è appena uscito in America, R. Frank, Richistan, 6.2007, Crown ed., seguito un mese dopo dall’altro dello stesso autore Falling Behind: How Rising Inequality Harms the Middle Class— Restare indietro: come l’ineguaglianza crescente danneggia le classi medie, University of California Press.

[65] New York Times, 29.7.2007, B. Stein, The Hedge Fund Class and the French Revolution— La classe degli “hedgefundisti” [superspeculatori] e la rivoluzione francese.

[66] The Economist, 28.7.2007.

[67] New York Times, 3.7.2007, S. Gay Stolberg, For President, Libby Case Was Test of Will— Per il presidente, il caso Libby è stato una prova di volontà; S. Shane e N. A. Lewis, Bush spares Libby from prison term Bush risparmia a Libby la galera; (A.P.) Bush Won’t Rule Out Pardon— Bush non esclude la grazia    

[68] Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, 4.7.1776 (testo completo, cfr. http://www.ushistory.org/declaration/ document/index.htm/; e, in italiano, nella traduzione pubblicata a soli due mesi di distanza, dalla Gazzetta Universale o sieno Notizie Istoriche, Politiche, di Scienze, Arti e Agricoltura, no. 73 del 14.9.1776: una traduzione assai bella che rispecchia, naturalmente, la lingua (inglese e italiana) del tempo (cfr. http://chnm.gmu.edu/declaration/italian1.html/).

[69] New York Times, 3.7.2007, edit., Through Others’ Eyes— Con gli occhi degli altri.

[70] Tema ben illustrato e discusso in Guardian, 6.7.2007, E. MacAskill, Bush’s birthday blues— Il compleanno nero di Bush:

[71] Guardian, 4.7.2007, L. Harding, Russia issues new missile defence threat La Russia avanza nuove minacce riguardo la difesa missilistica

[72] New York Times, 14.7.2007, A. E. Kramer e T. Shanker, Russia Suspends Arms Pact, Citing U.S. Missile Plan— La Russia sospende l’accordo sulle armi [convenzionali in Europa], a causa del piano missilistico americano.

[73] New York Times, 15.7.2007, Russia Suspends Arms Agreement Over U.S. Shield— La Russia sospende l’accordo sugli armamenti a causa dello scudo americano.

[74] Corsera, 15.7.2007, Putin sospende adesione russa a trattato CFE. Per lo meno, però, sul Corsera un commento un po’ più equilibrato (E. Carretto, Provocazioni ad alto rischio) annota, acidulo: “Perché Putin, dopo averne annunciato la moratoria ad aprile, abbia sospeso il CFE dovrebbe essere ovvio a Bush, che gestisce il proprio rapporto con lui come gestisce la guerra dell'Iraq, unilateralmente

[75] la Repubblica, 15.7.2007, S. Viola [ah!], Putin rilancia la sfida sugli armamenti, I nervi tesi del Cremlino [che, anche se in modo tanto sottinteso da apparire invisibile, corregge nel titolo, con quel “rilancia” che implica come a lanciare la  sfida sia stato qualcun altro, il buco scandaloso di informazione che c’è nel pezzo e nell’editing redazionale che di esso hanno fatto…].

[76] Guardian, 27.7.2007, E. MacAskill, Congress delivers blow to Bush’s European missile project by slashing funding— Il congresso colpisce il progetto missilistico europeo di Bush tagliandogli i fondi.

[77] Stratfor, 3.7.2007, 14:04 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[78] RadioFreeEurope, 25.7.2007, Agenzia Interfax, Russia Says Iran's Bushehr Nuclear Plant Delayed— La Russia dice che l’impianto nucleare iraniano di Bushehr sarà ritardato.

[79] Gulf in the Media, 14.7.2007, Iran, Turkey sign energy cooperation deal, agree to develop Iran's gas fields Iran, Turchia firmano un accordo di cooperazione energetica, concordando di sviluppare insieme un  campo di gas naturale iraniano  (cfr. www.gulfinthemedia.com/).

[80] Hürryet, 17.7.2007, U.S. DepState says…— Il Dipartimento di Stato dice… (cfr. www.hurriyet.com.tr/anasayfa/).

[81] Art.4.1 del Trattato di non proliferazione nucleare, testo rivisto, esteso e confermato, 27.5.2005 (cfr. www.un.org/ events/npt2005/npttreaty.html/).

