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Le elezioni americane

i meccanismi, le idiosincrasie, i sondaggi,

le issues: cioè le questioni nel merito

 

di Angelo Gennari

 

[questo articolo verrà pubblicato ad horas, come si dice, sul sito di E&L (www.eguaglianzaeliberta.it) al momento in aggiornamento]

 

Non è vero che non succede niente se viene eletto l’uno al posto dell’altro. Questa è la vecchia illusione che, nel 2000, portò al terzo incomodo, Ralph Nader, i 2.882.000 voti che, sottratti ad Al Gore, resero cruciali i voti elettorali della Florida, permettendo l’imbroglio legale che, poi, giocato proprio sui cosiddetti voti elettorali della Florida stessa consentì, in ultima istanza, alla Corte Suprema, alla maggioranza di repubblicani che formavano la Corte Suprema, di dare la vittoria per 5 a 4 a Bush il piccolo. Quando, comunque, Gore rispetto a Bush aveva preso 800.000 voti di più.

Il ragionamento, scolpito in sentenza dall’estensore di maggioranza, il giudice Antonin Scalia, è lì a ricordare per sempre l’ignominia tutta e solo politica del momento: motivando, il 12 dicembre 2000, la scelta per la tesi di Bush (fermiamo il ri-conteggio delle schede) perché compito della Corte suprema è quello di assicurare la “pubblica accettazione” della presidenza Bush che al momento è avanti senza che un ri-conteggio, dimostrando magari una possibile vittoria di Gore, possa “delegittimarla”, minando così la “stabilità democraticadella “sua” presidenza: da dichiarare dunque acquisita in nome del supremo interesse dello Stato. Così come ovviamente da lui, Scalia Antonin, concepito…

Guardate da voi, è testuale (cfr. http://frwebgate.access.gpo.gov/supremecourt/00-949/: oppure, www.supremecourtus.gov/opinions/00pdf/00-949.pdf): niente a che fare con la giustizia, con la precisione del conteggio, ma tutto e solo con la politica politicante di Scalia, repubblicano e reazionario dichiarato. Non è difficile capire, con simili perdite di credibilità (perché non è l’unica), come mai “L’influenza globale della Corte suprema americana” – sulla giurisprudenza delle altre Corti costituzionali del mondo – “sta tramontando” (New York Times, 18.9.2008, Supreme Court’s Global Influence Is Waning).

Quindi, la prima premessa è che conta, e come!, un voto in più od uno in meno. Se ne sono viste le conseguenze negli otto anni di bushismo che hanno afflitto l’America e il mondo. Non funziona sempre, certo, a favore dei repubblicani. E, in effetti, i repubblicani – a dimostrazione dell’assunto per cui questo paese è per natura, cultura, storia, un paese naturaliter di centro-destra – hanno vinto sette delle ultime dieci elezioni presidenziali.

Delle altre tre (Carter e, due volte, Clinton) solo la prima, in reazione alle malefatte di Nixon, vide i democratici vincitori nel voto popolare. In realtà, anche se non lo ricorda nessuno, Bill Clinton è andato due volte alla Casa Bianca solo grazie a Ross Perot, il candidato miliardario del terzo partito che, come Nader da sinistra nel 2000, tirò via da destra un 12% (nel ‘92) ed un 26% (nel ‘96) di voti che sarebbero andati altrimenti al partito repubblicano.

Si capisce che Nader ci riprovi anche stavolta, ma stavolta sembra che molti più americani di allora, da sinistra per così dire, abbiano capito l’antifona e dopo quasi tremila giorni di Bush non sembrano disposti a scommettere né per un ipotetico +1 né per il tanto peggio tanto peggio…

La seconda premessa, essenziale da ricordare, è che però qui non si vota come nel resto del mondo sommando a scala nazionale i voti dell’uno e quelli dell’altro e vince chi ne ha di più: magari con aggiustamenti, più o meno discutibili sul piano politico, e anche morale a volte se volete, dovuti agli specifici regimi elettorali (proporzionale, il primo piglia tutto, maggioritario, misto) adottati.

No, qui, ogni Stato anche nelle elezioni federali, quelle che valgono per tutti gli Stati Uniti – quelle del presidente, le uniche: le altre eleggono al Congresso federale, Camera e Senato, i rappresentanti di ogni singolo Stato – vota per sé, con sistemi e procedure sue, senza una legislazione nazionale che regoli l’elezione.

51 Stati, insomma, 51 sistemi: voti da tracciare a matita su scheda, voti elettronici, voti con macchine a schede perforate come quelle ormai obsolete dappertutto ma qui ancora usate in diversi Stati, voti che una volta espressi si possono verificare perché lasciano una traccia segnata a matita sulla scheda o una perforazione, spesso imperfetta e quindi dubbia però, e voti che non si possono proprio verificare perché ingoiati per sempre dal computer…

E chi in uno Stato vince per un voto di maggioranza – contato così, poi – vince tutto il cucuzzaro dei voti elettorali di quello Stato. Che sono, in teoria, proporzionali al numero dei cittadini di quello Stato. Ma solo in teoria perché ogni governo e ogni maggioranza di legislatura statale ridisegnano, poi, le circoscrizioni elettorali come pare loro, definendone i confini in modo da favorire la propria parte.

E i repubblicani, dal dopo Kennedy in poi almeno, di questa specifica tecnica sono i maestri. Si chiama “gerrymandering”, intraducibile se non con un ragionamento che si rifà alla sua origine doppia: viene, infatti, da Elbridge Gerry che, da governatore dello Stato del Massachusetts, quasi due secoli fa, ridisegnò per la prima volta secondo convenienza politica i confini delle circoscrizioni elettorali per far emergere il risultato, per quanto possibile, da lui desiderato; e da “salamander”— salamandra, camaleonte, la lucertola che cambia pelle per meglio adattarsi.   

