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     06. Nota congiunturale - giugno 2008

 

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Maurizio Ricci, a inizio maggio, su la Repubblica, comincia un suo articolo importante citando alla lettera – senza saperlo? o, forse, anche sapendolo? – quanto dice da anni Warren Buffett, in assoluto l’uomo più ricco del mondo. Dice Ricci: “La guerra di classe? C’è stata. E l’hanno stravinta i capitalisti[1].

Già… Anni fa lo diceva proprio Buffett, segnalando in più che ormai bisognava da parte dei vincitori cominciare a preoccuparsi del colpo di coda in arrivo dai vinti: salariati, stipendiati, pensionati e un po’ tutti i redditi fissi da lavoro— gli sconfitti della “guerra di classe che in  America ha stravinto ormai la mia classe[2]: quella appunto di chi accumula quattrini da profitto e da rendita.

Dicono: lotta di classe…, guerra di classe… Traduzioni sbagliate del Klassen Kampf, lo strumento con cui, definendolo addirittura il motore della storia, un sociologo ed economista dell’800, Karl Marx, che scrivendo in  tedesco doveva sopportare – anche quando metteva in allerta contro l’errore specifico il suo primo traduttore in inglese – lo strafalcione di tradurre il suo “lotta delle classi” tedesco con lotta di classe in inglese, e poi in italiano, ecc., ecc.: al singolare, come – spiega – se una classe lottasse da sola, contro… se stessa.

Ricci, ma qualche anno prima era proprio di questo che parlava Buffett, scrive lo stesso: che “In Italia e negli altri Paesi industrializzati, gli ultimi 25 anni hanno visto la quota dei profitti sulla ricchezza nazionale salire a razzo, amputando quella dei salari, e arrivare a livelli impensabili (‘insoliti’, preferiscono dire gli economisti). Secondo un recente studio pubblicato dalla BRI, la Banca dei regolamenti internazionali, nel 1983, all'apogeo della Prima Repubblica, la quota del prodotto interno lordo italiano, intascata alla voce profitti, era pari al 23,12%.

Di converso, quella destinata ai lavoratori superava i tre quarti. Più o meno, la stessa situazione del 1960, prima del ‘miracolo economico’. L'allargamento della fetta del capitale comincia subito dopo, nel 1985. Ma per il vero salto bisogna aspettare la metà degli anni '90: i profitti mangiano il 29% della torta nel 1994, oltre il 31% nel 1995.

E la fetta dei padroni, grandi e piccoli, non si restringe più: raggiunge un massimo del 32,7% nel 2001 e, nel 2005 era al 31,34% del PIL, quasi un terzo. Ai lavoratori, quell'anno, è rimasto in tasca poco più del 68% della ricchezza nazionale. Otto punti in meno, rispetto al 76% di vent'anni prima.

Una cifra enorme, uno scivolamento tettonico. Per capirci, l'8% del PIL di oggi è uguale a 120 miliardi di euro. Se i rapporti di forza fra capitale e lavoro fossero ancora quelli di vent’anni fa, quei soldi sarebbero nelle tasche dei lavoratori, invece che dei capitalisti. Per i 23 milioni di lavoratori italiani, vorrebbero dire 5 mila 200 euro, in più, in media, all'anno, se consideriamo anche gli autonomi (professionisti, commercianti, artigiani) che, in realtà, stanno un po' di qui, un po' di là. Se consideriamo solo i 17 milioni di dipendenti, vuol dire 7 mila euro tonde in più, in busta paga. Altro che il taglio delle aliquote IRPEF.

Non è, però, un caso Italia. Il fenomeno investe l'intero mondo sviluppato. In Francia, rileva sempre lo studio della Bri, la fetta dei profitti sulla ricchezza nazionale è passata dal 24% del 1983 al 33% del 2005. Quote identiche per il Giappone. In Spagna dal 27 al 38%. Anche nei paesi anglosassoni, dove il capitale è sempre stato ben remunerato, la quota dei profitti è a record storici. Dice Olivier Blanchard, economista al MIT, che i lavoratori hanno, di fatto, perduto quanto avevano guadagnato nel dopoguerra”.

C’è poi tanto da meravigliarsi, allora, se lavoratori e ceti più popolari, visto quanto poco si distinguano ormai dalla destra i partiti di centro-sinistra e quanto puntino a somigliargli sempre di più – magari sbagliando anche, secondo chi scrive, perché la differenza, poi, resta – e quanto non sembrino intenzionati (in Francia, Italia, Gran Bretagna: per ora) i loro vecchi partiti a fare la guerra a chi ha profittato di più nella guerra di classe, vera non solo proclamata…

… cercano di recuperare quanto loro è stato mal tolto, tenendosi stretti quel tanto, o quel poco, di sindacato loro resta ma provano la via della demagogia populista delle destre nel campo della propria rappresentanza politica?

C’è poi da meravigliarsi davvero se, a promuovere a pieni voti il governo di centro-sinistra, non è stato l’elettorato italiano ma la Commissione europea che ritira la segnalazione di infrazione dei conti pubblici nostrani visto che siamo andati anche meglio – sui conti finanziari non su quelli macro- e micro-economici, purtroppo – di quanto ci avessero chiesto. 

Una lettura macro internazionale, economico-politica, della crisi italiana

Di tanto in tanto, grazie ai buoni rapporti di amicizia personale e di stima che chi scrive intrattiene con un managing director e senior analyst della Lehman Brothers – la grande banca internazionale di investimenti – siamo destinatari di un foglio elettronico occasionale, come si dice (non periodico, cioè) e, in linea di principio, riservato ai clienti (gli investitori).

L’ultimo di questi strumenti[3] è dedicato ad una sintesi agile e acuta (non tutta, certo, condivisibile sotto il profilo dei giudizi: comunque di grande qualità, al di là delle differenze di valori ed interessi rappresentati) del quadro italiano. Sono oltre dieci pagine fitte, delle quali non si può qui che riprodurre la sintesi:

Riassume la situazione sotto i titoletti che seguono, il paper, (indiirizzato, tenete presente, a sintetizzare e semplificare anche ai possibili-probabili investitori americani, e comunque stranieri, in Italia):

Silvio Berlusconi, con maggioranze forti  nei due rami del parlamento, sembra doversi assestare per cinque anni a palazzo Chigi.

• Una bella spinta alla destra è venuta poi anche dalla conquista del Campidoglio.

• Malgrado tutto ciò, la politica di una coalizione comporta, inevitabilmente, discussioni interni e necessità di compromessi…

• …come risulta del tutto evidente dalla composizione centellinata del primo governo Berlusconi [noi forse diremmo “cencellata”, dall’immortale e universale “manuale Cencelli” che da trent’anni detta le regole sempre vigenti della lottizzazione politica dentro una coalizione o/e dentro un partito politico].

• Torna Giulio Tremonti all’Economia, per la terza volta come ministro.

• Per le riforme supply side – dal lato dell’offerta cioè, come si dice – che sembrano dover caratterizzare il governo, un portafoglio chiave sembra quello destinato alle Infrastrutture...

• …insieme ad un  nuovo posto responsabile della semplificazione burocratica.

• Torna Gianni Letta nel ruolo chiave di Sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

• Il DPEF potrebbe fornire una prima lettura delle prospettive reali di riforme strutturali.

• Gli impegni elettorali a tagliare le tasse e, insieme, ad aumentare gli investimenti pubblici fanno intravvedere decisioni difficili.

• Ma se i progressi fatti negli anni recenti [per capirci: gli anni di Prodi] sul piano della iniziale risistemazione dei conti pubblici vanno mantenuti è necessario continuare sulla via delle riforme strutturali…

• …col debito pubblico che rimane una barriera alla crescita e alla flessibilità fiscale.

• Poi, almeno per ora, il ciclo economico renderà ancor più difficile ogni riforma.

• I titoli continuano ad esibire a Piazza Affari una performance maggiore di quella media dei mercati europei...

• …e le azioni, perciò, si scambiano a valori scontati.

La crescita più lenta del settore delle imprese è condizionata dal peso delle rigidità strutturali.

In rapporto all’Europa, il peso della finanza in Italia è assai superiore.

Ma, proprio per il valore basso complessivo di azioni e assets di altra natura, in rapporto a quello reale ed a quello potenziale, investire qui ora conviene.

Gli impegni pre-elettorali indicano una spinta per favorire infrastrutture e imprese di servizi.

L’applicazione degli obiettivi europei sul cambiamento climatico sarà assai controversa.    

Le banche hanno concordato di prolungare la maturità delle ipoteche ai singoli e di abbassare i tassi di interesse.

L’impatto a breve sui loro profitti potrebbe essere negativo; ma dovrebbe diminuire il tasso dei pignoramenti.

La resistenza alle riforme è inevitabile…

…ma il governo pare forte abbastanza da implementare misure che spingano avanti la crescita”.

Sarà, ci limitiamo qui a commentare…

Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia

Le “Considerazioni finali” del 31 maggio del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi[4],  certificano: il rallentamento dell’economia andrà avanti almeno per tutto il 2008: produttività stagnante, rallentamento degli investimenti, consumi quasi bloccati, Mezzogiorno che resta arretrato… problemi che sembrano cronici e in peggioramento, perfino, aggravati dalla “turbolenza finanziaria che ha colpito i maggiori Paesi avanzati”, ancora in corso. E che ha per conseguenza, pesante, “l’accumularsi di tensioni inflazionistiche”.

Però, il paese  dietro di sé ha “una storia a testimoniare che non c’è niente di ineluttabile nella crisi di crescita che da anni lo paralizza”.

Ma se le ricette prescritte dal governatore sono ridurre la pressione fiscale, contenere la spesa pubblica – si capisce, a cominciare dalle pensioni – ed assicurare la stabilità politica, com’è che ci sembra di aver già sentito questa sirena? E quali tasse abbassare poi? Secondo quali priorità? E, se aumentare l’età media dei pensionati incentivando chi vuole continuare a lavorare è la ricetta per le pensioni, poi basta? O domani il governatore – questo od un altro – se ne uscirà con un regolare non basta ancora?

100 Indicatori ISTAT

L’ISTAT ha appena pubblicato i suoi “100 Indicatori per conoscere e valutare” lo stato del paese, come è noto non proprio buono, sotto i profili economici, sociali, demografici e ambientali e quelli della sua collocazione nel contesto europeo e delle differenze regionali che lo caratterizzano[5].

Di seguito, anche se è lungo, ci sembra utile riprodurre il testo della sintesi con cui l’ISTAT espone i suoi 100 indicatori, suddividendoli e raggruppandoli per grandi settori di competenza.

Macroeconomia

Nel 2007 il prodotto interno lordo per abitante italiano è cresciuto dell’1,5% rispetto all’anno precedente. Dal 2000 l’Italia sperimenta un tasso di crescita più modesto di quello medio dell’Unione europea. Le differenze regionali permangono sensibili, con divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord pressoché invariato.

[Il 23 maggio, l’ISTAT aggiorna, sulla base delle informazioni che si sono rese disponibili, i dati del PIL che, nel primo trimestre del 2008, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e dello 0,2% rispetto al primo trimestre del 2007: in pratica, crescita quasi zero…].

La composizione della domanda aggregata – consumi e investimenti – è allineata alla media europea: circa l’80% delle risorse è destinata ai consumi e il 20% agli investimenti. A livello ripartizionale, tuttavia, emerge l’insufficienza della produzione del Mezzogiorno, dove tutte le regioni (ad eccezione dell’Abruzzo) sono costrette a importare beni e servizi per sostenere i consumi e gli investimenti per una quota del Pil prossima o superiore ai 20 punti percentuali.

La produttività nazionale per occupato – storicamente simile a quella di Francia e Germania – ha visto il nostro Paese perdere terreno nel periodo 2001-2005 nel confronto europeo, con un recupero nel biennio 2006-2007.

A partire dal 1990 l’indice dei prezzi al consumo in Italia è diminuito consistentemente (1,8 nel 2007), allineandosi alla media europea, ma con una forte ripresa della dinamica inflattiva nei primi tre mesi del 2008.

Le principali caratteristiche del mercato finanziario italiano mettono in luce lo svantaggio del Mezzogiorno: l’insolvibilità delle imprese che sono ricorse al finanziamento bancario è sistematicamente superiore nelle regioni del Mezzogiorno rispetto a quelle del Centro-Nord e la maggiore rischiosità si riflette sui livelli dei tassi d’interesse, mediamente superiori di circa un punto percentuale indipendentemente dalla durata del prestito.

Nel 2006 l’Italia detiene il 7,9% dei flussi di esportazioni intra-Ue e una quota pari all’11,2% delle esportazioni di paesi Ue verso il resto del mondo. I dati provvisori del 2007 evidenziano una positiva performance dell’export nazionale, cresciuto dell’8% rispetto all’anno precedente, quando la quota incideva per il 3,4% sull’export mondiale.

Finanza pubblica

Nel 2007, soprattutto grazie a un cospicuo aumento delle entrate, l’Italia si colloca al 4° posto tra i paesi dell’Uem per surplus primario, mentre l’incidenza dell’indebitamento netto in un biennio è diminuita dal 4,2 fino all’1,9% del Pil.

Nel 2006 l’Italia è il Paese con il rapporto debito/Pil più elevato (106,8%) tra i 27 membri dell’Ue. Il valore scende nel 2007 al 104%.

Nel 2007 il settore pubblico rappresenta il 14,5% della forza lavoro impiegata, un punto percentuale in meno rispetto al 2000. Tale valore colloca il nostro Paese nella parte bassa della graduatoria europea (22° posto nel 2006). Anche in termini di valori per abitante l’incidenza del settore pubblico in Italia è molto contenuta rispetto al resto dell’Unione europea: le unità di lavoro ogni 100 abitanti ammontano nel 2006 a 6,2, valore che ci colloca al penultimo posto tra i paesi Ue.

Territorio

Con una densità media nel 2006 di circa 200 abitanti per km2 l’Italia è tra i paesi più densamente popolati dell’Unione (media Ue27 pari a 115 abitanti per km2).

Sulla base delle classificazioni europee, in Italia il 45% della popolazione vive in zone ad alta urbanizzazione, il 39 in zone a urbanizzazione media e il resto in zone a bassa urbanizzazione. Mentre il primo valore è in linea con la media europea, il secondo la supera di circa 14 punti percentuali: la media città è un fenomeno specificamente italiano.

In Italia i territori montani coprono una superficie pari al 54,3% del territorio, ma si tratta di aree poco densamente abitate e in passato interessate da importanti fenomeni di spopolamento: vi risiede pertanto solo il 18,3% della popolazione.

Popolazione

Con quasi il 12% dei 495 milioni di abitanti dell’Unione europea, l’Italia è il quarto paese per dimensione demografica dopo Germania, Francia e Regno Unito. Dopo due decenni di sostanziale stabilità, a partire dal 2001 la popolazione ha ripreso a crescere per effetto di una ripresa delle nascite e dell’immigrazione dall’estero.

Nel 2006 in Italia ci sono 142 anziani (di 65 anni e più) ogni 100 giovani (che non hanno ancora compiuto i 15 anni): l’Italia è così il paese più anziano d’Europa. La regione più anziana è la Liguria (239 anziani ogni 100 giovani), la più giovane la Campania (90). La crescita della popolazione anziana comporta anche uno squilibrio generazionale: il rapporto tra popolazione giovane e anziana e popolazione in età attiva (indice di dipendenza) ha superato, nel 2006, la soglia critica del 50%, uno dei livelli più elevati dell’Unione. L’indice di ricambio ha sfiorato, nel 2006, quota 112%: in altri termini, le persone potenzialmente in uscita dal mercato del lavoro sono il 12% in più di quelle che invece sono potenzialmente in entrata. Questo squilibrio pone il nostro paese al primo posto in Europa e a molta distanza dalla media comunitaria.

La vita media degli italiani è di quasi 84 anni per le donne e di 78,3 anni per gli uomini, ai primi posti nella graduatoria dei paesi dell’Unione europea.

Il confronto internazionale vede l’Italia, con 1,35 figli per donna, sotto la media dei paesi dell’Ue (1,52 figli per donna nel 2006). È comunque il livello più alto registrato in Italia negli ultimi 16 anni.

Soltanto in Slovenia e in Lussemburgo ci si sposa di meno che in Italia (4,1 matrimoni ogni 1.000 abitanti nel 2006, contro una media europea di 4,9). L’Italia è anche il paese europeo con la più bassa incidenza dei divorzi (8 divorzi ogni 10.000 abitanti). A livello regionale, i valori più bassi si registrano in Basilicata (3 divorzi ogni 10.000 abitanti), i più alti in Liguria (14,7). In termini assoluti il numero di divorzi è aumentato in dieci anni del 74%.

L’incremento demografico del nostro Paese è garantito da un saldo migratorio con l’estero positivo (oltre 222 mila unità nel 2006 pari a 3,8 persone ogni 1.000 abitanti). In Italia nel 2006 la popolazione residente straniera (quasi 3 milioni di persone) rappresenta poco meno del 5% del totale dei residenti.

Protezione sociale

Nel 2006, in Italia la spesa per la protezione sociale assorbe il 26,7% del Pil e il suo ammontare pro capite è pari a poco più di 6.678 euro annui, leggermente al di sopra della media europea.

Nell’ambito della spesa per la protezione sociale, quella sanitaria pubblica (che ricomprende, oltre al costo delle prestazioni sanitarie, costi amministrativi e contribuzioni diverse) è pari a circa 1.624 euro pro capite annui, il 6,7% del Pil (il dato è relativo al 2005).

La struttura della mortalità per causa è caratterizzata da una prevalenza dei decessi per malattie tipiche delle età adulte e anziane e, quindi, particolarmente legate allo stile di vita, con al primo posto quelle che interessano il sistema cardiocircolatorio: nel 2003, in Italia il tasso standardizzato di mortalità per queste cause è pari nel complesso a 40 decessi per 10.000 residenti (48,7 per gli uomini e 33,9 per le donne). Si tratta di uno dei livelli più bassi dell’Unione europea. I tumori rappresentano la seconda causa di morte in ordine di importanza: nel 2003, in Italia il tasso standardizzato di mortalità per queste cause è pari nel complesso a 28 decessi per 10.000 residenti (39,6 per gli uomini e 20,3 per le donne). In questo caso, l’Italia è allineata alla media europea.

Il tasso di mortalità infantile si può interpretare come espressione del livello di sviluppo e di benessere di un paese. In Italia, negli ultimi 10 anni questo indicatore si è ridotto del 50%, attestandosi nel 2004 al 3,7 per 1.000, ben al di sotto della media Ue27 (5,3 per 1.000)

Istruzione

In Italia nel 2005 l’incidenza della spesa in istruzione e formazione sul Pil è pari al 4,4%, ampiamente al di sotto della media dell’Ue27 (5,1% nel 2004).

Nel 2007 il 48,2% della popolazione in età compresa tra i 25 e i 64 anni ha conseguito come titolo di studio più elevato la licenza della scuola media inferiore, valore distante dalla media Ue27 (30% nel 2006), che ci colloca nelle ultime posizioni insieme a Spagna, Portogallo e Malta.

Nell’anno scolastico 2005/06 la quota di giovani che abbandona al primo anno gli studi superiori, senza completare dunque l’obbligo formativo, è del 11,1%. Forti i differenziali territoriali: è il Friuli-Venezia Giulia la regione con quota di abbandoni più contenuta (6,2%) mentre i valori più elevati si rilevano in Sicilia e in Campania, dove rispettivamente 15 e 14 studenti su 100 non completano il percorso dell’obbligo formativo.

Nel 2007 poco più del 75% dei giovani italiani in età 20-24 anni ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore, valore che colloca l’Italia al di sotto della media Ue. In ambito comunitario sono alcuni Paesi di recente ingresso quelli che presentano i più elevati tassi di scolarizzazione superiore (in Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia 9 studenti su 10 hanno conseguito almeno il diploma superiore).

In Italia circa il 41% dei giovani in età 19-25 anni risulta iscritto a un corso universitario nell’anno accademico 2005/06.

Mercato del lavoro

Nel 2007 in Italia è occupato il 58,7% della popolazione nella fascia di età 15-64 anni. Permangono notevoli le differenze di genere: le donne occupate sono il 46,6%, gli uomini il 70,7. Il tasso di occupazione è cresciuto nel 2007 di 0,3 punti percentuali. Nonostante la tendenza all’incremento i livelli dell’occupazione nazionale restano distanti dai traguardi fissati a Lisbona e ben al di sotto delle medie europee, soprattutto per quando riguarda la componente femminile.

Nel 2007 il tasso di occupazione della popolazione in età 55-64 anni è pari al 33,8%; già nel 2006 l’Italia si collocava tra ultime posizioni della graduatoria europea. Il nostro Paese è, inoltre, tra quelli che presentano il più ampio divario tra il tasso di occupazione di questo segmento specifico di popolazione e quello delle fasce di età centrali a conferma del fatto che il nostro mercato del lavoro si caratterizza per la marginalizzazione di alcuni segmenti della popolazione.

Nel 2006 il tasso di attività della popolazione tra i 15 e i 64 anni nell’Unione europea è pari al 70,2%. L’Italia, con il 62,7% e con valori in calo nel 2007 (62,5%), si colloca al terzultimo posto della graduatoria a 27 paesi. Risultano determinanti le disparità di genere (nel 2007 il tasso di attività maschile è pari al 74,4%, quello femminile al 50,7%) e quelle territoriali (il valore massimo si registra in Emilia-Romagna con un tasso del 72,4%, il più basso in Campania con il 49,3%).

In Italia il tasso di disoccupazione è diminuito nel corso del decennio 1998-2007 di 5,3 punti percentuali, attestandosi a fine periodo al 6,1%; già nel 2006 era di circa 1 punto percentuale e mezzo inferiore a quello medio dei paesi Ue27. Permangono le differenze di genere (tasso di disoccupazione femminile pari al 7,9 a fronte del 4,9 degli uomini) e territoriali (Mezzogiorno 11%).

Sempre nel 2007 il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è pari al 20,3% (di circa 14 punti superiore al tasso totale di disoccupazione). Le differenze di genere si mantengono rilevanti: il tasso di disoccupazione giovanile delle donne italiane (23%) supera quello maschile di oltre 5 punti percentuali. Il confronto europeo conferma la gravità del problema. Nello stesso anno la disoccupazione di lunga durata (che perdura cioè da oltre 12 mesi) riguarda nel 2007 il 47,4 dei disoccupati nazionali; valori ancora superiori alla media Ue ma in netto miglioramento rispetto all’anno precedente.

Nel 2005 in Italia la quota di unità di lavoro irregolari raggiunge il 12,1% con notevoli differenze territoriali: nel Mezzogiorno quasi un lavoratore su cinque può essere considerato irregolare, mentre al Centro-Nord soltanto uno su dieci. In particolare, la Lombardia è la regione con la quota di lavoro irregolare più bassa (7,8%), la Calabria quella con la quota più alta (26,9%).

Strutture produttive

Nel 2005 in Italia si contano oltre 3,8 milioni di imprese dell’industria e dei servizi, circa 65 imprese ogni 1.000 abitanti, valore tra i più elevati d’Europa (dove in media le imprese sono 40 per 1.000 abitanti), a testimonianza soprattutto del prevalere delle imprese di ridotte dimensioni. La dimensione media delle imprese italiane (circa 4 addetti per impresa) è superiore nel 2005 soltanto a quella di Portogallo e Grecia.

Il tasso di imprenditorialità – calcolato come rapporto tra numero di lavoratori indipendenti e totale dei lavoratori delle imprese – è pari, in Italia e nel 2005, al 33%, ben al di sopra della media europea (13%).

Per quanto attiene alla dinamica demografica, nel 2004 in Italia l’indicatore di turnover lordo è pari al 15,0%. Inoltre, ogni 10 imprese che nascono, 7 sono ancora attive dopo due anni.

Il livello di competitività delle imprese italiane, misurato in termini di valore aggiunto ogni 100 euro di costo unitario del lavoro, è pari nel 2005 a circa 130 euro , valore inferiore a quello medio europeo (145,5 euro) e in diminuzione rispetto al 2001.

Energia

L’Italia consuma mediamente tra i 5 e i 6 mila kWh di energia elettrica per abitante, meno della media europea, mentre la produzione netta supera di poco i 50 GWh per 10.000 abitanti. Il nostro Paese è fortemente dipendente dall’estero e, nel 2006, importa 45.000 GWh, il 13% della domanda nazionale.