[82] Guardian, 19.7.2007, E. MacAskill, British banks fight US over Iran embargo— Le banche britanniche lottano con gli USA sull’embargo all’Iran.

[83] Stratfor, 3.7.2007, IAEA official to visit Teheran— Esponente della AIEA visita Teheran  (cfr. www.stratfor.com/pro ducts/premium/read_article.php?id=291566/).

[84] New York Times, 13.7.2007, (A.P.), Atomic Agency Says Iran Has Made Concessions— L’Agenzia atomica afferma che l’Iran ha fatto concessioni [e nell’affermarlo innervosisce la Casa Bianca: concessioni, infatti, secondo i neo-cons, Teheran le farà solo se, e quando, dirà sissignore agli americani e su tutta la linea; non prima…]; e Guardian, 13.7.2007, M. Tran, Iran relaxes stance on nuclear inspection— L’Iran ammorbidisce la sua posizione sulle ispezioni nucleari.

[85] Rediff India Abroad, 17.7.2007, Brazil, S Africa for civil N-cooperation with India— Brasile e Sud Africa per una cooperazione nucleare con l’India (cfr. http://ia.rediff.com/news/2007/jul/17ncoop.htm/).

[86] AllAfrica.com, 24.7.2007, Nigeria: Yar'Adua Canvasses Nuclear Power for Electricity— Nigeria: Yar’Adua sollecita l’energia nucleare per la produzione di elettricità (cfr. http://allafrica.com/stories/200707240435.html/).

[87]Ministero del Petrolio dell’Iran, Gasoline quotas of personal cars remains unchanged— Le razioni di benzina delle auto private non cambiano (cfr. www. shana.ir/109433-en.html/).

[88] Agenzia Baztab, 2.7.2007 (cfr. Survey of Ahmadinejad’s chance to be reelected— Sondaggio sulle opportunità di rielezione di Ahmadinejad (cfr. http://en.baztab.com/print.php?cid=3432/).

[89] The Economist, 21.7.2007, speciale, The revolution strikes back— La rivoluzione reagisce e colpisce.

[90] New York Times, 2.7.2007, M. R. Gordon, U.S. Ties Iran to Deadly Iraq Attack Gli USA legano l’Iran a un attacco letale in Iraq.

[91] Baltimnore Chronicle, 13.7.2007, C. Floyd, Down in the Flood: The Senate’s Blank Check for War on Iran— Giù per  la piena: l’assegno in bianco del Senato per la guerra all’Iran (cfr. http://baltimorechronicle.com/2007/071307Floyd.shtml/).

[92] Guardian, 16.7.2007, E. MacAskill e J. Borger, Cheney pushes Bush to act on Iran— Cheney spinge Bush ad agire [militarmente] contro l’Iran

[93] New York Times, 14.7.2007, D. E. Sanger, North Koreans Say They’ve Shut Nuclear Reactor— I nord coreani dicono di aver chiuso il reattore nucleare.

[94] Stratfor, 13.7.2007, 18:36 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[95] Yahoo!News, 19.7.2007, (A.P.), US: NKorea nuclear talks to end without setting deadline for next steps on disarmament— USA: i colloqui nucleari con la Corea del Nord si chiudono senza fissare scadenze per i prossimi passi sul disarmo (cfr. http://sg.news.yahoo.com/ap/20070716/twl-as-gen-koreas-nuclear-us-ef375f8.html/).

[96] Cfr. Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Risoluzione 1244 (1999). Che esplicitamente dichiara, al  #10 di  “riaffermare l’impegno di tutti gli Stati membri alla sovranità ed all’integrità territoriale della Repubblica federale di Jugoslavia e di tutti gli altri Stati della regione, così come definiti nell’Atto finale di Helsinki e nell’Allegato 2”; e al #11 di “riaffermare la richiesta delle precedenti risoluzioni di un’autonomia sostanziale e di una significativa autoamministrazione per il Kossovo”… (cfr. www. unmkonline.org/misc/N9917289.pdf/).

[97] New York Times, 9.7.2007, N. Wood, U.S. Diplomat Hints at Delay for Kosovo Independence— La diplomazia americana accenna a un ritardo sull’indipendenza del Kossovo [naturalmente, ritardo solo rispetto agli irresponsabili “impegni” unilaterali presi dagli USA e fatti ingoiare ad alleati, come sempre, troppo ciecamente remissivi].