Per questi motivi forse – e speriamo che non sbaglino – quelli di Obama non sembrano troppo impressionati dal recupero forte che a metà settembre stanno avendo nei sondaggi i repubblicani. Perché ormai non vivono più nel mondo del voto popolare ma in quello del Collegio elettorale dove si svolge davvero la corsa alla presidenza, sì e no un terzo del paese.

I sondaggi elettorali a scala dell’intero paese sembrano, in effetti, una curiosa e intrigante reliquia del tempo che fu come sarebbe, ad esempio, calcolare la ricchezza di qualcuno in base alle pelli di caribù o d’orso che uno possiede. Quelli che contano, qui, sono i voti degli indecisi nel Minnesota e nell’Ohio, quello che conta è concentrare soldi e tempo e spot elettorali (a favore delle proprie idee e, soprattutto, contro quelle dell’avversario) non tanto in California (55 voti elettorali) o a New York (31), quando ne servono 270 per vincere, ma in posti come il Colorado, il Michigan e la Florida che di voti ne hanno molti di meno ma, in una corsa ravvicinata, deciderebbero loro...

Il dunque è che sì, potrebbe ancora capitare: i democratici potrebbero perdere anche questa elezione che tutto dice dovrebbero vincere. C’è anche un altro fatto di cui va tenuto conto e di cui, infatti, da una parte e dall’altra, senza mai confessarlo perché non è “politically correct”, tengono ben conto. A tutti i livelli in America – e dunque presumibilmente anche a questo: pure se è la prima volta che capita – i candidati afro-americani vanno sempre meglio nei sondaggi che nel voto, a causa della tendenza di tanti (bianchi, soprattutto, ma non solamente) a dire che li votano e, poi, nell’urna a non farlo…

La conclusione essendo che in realtà, nei sondaggi, un po’ più che a inizio settembre  Obama è di nuovo, ma assai leggermente, in avanti (Obama, 50,3% di probabilità di vittoria; McCain, 48,5), tanto leggermente da lasciare tutto davvero in bilico. Questo è quanto dice il “contatore” dell’Election Projection.net, al 6.9.2008 (cfr. http://election-projection.net/). Un altro sondaggio di qualche giorno dopo, e di qualche più analitico rilievo. della National Freedom of Information Coalition (cfr. Anchorage Daily News) evidenzia questo quadro

 

 

Elezioni 2008

Obama

McCain

Dato nazionale

47.1%

45.2%

Gli Stati in bilico

Obama

McCain

Florida

44.4

48.9

Ohio

45.1

46.6

Michigan

47.3

45.0

Virginia

45.4

47.7

Minnesota

47.0

45.7

Colorado

47.3

44.8

Iowa

50.7

41.7

Nevada

44.6

45.6

New Mexico

46.8

45.5

New Hampshire

48.0

44.7

      

Poi, c’è il caos che, a prescindere da ogni considerazione di merito, la scelta di Sarah Palin come numero due da parte di McCain ha seminato nel campo democratico. Se la attaccano troppo duramente, anche se magari scrupolosamente nel merito delle cavolate che su di sé lascia dire e dice – e sono miriade – il tritacarne repubblicano che – da Nixon in poi – lavora sempre nella stessa efficiente maniera – diffondendo bugie, sospetti, ricatti sulla persona del candidato avversario – li bollerà come sessisti, snob, intellettuali – che, sia chiaro, qui suona come un insulto – capaci solo di trattare con sufficienza le idee diverse di un’americana di una piccola città provincia.

Se non fanno niente, la novità che in se stessa c’è della candidatura Palin rischia di offuscare la novità Obama e rendere stantio il suo messaggio… Il risultato è che una politicante di provincia reazionaria che anche osservatori conservatori chiamano una “cristianista retrò” – una che cerca solo di politicizzare il cristianesimo (il suo cristianesimo, si capisce: il fondamentalismo pentacostalista-evangelico) proprio come gli islamisti politicizzano l’islam, potrebbe trovarsi a un battito di cuore, come si dice, dalla presidenza degli Stati Uniti d’America.

Tant’è, questa è l’America, amici miei. Se perde Obama perde l’America e perde – a larga maggioranza dei pareri – il mondo. Ma anche il solo fatto che Obama è il candidato del mondo, quello in cui più o meno sperano quasi tutti negli altri paesi del mondo, qui lo danneggia. I duecentomila che lo hanno salutato con tanto entusiasmo alla Porta di Brandeburgo a Berlino, in realtà hanno dato una bella botta ai suoi sondaggi in America. Se gli vogliono bene tanti stranieri, vuol dire che non è poi un granché come patriota americano, no? ma qualcuno ci pensa, in questo paese, a cosa vuol dire se essere stimati nel mondo porta quasi automaticamente a perdere punti e favori in America?

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Le politiche, adesso, in sintesi comparativa tanto secca da essere largamente incompleta non parliamo, qui, di politiche dell’istruzione, dell’immigrazione, dell’ambiente e del cambiamento climatico, delle proposte su aborto, uguaglianza dei diritti, ecc., ecc.). Ma, visto che nel merito di quelle che qui esaminiamo comunque non ne ha parlato praticamente nessuno, speriamo sia utile. O, almeno, sufficiente.

Barack Obama, senatore dell’Illinois, candidato del “cambiamento” e che le cose, anche se magari non tutte e non proprio quelle che uno vorrebbe vedergli cambiare, le cambierebbe. Se eletto, sarebbe il primo presidente di colore.

John McCain, senatore dell’Arizona, veterano e prigioniero di guerra, ribattezzatosi anche lui candidato del cambiamento, ma uno che per il 90% dei voti dati in Senato s’è schierato per otto anni dietro a Bush. Se eletto, sarebbe il candidato più vecchio ad arrivare alla Casa Bianca.