Scienza, tecnologia e innovazione

Nel nostro Paese nel 2005 la spesa per ricerca e sviluppo incide per l’1,1% del Pil, valore molto lontano dal traguardo fissato dalla strategia di Lisbona per il 2010 (3%) e che colloca l’Italia agli ultimi posti della graduatoria delle principali economie in Europa.

In Italia nel 2004 sono state presentate all’EPO (European Patent Office) oltre 4.500 richieste di brevetto. L’indice di intensità brevettuale, pur in crescita, permane tra i più bassi dell’ Ue15

Nel 2006, la quota di imprese italiane che si connette a internet tramite la banda larga è pari a circa il 70%, poco al di sotto della media europea.

Nel 2005 gli addetti alla ricerca e sviluppo (in unità equivalenti a tempo pieno) sono in Italia 3 ogni 1.000 abitanti, sensibilmente al di sotto alla media europea (nel 2004 al penultimo posto tra i paesi dell’Ue15 e all’ultimo tra i paesi di maggiori dimensioni demografiche) e con forti disparità territoriali.

Poco più del 30% delle imprese italiane ha introdotto innovazioni nel triennio 2002-2004 – un valore poco al di sotto della media dell’Unione europea. Tuttavia, circa il 70% della spesa sostenuta per l’introduzione delle innovazioni è concentrato in quattro regioni: Lombardia, Lazio, Piemonte ed Emilia-Romagna.

In Italia nel 2006 il numero di laureati in discipline tecnico-scientifiche è ancora piuttosto basso (circa 12 ogni 1.000 abitanti tra i 20 e i 29 anni), ma in rapido aumento.

Trasporti

In Italia nel 2005 le merci trasportate su ferrovia ammontano a poco più di 42 milioni di tonnellate (in partenza) e 57 milioni (in arrivo), con incrementi molto contenuti del ricorso a questa modalità di trasporto delle merci, ben al di sotto degli indici comunitari.

Per contro, in Italia, nel 2005, i trasporti di merci su strada hanno sviluppato un traffico di 212 miliardi di tonnellate-km.

L’indice di pressione degli autoveicoli circolanti si attesta su valori elevati (42,5 vetture per chilometro di rete stradale) risultando inferiore solo a Spagna, Slovacchia, Regno Unito e Austria.

Infrastrutture

Nel 2006 la rete autostradale italiana si sviluppa per quasi 22 km ogni 1.000 km2 di superficie territoriale, al di sopra della media europea.

Nel 2005, la rete ferroviaria italiana si sviluppa per 5,4 km ogni 100 km2 di superficie territoriale. Sotto il profilo qualitativo, tuttavia, emergono carenze in tema di infrastrutture adeguate al trasporto moderno, di interoperabilità tra le reti e i sistemi, di tecnologie innovative e di affidabilità del servizio. Meno del 40% dell’infrastruttura ferroviaria è a binario doppio elettrificato.

Nel 2005 l’Italia è il secondo paese europeo per trasporto di passeggeri via mare, dopo la Grecia. Se si considera invece il volume complessivo dei container trasportati, l’Italia, con il 10,8% del totale, occupa la quinta posizione, dopo Germania, Spagna, Paesi Bassi e Gran Bretagna. L’hub italiano più importante è quello di Gioia Tauro in Calabria.

Nel 2005 l’Italia occupa il terzo posto tra i paesi europei per produzione di potenza efficiente netta degli impianti di generazione elettrica (85.000 MW), dopo Germania e Francia. La quota prodotta da fonti rinnovabili è di poco superiore al 23%.

In Italia la diffusione degli ATM (che consente ai possessori di carte bancomat o carte di credito di compiere, in qualunque momento della giornata, alcune operazioni bancarie da sportello telematico) è in media pari, nel 2006 a 68 ATM ogni 100.000 abitanti, ma con valori piuttosto bassi nelle regioni del Mezzogiorno.

Turismo

Su scala nazionale il flusso dei clienti registrato nel 2006 nel complesso degli esercizi ricettivi è stato pari a poco meno di 94 milioni di arrivi e 370 milioni di presenze, con un periodo medio di permanenza di quasi 4 notti. Si è rafforzata la ripresa dell’attività turistica (arrivi +5,3% e presenze +3,2% rispetto all’anno precedente), soprattutto per effetto della componente straniera.

Dal confronto con i paesi dell’Unione europea secondo la permanenza media dei clienti negli esercizi ricettivi, per il 2006 l’Italia si colloca nelle prime posizioni con Grecia e Bulgaria (circa 4 notti di permanenza media), preceduta da Malta, Cipro (oltre 6 notti) e Danimarca (4,7 notti). La Spagna e l’Austria seguono il nostro Paese, con un periodo medio di notti spese negli esercizi ricettivi rispettivamente pari a 3,8 e a 3,7, mentre gli altri paesi presentano valori che variano tra 2,5 e 3 notti di permanenza media.

Ambiente

Nel 2005, in Italia si spendono in media per finalità ambientali 450 euro per abitante, con fortissime disparità regionali (si va da oltre 700 euro nelle province autonome di Bolzano e Trento ai 380 euro in media nel Mezzogiorno).

Nel 2006, l’incidenza della produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile sui consumi interni lordi non raggiunge il 15%, valore sostanzialmente in linea con la media europea.

Benché le politiche comunitarie incoraggino lo smaltimento per incenerimento e termovalorizzazione, nel 2006 in Italia sono stati smaltiti rifiuti poco meno di 70 kg di rifiuti urbani per abitante utilizzando tale modalità, un valore sensibilmente più basso di quello che si riscontra nella media europea.

Cultura

Nel corso del 2005 in media le famiglie italiane hanno destinato ai consumi culturali (spese per ricreazione e cultura) il 6,9% della spesa complessiva per consumi finali. La quota destinata ai consumi culturali – già inferiore a quella media europea – è diminuita rispetto all’anno precedente e colloca l’Italia al quint’ultimo posto nell’Unione.

In Italia, ogni anno vengono stampate in media 4,5 copie di opere librarie per ogni abitante, ma solo il 44,1% degli italiani (6 anni e più) ha letto nel corso del 2006 almeno un libro nel tempo libero.

Circa un italiano su due non legge alcun quotidiano o lo legge in modo assolutamente occasionale.

Nel 2006, il 40% delle famiglie italiane e il 49% di quelle europee disponevano di un proprio accesso alla rete web da casa. Quanto alla fruizione culturale, nel 2007, il 43% degli italiani di i 6 anni e più che hanno utilizzato Internet negli ultimi tre mesi, ha letto o scaricato on line libri e giornali e/o riviste.

Nel 2007 più di un quinto degli italiani che utilizza Internet, ha ascoltato la radio in linea guardato programmi televisivi tramite web.

Sempre nel 2007, solamente un terzo degli italiani con almeno quindici anni di età ha dichiarato di aver visitato almeno un sito museale o un’esposizione temporanea nel corso degli ultimi dodici mesi – valore che colloca il nostro paese al diciannovesimo posto nella graduatoria dei 27 paesi dell’Unione europea.

Qualità della vita

Nel 2005 in Italia la speranza di vita libera da disabilità calcolata per le persone di 15 anni è pari a 63,5 anni per le donne e a 60,5 anni per gli uomini.

In Italia nel 2006 gli individui relativamente poveri sono 7 milioni 537 mila e corrispondono a quasi il 13% del complesso della popolazione. Si tratta di 2 milioni 623 mila famiglie, l’11% del totale.

Le disuguaglianze nella distribuzione del reddito sono più elevate che nella maggior parte dei paesi europei. A livello regionale, la distribuzione più diseguale si rileva in Calabria, Sicilia e Campania.

In Italia il tasso di motorizzazione (autovetture circolanti ogni 1.000 abitanti) è uno dei più alti del mondo ed è passato da 501 autovetture ogni 1.000 abitanti nel 1991 a 598,4 nel 2006, con un incremento medio annuo pari all’1,3%.

Nel 2006 nei comuni capoluogo di provincia i metri quadrati di verde urbano per abitante sono pari a 48,3.

Gli italiani di 3 anni e più che praticano sport sono oltre 17 milioni, poco più del 30% della popolazione nella stessa fascia di età: il 20% si dedica allo sport in modo continuativo, il 10% saltuariamente. Coloro che pur non praticando uno sport svolgono un’attività fisica sono 16 milioni, mentre i sedentari sono oltre 23 milioni, il 41% della popolazione di interesse.

Sicurezza

Nel 2005, in Italia si sono commessi circa 10 omicidi per milione di abitanti, un valore sensibilmente inferiore della media europea; il fenomeno è in forte diminuzione (dai 13 omicidi del 2000).

Nel 2006, la criminalità è fonte di preoccupazione per più della metà degli italiani (58,7%), con punte in Piemonte e Liguria, oltre che in Puglia, Campania e Sicilia. 

Servizi essenziali

Nel 2004 i Comuni italiani che hanno attivato almeno un servizio tra asili nido, micronidi o altri servizi integrativi/innovativi per l’infanzia sono appena il 39% del totale; solo l’11,3% bambini in età 0-3 anni fruisce di questi servizi.

Nel 2005 in Italia la quota di anziani che fruisce dei servizi di assistenza domiciliare (ADI) è pari al 2,9%. Forti i differenziali tra le regioni: più di 5 anziani su cento nel Nord-est; meno di 2 nel Mezzogiorno. In particolare, la quota di anziani che usufruiscono dei servizi ADI è massima in Friuli-Venezia Giulia (7,9%) e in Emilia-Romagna (5,4%), mentre è minima in Valle d’Aosta (0,1%) e in Sicilia (0,8%).

Anche se nel corso degli ultimi cinque anni l’Italia ha ridotto il ricorso allo smaltimento in discarica a favore di altre modalità di gestione, con un valore di 325 kg di rifiuti per abitante si colloca nel 2006 ancora significativamente al di sopra della media europea. Nello stesso anno solo un quarto dei rifiuti solidi urbani prodotti risulta avviato a raccolta differenziata e la quantità di frazione umida trattata in impianti di compostaggio per la produzione di compost di qualità (una misura della capacità di recupero della materia proveniente dalla raccolta differenziata delle diverse frazioni merceologiche organiche e biodegradabili) si attesta intorno al 22%.

Nel 2005, in media solo il 70% dell’acqua immessa nelle reti idriche destinate al consumo umano viene erogata agli utenti finali. Nello stesso anno la quota di popolazione equivalente servita da depurazione (misura del trattamento dei reflui urbani) si attesta al 63,5%.

Questo mese CGIL, CISL e UIL hanno raggiunto (e non è stato agevole; ma ci si è arrivati) un accordo sulla base del quale discutere con padronato e governo il nuovo sistema di contrattazione per i lavoratori dipendenti.

Riportiamo qui di seguito i punti principali (citati direttamente, ma non di necessità integralmente)[6] dal testo:

Linee di riforma della struttura della contrattazione

L’obiettivo è la realizzazione di un accordo unico che definisca un modello contrattuale per tutti i settori pubblici e privati.

La revisione della struttura della contrattazione definita dall’accordo del 23 luglio 1993 è parte della stessa strategia che sta alla base del confronto su fisco, prezzi e tariffe. La tutela e il miglioramento del reddito dei lavoratori vanno, infatti, perseguiti su due grandi terreni d’impegno tra loro complementari ed interdipendenti:

1) … un welfare solidaristico ed efficiente, un sistema di prezzi e tariffe trasparente, socialmente

compatibile, in grado di frenare la ripresa dell’ inflazione ed, in particolare, un sistema fiscale equo che preveda una forte riduzione della pressione fiscale sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti e sulle pensioni.

2) … sistema contrattuale su due livelli per tutelare il potere d’acquisto delle retribuzioni e ridistribuire la produttività.

In questo quadro si possono ipotizzare le seguenti linee di riforma del modello contrattuale definito dall’accordo del 23 luglio 1993:

• conferma di due livelli contrattuali tra loro complementari;

• definizione del CCNL come centro regolatore dei sistemi contrattuali a livello settoriale e per la definizione delle competenze da affidare al secondo livello tenendo conto delle diverse specificità settoriali - anche al fine di migliorare spazi di manovra salariale e normativa della contrattazione aziendale o territoriale.

Contratto nazionale

I suoi compiti fondamentali – in un’ottica di diritto universale – sono il sostegno e la valorizzazione del potere d’acquisto per tutti i lavoratori di una categoria in ogni azienda e in ogni parte del Paese, la definizione della normativa nazionale e generale, la regolazione del sistema di relazioni industriali a livello settoriale, aziendale o territoriale.

In questo senso il CCNL deve stabilire l’area contrattuale di riferimento; migliorare le normative di informazione-consultazione recependo lo spirito delle normative europee; ampliare la parte di confronto sugli andamenti e sulle politiche di settore, tenendo anche conto delle tendenze generali dell’economia. I contratti nazionali potranno prevedere che la contrattazione salariale del secondo livello si sviluppi a partire da una quota fissata dagli stessi CCNL.

Il modello del settore pubblico dovrà adottare regole analoghe a quelle del settore privato attraverso opportuni interventi di delegificazione da definire in sintonia con l’impostazione contenuta nel Memorandum. Tale impostazione andrà riferita anche alla contrattazione di secondo livello da realizzare nelle pubbliche amministrazioni.

Va effettuata una verifica in ordine alla razionalizzazione delle aree di copertura dei CCNL (oltre 400) prevedendo la possibilità di accorpamenti per aree omogenee e per settori, favorendo la riunificazione di contratti analoghi facenti riferimento a diverse organizzazioni di rappresentanza datoriale.

Va individuata una sede congiunta, ad esempio il CNEL, per esaminare l’attuale situazione e verificare le linee di indirizzo condivise per la semplificazione.

Sulla parte economica occorre recuperare l’attendibilità della natura [del concetto] di inflazione a cui fare riferimento ed ancorare il sostegno del salario a criteri credibili definiti e condivisi in ambito di vera politica dei redditi.

Va utilizzato un concetto di “inflazione realisticamente prevedibile”, supportata dai parametri ufficiali di riferimento, a livello dei CCNL.

In questo quadro va posto il tema dell’adeguamento degli attuali indicatori di inflazione (utilizzando altri indicatori certi quali il deflatore dei consumi interno o l’indice armonizzato europeo corretto con il peso dei mutui).

Rispetto al realizzarsi di eventuali differenziali inflazionistici vanno definiti meccanismi certi di recupero.

Va previsto il superamento del biennio economico e la fissazione della triennalità della vigenza contrattuale, unificando così la parte economica e normativa.

Occorre vincolare meglio il rispetto della tempistica dei rinnovi. Le una tantum a posteriori non recuperano mai del tutto il periodo di vacanza e il sistema delle IVC si è rivelato troppo debole come deterrente per dare certezza ai rinnovi.

Va considerata l’introduzione di penalizzazioni in caso di mancato rispetto delle scadenze.

Si può pensare di fissare comunque la decorrenza dei nuovi minimi salariali alla scadenza del vecchio CCNL, superando così la concezione di “vacanza contrattuale”, di una tantum o di indennità sostitutive.

Le trattative per il rinnovo dei CCNL dovranno iniziare 6 mesi prima delle loro scadenze.

Anche per contrastare la precarietà del lavoro, la formazione per l’accesso, per la sicurezza e la professionalità appare, nel contesto attuale di cambiamenti sempre più profondi e veloci, come la priorità su cui intervenire sia nella direzione di nuovi diritti contrattualmente definiti che nell’implementazione e regolazione degli strumenti esistenti. In particolare va valorizzata l’esperienza della formazione continua e dei Fondi Interprofessionali.

Occorre rafforzare la normativa per i casi di appalti, outsourcing, cessioni di rami d’azienda. Vanno definiti accordi e norme quadro per garantire condizioni normative, salariali e di sicurezza adeguate ed una continuità di relazioni industriali che eviti l’emarginazione dei lavoratori interessati.

Occorre costruire un quadro di certezza rispetto alle aree contrattuali di riferimento che, anche rispetto ai processi di liberalizzazione e in tutte le realtà a regime concessorio, argini il fenomeno del dumping contrattuale in particolare con la piena utilizzazione della “clausola sociale”. Ai fini del rafforzamento e dell’estensione delle tutele sociali possono essere realizzati avvisi comuni tra le parti sociali, anche ai fini dell’emanazione di atti di indirizzo da parte delle Istituzioni preposte.

I temi della parità devono assumere una maggiore valenza contrattuale e configurarsi in normative definite e vincolanti. Va superato l’approccio che tende a regolare queste materie prevalentemente

in termini di dichiarazioni di principio o di intenti programmatici.

Occorre sviluppare un’impostazione contrattuale che incoraggi le imprese ad assumere donne e offra, al tempo stesso, strumenti per la conciliazione vita/lavoro.

La bilateralità offre una serie di strumenti attuativi esclusivamente “al servizio” della contrattazione; deve essere rafforzata e qualificata sia a livello nazionale che nel territorio, qualificandolo anche sui temi del welfare contrattuale in modo da garantirne la natura integrativa.

Va considerata la sempre maggiore incidenza della dimensione europea[7] ed internazionale.

L’internazionalizzazione dell’economia e delle imprese, i processi di mobilità transnazionale delle aziende, la localizzazione/delocalizzazione degli investimenti e delle produzioni richiedono strumenti di intervento e di governance che vanno otre la dimensione nazionale.

Il manifestarsi di forme spurie di contrattazione transnazionale, l’avvio di costituzione di società europee (sulla base delle recenti direttive), l’avvio della revisione della direttiva sui CAE rendono necessario un confronto su questo tema.

Contrattazione di secondo livello

Va sostenuta la diffusione qualitativa e quantitativa del secondo livello di contrattazione. Vanno rafforzati gli strumenti già definiti dall’accordo del 23 luglio 2007 (decontribuzione pienamente pensionabile) con misure aggiuntive di detassazione.

Va affermata per via pattizia l’effettività e la piena agibilità del secondo livello di contrattazione. I CCNL dovranno prevedere, in termini di alternatività, la sede aziendale o territoriale. Quest’ultima deve potersi dispiegare in una molteplicità di forme: regionale, provinciale, settoriale, di filiera, di comparto, di distretto, di sito.

Questi obiettivi insieme danno compiutezza ed equilibrio al sistema contrattuale proposto. Le oggettive differenze tra i vari settori rendono necessario che siano i singoli CCNL a definire le articolazioni del secondo livello.

La contrattazione accrescitiva di secondo livello sarà incentrata sul salario per obiettivi rispetto a parametri di produttività, qualità, redditività, efficienza, efficacia.

Il legame tra quote di salario e complesso degli obiettivi di un’impresa richiede trasparenza sul quadro economico-finanziario e di bilancio, rispetto dei tempi delle verifiche e una più approfondita qualità dei processi di informazione e consultazione (assetti societari, situazioni debitorie e finanziarie).

La finanziarizzazione dell’economia rende sempre più necessaria la conoscenza in tempo reale degli aspetti finanziari per poter “leggere” l’impresa.

I processi di trasformazione in atto richiedono una più alta capacità di contrattazione sull’organizzazione del lavoro, sulla condizione e prestazione lavorativa, sulla valorizzazione della professionalità –attraverso la formazione permanente -, sulle partite degli orari, su tutte le tematiche legate alla flessibilità contrattata, sul tema sempre più fondamentale della prevenzione e della formazione su salute e sicurezza del lavoro.

Democrazia e Rappresentanza

La riforma sulla rappresentanza va attuata per via pattizia attraverso un accordo generale quadro.

Rappresentanza e rappresentatività

Confermando per il settore pubblico l’Accordo collettivo quadro del 7 agosto 1998 e la vigente legge sulla rappresentanza, facendo riferimento per la rappresentatività dei pensionati alle deleghe certificate dagli Enti previdenziali, per il settore privato viene indicato nel CNEL l’istituzione che, avvalendosi di specifici comitati con un alto profilo di competenza ed autonomia, certifichi la rappresentanza e la rappresentatività delle relative organizzazioni sindacali.

Per il settore privato la base della certificazione sono i dati associativi, riferiti di norma alle deleghe, come possono essere numericamente rilevati dall’INPS, prevedendo un’apposita sezione nelle dichiarazioni aziendali del DM10, e trasmessi complessivamente al CNEL, nonché i consensi elettorali risultanti ai verbali elettorali delle RSU, che andranno generalizzate dappertutto, come già regolamentate dall’Accordo interconfederale del 1 dicembre 1993 e dai CCNL, trasmessi dalle Confederazioni allo stesso CNEL.

CGIL, CISL, UIL intendono richiedere la riforma della governance degli enti previdenziali. In questa prospettiva i propri rappresentanti saranno eletti direttamente dalle lavoratrici e dai lavoratori.

Il CNEL dovrà diventare l’istituzione certificatrice di ultima istanza della rappresentanza e della rappresentatività delle organizzazioni, e quindi destinataria anche dei dati certificati dall’ARAN e, per i pensionati, dagli Enti previdenziali.

Democrazia sindacale

Accordi confederali con valenza generale

Le piattaforme sindacali vengono proposte unitariamente dalle segreterie, e dibattute negli organismi direttivi interessati i quali approvano le piattaforme da sottoporre successivamente alla consultazione dell’insieme dei lavoratori e dei pensionati.

Tutto il percorso negoziale, dalla piattaforma alla firma, deve essere accompagnato da un costante coinvolgimento degli organismi delle Confederazioni, prevedendo momenti di verifica degli iscritti, e assemblee di tutti i lavoratori e pensionati.

Le segreterie assumono le ipotesi di accordo, le sottopongono alla valutazione e approvazione dei rispettivi organismi direttivi per il mandato alla firma da parte delle stesse, previa consultazione certificata fra tutti i lavoratori, lavoratrici, pensionate e pensionati, come già fatto nel 1993 e nel 2007.

Accordi di categoria

Le federazioni di categoria, nel quadro delle scelte di questo documento definiranno specifici regolamenti sulle procedure per i loro rinnovi contrattuali al fine di coinvolgere sia gli iscritti che tutti i lavoratori e le lavoratrici.

Tali regolamenti dovranno prevedere sia il percorso per la costruzione delle piattaforme che per l’approvazione delle ipotesi di accordo. Insieme le categorie definiranno regole e criteri per l’elezione delle RSU e per una loro generalizzazione”.

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Il greggio petrolifero tocca e supera, il 16 maggio, col deprezzamento del dollaro e per quella sola ragione, i $129 al barile[8]. E va giù la borsa (poi, dopo qualche giorno, schizza su ancora, addirittura a $133). Chakib Khelil, il ministro degli esteri algerino che è presidente di turno dell’OPEC, prevedeva già qualche giorno prima che si potrà presto arrivare ai $200 se il petrolio continuerà ad essere prezzato in dollari e continuerà a scendere. “Ogni volta che il dollaro perde l’1% del suo valore, il prezzo del greggio sale di $4. E viceversa naturalmente. Per cui la soluzione è nel viceversa…[9].

D’accordo con lui si dice Arjun Murti, l’analista del mercato petrolifero alla Goldman Sachs che, tre anni fa, aveva predetto per adesso il barile sopra i $100 e che adesso parla anche lui di petrolio a $200 entro due anni[10]

C’è anche una componente diversa, in questo rilancio del prezzo del greggio. Negli ambienti petroliferi si comincia anche a diffondere, in controtendenza però, la voce, più probabilmente l’illusione, che forse “all’economia americana verrà risparmiata una caduta brusca”.

Più plausibilmente sembra fondata la previsione di alcuni specialisti che, con l’avanzata della recessione in America e del rallentamento dell’economia un po’ in tutto il mondo proprio mentre stanno entrando in produzione le nuove raffinerie costruite in questi ultimi anni, aumenterà molto l’offerta, e, dunque, calerà la domanda[11].

In ogni caso, dopo essere andato ad omaggiare il 60°anniversario di Israele, e a farsi omaggiare dal parlamento di Gerusalemme, Bush se ne è subito dopo andato d’urgenza ad omaggiare Abdullah, re  dell’Arabia saudita, e a chiedergli, per favore, di aprire di più il rubinetto del greggio[12] per abbassare i prezzi aumentando l’offerta: per la seconda volta in cinque mesi e, anche stavolta, senza successo[13].