[98] Financial Times, 8.7.2007, N. MacDonald, Kosovo plea on self-rule— L’appello del Kosovo per il suo autogoverno.

[99] New York Times, 20.7.2007, W. Hoge, U.N. to Hold Off on Kosovo Vote— L’ONU non voterà adesso sul Kossovo: “Il Kosovo è un provincia della Serbia, sotto amministrazione ONU da quando la NATO intervenne bombardando la Serbia per metter fine alla soppressione del separatismo etnico albanese nel 1999. La sua popolazione è di etnia albanese al 90% e la pressione per una dichiarazione unilaterale di indipendenza… è forte. Sarebbe una mossa che – tutte le parti coinvolte nella questione ne sono convinte – sono convinte sconvolgerebbe una parte di mondo famigerata per i suoi disastrosi conflitti etnici”. Già… E’ questa la ragione del no russo, oltre alla lettera degli impegni a suo tempo presi solennemente dall’ONU…; e Guardian, 19.7.2007, M. Tran,  Kosovo PM plans to declare independence in November— Il Pm del Kossovo progetta la dichiarazione di indipendenza in novembre.

[100] Cfr. Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Risoluzione 1244 (1999). Che esplicitamente dichiara, al #10 di “riaffermare l’impegno di tutti gli Stati membri alla sovranità ed all’integrità territoriale della Repubblica federale di Jugoslavia e di tutti gli altri Stati della regione, così come definiti nell’Atto finale di Helsinki e nell’Allegato 2”; e al #11 di “riaffermare la richiesta delle precedenti risoluzioni di un’autonomia sostanziale e di una significativa autoamministrazione per il Kossovo”… (cfr. www. unmkonline.org/misc/N9917289.pdf/).

    E, ora, l’impegno allora sottoscritto solennemente da tutti i paesi dell’ONU – e in base al quale soltanto (lo riconosce, nero su bianco, il testo stesso della risoluzione, al #9) la Serbia, allora la Jugoslavia dell’immediato post-Milosevic, diede il suo assenso all’arrivo delle truppe NATO in Kossovo, vede cambiata la disposizione chiave (non più autonomia amministrativa e politica piena ma proprio indipendenza)…

[101] Ma dopo aver combinato i suoi non pochi guai al servizio di Bush prima come ambasciatore in Afganistan (lui stesso è un americano di origine pashtun, ma anzitutto è un petroliere) e, poi, come Ambasciatore in Iraq… non proprio un attestato di affidabilità, dunque...

[102] Yahoo! News, 21.7.2007, Agenzia France Presse, Kosovo leader to press Rice on independence I leaders kossovari faranno pressione su Rice per l’indipendenza (cfr.

[103] International Herald Tribune, 23.7.2007, (A.P.), Kosovo assures U.S. it won’t act unilaterally on independence— Il Kossovo assicura gli USA [per quel che vale…] che non agirà unilateralmente sull’indipendenza.

[104] Protesta il New York Times, 1.7.2007, edit., Let Blair Be Blair— Lasciate che Blair faccia Blair [a testimonianza evidente della fiducia che, al contrario degli inglesi, gli americani continuano a nutrire nell’ex premier: tutti, compresi quelli che, a casa loro, sparano – ormai – come gli editorialisti del NYT su Bush e la sua guerra in Iraq. Che è, però, almeno altrettanto la guerra di Blair…].

[105] Voice of America News, 27.6.2007, D. Gollust (DepState), Mideast ‘Quartet’ Hopes Blair can boost peace process— Il ‘Quartetto’ per il Medio Oriente spera che Blair possa dar impulso al processo di pace [che, francamente, visto quel che poi l’articolo dice esser detto dal Dipartimento di Stato, è un titolo proprio insensato] (cfr. www.voanews.com/english/2007-06-27-voa49.cfm/).

[106] Guardian, 28.7.2007, I. Black, Brown to appoint his own Middle East enemy.

[107] Guardian, 12.7.2007, C. Urquhart, J. Borger e I. Black, Palestinians call for Blair’s role to include policing Israeli pledges— I palestinesi chiedono che il ruolo di Blair includa la verifica degli impegni israeliani.