ECONOMIA

E’ da tempo, ma ormai in modo acuto, diventata una delle preoccupazioni maggiori, quella forse decisiva, più forte oggi dell’apprensione per l’Iraq. Specie dopo i collassi di Wall Street di grandi istituti finanziari, creditizi e assicurativi nazionali e globali. Un anno fa, quando partì la campagna elettorale, dal punto di vista di molti fondamentali, l’economia andava. Ma un anno fa scoppiava il problema dei “subprime” non onorati a catena che s’è trascinato dietro, poi, tutto il resto fino al colmo della nazionalizzazione (nell’economia di cosiddetto libero mercato maggiore del mondo) della Lehman Brothers, uno dei più grandi se n on il più grande gruppo bancario del mondo (dal suo sito: “una banca di investimenti globale che serve i bisogni finanziari di imprese, istituzioni, governi e grandi reti di investimento a livello multinazionale e globale”).

Una crisi che, in un modo o nell’altro sentono e soffrono moltissimi americani: per i debiti accumulati e sempre meno redimibili, i posti di lavoro persi o precarizzati, i redditi che per l’80% degli americani sono rimasti fermi al potere d’acquisto del 2001, gli sfratti per chi non può più pagare rate del mutuo o affitto e finisce, a milioni, col dormire in macchina, il rallentamento dei ritmi di crescita qui considerati abituali (terzo trimestre 2007, PIL sul + 4% annuo; quarto trimestre del 2007, +0,6 e recessione incombente, comunque ritenuta largamente incombente). La banca centrale, la Fed, ha cercato di contrastare questo trend abbattendo il tasso di interesse per sei volte dal settembre 2007.

La critica di fondo dei democratici è che la gente normale non ha condiviso i frutti della crescita  e che i tagli di tasse voluti in modo sproporzionatamente regressivo dall’Amministrazione repubblicana hanno concentrato solo sui ricchi – come dicono qui, senza giri di parole, “the rich” – ogni vantaggio (l’1% della popolazione ha aumentato i suoi redditi più di quanto abbia potuto fare insieme il 50% dei redditi più bassi— grazie al taglio di tasse, alle bolle speculative prima di borsa e poi edilizia, finché sono durate, all’enormità dei premi di produttività e di rendimento incassati anche se e quando magari si stavamo portando i libri in tribunale...

I repubblicani sostengono che vale sempre la teoria friedmanian-reaganiana del “trickle down”, delle gocce di olio che, sgocciolando giù dalla tavola di Epulone in mano ai poveri che stanno di sotto e che, alla fine, arricchirebbero tutti, cioè alla fine anche loro. Per cui, in buona sostanza, i repubblicani, e anche McCain che pure all’inizio era stato critico, propongono di estendere i tagli alle tasse di Bush che altrimenti scadrebbero nel 2010.

Né l’uno né l’altro partito, a dire il vero, sembrano voler affrontare di petto i problemi di un bilancio che è largamente squilibrato, non tanto su debito e deficit pubblico ancora, quanto su debito estero e  dipendenza ormai schiacciante degli USA da paesi non sempre e necessariamente amici come Cina, Arabia saudita, Russia ed Europa per colmare lo scarto tra quel che producono e quel che consumano, largamente a credito, gli americani: in un’economia dove il 75% del PIL è fatto di consumi. 

Le proposte sull’ECONOMIA

 

J. McC. = Taglierebbe le tasse sulle famiglie del ceto medio-alto;  manterrebbe tutti i tagli alle tasse fatti da Bush ma riducendo la spesa pubblica; intende riformare sicurezza sociale e sanità; sul mercato e Wall Street, tutti i guai vengono dall’avidità di pochi che mette a repentaglio gli interessi di tutti: è necessario il pentimento e, poi, una riduzione virtuosa dell’ingordigia eccessiva. E’ nei guai, però. Ancora il giorno dopo la nazionalizzazione di Lehman Brothers e la svendita forzata di Merrill Lynch, se ne andava in giro per comizi e talk-shows raccontando – mentre in questo 11 settembre crollavano addosso a milioni di risparmiatori e contribuenti le macerie dei grattacieli spocchiosi del capitalismo finanziario – il mantra che “i fondamentali dell’economia americana sono sempre solidi”…

 

B.O. = Userebbe aiuti fiscali  mirati per aiutare le famiglie delle classi medie (qui classe media chiamano, all’ingrosso, chi da noi chiamiamo lavoratori dipendenti) a fare i conti con costi crescenti e paghe stagnanti; taglierebbe i tagli alle tasse voluti da Bush per aliquote e redditi alti; vuole riformare la sanità e rivisitare e rinegoziare i trattati di libero scambio; siccome il problema all’origine dei guai di Wall Street è la quasi totale deregolamentazione dei mercati, vuole restaurarne una regolamentazione seria e efficace: per lui il problema è strutturale, non di avidità eccessiva e buona volontà carente.

 

    

SANITÁ

Il problema è il costo del sistema e del non accesso al sistema dei 46-47 milioni di americani che ne sono tagliati fuori:  in genere bambini, giovani, chi lavora da sé e non ha un datore di lavoro, gli immigrati, classe medio-bassa come la chiamano qui. Per chi è poverissimo, non ha redditi o più di 65 anni c’è un programma pubblico che ne consente l’accesso agli ospedali: ma limitato solo al trattamento di pronto soccorso. E’ il ceto medio-basso, la middle class, non ha la copertura sanitaria minima garantita che consenta di non andare in rovina se uno dei componenti della famiglia deve ricoverarsi e curarsi per una malattia appena seria, perdendo spesso la casa di cui non si può più permettere di pagare affitto o mutuo per pagare, sull’unghia e in contanti, le spese di malattia. Non è legenda metropolitana che la prima domanda, quando entri in una delle famose ER d’America, è se hai l’assicurazione o, se no, come paghi…

Gli americani stano diventano impazienti e critici di questo loro sistema sanitario. E’, in assoluto, il più caro del mondo, non copre neanche le esigenze di decine di milioni di cittadini né garantisce durata e qualità della vita migliore che in moltissimi altri paesi, anche molto più poveri (irrita gli americani non poco che Cuba, e tutti lo sanno, da questo punto di vista – aspettative di vita e universalità delle cure – e anche in alcuni settori sulla qualità – l’oculistica – stia assai meglio di loro). Garantisce però, in generale, le cure specialistiche più avanzate ed avveniristiche probabilmente del mondo, coi medici, le medicine e le cure  probabilmente più costosi sulla faccia del pianeta. A costosissimo pagamento.