Ali al-Naimi, il ministro del Petrolio saudita, ha addirittura citato il ministro algerino per spiegare all’americano (inusuale che un saudita faccia suo privatamente quanto pubblicamente ha detto un algerino: e che lo faccia sapere…) come in realtà è lui a dover mettere ordine in casa propria, visto che la colpa è di un dollaro che vale sempre di meno e di cui, quindi, ne servono sempre di più per mantenere un pari potere d’acquisto…

Il clone minore di Bush, Gordon Brown, in un periodo per lui assai frustrante, con la popolarità al minimo dei minimi e appena incassati ma non digeriti, nel voto municipale, i peggiori risultati elettorali della storia del Labour, ha pensato bene di raccogliere lo strascico insudiciato del pedissequismo verso l’America lasciato cadere dal predecessore Tony Blair e di alzare la voce— con una reazione, se possibile, anche più balorda di quella imbelle dell’americano.

Prendendosela coi paesi produttori, che non esportano abbastanza per soddisfare tutta la domanda, ha così denunciato lo “scandalo che il 40% del petrolio sia controllato dall’OPEC[14], chiedendo che, come tali, Unione europea e G-8 si impegnino a “frantumare” questo controllo. A dire il vero parla dei 2/5 della produzione globale di greggio, Brown, senza evidentemente rendersi conto che poi il potere reale dell’OPEC, se mai, è nel possesso dei 3/4 delle riserve mondiali di greggio che sono le sue.

Per cui risulta proprio difficile capire come potrebbero mai, G-8 od Unione europea, portarsi via – a meno che Gordon non pensi, ancora!, alla guerra: ma con che risultati, poi? – quel che madre natura ha piazzato a centinaia e migliaia di metri sotto il territorio dei 13 membri dell’OPEC. Come se qualcuno pensasse di frantumare il controllo inglese, diciamo, sulle bianche scogliere di Dover…

E, del resto, quanto ad aumentare l’offerta dei tredici membri dell’OPEC l’unico che sarebbe in grado di farlo sarebbe è l’Arabia saudita. E, quanto alla domanda crescente, sembra onestamente difficile prendersela troppo con la richiesta di energia che sale a Cina ed India, ad esempio, se si ha l’onestà intellettuale di riflettere per un momento solo sul fatto che oggi ci sono otto automobili ogni mille indiani e 770, invece, per mille americani. O inglesi, o italiani…

Sempre, come le altre grandi aziende petrolifere, alla ricerca di giacimenti nuovi, l’ENI ha concluso un accordo di esplorazione negli immensi depositi di sabbie bituminose del Congo. L’investimento su quattro anni sarà di $ 3 miliardi. Canada e Venezuela già lavorano nello stesso campo in Congo. Ma quello nostro – bè, nostro: si fa per dire… – è un investimento importante perché q         uel petrolio costituisce la fonte maggiore di greggio non convenzionale sul continente africano[15].

in Cina

I prezzi al consumo sono balzati su dell’8,5% nel primo trimestre, rispetto allo stesso dell’anno prima, appena di più che a marzo. In risposta, la Banca popolare di Cina, la banca centrale, ha ancora alzato la quota di riserva che le banche commerciali devono obbligatoriamente detenere dal 16. al 16,5%.

Si tratta di frenare in misura calibrata la crescita, perché la produzione industriale ad aprile e nell’anno, è ancora salita di un robustissimo 15,7%: anche se un po’ meno del 17,8 di marzo rispetto allo stesso mese dell’anno prima. Probabilmente diverse saranno i dati di maggio che dovranno registrare, oltre ai terribili costi umani, anche quelli economici del terremoto nel Sichuan.  

L’economia mondiale è nelle condizioni peggiori dai tempi della Grande depressione. Il futuro, certamente nel breve termine, vedrà una grande avversione al rischio. Il mercato di borsa e quello del credito continueranno a subire fior di convulsioni: al ribasso. E se chi ha soldi da investire non  recupera “spirito imprenditoriale”, l’economia – specie quella americana – resterà intrappolata tra crescita bassa, recessione e peggio…

E’ l’analisi di Peter Bernstein, noto analista finanziario e accademico, che prosegue così: “se poi, adesso, entra in recessione la Cina, Dio ci scampi e liberi… Comunque, finché il reddito non ricomincia a crescere non ne potremo uscire[16].

Nello scontro tra Tibet e Cina, apertura di un pre-dialogo tra inviati del Dalai Lama e governo cinese: positivo il giudizio di entrambe le parti, anche se non hanno concluso alcun accordo di fatto[17].

nei paesi emergenti

La Banca centrale dell’India ha lasciato fermo al 7,75% il tasso di sconto ma ha annunciato che aumenterà le riserve obbligatorie che richiede ai singoli istituti bancari[18].

In Brasile, la Standard & Poor’s ha inaspettatamente rivalutato (upgraded, si dice) il debito estero del paese. A ruota, annunci di nuovi investimenti dall’estero e la borsa di São Paulo che sale del 6,3% al massimo di sempre[19].  

EUROPA

Riprende la crociata, indefessa e peraltro con risultati non irrilevanti come tutti sappiamo, del Wall Street Journal contro le protezioni sociali all’europea. Scrivono che “malgrado alcuni cambiamenti, i mercati del lavoro dell’eurozona restano meno flessibili di quelli americano[20]. Sotteso, ma neanche troppo poi, è che qui – nella rigidità del mercato del lavoro: la tesi di tutte le destre, culturali, politiche ed anche sociali, quelle dichiarate e quelle sottotraccia – sta tutta la spiegazione dei “ritardi europei” nei campi della produttività e dell’occupazione.

Non è quel che dimostrano le ricerche più approfondite[21]. Proprio i paesi che hanno sindacati forti che negoziano tutto e su tutto e mercati del lavoro a protezione forte dei dipendenti, come la Danimarca e la Svezia, hanno tassi di occupazione che, corretti per le anomalie americane artificiali al ribasso, sono del tutto comparabili con quelli di un paese ultraflessibile come, appunto, gli Stati Uniti. Non a caso l’OCSE, negli ultimi rapporti annuali sullo stato dell’occupazione nel mondo, lo mette in evidenza…

In Danimarca, certo, è facile licenziare, ormai quasi ad libitum: ma poi l’assegno di disoccupazione dura due anni, è uguale all’80-90% della paga mensile e garantisce ovviamente una mobilità in uscita oltre che in entrata elevata… Sempre in Danimarca la disoccupazione ufficiale era di 117.500 persone, il 4,2%, della popolazione attiva a marzo 2006, in larghissima parte assorbite – e,  dunque, pagate – nel programma di politica attiva del lavoro che i danesi meno ipocriti di noi chiamano “arbejdsmarkedspolitiske foranstaltninger”, attività politiche del mercato di lavoro.

Sì, forse abbassa la produttività, ma poi non tanto a vedere i dati relativi. E, poi, tutto considerato costa anche di meno[22].

L’inflazione è salita del 3,3% ad aprile, rispetto all’anno prima, nell’eurozona (in Italia: stesso valore), secondo le stime provvisorie di EUROSTAT: da marzo, giù dello 0,3%. Il tasso di disoccupazione resta stabile, al 7,1%, come a marzo (in Italia: 6,6%)[23].

Al contrario della Fed americana – che, oltre all’inflazione guarda con preoccupazione alla crescita bassa e, per dare una mano a combatterla, ha appena tagliato il tasso di sconto – la Banca centrale europea lascia tutto com’è[24]: come sempre, a Francoforte, la preoccupazione maggiore, a prescindere si direbbe dalla realtà, dalla minaccia reale, ma in conformità alle rigidissime regole del suo Statuto è la stabilità monetaria. E basta…

Nell’eurozona, le vendite al dettaglio calano a marzo dello 0,4% e, da un anno prima, dell’1,6%. In Spagna, il calo è stato consecutivo per quattro mesi e, a marzo, è sceso del 5,3% in un anno[25]. E il PIL è salito complessivamente dello 0,7% nel primo trimestre (+1,9, sullo stesso periodo del 2007), con un rimarchevole +1,5 per la Germania (la migliore performance da più di un decennio) che da sola fa 1/3 del PIL dell’erurozona: alla faccia – si potrebbe dire – della crisi finanziaria globale e dei timori di recessione che incartocciano gli Stati Uniti.

Anche l’apporto della Francia (+0,6%), nello stesso trimestre, è stato sorprendente per molti analisti che se lo aspettavano a non più della metà, aiutando a mostrare una duttilità dell’economia europea considerata improbabile da molti, specie in America (noi eravamo quelli ingessati, no?, rigidi, a fronte della loro flessibilità…). Certo ci sono stati rallentamenti anche brutti, in Spagna e in Irlanda, più esposti di altro allo sgonfiamento delle loro bolle speculative edilizie; e quella che sembra ormai come una più che probabile recessione in Italia[26].    

Anche all’Airbus A380 (555 passeggeri) tocca la sorte del super Boeing787, condannati entrambi ad un ulteriore, ennesimo ritardo nella produzione dei primi prototipi già da tempo venduti e acquistati e per i quali toccherà restituire agli acquirenti corpose penali[27]. Anche se questi ritardi non sorprendono più proprio nessuno da tempo in un mercato aeronautico stufo, ormai, di ambiziosi impegni assunti dai fabbricanti nei confronti degli acquirenti.

Comunque, almeno per l’Airbus, la consegna di qualche decina di A380 è già cominciata… ed è stato raggiunto, anche, l’accordo preliminare e poi, subito dopo, è stato firmato il contratto di vendita di sei nuovi A-350 extra larghi alla MAZ,  la compagnia aerea dell’Arabia saudita[28].

Finmeccanica, al 34% di proprietà come si sa dello Stato, ha allargato la propria presenza sul mercato americano comprando la DRS Technologies per $5,2 miliardi. La DRS fabbrica materiali ottici per visione notturna, fra le altro, e fa parte di una squadra di ricerca che, coordinata dalla Boeing, sta sperimentando – con catastrofico insuccesso, però – i nuovi sistemi di muri elettronici che il Dipartimento per la Sicurezza interna vuole erigere tra Texas e Messico[29]

Nel rapporto, inevitabile ed inevitabilmente, burrascoso tra Russia ed Europa, tra Gazprom per la Russia e per l’Unione europea – invece di una politica energetica comune, sempre inesistente – quelle frantumate di almeno sei o sette grossi paesi, arriva un pesante ammonimento da Mosca.

Ad una conferenza congiunta sull’energia a Berlino, il direttore delle relazioni internazionali di Gazprom, Stanislav Tsyankov, ha spiegato[30] che se la Commissione europea intende dar seguito alle sue intenzioni di spezzettare i giganti energetici europei – la E.on Ruhrgas e la Wintershall tedesche, la Gaz de France e l’ENI – obbligandole a separare, in nome dell’antimonopolio eretto a dottrina, produzione, trasmissione e distribuzione d’energia, seminerebbe “instabilità ed imprevedibilità in tutto il settore” senza tener conto, anche, dell’interesse altrui. Nel caso, di quello dei fornitori principali: Gazprom, appunto…

La domanda che – anche con l’assenso ovvio e palese dei grandi enti quasi di Stato dell’Europa occidentale che, naturalmente e anche con ragioni serie come quelle dei russi, non amano il piano ultraliberista della Commissione – ha avanzato ed alla quale nessuno degli interlocutori europei istituzionali ha saputo rispondere era: “quali mai sarebbero le compagnie che, in simili condizioni, potrebbero pianificare investimenti di lungo periodo”. E ha messo spalle al muro gli interlocutori esibendo una serie di documenti interni, ma non segreti, della Commissione stessa che danno forti appigli al quesito.

Poi, Gazprom trova riscontro negli stessi documenti anche al sospetto che la Commissione si sta muovendo così per mettere i bastoni tra le ruote a Gazprom che, con ENI, Gaz de France, ecc., ha concluso accordi che in cambio dell’apertura alle aziende occidentali in Russia nella prospezione, ricerca e produzione di gas le garantisce la possibilità di entrare nella rete di distribuzione europea.

La politica della Commissione, che come si sarà capito trova resistenze forti in Europa da parte di chi crede che lo “spezzettamento” metterà a rischio scoraggiando gli investimenti la sicurezza energetica e chi scommette sul fatto che aumenterebbe la concorrenza e, così, diminuirebbe i prezzi al consumo… come se qualcuno ancora potesse mai credere al discorso causa-effetto conseguente e reale.

Alla fine della fiera, è emersa – è stata, anzi, reiterata e stavolta tecnicamente supportata – l’ormai chiarissima policy che impronta, in ogni campo dei suoi rapporti internazionali – economici, politici e militari – la Russia di Putin e del post-Putin: che anche in questo campo, se la Commissione introducesse come sembra volere restrizioni alla libertà di movimento delle compagnie russe in Europa o mettesse a repentaglio con azioni magari legittime ma unilateralmente decise senza tener conto degli interessi degli altri interlocutori – e l’Europa, Consiglio e parlamento, glielo lasciasse fare – la Russia agirà in rappresaglia: commisurata e adeguata…

Alla cerimonia di inaugurazione della sua presidenza, Dmitry Medvedev, affiancato dal suo nuovo primo ministro e immediato predecessore Vladimir Putin, ha chiarito che il suo primo obiettivo è di proteggere le libertà civili come quelle economiche dei cittadini russi. Lotterà per un rispetto reale e non solo formale delle leggi e per il superamento dell’atteggiamento, diffuso, del nichilismo legale.

Non c’è da costruirci sopra granché, però: la Russia continuerà ad essere una democrazia sui generis – e chi pensava altrimenti, meglio che se lo scordi: ogni paese è figlio della sua storia, non di quella di qualcun altro – però l’aver non tanto dato quanto sentito l’opportunità di dare queste assicurazioni, a molti osservatori è sembrato significativo.

Il fatto è che contrariamente alle illusioni, poco pie, di qualcuno i problemi dell’occidente e   dell’Europa con la Russia non si possono avviare a soluzione – tanto meno se e quando poi riguardano le cose interne dei russi, la loro concezione della democrazia, della governance, dei rapporti tra loro e con gli altri – tentando di imporre ai russi la propria. Ma questa è una chimera pericolosa.

E particolarmente pericoloso sarebbe, da parte dell’occidente, illudersi di aprire un solco fra il “liberal” Medvedev, più amico “nostro”,  e il duro Putin, troppo “diverso” da noi. Perché, a parte che bisogna piantarla con la tracotanza altezzosa di intromettersi come ippopotami a dettare le regole del nuoto nelle pozzanghere altrui, questa è la maniera migliore di rimettere anche quelli che fossero mai un po’ più vicini a noi perché sarebbero sempre e comunque, necessariamente, più vicini agli altri che con loro condividono, storia, sensibilità, paure, speranze, cultura e valori[31]     .

Intanto, tutti aspettiamo in Europa  il risultato in Irlanda del referendum sul Trattato di Lisbona, il prossimo 12 giugno[32]. L’Irlanda, in effetti, è l’ultimo paese europeo che, per legge, deve ratificare il Trattato con lo strumento del referendum. E, mentre fino a qualche mese fa, il sì era scontato (l’Irlanda, di tutti i paesi europei, era sempre stato, con l’Italia, il più favorevole in linea di principio e, in linea pratica, quello che di tutti certamente aveva saputo meglio impiegare la montagna di aiuti dei fondi sociali e dei fondi territoriali europei) adesso ha i suoi dubbi.

Più probabilmente che no, gli irlandesi per ragioni ideali e per ragioni di interesse economico, voteranno sì al referendum (a meno che confusione e delusione spingano all’assenteismo: perché fra quelli che andranno a votare dei motivatissimi fautori del no non ne mancherà uno…).

Però, se votassero no, il Trattato di Lisbona, già un compromesso assai riduttivo rispetto a quello precedentemente approvato, grazie al lavoro demolitore di Blair soprattutto e dei nuovi aderenti all’Unione euroscettici dei paesi dell’Est, bisognerà buttarlo alle ortiche.

E cogliere l’occasione, obbligata, per ripartire, forse, a costruire l’Europa ma, allora, solo con chi davvero ci sta, sulla base del Trattato e della carta costituzionale com’era… Ma con quali governi?  Berlusconi, Sarkozy?... Ci sarà modo e tempo per tornare sull’argomento, soprattutto se al contrario  di quanto anche noi auspichiamo, gli irlandesi dovessero davvero dire di no.

Per lo meno, gli osservatori britannici maggiormente autorevoli[33] danno per tramontata la balzana candidatura di Blair a futuro primo presidente per due e anni e mezzo di mandato dell’Unione europea. Balzana perché improponibile, viste le sue scelte sull’Europa e quelle del suo paese nei confronti di qualsiasi missione non solo appena sovrannazionale ma anche minimamente integrata dell’UE.

Era stato proprio Sarkozy – che a luglio assume la presidenza a rotazione, quella di sei mesi – ad avanzare nella sua recente, peregrina e fantomatica infatuazione filobritannica, la candidatura dell’ex primo ministro britannico (che attualmente “cura” – si fa per dire: la parola giusta sarebbe “trascura” del tutto, essendosi schierato con un parte sola del contenzioso, il dossier Israele-Palestina).

Ma l’ha già lasciata cadere come una patata bollente, visto che – come, qui, abbiamo scritto da mesi – gliela hanno stoppata tutti gli altri paesi fondatori e che, adesso, il ritorno alla ribalta di Berlusconi non ha il peso sufficiente a risponsorizzare con successo – da euroscettico ad euroscettico – il suo amico Blair e che, anzi, lo affosserebbe.

Sarkozy, infatti, ha cambiato cavallo e, con Merkel, promuove adesso la candidatura di Jean-Claude Juncker, il primo ministro lussemburghese, che inaccettabile sarebbe, però, per gli euroscettici tradizionali dell’Unione, gli inglesi anzitutto, e i loro nuovi correligionari maldestramente acquisiti dopo l’ultimo allargamento dall’Est. Juncker, infatti, nell’Unione e in suo ruolo più dinamico e più integrato crede sinceramente: a Londra pensano – addirittura! – che Juncker sia un federalista.

Collisione totale, dunque, a venire con Brown, che di Blair è perfino maggiormente euroscettico. E possibile, a questo punto probabile, nuovo compromesso al ribasso con la promozione ai due anni e mezzo di presidenza dell’attuale molle e fragile presidente della Commissione, José Manuel Barroso.

Il 1° maggio, in Turchia, governo islamico moderato e polizia ai suoi ordini, obbedendo alla legge che proibisce dal 1980 le manifestazioni in quella giornata che il governo militare allora cancellò dal calendario come giorno festivo, hanno lacrimogenato, cannoneggiato ad acqua e manganellato i lavoratori scesi in piazza a Istanbul perché insistevano a manifestare[34].

Per un paese che bussa alle porte dell’Europa con buone ragioni certo più credibili di tanti altri magari anche già “ammessi”, questo è un forte alibi offerto a chi non vuole farcelo “entrare” perché – senza osare poi dirlo con chiarezza – si tratta di un paese islamico…

Contemporaneamente, e contraddittoriamente, il parlamento turco – a larga maggioranza islamico-moderata – ha votato per un’attenuazione (non per la cancellazione) del famigerato articolo 301 del codice penale[35]   che fa dell’ “insulto alla Turchità” (l’idea di Turchia…) un crimine: perseguibile, adesso “attenuatamene”, per legge.

La Commissione che tiene i piedi, disperatamente, in due staffe subendo, da una parte, il veto di alcuni dei paesi maggiormente importanti dell’Unione e, dall’altra, tenta di non allontanare dalla prospettiva dei turchi almeno la speranza di entrare, domani, nella UE.  

A inizio maggio, altre forze peacekeeping della Russia sono arrivate nella zona di conflitto fra la Georgia e la sua provincia secessionista di Abkazia[36]. La forza di pace di 2.000 “interpositori” della Comunità degli Stati Indipendenti è così stata portata al livello massimo di 3.000 previsto dal proprio mandato. Ma la Georgia, che sospetta la Russia (non senza qualche ragione…) di voler aiutare l’Abkazia (regione a maggioranza etnica russa e russofona) almeno quanto altri hanno aiutato il Kosovo a fare la sua secessione.  

Ma l’Abkazia ha proclamato l’indipendenza unilaterale, costata alle due parti sui 30.000 morti, alla fine – o, almeno, all’interruzione – della guerra con la Georgia agli inizi degli anni ’90. Guerra cui diede l’alt, o che almeno interruppe, solo la forza d’interposizione della CSI. Comprensibilmente, perciò, dal suo punto di vista Tiblisi non ha gradito granché l’annuncio e ha protestato. Controbattuta all’istante dall’invito  ministero degli Esteri russo a rileggersi lo Statuto della CSI e della forza di interposizione che tanti anni fa autorizzò su richiesta e con l’approvazione, anche, della Georgia…

In Serbia, il presidente – che, per semplificare, chiameremo anche noi filoccidentale e filoeuropeo: più correttamente, bisognerebbe dire filoadesione all’Unione europea praticamente senza condizioni – Boris Tadic sembra aver vinto le elezioni, col 39% dei voti. Secondi, col 29%,i socialisti e filonazionalisti di Tomislav Nikolic – erede del partito dell’ex presidente serbo Milosevic, che morì mentre era in galera, sotto processo al tribunale dell’Aja. Terzo, a distanza, con l’11%, il partito radicale del primo ministro uscente, Vojislav Kostunica.

Questi ultimi due, che proponevano di condizionare un sì alle avances di Bruxelles al rispetto da parte dell’Unione del diritto della Serbia a tenersi il Kosovo – come era stato definito, del resto, dal diritto internazionale e dalla risoluzione 1244 dell’ONU che a quella condizione ebbe il sì della Serbia stesso a un intervento dell’ONU in Kosovo nel 1999 – potrebbero adesso, tra tre mesi, riprovarci loro, se fallisce il tentativo in prima battuta che per la Costituzione tocca fare a Tadic e che vorrebbe Bruxelles.

L’unica cosa sicura, per ora, è che così si sono ripristinate tutte le condizioni dell’impasse di memorie, di storie e di culture, ma anche di interessi, che da anni blocca ogni soluzione negoziata e pacifica tra Serbia e Kosovo. I primi, al massimo disponibili a una forma di autonomia larga per i secondi che, invece, esigevano l’indipendenza piena e ora l’hanno avuta, ma contestata dai serbi e precaria perché considerata anche da molti altri nel mondo come un precedente pericoloso perché destabilizzante. E perciò con un riconoscimento internazionale precario, solo di una minoranza di Stati dell’ONU…

Insomma, se ne sentirà riparlare.      

STATI UNITI d’AMERICA

L’indice nazionale dei prezzi delle case, lo S&P/Case-Shiller, è caduto del 14,1% nel primo trimestre sullo stesso periodo dell’anno precedente: è la caduta più pronunciata della serie di dati raccolta negli ultimi vent’anni. Le vendite di case nuove sono cresciute del 3,3% in aprile: ma dall’abisso di marzo del -17%. E l’indice di fiducia dei consumatori del Conference Board si inabissa al più basso livello dall’ottobre 1992[37]…   

Il Dipartimento del Commercio ha tentato, abbastanza vanamente, di far passare per una buona notizia l’aumento dello 0,6% del PIL nel primo trimestre del 2008 (lo stesso tasso traballante dell’ultimo del 2007). Dunque, ancora niente recessione. Ma, subito dopo, i dati sul peggioramento del tasso di disoccupazione e sui tre mesi consecutivi di declino dell’occupazione, su quello che ormai molti specialisti in più di quanti fossero tre mesi fa chiamano l’inizio della recessione ed altri, altrettanto autorevoli, caratterizzano invece come un periodo di risultati assai deludenti ma non catastrofici, ancora, sembrano convincere i più a collocarla, con ogni probabilità, ormai alla fine del primo, forse all’inizio del secondo mese del primo trimestre.

Ci sono autorevoli voci meno pessimiste, ad esempio l’economista dell’università di California (UCLA) Edward Learner – uno dei pochi: si contano letteralmente sulle dita di una mano, in una professione che qui conta migliaia di adepti, gli economisti che avevano previsto, e avvisato, già tre ani fa lo sgonfiarsi della bolla speculativa edilizia – che parla di una crescita economica assai “deludente ma non – non ancora, diciamo – catastrofica[38].

E Learner è uno che ha titoli ed esperienza dimostrata – cioè credibilità – per meritare ascolto: sia quando dice che non c’è recessione, sia quando aggiunge il suo “ancora”…

In ogni caso, dati e impressioni (certo, sempre ufficiali e, certo, sempre soggette a revisioni anche drastiche) dicono che, appunto per ora, forse non è recessione piena… però, a più di $120 al barile, il petrolio greggio fa male, in proporzione, proprio a quelle economie che adesso stanno affidando la loro crescita all’industrializzazione.