[108] Globe and Mail, 31.5.2007, UN to prosecute killing of  former Lebanese leader— L’ONU inquisirà sull’omicidio dell’ex leader libanese.

[109] Daily Star, Beirut, 12.7.2007, H. M. Bahtish, Brammertz report on Hariri probe satisfies Damascus (cfr. www.daily star.com.lb/article.asp?edition_id=1&categ_id=2&article_id=83830/). 

[110] Al programma Your World Today della CCN, riprodotto integralmente su YouTube del 23.5.2007 (cfr. www.youtube. com/watch?v=-Ga22XxUjSU/).

[111] Per memoria: Abrams finì in galera da esponente del governo Reagan per lo scandalo Iran-contra degli anni ’80 (vendita di armi americane a Khomeini, contro dollari che andavano a finanziare armamento, reclutamento e massacri dei contra nicaraguensi: i pupilli di Abrams) e graziato e recuperato ora al governo da George Bush: diciamo, come se da noi qualcuno avesse portato al governo, dopo il golpe Borghese e peggio, il generale De Lorenzo…

[112] Guardian, 28.7.2007, E. MacAskill, US accuses Saudis of telling lies about Iraq Gli USA accusano i sauditi di  mentire loro sull’Iraq.

    L’ex Ambasciatore americano a Bagdad, ora Ambasciatore all’ONU, aveva del resto appena finito di lamentare sul NYT che “diversi vicini dell’Iraq – non solo la Siria e l’Iran ma anche alcuni amici degli Stati Uniti – vi stanno perseguendo politiche di destabilizzazione”: in un articolo che, sotto la firma di questo neo-cons fondatore, Z. Khalilzad, è tutto un invito all’ONU a dare una mano all’occupazione americana... dal titolo, incredibile vista la guerra degli USA sull’Iraq anche all’ONU, di Why the United Nations belong in Iraq— Perché le Nazioni Unite hanno il loro posto in Iraq.

    E Khalilzad è tornato ad attaccare fieramente, e non certo casualmente, solo due, tre giorni dopo la visita dei suoi due boss a Riyadh: non  aiutano, ripete, anzi danneggiano la sicurezza irachena ed americana a Bagdad (29.7.2007, intervista alla CNN).

[113] Ufficialmente mirata, in realtà alla vendita di armi ai sauditi per 20  miliardi di $: da puntare contro l’Iran, si capisce, cosa che non sembra affatto tranquillizzare Israele, però, che si sente altrettanto minacciata da sciismo khomeinista e sunnismo wahabita; nervosismo istantaneamente lenito dall’offerta di cessione di armi “più avanzate”, per almeno 30 miliardi di $ e, soprattutto, quasi gratuita (nel caso di Israele, regalata dal contribuente americano), dal governo americano.

[114] New York Times, 29.7.2007, Saudis Going South on Iraq— I sauditi vanno a sud sull’Iraq [titolo ermeticamente incomprensibile, però, visto che l’Iraq è fermamente fisso a Nord dell’Arabia saudita… a meno che, paradossalmente, vada tradotto nel senso che, secondo il NYT, i sauditi vanno nella direzione sbagliata.

[115] Israele ha rilasciato nelle mani di Abu Mazen 117 milioni di $ delle tasse dovute all’Autorità palestinese (quasi 800 milioni) che aveva sempre rifiutato di consegnare al governo legittimo. E Abu Mazen ci ha pagato, finalmente, i dipendenti pubblici. Ma solo quelli che a lui sono rimasti, ostensibilmente, leali… (The Economist, 7.7.2007).

[116] Palestinian Information Center, 7.7.2007, Abbas’ popularity at its lowest ebb— La popolarità di Abbas al minimo di sempre (cfr. http://www.palestine-info.com/en/ArticlePrintPage.aspx?xyz=QrrxVt3TvzV6q7LAMjOyt3vx 8TKnTWW zigmMMdTeyx8vg90upNoq0ynUXyMNhRLfXvxj5zTVNJwZvHB90cGBOYXUHRHPE9kkWGPhUIZDmQ1H8085N PosA%3d%3d/).

[117] Financial Times, 17.7.2007, S. Devi, Israel cool on US talks proposals— Israele accoglie freddamente le proposte americane di aprire colloqui [coi palestinesi].