Fino alla recente crisi economica era sistematicamente la preoccupazione numero uno, questa, che gli elettori elencavano nei sondaggi. Ma sul come risolverla (vedi sotto le proposte) gli americani sono divisi. Anche i democratici (proprio Obama) in genere più favorevoli ad un intervento pubblico, esitano in questo campo a proporre misure che l’americano medio considera radicali, se non, Dio ne scampi e ne liberi, “socialistiche”. Quelle che, come nel 1994, spinte dalla Clinton in persona, contribuirono (la copertura universale obbligatoria) alle grosse perdite del partito nelle elezioni congressuali.

Resta il problema, per tutti, del come frenare i costi fantastiliardici del sistema attuale (e di quello universalizzato che, comunque, costerebbe anche di più). Per 30 anni, il costo è aumentato a tasso doppio rispetto a quello dell’economia e il risultato è che gli Stati Uniti spendono per la sanità 2.000  miliardi di dollari oggi, il 15% del PIL, tra spesa pubblica (programmi per i poverissimi e per gli anziani) e spesa privata (quasi tutta a carico delle imprese, col 13% soltanto pagata dalle persone): metà e metà, grosso modo. E, in totale, il doppio della spesa media europea, pubblica e anche privata, e con risultati, come s’è visto, niente affatto migliori, con costi amministrativi che si divorano dal 15 al 20% della spesa totale.

La tendenza che, in particolare, va seminando apprensione e rabbia tra la gente normale è che le imprese stanno tentando sistematicamente da diversi anni di scaricare la grossa fetta di spesa sanitaria di cui contrattualmente, almeno le grandi imprese, si facevano carico sulle spalle dei singoli lavoratori: depurando unilateralmente i contratti delle clausole rilevanti, cambiando semrpe unilateralmente la percentuale di premio assicurativo sanitario caricandola maggiormente sui lavoratori, cancellando i contratti semplicemente o smettendo di pagare quanto loro spetta.  

 

Le proposte sulla SANITÁ

 

J. McC. = Non è a favore di alcuna universalizzazione della copertura sanitaria né a sussidi a chi non ce la fa ma ad incentivi fiscali che incoraggino gli americani che non ce la fanno a comprarsi un’assicurazione sanitaria personale e familiare, senza allargare così la copertura pubblica tipo welfare (come diritto di cittadinanza e non graziosa concessione caritatevole). Nel corso della campagna, dopo averla osteggiata in nome del dovere americanissimo di ciascuno a provvedere per sé ai propri bisogni – ma avendo scoperto che Obama invece la favoriva – è diventato, però, anche lui disponibile ad una copertura pubblica delle spese mediche a favore dei reduci di guerra.

   I “veterani”, che costituiscono una forte lobby e che, in nome della sua vecchia militanza, spesso lo voterebbero. Ma che non gli perdonavano il suo no, qualche volta anche rimproverandogli l’essere esso dovuto solo al fatto che lui è, personalmente e via la signora McCain, straricco.

 

B. O. = E’ a favore di una copertura generale delle spese sanitarie tipo welfare. Ma anche reticente a renderla obbligatoria per legge (eccetto che per i bambini), puntando invece a sussidi più che individuali ai singoli Stati o ai datori di lavoro disposti a provvederla. Al contrario, su questo punto, di quanto sostengono la Clinton, i sindacati e molti altri democratici che favoriscono l’obbligo di una copertura per legge e per tutti a carico di una spesa pubblica sanitaria resa più efficiente e meno generosa (con parcelle mediche, costo delle medicine e delle cure) e messa, anche così, in grado di aiutare con fondi pubblici quanti (individui o piccole imprese) altrimenti non ce la fanno a pagarla.

   Il tutto affidato a meccanismi di responsabilità individuali che affidano a ogni cittadino l’obbligo di assicurarsi, come devono fare anche quelli che si vedono magari pagata l’assicurazione auto dall’azienda in cui lavorano ma sono tenuti individualmente, comunque, ad assicurarsi.

 

LAVORO

Il tema è il ristagno totale, e per molti il declino, da quasi un decennio del potere d’acquisto dei lavoratori – la classe media, ricordate, li chiamano qui – a fronte del rincaro dei prezzi e, con esso e prima di esso, del declino del potere del “lavoro organizzato”, del sindacato. Certo, e lo sappiano in Italia, avere un sindacato più “forte”, nei numeri e legislativamente come da noi (grosso modo, il 30% del lavoro dipendente contro forse il 10; e una libertà sindacale protetta attivamente anche se sotto continuo attacco, da noi, mentre da loro, mai attivamente garantita – il meno che si può dire – dalla legge e dalla cultura dominante) non garantisce un sindacato sempre efficiente e capace di incidere.

C’è anche la dimensione occupazione che comincia a farsi sentire pesante (ufficialmente, ormai, sopra il 6%). Anche contata come la contano qui, sottovalutandola sistematicamente molto più di quanto facciano gli altri modelli statistici – per cui al dato ufficiale va sempre aggiunto almeno un altro 2 o, forse, 3% reale – e scontando ovviamente il lavoro precario che cresce, ormai anche per i media comincia a farsi un problema.

Il nodo, emblematicamente ma non solo, è diventato però oggi una legge già approvata alla Camera e bloccata al Senato dall’irriducibile ostilità, di principio e di basso interesse filo padronale, dei repubblicani, oltre che dalla minaccia se mai passasse del presidente: che però il 21 gennaio va a casa…

La tesi padronale e repubblicana è che, se la legge passasse, i lavoratori perderebbero il diritto di decidere con voto segreto se vogliono aderire a un’organizzazione sindacale e, se sì, a quale. Il problema è che oggi, però, questo diritto in America, i lavoratori, non lo hanno proprio. La legge attualmente in vigore, e che ora si vorrebbe cambiare, prevede, infatti, che lo svolgimento di un voto segreto sulla volontà dei lavoratori non è un loro diritto ma un diritto dei loro padroni. La legge in questione rovescerebbe, questo è il punto, la titolarità del diritto che passerebbe ai lavoratori e sfuggirebbe ai datori di lavoro. E che, se fosse chiesta da una maggioranza di dipendenti, non prevederebbe più poi neanche la necessità del voto segreto di ulteriore conferma.