La Cina, così, ha bisogno di consumare molto petrolio e vede salire i prezzi di un export per essa più vitale che per gran parte degli altri paesi. Quelli  che, invece, poggiano oggi la crescita più che su un’industria divoratrice di greggio da importare a prezzi sempre più cari sui servizi e sulla finanza. Mentre, invece, la Cina regge la propria crescita sulla forte espansione industriale ma è costretta a gestirla su un sistema finanziario ancora assai fragile, rispetto a quello dei suoi competitors.

Ma crescono, come abbiamo visto, anche i prezzi delle materie prime e, soprattutto, delle derrate alimentari. E crescono in modo, tutto sommato, non ordinato e progressivo come il petrolio ma con vere e proprie impennate per le derrate alimentari e, in modo particolarmente minaccioso, per le quotazioni speculative sui futures di certe granaglie.

Insomma, può anche essere che la crisi dei subprimes finisca per sembrare quasi una parentesi[39] di fronte agli effetti anche solo macroeconomici che la crisi della fame minaccia di imporre adesso al mondo[40]. A parte le tragedia che si sta abbattendo su milioni, decine di milioni di uomini, donne e bambini in preda di nuovo a una denutrizione che rialza rabbiosa il capo grazie a un effetto della globalizzazione, prevedibile e di fatto previsto e denunciato: ma non da chi aveva il potere di fare, ma solo quello di protestare e di predicare.

Cioè, la produzione agricola sottratta al consumo locale e mirata alla specializzazione forzata anche nei paesi del Terzo mondo che avevano cominciato a sfilarsi dalla trappola della fame a causa degli interessi dei paesi e dell’industria dei grandi produttori agricoli.

All’impennata dei prezzi ed alla rarefazione delle derrate sul mercato a causa della speculazione e della siccità che colpisce, grazie al cambiamento climatico, zone produttive importanti come l’Australia. Immaginiamo solo le complessità e le conseguenze di una situazione che vedesse la Cina alzare i prezzi delle sue esportazioni verso gli Stati Uniti a fronte del rallentamento dell’economia americana che contraesse la domanda…

Ci sono anche previsioni, di peso anche queste, che avanzano scenari di disastro macroeconomico in America addirittura apocalittici. Chi scrive ne riferisce – per dovere di completezza e perché suonano dannatamente e paurosamente intriganti – anche se gli sembrano francamente fantasiose. Sono voci cui danno, però, qualche attendibilità fonti[41] e coincidenze di luogo, tempo e materia del contendere, secondo la teoria verosimile per cui nella vita le coincidenze in realtà non esistono…

La storia sarebbe questa… Il 18 marzo 2008, per la quarta volta nella storia degli Stati Uniti, il Congresso tenne una seduta a porte chiuse: secondo le regole, esposizione della materia di discussione – da tenere rigorosissimamente segreta in forza del Regolamento della Camera, art. XVII, clausola 9 – e solo un intervento per i due partiti, quello repubblicano e quello democratico.

Ufficialmente, il tema segreto in discussione segreta era la richiesta del presidente di legislazione speciale che esenti le varie Telecom americane dalle conseguenze del reato di aver consentito l’accesso – proibito dalla legislazione esistente, ai servizi segreti ed all’apparato di cosiddetta protezione antiterroristica del paese – alle telefonate di decine di milioni di cittadini americani qualunque (un po’ come da noi , caso Telecom-Tronchetti-Servizi). Niente per la quale, insomma…

Questo ufficialmente. Invece, dicono queste curiose fonti (piuttosto inattendibili,  meno forse quella che per ultima le riporta: Clif Droke):

• “dell’imminente collasso, entro il settembre di quest’anno, dell’economia americana;

dell’imminente collasso, entro il febbraio 2009,delle finanze delle finanze del governo americano;

della possibilità di una guerra civile come risultato di questi crolli;

dell’arresto e della detenzione cautelativa di cittadini americani in previsione di una loro possibile insurrezione contro le autorità di governo [ricordate da noi, intorno al 1970, il Piano Solo del generale comandante dell’Arma dei carabinieri Giovanni De Lorenzo? meno, naturalmente (o no?), la detenzione di membri del governo stesso…];

del potenziale di azioni sovversive e violente, in relazione alle catastrofi economiche, da parte di cittadini degli Stati Uniti contro membri del Congresso;

della fusione [non necessariamente volontaria] dell’economia americana con quelle del Canada e del Messico, come soluzione al crollo della prima; e

dell’introduzione di una nuova moneta trinazionale, chiamata Amero [tipo Euro, insomma…] come altra soluzione economica [non necessariamente alternativa]”… ecc., ecc., ecc.

Bé, è uno scenario pazzesco. In fondo, lo dice lo stesso Droke che la diffonde, “non c’è nulla di verificabile in questa voce, se qualcun altro dei presenti non parla. E va trattata, perciò, con le pinze”. Ma, aggiunge Droke, “prima che mi buttiate in un angolo come un visionario complottardo qualsiasi, considerate il fatto che si percepisce una certa misura di verità nelle tante voci sul collasso economico. Non ci sarebbe altrimenti tanta paura per i titoli dei giornali che ne parlano, né i rumors potrebbero girare mai a questo ritmo.

    E il fatto che tanta gente sia anche solo disposta a prendere storie di questo tipo in considerazione come potenzialmente vere, rivela molto dello stato mentale degli americani di oggi: nervosi sulla situazione economica, impauriti dal prezzo di petrolio e gas naturale che sale e molt o molto depressi per la deflazione in corso della bolla edilizia…[42]”.          

Questo avviene mentre la Fed, da settembre 2007 ad aprile 2008, ha abbattuto il tasso di sconto dei fondi federali, il tasso di interesse, dal 5,25 al 2% nel tentativo, che però non sembra aver avuto successo, di rilanciare in questo modo l’economia. Nell’anno, a febbraio, i prezzi delle abitazioni crollano del  12,7% sullo stesso mese dell’anno prima nelle venti maggiori città del paese, secondo l’indice S&P/Case Shiller[43].

Un’altra notizia che sembra, però, trovare difficile conferma o smentita, almeno per ora, è che la “Fed, alla luce del crollo dei valori edilizi e della crisi del credito ipotecario, sta riconsiderando il modo con cui ha finora sempre trattato le bolle speculative dei prezzi, mettendo allo studio mosse che la potrebbero veder utilizzare una regolamentazione – o perfino gli stessi tassi di interesse – per combattere bolle ingiustificate”.

Insomma, starebbe “riconsiderando proprio la dottrina di base di Alan Greenspan secondo cui non spetta alle banche centrali impedire il gonfiarsi di bolle speculative ma quello, invece, di mitigarne gli effetti una volta che la bolla sia poi scoppiata[44], spandendone, e così diluendone, il costo su una platea più vasta dei soli speculatori e giocatori, di borsa o di quant’altri – speculando – ci hanno sbattuto il grugno. Bene, se è vera è una novità grossa, di grande portata, che sta andando di traverso pare all’Amministrazione Bush.

A latere, si pronuncia a favore di un interventismo maggiore della Banca centrale, l’ex presidente della stessa Fed, Paul Volcker, un conservatore dalle credenziali impeccabili e anche reazionarie che sotto Reagan strozzò l’inflazione attraverso una serie di aumenti continui del tasso di sconto. Adesso, dice, l’intervento sui e nei meccanismi del libero mercato è “giustificato[45]”.

Tanto per cominciare, siccome gli investitori stanno chiedendo, e sempre più chiederanno, protezione alla Fed, è ora di regolare le banche di investimento più importanti “in modo e secondo, linee che adesso si applicano alle banche commerciali cui ormai somigliano sempre di più”: riserve obbligatorie, sorveglianza e controlli della Banca centrale, ecc., ecc…

Il sistema di mercato aperto finanziario dominato dalle banche di investimento non regolate e, peggio, dai grandi hedge funds, i fondi a rischio e a rendimento speciali, “hanno fallito… il sistema non ha garantito né regolarità né stabilità dei flussi finanziari”. Insomma, Volcker è diventato uno statalista… con buona pace dei Giavazzi nostrani.

Non concorda per niente il più ricco del mondo nella classifica di Forbes, Warren Buffett: il compito della Banca centrale sostiene, è regolare la moneta non prevedere l’andamento economico. Non spetta alla Fed mettere sull’avviso investitori imprudenti e azzardati che, in borsa o sul mercato edilizio rischiano entrando a piedi pari nelle incognite delle bolle speculative. Sono affari loro!: vogliono speculare? lo facciano! ma poi, insieme ai profitti, sopportino quando arrivano pure le perdite…

Sono le agenzie di rating, di assicurazione dei titoli, ma anche il Congresso e il governo che devono preoccuparsi di ammonire, avvertire: e non è la Banca centrale; e comunque non è dovere di nessuno, né delle Banche centrali né dei governi, proteggere i fat cats, i gatti grassi, che investono a loro rischio[46]

Ma il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, a sua volta sembra d’accordo con Volcker e, a partire dalla prima metà del 2007, ha impresso tutta un’impronta diversa alla conduzione contegnosa della Banca centrale, agendo a forza di continui ribassi del tasso di sconto per sostenere la crescita – o, meglio, per rallentarne il calo – si torva adesso discusso – come però è inevitabile per chi agisce invece di restare in contemplazione – per avere, proprio aggressivamente tagliando i tassi, soffiato sull’inflazione e contribuito al declino del dollaro.

Certo, una caduta forte del dollaro è l’unica soluzione al nodo del deficit di bilancia commerciale che gli Stati Uniti sono costretti a far diminuire se vogliono mantenere una qualche influenza nel mondo. Ma sono in molti a lamentare che ha messo a rischio miliardi di dollari di fondi pubblici accettando, come collaterale e a garanzia di prestiti fatti a banche commerciali e istituti di credito privati in tutto il paese, proprietà svalutate come case e automobili ipotecate.

L’altro tema di critica che gli ambienti più conservatori, e più contrariati dai tentativi di ri-regolare il mercato finanziario che governando i tassi sta esercitando, sollevano contro Bernanke è che, infrangendo così l’ABC tradizionale dei banchieri centrali, sta minacciando l’indipendenza della Fed.

In effetti, interviene sulle questioni della crescita e non solo su quelle della moneta e c’è chi, vicino a Bernanke, si spinge autorevolmente a descrivere la “dottrina” che ormai porta il suo nome come, appunto, “l’uso aggressivo delle politiche monetarie e della leva del credito per combattere un collasso economico[47]. Che di questo si tratta, per lui. Di un fare che è ancora e sempre anatema, invece, per la BCE, per esempio.

E adesso, in questo modo, rafforza anche la presa della sua ancora non dominante ma non più proprio isolata opinione d’ufficio: che proprio le misure di interventi attivo della Banca centrale, facilitando la concessione di credito ad attori economici e cittadini, hanno già portato a migliori condizioni del mercato finanziario. Miglioramento difficile, però, da vedere e tanto più da stimare, al momento, in concreto, che porta lui stesso a riconoscere con la prudenza sempre necessaria a chi deve governare la stabilità della moneta come le condizioni dell’economia e dei mercati siano sempre ed ancora “ben lontane dalla normalità[48].

Dalle grandi banche private ci sono però, ancora, voci importanti che la vedono peggio, anche molto peggio. L’amministratore delegato della JP Morgan, James Dimon, avverte che le grandi banche private di investimento si troveranno adesso, a causa della recessione che arriva, a soffrire anche di più di quanto abbiano dovuto per la crisi dei subprime. “La recessione comincia, non  sappiamo ancora se sarà mite o feroce. Potrebbe ben essere dura, peggio di quelle del 1990 e del 2001 con la loro stretta creditizia, e più simile a quella, feroce, del 1982”. Tutte le dimensioni e le condizioni del credito e del consumo peggiorano. Non sono terribili, ancora, ma peggiorano. “E questa caduta può prolungarsi per tutto il 2009 ed il 2010”… 

George Soros, investitore e speculatore di grande successo per miliardi di dollari alla volta, concorda: “Forse Wall Street [la  finanza] può anche cominciare ad uscire dalle macerie del crollo del credito – come prevede Bernanke – ma Main Street [l’economia reale, l’economia della gente comune] sta rotolando rapida giù per la china. E cominciamo appena adesso a sentirne gli effetti[49]

La produzione industriale cade bruscamente ad aprile, spinta dai tagli a quella delle auto[50], informa la Federal Reserve: dello 0,7%, più del doppio del declino che pure era atteso dagli analisti. E per il secondo mese di seguito – cosa ancora vissuta come inconsueta, qui – i consumi calano e le vendite al dettaglio scendono anche ad aprile, a fronte di spese forzatamente maggiori per i redditi frenati e il prezzo crescente di benzina e, in genere, carburanti.[51]. Anche se, tutto sommato, va un po’ meglio del previsto l’inflazione ad aprile, +0,2%.

Ma vengono fuori anche denunce e ricerche ad evidenziare che gli americani sono creduloni e imprudenti se e quando danno retta ai dati dell’inflazione ufficiale. Non sono arruffapopoli a sollevare il problema ma, nientepopodimeno, che il direttore agli investimenti del maggiore fondo finanziario al mondo che specula in titoli azionari, Bill Gross, della Pacific Investment Management Co.

Nel Rapporto previsionale di giugno[52] dice chiaro che il modo di calcolare la crescita dei prezzi nell’ultimo quarto di secolo ha mascherato goffamente il livello vero dell’inflazione: e “se essere ingenui qualche volta non costituisce un peccato, essere ingenui sempre è intollerabile…  Invito tutti ad unirsi a me nel far campagna per un cambio nella leadership del paese [siamo in fase di presidenziali e più chiari non si può essere, no?], per un  cambio nell’atteggiamento dei cittadini tutti e – il punto di queste previsioni – nella presunzione del mercato di aspettarsi un tasso di inflazione più basso qui che nelle economie dei nostri competitori globali.

Segue una dimostrazione serrata, demistificante e anche scientificamente convincente del fatto che l’inflazione reale americana è stata nel corso della presidenza Bush sul 7%...   

Un altro Rapporto[53] stilato da un Istituto specializzato di Washington, l’EPI, cui fanno ormai sempre più spesso ricorso anche i grandi giornali mainstream – dopotutto, almeno da due anni, l’Economic Policy Institute azzecca la maggioranza delle previsioni che, poi, al contrario di quelle di tanti altri, si rivelano conformi ai dati reali – è intitolato proprio alla Ripresa flebile e dà un quadro complessivo e dettagliato del ciclo di attività economica che si sta concludendo e rivela chiaramente che la ripresa cominciata nel novembre 2001, subito dopo l’11 settembre, messa a raffronto per ben nove indicatori-chiave con ogni altra analoga ripresa del secondo dopoguerra è tra quelle in assoluto peggiori.

Per il quarto mese consecutivo, ad aprile, gli Stati Uniti hanno perso, al netto, più posti di lavoro di quanti ne abbiano visti creare: 20.000, anche se parecchi tra i previsori pensavano che sarebbero stati molti di più[54]. Tasso di disoccupazione al 5% e 7.600.000 i disoccuparti ufficiali, cioè calcolati, a modo americano. Che, in ogni caso, conta – ufficialmente come si spiegava – 260.000 occupati in meno che nello scorso dicembre.

Crescono di meno i salari orari col rallentamento economico (+3,4% su un anno fa, l’aumento più debole da due anni e mezzo) e si lavorano meno ore per settimana. Combinate i due fattori portano ad un aumento salariale nominale di +3,1% sull’aprile di un anno fa: ben al di sotto del tasso di inflazione.

Un altro indicatore che sottolinea questo andamento è l’aumento notevole dei lavoratori non per scelta ma involontariamente, a part-time: 5.200.000, per un indicatore di sottoccupazione che sale di quasi un milione da un anno fa[55]  .

Aumentano, del 112% nel primo trimestre, rispetto ad un anno prima, i pignoramenti di case in America, secondo la Realty Trac., una grande agenzia che investe, compra, vende e intermedia  case. Oggi i creditori pignorano una su 194 case di proprietà ipotecate: in Nevada, una su 54; in California, una su 78 e, nelle contee dell’interno dello Stato, una casa ogni 38[56]

Il deficit commerciale a marzo cala: risultato congiunto di esportazioni in diminuzione ed importazioni che calano ancora di più, a testimonianza di un rallentamento economico che sta obbligando gli americani a consumare di meno. Da febbraio quando era a $61,7 miliardi, lo squilibrio negli scambi scende a $58,2 miliardi, un calo del 5,7% che va ben al di là delle previsioni[57].

Il presidente della Berkshire Hathaway Inc., Warren Buffett, ha informato gli azionisti, nella consueta assemblea annuale, che “euro e sterlina terranno le loro posizioni” rispetto al dollaro: “tutto considerato – ha aggiunto – l’America continuerà a seguire le linee che hanno indebolito il biglietto verde nel corso degli anni”: sistematicamente, nei fatti e non nelle roboanti, quanto ripetute, e bugiarde, dichiarazioni ufficiali.

E, a uno degli azionisti che chiedeva chiarimenti sugli investimenti ampi che Buffett va facendo in  Europa, il “mago di Omaha”, come lo chiamano qui, spiega di essere, proprio alla luce della debolezza del dollaro, del tutto soddisfatto di “investire nell’eurozona”, nei paesi che fanno business e guadagnano soldi “denominati in euro, in Francia, Germania ed Italia”. E “non sento proprio il bisogno” come mi viene suggerito, aggiunge “di garantirmi la copertura assicurativa dei miei acquisti europei[58].

In un’economia globalizzata, dicono parecchi esperti, il “disaccoppiamento” di altre grandi economie da quella americana è almeno teoricamente possibile; altri affermano che è solo un’illusione, non una realtà. Come ha spiegato il capo della Cisco, John Chambers, la separazione non è cosa tanto semplice anche a fronte di un’economia americana che se ne andasse a rotoli: difficile che potrebbe restare robusta nel resto del mondo.

Il fatto è che i legami tra l’una e le altre sono tali che nessuno di noi li capisce bene… restano saldi, intricati; ma, certo, non sono questi più i vecchi tempi quando, se gli USA prendevano il raffreddore, agli altri veniva la polmonite[59].

Una cosa in comune ce l’hanno, comunque, oggi, le economie più robuste di Asia ed Europa: che si sono messe a comprare americano, vista la convenienza dovuta alla debolezza del dollaro che rende a buon mercato le esportazioni americane: ormai il 60% delle vendite della Microsoft sono all’estero. E la 3M ormai è lì, all’estero, che fa i 2/3 di quel che guadagna…

Un ragionamento complesso, ed interessante, sembra innescare un saggio come dire?, un tantino superficiale e consolante, del NYT[60] che, del resto, ripete e argomenta, in modo un po’ più sofisticato, una convinzione spesso ripetuta in America. Che i soldi dall’estero vengono qui per “stare sicuri”… Ma sono palle.

A parte che numerosi Stati definiti nemici dagli USA – ma anche banche, imprese e persone – si sono trovati almeno parzialmente o totalmente espropriati nel corso dei decenni recenti (magari una volta sì e l’altra no, ieri proclamati “canaglia” e poi più : Cuba, Libia, Iraq, Corea del Nord, Iran e chi più ne vuol mettere ne metta pure) dei loro averi depositati in America— e, dunque, niente affatto sicuri…

… resta che, nella storia del mondo, gli Stati Uniti sono di gran lunga i beneficiari maggiori di aiuti dall’estero, dei milioni di cittadini di altri paesi hanno deciso di deporre presso le banche e imprese americane più di 3.000 miliardi di loro assets denominati in dollari, la maggior parte dei quali da anni rendono poco o non rendono niente (il rendimento attuale dei bonds a dieci anni, sul 4%, copre si e no l’inflazione).

Bisogna allora capire perché. In realtà, i grandi paesi che, come Cina e Giappone, affidano i propri averi all’America lo fanno perché loro conviene: così, mantengono elevato il valore del dollaro rispetto alle loro valute tenendo più agevolmente aperti i mercati del mondo, e quello americano anzitutto, al loro export. Questo è il punto, la ragione per cui tengono i loro assets in America.

Non certo per la garantita sicurezza che proprio non c’è, garantita. E, infatti, vanno guatando con grande attenzione i sommovimenti politici americani, e diversificando un po’ i loro assets gradualmente  per andarsene poi coi loro quattrini appena l’aria puzzasse.

E, magari, anche perché qui è raro che caccino via perfino i managers che mandano i loro fondi finanziari in rovina. “Per esempio, non è stato cacciato via praticamente nessuno tra quelli che hanno fatto perdere il 20-30% del loro valore, misurato in euro o in dollari canadesi, ai fondi che gestivano in dollari americani. Se lo avessero fatto in Messico o in Argentina, sarebbero nelle liste dei disoccupati, oggi”, osserva realisticamente uno studioso[61] tra quelli che in assoluto, di finanza e mercati, qui, più ci azzeccano.

George W. Bush – comandante-in-capo, di nome, e disertore-in-capo, di fatto accuratamente e  scrupolosamente inguattato negli anni della leva nel Vietnam tra le riserve della Guardia nazionale del Texas – ha celebrato anche quest’anno il 1° maggio. A modo suo... Non come festa del lavoro, si capisce, che qui i legislatori in odio a quel che di internazionale c’era nel nome e nel simbolo del 1° maggio da anni hanno spostato per legge al 1° lunedì di settembre, ma come Loyalty Day— Giorno della Lealtà.

Lealtà al buio a lui, gran capo dei falchi da scrivania, nel quinto anniversario della proclamazione dal ponte della portaerei Abraham Lincoln del suo tragicomico mission accomplished: missione che proclamava al mondo compiuta essendo, naturalmente, la folle guerra lampo che, diceva l’America avesse già vinto in Iraq quando, invece, aveva appena cominciato a perdere.

Ma il 1° maggio quest’anno l’hanno anche celebrato a modo loro bloccando simbolicamente per una giornata tutti i 29 porti della costa occidentale proclamando, senza infingimenti, loro, “lo sciopero dei portuali contro la guerra in Iraq e a sostegno vero dei nostri soldati che prima li leviamo di lì più li aiutiamo”: come ha detto il presidente del sindacato Bob McEllrath[62].

Su questa straordinariamente inetta e sciagurata amministrazione di Bush adesso viene anche fuori che, continuando nell’impresa che dal primo minuto ha lanciato ma che – anch’essa – le è riuscita assai male, la Casa Bianca è stata costretta in tribunale a confessare che non ha alcuna copia di un mucchio di e-mails ricevute e inviate nel periodo cruciale del 2003 in cui venne decisa e comandata l’invasione irachena.

Adesso sanno tutti che quelli furono i giorni cruciali per la costruzione e la diffusione di scorrette e anche false informazioni; degli stratagemmi ridicoli e machiavellici per far “sfuggire” alla stampa amica (reato penale per il Codice) l’identità di un’agente segreta (Valerie Plame: cliccate e vedete…), colpevole di essere la moglie di un  diplomatico che aveva testimoniato, e provato, le invenzioni di Cheney per forzare la mano al Congresso e al paese; colpevoli, in ogni caso, di aver bevuto, ingoiato e digerito le fandonie della presidenza …

Per legge, tutte le comunicazioni della Casa Bianca sono di proprietà dei contribuenti e dei cittadini americani, la presidenza le deve conservare e, su mandato della magistratura, anche esibire e, comunque, a mandato finito, consegnare agli archivi designati. Non è proprio contemplato cancellare dagli hard disks tutti – tutti ! – gli e-mails di alcuni mesi e poi dire, Vostro Onore ci scussi, non ne abbiamo neanche le copie.

Adesso una Corte della capitale ha ordinato al presidente di far entrare gli agenti del procuratore distrettuale e consegnare loro gli archivi, gli appunti, le note, i diari del periodo della Casa Bianca—  manco si trattasse di un capo mafia… O, forse, proprio perché si tratta di una specie di  capomafia[63]?

Ma non basta neanche questo a rovesciare – come se volessero dovrebbe e potrebbe – la strategia della risicata maggioranza, ma pur sempre maggioranza, democratica al Congresso. Il Senato ha prima aspramente discusso se  mettere o no per legge una data per l’inizio del ritiro delle truppe nella legge che autorizza, ancora fino a metà 2009 – dunque sotto un altro presidente – il pagamento delle spese per la guerra in Iraq. I democratici hanno perso il voto, 63 a 34, per la defezione dei più patriottardi, o timorosi di non apparire tali, tra loro— almeno una decina.