[118] New York Times, 17.7.2007, (A.P.), White House Downplays Mideast Meeting— La Casa Bianca ridimensiona l’incontro sul medioriente.

[119] Guardian, 18.7.2007, S. Goldenberg, Bush Middle East plan starts to unravel.

[120] S. ben Ami, La tragedia arabo-israeliana, Corbaccio, 2007.

[121] Documenti, Conferenza di Roma sulla Rule of Law (Sovranità della Legge) in Afganistan, 2-3.7.2007 (cfr. sito della Farnesina, www.rolafghanistan.esteri.it/ConferenceRol/).

[122] la Repubblica, 26.7.2007, V. Zucconi. 

[123] (A.P.), 12.7.2007, K. Shrader, Al-Qaida Works to Plant U.S. Operatives— Al-Qaeda lavora per infiltrare suoi agenti in America (cfr. www.foxnews.com/wires/2007Jul12/0,4670,USTerrorThreat,00.html/). 

[124] Per il testo completo della valutazione principale di intelligence (tutti i massimi esponenti dei servizi insieme) redatta negli USA), cfr. www.dni.gov/press_releases/20070717_release.pdf/; e New York Times, 18.7.2007, S. Shane, 6 years After 9/11, the Same Threat— 6 anni dopo l’11 settembre, l’identica minaccia.

[125] Today’s Zaman, 2.7.2007(cfr. www.todayszaman.com/tz-web/detaylar.do?load=detay&link=115410/).

[126] Stratfor, 2.7.2007, 16:24 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[127] Reuters, 13.7.2007, About 200,000 troops in SE Turkey, security source— Fonti di sicurezza: circa 200.000 truppe al confine sud-orientale turco (cfr. www.alertnet.org/thenews/newsdesk/L13537048.htm/).

[128] Guardian, 30.5.2007, R. Perle, We had the very best of intentions Avevamo le migliori intenzioni.

[129] Guardian, 4.7.2007, M. Tran, Sectarian row stalls Iraq oil bill— La rissa delle fazioni blocca la legge irachena sul petrolio.

[130] Agenzia EinNews.com, 7.7.2007, Iraqi lawmaker quits energy panel over oil law Legislatore iracheno lascia il comitato energia in dissenso sulla legge petrolifera (cfr. www.einnews.com/iraq/newsfeed-iyad-allawi/).

[131] The Age, 5.7.2007, Nelson: Oil a factor in Iraq deployment— Nelson: sì, il petrolio è stato un fattore nella decisione di mandare le truppe in Iraq, cfr. www.theage.com.au/news/national/nelson-oil-a-factor-in-iraq-deployment/2007/07/04/118 3351291906.html/).

[132] New York Times, 9.7.2007, D. E. Sanger, White House Debate Rises on Iraq Pullback— Sale la discussione nella Casa Bianca sul ritiro dall’Iraq.

[133] New York Times, 15.7.2007, R. A. Oppel Jr., Iraq Chief Says His Forces Are Able to Secure Country— Il leader iracheno dice che le sue forze sono in grado di controllare il paese.

[134] AOL News, 15.7.2007, Aide: Iraqi PM's Comments Misconstrued— Il commento del PM iracheno mal interpretato, dice un assistente

[135] New York Times, 9.7.2007, (A.P.), Iraqi Foreign Mionister Warns Against U.S. Withdrawal— Il ministro degli Esteri iracheno mette in guardia contro un ritiro degli americani.

[136] New York Times, 19.7.2007, C. Hulse e J. Zeleny, Pullout Bid Lost, Democrats Stop Debate on Iraq¾ Perso il voto che intimava il ritiro, i democratici sospendono il dibattito sull’Iraq.

[137] New York Times, 29.7.2007, S. Farrell, British Pullback in Iraq Presages Hurdles for U.S.— Il ritiro britannico in Iraq anticipa difficoltà per quello americano

[138] New York Times, 29.7.2007, (A.P.), Poland Not Yet Decided on Iraq Extension La Polonia non ancora deciso se estendere la sua presenza in Iraq.

[139] The Economist, 14.7.2007.