Del resto, è diventato sempre più chiaro che una delle questioni cruciali su cui si pronunceranno in qualche modo le elezioni del prossimo novembre è proprio il futuro di quello che qui chiamano il “lavoro organizzato”. Non solo per i 15,7 milioni di lavoratori dipendenti che nei vari sindacati ci sono, ma anche per la grande maggioranza dei 154 milioni, come si dice, che costituiscono la forza lavoro di questo paese.

Perché, anche se non sono sindacalizzati, condizioni di lavoro, sicurezza e garanzie legate al lavoro e livelli salariali reali sono sempre influenzati dall’esistenza e dalla capacità di incidere o di non incidere dei sindacati. Anche in negativo qui, spesso. Come quando i datori di lavoro che non vogliono mettersi un sindacato in casa, riescono a impedirlo offrendo “in cambio” ai dipendenti una copertura sanitaria privata decente…

Ecco perché in America la legislazione che porta il titolo di Atto per la Libera Scelta dei lavoratori, già passata alla Camera con 241 voti contro 185 ma poi vittima dell’ostruzionismo repubblicano al Senato è importante che passi e perché è importante che non trovi più un presidente repubblicano a mettere il veto se passa, obbligando il Congresso a superarlo con una maggioranza, allora, dei 2/3. Perché questa è una legge che cambierebbe, in meglio, la vita degli americani comuni più di qualsiasi altra passata dal “New Deal” in poi…

Le proposte sul LAVORO

 

J. McCain = Come quasi tutti i repubblicani, e anzi di più, non vuole la legge. La logica è quella di sempre di ogni reazionario, da quelli della rivoluzione francese – la cosiddetta legge le Chapelier del 1789 – in poi: ogni legislazione protettiva dei diritti collettivi è potenzialmente lesiva dei diritti individuali…

 

B. O = Come tutti i democratici, in genere, con poche eccezioni, non solo apprezza l’appoggio del lavoro organizzato ma ne ha bisogno: della mobilitazione del sindacato e dei suoi soldi che ha versato, legalmente, o di cui ha organizzato la raccolta individuale di contributi elettorali per qualcosa come 250 milioni di dollari; la controparte, che ha aiutato anche Obama (non si sa mai), ha contribuito per dieci volte di più, alle casse repubblicane (nel complesso della tornata elettorale che non riguarda solo le presidenziali ma anche Camera dei rappresentanti e Senato federali).

 

IRAQ

Alle presidenziali di quattro anni fa, dopo un anno dall’invasione, il bubbone non aveva ancora assunto le dimensioni di oggi. D’altra parte, rispetto a un anno fa, l’ “impennata” – ma, soprattutto, l’aver pagato doviziosamente la pur precaria ma importante neutralità, se non proprio l’alleanza, di molte frazioni sunnite – ha migliorato la situazione per le truppe americane. Con 30.000 soldati di più sul terreno, con il piccolo stipendio regolare (dell’ordine di qualche milione di dollari al mese) assicurato ai militanti sunniti e una preparazione militare più avanzata delle forze armate irachene, in larga parte sciite, i morti americani e, in misura minore, anche quelli tra i soldati iracheni sono calati.

E’ anche migliorata la qualità della vita dei civili iracheni, riportando una certa tranquillità, o almeno una maggiore reciproca passività, tra le varie fazioni nelle strade delle città, rendendole più vivibili. E non è davvero poco. Non sono diminuiti, però, i morti tra i civili fuori delle aree urbane, su cui ormai più che sugli insorti sanniti quiescenti si è concentrata, in buona misura, la furia dei miliziani e il fuoco degli americani.

E non sono calati rifugiati e sfollati, aumentati invece a dismisura: l’Iraq, grazie a invasione, occupazione, insorgenza – alla guerra, insomma – è diventato il paese che detiene il record dei rifugiati sul pianeta: 4,7 milioni di rifugiati, esterni ed interni (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, 9.2007, Statistics on Displaced Iraqis around the World— Statistiche sugli sfollati iracheni nel mondo (cfr. www.unhcr.org/ogi-bin/texis/vtx/home/opendoc.pdf?tbl=SUBSITES  &id=47038tfc2/).

Quel che conta per l’opinione statunitense, però, è solo che siano meno i “ragazzi” americani ammazzati al fronte: almeno nelle cifre dichiarate e comunque – quel che conta – nella percezione diffusa. A questo punto, è la maggior parte dei cittadini americani ad essere convinta (sondaggio PEW del febbraio scorso) che le cose vadano meglio e che, anche per questo, qualunque sia il partito che vince a novembre la permanenza delle truppe USA in Iraq durerà ancora per anni (le basi militari permanenti che il governo iracheno recalcitra a concedere ma non riesce a rifiutare seccamente, la presenza sul territorio che cela sotto il deserto larghissimi giacimenti vergini di petrolio…). E, poi, l’Iraq, lo accennavamo, ormai è in secondo piano rispetto all’urgenza della crisi finanziaria e economica che flagella l’America.

In ogni caso, di fronte alle pressioni di McCain e dei repubblicani che la guerra bisogna vincerla (anche se, poi, non hanno vinto né quella d’Indocina né quella di Corea…) pure i democratici, se vanno alla Casa Bianca, avranno il problema di accompagnare il ritiro delle truppe, che vogliono, con un qualche piano per “vincere” la guerra. Il più semplice sarebbe, naturalmente, di dichiararla vinta e di andarsene… Ma non è facile. Come si dice, Inch’Allah… perché nessuno proprio sa come si fa.