Avevano, però, i democratici che proponevano di ordinare per legge al presidente di cominciare il ritiro entro una data obbligata, il potere ultimo (bastavano 30 voti) di impedire il voto sul rifinanziamento con l’ostruzionismo anche solo dichiarato, neanche praticato: rifiutando così di mandare avanti la guerra.

Invece, con opportuno, e anche opportunistico, inciucio coi repubblicani, hanno approvato alla fine l’autorizzazione di spesa per $165 miliardi (70 voti contro 26)[64]... di ulteriori spese di guerra  e, per mettersi in pace la coscienza, hanno allegato alla legge anche una copertura di spesa aggiuntiva di qualche decina di miliardi per pagare le spese del college e dell’università ai soldati che, tornando dal fronte, ne avessero voglia…

Il presidente ha già detto che metterà il veto – lui è, notoriamente, contro le spese di assistenza sociale… anche ai suoi “eroici ragazzi” se può: mentre non gli danno, notoriamente, fastidio le spese che aiutano i profittatori di guerra – ma sarà costretto, ora, a mettere il veto a tutta la legge, non solo agli aiuti ai reduci ma anche all’autorizzazione delle spese di guerra…

Ancora una volta, naturalmente, si troverà un compromesso. Ma si rinnova così, col rifiuto a paralizzare Bush che gli oltre 30 democratici d’accordo per farlo avrebbero avuto se avessero osato dichiarare l’ostruzionismo, il rifiuto del Senato ad usare quello che la senatrice Diane Feinstein, democratica della California, aveva auspicato fosse finalmente usato chiamandolo “il nostro potere di stringere i cordoni della borsa”: per il quale, se ci fosse la volontà politica, basterebbero anche solo 30 voti coalizzati… 

Si è conclusa la battaglia delle primarie democratiche in Nord Carolina (115 delegati vinti da Obama, con largo margine); e in Indiana (72 a Clinton, di un’incollatura, 51 a 49%— poco più di 20 mila voti di differenza… pare quasi tutti di repubblicani che, per seminare zizzania tra gli avversari, sono andati a votare per lei: come qui è possibile…).

A Obama, al 13 maggio, dopo Nord Carolina, Indiana, West Virginia, è ormai arrivato un totale di 1.883 delegati certi, a Clinton 1.710, tra quelli eletti e i superdelegati che si sono già dichiarati[65]: entrambi ancora qualche poco lontani – ma lei più del doppio – dalla quota probabilmente irraggiungibile prima della Convention di agosto della metà più uno dei delegati: 2.025. E con Obama avanti, rispetto a Clinton, di 567.000 voti in totale[66].

Insomma, e in definitiva, è credibile che Hillary Clinton che, secondo ogni plausibile proiezione di oggi, finirà anche all’ultima primaria di giugno dietro di quasi 200 delegati eletti a Barak Obama riesca a persuadere a votare per lei quattro su cinque dei superdelegati che rimangono ancora non impegnati? Bè, sembra quanto meno improbabile…

Da notare, ed è importante, che se le regole delle primarie democratiche fossero state quelle dei repubblicani (delegati vinti tutti da chi prende anche solo un voto di più voti; e non suddivisi proporzionalmente ai suffragi acquisiti da ogni concorrente) Hillary, coi suoi risultati vincenti nella prima fase della primarie, si troverebbe oggi dove è McCain – già “sicura” della nomination – e viceversa per lui…  

Da notare, anche, come e quanto quest’ultima fase delle primarie democratiche sia stata sommersa da una straordinaria ondata di “maschilismo” puro e duro: con lei che esplicitamente ha puntato – largamente riuscendovi, poi – a mostrarsi molto più dura di lui…

Questa, infatti, è stata una tornata elettorale marcata da slogan televisivi come : “lei sì che ha le p…e, altro che lui!”; o come quanto ha lanciato un tal James Carville, sostenitore della Clinton, che se n’è uscito dicendo che “se Hillary regalasse a Obama uno dei suoi cojones, ne avrebbero uno per uno![67]”!; o come quello riprodotto in un cartello sbandierato da una sua fan che recitava, poi ripreso da diversi altri – sventolati sempre da signore e ragazze – come “il miglior uomo per quest’incarico è una donna![68]”…

Ed è un fatto. Di qua, c’è lei che promette ai suoi elettori, se la faranno presidente, di difendere e promuovere i loro interessi e quelli del paese per loro. Di là, c’è lui che, ad elettori e concittadini, dice che “si può fare”: insieme, presentando se stesso quasi più come se lo eleggessero animatore e organizzatore di una comunità nazionale che, forse, a presidente. Insomma: io v. noi…

E’ l’espressione di una differenza radicale d’approccio, di diverse filosofie della vita: la leadership dall’alto – e una leadership dura, che fa di tutto per sembrare il più dura possibile – contro una visione della politica che dal basso si nuove verso l’alto: l’io v. il noi, appunto.

Poi, Hillary ha premuto sul tasto, delicatissimo, della razza. Negli ultimi giorni prima dell’Indiana, ha continuato a sottolineare di essere lei il candidato favorito “dagli americani che lavorano duro, i bianchi americani”. E che il suo concorrente non ce la può fare…

Ma non capite – ha come sottolineato, osando quello che non osano più neanche i razzisti più incancreniti del Sud – per la miseria! lui è nero! è nero! Cioè, per la maggioranza degli americani, lo volete capire o no? è in eleggibile… ma è già una tragedia, a veder bene, che soltanto col dirlo e il lasciarlo dire, anche al di là della sua volontà, rende come accettabile che un candidato alla presidenza non sia votabile solo perché è di colore: “macabro messaggio distruttivo che i Clinton stanno tentando di infilare nei cervelli degli elettori bianchi e dei superdelegati da tantissimo tempo[69].

In modo tanto grossolano – però – che, probabilmente, le si è anche rivoltato contro. Aumentano ogni giorno i superdelegati che si schierano dietro Obama, anche abbandonando dichiaratamente il di lei campo: il vecchio candidato alla presidenza – contro Nixon – George McGovern, amatissimo padre della patria nell’ala liberal del partito, quella di Obama ma anche di Clinton, finora lealmente con lei, l’ha mollata... e non è stato l’unico superdelegato a farlo.

L’ha fatto anche, sempre ad esempio, un altro ex candidato alla presidenza, già senatore del Nord Carolina e voce assai rispettata nel partito, alla televisione: prima, dicendo che la senatrice Clinton ormai “deve fare grande attenzione a non danneggiare le prospettive del partito democratico” restando in corsa anche se e quando, come è evidente, non ha più speranza di vincere[70], e, poi, dichiarandosi subito dopo dalla parte di Obama[71].  

Hillary, che qualche po’ ha addrizzato le cose col grosso margine di voti (ma anche di pochi delegati…) che ha preso nel West Virginia il 12 maggio, in ogni modo e a suo modo una specie di miracolo l’ha fatto comunque. “In un modo o nell’altro, una donna che non ha dovuto preoccuparsi di riempire il serbatoio della sua auto negli ultimi dieci anni e più, che insieme al marito ha incassato $109 milioni negli ultimi otto anni e che va in vacanza con la crème de la crème degli stilisti alla moda, si è trasformata in un’eroina della classe lavoratrice” ed riuscita a vendere Obama come un sofisticato intellettuale, lontano dal “popolo” mascherando la sua biografia reale: tutt’altro che quella, come è noto, di una persona comune.

Obama, però, un problema reale di credibilità con “la classe operaia bianca”, come dicono qui, ce l’ha: è, come si dice, “umano”, si fidano poco di uno troppo diverso da loro. Ma Obama è anche in grado di recuperare se si decide a fare della lotta credibile, alla povertà – del perseguimento concreto di una maggiore e visibile giustizia sociale – di un programma forte di “inclusione sociale” in un paese che è sempre più risentito del baratro accentuato all’estremo dalla presidenza di Bush fra ricchi, meno ricchi, poveri e poverissimi ma aperto anche da prima, va detto, a partire almeno dalla presidenza di Clinton.

E, secondo uno studio assai recente e molto approfondito[72], la classe operaia (che qui, e solo qui, viene usualmente definita non dal lavoro che fa ma dalla licenza liceale o di scuola superiore che non ha) sta ridiventando politicamente, elettoralmente, “pesante”. Cioè – forse… – anche visibile.

Dice, però, questo studio che, anche se restasse rilevante la maggioranza che tra gli elettori bianchi e meno, diciamo, acculturati all’interno del partito democratico ostile ad Obama per motivi, diciamoci la verità, anche un tantino di tipo razzista – a parte il possibile/probabile recupero che su questa fetta dell’elettorato avrebbe una sua azione decisa e ben pubblicizzata a favore dei redditi bassi e delle classi meno agiate – in realtà, nell’America di oggi, per essere eletto gli basta una minoranza della classe operaia bianca…

Del resto, dice – e documenta – un istituto di sondaggi che serve la leadership democratica di Camera e Senato, bisogna mettere in evidenza che oggi Barak Obama sta attirando percentualmente molti più voti di “classe operaia bianca” di quanti ne avessero attratti quattro e otto anni a questo stesso stadio delle primarie i candidati democratici, John Kerry e Al Gore[73]— che, è vero, le elezioni con Bush poi le persero… anche se nelle condizioni risapute, tra imbrogli e menzogne e appelli fasulli al patriottismo.

Ma, oggi, quel “patriottismo ultimo rifugio dei mascalzoni[74], quello che manda in guerra gli altri e i figli degli altri, i più poveri e i cittadini di colore sono tanto meglio – regge ancora: molto molto meno di ieri, però, grazie a Dio e alla saggezza rifiorente di una maggioranza di americani tra i quali  ricominciano ad aumentare quanti apprezzano – cosa dopo questa presidenza più facile – che difendere davvero il proprio paese spesso non equivale – anzi! – a difendere il proprio governo.

Ma, ormai, la realtà è evidente: la vittoria, larga, di Obama in Nord Carolina, la sua sconfitta, stretta, nell’Indiana, come quella larga ma poco rilevante per numero di delegati in West Virginia,  non cambiano numeri di fondo e tendenza. Si traducono nei dati che sopra abbiamo riassunti e che gli garantiscono (o, meglio, sembrano garantirgli…) quello che appare, ormai, come un distacco inattaccabile nella corsa per i delegati, e soprattutto i superdelegati, che allontana le residue speranze di Hillary di strappargli la nomination[75].

I cosiddetti pundit – dall’hindi e dal sanscrito antico il termine che denota un grande saggio (il Pandit Nehru, ad esempio) – cioè i grandi esperti americani veri o presunti di politologia, concordano tutti – destra, sinistra, quant’altro – praticamente  all’unisono, argomentando che per la campagna della Clinton è la fine: se si intestardisce, rischia infatti di condannare il partito nella battaglia coi repubblicani;  e, se succedesse questo, si sputtana definitivamente; meglio, dunque, che ne prenda atto lei stessa[76]

Perché per il futuro, per sé stessa, per il suo partito, per l’America e, inevitabilmente – trattandosi dell’America, poi – per il mondo, adesso importante è solo come si toglierà di mezzo. Visto che formalmente, se insiste, nessuno può obbligarla ad andarsene e nessuno, se insiste, visto che alla Convenzione probabilmente si arriverà senza una sicura maggioranza per Obama, può impedirle di combinare per vendetta, per rivalsa, per ripicca, per frustrazione, un gran casino dentro il partito e dentro l’elettorato.

Non è affatto sicuro che andrà così – anzi le controindicazioni sono importanti: non è che l’una aggiungerebbe molto ai punti di forza dell’altro… e viceversa – ma salgono tra i democratici voci autorevoli che cominciano a parlare di un ticket Obama candidato alla presidenza e Clinton alla vicepresidenza… Che darebbe, certo, il vantaggio di una ricomposizione, per quanto possa apparire obbligata ma utile in ogni caso tra i due contendenti principali. Improbabile, però, perché richiede a priori l’ammissione della propria sconfitta da parte di lei. Che è assolutamente, e in buona fede, convinta della sua superiorità…

Continua a sussistere e anche ad esacerbarsi pare, un pericolo serio che ormai viene rilevato e anche opportunamente studiato da parte dei democratici. Al vertice, come alla base, del partito democratico, notano tutti, salgono risentimento e amarezza specie tra i seguaci di Hillary: c’è chi è convinto che se lo sia cercato, Hillary, mettendola apertamente sotto accusa; e chi invece, dice che proprio lei, nel partito democratico è sempre stata sotto attacco.

Il primo punto di vista lo illustra eloquentemente un editorialista importante del Guardian e del NYT, Gary Younge: “nel suo tentativo cinico di sconfiggere Obama ha messo in mostra il suo disprezzo per l’intelligenza, per la decenza, per la democrazia[77] (fa riferimento alle gaffes, che qualcuno come lui sospetta volute dalla senatrice sul colore di Obama, sui rischi che correrebbe come candidato alla presidenza…; ne riparliamo tra poco).

Il secondo lo espone seccamente un democratico come Paul Krugman, popolare columnist e illustre economista da tempo schierato con la Clinton anzitutto perché lei gli sembra molto più favorevole di Obama alla copertura obbligatoria privata, ma anche quando serva pubblica, della sanità per tutti gli americani. Ammonisce[78] sul fatto che “l’amarezza che potrebbe restare, dopo il trattamento che ha dovuto subire [cioè, è colpa degli altri, non sua principale] nel corso delle primarie, tra i sostenitori di Hillary Clinton, potrebbe anche costare alla fine, la Casa Bianca a Barak Obama”.

E’ un’eventualità della quale ormai tener conto… E, infatti, Obama, alla NBC Tv non esclude neanche questa possibilità, accrescendo la sua statura di unificatore del partito e del paese –: “non c’è dubbio che Clinton è qualificata per diventare vicepresidente; e non c’è dubbio alcuno che è qualificata anche per essere presidente…”. E, alla CNN, ancora sollecitato, spiega che quando – e, naturalmente, se – dovrà scegliere, non potrà non considerare, tra l’altro, che la Clinton “è infaticabile, è sveglia, è capace. Così che, di certo, una come lei sarebbe sulla rosa ristretta dei potenziali candidati alla vicepresidenza[79].   

Intanto, in quello che, a questo punto sembra un altro errore – sia di valutazione che fattuale – nella corsa alla presidenza, Hillary Clinton aveva fatto sua la proposta del candidato repubblicano McCain (a proposito: nelle primarie del suo partito, che si continuano a celebrare anche se non contano niente avendole lui già stravinte, un terzo dei votanti, tutti repubblicani doc, hanno disperso il voto su candidati già battuti da tempo: Huckabee, Paul…) di sospendere almeno per l’estate la tassa federale sulla benzina: $0,18, 18¢ di dollaro al gallone, cioè.

A parte l’ammontare ridicolo del risparmio in questione (0,029 euro al litro). Tutti, ma proprio tutti gli economisti che hanno trovato modo di pronunciarsi, hanno bollato la proposta non solo come pura demagogia ma anche come un regalo del tutto gratuito non ai consumatori ma ai petrolieri.

Infatti, ed “in breve, l’offerta di benzina sul mercato è praticamente fissa: anche perché ci vuole del tempo per mettere in piedi una nuova raffineria e farla produrre… Invece, la domanda risponde prontamente al prezzo di vendita: già abbiamo potuto registrare un uso più frequente dei trasporti pubblico in America, e un incremento notevole delle vendite di automobili a basso consumo di combustibile.

  Ora, in condizioni di mercato che vedono un’offerta sostanzialmente bloccata ed una domanda flessibile sono i fornitori non i consumatori che si mettono in tasca il taglio eventualmente apportato alle tasse: è questione di primo anno di economia[80].

E sembra strano che nessuno lo abbia spiegato a chi ha avanzato l’idea. Perfino l’autore dell’articolo che abbiamo appena citato si dice sicuro che lo sconto non arriverà mai alla pompa… ma sostiene che non è una cattiva idea dare una mano ai petrolieri che sono stati così tartassati (sic!)  negli anni recenti…

L’idea di Obama è, piuttosto, quella di tassare direttamente le compagnie petrolifere: come misura per la ricerca e lo sviluppo di energie alternative, con altri senatori democratici propone subito una tassa speciale sugli extraprofitti che vanno facendo, da un anno almeno, le compagnie[81]

E’ certo, ormai, in ogni caso per qualunque cittadino americano di buon senso, che problemi e soluzioni su cui basare la scelta di un candidato per novembre e, poi, del presidente da eleggere a novembre, non sono i grandi temi finora venuti alla ribalta:

• né la totale ignoranza (in senso tecnico e autoconfessata) di un candidato ultrasettantenne come John McCain, copia sbiadita anche se un po’ più assennata di Bush, per ogni cosa economica;

• né le convinzioni piuttosto “estremiste” dell’ormai famosissimo rev. Jeremiah Wright, l’ex pastore nero di Barak Obama che hanno sollevato tanto clamore, né quelle farneticanti, ben note ma a cui non sembra dare attenzione nessuno, del rev. John Hagee, il pastore evangelico bianco fattosi sponsor di McCain, a cui nessuno ha richiesto di prendere le distanze e, anzi, pubblicamente da lui ringraziato, che sembrano non meravigliare nessuno, o venir ignorati proprio da tutti[82];

• né la supermascolinità repressa, in termini di voglia di imporsi, dell’unica donna, Hillary Clinton, mai arrivata nella corsa tanto lontano.

I problemi dell’America, infatti, sono ormai strutturali (e somigliano da vicino, tanto per dire, con qualche eccezione in più oppure in meno, ai nostri: ma noi non pretendiamo ad alcuna egemonia, almeno…).

I problemi da affrontare e risolvere, qui, sono:

• le infrastrutture che vanno sgretolandosi in tutto il paese;

• una ricerca scientifica una volta di punta, ormai – come la manutenzione delle infrastrutture: strade, ponti, aeroporti – sottofinanziata e anche inefficiente;

• una forza lavoro che per carenza di investimenti nell’istruzione e nella formazione non rende più come una volta;

• la sovraestensione dell’apparato militare un po’ in tutto il mondo con spese colossali che hanno assorbito pressoché tutte le altre del bilancio pubblico federale ma non riescono a far fronte a due guerre, però pretendono di prepararne una terza;

• un deficit commerciale tanto spaventoso quanto, ormai, cronico;

• un debito estero che si fa imbarazzante, come l’abitudine a farsi finanziare dagli altri – amici e meno amici – quel che consuma e non produce più e non è neanche in grado di pagarsi da sola: comprese le guerre…;

• e, poi, la perdita di egemonia in tutto il mondo: col presidente che, di persona, se ne va alla NATO, chiedendole pubblicamente di integrare due Stati-clienti come Ucraina e Georgia nell’Alleanza e…, debitamente spernacchiato, se ne torna a casa a dire all’America che, forse, sarà per la prossima volta…

Bisogna fare attenzione. L’America è un paese davvero unico da tanti punti di vista, anche sotto i profili migliori e non solo sotto quelli peggiori. Capace, dunque, di riprendersi e, anche, se saprà profittare del bagno di umiltà che le è stato imposto dagli eventi e da chi, ogni tanto, trova il coraggio di dirle di no (per cui una cosa buona, forse, pure Bush l’ha fatta: gli eventi li ha gestiti lui, così disastrosamente!!), di riprendersi l’egemonia in campi che non siano pio solo il militare, ma anche – pur con difficoltà – l’economico, lo scientifico, il tecnologico: quelli che definiscono la modernità della cultura e dell’industria.

Ma, certo, nel quadro attuale, secondo tutti gli indicatori usuali, una vittoria dei democratici – come dicono qui pure una vittoria a valanga – sembrerebbe proprio scontata. Sono tre, infatti, i fattori determinanti – alla fine della fiera – che, secondo l’esperienza storica e secondo la scienza politica, giocano pesantemente a favore dei democratici:  

• primo, il voto dipende soprattutto dallo stato dell’economia— in  particolare da come funziona l’economia nell’anno che subito precede l’elezione: e ha funzionato, sta funzionando malissimo;

• secondo, per le sorti del suo partito conta in modo anche decisivo la percentuale di approvazione del lavoro (in questo caso si fa per dire…) del presidente in carica: e mai presidente, a questo punto del suo mandato, è stato tanto stigmatizzato;

• terzo, l’elettorato soffre spesso di irritazione da secondo mandato: dopo otto anni è, comunque, difficile per un partito tenersi la Casa Bianca.

A meno che l’altro partito non decida di suicidarsi…

Però, a metà maggio, subito dopo il West Virginia due test importanti annientano l’effetto psicologico cui cercava di aggrapparsi la campagna di Clinton contro Obama: il mantra era che lui è meno eleggibile di lei nel partito; e che lei con McCain sarebbe più forte di lui.

Alla fine del martedì delle primarie in Oregon e Kentucky (il 20 maggio:  nel secondo Stato, ha vinto Hillary; e nel primo Barack: ma il primo ha eletto molti delegati in più del secondo alla Convenzione), la conta accertata dei delegati, secondo il calcolo più accreditato, quello dell’Associated Press, vede ormai 1.956 dei 2.026 delegati necessari ad eleggere il candidato dalla parte di Obama e 1.776 per Clinton.

Se adesso le tre primarie restanti (Montana, Sud Dakota e Portorico) distribuiscono i loro delegati anche solo approssimativamente come da previsioni, a Barak mancherebbero solo 25 superdelegati  per ottenere la nomina: e al 20 maggio ce ne sono 221 ancora non allocati, non dichiarati, tra i due campi, mentre giorno per giorno sale il numero di quelli che vanno su Obama[83]

Clinton non molla, però. Non intende andarsene finchè non  si arriva al’ultimo voto al 3 giugno. Mrs. Clinton, declaring victory in Kentucky, made clear that she had no intention of stepping aside before the Democratic voting ends on June 3. Con i numeri che considera ormai garantiti alle spalle, Obama, adesso, sta attento però a ricostruire ponti  che sembravano, e forse sono, ormai diroccati.

E, nel discorso – citato – in cui annuncia di avere ormai, in pratica, raggiunto il quorum – certo: pronunciato prima dell’ultimissima offensiva di Clinton, ne parliamo fra qualche rigo, quella che è sembrata andare proprio sopra le righe evocando quasi dietro la testa del senatore una specie di bersaglio… – non ha esitato a tessere le lodi della rivale che lo tallona da tanti mesi. “La senatrice Clinton – ha dichiarato, toccando toni che sono apparsi, almeno, di reale sincerità – ha frantumato miti e travolto barriere e cambiato l’America in cui cresceranno le mie e le vostre figlie e per questo dobbiamo, tutti, esserle grati”.

E Tim Russert, della NBC Tv, a chiusura di questa tornata di primarie, ha riassunto il quadro, come esso sembra essere oggi (quasi) al 100%: “Il senso di quest’ultima ondata di primarie di quasi fine giugno è uno solo. Orami i superdelegati che votassero per la signora Clinton sarebbero costretti a dire ai delegati eletti: ‘sapete cosa? voi avete deciso, avete fatto la vostra scelta di maggioranza che è chiara; ma noi, adesso ed in effetti, vi scavalchiamo e cancelliamo la vostra decisione… Bè, vi garantisco che non si trova un superdelegato, nei fatti, che voglia farlo”.

Più avanti nel mese, la senatrice Clinton si lascia andare a – e sembra cadere in – un’altra specie di gaffe che molti giornali qui chiamano “la gaffe-fine-di-mondo”, richiamando la bomba-fine-di-mondo che nel Dr. Stranamore veniva innescata automaticamente di fronte a una sconfitta…: pensa, cioè, l’impensabile, e lo dice!, per motivare anche con questa ragione il fatto che resiste agli appelli a ritirarsi – visto che, comunque, tutti ormai la danno perdente – in nome del bene del partito e del paese…

Ma anche questa strana alzata retorica si è rivelata, tutto sommato, anch’essa controproducente. Letteralmente,  intervistata da un pressoché sconosciuto giornale di provincia diventato famoso per questo suo scoop, e parlando della scadenza di giugno da molti osservatori ed attori indicata già come troppo in là per rassegnarsi alla sconfitta senza danneggiare tropo il partito, le viene anche troppo spontaneo esclamare che “mio marito non ha concluso la sua corda alla nomination nel 1992 finché non ha vinto le primarie della California, a metà del mese più o meno; e ricordiamo tutti l’assassinio di Bob Kennedy, proprio a giugno [del 1968],in California”…

Evoca, insomma, lo spettro di un possibile attentato di estremisti, come quello, contro il candidato nero. Magari non per augurare o invocare che qualcuno metta Obama fuori corsa con la violenza, ma disturbando assai o anche disgustando molti nel partito. Insomma, al meglio e ad essere buoni,  denota una seria dose di insensibilità.