[140] Ma non tanto da convincere una Casa Bianca sempre arrogante e piena di sé – dopo essersi fatta dire che tutto va bene dal suo ministro della Giustizia, già sotto inchiesta da tempo al Congresso: che però non riesce a concludere, anche qui… – ad evitare di non scavalcare, con un ordine esecutivo del presidente, la legge e l’interpretazione restrittiva che ne aveva dato un anno fa una sentenza della Corte Suprema,

    Quando aveva proibito l’uso, da parte della CIA, nelle prigioni segrete che mantiene allo scopo in giro per il mondo degli interrogatori “sotto costrizione”, cioè sotto tortura, che reputava di dover condurre per combattere il terrorismo… Voi pensate che il Congresso interverrà? Poveri illusi (New York Times, 21.7.2007, M. Mazzetti, Rules Lay Out C.I.A.’s Tactics in Questioning— Le [nuove] regole stipulano i metodi di interrogatorio consentiti alla CIA. Notata la delicatezza del titolo? “Interrogatorio”… quando nell’articolo si dice pure che di torture vere e proprie si tratta. Ma nel titolo no…

    In Italia anche peggio: proprio non ne parlano, del tema vero – a parte l’illegalità in sè (art. 3 della Convenzione di Ginevra) di far letteralmente “sparire” dalla faccia della terra e tenere decine, forse centinaia, di esseri umani  incommunicadi senza limite di tempo, senza mai presentartli davanti a un giudice e senza consentire che siano visitati, come la Convenzione fa obbligo, dalla Croce Rossa Internazionale – o, se ne parlano, dicono che Bush ha messo fine alla tortura…

    Fino al limite toccato da la Repubblica che, sopra la firma di M. Calabresi, arriva a scrivere di come “Bush ordina alla CIA ‘basta torture sui prigionieri’ ” e assicura “A Guantanamo sarà rispettata la Convenzione di Ginevra”. Due falsi, insomma. Quando la verità è quella detta, anche se non proprio titolata, nel pezzo del NYT: praticamente l’opposto. Questi hanno ingoiato esca, amo, lenza e anche la canna da pesca… Due spiegazioni soltanto: non conoscono la lingua inglese, oppure la conoscono ma leggono solo le veline della Casa Bianca, oppure – ancora – sono appecoronati e in cattiva fede…

   La sostanza vera della notizia è quella così riassunta, sempre dal NYT, 21.7.2007, Evolution of Interrogation Tactics— Evoluzione dei metodi di interrogatorio: “Bush ha firmato un ordine esecutivo che consente alla CIA di utilizzare alcuni metodi di interrogatorio”, proibiti dalla Convenzione di Ginevra [non elencati, però, e anzi specificamente secretati] ma che “il Dipartimento della Giustizia” [lo stesso che aveva deciso anni fa di dichiarare la tortura legale, perché giustificata dalla lotta ad al-Qaeda…] ha deciso che non violano le restrizioni della Convenzione di Ginevra”.

    Anche se riconosce – è vero – che si tratta di tecniche di interrogatorio “più severe di quelle utilizzate dal personale militare americano in luoghi come il carcere di Guantánamo Bay, a Cuba”. Ah, ecco…

[141] The Economist, 14.7.2007.

[142] New York Times, 26.7.2007, C. Hulse, House Resolution Rejects Permanent Bases in Iraq— Risoluzione della Camera respinge per l’Iraq basi permanenti americane.

[143] New York Times, 8.7.2007, edit., The Road Home— La strada per casa.

[144] Guardian, 15.7.2007, R. Fox, The buck stops here— E qui bisogna decidere.

[145] Guardian, 13.7.2007, P. Wintour e J. Borger, Brown message to US: ìt’s time to build, not destroy— Il messaggio di Brown all’America: è ora di costruire, non di distruggere.

[146] Lo spiega in un editoriale del New York Times, 23.7.2007, uno specialista di diritto costituzionale ed editorialista del giornale come Adam Cohen, intitolato esplicitamente Just What the Founders feared: An Imperial President Goes to War— Proprio quel che i padri fondatori temevano: un presidente imperiale che fa la guerra.

[147] I Federalist Papers sono 85 documenti, scritti da alcuni tra i più influenti e principali padri fondatori della nazione americana, che invocavano, spiegavano e peroravano nei singoli Stati originariamente costituenti degli USA, le ragioni della ratifica della Costituzione (cfr. il testo completo online in www.foundingfathers.info/federalistpapers/).

[148] Lo ricorda opportunamente un lettore al New York Times, il 26.7.2007, What Congress Has Given Up Quel che il Congresso ha dati via.