Resta il fatto – con cui prima o poi l’America dovrà confrontarsi – che

• I grandi vincitori della guerra in Iraq sono gli sciiti, sostenuti dall’Iran.

• I grandi perdenti sono i sunniti: che rappresentavano le classi medie del paese.

• Il primo ministro al-Maliki è una creatura dell’Iran; creatura dell’Iran è anche l’altro grande partito iracheno sciita, quello conosciuto sotto la denominazione di Supremo Consiglio della Rivoluzione Islamica dell’Iraq (SCIRI).

• Il partito di al-Maliki, il DAWA, si manifestò per la prima volta pubblicamente quando il 12 dicembre 1983, fece saltare in aria l’ambasciata americana in Kuwait (cinque morti e ottanta feriti gravi). Saddam, il nemico degli sciiti, era allora protetto e sostenuto militarmente dagli USA: anche con le uniche armi di distruzione di massa che abbia mai avuto, quelle chimiche fornitegli – per istigarlo alla, e aiutarlo, nella guerra contro l’Iran di Komeini da Reagan e dal suo inviato speciale a Bagdad, Rumsfeld (dal 2001 al 2007, poi, segretario alla Difesa di Bush il piccolo) che ne negoziò la cessione.

• Sembra all’Amministrazione americana, nella logica irrazionale dettata alla sua politica in tutto il Medio Oriente che scambia le speranze per realtà secondo dottrina neo-cons (ma non solo,) che al-Maliki – il primo ministro che chiede ormai agli americani di andarsene e non troppo in là nel tempo – sia pronto a rinunciare alla sua ambizione di una vita, di costruire in Iraq uno Stato-islamico sciita con, o comunque alleato con, gli sciiti di Teheran. Non esiste e non hanno capito, ancora una volta, niente.

• Da quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq, mai è stata così forte come ora, attraverso gli sciiti, l’influenza dell’Iran: che, fino ad allora, era stata marginale e combattuta (due milioni di morti, di qua e di là) da Saddam.

• E, poi, qualcuno a Washington ha la minima idea di quel che accadrebbe alle truppe americane in Iraq, se mai decidessero davvero di attaccare militarmente l’Iran?

• Insomma, ma di quale vittoria parlano i repubblicani? questa non è neanche una vittoria di Pirro.

E’ la sconfitta di Bush, a leggerla com’è, la realtà.   

Le proposte sulla guerra in IRAQ

 

J. McCain = in Senato, ha votato nel 2003 a favore dell’invasione e, poi, ha sempre sostenuto, anzi ha caldeggiato, ogni passo dell’escalation della guerra di Bush. Ha anche detto – e non scherzava: anche se poi ha cercato di spiegare che era un’iperbole – che le forze armate americane dovranno rimanere in Iraq “anche per cento anni, se necessario”, cioè finché l’Iraq non sarà in grado di sostenere da sé la propria difesa (già… contro chi?). E’ stato forse il principale fautore dell’ “impennata” che, dal 2007, mandando al fronte alcune decine di  migliaia di soldati in più, è riuscita a contenere le perdite di vite americane ma non certo a “vincere” la guerra. Adesso lascia intendere – anche se non lo dice proprio chiaramente – che probabilmente entro il 2013, di qui a cinque anni, si potrà procedere al ritiro della maggior parte delle truppe USA dall’Iraq.

 

 

B. O. = Dal principio è stato contrario alla guerra in Iraq (ma non era in Senato, nel 2003, per votarla o non votarla. Era ala Camera che non ha il compito di approvare o no le grandi decisioni internazionali) e sostiene che “non esiste una soluzione militare”. Si è dichiarato contrario alla tattica dell’ “impennata”: non è una soluzione fare più guerra per far guerra alla guerra. Sostiene adesso un ritiro delle truppe per fasi, ma ravvicinate, con i soldati americani non più operativi (che non significa non più presenti sul territorio, però) entro sedici mesi da quando entrerebbe alla Casa Bianca: data che coincide con le richieste “ufficiali” del governo iracheno.

    

IRAN

Anche se l’Iraq, e in subordine – stranamente – l’Afganistan restano i due grandi problemi immediati della politica internazionale di questo paese, il conflitto/rapporto con l’Iran viene subito dopo ma, in prospettiva, sembra destinato a diventare preponderante.

Gran parte dell’elettorato americano, grazie al tam-tam orchestrato sistematicamente dall’Amministrazione, come al solito con una grande stampa mainstream appecoronata come già per l’Iraq, sembra ossessionato dalle ambizioni iraniane di diventare una potenza nucleare. L’Iran giura che è solo per l’energia e rivendica il suo diritto ad accedervi, come da Trattato di non proliferazione:

“Nessuna disposizione del presente Trattato – esso recita – deve essere considerata come pregiudizievole per il diritto inalienabile delle parti di promuovere la ricerca, la produzione e l’utilizzazione pacifica dell’energia nucleare, senza discriminazione e conformemente alle disposizioni degli articoli I e II qui innanzi” elencati (cfr. TNP, Art. IV,1.: questo, su www. difesa. it/NR/rdonlyres/CDCF3659-509C-4EF8-9275-B979AF6A120E/0/Trattato_non_proliferazione.pdf/ il testo della traduzione ufficiale del Trattato di non proliferazione nucleare concluso a Londra, Mosca e Washington l’1.7.1968 e ratificato il 5.3.1970).

Ma probabilmente – ragionevolmente dal punto di vista suo – lavora anche all’arma nucleare (sta schiacciato tra due potenze atomiche militari come Israele e Pakistan, dopotutto; e ha preso nota accurata del fatto che l’Iraq è stato invaso e la Corea del Nord, che la bomba ce l’ha, anche se primordiale, no…) e non capisce in base a quale principio quel che le è riconosciuto come diritto teorico (arricchirsi l’uranio per dotarsi di propria energia nucleare) non lo è “concesso” nei fatti, quel che è, per dire, garantito a Islamabad e Tel Aviv, che neanche hanno firmato il TNP.