Dice, interpretando molti, James Clyburn, parlamentare della Carolina del Sud, con parole “inconcepibili ed intollerabili[84].

Infine, da considerare due eventi, di natura diversa ma che effettivamente sembrano assai indicativi. Prima, due sondaggi importanti intervenuti a metà mese[85]. Il primo è un Gallup, su un campione amplissimo e di grande affidabilità “tecnica”, e dice che, in realtà, tra i democratici, se si votasse oggi su base nazionale e a livello popolare per scegliere, Obama avrebbe il 50% e Clinton  il 44%; il secondo sondaggio, Washington Post/ABC, attesta che lo scontro diretto tra Obama e McCain oggi per la Casa Bianca vedrebbe vincente il primo con un margine largo: 51% a 44% (quanti non scelgono loro tra i votanti sono quel che manca a 100, naturalmente).

Poi c’è stata l’elezione supplementare per un seggio vacante al Congresso in Louisiana, a Baton Rouge, che dai tempi di Reagan era sempre andato ai repubblicani. Nell’elezione, il partito di McCain aveva concentrato moltissime e sproporzionate risorse (Tv, cartelloni, messaggi pubblicitari).

E aveva accentuato ossessivamente la tattica dell’attacco concentrico che associava il candidato democratico (un nero) a tutti i “dubbi” e i “sospetti” che la campagna nazionale repubblicana, e quella di Clinton, avevano tambureggiato su Obama: è nero...; il padre era “socialistoide”…; forse, da ragazzino, ha frequentato in Indonesia qualche scuola “islamica”…; sembra poco “americano”, poi, e non tiene la mano sul cuore quando suona l’inno nazionale…; ha amici “estremisti”…; ecc., ecc.

Ma non è servito. La strategia è andata buca anche qui— come qualche giorno dopo in un’altra elezione supplementare nel Mississippi (e qui il candidato democratico era bianco e, notoriamente, anche un conservatore tranquillo): identico risultato. Mosse controproducenti: hanno vinto i candidati democratici e, con loro soprattutto per merito, o colpa, dei repubblicani, ha vinto Obama[86].

Verso fine mese, nel partito democratico cominciano a prendere per le corna ai piani alti – gli organismi che noi chiameremmo direzioni e segreterie – il problema che si trascinerà dietro se non proprio fino alla Convenzione almeno fino a tutto giugno: se calcolare e, se si, quanto e come i delegati eletti nelle due primarie dichiarate “illegali” del Michigan e della Florida per non aver seguito ma anticipato il calendario fissato, peraltro all’unanimità, dal partito.

In sintesi[87], il suggerimento degli avvocati – in questo paese tutto alla fine, anche l’elezione di un presidente (ricordate l’imbroglio del 2000 che, alla fine, portò Bush alla Casa Bianca, con meno voti popolari di quelli ricevuti da Al Gore?) – è quello di riconoscere i poteri e accreditare alla Convenzione una metà di loro.

Sembrerebbe un favore alla Clinton che, al contrario di Obama, ha “illegalmente” lasciato il suo nome sulla lista. Ma non basta a soddisfarla perché avrebbe bisogno di appropriarseli tutti anche se neanche così poi raggiungerebbe il numero totale dei delegati di Obama.

La soluzione, anche qui, sarà in buona sostanza un altro compromesso. Che molti prevedono e dicono anche che sarà uno sbaglio serio. Perché questo, riconoscere i delegati eletti contro le regole del partito, sarebbe il via libera e il caos per la prossima volta: inevitabilmente.

Tenta adesso, accentuando le distanze da un presidente anche tra i repubblicani sempre più impopolare, sembra correre ai ripari anche McCain. Facendo qualche precipitosa marcia indietro. Significativa. Sul tema per lui delicatissimo dell’Iraq – sull’invasione e la guerra è stato sempre più realista del re: ancora qualche giorno fa affermava il dovere degli USA di lasciarci i loro soldati a tempo praticamente indeterminato – adesso dice che “per l’inizio del suo secondo mandato, nel 2013”, di soldati americani in Iraq non ce ne saranno più.

Ma risulta poco credibile – Fantasyland scrivono – il suo “entro il 2013” che viene all’improvviso da chi, fino a ieri, diceva “e perché non starci cent’anni? a me starebbe benissimo!”. Suona un po’ come alla ricerca di un colpo di reni qualunque e quasi disperato: “nelle divinazioni di McCain non c’è stato un solo fatto  che fosse possibile controllare[88]

McCain, del resto, dà più di un seguito a questa mossa, trasparente fino a sembrare quasi umiliante tesa com’è a rientrare in sintonia con quella larghissima maggioranza di americani-elettori, anche repubblicani, che – molto più avanti da tempo dei loro politici – non ne possono più di spendere da anni centinaia di miliardi di dollari all’anno per ammazzare e far ammazzare, dai loro ragazzi, ragazzi di paesi tanto lontani con altre analoghe iniziative.

Più di un seguito, si notava. Dice chiaro anche che lui non concorda con Bush e che prende sul serio la necessità di ridurre le emissioni di gas inquinanti negli Stati Uniti… E poi, come viene notato, dice le cose più serie anche se, certo, “non dovrebbe essere un momento straordinario il fatto che un candidato presidente, oltre a parlare di metter fine a una guerra lunga e costosa, dichiara che si sottometterà alla Costituzione, promette di non ignorare e violare flagrantemente le leggi e giura che la Casa Bianca, d’ora in poi, sarà trasparente.

   Ma tale è lo stato deplorevole della nostra nazione, dopo sette anni passati a vedere i parlamentari repubblicani [e non solo, però] marciare al passo dell’oca, zitti e obbedienti, dietro al presidente Bush in una scelta politica disastrosa dopo l’altra, che il senatore McCain, giovedì scorso, solo con questo elenco banale di quanto deve cambiare, ha segnato qualche punto” nella corsa alla presidenza[89]. Scrivendo, così, ma senza avere il coraggio di dirlo esplicitamente, un epitaffio alla demenziale, autodistruttiva ed interminabile presidenza di Bush.

Interviene, per la prima volta per iscritto[90], il capo dei capi di Stato maggiore, ammiraglio Mike Mullen, nella diatriba che evidentemente imperversa all’interno delle Forze Armate. E lo fa, sotto una superficialissima verniciatura di neutralità che serve male a mascherare come e quanto voglia, in realtà, dare una mano alla politica presidenziale.

Dice l’ovvio, ovviamente – che “le forze armate americane sono e devono sempre restare strumento dello Stato, qualsiasi sia il partito al governo”— ma lo dice, guarda caso proprio alla vigilia di quello che si annuncia come un cambio della guardia e non per raccomandare ai soldati di non opporsi al cambio ma di star zitti e non aiutare in alcun modo il cambio…

Sempre sull’Iraq, stano eclissandosi le prospettive di un passaggio rapido – Bush lo vuole adesso, prima di doversene andare – dell’ “accordo di sicurezza[91]  che vorrebbe stipulare col governo di Nuri Kamal al-Maliki per regolare il quadro in base al quale le truppe americane dovrebbero restare ancora per ni in Iraq: regolerebbe questo, l’accordo, definirebbe – forse – per nome e per cognome quali e quante dovrebbero essere le basi americane, chi gli americani potrebbero arrestare e quale sarebbe il tipo di loro immunità (totale come adesso? estesa come ora alle decine di migliaia di guardioni e mercenari che di fatto raddoppiano il contingente ma sono private employees) dalle leggi irachene…

Infatti monta la resistenza anche dentro le fila di chi, in parlamento, sostiene il governo. Ci sono i duri del no in nome della sovranità, comunque già enormemente precaria, degli iracheni, compreso l’ayatollah Ali al-Sistani (che per ora lascia intervenire i suoi aiutanti ma minaccia ormai di parlare in prima persona…). E ci sono quanti dicono no sottolineando il fatto che tra sei mesi Bush non ci sarà più e, non fosse altro che per questo, tatticamente, all’Iraq conviene comunque aspettare.    

Sull’Afganistan, il Rapporto annuale di quest’anno del Dipartimento di Stato sul Terrorismo nel mondo, paese per paese, rilasciato dall’Ufficio del coordinatore del contro-terrorismo, è esplicito e chiaro. Anche se cerca di camuffare, piuttosto malamente, il giudizio finale: il nuovo approccio di contro-insurrezione civile-militare, “nell’est del paese in particolare” – dice – ha cominciato a dare qualche frutto… salvo contraddirsi subito dopo, quando riconosce che proprio nell’est le cose vanno “particolarmente” male.

Infatti, a conclusione del capitolo sull’Afganistan, stabilisce che “l’insurrezione condotta dai talebani rimane una minaccia efficiente, decisa e flessibile alla stabilità ed al controllo del territorio da parte  delle autorità governative, particolarmente nelle aree etniche Pashtun del sud e dell’est del paese[92].

Insomma: proprio come si diceva, “una scelta disastrosa dopo l’altra”… Come notava Aaron David Miller, un “esperto” famoso di cose mediorientali che insegna a Washington ed è stato – senza grande profitto, purtroppo – consigliere di ben sei segretari di Stato americani, l’America da tempo in tutta questa regione del mondo ed a buona ragione “non è amata, non è temta e non è rispettata[93].

E proprio adesso, con tempismo francamente bizzarro, Frattini, il nuovo ministro degli Esteri, oltre a chiedere agli Hezbollah del Libano che hanno appena vinto di… arrendersi (v. subito dopo), pensa bene – affiancato dal fidato La Russa – di mandare ad annunciare ora alla UE ed alla NATO che l’Italia è ora disponibile a consentire maggiore “flessibilità geografica e di impiego operativo più rapido, non di più uomini” al proprio contingente in Afganistan.

Questa, ha aggiunto sfacciatamente “è un po’ la richiesta che tutti quanti gli alleati ci stanno facendo: allineare l’Italia agli altri grandi partner della NATO[94]. Bé, forse ce la fanno solo un po’, come dice Frattini che artatamente usa l’avverbio per mascherare che non tutti gli altri partners della NATO ce lo chiedono ma solo gli americani, ovviamente, i loro gregari inglesi e il pedissequo segretario generale dell’Alleanza, l’olandese de Hoop Scheffer scelto dagli americani proprio per la sua totale pedissequità, se così di può dire…

Meglio, molto meglio, si muove l’Iran – ammette, adesso, un critico lucido anche se tardivo dell’Amministrazione (un columnist illustre che, per lunghi anni, ha fatto colpevolmente credito a Bush perché, porca miseria, scrisse una volta, “è il presidente”: uno di cui bisogna fidarsi) – che, gli costa riconoscerlo, ma sta seguendo “una sofisticata strategia di deterrenza tesa a “minacciare Israele se mai pensasse di colpire Teheran”.

Per cui, conclude col titolo del suo pezzo – dimostrando che in realtà non ha imparato niente – bisogna contenere l’Iran con una “Nuova guerra fredda[95].

Ma sembra comprensibile, no?, fa osservare un commento all’editoriale di Friedman, che l’Iran cerchi di proteggersi con la deterrenza di una controminaccia nel caso in cui  “Israele pensasse di colpire Teheran”.  “Come è anche comprensibile lo sforzo dell’Iran di acquisire una sua capacità nucleare come deterrente che renda la flotta americana nel Golfo Persico vulnerabile ad un contrattacco”, se fosse attaccato a partire da lì…

In fondo non è che, in passato, noi americani non abbiamo mai invaso paesi del Medio Oriente. E l’Iran, un paese anche inquieto e disunito, non è un macchinone religioso ed irrazionale che avanza alla cieca e che dobbiamo per forza imbrigliare con una guerra fredda. Prima che installassimo noi lo shah Reza Pahlevi al potere nel 1953, l’Iran era la prova evidente che la democrazia poteva esistere in Medio Oriente. Gli iraniani di oggi sono giovani e anche stanchi dei loro capi. Se li lasciamo fare, cacceranno via quei leaders più presto che tardi.

   Solo che, nel frattempo, questi iraniani sono stati chiamati a coalizzarsi e a resistere al tentativo americano di allungare le mani sul loro paese come ci hanno visto fare a casa dei loro vicini.

   Dopotutto, non è detto che l’Iraq potrà mai davvero riprendersi dal nostro ‘aiuto’… E, del resto, il nostro continuo impicciarci negli affari interni di altri paesi sembra riuscire solo a destabilizzarli.

   Non abbiamo proprio bisogno di una nuova guerra fredda, insomma, ma di impegnarci a discutere con gli iraniani in modo razionale, per raffreddare i bollori[96].

Di tutti… E con comportamenti che, però, si rivolgano alla responsabilità di tutti non solo dei figli dell’oca nera. Per dirla chiara, non si può – nel senso che non è serio, che non è credibile – chiedere all’Iran di rinunciare a darsi l’energia nucleare per scopi pacifici e poi… fare punto centrale della recente visita del presidente degli Stati Uniti in Arabia saudita, il paese che al mondo sembrerebbe davvero avere meno bisogno di fonti alternative al petrolio, della vendita di tecnologie nucleari civili americane. Trasformando all’uopo pubblicamente, così, in un piazzista: come, del resto, anche  tanti altri…

Ora, anche alla luce delle considerazioni appena viste[97], si capiscono o no le motivazioni, non irrazionali – e forse, probabilmente, non completamente innocenti viste le intenzioni proclamate degli altri – che stanno dalla parte di Teheran?

Certo, poi, si accumulano, si scavalcano e si rincorrono notizie, in apparenza contraddittorie, sull’Iran e la sua ricerca del santo graal nucleare che tendono (quelle americane, di fonte ufficiale) a risollevare allarmi o, se non a negarli, almeno a sopirli (prudentemente, senza sembrar dire agli USA che mentono ancora una volta ma lasciandolo, volendo, intuire: l’ONU, quant’altri)….

Prima, il direttore dell’Agenzia dell’ONU che controlla la produzione di energia atomica e, quando glielo dicono, degli armamenti connessi, afferma al Forum economico mondiale del Medio Oriente, a Sharm El Sheick, il 20 maggio, che non esiste “alcuna prova concreta” che l’Iran si stia facendo la bomba[98].

Poi, l’Agenzia internazionale (AIEA) per l’Energia atomica rileva come l’Iran continui a sfidare le richieste[99] che gli sono state fatte… Certo, il recentissimo rapporto AIEA sul tema non arriva a dire – come la Casa Bianca pretendeva – che la ricerca nucleare iraniana sulla fabbricazione di armamenti sicuramente continua: cioè – siamo proprio nel paese delle meraviglie di Alice – non afferma quello che tre mesi fa avevano escluso, con un rapporto che avrebbe dovuto rimanere segreto, 16 servizi segreti americani 16: tutti, cioè… ; ma pare proprio che scriva come “la possibilità che in Iran continui la ricerca in materia suscita preoccupazioni serie e abbisogna di ‘spiegazioni sostanziali’”)…

L’affermazione ormai usuale, cioè, di un negativo – la “possibilità” che è impossibile dimostrare perché è come la “prova del diavolo” di inquisitoriale memoria: se vai nel fuoco e non  bruci, vuol dire che non sei indemoniato…

Questo documento nuovo dell’AIEA, c’è però almeno da aggiungere, ancora non esiste. Infatti, confermano da Vienna, sede centrale dell’Agenzia sarà reso pubblico a giugno inoltrato. Per ora c’è stata una fuga di notizia mirate, in origine dal sito dell’ISIS, l’Istituto per la scienza e la sicurezza internazionale che i grandi media americani – sempre e come sempre incapaci di imparare anche quando magari riconoscono di essersi lasciate abbindolare criminalmente dall’Amministrazione in passato – hanno largamente inghiottito, come dicono qui, verme, amo e lenza.

L’ISIS gode in occidente di buona reputazione, si dichiara centro di ricerche non profit e non partisan sui temi della proliferazione nucleare. Non partisan all’americana, però: cioè, non repubblicano né democratico. Non si cura per niente di essere e di non presentarsi, nelle diatribe che coinvolgono gli Stati Uniti d’America, come obiettivo rispetto al punto di vista e agli interessi degli Stati Uniti d’America come sono interpretati al momento dall’Amministrazione in carica.

Insomma, tra la parola dell’Iran e dell’AIEA (non cerchiamo le armi atomiche…; esiste la “possibilità” teorica che le cerchino, ma non c’è la minima prova…) e quella degli USA (le cercano, le cercano… anche se i nostri servizi segreti dicono di no…, anche se il mondo sa che avevamo mentito sulle armi di distruzione di massa: eccolo, il paese delle meraviglie di Alice e di George W. Bush) scelgono quest’ultima. Ma è inevitabile, visto che sono i legami dell’ISIS con la ricerca nucleare statunitense che lo mantengono in vita, che è diretto da un fisico americano, David Albright che in quel programma ha a lungo lavorato e che ha sede a Washington.

Si tratterebbe, per quello che finora se ne sa sulla base della stampa americana e, in particolare, dell’A.P., del NYT e del Los Angeles Times – che citano quello che l’ISIS ha loro detto essere il testo del documento AIEA per il Consiglio di Sicurezza – delle “rivelazioni” che “l’Iran non avrebbe detto tutto sulla sua ricerca di alto esplosivo e di missili”, anche se a denti stretti si ammette non nucleari (NYT), che però “l’IAEA non ha scoperto alcuna prova della continuazione di un programma nucleare iraniano”, cioè di un programma specifico mirato a fabbricarsi armamenti (Los Angeles Times).

Lo stesso rapporto dell’ISIS afferma, del resto, sempre  secondo queste fonti di seconda mano  che bisogna però evidenziare come l’Agenzia non abbia scoperto alcun uso effettivo di materiale nucleare connesso agli “studi indicati come di fonte iraniana”. Indicati da chi? da quegli stessi servizi segreti americani che hanno attestato come l’Iran abbia smesso di perseguire un programma nucleare operativo almeno da tre anni…

Dunque, in realtà, proprio niente di nuovo. Ma quanto basta, componendo stralci di notizie vecchie e già utilizzate, a montare di nuovo il clima che potrebbe servire, anche in assenza di qualsiasi novità, a rilanciare magari – come richiesto da Washington – qualche sanzione di nuovo tipo nei confronti di Teheran. Dove, alla fine, anche le sanzioni che l’ONU – cioè, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU: sotto esplicita minaccia che se no l’America agirebbe da sola… – è  stato capace di annunciare finora, qualche po’ cominciano a mordere.

Frenando soprattutto gli scambi commerciali con l’Europa, per la quale il petrolio iraniano è, forse,  l’unica possibile strategia per tentare di riequilibrare un po’ meglio la propria dipendenza dal gas russo. E frenano l’Iran che ha un bisogno strategico di attirare investimenti europei verso la sua industria del gas e del petrolio.

Ma l’America non vuole e tutti gli altri si limitano appena a frenarla…

Altro segnale interessante che viene da Teheran è l’elezione in questi giorni a presidente del parlamento di Ali Ardashir Larijani, già negoziatore plenipotenziario dell’Iran su tutto il dossier nucleare. Un  negoziatore durissimo ma… “pragmatico”, aggiungono a Washington. Cioè? non aveva mollato di niente sulla linea del governo e, soprattutto, del leader supremo Khamenei… ma l’aveva fatto, pare, in modo un po’ più garbato di Ahmadinejad che, anche per questo l’aveva cambiato.

Insomma, una mossa che implica l’OK di Khamenei e una sconfitta per Ahmadinejad che, però, l’occidente, accodandosi agli Stati Uniti, si affretta a leggere come un’apertura sul nucleare a Washington. Dimostrando, ancora una volta, di non aver capito niente e subito smentito dalla durissima condanna che Larijani, riferendosi a quanto dell’ultima presa di posizione della AIEA riporta la stampa americana, pronuncia alla sua inaugurazione nel nuovo Majilis[100]

In Pakistan, invece, traballa già il nuovo governo anti-Musharraf e, naturalmente, lui gongola mentre si frega le mani l’unico suo vero alleato, George Bush. Tra le pressioni dell’uno e dell’altro sono riusciti a “convincere” – per decenza mettiamola pure così – il partito della ex primo ministra assassinata, la Bhutto, a frenare rispetto all’impegno del programma elettorale rifiutando di reclamare immediatamente – come esso garantiva – dall’ex generale, ex dittatore ma ancora presidente, la cancellazione per legge della radiazione di 47 giudici superiori, compresi quella della Corte suprema.

Il partner minore di governo, l’altro ex primo ministro Nawaz Sharif, esiliato dieci anni fa da Musharraf, ha ritirato i suoi nove ministri anche se non, o non ancora, l’appoggio dei deputati al governo. Lui esige l’immediata reintegrazione di tutti i giudici rimossi. Gli altri vogliono negoziare, condizionare, aspettare… E siamo allo stallo[101].                                                            

Adesso, viene anche fuori la notizia che il governo – ma non si capisce di quale governo in realtà si tratti: probabilmente di quel che resta in carica e non fa più maggioranza, ormai, vista la spaccatura – che a Karachi abbiano approvato l’accordo raggiunto dal nuovo governo della provincia del Nord Ovest col capo dei talebani di quella regione di frontiera, il mullah Maulwi Fazlullah.

In cambio della messa in mora dei suoi bombaroli suicidi, di ogni altro attacco contro l’esercito afgano ed i suoi alleati e della consegna dei “militanti” non afgani che sono nelle loro fila,   l’accordo in 15 punti prevede l’introduzione della sharia, la legge islamica integrale e integralista, affida al mullah una madrasa già esistente ma trasformandola in una vera e propria università islamica di stampo rigorosamente wahabita-saudita e accetta lo scambio e la liberazione di tutti i combattenti afgani delle due parti.

Come sempre, più di sempre anzi, bisognerà ora vedere come e quanto l’accordo verrà applicato in pratica. Perché non è che il governo centrale, quel che ne rimane, sembri entusiasta di ritirare dalla vallata dello Swat, la provincia di frontiera del Nord Ovest, tutti i suoi contingenti armati. E gli americani, il convitato qui non proprio di pietra, per bocca del vice segretario di Stato ed ex supercapo dello spionaggio integrato, John Negroponte, hanno subito commentato che “l’accordo è qualcosa che dovremo sorvegliare assai da vicino: con moltissima cura[102].

Del Libano ha parlato, chiaro e onesto che più sembra difficile, il magg. gen. Amos Yadlin, capo dell’intelligence militare israeliana, dopo la tragicommedia di Beirut di inizio maggio: quando il governo Siniora ha forzato la mano a Hezbollah decretando d’autorità – ma senza averne l’autorità, né il potere per farlo anzitutto – la chiusura della sua rete di comunicazioni interna…

Come si è visto quando Hezbollah ha reagito cacciando dalle strade di Beirut sud, che controlla, ma anche dalla maggior parte di Beirut nord le imbelli milizie filo-governative; col governo alla fine costretto, da Hezbollah e dall’esercito che è restato a guardare, a ritirare le avventurose misure decretate con tanta improvvida sicumera…

Ha detto Yadlin che “Hezbollah ha dato la prova di essere di gran lunga il potere militare più forte in Libano… più forte di quello dei libanesi [come se gli Hezbollah fossero cinesi…] e che se avesse voluto si sarebbe potuto anche prendere il governo[103].

Così, da una parte, si è riaperta, esacerbata e sanguinolenta e radicata nell’insulto e nel disprezzo reciproco, la ferita del settarismo tra libanesi sciiti di Hezbollah e sunniti alleati, più o meno, ai cristiani-maroniti: i primi, dicono i servizi e i giornali occidentali all’unisono o quasi, armati e sostenuti dall’Iran sciita; i secondi dall’Arabia saudita oltre che da Bush e, con dubbi e riserve, anche dall’UE…e da al-Qaeda; sì, da Osama bin Laden, rivela esplicitamente il NYT, che non sopporta l’umiliazione dei sunniti da parte degli eretici sciiti…

Ma, dall’altra, e alla fine, la diplomazia della Lega araba, che ha mediato tra le parti, è riuscita a mettere una pecetta sullo sbrego appiccicando insieme con il documento di Doha del 21 maggio, accettato da tutte le parti libanesi e mediato personalmente dall’emiro (ohibò….) del Qatar, un “accordo di unità nazionale” che ha favorito la scelta per consenso del nuovo presidente della Repubblica dei cedri.