[149] MediaLens, 23.7.2007 (cfr. www.medialens.org/alerts/index.php/).

[150] J. Norris, Collision Course: NATO, Russia, and Kossovo Percorso di collisione: la NATO, la Russia e il Kossovo, 2005, Praeger Publishers, p. xiii).

[151] Agenzia Bloomberg, 6.7.2007, German Company Tax Cuts Win Parliamentary Approval— Il nuovo taglio alle tasse tedesche sulle imprese approvato dal parlamento (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601100$sid=aIf0.tba0Tuc& refer=germany/).

[152] La ricostruzione che segue – se si vuole, la “difesa” della Francia, del perché farebbe bene a non cambiare granché e del come, alla fine, Nicholas Sarkozy non cambierà poi granché – è di Bernard Chazelle, che insegna scienze del computer a Princeton e tiene una sua personalissima, curiosissima e stimolantissima rubrica sul web (cfr. www.cs. princeton.edu/~chazelle/). Chi scrive s’è permesso di “adattare”, qua e là, il flusso del ragionare di Chazelle alla situazione italiana.

    Per darvi un’idea della visione di Chazelle – non lui solo, ma qui parliamo di lui – la sua profezia del 2003 su come sarebbero andate le cose in Iraq (dal suo sito, citato: Bush’s desolare imperium¾ L’impero desolato [e desolante, aggiungiamo noi]di Bush)citato) era: T L’esito piò probabile nel breve termine è una specie di guerra di guerriglia alla libanese che oportarà o ad un mini-Saddam o a una vera e propria guerra civile”.

    Quella, per contro del neo-cons forse più noto – il guerriero freddo dell’‘avevamo tante buone intenzioni” citato in Nota128, Richard Perle, in un discorso celebrativo a un pranzo dell’American Enterprise Institute sempre del 2003 (22.9., Turkey at the crossroads¾ La Turchia al bivio, cfr. www.aei.org/events/contentID20031003144313426/default. asp/)  recitava così: “Fra un anno, sarei enormemente sorpreso se una delle grandi piazze di Bagdad non portasse il nome del presidente Bush”. Quando si dice mancanza di senso della realtà e megalomania pura e semplice.

[153] E’ la giaculatoria che ha cominciato, e continuato, a recitare anni fa, per esempio, il liberismo conformista – anche se, rispetto ad altre versioni, più temperato - di T. L. Friedman,  editorialista del New York Times, ad esempio con un reportage-editoriale del 3.6.2005 diventato famoso e intitolato A Race to the Top¾ Una corsa per il vertice con la concorrenza strozza-concorrenti, e ottenuta a ogni costo, come unica strada…

[154] Guardian, 9.7.2007, L. Elliott, Prerogative of the unaccountable few— Prerogativa dei pochi che non rendono conto a nessuno.

[155] New York Times, 5.7.2007, (A.P.), Bank of England Raises Key Interest Rate— La Banca d’Inghilterra alza il tasso di interesse chiave.

[156] The Economist, 21.7.2007.

[157] I dati sono quelli ufficiali raccolti e commentati sul Guardian, 7.7.2007, da A. Seager, Spending spree will end— La bisboccia delle spese sta per finire.

[158] Guardian, 3.7.2007, L. Smith, Brown sets out plans to cede powers to parliament— Brown pianifica la cessione di poteri al parlamento.

[159] Guardian, 15.7.2007, US 'still UK's most important ally' Gli USA sono ancora il più importante alleato del Regno Unito.

[160] Guardian, 3.7.2007, R. Fox, A stretch too far— Stiracchiati un po’ troppo in là.

[161] New York Times, 12.7.2007, Japan: Inflation Up, Confidence Down— Giappone: sale l’inflazione e cade la fiducia.

[162] BoJ, Tankan Survey, 2.7.2007 (cfr. www.boj.or.jp/en/type/stat/boj_stat/tk/yoshi/tk0706.htm/).

[163] The Economist, 7.7.2007.

[164] New York Times, 26.7.2007, Bloomberg, Japan: Trade Surplis grows 53 per cent— Giappone: l’attivo commerciale cresce del 53%.

[165] New York Times, 23.7.2007, N. Onishi, Bomb By Bomb, Japan Sheds Military Restraints.