Qui, dunque, la soluzione non può essere altra che il riconoscimento, diremmo noi, della pari dignità, da una parte, e un negoziato, dall’altra, che parta da qui e non dal presupposto bushista che prima bisogna dire sì alle richieste americane e, poi, si vedrà se e come parlare: che non esiste…

Del resto, la valutazione integrata e ormai famosa delle 16 agenzie dei servizi segreti americani del dicembre 2007 ha riconosciuto che l’Iran ha dimesso dal 2003 la costruzione della sua Bomba (per il testo integrale, Iran: nuclear intentions and capabilities— Iran: intenzioni e capacità nucleari reali (cfr. www.dni.gov/press_releases/20071203_release.pdf?ifse1/).

Questo, bisogna riconoscerlo, poteva succedere solo in America, visto anche che il presidente si è subito rifiutato di dar credito a questo giudizio che ha funzionato, però, come il congegno più efficace a smontargli, almeno parzialmente, il giocattolo bellico che stava costruendo contro l’Iran…

Che lui continua ad accusare, comunque, con qualche presunzione di ragionevolezza di armare i militanti sciiti in Iraq e di destabilizzare la pace nel Medio Oriente sostenendo finanziariamente e con costanti forniture di armi Hamas e Hezbollah contro Israele e come Israele è sostenuta nelo stesso modo dagli USA.

L’opzione militare contro l’Iran, dice Bush, per questo è “sempre sul tavolo” e, sotto sotto, anche quella dell’attacco nucleare preventivo o del permesso che abiliterebbe Israele all’attacco, convenzionale o  nucleare preventivo.

I repubblicani, McCain in particolare, che pur parlano ma quasi pro-forma del bisogno di sviluppare un approccio diplomatico con Teheran, continuano sempre e comunque a sottolineare la loro voglia di menare le mani (McCain l’anno scorso, in un meeting già elettorale delle primarie in Sud Carolina, ha risposto a una domanda su quel che avrebbe fatto per l’Iran avventatamente (lui, poi, disse scherzosamente) cambiando le parole del ritornello di “Barbara Ann”, un rock&roll popolare dei Beach Boys negli anni ’60, immediatamente precedenti la sua prigionia in Vietnam: “Bomb, Bomb, Bomb, Bomb, Bomb… Iran” (e meritandosi una clip tra l’agghiacciante e il grottesco su You Tube: cfr. www.youtube.com/watch?v=hAzBxFaio1I/).

I democratici hanno problemi a distanziarsi con chiarezza dall’approccio aggressivo e dichiaratamente bellico – stupidamente popolare in America, non fosse altro che per le inevitabili conseguenze che si porterebbe dietro: il blocco dello stretto di Hormuz, per dire, dal quale passa oltre un terzo del greggio consumato in America come in Europa – e continuano a  lavorare sul rafforzamento delle sanzioni semmai, che però ha dimostrato la sua larga inefficienza ed inefficacia nel piegare gli iraniani, il governo iraniano ma anche la volontà della gente, alle voglie di Washington.

Obama ha dichiarato che parlerebbe con i leaders iraniani senza pregiudiziali e senza precondizioni – e questa è la vera novità del suo approccio – con McCain che lo ha subito accusato di “ingenuità”: perché il parlare stesso sarebbe un riconoscimento di pari dignità a Teheran… Obama ha replicato che McCain vuole solo proseguire la “politica fallita” di Bush della durezza verbale e della minaccia dell’apocalisse, del tutto ignorate dall’Iran.

Le proposte sull’IRAN

J. McCain = ha proposto di rafforzare la capacità di escalation delle sanzioni economiche contro l’Iran attraverso la creazione di una Lega delle democrazie (che escluda, dunque, l’Iran ma includa l’Arabia saudita, anche se un tantino carente in materia ma amica degli USA) al posto dell’ONU. Rifiuta di escludere l’ “opzione militare” e anche quella nucleare per impedire all’Iran di armarsi atomicamente, a prescindere da ogni questione di diritto che a Teheran lui non riconosce perché è Teheran. E senza condizioni, poi, con l’Iran non si parla.

B. O. = E’ a favore di una diplomazia d’attacco, anche personale. Sarebbe disponibile ad incontrare, perciò, e discutere direttamente con la leadership iraniana, sostenendo che si comporterebbero anche diversamente con gli appropriati “incentivi”.

 

POLITICA DI SICUREZZA NAZIONALE

La questione centrale di questa elezione è se mantenere o far retrocedere, allentare o annullare la legislazione e la prassi più o meno segreta che l’Amministrazione ha imposto dopo l’11 settembre.

E’ una legislazione che include:

• Il “Patriot Act” che ha dato, sul territorio americano, alle agenzie ed agli istituti preposti all’applicazione delle leggi, poteri assai larghi di intercettazione delle comunicazioni e di inchiesta sui “sospetti” terroristi (sospetti per le autorità inquirenti, che non compaiono se non  raramente e ad libitum, se da esse definiti così, davanti a un tribunale (di fatto, la soppressione potenzialmente senza eccezioni del diritto all’habeas corpus).

• La creazione del campo di prigionia di Guantánamo Bay, su territorio cubano (che come tale – trionfo dell’ipocrisia… – essendo solo in affitto “perpetuo”, non è propriamente territorio degli Stati Uniti) dove i detenuti stranieri, ma anche americani, sospetti possono essere trattenuti senza processo e senza imputazione per anni.

• L’autorizzazione presidenziale, semi-segreta (neanche il Congresso ne ha mai ottenuto la diffusione integrale) ma ben esistente, all’uso di “tecniche coercitive di interrogatorio” (tortura, del tipo utilizzato abitualmente fino allo scandalo di tre ani fa e poi, si dice, più saltuariamente nella prigione irachena di Abu Ghraib, nel campo di concentramento di Bahram in Afganistan oltre che in diversi luoghi segreti in giro per il mondo concessi in uso temporaneo da “governi amici” (l’unico svelato è quello polacco: ma ce ne sono altri, anche insospettati o quasi: britannico, canadese, italiano…)     

• L’autorizzazione presidenziale all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale, la più grande agenzia di spionaggio (interno) degli USA a registrare conversazioni telefoniche senza nessuna autorizzazione giudiziaria, in circostanze decise dalla NSA stessa.