L’hanno identificato nel capo dell’esercito, Michel Suleiman – secondo la Costituzione voluta dal colonialismo francese, necessariamente cristiano maronita: mentre il primo ministro “deve” essere mussulmano sunnita e il presidente della Camera mussulmano sciita – dopo ben 18 mesi di impasse e veti reciproci. Ma era un consenso che era stato trovato già diciotto mesi fa e non si riesce a capire perché adesso, all’improvviso, possa diventare reale e operativo. Se non perché imposto, ora, dallo scontro fra le fazioni vinto, chiaramente, da Hezbollah.

Così, domenica 25 maggio, Suleiman è finalmente stato eletto (118 voti su 127). In ogni caso, la prova di forza, tentata e fallita da quell’imbelle del primo ministro Siniora contro Hezbollah, registra nell’accordo nazionale il fatto che resta in piedi un governo formalmente insediato ma, anche, sempre più traballante; e registra pure la vittoria reale di Hezbollah, cui in modo soft avendo essi vinto e gli altri perso, viene concesso quel che i ribelli sciiti volevano e da un anno e mezzo gli altri tentavano di negargli: di fatto, il potere di veto a decisioni di governo di cui fanno anch’essi parte e che non li vedano consenzienti[104].

Si può, volendo, deplorare che sia così (anche se la definizione di maggioranze e minoranze in Libano ha tutt’altro a che fare che con la demografia e l’aritmetica…) ma, considerato il rapporto di forze, così è…

Per questo suona del tutto irreale l’uscita di Frattini che, appena nominato ministro ha incominciato ad imperversare e a far danni, e dopo un colloquio col comandante italiano dell’UNIFIL, la forza di interposizione dell’ONU, chiarito che l’Italia non cerca più come qualche forzitaliota e alleanzista era sembrato invocare nuove “regole d’ingaggio” e ha detto speranzoso (e anche noi speriamo, certo, che in qualche modo abbia ragione…) che “oggi è un grande giorno per il Libano che comincia a crescere nella sua indipendenza e sovranità”, ha aggiunto che il movimento sciita Hezbollah “da oggi si assume la responsabilità di concorrere all'attuazione del principio che le armi le deve detenere solo lo Stato[105].

Ma non è proprio questo che dice il nuovo accordo di Doha: dice che esso “sostiene la sovranità dello Stato su tutto il Libano in modo che nessuna sua area possa servire come santuario per nessuna forza fuori dcella legge[106], questo sì… Ma chiarisce,  subito appena eletto,  il presidente Suleiman –  e sembra improbabile che Frattini, lì in rappresentanza del governo italiano se ne fosse già andato… – che fuori legge secondo lui non è certo “Hezbollah che anzi deve avere un ruolo nella difesa del Paese[107].

Fintanto che le fattorie di Sheba saranno occupate – ha spiegato poi il presidente nel discorso di accettazione: si tratta di 22 kmq. di territorio al confine fra Libano, Siria e Israele che l’ONU riconosce come territorio siriano/libanese ma che la Siria ha ceduto al Libano e che, invece, sono militarmente occupati dagli israeliane – ci sarà la necessità di una strategia di difesa concordata attraverso il dialogo in cui l'esperienza della resistenza dovrà essere tenuta in considerazione [108].

Tradotto, per renderlo comprensibile a tutti, e anche al governo italiano di nuovo conio, quanto il presidente Suleiman vuol dire (e detto dal capo dell’esercito libanese è importante) è che proprio la forza militare di Hezbollah è vitale per la difesa del Libano da Israele (la “resistenza”)…

Forse sarebbe il caso che ne prendesse atto, dopo aver sempre sbagliato, chi da Washington, da Londra, da Parigi pontifica di Libano coi libanesi, di Palestina coi palestinesi e mai – seriamente – di Israele con gli israeliani e impartisce ricette dal di fuori: voi dovrete, noi possiamo, bé sempre se vogliamo, chi sa, se vi comportate bene secondo i canoni che dettiamo noi…

Era quel che riconosceva – senza dirlo ovviamente e con grande timidezza ma che riconosceva,.. diciamolo, anche per merito del governo Prodi e di D’Alema – già a fine luglio 2006 l’accordo della conferenza di Roma che mise fine al conflitto israelo-libanese[109] – delegando al governo di Beirut, firmatario dell’accordo, di decidere chi tra le forze non regolari libanesi dovesse essere poi disarmato.

Ratificava così  

• il fatto, riconosciuto tra stranguglioni e bizze impotenti, dallo stesso Siniora che Hezbollah era stata l’unica forza libanese a resistere e respingere l’invasione israeliana voluta da Olmer: quella che per più di un mese aveva bloccato il mastodontico esercito di Israele costringendolo poi a ritirarsi (non dalle fattorie Sheba, però…); e,

• adesso la conferenze di Doha, l’elezione del nuovo presidente e, con estrema riluttanza,  il governo Siniora che aveva tentato di far fuori Hezbollah al di fuori di ogni intesa formale o informale, prendeva atto del fatto che quello stesso governo libanese non ha mai poi chiesto, in termini giuridici obbliganti per la legge libanese, il disarmo degli Hezbollah.

E significativo, assai, sembra anche il fatto che Suleiman – non Siniora! – abbia tenuto a invitare alla cerimonia del suo giuramento, immediatamente successiva all’elezione da parte del parlamento, i ministri degli Esteri di Siria ed Iran: lui fa i conti con la realtà, infatti, e non con le fobie del nazionalismo cedrato e impotente[110]… 

Alla fine, ci sembra che le uniche cose chiare garantite da questo accordo siano, in sostanza, l’elezione di Suleiman (12° presidente libanese dall’indipendenza, eletto per un mandato di sei anni) e, anche, le dimissioni molto a breve, e forzate non fosse altro a causa della sua assoluta inconcludenza nei confronti degli alleati e dei nemici— come dice lui, interni (Hezbollah) e esterni (Israele), del capo del governo, Fouad Siniora.

In fondo, ed al meglio, sintetizza la realtà – che nessuno, e tanto meno un ministro degli Esteri italiano, dovrebbe o potrebbe permettersi di ignorare – la spiegazione dell’esultanza di molti libanesi per le strade di Beirut che fornisce il NYT subito sopra citato: “anche se l’accordo [di Doha] ha segnato la chiara vittoria del gruppo militante sciita degli Hezbollah e dei suoi alleati nell’opposizione, sono molti i libanesi che in tutto lo spettro politico lo hanno salutato con sollievo e, anche, con gioia: preferendo un compromesso quasi a ogni costo alla ripresa di un conflitto che ha paralizzato il governo e portato il paese sull’orlo della guerra civile”: cioè, preferendo tutti, al dunque, quel compromesso alla guerra civile.

Ma i problemi di fondo restano aperti entrambi. Il primo è quello dello Stato nello Stato delle milizie sciite armate di Hezbollah: giustificato a livello nazionale dal fatto che tutti – sciiti, sunniti e maroniti – sano trattarsi in effetti dell’unica reale difesa capace, alla bisogna, di tenere a bada, come ha già fatto, Israele. Il secondo è lo status di figli di un Dio minore degli sciiti, loro riservato dalla  Costituzione in vigore, ma ormai al di là di ogni rapporto con la realtà demografica: fuori dai posti istituzionali, esecutivi, del potere libanese, finché la Costituzione non cambia e non diventa un po’ più realisticamente democratica.

Scavalcando i “consigli” della Casa Bianca[111], che proprio non voleva, Israele intanto – col primo ministro alla disperazione, tra poco costretto alle dimissioni da uno scandalo di mazzette – ha deciso di aprire un vero e proprio negoziato, il primo di sempre con lo stampino dell’ufficialità, con la Siria[112]. Il negoziato non è condotto faccia a faccia ma nello steso luogo, ad Ankara, con la mediazione della diplomazia turca.

Sui risultati, c’è poco da scommettere: la Siria vuole per riconoscere lo Stato ebraico quello che sempre ha chiesto, il ritiro completo dell’esercito israeliano dalla regione occupata del Golan; Israele qualcosa di non negoziabile, del Golan, se lo vuole tenere…

Ma è significativo, qui, già il fatto in sé: che Israele tratti con Damasco e contro la volontà degli americani, resa esplicita solo pochi giorni fa da un vecchio guerriero freddo amicissimo di Israele come il vice consigliere per la sicurezza nazionale di Bush, Elliott Abrams, che pure era andato personalmente a predicare a Gerusalemme. Senza successo.

A proposito di Israele, infine. Notevole, almeno per questo osservatore, sembra francamente che a richiamare l’Europa ad un po’ di coraggio politico e civile e di integrità morale, debba essere toccato a un americano come l’ex presidente Jimmy Carter. Parlando a un simposio letterario-politico organizzato dal Guardian a Hay, in Galles, “ha bollato la posizione tenuta dal’Unione europea sul conflitto israelo-palestinese come, semplicemente, ‘supina’ e la sua totale mancanza di critica nei confronti del blocco-assedio israeliano di Gaza come ‘imbarazzante’[113].

Dovrebbero, per farlo, rompere con gli USA? “E perché no? mica sono nostri vassalli!”, risponde all’obiezione l’anziano (83 anni), e battagliero, Nobel della pace. Ma qui sbaglia… vassalli, siamo. Carter spiega che il blocco contro Gaza decretato da Hamas, dagli USA, dall’UE, dall’ONU e dalla Russia – il cosiddetto Quartetto – perché governata dopo la sua vittoria elettorale del 2006 costituisce “uno dei più efferati crimini perpetrati contro l’umanità”.

Perché, in effetti, si traduce “nell’imprigionamento di 1 milione  e 600 mila persone, 1 milione delle quali sono poi rifugiati… Oggi, la maggior parte delle famiglie di Gaza mangiano solo una volta al giorno. E vedere gli europei che dicono sì a questa linea, è imbarazzante”.

Sacrosanto! Ma almeno, e Carter è certo d’accordo, altrettanto imbarazzante è il comportamento del governo statunitense e, a dire il vero, non solo con Bush, un po’ da sempre, anche quando presidente era Carter. Oggi, con Gaza, certo, peggio di sempre. Ma ha ragione Carter: il rifiuto degli americani è aberrante ma è più “di principio”, per dire…

E, poi, tutti sanno che gli israeliani soffocano i palestinesi col blocco economico e dei trasporti ma con Hamas trattano e come: attraverso il mediatore egiziano, Omar Suleiman, che fa regolarmente la spola con Gerusalemme e solo qualche giorno fa ha portato al governo Olmert le proposte di cessate il fuoco di Hamas.

In definitiva. Una lezione di coerenza morale, di diritto internazionale e di saggezza politica sprecata sicuramente con Israele, ma forse – ci illudiamo? – non con l’Europa,  almeno non necessariamente per sempre – e, forse, neanche per sempre con Isralee.      

GERMANIA

I socialdemocratici sono passati all’attacco nominando il loro candidato, del rettore universitario professoressa Gesine Schwan, alle elezioni alla presidenza della RFT[114] contro la rielezione del candidato Horst Köhler riproposta dai democristiani senza neanche provare a concordarlo coi partners della grande coalizione presieduta da Angela Merkel. E salgono le tensioni anche in previsione delle elezioni parlamentari che si terranno l’anno prossimo.

Alla protesta dei democristiani, che così l’SPD mette a rischio la tenuta stessa della coalizione di governo, la risposta è venuta dal presidente dei socialdemocratici, Kurt Beck, è che loro per primi avevano data per scontata la candidatura di Köhler… La verità, che non ha bisogno di particolare decodificazione, è che le presidenziali (qui il presidente viene eletto a maggio 2009 da una speciale sessione allargata del parlamento) sono viste da entrambe le parti un po’ come un primo passo possibile, quasi la prova generale di una coalizione dei socialdemocratici col partito della sinistra più radicale, la Neue Linke, che ormai è il terzo partito tedesco, avendo nettamente scavalcato ormai i liberal-democratici…

Con una decisione che contraddice lo spirito e, in buona parte, anche la lettera della Corte europea di giustizia, il governo tedesco ha approvato un disegno di legge che mantiene il potere del Land della Bassa Sassonia (il secondo azionista) di bloccare l’acquisto da parte di azionisti privati della Volkswagen (è la Porsche che sarebbe interessata a farlo).

Sul piano giuridico la Corte ha sicuramente ragione. Su quello giuridico, dei rapporti di forza e della necessità del consenso necessaria a far passare ogni riforma seria, perderà il braccio di ferro. Forse sarebbe opportuna, a questo punto, proprio una rivisitazione dei limiti di giurisdizione della Corte…              

GRAN BRETAGNA

Elezioni comunali e municipali “disastrose” per il primo ministro Brown che, per legge, è obbligato a tenere le politiche entro il maggio 2010 (può anticiparle ma non le può posticipare). Brown stesso lo riconosce confessando, il 1° maggio, come con candore, di non riuscire a capirne le ragioni.

Commenta durissimo un osservatore da sempre pro-Labour che “il messaggio degli elettori più chiaro non poteva essere: sono del tutto alienati da un primo ministro che considerano debole e senza alcuna idea[115].

Ma la ragione c’è: il Labour, ovviamente, è ancora troppo New, ancora troppo blairista in politica economica (troppo neo-liberista), in politica estera (neanche subordinata all’America, subordinata proprio a Bush, personalmente: è lui, oggi, non l’America a voler continuare la guerra) e anche in politica sociale (qui, forse, appena un po’ meno con Brown che con Blair: ma non abbastanza).  Disastroso il risultato, perché il laburismo ha straperso: su base nazionale non solo coi conservatori, che sono al primo posto, ma anche dietro i liberal-democratici[116].

Col 24% dei voti, i laburisti arrivano al terzo posto, su base nazionale: lo score più disastroso da cinquant’anni che porterebbe (col sistema britannico che premia solo i primi due partiti e falcidia il terzo) quasi all’irrilevanza il gruppo parlamentari. Proprio come quello dei lib-dem oggi. Perché, se la nuova via brownista è solo la vecchia Terza via blairista alla quale – e al di là delle scelte di fondo sbagliate, per una crescita comunque che non si cura più dell’equità; per il merito identificato con il successo economico senza preoccuparsi più della giustizia – viene a mancare adesso anche il boom economico e finanziario che era una bolla, sì, ma a lungo ha assistito Blair, allora poveri laburisti davvero. Va detto che non c’è unanimità sull’analisi.

C’è chi, come noi – ancora una minoranza – è convinto che il fallimento del New Labour – ma anche quello di altri partiti e/o coalizioni di centro-sinistra in Europa – sia stato il risultato dell’omologazione e della scopiazzatura da parte della non destra, diciamo di pulsioni, valori, idee e speranze tipiche dell’avversario tradizionale…

… col risultato che non gli ha strappato granché (in fondo, se devo fare come la destra, perché allora non lasciar fare alla destra?) perdendo, in compenso, appeal e capacità di tenere con sé i propri tradizionali elettori— diciamo: classe operaia e quanti, tignosamente, continuano a dire che nella lotta di classe, adesso c’è da recuperare il terreno perduto nel rapporto di forza coi vincitori e, sbagliando – ripetiamo: sbagliando – hanno deciso di mollare chi s’è messo a copiare il “nemico di classe”. Per usare il linguaggio di Buffett.

E c’è anche, tra quanti si vogliono far passare per modelli di centro-sinistra, l’idea di chi è convinto che essi hanno perso perché non si sono ancora decisi a buttare a mare proprio tutti, senza eccezione, i vecchi valori: quelli della solidarietà contro il chi fa da sé…[117]. Invece, e per esempio, sono proprio gli interessi e i valori che per ripartire vanno recuperati: la piena occupazione e un lavoro decente come valore per tutte e per tutti  e come obiettivo di tutta la società e non soltanto un lavoro pagato male e insicuro come ideale a corto termine che non sembra mai avere fine però,  come eventuale residua risulta di una crescita comunque e qualunque.  

Su questo ci piacerebbe, la prossima volta magari…, contarci davvero anche in Italia.

Intanto, una decina di giorni dopo le elezioni, un sondaggio assai rispettato accerta e rende noto che i tre quarti di un amplissimo campione di elettori sono fermamente convinti che Gordon Brown stia facendo un “cattivo lavoro” e quasi la metà addirittura “un pessimo lavoro[118].

La produzione industriale è caduta dello 0,5% a marzo, appena lo 0,2% in più di un anno prima. L’inflazione è schizzata al 3%, di botto, dal 2,5% in un mese, ad aprile,allontanandosi ancora di più dal tetto proclamato dal governo del 2%, raffreddando le aspettative di qualche timido taglio al tasso di interesse .

GIAPPONE

La Banca centrale, il 30 aprile, ha lasciato il suo tasso di sconto allo 0,5%. A marzo, la produzione industriale è crollata del 3,1%: il massimo declino da oltre cinque anni.

Dando inizio ad una nuova offensiva di pace, il presidente Hu Jintao ha parlato a Tokyo, nella prima visita di un capo di Stato della Cina, dell’ “apertura di una sempiterna primavera” nei rapporti con il Giappone e non ha insistito troppo su una revisione della storia dell’invasione nipponica in Cina e dei suoi massacri pubblicamente, apprezzando la discontinuità del nuovo premier giapponese che ha evitato di visitare quest’anno il sacrario che a Tokyo custodisce, anche, le ossa di diversi criminali della seconda guerra mondiale contro il popolo cinese.

Però, Tokyo e Pechino neanche in quest’occasione hanno trovato un accordo sul contenzioso che li divide nei colloqui aperti da tempo sull’esplorazione e lo sfruttamento di un grande giacimento di gas nel mar della Cina orientale[119].

 


 

[1] la Repubblica, 3.5.2008, M. Ricci, Il declino globale degli stipendi – In busta 5 mila euro in meno l’anno.

[2] Nella sua consueta lettera agli azionisti del Fondo di investimenti Berkshire che presiede, governa e che, in pratica, è suo, 8.3.2004; e, ancora, intervista a L. Dobbs, della CNN.com, 19.6.2005 (cfr. www.cnn.com/2005/US/05/10/buffett/ index.html/), New York Times, intervista a B. Stein, 26.11.2006, In Class Warfare, Guess Which Class Is Winning Nella guerra di classe, indovinate quale classe poi sta vincendo (cfr. www.nytimes.com/2006/11/26/business/yourmoney/26 every.html?ei=5070&en=02ed48ae1473efe0&ex=1165554000&pagewanted=print/).

[3] Lehman Brothers, 22.5.2008, Equity Research-Special Report, Italy: Arrivederci La Dolce Vita.

[4] Per il testo integrale delle Considerazioni finali – sempre di grande interesse per la capacità di associare ricchezza e sintesi dell’analisi anche quando (e magari anche spesso) giudizi, attribuzione delle responsabilità e prescrizione dei rimedi non siano (non sono) poi condivisibili – cfr. http://download.repubblica. it/pdf/2008/banca_d_italia.pdf/).

[5] ISTAT, 7.5.2008: per il testo del volume che li raccoglie, cfr. www.istat.it/).

[6] Testo integrale che riproduciamo qui, ma che è reperibile sui siti stessi delle tre Confederazioni: www.cgil.it/; www. cisl.it/; www.uil.it.

[7] Purtroppo, a parere di chi scrive, non si tiene qui – in questo punto del documento unitario – conto abbastanza del problema – estremamente reale, ormai e di consistenza crescente – che sul potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni, dei redditi da lavoro dipendente cioè, oggi contano moltissimo dimensioni di contrattazione che sfuggono completamente sia a quella locale che a quella nazionale e riposano invece su una contrattazione europea che proprio non c’è.

Potrebbe esserci solo quando venisse sconfitta per la resistenza altrui, di padronati e governi, ma anche perché i sindacati europei si decidono a superare gelosie e esclusivismi nazionali delegando alla Confederazione europea, la CES, i poteri che solo a livello europeo, ormai potrebbero essere esercitati perché sono già stati sottratti al livello nazionale.

Oggi, in effetti, è a Francoforte che si fissano – indicativamente: ma con effetti reali quanto mai – i tassi di interesse e i rapporti tra euro ed altre valute; è a Bruxelles che si decidono le linee generali dell’ammontare delle imposte sul consumo come l’IVA (montante dal quale poi ogni paese può scostarsi in più o in meno ma al quale tutti fanno riferimento); l’ammontare delle cosiddette quote latte e delle quote di altro tipo— relative a produzioni contingentate tra i diversi paesi dell’UE; e, sempre a Bruxelles, si decide anche l’ammontare sempre medio ma realmente influente di alcune tariffe di servizi pubblici ufficiali…

… ed il tutto, in queste condizioni di assoluta vacanza negoziale a ogni livello, è affidato al benvolere dell’Unione europea e anche, certo, alla capacità del sindacato europeo – una segreteria esecutiva, senza poteri perché non glieli hanno mai delegati, non più – di fare pressione politica, non propriamente sindacale, sull’esecutivo europeo: di fare lobby, insomma, sulla Commissione, anzitutto, e il Consiglio dei ministri… 

[8] New York Times, 20.5.2008, Agenzia Associated Press (A.P.), Stocks Drop as Oil Tops $129 a BarrelCade la borsa col petrolio che arriva a $129 al barile.  

[9] The Economist, 3.5.2008.

[10] The Economist, 10.5.2008.

[11] Sono le previsioni, per Lehman Brothers, di Michael Waldron il loro stratega petrolio, come lo chiamano: Telegraph, 24.4.2008, A. Evans-Pritchard, Lehman warns that oil boom will deflate— Lehman Bros. avverte che il boom petrolifero si sgonfia (cfr. www.telegraph.co.uk/money/main.jhtml?xml=/money/2008/04/24/cnoil124.xml/).

[12] New York Times, 16.5.2008, S. G. Stolberg, Bush in Saudi Arabia to Make Oil Plea Bush in Arabia saudita per invocare più petrolio.

[13] Guardian, 16.5.2008, H. Siddik, Saudis reject Bush’s appeal to ease oil prices I sauditi respingono l’appello di Bush ad abbassare i prezzi; e New York Times, 17.5.2008, S. G. Stolberg e J. Mouawad, Saudis Rebuff Bush, Politely, on Pumping More Oil I sauditi respingono, cortesemente, Bush sulla richiesta di pompare più greggio.

[14] Guardian, 20.5.2008, P. Wintour, Brown calls for end to the power of OPEC— Brown chiede che sia messa fine allo strapotere dell’OPEC.

[15] The Economist, 24.5.2008.

[16] Money.News, 28.4.2008, If China Goes,  God knows… Se va giù la Cina, che Dio ci scampi… (cfr. http://money news.newsmax.com/money/archives/st/2008/4/28/120153.cfm/).

[17] The Economist, 10.5.2008.

[18] The Economist, 3.5.2008.

[19] The Economist, 3.5.2008.

[20] Wall Street Journal, 19.5.2008, J. Perry e M. Walker, Trichet Says 'Shocks' Aren't Over for Economy Trichet afferma che  gli  shocks  non  sono  finiti  per l’economia (cfr. http://online.wsj.com/article/SB121158625712519015html?mod= hpp_ us_whats_news/).

[21] Quelle ad esempio parecchie dedicate al tema, del Center for Economic and Policy Research (CEPR) di Washington, D.C. (cfr. www.cepr.net/index.php/publications/).

[22] S. Karlsson, Denmark’s overrated “Flexicurity” La flexicurezza sopravvalutata della Danimarca (cfr. http://stefan mikarlsson.blogspot.com/2006/05/denmarks-overrated-flexicurity.html/) [l’A., che illustra e documenta pregi e difetti del meccanismo, si descrive come un giovane economista di propensioni libero-mercatiste, e tende a demistificare programmaticamente  il cosiddetto “modello danese”. Ma, onestamente, riconosce che il costo – sociale, umano ed anche economico, in senso stretto: costi e ricavi, dare ed avere – di questi meccanismi “politici” è inferiore al costo e agli sprechi della condanna alla disoccupazione totale e/o all’estrema precarietà, in economie come quella francese e tanto più quella italiana, di intere coorti (così le chiamano in linguaggio tecnico) di disoccupati].

[23] The Economist, 3.5.2008.

[24] New York Times, 8.5.2008, C. Dougherty, European Bank Stays Course on Rates La Banca europea tiene tutto fermo sui tassi.

[25] The Economist, 10.5.2008.

[26] New York Times, 16.5.2008, C. Dougherty, Led by Germany, a Strong Quarter for Europe— Un trimester forte, per l’Europa, tirato dalla Germania.

[27] New York Times, 13.5.2008, C. Brothers, Another Delay for Airbus Passenger Jet Un altro ritardo per gli Airbus passeggeri.

[28] New York Times, 30.5.2008, C. Brothers, Airbus wins big A350 contract, but its parent still struggles— L’Airbus vince un grosso contratto per gli A350, ma la casa madre ancora fatica.

[29] The Economist, 17.5.2008.

[30] New York Times, 21.5.2008, Warning to Europe From Gazprom— Avviso all’Europa, da Gazprom.

[31] E’ la tesi cautamente esposta anche da parte di chi in genere, come il commentatore di esteri del Guardian cui ci rifacciamo per esporre il nocciolo del nostro ragionamento, D. Hearst, di regola scrive dalla prospettiva del “nostro buono, loro cattivo”: D. Hearst, 7.5.2008, Medvedev’s first steps— I primi passi di Medvedev.

[32] International Herald Tribune, 17.5.2008, (A.P.), Irish poll says public divided, confused by June 12 referendum on EU treaty— Un sondaggio in Irlanda sostiene che la cittadinanza è divisa, e confusa, dal referendum del 12 giugno sul trattato europeo.               

[33] The Independent, 7.5.2008, J. Lichfield, Hope fades over EU role for Blair Svanisce la speranza di un ruolo europeo per Blair.

[34] CNN.co.europe, 1.5.2008, Riot cops rout Turkish May Day protesters— In Turchia la polizia antisommossa disperde I manifestanti del 1° maggio (cfr. www.cnn.com/2008/world/europe/05/01/turkey.riots/index.html/).

[35] The Economist, 3.5.2008.

[36] Come informa l’Agenzia RIA-Novosti, 2.5.2008, la Georgia ha protestato citando il portavoce del ministero della Difesa: Georgia protests to Russian ambassador over Abkhazia troop buildup— La Geoprgia protesta con l’ambasciatore russo sull’aumento delle truppe in Abkazia (cfr. http://news.nabou.com/cgi-bin/newsframe/437892yks 4328903Dnabou2BInews421789994asgw3798etys6787/18A8047A97056E4D9B2CDA039BFF5E58backheadline

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285/).    

[37] The Economist, 31.5.2008.

[38] MoneyNews, 15.5.2008, J. Meyers, Top Economist: U.S. Avoids Recession, So Far— Un grande economista: gli USA sfuggono alla recessione, finora (cfr. http://moneynews.newsmax.com/money/archives/articles/2008/5/15/081247. cfm?s= al& promo_code=6268-1/).

[39] Non contateci troppo però, come certi ingenui reporter quando stanno a sentire come un oracolo l’autorevole presidente di una delle più grandi banche europee, la tedesca Deutsche Bank, lo svizzero osef Ackermann, che racconta come e quanto ormai “la stretta creditizia sia quasi finita”… considerando che lo stesso autorevole signore era stato preso del tutto di sorpresa quando era arrivata, mesi fa (cfr. Agenzia Reuters, 18.5.2008, Deutsche C.E.O. says end of credi crisis near Il presidente della Deutsche dice che la fine della crisi  creditizia è vicina (cfr. www.nytimes.com/reuters/business/ business-deutschebank.html/).

[40] L’analisi da cui sintetizziamo queste osservazioni, piuttosto cogenti, non viene da una fonte che questa Nota di regola  privilegia: si tratta del Lincoln Heritage Institute, fondazione chiaramente conservatrice, di stampo repubblicano ma tradizionale non neo-cons, in genere favorevole al privato che deve sempre dominare sul pubblico. Questa analisi è però interessante davvero e coglie un punto da sottolineare: la dimensione macro che la crisi alimentare avanzante pone a tutta l’economia globale e , proprio perché è stata a forza globalizzata (cfr. www.serve.com/Lincolnheritage2/articles/ address/2004toNow/economics/2008-05-Geopolitical_Diary-Economic_Fears_Allayed_But_Another_Crisis_ Loom s . htm/).

[41] Lo scrive, il 19.5.2008, Clif Droke che da Wall Street mette su Internet, quotidianamente, una sua influente Market Analysis, il Gold and Silver Report, sugli andamenti specifici dei mercati dell’oro e dell’argento (cfr. www.clifdroke. com/article/may2008/051908/051908.mgi/). Ma… ma fa riferimento, Clif Droke, a fonti originali (un sito australiano poco conosciuto, che fa a sua volta riferimento a uno dei – pochissimi, anche se innominati – parlamentari americani di origine australiana, che avrebbe violato il segreto) che sembrano, onestamente, una fonte origjnale assai poco affidabile… Ma tant’è! Sicuramente è intrigante.

[42] V. Nota subito precedente.

[43] The Economist, 3.5.2008.

[44] Financial Times, 13.5.2008, K. Guha, Fed looks at ways to fight asset bubbles La Fed cerca i modi per combattere le bolle speculative.

[45] MoneyNews, 16.5.2008, Volcker: Government Must ‘Intervene’ on Wall St. Volcker: il governo deve ‘intervenire’ a Wall St. (cfr. http://moneynews.newsmax.com/printTemplate.htlm/).

[46] MoneyNews, 16.5.2008, Buffett: Not Fed’s Job to Protect InvestorsBuffett: non è il compito della Fed proteggere gli investitori (cfr. http://moneynews.newsmax.com/printTemplate.htlm/). 

[47] New York Times, 28.5.2008, S. R. Weisman, With Bold Steps, Fed Chief Quiets Some Criticism— A forza di passi audaci, il capo della Fed acquieta diverse critiche.

[48] New York Times, 13.5.2008, (A.P.), Bernanke Says Turmoil in Markets Is Easing Bernanke afferma che diminuisce la turbolenza sui mercati.

[49] MoneyNews, 20.5.2008, Jamie Dimon: The Worst is Ahead for Banks Jamie Dimon: il peggio deve ancora venire, per le banche (cfr. http://moneynews.newsmax.com/printTemplate.htlm/).

[51] New York Times, 13.3.2008, (A.P.), Retail Sales Dip for Second Time in 2 MonthsLe vendite al dettaglioaffondano per la seconda volta in due mesi.

[52] PIMCO, Investment Outlook, 6.2008 (cfr. www.pimco.com/LeftNav/Featured+Market+Commentary/IO/2008/IO+ June+2008.htm/).

[53] EPINET, L. Bivens e J. Irons, EPI Briefing Paper #214, A Feeble Recovery – the fundamental economic weaknesses of the 2001-07 expansion— Una ripresa flebile – Le debolezze economiche di fondo dell’espansione 2001-07

[54] New York Times, 2.5.2008, M. M. Grynbaum, U.S. Shed Fewer Jobs Than Expected Gli USA perdono meno posti di lavoro del previsto; e Dipartimento del Lavoro, dichiarazione del BLS sulla situazione dell’occupazione, 2.5.2008 (cfr. www.blsd.gov/news.release/empsit/html/).

[55] Commento ai dati ufficiali del BLS, di cui alla Nota subito qui precedente, in Economic Policy Institute (EPI), 2.5.2008, J. Bernstein, Nation's payrolls decline again, and hours, wages, and incomes feel the squeeze—  Il numero delle buste paga va ancora giù; e quello delle ore lavorate, i salari e i redditi risentono della stretta (cfr.  www.epi.org/printer.cfm?id= 2971&content_type=1&nice_name=webfeatures_econindicators_jobspict_20080502/).    

[56] The Economist, 3.5.2008.

[57] New York Times, 10.5.2008, M. M. Grynbaum, Trade Deficit Narrowed in March, but Exports Fell Il deficit commerciale a marzo si restringe, ma cade l’export.

[58] New York Times, 3.5.2008, Reuters, Buffet Sees Europe Strong Against Dollar Buffett vede l’euro in rafforzamento rispetto al dollaro.

[59] Citazione da un’intervista al Financial Times (cfr. www.silobreaker.com/DocumentReader.aspx?Item=5_8515/)        

[60] New York Times, 11.5.2008, P. S., The Dollar: Shrinkable but (So Far) Unsinkable— Il dollaro: si restringe ma (per ora) resta inaffondabile.

[61] D. Baker, 10.5.2008, The United States Has NOT Been a "Remarkably Solid" Place to Put Money No, gli Stati Uniti non sono stati affatto un luogo “rimarchevolmente solido” per piazzarci i vostri soldi (commentava proprio l’articolo del NYT di cui alla nota precedente: in cfr. http://prospect.org/csnc/blogs/beat_the_press/).

[62] Los Angeles Times, 1.5.2008, Dockworkers take May Day off , idling all West Coast docks I portuali scìoperano il 1° maggio [perché? nel titolo, dimentica no di dirlo] bloccando tutti I porti della Costa occidentale.

[63] New York Times, 8.5.2008, edit., The White House Has Got Mail-Um, It Had Mail— C’è posta per la Casa Bianca—Um, c’era posta…

[64] San Francisco Chronicle, 23.5.2008, Z. Coile, Senate OKs $165 billion to fund wars into ‘09 Il Senato da l’OK a un rifinanziamento di $165 miliardi per le guerre fino a metà del 2009 (cfr. www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?f=/c/a/2008/05/22/ MNGF10R490.DTL/).  

[65] New York Times, 14.5.2008, Results: Democratic Delegate Count— Risultati: il conteggio dei delegati democratici.

[66] RealClearPolitics, 2008 Democratic Popular Vote (cfr. http://www.realclearpolitics.com/epolls/2008/president/ democratic_vote_count.html/). Dal totale dei voti escludendo, però, quelli acquisiti, illegittimamente ed illegalmente, nelle primarie fasulle del Michigan e della Florida, dove Clinton era sola a correre…

[67] Guardian, 5.5.2008, N. Mills, The testosterone primaries— Le primarie al testosterone.

[68] la Repubblica, 7.5.2008, p. 15.

[69] New York Times, 10.5.2008, B. Herbert, Seeds of Destruction— Semi di distruzione.

[70] New York Times, 12.5.2008, B. Knowlton, Edwards Raises Doubts About Clinton’s Chances— Edwards dice tutti i suoi dubbi sulle possibilità della Clinton.

[71] New York Times, 14.5.2008, Edwards to endorse Obama— Edwards sosterrà Obama.

[72] New York Times, 26.5.2008, J. Harwood, The White Working Class: Forgotten Voters No More— La classe operaia bianca: non più elettori dimenticati. La ricerca di cui questo titolo parla è il libro di R. Texeira, America’s Forgotten Majority: Why the White Working Class Still Matters— La maggioranza dimenticata dell’America: perché la classe operaia bianca conta ancora.

[73] New York Times, 29.5.2008, M. Mellman, Class Dismissed— [Questione di] classe? [questione] archiviata.

[74] Secondo l’immortale definizione di Samuel Johnson (1709-1784), famosissimo critico, saggista, lessicografo britannico-americano e famosissimo nemico di ogni ipocrita, specie di ogni ipocrita pubblico del suo tempo.

[75] Per un’analisi convincente, basata sui numeri, che arriva a queste conclusioni, ma senza poterle dare già per scontate, pur mettendo Obama già in condizioni di rafforzare l’appello ai superdelegati ancora non ufficialmente impegnati, con l’un candidato o con l’altra, a scegliere subito per consentire al partito di dar battaglia, subito appunto, al vero avversario, a McCain (una pressione che, in pratica, si traduce in ulteriori pressioni su Clinton perché “prenda atto”…): New York Times, 7,.5.2008, J. Zeleny, Obama Memo to Superdelegates Il pro-memoria di Obama ai superdelegati.

[76] New York Times, 8.5.2008, J. Rutenberg, Pundits Declare the Race Over— I pundit proclamano che la corsa è finita.

[77] Guardian, 26.5.2008, G. Younge, Clinton has run her campaign the same way Bush has run the country— Clinton ha condotto la sua campagna nello stesso modo in cui Bush ha condotto il paese. Spiega che lei, in questo senso, è come Bush: lui, “mentre crolla la media dei redditi, racconta agli americani che stanno meglio…; mentre si continua a torturare alla baia di Guantanamo – l’unica parte di Cuba che [occupandola militarmente, in base agli accordi di affitto imposti nel 1903 al governo cubano dopo la guerra tra Spagna e Stati Uniti] Bush poi controlla – lui chiede a Raul Castro di onorare i diritti umani”… Ecco, lei si muove, denuncia Younge, nello stesso mondo: sprezzando la verità, seminando paura e sfiducia e anche zizzania se non proprio odio tra i suoi sostenitori; qualsiasi cosa cioè, e qualsiasi colpo basso, pur di battere l’avversario interno… si vedrà poi per quello esterno, per McCain.

    Sulla questione, qui sollevata da Younge, della tortura e della violazione di fior di diritti umani negli Stati Uniti d’America, il Rapporto annuale di Amnesty International, appena pubblicato (New York Times, 29.5.2008, A. Cowell,  Human Rights Report Assails U.S. Il Rapporto [di A.I.] sui diritti umani attacca gli Stati Uniti; e A.I. Rapporto 2008, Lo stato dei diritti umani nel mondo (cfr. http://thereport.amne sty.org/eng/Homepage/) che si concentra quest’anno su Cina, Russia e Stati Uniti.

    Per dirla con il NYT , attacca “la leadership morale degli USA, asserendo che, essendo loro lo ‘Stato più potente del mondo’ [nei fatti] stabiliscono loro gli standard globali per il comportamento degli altri governi’”. Solo che, afferma sempre Amnesty, “negli anni recenti gli Stati Uniti si sono assolutamente distinti per lo sprezzo ostentato del diritto internazionale”.

[78] Lo segnala sul New York Times, 26.5.2008, P. Krugman, Divided They Stand Divisi stanno insieme.

[79] Guardian, 9.5.2008, S. Goldenberg e E. MacAskill, Obama makes clearest hint that Clinton could be running mate— Obama accenna nel modo finora più chiaro che Clinton potrebbe ‘correre’ con lui.

[80] New York Times, 8.5.2008, B. Caplan, The 18-Cent Solution— La soluzione da 18 centesimi di dollaro.

[81] New York Times, 8.5.2008, (A.P.), Senate Democrats Seeking a Special Tax on Oil Profits— Alcuni senatori democratici propongono una tassa speciale sui profitti petroliferi.

[82] Guardian, 9.5.2008, R. Aregood, The view from my pew— La veduta dal mio inginocchiatoio. Racconta di come, stramiliardario lui stesso, texano, amico stretto di Bush, il rev. Hagee sia convinto che i guai del mondo nascono dalla grande meretrice (Roma, naturalmente, la Chiesa cattolica romana— il cui capodiavolo, purtroppo, Bush cedendo a un impulso demoniaco ha ricevuto un mese fa addirittura alla Casa Bianca), convinto che la guerra tra Stati Uniti ed Iran sia inevitabile perché, 2., come predica la sua Unione dei cristiani per Israele, è prevista già dalla Bibbia, nel Libro di Esther, costituendo il passaggio finale necessario dell’umanità nella lotta tra il bene (gli USA) e il male (l’Islam, la Persia), poi, 3., alla conversione susseguente dello Stato ebraico, e necessariamente solo ebraico, di Israele, al cristianesimo, quello di stampo evangelico-fondamentalista; che, sempre secondo la lettura evangelico-fondamentalista  della Bibbia è indispensabile, prima, 4., subito prima della fine del mondo: del Giudizio universale e del ritorno del Messia sulla terra.

   Per un ulteriore approfondimento delle idee del rev. Hagee, balzane anzicheno ma non più di quelle del presidente, ex alcolizzato che, conversando col Padreterno ne riceveva l’ordine diretto dell’invasione dell’Iraq (cfr. The American Prospect, 21.5.2008, S. Poster, Pastor Strangelove— Il pastor Stranamore).

   Infine, va anche annotato che il 22 maggio McCain ha lasciato cadere la sponsorizzazione di Agee: dopo l’emersione di alcune altre deliranti uscite del “reverendo” sullo scontro finale che, dopo la vittoria di Israele convertito al cristianesimo evangelico, vedrà il Giudizio Universale— una logica secondo cui, esplicitamente, lo scontro finale con l’Islam, la guerra totale nucleare, Armageddon sono da accelerare al massimo.  

[83] New York Times, 21.5.2008, A. Nagourney e J. Zeleny, Obama Declares Nomination is ‘Within Reach’ Obama dichiara che la nomination è ormai ‘a portata di mano’.

[84] New York Times, 23.5.2008, K. Q. Seelye, Clinton, Discussing Nomination Battle, Invokes R.F.K. Assassination—  Clinton, mentre discute della battaglia per la nomination, evoca l’assassinio di R.F.K.; Argus Leader (Sioux Falls, Sud Dakota), 23.5.2008, Clinton apologizes for Bobby Kennedy remark Clinton si scusa per la sua osservazione su Bob Kennedy [ma anche queste scuse, viene subito notato, sono un po’ curiose: infatti, avendo prima detto che gli americani bianchi della classe operaia non lo voteranno perché è nero e che, forse, qualcuno potrebbe anche ammazzarlo per lo stesso motivo, fa anche peggio: si scusa coi Kennedy… e molto meno chiaramente con Obama: forse perché in fondo è vero, essendo questo paese il paese che è, è meglio restare in corsa perché, dopotutto, lui lo possono anche assassinare, no? può succedere di tutto, qui, no?] (cfr. www.argusleader. com/apps/pbcs.dll/article?aid=/20080523/updates/80523037/).

[85] la Repubblica, 14.5.2008, A. Flores d’Arcais, Hillary, il trionfo più amaro; Obama è ormai irraggiungibile.

[86] The Economist, 10.5.2008; e New York Times, 14.5.2008, A. Nossiter, Democrat Wins House Seat in Mississippi— I democratici vincono un seggio congressuale nel Mississippi.

[87] New York Times, 28.5.2008, K. Q. Seelye, Democrats Advised to Seat Half of Disputed Delegates I democratici consigliati di accreditare metà dei delegati disputati.

[88] New York Times, 15.5.2008, E Bumiller, Mccain Sees Troops Coming Home by 2013 McCain pensa che le truppe torneranno a casa entro il 2013.

[89] New York Times, 16.5.2008, edit., See How They Run— Guardiamo come stanno correndo [per la presidenza].

[90] Sul Joint Force Quarterly, trimestrale ufficiale delle Forze armate ampiamente distribuito tra gli ufficiali (cfr. www.ndu.edu/inss/Press/jfq_pages/i49.htm/), di cui riferisce New York Times, 26.5.2008, T. Shanker, Military Chief Warns Troops About Politics— Il capo dei militari ammonisce le truppe sul far politica.

[91] New York Times, 31.5.2008, R. A. Oppel jr. e S. Farrell, Growing Opposition to Iraq Security pact— Sale l’opposizione al piano di sicurezza in Iraq.

[92] CNN.com/asia, 30.4.2008, [State Department] Report: Taliban strengthens in Afghanistan— [Secondo il Dipartimento di Stato] i talebani si rafforzano in Afganistan (cfr. http://edition.cnn.com/2008/WORLD/asiapcf/ 05/01/terrorism.afghani stan/); e per il testo integrale del capitolo Afganistan come di tutto il Rapporto (cfr. www.state.gov/s/ct/rls/crt/2007/10 3709.htm/).

[93] A.D. Miller, The Much Too Promised Land— La Terra troppo promessa, 2008, ediz. Bantam/Dell.

[94] La Stampa, 26.5.2008, Afghanistan, Frattini: "Nostre truppe pronte a spostarsi nelle zone calde".

[95] New York Times, 14.5.2008, T. L. Friedman, The New Cold War.

[96] New York Times, 19.5.2008, M. E. Bertocchi, U.S. vs. Iran: is a cold war inevitable? USA contro Iran: ma una guerra fredda è inevitabile?

[97] In Nota95.

[98] IAEA, 21.5.2008, Director General participates at World Economic Forum for Middle East Il Direttore-generale prende parte al Forum economico mondiale per il Medio Oriente (cfr. www.iaea.org/NewsCenter/News/2008/wef_ middle east.html/); e Global Research, 29.5.2008, M. Shahabi, Intent on Striking Iran Con l’intenzione di colpire l’Iran (cfr. www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=9124/).

[100] The Economist, 31.5.2008.

[101] Guardian, 12.5.2008, D. Walsh, Ministers quit Pakistan cabinet— Diversi ministri abbandonano il governo pachistano; e New York Times, 13.5.2008, J. Perlez, Partner Leaves Pakistan’s Cabinet Il partner di governo lascia il gabinetto.

[102] Guardian, 21.5.2008, D. Walsh, Pakistan signs deal with Taliban militants Il Pakistan firma l’accordo con le milizie talebane.

[103] Lebanese Forces Official Website Sito ufficiale delle forze armate libanesi, 15.5.2008, Israel says Hezbollah could have seized power in Lebanon— Israele dice che in Libano Hezbollah avrebbe potuto prendersi il potere (cfr. www.lebanese-forces.org/regional/Israel-says-Hezbollah-could-have-seized-power-in-Lebanon1001936.shtml/); e Internaitonal Crisis Group, Middle East Briefing #23, 15.5.2008, Lebanon: Hizbollah’s Weapons Turn Inward Libano: le armi degli Hezbollah si volgono all’interno (cfr.

[104] Guardian, 21.5.2008, I. Black, Hizbullah deal ends Lebanon deadlock— L’accordo con Hezbollah mette fine allo stallo in Libano; e International Crisis Group, Middle East briefing #23, 15.5.2008, Lebanon: Hizbollah’s Weapons Turn Inward— Libano: le armi degli Hezbollah si rivolgono all’interno (cfr. www.crisisgroup.org/home/index/cfm?id=5442&1=1/).; e New York Times, 22.5.2008, R. F. Worth e N. Bakri, Deal for Lebanese Factions Leaves Hezbollah Stronger L’accordo tra le fazioni libanesi [di questo realmente si tratta: non di “governo” ed “opposizione” in senso convenzionale…] rende più forte Hezbollah.  

[105] il Giornale, 25.5.2008, Suleiman eletto presidente (cfr. www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=264226/).

[106] BloggingBeirut.com, 23.5.2008, testo integrale in traduzione inglese dall’arabo dell’Accordo (cfr.  www.blogging bei rut.com/archives/1359-Full-Text-of-Doha-Agreement.html/).

[107] V. Nota105 qui sopra. 

[108] New York Times, 26.5.2008, R. F. Worth, Lebanon Elects President to Ease Divide Il Libano elegge il presidente per smorzare la disgregazione.

[109] Testo integrale della Dichiarazione finale della conferenza, letto dal predecessore di Frattini, Massimo D’Alema, 26.7.2006 (cfr. www.esteri.it/ita/0_1_01.asp?id=1587/).   

[110] la Repubblica, 26.5.208, A. Stabile, Libano, Suleiman apre alla Siria.

[111] New York Times, 22.5.2008, H. Cooper, Advice From White House Is Not Always FollowedNon sempre i consigli della Casa Bianca vengono seguiti [neanche da Israele…].

[112] New York Times, 22.5.2008, E. Bronner, Israel and Syria Say They Are Holding Peace Talks in Turkey Israele e Siria annunciano di tenere colloqui di pace in Turchia.

[113] Guardian, 26.5.2008, J. Steele e J. Freedland, Carter urges 'supine' Europe to break with US over Gaza blockade— Carter spinge un’Europa ‘supina’ a rompere con  gli USA sul blocco di Gaza.

[114] Today’s Zaman, 27.5.2008, SPD ignores threats, taps president candidate L’SPD ignora le minacce e indica la sua candidata alla presidenza (cfr. www.todayszaman.com/tz-web/detaylar.do?load=detay&link=143085/).

[115] Guardian, 11.5.2008, A. Rawnsley, Gordon Brown’s reputation has collapsed on evry front— La reputazione di Gordon Brown è crollata, su ogni fronte.

[116] Guardian, 2.5.2008, D. Summers, P. Wintour e A. Sparrow, Brown admits fall to third place amounts to ‘bad night’ for Labour Brown ammette che la caduta al terzo posto ammonta ad una gran “brutta nottata” del Labour.

[117] la Repubblica,  1.5.2008, T. Boeri, La sinistra e il mestiere del sindacato [nel primo caso dovrebbe dimostrare di essere più di destra, sui valori anzitutto; nel secondo, il meglio sarebbe emarginarli, farli contare sempre di meno: è una semplificazione, ma è anche una realtà…].

[118] PoliticsHome.com, 8.5.2008 (cfr. www.politicshome.com/#/).

[119] The Economist, 10.5.2008.