Spetterà col voto agli americani decidere, in linea di principio, se anzitutto le misure prese da Bush sono state efficaci e se le restrizioni poste alla libertà personale sono giustificate dall’esigenza di proteggerli. In genere, i repubblicani giustificano così la guerra in Iraq, con l’aver tenuto a migliaia di chilometri di distanza dall’America l’attacco del terrorismo; i democratici  sostengono, in primo luogo, che quella guerra ha solo distratto energie e risorse degli Stati Uniti dal perseguire il nemico vero – al-Qaeda – e che ha contribuito invece che a frenare a diffondere a macchia d’olio il germe del terrorismo nel mondo.

McCain insiste sulle tematiche della sicurezza nazionale, vantando la sua esperienza militare (dopo una decina di missioni di bombardamento da alta quota in Vietnam, però venne catturato nel 1967 e si fece cinque anni e mezzo di prigionia fino al rilascio in base agli accordi di pace di Parigi. Anni di prigionia che, a lume di buon senso, anche se militare, non sembrerebbero potergli conferire speciali competenze in tema di sicurezza e, tanto meno, come dice lui, capacità di comando…). Fino a metà delle primarie aveva, in realtà, osteggiato la pratica della tortura (è controproducente, sosteneva, ricordando tra l’altro di averla subita in Vietnam: altre fonti asseriscono che, però, collaborò anche coi suoi carcerieri nord vietnamiti e che era un prigioniero “speciale”, comunque, suo padre essendo l’ammiraglio comandante della flotta del Pacifico…). Poi, dopo qualche mese di primarie, ha messo la sordina alla critica e anche votato a favore di un mantenimento tacito delle pratiche in uso.

I democratici, che saggiamente hanno rifiutato di sfruttare questo filone – tra l’altro neanche molto attendibile – di possibile sputtanamento dell’avversario, si dichiarano invece, in generale, assai preoccupati delle violazioni, reali e potenziali, che queste cosiddette politiche di sicurezza nazionale fanno correre alle libertà civili degli americani e alla dignità umana. Dichiarano di volerne cancellare una serie (senza entrare molto in dettaglio).

Le proposte sulla POLITICA DI SICUREZZA NAZIONALE

J. McCain = L’autoproclamato esperto di cose militari (cinque anni e mezzo di prigionia di guerra in Vietnam lo qualificano davvero come allievo di Sun Tzu?) ha cercato di ostacolare la CIA dall’uso di metodi “crudeli, inumani o degradanti”, anche controproducenti tra l’altro, salvo rimangiarsi la critica a metà delle primarie e votare contro una legge che avrebbe esplicitamente proibita la tortura (Parigi val bene una messa, no?).

B. O. = Chiede finanziamenti maggiori per la sicurezza di aree del paese più esposte a rischi di attentati (porti, grandi impianti industriali…), critica il patriot Act, ma anche lui ha votato per estenderlo alla scadenza del 2006. Chiuderebbe sicuramente Guantanámo (posizione su cui concorda, esplicitamente, anche McCain).

 

Al fondo, e come quasi da quarant’anni, anche stavolta l’esito delle presidenziali si gioca su tre questioni chiave di fondo che hanno impregnato di sé, da Reagan in poi, tutto il discorso degli americani:

• qual è, e soprattutto quale dovrebbe essere, il ruolo del governo in questo paese? quello minimalista sul piano economico e sociale, secondo dottrina neo-liberista e prassi repubblicana (anche se contraddetta dalle nazionalizzazioni “socialistiche” in corso, cui peraltro McCain “in linea di principio” si dice contrario); o un ruolo più attivo, anche molto più attivo, “pro-active” come auspicano i democratici?

• a guidare princìpi e pratiche della vita individuale e sociale deve essere un’uniformità anche legislativa di “assolutismo morale” (con le eccezioni concesse, però, sempre o quasi sempre al potere); o deve piuttosto essere un certo “relativismo” morale? decide la legge insomma o decide l’individuo sulle cose che accadono o non accadono di norma in camera da letto, nella vita familiare, nei rapporti sociali?

• e la politica estera degli Stati Uniti deve preoccuparsi, di fatto e in linea di principio, degli “interessi americani”, come li definisce il governo, anche con l’utilizzo senza remore endogene, se non quelle di volta in volta autonomamente accettate, del potere militare; o deve sviluppare un approccio multilaterale radicato in una maggior sensibilità diplomatica e capace sempre di tener conto, anche, degli interessi degli altri?

Quasi tutte le decisioni politiche più importanti che ha dovuto affrontare nell’arco di tempo in questione l’America, coinvolgono almeno uno – se non più di uno – di questi fondamentali “valori”: più spesso che no, la destra, i conservatori, i reazionari sono riusciti – lo abbiamo visto – a convincere gli americani che la loro posizione è più in sintonia di quella della sinistra, dei democratici, dei progressisti, con gli ideali o, anche solo, il sentire comune degli elettori.

Pare vero,va detto, che alla fine di questo 2008, le cose potrebbero però davvero cambiare:

• sul primo punto, sono i conservatori a piegarsi ormai all’esigenza che economia, finanza e mercato vanno molto più severamente regolati;

• sul secondo, nella prassi, anche se non ancora tanto negli enunciati, metà almeno dei giovani americani – ma anche degli americani maturi – si comporta nella pratica quotidiana delle proprie scelte morali in modo diverso – uguale e/o diverso – da quello predicato e strombazzato come “socialmente accettabile”;

• sul terzo punto, la conduzione unilateralista della politica estera e quella, a dir poco, incompetente delle guerre di Bush, ha convinto molti che i meriti de multilateralismo andrebbero d’urgenza rivisitati.

Anche qui.